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Il Piemonte è rinomato per i suoi vini rossi, in particolare Barolo e Barbaresco, ma produce anche vini bianchi e spumanti di alta qualità. La regione ha un'importante storia vitivinicola e ha introdotto concetti come terroir e cru, con una varietà di denominazioni di origine. La viticoltura piemontese è caratterizzata da un microclima favorevole e da una diversità di terreni che contribuiscono alla produzione di vini distintivi.
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Il Piemonte è rinomato per i suoi vini rossi, in particolare Barolo e Barbaresco, ma produce anche vini bianchi e spumanti di alta qualità. La regione ha un'importante storia vitivinicola e ha introdotto concetti come terroir e cru, con una varietà di denominazioni di origine. La viticoltura piemontese è caratterizzata da un microclima favorevole e da una diversità di terreni che contribuiscono alla produzione di vini distintivi.
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Il Piemonte viene identificato quasi esclusivamente per i suoi grandi vini rossi, ma in questa

regione si producono anche ottimi vini bianchi e spumanti. Il ruolo vino in Piemonte è stato
fondamentale per lo sviluppo della moderna enologia Italiana. Proprio qui ha avuto inizio
quella straordinaria rivoluzione nel mondo del vino che ha riportato l’Italia ai vertici della
produzione di vini alta qualità. I vini Piemontesi, a parte poche eccezioni, sono
monovarietali, cioè prodotti con un’unica uva. In Piemonte sono partiti i primi esempi di
zonazione delle aree vitivinicole, estendendo ai vini italiani concetti come terroir e cru: uno
specifico vino è prodotto esclusivamente con uve provenienti da un’unico vigneto o parcella
il cui nome compare in etichetta. Attualmente le denominazioni in cui le “menzioni vigna”
sono presenti sono Barolo DOCG, Barbaresco DOCG e Dogliani DOCG. Il territorio di
queste denominazioni è suddiviso in zone, e all’interno di queste si individuano le parcelle o
cru. Località come La Morra, Barolo, Serralunga d’Alba, Monforte d’Alba e Castiglione
Falletto sono le aree vinicole del Barolo, mentre Barbaresco, Treiso e Neive lo sono per il
Barbaresco. Bussia, Lazzarito, Cerequio, Rocche e Brunate sono alcuni esempi di cru di
Barolo, così come Rabajà, Asili e Montestefano lo sono per il Barbaresco. I Numeri del Vino
del Piemonte Superficie vitata del Piemonte Superficie vitata del Piemonte: 48.000 ha di cui
il 43% in montagna, 30% in collina, 27% in pianura. Produzione di vino del Piemonte
Produzione di vino del Piemonte: 2.600.000 hl di cui vini DOP 81% vini IGP 0%, vini rossi e
rosati 60%, vini bianchi 40%. Denominazioni per il vino nel Piemonte Denominazioni di
origine per il vino nel Piemonte: 19 DOCG, 41 DOC, nessuna IGT. i numeri del vino in
piemonte La Viticoltura nel Piemonte La viticoltura in Piemonte, una delle regioni vinicole più
prestigiose e ricche di storia d’Italia, rappresenta un vero e proprio pilastro per l’identità
culturale e economica del territorio. Situato nel nord-ovest dell’Italia, con le Alpi che lo
circondano su tre lati, il Piemonte gode di un microclima unico che, combinato con la sua
variegata geografia, offre condizioni ideali per la viticoltura. Il Piemonte è caratterizzato da
una serie di colline, fiumi e valli che creano microclimi diversi, ideali per la coltivazione di
varie tipologie di uva. La regione è protetta dalle principali perturbazioni atmosferiche grazie
all’abbraccio delle Alpi. Questa barriera naturale, insieme alle brezze che provengono dai
fiumi e dai laghi, contribuisce a creare ampie escursioni termiche tra giorno e notte, fattore
cruciale per lo sviluppo degli aromi e delle caratteristiche organolettiche delle uve. Il
Piemonte è famoso soprattutto per i suoi vini rossi, tra cui spiccano il Barolo e il Barbaresco,
entrambi prodotti esclusivamente con uve Nebbiolo. Questi vini sono noti per la loro
complessità, longevità e profondità di aromi, che vanno dal fruttato al floreale, fino a note
terrose e speziate. Altri vini rossi importanti includono il Barbera e il Dolcetto, che offrono stili
più accessibili ma non meno caratteristici. Tra i vini bianchi, il Moscato d’Asti e l’Arneis sono
espressioni eccellenti del terroir piemontese, offrendo rispettivamente dolcezza e freschezza
aromatiche. La Storia della Viticoltura del Piemonte Da sempre il Piemonte è terra di grandi
vini. La viticoltura è presente nella regione sin da epoche preromaniche, ad opera delle
popolazioni celto-liguri. La dominazione romana, a partire dal VI secolo a.C., portò alla sua
espansione, che prosegui anche nel Medioevo ad opera di vari ordini monastici, la cui opera
portò alla definizione delle attuali zone vinicole, dal Monferrato alla Langa, fino all’Alto
Piemonte. Il Nebbiolo viene identificato come vitigno già a partire dal 1200 d.C., ma conobbe
la sua notorietà solo a partire dal 19° secolo, ad opara del Cavour e dei Marchesi di Barolo.
Fino alla prima metà del diciannovesimo secolo i vini Piemontesi erano prevalentemente
dolci, tradizione da ricondurre a motivi sia commerciali che tecnici. Dal punto di vista
commerciale, dal momento che la maggior parte dei vini veniva esportata grazie alla
Repubblica marinara di Genova via mare, i vini dolci garantivano maggiore conservabilità
durante i lunghi viaggi marittimi. Dal punto di vista tecnico, il Nebbiolo, principale vitigno
Piemontese, ha una maturazione piuttosto tardiva. Il freddo delle cantine dove avvenivano le
fermentazioni durante i mesi di Novembre e Dicembre e la non disponibilità di lieviti
selezionati interrompeva il processo di fermentazione, lasciando quindi nel vino una certa
quantità di zuccheri residui. Il protagonista del rinascimento dell’enologia Piemontese è stato
il Barolo, grazie all’enologo francese Louis Oudart. Giulietta Falletti, Marchesa di Barolo,
chiese a Oudart di migliorare i vini da Nebbiolo prodotti nella sua cantina. Oudart comprese
le potenzialità del Nebbiolo e intuì che se ne poteva ottenere un ottimo vino secco. Nacque
così il Barolo e fu grazie a Camillo Benso conte di Cavour, che decise di convertire le
cantine della sua tenuta di Grinzane per la produzione del Barolo, che questo vino iniziò ad
acquisire la sua fama a livello nazionale e internazionale. Alla fine dell’800 anche il
Barbaresco acquisì la propria identità, grazie agli studi compiuti presso la Scuola Enologica
di Alba. Questi due grandi vini, e gli sviluppi a loro legati, erano destinati a segnare la storia
della viticoltura Piemontese fino ai giorni nostri. Gli anni a cavallo tra la fine dell’800 e il
secondo dopoguerra videro passare la devastazione della fillossera, l’emigrazione della
popolazione agricola verso le Americhe e due guerre mondiali. Lo sviluppo che seguì portò
ad un rapido incremento nei volumi e di conseguenza uno scadimento della qualità dei vini
piemontesi e dei loro prezzi, che culminò nel 1986 con lo scandalo del vino al metanolo.
Questi episodi segnarono però l’inizio della rinascita della vitivinicoltura piemontese, con un
rinnovamento della qualità e dell’immagine dei vini più importanti, a partire dal Barolo, che
gradualmente si mosse verso un profilo enologico meno orientato al lungo invecchiamento in
cantina. Questo aprì alla querelle tra vignaioli tradizionalisti ed innovatori, i primi ancorati alla
tradizione delle lunghe maturazioni in botti grandi, e i secondi più propensi a creare vini più
immediati, grazie anche al contributo delle barriques. La Barbera, con le sue denominazioni
di origine, si trasformò invece da un vino tradizionalmente aspro e leggero a un prodotto dal
profilo organolettico armonico e dalla buona struttura, adatto a competere sui mercati
internazionali. Il Vino in Piemonte Vigneti attorno al castello di Barolo. Image:
Depositphotos.com I Vitigni del Piemonte I vitigni coltivati in Piemonte sono soprattutto a
bacca nera, quali il Nebbiolo, che dà vita al Barolo e al Barbaresco, tra i più famosi vini rossi
Italiani, la Barbera, nelle sue molteplici declinazioni regionali, il Dolcetto, la Croatina, la
Freisa, la Bonarda, il Grignolino, il Brachetto, le Malvasie a bacca nera di Casorzo e di
Schierano. Tra i vitigni a bacca bianca da ricordare sono gli autoctoni Cortese ed Erbaluce
ed il Moscato bianco, che trova nella regione alcune delle sue massime espressioni,
soprattutto spumantizzate, come l’Asti DOCG, ma anche ferme, come il Moscato di Loazzolo
DOC. Approfondisci Le Denominazioni di Origine del Piemonte Le Denominazioni di Origine
per il vino in Piemonte si trovano geograficamente suddivise in otto zone: La zona a nord di
Novara e Vercelli con le Gattinara DOCG e Ghemme DOCG ed anche le Lessona DOC,
Bramaterra DOC, Boca DOC, Sizzano DOC e Fara DOC. I vitigni principali qui sono il
Nebbiolo, chiamato in questa zona Spanna, la Croatina, la Barbera e il bianco Erbaluce. Al
confine con la Valle d’Aosta troviamo le Canavese DOC e Carema DOC, sempre con i vitigni
Nebbiolo ed Erbaluce. Vicino a Torino la Collina Torinese DOC (vitigni Freisa, Barbera,
Bonarda e Dolcetto) e la Erbaluce di Caluso DOCG. La zona del Monferrato, compresa tra
Asti, Casale Monferrato, Ovada e Gavi comprende tra le altre le Barbera del Monferrato
Superiore DOCG, Brachetto d’Acqui DOCG, Dogliani DOCG, Ovada DOCG, Gavi o Cortese
di Gavi DOCG e Ruchè di Castagnole Monferrato DOCG, con i vitigni Moscato Bianco,
Cortese, Grignolino, le Malvasie a bacca nera Malvasia di Casorzo e Malvasia di Schierano,
in aggiunta agli altri già menzionati. L’Astigiano, importante zona spumantistica con il
Moscato bianco, che comprende anche la Loazzolo DOC famosa per il Moscato passito. La
zona del Tortonese in cui, oltre a Cortese e Barbera, segnaliamo il bianco autoctono
Timorasso. A sinistra del fiume Tanaro la Roero DOCG con i vitigni Nebbiolo, Barbera ed il
bianco Arneis. a destra del fiume la Langa, con le Barolo DOCG, Barbaresco DOCG
(Nebbiolo, ma anche Ruché, Barbera e Dolcetto) e Dogliani DOCG (Dolcetto). In Piemonte
si contano quindi un totale di ben 19 DOCG e 41 DOC, nessuna IGT. 10 DOP tra cui
spiccano i formaggi Bra DOP e Castelmagno DOP e 6 IGP. Approfondisci Le Zone Vinicole
del Piemonte Il Piemonte è una delle regioni storiche per la vitivinicoltura Italiana, una delle
prime a ripartire dopo la profonda crisi degli anni ’80 e oggi riconosciuta come patria di
alcune delle più rappresentative eccellenze enologiche del paese. Come già visto, dal punto
di vista dell’enogastronomia il Piemonte si può suddividere nelle seguenti principali zone. Il
Barolo L’area di produzione del Barolo è caratterizzata da cinque celebri località che
costituiscono anche altrettante zone di elezione: Barolo, Castiglione Falletto, La Morra,
Serralunga d’Alba e Monforte d’Alba. I vini prodotti nelle cinque località hanno caratteristiche
diverse: il terreno di Barolo e La Morra dà al vino un carattere più morbido, aromatico,
decisamente fruttato e con maturazione più veloce. A Castiglione Falletto, Serralunga d’Alba
e Monforte d’Alba, il terreno è meno compatto e fertile e produce vini più robusti e intensi,
che maturano più lentamente. I vini prodotti in queste località si differenziano anche nel
colore: quelli prodotti a La Morra e a Barolo tendono ad avere colori rosso rubino, mentre
quelli prodotti nelle altre località tendono a colori più granati e aranciati. La tannicità, è una
particolarità dei vini da Nebbiolo che richiede alcuni anni, in genere almeno cinque, prima di
assumere un carattere più rotondo e meno aggressivo. Questa caratteristica ha dato vita a
