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Capitolo 8-9

Il documento esplora la vita e il pensiero di Aristotele, allievo di Platone, evidenziando il suo impegno nella ricerca del sapere e la sua evoluzione filosofica. Aristotele, nato nel 384 a.C., si distacca da Platone per sviluppare un approccio scientifico e disinteressato alla filosofia, fondando il Liceo ad Atene e influenzando profondamente la tradizione occidentale. Le sue opere, divise in scritti acroamatici ed esoterici, riflettono la sua transizione da un pensiero platonico a una concezione più empirica e sistematica della realtà.
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Capitolo 8-9

Il documento esplora la vita e il pensiero di Aristotele, allievo di Platone, evidenziando il suo impegno nella ricerca del sapere e la sua evoluzione filosofica. Aristotele, nato nel 384 a.C., si distacca da Platone per sviluppare un approccio scientifico e disinteressato alla filosofia, fondando il Liceo ad Atene e influenzando profondamente la tradizione occidentale. Le sue opere, divise in scritti acroamatici ed esoterici, riflettono la sua transizione da un pensiero platonico a una concezione più empirica e sistematica della realtà.
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UNITÁ 4

IL RACCONTO DI UNA VITA


Una vita per la ricerca
Come Platone è l’allievo più famoso di Socrate, così Aristotele lo è di Platone, con il quale condivide il
costante, instancabile impegno nella ricerca del sapere, con obiettivo ultimo non più la riforma della polis,
ma l'ampiamento dell'indagine a ogni aspetto della realtà, dal più elevato al più umile, dagli enti eterni e
immutabili a quelli perituri e mutevoli. Nella Divina commedia, nel IV canto dell'Inferno, Virgilio
accompagna Dante nel luogo in cui riposano i più grandi pensatori dell'era pre-cristiana, da Empedocle a
Democrito, da Socrate a Platone, fino a Seneca, tutta la filosofica famiglia che guarda con ammirazione ad
Aristotele, "supremo maestro di color che sanno", "maestro e duca de la ragione umana" e "maestro de la
nostra vita", il filosofo per eccellenza della tradizione occidentale.

Aristotele nasce nel 384 a.C. a Stagira, una polis greca al confine con la Macedonia, alleata di Atene. Platone
era un meteco, uno straniero libero che risiedeva stabilmente in una città, sottoposto a obblighi e divieti
ben precisi (dovevano scegliere un cittadino che li rappresentasse legalmente ad Atene, pagare alcune tasse
e non potevano prendere parte alla vita politica). Il padre, Nicomaco era medico alla corte del re di
Macedonia Aminta III, nonno di Alessandro Magno. La precoce morte di Nicomaco al quale Aristotele deve il
suo interesse per le scienze naturali, nonché il soprannome "il farmacista", lo costringe a trasferirsi nella
città di Atarneo, in Asia Minore, dove vive Prosseno un parente che gli fa da tutore. Amico ed estimatore di
Platone, è Prosseno a decidere di affidare il giovane al filosofo ateniese, perché ne perfezioni la formazione.

Appena diciassettenne, Aristotele parte dunque alla volta di Atene, arrivando nel 367 a.C. alla scuola di
Platone, quando il maestro è partito per il suo secondo viaggio a Siracusa, dove rimarrà tre anni. La scuola si
sta gradualmente trasformando da scuola di formazione politica in un centro di ricerca scientifica dove
accanto a discipline teoriche se ne studiano anche altre più empiriche, in quanto è retta dal matematico e
astronomo Eudosso di Cnido, i cui interessi scientifici (matematica, geografia, etnologia, botanica) orientano
la curiosità del nuovo allievo, che nel corso del primo anno di studi classifica oltre cinquecento specie di
animali. Apparirà chiaro che lo scopo perseguito da Aristotele mediante lo studio è fine a sé stesso, una
scelta di vita, la scelta del bios theoretikés ("vita teoretica") un'esistenza dedita a un sapere disinteressato.
Nell'Accademia platonica Aristotele rimane fino alla morte del maestro nel 347 a.C. e, durante questi
vent'anni, la sua formazione intellettuale e spirituale e la sua prima esperienza di insegnamento si
compiono sotto l'influenza della personalità di Platone, tra amicizia personale e dissenso intellettuale. Il 364
a.C. (Platone rientra ad Atene) e il 347 a.C. (morte di Platone) segnano nella vita di Aristotele l'inizio e la fine
di un'intensa amicizia e collaborazione con il fondatore dell'Accademia. Sui rapporti tra questi due giganti
della filosofia antica vi sono testimonianze discordanti. Aristotele provò per il maestro un profondo rispetto,
come testimonia l'Elegia a Eudemo, con un vibrante elogio alla personalità e al pensiero di Platone,
definendolo l'uomo che primo tra i mortali dimostrò con la sua vita e con le argomentazioni che buono e
felice ad un tempo l'uomo diviene. La stima e l'amicizia per Platone non impediranno ad Aristotele di
dissentire dal maestro e di criticare alcuni aspetti della sua filosofia: l'amicizia e la verità, affermerà in un
famoso passo dell'Etica nicomachea, sono entrambe care, ma è cosa santa onorare di più la verità, in
un’indipendenza intellettuale che ha fatto nascere la "leggenda" dell’ingratitudine dell’allievo verso il
maestro. Lo storico Diogene Laerzio paragona l'atteggiamento di Aristotele a quello dei puledri, che
prendono a calci la madre che li generò, ma non si può negare che la personalità filosofica di Platone segnò
in modo irreversibile quella di Aristotele.

