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Giacomo Leopardi (1798-1837) - 20250707 - 102259 - 0000

Giacomo Leopardi, nato nel 1798 a Recanati, proveniva da una famiglia nobile in difficoltà economiche e visse in un ambiente rigido e privo di affetto, che influenzò il suo pensiero e la sua poesia. La sua evoluzione letteraria lo portò a sviluppare un pessimismo cosmico, riflettendo sull'infelicità umana e sulla natura maligna, e a scrivere opere significative come 'L'Infinito' e 'A Silvia'. Leopardi, pur avendo una formazione classicista, si distinse per la sua originalità, combinando elementi romantici e classicisti nella sua poetica, culminando nella pubblicazione dei 'Canti' nel 1831.

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Giacomo Leopardi (1798-1837) - 20250707 - 102259 - 0000

Giacomo Leopardi, nato nel 1798 a Recanati, proveniva da una famiglia nobile in difficoltà economiche e visse in un ambiente rigido e privo di affetto, che influenzò il suo pensiero e la sua poesia. La sua evoluzione letteraria lo portò a sviluppare un pessimismo cosmico, riflettendo sull'infelicità umana e sulla natura maligna, e a scrivere opere significative come 'L'Infinito' e 'A Silvia'. Leopardi, pur avendo una formazione classicista, si distinse per la sua originalità, combinando elementi romantici e classicisti nella sua poetica, culminando nella pubblicazione dei 'Canti' nel 1831.

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Giacomo Leopardi (1798-1837)

Leopardi nasce nel 1798 a Recanati nelle Marche in una famiglia che apparteneva alla nobiltà
terriera, ma che si trovava in cattive condizioni economiche. Il padre (Monaldo) era un
personaggio che apparteneva a una cultura antiquata e accademica e che non approvava le
nuove idee che si stavano formando dalla Rivoluzione Francese e quella delle campagne
napoleoniche. La madre Adelaide Antici, era una persona abbastanza fredda e dura infatti in
casa del giovane Leopardi si respirava una atmosfera rigida e priva di affetto. Giacomo per un
primo periodo venne influenzato dalle idee bigotte e conservatrici, egli fu istruito da precettori
ecclesiastici ma ben presto non ebbe bisogno e iniziò a studiare da solo. Lui era una persona
molto intelligente infatti apprese fin da subito il latino, greco e l’ebraico . Egli compose opere di
compilazione erudita e tradusse classici latini e greci e contemporaneamente iniziò i
componimenti poetici, odi, sonetti, canzonette e tragedie. Queste produzioni si basavano sulla
cultura antica e superata e che si ispirava a modelli arcadico-illuministi. Anche sul piano politico
seguiva la politica del padre che dimostra degli AGLI ITALIANI PER LA LIBERAZIONE DEL PICENO,
dove esalta il vecchio dispotismo illuminato e paternalistico.

Nel 1815-16 lui stesso la chiama conversione letteraria dove abbandonò gli interessi filologici e si
appassionò ai grandi letterari come Omero, Dante e Virgilio. Cominciò a lettere Alfieri, Foscolo,
Rousseau (scrittori moderni). Un momento di altissima formazione culturale fu costruita
dall’amicizia di Pietro Giordani , uno dei letterari più apprezzati in quell’epoca che possedeva
orientamento classicistico, ma con idee democratiche e laiche.

Leopardi avvertì che quella atmosfera in ci viveva non gli rappresentava infatti egli tentò di
fuggire nel 1819 dalla casa paterna, ma venne scoperto. Da questa delusione iniziò anche ad
aggravarsi la vista che gli impediva anche di lettere e ciò lo portò uno stato di totale aridità e
raggiunse la percezione della nullità di tutte le cose ed è così che subentrò il pessimismo. Nel
1819 egli ebbe un passaggio tra il BELLO e VERO cioè da una poesia d’immaginazione filosofica a
una poesia che nutriva il pensiero. Ebbe tanti tentativi di sperimentazione ma poi venne fuori
L’INFINITO dove cominciò una stagione originale della sua poesia . Si aggiunse anche alcune
note dello ZILBALDONE una sorta di diario intellettuale a cui , Leopardi affidava riflessioni
letterario e linguistiche, nacquero successivamente altri idilli e serie di canzoni.

