Foscolo
Foscolo
Nasce a Zante (Grecia) nel 1778 e per via delle sue origini greche era profondamente legato alla civiltà classica. In quell’epoca Zante
apparteneva alla Repubblica di Venezia. Il suo nome di battesimo è Niccolò, ma lui si fece chiamare Ugo. Il padre era un medico
veneziano e la madre invece era greca. Il padre per motivi lavorativi si trasferì a Spalato, in Dalmazia, insieme a tutta la famiglia F.
inizia a studiare in un seminario arcivescovile. Alla morte del padre la sua famiglia si trovò in grande difficoltà economica e si
trasferiscono a Venezia (Venezia è in una fase di decadenza), ma nonostante ciò F. continua a studiare e riesce ad inserisci nei salotti
culturali veneziani: entra a fare parte del salotto di Elisabetta Teotochi, dama di origine greca (molto bella) ed è la sua prima
grande avventura amorosa. Ma questa storia finisce velocemente perché la dama si doveva sposare con il conte Albrizzi: la data del
matrimonio coincide con la data del suicidio di Jacopo Ortis.
Nel salotto della Teotochi conosce Pindemonte. In questi anni F. si dedica la lettera e studio dei classici italiani e latini e anche testi
dell’illuminismo. Inizia a scrivere anche testi di ispirazione arcadica (accademia dell’Arcadia).
Frequenta l’università di Padova.
È di idee rivoluzionarie libertarie ed egualitarie (giacobine) e l’ascesa in Italia di Napoleone lo spinge a iniziare a impegnarsi nella
politica.
Si ritira poi nei colli euganei e quando torna a Venezia viene rappresentata la sua tragedia Tieste al teatro Sant’Angelo, ispirata ad
Alfieri. Questa tragedia ebbe un grande successo, ma il governo ebbe sospetti nei confronti del suo atteggiamento libertario, per
questo fugge a Bologna (Francesi) e si arruola in un corpo militare della Repubblica cispadana.
Appena cade la Repubblica oligarchica e instaurata la repubblica francese, torna a Venezia (dove erano arrivati i francesi) e diventa
segretario della municipalità.
Dopo che Napoleone aveva ceduto la Repubblica veneta all’Austria con il trattato di Campoformio del 1797, mise in dubbio la sua
fiducia nei confronti di Napoleone e lascia Venezia e si rifugia a Milano. Qui entra a fare parte di ambienti giacobini italiani e
conosce Parini e Monti. Inizia una relazione con la moglie di Francesco Monti, Teresa.
Durate tutta la sua vita collabora con riviste.
Torna a Bologna e stampa le lettere di Jacopo Ortis.
Nel 1799 i governi francesi rivoluzionari vengono messi in pericolo e F. si arruola nella Guardia nazionale di Bologna. A Firenze
ha una storia con Isabella Roncioni.
La situazione politica italiana (sottomessa a Napoleone) per lui è fonte di frustrazione a cui fa fronte con il lavoro letterario e
filologico (scrive testi e traduce). Entrano in crisi le sue idee giacobine.
Nel 1802 termina e pubblica le ultime lettere di Jacopo Ortis.
Nel 1804 si reca nelle coste della manica per partecipare alla spedizione organizzata da Napoleone per attaccare l’Inghilterra. Poi
avrà una figlia, Mary.
Rientra poi a Milano e quando Venezia viene liberata dagli austriaci, va a visitare la madre a Venezia. Durante il viaggio in Venezia
scrive il Carme dei Sepolcri che verrà pubblicato nel 1807. Nel 1808 ottiene la cattedra di Eloquenza presso l’Università di
Pavia grazie alle sue conoscenze, ma questa cattedra poi viene soppressa poco dopo. Perde il lavoro e si trova in difficoltà
economiche. Viene a meno la sua fiducia nei confronti della cultura napoleonica.
Nel 1812 viene rappresentata la sua tragedia Aiace alla Scala: la rappresentazione è un fischio ed è costretto a fuggire perché
accusato di aver introdotto elementi antinapoleonici.
Va poi a Firenze dove vive un periodo sereno e stringe una sincera amicizia con la contessa d’Albany. La donna gentile: la Maggitti,
donna che lo sostiene anche economicamente e inizia a scrivere le Grazie.
Dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia torna a Milano e si mette a servizio di Eugenio di Borne, che cerca di mantenere il regno di
Italia nonostante la sconfitta di Napoleone. Ma F. diventa diffidente anche nei confronti di questo e inizia a pensare sia meglio il
ritorno degli austriaci.
