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Leopardi

Il documento presenta una raccolta delle poesie di Giacomo Leopardi, inclusi versi inediti e traduzioni, con una postfazione di Umberto Piersanti. Tra le opere incluse ci sono 'L'infinito' e 'La sera del giorno festivo', che esplorano temi di natura, dolore e memoria. La pubblicazione mira a rendere accessibili le opere di Leopardi al pubblico italiano.

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Giacomo Leopardi

VERSI
Postfazione di Umberto Piersanti
INTERNO CLASSICI
1
© Copyright 2019
Interno Poesia Editore
Via SS. Rosario, 14
72022 Latiano (BR)
posta@[Link]
[Link]

ISBN 978-88-85583-28-3
Giacomo Leopardi

VERSI

Postfazione di Umbero Piersanti


VERSI
DEL CONTE

GIACOMO LEOPARDI
1826
Gli editori a chi legge

Abbiamo creduto far cosa grata al Pubblico italiano,


raccogliendo e pubblicando in carta e forma uguali a
quelle delle Canzoni del conte Leopardi già stampate
in questa città, tutte le altre poesie originali dello stesso
autore, tra le quali alcune inedite, di cui siamo stati fa-
voriti dalla sua cortesia. Si è compresa tra le poesie ori-
ginali la Guerra dei topi e delle rane, perché piuttosto imi-
tazione che traduzione dal greco. In ultimo abbiamo
aggiunto il Volgarizzamento della Satira di Simonide sopra le
donne; della qual poesia, molto antica e molto elegante,
ma nota quasi soltanto agli eruditi, non sappiamo che
v’abbia finora altra traduzione italiana.

Bologna, 1826

7
IDILLI

1819
L’infinito

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,


E questa siepe, che da tanta parte
De l’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminato
Spazio di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e ’l suon di lei. Così tra questa
Infinità s’annega il pensier mio:
E ’l naufragar m’è dolce in questo mare.

11
La sera del giorno festivo

Dolce e chiara è la notte e senza vento,


E queta in mezzo a gli orti e in cima a i tetti
La luna si riposa, e le montagne
Si discopron da lungi. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t’accolse agevol sonno
Ne le tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non pensi o stimi
Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m’affaccio,
E l’antica Natura onnipossente,
Che mi fece all’affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
Non brillin gli occhi tuoi fuor che di pianto.
Questo dì fu solenne: or da’ trastulli
Prendi riposo; e forse ti rimembra
In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te: non io certo giammai
Ti ricorro al pensiero. Intanto io chieggio
Quanto a viver mi resti, e qui per terra
Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
In così verde etate! Ahi, per la via
Sento non lunge il solitario canto
De l’artigian, che riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;

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E fieramente mi si stringe il core
A pensar come tutto al mondo passa
E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
Il dì festivo, ed al festivo il giorno
Volgar succede, e si travolge il tempo
Ogni umano accidente. Or dov’è ’l suono
Di que’ popoli antichi? or dov’è ’l grido
De’ nostri avi famosi, e ’l grande impero
Di quella Roma, e l’armi, e ’l fragorio
Che n’andò per la terra e l’oceano?
Tutto è silenzio e pace, e tutto cheto
È ’l mondo, e più di lor non si favella.
Ne la mia prima età, quando s’aspetta
Bramosamente il dì festivo, or poscia
Ch’egli era spento, io doloroso e desto
Premea le piume; e per la muta notte
Questo canto ch’udia per lo sentiero
Lontanando morire a poco a poco,
Al modo istesso mi stringeva il core.

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La ricordanza

O graziosa Luna, io mi rammento


Che, or volge un anno, io sopra questo poggio
Venia carco d’angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, a le mie luci
Il tuo volto apparia; chè travagliosa
Era mia vita: ed è, nè cangia stile,
O mia diletta Luna. E pur mi giova
La ricordanza, e ’l noverar l’etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Il sovvenir de le passate cose,
Ancor che triste, e ancor che il pianto duri.

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Il sogno

Era il mattino, e tra le chiuse imposte


Per lo balcone insinuava il sole
Ne la mia cieca stanza i primi raggi,
Quando in su l’ora che più leve il sonno
E più soave le pupille adombra,
Stettemi allato e riguardommi in viso
Il simulacro di colei che amore
Prima insegnommi, e poi lasciommi in pianto.
Morta non mi parea, ma trista, e quale
De gl’infelici è la sembianza. Al capo
Appressommi la destra, e sospirando,
Vivi tu, disse, e ricordanza alcuna
Serbi di noi? Donde, risposi, e come
Vieni, o cara beltà? Quanto, deh quanto
Di te mi dolse e duol: nè che tu fossi
Mai per saperlo io mi credeva; e questo
M’era cagion di più crudele affanno.
Ma sei tu per lasciarmi un’altra volta?
Certo ch’io ’l temo. Or dimmi, e che t’avvenne?
Se’ tu quella di prima? E che ti strugge
Internamente? Obblivion ricopre
I tuoi pensieri, e gli avviluppa il sonno;
Disse colei. Son morta, e mi vedesti
L’ultima volta, è già gran tempo. Immensa
Doglia m’oppresse a queste voci il petto.
Ella seguì: nel fior de gli anni estinta,
Quando è ’l viver più dolce, e pria che ’l core

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Certo si renda com’è tutta indarno
L’umana speme. A desiar colei
Che d’ogni affanno il tragge, ha poco andare
L’egro mortal; ma sconsolata arriva
La morte a i giovanetti, e duro è ’l fato
Di quella speme cui la tomba estingue.
Vano è ’l saper quel che natura asconde
A gl’inesperti de la vita, e molto
A l’immatura sapienza il cieco
Dolor prevale. Oh sfortunata, oh cara,
Taci, taci, diss’io, chè tu mi schianti
Con questi detti il cor. Dunque se’ morta,
O mia diletta, ed io son vivo, ed era
Pur fisso in ciel che quei sudori estremi
Cotesta cara e tenerella salma
Provar dovesse, a me restasse intera
Questa misera spoglia? Oh quante volte
In ripensar che più non vivi, e mai
Non avverrà ch’io ti ritrovi al mondo,
Creder nol posso. Ahi ahi, che cosa è questa
Che morte s’addimanda? Oggi per prova
Intenderlo potessi, e ’l capo inerme
A gli atroci del fato odii sottrarre.
Giovane son, ma si consuma e perde
La giovanezza mia come vecchiezza;
La qual pavento, e pur m’è lunge assai.
Ma poco da vecchiezza si discorda
Il fior dell’età mia. Nascemmo al pianto,
Disse, ambedue; felicità non rise
Al viver nostro; e dilettossi il Cielo

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