Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
20 visualizzazioni17 pagine

Testo 02A5372A1450 1

Dante Alighieri, nato a Firenze nel 1265, è un poeta e politico guelfo che vive un'esistenza segnata dall'esilio e dalla lotta politica. La sua opera principale, la 'Divina Commedia', è un poema allegorico che narra un viaggio nei regni dell'aldilà, mentre 'Vita Nuova' esplora il suo amore per Beatrice, simbolo di bellezza e spiritualità. Attraverso i suoi scritti, Dante affronta temi di amore, peccato e redenzione, utilizzando una lingua poetica ricca e complessa.

Caricato da

Carmen Grillo
Copyright
© © All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato TXT, PDF, TXT o leggi online su Scribd
Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
20 visualizzazioni17 pagine

Testo 02A5372A1450 1

Dante Alighieri, nato a Firenze nel 1265, è un poeta e politico guelfo che vive un'esistenza segnata dall'esilio e dalla lotta politica. La sua opera principale, la 'Divina Commedia', è un poema allegorico che narra un viaggio nei regni dell'aldilà, mentre 'Vita Nuova' esplora il suo amore per Beatrice, simbolo di bellezza e spiritualità. Attraverso i suoi scritti, Dante affronta temi di amore, peccato e redenzione, utilizzando una lingua poetica ricca e complessa.

Caricato da

Carmen Grillo
Copyright
© © All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato TXT, PDF, TXT o leggi online su Scribd

DANTE ALIGHIERI

Nasce a Firenze nel 1265, da una famiglia della piccola nobiltà guelfa.
Partecipa, come combattente guelfo alla battaglia del campaldino (Arezzo) nel 1289
contro la città di Arezzo e successivamente prende parte alla conquista del
castello di Caprona, nella guerra contro Pisa.
Tra il 1295 e nel 1296 e tra i consiglieri del capitano del popolo, dal maggio al
dicembre del 1296 entra nel consiglio dei 100, quindi venne eletto tra i sei priori
per il bimestre 15 giugno-15 agosto 1300 (la massima magistratura, al vertice
dell’ordinamento comunale).
Sempre in quest’anno, il partito guelfo si divide nella fazione Bianchi ( con a
capo la famiglia dei Cerchi) , orientata all’amministrazione autonoma del comune, e
la fazione dei Neri (con a capo la famiglia dei Donati) orientata all’alleanza con
il papato.
Dante si schiera con i bianchi, mostrandosi favorevole all’autonomia politica della
città .
1301 Dante è a Roma ed entrano a Firenze, per volere di Bonifacio VIII, le truppe
angioine di Carlo di Valois che destituiscono il governo dei guelfi bianchi.
Dopo due mesi, dopo la sconfitta viene condannato per due anni con l’ingiunzione di
pagare entro tre giorni una multa di 5000 fiorini.
Dante non si presenta e viene condannato a morte in contumacia, insieme ad altri 14
esponenti di parte bianca.
Dante condivideva il progetto di rivincita dei bianchi ma se ne dissocia presto,
precisamente nel 1304, inizia il pellegrinaggio dell’esule, offrendo servizi come
funzionario, cancelliere, diplomatico .
Nel 1315 una nuova amnistia gli consente il ritorno, ma gli impone di pagare
un’ammenda e di fare pubblico atto di sottomissione, Dante rifiuta.
Nel 1318 il poeta si reca a Ravenna, presso Guido da Polenta.
Nel 1321, di ritorno da una missione diplomatica a Venezia, muore a Ravenna, per un
attacco di febbre maligna, all’età di 56 anni.

Il primo incontro col suo grande amore, Beatrice Portinari, ha luogo all'età di
nove anni. Quando la incontra nuovamente, dopo altri nove anni, ne resta talmente
affascinato da dedicarle una poesia.
Seguiranno altre liriche giovanili.
Tuttavia, sposa non lei, ma Gemma Donati, che gli darà quattro figli. Nel
frattempo, studia, con molte probabilità, all'Università di Bologna.
Nel 1290 Beatrice muore improvvisamente, ma il ricordo di lei è sempre vivo in
Dante.
Poco dopo la sua morte egli si dedica ad una raccolta di liriche d'amore rivolte a
Beatrice,
le quali si concluderanno nella "Vita Nuova".
Per trovare conforto dopo la morte di Beatrice si dedica anche alla filosofia, allo
stesso tempo
approfondisce la sua cultura poetica leggendo i poeti latini, soprattutto Virgilio
(che considera il suo "maestro" e il suo "autore"), riscopre i grandi poeti
provenzali e per finire si accosta alla poesia burlesca e realistica.

Vita nuova

I poeta lavora con l'intento di costruire un libro organico sulla figura della
donna amata ‹ sulla cronistoria del suo amore per lei, dunque anche sullo sviluppo
del proprio linguaggio lirico.
La vicenda autobiografa diventa anche vicenda spirituale: la testimonianza più alta
del registro stilnovistico della poesia dantesca.
La vita nuova inizia dal primo incontro con Beatrice, quando Dante ha nove anni e
prosegue con l'incontro successivo nove anni dopo. Il titolo rinvia al rinnovamento
spirituale, in senso cristiano.
Il significato religioso, mistico, artistico dell'opera è palese, ma ad essa spetta
anche in merito d'avere trasformato una semplice creatura terrena, come Beatrice,
in agente attivo d'un assoluta e inedita forma di conoscenza. A dante si devono
varie missive il latino..
Epistole, scritte a titolo personale o per conto dei signori che lo hanno ospitato
nel periodo dell'esilio;
Egloghe, sono due componimenti in esametri latini (su modello delle bucoliche di
Virgilio);
Dalla Vita Nuova
L'opera comprende XLII capitoli, per lo più brevi, con 31 componimenti in versi (25
sonetti), una ballata e 5 canzoni). È un prosimetro (parte in prosa, parte in
versi) e in essa è tracciata una storia, che è quella dell'amore di Dante per
Beatrice, prima e dopo la morte di questa, e parallelamente quella dello sviluppo
dello stile poetico di Dante, dalle sue prime prove, alla scoperta di un suo stile
personale.

TANTO GENTILE E TANTO ONESTÀ PARE

«Tanto gentile e tanto onesta pare»


Metro: sonetto, a schema: ABBA, ABBA, CDE, EDC.

Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia, quand'ella altrui saluta, ch'ogne
lingua devèn, tremando, muta, e li occhi no l'ardiscon di guardare.
Ella si va, sentendosi laudare, benignamente e d'umiltà vestuta',
e par che sia una cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare.
Mostrasi sì piacente a chi la mira che dà per li occhi una dolcezza al core, che
'ntender no la può chi no la prova;
e par che de la sua labbia si mova un spirito soave pien d'amore, che va dicendo a
l'anima: Sospira

* • Metrica:
l sonetto è composto da:
-2 quartine in rima incrociata;
- 2 terzine in rima simmetrica;
Il contenuto è trasmesso attraverso un sonetto di versi endecasillabi, che è il
verso più solenne, lungo ed elegante. Il verbo lo troviamo generalmente in fondo e
forma la maggior parte delle rime. I versi sono fluidi, senza pause brusche, il
ritmo è lento. Si usa la rima per creare musicalità e per unire logicamente le
parole.

* • Parafrasi :
Beatrice, la donna del mio cuore, quando saluta le persone si rivela tanto nobile
d'animo e tanto dignitosa nei modi che ogni persona che la incontra ammutolisce per
l'emozione che provoca e gli occhi non osano guardarla. Lei se ne va, umile, pur
sapendo di essere ammirata, e si mostra come una creatura scesa in Terra dal cielo,
a manifestazione del miracolo della sua creazione divina. E' così bella che a chi
la contempla infonde una tale dolcezza nel cuore impossibile da spiegare a chi non
prova questo sentimento; sembra che dal suo volto emani uno spirito soave pieno
d'amore e, chi la guarda, sospira di ammirazione per la volontà di migliorarsi e
avvicinarsi così a Dio.

