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Natura

Giacomo Leopardi, nato nel 1798 a Recanati, sviluppa un pensiero pessimistico che evolve da una visione inizialmente benevola della natura a una concezione meccanicistica e indifferente, culminando nel pessimismo cosmico. La sua poetica, caratterizzata dal 'vago e indefinito', si distacca dal classicismo e si avvicina al romanticismo europeo, privilegiando la lirica come espressione della soggettività. Leopardi critica le ideologie ottimistiche del suo tempo e riflette sulla condizione umana, evidenziando l'infelicità come una costante esistenziale.

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Natura

Giacomo Leopardi, nato nel 1798 a Recanati, sviluppa un pensiero pessimistico che evolve da una visione inizialmente benevola della natura a una concezione meccanicistica e indifferente, culminando nel pessimismo cosmico. La sua poetica, caratterizzata dal 'vago e indefinito', si distacca dal classicismo e si avvicina al romanticismo europeo, privilegiando la lirica come espressione della soggettività. Leopardi critica le ideologie ottimistiche del suo tempo e riflette sulla condizione umana, evidenziando l'infelicità come una costante esistenziale.

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Natura

Italiano: Giacomo Leopardi

- Vita

Giacomo Leopardi nasce a Recanati nel 1798 in una famiglia della nobiltà marchigiana in
cattive condizioni economiche; l'ambiente familiare è bigotto (rifiuto ideali illuministici) e
autoritario (la madre controlla la vita familiare). Sin da piccolo Leopardi inizia a studiare,
all’inizio con dei precettori ecclesiastici e poi da solo (7 anni di studio “matto e
disperatissimo”), imparando perfettamente il latino, il greco e l’ebraico; ciò gli permise di
scrivere opere di carattere filologico, da cui ne emerge ancora il contesto culturale arcaico e
accademico.

Tra il 1815 e il 1816 Leopardi abbandona in parte la filologia e si appassiona ai grandi poeti
del passato e nel 1819 tenta la fuga da casa sua ma fallisce, ciò lo porta ad uno stato di
totale prostrazione e aridità che gli farà raggiungere la percezione della nullità di tutte le
cose, base del suo pensiero pessimistico. Questa crisi segna inoltre il suo passaggio da una
poesia di immaginazione ad una più matura, carica di pensiero; tenta nuove sperimentazioni
letterarie che culminano con “L’Infinito”.

Nel 1822 lascia Recanati e si muove in tutta Italia, nel 1824 scriverà le Operette Morali e nel
1829, dopo alcuni anni di “pausa” riprende a scrivere versi

- Pensiero

L’opera leopardiana si basa interamente su idee meditate e sviluppate, la cui formazione si


vede nello Zibaldone dei ricordi.
Al centro della riflessione leopardiana vi è l’infelicità dell’uomo che, in una prima fase, egli
individua nel piacere: per Leopardi la felicità corrisponde ad un piacere sensibile e materiale
e per questo l’impossibilità di un piacere infinito provoca nell’uomo un’insoddisfazione
perpetua (in senso esclusivamente materiale).
Nel pensiero leopardiano l’uomo è necessariamente infelice ma in questa prima fase la
natura, vista come benigna, offre all’uomo un rimedio, con le illusioni e l’immaginazione; per
questa ragione, gli uomini primitivi e gli antichi greci e romani, in quanto più vicini alla natura
erano più felici poiché ignoravano la loro reale infelicità.

Questa prima fase del suo pensiero si basa sull’antitesi natura/ragione e antichi/moderni, gli
antichi, nutriti di illusioni erano capaci di azioni eroiche mentre i moderni, più razionali e
dunque privi di illusioni, sono incapaci di azioni eroiche e pervasi da viltà, meschinità ed
egoismo.
Leopardi dà un duro giudizio sulla società del tempo, soprattutto quella italiana, decaduta
rispetto al passato. A partire da ciò deriva il suo atteggiamento titanico per cui il poeta,
depositario delle virtù antiche, sfida il fato che che ha messo l’Italia nella situazione del
tempo.
Questa prima fase del pensiero leopardiano, nota come Pessimismo Storico, considera la
condizione negativa presente come risultato di un processo storico e quindi
dall’allontanamento progressivo dalla condizione iniziale di felicità (felicità relativa in quanto
l’uomo è infelice per natura.

L’iniziale concezione di natura benigna va in crisi poiché Leopardi si rende conto che la
natura non mira al bene degli umani ma esclusivamente alla conservazione della specie; per
questo il male non è accidentale ma invece un piano stesso della natura, infatti, è proprio
quest’ultima che ha messo l’uomo nella sua condizione di infelicità perpetua.
In una fase intermedia, Leopardi mantiene una concezione dualistica basata sulla
contrapposizione del fato maligno e della natura benigna, concezione che abbandonerà
quando capirà che la natura non è benigna, ma invece un meccanismo cieco e indifferente
alla sorte dell’uomo. Non è più una concezione finalistica della natura ma invece
meccanicistica, in cui l’uomo è la vittima innocente della natura; il fato maligno e la natura
diventano la stessa cosa e l’infelicità si deve a mali esterni.