Al rientro degli austriaci gli vieni proposta la direzione di una rivista culturale, ma lui la rifiuta e va in Svizzera. Lì passa degli anni
terrificanti a livello economico e viene perseguitato dalla polizia. Poi va a Londra dopo essersi fortemente indebitato. A Londra negli
ambienti culturali viene accolto con favore, ma per via del suo carattere facilmente litigioso e orgoglioso si mette in cattiva luce.
Mantiene contatti epistolari con Silvio Pellico autore delle mie prigioni e scrive molti saggi, con cui si mantiene. Mentre è a Londra
gli giunge la notizia della morte della madre e poi ritrova la figlia Mary che rimarrà al suo fianco fino alla fine. A Londra si era
affittato un villino, le cui spese avevano peggiorato le sue condizioni economiche e viene imprigionato per debiti e inizia a vivere
sotto falso nome dopo essersi liberato per non farsi trovare dai creditori. Morì nel 1827 per idropisia. Inizialmente viene sepolto in
Inghilterra e poi verranno trasferite a Firenze.
OPERE
Le sue opere letterarie esprimono le difficoltà della sua vita, il quale nega qualsiasi vincolo sociale e famigliare. LIBERTINISMO
(presente già dal XVI secolo): è una corrente filosofica legata all’Illuminismo, con toni provocatori e critici verso la religione e la
morale tradizionale. Con la Rivoluzione, però, il libertinismo smette di essere solo una filosofia e diventa soprattutto uno stile di vita.
Il libertino è una persona che vive in modo mondano, accetta la nobiltà e l’assolutismo, ma rifiuta ogni religione o valore
spirituale. La sua vita è dedicata alla ricerca del piacere materiale, andando contro le regole morali del Settecento. In F. è presente
l’atteggiamento dei Libertini però è accompagnato anche dal sentimento e dalla morale.
TEMI OPERE: nei suoi scritti prevalgono soprattutto i temi amorosi e storico-politici.
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L’aspetto storico è centrale perché, per F., è importante intervenire nel presente per cambiare la società: l’impegno
politico e sociale è essenziale. Anche quando, col tempo, maturerà una visione pessimistica della politica, F. continuerà a
osservare la realtà con spirito libero e sentirà comunque il bisogno di partecipare attivamente alla vita della società.
L’epistolario foscoliano è molto vasto e raccoglie tutte le lettere che F. ha scritto e ricevuto. In queste lettere si trovano informazioni
sulle sue relazioni personali (il suo epistolario amoroso è considerato uno dei più belli della letteratura italiana), sulle sue idee
politiche e sulla sua situazione economica.
Epistolario amoroso: ne emerge un amore impetuoso e violento, spesso rivolto a donne irraggiungibili: più l’amore è breve, più è
intenso. Nei suoi rapporti amorosi, F. tende a idealizzare la donna, ma anche a dominarla e plasmarla secondo i propri bisogni,
spinto da un erotismo libertino. Trasforma spesso queste figure femminili in muse ispiratrici e vive l’amore come un’esaltazione
di sé stesso, nel culto della bellezza assoluta (La donna diventa per lui un simbolo di bellezza perfetta (la donna diventa per lui un
simbolo di bellezza perfetta).
La sua passione è così forte da diventare distruttiva, fino a far perdere il controllo ed eleminare le facoltà mentali.
F. offre quindi una versione passionale del libertino erotico (libertinismo emotivo, impulsivo, carico di passione, non freddo).
Questo suo atteggiamento, pieno di teatralità, mostra anche la tendenza a romanzare la propria vita, come se fosse sempre in scena.
Nella sua opera teatrale e letteraria utilizza diverse maschere:
Jacopo Ortis: rappresenta l’io tragico, passionale e negativo.
Didimo Chierico: incarna l’io ironico, comico e scettico.
In poesia, F. celebra una bellezza ideale e superiore, in linea con il neoclassicismo, che per lui è un modo per elevare le sue
passioni estreme su un piano più alto, dominato dalla forma e dall’armonia. Usa la poesia come uno strumento per dare forma e
dignità alle sue emozioni, trasformandole in bellezza ideale (non si limita a esprimere emozioni violente o disordinate).
Molte delle sue opere restano incompiute, e di alcune esistono numerose edizioni diverse.
TEMI:
Compassione.
Sepolcro: simboleggia il legame tra vivi e morti, e il valore della memoria.
Armonia.
Patria.
Amicizia.
F. considera tutti questi valori come illusioni, ma illusioni necessarie che sono alla base della società.
Sono illusioni perché non derivano dalla natura: secondo lui, la natura è cieca e indifferente, un meccanismo impersonale che
non si può cambiare (per questo parla di illusioni).
Tuttavia, anche se non sono “vere” in senso oggettivo, queste illusioni sono scelte soggettive, che aiutano l’uomo a vivere meglio,
a dare un senso alla propria esistenza.