Alla morte di Platone, Aristotele lascia l'Accademia per motivazioni politiche, in quanto nel 348 a.C. la città
di Olinto, alleata di Atene, venne distrutta da Filippo II di Macedonia e il partito nazionalista di Demostene
iniziò a diffondere un'ondata di ostilità anti-macedone. Per origini e legami familiari Aristotele è considerato
sospetto e preferisce ritornare ad Atarneo, dove governa l'amico Ermia, del quale il filosofo sposa una
nipote e figlia adottiva di nome Pizia. Rimasto vedovo, si unirà a una donna di Stagira, Erpillide: tra i figli
avuti da quest'ultima è da ricordare Nicomaco, così chiamato in memoria del nonno paterno, e al quale è
dedicata la famosa Etica nicomachea. Il territorio governato da Ermia comprendeva Asso, nella vicina
Troade, dove Aristotele ritrova due allievi dell'Accademia con i quali ricostituisce una piccola comunità
platonica. Nel 344 a.C. si trasferisce a Mitilene, nell'isola di Lesbo, dove fonda un'altra scuola, dedicandosi
tuttavia più alla ricerca scientifica e naturalistica che all'insegnamento e riesce a mettere a punto un metodo
di indagine scientifica fondato sull'osservazione dei fenomeni, sulla raccolta di dati e sull'utilizzo di
strumenti didattici come tavole anatomiche e zoologiche, carte geografiche, mappe astronomiche.

Nel 342 a.C. Filippo Il convoca Aristotele a Pella, capitale del regno macedone, per affidargli l'educazione del
figlio quattordicenne, Alessandro, che diverrà uno dei maggiori condottieri e conquistatori della storia, a cui
Aristotele trasmise la convinzione della superiorità della cultura greca sulle altre allora esistenti, facendogli
intravedere la possibilità di utilizzarla per dominare il mondo, come fonte di unità e coesione politica.

Intorno al 334 a.C. Aristotele torna ad Atene, dove fonda una scuola propria, che si pone in concorrenza con
l'Accademia platonica allora guidata da Senocrate. Dal momento che sorge nei pressi di un tempietto
dedicato ad Apollo Licio (Lykios, “luminoso”), la scuola prende il nome di "Liceo" o "Perìpato" (da peripatéo,
"cammino intorno", "passeggio"), perché, oltre a un edificio, comprendeva un colonnato e un giardino dove
il maestro e gli allievi erano soliti passeggiare ("peripatetici" = pensatori aristotelici).

La morte di Alessandro Magno segna la fine non soltanto dell'Impero macedone, ma anche della fortuna di
Aristotele, che nel grande condottiero aveva trovato un protettore e un finanziatore della sua scuola
ateniese. Il partito nazionalista guidato da Demostene riacquista forza e Aristotele viene accusato di
empietà. Per scampare al processo e alla probabile condanna, fugge, affermando che preferiva fare in modo
che gli ateniesi «non peccassero una seconda volta contro la filosofia» un'evidente allusione a Socrate e al
processo da lui subito, anch'esso intentato a partire da un'accusa di empietà. Muore nel 322 a.C., a causa di
una malattia di stomaco.

Gli scritti aristotelici


Le opere aristoteliche che ci sono pervenute comprendono soltanto gli scritti che Aristotele compose come
sussidi per l’insegnamento e le sue lezioni, divisi in acroamatici (destinati agli ascoltatori della scuola) ed
esoterici (racchiudenti una dottrina segreta).

Le opere essoteriche (destinate al pubblico) in forma dialogica sono caratterizzate da miti e forme espositive
vivaci e coinvolgenti, apparendo altrettanto eloquente quanto appariva scarno e severo negli scritti
scolastici. Di questi scritti non sono rimasti che pochi frammenti di grande valore.

Gli scritti acroamatici cominciarono a essere conosciuti soltanto nel I secolo a.C. quando furono pubblicati
da Andronico di Rodi, ritrovati nella cantina della casa posseduta dai discendenti di un discepolo di Platone.
Per molto tempo Aristotele fu conosciuto soltanto attraverso i frammenti dei dialoghi essoterici e dopo la
pubblicazione degli scritti acroamatici i dialoghi furono via via oscurati dai trattati composti per la scuola.

Nei suoi dialoghi Aristotele riprende la forma letteraria, gli argomenti e qualche volta i titoli utilizzati da
Platone: scrive un Simposio, un Politico, un Sofista, un Menesseno, il Grillo o Della retorica (Gorgia), il
Protrettico (Eutidemo), l'Eudemo o Dell'anima (Fedone) e un trattatello intitolato Delle idee, consentono di
rendersi conto del fatto che la dottrina aristotelica non è nata compiuta, ma ha subito crisi e mutamenti. I
frammenti di questi scritti ci mostrano un Aristotele che inizialmente aderisce al pensiero platonico, per poi
allontanarsene e modificarlo in modo sostanziale, trasformando la natura dei suoi stessi interessi, rivolti in
un primo tempo ai problemi filosofici e in seguito su problemi scientifici particolari.

Il Protrettico è un'esortazione alla filosofia (protrépo, “esorto”, “promuovo”) e afferma Aristotele che si deve
filosofare o non si deve: ma per decidere di non filosofare è pur sempre necessario filosofare; dunque in
ogni caso il filosofare, inteso in senso Platonico come abbandono del mondo sensibile e contemplazione
delle idee eterne, è necessario. Sulla filosofia, comincia a emergere un certo distacco dal platonismo e una
prima critica delle idee platoniche.

