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Bergson

Il documento esplora il dibattito sulla concezione del tempo avviato dalla teoria della relatività di Einstein, evidenziando le critiche di Bergson che distingue tra tempo fisico e tempo psicologico. Bergson sostiene che la simultaneità è una costruzione della coscienza e non può essere sperimentata oggettivamente, criticando l'approccio quantitativo di Einstein. Inoltre, il testo discute le implicazioni sociali e morali delle visioni di Bergson, evidenziando la differenza tra società chiuse e aperte e tra religioni statiche e dinamiche.

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Il documento esplora il dibattito sulla concezione del tempo avviato dalla teoria della relatività di Einstein, evidenziando le critiche di Bergson che distingue tra tempo fisico e tempo psicologico. Bergson sostiene che la simultaneità è una costruzione della coscienza e non può essere sperimentata oggettivamente, criticando l'approccio quantitativo di Einstein. Inoltre, il testo discute le implicazioni sociali e morali delle visioni di Bergson, evidenziando la differenza tra società chiuse e aperte e tra religioni statiche e dinamiche.

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La concezione del tempo e la polemica con Einstein

La formulazione della teoria della relatività di Einstein avviò il dibattito sul tempo non solo in
ambito scientifico, ma anche filosofico. A questo dibattito parteciperanno molti filosofi tra la fine
del XIX secolo e l’inizio del XX secolo. Trai primi Bergson intervenne con il saggio Durata e
simultaneità prendendo posizione contro la teoria della relatività ristretta, la cui formulazione
risaliva al 1905.

Premessa
Nella fisica classica il tempo è considerato come un continuum omogeneo, privo di una direzione
di sviluppo, fondato sull’idea di un continuum spaziale. Secondo la definizione newtoniana, il
tempo assoluto, dotato di realtà oggettiva, scorre uniformemente e, insieme con lo spazio
assoluto, costituisce lo sfondo di ogni evento fisico. Esiste pertanto un’unica serie temporale,
composta di istanti equivalenti, entro la quale tutti i fenomeni appaiono prevedibili e reversibili,
variabili al mutare del sistema di riferimento.
A questa nozione di tempo corrisponde la visione dell’universo della fisica newtoniana: un
universo dove tutto procede secondo leggi immutabili; un universo ordinato per continuare
indefinitamente il suo corso, una volta messo in moto da Dio.
L’insufficienza di questa concezione del tempo emerse già a metà del XIX secolo nell’ambito della
termodinamica. Sono le ricerche di Einstein però a mostrare l’infondatezza dell’idea newtoniana di
un’unica serie temporale invariante per tutti i fenomeni: il famoso esempio del treno in corsa (dal
centro del quale viene lanciato un messaggio luminoso e un secondo segnale perpendicolarmente
dal pavimento al soffitto) dimostra che il tempo è relativo all’osservatore non meno dello spazio, la
determinazione del tempo di un fatto osservato è considerata relativa allo stato di moto
dell’osservatore: spazio e tempo non vanno pensati come dimensioni indipendenti, ma come un
continuum spazio-temporale relativo all’osservatore.
Le soluzioni proposte in ambito scientifico però lasciavano aperti diversi interrogativi in ambito
filosofico. Innanzitutto, rimaneva aperta la domanda circa l’esistenza di un tempo oggettivo, al di
là della pluralità dei tempi misurati. Inoltre, non rispondeva neppure al quesito sul rapporto tra la
concezione fisica della temporalità e la sua percezione soggettiva.
D’altra parte, la soluzione non poteva venire neppure dalla concezione altrettanto classica che
interpretava il tempo come costituito da istanti omogenei, in quanto in un processo irreversibile
ogni istante è eterogeneo rispetto al precedente e al successivo.