L’illusione più grande e più importante è la poesia, perché:
contiene in sé tutte le altre (amore, patria, amicizia, armonia...).
trasforma esperienze personali in valori collettivi e civili.
educa e consola: la poesia avvicina le persone alla cultura e dà conforto.
Per F., l’arte permette di puntare a un bene superiore, capace di superare i conflitti. Inoltre, essa depura l’animo dell’uomo e la
rasserena.
In F. c’è sempre una tensione ideale verso qualcosa di più alto, ma anche il rischio di perdersi nel proprio io, cioè di lasciarsi
travolgere dalle emozioni e dal dolore personale.
Nella formazione culturale e letteraria di Foscolo si fondono elementi della tradizione classica, suggestioni preromantiche e idee
dell’Illuminismo: inizialmente influenzato dal pensiero democratico e naturalistico di Rousseau, che gli ispira ideali giacobini e
culto della natura, Foscolo evolve poi verso una visione più pessimistica dell’uomo e della società, vicina al realismo politico di
Machiavelli e al pensiero di Hobbes, secondo cui l’uomo è mosso da egoismo e lotta per il potere.
Il materialismo, influenzato da Democrito ed Epicuro, porta Foscolo a una visione pessimistica: tutto è materia, non esiste anima
immortale né un ordine superiore, e la morte è annullamento totale. Tuttavia, la sua concezione eroica e attiva della vita lo spinge
a reagire a questo pessimismo, cercando valori ideali (come bellezza, patria, poesia), pur senza abbandonare del tutto le idee
materialistiche.
ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS
È un romanzo epistolare: non c’è una narrazione diretta dei fatti, ma solo lettere scritte da Jacopo al suo amico Lorenzo. L’opera
è aperta, cioè Foscolo continua a modificarla nel tempo.
Nel protagonista Jacopo, Foscolo proietta molti aspetti di sé stesso:
Le aspirazioni giovanili, soprattutto di tipo politico.
La ricerca della bellezza e della libertà, influenzata da Alfieri.
Il conflitto con la società e la natura.
Il pensiero del suicidio, che anche Foscolo ha avuto, ma da cui è stato trattenuto dalle sue illusioni (come patria, amore,
poesia).
Per scrivere queste lettere si ispira a:
Nuova Eloisa di Rousseau.
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Werther di Goethe: il protagonista è un giovane che si suicida per amore di una donna già promessa a un altro. Ma
ancora più importante è il tema centrale: la figura di un intellettuale giovane e sensibile, che vive in conflitto con una
società in cui non riesce a inserirsi.
Il punto di vista è tutto concentrato su Jacopo, che scrive al suo amico Lorenzo Alderani, il quale interviene solo in alcune parti.
Jacopo, deluso dal trattato di Campoformio, si rifugia sui colli Euganei, dove si innamora di Teresa, una ragazza dolce ma
promessa dal padre a un ricco proprietario terriero per motivi economici. Anche Teresa lo ama, ma non vuole ribellarsi al volere del
padre, così Jacopo decide di partire.
In queste lettere, oltre all’amore, compaiono anche:
Una visita alla casa di Petrarca ad Arquà.
Una lettera politica contro Napoleone.
Le lettere della seconda parte sono scritte durante il viaggio in Italia di Jacopo: in una di queste lettere viene descritto l’incontro tra
Parini e Jacopo a Milano. Un’altra scritta da Ventimiglia definisce la sua visione pessimistica della realtà politica e sociale e lì
manifesta la sua volontà di tornare sul colle e di suicidarsi.
Mentre sta trovando sui colli apprende del matrimonio di Teresa e poi si uccide con un pugnale.
Jacopo tenta la carriera letteraria, ma non ha successo, perdendo così le sue illusioni. È guidato da valori assoluti ed estremi, in
contrasto con la mediocrità della società che lo circonda. Dentro di lui c’è una continua pulsione verso la morte, come rifiuto di
adattarsi alla società con un compromesso.
Nel pensiero di F., il modello di Alfieri è presente, ma con una differenza fondamentale: mentre nei personaggi di Alfieri l’eroismo
è possibile, in Foscolo no. Nel suo contesto, la tragedia e l’eroismo sono impossibili perché la realtà è mediocre e piena di drammi
inutili. Jacopo ambisce all’eroismo, ma non lo trova.
Sconfitte di Jacopo:
Prima sconfitta: La morte, senza poter raggiungere l’eroismo.
Jacopo vive in una condizione di impotenza, incapace di cambiare nulla, nemmeno per Teresa.
Carriera letteraria fallita: Jacopo cerca di emergere nella letteratura, ma non ha successo.
Perdita di fiducia nel progresso: Jacopo non crede più nell'illuminismo, né nel miglioramento progressivo della storia. Per lui, la
storia è solo un continuo processo di sopraffazione, un conflitto incessante dove l'uomo è condannato a vivere in guerra con gli altri.