due scuole di pensiero tra i produttori: quelli più tradizionali fanno affinare il vino in botti
grandi, ottenendo un vino più aggressivo e tipico, mentre quelli che invece interpretano il
Barolo come un vino più morbido e moderno, spesso ricorrono all’uso della barrique, e
diminuendo i tempi di fermentazione e di macerazione. Spesso questa caratteristica
produttiva è motivo di discussione sia fra i produttori sia fra gli stessi appassionati. Il
Barbaresco Il Barbaresco è stato per anni considerato come il “fratello minore” del Barolo, di
fatto però è uno straordinario vino da uve Nebbiolo che deve il suo nome all’omonima città in
cui si produce, non lontano da Barolo. La fama del Barbaresco è certamente più recente del
Barolo, infatti esso prende la strada della notorietà negli anni ’60 grazie soprattutto a
Giovanni Gaja e Bruno Giacosa. Dieci anni più tardi, grazie all’intuito e alla caparbietà di
Angelo Gaja, che iniziò a produrre il vino secondo i principi appresi in Francia, il Barbaresco
diventerà uno dei vini più ricercati al mondo. Il Barbaresco è in genere considerato più
elegante e raffinato del vicino Barolo e si produce nelle località di Barbaresco, Treiso e
Neive, ognuna delle quali, grazie alle tipicità della zona, conferisce specifiche caratteristiche
al vino. Le Langhe e il Roero Le Langhe si trovano nei pressi della città di Alba, alla destra
del fiume Tanaro e includono anche le zone del Barolo e Barbaresco. Oltre al Nebbiolo vi si
coltivano altre uve, come il Dolcetto e la Barbera. Fra le zone più importanti per il Dolcetto
ricordiamo Dogliani e Diano d’Alba, quest’ultima con ben 77 cru diversi nel suo territorio. Il
Dolcetto dà un vino con una spiccata nota fruttata, buona tannicità ma bassa acidità, che
non consente lunghi periodi di maturazione. La Barbera è un’uva che fino a qualche decina
di anni fa era considerata adatta solo per la produzione di vini correnti e di largo consumo,
ma recentemente è riuscita ad ottenere grandi risultati, grazie ad una vinificazione attenta e
di qualità. Il Pelaverga, coltivato nel comune di Verduno, è un vitigno spesso dimenticato, ma
capace di produrre vini di notevole interesse. I più importanti vitigni a bacca bianca delle
Langhe sono la Favorita e l’Arneis, quest’ultima presente anche nel Roero. Il Roero si trova
sulla riva sinistra del fiume Tanaro. Anche qui l’uva a bacca nera più diffusa è il Nebbiolo,
tuttavia la notorietà della zona è dovuta anche ad un’uva a bacca bianca: l’Arneis. I vini
bianchi da Arneis sono intensi e complessi al naso e piacevoli al palato. Il Monferrato e
l’Astigiano Queste due importanti zone vinicole sono situate nella parte sud-orientale della
regione. Qui il vitigno a bacca nera più importante è decisamente la Barbera. Nel Monferrato
la Barbera si trova anche mossa o leggermente frizzante, mentre ad Asti si produce un vino
fermo e più corposo. Il Grignolino dà vini rossi vini dai colori generalmente chiari, molto
piacevoli e gradevoli. La Freisa, con i suoi vini fruttati e immediati è presente in molti vini di
questa zona. Il Ruchè si può considerare patrimonio esclusivo di Castagnole Monferrato. I
suoi vini sono eccellenti, anche se in generale non molto strutturati. Il famoso Brachetto
d’Acqui viene prodotto sia frizzante sia spumante dolce e affascina per la sua spiccata
aromaticità e per la sua piacevolezza. Il Gavi, vino bianco DOCG, viene prodotto con uve
Cortese e si caratterizza per la sua intensità ed armonia. A Ovada l’uva principale è il
Dolcetto che qui manifesta caratteristiche uniche e assoluto interesse. Asti è famosa per il
Moscato Bianco e per lo spumante dolce che porta il nome della città. Il successo dell’Asti
Spumante è dovuto a Carlo Gancia, che decise nel 1865 di spumantizzare l’uva Moscato
Bianco. Il Moscato di Loazzolo è un elegante vino passito prodotto anch’esso con Moscato
bianco. Nell’Astigiano il vino rosso più importante è la Barbera, che trova qui una delle sue
massime espressioni, grazie all’opera di Giacomo Bologna, che per primo introdusse la
maturazione in barrique, facendo prendere alla Barbera un posto di rilievo tra i vini
importanti. Il nord del Piemonte L’area settentrionale del Piemonte è caratterizzata
soprattutto dalla produzione di vini rossi da Nebbiolo, meno noti di quelli del Barolo e
Barbaresco, ma comunque di sicuro fascino e interesse. Fra le zone più celebri per questi
vini ricordiamo Ghemme e Gattinara e la DOC Carema, nella parte occidentale e in
prossimità della Valle d’Aosta. Fra i vini DOC della zona settentrionale del Piemonte prodotti
con Nebbiolo, da solo o insieme ad altre varietà, vanno ricordati Lessona, Bramaterra, Boca,
Sizzano e Fara. L’Erbaluce è invece un’uva bianca con la quale si producono vini secchi ma
anche straordinari passiti, appartenenti alla denominazione Erbaluce di Caluso DOCG. La
Cucina tradizionale del Piemonte I prodotti tipici del Piemonte, regione ricca di colline,
montagne e territori pianeggianti, rispecchiano le caratteristiche del territorio. Dalle pianure
del Vercellese il riso, nelle varietà Carnaroli, Arborio e Vialone nano è il protagonista di
moltissime ricette, mentre dalle colline dell’Albese il tartufo bianco caratterizza moltissime
ricette locali. Molti i tipici formaggi come il Castelmagno, da provare in abbinamento con un
grande Barolo, il Bra, nella versione più fresca da abbinare ad un Roero Arneis, bianco
amarognolo, asciutto ed erbaceo, mentre con il Bra duro, la versione più stagionata,
abbineremo un Roero DOCG, rosso da uve nebbiolo. Il Raschera di lunga stagionatura si
sposa bene con i vini prodotti dalle Langhe, come il Dolcetto o Barbera d’Alba, mentre quello
meno stagionato si abbina bene con un Cortese di Gavi. Lla Robiola di Roccaverano, può
venir abbinata anch’essa con bianchi regionali come il Gavi DOCG o rossi giovani come il
Dogliani DOCG, e molti altri. La cucina Piemontese è famosa per i suoi antipasti, sia caldi
che freddi, tra cui ricordiamo i Peperoni e le cipolle ripiene, da gustare con un Gavi di Gavi, i
Crostini con tartufi, le insalate e i salumi, crudi e cotti, il Vitello tonnato, ottimo abbinato con
un Roero Arneis, e le Uova ripiene. Tra i primi piatti famosi sono gli Agnolotti del plin, con
sugo di arrosto o al tartufo, da gustare abbinati con un Grignolino d’Asti, gli Gnocchi
all’ossolana (fatti con farina di patate e di castagne), e i Risotti, cui si è già accennato, al
barolo, agli asparagi, alla finanziera e molti altri. Ricordiamo anche i Tajarin di pasta all’uovo
fatta in casa, con tartufo o salvia e burro sfuso. Molti i secondi piatti a base di carne, come i
famosi Brasato al barolo, da abbinare al vino più famoso della regione, e il Bollito misto alla
piemontese, ideale in abbinamento con un Barbera d’Alba. Tra le carni bianche il Pollo alla
babi (alla brace) e il Pollo alla marengo, da gustare con un Dolcetto di Ovada. I Batsoà sono
invece tradizionali zampini di maiale o di vitello, diffusi nel Canavese, lessati e poi passati
nell’uovo, nel pangrattato e fritti. Il Coniglio con i peperoni si può abbinare con un Grignolino
d’Asti. Molti anche i piatti a base di selvaggina, come la famosa Lepre in civet, la Pernice al
barolo e i Piccioni saltati alla monferrina, da abbinare ad esempio con un Nebbiolo di
Gattinara. La Finanziera è un piatto ottenuto con tagli del quinto quarto (cervella, fegato,
animelle), salsiccia e fesa di vitello a dadini, con aggiunta di brodo e funghi porcini. Il Fritto
misto e la Bagna caôda, preparata con acciughe, olio e aglio ed utilizzata come intingolo per
le verdure fresche della stagione autunnale, si abbinano bene con un Freisa d’Asti. Tra i
dolci meritano di essere ricordati i marrons glacés, i cuneesi al rum, la composta di marroni
e il bônet, un budino di cioccolato al latte.

La Lombardia è una regione molto estesa (circa 24.000 kmq), pertanto presenta aree con
caratteristiche molto diverse sia dal punto di vista climatico che dal punto di vista del suolo.
Si passa da zone decisamente montuose, come la Valtellina, a zone pianeggianti o
parzialmente collinari come l’Oltrepò Pavese e sono presenti anche aree con un microclima
assolutamente particolare, come quelle attorno al Lago di Garda. La superficie regionale è
pianeggiante per circa la metà, montuosa per un ulteriore 40%. Poco più del 10% della
superficie è collinare, e pertanto si presta a viticoltura di qualità. Tutto ciò fa sì che dal punto
di vista vitivinicolo coltivazioni e produzioni siano diverse a seconda della zona presa in
considerazione. I Numeri del Vino della Lombardia Superficie vitata della Lombardia
Superficie vitata in Lombardia: 29.000 ha di cui il 41% in montagna, 12% in collina, 47% in
pianura. Produzione di vino della Lombardia Produzione di vino della Lombardia: 1.300.000
hl di cui vini DOP 79% vini IGP 9%, vini rossi e rosati 46%, vini bianchi 54%. Denominazioni
per il vino nella Lombardia Denominazioni di Origine per il vino in Lombardia: 5 DOCG,23
DOC, 15 IGT. i numeri del vino in lombardia La Viticoltura nella Lombardia I 30.000 ettari
coltivati a vigneto presenti in Lombardia sono dispersi sull’ampia superficie regionale. I
vigneti della Valtellina si trovano alle pendici delle montagne, sul lato destro dell’Adda, dove
la luce del sole riesce a far maturare i grappoli, mentre le viti sono coltivate in terrazzamenti,
posti spesso al limite dell’altitudine massima che ne permette lo sviluppo. In questa zona il
tipo di allevamento più diffuso è il Guyot. L’Oltrepò Pavese, zona tra le province di Pavia ed
Alessandria, è sempre stato conosciuto per massicce produzioni di vini rossi a consumo
prevalentemente regionale. La forma di allevamento più diffusa è anche qui il Guyot. La
Storia della Viticoltura della Lombardia La coltivazione della vite in Lombardia risale alla
preistoria, in particolare all’età del bronzo, all’epoca dei primi insediamenti umani sulle rive
del Lago di Garda e del Lago d’Iseo. Dal VII a.C. l’arrivo di popolazioni Retiche, Etrusche e
Liguri portò nella regione le prime tecniche di vinificazione, che con la dominazione Romana
si evolsero e consolidarono ulteriormente. La caduta dell’Impero Romano lasciò il posto al
dominio dei Longobardi, dai quali la regione prende il nome e portò ad un progressivo
abbandono della vitivinicoltura, durato fino all’Alto medioevo, quando la diffusione
dell’agricoltura monastica ridestò l’interesse per la vite e per il vino, anche se i sistemi di
vinificazione dell’epoca davano un vino molto aspro e di difficile conservazione. Alla fine del
‘500 l’influenza delle tecniche enologiche Francesi permise la produzione dei primi Chiaretti
e di vini sempre migliori e meglio conservabili. La viticoltura vide il graduale abbandono dei
sistemi di allevamento con vite maritata agli alberi e la sperimentazione di nuovi sistemi con
tutori inerti e potature corte. Lo stesso periodo vide però in molte zone l’abbandono della
viticoltura per la coltivazione del gelso e del baco da seta. Nell’800 i flagelli dell’oidio e
peronospora prima e fillossera poi mutarono completamente il quadro ampelografico della
regione, portando alla scomparsa di moltissimi vitigni autoctoni. L’epoca contemporanea
portò alla lenta ripresa della viticoltura, grazie all’impulso seguito alla soluzione del problema
della filossera mediante le barbatelle innestate su piede americano e al progressivo
miglioramento delle tecniche enologiche e colturali. Alla diffusione della vite e alla
produzione del vino in Lombardia si aprirono così nuovi e prima impensabili orizzonti.