* • Commento:
Il sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare, scritta da Dante Alighieri è presente
all'interno della Vita Nova, è una lode alla donna amata dal poeta che viene
raccontata come un modello di bellezza interiore ed esteriore.
Nel testo del poema troviamo una costante figura retorica del suono:
l'allitterazione delle consonanti m, n ed l, e delle vocali chiare a ed e; con
queste, per formare un campo semantico che crea l'aspettativa e la concezione di
qualcosa di magnifico, c'è la ripetizione di parole appartenenti ad una stessa
sfera sensoriale: la vista, ovvero il senso attraverso il quale si percepisce la
bellezza e la purezza d'animo di Beatrice.
La poetica stilnovistica di Dante si allontana dall'idea di amore come angoscia
(tipica di Guido Cavalcanti). In questo sonetto, infatti, si assiste a un
entusiastico tripudio per la lode di beatrice, presentata come creatura celeste.
Gli attributi fisici non sono nominati. Si osservi che le qualità salvifiche della
donna sono celebrate in una sorta di dialogo non privato (tra lei e il poeta),
bensì corale (tra lei e tutti gli astanti, tra lei e l'umanità). La divina bellezza
è gratificazione rivolta all'intero genere umano. Dagli occhi della donna si libera
un senso di beatitudine. Il sospiro, non indica smarrimento di chi è colpito dalla
freccia d'amore, ma alla celeste pacificazione di chi non sa tradurre in parole uno
stato di estasi. dalla Divina Commedia
(Inferno, V, 73-142)
La commedia è un poema allegorico-didattico che narra in prima persona un viaggio
nei tre regni dell'aldilà iniziato nel 1300 l'anno del primo giubileo. Mescola così
due generi medievali, quello del viaggio allegorico-didattico con quello della
visione dell'aldilà.
Il viaggio si volge in sette giorni: il cammino vero e proprio inizia all'imbrunire
del venerdì, dopo lo smarrimento nella selva in cui Dante soggiorna dal giorno
prima; dopo aver impiegato il sabato per percorrere l'inferno, approda la domenica
(giorno di Pasqua) al purgatorio, per percorrere il quale impiega ben quattro
giorni perché la regola del luogo impone di camminare solo con la luce del sole.
L'ascensione al paradiso occupa 19 ore fino al raggiungimento dell'ultimo cielo,
l'Empireo, la cui natura puramente intellettuale fa si che sia fuori del tempo. Il
viaggio si compie sotto la guida di Virgilio (la ragione umana), fino al culmine
del purgatorio, e di Beatrice (la fede, la grazia, la scienza divina) fino
all'Empireo, cui succede San Bernardo per assistere il pellegrino alla visione di
Dio.
Le tre parti sono definite dall'autore «cantiche», ognuna divise in 33 canti (fa
eccezione la prima che ne conta 34, perché uno funziona da proemio medievale). Ogni
cantica inizia con un proemio (nell'inferno si trova nel canto II) e termina sempre
con la parola “stella”

“LA BOCCA MI BACIÒ TUTTO TREMANTE”

Concetti Chiave
- L'incontro di Dante con Francesca da Rimini e Paolo avviene nel cerchio dei
lussuriosi, dove le anime sono in balia di una bufera.
- Francesca racconta come l'amore abbia legato lei e Paolo, conducendoli alla
tragica morte per mano di un terzo.
- l dialogo tra Dante e Francesca rivela il tormento delle anime, costrette a
ricordare i momenti felici mentre vivono nella miseria eterna.
- La lettura del racconto di Lancillotto fu il catalizzatore del loro amore,
culminato in un fatale bacio.
- Dante è così sopraffatto dalla pietà per la storia di Francesca e Paolo che
sviene, colpito dal dolore e dalla compassione.

Analisi e commento:
Attraverso il racconto di Francesca (da Ravenna), Dante critica tutta la cultura
cortese che celebra l’amore
in tutte le sue forme. Abbiamo un superamento dello stilnovo con passaggio
dall’amore virtù all’amore
passione, carnale, sensuale. Francesca Ë un personaggio elegante e gentile che
suscita piet‡ in Dante tanto
da farlo svenire. Dante vede nella fragilità dei due amanti la fragilità
dell’intero genere umano.
Il racconto si svolge in due parti: vediamo dapprima una Francesca pudica che quasi
cerca di razionalizzare
la passione con tono artificioso, nella seconda parte ci troviamo di fronte a una
drammatica confessione.
Francesca tenta di risanare la frattura tra sentimento e intelletto, ma si
abbandona poi alla confessione
amara.
Molto interessante Ë il silenzio di Paolo, alla cui immagine Dante assegna solo un
pianto. Vi sono diverse
interpretazioni, Francesca è un personaggio ma Paolo è un’ombra, perchÈ?
Non bisogna dimenticare l’esegesi biblica in cui l’uomo è spirito, intelletto e la
donna carne. Anima e corpo
sono una cosa sola inscindibile ma Dante non poteva dar voce a un peccato di
spirito. Dante perde i sensi e
forse lo fa proprio per pietà di quel silenzio e quel pianto struggente di Paolo.
Dante all’interno della Commedia ricerca una rima vigorosa, audace, concettosa che
avvolge lo stesso
lettore in un viaggio che incanta con i suoi particolari.
Come detto in precedenza, la mescolanza magistrale di stili nell’opera dantesca
accentua il carattere
allegorico del poema rendendolo capace di rendere sensibile l’astratto. Ogni
analisi della Commedia porta
con se novit‡, simbolismi, corrispondenze, richiami, un gioco di specchi continuo
tra i vari canti e i vari
momenti.
Da menzionare è anche la “mimesis” dei personaggi, Dante si immerge totalmente
nella psicologia e nelle
abitudini sociali dei personaggi. Lo fa con la lingua, con lo stile, con le
immagini e la sonorità.

PARAFRASI
Il verso “la bocca mi baciò tutto tremante” si inserisce nel racconto di Francesca
da Rimini, uno dei personaggi più iconici e tragici del Canto V dell’Inferno. In
questo canto, Dante incontra Francesca e Paolo, due amanti che, per aver ceduto
alla passione carnale, sono condannati a girare per l’eternità nel secondo cerchio
dell’Inferno, destinato ai lussuriosi. Il loro peccato è stato quello di cedere al
desiderio senza tenere conto delle leggi morali e divine. Il bacio che Francesca
descrive è il momento fatale in cui la loro passione, alimentata da un amore
proibito, li ha portati a cedere alla tentazione.
Francesca racconta a Dante come lei e Paolo, leggendo insieme una storia d’amore
(quella di Tristano e Isotta), si sono lasciati trasportare dai sentimenti e, alla
fine, il bacio di Paolo è diventato l’inizio della loro rovina. Quando Francesca
dice “la bocca mi baciò tutto tremante”, il verso esprime un’emozione struggente e
ambigua: da un lato c’è il desiderio ardente e la passione, dall’altro la
consapevolezza del tradimento nei confronti dei propri doveri morali e sociali.
Il bacio di Paolo e Francesca è un’azione carica di ambiguità emotiva. È un bacio
che si traduce in una condanna eterna, ma che al contempo sembra quasi una
manifestazione di purezza d’amore. Questo contrasto rende la scena estremamente
potente, perché mette in luce la tensione tra il desiderio di amore e la
consapevolezza della sua pericolosità. L’innocenza del gesto (un bacio) si scontra
con la consapevolezza che tale atto ha portato alla rovina.

Questo è uno dei temi principali che Dante esplora nel Canto V: la confluenza tra
eros e colpa, che rende la passione amorosa una forza travolgente che può portare
al peccato e alla dannazione. Il bacio, pur essendo un gesto normalmente legato
all’affetto e all’amore, qui diventa un simbolo del peccato carnale, che è stato la
causa della perdizione di Paolo e Francesca.