Jacopo fa proprie le idee del meccanicismo, cioè la natura come una forza cieca e indifferente nei confronti delle sorti umane,
che distrugge per mantenere l’equilibrio. La vita guida l'uomo alla ricerca della felicità, ma porta solo sofferenza e morte. Le illusioni
hanno permesso a Jacopo di resistere, ma quando le perde (Teresa le racchiude tutte in sè), si suicida.
Teresa rappresenta tutte le speranze e illusioni di Jacopo. È una donna angelo, diversa da quella degli stilnovisti e da Petrarca: la
bellezza fisica e la sua mortalità la fanno diventare simbolo di armonia. Ma la sua sensualità è moderna, essa è una sensualità
controllata e repressa dalle convenzioni sociali. Teresa è integra e non si concederà mai, quindi Jacopo non la potrà mai ottenere; per
questo tutti i valori di cui è portatrice svaniscono.
F. rende il lettore partecipe a tutte queste vicende, tuttavia, Jacopo rimane chiuso e distante su alcuni
aspetti della sua vita e dei suoi sentimenti.
Stile: La prosa di Foscolo si distacca dall'armonia tipica dell'epoca. È scritta con paratassi (frasi brevi e coordinate) e ipotassi (frasi
più complesse), con cambi di ritmo improvvisi e tensione crescente. La prosa è aspra e spezzata, come in Alfieri, per creare un effetto
di intensità emotiva.
Lo sfondo del romanzo è principalmente letterario, con un tocco realistico. Le descrizioni della natura sono influenzate dalle
mode del tempo: ci sono immagini di una natura incontrollabile e buia, come tempeste, incubi e cimiteri (tipico del Settecento).
Nei colli Euganei, la natura è invece più armoniosa, in stile neoclassico, ma in altre parti diventa più cupa.
Jacopo si emoziona visitando le tombe di intellettuali, creando un legame personale ma anche pubblico, come nella tomba di un
patriota, simbolo della patria.
Lo stile del romanzo si distacca dalla prosa equilibrata e armoniosa dell'epoca, creando una tensione simile a quella di Alfieri con
periodo spezzati.
Paratassi: testo costruito prevalentemente con coordinate.
Ipotassi: testo costruito prevalentemente con subordinate.
La prosa di F. è ipotattica. Ci sono scatti improvvisi e sospensioni per creare la tensione ed è una prosa
aspra.
POESIA NEOCLASSICA DEI SONETTI E DELLE ODI
La poesia neoclassica di Foscolo, composta principalmente tra il 1798 e il 1803, si concentra in un numero
ristretto di opere, 12 sonetti e 2 odi. Le odi sono ispirate alla tradizione del Settecento, in particolare a
quella di Parini, e trattano temi come la bellezza femminile, vista come qualcosa di assoluto e perfetto,
ma minacciata dalla fragilità della malattia e dalla morte. Le donne sono descritte come divinità, e le odi
sono spesso scritte per occasioni specifiche:
A Luigia Pallavicini caduta da cavallo.
L’amica risanata.
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I sonetti, invece, presentano una struttura complessa a spirale, con un movimento sintattico che si
sviluppa in modo circolare e che rompe le tradizionali divisioni delle quattro strofe: spezza la divisione tra
le strofe e tutto appare continuo, facendo così un rinnovamento metrico. Il discorso tra le strofe è
avvolgente con delle rispondenze che uniscono le strofe (sia a livello sonoro, che delle parole ripetute o in
relazione tra i versi). Questi componimenti riprendono il classicismo.
Nomi dei sonetti:
Alla sera.
Alla musa.
A Zacinto: tra tutti i sonetti è il suo capolavoro. Questo sonetto unisce motivi autobiografici e
mitologici, esprimendo il desiderio di ritornare alla sua patria e a una giovinezza serena, pur
riconoscendo le lacerazioni del suo io.
TRADUZIONI E RAPPORTI CON I CLASSICI
All’inizio dell’Ottocento, e anche nel resto della sua vita, F. si dedica con attenzione allo studio dei classici: li analizza
profondamente attraverso la traduzione, che per lui è sia uno strumento per capire meglio i testi, sia un esercizio poetico.
Tra i classici, preferiva Omero, poeta con un grande valore storico e nazionale, ricco di respiro mitico. Così, durante il servizio
militare in Francia (1804-1806), si dedicò alla traduzione dell’Iliade.
DEI SEPOLCRI
Il carme è indirizzato in forma di epistola a Ippolito Pindemonte, che più o meno nello stesso periodo comincia a tradurre
l’Odissea. In quest’opera, F. cerca un’unione tra classico e moderno, tra elementi autobiografici e dati pubblici, tra mito e realtà
sociale.