valtellina vigneti Vigneti nella zona di Grumello, in Valtellina. Image: Depositphotos.com I
Vitigni della Lombardia I vitigni coltivati in Lombardia seguono la territorialità di questa vasta
regione.In Valtellina il vitigno principale è il Nebbiolo, qui chiamato Chiavennasca. Altri vitigni
autoctoni sono la Pignola, la Rossola, la Brugnola (conosciuta in Emilia come Fortana o Uva
d’Oro), tutti a bacca nera, raramente vinificati in purezza e che rientrano nell’uvaggio dei vini
classici di Valtellina. Nell’Oltrepò Pavese, il vitigno più diffuso è la Barbera, seguito da
Croatina, Bonarda e Uva Rara. Una menzione particolare merita il Pinot Nero, mentre i
vitigni a bacca bianca qui coltivati sono il Riesling Italico, i Moscati e le Malvasie. La
Franciacorta, nella zona del Lago di Iseo, è nota per la coltivazione dei vitigni Pinot Nero,
Pinot Bianco e Chardonnay. Nella zona del Lago di Garda e dei Colli Mantovani si coltivano i
vitigni Groppello, Barbera, Marzemino e Sangiovese. Approfondisci Le Denominazioni di
Origine della Lombardia Partendo da nord, le Denominazioni di Origine per il vino in
Lombardia annoverano le due DOCG Sforzato di Valtellina o Sfursat di Valtellina DOCG,
vino ottenuto mediante parziale appassimento delle uve Nebbiolo e la Valtellina Superiore
DOCG. L’Oltrepò Pavese si è recentemente affermato come una regione di eccellenza per la
produzione spumantistica (Oltrepò Pavese Metodo Classico DOCG). La Franciacorta è
anch’essa una zona nota per la produzione di spumante metodo classico (Franciacorta
DOCG). Con gli stessi vitigni, ed eventualmente anche Cabernet Franc, Cabernet
Sauvignon e Merlot vengono prodotti i vini della Curtefranca DOC. Nella zona del Garda e
dei Colli Mantovani segnaliamo la Garda DOC e Garda dei Colli Mantovani DOC con i vini a
base di Groppello, Barbera, Marzemino e Sangiovese. Ricordiamo anche la Lambrusco
Mantovano DOC e la Lugana DOC (vini bianchi a base del vitigno Trebbiano di Lugana)
interregionale con la provincia di Verona. Altre zone vinicole Lombarde sono la San
Colombano al Lambro DOC, tra Pavia e Milano, con gli stessi vitigni coltivati dell’Oltrepò
Pavese, e la Valcalepio DOC, situata tra la Bergamesca ed il Lago d’Iseo. In questa zona si
coltivano i vitigni autoctoni rossi Moscato di Scanzo (da cui la Moscato di Scanzo DOCG).
Approfondisci Le Zone Vinicole della Lombardia In Lombardia vi sono importanti aree
vitivinicole, oltre ad una notevole varietà di vitigni e di situazioni pedoclimatiche diverse, tutte
contraddistinte da produzioni enologiche di alta qualità. Franciacorta La Franciacorta, in
provincia di Brescia, sulle sponde del Lago d’Iseo, in un’area di quasi 3mila ettari vitati, che
comprendono i territori di 19 comuni, è la zona dove gli spumanti metodo classico hanno
trovato il loro territorio di elezione. La viticoltura è presente in zona dal XIII secolo, nei tempi
in cui la zona veniva chiamata appunto “corte franca”, ossia libera dal pagamento dei dazi.
Di bollicine si parla dal XVI secolo, anche se la prima bottiglia di Spumante “targato”
Franciacorta nasce nel 1961. Accanto agli spumanti, la DOC Curtefranca propone vini rossi
basati su Cabernet, Merlot, Barbera e Nebbiolo e bianchi da Chardonnay, Pinot Nero e Pinot
Bianco). Lago di Garda La zona del Lago di Garda, o meglio la sua sponda Bresciana, vede
il vitigno autoctono Groppello, unito a Marzemino, Barbera e Sangiovese, come base dei vini
rossi delle DOC locali. Il Garda Doc Bianco è prodotto invece per il 70% da uve Riesling
italico. Sulla sponda sud del lago, a cavallo con la provincia di Verona, la zona dei vini
bianchi di Lugana, basati sul vitigno Trebbiano di Lugana , e di S. Martino della Battaglia, sul
Tocai friulano, varietà a bacca bianca diffusa anche in Veneto. A Botticino il locale vino rosso
ottenuto dai vitigni Barbera, Marzemino, Schiava e Sangiovese. Sempre in prossimità del
lago di Garda, in provincia di Mantova e lungo il confine con l’Emilia Romagna, c’è la zona di
produzione del Lambrusco Mantovano. Il vitigno di base è il Lambrusco viadanese, il cui
nome deriva dal comune di Viadana, nella bassa mantovana, lungo il Po. Al suo fianco si
coltivano anche le altre tipologie di Lambrusco come il Salamino, Sorbara, Grasparossa e
altre ancora. Oltrepò Pavese L’Oltrepò Pavese, oltre alla provincia di Pavia, comprende
anche parzialmente territori del milanese e del lodigiano. In quest’area di producono i vini
profumati di San Colombano, in gran parte con uve Croatina e Barbera, ma anche
Chardonnay per il bianco. L’Oltrepò Pavese è comunque la seconda zona in Lombardia
consacrata alla produzione di vini spumanti metodo classico, a base in questo caso di Pinot
Nero, vinificato in bianco (blanc de noirs), assieme a Chardonnay e Pinot grigio e bianco.
Nei paraggi si produce anche la Bonarda DOC, vino vivace vinificato da uve Croatina, da
non confondere con il vitigno Bonarda piemontese, il Buttafuoco, vino ottenuto da Croatina,
Barbera e Pinot Nero e Sangue di Giuda, anch’esso da uve Barbera e Croatina. Il nome
particolare del vino sembra richiamarsi alla leggenda che narra di un “Giuda” pentito e
resuscitato proprio nel paese di Broni dove, in cabio di vedersi risparmiata la vita, libera
miracolosamente dai parassiti i vigneti locali. La provincia di Bergamo Nella Valcalepio, in
provincia di Bergamo, la viticoltura data dai tempi dell’antica Roma. La zona DOC
Valcalepio, va dal Lago di Como fino al Lago d’Iseo. I vini rossi sono prodotti qui da uve
Cabernet Sauvignon e Merlot, mentre i vini bianchi da Pinot Bianco, Pinot Grigio e
Chardonnay. Sempre nei pressi di Bergamo, nel comune di Scanzorosciate si produce il
passito Moscato di Scanzo DOCG, dal vitigno autoctono omonimo coltivato esclusivamente
entro i confini del comune. La Valtellina La Valtellina è in provincia di Sondrio, e qui, da uve
Nebbiolo, localmente conosciuto come Chiavennasca, si produce il vino Valtellina Superiore
DOCG, denominazione divisa nelle sottozone Sassella, Grumello, Inferno, Valgella e
Maroggia. In questi luoghi l’uva è stata coltivata fin da epoche preromaniche, dalle antiche
popolazioni celto-liguri. Di grande fama gode anche lo Sforzato o Sfursat di Valtellina DOCG,
vino rosso secco, prodotto in uno stile che ricorda quello dell’Amarone, e che prende il nome
dalla selezione e lavorazione dell’uva Chiavennasca, raccolta da vigne alle pendici delle
montagne e lasciata appassire su graticci. La Cucina tradizionale della Lombardia La
Lombardia è una regione molto varia dal punto di vista gastronomico, anche in conseguenza
della vastità del territorio e della varietà della sua conformazione, dall’Arco Alpino alla
Pianura Padana con molti laghi e fiumi. La cucina Lombarda è ricca e variegata e, non
avendo la regione sbocchi al mare, prevalentemente di terra. Gli antipasti sono soprattutto a
base di salumi, come la Bresaola della Valtellina, o i Salami di Brianza, Cremona, Varzi e il
Salame d’Oca di Mortara si incontrano al meglio con una Bonarda frizzante dell’Oltrepò
Pavese. Tipici anche i nervetti di vitello e i peperoni di Voghera. Tra i primi piatti ricordiamo
la notevole varietà di risotti, tra cui quello più famoso è senz’altro il risotto alla milanese,
accompagnato con l’ossobuco, da degustarsi con un San Colombano Rosso. mentre il
Risotto con le Rane o il Risotto con il Pesce persico o con altri pesci di lago si al meglio con
un sapido Lugana. Le paste ripiene, come Casoncelli, Agnolotti e Tortelli di zucca trovano i
loro rispettivi abbinamenti con un Valcalepio Rosso, un Buttafuoco e un Oltrepò Pavese
Cruasè. Le minestre e i minestroni, come il minestrone alla milanese e la zuppa alla pavese
(con pane raffermo e uova) sono da provare con un Riesling Italico dell’Oltrepò Pavese. I
Pizzoccheri valtellinesi, tagliatelle di grano saraceno cotti con verze e patate e conditi con
burro e patate e abbondante Bitto fuso, presente anche nella Polenta taragna, e gli Sciatt,
croccanti frittelle tonde che nascondono un saporito cuore di formaggio Casera, sono da
provare un Valtellina Superiore. I secondi piatti sono soprattutto a base di carne, famose le
cotolette alla milanese, di carne di vitello, rigorosamente con l’osso, impanate e fritte nel
burro, perfette con un Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese,e gli ossibuchi, accompagnati anche
con il risotto, da accompagnarsi con un Gutturnio o con un Pinot nero dell’Oltrepò Pavese.
La cucina lombarda è poi ricca di piatti di cacciagione a base di lepre, piccioni, camoscio e
capriolo, il cui naturale abbinamento si può trovare in uno Sfursat della Valtellina. Comuni
anche i piatti di pesce d’acqua dolce, grazie alla presenza di fiumi e laghi, a base di trote,
carpe e pesce persico, da provare accompagnati ad un Lugana di buona struttura. Numerosi
i formaggi a denominazione di origine, dal Grana Padano al formai de mut dell’alta Val
Brembana, dal Casera e il Bitto in Valtellina, al Quartirolo lombardo e molti altri. Tra i dolci il
Panettone di Milano, la soffice Torta paradiso e le Offelle di pasta frolla si possono abbinare
con un Oltrepò Pavese Moscato Spumante, mentre la bergamasca Polenta e Osei e la
Sbrisolona mantovana trovano il loro miglior connubio con un Valcalepio Moscato Passito.