In questa fase, Leopardi abbandona anche il concetto di pessimismo storico per far spazio a
quello di pessimismo cosmico, in cui l’infelicità non è più legata alla storia ma è invece
eterna ed immutabile, sebbene rimanga sempre una periodizzazione (gli antichi erano meno
infelici).
In questa fase vi è un abbandono della poesia civile e del titanismo e subentra un
atteggiamento contemplativo, ironico, distaccato e rassegnato; egli abbandona l’ideale di
eroe antico per far spazio a quello di saggio antico, la cui qualità maggiore è l’atarassia
(distacco dalla vita). Verso la fine della sua vita ritornerà un atteggiamento titanico e con la
“Ginestra” arriverà a costruire una concezione della vita sociale e del progresso.

- Il “vago e indefinito”

La “teoria del piacere” è il nucleo germinale della filosofia pessimistica leopardiana ma


anche il punto d’avvio della sua poetica. La ricerca di un piacere infinito è irraggiungibile
nella realtà e per questo l’uomo si può figurare piaceri nell’immaginazione tramite un
processo stimolato dal cosiddetto “vago e indefinito”, da ciò che è lontano e ignoto.
Si va a costruire una vera e propria “Teoria della visione”, per cui le idee vaghe e indefinite
suscitano piacere e il fantastico sostituisce il reale; contemporaneamente si costruisce una
“Teoria del suono”, in cui Leopardi elenca una serie di suoni suggestivi in quanto vaghi.

La teoria filosofica dell’indefinito si collega alla poetica: il bello poetico diventa tutto ciò che è
vago e indefinito e per questo vi è un costante richiamo a immagini legate alla teoria del
piacere e del suono. Vi sono immagini nuove che ricordano sensazioni evocate nella
fanciullezza e in questo senso, il concetto di Rimembranza è essenziale per il sentimento
poetico. La poetica dell'indefinito e la poetica della rimembranza si fondono la poesia non è
che il recupero della visione immaginosa della fanciullezza tramite la memoria.

Leopardi osserva come gli antichi fossero i maestri della poesia vaga indefinita e ciò lo
riconduce alla loro vicinanza alla natura, che gli permetteva di immaginare come i fanciulli; i
moderni, viceversa, hanno perso la loro capacità immaginosa poiché si sono allontanati
dalla natura per colpa della ragione. Leopardi è conscio di essere un moderno ma nella sua
poesia non esclude l’immaginazione.
- Il Romanticismo

La poetica del "vago e indefinito" aiutano a capire la posizione di Leopardi sulla poetica
romantica; sebbene egli provenga da una tradizione classicistica e abbia posizioni contro le
tesi romantiche, allo stesso tempo ha posizioni nuove rispetto ai classicisti come la sua
concezione di poesia come espressione di spontaneità originaria ed un mondo interiore
immaginando e fantastico. Per questo Leopardi consente ai romantici sulla critica
classicismo accademico ma allo stesso tempo rimprovera a questi il loro predominio della
logica sulla fantasia e l'aderenza al vero che spegne ogni immaginazione. Al contrario i
classici antichi sono dei modelli per Leopardi , che ripropone però in chiave più romantica;
alla luce di ciò si può parlare di “Classicismo Romantico”.

Proprio per la concezione di “vago e indefinito” e di “Rimembranza”, Leopardi privilegia la


forma poetica della lirica, che vede come espressione immediata di io, soggettività e
sentimenti. In questo Leopardi si differenzia dal romanticismo Lombardo basato su una
letteratura oggettiva fondata sul vero, e invece si avvicina al Romanticismo europeo (in cui si
ritrovano i temi di titanismo, sentimento e conflitto illusione-realtà). Anche il linguaggio si
avvicina molto a quello del Romanticismo europeo, metaforico e figurato.

- I canti

Tra il 1818 e il 1823, Leopardi scrive 10 canzoni pubblicate nel 1824; nel 1826 pubblica gli
Idilli che sono una raccolta di versi; nel 1831 pubblica i Canti il cui titolo rimanda al carattere
lirico dell'opera.

Canzoni
Le canzoni presentano un impianto classicistico, con uno stile metrico della lirica
duecentesca e con un linguaggio aulico. Le prime cinque sono di carattere civile e si
basano sul pessimismo storico, con diversi spunti polemici contro il presente. Vi è inoltre un
titanismo eroico e una forte esaltazione dell'età classica.

Idilli
Gli Idilli presentano un carattere diverso dalle canzoni, le tematiche sono intime e
biografiche e il linguaggio è colloquiale e semplice. La parola idillio deriva dal greco e vuol
dire immagine, quadro. Leopardi riprende questa parola per la brevità dei testi e non per il
carattere bucolico che aveva acquisito in passato, infatti, gli Idilli non presentano una
tradizione bucolica ma esprimono sentimenti e affezioni.
Esempio di ciò è "L'infinito", in cui vi è una situazione simile all'idillio classico e una
meditazione sull’idea di infinito.

Grandi Idilli
I Grandi Idilli sono successivi al silenzio poetico di Leopardi durato sino al 1828; all'interno
di quest'opera non ci sono le illusioni giovanili e vi è un abbandono degli atteggiamenti
titanici, Leopardi assume una posizione distaccata e ironica sulla realtà (stoicismo).
Dagli Idilli riprende i temi come le illusioni e le speranze, le rimembranze e il linguaggio
limpido (i motivi della scelta di questo nome).
Nonostante ciò i Grandi Idilli si distanziano molto dagli Idilli, vi è infatti un nuovo sistema
filosofico fondato sul pessimismo cosmico, e la consapevolezza del dolore, del vuoto
dell'esistenza e della morte che accompagnano immagini vuote.
Non compaiono slanci, fremiti, impeti di rivolta tipici degli Idilli ma vi è invece una
contemplazione ferma e un dominio razionale davanti all'infelicità irrimediabile. Vi è inoltre
una nuova metrica che sostituisce l'endecasillabo sciolto con endecasillabi e settenari senza
schema fisso.