Nei trattati scolastici il pensiero del filosofo appare sistematico e definito, escludendo, almeno a prima vista,
oscillazioni o dubbi. Gli scritti esoterici di Aristotele si possono suddividere in:
● scritti di logica, noti con il nome Organon ("strumento"), Categorie (un libro); Sull’interpretazione (un

libro); Analitici primi (due libri); Analitici secondi (due libri); Topici (otto libri); Elenchi sofistici;
● scritti inorganici di metafisica, quattordici libri diversi di epoche diverse, nei quali Aristotele espone la

propria concezione delle scienze e della filosofia, le teorie fondamentali dell'essere, della sostanza e del
divenire, e la dottrina teologica;
● scritti di fisica storia naturale, matematica e psicologia, libri scientifici, Lezioni di fisica (otto libri); Sul cielo

(quattro libri); Sulla generazione e la corruzione (due libri); Sulle meteore (quattro libri); Storia degli animali;
Sulle parti degli animali; Sul movimento degli animali. Gli scritti Sulle linee indivisibili, sui Meccanismi e
Fisiognomica sono spuri, mentre la raccolta dei Problemi ne comprende alcuni aristotelici.
Tra gli argomenti scientifici compare anche la dottrina dell'anima, Sull'anima (tre libri) e Parva naturalia;
● scritti di etica, politica, economia, poetica e retorica, libri pratici, l’Etica nicomachea (pubblicata da suo

figlio Nicomaco), l’Etica eudemia (pubblicata da Eudemo di Rodi, scolaro di Aristotele) e la Grande etica
(estratto delle due precedenti); la Politica (otto libri); la Costituzione degli ateniesi (la prima delle 158
costituzioni statali che Aristotele aveva raccolto e che sono andate perdute); l'Economia (due libri, secondo
spurio); la Retorica (tre libri); la Retorica ad Alessandro (spuria); la Poetica (l'origine e la natura della
tragedia). Lo scritto Melisso, Senofane e Gorgia è spurio. Sono inoltre andate perdute alcune opere storiche
di Aristotele sui pitagorici, su Archita, su Democrito e altri.

CAPITOLO 8
IL PROGETTO FILOSOFICO
1. L’allontanamento da Platone
La diversa concezione del sapere e della realtà
Gli anni che separano Platone da Aristotele sono relativamente pochi. Eppure il tempo in cui Aristotele si
trova a vivere è già profondamente diverso da quello in cui è vissuto il suo maestro. La crisi della polis, al di
là delle utopie platoniche, appare ormai irreversibile e i tentativi di arginarla finiscono per naufragare di
fronte alla pressione della potenza macedone. Il cittadino greco, non più direttamente coinvolto nelle
faccende del governo e inglobato in un più vasto organismo statale del quale altri reggono le fila, perde
quella passione per la politica che aveva costituito la molla del platonismo. Numerosi interessi scientifici,
gnoseologici ed etici emergono e costituiranno una delle caratteristiche dell'indagine aristotelica e
dell'ellenismo in generale. La frattura tra Platone e Aristotele rispecchia il differente indirizzo culturale
dell'età classica e dell'età ellenistica, in quanto Aristotele idealmente è già figlio della seconda.

Platone crede nella finalità politica della conoscenza e vede il filosofo, nella sua massima incarnazione,
come un reggitore e un legislatore della città. Aristotele fissa lo scopo della filosofia nella ricerca
disinteressata e vede il filosofo, nella sua più compiuta espressione, come un sapiente o uno scienziato-
professore, dedito all'indagine della realtà e all'insegnamento. Il momento politico-educativo secondo
un'ottica verticale e gerarchica è sostituito da quello conoscitivo-scientifico secondo un'ottica
tendenzialmente orizzontale e unitaria, che considera tutte le realtà su un piano di pari dignità ontologica e
tutte le scienze su un piano di pari dignità gnoseologica. Aristotele ritiene che la realtà, pur essendo
unitaria, si divida in varie "regioni", ciascuna con il proprio oggetto di studio di una disciplina scientifica
basata su princìpi propri. Tutte le scienze sono ugualmente utili per formare, nel loro insieme,
un’enciclopedia del sapere in cui si rispecchiano i multiformi aspetti dell'essere.
I diversi metodi e interessi
La differente concezione della realtà e del sapere si concretizza anche in un diverso metodo del filosofare.
Mentre in Platone vi è un sistema "aperto" e un filosofare problematico, che ripropone incessantemente
interrogativi e soluzioni, in Aristotele c’è la tendenza a organizzare il discorso filosofico in un sistema
"chiuso", in un insieme fisso e immutabile di verità tra loro rigidamente connesse. Mentre Platone fa uso
dei miti e sforza di recuperare la sapienza poetica all’interno della sapienza filosofica, Aristotele concepisce
la filosofia come una speculazione rigorosamente razionale e “specialistica” e ogni rapporto con la poesia è
ormai superato. Un'altra importante differenza tra Platone e Aristotele risiede nel fatto che il primo ha
interesse per le matematiche ma non per le scienze empiriche, mentre Aristotele, figlio di un medico ed egli
stesso curioso osservatore del mondo nelle sue multiformi espressioni, manifesta limitate propensioni per
la matematica e notevole passione per le scienze naturali.

Le analogie
Benché nei secoli il platonismo e l'aristotelismo siano talvolta stati assunti come simboli di due modi opposti
di fare filosofia, non bisogna dimenticare che Aristotele è pur sempre il discepolo di Platone e che il suo
sistema reca forti eredità del maestro. Si tende quindi a sfumare ogni rigida antitesi e a vedere piuttosto i
nessi di continuità che legano i due grandi pensatori antichi. Del resto, se si mettono a confronto Platone e
Aristotele con i sofisti o con Democrito, esperienze filosofiche veramente alternative, i primi sembrano
formare un blocco di pensiero tendenzialmente unitario con notevoli punti di contatto.

