BUSINESS HISTORY DAL NOVECENTO ALL’ERA DIGITALE
L’imprenditorialità in età preindustriale
L'impresa è considerata come un nucleo originario e principale dell'affermazione del sistema
capitalistico, un'istituzione economica che viene messa in discussione a partire dalla crisi del sistema
capitalistico, ovvero dagli anni 70 in poi.
Il manager è un soggetto dotato di competenze teoriche ed esperienza pratica generica, che nel corso
della sua carriera sviluppa delle competenze specifiche all'interno dell'impresa nella quale opera. Il
fatto che una parte delle competenze di un manager siano strettamente legate all'impresa cui opera è
un elemento significativo perché, quando decide di cambiare lavoro una parte delle sue competenze
non se le porta dietro perché sono legate al rapporto creato con la vecchia impresa.
L'imprenditore è inteso come colui che innova, assume dei rischi, coglie le opportunità di mercato,
organizza la produzione e assume le decisioni ai massimi livelli. Prima del codice del 1942 non
esisteva una definizione del concetto di imprenditore, che veniva definito come il commerciante e il
commerciante veniva a sua volta confuso con la figura del capitalista. La figura dell'imprenditore è
rimasta per molto tempo nell'ombra. Gli economisti appartenenti alla prima scuola di pensiero (scuola
classica) come Adam Smith (fine 1700) hanno ignorato l'imprenditore dalle loro analisi. Con la prima
rivoluzione industriale (prima metà dell'Ottocento) prima in Gran Bretagna e poi cinquant'anni dopo
in altri paesi, ci fu qualche tentativo di identificazione ma limitato al suo ruolo di capitalista. Nella
seconda metà dell'Ottocento, con la seconda rivoluzione industriale, la figura dell'imprenditore finisce
nel dimenticatoio perché le grandi imprese vengono nazionalizzate in buona parte e questo implica
che non ci sia l'imprenditore come soggetto economico principale, ma la grande impresa manageriale
che implica separazione tra proprietà e controllo. Solo quando la grande impresa va in crisi, o viene
accusata di essere una delle cause della fine del boom economico con la sua incapacità di adattarsi al
mercato, allora si torna allo studio dell'imprenditore e delle piccole e medie imprese.
Il mercato è un andamento e funzionamento determinato da tanti fattori come, ad esempio, dal
numero di abitanti e dal reddito pro capite. Un altro elemento che ha un ruolo importante è la cultura,
intesa come l'insieme delle conoscenze condivise unanimemente, sia come generale atteggiamento di
una comunità o nazione nei confronti dell'attività economica. Dipende dalle tradizioni, usi,
conoscenze, religioni e così via.
APPROCCIO EUROPEO
Se pensi ad un'impresa italiana viene subito in mente un'impresa familiare, ad esempio la Fiat. Questo
significa che nella cultura c'è alle spalle un processo che porta ad identificare le imprese come imprese
familiari. Significa che l'idea europea identifica le imprese, anche di grandi dimensioni, con gli
imprenditori, persone fisiche, soggetti, perché la nostra tradizione ci ha portato verso questa strada.
APPROCCIO AMERICANO
In questo caso si ha una spersonalizzazione dell'impresa, che viene considerata come un insieme di
assets, nessuno sa nemmeno chi è il manager o l'amministratore delegato. È un'impresa con un
insieme di beni.
APPROCCIO GIAPPONESE
Ad esempio Toyota. Il lavoratore che abita nella città dove c'è la fabbrica della Toyota ritiene la
Toyota come una famiglia, si crea un legame personale tra lavoratori e azienda, ed i lavoratori si
sentono parte della famiglia. I giapponesi hanno questo approccio nei confronti del lavoro e delle
imprese e infatti hanno una produttività molto elevata. Le prime grandi imprese giapponesi erano
imprese sotto forma di gruppo, controllate da famiglie mercantili con una forte influenza sul territorio.
Lo stato ha un ruolo che è rilevante e lo è sempre stato sotto tanti punti di vista e livelli differenti.
Come minimo crea il contesto giuridico all'interno del quale imprenditori e imprese operano, questo
vale anche nell'epoca preindustriale e durante la prima rivoluzione industriale. Lo stesso Adam Smith,
che professava che lo stato non dovesse intervenire, diceva che lo stato deve garantire diritti e creare
una struttura giuridica tale per cui l'economia possa autoregolarsi e progredire. Ad esempio, negli
Stati Uniti c’è precoce emanazione nei vari stati di legge che autorizzano e tutelano la creazione di
società anonime, se lo stato non si tutela con un contesto normativo nessuno si fida. Da Stato
regolatore si può passare a stato imprenditore (esempio nazionalizzazioni). Lo stato gestisce
direttamente attività produttive o disservizi, si appropria di aziende e ne costituisce di proprie. C'è
anche un tipo di modello misto come quello europeo, dove ci sono imprese private e anche
nazionalizzate, caratterizzato dalla libera iniziativa economica che implica che continuino a resistere
imprese private oltre al fatto che lo stato operi come impresa privata, diventa imprenditore ma non
crea un mercato monopolistico, crea concorrenza con i soggetti privati. Lo stato tipico dell'economia
socialista agisce anche come pianificatore dando alle imprese degli obiettivi. Lo stato può essere
anche dirigista, ad esempio il meccanismo che si mette in moto durante l'economia di guerra con la
conversione alla produzione bellica. All'atto pratico lo stato influenza alcuni settori produttivi per
convertire la produzione tramite obblighi e imposizioni, l'esempio tipico è la dittatura, in cui lo stato
impone alle imprese di produrre ciò che vuole e le obbliga a vendere allo stato quel bene prodotto al
prezzo deciso da lui. Solitamente per permettere alle imprese la conversione lo stato paga molto e
stampa molta moneta.
L’imprenditore in età preindustriale
Le forme imprenditoriali si trovano anche in epoche precedenti alla prima rivoluzione industriale e
non possono essere ignorate, come:
Aziende agricole
mercanti medievali e case commerciali
compagnie commerciali privilegiate (ad esempio VOC ed EIC)
settore manifatturiero: mercanti-imprenditori
banchieri e mercanti/banchieri.
Le caratteristiche del sistema economico in età preindustriale sono:
Il rischio e l'incertezza erano molto elevati rispetto all'economia contemporanea, come ad
esempio il contadino in balia del clima o il mercante che ha scarse informazioni su ciò che
avviene in piazze lontane.
Ci sono numerosi vincoli che limitano la disponibilità di risorse e la mobilità di fattori
produttivi. Anche l'attività mercantile è mutata, da mercante devo valutare che i prodotti
prendere, a che costo, dove venderli e a che prezzo. Per esempio nel 1500 bisognava comprare
delle merci oggi per averle tra un mese per poi venderle tra mesi, c'è il rischio del viaggio, la
deperibilità del prodotto, ma soprattutto ho informazioni sui prezzi di mercato che risalgono
a mesi prima. Magari ho comprato il grano ad un prezzo x e ho un margine di guadagno
limitato, arrivo sul posto e il prezzo crolla quindi devo vendere a sottocosto. Tutti coloro che
svolgevano attività economica avevano enormi vincoli.
C’è un ruolo cruciale dello status giuridico e soprattutto sociale, soprattutto in regime di
servitù o schiavitù. Non c'era la possibilità di nascere figli di servi e diventare mercanti, poi
successivamente nacquero ad esempio a Genova i nuovi nobili, che legandosi a famiglie nobili
avevano la possibilità di diventarlo anche loro, ad esempio Cambiaso, ma in generale la
mobilità sociale non c'era.
Ci sono varie interpretazioni al come è avvenuto il passaggio dall'età moderna all'età contemporanea,
quindi dall'epoca preindustriale all'epoca industrializzata.
Adam Smith era un economista scozzese vissuto nella seconda metà del 700 (1723-1790),
appartenente alla scuola classica. Secondo lui il passaggio da un'epoca ad un'altra ha avuto come
focus il ruolo e lo sviluppo del commercio e quindi l'allargamento del mercato come motore della
crescita economica. Lo sviluppo del commercio ha favorito una migliore allocazione delle risorse,
ovvero ciascun paese e ciascuna area inizia a puntare la propria attività produttiva verso ciò che è più
funzionale alle varie condizioni e ciò che gli riesce meglio; e una miglior divisione del lavoro. L'epoca
medievale aveva un'economia abbastanza chiusa, dove il feudo cercava di produrre ciò che gli serviva
anche se il terreno non era predisposto, quindi ottenendo una scarsa produzione. Il resto lo
importavano dopo lo sviluppo dei commerci. Il periodo preindustriale viene anche definito come era
della prima globalizzazione perché è l’era nella quale il mondo si è allargato.
Carl Marx, vissuto in Germania tra il 1818 e il 1883, riteneva che i passaggi da un’epoca ad un’altra
fossero dovuti al variare dei rapporti di produzione, cioè all’emergere della conflittualità tra i
proprietari dei fattori produttivi, che sono capitale, terra e lavoro, ma alcuni ritengono anche ci sia un
quarto, ovvero la capacità imprenditoriale. Marx ritiene che in ogni passaggio si è sempre manifestato
un conflitto che ha determinato uno spostamento degli equilibri. Il passaggio dall’epoca feudale
all’epoca moderna avviene quando il sistema feudale va in crisi perché i feudi spariscono, va in crisi
il meccanismo sociale e quindi il benessere della classe dominante dei feudatari (nobili), quindi il
sistema economico va in crisi. Poiché si sviluppa il commercio, emerge la borghesia, ovvero i
mercanti.
Si crea quindi in primis un rapporto conflittuale tra il vecchio e il nuovo, quindi il passaggio da
nobilità (proprietariato) a borghesia (potere). Il secondo passaggio vede il ruolo importante delle
innovazioni tecnologiche della prima rivoluzione industriale che comportano una diminuzione dei
costi di produzione di tutta una serie di beni che diminuiscono (come il cotone o i prodotti di ferro),
una diminuzione del prezzo di vendita a quindi si verifica un nuovo allargamento del mercato. Nasce
qui la figura dell’imprenditore innovatore, mentre la scuola classica rifiuta questa definizione.
Emerge quindi anche una nuova classe, il proletariato (classe operaia), emerge quindi il sistema di
fabbrica, sulla quale questa nuova classe ha potere. Nasce a questo punto un nuovo conflitto tra il
proprietariato del capitale e il proprietariato della forza lavoro, una nuova categoria di lavoratori
salariati che esisteva già prima, ma ora hanno il potere di incidere sul sistema economico.
Forme imprenditoriali in età medievale e moderna (età preindustriale)
L’epoca preindustriale era caratterizzata da un’economia prevalentemente agricola. Del PIL ipotetico
il 70%/80% arrivava dal settore primario e quasi tutti i lavoratori erano impiegati in questi ambiti.
Nascono le aziende agrarie., che hanno bisogno di non produrre solo per l’autosufficienza, ma una
quota minima della produzione deve essere destinata al mercato. La definizione implica un legame
tra produzione e consumo/mercato. Ci sono tre livelli di legame:
1. Ben difficilmente o molto raramente troviamo contadini che producevano esclusivamente per
autoconsumo, questo perché tendenzialmente almeno una piccola parte di produzione
quantomeno da destinare allo scambio c’era sempre.
2. Al livello superiore si trovano le aziende agricole, agricole che avevano interesse principale
l’autoconsumo, ma la % destinata alla vendita era più rilevante (il contadino spesso non era
proprietario, per cui se consumava tutto non riusciva a pagare il canone d’affitto e poi c’erano
imposte che gravavano sui terreni). Azienda agricola leggermente più evoluta.
3. Produzione di quantitativi più ampi e di contadini che abitualmente si rivolgono al mercato
per vendere parte della produzione e avere soldi per acquistare altro ad esempio manufatti. Si
sviluppa un rapporto anche tra la città (che diventa mercato di sbocco dell’azienda agricola)
e la campagna/ contado (che diventa mercato di sbocco per produzione manufatti). La
produzione nelle campagne si specializza. Più l’azienda è soggetta al mercato più
un’oscillazione nei prezzi di mercato influenza la sopravvivenza dell’azienda stessa. Il prezzo
del grano dipendeva dall’offerta, dalla quantità che si riusciva a produrre, anche perché la
domanda di questo bene è rigida. Dal lato domanda, nel lungo periodo, poteva succedere che
un aumento della popolazione poteva portare a una pressione sulla domanda con conseguente
aumento dei prezzi. Un aumento significativo del prezzo del grano che conseguenze aveva
sulle aziende agricole? Se all’azienda agricola il raccolto è andato bene e vendo una %
rilevante al mercato sono felice perché guadagno di più, ma se il prezzo è aumentato è perché
ci sono stati dei cattivi raccolti. Si pone una distinzione fondamentale tra le aziende medio-
grandi e quelle legate all’autoconsumo. Le prime vedranno bene l’aumento dei prezzi, le
seconde si trovano davanti a un problema rilevante: obbligate ad acquistare il grano sul
mercato che è salito (per sfamarsi) spesso costringendo a vendere la terra del proprietario
terriero.
Mercanti medievali e case commerciali: come si evolve tale figura? Fino al XIII secolo i mercanti
viaggiavano insieme alle merci poiché la circolazione era limitata. Nello sviluppo commerciale tale
viaggio diventa un’eccezione e i mercanti iniziano a restare in sede. Si creano le c.d. case commerciali
con mercanti in sede e la nuova figura degli agenti (generalmente i cognati oppure appartenenti alle
stesse religioni o semplicemente investitori stranieri). Tali soggetti raccolgono ingenti capitali e si
occupano anche dell’attività di banchieri. Gli accordi erano generalmente di natura temporanea e al
termine vengono divisi i profitti.
Casa San Giorgio era un ente della Repubblica, cui tutti prestavano soldi allo stato. Si crea la
compagnia quando gli interessi dei prestatori diventano unificati, prestando congiuntamente soldi allo
stato. San Giorgio aveva un proprio consiglio di amministrazione e possedeva controllo territoriale,
ossia territori controllati in autonomia. Vi erano più sedi che rispondevano ad un’unica sede centrale.
Compagnie commerciali privilegiate: Con lo sviluppo del commercio transoceanico divengono
necessari maggiori capitali e nascono quindi compagnie sotto forma di società anonime. Sono
compagnie con individui che possiedono azioni, con l’obiettivo del commercio, e privilegiate perché
ottengono monopoli dallo stato di cui fanno parte. Ad esempio, EIC East India Company e VOC
Compagnia Olandese delle Indie Orientali rappresentano un’innovazione istituzionale sia nel modo
di finanziare le imprese, sia nella gestione dei rapporti col mercato asiatico. Sono finalizzate al
commercio di lunga distanza e il capitale dell’impresa è suddiviso in quote; le quote non sono
nominative ma possono essere liberamente scambiate sul mercato. Il più importante elemento di
novità è la durata delle compagnie a tempo indeterminato e rappresentano uno dei primi esempi di
società anonime, cioè società con netta separazione tra proprietà e gestione.
VOC
Nasce con delibera degli Stati generali nel 1602 con 1800 investitori iniziali, di cui la maggioranza
da Amsterdam. Presenta il monopolio delle attività commerciali nelle colonie, controllo territoriale e
diplomatico. Il CdA (17 membri) viene eletto tra i 60 investitori più importanti.
L’obiettivo è controllare economicamente (e sotto certi aspetti anche militarmente) le colonie olandesi
in Asia.
I problemi:
- declina quando la domanda europea si sposta dalle spezie a thè e cotone (importati da colonie
inglesi)
- la sua struttura centralizzata (da Amsterdam) non consentì un rapido adeguamento ai mutamenti del
mercato.
EIC
Fondata da 218 mercanti nel 1600; conta inizialmente 125 azionisti, in seguito vengono messe in
vendita nuove azioni e gli azionisti arrivano a 1000. Possedeva il monopolio del commercio
nell’Oceano Indiano, fonda città come Hong Kong e Singapore e la direzione è affidata a un
governatore + 24 mercanti che costituiscono il comitato esecutivo. La struttura, a differenza della
VOC, è decentralizzata: la corte generale controlla il comitato esecutivo e comprende tutti i detentori
di azioni, ma presenta elevata flessibilità. Le sedi della compagnia in India e Cina hanno grande
autonomia decisionale e la centrale di Londra si occupa solo di coordinamento e delle operazioni a
livello locale. Cresce soprattutto nel 1800.
Per i late comers diventa quindi difficile inserirsi nel circuito d’affari, dal momento in cui era
presidiato dalla VOC e dalla EIC. imprese e mercanti operanti in altri stati attuano:
- Strategia dell’imitazione: idea di copiare VOC/EIC di un mercante olandese che vive a
Genova. Creano una compagnia della Repubblica e nel primo viaggio vengono arrestati
dalla VOC.
- Creazione di porti franchi intorno al 1590 (Genova e Livorno), ossia porti marittimi dove
il mercante che arriva con una nave non paga tasse di importazione nel caso volesse
ripartire; le pagherà solo se vende le merci. Inoltre, tutte le navi possono entrare in tali porti.
Sono hub creati soprattutto negli stati del mediterraneo per catturare commercio
internazionale pagando tasse ridotte. Un altro profitto è dato dai magazzini, ossia sviluppo di
depositi di stivaggio enormi. Stimolano la neutralità del commercio a prescindere dalle
guerre. Per cui si passa da un’ideologia di mercantilismo a una di liberalismo.
Settore manifatturiero - mercanti imprenditori (settore secondario): dal pdv economico il peso della
produzione era molto limitata. Ci sono 3 forme di organizzazione della produzione:
1. Artigianato con botteghe nelle città: acquistava MP, la lavorava e vendeva. Le
corporazioni erano organizzazioni di mestiere di cui ne facevano parte i maestri artigiani.
Tutti gli artigiani dovevano essere iscritti per lavorare e il governo ne stabiliva anche il
numero massimo per garantire pari opportunità per tutti. Il mercato era fortemente
regolamentato.
2. Industria a domicilio: attività manifatturiere che si spostano nelle campagne presso le
famiglie contadine che si occupavano di tale attività durante il tempo libero. Il mercante/
imprenditore investiva comprando MP, lo distribuiva nelle case dei contadini e il prodotto
veniva messo sul mercato o in città.
3. Manifattura centralizzata o protofabbrica: produzione accentrata in un unico edificio in
cui è presente tutto il processo produttivo. L’imprenditore fa costruire l’edificio, compra MP,
paga dipendenti e vende il prodotto. Si differenzia per un investimento in capitale fisso,
impiego di macchinari rudimentali e precede il sistema di fabbrica.
- Banchieri e mercanti: dal basso medioevo si sviluppano i commerci e l’economia monetaria
•cresce il ruolo dei governi
• declino dei rapporti feudali
• aumento di spese militari
• i prestiti diventano cruciali per la politica finanziaria degli stati (che si finanziano tramite il
fisco, l’emissione di titoli e appunto prestiti da “specialisti della finanza” a cui ricorrono in
maniera sistematica)
- I mercanti (soprattutto italiani) controllavano una vasta rete di relazioni commerciali in tutta
Europa e nel bacino del Mediterraneo ed erano quindi in grado di spostare ingenti quantità
di denaro tramite le loro filiali e compagnie associate. Dal XII secolo non a caso l’Italia è il
paese europeo dove il credito e le operazioni bancarie si sviluppano maggiormente.
Secondo alcuni studiosi anche la creazione di posti franci sono dei fenomeni che lentamente poi
portano a ideologie come il liberalismo, contrapposte a ideologie precedenti come il mercantilismo
che è quello che vi dicevo scrivi e poi sono scelte per portami la bilancia commerciale a favore dei
singoli stati soprattutto per quanto riguarda le materie prime sono i primi due i due sono a Genova e
Livorno più o meno in contemporanea anche qua vi dicevo sono una forzatura del mercato c'è una
crisi agricola non c'è da mangiare e non costa niente importare cereali e quindi tutti i mercati genovesi
che si trovano nei Paesi Bassi fanno e c'erano due posti ci sono colonie genovesi fanno accordi con
imbarcazioni olandesi per caricare grano nel baltico in russia in polonia e portarlo a genova senza
pagare tasse.
La riflessione in tema di imprenditore
Andremo ad analizzare imprenditore e impresa, soggetti strettamente legati alle rivoluzioni
industriali. Il concetto di imprenditore sarà più rispondente alle forme di impresa della I Riv.
Industriale (imprenditore che ha proprietà e controllo), mentre nella II Riv. Industriale la figura
dell’imprenditore verrà meno e nascerà la figura del manager a seguito di dimensioni maggiori e
separazione tra proprietà e controllo. Successivamente si osserverà come un’impresa di grandi
dimensioni, in un contesto di crisi, fatica ad adattarsi e, di conseguenza, emergeranno di nuovo
imprese ‘’più snelle’’, nonché nuovamente la figura dell’imprenditore.
Dal pdv teorico, è sempre esistita una definizione di imprenditore? No, gli studi sull’imprenditore per
lungo tempo hanno previsto una figura dell’imprenditore nell’ombra, ossia una figura che o veniva
confusa o non veniva considerata. Nella seconda metà dell’800 la figura dell’imprenditore assumerà
una posizione importante, ma nella II Riv. Industriale subentreranno i big businesses e l’imprenditore
non verrà considerato nuovamente, poiché al centro degli studi vi sarà la grande impresa e quindi il
manager. Successivamente, nella III Riv. Industriale, l’imprenditore verrà studiato nuovamente in
quanto protagonista nelle nuove forme d’impresa.
La definizione dell’imprenditore nel nostro ordinamento giuridico si trova all’interno del Cod. civ.
all’art. 2082: E’ imprenditore chi esercita professionalmente una attività economica organizzata al
fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi. Il Codice civile è stato emanato nel 1942
e sostituisce la definizione del codice di commercio, emanata nel 1882, che derivava dal codice
napoleonico del 1807. Nel codice di commercio l’imprenditore era confuso con il commerciante, a
sua volta confuso con il capitalista. Non c’era una definizione di imprenditore, ossia chi esercita
professionalmente un’attività, in modo continuativo, tramite un’attività economica organizzata, che
combina dei fattori produttivi per il fine di produzione o scambio di beni e servizi volto
all’ottenimento del profitto.
Tentativi di definizione del termine imprenditore e correnti di pensiero.
Tradizione continentale (tutta l’UE escluso UK): risale al tardo medioevo (1200-1300) a seguito
del grande sviluppo delle città italiane con attività economiche molto più fiorenti rispetto ad UK.
Tutto ciò che si riguarda il termine ‘’economisti’’ da metà ‘700 indietro, prima di Adam Smith, in
realtà non riguarda economisti di professione; la figura dell’economista nasce da Smith, prima non
esisteva, infatti non esistevano trattati di economia. Perché non esistevano economisti? Lo sviluppo
economico non era così grande da far emergere la necessità di studiosi economici. La prima scuola
di pensiero nacque con A. Smith, costituita dalla scuola classica. Vi erano mercanti, banchieri,
giuristi, uomini d’affari, religiosi che pubblicavano trattati su usura, forme di prestito, all’interno
dei quali venivano trattate anche problematiche di natura economica. Spesso, nei temi di natura
economica, si parlava di attività mercantile per cui, in maniera indiretta, legittimavano l’esistenza
della figura dell’imprenditore (non vi era definizione, non lo nominavano, ma lo si leggeva tra le
righe), ossia colui che svolge l’attività con l’aspettativa di un profitto, che rappresenta la
remunerazione per il rischio che il soggetto corre per lo svolgimento di tale attività.
Alcuni imprenditori citati:
Benedetto Cotrugli (mercante di Ragusa, “Della mercatura e del mercante perfetto” descrisse il
metodo della partita doppia), Paolo da Certaldo (mediocre mercante del 1300, “Libro di buoni
costumi”, l’espressione più gretta della mentalità piccolo‐ borghese), Benedetto Zaccaria
(ammiraglio genovese del 1200, uno dei più grandi della storia del mediterraneo, stratega delle
posizioni dominanti di mercato).
Il primo scritto ‘’Saggio sulla natura del commercio in generale’’, pubblicato dal banchiere francese
Richard Cantillon di origini irlandesi, che introdusse il termine entrepreneur, ossia il vero
organizzatore di tutto ciò che si produce, colui che cerca di cogliere le opportunità del mercato, che
corre il rischio (comprare a un prezzo certo e vendere a un prezzo incerto). Nel saggio,
l’entrepreneur si riferisce solo al settore primario e all’affittario, colui che affitta la terra per vendere
al mercato. Nella Francia dei primi ‘700, all’epoca della pubblicazione del saggio, si sviluppa una
corrente di pensiero dei fisiocratici che consideravano il settore primario come l’unico settore da cui
si può produrre ricchezza. Si ricorda tale saggio per l’utilizzo del termine per la prima volta, ma non
per la definizione della figura.
Si osservano altri soggetti che si agganciano a tale filone, come Abate Baudeau, un religioso che si
affianca alla scuola fisiocratica. Si focalizza solo sul settore primario e riesce a far capire che è
presente una figura che opera in questo ambito diversa dalla figura del proprietario e del bracciante
salariato. L’imprenditore non affronta solo il RISCHIO, ma anche l’INNOVAZIONE. In agricoltura
non era un salariato del proprietario della terra, bensì il proprietario del raccolto, perché metteva in
atto le migliorie e correva i rischi (riduceva i costi e aumentava il profitto).
In Italia, nei primi dell’800, col nascere della scuola classica di A. Smith, Melchiorre Gioia,
imprenditore piacentino, politico ed economista seguace di A. Smith e Jean Baptiste Say, riesce a
capire che esisteva una figura che operava nel settore secondario, ossia una figura intermedia tra
proprietario capitalista e operaio. Tale figura viene chiamata ‘’agente intermediario’’.
Jean- Baptiste Say, industriale ed economista francese, seguace della scuola classica in un mercato
di concorrenza perfetta emanò la Legge degli sbocchi/ legge di Say: l’offerta crea la propria
domanda; quindi, non vi possono essere prodotti invenduti. Se tale legge funziona, in un sistema di
libero mercato, non ci possono essere quindi crisi di lungo periodo e/o crisi di sovraproduzioni. Se
l’offerta supera la domanda i prezzi scendono e, di conseguenza, il prezzo che scende fa aumentare
la domanda e si torna automaticamente in equilibrio mercato che si autoregola senza intervento
dello Stato. Nel 1803 pubblicò un trattato di economia politica; oltre ad essere economista, fu anche
imprenditore e individuò anche lui la figura intermedia dell’agente. Considera l’agente come
soggetto salariato e, all’interno di un contesto statico quale la scuola classica, lo Stato non deve
intervenire e il margine di azione dell’agente è comunque limitato, con imprese che subiscono il
mercato e che possano adattarsi il più velocemente possibile.
Tradizione anglosassone: risale alla seconda metà del ‘700.
Adam Smith ignorava completamente la figura dell’imprenditore perché non trova un equivalente
della figura dell’entrepreneur e, nei suoi scritti, confonde la figura dell’imprenditore con quella di
capitalista, ossia colui che investe solamente il capitale; vi saranno poi i salariati.
Le imprese- fabbriche della I Riv. Industriale erano molto semplici, con capitalisti che investono,
perlopiù tramite autofinanziamento, e organizzano, ma tale capacità viene considerata in misura
residuale.
David Ricardo non individuava nella capacità innovativa la caratteristica distintiva
dell’imprenditore, ma lo considerava solamente come colui che investe i capitali e il suo profitto.
Per cui, si concentra sul capitalista, a differenza della tradizione continentale.
John Stuart Mill- contesto classico che inizia a cambiare a metà ‘800. Il contesto economico
presentava la rivoluzione dei trasporti (ferrovie) che implicava imprese di maggiori dimensioni, e
nascita di società anonime. Inizia ad emergere separazione tra proprietà e controllo e Mill iniziò a
usare il termine entrepreneur, ossia la figura che organizza l’attività d’impresa salariato; una sorta di
dirigente stipendiato.
Karl Marx, non britannico, nel ‘’Libro III del Capitale’’ distingue capitalista attivo (colui che
investe il capitale prendendolo a prestito) e proprietario del capitale (azionista o banche): il primo
paga al secondo l’interesse. Il capitalista attivo viene remunerato tramite ‘’salario di controllo”, più
alto di quello del comune operaio in quanto retribuzione di un lavoro più complesso.
Nella II Riv. Industriale vi sono molte contaminazioni tra tradizione continentale e anglosassone. La
tradizione continentale lascia la figura dell’imprenditore nell’ombra e viene messa da parte l’attività
di coordinamento. Si sviluppa un’analisi ‘’scuola marginalista o scuola neoclassica’’, quindi
cambierà l’analisi economica e ci sarà un contesto di equilibrio di mercato. Alcuni studiosi
dell’epoca furono Leon Walras e Vilfredo Pareto appartenenti alla scuola neoclassica.
Walras: fu il primo a proporre la teoria dell’equilibrio economico generale. Introdusse l’idea
della presenza di tanti mercati e affermò che se n-1 dei mercati è in equilibrio, anche il mercato
residuale lo sarà. Ad esempio, su 10 mercati, se 9 mercati sono in equilibrio anche il decimo lo sarà.
Nella situazione di mercati in equilibrio, le forze che agiscono sul sistema economico sono tali che
nessun operatore economico, sia dal lato impresa sia dal lato consumatore, è sollecitato a modificare
le sue scelte. Non essendoci incentivo non c’è spazio per soggetti che intendono modificare le
proprie scelte.
Pareto, famoso per ‘’L’ottimo paretiano’’. Prende la teoria dell’equilibrio economico generale,
aggiungendo il concetto di ottimo. Quell’equilibrio è la migliore soluzione possibile, ossia non è
possibile aumentare l’utilità di un operatore economico senza contemporaneamente diminuire
l’utilità di un altro massima utilità per tutti. Non c’è spazio per l’iniziativa imprenditoriale
perché si alternerebbe l’equilibrio e si uscirebbe dalla situazione di ottimo paretiano.
Un primo passo in avanti si ha con Alfred Marshall, (scuola neoclassica) la cui opera più importante
è Principals of Economics. Fa un’analisi degli equilibri parziali, torna a focalizzarsi sul
funzionamento dei singoli mercati, ad esempio di un bene specifico. Dice che la domanda e l’offerta
e i meccanismi che le regolano agiscono in maniera indipendente rispetto a quello che succede sugli
altri mercati. Si parla di equilibri parziali, quindi non tutti devono essere in equilibrio e non devono
funzionare seconde le stesse logiche. È colui che da origine all’economia industriale. Egli riconosce
l’esistenza della figura dell’imprenditore come il quarto dei fattori produttivi. (capitale, terra, lavoro
e imprenditore con la sua capacità organizzativa). Viene riconosciuta la sua importanza nel combinare
i fattori produttivi e questo ruolo viene remunerato con una quota dei fattori produttivi. Non è ancora
una visione dell’imprenditore come qualcuno che provoca uno shock nel sistema economico con la
sua iniziativa.
Dall’altra parte torniamo sul filone della tradizione continentale che si muove in una chiave
neoclassica. A riguardo ci sono diversi autori che in qualche maniera individuano una qualche
funzione importante dell’imprenditore. Ad esempio Carl Menger, fondatore della scuola austriaca.
Pone le premesse per un’analisi precisa della figura dell’imprenditore, perché dice che bisogna vedere
i meccanismi che determinano i comportamenti dei singoli soggetti, degli agenti individuali,
marginalizzando gli studi di aggregati macroeconomici quali il reddito o la ricchezza nazionale. Come
Max Weber, Werner Sombart che pubblicò un’opera sul capitalismo moderno, parla di spirito di
impresa come propensione al rischio.
Il punto finale che fa uscire il concetto di imprenditore è Joseph Schumpeter (1883-1950). Si parla
ancora oggi di imprenditore di imprenditore Schumpeteriano. L’imprenditore in senso di motore di
sviluppo economico. Con la sua visione di imprenditore è il primo a promuovere un approccio
dinamico del funzionamento del sistema economico. Un’analisi dinamica del sistema vuol dire che il
sistema economico è caratterizzato da shock esogeni che ne influenzano l’andamento; quindi, che
non rispondo esattamente alle leggi di mercato. Secondo Schumpeter gli shock esogeni sono
determinati dalle innovazioni tecnologiche, che sono introdotte dall’imprenditore. Il suo studio pone
in evidenza il ruolo dell’imprenditore come colui che prende capitale a prestito, ad esempio, dalle
banche e stimolato dalle aspettative di profitto monopolistico introduce innovazioni sul mercato.
Secondo questa logica il progresso tecnologico regola sia l’andamento dei tassi di interesse sul
capitale preso a prestito sia i saggi di profitto. L’imprenditore introduce le innovazioni per
guadagnarsi una posizione monopolistica. Imprenditore Schumpeteriano vuol dire imprenditore
innovatore in poche parole. La prima opera importante nella quale opera questi concetti si chiama
“teoria dello sviluppo economico”, dove spiega il funzionamento di questo meccanismo e mette in
evidenza la differenza tra innovazione e invenzione. L’invenzione è un qualcosa che porta ad un
progresso tecnologico, ad un cambiamento tecnico scientifico, ma finché non ha un’applicazione
pratica nei processi produttivi non ha impatto sul sistema economico. Nel momento in cui porto
l’invenzione sul mercato, ovvero nel momento in cui va ad eliminare una strozzatura nel processo
produttivo e mi dà un vantaggio diventa un’innovazione.
