Lucano:
LA VITA:
Marco anneo lucano è il nipote di seneca, figlio del fratello Anneo Mela.
Nasce nel 39 a cordua e si trasferisce a roma già da piccolo con la famiglia. Qui comincia anche lui a studiare filosofia
stoica, sotto la guida di un maestro Anneo Cornuto (suo parente). Era giovane rispetto allo zio seneca, che era andato a
vivere in Egitto, poi esilio ecc, e non si frequentavano molto. Quando inizia in quinquennium aureum di Nerone Lucano,
che frequentava la corte (avevano la stessa età)l diventa uno dei suoi amici più intimi, entra nella cerchia ristretta di
Nerone.
Frequenta la corte, le feste, le amicizie che gravitano intorno a Nerone ed è molto stimato da questo perchè ha
grandissime capacità poetiche, ha un talento per la poesia e per la letteratura. Sappiamo che Nerone aveva anche lui la
passione di comporre versi tra cui tragedie (la caduta di Troia, ispirandosi all’incendio di roma), e si circondava di talenti
letterari. All’inizio queste sfide tra i due erano costruttive, poetavano insieme ecc, successivamente però istituisce dei
giochi (agoni) che lui chiama neroniadi = giochi olimpici della poesia (si tenevano ogni 5 anni e fece costruire un
apposito teatro di Nerone dove avvenivano questi giochi, era meraviglioso, preziosissimo con marmo e stucchi dorati e di
cui si persero le tracce, e circa 6 mesi fa però l’anno trovato: nelle fondamenta del palazzo principesco a roma facendo
delle sistemazioni nel giardino della villa, sono uscite delle colonne) : qui Nerone gareggiava, suonava la libera e
dichiarava i suoi versi. Lucano era molto più bravo di Nerone e inizialmente Nerone rimane ammaliato, lo imita, gli chiede
consigli ecc, mentre poi ad un certo punto Nerone, quando inizia a eliminare tutti che lo infastidiscono, lo vede con
un’aria sospettosa, perchè pensava fosse troppo bravo e dovettero limitarsi, anche perché agi giochi di Nerone doveva
vincere Nerone stesso.
Questa situazione idillica copre il periodo del quinquennium aureum : addirittura lucano vince una volta con un’opera che
celebrava il principe. Presto però questo astio che aveva verso seneca si ripercuote sulla sua famiglia, e vede lucano in
modo diverso, negativamente = lo sappiamo perchè sia seneca che lucano ci dicono che erano stati estromessi dalla
corte, non veniva più invitato a feste e celebrazioni e addirittura Nerone lo punisce, senza un valido motivo, impedendogli
di pubblicare versi (nel senso di recitarli pubblicamente) o di stampare i volumi.
Questo è avvisaglia dello stato d’animo di Nerone verso questa famiglia. Lucano non dice il motivo per cui i rapporti si
incrinano forse perchè sperava di poterli recuperare e ritornare nelle sue grazie, ma ciò non accadde.
Lucano fu fra i primi ad aderire alla congiura dei pisoni, che fu comunque la disgrazia della sua intera famiglia, nel 65 ma
questa viene sventata grazie a delle spie di Nerone, che fa arrestare tutti i congiurati. Quando Nerone viene a sapere che
tra questi nomi c’è Lucano, che non aveva comunque la certezza per seneca, gli invia l’ordine di uccidersi: o lo faceva lui
o lo facevano loro. Lucano non aveva l’autarkeia dello zio e pianga, lo supplica, che avrebbe collaborato nello sventare la
congiura facendo dei nomi: le fonti successive dicono che per salvarsi la vita (arrivare all’esilio) fa i nomi di tutti coloro
che conosceva arrivando a nominare sua madre fra i congiurati, condannandola a morte. Perchè lo fa? È una notizia
incerta, ma se fosse vero ha un animo abbastanza acceso, non è un saggio storico.
Sappiamo che la madre quando ancora era ragazzo aveva abbandonato la famiglia per poi divorziare e sposare unaltro
uomo, abitando senza di lui molto lontano = lucano aveva quindi molto rancore e quando fa i nomi mette il nome della
madre, che probabilmente era tornata a vivere a roma (sennò non aveva senso che avesse partecipato alla congiura).
Nerone però non cambia idea e nonostante avesse collaborato non lo grazia e gli conferma l’ordine di uccidersi,
mandandogli i pretoriani per accertarsi della cosa. Allora muore come gli stoici tagliandosi le vene a 26 anni.
