Seneca Letteratura Latina
Seneca Letteratura Latina
Seneca è stato il più grande filosofo latino. È vissuto sotto tre imperatori, Caligola, Claudio e
Nerone e con nessuno dei tre ha avuto rapporti troppo positivi.
Nasce a Cordoba (attuale Cordova, Spagna) nel 4 a.C.
Proveniva da una ricca famiglia equestre (che non aveva origini aristocratiche). Giunse a
Roma abbastanza presto e studiò lì retorica e filosofia. Soprattutto studiò la filosofia stoica e
la filosofia neopitagorica, da cui apprese i costumi sobri, austeri: non beveva vino, non
mangiava ostriche, si lavava con l’acqua fredda, a gennaio per inaugurare l’anno si lavava
nell’acqua gelida del Tevere. Avrebbe voluto vivere una vita contemplativa (otium), ma per
volontà del padre iniziò il cursus honorum, la carriera politica, e divenne questore.
L’imperatore Caligola lo odiava, tant'è che aveva deciso di farlo uccidere, ma una donna di
corte riuscì a convincerlo che Seneca fosse malato e sarebbe morto di lì a poco, e così
Caligola desistette da quella sua idea.
L’imperatore successivo, Claudio, istigato da sua moglie Messalina, lo accusò di adulterio
con Giulia Livilla e lo condannò all’esilio in Corsica. Lì rimase fino al 49 d.C., quando fu
richiamato a Roma da Claudio per volontà della moglie Agrippina. Lei gli diede l’incarico di
precettore di suo figlio Nerone, diventato imperatore nel 54 d.C. Nerone però iniziò a
mostrare segni di cambiamenti; in particolare voleva sposare Poppea Sabina, ma lei era già
sposata con un altro, per cui la madre Agrippina si opponeva a questo matrimonio e nel 59
d.C. Nerone la fece uccidere. Alcuni sospettano che Seneca sia stato complice e
corresponsabile di questo omicidio. Ciò che è certo è che è impossibile che Seneca non lo
sapesse. Momentaneamente Seneca rimase al fianco di Nerone, ma quando nel 62 Nerone
fece uccidere Afranio Burro e divenne prefetto del pretorio il crudele Tigellino, Seneca chiese
a Nerone di abbandonare qualsiasi funzione pubblica e di ritirarsi a vita privata, dedicandosi
solo all’otium.
Nel 65 fu organizzata la congiura dei Pisoni, la quale venne scoperta da Nerone. Lui
sosteneva che tra i congiurati che avevano complottato contro di lui ci fosse anche Seneca e
così lui fu costretto a suicidarsi nel 65.
Seneca in quanto seguace della filosofia stoica, vedeva nel suicidio un estremo atto di
libertà, di affermazione di se stessi.
In una prima fase della sua produzione letteraria, Seneca credeva di poter fare di Nerone un
monarca illuminato.
In una delle sue prime opere De clementia, Seneca ci spiega il suo tentativo di fare di
Nerone un despota illuminato, poi però perse le speranze.
3 di questi Dialogi sono impostati come delle opere consolatorie, cioè Seneca vuole
consolare l’interlocutore.
Il più antico di questi Dialogi è la Consolatio ad Marciam, la quale risale probabilmente al
37 d.C., cioè prima dell’esilio. Marcia era una nobildonna romana, figlia di uno storico
romano famoso, cioè Cremuzio Cordo, la quale 3 anni prima aveva perso il figlio Metilio.
Seneca la vuole consolare e per farlo le spiega che la morte non è un male per 2 motivi: sia
perché è il passaggio ad una vita migliore sia perché è nella natura degli esseri umani; la
vita prevede sempre anche la morte.
Lo stile di questa Consolatio è molto elaborato e sostenuto.
Tra il 42 e il 43, quando già era in esilio in Corsica, Seneca scrive la Consolatio ad Helviam
matrem, nella quale cerca di consolare la madre Helvia che soffre poiché il figlio era stato
mandato in esilio. Cerca di dimostrare che l’esilio non è un male e le dice che è
semplicemente uno spostamento di luogo che non può togliere all’uomo il suo vero bene,
cioè la virtù. Inoltre, per dimostrare che l’esilio non è un male, Seneca utilizza un principio
dello stoicismo, cioè il principio del cosmopolitismo del saggio (cittadino del mondo). Inoltre
Seneca esorta la madre a cercare conforto negli studi, a seguire gli esempi di donne nobili e
coraggiose e le dice che lui vive sereno e che si sta dedicando alla ricerca della verità e
della virtù. Questa Consolatio è caratterizzata da un tono affettuoso e intimo, ma
contemporaneamente Seneca vuole far venire fuori la sua dignità, la sua nobiltà d’animo.