Nel 1822 ebbe la possibilità di allontanarsi da Recanati e andare a Roma ospite dello zio Antici
ma si rivelò una delusione perché gli ambienti letterari di Roma gli apparvero meschini e stesso
della grandezza monumentale della città lo infastidiva e così ritornò a Recanati dove si dedicò
alla composizione delle Operette morali, a cui affidò il suo pensiero filosofico e cominciò un
periodo di aridità interiore che gli impediva di scrivere versi ma si dedicò alla prosa. Nel 1825 si
presentò l’occasione di lasciare la famiglia e avere una una propria indipendenza economica con
il proprio lavoro intellettuale e iniziò a lavorare con l’editoria milanese Stella dove gli offrì un
assegno fisso per una serie di collaborazioni . Soggiornò così a Milano e Bologna. Nel 1827 passò
a Firenze dove entrò in rapporto co Vieusseux con il gruppo di intellettuali che facevano capo
alla rivista ANTOLOGIA. Trascorse l’inverno tra il 1827-28 a Pisa dove ebbe tregua dei suoi mali.
Nel 1828 nacque A SILVIA che aprì i GRANDI IDILLI . Nel 1828 (autunno) le sue condizioni di
salute si aggravarono e non fu più in grado di lavorare. Nell’aprile 1830 si risolvette ad accettare
una generosa offerta degli amici fiorentini un assegno mensile per un anno. Lasciò così Recanati
per non fare più ritorno . Cominciò un nuovo periodo dove uscì dal suo isolamento e strinse
rapporti sociali più intensi. A Firenze frequentò il salotto letterario che si riunivano presso
l’abitazione della giovane TOZZETTI per la quale nutrì un’intesa passione non corrisposta.
Questa delusione d’amore ispirò una serie di canti “IL CICLO DI ASPASIA” dove compaiono nuove
decisioni poetiche. Inoltre strinse rapporto fraterno di amicizia con un giovane napoletano,
Antonio Ranieri che vissero insieme fino alla sua morte. Dal 1833 si stabilì a Napoli dove proprio
qui entrò una polemica con l’ambiente culturale dove prese grande canto nella LA GINESTRA. A
Napoli morì nel 14 giugno 1837.

LETTERE E AUTOBIOGRAFICI
Di leopardi ci rimangono un folto gruppo di lettere pur non per essere pubblicate. Le più
significative sono quelle a Pietro Giordani dal 1817. Egli soffriva in un ambiente chiuso ma con
Giordani trovò un ideale figura paterna che non ha mai avuto . Scrisse un elevato numero di
lettere indirizzate al fratello carlo e alla sorella Paolina dove rilevò le sue vicende più intime. Le
lettere al padre dove confidò la sua difficoltà del loro rapporto, dove Monaldo (padre) era troppo
ideologico e culturalmente dal figlio era troppo rivolto al passato. Oltre ai famigliari abbiamo
lettere destinate a persone importanti come Monti, Gian Pietro Vieusseux e De Sinner. Egli
raramente affida a queste lettere delle esposizioni delle sue opere letterario o filosofiche e
preferisce riservare allo ZIBALDONE quaderni interi dove annotava le proprie riflessioni.

Egli nel 1819 progetto un romanzo autobiografico che pensava di intitolarlo STORIA DI
UN’ANIMA o VITA DI SILVIO SARNO a tal fine lo scrittore accumulò vari appunti che raccontavano
i suoi ricordi ed esperienze passate.

IL PENSIERO
Lo Zibaldone

Tutta l'opera di Leopardi si basa su un sistema di idee continuamente meditate e sviluppate,


come si può vedere attraverso le migliaia di pagine dello Zibaldone. Si tratta di un diario
intellettuale, scritto tra il 1817 e 1832, in cui il poeta annota pensieri, appunti, ricordi,
osservazioni, note, conversazioni, discussioni, su vari argomenti senza un criterio organizzativo
preciso. Questo materiale offre uno sguardo interessante sull'evoluzione del pensiero di
Leopardi e sulla sua visione della letteratura. La parola "zibaldone" si riferisce alla varietà di
argomenti trattati senza ordine preciso, come un miscuglio confuso di cose diverse.