2. L’enciclopedia delle scienze


Concependo la realtà come suddivisa in diverse regioni ontologiche di pari dignità, e organizzando il sapere
di conseguenza, Aristotele constata e giustifica la specifica situazione culturale del IV secolo a.C.,
caratterizzata da una molteplicità di scienze in espansione e autonome, ciascuna con uno specifico ed
esclusivo settore di competenza. La filosofia si differenzia dalle altre scienze perché, anziché prendere in
considerazione i vari aspetti dell'essere o della realtà, si interroga sull'essere o sulla realtà in generale,
studiando non questa o quella dimensione dell'essere o della realtà, ma l'essere e la realtà in quanto tali.
Come tutte le dimensioni dell'essere presuppongono l'essere, così tutte le scienze, studiando ognuna una
parte del reale, presuppongono la filosofia, che studia la realtà in generale. La filosofia diviene la scienza
prima, disciplina che studia l'oggetto comune a tutte le scienze e i princìpi comuni a tutte le scienze.
La filosofia appare come l’anima unificatrice e organizzatrice delle scienze, prospettando un quadro
completo ed esauriente di tutte le discipline, nei loro rapporti di coordinazione e subordinazione. Nell'ottica
aristotelica, la filosofia continua ad essere la "regina delle scienze", in un senso ben diverso da quello
platonico, e in modo tale da non pregiudicare l'autonomia delle singole branche del sapere.

CAPITOLO 9
LE STRUTTURE DELLA REALTÀ: LA METAFISICA
1. La classificazione delle scienze
Aristotele distingue tre gruppi di scienze:
● teoretiche, (theoréo, "contemplo") hanno come oggetto il necessario, come scopo la conoscenza

disinteressata della realtà e come metodo quello dimostrativo. Sono la metafisica, la fisica e la matematica;
● pratiche, (prásso, "faccio") e poietiche, o produttive, (poiéo, "produco") hanno come oggetto il possibile,

come scopo l'orientamento dell'agire e come metodo un tipo di ragionamento non dimostrativo (valido
"perlopiù"). Le scienze pratiche sono l'etica e la politica, che indagano l'ambito dell'agire rispettivamente
individuale e collettivo, e hanno come oggetto la stessa azione umana. Le scienze poietiche sono le arti e le
tecniche, che studiano l'ambito della produzione di opere o della manipolazione di oggetti, e mettono capo
a un prodotto che possiede un'esistenza autonoma rispetto al soggetto che lo ha realizzato.
2. I caratteri generali della metafisica
Con il termine non aristotelico metafisica i pensatori successivi ad Aristotele hanno designato quella parte
della filosofia che indaga le strutture profonde e le cause ultime del reale, oltre le apparenze immediate dei
sensi. Per indicare questa disciplina, Aristotele usava l'espressione “filosofia prima”. Secondo la tradizione,
la nascita della parola "metafisica" fu casuale, dovuta ad Andronico di Rodi che ordinando i capolavori
aristotelici, posizionò le opere dedicate alla “filosofia prima” meta ta physiké, cioè "dopo i libri di fisica".
Considerato più suggestivo, si è continuato a usare il nome "metafisica" al posto dell'aristotelico "filosofia
prima", o "ontologia" (scienza dell'essere).

Nella sua opera Aristotele dà ben quattro definizioni della metafisica:


● la metafisica studia le cause e i princìpi primi;

● la metafisica studia l'essere in quanto essere;

● la metafisica studia la sostanza;

● la metafisica studia Dio e la sostanza immobile.

La matematica ha per oggetto l'essere come quantità, la fisica ha per oggetto l'essere come movimento e
tutte studiano dell'essere una sola porzione da un particolare punto di vista. Sostenere che la metafisica
studia l’essere in quanto essere equivale a dire che essa non ha per oggetto una realtà particolare, bensì
l'aspetto fondamentale e comune di ogni ente che li rende qualcosa di esistente e di conoscibile e si può
dire su tutte le cose che “sono” in quanto tali, prescindendo dalle determinazioni che costituiscono l'oggetto
delle scienze particolari e studiando le caratteristiche universali. La metafisica è detta filosofia prima mentre
le altre scienze sono filosofie seconde.

Nel Sofista Platone aveva classificato l'essere come il genere supremo tra i generi sommi, poiché tutte le
idee, in quanto "enti'" intelligibili, partecipano di esso (di ogni cosa si dice che "è"). La grande scoperta della
metafisica aristotelica si spinge oltre le indagini dei filosofi precedenti e spiega come l'essere non è un
genere supremo, un'idea generalissima, unificatrice e astratta o un essere "puro" posto al di sopra della
molteplicità delle cose o delle idee, ma che abbia un'originaria molteplicità di significati che non si possono
ricondurre e unità, ma si devono comprendere nella relazione che li lega e che fa sì che ciascuno, pur in
senso diverso, abbia a che fare con l’”essere”.

3. La dottrina dell’essere e della sostanza


L’essere e i suoi molti significati
Aristotele giunge alla conclusione che l'essere può venire inteso in modi diversi. Non può essere considerato
in modo "univoco", quando in tutte le sue occorrenze è inteso sempre nello stesso senso, ovvero come
"esistere", in quanto si incorrerebbe in un problema dove, se il verbo "essere" indicasse sempre l'esistenza,
l’aggiunta di una negazione a qualunque predicazione porterebbe a negare non soltanto il contenuto della
predicazione, la proprietà attribuita al soggetto, ma la stessa esistenza del soggetto. È questo, secondo
Aristotele, l'errore della filosofia di Parmenide, per il quale dell'essere si poteva dire soltanto che "è",
mentre ogni altra affermazione o negazione doveva essere ritenuta contraddittoria.

Altrettanto insostenibile è il carattere "equivoco" del significato dell'essere, quando l'essere è inteso ogni
volta in un senso diverso, a seconda del contesto, in quanto se si intendono le parole, e un termine
fondamentale come "essere", in modo sempre differente, si approda all’impossibilità stessa di comunicare e
all’incapacità dell’uomo di comprende in quale accezione una parola sia impiegata in un’occorrenza.

