Leopardi
Leopardi
Il desiderio di L. sarebbe stato quello di lasciare R. e nel 1819 L. organizza una fuga che però ebbe esito
negativo in quanto non si sentì di chiedere il permesso al padre perché sapeva che non glielo avrebbe dato.
L. opera di nascosto, scrive una lettera da un aristocratico di Macerata, Groglio, e gli domanda di avere un
passaporto per potersi recare fuori dallo Stato Pontificio. Il passaporto viene spedito e viene informato anche
un altro nobile, Solari, peraltro amico dello zio di L., che immaginando che il padre non fosse a conoscenza
della fuga del figlio glielo dice e Giacomo viene punito dal padre. Questo evento lacera i rapporti tra padre e
figlio, che non si ricuciranno mai più. Leopardi a quel punto rifiuta il sostegno economico della famiglia. Nel
1819, oltre al dolore psichico, si aggiungono dolori fisici: tubercolosi ossea che lo deforma (gobbo e molto
basso, 1,41 m), una depressione psicotica legata alle sue deformità e infine una malattia agli occhi che lo
portò ad una quasi totale cecità. Il 1819 fu un anno di grandi sofferenze e lo si intuisce anche in una lettera
del 19 Novembre che scrive a Pietro Giordani (leggerla sul libro di testo pg. 9) in cui sottolinea che è in uno
stato di noia (“sono così stordito del niente che mi circonda c he non so come abbia la forza di prendere la
penna e rispondere alla tua lettera…non ho forza ed energia di avere alcun desiderio neanche della morte….la
noia mi affanna e lacera come un dolore gravissimo”).
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Nel suo pensiero filosofico L. non parla mai di felicità, la sua poetica è una forma estrema di ateismo, lui è un
laico ma un laicismo diverso da quello degli Illuministi; L. non sposa il laicismo degli Illuministi perché loro,
tutto sommato, erano ottimisti e credevano fermamente nell’evoluzione della società attraverso il progresso
scientifico, economico, culturale e politico grazie al quale l’uomo sarebbe vissuto in un mondo migliore,
pensiero che L. non condivide affatto e neanche nella sua ultima opera La Ginestra.
Mentre Manzoni si converte, invece Leopardi approda ad un ateismo assoluto.
A L. viene preclusa la gioia di poter sperimentare quello che invece facevano i giovani dell’epoca e questo si
riflette nelle sue opere dove contrappone il suo stato a quello dei giovani/e che godevano delle gioie dell’età
(tema presente nei Piccoli Idilli); lui fu costretto aviere in un carcere, una vera e propria prigiona, la sua casa
di Recanati.
La madre, Adelaide Antici, è una donna molto bella e avvenente, di una bellezza austera, ma una donna
totalmente anaffettiva, incapace di provare sentimenti e relazionarsi con gli altri ed arriva fino a intaccare il
rapporto con i figli. Riuscì a mantenere in piedi la famiglia da un unto di vista economico: era una famiglia
benestante che ad un certo puto perse buona parte del patrimonio ma la madre seppe comunque gestire
quello che rimaneva. Era una donna molto religiosa, bigotta che concepiva la religione in modo estremo al
punto che riteneva che la vita terrena valesse poco, tanto da risultare insensibile davanti alle sofferenze di
Giacomo, anzi che il dolore e la sofferenza fossero una grazia di Dio e l’eventuale morte di un figlio quasi era
ritenuta una gioia e non un momento di dolore.
Giacomo tenne dei buoni rapporti con la sorella e il fratello.
L. ha una formazione classica e approfondisce gli studi classici e filologici, impara una enormità di lingue,
greco, latino, ebraico, sanscrito, francese e spagnolo, un vero poliglotta. Riuscì già molto giovane a tradurre
Odissea e Eneide; studiava tutto ciò che gli veniva messo a disposizione nella libreria paterna, e lesse un po’
di tutto compresi gli illuministi francesi (Rousseau e Diderot).
Nel 1816 è l’anno della pubblicazione dell’articolo di Madame de Stahel (ripassare) sulla Biblioteca Italiana e
L. si inserisce nel dibattito fra classicisti e romantici e assunse una posizione estremamente originale; nel
dibattito i classicisti si orientavano solo alla conservazione dei valori del mondo antico veicolate attraverso le
opere classiche, la letteratura non doveva aprirsi ai temi nuovi e moderni (i classicisti non presero in
considerazione le esortazione di madame de Stahel), mentre i romantici volevano che la letteratura si aprisse
a nuovi stimoli e si rinnovasse. L. assunse delle posizioni originali: fu a favore dei classicisti ma ebbe a che
fare con istanze illuministe e con il romanticismo (classicista romantico) tanto che per noi fu il più grande
autore romantico.
Dopo l’articolo di Madame de Stahel L. scrisse una lettera indirizzata al compilatore della Biblioteca Italiana
in cui espresse il suo punto di vista critico nei confronti delle idee di Madame de Stahel.
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Il vago e l’indefinito suscitano in Leopardi piacere; è uno stato dicotomico in cui L. vede e sente con gli occhi
e le orecchie ma anche vede col cuore e sente col cuore e nel momento in cui vede col cuore, e immagina le
cose che non vede, prova piacere. Il vago o l’indefinito è bello e poetico.
Il classicismo di L. però non è un puro imitare i contenuti delle opere classiche, piuttosto vuole recuperare un
rapporto ingenuo con la natura, non contaminato dalla ragione; recuperare la dimensione immaginativo-
fantastica.
Titanismo ed eroismo: L. descrive gli antichi nella loro superiorità fisica e riteneva che gli antichi fossero più
dotati fisicamente rispetto ai moderni e gli antichi, soprattutto ai tempi di Roma avevano sviluppato la
capacità di sacrificarsi per la patria e per il bene comune; questa forma di patriottismo che diventa evidente
negli atteggiamenti eroici degli uomini antichi, è ben presente nelle prime canzoni scritte da Leopardi (I Piccoli
Idilli). Il titanismo è quando L. prende le distanze dagli altri, si sente diverso, e in questo momento sviluppa
uno slancio titanico, combatte contro la natura (Ne “La sera del dì di festa” dialoga con la natura, si butta per
terra, grida e freme): c’è una reazione titanica e smisurata nei confronti di un destino che gli ha negato le
gioie.
Nell’ultimo Leopardi (ci riferiamo al ciclo di Aspasia negli anni ‘30 e alla Ginestra) il suo classicismo evolve in
forme di stoicismo: l’intellettuale, il poeta, prendendo dal mondo antico, sviluppa l’atteggiamento tipico del
saggio stoico, l’atarassia (imperturbabilità), un atteggiamento di maturo e sapiente distacco dalle cose e dalle
situazioni, di imperturbabilità.
Anche se L. prende le distanze dal Romanticismo è cmq a tutti gli effetti un poeta romantico. L. però non ha
nulla a che vedere con il romanticismo italiano, con le tematiche del Conciliatore e le tematiche del vero
storico alla Manzoni, ma è paradossalmente molto vicino al romanticismo europeo d’oltralpe che pone l’io
soggettivo al centro di ogni interesse. L. ci parla di sé e dei suoi sentimenti. E’ romanticismo puro.
E’ invece poco vicino ai temi dell’orrido e della magia tipici del romanticismo nordico.
Gli antichi erano capaci di vivere un rapporto con la natura un po’ fanciullesco, cosa che i moderni non
riescono a fare perchè contaminati dalla ragione ma anche i moderni se riescono a recuperare il rapporto
della natura lo vivono in modo diverso, più intenso, si stupiscono e si fanno travolgere.
APPUNTI DI MATILDE
Anche colui che ha in odio la vita e vorrebbe farla finita, nel momento in cui percepisce il pericolo, e quindi
la morte, ne ha paura e quando il pericolo passa prova piacere (La quiete dopo la tempesta) che è una visione
materialistica-sensista.
Nei Piccoli Idilli la natura è presentata come benigna, madre nei confronti dell’uomo.
Nel 1824, anno di passaggio da una visione benigna a una maligna, con Il canto notturno del pastore errante
per l’Asia L. ci mostra una natura indifferente al dolore dell’uomo, matrigna e crudele; l’universo non è stato
creato per l’uomo (pensieri che troviamo ne “La Ginestra” e in qualche “Operette morali”); cade il concetto
egocentrico dell’uomo; per L. la natura ha come unico obiettivo la conservazione della specie, quindi la morte
altro non è che la materia che si trasforma in altra materia. Nell’ultima stagione L. è più costruttivo, più
positivo, tutti gli uomini sperimentano lo stesso dolore ed è inutile che combattano fra di loro, non devono
disperdere le loro energie, perché l’unica vera grande nemica è la natura (testamento spirituale di L.)
apertura alla collaborazione fra gli uomini e non più una lotta solitaria. Questa posizione aiuta L. a superare
la volontà di suicidarsi, a superare il pessimismo cosmico) perché non è giusto che l’uomo aggiunga dolore
ad altro dolore, cioè non è corretto arrecare altro dolore agli amici e parenti in caso di suicidio.
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I Canti
Nel 1824 aveva pensato di intitolare la sua raccolta di poesie Le Canzoni, poi L. amplia il suo disegno poetico
includendo anche gli idilli, quindi canzoni, che hanno una metrica precisa, non va più bene; nel 1826 si orienta
su Versi e poi alla fine decide per Canti. Prima edizione del 1831 a Firenze, seconda edizione 1835 e poi 1845,
postuma, curata da Ranieri.
Canto: per L. canto è il termine che va attribuito alla poesia moderna, ad una poesia che possa essere
considerata antica e moderna, che pone l’io lirico al centro, in cui trionfa l’autobiografismo, i sentimenti e gli
stati d’animo dell’autore.
Leopardi racconta il proprio dolore, le proprie aspirazioni, le speranze e le disillusioni che diventano poi
specchio della condizione umana. Qui comincia la lirica romantica, un canto disperato di un poeta che parla
di sé e del proprio dolore.