La natura benigna
Al centro della riflessione di Leopardi si pone il motivo pessimistico dell'infelicità dell'uomo.
Secondo Leopardi, l'infelicità deriva dal desiderio dell'uomo di un piacere infinito, che nessun
piacere particolare può soddisfare. Questa insoddisfazione costante porta alla sensazione di
nullità di tutte le cose e all'infelicità dell'uomo. Leopardi sottolinea che questa infelicità non ha
origini religiose o metafisiche, ma è il risultato della natura stessa dell'uomo. Tuttavia, la natura
ha offerto all'uomo l'immaginazione e le illusioni come rimedio per nascondere la sua vera
condizione. Gli uomini primitivi e gli antichi Greci e Romani erano più felici in quanto ignoravano
la loro reale infelicità, mentre il progresso della civiltà ha portato alla consapevolezza della
condizione umana e all'infelicità.

Il pessimismo storico

La prima fase del pensiero leopardiano è tutta costruita sull’ antitesi tra natura e ragione, tra
antichi e moderni. Gli antichi, nutriti di generose illusioni, erano capaci di azioni eroiche e
magnanime; erano anche più forti fisicamente, e questo favoriva la loro forza morale; la loro vita
era più attiva e intensa, e ciò contribuiva a far dimenticare il nulla e il vuoto dell'esistenza. Il
progresso della civiltà e della ragione, facendo scomparire le illusioni, ha spento ogni slancio
magnanimo, ha reso i moderni incapaci di azioni eroiche, ha generato viltà, meschinità. La colpa
dell'infelicità presente è dunque attribuita all'uomo stesso, che si è allontanato dalla via tracciata
dalla natura benigna. Leopardi dà un giudizio durissimo sulla civiltà dei suoi anni, la vede
dominata dall'inerzia e dalla noia; ciò vale soprattutto per l'Italia, miserevolmente decaduta dalla
grandezza del passato. Ma non bisogna mai dimenticare che si trattava pur sempre di una
felicità relativa, e che Leopardi è già sin d'ora ben consapevole del fatto che la vera condizione
dell'uomo è l'infelicità, e che la felicità antica era solo frutto di illusione, di un generoso e
provvidenziale inganno: quindi la formula ‘‘pessimismo storico‘‘ ha un valore solo orientativo, in
quanto quel pessimismo si colloca pur sempre, in realtà, in un quadro che si può dire ‘‘cosmico‘‘,
cioè assoluto.

La natura maligna

Questa visione di una natura benigna e provvidenziale entra presto in crisi. Leopardi capisce che
la natura mira alla conservazione della specie a discapito del singolo individuo, causando
sofferenza. Si rende conto che la natura ha instillato nell'uomo il desiderio di felicità infinita
senza fornire i mezzi per raggiungerla. Inizialmente attribuisce la responsabilità del male al
destino, ma alla fine ribalta la sua concezione della natura. La natura non è più vista come
materna e amorevole, ma come un meccanismo cieco e crudele, indifferente al destino delle sue
creature. La colpa dell'infelicità non è più dell'uomo o del destino, ma solo della natura. L'uomo
è solo una vittima innocente di una natura sempre crudele e oppressiva. L'infelicità è ora
causata principalmente da fattori esterni come malattie, catastrofi naturali e morte.

Il pessimismo cosmico

Se la infelicità è causata dalla natura stessa, tutti gli uomini sono destinati a essere infelici in
qualsiasi momento e sotto qualsiasi forma di governo. Anche gli antichi, nonostante le loro
illusioni, erano afflitti da questi mali. Come tale, Leopardi sviluppa un pessimismo cosmico che
vede l'infelicità come un dato eterno e immutabile della natura, piuttosto che legato a una
specifica condizione storica dell'uomo. Questa visione influenzerà tutta la sua opera successiva
al 1824. Inizialmente, abbandona la poesia civile e l'atteggiamento titano, optando per una
contemplazione lucida e disperata della verità. Si identifica con l'ideale del saggio antico, in
particolare lo stoico, caratterizzato da un distacco impassibile dalla vita. Tuttavia, in seguito,
Leopardi ritorna con un atteggiamento di protesta e sfida al destino e alla natura, proponendo
infine un modello di vita sociale e progresso nella Ginestra.