Nella seconda opera dice che le innovazioni hanno questo impatto perché sono a grappolo o sono
cluster di innovazioni, difficilmente sono innovazioni singole, ma sono gruppi di innovazioni. Questo
è l’aspetto più rilevante e dietro c’è l’imprenditore innovatore che fa scattare questo meccanismo. La
secondo opera si chiama Business Cycles (1939). Quest’opera è importante perché analizzando
l’andamento ciclico dell’economia verifica che questo andamento oscillatorio dell’economia sono
determinati dall’affermazione di grappoli di innovazioni in settori chiave. Un ciclo economico è una
fluttuazione nell’attività economica globale che si può studiare tramite PIL e tasso di occupazione.
Secondo Schumpeter questo andamento ciclico dell’economia, ovvero che ci sono fasi positive che
si alternano a fasi di crisi, ogni ciclo economico comprende la fase positiva e la fase negativa. Tre
cicli economici, tre onde di Konfratiev, studiate da Schumpeter:
1. Primo ciclo->Prima rivoluzione industriale (1786-1842). Innovazioni del settore tessile e
metallurgico. Il tutto è stato determinato dalle innovazioni tecnologiche che hanno dato il via
a questo ciclo. In questo periodo sono state introdotte innovazioni da parte degli imprenditori
che hanno un impatto tale sul sistema economico da determinare un shock esogeno che
determina una crescita. Dopo di che ogni volta che si introduce un cluster di innovazione
l’effetto positivo ad un certo punto va a svanire.
2. Secondo ciclo (1843-1897). Il cluster di innovazioni riguarda il settore dei trasporti, ferrovie
e navigazioni a vapore.
3. Terzo ciclo (fine 800 e la metà del 900). Settore elettrico, chimico e produzione di automobili.
Il ruolo dell’imprenditore diventa cruciale fino ad un certo punto. Spostandoci dal secondo al terzo
ciclo ci sarà ancora in piccola parte l’imprenditore innovatore ma l’ottica si sposta verso il manager,
quindi l’impresa e la capacità innovativa dell’impresa. Non si risponde più alle leggi automatiche di
equilibrio.
Schumpeter nel 1832 si trasferisce ad Harvard, dove insieme a Arthur Cole, fonda un centro di
ricerca dove si fonderanno studiosi di business history, come Alfred Chandler. È importante come
Schumpeter cambia la sua analisi con il trasferimento. Si parla di primo e secondo Schumpeter, il
primo è quello che vive in Europa, il secondo è quello degli Stati Uniti. Il secondo viene descritto
come isolato, depresso. Va in crisi perchè tutto quello detto fino ad ora negli Stati Uniti degli anni 30
non funziona, perché sono già nell’ambito della grande impresa manageriale; quindi, lo spazio per
imprenditore innovatore non c’è più, il protagonista è l’impresa con il manager. L’innovazione è
endogena alle imprese. Lui scrive Capitalism, Socialism and Democracy nel 1942 dove spiega il
passaggio da capitalismo imprenditoriale al capitalismo trustificato (i trust sono accordi di cartello
tra grandi imprese), che è il capitalismo dominato da grandi imprese, dal big business. Parla di
socialismo manageriale, l’attenzione non riguarda più l’imprenditore. Quindi questo è un passaggio
importante, che ci porta al filone di studi sull’impresa.
Da Schumpeter in avanti ancora per un certo periodo troviamo alcuni studiosi che prendendo spunto
da Schumpeter si focalizzano su aspetti differenti, ad esempio Frank Knight (1885-1972), studioso
americano che affianca le sue linee di ricerca con il secondo Schumpeter. Non si focalizza
sull’innovazione, ma parlando di imprenditore come il concetto di rishcio e di incertezza. Si focalizza
sulla propensione al rischio dell’imprenditore. Il rischio è misurabile e valutabile a differenza
dell’incertezza. Un imprenditore e anche successivamente un’impresa devono sempre agire in
condizioni di incertezza, può succedere sempre qualcosa di sconosciuto. Vuol dire prendere decisioni
su cosa fare e come farla in condizioni di incertezza; quindi, l’imprenditore di successo sarà quello
che prende le decisioni migliori.
Si sviluppa anche la scuola neoaustriaca con focus su soggetti, agenti o imprenditori, che devono
impegnarsi e prendere decisioni per superare i vincoli esterni non controllabili.. Troviamo sul mercato
due agenti economici, i consumatori e gli imprenditori o le imprese. Il consumatore è un soggetto che
non ha informazioni sufficienti per valutare il funzionamento del mercato, è un price taker, qualcuno
che subisce il prezzo di mercato. L’imprenditore è un soggetto che nel momento in cui deve portare
avanti le proprie strategie e deve fissare il prezzo, deve non solo valutare il costo della sua attività
produttiva, ma anche prevedere il futuro andamento dei prezzi del mercato per cercare di collocarsi
al meglio su quel mercato. L’imprenditore deve raccogliere informazioni per cercare di prendere le
decisioni migliori, ma non tutti gli imprenditori hanno le stesse informazioni. Questo concetto
dell’informazione e del ruolo dell’informazione viene sviluppato da un economista britannico
chiamato Mark Casson (1945-..),che pubblica un’opera chiamata “The Entrepreneur: an Economic
Theory” (1982). L’imprenditore viene inteso come colui che si specializza nel prendere decisioni
critiche per coordinare risorse scarse. L’imprenditore di successo è colui che ha un maggior accesso
alle informazioni, ma anche colui che le sa sfruttare meglio di altri. È il punto finale di questo filone
di studi.
Dalla concezione statica alla concezione dinamica
dell’impresa
Studi che man mano mettono da parte la concezione statica e anch’esse ci portano verso una
concezione dinamica. L’impresa, nell’ottica anglossane, neoclassica, era una sorta di scatola nera,
ovvero un’unità economica che si adattava alle condizioni del mercato, ad un ambiente dato e
immodificabile. L’impresa di successo è quella che è più abile nell’adattarsi alle condizioni del
mercato. In questa chiave le imprese sono anch’esse price takers, non sanno influenzare l’andamento
dei prezzi. C’è poco spazio per analizzare le capabilities, le abilità di adottare strategie che consentono
all’impresa di fare qualcosa.
Occorre più una concezione dinamica di un’impresa che consapevole del contesto, degli eventi
passati, ne fa tesoro per adottare delle strategie che le consentono di influenzare l’andamento del
mercato.
Werner Sombart (1863-1941) scuola tedesca, cui opera principale è “Il capitalismo moderno”.Non si
focalizza sulle imprese, ma sul processo di formazione e maturazione dell’economia moderne, ovvero
del capitalismo. Nell’economia capitalista il soggetto è l’impresa. Il capitalismo è un’organizzazione
economica di scambio in cui collaborano, nel mercato, proprietari dei mezzi di produzione e i
lavoratori.
Anche lui segue i passaggi di Schumpeter, da imprenditore a impresa. Gli stati uniti cercano di
impedire la costituzione di accordi di cartello tra imprese, emergono le leggi antitrust (1887-1890-
1897). Le grandi imprese riesco ad influenzare l’andamento del mercato.
Adolf Berle e Gardiner Means
The modern corporation and private property (1932), pubblicato da questi due studiosi americani nel
quale sostanzialmente cercano di capire il peso sotto il profilo economico che hanno le maggiori
corporation, le grandi imprese americane. Vogliono dimostrare che peso avevano le grandi
corporations americano sul paese. Dimostrano che sulla base dei dati che loro analizzano, nel 1930
le 200 maggiori corporations americane controllavano la metà della ricchezza non bancaria del paese,
ovvero metà del PIL non di provenienza bancaria. La metà del reddito di un paese dipende dalle scelte
che effettuano le 200 maggiori imprese. Chi effettuava le scelte in quelle 200 imprese?
Complessivamente 2000 manager. Quindi stringendo, 2000 persone hanno invaso metà del Pil
americano. Da un lato ci fa capire quanto le grandi imprese erano molto gross e e ben più grosse se
rapportate alle grandi imprese manageriali europee. C’è un secondo elemento significativo, il fatto
che questo controllo fosse in mano ad un numero limitato di persone può portare con sé una serie di
problemi. La domanda che si fanno è: ma i 2000 manager, i 10 manager di ognuna corporation,
operavano davvero nell’interesse degli azionisti o portavano avanti strategie che rispondevano ai loro
interessi personali? Non sempre è così, ci sono state varie situazione in cui il top management aveva
fatto i propri interessi anche se erano contrari alla collettività. (Si parla di Public Companies. Una
public company non deve essere un’impresa pubblica, ma vuol dire che è un’impresa con un
azionariato talmente frazionato e diffuso da far sì che quell’impresa sia considerata di interesse
pubblico). Non a caso le public companies esistono ancora e sono sottoposto a legislazioni speciali,
come redazione estesa dei bilanci. Questo sistema, in cui il destino di milioni di persone è in mano a
poche persone, assomiglia quasi al sistema feudale, il feudatario con tutti i suoi vassalli. Quali sono i
gradi di separazione tra proprietà e controllo. Ci sono tre diverse forme di separazione:
Controllo di maggioranza, in cui la maggioranza degli azionisti è coinvolta direttamente nella
gestione dell’impresa. Pochi azionisti sono esclusi.
Controllo di minoranza, in cui la maggioranza degli azionisti è esclusa dal controllo della
società. Tanti piccoli azionisti con quote minoritarie, che coprono magari il 70% dell’azienda.
Controllo degli amministratori (public companies). In cui sono tutti esclusi, si ha un controllo
esclusivo da parte dei manager, nessuno degli azionisti può influenzare la strategia
dell’impresa.
Questo fenomeno viene analizzato relativamente agli anni 30 da questi due. Sono anni nei quali
l’economia europea è molto più arretrata rispetto all’economia americana, sotto il profilo dei consumi
e quindi anche nell’evoluzione delle imprese.
Ronald Coase (1910-..)
Premio nobel per l’economia nel 1992. La sua opera più importante è The nature of the firm del 1937.
Parte dagli studi di Berle e Means, ma il suo obiettivo è definire meglio il concetto di impresa e
cercare di capire come mai le imprese crescono. Studia le diverse forme di organizzazione delle
imprese. Critica la concezione neoclassica di imprese, che ci diceva che le imprese sono price taker,
quindi un’impresa in un contesto del genere quella di successo è quella che riesce ad adattarsi meglio.
Lui dice che l’impresa efficiente descritta dai neoclassici potrebbe esistere solo in assenza di quelli
che lui chiama costi di transazione, ma le cose non stanno così. I costi di transazione sono i costi di
impiego dei meccanismi di mercato, ovvero tutti quei costi extra che l’impresa deve sostenere nel
momento in cui si rapporta al mercato. Ad esempio: un’impresa che decide di produrre un bene ha
una serie di fornitori, nel momento in cui bisogna stipulare un contratto di fornitura saranno necessari
dei costi per l’avvocato, per la stesura dei contratti. Le imprese possono anche internalizzare il costo
di transazione nel caso, ad esempio, in cui l’impresa dovesse aver bisogno costantemente di avvocati,
fino a creare un ufficio legale all’interno dell’azienda. In questo caso la scelta tra make or buy è make.
L’impresa ha l’obiettivo di ridurre al minimo questi costi di transazione e quella che li minimizza
meglio sarà la più efficiente e l’impresa dovrà sempre scegliere tra make or buy. L’impresa crescerà
fino a quando il costo di organizzazione della transazione arriverà ad uguagliare quello della sua
effettuazione sul mercato. Il secondo elemento importante è che secondo l’ottica di Ronald Coase
un’impresa che cresce avrà più convenienza ad internalizzare. Internalizzazione cresce ancora, più
internalizza più cresce e più cresce più avrà convenienza ad internalizzare. Se questo meccanismo
funzionasse all’infinito arriveremmo al punto finale con un’impresa unica enorme che si va a
sostituire al mercato, ma la crescita non è infinita. Ciò non succede perché oltre un certo limite questo
meccanismo non funziona più, perché un’eccessiva internalizzazione porta ad inefficienza, a cattiva
allocazione delle risorse. Quindi risulterebbe meno competitiva.
Questo approccio si lega ad un filone di studi relativi al mercato e alle imprese, che si chiama
approccio contrattuale, che considera l’impresa come un insieme di contratti fra diversi agenti
economici e che quindi in presenza di elevati costi di transazione (insiti nel mercato) vanno a dare
origine ad un sistema produttivo più efficiente del mercato stesso. Questo approccio si contrappone a
quello manageriale (anni 50/60). Questo è un approccio che lascia poco spazio alla scelta individuale,
perché è un meccanismo abbastanza automatico.
Edith Penrose (1914-1996)
Fa il percorso inverso rispetto a Ronald Coase. La sua opera più importante si chiama The Theory of
the growth of the firm (1959). I suoi scritti per molti anni sono stati messi da parte, ma perché in
alcuni scritti si scagliava contro l’eccessivo sentimento anticomunista che c’era negli Stati Uniti.
Anche lei cerca di dare una spiegazione alla crescita dimensionale delle imprese americane. La sua
impresa è intesa come un insieme di risorse materiali e umane coordinate da un’organizzazione
amministrativa allo scopo di produrre beni e servizi. Parla dell’importanza dell’organizzazione
amministrativa, ci deve essere organizzazione interna. Lei si focalizza sul ruolo delle risorse umane
intese soprattutto come risorse manageriali, le risorse umane perché ritiene siano fondamentali per
pianificare la crescita di un’impresa e sono il frutto delle competenze acquisite all’interno
dell’impresa stessa. Da tutto ciò discende che queste competenze in larga parte non sono trasmissibile,
cioè, sono competenze strettamente legate al rapporto risorsa umana-impresa. Queste skills si
formano man mano nel corso del tempo; quindi, è un fenomeno che cresce nel corso del tempo. Lei
dice che nell’ottica di un piano ottimale di crescita di un’impresa succede che nel corso del tempo
aumentano le conoscenze, le competenze e ciò fa sì che si liberino risorse, cioè che all’interno
dell’impresa si vadano a creare delle risorse o competenze inutilizzate che rappresentano delle nuove
opportunità per l’impresa, che essa può cogliere per espandersi. Se non le coglie queste risorse non
solo si perdono ma tutto ciò porta ad inefficienza. L’impresa più efficiente è quella maggiormente in
grado di cogliere e sfruttare le opportunità che si creano all’interno dalla presenza di risorse
inutilizzate. Questa è la teoria della crescita dell’impresa.
Questo meccanismo ha una serie di limiti, non è un meccanismo eterno nemmeno questo. Il secondo
limite è che l’impresa cresce dimensionalmente diversificando la propria produzione. Secondo lei
questa strategia di crescita dovrebbe comunque essere limitata. A suo parere l’impresa può
diversificarsi, ma non allontanandosi troppo dal suo core business.
Alfred Chandler (1918-2007)
Il più importante degli ultimi decenni. È considerato uno storico di impresa. I suoi scritti sono analisi
molto puntuali sulla realtà americana inizialmente e poi anche al di fuori. Ha studiato e si è formato
al centro di ricerca di Harvard, formato da Schumpeter. L’insieme delle sue analisi prendono il nome
di Organizational Sintesis, nel senso che mette insieme tanti concetti di diversa ispirazione. Arrivano
da Weber, ma anche da Schumpeter. Da Schumpeter prende il ruolo delle innovazioni, che anche lui
considera il vero motore del cambiamento. Più che l’imprenditore il suo focus è sulla gerarchia
manageriale e quindi sulle strategie portate avanti dalla gerarchia manageriale. Ci sono una serie di
concetti chiave nella sua analisi:
1. Strategy anche structure (1962). Questo scritto è importante perché ci dice che la struttura
gerarchica che caratterizza ogni impresa è fondamentale per l’esistenza e lo sviluppo
dell’impresa stessa. Il concetto base di questo scritto è la definizione di strategia, intesa come
pianificazione e sviluppo dell’impresa, fissazione di obiettivi di medio-lungo termine. Ci dice
che cos’è la struttura, che è l’organizzazione progettata e costruita per amministrare i settori
di attività e le risorse dell’impresa, ovvero una struttura che prevede i canali di comunicazione,
sia in senso verticale sia in senso orizzontale. Ci dice che la struttura che un’impresa si dà è e
deve essere una conseguenza delle strategie. Se l’impresa decide di adottare una determinata
strategia, ma se non modifica la sua struttura in funzione di questa scelta strategica la strategia
porta inefficienza. Deve esserci un necessario adeguamento strutturale. Non a caso spiega la
struttura delle grandi corporations americane.
The visible hand (1977). In questo scritto ripercorre e analizza la storia delle grandi imprese
americane, anche quelle che si sono costituite un secolo prima.
Scale ad Scope (1990). Esce dai confini americani e inizia un’analisi per vedere che ruolo ha avuto
l’impresa manageriale in altri contesti. Caso tedesco, giapponese e così via. Sotto questo punto di
vista è convinto che il mondo dei manager e dei big business fosse relativamente semplice. Alla fine
della sua carriera era evidente che la situazione dei big business aveva evidenziate delle crepe, va in
crisi. Qualche dubbio che non fosse l’unico modello funzionale gli viene, ma la sua analisi è nota per
questi aspetti.
Michael Porter (1947-...)
Terminiamo il quadro relativo all’approccio teorico partendo da Chandler e andando ad analizzare
ulteriori studi. Porter, che è uno studioso di strategie aziendali e ha un approccio molto influenzato
da Chandler. L’aspetto interessante è la concezione dinamica dell’impresa, intesa come capace di
adattarsi all’’ambiente esterno e capace di modificare le condizioni date. In questo contesto il ruolo
chiave è dei manager, che sono in grado di dare all’impresa un vantaggio competitivo. Il management
deve valorizzare al meglio le risorse e le competenze distintive dell’azienda. Il mercato su quale opera
l’azienda è un mercato competitivo dove sono presenti le 5 forze di Porter (minaccia potenziali nuovi
entranti, potere contrattuale dei fornitori, degli acquirenti, minaccia di prodotti o servizi sostitutivi e
manovre di posizionamento dei concorrenti). L’elemento essenziale è che dato quel mercato,
l’impresa è un soggetto dinamico che vuole valorizzare le proprie risorse per avere un vantaggio
competitivo, come fa? Tramite strategie, che possono essere difensive, d’attacco, a lungo termine. Sia
quelle d’attacco e a lungo termine sono le uniche in grado di creare questo vantaggio competitivo.
Come l’impresa può crearsi questo vantaggio? Sostanzialmente ha tre diverse possibilità:
Abbassare i costi di produzione, quindi leadership di costo. Questo serve per vendere il
prodotto ad un prezzo più competitivo rispetto ai concorrenti. Es: costi di transazione.
Differenziazione. L’impresa che cerca di differenziare i propri prodotti nell’ambito dello
stesso settore rispetto agli altri produttori.
Focalizzazione. L’impresa focalizza la sua attività produttiva e le proprie strategie su un
determinato ambito, prodotto o settore.
Oliver Williamson (1932-…)
Americano e premio Nobel del 2009. È un economista, ma anche un sociologo e guarda anche
all’approccio psicologico. Combina l’istituzionalismo americano con la dottrina neoclassica e con la
scuola comportamentista (behaviourista). La teoria comportamentista si afferma nei primi del 900.
Questo approccio dice che i soggetti economici hanno per loro natura una razionalità limitata che
gli impedisce di avere una comprensione piena e completa del sistema economico e dei meccanismi
che ne regolano il funzionamento. Questo tipo di approccio si contrappone non solo all’approccio
contrattuale, ma si contrappone ancora di più all’approccio neoclassico.
L’impresa non è un insieme di assets, ma di persone. La teoria comportamentista dice che ognuno di
questi individui, dei manager, ha una capacità limitata in termini di comprensione di ciò che succede
sul mercato. Williamson dice che all’interno delle imprese le decisioni vengono prese attraverso un
continuo processo di contrattazione e conciliazione tra tutti i membri che la compongono, quindi tra
soggetti diversi, che hanno razionalità limitata. Questa razionalità limitata è uno degli elementi che
genera costi di transazione; quindi, la sua visone è che i costi di transazione dipendono dalla natura
umana, dalla sua razionalità limitata di quello che chiama l’uomo contrattuale, il manager. Insieme a
questo problema della razionalità limitata, Williamson ne aggiunge un altro, ovvero l’esistenza del
fattore opportunismo che determina le scelte di questi soggetti. Una parte delle scelte sono
sicuramente dettate da una razionalità limitata di ciascuna, ma ci possono essere anche comportamenti
opportunistici, con finalità egoistiche. Se mettiamo insieme la razionalità limitata e l’opportunismo
possono essere creati dei costi di transazione.
Tutto questo insieme di problematiche sociopsicologiche, ovviamente richiedono che le imprese
abbiano strutture di governo specializzate in grado di minimizzare queste problematiche, tenendo
conto che ogni impresa ha risorse limitate. Questo è l’aspetto importante, gerarchie manageriali
specializzate. Questa struttura che deve essere il più efficiente possibile, che l’impresa si deve dare,
deve essere tale da ridurre al minimo i costi di transazione e la scelta per ridurli sarà sempre make or
buy, quindi internalizzare o esternalizzare la transazione.
La teoria evolutiva dell’impresa
- Richard Nelson e Sidney Winter, il cui scritto più interessante è “An Evolutionary Theory of
Economic Change” del 1982. Vanno a riprendere i concetti proposti da Schumpeter, cioè,
mettono al centro della loro analisi l’importanza del cambiamento tecnologico. La capacità
innovativa dell’impresa come risultato di strategie di ricerca e sviluppo. In particolare, in
questo scritto riprendono il concetto di routine, inteso come l’insieme delle conoscenze
tacite che sono alla base della maggior parte delle attività dell’impresa e che sono il frutto
delle sue esperienze passate. L’elemento rilevante, in grado di dare il vantaggio competitivo
all’impresa, è la capacità che un’impresa ha di rinnovare la propria routine. Qua torna la
logica di Schumpeter, l’innovazione epocale contro il flusso costante di innovazione. Come
dice Schumpeter le attività dell’impresa sono delimitate da regimi tecnologici e ruotano
intorno a determinate traiettorie, che possono essere traiettorie naturali (economie di scala,
meccanizzazione). Il progresso tecnico può essere continuo (innovazione di processo che
consente di ottenere economie di scale e processi che portano a maggiore e più efficiente
meccanizzazione, quindi quando si svolge all’interno di un determinato regime e lungo una
precisa traiettoria) o discontinuo (quando si verifica il passaggio da un regime tecnologico a
un altro a causa di qualche innovazione rivoluzionaria) quando si ha un cambiamento
radicale di paradigma tecnologico.
Ci sono poi una serie di analisi più recenti, le teorie evolutive dell’impresa. Queste analisi seguono
filoni differenti, uno è tutto il filone improntato sulle capabilities, ovvero tutto quell’insieme di know
how, non solo tecnologiche, ma anche le risorse che si creano nel corso del tempo. Nel corso del
tempo le imprese si creano le capabilities, tutte le capacità che si creano nel corso della vita
dell’impresa, ma bisogna anche avere la capacità di creare e utilizzare tale conoscenza.
Un altro approccio che si lega a tutti questi aspetti e che per certi versi li smentisce è l’approccio e il
concetto di path dependence, ovvero la dipendenza di percorso. Sul mercato c’è la tecnologia A, viene
inventata la tecnologia B più efficiente, ma il costo di sostituzione non lo rende conveniente. Ci
possono essere fattori che in realtà i meccanismi di prima non funzionino. Il concetto di path
dependence è un po' più ampio, nel senso che ci dice che l’esito finale di un percorso (strategia
dell’impresa, processo di apprendimento interno, processo di creare e rottura della routine) può essere
influenzato da eventi casuali. Questo tipo di analisi proposta da Paul David possiamo vederla come
il punto di sintesi di tutti questi approcci. La path dependence ci dice che non è detto che le cose
vadano in un certo modo. Determina un risultato piuttosto che un altro. Un esempio potrebbe essere
la tastiera Qwerty. Per elaborare tale teoria, spiega cosa ha portato negli USA all’affermazione di tale
tastiera. Ad oggi, la comodità è data dall’abitudine ma i costi di sostituzione sono tali per cui non
conviene adottare una tecnologia nuova. Tale tastiera proviene dalle macchine da scrivere; nata per
far sì che, scrivendo in inglese, i martelletti non si incastrassero. Nello stesso periodo, altri tipi di
tastiere erano state prodotte, anche più efficienti della Qwerty. Perché, allora, si è affermata la
Qwerty?
Perché le più importanti scuole dattilografe avevano casualmente comprato la macchina da scrivere
con tastiera Qwerty. Se la dattilografa sa scrivere con la tastiera qwerty trova lavoro; chi con un’altra
macchina non trova lavoro si crea un circolo vizioso per cui la tastiera qwerty rimane, nonostante
non fosse la più efficiente, e le altre spariscono per un fattore casuale. Sostanzialmente, si tratta di un
percorso evolutivo “incastrato” (locked‐in) fra un piccolo accidente storico e le conseguenze
inevitabili da esso determinate.
L’impresa e il suo contesto
Gli approccio sono differenti. Tutti gli approcci visti fino ad ora servono per creare dei modelli che
servono per spiegare il comportamento delle imprese. Cosa guida sempre le imprese nelle scelte non
sempre risponde a queste leggi o elaborazioni teoriche che abbiamo visto. Non rispondono alle leggi
che regolano il rapporto tra impresa e mercato. Non tutto è così chiaro e non tutto è così netto.
Uno degli aspetti rilevanti è dato dai fattori culturali, che influenzano le imprese, la loro vita ma anche
il mercato in cui operano. Fattori culturali che possono essere definiti come l’insieme dei valori e
delle credenze condivise, l’insieme delle consuetudini, può essere anche l’insieme delle informazioni
e delle credenze diffuse in una popolazione. La differenza di cultura può essere molto importante, la
differenza tra la concezione di imprese nel contesto europeo e nel contesto americano. La concezione
di impresa che si ha mediamente in Europa coincide con uno stereotipo. Si ha una personalizzazione
del concetto di impresa, perché si identifica l’impresa con una persona, un insieme di persone
(famiglia) o una comunità (distretto). Si ha un approccio personale che deriva dalle tradizioni
socioculturali.
Nell’approccio americano l’impresa è vista come un insieme di assets, spersonalizzata. Questo perché
le imprese americane già a fine 800 tendenzialmente erano già di grandi dimensioni, con una netta
separazione tra proprietà e controllo.
Si può prendere l’approccio giapponese per il legame tra lavoratori e impresa.
È importante l’aspetto culturale, ma in passato era importante anche quello religioso. Differenze tra
area mediterranea cattolica, più contenuto ad esempio per divieto di usura, e Nordeuropa protestante,
con migliore posizione del soggetto.
Infine, si deve guardare anche l’etica e l’ideologia che si è diffusa storicamente in varie fasi. Ad
esempio, impatto dell’epoca di Mussolini sull’industria italiana per sviluppare la FIAT si sono
create le prime autostrade. Tutto era guidato da ideologie e principi.
DECLINO DELLA GRAN BRETAGNA
Sotto il profilo culturale troviamo un elemento che secondo molti studiosi ha determinato il declino
della GB e la sua perdita di leadership economica da parte delle sue imprese al fine 800. Nella GB di
fine 800 da oltre un secolo e mezzo dominava l’economia a livello mondiale, ma questa leadership si
perde a favore della Germania. I motivi sono:
il cambiamento tecnologico verso le tecnologie della seconda rivoluzione.
i settori erano settori maturi. Si era impegnata a pieno nei settori della I rivoluzione industriale
e non fu in grado di riconvertirsi in tempi brevi nei settori nuovi della II rivoluzione
industriale.
ma c’è anche un motivo di natura culturale. In Inghilterra c’è una generazione di imprenditori
che non ha più un grande propensione al rischio, si parla di nostalgia per la vita bucolica di
campagna, si siedono sulle loro posizioni. Si parla di disagio di progresso, perdono la capacità
innovativa e propensione al rischio, unito anche una scarsa attenzione verso il ruolo
dell’istruzione tecnico scientifica, si investe più sugli studi di natura letteraria, da parte del
governo inglese. Nel momento in cui si passa alla seconda rivoluzione questa istruzione non
è più sufficiente, e per questo emergeranno Germania e USA.
Strettamente legato a questo aspetto c’è la concezione e il ruolo di famiglia nel tessuto sociale nel
quale operano le imprese. Fin dalle prime fasi dell’industrializzazione europea c’era la tendenza a
preservare l’unità dell’impresa familiare, attribuendola al primo figlio maschio. Tutto veniva
trasmesso al primo genito maschio per questioni di natura economica, per preservare l’unitarietà di
un bene economico. Al giorno d’oggi il passaggio di proprietà delle aziende familiari è sempre un
momento molto critico nella vita delle imprese, rappresenta un problema che all’epoca non c’era.
Allo stesso tempo, però, all’epoca da un lato poteva essere visto come un aspetto positivo, ma
dall’altro veniva considerato un meccanismo che impediva la modificazione dei rapporti tra proprietà
e controllo, ostacolava la transizione da impresa familiare ad impresa manageriale. Alfred Chandler
considera solo l’impresa manageriale, non parla dell’impresa familiare perché le considera un
retaggio del passato, anche se un’impresa per un periodo dovesse essere familiare per lui poi doveva
passare ad impresa manageriale. Questo tipo di visione è considerato un ostacolo e quindi in maniera
negativa da Chandler, perché non permette il passaggio ad impresa manageriale.
C’è un altro aspetto rilevante, che è la cosiddetta sindrome di Buddenbrook. È un concetto
sviluppato da uno studioso americano di Harvard che si chiama David Landes. È uno scritto nel quale
lui utilizza questo concetto che ha estrapolato leggendo un romanzo di Thomas Mann, nel quale
descriveva la storia e il declino di una famiglia mercantile, i Buddenbrook. Fa riferimento a questo
romanzo perché lui analizzando l’evoluzione della vita delle imprese nota che a partire dalla terza,
anche quarta generazione, le imprese familiari iniziano a vivere una situazione di decadenza e di
disagio. La sindrome può essere definita come il disagio della terza generazione. Lui ha visto che
nelle imprese familiari c’è un fondatore (il nonno), che è colui che ha l’idea imprenditoriale e avvia
un’impresa, poi c’è il successore (figlio, seconda generazione) che tendenzialmente la amplia.
Arrivando alla terza (nipote) vede che tendenzialmente il nipote è colui che è già nato e cresciuto
nell’agio più totale e spesso è colui che non ha lo spirito imprenditoriale, la voglia di rischiare, è colui
che sogna la vita bucolica. Qualcosa del genere lo vediamo anche in estremo oriente, perché i gruppi
di impresa, controllate da grandi famiglie, sono alla base del sistema giapponese. Non è che questo
debba succedere necessariamente.
Legato sempre al concetto di famiglia dobbiamo anche pensare al fatto che la concezione stessa di
famiglia non necessariamente implica legami di sangue. Specialmente in alcune aree dell’estremo
oriente c’è una concezione più ampia di famiglia, come clan, includendo anche i cosiddetti parenti
acquisiti. Bisogna capire cosa si intende per famiglia, bisogna analizzare. Un altro elemento da
analizzare è l’approccio nei confronti delle donne, la presenza femminile nelle imprese. Ci sono
determinati ambiti e settori che hanno avuto storicamente una presenza femminile molto importante.
Questo è interessante perché tendenzialmente il fatto che un’impresa o un determinato settore sia
gestito da una donna, invece che da un uomo, porta delle differenze. La donna ha un approccio più
personale e meno gerarchico, ma è più coinvolta. Cambia il rapporto con i suoi manager, con i suoi
impiegati. L’approccio maschile è più gerarchico e più asettico e impersonale. Questo è un altro
aspetto interessante.
Il ruolo dell’istruzione
È un motivo per il declino della GB e per l’ascesa di Germania e USA, che hanno investito sulla
formazione tecnico scientifica. Nella seconda rivoluzione le innovazioni si creano verso le imprese,
per questo è importante la formazione tecnico scientifica. Diventa importante a fine 800 perché prima
il focus era sull’imprenditore innovatore. L’Inghilterra presentava tecnologie relativamente semplici,
prodotte soprattutto dal lavoro di artigiani e operai attraverso pratiche di apprendimento sul campo e
un processo di continue migliorie. A fine 800 la maggior parte degli imprenditori non aveva seguito
studi ma aveva affinato le proprie capacità attraverso la pratica. A metà 800 il tasso di analfabetismo
era ancora superiore al 30% e il sistema scolastico, basato sulle grammar school, prendeva esempio i
college di elite, permeati di cultura classica e con un ruolo minore per le materie tecnico-scientifiche.
Per quanto riguarda la Germania questa rappresentava quanto di meglio c’era in Europa in tutti e
quattro i tipi di conoscenza che costituiscono l’istruzione: la capacità di leggere, le cognizioni
professionali dell’artigiano e del meccanico, la combinazione di principi scientifici e di
addestramento tecnico e la conoscenza scientifica ad alto livello, teorica e pratica.