Il poemetto è costituito da 295 endecasillabi sciolti e raggiunge immediatamente la sua forma definitiva, senza subire correzioni o
ripensamenti.
Nasce da un’occasione esterna: nel 1806, tornato a Milano dal Veneto, F. ripensa alle conversazioni avute con Pindemonte e la
Teotochi sul significato e il valore dei sepolcri. Queste discussioni, comuni all’epoca, prendevano spunto dall’editto napoleonico di
Saint-Cloud del 1804 (esteso all’Italia dal 1806). L’editto imponeva che i cimiteri fossero fuori dalle città e che le lapidi fossero tutte
uguali, limitando le decorazioni e la personalizzazione. Le polemiche che l’editto aveva suscitato si collegavano alle discussioni sulla
funzione civile e religiosa della sepoltura, che erano molto diffuse tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, sia tra i
giacobini che tra i conservatori. Inoltre, nella poesia europea di fine Settecento, era molto presente il tema dei sepolcri. Quindi il
poemetto nasce in un contesto culturale molto attuale.
Quando fu dato alle stampe, vi furono subito critiche, in particolare l’abate francese Aimé Guillon scrisse un articolo di giornale
molto duro al quale F. rispose con l’opuscoletto Lettera a Monsieur Guillon sulla sua incompetenza a giudicare i poeti italiani:
questo testo è interessante perché è lo stesso F. a spiegare molte scelte e interpretazioni del suo carme.
Un elemento centrale è l’uso delle transizioni, cioè passaggi da un tema all’altro ottenuti con leggere modifiche linguistiche e
particelle polisemiche (parole che possono avere più significati diversi, a seconda del contesto in cui vengono usate), sul modello
della lirica greca, che creano salti di senso e rendono il testo complesso e a volte oscuro. Questo aspetto è compensato dalla presenza
costante di idee forti e immagini ricorrenti.
Il carme si divide in quattro parti:
(vv.1-90) i monumenti, anche se inutili per i morti, sono utili ai vivi perché ispirano virtù. Critica alla legge che rende tutti
i sepolcri uguali.
(vv.91-150) varie immagini legate al culto dei morti e lontane nel tempo e nello spazio.
(vv.151-212) si celebra il valore civile e educativo delle tombe dei grandi, richiamo agli illustri italiani in Santa Croce
(Michelangelo, Galileo, Dante, Alfieri...).
(vv.213-295) elogio della poesia, che conserva la memoria, onora i morti e li riscatta dalle ingiustizie della vita.
Il carme parte da una visione pessimistica della condizione umana (gli uomini muoiono e tutto sembra essere destinato a svanire nel
tempo), ma cerca una consolazione a ciò, che si risolve con l’eroica accettazione del destino umano, cioè la capacità degli uomini di
affrontare la sofferenza, la morte e l’oblio con dignità, affidandosi alla memoria, ai valori civili e alla poesia, che possono dare
senso e continuità alla vita anche dopo la morte.
Ai toni cupi e notturni dell’apertura si oppongono quelli luminosi del sole che brilla nel finale.
La poesia può conservare la memoria, onorare i morti, dare senso alle sofferenze e trasformare il dolore in bellezza e
significato.
Dalla memoria personale e familiare, il culto dei sepolcri passa a valori collettivi, diventando base della civiltà e della memoria
nazionale. Ha una funzione educativa.
La poesia, come il mito, è un’illusione, ma un’illusione utile: i miti, infatti, pur non essendo reali, danno origine alla civiltà e alla
storia umana.
Se Jacopo Ortis non trova consolazione nella storia, in questo carme F. la accetta, perché la poesia riscatta tutto, consola e dà onore.
L’endecasillabo sciolto è carico di forza nascosta. Sono usate spesso inversioni sintattiche (figura retorica che modifica l’ordine
normale delle parole nella frase per enfatizzare un determinato elemento), enjambements (procedimento stilistico: conclusione verso
spezzata al verso dopo), epiteti (figura retorica che consiste nell’aggiungere un aggettivo o un nome per caratterizzare una persona:
Achille piè veloce) e formule tipiche di Omero (patronimici e similitudini).
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SESTO TOMO DELL’IO
È un’opera ironica, distaccata, scettica, un progetto di romanzo autobiografico di cui restano solo alcune pagine. È qui che appare la
maschera di Didimo Chierico.
LE GRAZIE
È l’opera di F. più riuscita e affascinante, ma anche la più difficile, che meglio rispecchia il suo rapporto aperto con la scrittura.
Vi lavorò in periodi diversi della sua vita senza mai completarla del tutto.
