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VERGA

Giovanni Verga, nato a Catania nel 1840, è un autore fondamentale del Verismo, noto per il suo approccio impersonalista e per la rappresentazione cruda della realtà sociale. La sua evoluzione stilistica passa da un'influenza romantica a un realismo determinista, con opere emblematiche come 'I Malavoglia' e 'Rosso Malpelo', che riflettono la lotta per la vita e il pessimismo nei confronti della società. Verga si distingue da altri autori come Zola per la sua convinzione che la letteratura debba semplicemente riprodurre la realtà senza giudizi o interpretazioni, evidenziando l'inevitabilità della sofferenza umana.

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VERGA

Giovanni Verga, nato a Catania nel 1840, è un autore fondamentale del Verismo, noto per il suo approccio impersonalista e per la rappresentazione cruda della realtà sociale. La sua evoluzione stilistica passa da un'influenza romantica a un realismo determinista, con opere emblematiche come 'I Malavoglia' e 'Rosso Malpelo', che riflettono la lotta per la vita e il pessimismo nei confronti della società. Verga si distingue da altri autori come Zola per la sua convinzione che la letteratura debba semplicemente riprodurre la realtà senza giudizi o interpretazioni, evidenziando l'inevitabilità della sofferenza umana.

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VITA

Giovanni Verga nacque a Catania nel 1840 da una famiglia di agiati proprietari terrieri con
ascendenti nobili. Compì i suoi primi studi presso maestri privati, in particolare con il letterato e
patriota Antonio Abate, dal quale assorbì il patriottismo e il gusto letterario romantico, elementi
fondamentali della sua formazione. Testimonianza di ciò è il suo primo romanzo, Amore e Patria.
All'età di 18 anni si iscrisse alla Facoltà di Lettere di Catania, ma non terminò gli studi, preferendo
dedicarsi alla scrittura e al giornalismo politico. Pubblicò a sue spese il suo secondo romanzo, I
Carbonari della montagna, distaccandosi dalla tradizione degli autori di profonda cultura umanistica
e preferendo agli autori classici italiani e latini gli scrittori francesi moderni. Nel 1865 lasciò la
provincia e si recò per la prima volta a Firenze; tornò successivamente, deciso a soggiornarvi a
lungo per liberarsi dai limiti della sua cultura provinciale. Nel 1872 si trasferì a Milano, all'epoca il
centro culturale più vivace della penisola, entrando in contatto con gli ambienti della Scapigliatura.
Frutto di questo periodo sono tre romanzi: Eva, Eros e Tigre reale, ancora legati a un clima
romantico. Nel 1878 avvenne la svolta decisiva verso il Verismo con la pubblicazione del racconto
Rosso Malpelo, seguito poi da Vita nei campi. Il primo romanzo del Ciclo dei Vinti fu I Malavoglia,
cui seguirono Novelle rusticane, Per le vie, Cavalleria rusticana e Novelle di vagabondaggio. Il
secondo romanzo del Ciclo dei Vinti fu Mastro-don Gesualdo. Dopo un lungo soggiorno a Milano,
nel 1893 tornò definitivamente a Catania. Dopo il 1903, anno della rappresentazione del suo ultimo
dramma, Dal tuo al mio, si chiuse in un silenzio quasi totale, dedicandosi alla cura delle sue
proprietà agricole e preoccupandosi sempre più delle questioni economiche. Le sue posizioni
politiche divennero progressivamente più chiuse e conservatrici. Allo scoppio della Prima Guerra
Mondiale fu un fervente interventista e, nel dopoguerra, si schierò su posizioni nazionaliste. Morì
nel gennaio del 1922, anno della Marcia su Roma e dell’ascesa al potere del Fascismo.