Lo Stato
Il ruolo dello Stato nel sistema economico e nei rapporti con le imprese è sempre stato molto
importante. Il rapporto Stato-impresa può, anche ad oggi, collocarsi su diversi livelli. Possiamo
individuare tre livelli:
Primo livello, dove lo Stato è detto dirigista. È lo Stato che si impone sulle imprese e
subordina l’attività delle imprese alle proprie finalità. In una dittatura può essere che lo Stato
imponga alle imprese, che restano private, determinati comportamenti. Ad esempio,
nell’ambito della storia europea ci sono altre situazioni in cui lo Stato deve diventare dirigista,
ovvero durante le due guerre mondiali, imponendo determinati cambiamenti di produzione.
Al lato opposto c’è lo Stato socialista, che in questo caso si sostituisce completamente alle
imprese private, non c’è iniziativa privata. È lo Stato che gestisce ogni forma di attività
imprenditoriale. Ad esempio il regime socialista sovietico. Ad oggi in Russia e altri, lo Stato
si è tenuto imprese rilevanti. In passato l’iniziativa privata era vietata.
In una posizione intermedia il rapporto Stato-imprese si manifesta in vari livelli. Ci sono vari
livelli di interventi da parte dello Stato. Ci può essere lo Stato regolatore, per esempio negli
Stati Uniti, che crea solo regole e agenzie di controllo nei confronti delle imprese private.
Questo è il livello minimo di intervento. Il modello di economia mista si diffonde e accresce
fino agli anni 80 del 900, fino a quando lo Stato inizierà a retrocedere, a privatizzare. L’ultimo
elemento da precisare è che anche nella situazione minima non è che lo Stato non interviene.
Un altro aspetto sul ruolo dello Stato regolatore, un elemento essenziale che determina lo sviluppo di
determinate forme di imprese piuttosto che altre è l’emanazione di leggi che consentono la
costituzione di società anonime, ovvero società per azioni. Le grandi imprese manageriale nascono
negli USA nella seconda metà dell’800 perché lì prima che in Europa consentono nuovamente la
costituzione delle società per azioni. Nel 1809 in Massachusetts, nel 1816 in Connecticut e New
Hampshire. In Europa questo succede con 20-30-50 anni di ritardo. Questo fa capire quanto il contesto
normativo sia essenziale. Ovviamente introdussero la possibilità di costituire società anonime, ma
con responsabilità limitata. Ci fu un ritardo notevole dell’Europa rispetto agli Stati Uniti, per esempio
in Itali nel 1882. Un altro elemento essenziale è la possibilità di creare un marchio e di proteggerlo
tramite brevetti. Negli Stati Uniti questo avviene molto più velocemente.
Mercati finanziari e finanzia d’impresa
L’evoluzione del mercato dei capitali è fondamentale per capire l’evoluzione dell’impresa e tutto ciò
è in buona parte legato alle leggi che consentono la costituzione di società autonome.
Tendenzialmente nel contesto americano come si finanziavano le imprese? Con il capitale azionario,
con il capitale di rischio. A questo riguardo possiamo immagine che abbia un contesto fondamentale
lo sviluppo del mercato borsistico per la collocazione dei titoli azionari in America. Al di là della GB,
in Europa c’è uno sviluppo tardivo delle società per azioni e questo ci fa capire che le imprese europee
si finanziavano con il capitale di debito, rivolgendosi al sistema bancario. Ci sono due differenti
modelli, uno è il modello Europeo che chiameremo bank oriented, dalla parte opposta c’è il sistema
americano e britannico che chiamiamo market oriented.
Innanzitutto, il ruolo essenziale delle istituzioni finanziarie (mercato dei capitali) per lo sviluppo delle
imprese è quello di mettere in collegamento chi detiene capitali, ossia chi investe, con chi li usa, ossia
chi necessita di reperire fondi.
Sulla base di quali criteri le imprese scelgono a che tipo di intermediario finanziario o tipo di mercato
di capitali rivolgersi per reperire i capitali che necessitano e, quindi, su cosa si basa la scelta?
2. Prezzo dell’operazione
3. Tipo di assetto proprietario/ rapporto tra proprietà e controllo (concentrato in poche mani,
dilazionato): nel caso Sampdoria, un soggetto ha obbligato l’aumento di capitale e l’ha
sottoscritto. Tale aumento ha fatto sì che l’azionista di maggioranza abbia perso il controllo e
non fosse più tale. Eseguo valutazione su capitale di rischio e di debito.
4. Quantità e tipo di capitale necessario: le imprese della I Riv. Ind. prevalentemente si
autofinanziavano e il ricorso alle banche era limitato a debito a breve termine/ prestito
commerciale. Dalla II Riv. Ind. gli investimenti in capitale fisso tendono a crescere (industria
chimica) con prestiti/ finanziamenti a medio-lungo termine o reinvestimento dei profitti in
azienda (autofinanziamento con capitale proprio/ reinvestimento).
Possiamo individuare due sistemi differenti che si affermano tra fine ‘800 e metà ‘900, ma che dagli
ultimi 50 anni tendono a convergere (dalla globalizzazione in poi):
1. Sistemi market oriented
Paesi anglosassoni (UK, USA).
USA: il motivo principale è lo scarso/ inadeguato sviluppo del sistema bancario, che per buona parte
dell’800 e inizi ‘900 è considerato l’anello debole dell’economia americana, a fronte di un rapido
sviluppo di imprese che diventano subito di grandi dimensioni, con manager, mercato che si sviluppa
rapidamente…. Elemento di arretratezza è lo scarso sviluppo del sistema bancario, che diventa un
problema nel confronto con imprese che si sviluppano rapidamente. Fino alla I Riforma Bancaria
1864, si parlava di free banking, ossia banche che esistevano ma operavano al difuori di qualsiasi
contesto legislativo non vi erano norme che ne regolavano l’attività. Il sistema bancario era diffuso,
ma instabile. Nel 1864 si inizia a mettere ordine al sistema bancario: un numero di banche inizia a
sparire e vengono create le c.d. banche nazionali, ossia una banca che poteva operare solo all’interno
di un singolo stato (banca California/ NJ); inizialmente potevano avere solo un’unica sede,
successivamente potranno aprire filiali solo nello stato federale. Vengono inoltre posti dei limiti al
numero di finanziamenti che potevano concedere.
Le prime imprese nate sono le compagnie ferroviarie, che si sviluppano con ampie dimensioni,
presentano delle problematiche circa la richiesta di prestiti alle banche, ossia l’individuazione della
banca dal momento in cui l’impresa opera su più stati.
Inizia a crescere il giro d’affari per il mercato borsistico (borsa di NY) e dai primi dell’800 iniziano
a diffondersi banche d’investimento, ossia intermediari tra imprese e mercato borsistico/ pubblico di
investitori (piccoli risparmiatori), volte ad aiutare le imprese a collocare sul mercato azioni e prestiti
obbligazionari.
UK (quasi un secolo prima di USA): in parte simile, poiché l’industrializzazione avviene con la I Riv.
Industriale per cui le imprese permangono di piccole dimensioni e, per lungo tempo, reperiscono
capitale tramite autofinanziamento. UK si industrializza senza la necessità di un sistema bancario
destinato al finanziamento delle imprese a medio-lungo termine, per cui gli istituti bancari erano
piccole banche locali/ commerciali che scontavano effetti o concedevano prestiti a breve termine;
funzione sussidiaria. Dalla II Riv. Ind., le imprese britanniche crescono dimensionalmente e il sistema
bancario fatica a crescere e rimane concentrato sui prestiti a breve termine/ credito commerciale. Da
un lato, si manifesta esplosione della borsa di Londra (centro finanziario più importante a livello EU),
dall’altro, il sistema bancario permane ancorato anche per legislazioni restrittive che non permettono
un adeguato flusso di finanziamenti a medio-lungo termine. Le imprese si finanziano con capitale
collocato sul mercato borsistico, attraverso l’emissione di azioni privilegiate (senza diritto di voto)
per non perdere il controllo dell’impresa.
2. Sistemi bank oriented
Tutta l’UE continentale + Giappone.
Gerschenkron: laddove, per avviare un processo di industrializzazione, non si verificano quei
cambiamenti del sistema economico (rivoluzione agraria, dei trasporti, commerciale, demografica),
devono intervenire i fattori sostitutivi, ossia le banche e lo Stato, che devono agire per indurre l’avvio
del processo.
Secondo Rostov, deve nascere un sistema bancario adeguato a fornire capitale di medio/lungo termine
alle imprese. Il Paese più industrializzato investe in quello più arretrato, ad esempio nel sistema
bancario.
Nascono banche d’investimento, che si specializzano nella concessione di prestiti a medio-lungo
termine; questo tipo di modello non aveva funzionato in Francia e stessa sorte capita anche a quelle
italiane presentano squilibrio con raccolta di capitali a breve ma investimenti a lungo.
Il modello tedesco di banche miste o universali è quello che funziona, imitato in Italia tramite banche
miste Comit e Credit. Per cui, in questi Paesi, insieme allo sviluppo delle imprese nascono banche
miste. Le banche miste finanziano le imprese a medio-lungo termine e acquisiscono una quota del
capitale azionario. Il finanziamento avviene concedendo prestiti e acquistando azioni dall’impresa
che finanzia (ciò che la rende banca mista), per cui alcuni membri della banca formano il CdA,
influenzando decisioni e strategie. In Italia, il rapporto banche e imprese si stringe altamente,
considerandolo come ‘’fratellanza siamese’’: la banca detiene pacchetti azionari delle imprese che
finanzia, ma le imprese detengono pacchetti azionari della banca partecipazioni incrociate. Durante
i periodi di crisi, vi è crollo del sistema (banca tira giù imprese e viceversa), come accaduto dopo il
1929, intorno al 1931-1932, in cui lo Stato è dovuto intervenire un po’ di volte fino al 1933, anno in
cui nasce l’IRI per salvare le banche miste in fallimento, facendole acquisire dallo Stato, che si trova
in mano le grandi imprese italiane di cui banche miste possedevano azioni, per cui lo Stato si trova
in mano il 40% del controllo, e le imprese diventano imprese pubbliche sotto il controllo dell’IRI.
In Giappone, le Zaibatsu poterono crescere grazie ai finanziamenti a lungo termine offerti da house
banks (banche miste).
Meglio market o bank oriented?
Secondo la maggior parte degli studiosi, il sistema bank si è dimostrato più adatto a contesti di Paesi
caratterizzati da scarsa trasparenza, circolazione di informazioni e presenza di situazioni di
monopolio/ oligopolio, quindi scarsa concorrenza; mercati in cui il mercato borsistico era scarsamente
considerato. Fino agli anni ’30 questo modello ha funzionato per lo sviluppo, poi è andato in crisi. In
Italia, nel 1936, emanazione di nuova legge bancaria che vieta la costituzione di banche miste e la
loro attività si ritorna a specializzazione bancaria.
Nel 1993, con la Legge Amato, nuovamente consentita costituzione di banche despecializzate.
Ad oggi, sono banche sempre più despecializzate e concentrazione dei grandi gruppi bancari.
Il sistema market oriented ha ottenuto maggiore diffusione nei Paesi con sistema bancario meno
adeguato, caratterizzati da maggiore trasparenza, libertà e concorrenza più evidente; mercati più
concorrenziali.
Dimensioni e performance delle imprese in prospettiva
storica
Come possiamo classificare le imprese?
Chandler studia e analizza le imprese manageriali, quindi grandi imprese, per cui potremmo fare una
classificazione di tipo quantitativo, quindi per settore ad esempio. Dovremo discostarci da questo
filone, trovando criteri non solo dimensionali, ma basati su performance, ad esempio con criteri
tramite indici come ROE, creazione posti di lavoro, rapporto tra azienda e territorio, longevità (da
quanto c’è un’impresa e da quanto sopravvive) per cui bisogna distinguere solidità e performance non
necessariamente positiva. Analizzare qualsiasi tipo o criterio di performance in azienda non è agevole,
poiché per natura le imprese di grandi/ medie dimensioni lasciano molte più tracce di quelle di piccole
o micro dimensioni; classificare le imprese è quindi molto complicato soprattutto per quelle di piccole
dimensioni. In passato, quindi, veniva svolta un’analisi sulla grande impresa e sulle sue
caratteristiche. Questo tipo di logica è prevalsa perché, specialmente dopo la II Guerra Mondiale, con
il piano Marshall (ERP european recovery program), vi è stata una sorta di convergenza verso il
modello di americano di forme di impresa. Si può parlare di americanizzazione dell’economia EU,
che ha adottato il modello di impresa tipico del contesto americano, con cambiamenti negli usi, nei
consumi e nei consumatori (diffusione di elettrodomestici e automobili). Tale cambiamento avvenne
all’interno delle grandi imprese, tipologia che maggiormente emergeva.
Il meccanismo di funzionamento del Piano Marshall era dato da:
- loans, prestiti minimali
- grants, ossia forniture gratuite di MP e beni strumentali destinati alla produzione industriale, forniti
dal governo americano ai governi richiedenti
Gli USA si interessano dell’economia UE, a differenza di quanto fatto dopo la I Guerra Mondiale
perché il mercato interno americano sembrava senza fine, per cui le imprese continuavano a crescere.
Tale isolazionismo americano porta a un mercato americano saturo, l’offerta inizia a superare la
domanda, e si verifica la crisi di sovraproduzione del ’29 e, per uscire dalla crisi, il governo inizia a
intervenire nell’economia, imponendo limiti produttivi e orari di lavoro; vanno ad agire sul lato
dell’offerta per limitarla tramite politiche di spesa pubblica.
Dopo la II Guerra Mondiale, USA produce piano Marshall per fornire ai governi richiedenti MP, beni
strumentali in paesi quali Italia, EU, ad eccezione di Russia e paesi sovietici. Il governo americano
compra le MP dalle proprie imprese che presentano così un mercato di sbocco, le cede gratuitamente
ai governi che le vendono alle imprese e con il ricavato portano avanti le politiche di sviluppo e di
ricostruzione concordate con il governo americano. Inoltre, i paesi che richiedono tali aiuti si
impegnano ad aprire le proprie frontiere alla produzione americana. Con il piano Marshall arrivano
in UE le agenzie di consulenza americane che vanno a lavorare per un certo periodo nelle grandi
imprese UE in cui arrivano MP americane e le riorganizzano su modello americano; quindi, tendono
ad americanizzarsi con catena di montaggio e produzione in serie. Anche sul fronte UE gli studi delle
imprese si concentrano su grandi imprese pubbliche e private. Le cose cambiano dagli anni ’70, con
shock petroliferi e crisi finanziaria, per cui iniziano segnali di crisi della grande impresa e iniziano ad
affermarsi altre imprese, come imprese a rete e distretti industriali; quindi, forme più flessibili.
Ma le grandi imprese continuano ad essere importanti quanto lo sono state nel passato? Quanto
contano le imprese medie e piccole?
Si inizia a parlare di vanishing hand delle gerarchie manageriali (invisible di Smith, visible hand data
da manager), ossia i manager che stanno fallendo nella loro attività, poiché sta perdendo d’importanza
la grande impresa manageriale a favore di imprese più flessibili.
Quanto pesano e hanno pesato le grandi imprese sull’economia dei paesi?
Studio proposto da uno studioso della London School Lasly Hannah, in cui è stato calcolato, per una
serie di anni campione, la quota di produzione nazionale di ogni paese derivante dalle prime 100
imprese. L’obiettivo è vedere quanto pesano sul sistema economico le prime 100 imprese del paese:
più la % è alta, più le prime 100 imprese sono grosse.
Nella tabella i dati vanno a smentire la logica di Chandler, ossia che il modello di impresa americano
fin dalle origini convergeva a una forma di grandi imprese manageriali, mentre gli altri paesi come
Germania, UK avevano seguito il modello americano.
Nella tabella non si notano grandi
differenze tra un paese e l’altro, ossia tra
USA e altri paesi. Inoltre, bisogna andare
nel II Dopoguerra per vedere una
produzione manifatturiera aumentata,
derivante da grandi imprese; per cui anche
in USA il peso delle grandi imprese
sembrerebbe limitato. Negli anni ’30
venne effettuato uno studio in cui si
affermava che le prime 200 imprese
detenevano gran parte della ricchezza del
paese; questo dato pari al 25-26% smentisce Chandler, ma conta che le altre imprese sono di grosse
dimensioni. Tali 100 imprese vengono chiamate sequoie giganti: se guardo un bosco non devo trarre
conclusioni guardando solo gli alberi giganti, ma anche a ciò che c’è intorno; un conto è se c’è un
prato, un conto se ci sono conifere. Di conseguenza, non bisogna solamente osservare le sequoie
giganti, ma è importante considerare anche cosa c’è intorno. Dalla tabella si denota che per tanti paesi
mancano dei dati: alla fine degli anni ’90 non c’erano dati quantitativi. Si osserva che nel modello
UK le imprese sono più grosse nel 1970/1990.
Un altro elemento è andare a considerare,
anziché la quota di produzione delle 100
imprese, la quota occupazionale e quindi la
forza lavoro assorbita. Lo studio è più
dettagliato perché considera la quota di
occupazione assorbita dalle prime 100
imprese, da quelle medie e quelle medio-
piccole. Il dato è degli anni ’90, in cui ruolo
importante è degli UK; in USA le imprese
assorbono ¼ della forza lavoro; Italia e
Giappone inferiore rispetto agli altri, ma dato
alto per le imprese medio-piccole dato
abbastanza alto anche per piccole imprese in USA. Le imprese medie assorbono la quota più rilevante
di forza lavoro (tranne che per Italia e Francia). Per cui, più si va avanti nel tempo più c’è convergenza
di forme e modelli di impresa.
Tendenzialmente, le imprese nel corso del tempo tendono a crescere dimensionalmente, ma
parallelamente, in parte han perso la loro importanza perché sono cresciute dappertutto, ma hanno
preso sempre più campo altre forme di impresa che hanno assunto un peso sempre più rilevante. Vi
sono settori produttivi che necessitano di grande dimensione per loro natura, come compagnie
petrolifere o industria chimica. Dagli anni ’90, in UE, si è verificato un fenomeno di
deindustrializzazione per il quale le imprese medio piccole sono più adatte. La forma di impresa
risponde sul tipo di attività a cui punta un paese.
Nella tabella successiva, si presenta un ulteriore dettaglio con anni diversi per paesi nell’industria
manifatturiera. Si osserva, nel caso italiano, il peso rilevante della forza lavoro assorbita dalle
microimprese con meno di 10 addetti, circa ¼ della forza lavoro (25%) forza del sottobosco
composto da tante microimprese. Oltre la metà della forza lavoro è assorbita da piccole imprese. La
Germania presenta ruolo importante di grande/media impresa, ma ruolo poco importante delle
microimprese; uguale per UK, USA, mentre Giappone presenta una grande somiglianza con il caso
italiano.
COSA È LA PERFORMANCE DELL’IMPRESA?
Non necessariamente gli indici di bilancio posso essere considerati e valutati con accezione positiva,
poiché dipendono da chi viene considerato come stakeholders.
Ci sono altri approcci che esulano da indici contabili:
Approccio della microeconomia: vengono fatte valutazioni contabili dell’efficienza nel
produrre servizi: ROI (Return on Investment), ROE (Return on Equity), ROS (Return on
sales), valutazioni patrimoniali della solidità dell’impresa (current ratio, indici di leva)
valutazioni di performance finanziarie (capitalizzazione di borsa, Tobin’s Q*)
Corrente istituzionalista: l’impresa efficiente è quella più abile a ridurre i costi di transazione.
Approccio evolutivo: l’impresa con performance migliore è quella più longeva capacità di
sopravvivenza dell’impresa. Ma l’impresa che sopravvive con contributi pubblici o falso in
bilancio come può essere considerata in maniera positiva?
Approccio sociologico: l’impresa efficiente è quella con maggiore capacità a raggiungere
determinati obiettivi.
Importante studio di Cassis, che ha cercato di mettere insieme tutti questi elementi per valutare le
performance:
- Dimensione, rappresenta una proxy della performanca e riguarda le quote di occupazione e
produzione su un determinato gruppo di imprese
- Rendimento (indici di redditività come ROS,ROI e ROE. Ma la ricostruzione per lunghi
periodi è molto difficile per mancanza di dati.
- Sopravvivenza (impresa nata nell’800 ancora esiste) o longevità
- Competitività (permane tra le prime 100 imprese? questo dipende dai cambiamenti
tecnologici). Quote di mercato o produttività, ma è utile soprattutto quando le imprese sono
simili.
- Etica e reputazione (difficile stimare tali aspetti). Si tratta di carattere qualitativo, come
l’impatto ambientale o la creazione di nuove opportunità di lavoro.
Sempre in quest’ottica, ci sono stati anche studi che hanno analizzato la logica della longevità, della
sopravvivenza e del mantenimento al vertice delle maggiori 100 imprese americane analizzate da
Chandler. Per cui, quante di queste imprese sono sopravvissute o cresciute dimensionalmente?
Quante hanno fatto bancarotta o chiuso la loro attività?
Alfred Chandler in Scale and Scope mette a confronto le performance di 200 imprese di USA,
Germania e Grand Bretagna nel corso del XX secolo. La grande impresa ha continuato a a dominare
per tutto il Novecento i settori ad alta intensità di capitali. Ma mentre in USA e Germania vi è uno
scarso ricambio fra le prime 200. Molte delle aziende hanno acquisito la leadership prima della guerra.
In Gran Bretagna il ricambio è stato molto maggiore, infatti poche imprese avevano acquisito la
leadership prima della guerra. Lo sviluppo delle capacità organizzative influenzano positivamente
non solo l’impresa, ma anche il settore e il paese in cui operano.
I migliori indicatori per valutare la performance di un’impresa, sono quindi:
La longevità
La permanenza ai vertici del sistema economico (legata alla longevità)
Il dibattito intorno a Chandler riguarda due quesiti: 1) È vero che in USA un ristretto numero di
imprese è rimasto in cima al ranking? „ 2) È vera la supremazia delle imprese americane e tedesche
su quelle inglesi?
Louca e Mendoca hanno fatto un’analisi sulle 200 maggiori imprese americane, fino alla fine del
secolo scorso. Ciò che le caratterizza è la turbolenza piuttosto che la continuità, infatti solo il 5%
compare nel top ranking in tutti e 6 gli anni base considerati, mentre il 49% compare solo una volta.
Il cambiamento è dovuto al susseguirsi dei regimi tecnologici (tesi evolutiva) (acciaio-elettricità,
petrolio-automobile, telematica). Però tutte e 28 le società sempre presenti hanno origine
nell’Ottocento. Alcune risalgono addirittura ai primi decenni del secolo, ma per la maggior parte sono
nate nei decenni finali. Risultati simili per l’Italia da Giannetti e Vasta (2004). Dal 1913 al 2001, solo
8 fra le 200 grandi imprese permangono nel campione
Nella tabella vengono rappresentate le
performance delle 100 imprese più grosse
nel 1912. Nel 1995 delle prime 100 ne sono
sopravvissute solo 19, che hanno le
caratteristiche previste da Chandler, cui
mercato è stato caratterizzato perlopiù da
turbolenza piuttosto che continuità. Di
questo 19%, 1/3 è sopravvissuto ma anche
cresciuto dimensionalmente, ma 1/3 è altresì
fallito. Per cui importanti sono stati i
cambiamenti tecnologici.
Le grandi protagoniste sono state le imprese nei settori di frontiera tecnologica dell’epoca. Manca
nell’analisi il settore automobilistico, appena nato nel 1912. L’analisi cambia in base all’anno
considerato.
Studi su classificazioni e performance possono essere intrecciati in modi diversi: a seconda degli anni,
dei paesi, dei criteri utilizzati si ottengono risultati che necessariamente devono essere
contestualizzati.
Questa tabella rappresenta le differenze di
performance a livello nazionale delle 100
maggiori imprese nel 1912. Dalla tabella,
le imprese britanniche sopravvivono in
realtà di più di quelle di USA o Germania,
tuttavia potrebbero ugualmente aver
dimostrato un minore dinamismo
imprenditoriale. La maggiore turbolenza
(e mortalità) delle imprese USA e
tedesche può essere indicatore di un
ambiente più aperto al ricambio, perciò
più dinamico, con quei tratti
schumpeteriani che fanno dell’innovazione l’aspetto saliente.
La redditività presenta molti più problemi:
serie poco omogenee tra diversi paesi, per normative e principi contabili spesso diversi
difficoltà nel reperire i dati. Si possono trovare informazioni sul capitale e sugli assets, con
più difficoltà sugli investimenti. Ma questi sono fondamentali per determinare le strategie
delle imprese e per effettuare confronti intersettoriali, ad esempio attraverso il Roi. In assenza,
finora si è usato il Roe (redditività sul capitale).Che però è molto sensibile alle strategie fiscali
e alle politiche dei dividendi nei confronti degli azionisti
c’è il rischio che i profitti denunciati siano diversi da quelli reali, si parla di “finanza creativa”,
per ragioni fiscali e non solo
Tuttavia è importante, più che sugli indicatori precisi, concentrarsi sui trend di fondo.
In questo vengono confrontati diversi paesi. Le
imprese tedesche potrebbero avere una minore
redditività, le inglesi una maggiore, ma influisce
molto il periodo storico scelto. Le spagnole una
minore, ma influisce il differente livello di sviluppo
tecnologico del paese. Per l’Italia, Vasta (2003), per
il periodo 1900-1971 „ Su un vastissimo campione
(90% del capitale sociale delle società anonime)
.Confermate le ipotesi di Chandler, ovvero relazione
positiva fra dimensione e redditività, maggior
rendimento per le aziende più longeve, profittabilità
maggiore per le imprese appartenenti ai settori a più
elevata intensità tecnologica.
L’impresa famigliare
Vista come un retaggio del passato, o un ostacolo al funzionamento dei meccanismi del mercato, a
causa delle sue rigidità in materia di proprietà e management. Nell’impresa familiare proprietà e
controllo coincidono. I principali problemi sono:
La sua strategia preferisce la distribuzione dei dividendi agli investimenti, per fornire
sostentamento della famiglia
Scarsa propensione alle fusioni e ai takeover, per non entrare in conflitto con altre famiglie
Ricorso all’autofinanziamento, o comunque al finanziamento bancario a medio termine, non
certo al mercato azionario (per non rischiare di perdere controllo)
Fa affidamento sui componenti della famiglia, impedendo l’ingresso di talento imprenditoriale
esterno e l’aggiornamento delle strutture organizzative.
Un secondo elemento da tenere presente è che si possono trovare in qualsiasi settore, ma soprattutto
in settori con minori economie di scala, con il mantenimento di imprese artigianali. Che vantaggio ha
rispetto all’impresa manageriale? Vantaggi in termini di circolazione delle informazioni e questo, ad
esempio, riduce i costi di transazione. Tendenzialmente l’impresa familiare è più flessibile, perché
mediamente sono più piccole e si adattano meglio ai cambiamenti del mercato. Non è agevole stabilire
la nascita delle imprese familiari, sono sempre esistenti quindi hanno anche come vantaggio una lunga
tradizione. Ulteriori elementi sono: come mai le imprese familiari sono maggiormente diffuse nel
contesto europeo rispetto a quello americano? Anche se esistono grandi imprese familiari, ma
mediamente tende ad essere più piccola di un’impresa manageriale, quindi il fatto della proprietà e
controllo è un limite alla dimensione aziendale? Il fatto che rappresenti un limite è negativo? Non
necessariamente.
La definizione che da Mark Casson sulle tipologie di impresa famigliare va a distinguere due tipologie
di imprese:
L’impresa a proprietà familiare in cui i membri della famiglia hanno un numero tale di azioni
o di posti in consiglio di amministrazione tale da influire sulla nomina dell’amministratore
delegato. La famiglia è in grado di nominare l’AD.
Nel caso dell’impresa a controllo familiare la presenza della famiglia è ancora più stringente,
in cui l’AD è un membro della famiglia. Quindi per capire se siamo davanti ad un’impresa
familiare bisogna verificare non tanto l’assetto proprietario quanto l’effettivo controllo
dell’impresa, ovvero chi ha il potere di nominare l’AD e può essere più stringente a seconda
che l’AD faccia parte o meno della famiglia.
Dire quando sono nate le imprese familiari è difficile ma ci possiamo concentrare, ma si sono
affermate nella prima rivoluzione industriale, perché non era possibile costituire società autonome.
Ciò non toglie che continuano ad essere importanti anche successiva e anche per i paesi che si
industrializzano tardivamente, come Italia, Paesi Bassi, Germania, Francia e Stati Uniti. Il motivo per
cui le imprese familiari sono importanti e diffuse dalla prima rivoluzione industriale ai giorni nostri,
perché sono forme di impresa che meglio di altre riescono a ridurre i costi di transazione, sono in
grado di operare in condizioni di grande incertezza e sono un serbatoio di risorse finanziarie e di
know-how, quindi conoscenza, capacità, skills e specializzazione settoriale che spesso vengono
tramandate di padre in foglio. Un altro aspetto importante è che spesso sono un valido interlocutore
per lo Stato, quindi per le politiche pubbliche, ovvero lo Stato porta avanti la propria politica grazie
alle imprese familiari e le imprese familiari godono di determinati vantaggi. Un altro ancora è che
non dobbiamo pensare all’impresa familiare tradizionale, ma pensare anche che assumono forme
diverse, gruppi di imprese che nascono con il controllo di ricche famiglie. I gruppi di imprese si
affermano anche in Sud America, come in Argentina. Per quanto riguarda il caso dell’estremo oriente
è interessante perché lo stesso modello viene adottato anche in tutti i paesi limitrofi, è una forma di
impresa che si diffonde in tutto l’estremo oriente.
Family firms in Europe da studiare (articolo). Le imprese familiari nell’economia europea hanno
avuto e hanno un ruolo molto importante, tanto che si può addirittura parlare di modello europeo di
impresa familiare secondo alcuni studiosi. Impresa che troviamo nell’ambito delle piccole medie
imprese, ma è diffusa anche nelle grandi imprese, in cui i membri si occupano anche della gestione
quotidiana dell’impresa. Se andiamo a vedere le caratteristiche delle imprese europee ai giorni nostri
vediamo una netta prevalenza delle piccole medie imprese, con meno di 250 dipendenti. Le grandi
imprese sono poche sia in termini di fatturato che di forza lavoro impiegata, in termini di forza lavoro
il 70% sono piccole medie imprese. In questo ambito prevale nettamente il controllo familiare. Questa
è la caratteristica del comparto produttivo europeo. Le troviamo prevalentemente nei settori labor
intensive, settore delle costruzioni, della vendita al dettaglio, mentre le troviamo molto meno
nell’ambito della finanzia e nel comparto high tech.
Ci sono anche grandi imprese familiari e l’elemento che emerge, da uno studio del 2002 che riguarda
le 5000 maggiori imprese europee alla fine del 900, è che per il 44% sono a controllo familiare.
Quindi l’impresa familiare è presente anche nell’ambito delle grandi imprese. Se ci focalizzazione
sul caso italiano emergono con l’avvio dell’industrializzazione, tra fine 800 e Prima guerra mondiale,
con ulteriore fase di sviluppo tra le due guerre. In questi anni operano le imprese industriali accanto
alle grandi imprese pubbliche, che emergono in questi anni come Agnelli, Pirelli, etc. Un altro
elemento da aggiungere è che facendo uno studio di lungo periodo possiamo dire che le imprese
familiare europee si caratterizzano più per la longevità più che per il passaggio ad impresa
manageriale. Tendenzialmente queste imprese hanno iniziato ad adottare strutture ad holding, che
sono un giusto compromesso tra struttura plurifunzionale e multidivisionale e di solito al vertice della
struttura ad holding c’è una società finanziaria che è il polmone che detiene il capitale della famiglia
e va a controllare ciò che è contenuto nella holding. Questo è un altro aspetto rilevante. Un ulteriore
considerazione è che le imprese europee nel momento in cui le confrontiamo con le imprese
americane vediamo che le imprese europee in media sono più piccole di quelle americane. In Gran
Bretagna la proprietà familiare è andata a diminuire.
Circa il 50-60% delle più grandi imprese al mondo dono negli USA, il 30% in Europe e la restante
parte in Giappone.
Un’altra caratteristica che distingue l’impresa familiare e manageriale è data dal rapporto che
storicamente, ma anche ai giorni nostri, l’impresa familiare stringe e mantiene con il territorio, con il
contesto sociale in cui ha sede. Si ha legame impresa-territorio, che fa si che l’impresa goda di un
grande consenso sociale. In Europa l’impresa è sempre identificata in maniera personale, mentre in
America è vista come un insieme di assets. Questo perché in Europa prevale l’impresa familiare, ma
è anche il legame che l’impresa stringe sul territorio. Ad esempio, il caso della Ferrero e il legame
che ha con Alba. Questo perché per generazioni dà lavoro. Queste imprese spesso investono anche in
opere di beneficenza, ci tengono a mantenere il legame con il territorio e quindi investono in esso ed
è anche da qui che nasce il supporto sociale. Un ulteriore elemento strettamente collegato è il rapporto
quasi familiare che si crea con i dipendenti. Da lì ne deriva un retaggio culturale che fa si che ci sia
un grande consenso verso queste imprese. Il passaggio generazionale è un momento difficile,
specialmente se non preparato, capitano anche nella vita delle imprese familiare delle situazioni in
cui i manager fanno la storia delle imprese anche se non fanno parte della famiglia. Ad esempio
quando muore il capo della Fiat, Gianni e Umberto sono troppo giovani per prendere il comando
quindi per oltre 20 anni l’impresa viene portata avanti da un manager, Valletta.