Leopardi ha un rapporto intenso con le ideologie del tempo, ripudia le ideologie ottimistiche
che esaltano il progresso e bersaglia in modo polemico tutte le tendenze spiritualistiche e
neo cattoliche del tempo, tipiche della Restaurazione.
A queste ideologie, il poeta contrappone le sue concezioni pessimistiche che escludono il
miglioramento della condizione umana, l'infelicità e la sofferenza, infatti, sono eterne e
immodificabili; Lo spiritualismo contrasta con il Materialismo leopardiano che nega la
speranza in un'altra vita.
In un’opera discute velatamente il fallimento dei moti rivoluzionari del 1820/21, con una
critica al liberalismo dal punto di vista del suo pessimismo assoluto; per lui non vi è
possibilità di miglioramento politico e sociale per l'umanità in quanto essa è vittima della
natura.

Storia dell’arte: Romanticismo; “Il Viandante sul mare di nebbia”

Il Romanticismo è un movimento letterario, artistico e culturale nato in Germania e in


Inghilterra e diffuso poi in tutta Europa nel corso del XIX secolo. Le origini del Romanticismo
risalgono alla fine del Settecento e all'inizio dell'Ottocento, in cui ci furono grandi e rapide
trasformazioni come la Rivoluzione Francese e la Rivoluzione Industrializzazione. Le
tematiche principali della cultura romantica sono il superamento del pensiero illuministico e
quindi della ragione, e l’esplorazione dell’irrazionalità e dei sentimenti. E’ presente un
richiamo a luoghi lontani e ignoti, alla natura e al passato: in tal senso vi è una rivalutazione
del Medioevo visto come mondo primitivo, istintivo e fatto di passioni.

In arte, il tema principale è il sentimento. Gli artisti romantici si allontanano dai concetti di
logico e razionale, ed esprimono i sentimenti che prima venivano lasciati da parte; il
movimento, il colore e il dramma diventano il centro delle loro opere.
Con la Rivoluzione francese del 1789 e l’avvento di Napoleone Bonaparte alcuni artisti
europei sentono la necessità di creare opere in contrasto agli ideali dell’Illuminismo che
volevano la scienza e la razionalità alla base della percezione del mondo.

La composizione delle opere d’arte dell’Ottocento è complessa e i temi sono vari: la politica
in Francia, il paesaggio e il rapporto tra l’uomo e la natura in Germania e Inghilterra.
In Italia, invece, gli ideali del Romanticismo si allineano con quelli del Risorgimento e del
ruolo politico dell’arte.

Friedrich, Il Viandante sul mare di nebbia

Friedrich è un celebre pittore tedesco del XIX secolo, noto per i suoi paesaggi malinconici e
suggestivi che incarnano lo spirito del Romanticismo tedesco.
- Composizione: Il dipinto presenta un uomo di spalle su
una scogliera alta, posizionato centralmente, che guarda
intensamente un mare avvolto dalla nebbia. La figura
umana è solitaria e contemplativa, in contrasto con il vasto
e misterioso paesaggio naturale che si estende davanti a
lui. Al di sotto della scogliera, rocce aguzze e frastagliate
emergono dalla superficie dell'acqua, suggerendo un
terreno selvaggio e inospitale. In lontananza, si distinguono
altre formazioni rocciose che emergono dalla nebbia, quasi
come isole o torri che si ergono nel mare.

- Colori e Luci: Friedrich utilizza una tavolozza tenue e


sfumata dominata da tonalità grigie, bluastre e verdi. I colori
sono mescolati abilmente per creare un effetto di nebbia e
atmosfera, conferendo all'opera un senso di mistero e spiritualità. Le luci filtrano attraverso
la nebbia in modo irregolare, aggiungendo profondità e creando un gioco di chiaroscuri che
accentua la profondità prospettica e la dimensione metafisica della scena.

- Tecnica: Friedrich utilizza una tecnica pittorica sofisticata: una pennellata morbida e
sfumata per rappresentare la nebbia e l'atmosfera velata, mentre i dettagli delle rocce e delle
onde sono delineati con precisione e minuzia. Questo contrasto tra morbidezza e dettaglio
contribuisce a enfatizzare la dualità tra la solidità delle rocce e l'effimero della nebbia, oltre a
evocare un senso di trascendenza e incertezza.

Il dipinto esplora temi profondi e universali come la grandezza della natura, la solitudine
dell'individuo di fronte all'infinito e l'inquietudine esistenziale. La figura del viandante
rappresenta l'uomo romantico in cerca di significato e di connessione spirituale nella natura
selvaggia e indomita. La nebbia, avvolgente e enigmatica, simboleggia il mistero
dell'esistenza umana e l'incertezza del destino, invitando lo spettatore a riflettere sulla
propria condizione e sulle proprie aspirazioni spirituali.

Questo capolavoro di Friedrich rimane un'icona del Romanticismo, celebrato per la sua
capacità di evocare emozioni profonde attraverso la potenza visiva dei paesaggi naturali.

Filosofia: Schopenhauer

Vita e Influenze

Arthur Schopenhauer nacque il 22 febbraio 1788 a Danzica, città che all'epoca era una città
libera e non parte dell'Impero Germanico. Suo padre, un ricco commerciante con affari
internazionali, lo espose sin da giovane ai viaggi e alla cultura europea, permettendogli di
apprendere diverse lingue, tra cui il francese e l'inglese. Fu solo più tardi che studiò il greco
e il latino.