C’è una ricerca di una lingua nuova, Manzoni cercava una lingua moderna usata dentro un romanzo storico,
mentre L. poeta valla ricerca di un linguaggio poetico nuovo, con parole nuove, che si riempie di termini vaghi
e indefiniti con cui ci rende una serie di immagini sfocate, indefinite e indeterminate (situazioni in cui non
sono evidenti i limiti (notturno lunare che rende una luce che impedisce di distinguere i contorni).
L. mette assieme il vago e l’indefinito con termini che L. definisce “peregrini”, cioè inusuali, in quanto
riguardano l’antichità, espressioni mitologiche e perifrasi (ne l’ultimo canto di Saffo mette chiaramente
assieme l’antico e il moderno).
L’autore parte dello schema della canzone classica petrarchesca ma già nelle canzoni del 1818-1821 si
allontana gradualmente dallo schema metrico della canzone del 200-300, variando il numero delle strofe, da
4 arriva anche fino a 12 strofe. Utilizza, da un unto di vista metrico, l’alternanza di endecasillabi e settenari e
arriva ad utilizzare gli endecasillabi sciolti; man mano si allontana sempre più dagli schemi tradizionali classici.
Nelle canzoni usa alcune figure retoriche antiche, che complicano anche la lettura del testo (iperbato,
inversione sintattica, uso di subordinate, antitesi, ellissi) con un linguaggio classico e impegnato.
Le canzoni principali sono canzoni civili in cui cerca di contrapporre il passato felice della storia alla sua epoca
contemporanea, in cui vede la mancanza di eroismo e di valori positivi e il dilagare della corruzione.
Dà voce a Bruto, uccisore di Cesare, e a Saffo, famosa poetessa greca, entrambi che si suicidano, uno per
motivi politici e l’altra per un dolore esistenziale legato alla deformità del corpo (espressione “disadorno
ammanto”) che non fa trapelare la virtù.
Nei piccoli idilli 1818-1822 (Infinito, Alla Luna, La sera del di festa) si ritrovano i temi fondamentali di tutta la
stagione poetica leopardiana, la riflessione sull’infinito il tema del tempo che passa, del dolore esistenziale.
Piccoli, è un aggettivo che è stato introdotto dalla critica contrapponendoli ai Grandi Idilli scritti fra il 1828 e
1830, fra i quali comunque c’è una certa continuità. Fra i piccoli e i grandi idilli in mezzo c’è la stagione
filosofica delle Operette Morali.
Gli Idilli sono molto brevi, molto più delle canzoni.
Il termine idillio deriva dal mondo classico (pensiamo agli idilli di Mosco, poeta greco); poi idillio dà l’idea di
qualcosa di bucolico e agreste.
I suoi testi poetici però sono liriche molto moderne, parte dall’antico a fonda il genere lirico moderno, molto
più contrassegnato dal romanticismo che non dal classicismo. La natura rappresentata è una natura da cui L.
prende le distanze; la bellezza del paesaggio naturale si contrappone al dolore dell’uomo.
Leggere da pag. 20 a pag. 28: sono pensieri o testi (“La teoria del piacere”) che accompagnano le poesia di L.,
è come se L. Scrivesse su due binari, scrive in prosa lo Zibaldone e di fianco scrive gli idilli.
Pag. 20: l’uomo non aspira ad un piacere ma aspira al piacere, nella sua totalità, che non ha limiti né per
durata né per estensione; quindi, non ci può essere nessun piacere eterno ed immenso ma la natura delle
cosa ci porta e che tutto esista limitatamente e questo crea angoscia all’uomo che vive fra confini in uno
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spazio circoscritto. Anche il raggiungimento di un piacere limitato crea nell’uomo un senso di sconforto e
dolore che lo porta a desiderare altro.
La facoltà immaginativa dell’uomo compensa le frustrazioni causate dal fatto che non sono in grado di
abbracciare realmente il piacere illimitato
INFINITO
Nel 1819, recandosi sul monte Tabor, L. ha l’ispirazione per comporre l’Infinito.
E’ caratterizzato da un blocco unico di 11 endecasillabi sciolti.
Infinito: dobbiamo escludere la convinzione che l’infinito coincida con l’essere supremo (Dio), non ha una
connotazione metafisica, ontologica; tutto è riportato e riferito alla materia, al qui ed ora.
Se è vero che l’infinito non è metafisico, esistono alcuni termini che hanno a che fare con un linguaggio
metafisico (Annegare e immensità sono due termini biblici che L. non userà più in tutta la raccolta).
L. usa il termine estasi perché, seduto dietro la siepe, comincia ad immaginare, comincia un percorso
conoscitivo immaginativo interiore che lo porta ad allontanarsi dal contingente per seguire il suo pensiero.
L’infinito è:
- un infinito spazio-temporale, è l’immensità che diventa infinito nello spazio e poi infinito nel tempo
- è anche infinito conoscitivo, un percorso interiore di conoscenza e dunque un approdo conoscitivo
- abbattimento dei limiti nello sforzo immaginativo andare oltre con la forza compensatica
dell’immaginazione che ci permette di abbattere i limiti); andare oltre i limiti crea assenza di
desiderio, è come l’uomo si annullasse e questo provoca piacere
“Sempre caro” ci fa capire che è un luogo abituale per Leopardi e prova sempre gli stessi sentimenti.
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Ermo vuol dire solitario; la siepe ha la funzione di escludere la vista dell’ultimo orizzonte. IL verbo fingere è
un latinismo e vuol dire creare, plasmare, cioè si crea nella mente attraverso l’immaginazione, spazi
interminabili, silenzi sovrumani e profondissima quiete (3 complementi oggetto messi prima del verbo).
Al verso 8 si registra una sensazione diversa da quella finale, il poeta si spaventa (l’uomo si sbigottisce
davanti all’immensità, agli spazi misurati; l’uomo ha la percezione di sé some di una piccola cosa e
contrappone il proprio microcosmo con il macrocosmo).
Alle percezioni visive di immensità, si susseguono quelle uditive reali; la percezione uditiva spinge il poeta a
pensare all’eterno alle stagioni passate (le morte stagioni).
L’infino spaziale si sostituisce con l’infinito temporale, ma in questa poesia L. dedica lo stesso numero di
strofe sia all’infinito temporale che a quello spaziale. Nell’immensità il pensiero di L. di dissolve in una
immensità che è insieme immensità spaziale e temporale, e il naufragio dell’essere, l’abbattimento del
limite e l’annullamento di sé in una immensità solamente percepibile attraverso l’immaginazione, produce
una sensazione di piacere. Questo è l’unico verso felice, non rigorosamente pessimistico di L.
Si crea una forma di catarsi: il naufragio è catartico, liberatorio, annullare i desideri che fanno soffrire
l’uomo perché lo inchiodano al limite della sua esistenza dolorosa provoca piacere (annullarsi nel nulla).
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E fieramente mi si stringe il core,
A pensar come tutto al mondo passa,
E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito 30
Il dì festivo, ed al festivo il giorno
Volgar succede, e se ne porta il tempo
Ogni umano accidente. Or dov'è il suono
Di que' popoli antichi? or dov'è il grido
De' nostri avi famosi, e il grande impero 35
Di quella Roma, e l'armi, e il fragorio
Che n'andò per la terra e l'oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s'aspetta 40
Bramosamente il dì festivo, or poscia
Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,
Premea le piume; ed alla tarda notte
Un canto che s'udia per li sentieri
Lontanando morire a poco a poco, 45
Già similmente mi stringeva il core.
L’opera si apre con un notturno lunare, un vago poetico e indefinito che richiama l’ottavo libro dell’Iliade.
La notte è dolce, mite, chiara perché rischiarata dalla luna ed è senza vento di calma totale e la Luna,
presenza misteriosa, riposa sopra i tetti e gli orti e permette di vedere le montagne.
Si passa poi repentinamente alla donna senza una logica. “Cura”, latinismo che vuol dire angoscia,
preoccupazione.
Tu dormi ripetuto è una anafora, io invece mi affaccio al balcone a contemplare questo ciel (che assiema
alla una sono l’universo, la natura) che solo in apparenza appare benigno e la natura che mi portò
all’affanno.
Poi immagina un dialogo con la natura, scandito dalle virgole. La natura si rivolge al poeta e gli dice che gli
ha negato anche la speranza e i tuoi occhi non potranno brillare se non di pianto.
Questo giorno è stato un giorno di festa e ora dai divertimenti prendi il riposo e forse ti ricordi attraverso i
sogni a quanti sei piaciuta e quanti giovani sono piaciuti a te. Non io, non posso neanche sperare che tu ti
ricordi di me.
E questa è un’altra ragione che porta a chiedermi quanto mi resta ancora da vivere, mi getto, grido e fremo
(titanismo eroico).
Il dolore che normalmente è sperimentato in età adulta è sperimentato da lui fin dall’infanzia.
Altro passaggio repentino: sensazione uditiva e teoria del (odo non lunge il …) .
Poi non c’è collegamento logico fra l’artigiano che torna a casa dopo i sollazzi e il fatto che a L. si stringa il
cuore; e il cuore gli si stringe nel pensare come al mondo tutto cambi e non rimanga traccia (collegamento
con l’infinito); il fatto che tutto passi senza lasciare orma è drammaticamente angosciante.
Antitesi Foscolo e Leopardi: mentre Foscolo combatte la drammaticità dell’esistenza umana con la poetica
delle illusioni e pensa che ciò che gli uomini costruiscono in terra possa sopravvivere, Leopardi crede che
tutto si annulli e che tutto ciò che l’uomo costruisce si annulla.
Al giorno di festa si alterna un giorno feriale e il tempo porta con se tutto ciò che accade, ogni umano
accidente.
Verso 33 : topos dell’ ubi sunta (, dove sono?) dov’è il grido degli avi famosi, tutto è cancellato, tutto è pace
e silenzio (non resta nulla) e di loro non si ricorda nulla (“più di lor non si ragiona” ci ricorda Dante).
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Poi il pensiero torna al presente.