Noi lucano lo conosciamo perchè ebbe molta fama sopratutto nel medioevo, perché viene rivalutato, grazie sopratutto a
dante che cita la Farsalia nel canto di giustiniano perchè aveva come personaggi dell’opera cesare, pompeo e Catone
l’uticense (dante considerava il suo suicidio come titanico, che viene compito in nome della libertà).
Scrisse tantissime cose, era molto veloce e prolifico nella scrittura: scrive la “laudes neronis” , poi scrive una tragedia
Medea, poi un poema sull’imitazione del coso di Troia di Nerone, anche se in realtà era Nerone che l’aveva copiato : opera
in cui scrive l’incendio di roma.
Non ci perviene niente delle opere di lucano tranne il poema epico, perchè viene ricopiata nel periodo medievale. L’opera
si intitola il “Bellum Civile” = al nominativo.
Durante il suo principato, Nerone diede un grande impulso alle arti, favorendo una fioritura letteraria. Lo spirito dei nuovi
tempi viene interpretato da lucano, che nel suo bellum civile rovescia i modelli della tradizione, in primis virgilio,
proponendo un poema epico di impianto storico incentrato sulla guerra tra cesare e pompeo : è amaro nei contenuti,
privo di eroi, di speranza e di dei, è immerso in un’atmosfera cupa tra incantesimi nefasti marghe, sogni funesti e
macabre descrizioni di morti in battaglia.
In linea con i contenuti lo stile si basa sull’enfasi e sugli effetti orrorosi.
• Lucano/Nerone :
l’opera è la vita stessa di Lucano testimoniano le difficoltà del rapporto tra gli intellettuali e la corte di un princeps
(sperimentato anche da seneca) che ponendosi come mecenate delle arti, rivela gradualmente il suo volto intollerante.
Nei primi anni del principato (quinquennium aureum) Lucano frequenta gli ambienti di corte, e apre addirittura la sua
opera con un elogio a Nerone. Questa situazione di stabilità si rivela però essere un illusione con l’avvento della congiura
dei pisoni, di cui Lucano cade vittima. E anche il bellum civile si trasforma in un amaro compianto sulla passata grandezza
di Roma, che il poeta vede avviata ad un fatale tramonto.
ELOGIO A NERONE:
Alcuni lo ritengono insincero, come l’Apokolokynthosis di seneca, altri invece lo ritengono considerano ad una reale
ammirazione per il principe, in quanto risale al periodo in cui ancora erano in buoni rapporti, e inoltre lui gliele ah letta =
molti però pensano che l’abbia modificata rispetto a quella che ha recitato al principe.
Inizia dicendo che il giorno con cui Nerone morirà e si trasformerà in astro, potrà scegliere quale dio essere e come
governare.
Lo invita però a non scegliere la sede in nessuno dei due emisferi, nord e sud, per non guardare roma di traverso =
potrebbe alludere allo strabismo di Nerone, che si fa fare occhiali con un grosso rubino limato e che si metteva davanti
all’occhio per vedere meglio le cose.
L’immagine dello stesso principe che grava col suo peso nella parte di cielo da lui occupata, turbando addirittura
l’equilibrio dell’asse celeste, potrebbe evocare la pinguedine da cui il personaggio era affetto. (Era obeso)
L’ipotesi più probabile rimane tuttavia che il testo sia sincero sopratutto perchè il suo fulcro si trova in realtà nei versi
finali, nei quali il regno del giovane principe è visto come una riproposizione della pag augustea.
IL BELLUM CIVILE (LA FARSALIA):
È un poema epico di circa 8.000 esametri suddiviso in 10 libri, dedicato alla regolazione della guerra civile tra cesare e
pompeo.
Nelle biografie di lucano giunte a noi l’opera viene chiamata “bellum civile”, ma in un passo dell’opera (che tu viva o mia
farsalia) in realtà lucano stesso sembra chiamarla farsalia. = pianura dello scontro decisivo della battaglia.
La morte prematura impedì a lucano di completare il poema, i cui libri sarebbero dovuti arrivare al numero 12 e non
fermarsi al 10 (che si interrompe bruscamente ed è molto più corto degli altri) attenendosi ai canoni dell’eneide virgiliana
per quanto riguarda la struttura (riprendendo anche il tema della catabasi nel 6 libro).