Resta un'ultima possibilità, e cioè che l'essere, nelle sue varie occorrenze, vada inteso in parte nel
medesimo senso e in parte in sensi diversi: esso non sarebbe né univoco né equivoco, bensì "polivoco",
poiché “si dice in molti sensi”. Si giustifica il fatto che noi vi attribuiamo significati particolari diversi, ai quali
riconosciamo un comune significato di fondo. Gli studiosi medievali parleranno di significati “analoghi”, per
indicare che i diversi tipi di essere (gli enti) in parte uguali e in parte diversi.

Negando che l'essere abbia un'unica forma e un'unica accezione, Aristotele gli attribuisce dunque una
molteplicità di aspetti o significati mettendo in luce quelli basilari o supremi, con una delle sue operazioni
più geniali (osservazioni linguistiche, logiche e ontologiche). Egli specifica dunque che:
● l’essere può dirsi come "essere per altro", cioè come accidente;

● l’essere può dirsi come "essere per sé", cioè secondo le categorie;

● l’essere può dirsi come vero;

● l’essere può dirsi come potenza e atto.

Che cosa sono le categorie


Per categorie Aristotele intende le caratteristiche fondamentali e strutturali dell'essere, quelle
determinazioni generalissime che ogni essere ha e non può fare a meno di avere: la sostanza, la qualità, la
quantità, la relazione, l'agire, il subire, il dove, il quando, l'avere e il giacere.

Dal punto di vista ontologico, le categorie sono i modi o gli aspetti fondamentali e generali in cui la realtà si
presenta, una sorta di griglia in cui la realtà è organizzata.

Dal punto di vista logico, le categorie sono i modi fondamentali in cui l'essere si predica delle cose
(kategoréo "predico"), quei predicati primi che fungono da grandi caselle entro cui rientrano o si collocano
tutti i predicati possibili.

Di tutte le categorie, la più importante è la sostanza e può essere considerata come il polo unificante o il
centro di riferimento di tutte le altre categorie, che la presuppongono: una qualità è sempre la qualità di
qualche cosa, la sostanza, una quantità è sempre la quantità di qualche cosa e così via. Aristotele considera
"essere per sé" ("essere necessario") tutte le categorie e non la sola sostanza, che anche se presuppongono
la sostanza non sono accidentali. Ogni cosa, per essere qualcosa, un ente, deve anche avere
necessariamente delle caratteristiche che lo qualificano, quantità, relazioni, un tempo, un luogo ecc.
"Essere" significa essere determinato secondo tutte le categorie, le quali sono dunque tutte elementi
strutturali o necessari dell'essere

Considerare la categoria della sostanza quella fondamentale, implica due conseguenze:


● si comprende meglio in che senso il termine "essere" non sia né univoco e neppure equivoco, bensì

polivoco. La categoria della sostanza rappresenta il senso unitario che raccoglie tutti significati dell'essere,
poiché ogni cosa può venir detta "essere" in quanto esprime una sostanza o qualche aspetto di essa;
● se l'essere si identifica con le categorie, "determinazioni generalissime" dell'essere e le categorie "si

appoggiano" alla categoria di sostanza, la domanda "che cos’è l'essere?" diventerà “che cos'è la sostanza?”.

Che cos’è la sostanza


Per sostanza (substantia "ciò che soggiace") Aristotele intende l’individuo concreto che funge da soggetto
ontologico di proprietà e da soggetto logico di predicati. La sostanza è chiamata anche tòde ti, “questo qui”,
che ne evidenzia la concretezza individuale. L’individuo, il soggetto sostanziale, il "questo qui", è un ente
autonomo con vita propria, “portatore di qualità” che incontriamo nell'esperienza. Pertanto l'essere, intesa
come la realtà, non è altro che un insieme di sostanze e di qualità o proprietà di tali sostanze.

Ognuna di queste sostanze individuali forma un “sinolo”, cioè un'unione indissolubile (synolon, syn, "con"' e
holos, "tutto"), di due elementi: la materia e la forma.
● Per materia, Aristotele intende ciò di cui una cosa è fatta, il quid o il materiale che la compone.

● Per forma, Aristotele intende la natura di una cosa, la struttura profonda che la rende quella che è.

Costituisce il principio ontologico che, determinando la materia, produce una cosa determinata.
La forma struttura la materia in un certo modo, è l'elemento attivo e determinante del sinolo, la materia
viene strutturato dalla forma, è l'elemento passivo e determinato. Il termine sostanza viene usato per
indicare sia il sinolo (l'individuo concreto), sia la forma (che lo determina), in quanto è ciò che costituisce la
“sostanzialità della sostanza”.

La sostanza è nello stesso tempo l'essere dell'essenza (la cosa esistente, sinolo di materia e forma) e
l'essenza dell'essere (la natura profonda della cosa, o la sua forma), la cosa determinata e ciò che fa sì che
quella cosa sia proprio quella determinata cosa. Alla domanda "che cos'è la sostanza?" Aristotele risponde
dicendo che essa è il "questo qui", cioè il sinolo concreto di forma e materia (l’individuo), sia dicendo che
essa è la forma, o essenza, o natura, che fa sì che il sinolo sia quello che è.

La forma è definita da Aristotele “to ti en einai" (quod quid erat esse, "ciò che era l'essere"), dove
l'imperfetto en allude alla continuità o permanenza dell'essere, cioè al carattere fisso e immutabile di una
struttura fissa e immutabile di una certa cosa, che la definisce e la organizza in modo tale da renderla
sempre riconoscibile, nonostante i suoi possibili cambiamenti.

Che cosa sono gli accidenti


L’accidente designa una qualità o proprietà casuale o fortuita della sostanza, che una cosa può avere o non
avere, senza per questo cessare di essere quella determinata cosa.