Nella giovane età quando attendevo il giorno di festa e quando si concludeva non riuscivo ad
addormentarmi, mi giravo nel letto e sentivo da lontano un canto (immagine vaga e indefinita) così in modo
simile mi si stringe il cuore adesso
Due interpretazioni:
- Quella che considera positiva l’idea secondo cui tutti viene cancellato; quindi, se tutto si dimentica,
si dimentica anche il dolore (annullamento catartico come ne L’infinito)
- Quella secondo cui il sentimento prevalente è il dolore e questo dolore porta già a concepire la
presenza di una Natura indifferente e porta all’universalizzazione del dolore, cioè non è solo il
poeta a provare dolore ma l’umanità tutta.
ALLA LUNA
Composta nel 1820 e fa parte dei piccoli idilli, composto da un blocco di 10 endecasillabi sciolti. Centrale è il
tema del ricordo (inizialmente L. l’ha intitolata La Ricordanza). Ricorda an che qui il monte Tabor e racconta
di essere solito di andare in quel luogo a contemplare la Luna; è un luogo aperto senza strutture artificiali.
Anche qui un notturno lunare. La natura con cui dialoga e a cui attribuisce delle caratteristiche …o graziosa
Luna… è una luna he ha un volto… o diletta… è una natura benevola e generosa, cui poyer confidate le
proprie angosce e sofferenze interiori.
L. ricorda che aveva già vissuta una situazione medesima, un anno prima, aveva già un anno prima provato
dolore, quindi la sua vita non è cambiata.
Come fa ad essere piacevole il ricordo di un dolore? Per L. comunque il ricordo di un dolore che appartiene
al passato è decisamente meno doloroso del dolore percepito nel presente perché è filtrato ricordo, che
rende il doloro vago e indefinito nella memoria
O graziosa luna, io mi rammento O Luna benevola e generosa io mi ricordo (ci sono molti
Che, or volge l’anno, sovra questo colle sostantivi che si collegano all’area tematica del ricordo –
Io venia pien d’angoscia a rimirarti: rimembro, Ricordanza, rimembrar) che cica un anno or sono,
E tu pendevi allor su quella selva sopra questo colle, io giungevo qui a contemplarti pieno
Siccome or fai, che tutta la rischiari. 5 d’angoscia (seconda are atematica è quello del dolore) e tu
Ma nebuloso e tremulo dal pianto sovrastavi su quel come fai ancore ora, rischiarandola
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci completamente. Usa il presente e l’imperfetto per
Il tuo volto apparia, che travagliosa contrapporre passato e presente.
Era mia vita: ed è, nè cangia stile, Ma (proposizione avversativa a giustificare quello che dirà e
O mia diletta luna. E pur mi giova 10 cioè la presenza del dolore) il volto della una mi appariva
La ricordanza, e il noverar l’etate annebbiato attraverso occhi pieni di lacrime dal momento
Del mio dolore. Oh come grato occorre che la mia vita era travagliata. All’immagine serena dei primi
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo versi si contrappone il dolore (vita travagliosa); poi precisa
La speme e breve ha la memoria il corso, ulteriormente che la sua vita è ancora dolorosa perché non
chiasmo cambia mai stile (universalizzazione del dolore umano che
Il rimembrar delle passate cose, 15 non si modifica mai). Diletta, deriva dal latino diligere che
Ancor che triste, e che l’affanno duri! vuol dire amata. Mi è gradito il ricordo e il calcolare
l’estensione del mio dolore (a noi sembra un ossimoro).
Come appare gradito, quando si è giovani, il ricordo del
passato, quando la speranza è ancora molta ma il ricordo è
ancora breve, nonostante sia triste e nonostante l’angoscia
continui.
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Idilli Pisano Recanatesi (Grandi Idilli)
A SILVIA
Con questa poesia c’è l’attuazione della libertà del metro e delle rime che porta alle estreme conseguente i
tentativi iniziati precedentemente con le canzoni.
Cosa c’è di diverso rispetto ai Picolli Idilli: la poetica del vago e dell’indefinito continua a caratterizzare
questi componimenti poetici ma le immagini vaghe e indefinite che compaiono in questi idilli e di cui è
ricchissimo il componimento A Silvia vengono accompagnate in parallelo dalle meditazioni filosofiche (la
filosofia che ha nutrito i suoi studi). Gli Idilli Pisano Recanatesi sono il punto di arrivo della poetica del vago
e dell’indefinito ma sono pervasi della ragione che consente al poeta di comprendere il senso tragico della
vita dell’uomo (poetica del vero).
Nel momento in cui il poeta medita sulla morte prematura di Silvia, cadono tutte le illusioni.
Verso 60: il nostro destino si trasforma all’apparir del vero.
A Silvia inaugura una nuova fase della poesia leopardiana attraverso l’apparizione del vero, della realtà così
come è. Così come le speranze di Silvia vengono troncate da una morte prematura causata dalla tisi, allo
stesso modo le aspettative, le aspirazioni, i sogni del poeta vengono delusi. C’è sempre un parallelismo fra
Silvia e Leopardi, e benchè i loro destini siano diversi, Silvia spensierata, L. colpito sin alla giovinezza dalla
consapevolezza che il mondo sia dolore, ma i loro desio so o tuttavia simili, una colpita da un malore fisco e
Leopardi da uno esistenziale.
Silvia potrebbe essere Teresa Fattorini, una giovane dona contemplata da L. attraverso le finestre di casa;
però il personaggio di Silvia, chiunque sia stata nella realtà, non intacca il componimento perché Silvia qui
rappresenta una giovane donna idealizzata, di tutte le epoche, che viene colpita dal dolore.
Non è assolutamente una poesia d’amore, Silvia non è l’oggetto di amore. I due personaggi comunicano fra
di loro ma solo in un soliloquio che viene immaginato dal poeta. Ma ciò che li accomuna è il dolore
esistenziale che va oltre il rango sociale di appartenenza, che va oltre il carattere.
Silvia è una figura che dipende in tutto e per tutto dalle fonti classiche (Omero e Virgilio).
Virgilio riprende da Omero, nel VII di libro dell’Eneide, due figure, Calipso e Circe. Omero le raffigura che
cantano con voce bella; Omero offre di loro un’immagine piacevole. In Virgilio il canto di Circe è ostinato
ininterrotto. Omero vedeva Calipso e Circe sotto lo splendore del sole mentre in Virgilio invece le vede nella
notte, con la luna e la brezza notturna (la magia di Circe diventa lunare).
Sin fa ragazzo L. preferiva il passo dell’Eneide nel quale amava la fusione del canto della notte, della luce
lunare e della distanza (immagine vaga e indefinita).
Nella figura di Silvia rimane il mito antichissimo della donna che canta e tesse e ricorda il canto delle Dee
immortali. Silvia è l’erede delle grandi dee e streghe della civiltà mediterranea e anche degli eroi che
muoiono in giovane età (come Eurialo e Niso).
La struttura è libera , 6 strofe con settenari ed endecasillabi; prevalgono i settenari (34) risetto agli
endecasillabi (29); alcuni versi rimano, altri no e altri rimano liberamente. L’ultimo verso di una strofa è
sempre un settenario ed è rimato con uno precedente.
Silvia, rimembri ancora Nelle prime due strofe campeggia la figura di Silvia.
quel tempo della tua vita mortale, Rimembri..ci riporta a Petrarca con Chiare fresche e dolci acque, e
quando beltà splendea Petrarca ritorna anche nelle coppie di aggettivi (ridenti e fuggitivi,
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
lieta e pensosa…).
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi?
Silvia ricordi ancora quel tempo della vita quando la bellezza
Sonavan le quiete risplendeva nei tuoi occhi sorridenti ma al tempo stesso sfuggenti
stanze, e le vie dintorno, (un atteggiamento di pudore) e tu lieta e pensosa stavi
al tuo perpetuo canto, raggiungendo il confine della giovinezza.
allor che all’opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
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di quel vago avvenir che in mente avevi. Nella seconda strofa vengono descritte le sue attività (canta e
Era il maggio odoroso: e tu solevi tesse esattamente come Calipso e Circe). Sedevi occupata a
così menare il giorno. svolgere attività femminili (tessitura) e così trascorrevi la tua
giornata in quella stagione particolare che era il Maggio odoroso
Io gli studi leggiadri
(primavera) contenta di quel vago avvenir perchè avevi il cuore
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo colmo di speranza (da sottolineare l’aggettivo vago).
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello Viene descritto il poeta che mentre è intento a studiar, attività in
porgea gli orecchi al suon della tua cui spende la sua giovinezza, guarda fuori dai balconi di casa e
voce, porge le orecchie al suono della voce e alla mano veloce che
ed alla man veloce attraversa la tela faticosa. Io tralasciando talvolta gli studi
che percorrea la faticosa tela. piacevoli e le sudate carte (metonimia) su cui spendevo la parte
Mirava il ciel sereno,
migliore della mia vita (giovinezza – metafora) percepivo in
le vie dorate e gli orti,
e quinci il mar da lungi, e quindi il lontananza il suono della tua voce e della mano che percorreva la
monte. tela faticosa. Miravo il cielo sereno, le vie e i sentieri dorati,
Lingua mortal non dice perché illuminati dal sole, gli orti, da un lato il mare e dall’altro i
quel ch’io sentiva in seno. monti. Quello che io provavo dentro il mio cuore non lo posso
Che pensieri soavi, descrivere.
che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia Proposizioni esclamative che riassumono i sentimenti di lui e di lei
la vita umana e il fato!
che benché abbiano vite diverse nutrono tutti e due delle speranze
Quando sovviemmi di cotanta speme,
delle illusioni.
un affetto mi preme
acerbo e sconsolato, Alle immagini vaghe dei piccoli idilli si aggiungono domande
e tornami a doler di mia sventura. retoriche alla natura. Qui c’è la meditazione, la filosofia e il
O natura, o natura, pensiero del poeta che accanto alle immagini vaghe e poetiche
perché non rendi poi vuole aspirare al vero percepito e rivelato dalla ragione.
quel che prometti allor? perché di tanto Quando mi ricordo di una così grande speranza si impossessa di me
inganni i figli tuoi? un’angoscia insopprimibile e riprendo ad addolorarmi e a
dispiacermi della mia sventura.
Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
Natura perché non dai poi quello che prima prometti, perché
da chiuso morbo combattuta e vinta,
perivi, o tenerella. E non vedevi inganni così tanto i tuoi figli? (tema ripreso nelle Operette Morali –
il fior degli anni tuoi; Dialogo della Natura e di un Islandese). La Natura è ormai
non ti molceva il core percepita come matrigna e non più benevola.
la dolce lode or delle negre chiome,
or degli sguardi innamorati e schivi; Tu, prima dell’inverno, combattuta e vinta dalla tisi, moristi. Non
né teco le compagne ai dì festivi vedesti il fiore dei tuoi anni, non ti addolcirono il cuore le lodi dei
ragionavan d’amore. tuoi capelli neri e gli sguardi degli innamorati, né con te le amiche
parlavano d’amore nei giorni di festa.
Anche peria fra poco
la speranza mia dolce: agli anni miei
anche negaro i fati Il destino di Silvia viene affiancato a quello dell’autore. Di li a poco
la giovanezza. Ahi come, sarebbe venuta meno anche la mia dolce speranza, le mie illusioni
come passata sei, giovanili; il fato mi ha anche negato di vivere la giovinezza.
cara compagna dell’età mia nova, Ahi come sei passata rapidamente mia speranza rimpianta, mia
mia lacrimata speme! cara compagna dell’età giovanile. Questo che percepisco
Questo è quel mondo? Questi attraverso la ragione?. L’amore, il piacere e le opere che avremmo
i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi voluto fare assieme e di cui parlavamo in età giovanile? Questa è il
onde cotanto ragionammo insieme?
destino dell’umanità? All’apparire della verità, tu sei miseramente
Questa la sorte dell’umane genti?
All’apparir del vero morta e mostri da lontano con la mano una tomba spoglia.
tu, misera, cadesti: e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.
10
LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA (1829)
Condivide la stessa tematica del Sabato del villaggio e anche la stessa struttura.C’è una parte lirico-descrittiva
(24 versi) e una parte filosofico meditativa; nel Sabato del villaggio la parte lirico -descrittiva va fino al verso
37. Il critico Croce considerava superiore la parte descrittiva, svalutando enormemente la parte più riflessiva.
Descrizione della vita del borgo di Recanati quando finisce la tempesta percepita come momento di difficoltà.
1. Passata è la tempesta: Poiché la tempesta è passata, sento gli uccelli fare festa, la
2. odo augelli far festa, e la gallina, gallina che ritorna sul sentiero e ripete il suo verso; il sereno fa
3. tornata in su la via, irruzione ad Occidente verso la montagna e il fiume appare
4. che ripete il suo verso. Ecco il sereno indistintamente nella valle perché la foschia si è diradata.
5. rompe lá da ponente, alla montagna: Notiamo la presenza di ripeter, risorgere, L. vuole sottolinear che
6. sgombrasi la campagna, dopo un evento catastrofico tutto vuole ritornare come era
7. e chiaro nella valle il fiume appare. prima.
8. Ogni cor si rallegra, in ogni lato Ogni animo si rallegra e rumori della vita quotidiana riprendono.
9. risorge il romorio,
Dal verso 11 appaiono dei personaggi: artigiano che esce dalla
10. torna il lavoro usato.
propria casa ad ammira il cielo ancora umido, cantando con
11. L’artigiano a mirar l’umido cielo,
12. con l’opra in man, cantando, l’attrezzo in mano; una ragazza esce e cerca di raccogliere (cor)
13. fassi in su l’uscio; a prova l’acqua; e il verduriere (erbaiuol) che ritorna a svolgere la sua
14. vien fuor la femminetta a côr dell’acqua attività.
15. della novella piova; I sole ritorna e sorride per i colli e le vie. La servitù apre balconi e
16. e l’erbaiuol rinnova terrazze e dai balconi senti in lontananza un tintinnio di sonagli;
17. di sentiero in sentiero stride il carro del viandante che riprende il suo cammino.
18. il grido giornaliero. Si rallegra ogni animo (il verso 25 fa da spartiacque fra la prima e
19. Ecco il sol che ritorna, ecco sorride la seconda parte).
20. per li poggi e le ville. Apre i balconi,
21. apre terrazzi e logge la famiglia: Quando mai la vita potrà essere percepita così dolce e gradita
22. e, dalla via corrente, odi lontano come in questo momento (piacere sperimentato dall’uomo nel
23. tintinnio di sonagli; il carro stride momento in cui ci si è messi alle spalle una situazione
24. del passeggier che il suo cammin ripiglia. pericolosa). Quando con così grande passione l’uomo ritornerà
25. Si rallegra ogni core. agli studi alle opere o a intraprendere una nuova cosa. Quando
26. Sí dolce, sí gradita
l’uomo può ricordarsi di meno dei suoi mali (l’uomo non può
27. quand’è, com’or, la vita?
28. Quando con tanto amore dimenticarsi il dolore ma ricordarlo un po’ meno).
29. l’uomo a’ suoi studi intende? Il piacere nasce dall’affanno e dall’angoscia, è figlio del dolore, è
30. o torna all’opre? o cosa nova imprende? gioia vana, prodotto di una paura passata in seguito alla quale
31. quando de’ mali suoi men si ricorda? persino chi aveva in odio la vita ebbe timore di morire (istinto
32. Piacer figlio d’affanno; naturale); a causa di quella stessa paura gli uomini, raggelati,
33. gioia vana, ch’è frutto silenziosi e pallidi sudarono nel vedere la forza della natura
34. del passato timore, onde si scosse scagliarsi sull’uomo (lampi tuoni, vento).
35. e paventò la morte
36. chi la vita abborria;
37. onde in lungo tormento,
38. fredde, tacite, smorte,
39. sudâr le genti e palpitâr, vedendo O Natura benevola (Ironia antifrastica) sono questi i regali e i
40. mossi alle nostre offese piaceri che offri agli uomini. Allontanarsi momentaneamente
41. folgori, nembi e vento. dalle sofferenze può essere considerato da noi uomini piacere.
42. O natura cortese, Tu natura spargi abbondantemente sofferenze e il dolore sorge
43. son questi i doni tuoi,
in modo spontaneo e può essere considerato gran guadagno
44. questi i diletti sono
addirittura quel piacere che per prodigio (mostro) nasce dal
45. che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
46. è diletto fra noi. dolore.
47. Pene tu spargi a larga mano; il duolo Oh uomini così amati dagli Dei! Potete ritenervi felici se vi è
48. spontaneo sorge e di piacer, quel tanto concesso tirare un respiro dal dolore e beati se la morte vi
49. che per mostro e miracolo talvolta guarisce da ogni dolore.
50. nasce d’affanno, è gran guadagno.
51. Umana prole cara agli eterni! assai felice
52. se respirar ti lice
53. d’alcun dolor; beata
54. se te d’ogni dolor morte risana.
11
SABATO DEL VILLAGGIO (1829)
Ha una struttura simile alla Quiete dopo la tempesta ed ha la prima parte idillico- descrittiva e la seconda
filosofico-meditativa.
Inizia con una parte cortigiana, che ha a che fare con la vita vissuta a L. a Recanati e inizia con una galleria di
personaggi (analogia con la Quiete). Campeggiano due immagini, una donzelletta che rappresenta la
giovane età, l’infanzia, l’adolescenza (periodo caratterizzato dalle illusioni) e una vecchierella (rappresenta
l’età matura e la memoria). Alle due figure femminili si aggiungono i fanciulli che gridano e poi lo zappatore,
il falegname. Nella parte riflessiva si sofferma a considerare il valore della vita e la contrapposizione fra
l’attesa della gioia e la disillusione quando giunge la domenica e l’uomo acquista maggiore consapevolezza
e tutto ciò che aveva sperato è destinato e venire meno.
Immagine della donna, che, come Silvia, è una figura femminile idealizzata che incarna la giovinetta. Sul
tramonto una giovane donna arriva dalla campagna con un fascio d’erba e reca in mano un mazzolino di
rose e viole che userà per abbellire e ornare il petto e i capelli nel giorno di festa Mazzolin di rose e viole su
cui ha polemizzato Giovanni Pascoli, perché le rose sono un fiore di Maggio mentre le viole sono di Marzo,
quindi l’espressione è assolutamente improbabile e irrealista e con questo Pascoli vuole sottolineare come
la poesia che da Petrarca arriva fino a Leopardi si sia nutrita di immagini vaghe, di termini irrealistici e
inverosimili. Pascoli è invece incline ad una poesia in cui ad ogni oggetto dà il proprio nome.
Per Petrarca non tutte le parole possono rientrare nella sfera poetica e quelle che rientrano non possono
che essere vaghe. In Leopardi però questo concetto si approfondisce ancora di più perché suscita piacere,
immagini sfocate e indefinite e che non necessariamente devono fare riferimento al reale.
Li vicino siede una vecchietta sulla scala a filare, là nella direzione del tramonto, e va raccontando del
tempo antico (la memoria, il ricordo, che da un’immagine piacevole) che le procura piacere quando nei
giorni di festa era anche lei era solita ornarsi e ancora sana e snella era solita danzare fra coloro che erano i
suoi compagni dell’età più bella (quella della giovinezza).
Abbiamo il futuro ed il passato incarnati nelle immagini idealizzate della fanciulla e della vecchierella.
Ormai tutta l’aria scurisce, il cielo torna ad essere azzurro e al biancheggiar della luna appena sorta tornano
le ombre in terra disegnate dalle case (tetti è metonimia); poi una percezione uditiva data dalla campana
che indica la festa. L. dice che a sentire quel suono della campana lontana sembra che il cuore provi
conforto. Poi immagine dei fanciulli che urlano e giocano sulla piazza che provocano un lieto rumore
(ossimoro), leto perché rappresentano l’infanzia. Intanto il contadino fischiettando ritorna alla sua mensa
povera e pensa fra sé e sé al giorno della domenica.
Quando intorno è spenta ogni altra luce e quando tutto intorno tace si sentono ancora gli ultimi rumori
prodotti dalla sega e dal picchiettio del martello del falegname.