FRANCESCO PETRARCA

Francesco Petrarca, grande poeta lirico itinerante e senza patria, chierico, che si
sposta dalla
rappresentazione della realtà all’ esplorazione dell’interiorità umana
Già il suo essere chierico lo allontana da Dante, il più LAICO dei poeti. E’ il
maestro della poesia d’amore,
vive dei proventi ecclesiastici e nel frattempo si dedica alla scrittura.
Si sposta tra Arezzo, Avignone, Venezia, Padova, Milano, muore ad Acque.
Padroneggia un bilinguismo, tra volgare e latino, vede nel latino prestigio e fama,
nel volgare la lingua delle
sue numerose liriche. Per Dante il volgare era la lingua della quotidianità per
Petrarca Ë la lingua
dell’affettività.
Per Dante la scrittura Ë sperimentalismo, sperimentare un’esperienza di vita, per
Petrarca è RICERCA DI
PERFEZIONE in forme e stili.
Può essere considerato un’umanista, cultore del mondo classico, attratto da una
passione verso l’analisi
dell’antico data dalla consapevolezza di un presente degradato.
L’aver viaggiato in lungo e in largo lungo la sua vita lo veste di un
cosmopolitismo, di uno sguardo diverso
che gli permette di farsi promotore di un rinnovamento etico e civile e di guardare
l’attualità da altre
prospettive.
Soffre però la mancanza di certezze, la necessità di comprendere un groviglio
interiore tormentato, si
appassiona alla filosofia come soccorso per il suo tormento interiore.
Da una pubblica immagine di se all’interno del corpus di lettere in latino, dal
linguaggio aulico e
studiatissimo che lo descrive come grande uomo di cultura e studioso, Nel Secretum
invece, non destinato
alla pubblicazione, si concede una profonda autoanalisi, tematica centrale Ë il
contrasto tra la religiosità e la
tentazione terrena, si sente in colpa per i suoi vizi ma Ë incapace di liberarsene.
Si occupa poi di scritti latini minori, trattati storico eruditi, trattati morali,
scrive anche degli attacchi
polemici, invettive.
Le due opere in volgare sono IL CANZONIERE E I TRIONFI.
Il Canzoniere è il romanzo dell’io mosso da sentimenti, interiorità, variazioni sul
tema dell’amore per Laura,
figura femminile vista ne come corpo ne come cielo ma come MITO POETICO. Il nome
stesso ha allusioni di
valore simbolico, all’oro e all’aria.
Anche dall’amore per Laura ne deriva un’energia che alimenta la vita, tipica dello
stilnovismo, ma Laura è
creatura terrena dal cui amore, l’animo del poeta è sublimato, non Ë creatura
metafisica come Beatrice.
Ecco che in Laura si ritrova anche un’eros, una pulsione che in Beatrice non è
presente. Il desiderio di Laura
Ë presente fin dal primo incontro e poi dopo la sua morte, dove il dramma del vuoto
la porta in sogno, la
ritrae nel ricordo attraverso il suo corpo, i capelli, la bellezza.
Tale desiderio si scontra con il divieto e il conseguente pentimento del poeta,
verso questa donna che
diventa “dolce nemica”.
L’opera è monolinguistica, si rifà ai canoni e alla lingua stilnovistica a cui
Petrarca attua un processo di
“concentrazione” volta alla perfezione. E’ una lingua opposta al plurilinguismo
della Commedia.
Il petrarchismo, per questo motivo, ha ispirato molta letteratura italiana, con la
sua lirica amorosa.
I Trionfi, invece, sono un poema allegorico in terzine, lasciato incompiuto. Al
poeta addormentato appaiono
sei processioni allegoriche di “Amore, Pudicizia, Morte, Fama, Tempo, Eternità”. Si
ha un’itinerario di
ascensione dalla terra al cielo, dal peccato alla salvezza.
*
* • CHIARE, FRESCHE ET DOLCI ACQUE

L’Opera è designata come Canzoniere o Rime o Rime sparse. Comprende 366 testi
composti durante
l’intera esistenza del Petrarca. Da alcuni scritti giovanili fino all’invocazione
della Vergine nell’ultima
canzone.
La narrazione va dal “Primo giovanile errore” del poeta fino alla “vergogna” per la
passione che lo ha reso
schiavo.
Due parti: la prima sull’amore per Laura, e la seconda sulla vergogna, ravvedimento
dopo la sua morte.
Quasi ogni testo parla di Laura eppure di lei non si hanno notizie certe.
L’io narratore si muove tra ricordo e riflessione, tra presente, passato e futuro.
Il poeta da voce agli
elementi del luogo in cui vide Laura, e pare che tutto le ricordi e si ricordi di
lei. Ma lei non c’è e ciò sfoga in
una malinconia e un dolore assordante. Pensa alla morte e spera di essere
seppellito li cosÏ che la stessa
Laura possa piangerlo. I passaggi di registro e di scena sono repertini, agitati,
anche la narrazione temporale
Ë spezzata, caratterizzata da un tempo sospeso in cui, seguendo il cuore del poeta,
per magia Laura Ë li e
diventa paradiso.
La rievocazione graduale della donna, partendo dai luoghi, dalla memoria, dai
dettagli terreni fino a una
visione del paradiso seguita dal dolore della morte fanno di Laura una sorta di
Madonna profana.
Se analizzassimo quest’opera e la figura di Laura psicanaliticamente, considerate
le pulsioni e l’eros
espresso da Petrarca, l’amore per tale figura, la donna che non si può avere, che
ammonisce, loda,
rimprovera, tale amore somiglia a un amore reale, terreno, MATERNO. Probabilmente
il suo inconscio avrà
direzionato tali sensazioni verso la figura che non si può avere ma che più
manifesta l’amore.
Nonostante Commedia, Canzoniere e Decameron siano pilastri del volgare, la
scrittura petrarchesca segna
una pietra miliare della poesia in latino. La letteratura in latino getterà le
fonti sulle opere latine incompiute
di Petrarca. Petrarca ispirerà anche Bembo con la nascita del petrarchismo
ortodosso.

Scritta in settenari e endecasillabi (tipico delle canzoni petrarchesche).


Fa parte della sezione del Canzoniere dedicata agli anni in vita di Laura (prima
della sua morte).
È una canzone, suddivisa in stanze, e si rivolge alla natura, che diventa testimone
e custode del ricordo amoroso.

Temi principali
* • Memoria: Petrarca rievoca il momento in cui vide Laura bagnarsi in un
ruscello, un ricordo così bello da essere quasi doloroso.
* • Amore e desiderio: L’amore per Laura è profondo, spirituale e al tempo stesso
tormentato.
* • Natura idealizzata: Le “chiare, fresche et dolci acque” diventano simbolo
della bellezza perduta, un luogo quasi sacro.
* • Rimpianto e malinconia: Il poeta sa che quel momento non tornerà e lo rivive
solo nella sua mente.

Lingua raffinata, musicale, con figure retoriche (come anafore, metafore,


ossimori).
Uso costante della contrapposizione tra ciò che è stato e ciò che non potrà più
essere.
Il tono è elegiaco e intimo, con un forte senso di malinconia e contemplazione.

Significato complessivo:
La poesia è un elogio alla memoria e all’amore perduto. L’acqua, limpida e dolce, è
metafora di un passato perfetto e irrecuperabile. Laura appare come una creatura
angelica, simbolo di purezza, di cui Petrarca si strugge ancora oggi, dopo anni.

