Diritto
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È importante sottolineare che, dal punto di vista formale, gli atti dell’Agenzia delle Entrate
non costituiscono fonti di diritto. Questo principio è sancito dalla giurisprudenza consolidata,
sia di merito che di legittimità, secondo cui:
Gli atti amministrativi di prassi, come le circolari, non possono vincolare né il giudice né il
contribuente, in quanto non costituiscono fonte normativa, ma esclusivamente direttive
interne all'amministrazione (Corte di Cassazione, Sez. Tributaria, sentenza numero
23031/2011).
Tuttavia, questi atti hanno valore vincolante per l’amministrazione finanziaria: ciò significa
che l’Agenzia non può discostarsi dalle proprie circolari o risoluzioni nel trattare casi simili, a
meno che non lo motivi in modo specifico o non modifichi ufficialmente il proprio
orientamento.
Per i contribuenti, invece, la conformità al contenuto di una circolare non li mette al riparo da
possibili contestazioni giudiziarie, ma li protegge da sanzioni, secondo il principio del
legittimo affidamento (articolo 10, comma 2, Statuto del contribuente).
La residenza fiscale delle persone fisiche prima delle modifiche apportate dal Decreto
L’articolo 2 del TUIR stabilisce, al comma 1, che ai fini delle imposte sui redditi si
considerano soggetti passivi le persone fisiche, residenti e non residenti nel territorio dello
stato, mentre al successivo comma 2 definisce la nozione di residenza ai fini fiscali.
Prima delle modifiche apportate dal decreto, l’articolo 2, comma 2, del TUIR, nella versione
applicabile fino al 31 dicembre 2023, considerava residenti in Italia le persone fisiche che,
per la maggior parte del periodo d’imposta (ossia 183 giorni in un anno, o 184 giorni in caso
di anno bisestile):
erano iscritte nell’anagrafe della popolazione residente; avevano nel territorio dello stato
italiano il proprio domicilio; avevano nel territorio dello stato italiano la propria residenza.
Preme rilevare che, sebbene l’articolo 2 del TUIR disciplini la residenza a fini fiscali, le
condizioni della residenza e del domicilio erano definite, per espressa previsione normativa,
tramite rinvio alla disciplina contenuta nel codice civile.
La disposizione del TUIR faceva, in particolare, rinvio all’articolo 43 del codice civile, che
definisce il domicilio come il luogo in cui la persona ha stabilito la sede principale dei suoi
affari e interessi e fa coincidere la residenza con il luogo di dimora abituale.
I criteri di residenza fiscale ai sensi del novellato comma 2, articolo 2, del TUIR
L’articolo 1 del Decreto ha sostituito il comma 2 dell’articolo 2 del TUIR, introducendo una
nuova definizione di residenza fiscale per le persone fisiche ai fini delle imposte sui redditi.
La nuova disposizione prevede che:
Ai fini delle imposte sui redditi si considerano residenti le persone che per la maggior parte
del periodo d’imposta, considerando anche le frazioni di giorno, hanno la residenza ai sensi
del codice civile o il domicilio nel territorio dello stato ovvero sono ivi presenti. Ai fini
dell’applicazione della presente disposizione, per domicilio si intende il luogo in cui si
sviluppano, in via principale, le relazioni personali e familiari della persona. Salvo prova
contraria, si presumono altresì residenti le persone iscritte per la maggior parte del periodo
di imposta nelle anagrafi della popolazione residente.
Come già precisato nella circolare 18 agosto 2023, n. 25/E, l’accertamento dei presupposti
per stabilire la residenza, diversi dal dato formale dell’iscrizione anagrafica, presuppone un
riscontro fattuale da eseguirsi caso per caso, al fine di una concreta ponderazione degli
elementi che consentono di verificare il luogo di domicilio o di residenza nonché, dal 1°
gennaio 2024, la presenza fisica nel territorio dello stato.
Esemplificando, quindi, si considerano fiscalmente residenti in Italia le persone fisiche che,
per la maggior parte del periodo d’imposta (ossia 183 giorni in un anno, o 184 giorni in caso
di anno bisestile):
- hanno la residenza, ai sensi del codice civile, nel territorio dello stato;
- hanno il domicilio, nella definizione resa dal medesimo articolo 2, comma 2, del TUIR, nel
territorio dello stato;
- sono presenti nel territorio dello stato, tenuto conto anche delle frazioni di giorno;
- sono iscritte nell’anagrafe della popolazione residente 1, condizione, quest’ultima, che a
seguito delle modifiche apportate dal decreto non riveste più carattere di presunzione
assoluta bensì di presunzione relativa che ammette la prova contraria.
Si conferma l’approccio già adottato nella previgente disposizione del TUIR, secondo cui la
residenza fiscale delle persone fisiche si considera in Italia al ricorrere alternativo, per la
maggior parte del periodo d’imposta, di uno dei quattro criteri di collegamento indicati dalla
norma.
La relazione illustrativa al decreto conferma, altresì, in continuità con la previgente versione
dell’articolo 2, comma 2, del TUIR, che ai fini del computo della maggior parte del periodo
d’imposta, si ha riguardo anche a periodi non consecutivi nel corso dell’anno, sommandoli,
quindi, tra loro. Pertanto, ai fini della residenza fiscale in Italia, non è necessario che i criteri
di collegamento richiesti dalla norma ricorrano in modo continuativo ed ininterrotto, ma è
sufficiente che si verifichino per 183 - o 184 in caso di anno bisestile - giorni nel corso di un
anno solare.
Il nuovo articolo 2, comma 2, del TUIR, nel riproporre il criterio di radicamento della
residenza basato sulla sussistenza del domicilio nel territorio dello stato, ne fornisce una
nuova e specifica definizione, secondo la quale per domicilio si intende il luogo in cui si
sviluppano, in via principale, le relazioni personali e familiari della persona.
La scelta operata dal Legislatore privilegia le relazioni personali e familiari rispetto a quelle
prettamente economiche, consentendo, altresì, di risolvere, a partire dal periodo d’imposta
2024, le incertezze venutesi a creare negli anni in virtù del rinvio nel previgente articolo 2 del
TUIR al domicilio civilistico.
Nella nozione di relazioni personali e familiari si ritiene rientrino sia i rapporti tipici disciplinati
dalle vigenti disposizioni normative (come ad esempio il rapporto di coniugio o il rapporto di
unione civile), sia le relazioni personali connotate da un carattere di stabilità che esprimono
un radicamento con il territorio dello stato (ad esempio, nel caso di coppie conviventi).