Nel 1805, alla morte del padre, la madre di Schopenhauer si trasferì a Weimar, dove aprì un
salotto letterario e Schopenhauer entrò in contatto con i circoli culturali dell'epoca, avendo
l'opportunità di conoscere personalmente Goethe. Nonostante le aspettative paterne di un
futuro nel commercio di famiglia, Arthur decise di seguire le sue inclinazioni filosofiche. Nel
1809 si iscrisse alla facoltà di medicina a Gottinga, ma presto si orientò verso la filosofia,
laureandosi nel 1813 a Jena con una tesi intitolata "Sulla quadruplice radice del principio di
ragion sufficiente". La tesi attirò l'attenzione di Goethe, il quale gli propose una
collaborazione su teorie ottiche.

Dal 1814, Schopenhauer iniziò a lavorare alla sua opera principale, "Il mondo come volontà
e rappresentazione". Pubblicata nel 1818, l'opera inizialmente non ricevette grande
attenzione dal pubblico. Tuttavia, nel 1820 ottenne la libera docenza all'Università di Berlino,
dove le lezioni di Hegel erano all'apice della popolarità. Schopenhauer, contrario
all'idealismo hegeliano, considerava Hegel un "ciarlatano" e un avversario della verità, tanto
da fissare le sue lezioni in contemporanea con quelle di Hegel. Tuttavia, la sua mossa non
ebbe successo, e le sue lezioni furono scarsamente frequentate.

Deluso dall'insuccesso accademico, Schopenhauer abbandonò l'insegnamento e, dopo un


periodo di viaggi in Italia, tornò in Germania. Dal 1825 al 1831 visse a Berlino, fino
all'epidemia di colera che portò alla morte di Hegel. Schopenhauer si stabilì definitivamente
a Francoforte, dove rimase fino alla sua morte nel 1860. Durante questo periodo, continuò a
pubblicare vari lavori, che, sebbene ricevettero qualche riconoscimento, non gli portarono il
successo desiderato. Solo con la pubblicazione di *"Parerga e paralipomena"* nel 1851,
Schopenhauer ottenne il riconoscimento internazionale, portando a una rivalutazione anche
delle opere precedenti.

Influenze Filosofiche

Il pensiero di Schopenhauer riflette una sintesi di diverse influenze filosofiche. Da Kant,


adottò concetti fondamentali come il fenomeno e il noumeno, e le categorie a priori di spazio
e tempo, ma reinterpretandoli in una prospettiva più pessimistica. Da Platone derivò la teoria
delle idee, mentre dal Romanticismo trasse l'irrazionalismo e l'importanza dell'arte come
forma di conoscenza intuitiva della realtà. Dall'Illuminismo incorporò un certo materialismo e
ateismo, uniti a un forte interesse per la scienza. Infine, una significativa componente
orientale si manifestò attraverso l'influenza del pensiero buddhista e induista, appreso grazie
agli studi sulle filosofie orientali, influenze che si riflettono nella sua visione del dolore e del
desiderio.

Confronto tra Kant e Schopenhauer

Kant
Secondo Kant, la realtà come esiste in sé stessa (noumeno) è inconoscibile per l'uomo.
L'umanità può accedervi solo attraverso il suo apparato conoscitivo, che interpreta i dati
sensoriali secondo le forme pure a priori di spazio e tempo e le 12 categorie dell'intelletto
come causalità e sostanza. Kant sostiene che il noumeno non possiede né spazio né tempo;
questi sono modi tramite i quali la nostra sensibilità costruisce fenomeni spazio-temporali. I
fenomeni così creati sono poi interpretati dall'intelletto attraverso le categorie, rendendo la
conoscenza del mondo fenomenico possibile ma limitata alle condizioni della nostra
esperienza sensibile.
Schopenhauer
Schopenhauer condivide con Kant l'idea della distinzione tra fenomeno e noumeno, sebbene
per lui il noumeno sia conoscibile attraverso un'esperienza intuitiva diretta, ovvero la volontà
di vivere. Anche Schopenhauer riconosce che spazio e tempo sono forme a priori della
sensibilità, ma sottolinea che la volontà è l'essenza stessa della realtà, manifestandosi come
fenomeno. Mentre per Kant solo la sensibilità ha una conoscenza intuitiva del noumeno, per
Schopenhauer anche l'intelletto, attraverso un'intuizione più profonda, può percepire la
volontà come la forza motrice dietro tutti i fenomeni.

Differenze Fondamentali
Una differenza significativa tra le due filosofie riguarda il ruolo dell'intelletto: per Kant,
l'intelletto ha una conoscenza mediata dalla sensibilità, mentre per Schopenhauer l'intelletto
stesso ha una conoscenza intuitiva del noumeno come volontà. Inoltre, mentre Kant
sostiene che il soggetto conoscente costruisce il mondo fenomenico attraverso le forme pure
a priori, Schopenhauer crede che la realtà fenomenica sia una manifestazione diretta del
noumeno, la volontà di vivere, che è alla base di tutta l'esperienza fenomenica. Per
Schopenhauer, la scoperta di questa vera realtà ha implicazioni etiche profonde, più che
scientifiche.