PARAFRASI

Petrarca si rivolge direttamente agli elementi della natura – le acque limpide,


fresche e dolci, i rami, l’erba, i fiori, l’aria serena – che hanno accolto Laura
in un giorno lontano. Ricorda con struggimento il momento in cui lei si sdraiò
vicino al fiume, appoggiando il fianco a un ramo gentile, coprendo fiori e erba con
la sua veste leggera. Era un momento sacro, in cui Amore trafisse il cuore del
poeta guardandola negli occhi. Ora chiede a quella natura di ascoltare le sue
ultime, dolenti parole: vuole che siano testimoni del suo amore eterno e della sua
sofferenza.
Petrarca immagina il ritorno di Laura in quel luogo: vorrebbe che, anche se solo in
sogno o fantasia, lei tornasse a posare lì i suoi piedi e il suo corpo elegante,
così che la natura stessa potesse risentire della sua presenza. Se questo
accadesse, anche le pietre si commuoverebbero, gli alberi piegherebbero i rami in
segno di rispetto, e l’erba crescerebbe più bella per accoglierla. Ma tutto questo
è solo un desiderio irrealizzabile, un sogno che nasce dal dolore dell’assenza.
Il poeta continua a rievocare quella scena: Laura si bagnava tra l’erba e i fiori,
e i suoi gesti, così semplici, gli sembravano carichi di grazia divina. Ricorda il
suo sguardo dolce, e come ella, asciugandosi i capelli, apparisse come un angelo.
In quel momento, il cuore di Petrarca era colmo di una gioia immensa, ma anche di
un turbamento profondo, perché sapeva di non poterla mai veramente possedere.
Ora Petrarca esprime il suo desiderio di morire lì, in quel luogo sacro, dove tutto
parla di Laura. Dice che vorrebbe che i suoi resti fossero sepolti accanto a quel
ruscello, così da poter restare per sempre unito a quel ricordo. Vorrebbe che il
fiume, le erbe e i rami lo ricoprissero come un sudario naturale, e che la terra
stessa lo custodisse con amore, perché ha visto la donna che ha tanto amato.
Infine, si immagina un futuro in cui, forse, qualcuno passerà da lì e scoprirà la
sua tomba. Forse, leggendo una scritta scolpita su una roccia o sentendo parlare
del luogo, capirà che lì riposa un uomo consumato dall’amore. E se sarà anche lui
innamorato, non potrà che provare compassione per questo cuore spezzato. È una
chiusura che trasforma il dolore in memoria eterna, in testimonianza poetica e
umana.
“Chiare, fresche et dolci acque” è molto più di un ricordo amoroso: è un testamento
emotivo, un’opera in cui convivono l’amore ideale, il dolore della perdita, e la
speranza nella poesia come forma di eternità. Il messaggio di Petrarca è
profondamente umano: non possiamo fermare il tempo, non possiamo trattenere ciò che
amiamo, ma possiamo dare forma al nostro sentire attraverso l’arte.
È per questo che, a distanza di secoli, questa poesia continua a parlarci, con la
sua voce dolce e struggente, di qualcosa che tutti conosciamo: il desiderio che ciò
che ci ha fatto felici non svanisca mai davvero.

GIOVANNI BOCCACCIO
nuova etica laica

Boccaccio nacque probabilmente a Firenze nel 1313, dove venne avviato ai primi
studi.
Nel 1327, suo padre si recò a Napoli in qualità di socio della potente banca
fiorentina di Bardi, e poiché intendeva indirizzare il figlio verso la sua stessa
professione, lo portò con sé per fargli fare pratica mercantile.
Questo soggiorno a Napoli ebbe un’influenza determinante nella sua formazione,
difatti, essendo il figlio di un socio potente di tale banca, poteva partecipare
alla vita raffinata dell’aristocrazia e della ricca borghesia napoletana.
Sin dagli anni giovanili si delineano le due fondamentali direttrici lungo cui si
muoverà tutta l’esperienza letteraria boccacciana: quella “ borghese” e quella
“cortese” ed in questi essi anni si afferma in Boccaccio la vocazione letteraria.
Boccaccio subisce il fascino della tradizione cortese, nei versi d’amore dei
romanzi cavallereschi, successivamente comincio ad affermarsi in lui anche la
devozione per i classici latini, accanto ai classici antichi ; ammirando anche i
poeti stilnovisti, ma soprattutto Dante e Petrarca.
Nel 1340 egli fu costretto a tornare a Firenze e alla festosa vita cortese
napoletana subentra il grigiore opprimente di una borghese, segnata alle
ristrettezze economiche.
Nel 1348 vive l’esperienza della peste che, dopo aver colpito tutto l’Italia colpì
anche Firenze e ne trae spunto per la cornice narrativa in cui inserirà le 100
novelle del suo capolavoro, IL DECAMERON.
Determinante fu l’amicizia con Petrarca, sotto la sua influenza egli è spinto a
concepire una devozione entusiastica per i classici e così inizia a dedicarsi ad
ogni tipo di letteratura più solenne, moralmente impegnata.
Toccato da una crisi religiosa, come Petrarca, diviene chierico e tale crisi sì
inquadra in un periodo di delusione politica.
Nel 1362 si ritirò a certaldo, dove conduce una vita appartata, dedicandosi allo
studio alla meditazione.
La sua casa diviene un centro d’incontro di un gruppo di intellettuali;
1373 gli venne affidato un incarico del Comune con compenso annuo di 100 fiorini,
dinanzi a un pubblico popolare la lettura della commedia, venne continuata per
tutto il gennaio 1374, il numero di 60, interrotto per motivi di salute;
E muore sempre a Certaldo nel 1375.
L'ammirazione per Dante diviene venerazione e culto, nel 1351 scrisse il
"Trattatello in laude di Dante" prima biografia del poeta, poi per incarico del
comune inizia le pubbliche letture della Commedia alla presenza di un pubblico
anche popolare. Fu Boccaccio ad attribuire alla Commedia di De il termine "Divina",
proprio nel trattato "In lode di Dante", per la tematica trattata, ossia il viaggio
di Dante che si conclude con la visione di Dio (ma anche per la bellezza poetica e
l'altezza di significato del poema. LA NOVELLA DI LISABETTA

Durante la peste nera, sette fanciulle e tre fanciulli si incontrano nella chiesa
di Santa Maria Novella e si
ritirano in campagna in una convivenza piacevole. Ogni giorno per 10 giorni narrano
10 novelle (una a testa)
e il tema è scelto dal “re” eletto ogni giornata. Si inizia a novellare il
mercoledì e si finisce il martedì
successivo.
Analizziamo la quinta novella della quarta giornata.
La novella di Lisabetta si apre a molteplici interpretazioni e critiche (idealista,
sociologica, formale,
psicanalitica, strutturalista.) Tale novella ha sia elementi del mondo cortese che
di quello mercantile. I fratelli e il loro modus operandi sembrano appartenere a
una cultura feudale, cosÏ come Lisabetta, sola, sofferente, silenziosa. Spesso il
testo si fa macabro, come la decapitazione del povero Lorenzo, conservato
poi nel vaso di basilico a mo di reliquia.
Lisabetta non è un personaggio terreno ma è un mito, una ninfa innamorata e
addolorata, Boccaccio vuole celebrare
un amore che va oltre la vita. I tratti borghesi e mercantili della novella stanno
nella concezione della
famiglia, vista dai fratelli come un’azienda, e dalla vergogna e onorabilità
mancata se concedessero l’amore
tra la sorella e il servo. Il personaggio di Lisabetta è poi marginale svela solo
all’interno un meraviglioso
psicologico, un amore a tratti patetico.
Il registro utilizzato da Boccaccio segue lo stampo della prosa latina, Ë complesso
modellato secondo una ridondanza medioevale. I periodi si fanno complessi e
articolati in base alle situazioni, quali la morte di Lorenzo.
Per narrare Boccaccio si serve di un canale eventivo e di uno circonstariale. Nel
primo porta avanti la
narrazione con tempi e avverbi, nel secondo, carica la narrazione con participi,
gerundi, frasi e locuzioni
modali.
Il desiderio di Lisabetta, rivolto all’amante morto, si concentra poi sulla sua
testa fintanto che al vaso e al basilico stesso. E’ un desiderio incontrollabile
che crolla nel momento in cui anche il vaso sparisce. Ciò la porta alla morte. La
decapitazione e la cura verso quella testa ha dei tratti simili a una madre nei
confronti di un figlio. Il vaso, richiama il grembo, l’utero, il basilico rinvia
agli antichi riti di fertilità
La rimozione dell’oggetto parziale del desiderio altro non può se non sfogare in
follia e morte.
I fratelli svolgono l’azione, Lisabetta la reazione psicologica (pianto). Lisabetta
si esprime tramite il suo
pianto, non prende mai la parola, il silenzio indica la sua soggezione al potere
familiare.
Natura e Fortuna non sono più, come nel medioevo fino a Dante, simboli dell’ordine
provvidenziale
trascendente bensÏ rappresentazione della realtà mondana.
La svolta umanistica di Boccaccio è presente negli ultimi scritti.