Nel disegno generale doveva essere suddivisa in tre inni (composizione poetica in genere abbinata a musica):
Il primo: dedicato a Venere, parte dal rapporto della dea con le Grazie (le tre figlie di Zeus, esse sono la personificazione
della bellezza e della grazia femminile) e si ispira alla statua che Canova aveva realizzato della dea e che era stata collocata
nella Galleria degli Uffizi. L’apparizione dal mare greco della dea evidenzia la funzione civilizzatrice della sua bellezza,
capace di allontanare gli uomini dalla loro brutalità.
Il secondo: è dedicato a Vesta (dea romana della casa e della famiglia) e descrive il viaggio delle Grazie dalla Grecia in
Italia.
Il terzo: è dedicato a Pallade (Atena, la dea della saggezza e della guerra) e doveva essere ambientato nel mitico
continente di Atlantide, dove le Grazie si sarebbero rifugiate per fuggire da una civiltà corrotta e priva di bellezza, e da
dove Pallade le avrebbe mandate tra gli uomini, ma coperte da un velo ricamato con immagini che evocano sentimenti
nobili, per proteggerle dagli sguardi indegni.
Il poema rappresenta il cammino della civiltà umana, grazie all’uso di allegorie e immagini ricche di significati morali, civili e
filosofici.
TESTI
IL SACRIFICIO DELLA PATRIA NOSTRA È CONSUMATO (589)
Dalle ultime lettere di Jacopo da Ortis. È la lettera di apertura del romanzo. Jacopo nel 1797 si rifugia sui colli Euganei per evitare
persecuzioni contro i patrioti giacobini.
Il sacrificio della nostra patria è consumato: cessione di Venezia all’Austria con il trattato di Campoformio del 1797. Foscolo affemra
che anche se sopravvive, gli resta solo il dolore e la vergogna. Poi afferma che il suo nome è nelle liste di proscrizione: cioè è
considerato un nemico politico, probabilmente un patriota repubblicano. Non vuole scegliere tra due mali:
chi lo opprime (le potenze straniere, es. Austria)
e chi lo ha tradito (Napoleone, che prometteva libertà ma ha venduto Venezia).
Rifiuta ogni compromesso: preferisce la fedeltà alla patria alla sopravvivenza (commetta è un latinismo). Lascia Venezia per amore
della madre, per non farla soffrire, ma è una scelta dolorosa. Molti patrioti italiani furono costretti all’esilio o alla fuga dopo il 1797.
Visione di F. della situazione politica dell’Italia: gli italiani partecipano al nuovo governo oppressivo per
avere un ruolo di potere tradendo sé stessi (si macchia di sangue facendo le spie dei loro connazionali).
Jacopo è in uno stato di disperazione totale. Ha perso fiducia nella patria e in sé stesso. Questo
annuncio anticipa il tema del suicidio, che chiuderà il romanzo. Anche da morto vuole evitare
l’umiliazione di finire in mani straniere. Spera che il suo sacrificio non sia dimenticato, ma pianto da
pochi patrioti veri. Chiude con una visione quasi sacra della sepoltura: morire ed essere sepolto in
Italia è l’unico conforto. Visione pessimistica della realtà: per lui la realtà non può essere cambiata,
aspetta la prigione e la morte. La morte offre un’ultima consolazione: momento di ricongiungimento con
le persone che ci vogliono bene. La morte appare come l’unica alternativa, ma anche un valore positivo,
come una forma di sopravvivenza. Tuttavia, la morte non è solo negativa:
È anche un modo per sopravvivere nel ricordo degli “uomini buoni”;
È un modo per trovare pace nella “terra dei padri”, visto che Jacopo si sente senza patria.
Questa prima lettera anticipa i due temi centrali del libro:
Nichilismo → perdita di speranza, dolore, disperazione;
Illusione → ricerca di valori come la memoria, l'onore e il ricordo.
Il romanzo è scritto in forma epistolare (cioè a lettere). Questo rende la narrazione molto emotiva e
personale, perché Jacopo racconta gli eventi mentre li vive.
Lo stile è:
Tragico ed enfatico, come nelle tragedie di Alfieri;
Pieno di frasi brevi, frasi forti e secche come sentenze (scrittura paratattica);
Ricco di domande retoriche e contrasti, che mostrano il conflitto interiore del protagonista.
IL COLLOQUIO CON PARINI: LA DELUSIONE STORICA (591)
Dalle ultime lettere di Jacopo Ortis. Jacopo si trova a Milano, capitale della Repubblica cisalpina e incontra
il vecchio poeta Parini. Jacopo in questo testo parla della sua passeggiata con Parini a Milano. Parini parla
a lungo di Milano a Jacopo (Milano era sotto il dominio degli spagnoli nel 500 e 600 e austriaco nel 700).
Attualmente invece Milano è sotto il dominio dei francesi, che governano violando ogni diritto dei cittadini
(licenza: degenerazione della libertà).