Il Trentino Alto Adige è una regione interamente montuosa di circa 14.000 kmq. E’ composta
dalle province autonome di Trento e Bolzano, che segnano una differenziazione sia
linguistica che amministrativa, per cui parliamo di Trentino da una parte e Alto Adige
dall’altra. Anche se geograficamente parlando sarebbe difficile tracciare un confine
morfologico tra le due zone, le differenze etniche e linguistiche da una parte e
pedoclimatiche dall’altra hanno anche portato, nel corso dei secoli, ad una caratterizzazione
su base provinciale della produzione vitivinicola. Entrambe le zone hanno comunque in
comune un’eccellente produzione di vini, grazie anche alla posizione geografica e alle
condizioni climatiche favorevoli sia lungo la Valle dell’Adige e sui pendii delle montagne che
la costeggiano, che nelle aree pianeggianti e collinari attorno a Trento e Bolzano. Il livello
qualitativo dei vini della regione è molto alto, in modo particolare per quelli prodotti con uve
che prediligono le zone fredde, come il Sauvignon e il Pinot Nero. Nonostante nel Trentino
Alto Adige siano coltivate molte varietà “internazionali”, nella regione è interessante anche il
patrimonio di uve autoctone, tra le quali Teroldego, Schiava e Lagrein. I Numeri del Vino del
Trentino Alto Adige Superficie vitata del Trentino Alto Adige 15.000 ha di cui il 86% in
montagna e il 14% in collina. Produzione di vino del Trentino Alto Adige 1.100.000 hl di cui
vini DOP 93% vini IGP 5%, vini rossi e rosati 59%, vini bianchi 41%. Denominazioni per il
vino nel Trentino Alto Adige 9 DOC e 4 IGT. i numeri del vino in trentino-alto adige La
Viticoltura nel Trentino Alto Adige La regione del Trentino-Alto Adige, situata nel nord-est
dell’Italia, è nota per la sua viticoltura unica e di alta qualità, grazie alla sua particolare
geografia, composizione del suolo e clima. Questa regione si distingue per la diversità dei
suoi paesaggi, che vanno dalle valli fluviali, ai pendii montuosi, fino alle alte altitudini,
offrendo un mosaico di microclimi e terreni ideali per la coltivazione della vite. Il Trentino-Alto
Adige è caratterizzato da una topografia molto varia. Il Trentino, a sud, beneficia delle dolci
colline e delle valli aperte, ideali per la viticoltura. Qui, i suoli sono una miscela di calcare,
argilla e ghiaia, derivati dalla disgregazione delle rocce alpine, che drenano bene e riflettono
il calore, favorendo la maturazione delle uve. L’Alto Adige, invece, presenta un paesaggio
più montuoso e vallivo, con vigneti che si arrampicano sui pendii delle valli, sfruttando
esposizioni ottimali al sole. I suoli variano notevolmente, dalla sabbia all’argilla, al calcare e
ai depositi fluviali, che influenzano il carattere e il profilo aromatico dei vini prodotti. Il clima
del Trentino-Alto Adige è fortemente influenzato dalla sua posizione geografica, trovandosi
all’incontro tra le influenze climatiche mediterranee e continentali. Questo dualismo climatico
si traduce in estate calde e soleggiate, ma non eccessivamente torride, grazie alla
ventilazione costante che scorre lungo le valli, e inverni freddi che contribuiscono a
mantenere l’acidità e la freschezza delle uve. L’effetto delle barriere montuose protegge i
vigneti dai freddi venti settentrionali, mentre l’apertura verso sud garantisce una buona
esposizione solare. Le differenze di temperatura tra giorno e notte, soprattutto in fase di
maturazione, sono cruciali per sviluppare e mantenere l’aroma delle uve. Questa
combinazione unica di fattori naturali consente al Trentino-Alto Adige di produrre vini di alta
qualità e di grande varietà. La regione è famosa per i suoi vini bianchi aromatici e freschi,
come il Gewürztraminer, il Pinot Grigio, e il Chardonnay, che riflettono l’eleganza e la
freschezza conferite dal clima alpino. Non mancano, tuttavia, eccellenti esempi di vini rossi,
come il Teroldego Rotaliano e il Lagrein, che esprimono intensità, corpo e struttura, grazie
alle specifiche condizioni pedoclimatiche dei territori di coltivazione. La viticoltura in
Trentino-Alto Adige si caratterizza anche per la sua sostenibilità e per l’attenzione alla
qualità piuttosto che alla quantità. La lavorazione dei terreni, la gestione del vigneto e le
tecniche di vinificazione sono attentamente calibrate per rispettare l’ambiente e esaltare le
peculiarità di ogni varietà di uva, in un perfetto equilibrio tra tradizione e innovazione. La
Storia della Viticoltura del Trentino Alto Adige Il Trentino, la zona ai due lati della Valdadige
da Rovereto a Salorno, ha una superficie vitata di circa 9000 ettari. L’Alto Adige conta invece
meno di 5000 ettari vitati, tutti in zone montane o pedemontane. Come nell’alto veronese e
in Valpolicella, la forma di allevamento più diffusa in tutta la regione è la Pergola, doppia in
pianura e semplice sui rilievi. La viticoltura in questa regione ha conosciuto il primo
importante periodo di sviluppo all’epoca dell’antica Roma, ma le prime coltivazioni della vite
risalgono ai tempi degli etruschi. Con le devastazioni barbariche la viticoltura conobbe un
arresto e fu l’opera dei monaci,in particolare i Benedettini, a consentire la rinascita delle
coltivazioni. Già a quei tempi nel Trentino Alto Adige erano coltivate le uve Lagrein, Schiava
e Gewürztraminer, insieme ad altre varietà autoctone di cui si è persa ormai traccia. Durante
la dominazione Asburgica la produzione di vino nel Trentino Alto Adige conobbe un nuovo
impulso commerciale e i vini di questa regione acquisirono notevole notorietà al di fuori dei
confini d’Italia. Sotto l’Austria furono inoltre fondate le cooperative di viticoltori, che vantano
una storia e tradizione di qualità come in nessun’altra regione della Penisola. L’arrivo della
fillossera ai primi del ‘900 creò sicuramente meno danni del collasso avvenuto col termine
della prima guerra mondiale, quando sia il Trentino sia l’Alto Adige furono annessi all’Italia.
Soltanto alla fine della seconda guerra mondiale si ebbero i primi segnali di ripresa
dell’enologia del Trentino Alto Adige, anche se la vera ripresa arrivò all’inizio negli anni 1980,
con l’adozione di rigorosi criteri di qualità. Oggi dimostra il tenace impegno dei produttori
rende il Trentino Alto Adige una delle migliori zone vinicole d’Italia, sia per la produzione di
vini bianchi e rossi, che per gli spumanti metodo classico. vigneti alto adige Vigneti in Val
Venosta. Image: Depositphotos.com I Vitigni del Trentino Alto Adige Il Trentino Alto Adige
anche dal punto di vista dei vitigni che vi si coltivano si può suddividere in due distinte zone,
che corrispondono alle due province della regione. I vitigni del Trentino In Trentino, i vitigni
autoctoni a bacca nera di riferimento sono il Marzemino nella zona a sud di Trento (Isera e
Seresi) il Teroldego nella piana Rotaliana a nord di Trento e la Schiava (nelle varianti
Schiava grigia, Schiava grossa e Schiava gentile) più in su, ai confini provinciali con l’Alto
Adige. Nella zona confinante con la provincia di Verona è diffuso anche l’Enantio
(Lambrusco a foglia frastagliata). Nella zona di Trento sono anche presenti il Pinot Grigio, il
Pinot Nero e il Cabernet. I vitigni a bacca bianca più coltivati sono quelli internazionali
(Chardonnay e Pinot Bianco), che col Pinot Nero entrano nella produzione spumantistica del
metodo classico. I vitigni dell’Alto Adige In Alto Adige tra i vitigni autoctoni a a bacca nera
troviamo come per il Trentino la Schiava (Vernatsch), ma anche il Lagrein. Tra i vitigni
internazionali spicca il Pinot Nero, che ha trovato nella zona di Egna-Ora uno dei territori ad
esso più vocati. Tra le uve a bacca bianca nella stessa zona troviamo il Gewürztraminer, in
origine proveniente per l’appunto dalla zona di Termeno (Tramin), mentre a nord di Bolzano,
nella Val d’Isarco e nella Val Venosta troviamo anche il Kerner e il Sylvaner. Diffuso anche il
Moscato Rosa e il Moscato Giallo (Rosenmuskateller e Goldmuskateller) il primo in forma di
vini passiti anche di notevole spessore, il secondo molto gradevole soprattutto nella versione
secca. La zona di Terlano è caratterizzata da formazioni porfidiche che conferiscono ai vini
una gradevole mineralità oltre a caratteristiche di longevità di tutto rispetto. Approfondisci Le
Denominazioni di Origine del Trentino Alto Adige Tra le Denominazioni di Origine per il vino
in Trentino-Alto Adige, in Trentino la DOC più importante è la Trentino DOC, assieme alla
Trento DOC dedicata allo spumante a metodo classico. Nella Piana Rotaliana a nord di
Trento troviamo la Teroldego Rotaliano DOC e la Valdadige DOC, accompagnata più in giù
verso la provincia di Verona dalla Valdadige terra dei Forti DOC. La Alto Adige DOC è l’unica
nella provincia e, analogamente a quanto avviene in Val d’Aosta, viene suddivisa in
sottozone caratterizzate a livello pedoclimatico (Colli di Bolzano/Bozner Leiten, Meranese di
Collina o Meranese/Meraner Hügel o Meraner, Santa Maddalena/St. Magdalener,
Terlano/Terlaner, Val Venosta/Vinschgau, Valle Isarco/Eisacktaler). Tra le 8 DOP presenti in
regione segnaliamo i formaggi Spressa delle Giudicarie DOP (Trentino) e Stelvio o Stilfser
DOP (Alto Adige). Approfondisci Le Zone Vinicole del Trentino Alto Adige Il Trentino-Alto
Adige si può dividere in due distinte zone vinicole, che corrispondono alla sua suddivisione
amministrativa nelle province di Trento (Trentino) e Bolzano (Alto Adige/Sud Tirolo), distinte
dal punto di vista linguistico e culturale, con tali differenze che si manifestano anche nella
tipologia di vitigni coltivati e di vini prodotti. Trentino In Trentino si producono soprattutto vini
rossi, in particolare il Teroldego e il Marzemino. La denominazione Trento DOC è invece
dedicata ai vini spumanti metodo classico, a base di uve Chardonnay, Pinot Bianco e Pinot
Nero, con un periodo minimo di maturazione sui lieviti di almeno 15 mesi (24 mesi per i
millesimati). Gli spumanti che rimangono per almeno 36 mesi in bottiglia sono classificati
come riserva. Il Campo Rotaliano, a nord di Trento, è caratterizzato dalla coltivazione del
Teroldego, vitigno a bacca nera tra i più interessanti della regione. (DOC Teroldego
Rotaliano). La Nosiola è l’uva autoctona a bacca bianca più celebre e interessante del
Trentino. Con essa nella Valle dei Laghi si producono interessanti vini secchi, oltre al famoso
Vino Santo. I grappoli di Nosiola sono fatti appassire dopo il raccolto fino al periodo di
Pasqua, consentendo anche che gli acini siano attaccati dalla Botrytis Cinerea. Il mosto
viene fatto fermentare in piccole botti di legno, è lasciato maturare per quattro anni, dando
vita a un vino dolce corposo, ricco e piacevole. Alto Adige L’Alto Adige ha una produzione
vinicola estremamente interessante e variegata, caratterizzata sia da varietà internazionali
che da importanti vitigni autoctoni. Il clima fresco e le condizioni ambientali e geologiche
particolari rendono i vini bianchi dell’Alto Adige fra i migliori d’Italia. I vini rossi, in particolare
quelli prodotti con il Lagrein e con il Pinot Nero, vantano anch’essi risultati di assoluta
eccellenza. Raramente i vini bianchi sono fatti maturare o fermentare in botti di legno, per
salvaguardare il carattere fresco e fruttato caratteristico dei vini bianchi dell’Alto Adige.
Anche nei casi in cui il produttore sceglie la maturazione in botte o barrique, i vini si
distinguono sempre per la loro piacevole e rinfrescante acidità. Il Lagrein è un’uva molto
versatile, con la quale si producono sia piacevoli vini rosati (Lagrein Kretzer) che vini rossi di
notevole struttura e longevità, meglio conosciuti come Lagrein Dunkel (scuro). Viene anche
unito ad alcune varietà internazionali, come il Merlot e il Cabernet Sauvignon, producendo
risultati eccellenti. La Schiava (Vernatsch) ha i suoi vini più noti nella sottozona Santa
Maddalena della DOC Alto Adige. Tra i vini dolci, quelli prodotti con le uve Moscato Giallo
(Goldenmuskateller) e Moscato Rosa (Rosenmuskateller), con i suoi inconfondibili aromi di
fragola e rosa. La Cucina tradizionale del Trentino Alto Adige Le due province che
compongono il Trentino Alto Adige, anche se divise sotto l’aspetto linguistico, hanno molto in
comune in termini di tradizioni e cultura, anche a livello enogastronomico. La cucina del
Trentino Alto Adige è basata sostanzialmente su tre alimenti che si ritrovano come
protagonisti in quasi tutti i piatti della tradizione: mele, speck e polenta (quest’ultima solo
nella provincia di Trento). La polenta viene preparata con miscele di farine diverse a
seconda della zona di provenienza: in Val di Non, ad esempio, viene preparata con farina
gialla di mais mescolata a farina di grano saraceno mentre nella zona del Garda si prepara
con farina bianca di frumento e patate. Particolare è la polenta nera, a base di grano
saraceno. Molti piatti tradizionali si rifanno alla cucina tedesca o austriaca come i canederli
(Knödel) e i crauti (Sauerkraut). I funghi sono anch’essi un ingrediente che ricorre in molti
piatti tradizionali, vista la loro abbondanza nei boschi della regione. Il pesce, di cui sono
ricchi gli innumerevoli fiumi e ruscelli, porta ricette come le trote alla trentina, rosolate e
condite con salsa di limone, menta e uvetta. L’ambiente montano porta ricette tipiche a base
di selvaggina, come la lepre, insaporita con lardo, cipolla, pinoli, uvette, scorza di limone,
cannella e burro e il capriolo, con vari piatti tra cui il famoso spezzatino. In Trentino Alto
Adige si producono molti formaggi, come l’Algunder, sia dolce che piccante, l’Almkäse della
Val Venosta, il Toblach, l’Asiago DOP e il Vezzena nella provincia di Trento. Tra i salumi
ricordiamo lo Speck dell’Alto Adige IGP, che si produce in provincia di Bolzano. Il Trentino
Alto Adige ha una importantissima produzione di frutta, in particolare le mele (Mela dell’Atlo
Adige IGP), la Susina di Dro DOP, le fragole e i lamponi, i broccoli di Torbole e il mais di
Storo. La cucina regionale del Trentino Alto Adige è anche famosa per i suoi dolci, a partire
dallo Strudel, pasta sfoglia ripiena di mele, uvetta, pinoli, pangrattato rosolato nel burro e
profumato di cannella, lo Zelten, tipico dolce natalizio con datteri, fichi secchi, uva sultanina,
pinoli, noci, cannella, grappa e cognac mescolati in pasta di pane di segala, i Krapfen
meranesi alla marmellata, crema o con semi di papavero, la torta tirolese di prugne e la
crostata al rabarbaro.