Nella medesima relazione illustrativa, inoltre, viene precisato che, con il decreto, il
Legislatore ha sostituito il criterio civilistico del domicilio con un criterio di natura sostanziale,
mutuato dalla prassi internazionale e dalle convenzioni per evitare le doppie imposizioni, in
cui il domicilio è il luogo in cui si sviluppano in via principale le relazioni personali e familiari
del contribuente.
Al fine di valutare la configurazione del domicilio di una persona nel nostro stato, occorre,
quindi, operare una verifica che tenga conto delle circostanze sopra menzionate, non
tralasciando, tuttavia, di considerare anche le condotte con le quali una persona manifesti
con atti concreti la volontà di mantenere un legame effettivo con il territorio italiano.
Si pensi, ad esempio, al caso di una persona che si iscrive nell’Anagrafe degli italiani
residenti all’estero (AIRE) e inizia a lavorare all’estero, ma mantiene a propria disposizione,
a qualunque titolo, una casa in Italia, lasciandovi attive le relative utenze, nella quale
continua a rientrare nei fine settimana e dove trascorre alcuni periodi di astensione dal
lavoro. Tali circostanze possono rappresentare elementi sintomatici del mantenimento di un
legame stretto con il nostro stato e potrebbero dar luogo alla configurazione del domicilio nel
nostro paese.
Si tratta, evidentemente, di valutazioni da condurre caso per caso, sulla base di elementi
fattuali, tenuto conto della varietà di fattispecie che possono concretamente verificarsi e
della molteplicità degli elementi che, nelle differenti situazioni, possono essere presi in
considerazione.
Va, altresì, tenuto conto che la crescente mobilità delle persone fisiche può rendere più
complessa l’individuazione della residenza, laddove i medesimi criteri si verifichino in stati
differenti.
Si pensi, ad esempio, al caso in cui, senza integrare alcun ulteriore requisito di residenza ai
sensi dell’articolo 2, comma 2, del TUIR, Tizio mantenga contemporaneamente in Italia e
nello stato Beta un’abitazione di proprietà. Nell’abitazione italiana sono presenti i figli di
Tizio, nati da un primo matrimonio, mentre nella casa situata nello stato Beta vive l’attuale
coniuge di Tizio. Quest’ultimo lavora ordinariamente in Italia, si reca frequentemente in vari
paesi per viaggi professionali nonché nello stato Beta durante i fine settimana e i periodi di
astensione dal lavoro. Durante l’anno, Tizio permane mediamente 145 giorni in Italia, 120
giorni nello stato Beta e 100 giorni in altri paesi.
In una fattispecie come quella descritta, non è immediata l’individuazione dello stato in cui si
concentrano le relazioni personali e familiari, che potrebbero essere equivalenti in entrambi i
paesi (avendo Tizio i figli in Italia e la moglie nello stato Beta). In tal caso, si ritiene che un
utile criterio possa essere individuato nel periodo di permanenza fisica sul territorio dello
stato. Nella fattispecie in esame, quindi, Tizio risulterebbe residente in Italia.
Il nuovo criterio di radicamento della residenza basato sulla presenza fisica in Italia
Nel caso in cui la presenza fisica risulti da una pluralità di dati fattuali, il contribuente potrà
dimostrare, con documenti aventi eguale valenza probatoria, di avere effettivamente
trascorso in Italia periodi che, cumulativamente considerati, non consentono di raggiungere il
limite minimo di permanenza nel nostro Paese per la configurazione della residenza in Italia.
A tale riguardo, preme ribadire che, come anticipato, in relazione al criterio della presenza
fisica, ai fini del conteggio della permanenza nel territorio dello stato, rilevano anche le
frazioni di giorno.
Nella relazione illustrativa si precisa, infatti, che la prova dell’assenza dei criteri che
determinano la residenza nel territorio dello stato potrà essere fornita dal contribuente
dimostrando, rispettivamente, di non avere in Italia la residenza, il domicilio e di non essere
stato fisicamente presente nel territorio dello stato. La prova dell’insussistenza del requisito
deve essere riferita a un numero di giorni complessivi superiore alla maggior parte del
periodo d’imposta, considerando anche le frazioni di giorno nel caso della presenza fisica
(enfasi aggiunta).
In merito alle modalità di calcolo, per stabilire se è integrato il presupposto della maggior
parte del periodo d’imposta, occorre procedere a un riscontro puntuale. In particolare, ai fini
del calcolo complessivo della presenza fisica nel territorio dello stato, si tiene conto della
permanenza entro i confini nazionali per una qualunque frazione di giorno.
I giorni sono considerati interamente, nonostante il contribuente abbia trascorso nel territorio
dello stato una sola ora in ciascuna giornata. Ne consegue che, avendo integrato il requisito
della presenza fisica per 184 giorni, il contribuente è considerato fiscalmente residente in
Italia per il 2024.
L’iscrizione nell’anagrafe della popolazione residente continua a costituire uno dei criteri
alternativi di radicamento della residenza fiscale in Italia, sebbene ne venga mitigata la
valenza presuntiva a favore di un approccio sostanziale.
Infatti, in base alla previgente disposizione di cui all’articolo 2, comma 2, del TUIR,
l’iscrizione anagrafica determinava una presunzione assoluta (fatta salva l’applicazione di
eventuali accordi internazionali) che, tenuto conto dell’alternatività dei criteri di collegamento,
non poteva essere confutata contestando l’assenza di dimora abituale o domicilio nel
territorio dello stato.
In ragione della prevalenza del diritto internazionale pattizio su quello interno, il dato formale
dell’iscrizione anagrafica poteva essere, tuttavia, superato in applicazione delle cosiddette
tie breaker rules dettate da eventuali Convenzioni contro le doppie imposizioni in vigore tra
l’Italia e il Paese di volta in volta interessato.
Per effetto delle modifiche apportate dal Decreto, la nuova disposizione conferisce a tale
criterio l’efficacia di presunzione relativa, lasciando al contribuente la possibilità di
dimostrare che il dato formale è disatteso da una differente situazione fattuale. Di
conseguenza, le persone iscritte nell’anagrafe della popolazione residente per la maggior
parte del periodo d’imposta continuano a essere considerate fiscalmente residenti in Italia, a
meno che non siano in grado di dimostrare che l’iscrizione anagrafica non corrisponde ad
una residenza effettiva nello stato italiano.