Lettere prostituite: i letterati si vendono al potere, esaltando il nuovo regime. In una società del genere
non è possibile l’eroismo. Anche tutti i valori positivi della tradizione vengono a meno: amore filiale,
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benevolenza. Parini gli parla poi degli avvenimenti recenti: parla dei nuovi criminali, uomini piccoli,
meschini, senza coraggio. Non sono nemmeno degni di essere nominati, perché non hanno la forza
d’animo dei grandi personaggi del passato come Silla o Catilina. Silla fu uno dei protagonisti delle
guerre civili a Roma nel II-I secolo a.C. ed era di parte aristocratica. Dopo aver ottenuto la vittoria, impose
la sua dittatura. Catilina nel 63 a.C. organizzò una congiura, che fu sventata da Cicerone. Poi fuggì a
Roma, dove fu sconfitto in battaglia e ucciso a Pistoia nel 62. Entrambi i personaggi sono stati
rappresentati dagli storici come crudeli ma dotati di grandezza d'animo. Questi criminali moderni sono
solo ladri vigliacchi e presuntuosi, e Jacopo dice che è più onesto non parlare nemmeno di loro.
Queste riflessioni lo fanno infuriare, lo spingono a ribellarsi. Si alza pieno di rabbia e grida che, anche se
moriranno, forse il loro sacrificio farà nascere un vendicatore (citazione da Virgilio, Eneide. Invoca
Didone contro Enea che l'ha abbandonata), qualcuno che un giorno riporterà giustizia alla patria.
Dialogo tra Parini e Jacopo. Due posizioni rispetto all’agire dell’individuo nella società (è possibile fare
qualcosa):
Jacopo: vale la pena rischiare di morire per liberare il paese dal potere opprimente. Il nostro
sacrificio non sarà invano qualcuno lo prenderà come esempio e potrà fare qualcosa per la patria.
Parini: analisi lucida e realisticamente consapevole dell’impossibilità di ogni alternativa.
Parini lo ascolta in silenzio, poi lo invita a calmarsi e gli dice che, se vedesse una minima possibilità di
libertà, lui stesso combatterebbe, nonostante la vecchiaia. Ma siccome non vede speranza, non può
fare altro che lamentarsi del presente corrotto. Parini suggerisce a Jacopo di trasformare il suo
dolore e la sua rabbia in passioni più utili. Jacopo allora riflette sul passato e sul futuro, ma non trova
nulla che lo possa salvare: ogni speranza lo delude. Racconta a Parini la sua sofferenza, le sue passioni, e
il suo amore per Teresa, che descrive come un angelo sceso in terra (riferimento mitologico: Enea degli
inferi, cerca invano di abbracciare il padre Anchise, che è ormai solo un'ombra. Il senso è che le speranze
sono solo vani fantasmi). Parla anche della madre, immaginando che, se conoscesse tutto il suo dolore,
pregherebbe Dio di farlo morire (altrimenti lei lo afferrava per i vestiti per evitare che si uccidesse).
Tuttavia, dice che l’unica cosa che ancora lo tiene in vita è la speranza di liberare la patria.
Parini ascolta con dolore, ma lo avverte:
La gloria degli eroi dipende in parte dal coraggio, ma anche dal caso e dai delitti.
Gli chiede: sei davvero disposto a essere fortunato e crudele per ottenere questa gloria?
E poi lo ammonisce: non aspettarti la libertà dallo straniero, perché chi accetta l’aiuto degli
invasori porta solo danno al popolo e vergogna per sé stesso.
Alla fine, conclude che, in tempi violenti, la forza scrive le leggi col sangue (legge del più
forte), e chi vuole emergere deve sacrificare perfino la virtù, come fece Annibale, il famoso
generale cartaginese. Annibale, durante la prima guerra punica sembra essere sul punto di
conquistare l’Italia ma non gli vengono connessi rifornimenti dalla madrepatria e cercherà poi
alleati in giro per il mondo.
Parini gli dice che un giovane come lui, pieno di passione ma senza ricchezze e astuzia, sarà sempre o
usato da un politico intrigante o schiacciato dai potenti. Anche se Jacopo riuscisse a mantenersi
puro e intatto da corruzione e inganno, alla fine rischia di essere calunniato, imprigionato, e dimenticato.
Parini continua dicendo che, anche se Jacopo riuscisse a superare la prepotenza degli stranieri e la
corruzione della sua gente, e a ottenere la libertà della patria, non potrebbe evitare i sacrifici
morali della politica. Spargere il sangue per fondare una repubblica, causare guerre civili, terrorizzare
la gente, ed eliminare chi è contrario: tutte queste azioni lo renderebbero un demagogo o un tiranno.