Imprese manageriali
La definizione è presa da colui che ha scritto Family first in Europe. Definisce l’impresa
un’istituzione che opera a livello multi unitario e che fa perno su un’ampia gerarchia manageriale per
la sua gestione.
Livello multi-unitario: vi è una struttura organizzativa complessa con tante unità.
Le prime imprese manageriali sono nate nel comparto ferroviario, ma anche in settori a monte come
MP, costruzione di infrastrutture e settori a valle, ossia tutto ciò che può usufruire dei prodotti
trasportati rapidamente dalle ferrovie. Fino agli anni ’70 le ferrovie sono l’unico esempio di imprese
manageriali, che si finanziavano in Borsa. Le compagnie ferroviarie sono anche le prime imprese
americane messe sotto accusa per pratiche collusive: si spartivano il mercato a fronte di costi elevati
del servizio, inefficienza del servizio e alti profitti che si scontravano con la legge antitrust americana.
Nelle imprese ferroviarie si costituiscono le prime competenze manageriali, tecniche contabili,
innovazioni organizzative e furono le prime a passare a strutture per funzioni.
La patria dello sviluppo dell’impresa manageriale sono gli USA, nati tramite colonizzazione EU. Le
caratteristiche economiche del contesto americano sono completamente differenti perché:
1. Si tratta di un paese scarsamente popolato, con scarsa densità (nel 1800 5mln di abitanti). Nello
sviluppo industriale si verifica, quindi, carenza di manodopera che porta a precoce meccanizzazione
e innovazione labour saving, con maggiore impiego di macchinari rispetto all’UE, che comporta
maggiore necessità di capitale fisso da investire e ulteriore spinta verso l’emissione di azioni, crescita
dimensionale per reperire i capitali e struttura organizzativa che necessariamente va verso il
manageriale.
2. I salari sono più elevati rispetto all’UE, che costituiscono maggiore capacità di spesa con un
mercato americano che cresce molto di più rispetto a quello EU.
A fine 1800 USA supera la crescita UE, fino alla crisi del 1929 in cui smetterà di crescere. Inoltre, si
incrementa la forza lavoro con quei soggetti che si recano in USA per lavorare disposti a tutto
propensione al rischio maggiore con grandi opportunità che il mercato offriva.
Tale impresa nasce per sfruttare economie di scala, aumentando i volumi di produzione e riducendo
i costi unitari, economie di diversificazione con tante linee di prodotto e con economie di rapidità
con la catena di montaggio e l’organizzazione scientifica del lavoro, ossia l’ingegnere che calcola i
tempi di esecuzione di un compito e il Taylorismo con la one best way, attraverso l’individuazione
della persona più adatta a svolgere il compito raggiungendo un determinato obiettivo. In EU c’era
molto resistenza circa l’adozione di tali innovazioni.
Si sviluppano le compagnie petrolifere, l’automobile, il commercio.
Se si studia lo sviluppo delle grandi imprese, le prime ad investire in economie di scala o di scopo
sono quelle diventate leader nel mercato e che hanno ottenuto un vantaggio competitivo impendendo
alle altre di entrare nel settore vantaggio delle first mover, ossia imprese che investono nelle prime
tecnologie (Rockfeller primo che investe nel petrolio). Tali imprese continuano a crescere
integrandosi verticalmente e orizzontalmente, adottando strategie di diversificazione spinta, ossia
diversificazione non correlata (conglomerate), quindi lo sviluppo di linee produttive lontane dal core
business ed effettuando investimenti all’estero (multinazionali).
FORME IBRIDE
A metà strada tra impresa familiare e impresa manageriale. Ci sono varie forme ibride, le più
importanti sono i gruppi di imprese e i distretti industriali. Possiamo anche includere le cooperative,
sebbene siano no profit, non hanno fine di lucro.
I gruppi di imprese possiamo identificarli con il modello asiatico, nel senso che hanno avuto un ruolo
cruciale nell’industrializzazione del Giappone e di paesi che sono stati sotto il dominio del Giappone.
Troviamo caratteristiche simili anche in imprese del Sud America, della Francia, della Germania e
anche dell’Italia. È tipicamente giapponese ma non in modo esclusivo.
GIAPPONE
Fino alla metà dell’800 il Giappone è un paese politicamente ed economicamente chiuso nei confronti
dell’occidente per sua scelta, è una monarchia costituzionale, era caratterizzato da un sistema simile
al feudalesimo, con grandi gruppi di famiglie allargate che controllavano grandi porzioni del
territorio. Si ha un grande sviluppo dell’attività agricola e mercantile, solo una nave all’anno era
ammessa al porto di Nagasaki. Quindi scambi minimi e regolamentati nei confronti dell’occidente.
Questa situazione rimane fino alla metà dell’800, ma nel 1853 gli Stati Uniti minacciano il Giappone
ad aprirsi commercialmente nei confronti del mondo occidentale. Gli Stati Uniti furono i primi e ne
seguirono altri. Il Giappone, nel momento in cui si apre nei confronti del mondo, è da considerare
second. Era necessario attivare i fattori sostitutivi, perché il suo processo di industrializzazione era
indietro. Prima che parta il processo di industrializzazione c’è un cambiamento politico importante,
ovvero la Restaurazione Meiji, nel 1868 entra l’imperatore Mutsuhito. È da qui in poi che possiamo
parlare di un Giappone moderno che tenta di industrializzarsi e di portarsi al pari livello dei paesi
industrializzati. Iniziano una serie di riforme istituzionali che sono una premessa del processo di
industrializzazione. Iniziano a prendere dall’estero tutta una serie di modelli organizzativi che sono
funzionali allo sviluppo industriale, con amministrazione centrale alla francese (burocrazia
modernizzata), esercito sul modello prussiano, flotta inglese, banche del modello tedesco e industria
sul modello americano e tedesco. Grande impresa si, ma mancano le gerarchie manageriali. In una
prima fase di industrializzazione, nella logica di , lo stato diventato Stato imprenditore, cioè le prima
imprese che nascono sono pubbliche. Ci sono grandi cambiamenti anche sotto il profilo istituzionale.
Si attiva un movimento di giovani che vengono mandati a studiare in Occidente, la logica è quella di
prendere dall’occidente le capacità e le conoscenze, per poi tornare e metterle in pratica in Giappone.
L’impresa pubblica non ebbe successo, ma lo Stato è il principale organismo che promuove
programmi di ricerca e sviluppo, che costruisce infrastrutture, che nei settori nuovi pone dei limiti al
numero di imprese che possono nascere, quindi limiti alla concorrenza, stato che offre protezione
doganale. Si tratta di uno Stato molto interventista.
In questo panorama si inserisce la nascita di gruppi di imprese, gli Zaibatsu, dove zai vuol dire
ricchezza e batsu vuol dire gruppo. Sono l’istituzione economica fondamentale del modello di crescita
giapponese dalla rivoluzione Meiji alla Seconda guerra mondiale. Alcuni di questi zaibatsu nascono
dalla privatizzazione delle imprese pubbliche, altri nascono spontaneamente. Gli zaibatsu si
affermano negli ultimi decenni dell’800, ma la loro fase più importante è tra le due guerre mondiali.
Alcune caratteristiche sono che:
Gruppi di imprese diversificato, che più crescono più si diversificano. È difficile collocarli in
un settore piuttosto che un altro. Diversificazione spesso non correlata, anche in settori molto
lontani fra loro.
Perché parliamo di gruppi invece che di grandi imprese? L’elemento chiave è che al vertice
del gruppo c’è una famiglia, la proprietà è in mano ad una famiglia, solitamente di origine
mercantile. Ma non è una tipica impresa familiare, perché la struttura è una via di mezzo tra
la attuale struttura ad holding e la multi divisionale americana. Ogni impresa che fa parte del
gruppo mantiene la sua autonomia, ma ci sono alcuni elementi comuni che la inglobano in
questa struttura più ampia. È una via di mezzo. All’interno di questo gruppo c’è una banca,
che finanzia le imprese del gruppo avendo partecipazioni azionarie delle imprese che finanzia.
È una banca sul modello tedesco. La banca è considerata il polmone finanziario del gruppo.
Sono gruppi che alla fine sono molto invasivi, presenti in quasi tutti i settori e adottano
politiche aggressive nei confronti dell’estero.
Negli anni 30 questi gruppi hanno l’apice e sono anche protagonisti della militarizzazione del
Giappone, che si allea con Hitler e Mussolini. Gli armamenti giapponesi li produceva gli Zaibatsu,
motivo per cui terminato il secondo conflitto mondiale, si ha un’occupazione americana sul Giappone,
motivo per cui si ha la smilitarizzazione del Giappone e obbligo di smantellamento degli Zaibatsu
perché erano stati accusati di essere i responsabili. Solo con la fine dell’occupazione americana gli
Zaibatsu si possono ricostituire, ma si trasformano. Ampliano il loro raggio d’azione, si
ricostituiscono o ne nascono di nuovi, assumono una nuova forma e cambiano nome, dagli anni 50 in
poi si chiamano Keireksu, che sono di due tipi: che si basano su meccanismi di integrazione verticale
o su meccanismi di integrazione orizzontale. Non c’è più la proprietà familiare, ma si reggono con
sistemi di partecipazioni incrociate. Un altro elemento è che si caratterizzano per grande flessibilità,
grande capacità di reazione ad un mercato in continuo cambiamento. Sempre politiche aggressive.
Basso costo del lavoro ed elevata efficienza. Si basano su un’organizzazione interna che va per unità
produttive, nel senso che ciascuna unità produttiva ha un compito, come ad esempio partire dalla
materia prima e arrivare un determinato risultato. Tutto il personale che opera in quell’unità è
responsabile del processo produttivo e del risultato finale e anche se ciascun addetto ha il proprio
compito tutti sono in grado di fare tutto, cioè anche l’ingegnere capo deve essere in grado di
intervenire per ciascun problema, c’è una collaborazione totale all’interno di ciascuna unità. Si tratta
di toyotismo, modello giapponese che ha una serie di elementi chiave che parte da qui. Il toytismo si
basa sulla specializzazione flessibile, sul just in time (che permette di abbassare i costi, si produce in
funzione della domanda), controllo della qualità, riduzione delle scorte, lavoro collettivo sinergico.
Elementi essenziali sono questi, è qui che nasce il toyotismo, che consente il successo del Giappone,
che alla fine degli anni 80 sarà la seconda potenza mondiale. I Keiretsu si sono evoluti verso un
modello che vede sempre una struttura a gruppo, ma nella quale l’impresa maggiore è ben visibile.
Questi sono gli elementi cruciali del modello giapponese.
MODELLO COREANO
Il trasferimento del modello giapponese si ha a seguito della colonizzazione da parte del Giappone,
dal 1910 al 1945. Terminata l’occupazione giapponese c’è la divisione delle due Coree, la maggior
parte delle industrie erano nella Corea del Nord. La Corea del Sud si trova con poche imprese e
scarsità di risorse, quindi viene adottato il modello giapponese, cioè crescita di imprese già esistenti
che assumono la forma di gruppi. È molto simile al modello giapponese. Sono gruppi diversificati, a
proprietà familiare, ma con una differenza cruciale, cioè non possono avere banche al loro interno
perché le banche in Corea sono in mano allo Stato. Quindi lo Stato controlla le banche e controlla
anche i finanziamenti agli Chaebol e quindi ne indirizza la politica. Questo implica che dopo il
secondo conflitto mondiale si ha un grande sviluppo di questi gruppi, grandi finanziamenti americani,
politiche pubbliche molto aggressive nei confronti del mercato estero. Lo Stato dà obiettivi bene
precisi a questi gruppi di imerese, che crescono sempre di più. Se non avessero raggiunto gli obiettivi
avrebbero perso i finanziamenti, quindi lo Stato viene definito dirigista. Il punto critico di questi
sistemi, dove pochi grandi gruppi dominano la produzione industriale, è il fatto che intorno a questi
colossi manca il sottobosco, c’è una grande difficoltà ad operare da parte delle piccole-medie imprese.
Nel caso coreano si vede anche una politica da parte delle banche di concessioni di finanziamenti ai
Chaebol poco oculata. Non a caso nel 1997 si ha una crisi asiatica, dei Chaebol, delle banche.
Nonostante questi problemi, comunque, nel 2000 la Corea è l’11esima economia mondiale.
DISTRETTI INDUSTRIALI
L’altra forma di impresa ibrida sono i distretti industriali. È un fenomeno che viene definito italiano,
perché è tipicamente italiano e anche in questo caso la parola chiave è la specializzazione flessibile.
È intesa come una valida alternativa alla produzione di massa. La specializzazione flessibile che
avviene in un reticolo territoriale ben definito di piccole imprese. I distretti industriali hanno avuto
un ruolo importante storicamente, li possiamo riconoscere già in epoca pre-industriale, nello sviluppo
della produzione a domicilio. Sono ancora ad oggi una realtà importante.
Possiamo intenderla come un superamento del modello fordista. Il fenomeno dei distretti industriali
è un fenomeno tipicamente italiano. Giacomo Beccatini è lo studioso più importante di distretti
industriali degli anni 70 e dà questa definizione: un’entità socioterritoriale caratterizzata dalla
compresenza attiva di una comunità di persone e di una popolazione di imprese industriale che
tendono a compenetrarsi.
1. Entità socioterritorale: per individuare un distretto non bisogna considerare solo le imprese ma
anche il contesto territoriale e l’area territoriale deve essere circoscritta e ben determinata (distretto
tessile di Prato; della piastrella di Sassuolo). Si tratta quindi di poche decine di km e un’area ben
individuabile. Ha al suo interno anche una comunità che si tramanda competenze, conoscenze e il
legame con le imprese.
2. Compresenza attiva di comunità di persone, che costituiscono la popolazione sociale, e una
popolazione di imprese industriali, quindi manifatturiere, ma al giorno d’oggi il termine industriali è
superato perché i distretti non riguardano più solo il settore manifatturiero.
3. Tendono a compenetrarsi: tante imprese che hanno un legame tra loro nonostante siano entità
autonome. Presentano legami relativi a output, condivisione di conoscenze.
I fattori di successo di un distretto industriale sono:
1. la flessibilità
2. basso costo del lavoro
3. bassi costi di transazione che possono essere ridotti grazie ad un legame stretto tra sistema
produttiva e l’ambito sociale di riferimento, c’è rapida circolazione delle informazioni.
La comunità si caratterizza per valori omogenei e condivisi in termini di etica, di approccio al lavoro,
di legame con la comunità, con la famiglia e così via. Si formano istituzioni che garantiscono e
tutelano questi valori. Questi valori si trasmettono di generazione in generazione. Tendenzialmente
ognuna delle imprese che fa parte del distretto è specializzata in una o poche fasi del processo
produttivo, quindi nel passato spesso i distretti si trovano in settori con cicli produttivi complessi,
quindi composti da tante fasi scomponibili. Quindi c’è divisione del lavoro tra le imprese che operano
all’interno del distretto, per questo si crea il reticolo, perché sono integrate, ciascuna fa parte di un
ingranaggio e bene o male operano tutte nello stesso settore. Risorse umane vuol dire le caratteristiche
della forza lavoro, che è caratterizzata da forti skill, abilità e allo stesso tempo elevata mobilità della
forza lavoro, sia a livello orizzontale da un’impresa all’altra sia a livello verticale, vuol dire che
all’interno dei distretti troviamo l’imprenditore Schumpeteriano, mobilità verticale vuol dire che non
è raro il fatto che ci sia un dipendente di un’impresa che ad un certo punto decide di mettersi in
proprio, di aprire la propria attività utilizzando le competenze che ha assorbito. Allo stesso modo può
succede che un imprenditore ad un certo punto chiude l’attività e va a fare il lavoratore salariato in
un’azienda. Questo è abbastanza diffuso nei distretti.
Il mercato dei distretti è un mercato flessibile e specializzato, vuol dire che la produzione del distretto
non punta su volumi elevati ma deve essere specializzata, che si rivolge ad un mercato di nicchia.
Deve mantenere standard qualitativi elevati. Per fare ciò la produzione del distretto deve essere
riconoscibile, facilmente individuabile, come i prodotti D.O.P. Deve essere un prodotto tipico. Spesso
la specializzazione del distretto riguarda non solo la fase di vendita del prodotto, ma spesso è anche
un acquirente specializzato, quindi anche quando vengono acquistate le materie prime le imprese del
distretto si muovono insieme, per ottenere le economie di scala, con riduzione dei costi. Un altro
aspetto è che le imprese che fanno parte dei distretti hanno una maggior resistenza ad introdurre le
innovazioni, questo perché dominano di più le skills, i know-how della forza lavoro più che le
tecniche di produzione, quindi non sono molto propensi ad innovare. Questo significa che le
innovazioni vengono introdotte, ma in maniera molto graduale, quasi spontanea, non provocando
shock o momenti di rottura nel settore produttivo. Ulteriore caratteristica è la questione dei
finanziamenti. Sistema di finanziamento significa che le imprese avevano da un lato difficoltà ad
ottenere finanziamenti, perché erano di piccole dimensioni, ma avevano la possibilità di ricorrere
facilmente alle banche locali. Sotto questo punto di vista facile circolazione delle informazioni e
quindi accesso al credito molto semplici.
Dimensioni dei distretti industriali in Italia
In Italia alla fine degli anni 50 (boom con prevalenza della grande impresa) i distretti industriali
c’erano. Negli anni 70 il numero cresce un pochino, ma il numero di addetti assorbiti si moltiplica.
Inizio anni 90 i numeri crescono ancora. Nel corso del tempo cambia anche la localizzazione dei
distretti in Italia, ovvero la prima fase dei distretti (fine 800) va di pari passo con i primi casi di
industrie in Italia. Si trovano perlopiù a Nord-Ovest (Gallarate, Busto Arsizio). La seconda fase (Pre
I Guerra Mond. e tra le due Guerre) di sviluppo è nel Nord-Est e Centro, per esempio Toscana, Veneto,
etc. Andando avanti si ha lo sviluppo della terza Italia (Nord-Est e Centro), in particolare tutte quelle
regioni che erano state fuori dallo sviluppo industriale italiano. Dagli anni 70 agli anni 90 è il
momento di massimo sviluppo. La prima Italia, la prima area che si è industrializzata è l’area del
Nord-Ovest, la seconda Italia è il Sud e poi arriviamo alla terza; quindi, l’industrializzazione grazie
allo sviluppo dei distretti porta l’industrializzazione anche in Friuli, nelle Marche, in Abruzzo e in
quelle parti della Toscana ed Emilia che erano rimaste fuori. Porta industrializzazioni in regioni
economicamente distanti dal Nord e dal Centro-Sud. Non a caso molte di queste si svilupperanno nel
settore agro-alimentare. Questo vuol dire che l’industrializzazione di queste aree avviene in continuità
con la loro tradizione rurale. Non solo ambito agricolo, ma anche ambito della produzione tessile.
Grande sviluppo negli anni 70, crisi di alcuni distretti negli anni 80, nel senso che negli anni 80 c’è
una fase di ripresa della grande imprese grazie alle iniziative neoliberiste. Crisi che genera poi un
cambiamento nei distretti, che li caratterizza a partire degli anni 90, in cui c’è una grande ripresa del
fenomeno perché alcune imprese fanno un salto dimensionale, iniziano a crescere di dimensioni, da
piccole imprese diventano imprese di medie dimensioni (numero di addetti tra i 50 e i 200), hanno un
fatturato che non supera i 50 milioni di euro e con questo salto dimensionale iniziano ad allargare il
loro mercato di riferimento, che diventa una mercato nazionale e poi internazionale. Il mercato
internazionale viene conquistato in molti casi attraverso la trasformazione di queste imprese in piccole
multinazionali, che prendono il nome di multinazionali tascabili. Tascabili perché restano comunque
imprese di medie dimensioni. Questo fenomeno è tipicamente italiano che prende il nome di Quarto
Capitalismo che porta a:
- Congiuntura di mercato favorevole: produzioni molto specializzate e riconoscibili con
grande successo sul mercato estero, nonostante la concorrenza dei paesi in via di sviluppo
che producono per un mercato a più basso costo, prodotti come l’abbigliamento (India e
Cina).
- Intensificazione di strategie di integrazione verticale: imprese grosse e imprese che
invece operano come sub imprese di quelle più grosse impresa ad holding senza più
rapporto paritario tra imprese più grandi e piccole.
L’impresa cresciuta assume importanza, diventa maggiormente competitiva e acquisisce mercati
esteri. Alcuni esempi sono: Mapei, Candi.
Si parla di quarto capitalismo è perché si tratta della quarta fase dello sviluppo industriale italiano.
- Primo capitalismo: grandi imprese pubbliche
- Secondo capitalismo: grandi imprese private
- Terzo capitalismo: distretti industriali
- Quarto capitalismo: multinazionali tascabili perché, rispetto alle grandi multinazionali, sono
di dimensioni minori.
Queste multinazionali vengono classificate in base a quando sono nate e vengono classificate in tre
categorie:
Pioniere, nate tra le due guerre
Baby boomers, quelle nate negli anni del miracolo economico. Sono le più numerose. Tra
queste la Candy che si è affermato negli anni 50-60. La maggior parte delle imprese del settore
del made in Italy
Late camers, nate negli anni 70 o affermatesi negli anni 70. Un esempio è il caso della Diesel
(abbigliamento), fondata nel 1978. Inizialmente 7 milioni di fatturato e ad oggi è ad un
miliardo e mezzo di fatturato, con 65.000 addetti. Ù
Operano su segmenti di mercati ben individuati con barriere all’entrata, hanno una fase rapida e
disordinata di crescita, poi si consolidano e conquistano il mercato nazionale con la seconda
generazione e, dagli anni ’90, si internazionalizzano con attività commerciale o con investimenti
diretti all’estero diventando multinazionali tascabili. Nonostante questo, mantengono legami solidi
con il territorio, con la famiglia e spesso hanno una certa reticenza ad approcciarsi con una quotazione
in borsa.
Imprese cooperative
Sono imprese no profit ed è una delle forme di imprese più diffusa a livello mondiale. No profit nel
senso che per definizione sono senza fini di lucro, regolamentate da normative ad hoc. Questo non
significa che non produce utili, ma la destinazione degli utili hanno determinate finalità, ad esempio
una percentuale a riserva legale, etc. sono associazioni autogestite e volontarie, di individui che.
Autogestite e volontarie nel senso che si ha un’associazione volontaria di individui che si coalizzano
con una finalità non solo economica, ma anche sociale e culturale, che condivide valori di equità.
Vuol dire che le strategie e le attività delle imprese cooperative dovrebbero essere basate e guidate da
certi valori, che quindi sono diversi dal mero profitto e conquista del mercato. Gli obiettivi di natura
economica sono una conseguenza, ma ciò che dovrebbe guidare le loro strategie sono i valori. La
rivoluzione industriale porta con sé una serie di problemi sotto il profilo sociale ed economico, cioè
sfruttamento della forza lavoro. La nascita delle città vuol dire che coloro che lasciano le campagne
perdono anche tutti quei vantaggi derivanti dalla vita nelle campagne, con l’aiuto reciproco che c’era.
Si sente la necessità di far nascere qualcosa di diverso, che fornisse un aiuto. Tanto è vero che in
Inghilterra nascono le friendly societies. Nasce l’esigenza di forme di associazionismo di soggetti che
hanno bisogno di collaborare per aiutarsi. Questa è la premessa per la nascita delle prime cooperative.
La prima cooperativa nasce nella città di Manchester nel 1894, e nasce come un’unione di poche
decine di operai tessili che si uniscono per comprare all’ingrosso beni di prima necessità, con
l’obiettivo di rivenderli al dettaglio a prezzi convenienti, ovvero ad un prezzo inferiore rispetto al
mercato. È una cooperativa di consumatori, acquisto all’ingrosso per rivendere ai soci al dettaglio.
Questa logica verrà presa come modello da altre cooperative. si arriverà alle fine dell’800 con migliaia
di cooperative che servivano oltre un milione di soci. La cooperativa di consumo non è l’unica forma
di cooperativa, ma si sviluppano anche cooperative di produzione (modello francese), che vuol dire
che più soggetti si uniscono per sviluppare un’attività produttiva. Parità di salario e … . Le
cooperative possono essere anche di credito (modello tedesco). È una cooperativa ad azionariato
popolare, con soci che sono piccoli agricoltori della zona. Cooperativa che opera nell’attività
bancaria, che vuol dire concessione del credito ai soci. Più soggetti fondano la banca cooperativa per
ottenere credito a condizioni agevolate. Queste banche inizieranno a svolgere attività anche nei
confronti di non soci, però nascono con questa logica. Cooperative che operano nel campo agricolo,
tipiche del Nord Europa, come Danimarca. Le cooperative le troviamo in tutti i settori e hanno un
peso motlo rilevante. Caso italiano 1854, prima cooperativa di consumo, grande diffusione nel
comparto assicurativo in età Giolittiana (che porta con sé l’industrializzazione italiana). Oltre 11 mila
cooperative in Italia in età Giolittiana. Crisi durante il fascismo perché c’è il divieto di
associazionismo e poi vero boom dopo la Seconda guerra mondiale.
Le imprese multinazionali o transnazionali
Sotto il profilo dell’analisi teorica il filone di studi che ha oggetto le multinazionali non parte da
Chandler, sebbene lui si focalizza sulle imprese manageriali e tra le strategie di crescita e offensive
mette anche gli investimenti diretti all’estero. Penrose se ne occupò, come Mira Vilkis nel 1970, con
studi focalizzati su investimenti diretti esteri americani. Negli ultimi anni in UE gli studi si sono
sviluppati, tra cui studiosi della Bocconi come Colli che ha pubblicato uno scritto su investimenti
esteri in Italia e le multinazionali italiane che hanno operato all’estero. La nostra ottica di analisi è
sempre duplice: Paese di provenienza dei capitali/investimenti e Paese ospitante; quindi, da un lato si
parla di home country, ossia la sede legale e Paese host country in cui si va a investire. Nell’ottica
Chandleriana il punto focale è solo quello del paese di provenienza: perché un’impresa decide di
aprire all’estero? Quante imprese vanno a investire all’estero? Se si considera anche il paese
ospitante: cosa spinge a investire all’estero? Quali sono le reazioni?
La più semplice definizione è: per parlare di un’impresa multinazionale bisogna essere davanti ad
un’impresa che controlla operazione e attività che generano reddito in più di un paese o che
controllano assets per produrre reddito in più di un paese. Bisogna fare attenzione a non confondere
gli investimenti diretti all’estero con quelli di portafoglio (impresa con grandi disponibilità di capitali
che acquista azioni di un’azienda estera a titolo di investimento finanziario). La differenza tra
l’investimento diretto all’estero e l’investimento di portafoglio è data dal controllo/ gestione
dell’attività all’estero.
La domanda è: sono coinvolto nella gestione o no? L’investimento in portafoglio è quando l’azienda
non ha interesse nel partecipare in maniera più o meno rilevante alla gestione dell’impresa. Per cui,
importante è la finalità dell’investimento cooperare e cogestire porta a investimento diretto estero.
Prendiamo il caso di un’azienda che decide di investire all’estero, quali sono le motivazioni che la
spingono? Sono tante. Un’impresa per andare a conquistare un mercato estero che opzioni ha? Ad
esempio, esportare i proprio prodotti all’estero, ma non è detto che sia la strada più conveniente.
In molti paesi ci sono tariffe doganali protettive per cui rendono complicata e antieconomica
l’esportazione. Ma ci possono essere incentivi diversi. Bisogna vedere cosa risulta essere più
conveniente, e magari anche meno rischioso. Per investire in un paese bisogna vedere se ci sono
tariffe doganali e per aggirarle apro una filiale. L’investimento diretto estero non è solo il fatto di
conquistare un nuovo mercato, ma può anche essere conveniente investire all’estero per il costo del
lavoro che risulta essere più basso. Un ulteriore opzione può essere semplicemente l’interesse di
conquista di nuovi mercati attraverso strategia di apertura in loco per cogliere meglio le caratteristiche
del mercato locale, per rispondere meglio alla domanda locale. Potrebbe essere più conveniente o
potrebbe essere una scelta obbligata perché magari un nostro competitor l’ha fatto. Può essere anche
un modo per prevenire la concorrenza su un particolare mercato. Non bisogna limitarci al pensiero
che la strategia offensiva sia la volontà di subentrare in un nuovo mercato e conquistarlo.
Possiamo dire che la struttura e le caratteristiche delle multinazionali sono in parte cambiate nel
corso del tempo. Innanzitutto, la struttura tradizionale è quella descritta prima, cioè un’impresa che
nasce e si consolida in un paese e decide di espandersi all’estero e investe aprendo filiali nel paese di
destinazione (host country). In genere queste imprese vedevano una grande autonomia delle filiali,
cioè i rapporti con la casa madre erano comunque relativamente limitati, ma sotto il profilo operativo
avevano grande autonomia. In realtà da un lato ad un certo punto iniziano ad emergere forme diverse
di multinazionali, forme che vengono definite transnazionali (Nike), che vanno ad indicare quelle
imprese che adottano strategie globali. Iniziano a trovarle dagli anni 70, sebbene esistessero anche
prima. La logica è completamente diversa rispetto alla forma di prima. Ogni fase di un processo
produttivo di ogni linea di prodotto viene decentrata in un paese diverso, al fine di andare in ogni
paese dove si decentra quella determinata fase per cercare di cogliere i vantaggi in termini di costo
che riescono ad essere conseguiti in quel determinato paese. La logica delle imprese transazionali è
completamente diversa deve essere quella di cercare in ogni paese un vantaggio diverso. Operano
come una rete, in maniera integrata. Nel momento in cui in quel paese non hanno più quei vantaggi,
tutte le multinazionali si spostano verso altri paesi. Imprese footlose, perché investono in un posto e
poi dopo anni chiudono lo stabilimento e lo aprono in un altro paese, si muovono in maniera rapida.
Si è sviluppata e sopravvive grazie alla globalizzazione, grande circolazione delle informazioni e
bassi costi dei trasporti.
Un’impresa più investire in modo diretto all’estero attraverso diverse strade. Ad esempio, tramite un
accordo di Joint Venture. Questo è un metodo che per alcuni paesi è obbligatorio ed è il più semplice
e meno rischioso. È anche un modo, dove non è vincolante, per ridurre i rischi inizialmente. Un’altra
strada è acquisire il controllo di un’impresa già esistente e si chiama investimento Brown Field.
Oppure Green Field, ovvero costituisco una filiale estera da zero. Joint Venture, Brown Field e Green
Field sono i tre modi.
Uscendo dal contesto specifico delle imprese sono interessanti gli studi che hanno cercato di
analizzare da un punto di vista macro i flussi degli investimenti diretti esteri, cioè storicamente da
dove partivano gli investimenti esteri? Da che paesi e verso quali paesi erano diretti? In che settori le
multinazionali andavano ad investire? Focus ad inizio 900, prima del primo conflitto. Quota per paese
sul totale mondiale degli FDI. La Gran Bretagna aveva un peso molto rilevante, del 45% e a fronte di
questo possiamo dire che c’è un peso limitato degli Stati Uniti, anche della Germania, come anche
Francia e Paesi Bassi. L’80%, allo scoppio della Prima guerra mondiale, degli investimenti diretti
esteri partiva dall’Europa occidentale. Nonostante fossero i leader dell’economia mondiale, gli USA
investivano in casa loro. In questi anni l’economia mondiale era ancora Europa centrica. È quasi nullo
il peso del resto del mondo. I settori di attività per più delle metà sono le risorse naturali, le imprese
investono all’estero per le risorse naturali. Qualche investimento riguardava anche i servizi e
l’industria. In questa fase la logica è quella di paese più industrializzati che vanno ad investire in paesi
più arretrati, in realtà li vanno a sfruttare. L’altro aspetto interessante che emerge in queste prima fase
(fine 800 e inizio 900) esistono multinazionali chiamate free standing companies. Sono sviluppate in
alcuni stati europei, in particola GB. Sono imprese che nascono in un determinato paese, vengono
solo registrare, ma in quel paese non svolgono alcuna attività. Svolgono attività in un altro paese
estero e in un determinato settore. È un fenomeno che sembrava solo Britannico, ma in realtà
esistevano in altri paesi e poi tende a scomparire a seguito dell’ascesa del ruolo degli Stati Uniti, che
iniziano ad assorbire queste free standing companies. Tra le due guerre questo fenomeno tende a
sparire e troviamo le multinazionali di forma classica. Gli investimenti diretti esteri iniziano ad avere
un peso nella seconda metà dell’800. Il trend è sempre crescente. Gli anni 20 vedono l’emergere del
ruolo degli Stati Uniti e continuano a svilupparsi nel settore delle risorse naturali, vediamo le materie
prime, tabacco, ma anche nel comparto manifatturiero. Iniziamo a trovarla nel comparto
manifatturiero. La prima multinazionale italiana è l’Agip che nasce nel 1926. Con la crisi del 29, ma
anche con le tensioni politiche che caratterizzano il mondo europeo si ha una chiusura degli stati e
quindi un forte rallentamento di ogni rapporto con l’estero, questo fa si che il trend crescente degli
investimenti diretti inizi a rallentare. Resteranno con un trend lento fino al secondo dopo guerra, ma
cambiano i protagonisti, la GB è scesa al 40% e iniziano ad emergere gli Stati Uniti. Nel 1949 siamo
al 28%, hanno raddoppiato. Sale il peso dell’Olanda, per il ruolo della grande compagnia petrolifera,
Shell.