A tale ultimo fine, si ritiene che il contribuente debba essere in grado di provare, sulla base
di elementi oggettivamente riscontrabili, che, per la maggior parte del periodo d’imposta, non
si sia configurato nessuno dei criteri alternativi - diversi da quello anagrafico - previsti
dall’articolo 2, comma 2, del TUIR, ossia che, per la maggior parte del periodo di imposta,
non ha avuto in Italia né la residenza civilistica, né il domicilio e non è stato presente
fisicamente nel territorio dello stato.
La presunzione legale relativa di residenza in Italia per i cittadini italiani che si
trasferiscono in stati o territori a regime fiscale privilegiato
I cittadini italiani che si trovino nelle condizioni di cui al citato comma 2-bis, pertanto, si
presumono fiscalmente residenti in Italia, a meno che non siano in grado di fornire la prova
contraria.
Circa quest’ultimo aspetto si ricorda che, come è stato chiarito dalla Circolare 24 giugno
1999, n. 140, soltanto la piena dimostrazione, da parte del contribuente, della perdita di ogni
significativo collegamento con lo stato italiano e la parallela controprova di una reale e
duratura localizzazione nel paese fiscalmente privilegiato, indipendentemente
dall’assolvimento nello stesso paese di obblighi fiscali, attestano il venire meno della
residenza fiscale in Italia e la conseguente legittimità della posizione di non residente.
L’articolo 73, comma 3, del TUIR, nella versione previgente alle modifiche attuate dal
Decreto, considerava fiscalmente residenti in Italia le società e gli enti che, per la maggior
parte del periodo d’imposta, mantenevano nel territorio dello stato la sede legale o la sede
dell’amministrazione o l’oggetto principale.
Si trattava di tre criteri alternativi, con la conseguenza che la ricorrenza di uno solo era
sufficiente a radicare la residenza fiscale della società o dell’ente nel nostro paese.
L’articolo 2 del Decreto riformula, quindi, la definizione di residenza di società ed enti ai fini
delle imposte sui redditi, intervenendo sugli articoli 73, comma 3, e 5, comma 3, lettera d)
del TUIR.
Con riguardo alle società di capitali e agli enti diversi dalle società, il nuovo articolo 73,
comma 3 del TUIR statuisce che: Ai fini delle imposte sui redditi si considerano residenti le
società e gli enti che per la maggior parte del periodo di imposta hanno nel territorio dello
Stato la sede legale o la sede di direzione effettiva o la gestione ordinaria in via principale.
La medesima modifica interessa la residenza delle società di persone e soggetti assimilati:
ai sensi dell’articolo 5, comma 3, lettera d) del TUIR, come modificato dall’articolo 2, comma
2, del Decreto si considerano residenti le società e le associazioni che per la maggior parte
del periodo di imposta hanno nel territorio dello stato la sede legale o la sede di direzione
effettiva o la gestione ordinaria in via principale.
Sono eliminati così dalle menzionate disposizioni i riferimenti ai criteri (i) della sede
dell’amministrazione, sostituito dai criteri di sede di direzione effettiva e di gestione ordinaria
in via principale, in coerenza con la prassi internazionale, e dell’oggetto principale,
quest’ultimo foriero di controversie e incertezze interpretative, come chiarito nella Relazione
illustrativa al Decreto.
Il concetto di oggetto esclusivo o principale conserva rilevanza ai fini della distinzione fra enti
commerciali, di cui alla lettera b) dell’articolo 73, comma 1 del TUIR ed enti non commerciali
di cui alla lettera c) e, pertanto, viene mantenuto ai commi 4 e 5 del medesimo articolo 73.
In continuità con le previsioni della normativa previgente, tuttora rimane invariato il criterio
formale della sede legale in Italia, richiamato dal comma 3 dell’articolo 73 del TUIR.
Restano altresì immutate, da un lato, la regola dell’alternatività dei tre criteri, essendo
sufficiente la ricorrenza di uno solo di essi per configurare la residenza in Italia; dall’altro, la
necessità che la sussistenza del criterio si protragga per la maggior parte del periodo
d’imposta.
Il Decreto individua nella nozione di sede di direzione effettiva uno dei criteri per stabilire il
collegamento con il territorio italiano.
Nella Relazione illustrativa si chiarisce che il criterio della sede di direzione effettiva, letto
unitamente a quello della gestione ordinaria in via principale (su cui si rinvia al successivo
paragrafo) segna inoltre il superamento del riferimento alla sede dell’amministrazione, che
ha determinato significative difficoltà interpretative e applicative.
L’articolo 2 del Decreto, infatti, nel modificare il comma 3 dell’articolo 73 del TUIR, stabilisce
che: Per sede di direzione effettiva si intende la continua e coordinata assunzione delle
decisioni strategiche riguardanti la società o l’ente nel suo complesso. A tal riguardo, la
Relazione illustrativa chiarisce che ai fini della direzione effettiva, non rilevano le decisioni
diverse da quelle aventi contenuto di gestione assunte dai soci né le attività di supervisione
e l’eventuale attività di monitoraggio della gestione da parte degli stessi. Pertanto, le
decisioni assunte dai soci non rilevano per individuare la sede di direzione effettiva, fatta
eccezione per quelle aventi contenuto gestorio.
Il secondo criterio di nuova introduzione è riferito alla sede della gestione ordinaria in via
principale. Si tratta di un criterio che ha autonoma rilevanza e che si pone in rapporto di
alternatività con il criterio della sede di direzione effettiva.
Secondo la Relazione illustrativa al Decreto, infatti, la sede della gestione ordinaria in via
principale rappresenta un effettivo collegamento della società o dell’ente nel territorio.
Emerge, quindi, ancora una volta la volontà di garantire maggior certezza giuridica.
In base al dettato dell’articolo 2 del Decreto, che ha modificato il comma 3 dell’articolo 73 del
TUIR, per gestione ordinaria in via principale si deve intendere il continuo e coordinato
compimento degli atti della gestione corrente riguardanti la società o l’ente nel suo
complesso.