LA POETICA DEL VAGO E INDEFINITO la teoria del piacere elaborata nel luglio 1820 oltre
a costituire il fondamento della filosofia di Leopardi, rappresenta anche il punto d’avvio della sua
poetica. Dopo aver affermato che nella realtà il piacere infinito è irraggiungibile, il poeta sostiene
infatti che l’uomo abbia capacità di figurarsi piaceri infiniti mediante l’immaginazione. Ciò che
stimola l’immaginazione è tutto ciò che vago e indefinito. Nello zibaldone viene a costruire una
vera e propria TEORIA DELLA VISIONE : le idee vaghe e indefinite esempio una siepe un albero
ecc

IL BELLO POETICO consiste nel vago e indefinito, le immagini sono suggestive perché evocano
sensazioni che ci hanno affascinati da fanciulli . La poetica per leopardi è il recupero della
visione della fanciullezza che attraversa la memoria ( Leopardi ama la fanciullezza perché gli
porta spensieratezza )

La poesia quindi è il recupero della visione immaginosa della fanciullezza attraverso la memoria
(rimembranza), a differenza , i moderni invece hanno perduto questa capacità immaginosa e
fanciullesca. Leopardi non si rassegna a escludere il carattere immaginosa dai suoi versi infatti
non si rassegna a rinunciare alle illusioni ma pur consapevole della loro vanità continuerà a
inseguirle attraverso la memoria e a nutrire di esse la sua poesia .

LEOPARDI E ROMANTICISMO

La formazione letteraria di Leopardi era stata rigorosamente classicista ed era stata consolidata
anche dall’amicizia con Pietro Giordani. Nella polemica tra classicisti e romantici, Leopardi prese
posizione contro le tesi romantiche. Le sue posizioni sono molto originali rispetto a quelle dei
classici. La poesia è soprattutto un espressione di spontaneità originale Egli ritiene che gli autori
antichi siano un esempio mirabile di poesia spontanea e immaginosa. Lui ripropone dunque i
classici come modelli con uno spirito sinceramente romantico. Si può parlare , quindi, di un
classicismo romantico dove bisogna liberarsi dal pregiudizio del classicismo e romanticismo che
si escludono a vicenda. Leopardi tramite la poesia recupera tramite l’immaginazione l’infanzia
che si fonda al VAGO E INDEFINITO e RIMEMBRANZA e tra le varie forme poetiche lui privilegia
quella lirica. Sotto l’aspetto filosofico Leopardi è molto distante dalla cultura romantica perché il
suo pensiero si fonda su principi di tipo illuministico, sensitivo e materialistico mentre per il
romanticismo europeo c’è una visione del mondo idealistico e spirituale. Egli è molto vicino però
al culto romantico poiché ritrae alcuni motivi come la tensione verso l’infinito, l’amore per il vago
e indefinito. Nella prima fase della riflessione leopardiana lui coglie l’idea della natura benigna
introdotta da Rousseau.

OPERE:

Tra il 1818-23 egli compose dieci canzoni che pubblica in un opuscolo a bologna nel 1824 e nel
26 stampa una raccolta di versi. Nel 1831 a Firenze raccoglie tutte queste poesie insieme ad
alcuni lavori giovanili ed altri testi scritti fra il 1828-30 e pubblica i Canti. Successivamente una
seconda edizione stampata a Napoli nel 1835. A cura dell’amico Ranieri esce nel 1845 a Firenze
l’ultima edizione. Il titolo Canti rimanda al carattere esclusivamente lirico, al tempo stesso vuole
indicare con un unico termine generi poetici diversi rientrando nelle categorie consacrate dalla
tradizione come le canzoni ed epistole in versi.

Le CANZONI sono componimenti di impianto decisamente classicistico, che producono lo


schema metrico fissato sin dalla lirica duecentesca e da Dante e che impiegano il linguaggio
aulico, sublime e denso della tradizione con sensibili influenze soprattutto di Alfieri e Foscolo. Le
prime cinque composte tra il 18 e 21 affrontano tematiche civili. Caratteristiche diverse
possiedono il BRUTO MINORE e l’ULTIMO CANTO DI SAFFO. Leopardi non parla più in prima
persona ma delega il discorso poetico a due personaggi dell’antichità entrambi suicidi. Il
pessimismo storico si delinea l’idea di un’umanità infelice non solo per ragioni storiche ma
anche per una condizione assoluta. Egli afferma anche il titanismo eroico, dove l’eroe singolo si
ribella alla forza crudele che l’opprime. ALLA PRIMAVERA rappresenta la nostalgia delle favole
antiche e di quella visione di giovinezza . L’INNO AI PATRIOARCHI O DE PRINCIPI DEL GENERE
UMANO è la rievocazione dell’umanità primitiva.