Nel 1980 le cose sono radicalmente mutate, nel senso che c’è stato un sorpasso degli USA, che sono
arrivati al 40% e la GB è arrivata al 15%. Emerge il Giappone. Il quadro degli anni 80 è più
eterogeneo. Nel giro di 20 anni il flusso mondiale degli investimenti diretti esteri è quintuplicato,
sono cresciuti enormemente. Giunge a compimento il fatto che il settore più è il settore manifatturiero
e cambia l’area di destinazione degli investimenti esteri, che diventa l’Europa. In questa fase l’Europa
è in fase di fuoriuscita di capitali, ma altrettanti ne riceve. Da un lato devo pensare al Pil e togliere
tutto ciò che è prodotto dalle multinazionali, ma vado ad aggiungere le multinazionali italiane che
operano all’estero. Tra gli anni 50, 60 e 80 gli investimenti esteri sono cresciuti e si sono focalizzati
sul settore manifatturiero. La situazione continua sulla stessa strada, nel senso che aumenta il numero
di protagonisti e non a caso scende il peso percentuale degli Stati Uniti, perché si allarga il numero
dei paesi protagonisti.
I tassi di crescita continuano ad essere rilevanti, crescono di un 15% all’anno e tutti i paesi
industrializzati partecipano e sono gli anni (90) nei quali nel caso italiano a fianco a poche grandi
multinazionali e accanto emergono le multinazionali tascabili. Anche l’Italia inizia ad essere tra i
protagonisti. Accanto al settore manifatturiero emergono anche i servizi. Europa sempre più
destinataria di investimenti diretti esteri e anche gli Stati Uniti. Emerge il flusso di investimenti diretti
esteri verso l’estremo oriente, la Cina in particolare che è particolarmente attrattiva. Nel caso degli
Stati Uniti sicuramente gli investimenti diretti esteri interessati dai grandi tassi di crescita. Ulteriore
elemento è che i cambiamenti di questi ultimi decenni hanno ribaltato lo scenario. Si va a cercare il
mercato di sbocco, si va da paese sviluppato a paese sviluppato. Ci sono casi che smentiscono quello
che abbiamo detto, uno di questi è il caso della Nestlé, che è nata in svizzera nel 1865. È un caso
particolare perché nasce fin da subito come azienda produttrice di latte in polvere, ma una produzione
così di nicchia può riguardare solo il mercato svizzero? È un’impresa che nasce per diventare subito
una multinazionale. Ci sono anche altri casi di imprese che diventano multinazionali, ad esempio,
perché è l’unico modo attraverso il quale riescono ad acquisire una determinata tecnologia. Il
panorama è vasto e ampio, ed è in continuo cambiamento in maniera rapida.
Imprese pubbliche
Un’impresa pubblica è un’impresa di proprietà statale destinata alla produzione di beni e/o
servizi destinati alla vendita, che opera sul libero mercato. Discorso diverso riguarda
l’amministrazione pubblica, che è data da tutte quelle istituzioni che producono beni e servizi
per la cittadinanza che non sono destinati alla vendita, per esempio servizi sociali, di assistenza
sanitaria, socialistici, etc. Lo stato deve finanziarsi per fornire questi servizi e si finanzia attraverso il
sistema di cassazione, il sistema fiscale. Questo intervento da parte dello Stato ha avuto una fase di
ascesa fino ad un certo periodo, dopo di che ha iniziato a declinare. Questa fornitura da parte dello
Stato è diventato qualcosa di organico da William Beverage, quindi Inghilterra del secondo dopo
guerra. Esso doveva proporre un piano integrato di servizi che il governo britannico avrebbe dovuto
offrire al popolo. Viene imitato da tutti gli stati europei. Il sistema organico vuol dire che lo stato
avrebbe dovuto prendersi cura dei propri cittadini dalla nascita alla tomba, questo vuol dire che lo
stato sarebbe dovuto intervenire in tutti i momenti o le fasi della vita di ciascun cittadino nelle quali
il cittadino avesse avuto bisogno, come ad esempio l’assistenza sanitaria. Uno dei pilastri del piano
Beverage era l’assistenza sanitaria gratuita per i cittadini. A fronte di un periodo storico (fine 40 fine
70) in cui il ruolo dello stato è cresciuto e ha fornito molti servizi, mano a mano i conti pubblici hanno
iniziato ad andare in rosso. Il piano istituisce anche un sistema di previdenza sociale (INPS), ovvero
lo stato attraverso un suo organismo interviene nelle fasi della vita del cittadino nelle quali il cittadino
non è in grado di mantenersi, come sistema pensionistico o in caso di malattia. Pensiamo anche al
sistema di istruzione, che si è evoluto nel tempo. Questi sono i pilastri, che fanno si che il costo dello
Stato sociale di welfare vada a gravare sul bilancio dello Stato. A fronte di un incremento
dell’intervento dello stato nell’economia aumenta anche il prelievo fiscale, che non riesce a coprire
tutto; quindi, la restante quota è rappresentata dall’indebitamento dello Stato. Il livello di
indebitamento in quasi tutti i paesi supera il PIL. L’intervento dello Stato lo possiamo incasellare
nelle imprese pubbliche da un lato, poi c’è un terzo elemento, ovvero il ruolo dello Stato regolatore,
che conduce le regole del gioco, regolamenta le imprese private.
Oggi parlare di impresa pubblica ci porta a considerare questo fenomeno con un’accezione negativa,
ma non è sempre stato così. Anche l’accezione negativa spesso se l’è guadagnata per certi motivi. Ci
sono anche molti casi di imprese pubbliche che invece hanno sempre conseguito risultati economici
positivi. Detto ciò, le imprese pubbliche in Europa hanno vissuto diverse fasi, una fase di ascesa di
pari passo con l’ascesa e l’incremento del ruolo dello stato nell’economia, più il ruolo dello stato è
diventato invasivo e più è cresciuto il ruolo delle imprese pubbliche. È arrivato un momento in cui
non era più sostenibile. A questo aggiungiamo i passivi di molte imprese pubbliche che contribuivano
al conto in rosso dello Stato. Il risultato è stato il declino dell’impresa pubblica, che vorrà dire avvio
del processo di privatizzazione, quindi stato che retrocede nel suo intervento nel sistema economico.
Lo Stato ridurrà la sua funzione di stato sociale. L’ascesa del ruolo dello Stato nell’economia era stato
un cardine dell’ideologia Keynesiana. Qua parliamo di politiche neoliberiste, torna Adam Smith, lo
Stato deve essere stato regolatore.
Le fasi di ascesa dell’impresa pubblica sono tre:
Prima dello scoppio della Prima guerra mondiale. Fase nel quale le troviamo nella fornitura
di una serie di servizi forniti ai cittadini, ma nel caso delle Ferrovie dello Stato
(amministrazione autonoma delle ferrovie dello stato) si tratta di un’impresa pubblica gestita
con criteri privatistici, l’obiettivo è il conseguimento del profitto offrendo servizi a costi
sostenibili. Questa era l’idea iniziale. Alle aziende pubbliche nel corso del tempo vengono
dati anche obiettivi come assumere per contrastare la disoccupazione, per esempio nel post
Prima guerra mondiale.
Tra le due guerre c’è una fase di rafforzamento del ruolo dell’impresa pubblica, che va di pari
passo con le politiche autarchiche, ovvero stati che cercano di essere indipendenti nei
confronti dei paesi esteri, politiche di nazionalizzazioni, mirate a rafforzare il prestigio da
parte dello Stato. In questi anni tutti gli Stati costituiscono le loro compagnie di bandiera per
il trasporto aereo. Sono anni in cui si rafforza il ruolo dell’impresa pubblica, fino al secondo
conflitto mondiale. Si rafforza anche a seguito del fallimento del libero mercato. Nel caso
italiano (specchio tutta Europa) fine anni 20- metà 30, tutti gli stati fanno una serie di
nazionalizzazioni per salvare le imprese private che stavano fallendo. Il salvataggio da parte
dello stato e la nazionalizzazione sono visti come la soluzione a tutti i problemi. L’impresa
pubblica era la soluzione. Ad esempio, a fronte del fallimento delle banche italiane nasce
l’IRI, una super holding. Sono anni di grande ascesa del ruolo dell’impresa pubblica.
Tutto ciò prosegue negli anni del boom economico. Gli anni del boom economico, con tassi
di crescita di paesi che erano rimasti indietro, hanno le imprese pubbliche come protagoniste.
Dietro c’è il fenomeno del trainare l’economia, ma in certi casi cattiva gestione e quindi
accumulo di passivi che gli stati ripianavano. Trainano l’economia, ma ci sono problemi sui
conti pubblici, che già erano gravati dal welfare.
Ci sono quattro motivazioni che spiegano l’ascesa:
motivi economici, vuol dire cattiva gestione delle imprese private, che fa sì che lo stato le
debba assorbire.
di finanza pubblica, per cui inizialmente lo stato ritiene che l’ascesa del ruolo delle imprese
pubbliche fosse il traino necessario per far crescere il PIL.
politici e ideologici. Le politiche keynesiane, ovvero il fatto che lo stato doveva avere un ruolo
importante nell’economia
altri motivi di varia natura. Altri motivi possono essere i monopoli naturali, fornitura
dell’acqua, dei trasporti, tutto il sistema delle public utilities, come anche la telefonia.
Negli anni 70-80 succede che questo sistema va in crisi, di pari passo con la fine del boom economico,
con shock petroliferi (innalzamento dei costi dell’energia), vuol dire la fine del sistema dei cambi
fissi. La stabilità dei cambi va di pari passo con fasi positive dell’economia. Negli anni 80 subentra
anche l’inflazione. L’economia sta entrando in crisi, i conti pubblici peggiorano, le performance
iniziano a peggiorare nettamente. Quindi cattiva gestione di molte imprese pubbliche dello Stato, si
tratta di governament failure. Ci fu eccessiva burocratizzazione. In molti casi i servizi offerti da parte
delle imprese pubbliche sono scadenti, proprio perché queste aziende non vanno a cercare di
conquistare il mercato e non prestano attenzione al problema dei costi. Motivi di finanza pubblica,
c’è la necessità di ridurre il debito pubblico. Privatizzando non solo si riduce il contributo che lo stato
doveva versare, ma lo stato guadagna dalla privatizzazione. Ci sono anche motivi politici e ideologici,
ritorna di moda l’ideologia di Adam Smith, quella di stato regolatore e diciamo che le politiche di
privatizzazione vanno di pari passo a livello europeo con l’affermazione di governi di centro-destra;
quindi, anche qua c’è un aspetto di natura politica. L’Italia è un’eccezione, perché il grosso delle
privatizzazioni è stato fatto da governi di centro-sinistra (Prodi e Leva). C’è un’ultima motivazione,
che è con i cambiamenti tecnologici i monopoli naturali non sono più tali, come la telefonia, non c’è
più il monopolio che era Telecom. Sia per cambiamenti tecnologiche sia per politiche comunitarie,
con la necessità di apertura al libero mercato.
Prime privatizzazioni che prendono avvio nel Regno Unito nel 1979 con Margaret Thatcher. Quando
il processo prende avvio non c’era ancora un piano ben preciso di privatizzazioni, fu un qualcosa che
iniziò ad avvenire in maniera abbastanza disorganica, ma nel giro di poco tempo venne imitato da
tutti i paesi europei.
Le privatizzazioni possono avvenire o con offerte pubbliche di vendita o con trattativa privata. In
genere, l’offerta pubblica di vendita soprattutto per le grandi imprese è la scelta preferita dagli stati.
L’altro elemento interessante è che in molti casi trattandosi di privatizzazione di aziende con ruolo
rilevante nell’economia dei paesi di appartenenza, gli stati spesso decidono di collocare sul mercato
il pacchetto azionario di maggioranza al miglior acquirente, ma spesso si riservano il diritto di veto,
la Golden Share, ponendo anche spesso una serie di regole e di limiti, cioè l’azionista che vuole
acquisire un pacchetto di maggioranza deve rispettare determinati requisiti e deve essere approvato
dallo Stato. Esempio in Italia: Autostrade si possono privatizzare servizi essenziali, ma lo Stato
deve creare organismi di controllo delle attività delle aziende che hanno preso in gestione tali servizi.
Quando c’è una crisi economica, caratterizzata da inflazione, una delle manovre di politica economica
che si fa è una stretta monetaria, vuol dire aumento del tasso ufficiale di sconto, aumento dei tassi di
interesse, vuol dire ritirare moneta dalla circolazione. Gli anni attuali vengono paragonati agli anni
80.
IL MARKETING FRA GLI ECONOMISTI
La fase iniziale di sviluppo degli studi sul marketing, anche in termini di funzione della distribuzione,
avviene in USA. In termini di funzione di distribuzione perché per un’azienda adottare politiche di
marketing con l’obiettivo di conquistare nuove quote di mercato è necessario che il mercato che
voglio conquistare sia raggiungibile, questo non è banale perché, se ragioniamo sul contesto
americano quando emergono le grandi imprese (metà anni 70 dell’800) la rete di trasporti non
relativamente efficiente, che quindi consente una distribuzione rapida dei prodotti e delle materie
prime. Fin tanto che i prodotti (finiti) avevano un mercato di sbocco limitato e venivano commerciati
a livello relativamente locale, non c’era nemmeno la necessità di renderli individuabili, riconoscibili.
Non esisteva il packging sul quale attaccare un’etichetta, perché la produzione era limita e il mercato
era ristretto. Ma nel momento in cui un prodotto non è riconoscibile una politica di marketing non ha
senso. Il problema dello sviluppo del trasporto delle merci, ma anche packging, quindi confezione ed
etichettatura delle merci. Nel momento in cui la merce è riconoscibile allora posso pubblicizzarla.
Quindi il marketing inizia a svilupparsi da un certo punto in poi, fine 800 inizio 900, perché prima
non era necessario. Il marketing come disciplina si sviluppa in maniera più ritardata in Europa.
Sebbene il marketing sia una disciplina ad oggi molto importante e cruciale per gli studi di ambito
aziendalistico, questo non è sempre stato così. Nelle aziende ha assunto sempre maggiore importanza
e si è evoluta. Gli studi si sviluppano anche i funzione del cambiamento economico. Anche se ad oggi
è essenziale gli economisti, sia nel passato che oggi, non l’hanno sempre considerata più di tanto. Il
marketing ha la funzione di mettere in contatto produttore e consumatore, domanda e offerta. Perché
gli economisti non sono così convinti della sua importanza? Innanzitutto, secondo molti, valeva e
vale la legge degli sbocchi, secondo la quale l’offerta crea la propria domanda secondo un
meccanismo automatico e se funziona in automatico cosa serve il marketing. La legge di se si
inquadra nel pensiero economico classico, ma è sempre un mercato che funziona secondo regole
automatiche e laddove ci sono regole automatiche non c’è spazio per altro. Nella concezione classica
la funzione del marketing è inutile, non solo in concorrenza perfetta, ma anche se si è in regime di
monopolio. Altre ipotesi: situazione di oligopolio, se adottassero il marketing si annullerebbero tra di
loro; quindi, anche in questo caso per questi studiosi il marketing è inutile. L’unico economista di
matrice classica che era più evoluto è Alfred Marshall, che parla di un imprenditore costruttivo, cioè
un qualcuna sempre alla ricerca di nuovi mercati, che adotta delle iniziative per crearselo il mercato,
per conquistarlo. In questa logica Marshall non nomina il marketing, ma in maniera implicita secondo
alcuni studiosi ne riconosce l’importanza.
Il marketing quando si sviluppa? Le definizioni che lo identificano sono tante, cioè viene a volte
identificato con la pubblicità, politiche di prezzo, di vendita, ricerche di mercato. Secondo la History
of Marketing thought, ovvero il filone di studiosi di storia di marketing. Secondo questi studiosi il
marketing si è sviluppato in diverse fasi:
1. Prima fase:1900-1920 (Stati Uniti). È la fase della fondazione del marketing come disciplina.
Nelle università americane appaiono i corsi di marketing, quindi le politiche di marketing
attuate dalle aziende iniziavano a diventare rilevanti. In realtà in questa fase si tratta di una
fase embrionale; quindi, si parla di politiche di distribuzione e le relative ricadute sociali. È
ancora molto semplice. Si mettono le prime etichette.
2. 1920-1950. La questione diventa più complessa, perché la funzione inizia ad evolversi. Si
parla di consolidamento di questa disciplina, nascono le associazioni professionali, riviste
specializzate. Nelle università ci sono anche dei centri di ricerca. Si analizzano le strategie
attuate dalle imprese, che non solo distribuiscono le merci, ma cercano di posizionarsi sul
mercato e di dare una certa immagine dell’impresa attraverso il prodotto.
3. 1950-1980. Gli anni 50 e 60 sono anni di boom economico, in cui il marketing diventa
protagonista perché aumenta la concorrenza. Gli studi si dividono in due strade: una che si
lega agli studi di natura quantitativa (di settore, chi compra, a che età, che fasce di reddito)
per indagare il mercato, che è sempre più ampio ma anche più segmentato; l’altra il cosiddetto
marketing manager, studi che hanno l’obiettivo di capire quali sono gli elementi che orientano
i gusti dei potenziali consumatori. Data, ad esempio, una determinata fascia di reddito, età,
cosa spinge il consumatore a comprare il prodotto A rispetto al prodotto B? In questo ambito
nasca il marketing mix, ovvero l’insieme delle politiche aziendali che riguardano tanti aspetti.
Marketing che sfocia in famose 4P (Product, price, place, promotion). Come devono agire per
influenzare la scelta del consumatore?
4. 1980 in poi. Viene chiamata di frammentazione del mainstream. Questa disciplina ha
assunto una dimensione tale per cui la divisione non è più quella di prima, ma si è frazionata
in tantissimi sottosettori specifici. Si riconducono alle due macrocategorie precedenti, ma è
un qualcosa di molto ampio, reso più complesso dalla globalizzazione. Anche il marketing è
cambiato in base a come è cambiato il sistema economico. È cambiato il mercato di
riferimento, i gusti dei consumatori, la tecnologia. Nella stessa disciplina alcuni studiano i
social media, altri come influenzare i social media per influenzare i consumatori e così via.
questo tipo di modello e di sviluppo della disciplina riguarda il contesto americano, ma il
contesto europeo non è diverso, è solo tutto traslato in avanti (nel senso che arriva dopo),
diciamo che il contesto europeo si è sempre caratterizzato per un mercato maggiormente
frammentato rispetto a quello americano, che per molto tempo è stato più omogeneo. Un altro
aspetto da considerare è che lo sviluppo del marketing nel contesto europeo lo troviamo dagli
anni 50, grazie al piano Marshall. Il modello americano arriva anche in Europa.
Andiamo a vedere un altro modello, proposto da Richard Tellow (studioso Harvard di business
history). Uno dei suoi scritti più importanti si intitola “New and Improved: the story of mass
marketing in America” 1990. In questo scritto ha fatto la storia del marketing, quindi bisogna mettere
insieme come si è sviluppato e tutto è parallelo rispetto alla storia della disciplina. La prima fase
prima del 1880, quindi diciamo da metà secolo agli inizi degli anni 80 (in cui vengono costruite le
ferrovie), in cui il mercato americano è ancora poco integrato. Trasportare le merci da uno stato
all’altro era difficile e costoso, quindi solo le merci di basso peso e volume, me pregiate, potevano
permettersi i costi di trasporto. Quindi poche merci avevano un mercato che era più ampio di quello
di un singolo stato o di due stati vicini. Il marketing non era inesistente, ma poco ci mancava perché
il mercato era ristretto. Seconda fase, con ferrovie già costruite e nella prima metà del 900 c’è uno
sviluppo della motorizzazione. Si parla di unificazione del marketing, che va di pari passo con
l’unificazione del mercato. Dal 1880 al 1950 il mercato americano diventa unico e integrato; quindi,
diventa un mercato di massa ed è qui che inizia ad emergere l’importanza della marca, perché si inizia
a produrre in serie, a impacchettare ed etichettare. Questo vuol dire che si innova nell’ambito della
distribuzione ma anche nelle politiche di commercializzazione. Questa fase da noi la troviamo nel
primo ventennio del 900. Anche laddove il mercato aveva delle sue segmentazioni per categorie
sociali o altro, gli slogan pubblicitari (da inizio 900) tendevano a convincere i consumatori che il
prodotto fosse adatto a tutti. Esempio campagna Coca Cola del 1905: “Coca Cola è una bevanda
deliziosa, gustosissima e sana. Allevia la fatica ed è indispensabile per professionisti e uomini
d’affari. Attenua lo sforza fisico e mentale di studenti, atleti e guidatori. È la bevanda preferita delle
signore assetate, affaticate e depresse”. L’idea è quella di eliminare ogni tipo di differenza di sesso,
di età, di razza e di professione, per allargare il mercato il più possibile. Il marketing poi si andrà a
segmentare di pari passo con la differenziazione dei consumatori. Dagli anni 80 si inizia ad allargare
l’offerta e a differenziarla. Dagli anni 50 in poi tanto sviluppo del cinema, pubblicità, radio e tv, quindi
mercato che si segmenta, segmentato per età, per livello culturale, etc. inizia ad essere anche
influenzato da altri fattori, che fan si che anche una serie di beni di largo consumo diventino simboli
di status. Un esempio tipico per il contesto italiano è la Vespa e Lambretta e tutto quello che gira
intorno. Questo vuol dire che ad esempio le pubblicità non sono più destinate solo ad intercettare
categorie di consumatori, ma sono addirittura volte a far sorgere anche dei bisogni e quindi a cercare
di crearsi dei nuovi potenziali consumatori. Ti inducono ad avere quel bisogno. L’ipersegmentazione
lo troviamo dagli anni 80 e qui il marketing si raffina ancora di più, c’è un bersagliamento con ciò
che tu vuoi, si tratta di micromarketing, che consiste nel vendere al consumatore ciò che vuole.
Arrivano le pubblicità mirate su quello che vuoi.
MERCATO DI MASSA
Come si è sviluppata la distribuzione? Quando? Dove? E come si è arrivati al fenomeno dei consumi
di massa. Negli Stati Uniti, che vedono uno sviluppo di varie forme di distribuzione, vari canali
distributivi con 50 anni di anticipo rispetto al contesto europeo. Già nella prima metà dell’800, ma la
vera e propria rivoluzione dei canali distributivi dagli anni 80 dell’800 e primo 20ennio del 900. Si
ha lo sviluppo di forme di distribuzione che portano all’affermazione dei consumi di massa. Va di
pari passo con la crescita dimensionale delle imprese che ha la crescita dei volumi di produzione,
progressiva diversificazione produttiva, ma che punta ad un mercato in continua crescita, molto
omogeneo. Ci sono imprese che si dedicano alla distribuzione. Nel contesto europeo l’impresa è di
dimensioni più modeste con mercato di riferimento più segmentato. Le fasi principali dell’evoluzione
della distribuzione negli stati uniti sono:
1. Prima metà dell’800 (1800-1850). Anni in cui si stavano creando le premesse per lo sviluppo
industriale, c’è la costruzione delle ferrovie. Paese ancora non industrializzato, agricolo. Non
aveva grandi vie di comunicazione, quindi esclusivamente agricolo; quindi, questo mercato
poteva avere prodotti coloniali, che arrivavano dalle piantagioni del sud. L’economia della
piantagione era l’unica che aveva bisogno di forme di distribuzione che consentissero di
distribuire i prodotti in un mercato più ampio. (Cacao, Tabacco, Cotone). La prima figura
importante è quella dell’agente commissionario, che fungeva da tramite tra chi gestiva le
piantagioni e i mercanti che rivendevano questi prodotti. Esisteva anche un’altra figura, quella
del grossista indipendente, ci si rivolge all’import export di materie prime, prodotti, manufatti
vari. Poteva acquistare all’asta determinati prodotti per poi venderli, guadagnava acquistando
all’ingrosso per poi vendere al dettaglio.
2. Dalla metà degli anni 60 fino agli anni 80 (1860-1880). Aumenta la circolazione delle merci,
che finisce sempre più nelle mani dei grossisti, che iniziano ad assorbire tutta la circolazione
delle merci e danno vita a grandi case di vendite all’ingrosso. Si creano aziende specializzate
nella vendita all’ingrosso. C’è la necessità di una fase intermedia. Da due figure indipendenti
nascono le case di vendita all’ingrosso. È una fase intermedia che ci porta alla fase successiva.
3. Fine anni 80 e in avanti, fino agli anni 20/30 (1920). I canali di distribuzione si evolvono e
nascono tante forme diverse, in funzione del tipo di prodotti che vendono, in funzione del
territorio nel quale operano. Declinano i grossisti perché è una figura limitata rispetto al giro
di affari che riguarda la distribuzione. Ci sono nuove forme di intermediazione e distribuzione,
nascono:
Department stores (grandi magazzini). Nascono nelle grandi città della costa Est.
Per esempio Macy’s di New York. Questo è uno dei pochi casi nel quale il fenomeno
si sviluppa più o meno parallelamente anche in Europa. La logica è racchiudere in un
unico punto vendita una vasta gamma di prodotti. Attirare il consumatore in un unico
punto vendita. Si vedono dagli anni 60 solo nelle città. Non avrebbe senso fuori città
perché il sistema di trasporto non consentiva alla popolazione di raggiungerlo.
Vendita per corrispondenza. Nasce anche un canale di distribuzione che aveva come
potenziali clienti gli abitanti delle campagne americane, che non avrebbero potuto
essere clienti dei grandi magazzini in città. La logica è vendita per corrispondenza. Il
catalogo viene mandato ai clienti nelle campagne e sulla base delle scelte il prodotto
veniva recapitato a domicilio. È come se fosse la vendita online. In Europa è arrivata
dal secondo dopo guerra. Si puntava sui grandi volumi, che portano verso il consumo
di massa. La logica è sempre quella di raggiungere il numero più ampio possibile di
clienti.
Catene di negozi. Negozio che inizia ad aprire più punti vendita, il cui marchio
diventa riconoscibile. Si sviluppano inizialmente nell’area della drogheria, della
cosmetica. Catene di vendita a prezzo unico. (temporary store che vendono a prezzo
unico). Five-and-ten-cent stores, tutto a cinque dieci euro. È un sistema basato
maggiormente sulla quantità, rispetto alla qualità. Si voleva aumentare notevolmente
i volumi di vendita. (Tiger).
Punti vendita, che è la diretta emanazione di determinate attività produttive. Vendita
diretta da parte dei produttori di alcune categorie di beni, per esempio fabbrica. Prima
l’olio Carli aveva la vendita per corrispondenza e ora hanno un punto di vendita in
via San Lorenzo. Che tipo di aziende sviluppava il proprio punto vendita presso la
fabbrica:
o Prodotti che avevano problemi di conservazione, come prodotti alimentari,
che hanno la necessità di rimanere in frigo o in freezer. Lo stesso valeva anche
per prodotti particolari, come le pellicole per le macchine fotografiche.
o Beni di consumo durevole. Primi anni di distribuzione degli elettrodomestici,
come macchine da scrivere, frigoriferi, cioè prodotti che necessitavano anche
di un’iniziale fase di manutenzione o di una fase per spiegare il
funzionamento, necessitavano di immediata assistenza.
o Prodotti a basso valore aggiunto, ma che necessitavano di grandi volumi di
produzione, ovvero di una produzione che non si interrompe mai, a ciclo
continuo. È necessario sviluppare il ritmo di vendita, per non accumulare
troppe scorte. Fiammiferi, tabacchi, farina, etc.
A questi prodotti se ne aggiungono altri, iniziano a nascere i primi supermercati alimentari. Il primo
nasce a Memphis nel 1916. Il vero boom sarà dagli anni 30. Tutto ciò avviene con 30 anni di anticipo
rispetto all’Europa. In Europa c’è sempre stata una certa reticenza verso la grande distribuzione, c’era
una tradizione che impediva questa spinta verso questo modello, che oggi sta andando a scomparire.
Negli Stati Uniti non si erano nemmeno posti il problema. La fase di acquisto è vista come un
momento di socializzazione; quindi, c’è anche la spettacolarizzazione della vendita. Negli anni 30
c’erano già le macchine. È la struttura sociale che è diversa da quella Europea, perché in Europa le
campagne prevedevano un paesello con il macellaio, panificio, quindi la socializzazione si creava lì,
mentre negli stati uniti si creava nei supermercati. Si cerca di creare una grande suggestione che porta
all’eccesso, al fenomeno del consumismo. In Europa si comprava ancora l’indispensabile perché il
tenore di vita non permetteva altro.
Il contesto Europeo in questi anni vedeva la crescita della popolazione, la necessità di aumentare le
vendite e quindi aumento dei dettaglianti. Nel secondo dopo guerra (Piano Marshall) forte influenza
americana sul mercato europeo, si parla di “americanizzazione” dell’Europa. Nel 1956 viene aperto
un primo self-service dal dipartimento di agricoltura americano, che diede origine al Supermercato
SpA. Nel 1957 un modello simile viene imitato dalla città di Milano con iniziativa Americana, ovvero
la famiglia di Nelson Rockfeller. I primi supermercati ebbero dure battaglie contro i piccoli esercenti,
perché i dettaglianti venivano svantaggiati. I grandi magazzini nascono in maniera precoce anche in
Europa, in particolare nelle grandi città, con fasce di prezzo abbastanza elevate. A Milano nel 1877
nasce il grande magazzino Aux Villes d’Irtalie (poi rinascente) dai fratelli Bocconi. Rinascente poi
apre filiali. È interessante il fatto che in questi anni, in particolare alla fine degli anni 20, nasce e viene
fondata la catena di negozi Upim (1939), Unico Prezzo Italiano Milano. Era una catena di negozi a
prezzo unico, quindi rivolta a fasce medio basse di consumatori che risiedevano nelle città. Un ex
manager della Upim poi apre la Standa. L’ultimo caso è la Coin. Nel 1916 Vittorio Coin vendeva
tessuti e prodotti di merceria in provincia di Venezia e vendeva come ambulante. Dieci anni dopo
apre il primo negozio, nel 1929 apre un secondo negozio, nel 1934 apre un terzo negozio a Mestre e
costituisce una SpA che doveva gestire questa catena di negozi, considerati negozi di qualità, ma non
di lusso. Nel 1946 diventa presidente il figlio e tra gli anni 40 e 50 si sviluppa una vasta rete di vendita
al dettaglio. Deve iniziare a dotarsi di magazzini di deposito. Nel 57 nasce la Coin SpA, organizzata
in modo tale che ogni negozio fosse una filiale della SpA. Dagli anni 60 questi negozi si trasformano
in magazzini e si inizia ad organizzare in reparti. Metà anni 60, metà anni 70 la rete distributiva cresce
in tutte le principali città Italiane. Fine anni 60 apre filiali con forma diversa (grandi magazzini piccoli
in piccoli centri) e fondano la catena di negozi O.V.S., Organizzazione Vendite Speciali. Volevano
vendere a basso costo le rimanenze della Coin. Nel 72 l’OVS diventa una divisione autonoma. Nel
1998 la Coin acquisisce la Standa, nel 99 viene quotata in borsa. Nel 2000 si espande all’estero e nel
2005 c’è la cessione di quota di maggioranza a private equity, rimane in mano all’azienda solo il ramo
OVS.
Relazioni pubbliche
Un’altra funzione aziendale. Studi che partono dagli Stati Uniti, che hanno avuto il ruolo di andare a
capire la funzione delle relazioni pubbliche, a cosa servivano. Secondo alcuni studiosi le relazioni
pubbliche non servivano a nulla, ovvero secondo i neoclassici. Per loro era inutile dedicare risorse a
questa funzione aziendale. Le relazioni pubbliche, secondo Tellow, avevano avuto un ruolo
importante per far sì che le imprese cercassero di migliorare l’immagine che offrivano di loro al
pubblico. Secondo altri studiosi le relazioni pubbliche specialmente nelle epoche più recenti, avevano
il ruolo di migliorare l’unione all’interno dell’impresa stessa, il risultato era più interno che esterno.
il tema delle relazioni pubbliche è stato abbastanza dibattuto. In realtà, fine 800 e inizio 900 le grandi
imprese americane iniziano ad assumere figure con funzione di addetto stampa, è qualcuno che curava
l’immagine dell’azienda presso i giornali, cercava di porre in evidenza positiva l’impresa; quindi,
aveva come obiettivo quello di permettere una maggiore accettazione dell’impresa da parte
dell’opinione pubblica. Tutto questo già nell’America di fine 800 e inizio 900. Vengono poi assunti
consulenti esterni, specializzati in pubbliche relazioni, esterni all’impresa. Questo dipende dal volume
d’affari dell’impresa, la scelta Make or Buy è evidente.