Confronto col Buddhismo

Schopenhauer ritiene che il noumeno corrisponda alla volontà di vivere, una conclusione
influenzata anche dalla sua formazione illuminista che lo portò a una visione pessimistica e
materialistica della realtà. Secondo lui, è grazie alla nostra costituzione materiale, al nostro
corpo, che possiamo penetrare il velo di Maya (l'illusione della realtà fenomenica) e
comprendere il noumeno come volontà.

Essendo anche corpo, possiamo percepire il nostro corpo esternamente come oggetto e
internamente come desiderio e volontà. Ogni parte del nostro corpo, secondo
Schopenhauer, è espressione di questa volontà di vivere: l'apparato digerente esprime il
desiderio di nutrirci, quello sessuale il desiderio di riprodurci, e così via.

In sintesi, secondo Schopenhauer, tutto in noi manifesta questo desiderio intrinseco, questa
volontà di vivere; l'uomo stesso è essenzialmente volontà. È attraverso questa volontà,
quindi attraverso il corpo, che l'essere umano può comprendere ciò che si trova dietro la
rappresentazione illusoria della realtà.

Schopenhauer vede una corrispondenza tra la sua filosofia e il pensiero buddhista. Secondo
il Buddha, nella dottrina delle Quattro Nobili Verità, la vita è caratterizzata dal dolore (prima
verità) e la causa di questo dolore è il desiderio (seconda verità). La terza nobile verità
buddhista insegna che per liberarci dal dolore dobbiamo eliminare il desiderio, mentre la
quarta nobile verità propone l'Ottuplice Sentiero come mezzo per raggiungere questa
liberazione.

Mentre Schopenhauer propone l'arte, la morale e l'ascesi come vie di liberazione dal
desiderio e dal dolore, per il Buddhismo la liberazione è ottenuta attraverso un percorso
spirituale specifico e sistematico, l'Ottuplice Sentiero, che comprende comportamenti etici,
pratiche meditative e sviluppo della saggezza.
Volontà di Vivere

Schopenhauer considera la volontà di vivere come un concetto centrale nella sua filosofia.
Contrariamente alla nostra volontà cosciente che pianifica razionalmente la vita, la volontà di
vivere è un impulso primordiale e irrazionale, simile al desiderio nel Buddhismo, presente in
ogni forma di esistenza.

Questo impulso è inconscio e pervade tutto ciò che esiste, indipendentemente dalla
razionalità o dalla consapevolezza degli esseri. Mentre l'idealismo vede il mondo come
manifestazione di uno spirito finalizzato, Schopenhauer sottolinea che la volontà è priva di
finalità e completamente irrazionale.

Un aspetto fondamentale della volontà è la sua unicità: questo impulso fondamentale è


identico per ogni essere nell'universo, suggerendo che la volontà rappresenti un principio
unitario che sottende la molteplicità delle forme fenomeniche.

Schopenhauer afferma inoltre che la volontà è eterna e atemporale, al di là del tempo e delle
forme fenomeniche. Essendo incausata, sfugge al principio di causalità e non è sog

getta alle categorie di spazio, tempo e causalità che caratterizzano la nostra percezione del
mondo.

Infine, la volontà di vivere è autosufficiente: trova il suo unico scopo in se stessa,


nell'impulso irrazionale di esistere. Non è motivata da obiettivi esterni, ma esiste
semplicemente per il fatto di esistere.

Schopenhauer descrive un processo di manifestazione della volontà che attraversa stadi


intermedi prima di manifestarsi come la realtà fenomenica che percepiamo. Questi stadi
iniziano con forme universali ed eterne, che precedono la percezione fenomenica e sono
caratterizzati dall'immobilità e dalla mancanza di cambiamento.

Secondo Schopenhauer, il mondo fenomenico è intrinsecamente caratterizzato dal dolore,


che forma la base dell'esistenza umana. Questa visione pessimistica riflette la sua critica
radicale nei confronti di ogni forma di ottimismo e idealismo.

La natura, secondo Schopenhauer, è l'espressione visibile della volontà di vivere. È


attraverso la natura che la volontà si manifesta fenomenicamente, con tutte le sue sfumature
e contraddizioni. La natura non è solo il palcoscenico su cui si svolge la drammatica
esistenza umana, ma è anche il riflesso della volontà che permea ogni aspetto della vita.

Infine, Schopenhauer sostiene che l'arte, la religione e l'ascesi sono vie attraverso le quali è
possibile liberarsi dal dolore insito nella volontà di vivere. Queste forme di liberazione
permettono di trascendere temporaneamente la condizione dolorosa della vita attraverso
l'arte, l'esperienza religiosa o la negazione dell'ascesi.

In sintesi, la volontà di vivere secondo Schopenhauer rappresenta un concetto profondo che


permea tutta la sua filosofia, offrendo una comprensione radicale della natura umana e
dell'esistenza nel mondo attraverso un impulso inconscio, irrazionale, unico, eterno,
incausato e autosufficiente, espresso attraverso la manifestazione fenomenica della natura
stessa.

Le Vie di Liberazione dal Dolore

Secondo Schopenhauer, ci sono tre vie di liberazione dal dolore: l'arte, la morale e l'ascesi.
L'arte è strettamente collegata all'aspetto platonico della sua filosofia. La volontà di vivere si
manifesta negli archetipi universali, paragonabili al mondo delle idee di Platone, dove la
volontà esiste in uno stato di universalità, eternità e immutabilità, al di là di spazio, tempo e
causalità.