È complesso sia nella struttura che nella trama e tratta della guerra civile che scoppia tra cesare e Pompeo, due parenti
che si uccidono a vicenda, quindi in età repubblicana, età che Lucano non vive in prima persona ma che conosce
attraverso le fonti letterarie: bellum civile di Cesare, le opere di cicerone ecc.
Per la prima volta nel poema epico parla di due uomini che hanno fatto la storia della repubblica romana non
difendendola, ma portando alla fine degli ideali repubblicani = in condottieri infatti combattono per se stessi e per il loro
potere. Entrambi infatti vogliono sostituire al bene dello stato il loro bene personale cioè l’aumento del loro potere :
questo è “l’inizio della fine” della repubblica e l’avvento del principato.
L’avvento di questo principato, dovuto quindi alle gesta di un uomo arrogante quale cesare, che distrugge le fondamenta
dello stato, sfocia infine in una dinastia, in una sequenza di principi che portano poi a Nerone, mandante della morte
dello stesso Lucano.
Nonostante Lucano abbia avuto una formazione di impianto stoico, non c’è niente dell’ottimismo provvidenziale dello
stoicismo, del cosmopolitismo, ecc: e fa emergere le contraddizioni che nascono dall’impossibilità di intendere il suo
provvidenzialismo come chiave interpretativa della drammatica realtà storica di una società, quella romana, avviata ad
una fatale autodistruzione. Gli uomini non sono amici tra loro, ma uno vuole sempre prevalere sull’altro. Questa visione
dell’impero lo sta portando alla rovina perchè ogni popolo ed etnia si disgrega senza un ideale di concordia repubblicano:
c’è solo l’odio tra gli altri e un princeps che vuole autorizzare il suo potere con il terrore = alla prima occasione così ti
fanno fuori.
Il poema è incompleto a causa della prematura morte suicida di Lucano, infatti si suppone che l’opera avrebbe dovuto
avere 12 libri non 10, seguendo i canoni virgiliani del poema epico.
Riprende questi canoni anche nel libro 6 in cui nell’ Eneide è presente la catabasi (= discesa di Enea agli inferi) mentre
nella farsalia è presenta la scena della Necromanzia in cui non è l’eroe che scende agli inferi, ma sono gli inferi che
tramite la resurrezione di un morto arriva dall’eroe, in questo caso Pompeo. (Tramite un rituale di stregoneria da parte di
una maga di nome Eritto).
Nella pianura di Farsalo avviene proprio lo scontro decisivo tra l’esercito di pompeo è quello di cesare, i cui destini si
scontrano per lasciare a Cesare la vittoria. Il poema descrive la celebrazione della fine: per la prima volta infatti non
celebra roma ma la fine di roma.
Il critico latinista Emanuele Narducci lo definisce come l’anti-Virgilio, e la sua opera “l’anti-eneide” in quanto i due poemi
sono quasi opposti:
• Eneide:
scritta nel periodo del principato di augusto : apoteosi di doma —> pax augustea. Segue la storia di un uomo, Enea che
lascia la sua terra con una missione datagli direttamente dagli dei e in quanto pius segue pedissequamente le loro
indicazioni (come nell’episodio in cui lui vorrebbe rimanere dall’amata Didone, ma Ermes gli dice di partitore e lui
ubbidisce subito). La vita dell’eroe quindi ruota intorno al colloqui delle divinità che appaiono molto frequentemente.
• Farsalia:
scritta nel periodo del principato nero, quello di Nerone : uno dei punti più bassi della storia romana in cui nella città è
diffusa la corruzione, il male, l’invidia ed è esercitato un potere assoluto da un vero e proprio dittatore in grado di
decidere la morte dei propri cittadini. Ormai la libertà repubblicana è sparita del tutto e degli dei a Roma non ne rimane
neanche uno : prima hanno fatto grande roma e ora se ne sono dimenticati, lasciando al loro posto uomini che questo
titolo se lo sono presi, non guadagnato, tra cui Claudio e Nerone, che pretendevano di essere elogiati e venerati come
delle vere e proprie divinità orientali. Gli dei pagani quindi non appaiono neanche una volta (prima volta in tutti i poemi
epici), ma sono sostituiti dagli dei degli inferi: morti che resuscitano. Assente è anche la provvidenza, che dovrebbe
governare con saggia razionalità le sorti del mondo e che invece assume i connotati inquietanti di un destino
incomprensibile e crudele.
