I LEZIONE
CANTO I
Nel mezzo del cammin di nostra vita 1
Mi ritrovai per una selva oscura,
Che la diritta via era smarrita. 3
Ah! quanto a dir qual era e cosa dura
Questa selva selvaggia e aspra e forte,
Che nel pensier rinova la paura 6
Tanta e amara, che poco e piu morte: 7
E come quei, che con lena affannata, 22
Uscito fuor del pelago alla riva,
Si volge all’acqua perigliosa, e guata; 24
Cosi l’animo mio, che ancor fuggiva,
Si volse indietro a rimirar lo passo,
Che non lascio giammai persona viva. 27
Quand’io vidi costui nel gran deserto, 64
Miserere di me, gridai a lui,
Qual che tu sie, o ombra o uomo certo. 66
VIRGILIO
Poeta fui, e cantai di quel giusto 73
Figliuol d’Anchise, che venne da Troia,
Poi che il superbo Ilion fu combusto. 75
DANTE
Or se’ tu quel Virgilio, e quella fonte, 79
Che spandi di parlar si largo fiume?
Risposi lui con vergognosa fronte. 81
VIRGILIO
Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno, 112
Che tu mi segui, ed io saro tua guida,
E trarrotti di qui per loco eterno, 114
Ove udirai le disperate strida,
Vedrai gli antichi spiriti dolenti,
Che a la seconda morte ciascun grida: 117
CANTO III
Per me si va nella citta dolente,
Per me si va nell’eterno dolore:
Per me si va tra la perduta gente. 3
Giustizia mosse il mio alto fattore:
Fecemi la divina potestate,
La somma sapienza, e il primo amore. 6
Dinanzi a me non fur cose create
Se non eterne, ed io eterna duro:
Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate. 9
CANTO V
Poscia ch’io ebbi il mio dottore udito 70
Nomar le donne antiche e i cavalieri,
Pieta mi giunse, e fui quasi smarrito. 72
Io cominciai: Poeta, volentieri
Parlerei a que’ duo, che insieme vanno,
E paion si al vento esser leggieri. 75
Ed egli a me: Vedrai quando saranno
Piu presso a noi; e tu allor li prega
Per quell’amor, che i mena; e qui verranno, 78
Si tosto, come il vento a noi li piega.
Mossi la voce: O anime affannate;
Venite a noi parlar, s’altri nol niega. 81
Quali colombe dal disio chiamate,
Con l’ale aperte e ferme, al dolce nido
Volan per l’aer dal voler portate; 84
Cotali uscir della schiera ov’e Dido,
A noi venendo per l’aer maligno,
Si forte fu l’affettuoso grido. 87
FRANCESCA
O animal grazioso, e benigno, 88
Che visitando vai per l’aer perso
Noi, che tignemmo il mondo di sanguigno, 90
Se fosse amico il Re dell’universo,
Noi pregheremmo lui per la tua pace,
Poi c’hai pieta del nostro mal perverso. 93
Di quel che udire, e che parlar ti piace,
Noi udiremo, e parleremo a vui,
Mentre che il vento, come fa, si tace. 96
Siede la terra, dove nata fui,
Su la marina dove il Po discende
Per aver pace co’ seguaci sui. 99
Amor, che al cor gentil ratto s’apprende,
Prese costui della bella persona,
Che mi fu tolta, e il modo ancor m’offende: 102
Amor, ch’a nullo amato, amar perdona,
Mi prese del costui piacer si forte,
Che, come vedi, ancor non m’abbandona; 105
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi vita ci spense. 107
DANTE
Queste parole da lor ci fur porte. 108
Da ch’io intesi quelle anime offense,
Chinai ’l viso, e tanto il tenni basso,
Finche il poeta mi disse: Che pense? 111
Quando risposi, cominciai: O lasso!
Quanti dolci pensier, quanto disio
Meno costoro al doloroso passo! 114
Poi mi rivolsi a loro, e parlai io,
E cominciai: Francesca, i tuoi martiri
A lagrimar mi fanno tristo, e pio. 117
Ma dimmi: al tempo de’ dolci sospiri,
A che, e come concedette Amore,
Che conosceste i dubbiosi desiri? 120
Ed ella a me:
FRANCESCA
Nessun maggior dolore, 121
Che ricordarsi del tempo felice
Nella miseria; e cio sa il tuo dottore. 123
Ma se a conoscer la prima radice
Del nostro amor tu hai cotanto affetto,
Diro come colui, che piange, e dice. 126
Noi leggevamo un giorno per diletto
Di Lancillotto, come amor lo strinse:
Soli eravamo, e senza alcun sospetto. 129
Per piu fiate gli occhi ci sospinse
Quella lettura, e scolorocci il viso:
Ma solo un punto fu quel, che ci vinse. 132
Quando leggemmo il disiato riso
Esser baciato da cotanto amante,
Questi, che mai da me non fia diviso, 135
La bocca mi bacio tutto tremante.
Galeotto fu il libro, e chi lo scrisse:
Quel giorno piu non vi leggemmo avante. 138
DANTE
Mentre che l’uno spirto questo disse, 139
L’altro piangeva si, che di pietade
Io venni meno com’ s’io morisse. 141
E caddi, come corpo morto cade.