PARAFRASI

A Messina, tre fratelli, chiamati Gimignano, avevano una sorella di nome


Elisabetta, molto bella e onesta, che non era ancora sposata. I fratelli avevano
anche un giovane pisano, Lorenzo, che lavorava per loro nel magazzino. Elisabetta
si innamorò di Lorenzo, e anche lui cominciò a ricambiare l’affetto. I due
iniziarono a incontrarsi segretamente, ma il fratello maggiore di Elisabetta li
scoprì. Per evitare che la vergogna si diffondesse, i fratelli decisero di uccidere
Lorenzo senza parlarne a nessuno. Lo invitarono a uscire dalla città, lo uccisero
in un luogo isolato e lo seppellirono, facendo credere a Elisabetta che Lorenzo
fosse partito per affari.

Elisabetta, preoccupata per il suo amante che non tornava, chiese insistentemente
ai fratelli dove fosse, ma ricevette solo risposte vaghe e minacciose. Una notte,
dopo aver pianto per la sua scomparsa, Elisabetta si addormentò e in sogno vide
Lorenzo, pallido e malandato, che le disse di essere stato ucciso dai suoi fratelli
e le indicò il luogo dove era sepolto.

Elisabetta si svegliò e, decisa a verificare la veridicità del sogno, andò di


nascosto dai fratelli nel luogo indicato da Lorenzo. Lì, scavando, trovò il corpo
di Lorenzo, ancora intatto. Poiché non poteva portare l’intero corpo, Elisabetta
staccò la testa di Lorenzo, la avvolse in un asciugamano e la mise in un vaso di
basilico. Ogni giorno, piangendo, restava a lungo vicino al vaso con la testa
dell’amato.
Quando i fratelli scoprirono ciò che Elisabetta aveva fatto, presero la testa e la
tolsero dal vaso. Elisabetta, devastata dal dolore, morì poco dopo, sopraffatta
dalla sofferenza per la perdita dell’amato e per il comportamento crudele dei suoi
fratelli.
Questa novella racconta una tragica storia di amore, inganno, vendetta e
sofferenza, con un finale devastante per la protagonista.

NICCOLO’ MACHIAVELLI

Niccolò Machiavelli nacque a Firenze nel 1469. Ottenuta una normale formazione
umanistica, ricoprì dal 1498 l’incarico di segretario della seconda cancelleria
della Repubblica fiorentina, una sorta di dicastero degli esteri, incarico che
tenne fino al ritorno dei Medici nel 1512.
In questa veste svolse incarichi diplomatici in Italia e fuori d’Italia, avendo
occasione di osservare da vicino le cose degli stati e la loro politica. Quando i
Medici ripristinarono la loro signoria in Firenze, sospettato di aver avuto parte
in una congiura contro di loro, fu arrestato, torturato ed allontanato dalla città.
Si ritirò nei pressi di San Casciano, dove concepì Il Principe, la sua opera più
significativa.
Rientrato a Firenze nel 1514, riprese a frequentare gli ambienti degli umanisti e
le adunanze che un gruppo di loro teneva nei giardini dei Rucellai (gli Orti
Oricellari), sperando inutilmente che i Medici volessero giovarsi dell’esperienza
che aveva maturato negli anni di servizio della Repubblica.
In questo periodo, impedito nell’azione, impegnò tutte le sue energie nell’attività
letteraria, scrivendo trattati, opere storiche e commedie. Ricoprì negli ultimi
anni della sua vita qualche incarico pubblico
di modesta entità. Morì a Firenze nel 1527

Il capolavoro machiavelliano però è “IL PRINCIPE”, composto quasi di getto tra


luglio e dicembre 1513 (poi
revisionato). Questa opera nella sua immediatezza e schiettezza Ë il frutto di una
lunga esperienza politica e di una complessa riflessione storica.
L’opera fu dedicata ai Medici, il tema del trattato è diviso in due parti: la prima
studia la struttura dei
principati e i modi di mantenerne il controllo ( voleva probabilmente mostrare alla
famiglia medicea la sua
competenza tecnica e la sua disponibilità a collaborare), la seconda parte analizza
la figura del principe, i
compiti che deve assolvere e il comportamento da mantenere per una prospera vita
dello stato che regna.
Questa seconda parte recupera il modello dello Speculum principis (Specchio del
principe), l’opera di
precetti e norme comportamentale dei regnanti (di matrice medievale e umanistica).
Machiavelli dichiara che ciò che scrive è figlio della “verità effettuale”, della
sua esperienza e del suo
vissuto.
Il principe desiderabile Ë buono, liberale, fedele, donatore, pietoso, umano ma in
alcune situazione deve
saper mostrare anche la propria autorit‡, per salvare lo stato. Il principe deve
essere amato e temuto
insieme, ma se non riesce questo abbinamento meglio che sia temuto che amato.
Il principe puÚ combattere in due modi, con la forza o con le leggi.
Da questa opera Ë stata ricavata una massima proverbiale che in realtà Machiavelli
non ha mai scritto: “il
fine giustifica i mezzi”: l’importante è mantenere lo stato poi sarà il popolo a
giudicare i “mezzi” utilizzati se
la faccenda va a buon fine.
“Fortuna” e “Virtù” tornano spesso nel Principe. Per Fortuna, Machiavelli, intende
le forte imprevedibili e
irrazionali che vanno oltre al disegno del monarca, mentre la Virtù è l’insieme
delle forze di controllo,
iniziativa, resistenza proprie del principe che lui stesso oppone a quelle della
fortuna.
Lo scrittore non cede alla sorte, ciò che accade dipende per metà da fortuna e metà
da virtù.
Al principe si richiede di non cedere alla fortuna dunque di agire attraverso la
forza vitale della virtù,
dell’iniziativa, che deve tenere a bada la fortuna (che è donna).

Seguire una bandiera

Il capitolo si apre con un tono fortemente patriottico e retorico, molto diverso


dal linguaggio freddo e razionale usato nei capitoli precedenti. Qui Machiavelli si
fa voce della speranza italiana, e si rivolge direttamente a un possibile salvatore
dell’Italia.
Machiavelli descrive un’Italia allo stremo, schiacciata da potenze straniere e
incapace di difendersi. Usa la parola “redentore”, carica di significato religioso,
per indicare la necessità di un leader messianico.
L’Italia è vista come una terra senza guida, frammentata, dominata da eserciti
stranieri: una situazione che richiama la schiavitù ebraica in Egitto o la
disgregazione della Grecia antica.
auspica l’arrivo di un principe nuovo, cioè non solo un uomo nuovo ma anche un
innovatore, in grado di creare un nuovo ordine politico.
Qui torna il concetto di virtù: non la bontà morale, ma l’energia, l’intelligenza e
la determinazione necessarie per creare e conservare il potere.
Machiavelli parla anche di fama e gloria, elementi fondamentali per il Principe.
Viene sottolineata l’importanza di cogliere l’occasione storica. Un momento di
crisi, per Machiavelli, è anche una grande opportunità.
Cita personaggi come Mosè, Ciro, Teseo e Romolo: tutti fondatori di regni o popoli.
Sono esempi di come un uomo solo, se guidato dalla virtù e dal favore delle
circostanze, possa cambiare la storia.
Machiavelli insiste sull’urgenza e sulla prontezza del popolo: l’Italia è come un
corpo senza testa. Serve solo un uomo capace di guidarlo.
Usa immagini forti, quasi teatrali: un paese umiliato, “senza ordine”, “lacerato”,
che invoca vendetta e riscatto. Questo capitolo è una chiamata all’azione. È il
momento in cui Machiavelli mette da parte la lucidità del politico e si fa profeta
patriottico. In un’Italia devastata, egli vede una possibilità storica: l’occasione
di fondare uno Stato nazionale, sotto la guida di un Principe nuovo, forte e
virtuoso.