Anche in tale scelta legislativa si ravvisa un allineamento con i chiarimenti forniti dal
paragrafo 24.1 del Commentario all’articolo 4 del Modello OCSE, secondo cui, tra i fattori
considerati per la risoluzione del conflitto di residenza a favore di uno Stato contraente, è
compreso il luogo dove avviene la gestione quotidiana dell’attività.
Il criterio di collegamento in esame deve, quindi, essere associato al luogo in cui si esplicano
il normale funzionamento della società e gli adempimenti che attengono all’ordinaria
amministrazione della stessa.
La norma specifica, poi, che la gestione deve riguardare l’impresa nel suo complesso, con
l’intento di distinguere lo stato di residenza della persona giuridica dal luogo di collocamento
della stabile organizzazione.
L’articolo 2 del Decreto, infatti, ha introdotto la precisazione secondo cui la gestione
ordinaria deve essere svolta in via principale, distinguendosi, come evidenziato nella
Relazione Illustrativa, dalla stabile organizzazione.
La precisazione sui caratteri della gestione ai fini della residenza fiscale in Italia non
preclude la possibilità che la società disponga anche di stabilimenti localizzati all’estero,
purché l’attività di gestione ordinaria sia svolta prevalentemente nel territorio italiano.
DOPPIA IMPOSIZIONE
La doppia imposizione si verifica quando uno stesso reddito, bene o attività economica è
sottoposto a tassazione più di una volta.
Può colpire:
-lo stesso soggetto (doppia imposizione giuridica).
-due soggetti diversi (doppia imposizione economica).
Questa duplicazione può avvenire entro uno stesso ordinamento (interna) oppure tra due
stati diversi (internazionale).
Esiste consenso sul fatto che la doppia imposizione vietata dalla legge sia soltanto quella
giuridica, anche se il riferimento normativo alla stessa imposta pare estensibile ad imposte
anche diverse ma dello stesso tipo. Per stesso presupposto si fa riferimento al sostrato
economico del fatto giuridico colpito dal prelievo o al presupposto giuridico del tributo nella
sua componente oggettiva o materiale.
Nella circolare ad oggetto si tratta delle convenzioni contro le doppie imposizioni stipulate
dall’Italia con i paesi esteri.
La nuova normativa interna deve essere coordinata con le disposizioni sulla residenza
contenute nelle Convenzioni contro le doppie imposizioni stipulate dall’Italia con i paesi
esteri. La prevalenza del diritto convenzionale sul diritto interno è, infatti, pacificamente
riconosciuta e, in ambito tributario, sancita dall’articolo 169 del TUIR e dall’articolo 75 del
D.P.R. del 29 settembre 1973, numero 600. Tali ultime norme dispongono, rispettivamente,
l’applicazione della normativa interna in deroga agli accordi internazionali solo ove più
favorevole al contribuente e la prevalenza degli accordi internazionali sul diritto interno.
Peraltro, la supremazia del diritto internazionale pattizio sulla disciplina nazionale è stata
affermata dalla giurisprudenza di legittimità e costituzionale.
Rileva, in particolare, per quanto attiene alle persone fisiche, l’articolo 4 del Modello di
Convenzione OCSE, sostanzialmente mutuato dalle Convenzioni stipulate dall’Italia. Il
paragrafo 1 del citato articolo 4 individua la residenza fiscale ai fini convenzionali
rimandando alla definizione adottata nella legislazione interna di ciascuno degli stati
contraenti.
Nelle ipotesi in cui le normative interne degli stati contraenti entrino in conflitto, qualificando
entrambe una persona come residente ai fini fiscali nel rispettivo stato, trova applicazione il
successivo paragrafo 2, il quale prevede che il caso concreto debba essere risolto mediante
l’applicazione di specifiche regole (tie breaker rules) che consentono di attribuire la
residenza ad uno solo dei due paesi.
In particolare, le regole convenzionali fanno prevalere il criterio dell’abitazione permanente
cui seguono, secondo una sequenza gerarchicamente ordinata, il centro degli interessi vitali,
il soggiorno abituale e la nazionalità del contribuente.
Le novità introdotte dal Decreto possono dar vita a fattispecie inedite di conflitto sulla
residenza, che richiederanno di essere risolte mediante l’applicazione delle tie breaker rules.
Un caso che viene in rilievo è quello dei lavoratori dipendenti residenti in uno stato
confinante con l’Italia che, quotidianamente, varcano la frontiera tra i due paesi per venire a
svolgere la propria attività lavorativa nel nostro stato.
In base al nuovo criterio della presenza fisica, per la cui configurazione rilevano anche le
frazioni di giorno, è possibile che tali soggetti, essendo spesso presenti in Italia nella
maggior parte dei giorni dell’anno (anche se solo per una frazione degli stessi), finiscano col
radicare la loro residenza fiscale nel nostro stato ai sensi dell’articolo 2, comma 2, del TUIR.
In una tale ipotesi, appare opportuno chiarire che, qualora i lavoratori in discorso dovessero
qualificarsi come fiscalmente residenti anche nello stato di provenienza ai sensi della relativa
normativa interna, il conflitto di residenza con l’Italia potrà essere risolto facendo
applicazione delle tie breaker rules contenute nella Convenzione contro le doppie
imposizioni conclusa dal nostro stato.
Ciò vale anche nelle ipotesi in cui la Convenzione contro le doppie imposizioni in essere tra
l’Italia e lo stato di provenienza del lavoratore non regolamenti espressamente la tassazione
del lavoro dei c.d. frontalieri, come avviene ad esempio per la Convenzione contro le doppie
imposizioni tra Italia e Slovenia.
Si ritiene infatti che, nell’ipotesi in cui un soggetto fiscalmente residente in Slovenia, per il
fatto di venire a svolgere quotidianamente la propria attività di lavoro dipendente in Italia,
acquisisca la residenza fiscale anche del nostro paese, il conflitto di norme sulla residenza
possa essere risolto facendo ricorso alle tie breaker rules di cui all’articolo 4 della
Convenzione contro le doppie imposizioni tra l’Italia e la Slovenia fatta a Lubiana l’11
settembre 2001.
Le tie breaker rules possono essere utilizzate anche per dirimere i conflitti di residenza
derivanti dall’applicazione della presunzione legale relativa concernente i soggetti iscritti
nell’anagrafe della popolazione residente per la maggior parte del periodo d’imposta.