I ROMANZI PREVERISTI
La sua produzione significativa ebbe inizio a Firenze e Milano. A Catania aveva pubblicato il
romanzo Una peccatrice, poi ripudiato. Fortemente autobiografico, il libro narra la storia di un
intellettuale piccolo-borghese siciliano che conquista il successo e la ricchezza, ma finisce per
soccombere all’amore idealizzato per una donna, trovando come unica via d’uscita il suicidio. A
Firenze completò Storia di una capinera, che racconta un amore impossibile e una monacazione
forzata. Sempre a Firenze concluse anche Eva, romanzo che narra la vicenda di un giovane pittore
siciliano il quale, nella città toscana, rinuncia ai suoi ideali artistici per amore di una ballerina.
Quest’ultima diventa simbolo della corruzione di una società materialista, che disprezza l’arte e
manifesta un bisogno ossessivo di lusso. A questo romanzo polemico seguirono Eros e Tigre reale.
Eros racconta la storia di un giovane aristocratico corrotto da una società raffinata ma vuota, mentre
Tigre reale narra la vicenda di un giovane innamorato di una donna fatale e divoratrice di uomini, la
cui redenzione è segnata dal ritorno alla famiglia. Questi due romanzi ottennero un discreto
successo e sono stati valutati dalla critica come esempi di realismo. Tuttavia, essi mantengono
ancora un’atmosfera tardo-romantica e hanno come sfondo ambienti aristocratici. Il linguaggio,
spesso enfatico ed emotivo, li rende molto lontani dal naturalismo francese.
LA SVOLTA VERISTA
Dopo un periodo di crisi, nel 1878 pubblica "Rosso Malpelo", un racconto che abbandona il
linguaggio artificioso e melodrammatico precedente per adottare uno stile più asciutto e
impersonale, tipico del Verismo. Tuttavia, la svolta non è improvvisa, ma frutto di un'evoluzione
progressiva. Verga non rifiuta del tutto i temi romantici, ma li rielabora con un approccio più
realistico e determinista. Con il metodo verista, lo scrittore vuole analizzare i meccanismi della
società, partendo dagli strati più umili per poi estendere il suo studio anche alle classi più alte,
comprese l’aristocrazia e la politica.

LA POETICA DELL’ IMPERSONALITA’


Alla base del nuovo metodo narrativo di Verga vi è il concetto di impersonalità. Secondo la sua
visione, la rappresentazione artistica deve possedere l’efficacia dell’"essere stato": il racconto deve
quindi trattare di qualcosa che sembra realmente accaduto. Tuttavia, non è sufficiente che ciò che
viene narrato sia realistico e documentato; deve anche essere raccontato in modo tale da porre il
lettore faccia a faccia con i fatti, nudi e schietti. Per ottenere questo effetto, lo scrittore deve
eclissarsi, ovvero non deve comparire nella narrazione con commenti o riflessioni personali.
L’autore deve, infatti, calarsi nei panni dei suoi personaggi, vedere il mondo con i loro occhi ed
esprimersi con le loro parole. In questo modo, la sua presenza risulterà invisibile e l’opera sembrerà
essersi creata da sé. Il lettore non avrà l’impressione di ascoltare un racconto, ma di assistere
direttamente agli eventi, come se si svolgessero davanti ai suoi occhi. Proprio per questo motivo, il
lettore viene introdotto direttamente nel cuore degli avvenimenti, senza spiegazioni preliminari
sugli antefatti o sulle caratteristiche dei personaggi. Verga ammette che ciò possa inizialmente
generare una certa confusione, ma col passare del tempo i personaggi si faranno conoscere
attraverso le loro azioni e parole, rendendo la comprensione sempre più chiara. Solo in questo modo
si può creare l’illusione perfetta della realtà: i fatti sembrano veri e il lettore ha la sensazione di
viverli in prima persona, eliminando ogni artificiosità letteraria. Questa concezione prende il nome
di "teoria dell’impersonalità", secondo cui la presenza del narratore deve scomparire completamente
dalla narrazione. Verga parla di un’illusione, per cui al lettore deve sembrare che l’autore non esista
e che l’opera si sia formata autonomamente.