De ira
Il De ira è suddiviso in 3 libri. Fu composto molto probabilmente nel 41, dopo la morte di
Caligola. È dedicato al fratello di Seneca, cioè Novato.
Seneca in questo trattato afferma che l’ira non è mai accettabile né utile, poiché offusca la
ragione ed è per questo simile alla follia (lo trae dalla filosofia stoica). Seneca porta
numerosi esempi tratti dalla storia greca e romana di personaggi che hanno dato sfogo
all’ira, tra questi spicca Caligola. Di lui Seneca riporta numerosi esempi di ira furiosa e lo
descrive come una belva assetata di sangue. Poi indica anche i rimedi per placare l’ira.
De brevitate vitae
Forse nel 49, Seneca scrisse il DE BREVITATE VITAE. Contrariamente al titolo, Seneca in
questo trattato dimostra che il tempo della vita a nostra disposizione non è poco, quindi è
paradossale. Questo trattato è dedicato all’amico Paolino, un funzionario della corte di
Claudio e molto probabilmente anche suocero di Seneca, il quale in seconde nozze sposò
una certa Paolina, che pare fosse sua figlia.
Seneca dice che gli uomini pensano che la vita sia breve perché la sprecano in occupazioni
frivole, vane. Coloro che sprecano il loro tempo in queste occupazioni inutili vengono da
Seneca definiti gli “occupati”, cioè quelli che non hanno capito il vero senso della vita, si
dedicano alle cose materiali e non si dedicano alla virtù e alla ricerca e alla contemplazione
della verità, come fa il saggio stoico.
Seneca dice che gli occupati, proprio perché si dedicano ad attività inutili e frivole, non
raggiungeranno mai l’autarkeia, la felicità.
De vita beata
Un altro trattato di Seneca si intitola De Vita Beata (Sulla felicità). Non sappiamo
esattamente l’anno di composizione, probabilmente fu scritto quando Seneca era un
collaboratore di Nerone. Come il De Ira, è dedicato al fratello Novato. In questo trattato
Seneca sostiene che il giudizio di un uomo può essere offuscato dall’ignoranza e dal
cedimento agli impulsi. Il saggio, quindi, deve imparare a lottare contro questi 2 mali
dell’anima, perché così quando subentra la sventura e arriva il dolore, il saggio sarà pronto
ad affrontarli, perché saprà esercitare con forza e fermezza il suo giudizio.
Seneca poi, in questo trattato, dimostra che la vita beata si può raggiungere soltanto vivendo
secondo la virtù e polemizza con gli epicurei, i quali non identificavano il sommo bene nella
virtù, ma nel piacere (voluptas).
Secondo molti critici moderni questo trattato fu scritto da Seneca per difendersi dalle accuse
che gli venivano mosse, cioè l’accusa di possedere molte ricchezze e di condurre una vita
lussuosa e dispendiosa. Infatti Seneca in questo trattato sostiene che i saggi, i filosofi, se
anche possiedono le ricchezze non le amano e quindi se sono privati delle ricchezze non
soffrono. Lui dice che in realtà le ricchezze sono utili al saggio per avere più spazio per
dedicarsi alla virtù e alla verità.
De tranquillitate animi
Questo dialogus è stato molto probabilmente scritto da Seneca quando ancora collaborava
con Nerone. È dedicato ad un amico di Seneca chiamato Anneo Sereno.
Questo amico di Seneca era un seguace della filosofia epicurea che Seneca voleva
convertire allo stoicismo.
Nel l’introduzione Seneca immagina che Anneo Sereno gli chieda consiglio e aiuto perché
vive un momento di crisi interiore, un momento di instabilità spirituale. Allora Seneca, dopo
aver descritto i sintomi di un animo inquieto e instabile, indica all’amico i rimedi per
raggiungere la tranquillità dell’animo.
