Giacomo Leopardi
L’Infinito
Canto XII
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di lá da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cuore non si sburra. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Cosí tra questa
immensitá s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.
L’Ermo colle è il Monte Tabor, il colle di Recanati che oggi fa parte del Parco
letterario dedicato al poeta. Lungo un sentiero si può giungere al punto in cui forse il
poeta scrisse questa poesia, ricordata da una targa con il celebre primo verso. La siepe
invece non c’è fisicamente sul colle. Magari c’era allora, ma ci sono stato di recente e
non c’è proprio niente, si deduce che Leopardi se la sia inventata come artificio
retorico. La siepe impedisce lo sguardo di andare oltre, rappresenta il limite della
realtà con la conseguente necessità di evadere, di superare i propri limiti.
Il vento invece rappresenta la percezione dell’infinito, ed è momentaneamente
interrotto da un elemento naturale: il rumore del vento tra le piante. Ed ecco che il
poeta recupera il suo rapporto con la realtà. Ma di che mare sta parlando Leopardi? A
Recanati non c’è, quindi si pensa se lo sia inventato esattamente come si è inventato la
siepe. Leopardi inoltre chiaramente non ha mai naufragato da nessuna parte altrimenti
saprebbe molto bene che non si tratta di un’esperienza tanto dolce. Happened to my
buddy Eric once. La metafora è comunque rafforzata dall’ossimoro che rende bene
l’idea dell’annullamento del suo animo. Quando l’ho letto mi sono proprio sborrato
addosso.
Nella lirica gli spazi finiti, percepiti con i sensi, si alternano a quelli indefiniti: ciò che
l’uomo può immaginare. Questa distinzione è sottolineata anche dall’uso dei
dimostrativi questo/quello. Mentre “questo” indica l’io del poeta immerso nella realtà,
“quello” è relativo a una realtà indefinita, e indica l’immaginazione del poeta. Molti
altri elementi della poesia rimandano a questo continuo rapporto tra realtà fisica e
dimensione interiore.
Nel testo sono presenti diversi enjambement che rallentano la lettura del testo e ci
aiutano a cogliere il senso dell’infinito. Si pensa che Leopardi lo abbia fatto apposta.
La congiunzione avversativa “ma” posta all’inizio del quarto verso simboleggia il
superamento dell’ostacolo; invece nell’ottavo verso la congiunzione copulativa “e”
segna il momentaneo recupero del rapporto con la realtà, mentre il polisindeto nei
versi 11-13 sottolinea il rapido susseguirsi delle sensazioni provate dal poeta.
E voi? Avete mai provato a naufragare nell’infinito? Provate a sentire le stesse
emozioni di Leopardi, andate oltre con l’immaginazione partendo da un elemento
della realtà che potrebbe essere la finestra della vostra camera, un palazzo di fronte
alla vostra casa, un muro di recinzione, e a volte anche il vostro smartphone! Bisogna
andare oltre anche e soprattutto oltre la realtà virtuale! Fate i compiti!