Sabato è il giorno più gradito di tutti e 7 perché corrisponde all’infanzia della vita, all’attesa ed è pieno di
speranze ed illusioni e gioie, ma il giorno di domani (la domenica che rappresenta l’età matura) l’uomo
sperimenterà di nuovo tristezza e noia (la noia è l’angoscia del vivere, il male di vivere, quella condizione
che viene provata solo ed esclusivamente dagli uomini e non dagli altri essere viventi).
Ogni uomo ritornerà alle quotidiane occupazioni (travaglio) dimenticando il suo passato.
Questa tua età in fiore è il sabato della tua vita, è il preludio della festa della tua vita e dunque sii felice
perché questa condizione è qualcosa di fuggevole ed è una stagione che finirà presto. Non voglio
aggiungere atro ma che non ti dispiaccia affatto che la tua festa (la tua età adulta) tardi ad arrivare. Li
sprona dunque a godersi la serenità sperimentata nell'infanzia e a non voler correre in avanti.
12
CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE PER L’ASIA
Composto fra 1929 e 1930, fa parte del gruppo dei canti pisano recanatesi ed è l’ultimo dei grandi canti e
quello che colpisce è che si pone in una posizione diversa; spicca sugli altri perché è totalmente assente
l’autobiografismo.
Il testo si propone come un grande contenitore di riflessioni, di meditazioni sul senso ultimo della vita
umana, i grandi interrogativi esistenziali, ricco dal punto di vista filosofico e le domande vengono lasciate
ad una figura altra, non è il poeta a parlare, ma lascia parlare un pastore nomade (come era accaduto nel
Bruto Minore o nell’Ultimo canto di Saffo dove lasciava la parola ai grandi della storia – Bruto e Saffo). Il
pastore nomade dell’Asia che si trasforma in realtà in un filosofo.
Il Canto notturno rappresenta la svolta: il passaggio da un pessimismo storico ad un pessimismo cosmico,
l’idea cioè che l’uomo da sempre e per sempre, in ogni luogo, sia infelice e costretto a soffrire. L. prende
un pastore, un uomo semplice che alla fine si porrà i grandi interrogativi della vita.
Notturno perché la notte è il momento in cui maggiormente l’uomo si spinge alle meditazioni e alle
riflessioni. Errante è colui che erra perché è nomade ma anche il pastore che si allontana dalla Verità, cioè
che sbaglia e che è in cerca della verità. Asia perché ai tempi del poeta l’Asia rappresentava la lontananza e
l’ignoto.
Paesaggio: questo canta inaugura un nuovo paesaggio che verrà, da qui in avanti, definito anti-idilliaco; il
paesaggio qui descritto è un paesaggio filosofico che non fa riferimento ad una natura, ad un paesaggio
reale, ma ad un paesaggio esistenziale. Nella seconda parte del testo c’è un riferimento all’infinto ma è
diverso da quello descritto ne L’Infinito, non è un infinito immaginato ma è un infinito contemplato
attraverso il filtro della ragione.
I versi dal 16 al 20 ci fanno comprendere come il discorso si faccia filosofico, c’è una serie di domande
rivolte alla luna, depositaria dei misteri, la luna sa e conosce il mistero dell’universo, quel mistero che non è
dato conoscere all’uomo.
Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, Il componimento si apre con la domanda del perché la
silenziosa luna? luna sorge la sera e perché poi si pone. Tu sorgi ti sposti e
Sorgi la sera, e vai, poi contempli deserti e infine tramonti. Non sei ancora
contemplando i deserti; indi ti posi. sufficientemente soddisfatta e nauseata di quello che fai,
Ancor non sei tu paga 5 sei ancora desiderosa di osservare queste valli (Luna
di riandare i sempiterni calli? personificata).
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga Luna silenziosa, non parla e ascolta le domande del
di mirar queste valli? pastore filosofo; non ci può esser il dialogo con la
Somiglia alla tua vita natura.
la vita del pastore. 10 Al verso 10 il passaggio dall’esistenza della luna al senso
Sorge in sul primo albore della vita del pastore. La vita della luna assomigliai a
move la greggia oltre pel campo, e vede quella del pastore, si alza all’alba, vede greggi e poi si
greggi, fontane ed erbe; riposa alla sera e non nutre altre speranze (altro mai non
poi stanco si riposa in su la sera: ispera) quindi dimmi qual è il senso della vita del pastore
altro mai non ispera. 15 e poi dimmi Luna quale senso ha la vostra vita (cioè le
Dimmi, o luna: a che vale vita dei corpi celesti). Dimmi dove tende questo vagare
al pastor la sua vita, mio breve (così è definita la vita dell’uomo) e questo tuo
la vostra vita a voi? dimmi: ove tende corso immortale? (il viaggio che percorre la luna risulta
questo vagar mio breve, essere eterno e di contro all’eterno c’è la mortalità
il tuo corso immortale? 20 dell’uomo, uomo essere mortale e che vive una vita
destinata a concludersi senza che comprenda il senso del
suo esistere)
13
Nella strofa che segue c’è la metafora della vita,
l’allegoria della condizione umana che è spiegata dal
punto di vista dell’esperienza che ognuno ha del vivere.
Vecchierel bianco, infermo, Si comincia dalla fine, Tale è la vita mortale: allegoria
mezzo vestito e scalzo, della vita umana che consiste nella spiegazione del
con gravissimo fascio in su le spalle, vecchierello che si affatica, mal vestito, scalzo, malato
per montagna e per valle, che porta sulle spalle un peso, che cammina attraverso
per sassi acuti, ed alta rena, e fratte, 25 monti, valli, luoghi sabbiosi, cespugli e subisce ogni
al vento, alla tempesta, e quando avvampa intemperia, sperimenta il caldo, il gelo, corre e aspira a
l’ora, e quando poi gela, nuove esperienze, poi cade, si rialza, si affretta e lacero e
corre via, corre, anela, sanguinoso arriva alla fine della propria esistenza dove
varca torrenti e stagni, trova un abisso orrido e immenso, la morte, che è la fine
cade, risorge, e più e più s'affretta, 30 di tutto e l’uomo cade nell’oblio totale, nel nulla.
senza posa o ristoro,
lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
colà dove la via
e dove il tanto affaticar fu volto:
abisso orrido, immenso, 35
ov'ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
è la vita mortale.
Nasce l'uomo a fatica, In questa strofa si sottolinea come l’atto di nascita
ed è rischio di morte il nascimento. 40 rappresenti simbolicamente l’inizio di un percorso di
Prova pena e tormento dolore che caratterizzerà a vita dell’uomo. Ricorda
per prima cosa; e in sul principio stesso quanto l’uomo nasca a fatica q quanto la sua nascita sia a
la madre e il genitore rischio di morte. L’educazione consiste nel consolare il
il prende a consolar dell'esser nato. figlio per la vira cui andrà incontro radicale pessimismo);
Poi che crescendo viene, 45 padre e madre non possono arrecare beneficio migliore
l'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre al figlio se non quello di consolarlo per essere nati.
con atti e con parole Crescendo padre e madre avranno il compito di
studiasi fargli core, sostenerlo e incoraggiarlo: non si compre altra mansione
e consolarlo dell'umano stato: più gradita al figlio da parte dei genitori che non sia
altro ufficio più grato 50 questo (costruzione arcaica latina, impersonale “”si fa). Ci
non si fa da parenti alla lor prole. sono poi una serie di interrogative retoriche che rendono
Ma perchè dare al sole, la rendono ancora più estrema e angosciante: perché
perchè reggere in vita vengono generate nuove vite e nuove creature Nel De
chi poi di quella consolar convenga? Rerum natura di Virgilio viene ripreso lo stesso concetto.
Se la vita è sventura, 55 L’aggettivo intatta riprende l’aggettivo vergine, luna che
perchè da noi si dura? non è stata toccata dai dolori e dalle imperfezioni che
Intatta luna, tale hanno toccato l’uomo. Questo è lo stato mortale ma tu
è lo stato mortale. mortale non sei e forse non ti importa niente delle mie
Ma tu mortal non sei preoccupazioni (natura indifferente alle sventure
e forse del mio dir poco ti cale. 60 dell’uomo).
Pur tu, solinga, eterna peregrina, Tuttavia, tu solitaria, eterna viaggiatrice, che sei così
che sì pensosa sei, tu forse intendi, pensosa forse capisci che cosa sia questa vita breve e
questo viver terreno, questo nostro soffrire e questa nostra morte. Tu
il patir nostro, il sospirar, che sia; comprendi la ragione ultima e lo scopo del mattino, della
che sia questo morir, questo supremo 65 sera, del silenzioso scorrere del tempo; tu sai a chi
scolorar del sembiante, procuri un vantaggio l’arrivo dell’estate e dell’inverno; tu
e perir dalla terra, e venir meno conosci cose che sono oscure al pastore.
ad ogni usata, amante compagnia.
14
E tu certo comprendi
il perchè delle cose, e vedi il frutto 70
del mattin, della sera,
del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
rida la primavera,
a chi giovi l'ardore, e che procacci 75
il verno co' suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
che son celate al semplice pastore.
O greggia mia che posi, oh te beata, 105 Verso 105 costituisce un passaggio: nella prima arte il
che la miseria tua, credo, non sai! poeta filosofo dialoga con la natura, nella seconda parte
Quanta invidia ti porto! l’attenzione del pastore filosofo si concentra sul suo
non sol perchè d'affanno gregge.
quasi libera vai; Alla beatitudine della luna e dell’universo si affianca la
ch'ogni stento, ogni danno, 110 beatitudine degli animali. Beatitudine forse perché non
ogni estremo timor subito scordi; conoscono loro stato e la tua infelicità. Non solo perché
ma più perchè giammai tedio non provi. sei libera di sofferenze e dolori, dal momento che subito
Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe, ti dimentiche delle sofferenze e del dolore ma ancor più
tu se' queta e contenta; perché non provi noia (male di vivere, dolore
e gran parte dell'anno 115 esistenziale). Quando stai all’ombra sull’erba sei
senza noia 17 consumi in quello stato. totalmente appagata, senza noi. Io, pur vivendo nello
Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra, stesso stato (seduto all’ombra sull’erba) sono raggiunto
15
e un fastidio m'ingombra da un fastidio, tedio che nascono dalle domande
la mente, ed uno spron quasi mi punge esistenziali che l’uomo ha e che assillano la sua felicità.
sì che, sedendo, più che mai son lunge 120 Definizione chiara della depressione moderna – Sono
da trovar pace o loco. assalito dall’angoscia e tuttavia non desidero nulla e non
E pur nulla non bramo, ho nessuna motivazione chiara per provare dolore.
e non ho fino a qui cagion di pianto. Non conosco il grado della tua felicità ma so che tu,
Quel che tu goda o quanto, gregge mio, puoi essere definito felice.
non so già dir; ma fortunata sei. 125
Ed io godo ancor poco,
o greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
dimmi: perchè giacendo
a bell'agio, ozioso, 130
s'appaga ogni animale;
me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?