Questi rimedi sono l’impegno nella vita attiva per il bene comune, la parsimonia, la frugalità
(vita sobria), l’amicizia dei buoni e la pacata accettazione delle avversità e della morte.
De otio
Questo dialogus è stato composto o immediatamente prima dal ritiro di Seneca dalla vita
politica o immediatamente dopo. Anche questo è dedicato ad Anneo Sereno e in questo
dialogus Seneca si occupa della questione dell’otium e del negotium. Seneca afferma che il
saggio deve dedicarsi al negotium per il bene comune solo se le condizioni politiche e
storiche glielo consentono, se così non è il saggio deve dedicarsi all’otium, cioè alla vita
spirituale, la quale consiste nella ricerca della virtù, nella ricerca intellettuale, nel progresso
morale. Anche quando il saggio si ritira dal negotium e si dedica all’otium, ha una funzione
fondamentale, cioè quella di iuvare, cioè aiutare la collettività, lavorare per il bene comune.
Seneca l’ha fatto scrivendo le sue opere.
De providentia
Questo dialogo è dedicato all’amico Lucilio. Seneca immagina che Lucilio gli chieda come
mai i buoni sono colpiti dai mali dato che, secondo gli stoici c’è un disegno provvidenziale
(qualcosa di già scritto) che regge l’universo.
Seneca gli dice che in realtà queste sofferenze che colpiscono i buoni non sono delle vere
disgrazie, ma sono delle prove a cui gli dei sottopongono i buoni per renderli più forti e per
aiutarli a migliorare moralmente. Non sono dunque delle punizioni.
Oltre ai Dialogi Seneca ha scritto 3 trattati in cui comunque si occupa di filosofia. Noi li
definiamo trattati perché sono opere più ampie, di più vasto respiro, ma hanno
un’impostazione uguale a quella dei Dialogi: anche questi 3 sono rivolti ad un dedicatario
con il quale Seneca immagina di dialogare in prima persona, esponendo le sue teorie.
Il terzo trattato, il quale risale agli anni in cui Seneca si era ritirato dalla vita politica, sono le
Naturales quaestiones. È un trattato diviso in 7 libri e dedicato a Lucilio. Si tratta di un
trattato di scienze naturali, però rientra comunque nel trattato filosofico perché al tempo le
scienze naturali erano considerate una branca della filosofia. Seneca tratta di argomenti
meteorologici, parla dell’arcobaleno, delle meteore, dei terremoti, della pioggia, dei tuoni, dei
lampi ecc. anche in questo trattato ha uno scopo pratico: liberare gli uomini dalle paure che
nascono dall’ignoranza dei fenomeni naturali. (Ricorda Lucrezio)
L’altro scopo pratico del trattato è quello di insegnare il corretto uso dei beni messi a
disposizione dalla natura.
Seneca più volte in questo trattato critica gli uomini che invece di dedicarsi allo studio delle
scienze, si dedicano ad occupazioni inutili o addirittura dannose; e più volte critica il fatto che
il progresso (avanzare delle conoscenze) in realtà poi aumenti la corruzione e i vizi.
Nel finale di questo trattato Seneca si auspica che gli uomini studino di più in futuro le
scienze e si augura che il progresso scientifico, invece di aumentare la corruzione, sveli
verità ignote.
EPISTOLA 46 (pag.106)
Seneca comincia questa epistola affermando di aver sentito, da coloro che frequentavano la
sua casa, che Lucilio (nonché il destinatario della lettera) ha un comportamento cordiale con
i suoi servi, comportamento che si addice alla sua saggezza e alla sua istruzione.
Deride il comportamento dei romani, i quali considerano disonorevole cenare allo stesso
tavolo del proprio schiavo, in quanto è consuetudine che gli schiavi stiano attorno al tavolo
del padrone, in silenzio e digiuni,mentre quest’ultimo mangia, poiché ogni tipo di rumore da
parte degli schiavi viene punito. Così finisce che gli schiavi non autorizzati a parlare con il
padrone sparlino di lui, mentre quelli a cui è concesso parlare e cenare con il padrone, siano
pronti a tacere sotto tortura e mettere in pericolo se stessi pur di salvaguardarlo.