LA TECNICA NARRATIVA
Verga applica questi principi nelle sue opere veriste nel momento in cui si distacca dalla tradizione e
dalle esperienze letterarie contemporanee, sia italiane che straniere. Come abbiamo visto, secondo
Verga l’autore si eclissa: a raccontare i fatti non è il narratore onnisciente tradizionale e il punto di
vista dello scrittore non si avverte mai. Non è neanche un personaggio specifico a narrare gli eventi,
ma il narratore si mimetizza tra i personaggi, adottando il loro modo di pensare e di agire, come se
fosse uno di loro. Pur non comparendo direttamente nella vicenda, resta anonimo e invisibile. Un
esempio emblematico si trova all’inizio di Rosso Malpelo, quando il protagonista viene definito
come un ragazzo malizioso e cattivo a causa dei suoi capelli rossi. Questa visione, basata su una
superstizione popolare, non appartiene certo a una mentalità razionale e colta come quella dello
scrittore, ma riflette il punto di vista dei minatori della cava in cui Malpelo lavora. Il narratore
rimane anonimo: non descrive il carattere o la storia dei personaggi in modo esplicito, né offre
dettagliate descrizioni dei luoghi dove si svolge l’azione. Piuttosto, narra come se si rivolgesse a un
pubblico che già conosce quei luoghi e quelle persone, appartenente allo stesso ambiente sociale dei
protagonisti. Se la voce narrante commenta o giudica i fatti, non lo fa secondo la visione colta
dell’autore, ma adotta la prospettiva elementare e rozza della collettività popolare. Di conseguenza,
anche il linguaggio non è quello di uno scrittore raffinato, ma è essenziale e povero, ricco di
paragoni, proverbi e imprecazioni tipiche del linguaggio comune. È caratterizzato da una sintassi
semplice, talvolta scorretta, e dall’uso di forme dialettali, in modo da rendere ancora più autentica
l’illusione della realtà.

L’IDELOGIA VERGHIANA: IL DIRITTO DI GIUDICARE E IL


PESSIMISMO
La teoria dell’impersonalità nasce dal convincimento di Verga che l’autore debba eclissarsi
nell’opera, poiché non ha il diritto di giudicare la realtà che rappresenta. Alla base di questa
concezione vi sono idee e convinzioni di matrice pessimistica.

Secondo Verga, la società è dominata dal meccanismo crudele della lotta per la vita, in cui il più
forte schiaccia inevitabilmente il più debole. Valori come la generosità, l’altruismo e la pietà sono
soltanto ideali astratti che non trovano spazio nella realtà concreta. Gli uomini, infatti, non sono
mossi da nobili principi, ma dall’interesse economico, dall’egoismo e dalla volontà di
sopraffazione. Questa è una legge universale, che non governa solo la società umana, ma anche il
mondo animale e vegetale.

Per questo motivo, Verga esclude la possibilità di un’organizzazione sociale diversa e più giusta e
rifiuta qualsiasi consolazione religiosa. Ritiene inutile cercare di modificare la realtà nella
narrazione, poiché sarebbe impossibile cambiarla nella vita reale. Di conseguenza, ogni intervento
giudicante da parte dello scrittore sarebbe vano e privo di senso. L’unico compito del narratore,
dunque, è riprodurre la realtà così com’è, senza interpretazioni o commenti. La tecnica
dell’impersonalità adottata da Verga non è quindi una scelta stilistica casuale, ma è il risultato
coerente della sua visione pessimistica del mondo.

IL VALORE CONOSCITIVO E CRITICO DEL PESSIMISMO


Il pessimismo di Verga ha senza dubbio una connotazione fortemente conservatrice. L’autore
manifesta infatti un rifiuto esplicito delle ideologie progressiste contemporanee, in particolare di
quelle democratiche e socialiste, che considera illusioni ingenue e ingannevoli. Tuttavia, questo
pessimismo conservatore non implica un’accettazione passiva e acritica della realtà esistente. Al
contrario, è proprio il suo sguardo disilluso a permettergli di cogliere con estrema lucidità gli aspetti
negativi della società, rappresentandoli con grande oggettività, lasciando che i fatti parlino da soli.
Inoltre, il pessimismo conservatore di Verga lo immunizza dai miti dominanti nella letteratura del
suo tempo, come il mito del progresso, celebrato da autori come Carducci, o il mito del popolo. Pur
avendo spesso come protagonisti personaggi umili, le sue opere non cadono nell’atteggiamento
populista diffuso nella letteratura del secondo Ottocento. Verga rifiuta sia la pietà sentimentale per
la miseria del popolo sia l’idea che un miglioramento delle condizioni di vita possa derivare dalla
buona volontà o dal paternalismo delle classi privilegiate. Allo stesso modo, pur sottolineando gli
aspetti negativi del progresso moderno, Verga non idealizza la vita rurale. Non aderisce al mito della
campagna come un luogo idilliaco e incontaminato, un’alternativa positiva alla società cittadina e
industriale. Se tracce di questa visione si possono ancora trovare nella fase iniziale del suo verismo,
nelle opere più mature l’autore supera questa prospettiva, evidenziando come anche il mondo
contadino sia governato dalle stesse leggi spietate che regolano ogni società, ponendo gli uomini in
continua lotta tra loro.