Gli Idilli

Le Canzoni sono caratterizzate dalle tematiche intime e autobiografiche in sei componimenti


scritti tra il 1819 e il 1821 (L’Infinito, La sera del dì di festa, Alla luna, Il sogno, Lo spavento
notturno, La vita solitaria). Pubblicati da Leopardi come "idilli" nel 1825-26. A differenza degli
idilli classici, gli Idilli di Leopardi abbandonano l'ambientazione pastorale e l'idealizzazione,
enfatizzando i momenti essenziali della sua vita interiore. Ad esempio, "L'infinito" medita
sull'idea di infinito creato dall'immaginazione attraverso sensazioni visive e uditive, mentre "Alla
luna" trasfigura la realtà triste e angosciosa. "La sera del dì di festa" inizia con un notturno
lunare e si trasforma in una confessione disperata dell'infelicità del poeta, esplorando il tempo
che cancella le tracce umane. "La vita solitaria" culmina in un momento di estasi negativa,
mentre "Il sogno" affronta il tema della giovinezza spezzata. In questi componimenti, Leopardi
sperimenta un linguaggio poetico originalissimo, giocato sul vago e indefinito con una musicalità
segreta ed essenziale, lontano dalla solennità delle canzoni.

Il “risorgimento” e i “grandi idilli” del 1828-30

Chiusa la stagione delle canzoni e degli idilli, Leopardi iniziò un periodo di silenzio poetico fino
alla primavera del 1828, lamentando la fine delle illusioni giovanili e immergendosi in un'aridità
e gelo che bloccava la sua fantasia e i sentimenti. Si dedicò alla filosofia anziché alla poesia,
producendo le Operette morali. Questo periodo segnò il passaggio dal pessimismo storico al
cosmico, con un'ironica distanza dalla realtà. Durante un periodo felice a Pisa tra l'inverno e la
primavera del 1828, Leopardi riportò la sua ispirazione poetica. Il componimento "Il
risorgimento" e "A Silvia" esprimono il suo ritrovato fervore vitale. Tornato a Recanati, continuò
la sua vena creativa con componimenti come "Le ricordanze", "La quiete dopo la tempesta" e "Il
sabato del villaggio". Inoltre, scrisse il "Canto notturno di un pastore errante dell'Asia" e "Il
passero solitario". Questi canti, noti come i "grandi idilli" del 1828-1830, riprendono temi
giovanili, momenti borghesi e natura primaverile con un linguaggio musicale e suggestivo.

La distanza dai primi idilli

Guardando attentamente, questi componimenti non sono semplici ripetizioni delle poesie di
dieci anni prima. Tra di essi ci sono esperienze decisive: la fine delle illusioni giovanili, la
consapevolezza acquisita del vero, la costruzione di un sistema filosofico basato su un
pessimismo assoluto. I "grandi idilli" riflettono la memoria del passato, ma accompagnata dalla
consapevolezza del dolore e della vanità. Nonostante ciò, le immagini sono vivide ma rarefatte,
quasi prive di corposità. Inoltre, la consapevolezza del vero è presente senza distruggere la vita
immaginata, creando un equilibrio miracoloso tra due forze contrastanti. Leopardi ha assorbito
un atteggiamento di contemplazione ferma e dominio razionale di fronte alla verità dolorosa. Il
linguaggio è misurato e la struttura metrica libera, una novità rispetto agli idilli precedenti.

IL CICLO DI ASPASIA : dopo l’allontanamento definitivo da Recanati segna una nuova svolta .
Leopardi ristabilisce un contatto diretto con gli uomini, le idee, i problemi del suo tempo. Non
solo ma appare anche più orgoglioso di se stesso . A Firenze nel 1831 nasce infatti l’amicizia con
Antonio Ranieri ma esplose anche l’intesa passione non corrisposta per Tozzetti, dalla passione
alla delusione nasce il “ciclo di Aspasia ”. Il ciclo è composta da 5 componimenti scritti fra 1831-
35. Il discorso non si basa più sulle immagini vaghe e indefinite ma si ha una poesia più severa
dove compaiono atteggiamenti energici, eroici e il linguaggio si fa aspro e la sintassi complessa e
spezzata. Tutto ciò diverso dal vago e indefinito ancora seguita nella stagione dei grandi idilli.