Qui, la visione virgiliana di un impero romano voluto per decreto divino e destinato a un avvenire sempre più glorioso
viene del tutto rovesciata, per lasciare il posto a un percorso di inevitabile declino.
La coesistenza di una concezione pessimistica e la trionfalistica apoteosi di Nerone è da giustificare con il fatto che il
mutato orientamento avviene durante il libro 4 e al clima euforico del quinquennium aureum subentra la delusione della
classe senatoria, che assisteva alla progressiva trasformazione di un governo illuminato in crudele dispotismo.
Un altro elementi di distacco dal poema di virgilio è la mancanza di un protagonista. Dal punto di vista ideologico questo
dovrebbe essere pompeo perché Lucano appoggia la causa repubblicana ma non è così in quanto il condottiero, definito
irresoluto, e patetico non ha la stoffa dell’eroe come ce l’aveva Enea.
Non può essere neanche Catone che appare brevemente nel 2 libro e poi di nuovo nel 9 libro, e la cui figura non viene
analizzata più a fondo a causa dell’interruzione della stesura dell’opera.
= la sua figura però rappresentava l’unico bagliore di speranza che si fa strada in una concezione assolutamente
pessimista di una società in degrado.
Nonostante ciò il protagonista non è neanche Cesare, che viene definito come “eroe nero” e “genio del male”, e dalla cui
vittoria scaturisce il processo degenerativo della res pubblica.
Lucano perp fa trapelare più di una volta la sua ammirazione per un personaggio di levatura eccezionale, decisamente
superiore a pompeo per la sua spietata determinazione e dinamicità con le quali persegue i suoi scopi.
• Libro 1: dopo l’enunciazione dell’argomento, c’è la dedica a Nerone, e l’elencazione delle cause della guerra tra cesare
e pompeo, dei quali vengono delineati i ritratti.
• Libro 6: i due eserciti si trasferiscono in Tessaglia, dove sesto pomposo interroga la maga dritto per conoscere l’esito
del conflitto = scena della necromanzia —> rituale nefasto in cui la maga rianima un soldato morto durante la
battaglia, che parlerà di ciò che vede nell’aldilà, preannunciando la morte di pompeo.
• Libro 7: pompeo, esortato dai sostenitori intraprende la battaglia, in cui vedrà la sua sconfitta a farsalo.
• Libro 8: pompeo scappa in Egitto dal re Tolomeo, ma viene fatto assassinare e decapitare. La testa sarà portata a
cesare per il suo trionfo mentre il corpo viene abbandonato sulla spiaggia. Cesare inoltre uccide Tolomeo e incorona
Cleopatra
• Libro 10: cesare si reca presso la tomba di Alessandro Magno, che riconosce come suo predecessore. La scena si
interrompe durante un banchetto con la descrizione del palazzo di Cleopatra.
RITRATTI DI CESARE E POMPEO:
L’eroismo presente nel protagonista Enea è nella farsalia completamente assente: Cesare è la personificazione del male,
destinato a distruggere Roma con la sua tirannide, con il suo attivismo frenetico e la sua energia indomita; Pompeo è un
eroe vacillante, ormai al tramonto e, soprattutto, il Fato è contro di lui; Catone, che rappresenta il campione della
legalità repubblicana ed è incarnazione del sapiente stoico, è personaggio tragico più che epico, in quanto portatore di
una necessità ideale che contrasta con quella storica ed è per questo destinato a realizzarsi nella morte e non nella vita.
Nell’ultima parte del proemio del bellum civile lucano inserisce i ritratti paralleli e opposti dei due contendenti. Ad ognuno
sono dedicati 14 versi e mezzo, ed in entrambi sono elencate le diverse qualità. In entrambi la seconda metà del brano è
occupata da una similitudine.
• Pompeo:
Prima presenta pompeo ed esordia dicendo che non iniziano alla pari (su Pompeo si abbatteva l’ombra della morte, infatti
Lucano lo presenta come se già avesse addosso i sintomi di una malattia che poi l’avrebbe inesorabilmente portato alla
morte e alla sconfitta = destino prevedibile, alimentato nel suo corpo come una malattia).
Infatti Pompeo era declinante verso la vecchiaia ed era stato reso più pacato dall’uso della toga: erano molti anni che
pompeo non combatteva indossando l’armatura e scendendo in campo di battaglia: la vita da senatore l’aveva infatti
abituato agli agli agi, e non alla fatica di guidare un esercito. Aveva disappreso come essere condottiero.