Ciò, sempre che sussista una attribuzione simultanea della residenza fiscale alla medesima
persona sia in base alla normativa italiana (in virtù dell’iscrizione nell’anagrafe della
popolazione residente), sia in base alla normativa interna di uno stato con cui l’Italia ha in
essere una Convenzione contro le doppie imposizioni.
La prevalenza dei criteri convenzionali sul dato formale dell’iscrizione anagrafica, peraltro,
era già riconosciuta in vigenza della precedente formulazione dell’articolo 2, comma 2, del
TUIR, nonostante l’iscrizione nell’anagrafe della popolazione residente avesse carattere di
presunzione assoluta.
Occorre, altresì, rilevare che le Convenzioni che l’Italia ha in vigore con Germania, Svizzera
e Panama prevedono un frazionamento del periodo d’imposta ai fini dell'attribuzione della
residenza (cosiddetta split year clause).
Tali Convenzioni, in linea con le raccomandazioni formulate nel paragrafo 10 del
Commentario all’articolo 4 del Modello di Convenzione OCSE, recano una disposizione che
prevede esplicitamente, per la soluzione dei casi di doppia residenza, il frazionamento
dell’anno d’imposta, in caso di trasferimento del domicilio da uno stato all’altro nel corso
dell’anno.
Più in particolare, in base alle disposizioni convenzionali contenute nei citati Trattati, la
persona fisica che ha trasferito definitivamente il suo domicilio da uno stato contraente
all’altro cessa di essere fiscalmente residente nel primo stato contraente a partire dal giorno
successivo a quello del trasferimento.
Si evidenzia, peraltro, che in taluni Trattati internazionali conclusi dall’Italia (cfr. Convenzioni
in vigore con Canada e Cile), è stata recepita una versione aderente all’attuale paragrafo 3
dell’articolo 4 del Modello OCSE. In tali Convenzioni è previsto che quando, in base alle
normative nazionali, una persona diversa da una persona fisica è residente di entrambi gli
Stati contraenti, le autorità competenti degli stati contraenti faranno del loro meglio per
risolvere la questione di comune accordo con particolare riguardo alla sede della sua
direzione effettiva, al luogo in cui è stata costituita o altrimenti creata e ad ogni altro
elemento pertinente. In mancanza di tale accordo, detta persona non ha diritto a rivendicare
alcuno sgravio o esenzione d’imposta previsti dalla Convenzione.
IL TRIBUTO
Nel nostro ordinamento manca una definizione legislativa del tributo: una autorevole dottrina
lo definisce una prestazione obbligatoria imposta
Nel nostro ordinamento manca una definizione legislativa del tributo) autorevole dottrina lo
definisce una prestazione obbligatoria imposta, collegata ad un fatto economico, finalizzata
a concretizzare il concorso di tutti al finanziamento della spesa pubblica (Tesauro). Tale
definizione è basata su tre caratteri distintivi che devono necessariamente coesistere:
1) è una prestazione imposta dallo stato, con atto unilaterale espressione della sua
sovranità. Il soggetto passivo subisce una modifica della propria sfera giuridica senza che in
alcun modo concorra la sua volontà.
2) collegata ad un fatto economico. Si intende tale un fatto che sia valutabile sul piano
economico: tipici esempi sono il reddito, il patrimonio o il consumo. Il fatto economico (che
può anche definirsi presupposto d'imposta) è l'elemento che distingue il tributo della
sanzione pecuniaria.
3) che concretizza il principio costituzionale (articolo 53) del concorso di tutti al
finanziamento della spesa pubblica, lI tributo infatti genere un finanziamento allo Stato
fornendo allo stesso i mezzi per il perseguimento dei fini di interesse pubblico fissati dalla
Costituzione.
Alcuni tributi hanno destinazione specifica in quanto, ad esempio, vanno a vantaggio di un
particolare settore produttivo. In questo caso si parla di fine extrafiscale, perché l'obiettivo va
oltre il semplice finanziamento dello stato.
- Il concetto di prestazione imposta è più ampio di quello di tributo poiché essa ricomprende
anche prestazioni coattive che non hanno carattere tributario, quali i contributi pensionistici e
previdenziali. La dottrina tradizionale distingue pertanto le entrate tributarie in:
mposte: sono prelevate esclusivamente in relazione ad una manifestazione di ricchezza
(quali il percepimento di un reddito o la stipulazione di un contratto) ed il fatto economico cui
è collegata l'imposta è riferito al solo soggetto passivo (non c'è rapporto di corrispettività né
alcun altro collegamento tra la prestazione imposta al soggetto passivo e l'attività dell'ente
pubblico); quest'ultimo elemento distingue pertanto le imposte dalle tasse.
Tasse: Nelle tasse, infatti, il fatto economico generatore del tributo è collegato ad un'attività
dell'ente pubblico quale ad esempio la prestazione di un servizio o l'emanazione di un
provvedimento o, in generale, l'esercizio di funzioni istituzionalmente pubbliche. Le tasse,
inoltre, si distinguono:
- dalle entrate di diritto pubblico di natura tributaria (canoni, tariffe); in questo caso Lupi
sostiene che la distinzione risiede nell'esercizio di funzioni istituzionalmente pubbliche,
mentre Tesauro nega che la distinzione possa poggiare sulla natura del servizio poiché la
medesima attività amministrativa può costituire il presupposto di una tassa o di un canone.
- dalle entrate di diritto privato; qui la distinzione si fonda sulla fonte dell'obbligazione di
pagamento: se è imposta coattivamente è tassa, se ha fondamento contrattuale è entrata
pubblica di natura non tributaria.
Contributi: Sotto la categoria di contributi il legislatore raccoglie alcune fattispecie
eterogenee. Sono collegati, come le tasse, ad un'attività dell'ente pubblico, ma trovano
fondamento nell'arricchimento che i soggetti passivi ricavano dallas specifica attività
pubblica. (es. i contributi previdenziali, una prestazione imposta correlata ad un beneficio
futuro per il contribuente → la pensione).
Monopoli fiscali: Riservando la commercializzazione di un certo bene allo Stato.
Garantiscano ad esso il percepimento di un prezzo maggiore di quello che sarebbe generato
da un libero mercato. Sono esempi il monopolio statale relativo alla vendita di sigarette e
quello delle lotterie. Hanno in comune con le entrate tributarie lo scopo di generare entrate
per lo Stato ma di discute in merito alla loro natura tributaria o meno. E' vero che
formalmente hanno fondamento in un contratto (quale ad esempio la compravendita di
sigarette), ma è altrettanto vero che la prestazione del corrispettivo è imposta in senso
sostanziale, perché il compratore può solo scegliere se rinunciare al bene o corrisponderne
il prezzo.