Nel Veneto, la presenza dei vitigni sia autoctoni che internazionali è caratteristica di
ciascuna zona vinicola. A ovest, sulle Colline del Garda e in Valpolicella i vitigni più
importanti sono la Corvina, Rondinella e Molinara, da cui si ottengono i vini del Bardolino e
della Valpolicella. Tra le province di Verona e Mantova, il Lugana è un vino bianco prodotto
con il vitigno Trebbiano di Soave, localmente noto anche come Turbiana o Trebbiano di
Lugana. Muovendoci verso est, tra le province di Verona e Vicenza troviamo i comprensori
del Soave e di Gambellara, noti per i loro vini bianchi a base di uve Garganega. I Colli Berici,
posti immediatamente a sud di Vicenza, producono vini rossi a base dei vitigni internazionali
Cabernet Sauvignon, e Merlot e dell’autoctono Tocai Rosso, un vitigno affine al Cannonau o
al Grenache. La zona pedemontana del Vicentino, posta invece a nord della città, oltre che
per i rossi, è conosciuta per il vitigno autoctono Vespaiola e per il vino passito che se ne
ricava, il famoso Torcolato di Breganze. Nel Padovano, sui Colli Euganei, sono coltivati
soprattutto vitigni rossi internazionali ma soprattutto il Moscato giallo da cui si produce il
Moscato Fior d’Arancio DOCG. Nella zona pianeggiante a sud del capoluogo viene coltivato
il vitigno Friularo, nome locale attribuito al Raboso Piave, caratteristico a sua volta del
Trevigiano. Sempre nel Trevigiano è situata anche la zona vinicola originaria del Prosecco,
prodotto con il vitigno oggi chiamato Glera, che rappresenta ormai il più importante
importante distretto spumantistico Italiano, che arriva ad abbracciare quasi tutto il Triveneto.
I Numeri del Vino del Veneto Superficie vitata del Veneto Superficie vitata del Veneto:
78.200 ha di cui il 29% in montagna, 15% in collina, 56% in pianura. Produzione di vino del
Veneto Produzione di vino del Veneto: 8.989.000 hl di cui vini DOP 52,7% vini IGP 40,7%,
vini rossi e rosati 30%, vini bianchi 70%. Denominazioni per il vino nel Veneto
Denominazioni di origine per il vino nel Veneto: 14 DOCG, 29 DOC, 9 IGT. i numeri del vino
nel veneto La Viticoltura nel Veneto La viticoltura in Veneto, una delle regioni più prolifiche e
diversificate d’Italia nel campo della produzione vinicola, si distingue per la sua eccezionale
varietà di vini, risultato di una combinazione unica di clima favorevole, morfologia variegata e
secoli di savoir-faire enologico. Quest’area del nord-est italiano, che si estende dalle
Dolomiti fino alla costa Il clima del Veneto è caratterizzato da una notevole varietà, che va
dal moderato clima alpino nelle zone montuose a nord, al clima mediterraneo lungo la costa
e nelle zone meridionali. Questa diversità climatica è cruciale per la coltivazione di un’ampia
gamma di varietà di uva, consentendo sia alle uve a bacca bianca che a bacca rossa di
esprimersi al meglio. Le zone vinicole più prestigiose beneficiano di una perfetta
combinazione di soleggiamento adeguato, pioggia e le benefiche escursioni termiche
notturne durante la stagione di maturazione, fondamentali per lo sviluppo degli zuccheri e
degli acidi nell’uva, nonché per la concentrazione degli aromi. Il territorio veneto è
notevolmente diversificato, comprendendo aree pianeggianti, collinari e montuose. Questa
varietà morfologica non solo arricchisce il paesaggio naturale della regione ma gioca un
ruolo fondamentale nella viticoltura. Le zone collinari, in particolare, sono rinomate per i loro
terreni ben drenati e la loro esposizione ottimale, creando le condizioni ideali per la
viticoltura di qualità. Vigneti situati su pendii dolci permettono un’esposizione solare ottimale
e una ventilazione naturale che protegge le uve da malattie, favorendo una coltivazione
sostenibile e di alta qualità. La Storia della Viticoltura del Veneto La presenza della vite nel
Veneto risale all’epoca preromanica, anche se solamente a partire dal VII secolo AC si
trovano le prime citazioni scritte sui vini di questa zona ad opera dei Romani, con riferimenti,
tra gli altri, di Columella e di Plinio il Vecchio. L’Acinatico era il passito dei Romani, antenato
del Recioto (di Soave, di Gambellara e della Valpolicella). A seguito delle devastazioni
barbariche, si dovrà attendere l’ascesa della potenza commerciale di Venezia, che da una
parte consentì l’esportazione dei vini veneti in altri paesi, ma dall’altra anche l’introduzione di
barbatelle di vitigni provenienti da paesi lontani, come Grecia e a Cipro. Verso la metà del
1500 iniziò la fama dei vini della zona di Treviso, di Vicenza e della Valpolicella. Risalgono al
1800 i primi studi sulle caratteristiche del territorio e delle varietà di vite che meglio vi si
adattavano. Verso la metà del 1800, con l’arrivo dell’oidio, seguito poi dalla peronospora e
infine dalla fillossera iniziò un’altra epoca buia per la viticoltura del Veneto. Le difficoltà
gettarono anche le basi per la rinascita, anche se fu solo dopo il 1950 che iniziò in Veneto la
vera ripresa dell’enologia e si cominciò a comprendere l’importanza strategica della qualità,
avviando un processo che ha dato i primi risultati negli anni ’90 e che prosegue ancora ai
nostri giorni. Vino nel Veneto Le Colline di Valdobbiadene in provincia di Treviso Image:
Depositphotos.com I Vitigni del Veneto Nel Veneto, sono molti i vitigni che caratterizzano il
territorio. Spostandoci da est verso ovest, troviamo per prima la zona delle Colline del Garda
Veronese e la Valpolicella, caratterizzate dalla coltivazione di vitigni a bacca nera quali
Corvina, Rondinella e Molilnara, che danno origine al Bardolino e ai vini della Valpolicella.
Tra le province di Verona e Mantova, troviamo la zona del Lugana, vino bianco creato a
partire dal vitigno Trebbiano di Soave, localmente noto anche come Turbiana o Trebbiano di
Lugana. Tra i Monti Lessini e i Colli Berici, troviamo il comprensorio di Soave e di
Gambellara, noto per i vini bianchi a base di uve Garganega. I Colli Berici sono soprattutto
noti per i rossi, con il Cabernet Sauvignon, il Merlot e il Tocai Rosso, affine al Cannonau o al
Grenache. La zona pedemontana del Vicentino oltre che per i rossi, è nota per il vitigno
autoctono Vespaiola con cui si produce il vino passito Torcolato di Breganze. Nel Padovano,
sui Colli Euganei, sono coltivati soprattutto vitigni rossi internazionali ed il Moscato giallo da
cui origina il Moscato Fiori d’Arancio DOCG, mentre nella zona pianeggiante più a sud del
capoluogo viene coltivato il vitigno Friularo, nome locale attribuito al Raboso Piave,
caratteristico del Trevigiano. Sempre nel Trevigiano è situata anche la zona vinicola
originaria del Prosecco (il vitigno oggi chiamato Glera) con il più importante importante
distretto spumantistico Italiano, che ormai arriva ad abbracciare quasi tutto il Triveneto.
Approfondisci Le Denominazioni di Origine del Veneto Le Denominazioni di Origine per il
vino in Veneto sono in totale ben 14 DOCG, 29 DOC e 9 IGT, a testimonianza della
dimensione e della complessità della filiera vitivinicola della regione. Spostandoci da est
verso ovest, nella zona delle Colline del Garda Veronese e la Valpolicella, la Bardolino
Superiore DOCG, l’Amarone della Valpolicella DOCG e le relative DOC di ricaduta. Da
segnalare la DOC interregionale del Lugana DOC, a cavallo tra le province di Verona e
Mantova. Invece, nelle colline vulcaniche poste tra le province di Verona e di Vicenza è
situata la zona del Soave superiore DOCG, Soave DOC e Gambellara DOC. La DOC Colli
Berici, poco a sud di Vicenza è nota per i suoi rossi a base di vitigni internazionali e del Tocai
Rosso (che dà origine al vino Tai Rosso e al Rosso di Barbarano). La zona della DOC
Breganze, posta a nord di Vicenza, è nota per i suoi rossi e i bianchi basati sul vitigno
Vespaiola. Nel Padovano troviamo la zona dei Colli Euganei con la DOCG Moscato Fior
d’Arancio, mentre a sud in pianura la Friularo di Bagnoli DOCG.Nel Trevigiano troviamo le
DOCG del Prosecco (Conegliano Valdobbiadene Prosecco DOCG e Colli Asolani Prosecco
DOCG) e la Colli di Conegliano DOCG. Ai confini col Friuli un’altra DOCG, la Lison DOCG,
derivante dalla DOC Lison Pramaggiore. A tutela dei prodotti agroalimentari, 14 DOP, tra cui
segnaliamo il Prosciutto Veneto Euganeo-Berico DOP e la Sopressa Vicentina DOP, e 15
IGP. Approfondisci Le Zone Vinicole del Veneto Il Veneto, come tutte le regioni d’Italia, non è
solamente famosa per i suoi vini, ma anche per diversi altri prodotti tipici legati al territorio e
protetti da denominazioni di origine DOP e IGP. Ecco l’elenco completo delle Denominazioni
di Origine Agroalimentari per la regione Veneto. La Valpolicella I vini rossi più famosi nel
Veneto sono quelli della Valpolicella, primo fra tutti l’Amarone. L’Amarone è prodotto con uve
appassite dei vitigni Corvina, Rondinella e Molinara, gli stessi del Recioto. A differenza del
Recioto però l’Amarone è un vino secco. L’Amarone può considerarsi un vino derivato dal
Recioto, dove la fermentazione è stata totale, lasciando solamente un leggero residuo
zuccherino. La tecnica del ripasso viene utilizzata per dare più corpo e morbidezza ai
Valpolicella rossi. Essa consiste nel “ripassare” il vino Valpolicella nelle vinacce del Recioto o
dell’Amarone, facendo ripartire la fermentazione e conferendo al vino maggiore struttura e
profumi. Conegliano-Valdobbiadene e Montello-Colli Asolani La zona di
Conegliano-Valdobbiadene e quella del Montello-Colli Asolani sono famose nel mondo per la
produzione del Prosecco. Il nome, un tempo riferito al vitigno, indica oggi un vino tutelato da
denominazione di origine, mentre il vitigno di partenza è stato ribattezzato Glera (il suo
antico sinonimo di origine slovena) a partire dal 2009. Il Prosecco è prodotto con il sistema
Charmat o Martinotti, ossia in autoclave, adatto a conservare le qualità aromatiche del
vitigno. Il Prosecco Superiore di Cartizze che prende il nome dall’omonima località nei pressi
di San Pietro in Barbozza, nel comune di Valdobbiadene. La zona del Prosecco Superiore di
Cartizze è una fascia collinare di circa cento ettari, interamente coltivata a vigneto. La zona
del del Montello-Colli Asolani è anche famosa per i suoi vini rossi a base soprattutto di
Cabernet, Merlot e Carmenère. Il Soave e il Recioto di Soave A Soave, vicino Verona ma più
a est della Valpolicella, vengono prodotti i vini bianchi più famosi del Veneto, basati sui vitigni
autoctoni Garganega e Trebbiano di Soave. La zona classica comprende due soli comuni,
Soave e Monteforte d’Alpone, dai quali provengono i migliori vini bianchi di questa DOC. La
tipologia Soave superiore è insignita della denominazione DOCG. Anche il Recioto di Soave
è una DOCG, ed è prodotto con uve Garganega appassite per circa sei mesi prima della
vinificazione, producendo un vino dolce ampio all’olfatto con note di albicocca secca, agrumi
e miele, perfetto con la pasticceria secca ma notevole anche come vino da meditazione.