Ormai era in balia degli umori del popolo : si affidava a loro per essere glorificato, e godeva degli applausi del suo teatro:
fatto erigere nel 55 a.c.
Lo definisce come “ombra di un grande nome” (Stat magni nominis umbra) : infatti non voleva iniziare questa guerra, ma
cede alle pressioni del senato che lo aveva sempre appoggiato: si imbarca in questa battaglia nonostante la sua
anzianità e la sua volontà di rimanerne fuori sistemato com’era.
Viene fatta una similitudine e viene paragonato ad una vecchia quercia: non più ferma sulle salde radici, che fa ombra
con il tronco e non con le fronde —> la forza di pompeo risiede nel suo essere, nel suo nome è nell’immagine che si è
creato, ma non è più necessario per la storia di roma, è come se si stesse richiudendo su se stesso, giungendo al termine
delle sue imprese. Ai primi venti è infatti destinata a cadere (soccombere alle prime minacce, in questo caso a quelle di un
uomo molto più violento e forte di lui) e nonostante attorno a colui ci siano tanti alberi solidi e forti essa sola è tuttavia
venerata.
• Cesare:
In cesare, non c’era solo il nome è la fama del condottiero, ma un valore incapace di stare fermo: la “virtus” che risiede
nel suo coraggio e sopratutto nell’essere una persona dinamica (mentre pompeo si è fermato), sempre alla ricerca di
nuove glorie.
Lo descrive come energico e indomabile, dovunque la speranza o l’ira lo chiamassero, receva il suo braccio. Non si faceva
nessuno scrupolo di sprofondare la sua spada.
(Termini incalzanti e dinamici: incalzava, pressava, squarcia, atterrisce).
All’immagine statica della quercia si contrappone la visione fortemente dinamica del fulmine, a cui paragona Cesare
tramite una similitudine: fulmine che squarcia il giorno ed atterrisce la gente. = si concentra sopratutto sugli aspetti
comuni al fulmine e alla figura del guerriero, volti a connotare cesare negativamente: il terrore che suscita il suo arrivo,
la furia incoercibile, i danni e le rovine. Mette in evidenza quindi la sua furia nel lanciarsi in qualunque impresa anche in
quelle non lecite come la guerra. La quercia di pompeo è quindi destinata a morire perché il fulmine, la furia di cesare, la
colpirà incendiandola.
L’accostamento delle due figure è simile ad un passo dell’opera di omero “Iliade”, dove Ettore, ferito in battaglia da
Aiace, è paragonato a una quercia che, “colpita dal fulmine di Zeus, crolla, divelta dalle radici", spargendo il terrore tra
chi assiste a quello spaventoso spettacolo. Il richiamo allusivo alla tradizione epica suggerisce al lettore l'idea che il
fulmine (=Cesare) colpirà inevitabilmente, abbattendola, la vecchia quercia (= Pompeo).
Uomo fulmineo: È la stessa immagine ripresa da Manzoni nel 5 maggio quando fa il ritratto di Napoleone: visto come
uomo dinamico e vincente, caratterizzato dai suoi “rai fulminei”.
Nello scontro tra questi due pompeo è destinato a fallire, ma non si celebra nessuna vittoria perchè la prevalenza di
cesare nella battaglia porta ad un destino rovinoso per Roma, e tutto ciò che segue dopo viene visto come conseguenza
di eventi già prevedibili che hanno distrutto la repubblica permettendo che diventassero principi uomini in realtà
incapaci di governare.
Sono entrambe due figure negative: perché se non avessero inseguito il loro successo personale è alimentato la loro fama
di potere non avrebbero distrutto definitivamente la repubblica.
LA PREPARAZIONE DELLA NECROMANZIA: p. 139
Tutta la seconda parte del libro sesto, che segue all’arrivo dei due eserciti in Tessaglia, è occupata dallo spaventoso
sortilegio compiuto dalla maga Tessala Eritto: su richiesta del figlio di Pompeo, Sesto, la donna resuscita un soldato morto
in battaglia per interrogarlo sull’esito della guerra. Del lungo e orrifico brano ricordiamo sopratutto i particolari
raccapriccianti della preparazione del rito.
Sappiamo in generale che la Tessaglia era la terra per eccellenza di provenienza di stregoni e streghe : si trovava a nord
della Grecia, vicino alla Macedonia.