Principi Costituzionali
- Il potere di imporre tributi trova il proprio fondamento nel cosiddetto "patto di convivenza"
, in cui si riconosce di essere membri di una stessa comunità e quindi nella
stessa esistenza dello Stato. Tale potere, tuttavia, risulta però disciplinato e limitato in tutti gli
ordinamenti.
- I limiti posti dalla nostra Costituzione si ritrovano negli articoli 23 e 53.
Soggetti Attivi
Alcuni soggetti titolari della potestà legislativa in materia tributaria, in diversa misura e con
differenti margini di autonomia, attraverso lo strumento della legge, possono istituire tributi,
Si dice pertanto che sono titolari della potesta impositiva in astratto. Gli stessi soggetti,
attraverso i loro organi, esercitano in concreto la potestà impositiva attuando i poteri
autoritativi concessi loro dalla legge per realizzare l'imposizione (poteri di accertamento,
riscossione e ontrollo) Detti soggetti sono ancheccreditori d'imposta, ovvero soggetti attivi
dell'obbligazione tributaria destinatari dell'obbligo di pagamento che grava sul soggetto
passivo. Vediamo ora gli organi dell'amministrazione finanziaria:
Ministero: || Ministero dell'Economia e delle Finanze realizza l'analisi del sistema fiscale e
delle scelte inerenti alle entrate tributarie ed erariali in sede nazionale, comunitaria e
internazionale, svolge attività di coordinamento, indirizzo, vigilanza e controllo sulle agenzie
fiscali e sugli altri enti o organi che comunque esercitano funzioni in materia di tributi ed
entrate erariali di competenza dello Stato, controlla il sistema informativo della fiscalità e
provvede all'informazione istituzionale nel settore della fiscalità.
Guardia di Finanza: Si tratta di uno speciale Corpo di Polizia che dipende direttamente dal
Ministro dell'Economia e delle Finanze, è organizzato secondo un assetto militare e fa parte
integrante delle Forze Armate dello Stato oltre che della Forza Pubblica: dipende dal
Ministero dell'Economia quando esercita i poteri di controllo strumentali ai poteri di
accertamento e per le funzioni di ordine pubblico dipende invece direttamente dal Ministero
dell'Interno.
Agenzia delle Entrate: Le sue principali attività sono l'informazione e l'assistenza ai
contribuenti, anche tramite servizi telematici al fine di semplificare il rapporto con gli stessi e
di agevolare gli adempimenti fiscali; l'accertamento, il controllo di errori o di evasioni fiscali
mirato al contrasto all'evasione anche con il supporto della Guardia di Finanza; la gestione
del contenzioso tributario dinanzi alle Commissioni tributarie. Si articola, come le altre
agenzie, in strutture a livello centrale (6 Direzioni central e 4 uffici di staff), intermedio (19
direzioni regionale per le Entrate e 2 direzioni provinciali a Trento e Bolzano) e locale (uffici
locali). All'Agenzia delle Entrate si aggiungono L'Agenzia del Demanio, del Territorio e delle
Dogane.
Soggetti Passivi: Il soggetto passivo è colui che, in forza del rapporto di imposta, è tenuto ad
un pagamento a beneficio del fisco e/o all'adempimento di altri obblighi. Può essere una
persona fisica, o un ente con o senza personalità giuridica (ad es. le società di fatto). Per il
titolare dell'obbligo di pagamento si parla di debitore d'imposta oppure, ma con espressione
non tecnica benché utilizzata spesso dallo stesso legislatore, di contribuente. La situazione
soggettiva del debitore di imposta viene definita dalla giurisprudenza come "diritto soggettivo
a non essere obbligato a prestazioni patrimoniali al di fuori dei casi contemplati dalla legge".
Il debitore d'imposta vanta infatti un diritto soggettivo alla corretta determinazione
dell'imposta, ma vi è anche un interesse legittimo verso il corretto esercizio dei poteri
esercitati dall'amministrazione finanziaria nell'ambito del procedimento impositivo (ad es. i
poteri d'indagine della Guardia di Finanza).
- Per determinare il regime impositivo da applicare al contribuente è fondamentale stabilire il
suo collegamento con il territorio. A tal proposito vanno definiti i concetti di:
1. domicilio fiscale ai sensi del codice civile il domicilio è la sede principale degli interessi di
una persona.
2. residenza fiscale, è il luogo dove la persona giuridica ha dimora abituale (art. 43 cc).
- In diritto tributario, domicilio e residenza fiscale vengono definiti in relazione alle singole
discipline tributarie.
Nella sostituzione a titolo di acconto (detta anche "sostituzione impropria") vi è una sorta di
anticipazione delle imposte dirette (IRPEF O IRES) che saranno dovute dal sostituito sul suo
reddito complessivo le ritenute non hanno valore definitivo (come nella sostituzione a titolo
d'imposta), ma sono un'anticipazione del tributo (un acconto) che non estingue
l'obbligazione tributaria del sostituito; quest'ultimo deve infatti indicare i relativi redditi nella
propria dichiarazione, calcolare l'imposta globalmente dovuta e scomputare da questa
l'ammontare delle ritenute subite.
[[chiariamo anche in questo caso con un esempio:
un soggetto A (es. datore di lavoro, il sostituto) deve corrispondere delle somme (stipendio)
ad un altro soggetto B (prestatore di lavoro, il sostituito). A trattiene una quota delle somme
sulla base di una determinata aliquota che può essere fissa oppure, nel caso dei redditi di
lavoro, variabile secondo la retribuzione globale annua. A versa la quota all'Erario. B
acquista il diritto di detrarre dai redditi percepiti per quel periodo di imposta le somme
trattenute da A ]].
- il sostituto è obbligato verso l'Erario non per l'obbligazione d'imposta vera e propria
(commisurata al presupposto), ma è tenuto ad operare una ritenuta e a versarla al fisco.
- tra sostituto e sostituito vi è un rapporto di rivalsa, ossia il sostituto, nel momento in cui
corrisponde le somme soggette a ritenuta, ha diritto di trattenerne una quota.
- il sostituito, nei confronti del fisco, avendo subito la ritenuta acquista il diritto di dedurre,
dall'imposta globalmente dovuta, l'importo delle ritenute subite.