Quando un artista crea un'opera d'arte, attraverso il suo genio, non è più un individuo umano
ma diventa il soggetto universale che contempla le forme universali (gli archetipi), uscendo
così dalla rappresentazione fenomenica che è causa del dolore nella vita. Quando altri
contemplano quest'opera d'arte, sono condotti in questa dimensione priva di dolore,
caratterizzata da eternità, universalità e immutabilità.

Secondo Schopenhauer, la musica è ancora più efficace in questo senso rispetto alle altre
forme d'arte, poiché è una manifestazione diretta della volontà. Attraverso la musica si
accede direttamente all'essenza stessa della volontà e si comprende meglio la realtà.

Tuttavia, l'arte ha un limite: la sua capacità di condurre alla dimensione degli archetipi
universali e alla liberazione dal dolore è momentanea ed effimera, limitata al tempo della
contemplazione artistica. Una volta terminata la contemplazione, si ritorna al mondo
fenomenico, dove il desiderio e il dolore continuano.

La morale offre una dimensione più duratura, seppur parziale. Superando la concezione
individualistica della vita (aiutata anche dall'arte), si comincia a vedere gli altri come
espressioni della stessa forma universale, il che non avviene nella vita quotidiana. Nella
morale, ci si astiene dal fare del male agli altri per proprio vantaggio (aspetto negativo). Un
livello più maturo della morale è lo sviluppo della compassione, avvertendo i bisogni degli
altri come propri e cercando attivamente di fare del bene (aspetto positivo).

Nella dimensione morale, il dolore non scompare come nell'arte, ma è mitigato perché si
evita la guerra contro gli altri, che altrimenti produrrebbe ulteriore dolore. La scelta morale è
duratura, a differenza dell'effimera liberazione offerta dall'arte.

Infine, l'ascesi rappresenta la vera liberazione dal dolore. È la tendenza a smettere di


esercitare la volontà, rinunciando attivamente al desiderio. Non è solo smettere di
desiderare, ma una rinuncia attiva al desiderio stesso, un desiderio di non desiderare.
Attraverso l'ascesi, si tende alla nolontà, smettendo di alimentare la volontà e desiderando
attivamente di non desiderare. Questo stato porta a un'esperienza di pace indescrivibile, che
Schopenhauer paragona al Nirvana, uno stato di completa liberazione e pace.
Inglese: The Romantic Poetry and S.T. Coleridge

English Romanticism began with the publication of the "Lyrical Ballads," a collection of
poems written by William Wordsworth and Samuel Taylor Coleridge. Wordsworth contributed
with poems that are romantic in spirit, subject and language. He was also very influential
with some of his poems where he wrote about childhood and his primitive innocence.
In the "Lyrical Ballads," Coleridge contributed with poems on supernatural and magical
subjects, such as "The Rime of the Ancient Mariner," his most famous poem. "Kubla Khan"
was another poem set in an exotic and semi-magical land. These and other works by
Coleridge constitute his "Demonic Poems," as they are called, which explore an important
area of Romantic sensibility. Together, Wordsworth and Coleridge represented the two souls
of English Romanticism: the ordinary world and the supernatural.

Samuel Taylor Coleridge

Coleridge was born in 1772, in Devonshire. He studied at Christ’s Hospital School in


London, and then in Cambridge, but never graduated. Coleridge was influenced by French
revolutionary ideals and he collaborated with William Wordsworth in the 1797-1799 period.
Coleridge died in 1834.
His most important works are:
- “The Rime of the Ancient Mariner” (1798), the first poem of the collection Lyrical
Ballads
- Kubla Khan (1816), composed under the influence of opium
- Biographia Literaria (1817), a classic text of literary criticism and autobiography

His best-known poems, the Demonic Poems, share the presence of the supernatural; “The
Rime of the Ancient Mariner”, “Christabel” and “Kubla Khan” are all dreams of haunted souls
and behind their ballad-like simplicity it's possible to see mysterious forces.
Coleridge is a perfect example of a romantic personality: a genius who never fully realized
his potential.
His idealism influenced later political and philosophical thinking in England and America; his
literary criticism is also important, particularly against Shakespeare.

"The Rime of the Ancient Mariner”

"The Rime of the Ancient Mariner” tells the story of an old sailor who stops a wedding guest
to narrate his tale. During a sea journey, the mariner kills an albatross, a bird considered a
good omen, without any reason. This brings misfortune to the ship, which gets trapped in the
middle of the ocean without wind, and the crew dies of thirst. The other sailors blame the
mariner and hang the dead albatross around his neck.

A ghost ship with Death and Life-in-Death on board appears, and they claim the souls of the
crew, leaving the mariner to suffer alone. In a moment of desperation, the mariner blesses
the sea creatures, and the albatross falls from his neck, marking the start of his redemption.
The ship is guided back to his homeland by mysterious forces, and once on land, the
mariner is condemned to wander the world, telling his story to atone for his sin. He teaches
his listener to respect and love all living creatures.

- Interpretations

"The Rime of the Ancient Mariner" is interpreted as a psychological study of guilt, suffering,
and atonement. According to one interpretation, killing the albatross represents a sin against
nature and God, with the Mariner having to undergo a sort of purgatorial purification before
achieving salvation. A key moment is when he blesses the sea creatures, marking the
beginning of his redemption. Another interpretation sees the Mariner as an artist in search of
truth, ultimately saved by the power of imagination. Upon returning to the ordinary world, he
shares his lesson of love and respect for all of God's creatures with a wedding guest, making
him a wiser man.