Colli Euganei, Colli Berici e Breganze Nei Colli Euganei, in provincia di Padova, si
producono vini bianchi, rossi e spumanti di cui il più interessante è il Fior d’Arancio, in
particolare la versione passita, prodotto con uve Moscato Giallo. Il Serprino è invece un
clone locale della Glera e viene prodotto soprattutto nella tipologie frizzante. I vini rossi dei
Colli Euganei sono generalmente prodotti con uve Merlot, Cabernet ma anche Raboso e
Barbera. Gli altri vini bianchi sono prodotti con uve Tocai Italico, Pinot Bianco, Moscato
giallo, Garganega, Riesling, Sauvignon e Pinella. I Colli Berici sono noti per il vitigno
autoctono Tocai Rosso, clone locale della Grenache fancese, che ha la sua massima
espressione nella tipologia Rosso di Barbarano. A Breganze, in provincia di Vicenza, si
producono vini bianchi e rossi e il e celebre Torcolato, passito prodotto con uve Vespaiola.
Altre Zone di Produzione Tra le altre zone di produzione importanti ricordiamo Bardolino, i
cui vini sono generalmente prodotti con le stesse uve della Valpolicella, tuttavia con risultati
diversi in termini di struttura e intensità. Al Bardolino Superiore è stata riconosciuta la
qualifica DOCG. Il Bianco di Custoza viene prodotto con un uvaggio di diversi vitigni di cui i
più importanti sono il Trebbiano Toscano, la Garganega e la Bianca Fernanda, clone locale
del Cortese. A Gambellara, in provincia di Vicenza, si produce il Recioto di Gambellara, vino
passito di uve Garganega, oltre al più raro Vin Santo. Tre aree vinicole DOC del Veneto
sono condivise con la Lombardia: Lugana, San Martino della Battaglia e Garda. Il Raboso è
invece protagonista indiscusso dell’area vinicola della Piave DOC. E’ un’uva ricca di tannini
e di notevole acidità fissa, da cui si producono interessanti e robusti vini rossi. La Cucina
tradizionale del Veneto Il Veneto deve la sua tradizionale cucina alla Serenissima e alla
varietà di prodotti che i suoi commerci hanno contribuito a diffondere sul territorio. Tra gli
antipasti ricordiamo le sarde in saor (sardine fritte con cipolla, condite con aceto, zucchero e
accompagnate con pinoli ed uvetta) e la granseola bollita (servita con agli, olio e
prezzemolo) oltre che i numerosi salumi DOP e IGP. Tra i primi piatti, i bigoli (pasta all’uovo)
sostituiscono gli spaghetti e sono serviti con sughi tradizionali come all’arna, con la sardea
(sardine) o la luganega (salsiccia). I Cansunziei sono dei ravioli di zucca o spinaci e
prosciutto cotto o bietole (all’ampezzana) serviti con burro fuso o ricotta affumicata. La sopa
coada è un pasticcio di piccione dalla consistenza piuttosto asciutta, tanto che talvolta viene
accompagnato da una tazza di brodo bollente da consumare a parte o da versarvi sopra.
Con il riso si preparano numerosi piatti tra i quali i risi e bisi (riso bollito con piselli) la
minestra di risi e verze oltre a molti risotti. Grande varietà anche tra i secondi,
frequentemente accompagnati dall’immancabile polenta (crema di farina di mais bollita). Il
baccalà alla vicentina (fatto cuocere con olio, latte, aglio acciughe e cipolle) e le seppie al
tegame tra i piatti di pesce, mentre tra i piatti di carne ricordiamo la faraona in tecia (al
tegame) il fegato alla veneziana (con cipolle, olio, burro, sale e prezzemolo), i torresani
(piccioni) allo spiedo e la pastissada de caval (stufato di cavallo) del veronese. VNumerose
sono le verdure e i formaggi a denominazione di origine, tra cui ricordiamo l’asparago bianco
di bassano dop, il formaggio di Asiago e il Monte Veronse dop, e molti altri. Tra i dolci
meritano una menzione, oltre al famosissimo pandoro di Verona, le fritòle (frittelle) e i galani
veneziani (chiacchere fritte spolverate con zucchero a velo) e gli zalèti (biscotti di farina di
mais e uvetta).
Il Friuli-Venezia Giulia è da sempre la terra dei grandi vini bianchi. La fama di questi vini, pur
se con stili ed espressioni molto diverse tra loro, è arrivata a livelli tali da spingere qualcuno
a definirli “superwhites“. Accanto alle uve di vitigni internazionali, che qui hanno in moltissimi
casi trovato areali produttivi ideali, altrettanto importante è la presenza di vitigni autoctoni,
che con i loro vini caratterizzano l’enologia del Friuli-Venezia Giulia. La regione può essere
suddivisa idealmente in tre zone: la zona pianeggiante che interessa la provincia di
Pordenone e parte della provincia di Udine, con le DOC Grave e le DOC di pianura Aquileia,
Annia e Latisana, la zona nord-est della provincia di Udine e la provincia di Gorizia con le
DOC Isonzo, Colli Orientali del Friuli e Collio, ed infine la zona Giuliana con la DOC Carso.
Ciascuna di queste macro-aree si caratterizza per stile di vini e vitigni autoctoni specifici. Il
Friuli-Venezia Giulia è stato recentemente terreno di scontro a livello comunitario, con la
diatriba con l’Ungheria sul diritto di continuare a chiamare Tocai il vino prodotto con il vitigno
Tocai Friulano. Infatti in Ungheria esiste una denominazione di origine tutelata chiamata
Tokaji, piccolo paesino ai confini con l’Ucraina noto per i suoi vini passiti. La causa fu persa
dall’Italia nel 2007 con la conseguenza che, se il vitigno Tocai Friulano mantiene il suo
nome, i suoi vini sono da allora chiamati rispettivamente “Friulano” in Friuli-Venezia Giulia e
“Tai” nel Veneto. A questa sconfitta si è in parte contrapposta la vittoria sulla protezione del
nome Prosecco, tutelato con apposita DOC nel 2009. Questa nuova DOC prende il nome
dal comune omonimo in provincia di Trieste, che poco ha a che fare con la produzione del
tradizionale spumante, sconosciuto in zona, ma che con il suo toponimo ha permesso di
tutelarne il nome a livello di denominazione. Da allora in avanti, il vitigno da sempre
conosciuto come “Prosecco” cambia nome diventando “Glera“, antico nome sloveno per
quest’uva. I Numeri del Vino del Friuli Venezia Giulia Superficie vitata del Friuli Venezia
Giulia Superficie vitata del Friuli-Venezia Giulia: 23.000 ha di cui il 43% in montagna, 19% in
collina, 38% in pianura. Produzione di vino del Friuli Venezia Giulia Produzione di vino del
Friuli-Venezia Giulia: 1.100.000 hl di cui vini DOP 43% vini IGP 16%, vini rossi e rosati 30%,
vini bianchi 70%. Denominazioni per il vino nel Friuli Venezia Giulia Denominazioni di origine
per il vino in Friuli-Venezia Giulia: 4 DOCG, 10 DOC, 3 IGT. i numeri del vino in friuli-venezia
giulia La Viticoltura nel Friuli Venezia Giulia Il Friuli-Venezia Giulia confina a nord con
l’Austria, a est con la Slovenia, a ovest con il Veneto e a sud con il Mare Adriatico. Da nord a
sud, troviamo pertanto una zona montana, formata dalle Alpi Carniche e Giulie, una
collinare, compresa nell’arco prealpino, che dal Veneto arriva fino alla Slovenia, e una di
pianura. Questa, di origine alluvionale, è più ghiaiosa nella parte settentrionale, la zona delle
Grave e dei Magredi, terreni ricchi di ciottoli particolarmente vocati alla coltivazione di uve a
bacca bianca. Nella sua parte meridionale, lungo la fascia costiera, prevalgono invece i
terreni sabbiosi e argillosi, più adatti alla coltivazione di vitigni a bacca nera. Verso est, la
pianura prosegue fino ai piedi del Carso, altopiano a nord di Trieste, le cui rocce calcaree,
erose dall’acqua, rendono l’ambiente arido e la viticoltura difficile, spesso possibile solo sui
“pastini”, terrazzamenti sostenuti da muri di contenimento in blocchi di arenari. La Storia
della Viticoltura del Friuli Venezia Giulia Il Friuli-Venezia Giulia per la sua posizione
geografica è stato oggetto contese territoriali fin dal tempo dei romani, seguiti dai bizantini,
veneziani e asburgici. Molte delle varietà di vite presenti nella regione devono la loro
diffusione ai popoli che vi si sono insediati. Inizialmente il territorio fu conquistato dai
Romani, che lo chiamarono Forum Julii. Aquileia divenne a quel tempo una delle e più
importanti città dell’Impero. Importanti testimonianze come quelle di Plinio il Vecchio
riferiscono della qualità dei vini della regione. La coltivazione dell’uva e la produzione del
vino conobbe continui sviluppi durante la dominazione Veneziana prima e Asburgica poi, fino
all’avvento della fillossera verso al fine del 1800. A questo periodo risale la diffusione in
Friuli-Venezia Giulia delle varietà internazionali, che arrivarono a sovrastare la produzione
delle specie autoctone. Più recentemente si è assistito alla rivalorizzazione del patrimonio
ampelografico regionale, e molti tra i vini più pregiati della regione derivano da varietà di vite
autoctone. Vigneti collio Vigneti attorno al Castello di Buttrio Image: Depositphotos.com I
Vitigni del Friuli Venezia Giulia Il Friuli-Venezia Giulia è una regione che si è sempre distinta
per il suo grande patrimonio in vitigni autoctoni. Questa varietà in termini di uve coltivate si è
nel tempo arricchita con l’introduzione di vitigni internazionali, quali lo Chardonnay, il
Sauvignon, il Merlot, il Cabernet Franc e il Pinot nero, che furono introdotte nel XIX secolo
durante il dominio degli Asburgo. Il Tocai Friulano, il Verduzzo Friulano, il Picolit, il Refosco
dal Peduncolo Rosso, lo Schioppettino, il Pignolo e il Tazzelenghe sono vitigni autoctoni del
Friuli-Venezia Giulia, mentre la Ribolla Gialla e la Malvasia Istriana, presenti nel territorio da
secoli, sono state probabilmente introdotte durante il XIII secolo. Il Gewürztraminer, il
Müller-Thurgau, il Riesling renano e il Riesling Italico, il Franconia (Blaufränkisch) sono
invece stati introdotte in Friuli dall’Austria. Nella zona della Venezia Giulia, nelle colline del
Carso nell’area dell’entroterra Triestino, tradizionalmente vengono coltivati i vitigni autoctoni
Terrano a bacca nera e Vitovska a bacca bianca. Approfondisci Le Denominazioni di Origine
del Friuli Venezia Giulia Le Denominazioni di Origine per i vini in Friuli-Venezia Giulia
comprendono attualmente quattro DOCG, dodici DOC e tre IGT. La Lison DOCG, dedicata
ai vini del vitigno Tocai Friulano, è interregionale con il Veneto. La zona dei Colli Orientali del
Friuli si trova più a nord-ovest, in provincia di Udine. Qui si produce uno dei vini passiti più
ricercati e celebri d’Italia, il Picolit, protagonista della seconda DOCG regionale, la Colli
Orientali del Friuli Picolit DOCG. Un altro vino dolce si produce dalle uve del Verduzzo
Friulano, sia passite che di vendemmia tardiva. Ad esso è dedicata la denominazione
Ramandolo DOCG. La produzione dei Colli Orientali del Friuli riguarda prevalentemente vini
bianchi, in modo particolare da uve Tocai Friulano, Sauvignon Blanc e Chardonnay, tutti
inclusi nella terza DOCG Friulana, la Rosazzo DOCG. La denominazione Friuli Colli Orientali
DOC, con le sue cinque sottozone, include tutti i vini bianchi e rossi di questa importante
zona vinicola. Il Collio è situato nella parte orientale della regione, in provincia di Gorizia, ed
è particolarmente famoso per la produzione di vini bianchi. Tocai Friulano e Ribolla gialla
sono i vitigni più importanti coltivati in questa zona, affiancati dai vitigni internazionali come
Chardonnay e Sauvignon Blanc. Con queste uve si producono sia vini monovarietali che
interessanti assemblaggi che permettono di fondere armoniosamente le caratteristiche delle
diverse varietà di uva. Nel Collio si producono anche vini rossi, in particolare con uve Merlot,
Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon. Tutti questi vini sono inclusi nella denominazione
Collio o Collio Goriziano DOC. La zona delle Grave, o Friuli Grave DOC, è la denominazione
più vasta della regione e si estende dalla provincia di Udine verso ovest fino a quella di
Pordenone. Il suo nome deriva dal terreno, ricco di sassi e ghiaia, adatto a produrre ottimi
vini. Essa rappresenta oltre due terzi della produzione regionale di vino. I vini delle Grave
hanno in generale minore complessità rispetto a quelli del Collio o dei Colli Orientali del
Friuli, tuttavia il livello medio di qualità dei vini della denominazione è tra i più alti in Italia.