Il Presupposto
IRPEF
I soggetti: L'IRPEF è un'imposta statale, cosicché lo Stato è soggetto attivo nella doppia
veste di ente impositore ed ente creditore. Soggetti passivi IRPEF possono essere solo le
persone fisiche (si tratta infatti di un'imposta personale). I soggetti passivi possono essere
residenti o non residenti nel territorio italiano.
- I soggetti residenti sono tassati per l'insieme dei loro redditi dovunque prodotti. Per
l'individuazione del soggetto passivo residente in Italia è ovviamente determinante il
concetto di residenza fiscale. La residenza fiscale si individua in base ad uno dei seguenti
tre criteri: iscrizione all'Anagrafe dei Comuni, domicilio o residenza.
-I soggetti non residenti vengono tassati per i soli redditi prodotti in Italia. Per la tassazione
dei soggetti non residenti occorre stabilire quando un reddito si considera prodotto in Italia: i
criteri di collegamento del reddito al territorio sono elencati nell'art. 23 TUIR (ad esempio i
redditi fondiari si considerano prodotti in Italia se l'immobile è ivi collocato; i redditi di capitale
si considerano prodotti in Italia quando il reddito è erogato da un soggetto residente in Italia).
Il Presupposto d'Imposta: Il Reddito: Gli studi di scienza delle finanze hanno individuato tre
diversi concetti di reddito:
-il reddito prodotto, secondo cui l'unità di riferimento della capacità contributiva è
individuabile nei redditi ottenuti, in una determinata unità di tempo, in qualità di corrispettivo
di un'attività produttiva.
- il reddito entrata, che prende come misura della base imponibile quel consumo del
contribuente, considerato in un dato periodo di tempo, che non altera il suo patrimonio
iniziale.
- il reddito spesa o reddito consumo, che identifica la base imponibile con tutto ciò che il
contribuente consuma in un determinato periodo di tempo. Rispetto al reddito entrata, tale
accezione esclude il reddito risparmiato né si pone il problema relativamente ai guadagni in
conto capitale.
Il La dottrina del prof. Lupi ritiene la concezione del reddito come entrata la più convincente,
sulla base dell'osservazione che "costituiscono incrementi patrimoniali anche quelli connessi
a prestazioni o ad atti fortuiti o straordinari relativi ad un'attività del soggetto o ad un evento
relativo al suo precedente patrimonio". Lo stesso Lupi osserva che le teorie che giustificano
la concezione del reddito come prodotto sono motivate con la preoccupazione di
considerare tassabile in primo luogo i redditi prodotti in maniera ordinaria, considerando
marginali le ipotesi di tassazione di carattere straordinario, spesso difficilmente rinnovabili ]]
- Il reddito è un fenomeno dinamico (è l'incremento del patrimonio che matura nel corso
dell'esercizio di bilancio) e, in quanto tale, di distingue dal patrimonio che, invece, è un
fenomeno statico e può definirsi come "l'insieme di situazioni giuridiche a contenuto
economico" (attività o passività) di cui un soggetto è titolare in un dato momento storico (ad
es. la fine dell'esercizio di bilancio).
- Non sono reddito le somme destinate a costituire il patrimonio o a reintegrare perdite dello
stesso. Non sono pertanto tassati i conferimenti dei soci o la restituzione dei conferimenti
agli stessi. Poiché il nostro ordinamento ha adottato, in via generale, il concetto di reddito
prodotto, il reddito è normalmente collegato ad un titolo giuridico di natura onerosa; pertanto,
non sono tassati come reddito i proventi acquisiti a titolo gratuito (donazioni o eredita).
Sono invece reddito:
- tutti gli incrementi di patrimonio; tra questi, in particolare, l'utilità che può derivare da un
bene del patrimonio stesso (per esempio da un fabbricato).
- le somme che sono finalizzate alla reintegrazione di redditi caduti o persi. Sono
ugualmente reddito gli interessi moratori e gli interessi per dilazione di pagamento.
Categorie di Reddito: Il Testo Unico delle Imposte sui Redditi individua 6 categorie di reddito
al cui interno sono inquadrati tutti i redditi imponibili: redditi fondiari, redditi di capitale, redditi
di lavoro dipendente, redditi di lavoro autonomo, redditi d'impresa e redditi diversi. Le
categorie sono individuate, in generale, in relazione alla fonte di produzione del reddito e
pertanto confermano il riferimento ad una nozione di reddito prodotto. Tutti i redditi, di
qualsiasi categoria, vengono considerati di impresa quando sono percepiti nell'esercizio di
attività commerciali. Alle diverse categorie corrispondono criteri di determinazione
dell'imponibile differenziati o adempimenti formali diversi a carico del soggetto passivo.
Calcolo dell'imposta: base imponibile e aliquota: La base imponibile (ossia il valore cui
commisurare l'imposta) è il complesso dei redditi di una persona fisica, ovunque prodotti.
Per i soggetti non residenti, sono tassati solo i redditi prodotti in Italia. I passaggi che
portano alla determinazione dell'imposta dovuta sono i seguenti:
a) individuazione e quantificazione dei redditi per ciascuna categoria che segue delle regole
specifiche che esamineremo più avanti
b) somma algebrica dei redditi delle singole categorie per arrivare alla determinazione del
reddito complessivo. Per i soli redditi di impresa e di lavoro autonomo, effettuata la somma
algebrica dei redditi, si sottraggono alla stessa le perdite. Non tutte le perdite sono tuttavia
detraibili: alcune perdite sono detraibili ma non possono essere riportate agli esercizi
successivi. Per le società di persone (semplici, in nome collettivo, in accomandita semplice)
e per le associazioni professionali, soggette al regime di trasparenza, le perdite vengono
ripartite tra i soci in proporzione agli utili cui hanno diritto (principio di trasparenza).
c) dal calcolo del reddito complessivo sono in ogni caso esclusi i redditi esenti dall'imposta e
quelli soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d'imposta o ad imposta sostitutiva, gli assegni
periodici destinati al mantenimento dei figli, gli assegni familiari e l'assegno per il nucleo
familiare.
d) al reddito complessivo si applicano poi le deduzioni (tassativamente elencate nell'art. 10
TUIR) per ottenere il reddito imponibile. Le deduzioni previste dal legislatore fanno
riferimento ad una serie di caratteristiche e condizioni personali del contribuente che
incidono sulla sua capacità contributiva. Le deduzioni più rilevanti si riferiscono a:
- spese personali che incidono sulla capacità contributiva (ad es. le spese mediche di
assistenza in caso di grave invalidità)
- spese che concorrono alla produzione di reddito che non sono deducibili dai redditi della
categoria che hanno concorso a produrre.