La natura del progresso tecnico
Quando parliamo di innovazione non si deve pensare solo all’innovazione di Schumpeter, ovvero
un’innovazione di processo produttivo. Questo è solo uno degli aspetti da considerare, perché può
essere anche innovazione di prodotto, o innovazione di organizzazione interna, o ancora innovazione
nel settore del marketing o della distribuzione. Quindi l’impresa che innova per ottenere un vantaggio
può innovare in tanti ambiti diversi. Bisogna considerare l’innovazione in una concezione molto più
ampia. Innovazione tecnologica da molto tempo è al centro dell’interesse degli studiosi, che si
chiedono da dove arrivano, da dove deriva il progresso tecnologico, quindi qual è la spinta? Con quale
ritmo? (innovazioni continue o discontinue) Come vengono attuate? Che risorse investono
nell’innovazione? Sono tante le domande da fare e in questa logica possiamo affinare anche un po' le
definizioni di innovazione, intesa come risultato dell’interazione tra il processo di apprendimento
dell’impresa, l’aumento della domanda, la creazione di nuove conoscenze scientifiche e tecnologiche.
In sintesi, l’innovazione è una ricerca intorno a ciò che non si conosce, vuol dire sviluppare qualcosa
di nuovo. Processo di apprendimento interno: nel senso che si generano competenze in aziende che
stimolano il progresso tecnologico. L’aumento della domanda: l’impresa è costretta ad innovare
perché non riesce a far fronte ad una domanda crescente, deve innovare.
Scuola classica: il progresso tecnologico veniva considerato il motore che insieme all’accumulazione
di capitale guidava lo sviluppo economico. Questo avveniva secondo un meccanismo di adattamento
automatico.
Scuola neoclassica: viene guidato da fattori esogeni, spesso da casualità e da discontinuità. Fattori
esogeni che intervengono nel sistema economico e fanno sì che ci sia un salto. L’impresa è sempre
una sorta di scatola nera, si adatta al cambiamento. Secondo gli studi neoclassici l’innovazione
avviene sul mercato a causa di fattori esterni all’impresa.
Metà 900, studi che analizzano la grande crescita delle imprese americane: l’attenzione è focalizzata
su shock esogeni all’impresa e anche rispetto al sistema economico. Shock al sistema economico che
fa sì che vi sia un cambiamento tecnologico. Sono già passate le guerre e la crisi del 29.
New Growth Theory, studi recenti, che vanno a rispolverare l’ottica Schumpeteriana. Qui la
concezione cambia, nel senso che l’attenzione è quella dell’attività endogena delle imprese, quindi
progresso tecnologico che arriva dalle imprese. Innovazione che deriva dall’attività di ricerca e
sviluppo delle imprese, per ottenere un vantaggio competitivo sul mercato. È l’impresa protagonista,
non si adatto a fattori esterni. Anche questa visione non è del tutto corretta, si tratta di una visione
limitata perché osserva solo i fattori endogeni. L’attività delle imprese è anche influenzata a sua volta
da fattori esogeni, da quello che succede sul mercato e dai progressi che caratterizzano il mondo della
scienza. Il progresso deve essere guidato da un mix di fattori endogeni ed esogeni. Bisogna
considerare entrambi gli aspetti.
Le caratteristiche del progresso tecnologico sono queste: è un progresso evolutivo, incerto, i cui
risultati sono il prodotto dell’interazione tra le imprese (attività endogena) le istituzioni di ricerca e
formazione (centri di ricerca, università) (fattori esogeni) e lo Stato. È anche lo Stato che in
determinati settori e ambiti incentiva lo sviluppo tecnologico, attraverso finanziamenti agevolati o è
lo stesso stato che produce innovazioni, ad esempio innovazioni nell’ambito militare.
TESTO: WORK AND LABOUR IN GLOBAL PLATFORM CAPITALISM
1. PIATTAFORME DI LAVORO E SVILUPPO DEL CAPITALISMO
Il testo analizza l'emergenza e la crescita delle piattaforme di lavoro, spiegando che queste non
possono essere comprese come semplicemente guidate dalla disponibilità di tecnologie digitali. Esse
rappresentano piuttosto un'espressione di tendenze di lungo periodo che si osservano nell'economia
politica globale. Le piattaforme di lavoro incarnano una profonda innovazione e rappresentano le
nuove frontiere del cambiamento capitalistico, ma sono anche il prodotto di sviluppi precedenti,
mostrando continuità con il passato.
Il testo sottolinea che la nascita delle piattaforme di lavoro è strettamente legata all'evoluzione del
capitalismo come modalità di produzione, che ha costantemente cercato di ottimizzare il processo
lavorativo. Mentre nei primi decenni del dopoguerra il fordismo era il modello dominante di
organizzazione del lavoro, dagli anni '70, nell'era post-fordista, sono emerse nuove forme di gestione
e organizzazione del lavoro, come la produzione snella, il toyotismo e la specializzazione flessibile.
Queste nuove forme di organizzazione hanno tentato di ottimizzare il processo lavorativo in vari
modi, enfatizzando la standardizzazione, la flessibilità esterna, i bassi salari e un controllo stretto,
oppure aumentando l'autonomia, la flessibilità interna e lo sviluppo delle competenze.
Le piattaforme di lavoro rappresentano una delle frontiere di questo processo di ottimizzazione,
combinando le ultime tecnologie digitali con specifiche strategie organizzative, gestionali e
discorsive per ottimizzare l'uso del lavoro. Queste piattaforme utilizzano metodi di gestione
algoritmica, unilaterale e opaca, per rafforzare l'efficienza, la flessibilità e il controllo, cercando di
aggirare il rapporto salariale per ridurre i costi e aumentare ulteriormente la flessibilità. Inoltre,
promuovono l'idea dei lavoratori come imprenditori, sottolineando la loro autonomia e responsabilità
per il proprio successo, favorendo al contempo una forte competizione tra di loro.
Il testo discute anche come le piattaforme di lavoro contribuiscano alla frammentazione globale delle
attività economiche, sfruttando le differenze nei costi del lavoro e in altri costi tra paesi e continenti
per ottimizzare le catene del valore. Dal 1970, si è assistito al declino delle grandi aziende integrate
nel Nord del mondo, che hanno progressivamente iniziato a subappaltare e a esternalizzare la
produzione, sfruttando località geografiche più vantaggiose, soprattutto in termini di costi del lavoro.
Questo processo ha acquisito un carattere decisamente globale, con l'esternalizzazione massiccia
prima nella produzione manifatturiera e poi in una vasta gamma di servizi.
Le piattaforme di lavoro portano questa frammentazione a un livello successivo, soprattutto le
piattaforme online, che facilitano l'esternalizzazione di un crescente numero di attività di servizio non
a società ma a un numero infinito di individui freelance e in competizione tra loro a livello globale.
Questo processo consente alle aziende di accedere rapidamente a lavoratori individuali in tutti i
continenti, ricercando le combinazioni prezzo-qualità più favorevoli. Anche le piattaforme offline
contribuiscono a una nuova divisione internazionale del lavoro, poiché molti lavoratori su queste
piattaforme sono migranti provenienti da altri paesi, spesso sovraqualificati per i lavori che svolgono.
Per i migranti che trovano difficoltà a trovare lavoro, il lavoro sulle piattaforme offre un'opportunità
di migliorare le proprie condizioni di vita, anche se spesso riproduce discriminazioni e condizioni di
lavoro degradanti.
Infine, il testo affronta il ruolo delle piattaforme di lavoro nella continua spinta del capitalismo a
mercificare ogni aspetto della vita. Le piattaforme di lavoro non sono soggette alle regolamentazioni
sull'occupazione e la protezione sociale, sostituendo spesso il lavoro che in precedenza godeva di tali
protezioni, contribuendo così alla crescita del lavoro precario. Le piattaforme di lavoro tendono a
mercificare il lavoro che in precedenza non era stato assoggettato alla modalità di produzione
capitalista, coinvolgendo attività o gruppi di persone che erano al di fuori della portata del
capitalismo.
La discussione si conclude sottolineando l'interesse del capitale finanziario nelle piattaforme di
lavoro, che promettono opportunità di investimento altamente redditizie. Questo interesse è motivato
sia dalla capacità delle piattaforme di catturare valore attraverso il pagamento di commissioni per
ogni transazione facilitata dalla piattaforma, sia dal valore potenziale dei dati accumulati durante le
operazioni. Le piattaforme rappresentano un esempio di capitalismo finanziarizzato, in cui i
proprietari finanziari e le istituzioni finanziarie diventano attori centrali dell'economia,
incrementando il loro reddito a scapito dei salari reali stagnanti e dell'aumento del debito delle
famiglie.
In sintesi, il testo illustra come le piattaforme di lavoro siano sia il prodotto di tendenze di lungo
periodo del capitalismo, sia una manifestazione innovativa che contribuisce alla continua
ottimizzazione e frammentazione del processo lavorativo globale.
2. PIATTAFORME DI LAVORO NEL NORD DEL MONDO E SUD
Il fenomeno delle piattaforme di lavoro, che si è espanso notevolmente con il capitalismo delle
piattaforme, ha assunto una dimensione globale. Tuttavia, le sue manifestazioni e i suoi impatti
variano a livello locale a causa della distribuzione diseguale del capitale a livello globale, delle
caratteristiche strutturali e istituzionali dei mercati del lavoro locali e della divisione internazionale
del lavoro. In questo contesto, si analizzano due questioni principali: come le piattaforme di lavoro
modellano le relazioni tra il Nord e il Sud del mondo, soprattutto attraverso le piattaforme di lavoro
online, e l'impatto specifico delle piattaforme sui mercati del lavoro locali.
Per quanto riguarda le relazioni tra Nord e Sud, emergono due prospettive distinte. La prima
sottolinea l'aspetto dello sfruttamento, evidenziando come il capitale del Nord utilizzi le piattaforme
per accedere a manodopera sempre più economica nel Sud del mondo, creando una nuova divisione
internazionale del lavoro che rende i lavoratori del Sud subordinati digitalmente al capitale e ai
clienti del Nord. Questi lavoratori sono costretti a operare in un nuovo sistema internazionale di
lavoro a cottimo (NIPL), che riduce i costi per i clienti del Nord e trasferisce i rischi sugli stessi
lavoratori del Sud, che sono anche costretti ad accettare salari inferiori a causa delle loro limitate
opportunità nei mercati locali e della concorrenza globale.
La seconda prospettiva si concentra sulle opportunità, sostenendo che le piattaforme di lavoro
offrono ai paesi e ai lavoratori del Sud preziose occasioni di sviluppo. Alcuni governi del Sud
vedono queste piattaforme come un'opportunità per rafforzare l'economia e il mercato del lavoro,
contrastando la fuga di cervelli e riducendo la necessità di attrarre capitali produttivi dall'estero.
Inoltre, per i lavoratori del Sud, le piattaforme offrono spesso guadagni superiori rispetto alle
opportunità locali e una maggiore autonomia e flessibilità, sebbene questo possa essere più
un'illusione che una realtà.
Queste due prospettive, pur essendo apparentemente in contrasto, offrono entrambe interpretazioni
valide delle relazioni Nord-Sud create dalle piattaforme di lavoro. Sebbene queste piattaforme
creino sfruttamento, dipendenza, disuguaglianze e discriminazioni, offrono anche opportunità di
guadagno e apprendimento ai lavoratori del Sud, i quali spesso esprimono soddisfazione per il
lavoro su piattaforma nonostante il suo carattere sfruttatore.
Un'altra questione cruciale riguarda l'effetto differenziato delle piattaforme sui mercati del lavoro
locali, che tentano di aggirare le istituzioni locali del mercato del lavoro e della protezione sociale,
creando occupazione informale. Il livello di informalità è molto più elevato nel Sud globale rispetto
al Nord. Nel Nord, il lavoro su piattaforma è spesso un complemento a un lavoro formale, mentre
nel Sud rappresenta spesso l'unica fonte di reddito. Le piattaforme, quindi, non indeboliscono
necessariamente la protezione dei lavoratori nel Sud, ma piuttosto riproducono il basso livello di
protezione già esistente.
In conclusione, le piattaforme di lavoro creano una nuova divisione internazionale del lavoro e
influenzano i mercati locali in modo differenziato tra Nord e Sud, senza però mettere in discussione
la tradizionale divisione di genere del lavoro, che continua a vedere le donne svantaggiate sia nel
Nord che nel Sud. Sebbene siano fenomeni globali, le piattaforme di lavoro mantengono una
rilevanza geografica significativa, influenzando le relazioni tra Nord e Sud e i mercati del lavoro
locali.
3. PIATTAFORME COME MODALITÀ DI ORGANIZZAZIONE E CONTROLLO DEL
PROCESSO LAVORATIVO
Il testo esplora come le piattaforme di lavoro organizzano e controllano i processi lavorativi,
evidenziando tre caratteristiche principali che definiscono il loro impatto sul lavoro e sulla società.
La prima caratteristica è la combinazione di tentativi storici di sfruttare la capacità produttiva del
lavoro per il capitale. In passato, il capitale ha cercato di colmare il divario tra la capacità produttiva
della forza lavoro e la sua applicazione effettiva attraverso tre principali approcci. Il primo è la
divisione tecnica del lavoro, come nel Taylorismo, che implica l'espropriazione della conoscenza
dei lavoratori, la codifica di tale conoscenza e il suo trasferimento al capitale, assegnando compiti
con tempi e metodi specifici. Il secondo approccio accetta che non sia possibile catturare
completamente la dimensione cognitiva del lavoro e ridurre l'autonomia dei lavoratori,
promuovendo invece il coinvolgimento volontario delle loro conoscenze e tempo negli interessi del
manager. Il terzo tentativo consiste nell'evitare il rapporto salariale diretto e la responsabilità della
gestione del tempo e delle attività dei lavoratori, attraverso tecniche come il lavoro a cottimo e
l'autoimpiego.
Nel contesto delle piattaforme, questi tre tentativi storici si manifestano in una forma ibrida e
adattata alle caratteristiche specifiche delle diverse piattaforme. Per quanto riguarda il primo
tentativo, si osserva una rinascita della divisione tecnica del lavoro attraverso una forma di
Taylorismo digitale o neo-Taylorismo. Questo concetto descrive nuovi modi di sorveglianza e
controllo del lavoro, in cui software e hardware permettono una misurazione, standardizzazione e
sorveglianza più dettagliata del lavoro, spesso attraverso la gestione automatizzata. Ad esempio, nei
lavori di microcompiti online, i lavoratori svolgono compiti ripetitivi senza conoscere il processo
complessivo a cui contribuiscono, come nel caso di Amazon Mechanical Turk.
Il secondo tentativo storico, cioè la promozione dell'impegno volontario dei lavoratori, si riflette
nella piattaforma capitalism nella figura dell'«imprenditore autonomo». Le piattaforme proiettano
un'immagine di autonomia e libertà di scelta per i lavoratori, che possono decidere quando e quanto
lavorare. Tuttavia, questa autonomia è spesso fittizia e limitata, e i lavoratori digitali sono
frequentemente mantenuti distanti dal contesto più ampio del loro lavoro. Nonostante alcune
opportunità di apprendimento, la limitata visibilità sui processi e sui risultati finali del lavoro
contribuisce a una «Taylorizzazione del lavoro cognitivo» che frena l'aggiornamento delle
competenze.
Il terzo tentativo storico si esprime attraverso l'evitamento del rapporto salariale diretto tramite
l'autoimpiego e il pagamento per progetto o per pezzo, che consente di nascondere i rapporti di
lavoro e scaricare i rischi aziendali sui lavoratori stessi. Questo approccio è presente sia nei lavori di
microcompiti online che in molte piattaforme offline, come quelle di consegna e trasporto, dove
l'intensificazione dello sfruttamento è ottenuta attraverso il pagamento per pezzo.
La seconda caratteristica delle piattaforme è l'uso della gestione algoritmica, che consiste nella
sorveglianza, supervisione e controllo dei lavoratori attraverso algoritmi. Questa modalità di
gestione si distingue per la sua capacità di monitorare e valutare i lavoratori in modo
individualizzato, continuo e remoto. Le piattaforme raccolgono e sistematizzano enormi volumi di
dati sui lavoratori, utilizzando tecnologie biopolitiche come il tracciamento GPS e la richiesta di
foto personali, e implementano sistemi di valutazione basati su punteggi e classifiche. Questi
sistemi determinano il lavoro futuro dei dipendenti, attraverso un controllo che può includere premi
e punizioni. La digitalizzazione di questi processi accentua l'asimmetria di potere tra capitale e
lavoro, mascherando l'autorità del controllo attraverso la metafora della «scatola nera» e del «datore
di lavoro ombra».
Infine, la terza caratteristica è la sfumatura dei confini tra il tempo lavorativo e quello libero. Le
piattaforme, sia offline che online, incoraggiano i lavoratori a dedicare ore del loro tempo libero al
lavoro, offrendo bonus per lavorare durante determinate ore o incentivando il lavoro in orari globali
non coincidenti con la giornata lavorativa normale. Inoltre, i lavoratori sono costantemente
impegnati nella gestione dei loro profili pubblici e nella ricerca di nuove opportunità lavorative,
sfuocando ulteriormente la linea tra lavoro e vita privata e contribuendo a una completa
assoggettamento della società al capitale, come auspicato dal progetto politico capitalistico.
In sintesi, le piattaforme di lavoro ampliano e modernizzano i tentativi storici di sfruttare la forza
lavoro, utilizzando tecnologie avanzate e modelli di gestione algoritmica per intensificare il
controllo e l'appropriazione del lavoro, mentre al contempo dissolvono i confini tra lavoro e vita
personale.
4. L'ARTEFATITUDINE DELLA PIATTAFORMA LAVORATORE: L'IO
IMPRENDITORIALE
Il testo analizza come il concetto di "sé imprenditoriale" si è evoluto e si riflette nella realtà del
lavoro sulle piattaforme, mettendo in evidenza la sua relazione con la gestione algoritmica e la
neoliberale governamentalità contemporanea.
Il concetto di sé imprenditoriale è emerso come una figura centrale della governamentalità
neoliberale, specialmente dopo le ribellioni del maggio 1968 in Francia e la crescente
insoddisfazione dei lavoratori verso le rigide strutture tayloristiche e fordistiche. Bröckling (2013)
esplora le radici storiche di questo idealismo imprenditoriale, collegandolo ai movimenti
controculturali post-1968. Nonostante queste manifestazioni avessero impulsi anti-capitalisti, hanno
contribuito a formare un orientamento attitudinale verso l’imprenditorialità che rifletteva un
desiderio collettivo di maggiore autonomia e realizzazione personale. Questo ideale è stato
successivamente radicalizzato negli anni '90, attraverso manuali di auto-gestione e stili di vita
orientati al successo, mirati all'auto-ottimizzazione.
Nel contesto delle piattaforme di lavoro, questo ideale viene rafforzato e amplificato da tecniche di
governo che, secondo le analisi foucaultiane della governamentalità neoliberale, costruiscono e
ridefiniscono la libertà individuale come autonomia. Le piattaforme, infatti, si presentano come
opportunità per i lavoratori di aumentare la propria autonomia, organizzare il proprio tempo,
guadagnare reddito e accedere a benefici come l'apprendimento e la costruzione di reti sociali, il
tutto senza superiori o restrizioni. Questo discorso contribuisce alla radicalizzazione della
responsabilizzazione individuale, basata su un estremo individualismo egoistico.
Questa narrazione è accompagnata da un insieme eterogeneo di tecnologie di performance che
includono sorveglianza, premi e punizioni, progettate per creare e migliorare soggetti autonomi e
promuovere pratiche lavorative altamente individualizzate e competitive. L'auto-disciplina, la
realizzazione personale e la competizione sono così enfatizzate, rendendo il lavoro una componente
pervasiva della vita quotidiana dei lavoratori.
Tuttavia, questa costruzione del sé imprenditoriale è complessa e ambivalente. La gestione
algoritmica e le tecnologie di performance non solo promuovono l'autosufficienza e l'autodisciplina,
ma comportano anche contraddizioni significative. I lavoratori possono provare sentimenti di
frustrazione, impotenza e ingiustizia, a causa della gamificazione del lavoro, della
disumanizzazione tecnologica e della natura opaca e mutevole delle decisioni algoritmiche. La
"realtà fittizia" del sé imprenditoriale, quindi, crea una tensione tra la realizzazione e l'autonomia
promesse e le esperienze di esaurimento fisico, mentale ed emotivo.
Il testo evidenzia anche come questa figura del sé imprenditoriale varia geograficamente. Per
esempio, i lavoratori delle piattaforme online possono apprezzare la flessibilità di lavorare da casa e
organizzare autonomamente il proprio tempo, una caratteristica particolarmente apprezzata dalle
donne e che sembra riflettere modelli patriarcali di distribuzione del lavoro domestico e di cura. In
paesi come la Cina e l'India, i valori di imprenditorialità e individualismo promossi dalle
piattaforme rappresentano un cambiamento relativamente nuovo e apprezzato dalle classi medie e
dai giovani neolaureati. Tuttavia, in India, per esempio, le piattaforme sono viste come un
allontanamento dall'etica feudale che caratterizza molti luoghi di lavoro locali, promuovendo
comportamenti e pratiche più sfruttatori.
In sintesi, il testo analizza come l'ideale del sé imprenditoriale sia costruito e manifestato nel lavoro
sulle piattaforme, evidenziando le sue ambivalenze e le tensioni che emergono dalla combinazione
di autonomia promossa e realtà opprimente e disumanizzante del lavoro, mentre anche l'effetto del
contesto culturale e politico locale influisce sulla percezione e sull'esperienza di questo modello di
lavoro.
5. L'ORGANIZZAZIONE DEI LAVORATORI COME SETTORE DI TENSIONE
Il testo analizza le diverse forme di organizzazione e resistenza dei lavoratori delle piattaforme,
esplorando vari approcci teorici e pratici. Si parte dal concetto che la resistenza dei lavoratori è una
risposta inevitabile al controllo imposto dalle piattaforme. Joyce e Stuart evidenziano come i metodi
di gestione delle piattaforme, inclusi la gestione algoritmica e le regolazioni salariali, generano
diverse forme di resistenza. Queste possono manifestarsi come azioni individuali, azioni collettive
informali e forme più strutturate di resistenza organizzata da sindacati o gruppi di rappresentanza
dei lavoratori.
Vandaele, d'altra parte, utilizza la teoria delle risorse di potere per analizzare le risposte sindacali.
Esamina due approcci ideali alla rappresentanza: la "logica di appartenenza", che si concentra
sull'organizzazione dei lavoratori, e la "logica di influenza", che si radica nei sistemi nazionali di
relazioni industriali. Arias e altri studiosi analizzano le tradizioni sindacali e le strategie di
organizzazione, distinguendo tra organizzazioni orizzontali e combative e organizzazioni verticali
orientate alla contrattazione.
Il testo propone una nuova prospettiva per comprendere le risposte organizzative dei lavoratori delle
piattaforme, sottolineando la necessità di considerare sia il lato ambivalente del lavoro sulle
piattaforme – con le sue tensioni tra sottomissione e libertà – sia le componenti emotive come il
sentimento di ingiustizia e la soddisfazione. Si ipotizza che le risposte organizzative dei lavoratori
riflettano queste tensioni, influenzando le loro richieste e forme di azione.
Sono distinti quattro tipi ideali di risposte organizzative, ciascuno rappresentante diverse
combinazioni di soddisfazione, difesa dell'autonomia e riconoscimento delle relazioni di
subordinazione. Il primo tipo, chiamato "pro-status quo", si basa sull'accettazione dell'ideale
dell'imprenditore autonomo e cerca solo di migliorare le condizioni di lavoro senza mettere in
discussione la logica delle piattaforme. Qui, i lavoratori partecipano a forme di associativismo
digitale e condividono informazioni per migliorare le loro condizioni di lavoro, ma senza chiedere
cambiamenti strutturali.
Il secondo tipo, "riformista", esprime le tensioni tra soddisfazione e discontento, cercando di
riformare parzialmente le piattaforme mantenendo un certo grado di autonomia. Questa risposta
include azioni coordinate dai lavoratori, come campagne sui social media e scioperi, ma non
necessariamente una richiesta di riconoscimento come dipendenti o contratti collettivi. In questo
tipo, le forme di organizzazione possono variare ampiamente, dalle auto-organizzazioni alle
organizzazioni sindacali di base.
Il terzo tipo, "standardizzazione", riconosce l'asimmetria di potere e cerca di ridurre la tensione tra
libertà e subordinazione chiedendo un cambiamento nello status lavorativo verso quello di
dipendente. I lavoratori di questo tipo si concentrano su richieste di diritti del lavoro, come salari
minimi e protezione sociale, e usano mezzi legali e sindacali per ottenere riconoscimento e
miglioramenti.
Infine, il quarto tipo, "disruptive", combina il riconoscimento delle relazioni di potere con una
rivendicazione di autonomia. Invece di negoziare con le piattaforme, i lavoratori si organizzano in
cooperative che cercano di superare il modello delle piattaforme tradizionali. Questi sforzi
cooperativi mirano a costruire modelli alternativi di lavoro basati su mutuo aiuto e solidarietà.
In conclusione, le risposte organizzative dei lavoratori delle piattaforme mostrano una complessità e
una varietà di forme che riflettono le contraddizioni intrinseche del lavoro sulle piattaforme. Le
risposte non convergono necessariamente come i modelli aziendali delle piattaforme, e la strada
migliore per affrontare gli squilibri di potere rimane incerta. Tuttavia, la varietà e la complessità
delle risposte suggeriscono che le ambivalenze del lavoro sulle piattaforme possono offrire
opportunità per l'azione e la trasformazione.
6. CONCLUSIONI
Le piattaforme di lavoro rappresentano un fenomeno globale in rapida crescita, accelerato dalla crisi
del 2008 e ulteriormente intensificato dalla pandemia di COVID-19. Queste piattaforme hanno
generato una serie di questioni relative al capitalismo, al lavoro e alle relazioni lavorative, che sono
state discusse brevemente in questa introduzione e verranno approfondite nel resto del volume.
La principale conclusione è che l'espansione delle piattaforme di lavoro non può essere considerata
un processo isolato, guidato unicamente dalla tecnologia. Essa deve essere vista come parte di un
processo più ampio di sviluppo e cambiamento del capitalismo. Le piattaforme rappresentano
un’intensificazione delle tendenze preesistenti verso l’ottimizzazione, la (ri)commodificazione e la
frammentazione globale dei processi lavorativi. Questo fenomeno è strettamente legato alla
finanziarizzazione e alla neoliberizzazione in corso del capitalismo. Anche se le piattaforme di
lavoro sono fenomeni globali, la geografia continua a giocare un ruolo importante, influenzando le
relazioni di dipendenza e disuguaglianza tra il Nord e il Sud globale e le dinamiche dei mercati del
lavoro locali.
Le piattaforme di lavoro costituiscono una fusione di tentativi storici per colmare il divario tra la
capacità produttiva della forza lavoro e la sua applicazione effettiva al servizio del capitale.
L'instrumento principale di controllo in questo contesto è la gestione algoritmica. Questo tipo di
controllo porta all'eliminazione della distinzione tra tempo di lavoro e tempo libero, intensificando
la tendenza verso la sottomissione reale della società al capitale. Inoltre, la costruzione del
lavoratore delle piattaforme come un individuo imprenditoriale e autonomo produce contraddizioni
tra il sentimento di autorealizzazione, autonomia e soddisfazione da una parte, e il senso di
frustrazione, impotenza e ingiustizia dall’altra.
Le piattaforme di lavoro generano ambivalenze e tensioni continue che influenzano la costruzione
delle risposte organizzative dei lavoratori. Queste risposte riflettono combinazioni variabili di
soddisfazione e difesa dell'ideale autonomista, insieme a sentimenti di ingiustizia e riconoscimento
delle relazioni di subordinazione e dipendenza. Il testo distingue quattro tipi ideali di risposte
organizzative: "pro-status quo", "riformista", "standardizzazione" e "disruptive", ognuno
rappresentante una particolare combinazione di questi elementi.
L'introduzione evidenzia come la tecnologia algoritmica, la costruzione di soggettività
individualizzate competitive e l'insistenza sulla figura del lavoratore autonomo consentano alle
aziende di piattaforma di implementare il loro modello di business e rafforzare le asimmetrie di
potere nei confronti dei lavoratori. Di fronte a queste asimmetrie e alla complessità del modello
delle piattaforme, sorge la questione di come proteggere i lavoratori delle piattaforme. Il dibattito si
concentra sul fatto se la figura dell'autonomo si adatti effettivamente alla situazione dei lavoratori
delle piattaforme e su come regolare meglio il lavoro delle piattaforme.
Le normative protettive sono fondamentali per ridurre le asimmetrie di potere e conferire diritti di
lavoro e sociali ai lavoratori delle piattaforme. Tuttavia, visto che il lavoro precario è diffuso anche
nel mercato del lavoro in generale, includere il lavoro delle piattaforme nelle normative protettive
non basta per affrontare la posizione svantaggiata dei lavoratori. La regolamentazione deve essere
accompagnata da un dibattito più ampio su come garantire l'applicazione efficace delle normative
esistenti e la necessità di norme supplementari, sia in generale sia specifiche per i lavoratori delle
piattaforme.
Per migliorare la posizione dei lavoratori delle piattaforme, oltre alla questione della
regolamentazione, è fondamentale affrontare sfide più complesse e importanti, come la gestione
algoritmica, le soggettività dei lavoratori e le disuguaglianze. Le domande principali riguardano
come controllare i meccanismi di gestione digitale unilaterali, sempre cambianti e opachi; come
affrontare le disuguaglianze di genere nelle piattaforme di lavoro, comprese le responsabilità
disuguali per i compiti domestici e di cura non retribuiti; come costruire un'identità collettiva dei
lavoratori; e, soprattutto, come costruire risorse di potere sufficienti per contrastare il potere delle
piattaforme. Rispondere a queste domande richiede un dibattito approfondito tra studiosi, lavoratori
delle piattaforme e il movimento sindacale e dei lavoratori in generale. Con questo libro, si spera di
contribuire a questo dibattito.
TESTO: DIGITAL TRANSFORMATION
1. Che cos'è il digitale?
Per comprendere appieno la trasformazione digitale dei modelli di business, è essenziale chiarire
cosa significhi "digitale" in questo contesto. Esistono diverse definizioni del termine, ma una
definizione utile è quella fornita da McKinsey. Secondo questa definizione, il "digitale" non
riguarda tanto un singolo processo, quanto il modo in cui le aziende gestiscono il loro business
complessivamente. McKinsey identifica tre aspetti principali del digitale: la creazione di valore in
nuovi ambiti del mondo degli affari, l'ottimizzazione dei processi che influenzano direttamente
l'esperienza del cliente e la costruzione di capacità fondamentali che supportano l'intera iniziativa
aziendale.
In un documento pubblicato da Capgemini Consulting in collaborazione con MIT Sloan
Management, Westerman e colleghi definiscono la trasformazione digitale come l'uso della
tecnologia per migliorare radicalmente le performance o la portata delle imprese. Tuttavia, questa
definizione, sebbene ampia, non include gli ingredienti essenziali per realizzare una vera
trasformazione digitale. È importante sottolineare che l'implementazione delle tecnologie nei
processi aziendali è solo una parte del processo di trasformazione digitale. Le tecnologie devono
creare valore aggiunto per i clienti, per l'azienda stessa e per altri stakeholder rilevanti.
Per il libro in questione, la trasformazione digitale è definita come una trasformazione sostenibile a
livello aziendale, ottenuta attraverso operazioni aziendali e modelli di business rivisti o
recentemente creati grazie a iniziative di digitalizzazione che aggiungono valore, con l'obiettivo
finale di migliorare la redditività.
2. Breve sguardo storico alla trasformazione digitale
La trasformazione digitale, sebbene sia un tema molto discusso oggi, ha radici che risalgono agli
anni '90 e 2000. In quel periodo, i prodotti e servizi digitali erano già ben conosciuti e utilizzati. Ad
esempio, nel settore del retail, le campagne pubblicitarie sui mass media erano considerate
importanti canali digitali per raggiungere i clienti, anche se gli acquisti avvenivano principalmente
nei negozi fisici e spesso pagati in contante.
Tra il 2000 e il 2015, l'emergere di dispositivi intelligenti e piattaforme di social media ha
provocato un cambiamento radicale nei modi in cui i clienti comunicano con le aziende e nelle loro
aspettative riguardo ai tempi di risposta e alla disponibilità su più canali. Le aziende hanno iniziato
a capire che potevano comunicare digitalmente con i clienti in modo più individuale e spesso in
tempo reale. L'introduzione di opzioni di pagamento digitale come PayPal ha ulteriormente
accelerato il commercio online e le opportunità di vendite basate sul web.