Aristotele parla talvolta di un accidente non-casuale, “eterno”, o “per sé”, riferendosi a una qualità che, pur
non appartenendo alla sostanza di un ente, è strettamente legata a essa e deriva necessariamente dalla
definizione dell'ente in questione. Degli accidenti casuali non esiste scienza (non si possono conoscere in
modo stabile), gli accidenti eterni rientrano nell'ambito del sapere certo.

4. I principi supremi della scienza dell’essere


La metafisica, dovendosi costituire in analogia con le altre scienze, ha anche il compito di esaminare i
princìpi supremi della conoscenza alla base dello studio di ogni oggetto o ente. Le varie scienze procedono
per “astrazione” (abstráhere “trarre da”), “spogliando” i loro oggetti di studio di tutti quei caratteri che non
risultano importanti ai fini della loro indagine per stabilire certi princìpi generali o postulati che concernono
la specifica natura dell'oggetto della loro indagine, distinguendolo da quello delle altre scienze.

Allo stesso modo la metafisica deve ridurre tutti i molteplici significati della parola "essere" a un significato
unico e fondamentale. Per far questo, il filosofo si appoggia ad alcuni princìpi logici generalissimi, validi per
tutte le scienze, alla base di ogni discorso su tutto "ciò che è".

A fissare il principio supremo e incontrovertibile del sapere, una sorta di evidenza originaria, era stato
Parmenide, affermando che “l'essere è” (si può pensare e dire), mentre “il non essere non è” (è
impensabile e indicibile). La confusione tra essere e non essere secondo Parmenide era implicita nella
molteplicità e nel divenire, impossibili perché contraddittori.

Aristotele guadagna un nuovo punto di vista (in parte già implicito nell'ultimo Platone), secondo cui l’essere
eleatico, assolutamente unico o univoco, e di cui non si può pensare la negazione, è impensabile, perchè
indeterminato e in contrapposizione alla realtà, fatta di cose determinate, e al pensare, che vuol dire
appunto determinare. Nella nuova prospettiva aristotelica, il principio supremo degli eleati diventa “È
impossibile che la stessa cosa sia e insieme non sia”, sostituendo l'opposizione tra l'essere (indeterminato) e
il non essere (indeterminabile), con l’opposizione tra l'essere di una cosa determinata e il suo non essere
quella cosa determinata. Questo principio è stato più tardi definito "principio di identità", o "principio di
determinazione", secondo cui ogni ente e ogni contenuto del pensiero è necessariamente determinato e
identico a sé stesso. Da un punto di vista logico afferma che è impossibile pensare che una determinata
cosa non sia quella cosa, da un punto di vista ontologico afferma che ogni cosa ha una natura determinata,
necessaria e innegabile.
Il principio di identità o determinazione trova una specificazione in quello che i logici medievali
chiameranno "principio di non contraddizione", il quale stabilisce che un'affermazione, o uno stesso
oggetto, e la sua negazione non possono essere vere, secondo specificazioni essenziali, nello stesso tempo
(potrebbe essere cambiato) e per il medesimo aspetto (potrebbe essere diverso in parti diverse).

Dal principio di non contraddizione deriva poi quello del "terzo escluso", formulato esplicitamente dai logici
successivi, secondo il quale, date due affermazioni contraddittorie, l'una deve essere vera e l'altra falsa,
senza che ci sia una terza possibilità.

Nel IV libro della Metafisica il filosofo fa riferimento a un unico principio supremo, che definisce il principio
più saldo di tutti e esprime il principio di determinazione e il principio di non contraddizione.

Aristotele chiama "sostanza" la natura necessaria di un essere qualsiasi, che presuppone l’esistenza di un
essere articolato e strutturato in sostanze o essenze determinate, in grado di conferire al mondo un senso e
un pensiero per conoscerlo, l’equivalente ontologico del principio più saldo di tutti, impossibile da negare,
necessario, non diverso da come è.

5. La dottrina delle quattro cause


Per Aristotele la conoscenza e la scienza nascono dalla "meraviglia" di fronte all'essere e consistono nel
ricercare la causa delle cose. Tuttavia, chiedere quale sia la causa di qualcosa significa volerne comprendere
il "perché", diverso a seconda dell'aspetto preso in considerazione, che porta a altrettanti vari tipi di cause.
Aristotele ne enumera quattro:

● La causa materiale è la materia, ciò di cui una cosa è fatta;


es. il bronzo, causa materiale della statua.
● La causa formale è la forma, l'essenza necessaria di una cosa;

es. la natura razionale, causa formale dell'uomo.


● La causa efficiente, ciò che dà inizio a un mutamento o a una condizione di quiete;

es. autore, causa efficiente di una decisione.


● La causa finale è lo scopo, ciò al quale una cosa tende;

es. l’uomo adulto, causa finale del bambino.

Nei processi naturali la causa formale, quella efficiente quella finale coincidono;
es. la pianta, insieme la forma, la causa efficiente e il fine del seme.
Nei processi artificiali le quattro cause possono presentarsi tra loro distinte;
es. la statua (causa formale), l'artista (causa efficiente), la gloria (causa finale)

Aristotele connette in modo inequivocabile la nozione di "causa" con quella di "sostanza" e le quattro cause
non sono altro che specificazioni dell'articolazione interna della sostanza globalmente intesa, che risulta un
"perché" privilegiato, il vero principio o la vera causa dell'essere. Se lo consideriamo staticamente, un
individuo non è altro che la sua materia, o causa materiale, unita alla sua forma, o causa formale, e quindi
un sinolo, una sostanza in senso proprio. Se lo consideriamo dinamicamente e ci chiediamo che cosa o chi lo
abbia generato e perché si sviluppi e cresca, allora stiamo considerando le cause efficienti e finali, che
indicano lo scopo a cui quell’individuo tende, cioè la realizzazione della sua forma o essenza.