Storia della musica: L.V. Beethoven, Sinfonia n.6 “Pastorale”

Ludwig Van Beethoven, considerato il maggior precursore del Romanticismo, nasce a Bonn
nel 1770, in una famiglia di musicisti: il nonno maestro di cappella, il padre tenore ed
insegnate nella stessa cappella del padre.
Si dice che il musicista sia stato educato in maniera estremamente severa, soprattutto per
via di suo padre, che avendo qualche problema con l'alcool aveva riversato tutti i dolori sul
figlio. La sofferenza e la solitudine del compositore si ritrova da subito nelle sue opere che
fondono l’arte con la vita.

Nel corso degli anni ottenne incarichi molto importanti: assistente organista, maestro di
cappella e Organista di corte, incarico per cui riceveva un salario, al contrario degli altri.
Diventa poi allievo del maestro Neefe, tedesco, che lo avvicina alla musica. Nel 1784 si reca
a Vienna per farsi conoscere e per studiare con Mozart, tornerà però a casa dopo sole 2
settimane poiché le condizioni della madre inizieranno a peggiorare sempre di più finché
questa non morirà: a questo punto Beethoven dovrà caricarsi anche delle spese e delle
questioni familiari.
Nel 1792 a Bonn mostra una sua Cantata a Haydn, che si offre di prenderlo come suo
allievo; lo stesso anno muore anche il padre.

Fase viennese
Vienna diviene presto una casa per Beethoven, in cui è capito ed amato. Sotto la protezione
di nobili importanti e di Haydn si esibisce in numerosi concerti diventando famoso come
pianista dotato e brillante. La produzione di vienna non rappresenta però lo stile vero e
proprio del musicista, poiché influenzata da tendenze come l’opera italiana, il contrappunto
Bachiano, la scuola gluckiana, ma anche Clementi, Haydn e Mozart. I principali generi che
Beethoven toccò sono la sonata per pianoforte, il quartetto per archi, la musica da camera,
la sinfonia e il concerto.

Maturità
Su consiglio del medico si ritira in campagna, ed è qua che scrive il famosissimo testamento.
Questi anni sono incredibilmente produttivi: scrive un'opera, sei sinfonie, quattro concerti,
diversi quartetti e alcuni Lieder. In questo periodo la sua salute si aggrava, continuerà però a
lavorare con passione e a dirigere le sue opere in pubblico.

Pensione annua
Nel 1809 il conte di Westfalia gli offre di diventare maestro di cappella ma tre nobili viennesi,
pur di non farlo allontanare dalla città, gli garantiscono una pensione annua. Questo è un
gesto simbolico che non era ancora stato compiuto nella storia della musica: l’affetto verso
un musicista da parte di una città che non vuole perderlo perché onorata di averlo tra i propri
cittadini.
Questo gesto voleva ribadire l'importanza e l’impronta che lasciò il compositore nella città di
Vienna; egli non aveva rivali perché tutti i musicisti viennesi erano suoi allievi. Il 25 gennaio
1815 si esibisce per l’ultima volta con il Concerto n. 5 in presenza dei partecipanti del
congresso (vienna viene assediata da napoleone, siamo nel periodo del congresso di
vienna).

Ultimi anni
Agli ultimi dieci anni appartengono alcune delle opere più celebri e importanti: La Nona
sinfonia, la Missa solemnis, gli ultimi quartetti. Nel 1827 muore, il suo funerale fu una
celebrazione grandissima, sfilò un corredo funebre, tutti i musicisti viennesi erano presenti,
schubert trasportò la tomba di Beethoven in segno di grande dedizione.

Produzione
Sinfonie: Ludwig van Beethoven ha composto nove sinfonie, tra cui la famosissima
"Sinfonia n. 9" con il finale corale; Concerti per pianoforte: Ha scritto cinque concerti per
pianoforte, inclusi il "Concerto n. 5" noto come "L'Imperatore"; Sonate per Pianoforte: è
autore di 32 sonate per pianoforte, tra cui la "Patetica" e la "Appassionata"; Quartetti
d'Archi; Musica Sacra: Tra le sue opere sacre spiccano la "Missa Solemnis" e varie messe;
la sua unica Opera completa, "Fidelio".

Sinfonia n.6 “Pastorale”

La Sinfonia n. 6 in fa maggiore Op. 68, detta “Pastorale” è una sinfonia di Beethoven,


composta tra il 1807 e il 1808. È una delle poche opere beethoveniane dotate di un impianto
programmatico esplicito; debuttò il 22 dicembre 1808 al Theater an der Wien.
La sinfonia presenta dei legami forti con la natura infatti, proprio in quegli anni, Beethoven
passava molto tempo in campagna. Questi forti legami sono percepibili dal titolo “Pastorale”
e dalla presenza di titoli che richiamano alla vita di campagna per ciascun movimento.

Struttura

La sinfonia si articola in 5 movimenti:


- 1. Allegro ma non troppo: Risveglio di sentimenti lieti all'arrivo in campagna
- 2. Andante molto mosso: Scena al Ruscello
- 3. Allegro: Allegra riunione di contadini
- 4. Allegro: Temporale, tempesta
- 5. Allegretto: Canto di pastori, sentimenti di allegria e di riconoscenza dopo la
tempesta
Il primo movimento “Risveglio di sentimenti lieti all'arrivo in campagna” apre la sinfonia con
un tema calmo e riflessivo esposto dagli archi che richiama proprio a un risveglio. Il
movimento si apre con un'introduzione lenta e maestosa, in cui gli archi espongono un
motivo che sembra rappresentare il risveglio della natura e dei sentimenti felici. Questo tema
iniziale è ampio e solenne, caratterizzato da lunghe frasi melodiche e armonie che evocano
un senso di grandiosità e apertura.
Il tema principale, che emerge dopo l'introduzione, è caratterizzato da un ritmo vivace e
giocoso, tipico delle danze rustiche. Gli archi e i legni iniziano a esporre melodie più agili e
vivaci, che suggeriscono l'arrivo in campagna e l'inizio di un'esperienza gioiosa e serena.
La forma del primo movimento è quella classica di un allegro in forma sonata; il movimento è
pervaso da un carattere luminoso e aperto che riflette il tema pastorale e il senso di gioia e
serenità associato alla vita in campagna.