Nelle Grave si producono vini bianchi da uve Chardonnay, Sauvignon Blanc e Tocai
Friulano, mentre la produzione di vini rossi si basa prevalentemente sulle uve internazionali
Merlot, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc e con l’uva autoctona Refosco dal Peduncolo
Rosso. Importante è anche la denominazione Friuli Isonzo DOC dove si producono vini che
ricordano quelli del Collio e che si trova a sud di questa zona. I vini, prevalentemente
bianchi, derivano da uve Tocai Friulano, Chardonnay e Sauvignon. I vini rossi sono prodotti
con uve Merlot e Cabernet Sauvignon. Nella parte meridionale della regione, pianeggiante,
si trovano le DOC Annia e Latisana, nelle quali si producono vini prevalentemente bianchi
che risentono direttamente dell’influsso del clima marittimo. Approfondisci Le Zone Vinicole
del Friuli Venezia Giulia Il Friuli-Venezia Giulia produce vini bianchi e rossi, mentre i rosati
sono pochissimo diffusi nella regione. I vini da uve Verduzzo Friulano e Picolit sono tra i più
famosi vini da dessert italiani. In Friuli-Venezia Giulia vi sono attualmente quattro DOCG,
dodici DOC e tre IGT. Esaminiamo più da vicino le più importanti aree produttive della
regione. Collio o Collio Friulano Il Collio è situato nella parte orientale della regione, in
provincia di Gorizia, ed è particolarmente famoso per la produzione di vini bianchi. Tocai
Friulano e Ribolla gialla sono i vitigni più importanti coltivati in questa zona, affiancati dai
vitigni internazionali come Chardonnay e Sauvignon Blanc. Con queste uve si producono sia
vini monovarietali che interessanti assemblaggi, che permettono di fondere armoniosamente
le caratteristiche delle diverse varietà di uva. Nel Collio si producono anche vini rossi, in
particolare con uve Merlot, Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon. Colli Orientali del Friuli
La zona dei Colli Orientali del Friuli è la seconda per fama ed importanza del Friuli-Venezia
Giulia, e si trova più a nord-ovest, in provincia di Udine. Qui si produce uno dei vini passiti
più ricercati e celebri d’Italia, il Picolit. Un altro vino dolce si produce dalle uve del Verduzzo
Friulano, sia passite che di vendemmia tardiva. Come nel Collio, la produzione dei Colli
Orientali del Friuli riguarda prevalentemente vini bianchi, in modo particolare da uve Tocai
Friulano, Sauvignon Blanc e Chardonnay. I vini rossi dei Colli Orientali del Friuli provengono
da uve di vitigni internazionali, come Merlot, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon e Pinot
Nero, mentre fra le uve autoctone a bacca nera risultano molto interessanti lo Schioppettino,
il Refosco dal Peduncolo Rosso, il Tazzelenghe e il Pignolo. Friuli Grave La zona delle
Grave (o Friuli Grave DOC) è la denominazione più vasta della regione e si estende dalla
provincia di Udine verso ovest fino a quella di Pordenone. Il suo nome deriva dal terreno,
ricco di sassi e ghiaia, adatto a produrre ottimi vini. Essa rappresenta oltre due terzi della
produzione regionale di vino. I vini delle Grave hanno in generale minore complessità
rispetto a quelli del Collio o dei Colli Orientali del Friuli, tuttavia il livello medio di qualità dei
vini della denominazione è tra i più alti in Italia. Nelle Grave si producono vini bianchi da uve
Chardonnay, Sauvignon Blanc e Tocai Friulano, mentre la produzione di vini rossi si basa
prevalentemente sulle uve internazionali Merlot, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc e sul
vitigno autoctono Refosco dal Peduncolo Rosso. Ramandolo La zona del Ramandolo, prima
del 2001, era una sottozona della denominazione Colli Orientali del Friuli DOC. In quell’anno
è stata proclamata prima DOCG della regione, che oggi (2018) ne conta ben quattro. Vi si
produce l’omonimo vino dolce da uve Verduzzo Friulano, a partire sia da uve stramature che
passite. Altre Zone di Produzione Importante è anche la denominazione Friuli Isonzo DOC,
dove si producono vini che ricordano quelli del Collio e che si trova a sud di questa zona. I
vini, prevalentemente bianchi, derivano da uve Tocai Friulano, Chardonnay e Sauvignon. I
vini rossi sono prodotti con uve Merlot e Cabernet Sauvignon. Nella parte meridionale della
regione, pianeggiante, si trovano le DOC Annia e Latisana, nelle quali si producono vini
prevalentemente bianchi, che risentono direttamente dell’influsso del clima marittimo. La
Cucina tradizionale del Friuli Venezia Giulia La cucina dal Friuli-Venezia Giulia riflette l’anima
dei due territori, ossia quello della zona Carnica e subalpina e quello del litorale Adriatico.
Per gli antipasti, tra i salumi troviamo il Prosciutto di San Daniele DOP e il Prosciutto di
Sauris IGP. Altri antipasti tipici sono la granseola alla triestina e la trota affumicata. Come
primi piatti abbiamo minestre come la carsolina (con uova e farina), la jota (minestrone di
fagioli patata e crauti), la minestra di riso e patate e molte altre. Il litorale Adriatico è famoso
per i brodetti di pesce, mentre tra i primi piatti di pasta ricordiamo gli agnolotti alla Carnia
(con ricotta e spinaci) e il cialzon di Timau (pasta ripiena di patate, uvetta e aromi condita
con ricotta affumicata e burro fuso). Tipici sono gli gnocchi affogati, conditi con carne e
fegato tritato e numerosi risotti con frutti di mare. Anche per i secondi possiamo trovare la
stessa separazione tra piatti di carne tipicamente alpini e altri rivieraschi a base di pesce.
Tra i primi lo stinco di vitello al forno, la testina alla carnaiola (di vitello, bollita, tagliata a
strisce e servita con salsa) il gulasch di origine austro-ungarica, il maiale in salsa di lamponi,
il toc de purcit (stufato di carne di maiale con fegato, aromatizzato con cannella e chiodi di
garofano) e il frico (piatto unico di formaggio Montasio fritto nel burro, con patate e cipolle).
Tra i numerosi piatti di selvaggina segnaliamo la lepre alla boema (stufata con aromi) e il
capriolo in salmi, accompagnati dalla tipica polenta pastizzada (ottenuta aggiungendo latte e
burro alla farina gialla e acqua). Tra i piatti di mare, ricordiamo le seppioline alla granseola
(ripiene di polpa di granseola), le canocchie al sugo e le cappesante gratinate. Tra i contorni,
da ricordare la brovada dop, (rape inacidite nelle vinacce e tagliate al striscioline) e le patate
in tecia. Alcuni esempi di dolci tipici sono la gubana (ciambellone di pasta lievitata ripieno di
uvetta, pinoli, noci e scorze di limone e arancia candite), il presnitz (tipico dolce triestino a
base di pasta sfoglia arrotolata con un ripieno di noci, mandorle, pinoli, fichi, prugne,
albicocche, uvetta, cioccolata grattugiata, zucchero, cannella, chiodi di garofano e rum), lo
strucolo (uno strudel, sia dolce, con le mele, che salato, agli spinaci) e la pinza, dolce
invernale a base di pane raffermo, latte, zucchero, uova, frutta secca, uva passa, mele e
semi di finocchio. Tipici i biscottini noti come “esse” di Raveo, per la loro particolare forma
ricurva.

L’Emilia-Romagna rappresenta una delle più grandi regioni vitivinicole in termini di


estensione, con circa 60.000 ettari vitati. La superficie regionale è circa per il 50%
pianeggiante, il 25% collinare ed il 25% montuosa (si arriva ai superare i 2.000 msl
nell’Appennino Tosco-Emiliano). Quindi la distribuzione delle vigne è grossomodo del 75% in
pianura, 20% in zone collinari e 5% in montagna (tra i 400 e i 600 msl). Il clima, e quindi le
caratteristiche pedoclimatiche del territorio, danno origine alle diverse zone vinicole,
procedendo da ovest verso est, quindi avvicinandosi alle zone più miti della Riviera
Romagnola. La regione è divisa in due aree geografiche e culturali distinte: l’Emilia, nella
parte occidentale della regione e la Romagna, nella parte orientale. Le due aree si
distinguono sia per la diversa cucina che per le uve che si coltivano e quindi i vini che se ne
ricavano. L’Emilia è la patria indiscussa dei “Lambruschi”, vini rossi frizzanti, mentre in
Romagna il vino diviene prevalentemente fermo e si produce con le uve Sangiovese, Albana
e Pignoletto. I Numeri del Vino dell'Emilia-Romagna Superficie vitata dell'Emilia-Romagna
Superficie vitata dell'Emilia-Romagna: 51.000 ha di cui il 5% in montagna, 24% in collina,
71% in pianura. Produzione di vino dell'Emilia-Romagna Produzione di vino
dell'Emilia-Romagna: 6.700.000 hl di cui vini DOP 17% vini IGP 27%, vini rossi e rosati 70%,
vini bianchi 30%. Denominazioni per il vino nell'Emilia-Romagna Denominazioni di origine
per il vino in Emilia-Romagna: 2 DOCG, 18 DOC, 9 IGT. i numeri del vino in emilia-romagna
La Viticoltura nell'Emilia-Romagna La viticoltura dell’Emilia-Romagna, una regione situata
nel cuore dell’Italia, è caratterizzata da una grande diversità climatica e pedologica, che
influisce notevolmente sulle tecniche viticole e agronomiche utilizzate, nonché sui sistemi di
allevamento della vite. I più diffusi sistemi di allevamento della vite in Emilia Romagna sono:
Guyot: Questo sistema di potatura è molto diffuso nelle zone collinari, dove i vitigni a bacca
bianca e rossa richiedono una maggiore esposizione al sole e una buona aerazione.
Consente una gestione mirata della produzione e un controllo qualitativo dei grappoli.