Oggi, l'attenzione si concentra sui dispositivi mobili e sulla creazione di valore per i clienti
sfruttando i dati personalizzati generati dalle tecnologie mobili su vasta scala. Le aziende stanno
approfittando di queste informazioni personalizzate per adattare meglio i loro prodotti,
comunicazioni e interazioni alle esigenze specifiche dei clienti.
3. Digitization VS Digitalizazion
Nel libro, i termini "digitizzazione" e "digitalizzazione" verranno utilizzati, ma non sono
intercambiabili. Recentemente, è emerso un dibattito sui significati di questi termini, e comprendere
la differenza tra di essi è cruciale prima di esplorare la trasformazione digitale dei modelli di
business.
Innanzitutto, è importante chiarire perché è necessario distinguere tra digitizzazione e
digitalizzazione. Successivamente, verranno presentate le definizioni correnti di entrambi i termini.
Infine, saranno fornite le definizioni specifiche di digitizzazione e digitalizzazione adottate nel
contesto del libro.
4. What Is Digitization?
Il termine "digitizzazione" ha diverse definizioni che variano a seconda del contesto. Una delle
associazioni più comuni con la digitizzazione è la trasformazione da analogico a digitale. Questa
può essere vista come la conversione di un artefatto fisico in un formato digitale, come nel caso di
una fotografia che viene trasformata in un'immagine digitale. Un esempio più complesso potrebbe
essere un sintetizzatore che crea suoni attraverso variabili continue come le tensioni, piuttosto che
utilizzare i dati binari 1 e 0.
Esistono definizioni più orientate alla trasformazione e altre più orientate ai processi. Alcuni
studiosi evidenziano la qualità "immateriale" delle informazioni generate attraverso la
digitizzazione, mettendo in secondo piano i sistemi materiali, come i transistor, che ospitano tali
informazioni. Inoltre, esperti del settore come Cisco definiscono la digitizzazione come la
connessione di persone, processi, dati e oggetti per fornire intelligence e approfondimenti
azionabili, mentre Gartner la definisce come il processo di creazione e offerta di nuovo valore ai
clienti, non solo il miglioramento di ciò che è già fatto.
Nel contesto di questo libro, la digitizzazione viene definita come l'abilitazione digitale di artefatti
analogici o fisici con l'intento di integrarli nei processi aziendali, con l'obiettivo finale di acquisire
nuove conoscenze e creare nuovo valore per gli stakeholder.
5. What Is Digitalization?
Il termine "digitalizzazione" è stato utilizzato per la prima volta in un saggio del 1971 pubblicato
nella North American Review, dove Robert Machal parlava della "digitalizzazione della società" in
relazione ai limiti e al potenziale della ricerca assistita da computer. La digitalizzazione viene
definita da I-SCOOP come l'uso delle tecnologie digitali e dei dati (sia digitalizzati che nativamente
digitali) per generare entrate, migliorare gli affari, trasformare i processi aziendali (non
semplicemente digitizzarli) e creare un ambiente di business digitale in cui l'informazione digitale è
centrale. Nel contesto di questo libro, la digitalizzazione è definita come i cambiamenti
fondamentali apportati alle operazioni aziendali e ai modelli di business, basati su nuove
conoscenze acquisite tramite iniziative di digitizzazione che aggiungono valore. L'accento è posto
sulla digitalizzazione dei modelli di business e, in ultima analisi, sulla trasformazione digitale di
questi modelli.
6. Business Process Reengineering vs. Digital Transformation
La rimodellazione dei processi aziendali (Business Process Reengineering, BPR) e la
trasformazione digitale sono due approcci che, sebbene abbiano somiglianze, presentano anche
differenze significative. BPR, descritto da Hammer e Champy nel 1993, riguarda la riprogettazione
e l'ottimizzazione dei processi aziendali per ridurre i costi e migliorare i prodotti e i servizi. Si
concentra principalmente sull'automazione dei processi basati su regole chiare e predefinite, con
l'obiettivo di rendere questi processi più efficienti attraverso la tecnologia.
In contrasto, la trasformazione digitale si orienta verso un approccio più orientato ai dati.
L'obiettivo principale non è solo automatizzare i processi esistenti, ma acquisire nuovi dati e
utilizzarli per reinventare i processi e i modelli di business. La trasformazione digitale implica
l'acquisizione di nuove conoscenze attraverso i dati, che consente di ripensare e innovare i modelli e
le operazioni aziendali.
Ad esempio, Airbnb ha sfruttato i dati per trasformare l'industria alberghiera, senza possedere beni
fisici come gli hotel. Questo esempio dimostra come i processi tradizionali possano essere
completamente reinventati in un contesto orientato ai dati.
La principale differenza con la trasformazione digitale è che essa non si limita a rendere i processi
più efficienti o rapidi, come fa l'automazione, ma richiede che i dipendenti ripensino e reinventino i
processi e le decisioni basandosi sulle nuove conoscenze acquisite.
7. Cosa riserva il futuro per la Trasformazione Digitale?
Il futuro della trasformazione digitale sembra destinato a essere sempre più integrato e continuo
come parte delle strategie aziendali. Gli esperti del settore e i professionisti concordano sul fatto che
le aziende stiano creando nuovi dipartimenti digitali e assumendo specialisti in vari ambiti per
guidare le loro strategie di trasformazione digitale. Secondo l'International Data Corporation (IDC),
il numero di dispositivi dell'Internet of Things (IoT) raddoppierà entro il 2018, e lo sviluppo di
applicazioni mobili è destinato a continuare a crescere.
L'IDC prevede che la trasformazione digitale raggiungerà una scala macroeconomica, diventando
un elemento fondamentale per le imprese di tutte le dimensioni e settori. In futuro, le iniziative di
trasformazione digitale non saranno più semplici "progetti" o "unità aziendali speciali", ma parte
integrante del modo in cui le aziende pensano e operano.
Anche Gartner prevede un impatto significativo della trasformazione digitale. Entro il 2021, il 20%
dell'interazione quotidiana degli individui coinvolgerà almeno uno dei grandi nomi digitali, come
Google, Apple, Amazon, Baidu, Facebook, Alibaba e Tencent.
DIGITAL TRASNFORMATION OF BUSINESS MODELS
1. TRASFORMAZIONE DIGITALE
La trasformazione digitale non ha una definizione univoca e universalmente accettata, e i termini
"digitalizzazione", "trasformazione digitale" e "era digitale" sono spesso usati in modo
intercambiabile. Tuttavia, per questo libro, si sono considerate diverse definizioni.
BMWi sottolinea l'importanza della digitalizzazione, definita come la rete di tutti i settori
economici e sociali e la capacità di raccogliere, analizzare e tradurre le informazioni in azioni, con
un focus su big data e analytics.
Bowersox e colleghi parlano di "trasformazione digitale del business", che implica la ridefinizione
di un'azienda, la digitalizzazione dei processi e l'espansione delle relazioni lungo le catene del
valore. La sfida è sfruttare al massimo le potenzialità della tecnologia dell'informazione.
Westerman e colleghi vedono la trasformazione digitale come l'uso della tecnologia per migliorare
radicalmente la performance e la portata delle aziende, intervenendo su processi operativi,
esperienze dei clienti e modelli di business.
Mazzone definisce la trasformazione digitale come un'evoluzione digitale consapevole e continua di
un'azienda, un modello di business o un processo, sia strategicamente che tatticamente.
PwC descrive la trasformazione digitale come una trasformazione fondamentale del mondo degli
affari attraverso l'adozione di nuove tecnologie basate su Internet che hanno un impatto profondo
sulla società.
Bouee e Schaible la vedono come una rete di tutti i settori economici e l'adattamento degli attori alle
nuove realtà dell'economia digitale, coinvolgendo scambi e analisi di dati, valutazione delle opzioni
e avvio di azioni.
In sintesi, la trasformazione digitale comprende la rete di attori e l'applicazione di nuove tecnologie,
richiedendo competenze per estrarre, scambiare, analizzare e convertire i dati in informazioni
azionabili. Questo processo influisce su aziende, modelli di business, processi e relazioni, mirando a
migliorare le performance e l'impatto delle aziende.
2. BUSINESS MODEL
Per affrontare adeguatamente il concetto di "modello di business", è importante definirlo
chiaramente.
Secondo Schallmo, un modello di business rappresenta la logica di base di un'azienda, descrivendo i
benefici forniti ai clienti e ai partner. Questo modello risponde alla domanda su come i benefici
offerti dall'azienda ritornano sotto forma di ricavi. Il valore creato dal modello consente di
differenziarsi dai concorrenti, consolidare le relazioni con i clienti e formare un vantaggio
competitivo.
Un modello di business si compone di diverse dimensioni ed elementi:
Dimensione del cliente: segmenti di clienti, canali di distribuzione e relazioni con i clienti.
Dimensione del beneficio: prodotti, servizi e valori.
Dimensione del valore aggiunto: risorse, competenze e processi.
Dimensione dei partner: partner, canali di partnership e relazioni con i partner.
Dimensione finanziaria: ricavi e spese.
L'obiettivo è combinare questi elementi del modello di business in modo che si rafforzino
reciprocamente, permettendo così una crescita difficile da imitare dai concorrenti.
3. TRASFORMAZIONE DIGITALE DEI MODELLI DI BUSINESS
La trasformazione digitale dei modelli di business può essere definita come segue: La
trasformazione digitale dei modelli di business si riferisce agli elementi singoli del modello di
business, all'intero modello, alle catene del valore e alla rete di attori coinvolti in una rete di valore.
Questo processo può comportare cambiamenti sia incrementali (marginali) che radicali
(fondamentali) nel modello di business. Sebbene il cliente sia spesso il punto di riferimento
principale per il livello di novità, anche l'azienda stessa, i partner, l'industria e i concorrenti possono
essere influenzati.
Nel contesto della trasformazione digitale dei modelli di business, si utilizzano abilitatori o
tecnologie (come i big data) per generare nuove applicazioni o servizi (ad esempio, previsioni su
richiesta). Questi abilitatori richiedono competenze che permettano la raccolta e lo scambio di dati,
nonché l'analisi di tali dati, per calcolare e valutare opzioni. Le opzioni risultanti vengono poi
utilizzate per avviare nuovi processi all'interno del modello di business.
La trasformazione digitale dei modelli di business si basa su un approccio che comprende una
sequenza di compiti e decisioni collegati in modo logico e temporale. Essa influisce su quattro
dimensioni target: tempo, finanza, spazio e qualità.
4. Esempi selezionati che dimostrano la Trasformazione Digitale dei modelli di business
Questo capitolo presenta quattro casi studio che illustrano esempi di trasformazione digitale di
modelli di business. Ogni caso analizza la situazione iniziale, la definizione del problema, gli
obiettivi, l'approccio alla soluzione, i risultati e l'applicazione alla prima fase del modello.
Situazione Iniziale e Definizione del Problema: In questa sezione viene descritta la situazione
attuale dell'azienda selezionata e i problemi riscontrati. Questo aiuta a comprendere perché l'azienda
ha scelto un determinato approccio alla trasformazione digitale del suo modello di business e a
considerare possibili alternative.
Obiettivo e Approccio alla Soluzione: Viene delineato l'obiettivo della trasformazione digitale del
modello di business dell'azienda e l'approccio alla soluzione adottato.
Risultati e Applicazione al Modello: Il diagramma di Venn illustrato serve come introduzione al
Roadmap per la trasformazione digitale dei modelli di business. Questo diagramma aiuta a valutare
il modello di business alla ricerca di opportunità per la trasformazione digitale. Il primo passo
richiede una valutazione approfondita del modello di business per identificare opportunità di
trasformazione digitale. Il passo successivo, denominato "Digital Reality", segna l'inizio della
Roadmap.
Il diagramma di Venn comprende tre cerchi:
1. Dati da Utilizzare: Rappresenta il vasto mondo
delle informazioni che potrebbero essere quantificate,
digitalizzate, analizzate e condivise, ma che
attualmente non vengono sfruttate. Non tutti i dati
disponibili devono essere raccolti, e la raccolta di dati
non utili può portare a risultati inefficaci.
2. Valore Aggiunto e Risoluzione di Problemi:
Identifica le informazioni non utilizzate che hanno il
potenziale di risolvere problemi o creare valore per
clienti, fornitori, filiali o reparti dell'azienda. È
importante notare che la creazione di valore può avvenire anche senza l'elaborazione di dati
non precedentemente utilizzati.
3. Redditività: Il terzo cerchio valuta la redditività dei cambiamenti proposti. Anche se un
cambiamento può aggiungere valore e risolvere problemi, deve anche garantire una
redditività sostenuta e a lungo termine. Per le organizzazioni non profit o accademiche,
questo cerchio può essere interpretato come "massimizzazione del ROI" o l'ottenimento del
massimo valore possibile per le risorse investite.
Applicazione al Modello: Il diagramma di Venn serve da introduzione al Roadmap per la
trasformazione digitale dei modelli di business, che è suddiviso in cinque fasi, con la prima fase,
"Digital Reality", che viene applicata ai quattro casi studio del capitolo. Le dimensioni applicate
sono: dimensione cliente, dimensione beneficio, dimensione valore aggiunto, dimensione partner e
dimensione finanziaria. L'obiettivo è mostrare come valutare i modelli di business attuali e
preparare il terreno per ulteriori studi di caso nel capitolo successivo.
5. Roadmap per la trasformazione digitale dei Modelli di Business
La Roadmap per la trasformazione digitale dei modelli di business è suddivisa in cinque fasi
principali:
1. Digital Reality: In questa fase, si delineano il modello di business esistente dell'azienda e
un'analisi del valore aggiunto relativo agli stakeholder. Si esamina anche le esigenze dei
clienti per comprendere la "Digital Reality" dell'azienda secondo diversi parametri.
2. Digital Ambition: Basandosi sulla Digital Reality, vengono definiti gli obiettivi per la
trasformazione digitale. Questi obiettivi riguardano tempo, finanze, spazio e qualità. La
Digital Ambition stabilisce quali obiettivi considerare per il modello di business e i suoi
elementi, e successivamente li prioritizza.
3. Digital Potential: Durante la fase di Digital Potential, vengono stabiliti best practice e
abilitatori per la trasformazione digitale. Questo serve come punto di partenza per il design
di un futuro modello di business digitale. Si esplorano diverse opzioni per ciascun elemento
futuro del modello di business e queste opzioni vengono combinate e collegate in modo
logico.
4. Digital Fit: La fase di Digital Fit
esamina le opzioni per il design del modello di
business digitale. Queste opzioni vengono
valutate per determinare la loro compatibilità
con il modello di business esistente,
assicurando che soddisfino le esigenze dei
clienti e raggiungano gli obiettivi aziendali. Le
opzioni valutate vengono poi prioritizzate.
5. Digital Implementation: La fase di
Digital Implementation include la
finalizzazione e l'implementazione del nuovo
modello di business digitale. Le opzioni
vengono ulteriormente perseguite all'interno di un quadro di implementazione digitale.
Questa fase comprende anche la progettazione di un'esperienza cliente digitale e una rete di
creazione di valore digitale, che descrivono l'integrazione del nuovo modello di business con
i partner. Inoltre, vengono identificati le risorse e le capacità necessarie.
Il diagramma 6.1 illustra la Roadmap per la trasformazione digitale dei modelli di business con le
sue diverse fasi e attività, che sono spiegate ulteriormente con obiettivi e domande specifiche. Le
attività sono mostrate insieme ai loro strumenti e alcune attività selezionate sono illustrate da casi
studio.
TESTI PROFESSORESSA
IMPRESA FAMILIARE: FAMILY FIRMS IN EUROPEAN ECONOMIC HISTORY
1. INTRODUZIONE
Le imprese familiari, di tutte le dimensioni, rivestono un ruolo considerevole nelle economie
moderne. Queste imprese sono presenti ovunque, indipendentemente dallo stadio di sviluppo del
paese, dal grado di avanzamento tecnologico, dalla struttura istituzionale e nonostante alcune
credenze diffuse e pregiudizi sulla loro inefficienza e arretratezza.
La proprietà familiare è comune tra le piccole e medie imprese, ma si trova anche in quelle di
grandi dimensioni. Alcune delle più grandi aziende al mondo, secondo le classifiche annuali
pubblicate da riviste e gruppi di ricerca, sono a conduzione familiare. I membri della famiglia sono
spesso non solo parte del consiglio di amministrazione, ma rivestono anche un ruolo importante
nella gestione quotidiana dell'impresa. Nonostante il noto "Sindrome Buddenbrook", che descrive il
ciclo di vita delle imprese familiari (dove la prima generazione costruisce la fortuna della famiglia,
la seconda la consolida e la terza la dissipa), ci sono numerosi esempi di aziende che sono riuscite a
essere trasmesse di generazione in generazione, mantenendo alti standard di performance e
adattandosi con successo ai cambiamenti nei mercati e nelle tecnologie.
Nonostante la loro diffusione, è quasi impossibile fornire stime precise delle imprese familiari nelle
economie contemporanee, sia a livello nazionale che internazionale. La loro importanza varia a
seconda della definizione di impresa familiare adottata. Definire esattamente cosa sia un'impresa
familiare è stato uno dei campi più controversi negli studi sulle imprese familiari. Diverse
definizioni sono state adottate in tutto il mondo, come conseguenza di specifici schemi storici di
adattamento del capitalismo familiare alle condizioni nazionali particolari. Focalizzandosi
sull'Europa, un recente rapporto dell'Austrian Institute for SME Research, commissionato dalla
Commissione Europea, ha identificato almeno 90 definizioni diverse di impresa familiare nei 33
paesi europei esaminati nello studio. Secondo questo rapporto, a seconda del grado di rigidità della
definizione adottata, nell'Europa "allargata" (UE-27 più alcuni stati dell'Est europeo), le imprese
familiari rappresentano il 70-80% delle imprese, il 40-50% dell'occupazione totale, il 40% del
fatturato totale del settore privato e una quota altrettanto considerevole del PIL. Tuttavia, questa
importanza non è unica. Situazioni simili possono essere trovate anche in molte altre aree del
mondo, come in America Latina, dove la proprietà familiare è dominante anche tra i grandi
conglomerati, o nel Sud-Est asiatico.
2. Aziende familiari in Europa
La diffusione del capitalismo familiare in Europa può essere correlata ad alcune caratteristiche
strutturali dell'economia europea, come la prevalenza di piccole e medie imprese (PMI), sia in
termini assoluti che relativi a occupazione, PIL e valore aggiunto complessivo. Secondo una ricerca
finanziata dalla Commissione Europea e pubblicata nel 2003, le PMI (imprese con 1-249
dipendenti) rappresentavano quasi la totalità delle imprese in Europa (19 Stati membri), occupando
il 70% della forza lavoro. Questa situazione era molto simile a quella giapponese, ma differiva
significativamente dagli Stati Uniti, dove le imprese con oltre 250 dipendenti occupavano più del
50% della forza lavoro totale.
Nonostante alcune differenze tra i membri dell'Unione (per esempio, nei Paesi Bassi, in Germania,
in Finlandia, nel Regno Unito e in Islanda, le grandi imprese sono predominanti, mentre altrove le
micro e PMI sono più diffuse), l'Europa nel complesso è caratterizzata dalla presenza predominante
delle PMI, tra cui la proprietà e la gestione familiare sono la norma. Come affermato dall'Austrian
Institute for SMEs research, "la maggior parte delle PMI europee – che costituiscono la spina
dorsale dell'economia europea – sono imprese familiari, mentre anche la maggior parte delle
imprese familiari sono PMI."
Questa prevalenza di PMI a conduzione familiare è accompagnata da un'altra caratteristica
significativa dell'economia europea, ovvero il predominio di settori tradizionali e labor-intensive
come la manifattura, l'edilizia e il commercio al dettaglio, con una presenza limitata nel settore
finanziario e nelle industrie ad alta tecnologia. Questo è coerente con alcune osservazioni generali
sull'efficienza interna dell'economia europea a livello "micro". I coordinatori del rapporto osservano
che, sebbene le PMI siano di gran lunga la forma di impresa più prevalente e occupino una
considerevole quantità di forza lavoro, tendono ad avere livelli di produttività e redditività più bassi,
in particolare le microimprese.
Le caratteristiche generali delle PMI europee, come emergono dalla ricerca citata, sono chiaramente
coerenti con la diffusione e persistenza della proprietà familiare in tutte le economie europee. Le
strutture di proprietà familiare e individuale sono più frequenti dove le dimensioni dell’impresa (e i
requisiti di capitale e finanziari) giustificano e rendono possibile la presenza dei membri della
famiglia nella gestione dell’impresa stessa. Tuttavia, non è facile dimostrare se la diffusione della
proprietà familiare sia il risultato o l'origine del "vantaggio competitivo" europeo nei settori
tradizionali e labor-intensive dominati dalla dimensione piccola e media.
Parlare di imprese familiari in generale può essere fuorviante. Come sempre, la scala di analisi
influisce sulla qualità delle informazioni fornite. Sebbene il costo di una visione d'insieme sia la
perdita di accuratezza e dettaglio, è importante notare che le imprese familiari di grandi dimensioni
condividono molte delle caratteristiche strutturali comuni anche alle imprese familiari più piccole,
ma presentano anche numerosi caratteri distintivi. Comprendere questi aspetti è cruciale per capire
se e in che misura sia possibile parlare di un "modello europeo" di grande impresa familiare.
3. Le grandi aziende familiari in Europa tra teoria e storia
La presenza di grandi imprese controllate e gestite da famiglie è una caratteristica tipica del
panorama industriale europeo odierno. Questa realtà è emersa chiaramente attraverso una serie di
studi condotti a partire dagli anni '90, utilizzando dati forniti dalla direttiva europea sui Grandi
Azionisti (88/627/EEC). Questi studi, provenienti da ambiti come il diritto e la finanza, hanno
fornito nuove evidenze empiriche sulla diffusione della proprietà familiare tra le grandi aziende
europee.
Un articolo pionieristico di La Porta et al. (1999) considera la proprietà familiare come una delle
modalità di concentrazione della proprietà tra le più grandi aziende quotate a livello mondiale.
Sebbene esistano differenze significative tra i vari paesi, la ricerca, che analizza le prime 20 aziende
in 27 paesi, mostra che le imprese direttamente controllate dalle famiglie rappresentano il 30% del
campione con una soglia di controllo del 20% e circa il 35% con una soglia abbassata al 10%,
mentre le aziende pubbliche costituiscono rispettivamente il 36% e il 24%.
Studi successivi, come quello di Faccio e Lang (2002), confermano i risultati di La Porta et al.,
analizzando oltre 5.000 società dell'Europa occidentale. I dati mostrano che il controllo familiare è
la forma principale di proprietà. In paesi come Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Spagna,
con una soglia del 20%, le famiglie e gli individui controllano il 44% delle aziende incluse nel
campione, mentre con una soglia del 10% la percentuale supera il 55%. Tra questi paesi, la presenza
di imprese diffuse è significativa solo nel Regno Unito, mentre altrove la proprietà familiare è la
norma.
Altri studi, come quello di Becht e Mayer (2001), confermano che in Europa (almeno nell'Europa
"vecchia") la proprietà delle più grandi corporazioni era, all'inizio del nuovo millennio, concentrata
nelle mani di due categorie di proprietari: famiglie e altre aziende, con una significativa presenza
anche dello Stato. Questi risultati sono avvalorati da un'analisi comparativa più recente di Franks et
al. (2009), che esamina le tendenze evolutive della proprietà tra 4.000 aziende europee,
confermando la persistenza della proprietà concentrata in Europa continentale rispetto al Regno
Unito, dove si osserva una transizione verso aziende pubbliche e ampiamente diffuse.
Anche ricerche recenti nel campo della strategia confermano queste tendenze. Whittington e Mayer
(2002) confrontano strategie e strutture di grandi aziende in Francia, Germania e Regno Unito dal
1985 al 1995, e trovano che la proprietà personale e familiare rimane dominante in Francia e
Germania, a differenza del Regno Unito, dove prevale la proprietà dispersa.
Ricerche di storia economica confermano anch'esse questi trend. Colli e Binda (2009) mettono in
evidenza l'importanza duratura della proprietà individuale e familiare in Italia e Spagna, anche se
con un certo grado di turnover negli ultimi dieci anni. In Italia, le grandi imprese familiari sono
state una costante dal processo di industrializzazione del XIX secolo. Famiglie come Agnelli (Fiat),
Pirelli, Olivetti, e molte altre, hanno consolidato il loro potere su interi settori o rami importanti
dell'economia.
Durante il primo dopoguerra, le imprese familiari italiane hanno mantenuto una posizione di
leadership anche dopo eventi significativi come la nazionalizzazione dell'industria elettrica. Fino
agli anni '70, la percentuale di imprese a controllo familiare tra le prime 100 aziende italiane è
rimasta alta. Negli anni '80 e successivi, la percentuale di aziende familiari è variata tra il 40 e il
50% del totale, con un aumento più recente dal 2000 ad oggi
4. Esiste un'impresa familiare europea?
Il caso italiano potrebbe enfatizzare eccessivamente il fenomeno del controllo familiare rispetto ad
altre esperienze europee, poiché la diffusione delle grandi imprese familiari in Europa è molto
variabile e non omogenea nello spazio e nel tempo. Tuttavia, anche attraverso un'analisi superficiale
e qualitativa, le più importanti aziende europee a conduzione familiare odierne condividono alcune
caratteristiche utili per delineare un modello di corporazione familiare continentale. Questo modello
europeo di impresa familiare si distingue per alcune peculiarità che emergono a livello generale.
Anche se ogni paese ha le proprie peculiarità e il grado di diffusione del controllo familiare varia, ci
sono tratti comuni tra le grandi imprese familiari europee che possono aiutare a definire un modello
continentale. Questi tratti includono la persistenza della proprietà e del controllo familiare nel
tempo, l'importanza della partecipazione attiva dei membri della famiglia nella gestione e la
capacità di adattarsi alle trasformazioni del mercato e della tecnologia, mantenendo una forte
identità e continuità.
4.1 Longevità multigenerazionale
In generale, le più grandi aziende familiari europee sono multigenerazionali. Nella maggior parte
dei casi, queste imprese sono gestite almeno dalla seconda generazione, se non dalla terza o anche
da generazioni successive. Un'analisi basata sui ranking pubblicati dalla Family Business Magazine
nel 2008 conferma questa impressione, con esempi come Maersk in Danimarca, Roche in Svizzera,
Sainsbury nel Regno Unito e L'Oréal e Michelin in Francia.
Analizzando qualitativamente le principali imprese familiari in diversi paesi europei, emerge che la
maggior parte di esse ha attraversato almeno una transizione generazionale. In Francia, tutte le
prime cinque aziende familiari (Carrefour, Peugeot, Auchan, PPR, Michelin e Bouygues) hanno
vissuto almeno una transizione intergenerazionale. In Germania, quattro su cinque (Metro, BMW,
Lidl e Tengelmann) sono multigenerazionali, escludendo Bosch, controllata da una fondazione, ma
includendo il gruppo Porsche-Volkswagen. In Italia, solo il Gruppo Riva (acciaio) è in fase di
transizione tra la prima e la seconda generazione, mentre nei Paesi Bassi, solo l’SHV è ancora
gestito dalla prima generazione. In Portogallo e in Spagna, tutti i principali gruppi familiari hanno
vissuto transizioni generazionali.
Questi risultati qualitativi sono confermati da studi comparativi che sottolineano la tendenza delle
aziende europee a rimanere sotto il controllo familiare piuttosto che diventare aziende a proprietà
dispersa, indipendentemente dal loro ciclo di vita. La longevità multigenerazionale, o la "resilienza
della leadership familiare", non è solo diffusa ma ha anche una componente storica. Gli studi storici
di Harold James e David Landes mostrano che la longevità delle dinastie familiari europee è spesso
dovuta alla capacità di adattarsi ai cambiamenti ambientali e istituzionali.
Inoltre, uno studio di Paloma Fernandez e Nuria Puig sulle aziende familiari spagnole suggerisce
che la loro persistenza sia legata alla capacità di adattarsi alle condizioni di mercato protettive e
isolate del periodo della dittatura e di stabilire relazioni positive con l'ambiente politico. La
presenza di capitale umano in regioni come la Catalogna e i Paesi Baschi, dove le imprese familiari
tendono a concentrarsi, è un altro fattore che contribuisce alla loro durata, sebbene la relazione
causale non sia ancora completamente chiara.
4.2 Coinvolgimento della famiglia
Per comprendere appieno la "fisionomia" delle aziende familiari europee, è essenziale considerare il
grado di coinvolgimento della famiglia nella gestione dell'azienda. La maggior parte delle grandi
aziende familiari in Europa, incluse quelle tra le più importanti e antiche, sono gestite da più di una
generazione e prevedono di passare la gestione alla generazione successiva. Un esempio
significativo è Barilla, un'importante azienda alimentare italiana, che da 150 anni è guidata da
membri della famiglia, dimostrando una gestione continua e una pianificazione di successione
efficace.
L'involvement familiare nei ruoli di top management può essere visto come una conseguenza della
persistenza della proprietà concentrata in Europa. La letteratura in campo di governance aziendale
indica che la presenza di membri della famiglia nei vertici aziendali riflette la capacità delle
famiglie di mantenere un controllo stretto sull'azienda, anche quando queste crescono in
dimensioni. Questo fenomeno è supportato dalla teoria dell'agenzia, che sottolinea come la
protezione degli azionisti e i diritti dei dirigenti influenzino la persistenza della proprietà familiare e
della gestione concentrata.
La persistenza della proprietà e della leadership familiare tra le grandi aziende europee può essere
vista sia come una caratteristica endogena che esogena al contesto istituzionale. In Europa, ci sono
esempi storici di contesti istituzionali che hanno facilitato il mantenimento del controllo familiare
sulle aziende, attraverso normative favorevoli o legislazioni sui diritti di voto e le eredità. Tuttavia,
le grandi aziende familiari sono state anche abili a influenzare le normative a livello istituzionale.
Un esempio significativo è il fallimento del piano della Commissione Europea del 2007, volto a
introdurre il principio "una azione, un voto", che è stato ostacolato dai paesi con grandi aziende
familiari che preferivano mantenere meccanismi di controllo più favorevoli per i loro azionisti.
4.3 Grandezza
La ricerca citata ha messo in evidenza una caratteristica delle grandi corporazioni europee: la loro
dimensione. In generale, le grandi aziende europee tendono ad essere più piccole rispetto ai loro
concorrenti statunitensi e giapponesi, anche nei medesimi settori e industrie. Dati storici di Dunning
e Pearce (1981) mostrano che, nel 1962, il 60% delle più grandi imprese erano situate negli Stati
Uniti, il 30% in Europa (inclusa Scandinavia e Mediterraneo) e solo il 6% in Giappone. Nel 1977, la
quota degli Stati Uniti era scesa al 50%, quella del Giappone era aumentata leggermente oltre il
13%, mentre la quota europea era rimasta invariata. Inoltre, le aziende europee erano anche più
piccole in termini assoluti rispetto ai loro concorrenti statunitensi e giapponesi.
I ricercatori di Harvard attribuivano questa peculiarità europea alla diffusa proprietà familiare tra le
aziende europee, che rappresentava tra il 30 e il 40% delle imprese nei campioni nazionali. Il Regno
Unito era l'eccezione, con una diminuzione progressiva della proprietà familiare tra le grandi
aziende. In paesi come Germania, Francia e Italia, la proprietà concentrata è la norma, con le
aziende familiari che tendono a essere meno diversificate, a finanziare se stesse e a limitare le
risorse manageriali. Anche in Spagna, dopo la Seconda Guerra Mondiale, la proprietà personale e
familiare era la norma tra le grandi aziende, condividendo con il resto dell'Europa caratteristiche
simili in termini di dimensioni e strutture.
Secondo uno studio di Whittington e Mayer (2000), nonostante un processo di convergenza
organizzativa, all'inizio del nuovo millennio, le aziende europee continuano a mostrare una
significativa tendenza verso la proprietà concentrata, essenzialmente di natura familiare. La
predominanza del controllo familiare tra le più grandi aziende era vista come negativa dai
ricercatori di Harvard, poiché preferivano il modello aziendale statunitense delle grandi aziende
pubbliche, multidivisionali e diversificate. La persistenza della proprietà familiare potrebbe spiegare
molte delle caratteristiche delle aziende europee, tra cui la loro minore propensione alla crescita e
alla diversificazione.
4.4 Specializzazione e focalizzazione
Le ricerche sulle grandi aziende europee hanno evidenziato un elemento distintivo: la loro tendenza
alla specializzazione settoriale. Le aziende europee, sia storicamente che oggi, sono spesso
concentrate in settori capital-intensivi e tradizionali, come tessile, costruzioni e servizi, con notevoli
variazioni geografiche e temporali.
Analizzando i dati intorno alla Prima Guerra Mondiale e immediatamente dopo la Seconda Guerra
Mondiale, emerge che, nonostante una certa convergenza verso settori capital-intensivi, molte
grandi aziende europee sono rimaste attive nei settori tradizionali per un lungo periodo. Ad
esempio, nel 1917, una parte significativa delle più grandi aziende negli Stati Uniti e nel Regno
Unito era concentrata in settori tradizionali, mentre in Germania e Italia la percentuale era anch'essa
rilevante. Anche dopo la Seconda Guerra Mondiale, le aziende europee erano ancora fortemente
rappresentate nei settori tradizionali, sebbene con alcune eccezioni come la Germania, che aveva
fatto passi significativi verso l'industria capital-intensiva.