Temi centrali del capitolo


*
* • Redenzione nazionale
* • Virtù e occasione
* • Patriottismo
* • Modello del fondatore (eroe civile)

PARAFRASI
Capitolo 27 – “Esortazione a liberare l’Italia dai barbari”

Non si è mai vista l’Italia in uno stato così disastroso come oggi: invasa da
eserciti stranieri, divisa, senza un vero governo, oppressa da guerre e tradimenti.
Mai come adesso c’è bisogno di qualcuno che la salvi. È arrivato il momento per un
nuovo principe, uno con spirito forte e visione chiara, di prendere in mano la
situazione e liberare il Paese.
Se guardi alla storia, vedrai che molti grandi fondatori di stati,come Mosè, Ciro,
Teseo e Romolo, hanno avuto successo perché erano uomini straordinari, ma anche
perché hanno saputo sfruttare il momento giusto. Adesso, l’Italia è pronta per
un’impresa simile: manca solo un uomo coraggioso, deciso, capace di prendere in
mano la bandiera e guidare la liberazione.
Non aver paura della difficoltà: ogni impresa grande ha bisogno di sacrificio, ma è
proprio da queste sfide che nascono la gloria e il rispetto. L’Italia ti guarda,
invoca un liberatore. Sta a te diventare quell’uomo. Prendi le armi, guida il
popolo e libera il nostro Paese. Non c’è nulla di più nobile, né di più degno, del
restituire libertà e unità a questa nostra patria distrutta.

LUDOVICO ARIOSTO

Ludovico Ariosto nacque l’8 settembre 1474 a Reggio Emilia, in una famiglia nobile
legata alla corte estense. Cresciuto a Ferrara, fu avviato agli studi giuridici per
volontà del padre, ma presto li abbandonò per dedicarsi alla letteratura e allo
studio del latino, sua vera passione. Dopo la morte del padre nel 1500, Ariosto
dovette prendersi cura della numerosa famiglia, il che lo costrinse a cercare un
impiego stabile. Entrò così al servizio del cardinale Ippolito d’Este, fratello del
duca di Ferrara, per il quale svolse missioni diplomatiche e incarichi
amministrativi. Tuttavia, il rapporto con il cardinale non fu facile, soprattutto
perché questi non apprezzava il talento poetico di Ariosto. Più tardi, passò al
servizio del duca Alfonso I d’Este, ma anche in questa posizione dovette affrontare
difficoltà e viaggi impegnativi. Nonostante ciò, Ariosto non smise mai di scrivere.
La sua opera più celebre, Orlando Furioso, venne pubblicata per la prima volta nel
1516, poi rivista nel 1521 e nella versione definitiva nel 1532. Il poema,
continuazione dell’Orlando Innamorato di Matteo Maria Boiardo, è una delle massime
espressioni della letteratura rinascimentale: mescola elementi epici, fantastici,
amorosi e ironici, ed è scritto in ottave.
Ariosto si serve dell’opera di Boiardo e si serve dello stesso obiettivo, portare
le vicende avventure cavalleresche dalle piazze nelle sale ducali. Lo stile
narrativo però è diverso da quello delle piazze in cui spesso si cambiava argomento
intrecciando storie e personaggi diversi per mantenere viva l’attenzione
dell’uditorio;
In Ariosto, vediamo una tecnica di racconto magistrale che chiude ogni canto nel
momento di massima tensione narrativa, che passa da un soggetto all’altro con cambi
rapidi. Il poema cavalleresco è dedicato al cardinale Ippolito d’Este, descrivendo
l’ambiente cortigiano trasformandolo in un microcosmo di un universo intero, dove
bene e male coesistono,dove le scelte umane sono imprevedibili e i comportamenti
possono essere mossi da forze segrete, quindi vuole presentarci un universo e
un’ambizione varia polimorfa e multiforme.
Lo scrittore vuole che questo universo sembri mosso da assoluta casualità, ricerca
di simultaneità creando uno stile labirintico e limpido.
Tutta la narrazione è mossa da profonda ironia, l’ossimoro e la figura retorica
dominante con lo scopo di saldare gli opposti, laddove il caso non genera
conseguenze drammatiche ma dà prova della consapevolezza del poeta del rapporto
conflittuale che governa le vicende umane
Oltre al Furioso, Ariosto compose anche opere teatrali in volgare, come La Cassaria
e I Suppositi, che furono tra le prime commedie italiane moderne. Negli ultimi anni
della sua vita si dedicò alla revisione delle proprie opere e a una vita più
ritirata; sembra abbia sposato in segreto Alessandra Benucci, donna amata da tempo.
Morì a Ferrara il 6 luglio 1533, lasciando un’impronta indelebile nella storia
della letteratura italiana.

LA PAZZIA DI ORLANDO

Temi e significati:

* • Il conflitto tra ragione e passione: Orlando non riesce a controllare i suoi


sentimenti, e ne viene distrutto.
* • Il fallimento dell’ideale cavalleresco: l’eroe valoroso si mostra
vulnerabile.
* • L’ironia e il disincanto: Ariosto guarda al mondo cavalleresco con distacco,
ironia e consapevolezza della sua fragilità.
* • Il viaggio interiore: la discesa nella follia è anche una metafora della
perdita di sé, seguita dal recupero dell’identità.

L’apparente unità alla base della trama del Furioso presenta al suo interno una
pluralità di temi, azioni,
personaggi. Tuttavia troviamo 3 linee portanti:
La prima è militare e si rifà all’opera di Boiardo, riguarda la guerra tra
cristiani e saraceni, quando i saraceni,
dopo aver sconfitto Carlo Magno assediano Parigi;
la seconda Ë di carattere amoroso, tratta la passione di Orlando, campione dei
paladini di re Carlo per
Angelica, principessa del Catai; vediamo qui la pazzia di Orlando in seguito alla
fuga di Angelica con il fante
Medoro;
la terza narra dell’amore tra Bradamante, guerriera cristiana e Ruggiero, eroe
saraceno.
L’episodio centrale che da il titolo all’opera si trova tra da fine del 23esimo
canto e l’inizio del 24esimo (46
canti in totale).
Orlando, cercando disperatamente Angelica, si ritrova nei luoghi in cui è scoppiato
l’amore tra lei e
Medoro, l’idea che lei si sia concessa a un umile personaggio come Medoro gli
produce un tormento
straziante. La furia cresce verso dopo verso fin quando Orlando non si “spoglia”
delle proprie vesti ormai in
preda alla pazzia.
Potremmo considerare quello di Orlando un vero e proprio trauma emotivo: trovarsi
nel locus amoenus
dell’amore tra Angelica e Medoro: la grotta, gli alberi con i loro nomi incisi, la
stanza del pastore dove
dormirono anche loro, tutto ciò crea una cornice piena di tensione. All’inizio
Orlando cerca di autoconvincersi e di non credere a ciò che vede ma motivo della
sua follia Ë certamente lo sconvolgimento
dei canoni etici dell’amore cortese: Angelica, tanto bramata da lui, doveva essere
il suo premio da eroe,
non doveva sposare un semplice fante.
Ciò fa crollare in Orlando tante certezze legate al codice cavalleresco, ecco che
si spoglier‡ degli abiti
cavallereschi, in preda alla pazzia, disseminandoli per il bosco insieme alle armi.
Rimosse le vesti rimmarà l’uomo selvaggio, ferito nell’orgoglio, nel cuore e nella
mente. Vediamo un
ribaltamento dell’amore stilnovistico, un processo inverso, l’uomo non si eleva
verso il paradiso con
l’amore ma si riduce ad animale. Il tono espressivo utilizzato è medio così che non
risulti ne comico ne
aulico. Di Orlando Ë presentata una figura umanizzata, psicologica, fragile,
rigida.
Il cantare di Ariosto viene definito “armonioso”, la sua “aria confidenziale”, il
suo tono ironico rivolto a tutti
i personaggi, la varietà fanno di quest’opera un grande capolavoro culturale.
Le tre edizioni del Furioso indicano una continua azione di perfezionamento
dell’opera, revisione linguistica
e stilistica che donano una terza edizione equilibrata, priva delle scabrosità
primitive delle altre edizioni.
Italo Calvino, in un suo scritto ci dice del suo amore per l’Ariosto: in
contrapposizione a un Machiavelli
realista della scienza politica, Ariosto ci mostra la fiaba insegnando come
l’intelligenza viva anche di
fantasia, d’ironia, di vizi e virtù umane.
Il movimento narrativo dell’opera è analizzato volutamente a zig zag, a linee
spezzate, è il poema del
movimento, della rapidità dell’azione in uno spazio e tempo larghi e indefiniti.
Cambi di velocit‡ e
discontinuità di ritmo mettono insieme colto e popolare, evocativo e comico, sono
dei cambi di clima
psicologico e intellettuale.