La risposta di Bergson
Quando Bergson pubblica, nel 1922, il saggio Durata e simultaneità, Einstein aveva approfondito il
problema della simultaneità (traducibile nella domanda "come si può dire che due eventi sono
contemporanei?") concludendo che essa è sempre relativa a un sistema di riferimento e non
possiede mai un fondamento assoluto, di tipo newtoniano.
Dal suo punto di vista, una tale dimostrazione non significava negare una nozione oggettiva del
tempo: essa, rimaneva una modalità con cui si danno gli eventi ed era misurabile con rigore.
Bergson invece – che ebbe anche l'opportunità di confrontarsi pubblicamente con Einstein alla
Société de Philosophie e di ribadire la propria prospettiva - distinguendo tra concezione fisica e
concezione psicologica del tempo, e riconducendo la prima alla seconda, sostiene che il problema
della simultaneità va impostato e risolto tramite il ricorso a un tempo univocamente inteso come
fondato sulla memoria.
Ispirandosi alla definizione aristotelica del tempo e alla sua ripresa da parte di Agostino, egli
afferma che è la memoria a collegare il "prima" e il "poi" nel suo "ora" e a produrre così la
simultaneità. La simultaneità non esiste quindi sul piano oggettivo o fisico, cioè tra gli eventi, ma
solo sul piano soggettivo o psicologico, ossia viene istituita dalla coscienza mediante la percezione
di eventi distinti.
Il filosofo finisce così per accusare Einstein di aver confuso il tempo quantitativo della fisica con
quello qualitativo della coscienza. Collocare in un'unica dimensione lo spazio e il tempo, come fa il
fisico tedesco con il suo continuum quadrimensionale, significa infatti omologare il secondo al
primo, confondendo quantità e qualità.
Bergson contesta tale posizione e indica l'analisi filosofica come la sola capace di «determinare ciò
che è il tempo vissuto, o capace d'essere vissuto, e ciò che è il tempo rappresentato al pensiero,
tempo che svanirebbe nell'istante stesso in cui un osservatore in carne ed ossa si trasportasse in
quei luoghi per misurarlo veramente» (Durata e simultaneità), perché cesserebbe di essere
rappresentazione e diverrebbe durata. Secondo Bergson, un singolo individuo non può
sperimentare in concreto la definizione einsteiniana di simultaneità; può solo condurre
separatamente una serie di esperimenti e raffrontarne per via concettuale le risultanze e il
significato.
Allo stesso modo, se due osservatori si coordinano per compiere separatamente uno stesso
esperimento scientifico, non potendo ciascuno effettuare l'esperimento dell’altro, nessuno di loro
vivrà personalmente due eventi simultanei, potendo solo coordinare mentalmente ciò che hanno
provato in prima persona con ciò che è accaduto all'altro osservatore.
In altri termini, la simultaneità nel senso di Einstein non può essere sperimentata da un unico
osservatore: quest'ultimo, infatti, per poterla verificare di persona, dovrebbe paradossalmente
essere ubiquo, cioè trovarsi nello stesso tempo in due luoghi diversi. Questo perché, per Bergson,
le uniche misurazioni reali sono quelle che l'osservatore può effettuare all'interno del proprio
sistema di riferimento, che per definizione è in riposo, come nel caso dei sistemi di riferimento
inerziali (nei quali l'osservatore è fermo, oppure si muove solidalmente con il sistema stesso, come
il passeggero di un treno in movimento).
Il tempo relativo di Einstein risulta di conseguenza fittizio: una costruzione teorica della fisica che
non ha rispondenza con quanto accade nella nostra esperienza concreta.
Insomma, dal punto di vista di Bergson, quanto non è direttamente sperimentato - ma solo
rappresentato e pensato - non può essere conosciuto: quindi, in ultima analisi, non esiste, in
quanto non esiste per la coscienza. In altre parole, il pensatore francese tende a privilegiare
l'esperienza effettiva alla concettualizzazione astratta propria della scienza.

Società, morale e religione


Il medesimo tratto che caratterizza l'evoluzione biologica, cioè l'alternarsi di immobilità e
movimento, di forme relativamente fisse e solidificate e slancio creativo che procede in avanti,
viene riconosciuto da Bergson oltre che nell’estetica (saggio Il riso) anche nella società umana. Vi
sono infatti società chiuse, nelle quali l'individuo agisce unicamente come parte del tutto e il
margine lasciato all'iniziativa e alla libertà individuali è minimo, e società aperte, nelle quali lo
sforzo creatore della vita prosegue il proprio cammino, alla ricerca di nuove manifestazioni.
Nelle società chiuse vige la «morale dell'obbligazione», fondata su abitudini sociali che
garantiscono la vita e la solidità della comunità. Nelle società aperte prevale invece la «morale
assoluta» che ha contraddistinto i santi del cristianesimo, i sapienti della Grecia, i profeti di Israele:
essa guarda non a un gruppo sociale, ma a tutta l'umanità. Mentre la morale dell'obbligazione è
immutabile e tende alla conservazione, la morale assoluta è in movimento e tende al progresso. La
prima consiste nel conformarsi ad abitudini acquisite, la seconda risponde all'appello della
personalità e della coscienza individuali. A questi due tipi di morale corrispondono due tipi di
religione. Il primo tipo è costituito dalla religione statica, in cui, mediante miti e superstizioni
(dovuti a un particolare uso della fantasia, che Bergson chiama «funzione fabulatrice»), l’uomo
cerca di difendersi dall'angoscia provocatagli dalle prospettive di pericolo, di insuccesso e di morte
che la vita presenta e che l'intelligenza non manca di mostrargli chiaramente. La religione statica è
quindi una reazione difensiva della natura contro l'intelligenza, la quale fa riconoscere
chiaramente all'uomo il carattere estremamente incerto e rischioso della sua esistenza nel mondo.
La fede nell'immortalità individuale e nella protezione soprannaturale sono i principali risultati di
questa religione.
Il secondo (e superiore) tipo di religione è costituito dalla religione dinamica, che Bergson
identifica con il misticismo. Il misticismo è assai raro e presuppone un uomo privilegiato e geniale.
Ma fa appello a qualcosa che si trova in tutti gli uomini e che tende a comunicare a tutti la propria
forza creativa.
Attraverso il misticismo l’uomo si inserisce nello slancio creatore della vita, o, in altre parole, nella
stessa creazione divina, e la continua per proprio conto.
La conclusione di Bergson è che nel mondò moderno lo sviluppo del modo di pensare
razionalistico è diventato sempre più unilaterale. È ora necessario uno slancio in avanti, uno scatto
di misticismo, per riaprire la società chiusa, per integrare e vivificare con lo spirito della libertà e
dei grandi ideali il mondo costruito dall’intelligenza.

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