Sappiamo che i rituali riportati nel testo non sono inventati da Lucano (o da Orazio quando scrive le del sortilegio
d’amore della maga Canibia, ma a Roma si poteva sia assistere a rituali del genere o anche comprare questi filtri, anzi
questa parte oscura di roma era molto nota è alimentata da un giro di denaro importante —> È con questi filtri che
probabilmente si giustificano tutte le morti avvenute misteriosamente in età imperiale
Sappiamo che lo stesso Nerone era superstizioso e si faceva quindi predire il futuro da degli indovini.
Viene narrato che eritto apre il torace del cadavere che doveva essere rigorosamente morto durante la battaglia.
Descrivendo il corpo dice che non era del tutto putrefatto, ma solo delle parti. Toglie allora gli annessi dal petto e gli
versa nella gabbia toracica un intruglio (viscere di lince, vertebre di iena feroce, midolla di cervi, che
si sono nutriti di serpenti), su cui aveva addirittura sputato sopra versandoci così tutti i veleni che lei aveva apprestato
per il mondo. poi la richiude e pronuncia un sortilegio, che farà svegliare il cadavere.
La contrapposizione fra i due passi è però evidente: alla Sibilla si sostituisce una terribile maga, alla serenità dei Campi
Elisi fa da contrasto il «sacrilego incantesimo» compiuto su un cadavere e, soprattutto, mentre Anchise annuncerà a Enea
la futura grandezza di Roma, il soldato resuscitato annuncerà la disfatta di Pompeo.
UNA SCENA DI NECROMANZIA:
In questo passo la strega costringe a parlare il cadavere resuscitato. Notevole per la sua macabra espressività è la scena
del graduale erroneo del cadavere alla vita.
In questi casi quindi il modello della catabasi di virgilio è rovesciato: non é l’eroe (Enea) che si reca agli inferi, ma sono
gli inferi, tramute un’anima resuscitata parlare direttamente con il personaggio, pompeo.
La maga infatti fa il sortilegio per volere di sesto pompeo (figlio) e pompeo che avevano avuto sogni premonitori
riguardanti la loro morte/sconfitta e volevano sapere se si sarebbero avverati = allora parlano con qualcuno che è stato
all’aldilà per farsi dire se quello che alla fine morirà sarà pompeo.
Il cadavere inizialmente non si sveglia, e eritto allora comincia a pronunciare un incantesimo che gli farà spuntare la
schiuma alla bocca, e incomincia anche a fare una sorta di rituale con il corpo, una danza. Ancora però non si sveglia
allora per istigarlo lo frusta con dei serpenti vivi.
Incomincia anche a bestemmiare contro gli dei degli inferi, accusandoli di non essere all’altezza del suo potere, allora loro
adirati rispondono cogliendo la sfida ed il cadavere inizia a vibrare, tornando in vita.
“il cadavere non si alza da terra a poco a poco, membro per membro, ma è respinto dal suolo e si solleva di colpo. Si
aprono le palpebre e appaiono gli occhi: non aveva ancora l'aspetto d'un vivente, ma quello d'un moribondo: è ancora
pallido e rigido; introdotto nel mondo, resta attonito.”
La scena più raccapricciante è il risveglio del morto che non avviene lentamente, ma balza in piedi improvvisamente
quasi spinto da delle molle e sbarra gli occhi = si comporta nei movimenti come se fosse una marionetta perchè è un
corpo rigido, non in grado di muoversi come un uomo normale —> sembra essere una marionetta tirata da dei fili: il
sortilegio della maga + l’aiuto degli dei che gli hanno concesso di vivere un’ultima volta.
Inizialmente non riesce a parlare, allora la maga lo incita a parlare e rispondere alle sue domande, ed in cambio lei gli
avrebbe dato una grande ricompensa: renderlo immune delle arti emonie (tessale: cioè alle pratiche magiche), e la sua
ombra non ascolterà più alcun mago —> cioè gli dice che sarebbe potuto morire una volta del tutto senza mai ritornare
in vita in questo modo così brusco = la pace eterna dopo un’esperienza così inquietante e traumatica.
L’uomo inizia così lentamente a parlare e dice di aver sentito, mentre era vicino all’acheronte, che da lì a poco sarebbe
arrivato, conciato male, il cadavere di pompeo = preannuncia così la sconfitta dei pompeiani a Farsalo.