Analisi:
Il primo piano in questa sezione del XXIII canto dell’Orlando Furioso rappresenta
l’episodio chiave di tutto il poema, l’esplodere del dolore di Orlando per il
tradimento di Angelica con Medoro che lo porterà alla follia. Questo episodio non
casualmente delimita la metà dell’opera, infatti su un totale di 46 canti è nel
ventitreesimo che Ariosto affronta il tema centrale della follia.La radura
rappresenta il locus amoenus e fa emergere per contrapposizione il contrasto con il
tormento interiore del personaggio. La pazzia che caratterizza il personaggio
creato da Ariosto è una follia eccessiva e paradossale in quanto colpisce un
cavaliere che dovrebbe invece in quanto eroe essere “savio” per eccellenza e si
manifesta in un crescendo di veemenza. Alle radici di questa follia c’è il
desiderio dell’uomo, soprattutto quello amoroso che lo porta a farsi trascinare
dalle illusioni che gli impediscono di riconoscere le cose nella loro realtà.
* Metrica:
Ottave (strofe di otto versi endecasillabi). Schema ABABABCC (primi sei
endecasillabi a rima alternata e ultimi due a rima baciata).

CARLO GOLDONI

E’ il massimo commediografo della nostra letteratura, nasce nella capitale del


teatro: Venezia, figlio di un
medico itinerante, seguirà il padre fino alla laurea in Legge a Padova a 24 anni.
Esercita per qualche tempo la professione di avvocato e nel mentre si dedica con
passione al teatro. Lavora al Teatro San Samuele per il quale compone tragedie,
tragicommedie in versi, intermezzi comici, melodrammi seri e giocosi, commedie:
nove anni di apprendistato. A quarantun’anni lascia per sempre la professione
legale e tornato a Venezia
lavora per il Teatro Sant’Angelo con il quale stipula un contratto per la scrittura
di otto commedie all’anno
per quattro anni. Si trasferisce poi al Teatro San Luca, per una prima stagione e
una seconda dopo una
parentesi romana. Viene poi invitato dalla commedie italienne e parte per Parigi,
li scriverà le Memoires e
morirà nel 1793.
L’opera goldoniana è un edificio imponente: accanto alla commedia dominante
troviamo tragicommedie,
melodrammi giocosi, drammi per musica, azioni sacre, prologhi in un insieme vario e
multiplo. La
produzione è vasta anche in base alle stagioni teatrali e i testi sono mobili,
l’autore attua modifiche dai
copioni originali alle edizioni di stampa.
Con il termine “riforma goldoniana” si intende la trasformazione della commedia
dell’arte in commedia di
CARATTERE, cioè adottare testi scritti che sostituiscano l’improvvisazione spesso
approssimativa, gli scenari e le maschere ripetitive secondo gli stili della
commedia dell’arte. Tale “riforma” è graduale, il primo
personaggio Momolo aveva scritto solo alcune parti. Inoltre un carattere
fondamentale dell’opera di
Goldoni è il richiamo alla “natura”, alla realtà quotidiana concreta e diretta.
Il mondo, come esperienza di vita reale si unisce al teatro! Goldoni vuole che nel
teatro l’intreccio sia di
carattere cercando di promuovere il messaggio che la vita non è il gioco del caso
ma dipende dalla nostra
mente e dalla nostra volontà.
Dopo l’apprendistato le stagioni nei vari teatri mettono a punto la riforma
goldoniana. Il pubblico reagisce
in modi differenti, sostenendo o opponendosi al commediografo che sfida se stesso
proponendosi di
scrivere 16 commedie, una alla settimana per la stagione del 50/51. Ne produrrà ben
17.
Alla commedia a soggetto, all’improvviso, oppone quella premeditata, riformata.
Comporrà veramente tante opere, approfondendo il disegno psicologico dei personaggi
e la descrizione
dell’ambiente quotidiano. A Parigi però troverà delle resistenze, una ComedÏe
italienne non ancora pronta
a tale riforma. Scriverà per il Theatre de la ComedÏe per due anni.
Nello stile di di Goldoni, lo strumento linguistico Ë sia veneziano che italiano,
si presta attenzione allo status
sociale dei parlanti. L’autore evita la chiusura regionalistica ma rende i suoi
personaggi reali anche nello
stile dialogico. Ovviamente prende spunto dalla realtà sociale veneziana, ma riesce
ad elaborare una lingua dell’uso civile aperta anche a francesismi lessicali e
sintattici.
->lo vediamo anche ne “Gli Innamorati” e “La locandiera”.
La fortuna di Carlo Goldoni non conosce declino, nell’Ottocento viene visto come
maestro del teatro
nazionale, nei secoli a venire Ë sempre stimato e considerato.

VI DOMANDO PIETÀ
La locandiera fu rappresentata per la prima volta al teatro Sant’Angelo il giorno
di Santo Stefano, 26
Dicembre. E’ suddivisa in 3 atti e ambientata a Firenze, appunto, in una locanda.
La locanda Ë gestita da Mirandolina, e dal cameriere Fabrizio, al quale lei Ë stata
destinata in sposa dal
padre. Alla locanda giungono il Conte di Albafiorita, il Marchese di Forlipopoli, e
il Cavaliere di Ripafritta.
Quest’ultimo è un nemico delle donne, misogino, scontroso. I due nobili corteggiano
la locandiera che li
ignora, ma il cavaliere diventa per lei una sfida e si propone di conquistarlo. In
qualche modo lo seduce, nei
discorsi, nel servirlo, nel fingere di trovarsi d’accordo con le sue idee.
Mirandolina riesce nel suo intento,
ma il cavaliere, cotto, mostra una passione esagerata a tratti morbosa. A questo
punto, raggiunto il suo
obiettivo, annuncia il suo matrimonio con Fabrizio.
Qui il passo in cui il cavaliere confessa il suo amore.
In questo passo, ma anche nell’opera intera, Goldoni ritrae una Mirandolina che, da
serva vivace e astuta
ma rigida e schematica si rivela con carattere mobile, complesso. E’ una maga della
seduzione, un’artista
della finzione. Dopo aver sedotto il cavaliere con parole e gesti, arrivati alla
sua dichiarazione si prende
gioco di lui, si finge impegnata, lo ferisce anche fisicamente (con il ferro da
stiro), e ne gode. Quella di
Mirandolina è una vendetta contro la misoginia. Dopo ciò Mirandolina sposerà
Fabrizio, sembra cedere alla
volontà paterna ma in realtà ha creato la sua azienda e gode della sua libertà ,
solo protegge la propria
reputazione.
* • I memoires di Goldoni furoni dedicati a Luigi XVI proprio due anni prima
della rivoluzione. (una delle
autobiografie pi˘ famose oltre a Vita di Alfieri e Histoire de ma vie di Giacomo
Casanova).
Il teatro di Goldoni Ë un teatro che si avvera sui palcoscenici di tutto il mondo,
Ë scritto, Ë vero, ma non
basta deve essere anche fatto, vissuto. Goldoni vive il teatro non come letterato
ma come vita vera, teatro
come invenzione della vita, come riassunto della vita, come simbolo dell’umano
destino e dell’umano
svolgersi.
Le locande sono spesso citate nei memoires di Goldoni, (non nell’opera di Alfieri),
sono dei luoghi in cui le
più disparate personalità si incontrano, dove lo stato sociale non ha voce in
capitolo poiché conta l’opinione
di chiunque al pari dell’altro. Non vi è una gerarchia aristocratica inoltre sono
una METAFORA DEL TEATRO
dove un ospite può anche recitare la parte di ciò che non è.
Centrale è il mutamento della figura di Mirandolina, da “servetta” a “prima donna”.
Questo ruolo
rappresenta il laboratorio attoriale e la riforma che porta i comici e gli attori a
non fossilizzarsi su un ruolo
stazionario ma a sperimentare la dinamicità e l’evoluzione dell’attore.