Aristotele rileva come i pensatori precedenti le avessero già in qualche modo individuate: i filosofi della
natura avevano indicato la causa materiale e quella efficiente della realtà, i pitagorici ne avevano indicato
quella formale, lasciandosi però sfuggire le altre, o senza spiegare bene le modalità effettive dell'azione
causale. Su questo argomento Platone, agli occhi di Aristotele ha senz'altro il merito di aver richiamato
l'attenzione sulla causa formale (l’idea platonica non è altro che la “natura” o l'”essenza” necessaria di una
cosa, la sua "forma"), ma ponendo le idee "fuori" delle cose, ovvero separandole da esse, introducendo una
cesura tale per cui non si riesce a capire in che senso le idee possano essere la causa delle cose. Dopo
questa analisi aristotelica ecco che i concetti platonici di "partecipazione" o di "imitazione" appaiono ad solo
come meri giri di parole, metafore poetiche che non spiegano nulla e che non risolvono il problema del
rapporto fra l'essere ideale e quello sensibile.

I principi delle cose per Aristotele non possono che risiedere nelle cose stesse, nelle forme intrinseche che
le costituiscono in quanto sinoli. Al posto delle idee, paradigmi trascendenti delle cose, il filosofo pone le
forme, strutture immanenti degli individui. Per Aristotele, l’”umanità” non è più un’idea esistente
nell'iperuranio, ma semplicemente la specie biologica immanente negli individui che denominiamo
"uomini", sbarazzandosi così dell'assurdo ontologico e logico di dover pensare la natura delle cose fuori
delle cose.

6. La dottrina del divenire


La dottrina delle quattro cause è connessa al problema del divenire, la cui esistenza era un fatto
incontrovertibile, ma di cui rimaneva problematico stabilire dovesse essere pensato, tanto da essere
considerato da Parmenide come qualcosa di logicamente impensabile, poiché implica un passaggio
dall'essere al non essere, comportando quindi l'esistenza del nulla.

Aristotele ribatte che il divenire sarebbe irrazionale, e quindi irreale, soltanto se esso consistesse nel
passaggio dal non essere all'essere e viceversa, perché dal nulla non può venir fuori nulla, e l’essere non può
mai cadere o svanire nel nulla. Aristotele ritiene che il divenire non implichi alcun passaggio dal non essere
all'essere, ma semplicemente un passaggio da un certo tipo di essere a un altro tipo di essere, affermando
l’esistenza del solo essere e il divenire soltanto come una modalità dell'essere.

Le forme del divenire


Concependo il divenire come un "passaggio" da una forma d'essere a un'altra, Aristotele l’identifica, in
generale, con il movimento e ne distingue quattro tipi:
1. il movimento locale ◦ traslazione, che consiste nello spostamento di un corpo da un posto a un altro;
2. il movimento qualitativo, o alterazione, che avviene quando, in una sostanza, cambia una caratteristica
accidentale (ad esempio, se Socrate da non-musico diventa musico, si è modificata una sua qualità);
3. il movimento quantitativo, che consiste nell'accrescimento o nella diminuzione e che un luogo quando
cambia una certa quantità di una sostanza (ne sono esempi l'amplia mento di un edificio o il dimagrimento
di una persona);
4. il movimento sostanziale, che Aristotele specifica come <generazione, e <corruzione>, vale a dire come la
nascita e la morte.

I primi tre tipi di movimento avvengono in una sostanza che resta immutata e “ospita” il movimento,
possibile proprio perché esiste un sostrato che a quel movimento non è soggetto. Non si tratta di un
passaggio dal non essere all'essere, ma di un passaggio dall'essere in un modo o in un luogo all'essere in un
altro modo o in un atro luogo. Il quarto tipo di movimento riguarda la sostanza e ne non muta una
proprietà, ma nasce o muore il soggetto stesso. Se si concepiscono la nascita e la morte come passaggi da
un tipo di essere a un altro tipo di essere, la sostanza, anche in questo movimento, non proviene dal (o
entra nel) non essere.

Potenza e atto
Per pensare adeguatamente il divenire della sostanza, Aristotele elabora i concetti di potenza, la possibilità,
da parte della materia, di assumere una determinata forma e atto, la realizzazione di questa capacità;
es. la generazione di un pulcino non è il passaggio dal non essere all'essere del pulcino, ma dal pulcino in
potenza al pulcino in atto: l'uovo è la possibilità, da parte della materia, di assumere una configurazione
nuova. La materia, per definizione, è la potenza di assumere forme diverse. Perché priva di una certa forma,
mentre la forma, per definizione, è la realtà in atto di tali possibilità, si può affermare che per Aristotele la
potenza sta alla materia come l'atto sta alla forma.
Aristotele configura perciò il divenire come passaggio dalla potenza all'atto, chiamato da Aristotele
entelechia, "realizzazione", o "perfezione attuata". I principi che scandiscono il divenire sono dunque la
materia, la privazione e la forma, o la potenza e l'atto, un altro dei significati fondamentali dell'essere.

Aristotele ritiene che l'atto possegga una priorità gnoseologica, cronologica e ontologica rispetto alla
potenza. La conoscenza della potenza presuppone la conoscenza dell'atto di cui essa è potenza. L'atto viene
cronologicamente prima della potenza. L’atto non può essere derivato se non da una potenza già in atto.
L'atto, ontologicamente superiore alla potenza, ne costituisce la causa, il senso e il fine.

Ma se il potenziale è la preformazione o predeterminazione dell'attuale, allora, più che un'autentica


possibilità, esprime in fondo una necessità che dev'essere ancora partorita e un’unica possibilità. Come
nella dottrina della sostanza, per Aristotele è ancora una volta la necessità a costituire la modalità
fondamentale dell'essere e il suo principale strumento interpretativo.