Forse s'avess'io l'ale Nella sintesi conclusiva incrocia i due destinatari del suo
da volar su le nubi, dialogo, la luna e il gregge: se io avessi le ali (iperbole)
e noverar le stelle ad una ad una, 135 per volare sulle nuvole e contare le stelle, o potessi
o come il tuono errar di giogo in giogo, muovermi di monte in monte come il tuono sarei più
più felice sarei, dolce mia greggia, felice, mio amato gregge, mia candida luna o forse no
più felice sarei, candida luna. (concetto di pessimismo cosmico). Forse in qualsiasi
O forse erra dal vero, forma ci si trovi, neonati (cuna – culla) o all’interno di un
mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:140 ovile, è drammatico il giorno il giorno in cui si nasce.
forse in qual forma, in quale
stato che sia, dentro covile o cuna,
è funesto a chi nasce il dì natale.
16
CICLO DI ASPASIA
Siamo nel periodo fra il 1830 e 1833. L. ha maturato quelle esperienze importanti che hanno approfondito le
sue amicizie interpersonali, a Firenze, con i liberali moderati e ha conosciuto Antonio Ranieri che curerà poi
l’edizione dei canti.
Sono gli anni in cui conosce e si innamora davvero di una donna, Fanny Targioni Tozzetti: è una reale passione
ma Fanny nutre in L solo una grande stima. Da li a breve quell’amore e passione si tramuta in una ulteriore
delusione. Da qui nasce il ciclo di Aspasia, che è una raccolta di testi. Aspasia è una delle donne cui Pericle si
unì nel V sc a.C. e con cui ebbe una relazione (era una prostituta).
E’ un ciclo nuovo ed una ulteriore tappa di evoluzione del pensiero: cambia lo stile poetico e cambia
l’atteggiamento. L. si caratterizza per un atteggiamento eroico e distaccato nei confronti della vita che
rimarca le caratteristiche del saggio stoico (totale distacco dai beni materiali e dalle passioni).
In parallelo c’è un recupero della dignità dell’uomo e L. si sente maturo per dire che, seppur inserito in un
mondo di fdolore, vuole manifestare la propria dignità. Ha uno slancio, una reazione eroica e dignitoso che
preannuncia la dignità che ritroviamo nella Ginestra.
Non manca mai il filone ironico sarcastico che L. recupera dai classici e che mescola all’aspetto tragico.
Quello che cambia ancora di più è lo stile. L. qui è più sperimentatore e introduce forme poetiche che
introducono le forme poetiche del ‘900. E’ un testo compatto dove si alternano endecasillabi e settenari in
modo libero.
Struttura sintattica, ritmo è spezzato, frantumato, usando sapientemente la punteggiatura: ci sono frasi
coordinate e non subordinate. E un uso abbondante di punti fermi che riducono all’essenziale il verso; ci sono
verbi senza uso di aggettivi, che invece avevano caratterizzato gli idilli. Questo breve periodare frantumato
contiene sentenze filosofiche. Molte allitterazioni, uso di nomi duri che indicano rottura e che ben si adattano
al pessimismo cosmico.
E’ un dialogo che lui immagina con se stesso, con il suo cuore.
Inganno estremo è l’amore, l’ultima illusione che Leopardi ancora conservava nel suo cuore e che lui credeva
fosse eterno.
A se stesso
Or poserai per sempre, 1 Ora troverai riposo per sempre, mio cuore stanco
Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo, di palpitare. E’ morta l’ultima illusione, l’amore
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento, (inganno estremo) che io credevo eterno. Sento
In noi di cari inganni, bene in me che si è spento persino il desiderio di
Non che la speme, il desiderio è spento. 5 piacevoli inganni.
Posa per sempre. Assai Riposa per sempre. Hai palpitato sufficientemente.
Palpitasti. Non val cosa nessuna Le tue ansie, il tuo dolore non è valso a niente, né
I moti tuoi, né di sospiri è degna la terra è degna di sospiri. La vita altro non è che
La terra. Amaro e noia dolore e noia; e il mondo è fango.
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo. 10
T’acqueta omai. Dispera Calmati ormai. Perdi definitivamente ogni
L’ultima volta. Al gener nostro il fato speranza. Agli uomini il fato non ha concesso altro
Non donò che il morire. Omai disprezza che la morte. Ormai devi disprezzare te stesso, la
Te, la natura, il brutto natura, il potere maligno che, di nascosto, governa
Poter che, ascoso, a comun danno impera, 15 per il male comune, e la infinita insensatezza di
E l’infinita vanità del tutto. tutte le cose.
17
CARME LA PALIDONIA AL MARCHESE GINO CAPPONI Palinodia vuol dire ritrattazione.
L’autore chiarisce la sua posizione risetto a quelli che lui definisce come falsi miti. A partire dal 1925
incontrò un gruppo molto attivo dal punto di vista letterari, a Firenze, di cui faceva parte anche Gino
capponi; erano liberali moderati che speravano in un miglioramento della società dell’epoca facendo leva
sul progresso tecnologico-scientifico che avrebbe portato ad un mondo più giusto, dove le diseguaglianze
vengono appiattite ( pensiero già illuminista). Questa posizione viene attaccata da L. in nome della
filosofia del vero secondo la quale gli uomini non possono esser felici, non lo sono mai stati e non lo
saranno nel futuro. Contrasta l’ottimismo dei moderati liberali ma qui c’è cmq una svolta positiva e
costruttiva, inizia a maturare l’idea che l’intellettuale debba ricavarsi il proprio spazio nella società per
poter intervenire in modo costruttivo a favore degli uomini. Questa convinzione viene sviluppata poi bene
nella Ginestra (1836). Gli uomini devono combattere l’unica responsabile dell’infelicità dell’uomo che è la
natura matrigna e lo possono fare solo se si aiutano a vicenda (social catena), alleanza attraverso la quale
sentono meno e più attenuate le sofferenze perché le condividono. Nella palidonia troviamo solo una
volontà da parte dell’autore di demolire le idee degli altri pensatori; attacca e polemizza nei confronti dei
liberali moderati perché vorrebbe tornare al passato e recuperare una società che non c’è più.
Filosofia del vero: gli uomini devono avere la consapevolezza della loro condizione, senza volerla modificare
poiché niente potrà ridare felicità all’uomo, tutto è illusione ed è destinato a provocare sofferenze e dolore.
Fra gli uomini non devono esistere conflitti, per non aggiungere dolore al dolore, ci si deve aiutare a
vicenda per costruire una società più giusta e civile, pur sapendo che nulla potrà cambiare.
La vita va analizzata in una chiave tragica ma allo stesso tempo l‘uomo deve guadagnarsi uno spazio di
ironia, satira e sarcasmo.
L. combatte i falsi miti, le false illusioni; all’opposizione ai liberali moderati si associa anche l’opposizione
allo spiritualismo neocattolico che L. aspramente combatte e che era presente in molti ambienti
napoletani. Il dolore per Manzoni (cattolico) era catartico, redentivo mentre per Leopardi, materialista,
negatore di una prospettiva metafisica e ultraterrena, questo non significava nulla se non creare ulteriori
illusioni.
Le riflessioni più moderne e interessanti riguardano un L. che va a combattere l’idea secondo cui uno
sviluppo economico avrebbe portato gli uomini ad essere meno smaniosi e desiderosi di ricchezze. Per L.
l’uomo difficilmente potrà svincolarsi dall’avidità di denaro e anche quando non ci sarà più l’oro e l’argento,
questo saranno sostituito dalle banconote.
Parla anche dell’omologazione e attacca i primi quotidiani/gazzette che poi col tempo si sarebbero
trasformati in mass media, cioè combatte l’omologazione impedisce una critica e un pensiero liberi.
18
LA GINESTRA
A Napoli, a Torre del Greco nella primavera del 1938: è l’ultimo testamento spirituale di L: che contiene il
messaggio estremo delle sue riflessioni filosofiche spirituali. Parla dell’uomo non come individuo ma come
specie che è votata all’infelicità e gli uomini devono aiutarsi a vicenda per combattere la natura, unica
nemica.
Nella struttura si ritrova un versetto evangelico di Giovanni “e gli uomini scelsero le tenebre anziché la
luce” ma non ha lo stesso significato che nel vangelo dove le tenebre sono la morte dello spirito e la luce è
Dio; per L. le tenebre sono i falsi miti, le ideologie che apparentemente sembrano consolatorie ma non lo
sono (creano solo grandi illusioni) mentre la luce è la consapevolezza del dolore.
Il paesaggio è un paesaggio desolato di morte e devastazione creato dall’eruzione del vulcano Vesuvio; è un
paesaggio anti-idillico in cui si possono solo notare i segni di una natura antiumana che fagocita l’uomo.
L’unica nota positiva è la ginestra, fiore del deserto. La ginestra è il simbolo della fratellanza e della
solidarietà, è umile, piega il proprio capo davanti alla forza devastante della natura, è duttile, flessibile ma
contemporaneamente mantiene un atteggiamento eroico di protesta dignitosa.
19
di dolcissimo odor mandi un profumo, può combattere il dolore dell’esistenza). Dopo
che il deserto consola. A queste piagge aver descritto i luoghi di dolore e descrizione L. al
venga colui che d'esaltar con lode verso 37 utilizza lo slancio sarcastico ed eroico
il nostro stato ha in uso, e vegga quanto rivolgendosi ad un ipotetico contemporaneo.