II LEZIONE
CANTO XXVI
Chi e in quel foco, che vien si diviso 52
Di sopra, che par surger della pira,
Ov’Eteocle col fratel fu miso? 54
Disse a me: La entro si martira
Ulisse e Diomede,... 56
Come fosse la lingua che parlasse, 89
Gitto voce di fuori, e disse: Quando 90
Mi dipartii da Circe, che sottrasse
Me piu d’un anno la presso a Gaeta,
Prima che si Enea la nominasse; 93
Ne dolcezza di figlio, ne la pieta
Del vecchio padre, ne il debito amore,
Lo qual dovea Penelope far lieta, 96
Vincer potero dentro a me l’ardore,
Ch’io ebbi a divenir del mondo esperto,
E delli vizj umani e del valore; 99
Ma misi me per l’alto mare aperto
Sol con un legno, e con quella compagna
Picciola dalla qual non fui deserto. 102
L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
Fin nel Marrocco, e l’isola de’ Sardi,
E l’altre che quel mare intorno bagna. 105
Io e i compagni eravam vecchi e tardi,
Quando venimmo a quella foce stretta,
Ov’Ercole segno li suoi riguardi, 108
A cio che l’uom piu oltre non si metta:
Dalla man destra mi lasciai Sibilia,
Dall’altra gia m’avea lasciata Setta. 111
O frati, dissi, che per cento milia
Perigli siete giunti all’Occidente,
A questa tanto picciola vigilia 114
De’ vostri sensi, che e di rimanente,
Non vogliate negar l’esperienza,
Diretro al Sol, del mondo sanza gente. 117
Considerate la vostra semenza:
Fatti non foste a viver come bruti,
Ma per seguir virtute e conoscenza. 120
Li miei compagni fec’io si aguti,
Con questa orazion picciola, al cammino,
Ch’a pena poscia li avrei ritenuti. 123
E volta nostra poppa nel mattino,
De’ remi facemmo ale al folle volo,
Sempre acquistando del lato mancino. 126
Tutte le stelle gia dell’altro polo
Vedea la notte, e il nostro tanto basso,
Che non surgea di fuor del marin suolo. 129
Cinque volte racceso, e tante casso
Lo lume era di sotto dalla Luna,
Poi ch’intrati eravam nell’alto passo, 132
Quando n’apparve una montagna bruna
Per la distanza, e parvemi alta tanto
Quanto veduta non n’aveva alcuna. 135
Noi ci allegrammo, e tosto torno in pianto;
Che dalla nuova terra un turbo nacque,
E percosse del legno il primo canto. 138
Tre volte il fe’ girar con tutte l’acque,
Alla quarta levar la poppa in suso,
E la prora ire in giu, com’altrui piacque, 141
Infin che il mar fu sopra noi richiuso.
CANTO XXXIII
La bocca sollevo dal fiero pasto
Quel peccator, forbendola a’ capelli
Del capo, ch’egli avea diretro guasto. 3
Poi comincio: Tu vuoi, ch’io rinovelli
Disperato dolor che il cor mi preme,
Gia pur pensando, pria ch’io ne favelli. 6
Io non so chi tu sie, ne per che modo 10
Venuto sei quaggiu; ma Fiorentino
Mi sembri veramente quand’io t’odo. 12
Tu dei saper ch’io fui il conte Ugolino,
E questi l’Arcivescovo Ruggieri:
Or ti diro perch’io son tal vicino. 15
Pero quel che non puoi avere inteso, 19
Cioe come la morte mia fu cruda,
Udirai, e saprai se m’ha offeso. 21
Breve pertugio dentro dalla muda, 22
La qual per me ha il titol della fame,
E in che conviene ancor ch’altri si chiuda, 24
M’avea mostrato per lo suo forame
Piu lune gia, quand’io feci il mal sonno,
Che del futuro mi squarcio il velame. 27
Quando fui desto innanzi la dimane, 37
Pianger sentii fra il sonno i miei figliuoli,
Ch’eran con meco, e dimandar del pane. 39
Ben sei crudel, se tu gia non ti duoli,
Pensando cio che al mio cor s’annunziava:
E se non piangi, di che pianger suoli? 42
Gia eran desti, e l’ora s’appressava
Che il cibo ne soleva essere addotto,
E per suo sogno ciascun dubitava. 45
E io sentii chiavar l’uscio di sotto
All’orribile torre, ond’io guardai
Nel viso a’ miei figliuoi senza far motto. 48
Io non piangeva, si dentro impietrai:
Piangevan elli; e Anselmuccio mio
Disse: Tu guardi si, padre, che hai? 51
Pero non lagrimai, ne rispos’io
Tutto quel giorno, ne la notte appresso,
Infin che l’altro Sol nel mondo uscio. 54
Come un poco di raggio si fu messo
Nel doloroso carcere, e io scorsi
Per quattro visi il mio aspetto stesso; 57
Ambo le man per dolor mi morsi:
E quei pensando ch’io il fessi per voglia
Di manicar, di subito levorsi, 60
E disser: Padre, assai ci fia men doglia,
Se tu mangi di noi: tu ne vestisti
Queste misere carni, e tu le spoglia. 63
Quetaimi allor, per non farli piu tristi:
Quel di e l’altro stemmo tutti muti:
Ahi dura terra, perche non t’apristi? 66
Poscia che fummo al quarto di venuti, 70
Gaddo mi si gitto disteso a’ piedi,
Dicendo: Padre mio, che non m’aiuti? 69
Quivi mori: e come tu mi vedi,
Vid’io cascar li tre ad uno ad uno,
Tra il quinto di e il sesto: ond’io mi diedi 72
Gia cieco a brancolar sovra ciascuno,
E tre di li chiamai, poi ch’ei fur morti:
Poscia, piu che il dolor, pote il digiuno. 75
CANTO XXXIV
Lo Duca e io per quel cammino ascoso 133
Entrammo a ritornar nel chiaro mondo:
E senza cura aver d’alcun riposo, 135
Salimmo su, ei primo ed io secondo,
Tanto ch’io vidi delle cose belle,
Che porta il Ciel, per un pertugio tondo: 138
E quindi uscimmo a riveder le stelle. 139