La materia prima e la forma pura


Materia e forma, potenza e atto spiegano quindi il divenire e ne costituiscono (insieme con gli accidenti e la
privazione) le molle principali. Accanto a queste cause (materiale e formale), il movimento presuppone però
anche la causa efficiente, che dà inizio al divenire, e la causa finale, che ne costituisce il fine. Ora, se tutti i
movimenti che avvengono in natura vanno da una materia a una forma, spesso ciò che è forma, cioè punto
di arrivo di un movimento, diventa materia, ossia punto di partenza di un movimento ulteriore e, a seconda
del punto di vista, una cosa può essere considerata sia materia (potenza) sia forma (atto). Questa catena,
secondo Aristotele, non è infinita ma presuppone due termini estremi.

Da un lato si trova una materia pura, una “materia prima” che è pura potenza, assolutamente priva di
determinazioni, da non confondere con gli elementi che hanno già in sé, in atto, una serie di determinazioni
grazie alle quali noi li distinguiamo l'uno dall'altro e diamo a ciascuno di essi un nome diverso. Un qualcosa
che non è fuoco, acqua, bronzo ecc., ma che può divenire fuoco, acqua, bronzo ecc. Una materia-madre
(chora) di cui aveva già parlato Platone nel Timeo. Essendo assolutamente indeterminata, essa è una pura
nozione teorica, un concetto-limite ammesso come base di ogni divenire, ma che non si può né conoscere
né constatare di fatto, poiché ciò che esiste nel mondo è sempre materia formata (cioè "materia seconda").

Dall'altro lato, il divenire dell'universo presuppone, al polo opposto della catena degli esseri, una forma
pura, o atto puro, cioè una perfezione completamente realizzata. Questa forma pura costituisce la sostanza
più alta dell'universo, la sostanza immobile e divina, oggetto della teologia.

La concezione aristotelica di Dio


Oltre all’accezione della metafisica come sapere intorno alle cause supreme, all'essere in quanto tale e alle
realtà ultime e decisive dell'universo, un ulteriore fascio di luce su questo concetto lo getta la teologia,
indagine dell'essere più alto e causa suprema del cosmo: Dio.

Per risolvere la contraddizione tra metafisica come teologia e metafisica come ontologia, alcuni studiosi
hanno fatto risalire la concezione "teologica" della metafisica alla prima fase, ancora platonizzante, del
pensiero di Aristotele, e la concezione "ontologica" al periodo della maturità. Inoltre nell’ontologia si vede il
primo studio dell’essere in quanto essere, mentre la teologia è il culmine speculativo di questo studio,
rendendo i due significati logicamente e coerentemente coesistenti.

La dimostrazione dell'esistenza di Dio


Nella Metafisica (e nella Fisica) Aristotele fornisce una prova dell'esistenza di Dio, tratta da un argomento
della teoria del movimento, già presente negli ultimi dialoghi di Platone. Aristotele afferma che tutto ciò che
è in moto è necessariamente mosso da altro, a sua volta in moto, e necessariamente mosso da altro ancora,
secondo un processo di rimandi, dove non è possibile risalire all'infinito, perché altrimenti il movimento che
vogliamo spiegare rimarrebbe inspiegato. Pertanto deve per forza esserci un principio assolutamente primo
e immobile, causa iniziale di ogni movimento possibile, un primo motore immobile, eterno come il suo
effetto (il movimento del mondo), identificato da Aristotele con Dio, presupponendo una teoria che si
oppone diametralmente a quella di Democrito, della materia come strutturalmente movimento.

Gli attributi di Dio


A Dio, Aristotele riferisce una serie di attributi strettamente connessi tra loro. Dio è atto e forma pura, senza
potenza e possibilità di movimento, non soggetto ad alcun o divenire, immateriale, dato che la materia sta
alla potenza come la forma sta all'atto, eterno come l'universo e il suo movimento, in quanto causa finale di
tali.

Secondo Aristotele Dio è una Perfezione o una Forma impassibile totalmente compiuta, che non manca di
nulla e che non ha bisogno di nulla, poiché in essa non v'è alcuno scopo irrealizzato, e non muove come
causa efficiente, comunicando un impulso, ma come causa finale, cioè oggetto d'amore e amato che, pur
rimanendo immobile, esercita una forza calamitante e determina il movimento dell'amante verso di sé.

A questo anelito del mondo verso Dio, da cui nascono il movimento e l’ordine delle cose i testi aristotelici
non danno un senso preciso e sono un po' elusivi. Sappiamo che due sono per Aristotele i "protagonisti"
della storia e della vita dell'universo: la materia prima, priva di forme e "affamata"" di esse, che tende verso
la forma e la perfezione; Dio, forma pura e perfezione assoluta, che "attrae" verso di sé la materia prima.
Non è Dio che ordina o forma l'universo, ma è dato da uno sforzo della materia, che si auto-ordina e auto-
determina verso Dio in un desiderio incessante di rapportarsi alla forma o, meglio, di "prendere forma",
aspirando a Dio. L'essere è dunque un processo eterno verso la forma, il modo d'essere di Dio, che non può
mai esaurirsi, dal momento che la materia non può mai essere eliminata o risolta nella pura forma.

A questa perfezione massima deve appartenere il genere di vita più alto ed eccellente, la vita
dell'intelligenza, alla quale l'uomo si eleva soltanto per brevi periodi, mentre Dio ne gode continuamente,
che non può che pensare la perfezione stessa, sé medesimo. Dio sarà dunque “pensiero di pensiero”,
espressione con cui Aristotele si riferisce al fatto che Dio ha soltanto sé stesso come oggetto. In Dio l'atto e
l'oggetto dell'intellezione coincidono e possiede da sempre e per intero tutta la sapienza. Egli non si
identifica con la capacità di cogliere tutto, bensì con l'effettivo e attuato coglimento del tutto.

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