è il gener nostro in cura 40 Colui che è solito esaltare con le sue lodi
all'amante natura. E la possanza l’umanità e il suo stato venga a verificare quanto
qui con giusta misura il ns genere sia così tanto amato dalla natura
anco estimar potrà dell'uman seme, (interpretazione antifrastica). E in questi luoghi
cui la dura nutrice, ov'ei men teme, potrà valutare correttamente la potenza
con lieve moto in un momento annulla 45 dell’umanità che in un momento la natura
in parte, e può con moti distrugge, quando meno se lo aspetta e può con
poco men lievi ancor subitamente moti anche lievi distruggere in parte oppure con
annichilare in tutto. moti più potenti distruggere tutto (demolizione
Dipinte in queste rive dell’antropocentrismo).
son dell'umana gente 50 Citazione di Terenzio Magnani che era convinto
le magnifiche sorti e progressive. assertore di una filosofia di pensiero più religiosa
e convinto delle sorti del progresso.
Qui mira e qui ti specchia, Qui inizia l’attacco all’era contemporanea che
secol superbo e sciocco, viene definito superbo e presuntuoso ma anche
che il calle insino allora stolto. Guarda qui e specchiati, secolo superbo e
dal risorto pensier segnato innanti 55 schiocco. che hai abbandonato la via fin qui
abbandonasti, e volti addietro i passi, segnata progredendo da un pensiero rinato
del ritornar ti vanti, (riferimento all’illuminismo) e dopo ti volti
e procedere il chiami. indietro pensando che sia progresso
Al tuo pargoleggiar gl'ingegni tutti, (l’abbandonare il sentiero tracciato dagli
di cui lor sorte rea padre ti fece 60 illuministi per L. è come regredire). Il tuo
vanno adulando, ancora comportamento infantile è ciò che fa sì che tu
ch'a ludibrio talora venga adulato.
t'abbian fra se. Non io Io non morirò dopo aver assunto tale posizione
con tal vergogna scenderò sotterra; con tale vergogna, piuttosto mostrerò per quanto
ma il disprezzo piuttosto che si serra 65 mi è consentito tutto il disprezzo che provo
di te nel petto mio, dentro al mio cuore benchè io sappia per certo
mostrato avrò quanto si possa aperto: che l’oblio colpisce chi ha troppo infastidito i
ben ch'io sappia che obblio contemporanei (preferisce morire dimenticato
preme chi troppo all'età propria increbbe. piuttosto che assecondare il pensiero del suo
Di questo mal, che teco 70 tempo).
mi fia comune, assai finor mi rido. Di questo male (l’oblio) che sarà in comune con
te, non mi preoccupo affatto (mi rido,
Libertà vai sognando, e servo a un tempo atteggiamento sarcastico).
vuoi di nuovo il pensiero, Vai sognando la libertà (riferimento agli ambienti
sol per cui risorgemmo liberali moderati) ma parli a sproposito e rendi il
della barbarie in parte, e per cui solo 75 tuo pensiero contemporaneamente schiavi di
si cresce in civiltà, che sola in meglio false illusione, stai recuperando le barbarie di un
guida i pubblici fati. tempo che se abbandonate fanno crescere la
Così ti spiacque il vero collettività verso la civiltà che guida i destini
dell'aspra sorte e del depresso loco collettivi verso il meglio.
che natura ci diè. Per questo il tergo 80 A tal punto ti è dispiaciuta la verità in relazione al
vigliaccamente rivolgesti al lume destino infelice dell’uomo e sul luogo che la
che il fe palese: e, fuggitivo, appelli natura ha assegnato all’umanità.
vil chi lui segue, e solo Per questa ragione hai rivolto vigliaccamente la
magnanimo colui schiena alla luce della ragione che rese palese
che se schernendo o gli altri, astuto o folle, 85 tutto ciò e mentre torni indietro, al passato,
fin sopra gli astri il mortal grado estolle. definisci vile chi segue la luce e definisci
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magnanimo colui che prendendo in giro se stesso
e gli altri innalza, sopra tutti gli astri, gli uomini.
Uom di povero stato e membra inferme
che sia dell'alma generoso ed alto, Un uomo di condizione povera, con un corpo
non chiama se nè stima malato ma dotato di animo nobile e generoso
ricco d'or nè gagliardo, 90 non ritiene se stesso né ricco nè robusto e non
e di splendida vita o di valente fa una ridicola esibizione fra la gente, appare
persona infra la gente senza vergogna si mostra e dice apertamente di
non fa risibil mostra, essere bisognoso di forza e di ricchezza e valuta la
ma se di forza e di tesor mendico propria vita e il proprio destino per quello che è,
lascia parer senza vergogna, e noma 95 rispettando il vero.
parlando, apertamente, e di sue cose
fa stima al vero uguale.
Magnanimo animale Io ritengo che non sia uomo nobile, ma stolto,
non credo io già, ma stolto, colui che nato solo con la prospettiva di morire,
quel che nato a perir, nutrito in pene, 100 dopo aver trascorso una vita nella sofferenza ha
dice, a goder son fatto, la presunzione di dire di essere stato creato per
e di fetido orgoglio godere; quell’uomo riempie i manoscritti di fetido
empie le carte, eccelsi fati e nove orgoglio promettendo sulla terra destini eccelsi,
felicità, quali il ciel tutto ignora, felicità sconosciute, che non solo la terra ma
non pur quest'orbe, promettendo in terra 105 anche il cielo ignora completamente, a popoli che
a popoli che un'onda un maremoto, un epidemia distruggono e di tutto
di mar commosso, un fiato ciò che resta viene cancellato persino il ricordo.
d'aura maligna, un sotterraneo crollo
distrugge sì che avanza Mentre prima ha descritto gli arroganti della sua
a gran pena di lor la rimembranza. 110 epoca (quelli che descrivo un progresso, un
Nobil natura è quella destino eccelso, L. contrappone la sua voce.
che a sollevar s'ardisce E’ invece dotato di nobile natura colui che osa
gli occhi mortali incontra sollevare lo sguardo al cielo e lottare per un
al comun fato, e che con franca lingua, destino comune, che tutti gli uomini condividono
nulla al ver detraendo, 115 (espressione ha l’ardore di sollevare gli occhi
confessa il mal che ci fu dato in sorte, mortali al cielo è la traduzioen tratta dall’Elogia
e il basso stato e frale; ad Epicuro tratta dal De Rerum Naturae di
quella che grande e forte Lucrezio) con parole chiave senza togliere nulla al
mostra se nel soffrir, nè gli odii e l'ire vero, confessa il male che fu dato in sorte e lo
fraterne, ancor più gravi 120 stato basso e fragile; colui che si mostra soffrente
d'ogni altro danno accresce non contribuisce lottando con tro i suoi fratelli ad
alle miserie sue, l'uomo incolpando aggiungere dolore ad altro dolore (invito chiaro:
del suo dolor, ma dà la colpa a quella gli uomini devono abbandonare sentimenti di
Che veramente è rea, che de' mortali odio e spirito dio vendetta) ma dà la colpa alla
Madre è di parto e di voler matrigna. Natura, che è madre nel parto ma è matrigna per
Costei chiama inimica; e incontro a questa 125 crudeltà (limite della filosofia leopardiana, che è
congiunta esser pensando, utopica; è troppo facile dare la colpa solo alla
siccome è il vero, ed ordinata in pria natura).
l'umana compagnia La natura chiama nemica e pensando che la
tutti fra se confederati estima 130 società umana sia associata e organizzata
gli uomini, e tutti abbraccia considera gli uomini tra loro totalmente alleati e
con vero amor, porgendo abbraccia tutti con amore vero e autentico,
valida e pronta ed aspettando aita offrendo a attendendo aito nella guerra comune
negli alterni perigli e nelle angosce
della guerra comune. Ed alle offese 135
dell'uomo armar la destra, e laccio porre
al vicino ed inciampo,
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stolto crede così, qual fora in campo Armare la mano contro gli altri uomini, porre
cinto d'oste contraria, in sul più vivo ostacoli ai vicini, trappole, reputa sciocco, così
incalzar degli assalti, 140 come sarebbe stolto in un accampamento , ormai
gl'inimici obbliando, acerbe gare assediato dal nemico durante l’incalzare degli
imprender con gli amici, assalti, dimenticando i nemici, iniziare con gli
e sparger fuga e fulminar col brando amici delle gare (inutile se si è attaccati
infra i propri guerrieri. dall’esterno cominciare una guerra civile),
Così fatti pensieri 145 seminare fuga e uccidere con la spada i propri
quando fien, come fur, palesi al volgo, alleati.
e quell'orror che primo
contro l'empia natura
strinse i mortali in social catena, Quando pensiero tali saranno evidenti al popolo
fia ricondotto in parte 150 quel terrore che uni gli uomini in una alleanza
da verace saper, l'onesto e il retto sociale contro la natura malvagia, sarà ricondotto
conversar cittadino, in parte da un sapere fondato sul vero, allora
e giustizia e pietade, altra radice l’onesta e leale alleanza civile e sociale avranno
avranno allor che non superbe fole, ben altra radice che non queste false illusioni
ove fondata probità del volgo 155 (superbe fole); la religione essendo fondata
così star suole in piede sull’errore è destinata a perdersi.
quale star può quel ch'ha in error la sede.
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favoleggiar ti piacque, in questo oscuro 190 e spesso si intrattenessero piacevolmente con
granel di sabbia, il qual di terra ha nome, quelli della tua specie; e (ricordando) che, con il
per tua cagion, dell'universe cose rinnovarsi delle superstizioni già derise (al tempo
scender gli autori, e conversar sovente dell'Illuminismo), disprezza i saggi persino l'età
co' tuoi piacevolmente, e che i derisi presente, che sembra superare tutte in sapere e
sogni rinnovellando, ai saggi insulta 195 in civiltà, a questo punto quale sentimento o
fin la presente età, che in conoscenza quale pensiero su di te alla fine mi invade il
ed in civil costume cuore? Non so se prevale il riso o la pietà.
sembra tutte avanzar; qual moto allora, L. dice che si può accettare che nell’antichità ci
mortal prole infelice, o qual pensiero fossero uomini che credessero nell’esistenza
verso te finalmente il cor m'assale? 200 delle divinità che potessero contribuire al
Non so se il riso o la pietà prevale. miglioramento della vita degli uomini, ma che la
- sua società sia caduta negli stessi errori è
ingiustificabile.