Il secondo movimento “Scena al Ruscello” rappresenta una scena idilliaca e si apre con un
tema delicato e sereno presentato dai violini, che evoca il mormorio e il fluire dell'acqua del
ruscello. Il suddetto tema durante tutto il movimento viene ripreso e variato da più strumenti,
quasi creando un dialogo fra essi. Oltre ai violini che introducono il tema, ci sono interventi
dei legni e degli archi che contribuiscono a creare un quadro sonoro ricco e dettagliato.
Questo movimento comunica un senso di pace interiore e di connessione con la natura;
questo contrasta con gli altri movimenti, più dinamici e tempestosi, offrendo un momento di
riflessione e di contemplazione. Le dinamiche sono generalmente morbide, con passaggi
che si alternano tra momenti di intensità più sottile e episodi di calma assoluta.
Il movimento è strutturato in modo più libero rispetto al primo movimento, con episodi che si
susseguono senza una rigida forma sonata o di variazione. Questa struttura permette a
Beethoven di esplorare liberamente il tema della natura e di creare un'immagine musicale
che riflette la varietà e la bellezza della campagna.

Il terzo movimento “Allegra riunione di contadini” è il più breve dei 5 e inizia con
un’atmosfera quasi misteriosa data dagli staccati degli archi, alternata con un tema del flauto
fortemente lirico, poi ripreso anche da oboi e violini. Questa alternanza arriva a un
crescendo che sfocia nella seconda parte del movimento, più energica, caratterizzata
dall’uso del fortissimo e di alcuni sforzati. In questa seconda parte i corni hanno un ruolo
importante mentre sotto i violini hanno degli arpeggi; come prima, ritorna un tema molto
lirico, questa volta esposto dall’oboe.
Questo tema viene ripetuto diverse volte: la prima presenta un dialogo fra l’oboe e il fagotto;
la seconda è presente ancora questo dialogo ma alla fine si introduce il clarinetto che
dialoga col corno, che riprende il tema e dialoga ulteriormente con clarinetto e oboe. In
questa cornice gli archi accompagnano in pianissimo.
Arriva poi una terza parte più mossa e forte, in cui spicca molto l’uso dei timpani. Vi è una
ripetizione del movimento che si conclude con un’ulteriore ripresa della prima parte che
funge però da ponte per il quarto movimento.

Il quarto movimento “Temporale, tempesta” è il culmine emotivo della sinfonia, che celebra la
bellezza e la grandezza della campagna attraverso una rappresentazione musicale della
tempesta.
Il movimento inizia con un crescendo che gradualmente intensifica la tensione, evocando
l'avvicinarsi imminente della tempesta. I ritmi e le dinamiche dell'orchestra imitano il vento
che si intensifica, il tuono che rimbomba e i lampi che squarciano il cielo. Questo crea
un'atmosfera di drammaticità e turbolenza, che riflette la forza impetuosa della natura in
tempesta.
Nonostante la tempesta, Beethoven non abbandona del tutto i temi pastorali e sereni
introdotti nei movimenti precedenti della sinfonia; vi è infatti un contrasto tra la tranquillità
della campagna prima della tempesta e la furia di essa. È un'esperienza sonora che segue
una narrativa chiara: dall'arrivo e dall'accumularsi della tempesta, al suo culmine con il
massimo della violenza naturale, fino al suo gradualmente dissolversi e al ritorno alla calma.

Il quinto movimento "Canto di pastori, sentimenti di allegria e di riconoscenza dopo la


tempesta” rappresenta un momento di serenità e riflessione dopo il tumulto del movimento
precedente; questo movimento è una celebrazione della natura e delle emozioni umane
suscitate dall'esperienza della tempesta e dalla conseguente calma.
Il movimento è strutturato secondo una forma sonata modificata: si apre con un tema dolce
e sereno eseguito dai legni. Questo tema è melodioso e pacato e ciò contrasta con il
dramma del movimento precedente che rappresenta il temporale.
Il tema principale si sviluppa attraverso variazioni melodiche e orchestrali; il movimento non
segue rigidamente il tradizionale schema di esposizione, sviluppo e ripresa, ma piuttosto
fluisce attraverso episodi musicali che si sviluppano organicamente.
Il culmine del movimento raggiunge un punto in cui la musica sembra riflettere un senso di
gratitudine e di gioia per la bellezza della natura e per il superamento della tempesta.
Questo momento di climax è enfatizzato attraverso l'uso sapiente delle dinamiche, delle
armonie e delle tessiture orchestrali.
Il movimento conclude ritornando al tema principale, portando a una conclusione pacifica e
contemplativa. Questo ritorno rappresenta un circolo narrativo che evoca un senso di
chiusura e di equilibrio emotivo dopo l'esperienza tumultuosa del temporale.

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