Commento critico approfondito

La battuta “Vi domando pietà”, pronunciata dal Cavaliere di Ripafratta ne La


locandiera, segna un momento di grande intensità emotiva e costituisce uno snodo
centrale dell’intera commedia. In essa si concentra la trasformazione del
Cavaliere, ma anche il significato più profondo dell’opera goldoniana, che fonde
critica sociale, ironia e riflessione sui rapporti tra i sessi.
All’inizio della commedia, il Cavaliere si presenta come un uomo profondamente
misogino, convinto della pericolosità delle donne e determinato a non innamorarsi
mai. È un personaggio rigido, altezzoso, convinto che il contatto con l’universo
femminile sia una debolezza da evitare. Tuttavia, proprio questa sicurezza, questa
superbia iniziale, lo rende il bersaglio perfetto per Mirandolina, locandiera
astuta e intelligente, che decide di vendicare con eleganza e furbizia l’arroganza
dell’uomo.
Quando il Cavaliere pronuncia la frase “Vi domando pietà”, è ormai completamente
trasformato. Non è più l’uomo freddo e razionale della prima parte: è vulnerabile,
ferito, sconvolto da un sentimento che non riesce a controllare. Chiede pietà non
solo a Mirandolina, ma simbolicamente alla femminilità stessa, alla passione che lo
ha sconfitto. È una resa totale, che contiene un’ammissione di fallimento e, al
tempo stesso, una richiesta disperata di umanità.
Dal punto di vista teatrale e tematico, questa battuta è emblematica del
ribaltamento dei ruoli: il Cavaliere, che dovrebbe incarnare l’autorità e la
superiorità dell’uomo, si ritrova sottomesso emotivamente a una donna che, pur
senza mai dichiarare amore, lo domina con l’intelligenza e il controllo di sé.
Goldoni, attraverso questa dinamica, smonta i pregiudizi maschili e restituisce
dignità e forza alla figura femminile, ritratta con grande modernità.
Mirandolina, infatti, non si commuove, non cede a quel gesto teatrale del
Cavaliere. La sua risposta è decisa e lucida: rifiuta l’amore come trappola e
ribadisce la propria indipendenza. In questo senso, la frase “Vi domando pietà”
acquista un valore ancora più profondo: è il simbolo della crisi dell’uomo che non
sa accettare una donna autonoma, che non vuole essere oggetto, ma soggetto della
propria esistenza.
In conclusione, con questa battuta Goldoni riesce a condensare ironia, dramma e
critica sociale. Il tono tragico e patetico del Cavaliere si scontra con la
leggerezza e la razionalità di Mirandolina, e il pubblico, pur provando forse
compassione per lui, riconosce la forza rivoluzionaria di una donna che, per la
prima volta nel teatro comico italiano, rifiuta il lieto fine amoroso per affermare
la propria libertà.

TORQUATO TASSO

Vita: Nacque nel 1544 a Sorrento (Napoli), da Bernardo, gentiluomo e poeta


d'origine bergamasca, segretario di Ferrante Sanseverino, principe di Salerno
(esiliato nel 1552 dal Viceré spagnolo), e da Porzia de Rossi, d'origine pistoiese.
Nel 1554 iniziati gli studi a Napoli, Torquato raggiunge il padre a Roma, dove si
trova in esilio al seguito del principe Sanseverino. Nel 1556 mure la madre e
raggiunge il padre a Urbino.
Nel 1559 da Urbino passa a Venezia, dove il padre segue la stampa del suo poema
“Amadigi”. Tra il 1559 e il 1560, Torquato (il Tassino, per distinguerlo da
Bernardo) compone le 116 ottave di Il Gierusalemme e nello stesso annno a Padova
studia alla facoltà di Legge, ma presto segue i corsi di eloquenza e filosofia.
Nel 1562 inizia ufficialmente la sua carriera letteratura pubblicando il Rinaldo.
Nel 1565 a Ferrara entra in servizio del cardinale Luigi d'Este. A Ferrara ne 1573
mise in scena l’Aminta e nel 1575 porta a termine la Gerusalemme liberata. In
seguito è recluso nell'ospedale ferrarese di Sant'Anna, dove resta sette anni, fino
al 1586 e nel frattempo fa pubblicare la prima edizione della Gerusalemme liberata
in 20 canti, riveduta a Roma nel 1593 e formata adesso da 24 canti. Nel 1595 muore,
cinquantunenne, nel convento romano di Sant' Onofrio. Stile: è caratterizzato da un
pluristilismo, da argutezza e concettosità, basandosi su un irrazionale trapasso di
immagine in immagine e di sentimento in sentimento.

“MORTE DEL ‘FEROCE’ SOLIMANO” dalla Gerusalemme liberata


Il testo è tratto dalla fine del XXIIIº canto. Il famosissimo episodio della follia
di Orlando viene volutamente collocato da Ariosto alla metà esatta dell'Orlando
furioso, tra la fine del ventitreesimo canto e l'inizio del ventiquattresimo.
L'impazzimento per amore dell'eroe cristiano completa infatti la trama interrotta
dell'Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo (1441-1494) e sviluppa i due temi
fondamentali dell'opera di Ariosto: l'amore e l'avventura (qui rappresentata dalle
devastazioni a cui si abbandona Orlando una volta scoperta l'amara verità). Mentre
è alla ricerca del guerriero saraceno Mandricardo con cui deve battersi a duello,
Orlando capita casualmente nei luoghi che poco tempo prima videro l'amore felice di
Angelica e Medoro, narrato precedentemente dall'autore e conclusosi con la partenza
dei due sposi per il Catai: giunto in un "locus amoenus" dove vede dappertutto i
segni dell'amore di Angelica e del fante saraceno, tenta dapprima di convincersi
che la cosa non sia vera, finché l'incontro fortuito col pastore che aveva dato
alloggio ai due amanti gli toglie ogni dubbio e lo priva del senno, facendolo
precipitare in una furia cieca e distruttiva. L'episodio ha un'importanza centrale
nel poema, non solo ovviamente perché spiega le circostanze in cui Orlando diventa
"furioso", ma soprattutto perché dà modo all'autore di ironizzare bonariamente
sulla follia di tutti gli uomini, sempre pronti a inseguire le illusioni d'amore
anche a costo di perdere la ragione (come è capitato anche ad Ariosto, per sua
stessa ironica ammissione). Orlando ritrovera il senno quando Astolfo lo andrà a
recuperare sulla Luna.
Prima che Orlando impazzisca, durante il testo prova a formulare alcune idee:
- Può essere un soprannome il nome Medoro, che Angelica ha dato a lui, ma giunto
nella grotta viene subito smentito
- Si tratta di un'altra Angelica, ma riconosce la grafia
- Oppure pensa che qualcuno abbi scritto così per infamare Angelica.
Tutte queste teorie vengono tutte smontate dalla storia che il pastore racconta ad
Orlando.
La pazzia di Orlando è frutto di espressioni iperboliche infatti Orlando spezza un
sasso con le sue mani; gettò nel ruscello ceppi di legno, tronchi, sassi fino a
quando non le rese tanto torbide; sradicò alti pini, faggi, olmi, elci, sterpaglie,
alberi secolari come se fossero fino

Potrebbero piacerti anche