La specializzazione delle grandi aziende europee è influenzata anche dalle strategie di
diversificazione e focalizzazione. Le aziende familiari europee tendono ad adottare strategie di
crescita a lungo termine che enfatizzano la specializzazione piuttosto che la diversificazione, in
particolare quella non correlata al loro core business. Questa tendenza alla focalizzazione e alla
bassa diversificazione rimane evidente anche quando le aziende si trasformano in gruppi
multinazionali.
Il caso italiano è esemplare in questo senso. Tra le più grandi aziende italiane, solo una parte è
diversificata in settori non correlati, come Exor e Edizione, che si estendono in vari settori, dal
turismo ai servizi finanziari. La maggior parte delle aziende familiari italiane, come Barilla e
Italcementi, rimane focalizzata sui loro settori di origine, mostrando una chiara preferenza per
strategie di crescita basate su acquisizioni verticali e orizzontali strettamente legate al core business.
4.5 Strutture organizzative e gestione
Le ricerche sulle strutture organizzative e di gestione delle grandi aziende familiari europee
mostrano una tendenza verso modelli centralizzati. Le famiglie tendono a mantenere un controllo
diretto sulle strategie e, in alcuni casi, sulla gestione quotidiana, adottando strutture organizzative
centralizzate piuttosto che multidivisionali.
Le aziende familiari europee spesso preferiscono modelli di holding, che permettono di conservare
un controllo centralizzato mentre si gestisce la crescita e l'espansione attraverso acquisizioni e
investimenti. Questa struttura consente di mantenere il potere familiare e, allo stesso tempo, di
beneficiare delle risorse finanziarie e delle competenze manageriali esterne.
Un esempio significativo è il gruppo Bouygues in Francia, fondato subito dopo la Seconda Guerra
Mondiale. Cresciuto in modo progressivo attraverso diversificazioni correlate e acquisizioni,
Bouygues ha mantenuto una struttura di holding controllata dai membri della famiglia fondatrice.
Questa configurazione ha permesso alla famiglia Bouygues di gestire l'espansione senza perdere il
controllo.
Il controllo familiare nelle grandi aziende europee è spesso associato a una bassa diversificazione e
a una struttura organizzativa centralizzata. La prevalenza di un controllo personale può ostacolare la
diversificazione e l'adozione di strutture multidivisionali, che richiedono maggiore capacità
manageriale e decentralizzazione. In passato, la carenza di risorse manageriali e una formazione
prevalentemente tecnica hanno contribuito a questa tendenza. Ad esempio, i manager italiani degli
anni '70 erano spesso ingegneri con percorsi professionali interni e una scarsa formazione in
management, mentre la lealtà verso i proprietari era più apprezzata rispetto alla performance.
Negli ultimi due decenni, tuttavia, la situazione è cambiata. Le aziende familiari europee hanno
cominciato ad assumere manager professionisti più qualificati e a richiedere una formazione
professionale ai membri della famiglia, come dimostrato da Alessandro Benetton, che ha acquisito
una formazione internazionale e ha lavorato in Goldman Sachs prima di unirsi all'azienda familiare.
4.6 Economia e politica
Un aspetto interessante delle grandi aziende familiari europee è la loro relazione con i governi e le
élite politiche. Questa connessione politica è una caratteristica distintiva delle grandi imprese
familiari in Europa e altrove. Le aziende politicamente connesse sono quelle in cui uno dei
principali azionisti o dirigenti è un politico o è strettamente legato a un politico o a un partito
(Faccio 2009). La probabilità di connessione politica aumenta con le dimensioni dell'azienda e
l'importanza strategica delle sue attività principali.
I legami tra imprese familiari e potere politico sono evidenti anche in regimi autoritari, come in
Corea del Sud e in Indonesia, dove le connessioni tra gruppi familiari e il potere politico sono state
particolarmente strette. Tuttavia, anche in contesti democratici, come in Europa, le connessioni
politiche sono comuni. Ad esempio, in Francia, il processo di privatizzazione avviato negli anni '80
ha consolidato le alleanze tra famiglie imprenditoriali e lo Stato, grazie a legami personali tra le
élite politiche e imprenditoriali.
Un caso emblematico è quello di Alstom, un ex monopolio statale francese nel settore
dell'ingegneria pesante. Dopo la privatizzazione, Bouygues, un'importante azienda familiare
francese, è diventata il principale azionista di Alstom. Questo legame è stato facilitato dalla
relazione personale tra Martin Bouygues e l'ex presidente francese Nicolas Sarkozy.
In Svezia, la famiglia Wallenberg ha mantenuto legami stretti con l'élite politica, in particolare con
il partito socialdemocratico, grazie al loro controllo su alcune delle principali imprese del paese e
alla loro notevole ricchezza finanziaria.
La capacità di instaurare e mantenere relazioni politiche dipende dalla capacità delle dinastie di fare
lobbying per ottenere condizioni favorevoli. Un esempio recente è il tentativo della Commissione
Europea di introdurre il principio "one-share, one-vote" nel 2005, che mirava a limitare i
meccanismi di controllo aziendale come le azioni con diritti di voto multipli. L'iniziativa è stata
abbandonata nel 2007 a causa dell'opposizione dei governi e delle principali aziende europee, che
preferivano mantenere i meccanismi di controllo.
In sintesi, le grandi aziende familiari europee spesso utilizzano le loro connessioni politiche per
influenzare la legislazione e ottenere vantaggi competitivi, dimostrando come il potere politico e
l'ownership familiare si intreccino in vari contesti.
5. Le imprese familiari e la cultura europea
Le imprese familiari europee godono di un notevole grado di accettazione sociale, il che
contribuisce alla loro persistenza e longevità come forma di proprietà e gestione. Nonostante gran
parte della letteratura esistente si concentri sulle caratteristiche interne delle imprese familiari, sia in
termini di dinamiche aziendali che familiari, c'è poca ricerca sul rapporto tra le imprese familiari e
l'ambiente sociale, inclusi gli atteggiamenti culturali verso di esse.
Questa relazione tra imprese familiari e cultura europea è complessa e strutturale. Il contesto storico
è particolarmente utile per comprendere questo legame. In generale, la presenza e la durabilità delle
imprese familiari in Europa sono influenzate dalla loro accettazione sociale e dal contesto culturale
in cui operano, evidenziando come le caratteristiche interne delle imprese familiari si intreccino con
la cultura e la società europea nel lungo periodo.
5.1 Le imprese familiari e le varietà del capitalismo dibattono
La persistenza delle imprese familiari in Europa è spesso vista come un indicatore di resistenza alla
convergenza verso il modello americano di grandi aziende con controllo manageriale e proprietà
dispersa. Questa persistenza è stata interpretata in modi diversi. Gli studiosi di Harvard, ad esempio,
l'hanno vista come un ostacolo alla convergenza e all'efficienza a lungo termine delle aziende
europee, attribuendo le inefficienze al controllo centralizzato da parte di famiglie e dello Stato.
Al contrario, l'approccio delle "varietà di capitalismo" (Hall e Soskice 2001) considera la proprietà
concentrata e familiare come una forma particolarmente efficiente in determinati contesti culturali e
istituzionali. Questo punto di vista è simile a quello di Mark Roe (2003), che vede la persistenza
della proprietà concentrata come il risultato di condizioni politiche e sociali specifiche dei paesi
europei continentali nel XX secolo. Michel Albert, nel suo "Capitalisme contre capitalism" (1991),
ha evidenziato le differenze strutturali tra il capitalismo orientato agli stakeholder in Europa e
quello americano, sottolineando come la proprietà familiare possa contrastare il corto-termismo
degli investitori istituzionali americani.
Dal punto di vista storico, Harold James ha sottolineato che la proprietà familiare, essendo visibile e
identificabile, garantisce continuità e impegno, motivando meglio manager e dipendenti rispetto a
un sistema di capitali anonimi. Inoltre, la letteratura suggerisce che la persistenza del controllo
familiare e concentrato è anche una conseguenza dell'inefficienza dei mercati finanziari, che porta a
una bassa protezione per gli investitori e alla dipendenza dall'auto-finanziamento e dalle relazioni
strette con le banche. Questo scenario ha permesso alle famiglie di mantenere il controllo sulle loro
imprese.
5.2 Capitalismo familiare e sviluppo economico
L'accettazione culturale del familismo nel business può avere diversi determinanti storici, molti dei
quali sono comuni nella cultura europea. Le imprese familiari hanno dimostrato di essere
complementari all'intervento statale, specialmente in economie europee (e non solo) che cercavano
di colmare il divario con i paesi più sviluppati. Le virtù delle imprese familiari nella storia
economica europea sono state recentemente messe in evidenza, poiché queste istituzioni sono state
capaci di compensare l'intervento statale, in particolare durante periodi di instabilità politica e
istituzionale.
Per esempio, le famiglie tedesche sono riuscite a ricostruire le imprese dopo la frantumazione del
grande business tedesco da parte degli Alleati, mentre nuovi imprenditori hanno creato o ricreato le
dinamiche imprese Mittelstand che hanno guidato il successo tedesco. In Italia, una banca speciale,
Mediobanca, ha permesso alle aziende familiari italiane come Pirelli, Fiat e Falck di ristabilirsi
dopo il 1945. I miracoli economici post-bellici di Germania e Italia sono stati quindi largamente
guidati dalle imprese familiari, le quali hanno offerto un ponte attraverso le divisioni politiche.
L'apprezzamento per la proprietà familiare come agente di crescita e sviluppo è diffuso nella cultura
continentale europea e ha avuto effetti concreti anche a livello politico e fiscale. Michael Worley,
allora presidente del GEEF (European Group of Owner Managed and Family Enterprises), ha
sottolineato come il riconoscimento e il supporto per la proprietà e la gestione familiare siano
fondamentali. Paesi come Gran Bretagna, Spagna, Italia, Svezia, Portogallo, Germania, Paesi Bassi
e, in misura minore, Francia, hanno introdotto o stanno per introdurre disposizioni fiscali che
riflettono i benefici delle aziende familiari a lungo termine. In tutta l'Unione Europea, vi è un chiaro
riconoscimento che la prosperità commerciale e sociale dipende da solide imprese locali capaci di
applicare politiche coerenti che tengano conto degli impegni della famiglia proprietaria.
5.2 Atteggiamenti paternalistici e società europee
Un aspetto storico delle imprese familiari europee è la gestione delle relazioni lavorative. In Europa,
esiste una contraddizione apparente: da un lato, ci sono forti sindacati e una tradizione di protezione
del lavoro, maturata particolarmente nella seconda metà del XX secolo; dall'altro, la gestione
paternalistica delle relazioni industriali è stata una caratteristica importante durante il processo di
industrializzazione.
Il paternalismo industriale, che può essere definito come un atteggiamento nelle relazioni lavoro-
capitale che privilegia il rapporto individuale tra imprenditori e lavoratori, richiamava la relazione
feudale in cui il padrone si occupava del benessere dei suoi sudditi. Il concetto era che il
proprietario aveva doveri e diritti paterni verso i dipendenti, che dovevano rispettare e obbedire
all'autorità dell'imprenditore. L'impresa era vista idealmente come una famiglia allargata, e tra le
responsabilità dell'imprenditore c'era la fornitura di beni e servizi personali, come prestiti, strutture
per il tempo libero, assicurazioni e abitazioni, sempre su base individuale piuttosto che in base ai
requisiti di legge.
Questa mentalità ha influenzato a lungo i rapporti tra le famiglie e i membri della famiglia coinvolti
nella gestione aziendale. Un chiaro esempio è Fiat: dopo la morte del fondatore Giovanni Agnelli
Sr. nel 1945, la gestione fu affidata a Vittorio Valletta, un manager esperto che aveva lavorato in
Fiat fin dagli anni Venti e che conduceva l'azienda "in loco parentis" (in sostituzione del padre). I
manager spesso vedevano il loro ruolo come una preparazione per diventare i leader futuri
dell'azienda, e talvolta l'unico modo per ottenere un ruolo di leadership reale era entrare nella
famiglia tramite matrimonio.
Questa ideologia si è diffusa in tutta Europa durante il processo di industrializzazione e, sebbene
non sia completamente scomparsa con l'istituzionalizzazione delle relazioni industriali, è ancora
molto diffusa, specialmente tra le piccole e medie imprese. Questo atteggiamento spesso si traduce
in una moderna forma di "responsabilità sociale d'impresa" verso i lavoratori e le comunità locali.
Ad esempio, la "cultura patriarcale", un'altra versione semantica del paternalismo, è una
caratteristica del Mittelstand tedesco, che comprende gran parte delle PMI familiari tedesche, e si
traduce in relazioni di lavoro basate su gerarchie piatte e alta fiducia reciproca.
Le imprese familiari più grandi, anche quelle con una visione globale, mantengono spesso un forte
legame con la comunità locale. Esempi significativi sono le famiglie Benetton, Ferrero e Luxottica
in Italia, che continuano a sponsorizzare attività socialmente orientate e a mantenere buone relazioni
con i sindacati e le comunità locali, nonostante la loro proiezione internazionale.
6. Conclusione: Sopravvivenza attraverso l'adattamento
La persistente resistenza delle grandi imprese familiari non è esclusiva dell'Europa. Anche in
economie emergenti come India, Cina e America del Sud, le imprese familiari, in particolare i
grandi gruppi familiari, giocano un ruolo rilevante nella crescita economica. Tuttavia, l'esperienza
europea offre spunti utili per interpretare il ruolo e il potenziale delle imprese familiari nei paesi in
rapido sviluppo.
L'esperienza europea dimostra chiaramente che la presenza duratura del controllo familiare su
grandi aziende è il risultato di un'efficace adattamento a un ambiente sociale, culturale, istituzionale
e politico specifico. Le imprese familiari si sono adattate nel tempo alle condizioni europee,
rivelandosi strumenti utili per i governi, capaci di stabilire buone relazioni con l'ambiente locale e di
esercitare un'efficace attività di lobbying per ottenere condizioni favorevoli e rafforzarsi. Questa
capacità di adattamento ha permesso loro di sopravvivere attraverso le generazioni.
Il lobbying ha spesso portato alla creazione di associazioni di imprese familiari a livello nazionale e
internazionale. Dalla fine degli anni '70 e ufficialmente dagli anni '90, le imprese familiari europee
hanno intensificato le loro attività di networking, mirando a sostenere i membri attraverso attività
educative e di formazione. La cooperazione tra imprese familiari ha talvolta facilitato la gestione di
fallimenti istituzionali e ridotto l'incertezza e i costi di transazione, specialmente durante
l'internazionalizzazione e l'ingresso in nuovi mercati.
Nonostante le dichiarazioni di convergenza verso il modello di azienda pubblica e il controllo da
parte di investitori istituzionali, le grandi imprese familiari continuano a essere diffuse tra le
principali aziende europee. La resistenza delle imprese familiari è stata dimostrata da casi recenti
come il controverso takeover di Volkswagen da parte di Porsche e l'offerta ostile di Schaeffler su
Continental. La privatizzazione degli anni '80 e '90 in Europa continentale ha visto le imprese
familiari in prima linea come acquirenti e come mantenitori del controllo nazionale delle aziende
privatizzate.
Questa resilienza è il risultato della capacità delle famiglie imprenditoriali di adattarsi a situazioni e
ambienti particolari. Tuttavia, come sottolinea Harold James, la sfida della globalizzazione è un
banco di prova per questa capacità di adattamento. Molte grandi imprese familiari europee sono ora
costrette a diventare internazionali e a bilanciare le strategie globali con il legame strutturale alle
loro origini locali.
Dal secondo dopoguerra, le dinastie imprenditoriali europee hanno migliorato le competenze
tecniche e manageriali dei propri eredi inviandoli a viaggiare e fare esperienza in altre imprese
familiari. Questo approccio ha facilitato la diffusione di conoscenze e competenze, ampliando
prospettive e culture. La successiva apertura culturale derivata da queste esperienze internazionali è
stata alla base del successo di molte imprese familiari europee.
IL QUARTO CAPITALISMO
1. COMPAIONO NUOVI PERSONAGGI
All'inizio degli anni Ottanta, il successo dei distretti industriali italiani sembrava solido, basato su
una combinazione di flessibilità, basso costo del lavoro e ridotti costi di transazione grazie alla
stretta integrazione tra il sistema produttivo e il contesto sociale. Questo modello, noto come
"modello italiano," trovava sostegno in una favorevole congiuntura di mercato, sia domestica che
internazionale, e dalla svalutazione persistente della lira, che favoriva le esportazioni dei settori
rappresentativi del "Made in Italy". Le piccole imprese italiane riuscivano così a competere
efficacemente con i produttori esteri, specialmente quelli dei paesi in via di sviluppo che si
concentravano sulle fasce più basse del mercato.
Il modello italiano, che rappresentava una valida alternativa alle forme di industrializzazione ad alta
intensità di capitale e alla ricerca scientifica e tecnologica, sembrava non perdere di efficacia.
Tuttavia, all'inizio del decennio successivo, iniziarono a manifestarsi segni di cambiamento. La
situazione favorevole cominciò a mostrare delle incrinature, con conseguenze significative per le
piccole imprese e i distretti. Tra i cambiamenti più evidenti si osservò lo spostamento di alcuni
produttori verso le fasce alte del mercato e un'intensificazione delle strategie di integrazione, in
particolare nella distribuzione. Inoltre, emersero strutture gerarchiche, come gruppi e holdings, che
cominciarono a dominare i distretti industriali, precedentemente caratterizzati da una struttura più
egualitaria e polverizzata. Questi nuovi attori formalizzavano e irrigidivano rapporti che erano
precedentemente informali, riuscendo così a esercitare un controllo più stretto sui costi e sulla
qualità dei prodotti.
Questa trasformazione delle strutture distrettuali era in atto già da tempo. Già negli anni Ottanta,
alcuni studiosi avevano notato fenomeni di gerarchizzazione all'interno dell'universo delle piccole
imprese, con soggetti imprenditoriali che difficilmente potevano essere definiti come “piccole
imprese familiari distrettuali.” I gruppi e le imprese di media dimensione, che si caratterizzavano
per un fatturato inferiore a un miliardo e mezzo di Euro ma con un numero consistente di
dipendenti, avevano acquisito sempre maggiore rilevanza economica negli anni Novanta. Questo
incremento di rilievo era dovuto anche alla crisi dei grandi gruppi privati e allo smantellamento
delle conglomerate pubbliche a seguito del processo di privatizzazione.
Negli anni recenti, l'attenzione degli studiosi si è concentrata su questo segmento del capitalismo
italiano, che ha mostrato risultati interessanti in termini di fatturato, occupazione e affermazione sui
mercati internazionali. Questo "quarto capitalismo" si sviluppa su un tessuto imprenditoriale già
vitale, radicato nel miracolo economico e nei decenni precedenti. L'energia del neocapitalismo
italiano deriva da competenze accumulate nel tempo e da una cultura imprenditoriale consolidata,
che continua a influenzare le scelte strategiche, tecnologiche e organizzative delle imprese.
In conclusione, il "quarto capitalismo" italiano, simile in alcuni aspetti al Mittelstand tedesco,
rappresenta una fase evolutiva e trasformativa del capitalismo, che non è del tutto nuova ma si nutre
delle esperienze passate. La vitalità di questo modello emerge dal profondo radicamento storico e
dalle competenze accumulate nel tempo, che continuano a influenzare il panorama imprenditoriale
italiano.
2. GENESI
L'origine delle “piccole multinazionali italiane” rivela tre fasi chiave nella loro evoluzione: il
periodo tra le due guerre mondiali, il miracolo economico degli anni Cinquanta e Sessanta, e il
periodo post-crisi degli anni Settanta. La maggior parte delle imprese di medie dimensioni italiane è
emersa durante le grandi trasformazioni di questi anni, approfittando di cambiamenti economici e
tecnologici.
Molte delle imprese di successo del periodo post-bellico hanno radici in attività avviate tra le due
guerre. Esempi includono:
Candy: Originariamente Officine Meccaniche Eden Fumagalli (OMEF) di Monza, fondata
negli anni Trenta come produttore di macchine utensili.
Merloni: Fondata da un tecnico che inizialmente fabbricava bilance.
Riello: Nata come piccola officina meccanica negli anni Venti e specializzata in
apparecchiature da riscaldamento.
Durante il miracolo economico, queste aziende subirono trasformazioni radicali, accelerando la loro
crescita. Per esempio:
Marazzi, Iris, e Ricchetti: Produttori di ceramiche emiliani che, grazie al boom edilizio e
all'innovazione tecnologica, si espandono significativamente.
Star: Nata subito dopo la guerra da Regolo Fossati, la società cresce rapidamente grazie a
una solida organizzazione di vendita e pubblicità.
Anche il settore alimentare vide rapidi sviluppi, come nel caso del gruppo Cremonini e della
Parmalat di Calisto Tanzi, che si espansero grazie all'aumento dei consumi e alla modernizzazione
delle attività tradizionali.
Nel settore dei beni strumentali e della componentistica, aziende come Saes Getters, specializzata
in getter per purificazione sottovuoto, e altre aziende chimiche crescono grazie alla domanda dei
settori di base. Le imprese chimiche emergenti si specializzano in nicchie come intermedi per
farmaci, vernici e cosmetici, beneficiando dell'espansione dei settori di base.
Anche i settori pesanti, come quello siderurgico, stimolano la nascita di iniziative focalizzate su
nicchie specifiche. Ad esempio, Pininfarina e Brembo espandono notevolmente le loro attività
negli anni Cinquanta e Sessanta, con Brembo che diventa un importante produttore di componenti
frenanti e Danieli e SOL che si specializzano nella produzione di macchinari e ossigeno per
l'industria.
Nel periodo degli anni Settanta e Ottanta, emergono nuovi protagonisti nel settore tessile e della
moda. Aziende come Benetton, Diesel e Aprilia si affermano grazie a modelli di franchising e
terzismo, innovando e rispondendo alle nuove tendenze di mercato.
In sintesi, la genesi delle piccole multinazionali italiane è caratterizzata da un’evoluzione attraverso
fasi di crescita accelerata, radicata in esperienze imprenditoriali precedenti e supportata da
mutamenti economici e tecnologici. Questo dinamismo ha permesso a molte aziende di emergere e
crescere significativamente nel panorama globale.
3. OMOGENEITA’
Le piccole multinazionali italiane, situate tra le imprese minori e quelle ad alta intensità di capitale,
si caratterizzano per alcuni tratti distintivi significativi.
1. Focalizzazione su Segmenti di Mercato: Queste imprese si specializzano in nicchie di
mercato ben definite e ad alta crescita, evitando la produzione di massa e l'eccessiva
diversificazione. Operano in settori che, sebbene specifici, presentano barriere all'ingresso e
regole competitive chiare, che le posizionano come leader incontestati all'interno di gruppi
strategici definiti. Questo approccio consente loro di competere efficacemente anche con
grandi gruppi multinazionali.
2. Fasi di Crescita e Consolidamento:
o Crescita Rapida e Disordinata: Nella fase iniziale, le imprese vivono una crescita
veloce spesso dominata da una logica produttivista. In questa fase, il fondatore ha un
controllo totale sull'organizzazione e le attività sono per lo più locali o regionali.
o Consolidamento: Segue una fase di consolidamento, che può iniziare con il passaggio
generazionale. In questa fase, l'accento si sposta dalla produzione al rafforzamento
delle attività commerciali e di servizio, espandendo l’operato a livello nazionale.
o Internazionalizzazione: A partire dalla fine degli anni Ottanta e nel decennio
successivo, molte di queste imprese iniziano a espandere le loro attività a livello
internazionale, sia in termini commerciali che produttivi.
In sintesi, le piccole multinazionali italiane tendono a concentrarsi su nicchie di mercato specifiche,
crescono inizialmente in modo rapido e disordinato, si consolidano attraverso un cambiamento di
focus verso l'espansione nazionale e infine si internazionalizzano. Questo modello di crescita riflette
un equilibrio tra specializzazione, controllo imprenditoriale e adattamento alle sfide globali.
4. CONTESTI
Le piccole multinazionali italiane si caratterizzano per una forte radicazione nei contesti produttivi
locali, che giocano un ruolo cruciale nella loro crescita e successo. I distretti locali non solo
costituiscono il mercato d'origine per queste imprese, ma forniscono anche competenze, know-how
e innovazione essenziali. In molti casi, le imprese iniziano la loro attività in un contesto distrettuale,
approfittando della concentrazione di risorse produttive e della rete di piccole aziende specializzate
che caratterizzano questi ambiti.
Per esempio, aziende come SCM di Rimini e Danieli di Udine hanno saputo sfruttare la loro base
locale per espandersi a livello nazionale e internazionale. SACMI di Imola, inizialmente una
cooperativa di meccanici disoccupati, è diventata leader nella produzione di impianti per il settore
ceramico grazie alla sua forte connessione con il distretto locale. Anche nel settore della chimica
specializzata, imprese come Mapei, COIM e Colorobbia, sebbene non sempre situate direttamente
nei distretti, hanno radici che si intrecciano con il contesto distrettuale, utilizzando le competenze
locali per emergere in nicchie di mercato specifiche.
Il legame con i distretti produttivi rimane rilevante anche quando le imprese si distaccano dalle
logiche tradizionali dei distretti. Le aziende dell’occhialeria come Luxottica e Safilo, per esempio,
hanno superato le dimensioni e le pratiche tipiche dei distretti tradizionali grazie ai cambiamenti
tecnologici e strategici. Tuttavia, altre imprese, come Mapei e COIM, sono riuscite a compiere salti
significativi di qualità e dimensione partendo da una base distrettuale, approfittando del boom
economico per espandere la loro portata.
Le istituzioni finanziarie locali continuano a giocare un ruolo fondamentale nel sostenere queste
imprese, anche quando esse crescono e si espandono a livello internazionale. Esse forniscono un
supporto cruciale durante le fasi critiche della crescita e dello sviluppo, mantenendo la loro
rilevanza anche in un contesto finanziario più ampio. In sintesi, i distretti locali non solo
rappresentano un punto di partenza fondamentale per molte piccole multinazionali italiane, ma sono
anche una fonte di risorse e competenze che queste imprese sanno sfruttare per espandersi e
innovare, a volte anche oltre i confini del contesto locale.
5. MORFOLOGIE
Le piccole multinazionali italiane, nonostante la loro crescente complessità e dimensione,
mantengono spesso una struttura proprietario-gestionale fortemente familiare. Questo modello si
riflette nella continua predominanza delle famiglie fondatrici come principali azionisti, che
esercitano un controllo stretto e diretto sulle funzioni strategiche delle aziende. Le famiglie spesso
utilizzano holding di controllo per gestire le loro partecipazioni in numerose controllate, facilitando
non solo la gestione fiscale, ma anche il processo di successione imprenditoriale.
Le aziende, sebbene di notevole grandezza e con un elevato numero di dipendenti, raramente
adottano modelli di gestione alternativi. In genere, i membri della famiglia fondatrice occupano
ruoli chiave e le figure manageriali esterne sono spesso formate all'interno dell'azienda,
condividendo visione e filosofia con i fondatori. Questi manager esterni sono spesso legati alla
famiglia attraverso relazioni di lungo termine e sono considerati custodi della cultura aziendale.
Un aspetto ricorrente nelle storie di queste imprese è la presenza di collaboratori di lunga data che,
anche se inizialmente in ruoli meno visibili, assumono posizioni manageriali di rilevo con il tempo.
Esempi di tale dinamica possono essere osservati in aziende come Danieli e ERG, dove
collaboratori storici hanno preso il testimone della gestione in momenti di transizione, garantendo
così continuità e stabilità.
In molti casi, le imprese del settore moda mostrano una gestione duale, con i creativi che si
affiancano a esperti nella gestione amministrativa e finanziaria. Non è raro, inoltre, che il controllo
familiare si estenda anche ai consigli di amministrazione, caratterizzati da una predominanza di
membri della famiglia e da una lenta evoluzione verso il decentramento delle responsabilità.
Questa persistenza del controllo familiare potrebbe sembrare in contrasto con la modernità e
l'internazionalizzazione delle aziende. Tuttavia, la dedizione, la continuità e la creatività proprie del
modello familiare possono ben integrarsi con la crescita internazionale e la gestione di nicchie di
mercato globali. È difficile determinare se questo modello familiare rappresenti un ostacolo o una
risorsa per l'espansione, ma esso continua a caratterizzare in modo significativo queste imprese,
combinando tradizione e modernità.
6. PROPRIETA’, CONTROLLO, GESTIONE
Nel contesto delle piccole multinazionali italiane, la gestione del top management ha
tradizionalmente coinvolto direttamente i membri della famiglia fondatrice, spesso nella gestione
quotidiana dell'azienda. Questo approccio riflette una lunga tradizione di affiancamento dei figli
agli attuali leader aziendali, con un particolare focus sull'educazione pratica e l’esperienza sul
campo. Tuttavia, negli ultimi anni, si è osservata una crescente sofisticazione nei meccanismi di
formazione del capitale umano. Oltre alla formazione pratica in azienda, molti eredi partecipano a
programmi di formazione esterna che ricordano i viaggi d'istruzione tipici della borghesia
industriale del XIX secolo.
Un esempio chiaro di questo processo è il caso di Candy, dove le competenze tecniche del
fondatore sono state ampliate e migliorate grazie alle abilità tecniche e progettuali di uno dei suoi
figli. Questo ha portato alla creazione dei primi modelli di lavabiancheria. Un simile processo si è
verificato anche in altre aziende, come SCM e Mapei, dove l'ingresso dei figli con competenze
tecniche superiori ha contribuito significativamente alla modernizzazione e allo sviluppo delle
imprese.
Sul fronte finanziario, le piccole multinazionali italiane tendono a mantenere un approccio
conservativo. Anche se ci sono esempi di dinamismo e aggressività, come dimostrano le quotazioni
delle azioni di aziende come Benetton, Luxottica e Natuzzi sui mercati borsistici anglosassoni, la
maggior parte delle aziende preferisce fare affidamento sull’autofinanziamento. Questo si traduce in
una prevalente utilizzo delle risorse interne generate dall'impresa per sostenere la crescita e gli
investimenti, mantenendo una cautela verso i mercati borsistici e evitando dibattiti interni su
strategie e successione manageriale. In sintesi, mentre il coinvolgimento familiare nella gestione
continua a essere una caratteristica distintiva, le moderne pratiche di formazione e la prudenza
finanziaria giocano un ruolo cruciale nel mantenere e sviluppare il successo di queste imprese.
7. CONCLUSIONI
Le nuove realtà industriali italiane rappresentano una continuazione e un’evoluzione della
specializzazione produttiva che caratterizza storicamente l’economia del paese. Queste imprese
emergono come protagoniste nel panorama internazionale grazie alla loro expertise nei settori del
Made in Italy e nelle produzioni specializzate e personalizzate. La loro crescente influenza sui
mercati globali riflette l’adattamento di un modello di sviluppo che si è dimostrato capace di
affrontare le sfide dell’internazionalizzazione e della globalizzazione.
Questa dinamicità si manifesta anche nell'acquisizione di asset pubblici in fase di privatizzazione,
come nel caso della Luxottica e della Benetton, che hanno acquisito porzioni di grandi aziende
precedentemente statali, e altri esempi includono Lucchini e Emilio Riva. Le imprese italiane di
questo nuovo capitalismo sono riuscite a dominare settori di produzione a livello globale, grazie a
una rapida evoluzione delle loro strutture organizzative, pur rimanendo fortemente legate a modalità
e mentalità del capitalismo familiare e personale.
Le sfide che affrontano includono la difficoltà nella delega di responsabilità e nella gestione dei
passaggi intergenerazionali, poiché la leadership dei fondatori viene messa in discussione.
Nonostante queste problematiche, le imprese del "quarto capitalismo" in Italia sembrano
rappresentare un "modello italiano" di management, caratterizzato da una solida imprenditorialità
familiare e da una struttura finanziaria tradizionale che privilegia l’autofinanziamento.
Questo fenomeno mostra una forte continuità con la tradizione del capitalismo italiano,
caratterizzata da specializzazioni di nicchia e da una gestione accentrata con una bassa delega
manageriale. Tuttavia, ci sono anche elementi di discontinuità significativi, come la dimensione più
grande delle imprese e il loro livello di internazionalizzazione, che non erano presenti nelle
precedenti forme di capitalismo italiano. Queste aziende dimostrano una notevole innovazione, sia
attraverso la ricerca interna che tramite collaborazioni con istituzioni di ricerca.
In definitiva, l’Italia sta affrontando le sfide della modernizzazione e della globalizzazione con una
classe dirigente vivace e aggressiva, ma non senza debolezze e contraddizioni. Questa situazione
sottolinea la vitalità persistente del capitalismo italiano e la sua collocazione all'interno della
divisione internazionale del lavoro, con poche alternative realistiche per un cambiamento
significativo.