Questa epistola è così importante in quanto Seneca dice una cosa rivoluzionaria rispetto alla
mentalità umana, cioè afferma che non bisogna trattare male gli schiavi.
Seneca afferma che in realtà siamo tutti uguali, nessuno è schiavo dell’altro; siamo tutti
uguali anche perché siamo tutti schiavi dei capricci della sorte (ricorda il Cristianesimo,
anche se Seneca era un pagano).
Dice che in realtà si è schiavi non di una persona, ma delle passioni. Dunque la vera
schiavitù è la schiavitù delle passioni e quindi i padroni non hanno alcun diritto di trattare
male i loro schiavi.
Traduzione
Ho saputo compiacere, da quanti vengono da casa tua, che tratti familiarmente i tuoi servi:
questo comportamento si addice alla tua saggezza e alla tua istruzione. “Sono schiavi”. No,
sono uomini. “Sono schiavi”. No, vivono nella tua stessa casa. “Sono schiavi”. No, sono umili
amici. “Sono schiavi”. No, sono compagni di schiavitù, se pensi che la sorte ha uguale
potere su noi e su loro. Perciò rido di costoro che giudicano disonorevole cenare con il
proprio schiavo: per quale motivo, se non perché è una superbissima consuetudine che
intorno al padrone, mentre mangia, ci sia una folla di servi in piedi? Egli mangia oltre la
capacità del suo stomaco e con grande avidità riempie il ventre rigonfio ormai disabituato
alle sue funzioni: è più affaticato a vomitare cibo che ad ingerirlo. Ma a quegli schiavi infelici,
non è permesso neppure muovere le labbra per parlare (mentre mangia): ogni bisbiglio è
punito con il bastone, non sfuggono alle percosse neppure i rumori involontari: la tosse, gli
starnuti, il singhiozzo di: interrompere il silenzio con una parola si paga a caro prezzo;
devono stare tutta la notte in piedi digiuni e zitti. Così accade che costoro che non possono
parlare in presenza del padrone, ne parlino male. Invece quei servi che potevano parlare
non solo in presenza del padrone, ma anche con il padrone stesso, quelli che non avevano
la bocca cucita, erano pronti ad offrire la testa per il padrone e a rivolgere su di sé un
pericolo che lo minacciasse; parlavano durante i banchetti, ma tacevano sotto tortura.
Stile
Tutte queste opere sono caratterizzate da dialoghi vivaci, appassionati, Seneca pensa di
parlare con un dedicatario. Il suo stile è incentrato sulla presenza delle frasi ad effetto, le
sententiae. E per questo nello stile di Seneca, in generale, prevale la paratassi con
l’asindeto (prevalenza di proposizioni coordinate collegate tra loro tramite segni di
interpunzione). È uno stile rigoroso, Gli scopi delle opere di Seneca sono 3: docēre, cioè
insegnare; movēre, che significa coinvolgere emotivamente il lettore, scuoterlo: flectere,
coinvolgere ed appassionare il lettore emotivamente.
Seneca fa molto uso di antitesi, parallelismi, anafore, poliptoti (ripetizione di uno stesso
termine con funzioni grammaticali diverse).
È uno stile molto criticato nel corso dei secoli, per esempio da Quintiliano. Si tratta di uno
stile irregolare.
Lontani dallo stile pulito e perfetto di Cicerone.
EPISTOLA 7 (pag.174)
Questa è un’epistola in cui Seneca suggerisce a Lucilio e a se stesso di evitare la folla
perché secondo Seneca i vizi sono contagiosi.Dice che la folla può essere frequentata solo
quando si è forti d’animo e si è arrivati all’apice del perfezionamento morale. Quando
frequenta la folla il suo equilibrio etico ne esce turbato.
Seneca afferma che la frequentazione della folla è deleteria e che c’è sicuramente qualcuno
che può trasmetterci qualche vizio. Afferma anche che in particolare bisogna evitare gli
spettacoli nell’anfiteatro perché il contagio dei vizi è più probabile quando si prova piacere,
quando ci si diverte.
Nella parte finale si riferisce ad uno spettacolo di gladiatori. Lui dimostra di essere uscito più
crudele dagli spettacoli e fa l’esempio di quando si è abbattuto in uno spettacolo di
gladiatori.