Parini spiega anche che la gente cambia rapidamente opinione: giudica solo il risultato e si schiera con
chi ha il potere. La virtù diventa quella che serve a mantenere il potere, mentre l'onestà è vista come
dannosa. Per conquistare il popolo, bisogna ingannarlo e manipolarlo. Parini poi avverte Jacopo che, anche
se dovesse raggiungere il potere, la sua pace sarebbe distrutta. Per mantenere il trono, il giovane
potrebbe diventare un tiranno, un dittatore senza scrupoli, perdendo la sua umanità. Diventerai anche
tu un tiranno se prendi il potere: salito al potere sarai pronto ad uccidere chi obbietta. Esempio della
Rivoluzione francese: passa dalla Repubblica democratica alla dittatura di Robespierre.
L'impulso a dominare, da parte degli individui superiori, e a servire da parte delle masse è presentato da
Foscolo come una legge di natura. Gli uomini, perciò, sono trascinati al dominio e alla servitù
indipendentemente dalla loro volontà. Qui si ispira al pessimismo di Hobbes e polemizza Rousseau, che
riteneva l'uomo buono per natura (l’uomo per natura se è forte è prepotente, se è debole invece vile).
L’uomo è di per sé portato al male, è una condizione naturale.
Filosofo-tiranno: i rivoluzionari si presentavano come filosofi che operavano secondo il lume, ma senza
rendersene conto diventano dittatori. Allusione a Robespierre. (ti resta la possibilità di conquistare il
grado elevato di capitano ad arruolandoti nell’esercito e puoi raggiungerlo mediante il coraggio feroce di
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sottrarre le ricchezze a chi le possiede.) Parini conclude con un'immagine amara: l'umanità soffre quando
nasce un conquistatore e l'unica speranza è che il suo regno finisca presto.
Jacopo rimpiange l’eroismo di Cocceo Nerva, storico romano, che per non lasciarsi coinvolgere dalla
decadenza politico-morale, si lasciò morire di fame quando si accorse che l’imperatore Tiberio (42 a.C. 17
d.C.) era diventato tiranno. L'unico modo per sottrarsi alla contaminazione inevitabile dell'agire politico è
la morte. Jacopo, come Foscolo, è ateo, Parini invece prete, è credente, trova conforto nelle speranze
ultraterrene.
Attraverso il pessimismo di Parini, Foscolo esprime il proprio pessimismo sulla possibilità dell'agire politico
in questo momento. Un'azione rivoluzionaria contro la dittatura napoleonica non risolverebbe nulla,
poiché sfocerebbe inevitabilmente in un'altra dittatura.
La riflessione mette in luce la differenza tra Jacopo Ortis, protagonista dell'omonimo romanzo di Foscolo, e
lo stesso Foscolo. Jacopo, deluso dalla realtà storica, arriva al suicidio come unica via d'uscita, esprimendo
una visione nichilista. Foscolo, invece, pur condividendo la delusione per le speranze rivoluzionarie, non si
arrende al nichilismo e continua a partecipare criticamente alla storia, operando sotto il regime
napoleonico. Il suicidio di Jacopo può essere visto come un gesto simbolico che permette a Foscolo di
liberarsi dalle tendenze negative della sua personalità, continuando a riflettere sul suo ruolo nella storia.
Sebbene Jacopo rappresenti una visione di disperazione, la sua vicenda rimane una tappa importante nel
percorso intellettuale di Foscolo.
A ZACINTO (624)
Il sonetto fu composto tra il 1802 e il 1803 ed è dedicato all'isola dove il poeta nacque, Zante, nel Mar
Ionio, chiamata qui con il nome greco antico Zacinto.
Struttura sintattica: vi è un unico blocco sintattico di undici versi che comprende due quartine e la prima
terzina a cui segue un enunciato che occupa l'ultima terzina. Il discorso non si conclude nelle terzine e
quartine, ma sono legate tutte, non c’è il punto. C’è l’enjambement, una figura retorica che si verifica
quando una frase o un pensiero continua nel verso successivo senza pausa, creando un effetto di
continuità e di sospensione. Il discorso si presenta come un flusso appassionato e ininterrotto.
Tutta la poesia è costruita su rimandi: ricongiungimento alla madre greca, quindi anche alla madre. L’idea
di giacere viene ripresa all’ultimo verso: riposare da bambino e riposare nel sonno eterno. Tutte le rime
richiamano l’acqua (e onde): l’acqua è associata alla vita e al concetto di madre. Zacinto nasce da Venere,
che nasce dall’acqua. L’assenza di acqua significa morte: la sepoltura è sterile e secca. UI unisce una
dimissione biografica (le sue origini) alla mitologia. Nessuno verserà lacrime perché non tornerò come
Ulisse in madrepatria.