BIOGRAFIA
Nacque a Danzica nel 1788 oggi Polonia, un tempo faceva parte della Prussia. Il padre era
un mercante e grazie al suo lavoro aveva reso la famiglia benestante, grazie a questo
Schopenhauer potè viaggiare molto. In seguito, a causa di un dissesto economico, il padre
si suicidò. La madre era scrittrice di romanzi rosa.
Si trasferisce a Weimar e crea un circolo letterario. Qui Schopenhauer ebbe l’occasione di
conoscere Mayer, esperto conoscitore dei testi e della religione buddista.
PENSIERO
Schopenhauer mette insieme la filosofia orientale e la religione buddista. La sua opera più
importante è “Il mondo come volontà e rappresentazione”: opera che sintetizza il pensiero di
platone, il concetto di idea; il pensiero di Kant e la religione buddista.
È un antihegeliano, critica la filosofia di Hegel e lo denomina “testa di legno”. Ha una visione
pessimistica della vita umana e come Kierkegaard è interprete dell’infelicità dell’uomo, non
del singolo ma dell’umanità.
Il suo non è un pessimismo legato ad un periodo storico, ma è connaturato alla natura
umana che prima o poi deve fare i conti con le tappe vitali.
Egli nega la dialettica Hegeliana. Per la persona concreta calata nella realtà non è possibile
arrivare alla sintesi dove si conciliano gli opposti. Nella vita reale purtroppo, non è così:
bisogna fare delle scelte.
Il punto di partenza della filosofia di Schopenauer è la distinzione di Kant tra fenomeno e
noumeno.
Per Kant il fenomeno è ciò che possiamo conoscere in maniera adeguata utilizzando le
funzioni conoscitive. Per Schopenauer e ciò che appare come illusione, come sogno; egli lo
chiama, rifacendosi al buddhismo e all’induismo, velo di Maya, quel velo che inganna
l’uomo, che copre la vera realtà.
Per Kant il noumeno è ciò che va oltre le nostre funzioni conoscitive, che quindi l’uomo non
può conoscere perché le sue capacità conoscitive sono limitate. Di tutta la realtà, secondo
Kant, possiamo conoscere solo: spazio, tempo, e 12 categorie. Per Schopenauer, invece,
l’uomo può conoscere e squarciare il velo di Maya e vedere la vera realtà che è come il
nocciolo in un frutto.
Gli uomini possono sollevare il velo di Maya? SI.
Da dove si parte? Analizzando noi stessi: il nostro corpo è l’oggettivazione di una forza che
c’è dentro di noi che è la volontà di vivere. Il nostro corpo serve alla volontà di vivere per
rinnovarsi sempre. Il corpo serve a mangiare, bere, riprodursi. Ciò rinnova la vita. Questa
forza cosmica, che penetra in tutte le cose, presente anche negli animali e nelle piante, ci
spinge alla sopravvivenza. Ci porta ad essere egoisti. La volontà di vivere è: unica,
irrazionale e inconscia. Essa genera desiderio. Volere significa desiderare di possedere
qualcosa. Quando si desidera qualcosa è una sensazione negativa; c’è dunque un senso di
mancanza. Quando raggiungiamo l’oggetto di nostro desiderio, proviamo noia. La nostra vita
oscilla come un pendolo tra il dolore e la noia. In letteratura, questo stesso pensiero lo
ritroviamo in Leopardi: la felicità è un’illusione e consiste solo nell’attesa di qualcosa (il
sabato del villaggio).
Come ci si libera della volontà di vivere?
Non attraverso il suicidio. Rifacendosi al buddhismo, Schopenhauer individua 3 vie:
1 VIA ESTETICA: arte e musica (tragedia)
Intraprendendo questa prima via l’uomo verrà distratto per poco tempo dalla musica che
però può distrarlo e calmarlo momentaneamente. È di fatto una via transitoria, passeggera.
Qui, hanno un ruolo fondamentale la tragedia e la musica. Assistere a una tragedia serve
per liberarci da alcune passioni. Ha una funzione catartica, liberatoria, così come la musica,
linguaggio universale.
2 VIA ETICA: AGÀPE (amore)
Se la volontà di vivere ci spinge ad essere egoisti noi dobbiamo invece cercare di essere
compassionevoli, di amare il prossimo. un amore inteso come AGÀPE, un amore non
sessuale ma disinteressato, senza volere nulla in cambio.
3 VIA ASCETICA: è quella che porta alla liberazione definitiva. Se il volere porta a soffrire,
bisogna cercare di non volere, di non desiderare per non soffrire. Ciò porta a rinunciare, a
non volere i beni materiali, alle ricchezze. Così facendo non si soffre.
Quindi la soluzione “giusta” per liberarsi dalla volontà di vivere, sono la povertà e la castità:
intesi come rinuncia ai beni materiali e alla passione.
Ciò porta al raggiungimento del NIRVANA, cioè l’assenza di turbamento, di passione.
Questa è per Schopenhauer la vera felicità.