TRADUZIONE TESTO
Ciò che accade agli ammalati, che una lunga infermità ha indebolito a tal punto da non poter
più uscire senza danno, accade a noi, i cui animi si rimettono a nuovo da una lunga malattia.
La frequentazione della folla è deleteria: non c’è nessuno che non ci suggerisca o non ci
trasmetta un vizio, o che ce lo attacchi senza che ce ne rendiamo conto. Certamente,
quanto più è grande la folla con cui ci mescoliamo, tanto più pericolo è presente. Tuttavia,
niente è tanto dannoso per i buoni costumi quanto stare seduto in qualche spettacolo; allora
infatti i vizi si insinuano più facilmente attraverso il piacere. Cosa pensi che io dica? Torno
più avido, più ambizioso, più dissoluto? Anzi, torno addirittura più crudele e più disumano,
poiché sono stato tra gli uomini. Per caso mi sono imbattuto a mezzogiorno in uno
spettacolo, aspettandomi scherzi, battute e un po’ di svago con cui gli occhi degli uomini
possano riposarsi dal sangue umano.
Tragedie
La tragedia era un genere tipico delle origini della letteratura latina. La tragedia latina aveva
alcuni caratteri diversi dalla tragedia greca: mentre gli spettacoli tragici in Grecia non
mettevano mai in scena atti violenti, spargimenti di sangue, c’erano comunque gli omicidi,
ma non venivano rappresentati in scena. Invece la tragedia romana prediligeva gli aspetti
più cruenti, le atmosfere più cupe. Durante l’epoca repubblicana e augustea non era stata
popolare la tragedia.
Le tragedie di Seneca sono molto preziose e ce ne sono state tramandate 10. 9 di queste
sono di argomento mitologico e hanno come modelli le tragedie greche.
Ad esempio, alcune di queste si intitolano “Medea”, il cui modello di riferimento è la Medea
di Euripide; un’altra “Phaedra”, “Agamemnon”.
Di queste 10, 1 è una praetexta, di ambientazione romana, e si intitola “Octavia”. Sembra
così diversa dalle altre, che alcuni ritengono che sia stata scritta da un imitatore di Seneca e
non da lui. Anche perché in questa tragedia di ambientazione romana si fa riferimento alla
morte di Nerone (avvenuta dopo la sua nel 68).
Apokolokyntosis [apokolochiuntosis]
Si tratta di un prosimetro, cioè un’opera mista di prosa e versi. Viene inquadrata nel genere
della satira menippea.
Menippo di Gadara è stato un autore greco del III secolo a.C. il quale ha inventato questo
genere. Presenta 2 caratteristiche fondamentali: la mescolanza tra prosa e versi e la
mescolanza tra il serio e il comico.
In questa opera Seneca immagina quello che è accaduto dopo la morte di Claudio. Per anni
si è pensato che Apokolokyntosis significasse “trasformazione in zucca”, perché kolokynte
significa zucca. In realtà in quest’opera Claudio non viene trasformato in una zucca, per cui
si è giunti alla conclusione che il titolo dell’opera significa “deificazione di una zucca”,
dunque di quello zuccone di Claudio.
Questa è l’unica opera di Seneca che non ha nessuna implicazione filosofica. È solo
un’opera in cui Seneca mostra tutto il suo disprezzo per Claudio.
Immagina che Claudio muore e sulla terra tutti gioiscono. Claudio giunge in cielo, si presenta
a Giove, ma Giove non lo riconosce perché parla in modo strano. In fatti pare che Claudio
fosse balbuziente e dunque affida il compito ad Ercole di scoprire di chi si tratti. Dunque
Ercole lo scopre e gli dei decidono se divinizzarlo o meno. Ad un certo punto parla Augusto il
quale fa un’invettiva contro Claudio accusandolo di aver ucciso diversi membri della sua
famiglia e chiedendo una severa punizione. A questo punto Claudio viene trascinato negli
inferi e lungo il tragitto passa per la via Sacra di Roma e assiste al suo funerale, vede la
gente in festa, e capisce di essere morto. Negli inferi incontra le anime di coloro che lui ha
fatto uccidere e viene condannato a giocare eternamente ai dadi però con una pedina
bucata, con i lati dei dadi forati. Poi appare Caligola che lo vuole come schiavo e alla fine
viene consegnato al suo vecchio liberto Menandro come schiavo.