- somme restituite al soggetto erogatore che in precedenti periodi d'imposta hanno concorso
a formare il reddito.
Tra le deduzioni del reddito assume grande rilevanza la deduzione della rendita catastale
dell'abitazione principale e delle sue pertinenze.
e) al reddito imponibile si applica l'aliquota per calcolare l'imposta lorda (da un 23% fino a un
43% in relazione al reddito imponibile)
f) all'imposta lorda si applicano poi le detrazioni per determinare l'imposta netta (l'imposta
astrattamente dovuta). (detrazioni per carichi di famiglia, per tipologia di redditi, per altri
oneri sostenuti..)
g) dall'imposta netta, infine, andranno ulteriormente scomputati i crediti per imposte pagate
all'estero, i versamenti già effettuati in acconto e le ritenute.
Uno dei pilastri di un tributo e in modo particolare delle imposte è rappresentato dai soggetti
passivi. I soggetti passivi comprendono un’ampia gamma di società ed enti collettivi in
generale, con o senza personalità giuridica, commerciali e non commerciali, residenti o non
residenti nel territorio dello stato. Dai soggetti passivi IRES sono escluse le società di
persone (i loro redditi sono imputati a ciascun socio proporzionalmente alla sua quota di
partecipazione agli utili) e gli enti esponenziali di una comunità territoriale (per la natura
pubblicistica o per il modello gestorio delle attività da loro svolte). L’indicazione dei soggetti
passivi è prevista all’articolo 73 comma 1 che divide i soggetti in due macro categorie:
Soggetto residente: il reddito complessivo è formato dai redditi ovunque prodotti.
Soggetto non residente: articolo 23 TUIR, il reddito complessivo è formato solo dai redditi
che si considerano prodotti nel territorio dello stato.
I soggetti passivi sono tutti quegli enti collettivi non già considerati dall’IRPEF indicati
nell’articolo 73
•Società di capitali,
•Enti commerciali: enti sia pubblici che privati compresi i trust che abbiano come oggetto
principale o esclusivo della propria attività l’esercizio di un’attività commerciale;
•Enti non commerciali: Sono enti non commerciali tutti quegli enti che non svolgono in via
principale un’attività commerciale (esempio le fondazioni, gli enti ecclesiastici, i comitati, le
associazioni culturali, sportive, politiche sindacali, eccetera).
•Società ed enti non residenti: che non hanno la sede legale o amministrativa nello stato; Si
presumono residenti:
-le società estere che sono controllate anche indirettamente da soggetti residenti nel
territorio dello stato o amministrate da un organo prevalentemente composto da residenti in
Italia;
-i trust esteri istituiti in Paesi con cui non sono stati stipulati trattati che prevedono lo scambio
di informazioni qualora almeno un disponente ed un beneficiario siano residenti in Italia.
Un’altra distinzione dall’articolo 73 comma 1 lett. a,b del TUIR viene fatta tra società ed enti
commerciali residenti ed enti non commerciali residenti:
1. Società ed enti commerciali residenti: es: le societa' per azioni e in accomandita per
azioni, le societa' a responsabilita' limitata, le societa' cooperative e le societa' di mutua
assicurazione. Il reddito complessivo delle societa' e degli enti commerciali da qualsiasi
fonte provenga, e' considerato reddito d'impresa. (articolo 81 TUIR).
2. Enti non commerciale residenti: La posizione degli enti non commerciali è molto simile a
quella delle persone fisiche, infatti possono avere redditi provenienti da categorie diverse ed
il calcolo del reddito complessivo si ottiene sommando i redditi di ogni categoria, determinato
ciascuno secondo le proprie regole. Inoltre, come per le persone fisiche, vi sono oneri
deducibili dalla base imponibile, nonché oneri detraibili dall’imposta. Se l’ente non
commerciale produce anche reddito d’impresa in quanto svolge un’attività d’impresa, questi
è tenuto ad iscrivere una contabilità separata, distinguendo ciò che inerisce all’attività
d’impresa da ciò che inerisce all’attività istituzionale. La distinzione fra beni relativi all’attività
d’impresa dell’ente e beni estranei è basata sugli stessi criteri applicati agli imprenditori
individuali: sono beni dell’impresa quelli strumentali all’attività d’impresa. Con riguardo alla
deducibilità dei componenti negativi di reddito, le spese specificamente inerenti l’attività
d’impresa sono deducibili per intero; le spese inerenti ad attività non imponibili non sono
deducibili;
Per la base imponibile dell’IRES bisogna partire dall’utile civilistico annuo al quale il
legislatore applica le variazioni in aumento o in diminuzione al quale poi si applica l’aliquota
del 24%. Le variazioni sono degli aggiustamenti che il legislatore impone per evitare
sottrazioni della materia imponibile ossia per evitare meno imposte.
Si hanno variazioni in aumento quando:
•Ci sono dei costi ma non sono deducibili •Ci sono dei ricavi imponibili.
Si hanno variazioni in diminuzione quando: •Ci sono dei costi deducibili
•Ci sono dei ricavi non imponibili (non tassabili per intero ma solo a una certa % e a una
determinata condizione).
Calcolo dell’IRES
Si parte proprio dal risultato civilistico, cioè l’utile che emerge dal bilancio d’esercizio. Su
questo importo si applicano delle variazioni fiscali, cioè si sommano o si sottraggono alcune
voci che per il fisco non sono considerate valide (o che hanno un trattamento diverso
rispetto al bilancio). Ad esempio, se ci sono dei costi che non sono deducibili fiscalmente,
questi vanno aggiunti all’utile. Se invece ci sono delle deduzioni previste dalla legge, vanno
sottratte.
Dopo aver fatto queste operazioni, si arriva al reddito imponibile, cioè l’importo su cui
effettivamente si calcola l’IRES.
Una volta ottenuto questo reddito imponibile, si applica un’aliquota fissa del 24%, che è
appunto l’aliquota IRES. Il risultato sarà l’importo che la società dovrà versare.