La polemica contro l’ottimismo progressista

Dopo il 1830 Leopardi si oppone alle correnti ottimistiche che esaltano il progresso umano.
Critica il pensiero spiritualistico e neocattolico presenti nel periodo della Restaurazione.
Contrappone idee pessimiste sull'infelicità umana, respingendo speranze di miglioramento.
Nelle sue opere compie satire contro la società moderna e la fede nel progresso sociale e
tecnologico. Ad esempio, con la Palinodia al marchese Gino Capponi si ritrae ironicamente. Nei
Paralipomeni della Batracomiomachia discute del fallimento dei moti liberali del 1820-21. Critica
l'ottimismo e lo spiritualismo dei liberali, ritenendo impossibile il miglioramento politico e
sociale dell'umanità a causa della natura.

LA GINESTRA: La ginestra è il testamento spirituale di Leopardi. Questa volta Leopardi non nega
la possibilità di un progresso civile. Egli indica che la vera nemica è la natura. La filosofia di
Leopardi si apre una generosa utopia, basata dalla solidarietà fraterna degli uomini che nasce a
una sua volta dalla diffusione del vero , la ginestra è un vasto poemetto costruito sulla sapienza
alternanza dei toni.

A SILVIA

La poesia A Silvia di Giacomo Leopardi è una poesia del ricordo (ossia non realistica, ma
evocativa, che mette in risalto l'interiorità del poeta). Silvia è il simbolo della giovinezza e
probabilmente Leopardi scrive questa poesia prendendo spunto dalla morte della figlia del suo
cocchiere, Teresa Fattorini. Silvia è un pretesto per parlare della giovinezza, è l’età dei sogni e
delle speranze per il futuro, speranze che cadranno con l'avvicinarsi dell’età adulta. Appartiene
ai Grandi Idilli . In questa poesia ci sono molti aggettivi. Servono a mettere in evidenza un dato
interiore, i sentimenti. Gli aggettivi che si riferiscono a Silvia si riferiscono alla giovinezza. Dietro
a “A Silvia” non c’è una vera e propria vicenda d’amore: Teresa e Leopardi condividevano
condizioni simili, ovvero la giovinezza, le illusioni, le speranze, i sogni e le delusioni. In un passo
della Zibaldone, Leopardi afferma di non aver mai conosciuto e vissuto la sua giovinezza.

L’INFINITO (dai canti)

L’infinito composto nel 1819 anticipa in forma poetica un nucleo tematico che diverrà il centro
delle riflessioni leopardiane negli anni successivi a partire dal luglio del 1820, la teoria del
piacere a cui si sviluppa la poetica del vago e indefinito. Leopardi sostiene alcuni particolari
sensazioni uditive e visive, introducono l’uomo a crearsi con l’immaginazione quell’infinito a cui
aspira . L’infinito è appunto la rappresentazione di uno di questi momenti privilegiati in cui
l’immaginazione strappa la mente al reale , e le immerge nell’infinito. La poesia si articola in due
momenti. Nel primo momento c’è l’avvio a delle sensazioni visive, impossibilità della
visione(siepe). L’impedimento della vista che esclude il reale fa subentrare il fantastico dove l
pensiero si costituisce l’idea di un infinito spaziale. Nel secondo momento abbiamo le sensazioni
uditive ,la voce del vento. Così che gli viene in mente un infinito temporale in contrasto con le
epoche passate e oramai svanite e con l’età presente ,destinato prima o poi a svanire. Tra questi
due momenti abbiamo il passaggio psicologico dove si ha dinanzi alle immagini interiori
dell’infinito spaziale prova come un senso di sgomento ma nel secondo momento l’io si annega
e si ha una sensazione di naufragio ed è piacevole. Secondo il sensitismo esse infatti sono due
aspetti di un ‘unica emozione al tempo stesso spaventosa ma anche piacevole.

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