E tu, lenta ginestra,
che di selve odorate La conclusione riprende i primi versi come in una
queste campagne dispogliate adorni, struttura circolare. Di nuovo c’è il paesaggio
anche tu presto alla crudel possanza 300 funestato dalla fuoriuscita di lava.
soccomberai del sotterraneo foco, Tu pieghevole e duttile ginestra che adorni con la
che ritornando al loco tua presenza le campagne desolate, anche tu
già noto, stenderà l'avaro lembo sarai costretta a piegare il tuo capo alla
su tue molli foreste. E piegherai devastazione della lava che tornerà su quei luoghi
sotto il fascio mortal non renitente 305 sconosciuti per stendere un avaro lembo sulle tue
il tuo capo innocente: foreste molli (indica l’arrendevolezza della
ma non piegato insino allora indarno ginestra). E tu ginestra senza opporre resistenza
codardamente supplicando innanzi piegherai il tuo capo innocente al peso della lava,
al futuro oppressor; ma non eretto ti piegherai arrendevole ma non al punto da
con forsennato orgoglio inver le stelle, 310 supplicare in modo vigliacco il tuo oppressore (la
nè sul deserto, dove forza della natura) non innalzando mai il tuo capo
e la sede e i natali al cielo con assurda presunzione (presunzione
non per voler ma per fortuna avesti; che L. vede invece nei suoi contemporanei)
ma più saggia, ma tanto neppure su questo deserto dove la sorte ha
meno inferma dell'uom, quanto le frali 315 voluto che tu nascessi, non perché tu lo abbia
tue stirpi non credesti voluto ma per natura; più saggia e certamente
o dal fato o da te fatte immortali. non malata di superbia, così come lo è l’uomo,
quando dichiari di non credere che la tue stirpe
fragile sia stata resa immortale o dal destino o da
te stessa. L’atteggiamento della ginestra è quello
di Leopardi che non si crede immortali e attacca
le false ideologie e le illusioni che l’uomo possa
essere immortale.
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LE OPERETTE MORALI
Non sono le ultime scritte, risalgono agli anni 20.
Prima edizione a Milano è del 1827 e conteneva una ventina di operette; negli anni successivi scrive altre
operette e c’è una seconda edizione (1834, edizione di Firenze che contiene 25 operette morali); terza
edizione è curata da Ranieri ed edita postuma che contiene definitivamente le 24 operette che sono la
versione definitiva.
Sono dialoghi, genere nuovo ripreso dalla letteratura classica; è prosa filosofica dove L. parte dai suoi pensieri
filosofici ma li veste in modo diverso: ci sono personaggi storici, personaggi reali, oppure animali, oppure
personificazioni di concetti astratti, o ancora personaggi inventati. La fonte principale sono i dialoghi di
Luciano. Si riconnette ad alcuni generi diffusi nel mondo antico e classico: il genere della satira e il genere
della commedia.
Parallelismo con Pirandello
In alcuni aspetti anticipa Pirandello con il mescolarsi di generi comici e tragici.
Di L. dobbiamo sottolineare la sua modernità: pur non avendo gli strumenti che avranno invece gli autori del
900 (la psicanalisi di Freud, alcune scoperte scientifiche, la legge della relatività di Einstein) ricordiamo che
nel L. riuscì cmq ad arrivare a sviluppare pensieri sull’infinità dei mondi e a smantellare l’antropocentrismo.
E Pirandello, rappresentando da un lato la crisi del soggetto e la crisi dell'identità dell'uomo che, entrato in
crisi per le varie filosofie e teorie che abbiamo citato sopra, si sente “uno, nessuno, centomila” e non viene
percepito dagli altri, quindi si sente perduto, e sente di aver perso totalmente i punti di riferimento saldi e
quindi di non avere più un'identità certa. E da qui la perdita di centralità dell’uomo che viene anticipata da
Leopardi ed è per questo che li mettiamo insieme.
Anticipiamo questi collegamenti, perché Leopardi tratta di questo, cioè dell'arte che per Pirandello nel
“Saggio dell'umorismo” appunto sostiene che l'arte contemporanea è un'arte che fa riferimento a una realtà
scomposta, disorganica, frantumata e dunque lei stessa non può più presentarsi come organica, armonica,
così come lo era stata in passato, e non può far altro che riflettere la disorganicità del reale.
E da li se la vita è un paradosso e noi siamo quotidianamente chiamati a vivere in questa situazione
paradossale, i due aspetti della comicità e della tragedia sono tutt’uno; la comicità per Pirandello è la
percezione di qualcosa di rovesciato, es. una donna vecchia che si veste da giovane, stravagante e molto
truccata; ma se noi cerchiamo di capire perché quella donna si veste così e perchè vuole recuperare il marito
dopo essere stata tradita da lui, quindi dietro all’aspetto comico c’è una situazione tragica. Si supera il comico
con il tragico e il tragico con il comico, si deve ridere di noi stessi.
Ritorniamo a L.: L. unisce ironia e comicità alla tragedia del vivere con strumenti che riprende dal mondo
classico e antico
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o immaginato ma non lo si può sperimentare realmente. Definizione della noia che riempie costantemente
la vita umana e gli spazi fra piacere e dolore e che riporta ad una condizione di dolore esistenziale. Il genio
risponde poi alla domanda di quale potrebbe essere il rimedio alla noia: l’oppio, il sonno il dolore e poi Tasso
dice che preferisce annoiarsi tutta la vota piuttosto che sottostare alla medicina suggerita dal genio.
Vivere una vita che non sia apatica ma piuttosto attiva può in qualche modo contrastare la noia, anche se
non totalmente cancellarla.
Poi conclude che la vita non ha nessun senso ma bisogna viverla fine alla fine quando sopraggiungerà la
morte, vita che non ha nessuna altra utilità.
Tasso nel manicomio così come il suo duca all’interno del giardino nella corte hanno lo stesso destino, quello
di vivere una vita dolorosa; non esiste un luogo in cui si sta meglio, sia che si viva in un carcere o in libertà la
condizione dell’uomo è la stessa.
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Copernico pg 163
Dialogo fra il sole e la Terra in cui il Sole si rifiuta di sorgere (componente ironica e scherzosa che riveste cmq
temi filosofici). Il Sole personificato stanco di girare continuamente per dare luce chiede che sia la terra a
girare attorno al sole, ed è il poeta o meglio il filosofo a convincere a terra a girare attorno al sole 8erchè
nella sua età i poeti non sono più ascoltati). Copernico si meraviglia che il sole non sia ancora sorto e gli
presenta il suo dubbio e cioè che il filosofo possa effettivamente persuadere la terra a girare.
Questo dialogo assieme a La Ginestra va a demolire l’antropocentrismo e la visione del passato che aveva
previsto la presenza della terra immobile in centro.
La terra e anche l’uomo dovranno accontentarsi di una posizione di emarginazione rispetto alla centralità che
aveva sempre avuto e non è solo una questione scientifica.
L’uomo deve ammettere di essere solo una fra le tante creature e non occupare una posizione di centralità.
L. combatte apertamente tutti i benpensanti del suo tempo che ragionano, secondo lui, al rovescio, andando
a dispetto dell’evidenza delle cose, a cercare degli appigli ai loro ragionamenti falsi ma è inevitabile che
l’uomo li cerchi per sostenere le sue falsità (scontro fra fisica e metafisica).
L. pensa a mondi infiniti e addirittura abitati: è una posizione moderna se si pensa alle conoscenze che aveva
L. di astronomia; è una espansione che disorienta e mette in crisi l’uomo.
Studiare pg 165 il riferimento a Pirandello. Quello che qui presenta con estrema modernità L. è quella crisi
che poi Pirandello, vissuto molti anni dopo, nel ‘900, racconterà.
Leggere novella Pallottoline: protagonista è un astronomo eremita che lascia la famiglia e va a contemplare
l’universo.
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Dialogo di Tristano e di un amico
Non è un caso che il Dialogo di Tristano e di un Amico sia l’ultimo testo delle Operette morali. Esso, infatti,
rappresenta una sorta di summa del pensiero di Leopardi, che lo espone attraverso la voce del personaggio
di Tristano, il cui nome, oltre a rimandare al celebre protagonista del romanzo medievale Tristano e Isotta, si
riconduce alla parola “triste” (dall’aggettivo latino tristis, triste), quale è appunto la filosofia del personaggio.
Tristano ritiene che non solo il suo tempo sia caratterizzato da un’infelicità solida ed evidente, ma che ogni
uomo sia ontologicamente infelice. Non può perciò accettare nessuna fiducia nel progresso né, tanto meno,
alcun tipo di esaltazione dell’epoca attuale. Del resto, come è noto, proprio le Operette portano avanti una
feroce battaglia contro le teorie antropocentriche in favore di un relativismo che ridimensiona l'intera
condizione umana, in particolar modo quella presente, che si caratterizza solo per una superba
considerazione di sé da parte degli uomini. Così Tristano, in aperta polemica con l’Amico, all’ottimismo
spiritualistico della cultura della prima metà dell’Ottocento oppone il suo lucido ed eroico pessimismo
ontologico. L’arma con cui egli fa ciò in questa operetta è senz’altro quella dell’ironia, attraverso la quale il
protagonista finge di aver cambiato idea e di ritornare sui propri passi per abbracciare le tesi dell’Amico.
Questo dialogo è amaramente ironico e sarcastico, alla fine Tristano dirà che non ha cambiato la sua opinione.
Il riso, atteggiamento che ha L. di derisione che rende più sopportabile la condizione disperata del genere
umano.
Durante le interrogazioni:
Titolo
Raccolta poetica di appartenenza
Periodo in cui è stato scritto
Significato della parola Canto, perché Leopardi è iniziatore della lirica moderna
Indicare sinteticamente i temi del canto
Entrare nel canto
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