Il verismo di Verga e il naturalismo zoliano: le diverse tecniche narrative


A differenza dei romanzi verghiani, nelle opere di Zola la voce narrante riflette il modo di vedere e
di esprimersi dell’autore, intervenendo con giudizi espliciti o impliciti sulla materia trattata. Ad
esempio, in Germinal, Zola descrive un gruppo di ragazzi e ragazze intenti a prepararsi per andare
al lavoro come se fossero “cagnolini”, sottolineando così la loro mancanza di pudore. Questo
giudizio rispecchia il suo punto di vista borghese e il suo codice morale. In Verga, invece, questo
non accade mai. L’autore siciliano, fedele al principio dell’impersonalità, non avrebbe mai
enfatizzato la mancanza di vergogna dei suoi personaggi, evitando di esprimere giudizi, sia espliciti
che impliciti. Un altro esempio di giudizio implicito in Zola si trova sempre in Germinal, dove lo
scrittore descrive l’aria della cucina dei minatori come “avvelenata” dall’odore acre delle cipolle.
Questo commento riflette il punto di vista dell’autore, che appartiene a una classe sociale diversa e
considera quel tipo di alimentazione povera e degradante. Un’eccezione all’approccio narrativo di
Zola si trova in L’Assommoir, dove l’autore riproduce il gergo specifico dei proletari parigini.
Tuttavia, si tratta di un caso isolato. Per il resto della sua produzione, Zola mantiene una distanza
linguistica rispetto ai suoi personaggi, adottando un linguaggio letterario e colto, molto diverso dal
modo di parlare reale delle classi popolari che descrive. Questo aspetto lo differenzia
profondamente da Verga, che invece si eclissa completamente nella narrazione, lasciando che il
linguaggio e la visione del mondo siano quelli dei suoi personaggi, senza filtri o interventi autoriali.

LE DIVERSE IDEOLOGIE
Le tecniche narrative adottate da Zola e Verga derivano da due concezioni opposte della realtà e del
ruolo della letteratura. Zola interviene nei suoi romanzi con commenti e giudizi perché crede che la
scrittura possa contribuire a cambiare la società. Ha piena fiducia nella funzione progressiva della
letteratura e nel suo potere di denuncia e trasformazione. Verga, al contrario, ritiene che la realtà sia
immutabile e che sia inutile creare una visione falsata nei suoi romanzi. Per questo motivo, il suo
compito è semplicemente riprodurre oggettivamente il mondo, senza interventi soggettivi. Questa
differenza di approccio è legata alle diverse origini sociali e culturali dei due scrittori. Zola,
borghese e democratico, vive in una società industrialmente avanzata e in continua evoluzione, in
cui il cambiamento sembra possibile. Verga, invece, è un galantuomo del Sud, un proprietario
terriero conservatore, che ha di fronte a sé masse contadine escluse dalla storia e chiuse nella loro
miseria. L’Italia meridionale dell’epoca è segnata da oppressioni ed esclusioni, e per Verga la
sopraffazione è una legge ineluttabile, che non può essere modificata. Di conseguenza, la letteratura
non può intervenire sulla realtà, ma solo rappresentarla fedelmente. Tuttavia, questa differenza non
implica un giudizio di valore tra le due visioni. Non si tratta di esaltare il progressismo di Zola a
discapito del conservatorismo di Verga, ma semplicemente di riconoscere che le loro tecniche
narrative derivano da ideologie ed esperienze di vita profondamente diverse.

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