Cordone Speronato: Adatto a varietà che rispondono bene a una potatura corta, questo
sistema è spesso utilizzato nelle zone pianeggianti e collinari per facilitare la
meccanizzazione delle operazioni viticole. Pergola e Tendone: Meno diffusi ma ancora
presenti, soprattutto nelle zone più tradizionali o per specifici vitigni che beneficiano di una
maggiore protezione solare. Questi sistemi permettono di ottenere una buona produzione
mantenendo un microclima favorevole intorno alla vite. La scelta del sistema di allevamento
e delle tecniche viticole in Emilia-Romagna dipende fortemente dalla zonazione, che
considera fattori come il microclima, il terreno, l’esposizione e l’altitudine. Per esempio, nelle
zone collinari dove il rischio di gelate primaverili è minore e l’esposizione solare è ottimale, si
tende a preferire sistemi di allevamento che favoriscano l’esposizione dei grappoli. Nelle
zone costiere e pianeggianti, dove l’umidità può essere più elevata, le tecniche di gestione
del fogliame e i sistemi di allevamento tendono a mirare a una maggiore aerazione della
chioma. La Storia della Viticoltura dell'Emilia-Romagna La storia della vite e del vino in
Emilia-Romagna risale all’epoca preromana ed è legata alla sua uva più famosa, il
Lambrusco, citata già da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia, dove ne descrive le
proprietà mediche e le caratteristiche. Sembra che il nome Lambrusco derivi da Vitis
Labrusca, antica specie di vite selvatica di cui non ci sono notizie certe relativamente all’uso
per la produzione di vino. Nel VII secolo a.C. le scoperte archeologiche svolte in queste
zone hanno consentito di stabilire con certezza che a quei tempi gli abitanti di queste terre si
dedicavano alla viticoltura. L’introduzione dalla Dalmazia della varietà Refosco Terrano,
conosciuto in Emilia-Romagna con il nome di Cagnina, risale al V secolo d.C. L’ordine dei
Benedettini ha dato in seguito grande contributo alla viticoltura della regione, soprattutto nei
pressi di Ferrara, dove prenderà origine la viticoltura di Bosco Eliceo. Anche in epoche
successive si fa riferimento alle varietà presenti nel territorio dell’Emilia-Romagna, in
particolare ai Lambruschi. Alla fine del 1800 l’arrivo della fillossera segnerà un arresto della
viticoltura. Nel delta del Po, nei pressi dell’odierno territorio della DOC Bosco Eliceo, i vigneti
di uva Fortana furono risparmiati da questo parassita e, ancora oggi, molte viti sono
innestate su piede franco e non su varietà di origine americana. Il Lambrusco deve alle
cooperative di produttori nella prima metà del ‘900 il suo grande sviluppo, soprattutto in
termini quantitativi. La diffusione di questo vino lo fa conoscere in tutto il mondo, ma ha
anche generato la convinzione che con quest’uva si producono solamente vini ordinari, cosa
smentita da molti esempi di grande qualità presenti nella zona. Negli ultimi anni la viticoltura
in Emilia-Romagna ha seguito due strade parallele: la rivalutazione dei vitigni autoctoni
regionali e l’introduzione piuttosto massiccia dei vitigni cosiddetti “internazionali”, spesso
utilizzati insieme alle varietà locali. Il vino in Emilia-Romagna Vigneti a Levizzano Rangone
(MO) Image: Depositphotos.com I Vitigni dell'Emilia-Romagna Anche dal punto di vista dei
vitigni coltivati in regione, l’Emilia-Romagna si divide idealmente in due. In Emilia, nella zona
di Piacenza, i vitigni più diffusi sono quelli a bacca nera, la Barbera e la Croatina che
caratterizzano la Gutturnio DOC ed in parte la Bonarda. Come vitigni a bacca bianca
troviamo la Malvasia di Candia aromatica e il Moscato bianco, oltre al vitigno autoctono
Ortrugo. Diffusi anche i vitigni internazionali quali Chardonnay, Pinot bianco e Pinot grigio,
Riesling Italico e Müller-Thurgau. La zona di Parma si differenzia per la prevalenza dei vini
bianchi sui vini rossi, ma senza differenze in termini di vitigni coltivati. Le zone di
Reggio-Emilia e Modena sono invece dominate dalla coltivazione del Lambrusco, nelle
varietà Lambrusco Salamino, Lambrusco Maestri, Lambrusco Marani, Lambrusco
Montericco e l’Ancellotta. Il Lambrusco di Sorbara e il Lambrusco Grasparossa sono più
diffusi nel Modenese. Nel Bolognese è diffuso il Montù ed il Pignoletto, entrambi a bacca
bianca con le Reno DOC e la Colli Bolognesi Classico Pignoletto DOCG. Nella zona di
Ferrara troviamo il vitigno a bacca nera Fortana (noto anche come Uva d’Oro) e la cui DOC
di riferimento è la Bosco Eliceo DOC. In Romagna, il vitigno più importante è invece il
Sangiovese, che distanzia in termini di quantità il Trebbiano Romagnolo (il vitigno a bacca
bianca più diffuso in Romagna) il Pagadebit e l’Albana, che dà origine alla Albana di
Romagna DOCG, nella zona di Faenza. Le zone vitivinicole più importanti sono le colline
intorno a Faenza, la zona collinare di Forlì, le colline attorno a Cesena e Rimini.
Approfondisci Le Denominazioni di Origine dell'Emilia-Romagna Le denominazioni di origine
in Emilia In Emilia vi è una sola DOCG, la Colli Bolognesi Pignoletto DOCG. Nella zona di
Piacenza, la Barbera e la Croatina ed in parte la Bonarda caratterizzano la denominazione
Gutturnio DOC. La zona di Parma, con la DOC Colli di Parma, si differenzia per la
prevalenza dei vini bianchi sui vini rossi. Le zone di Reggio-Emilia e Modena sono invece
dominate dalla coltivazione del Lambrusco, con le denominazioni Lambrusco di Sorbara
DOC, Lambrusco Grasparossa di Castelvetro DOC e Lambrusco Salamino di Santa Croce
DOC. Nel Bolognese è diffuso il Montù ed il Pignoletto, entrambi a bacca bianca con la
denominazione Reno DOC. Sempre in provincia di Bologna la Colli d’Imola DOC. A Reggio
Emilia la Colli di Scandiano e Canossa DOC e la Reggiano DOC, mentre in provincia di
Piacenza vi è la DOC Colli Piacentini e la Ortrugo dei Colli Piacentini DOC, basata
sull’omonimo vitigno a bacca bianca. Nella zona di Ferrara troviamo il vitigno a bacca nera
Fortana (noto anche come Uva d’Oro) e la cui DOC di riferimento è la Bosco Eliceo DOC. Al
confine con la Romagna la Colli di Faenza DOC si estende fino alle province di Ravenna e
Forlì-Cesena. Le denominazioni di origine in Romagna Spostandoci in Romagna, anche qui
una sola DOCG, la Romagna Albana DOCG. Le DOC più importanti sono la Romagna DOC
e la Colli della Romagna Centrale DOC. Il vitigno più importante è qui il Sangiovese, che
distanzia in termini di quantità il Trebbiano Romagnolo (il vitigno a bacca bianca più diffuso
in Romagna) il Pagadebit e l’Albana, che dà origine alla Albana di Romagna DOCG, nella
zona di Faenza. Le zone vitivinicole più importanti sono le colline intorno a Faenza, con la
denominazione Colli di Faenza DOC, la zona collinare di Forlì e le colline attorno a Cesena
e Rimini (Colli di Rimini DOC). Approfondisci Le Zone Vinicole dell'Emilia-Romagna In
Emilia, la parte occidentale della regione, sono particolarmente importanti i vini frizzanti dalle
diverse varietà di Lambrusco. Nella parte orientale della regione, la Romagna, la produzione
è prevalentemente dedita ai vini sia secchi che dolci, sia bianchi, con le uve Albana,
Pignoletto, Trebbiano Romagnolo e Pagadebit (Bombino Bianco), che rossi, principalmente
da uve Sangiovese. Le varietà internazionali più diffuse in Emilia-Romagna sono
Chardonnay, Sauvignon Blanc, Cabernet Sauvignon e Merlot. L’Emilia e i Lambruschi I
vitigni più importanti di questa famiglia sono il Lambrusco di Sorbara, Lambrusco
Grasparossa e Lambrusco Salamino, ai quali si aggiungono Lambrusco Marani e il
Lambrusco Maestri. Il Lambrusco è diffuso nei vigneti a partire dalla provincia di Parma e
diventa il protagonista quasi assoluto in quelli di Reggio Emilia e di Modena. I vini frizzanti
che se ne ricavano, secchi o amabili, si sposano a meraviglia con i piatti della cucina
Emiliana, soprattutto con i tipici salumi locali. Importante è il Lambrusco Grasparossa di
Castelvetro DOC, prodotto nelle aree collinari nei pressi del borgo medievale di Castelvetro,
in provincia di Modena. La Romagna e l’Albana L’Albana di Romagna è stato il primo vino
bianco italiano a ricevere il riconoscimento della Denominazione d’Origine Controllata e
Garantita (DOCG). Il riconoscimento del più alto livello di qualità a questi vini è dovuto
soprattutto ai i migliori vini prodotti con questa uva, ottenuti con rese molto più basse di
quelle previste dal disciplinare, una scelta adottata solamente dai migliori produttori. Di
particolare interesse è la versione passita, che si impone come una delle migliori a livello
nazionale. Il Sangiovese di Romagna La Romagna è famosa per il vino rosso prodotto con
le uve del vitigno Sangiovese. Il nome significa Sangue di Giove e si ritiene che esso derivi
dal monte Giove, nei pressi di Santarcangelo di Romagna, in provincia di Rimini. Il
Sangiovese di Romagna è un vino che può presentarsi in tipologie diverse da vini leggeri
fino a vini di buona struttura, dal gusto secco e deciso. Il Sangiovese di Romagna è stato il
primo vino rosso della regione ad ottenere la Denominazione d’Origine Controllata (DOC) e
si produce in un territorio piuttosto vasto, dalla provincia di Bologna fino alla costa orientale
del mare Adriatico. Altre Zone di Produzione Ricordiamo i Colli Piacentini, nella zona dove fu
ritrovato il Gutturnium, boccale d’argento che ha dato il nome al più celebre vino di questa
zona, il Gutturnio, prodotto con uve Barbera e Croatina, qui detta Bonarda. Interessante
anche il Vin Santo di Vigoleno, prodotto in quantità limitate da uve bianche aromatiche e non
aromatiche. Nel Reggiano, in particolare nella zona dei Colli di Scandiano e Canossa, oltre
ai Lambruschi si producono interessanti vini anche da uve internazionali. Nella zona dei Colli
Bolognesi si produce il Pignoletto e vini da uve internazionali.”, in quest’area piuttosto
diffuse. Di particolare interesse è la produzione di vini IGT, nei quali spesso le uve autoctone
incontrano i vitigni internazionali, molto spesso utilizzati anche in purezza. La Cucina
tradizionale dell'Emilia-Romagna Cucina Emiliana L’Emilia è famosa per i suoi formaggi,
primo fra tutti il Parmigiano Reggiano, e i salumi, tra i quali il Crudo di Parma e il Culatello.
La Mortadella di Bologna è di carne suina e bovina, mentre quella di Modena è di pura carne
suina. Da non dimenticare il Salame di Felino, nel Parmense, e gli Zamponi e i Cotechini di
Modena. La Salama da sugo di Ferrara, saporitissima, ha lontane origini rinascimentali. Per
finire, celebre e rinomata è anche la Coppa Piacentina. Fondamentali nella Cucina Emiliana
sono i primi piatti, come le Tagliatelle, condite con il Ragù alla bolognese a base di carne e
pomodoro, le Tagliatelle verdi, con sugo alla bietola, spinaci, o all’ortica e le Lasagne al
forno. I Tortellini, serviti in brodo di carne, vengono consumati anche asciutti, con sugo alla
panna. I Tortelloni, più grandi, hanno un ripieno di mortadella o prosciutto con altri ingredienti
come carni cotte, uova, Parmigiano e noce moscata. Nei Tortelloni di magro, il ripieno è di
ricotta, parmigiano, e prezzemolo. Famosi anche i Tortelli di zucca. L’Erbazzone reggiano è
una sorta di torta salata con spinaci e altre verdure, il tutto condito con Parmigiano Reggiano
e cotto in forno. Tra i secondi, ricordiamo la Cotoletta alla bolognese, di vitello, variante ricca
della Cotoletta alla milanese. Un’altra variante, con il cavallo, è la Faldìa piacentina.
Ricordiamo poi la Fesa di vitello (con prosciutto, formaggio grana e tartufo), lo Stracotto di
manzo alla piacentina, quello d’asino e la Pìcula ‘d cavall, un piatto a base di carne trita di
sempre di cavallo. Per finire le Verdure ripiene dell’Appennino piacentino e la Punta di vitello
ripiena (“tasto” o “tasca”) di origine ligure. Lungo il Po è diffuso il consumo dell’anguilla. I
dolci sono spesso ricchi di mandorle, miele e spezie, come il Certosino (o Panspeziale) e la
Torta di riso di Bologna, la Spongata e il Pampepato di Ferrara. Ricordiamo anche dolci
popolari come le Frappe (chiacchiere), il Biscione reggiano e molti altri. Cucina Romagnola
La Cucina Romagnola ha da un lato decisi tratti contadini e dall’altro risente della vicinanza
al mare, con molte ricette a base di pesce. Fondamentale è la pasta fresca, infatti con la
sfoglia si preparano tagliatelle, maltagliati, strichetti (o farfalline), garganelli, cappelletti e
ravioli, con ripieno di spinaci e ricotta, conosciuti in alcune zone come “orecchioni”, o di
zucca, tipici di Ferrara (Cappellacci di zucca). I Cappelletti sono ripieni a volte interamente di
formaggio, a volte con ricotta, a volte totalmente o in parte di carne. Tra i primi piatti di mare
il Brodetto di pesce, ricco di pomodoro e abbastanza pepato, il Risotto di mare, gli Spaghetti
con le vongole e i Quadrucci alla seppia. I secondi piatti hanno al centro il maiale, con
salumi di ogni tipo, salsiccia, salame, prosciutto e coppa, ciccioli e coppa di testa. Tipico è il
Castrato alla griglia, di pecora castrata, con abbondante aglio e rosmarino e contorno di
patate. Tra i secondi piatti di mare, il Pesce dell’Adriatico alla griglia, come le sarde e i
sardoncini, impanati e infilzati in spiedini, spesso insaporiti con aglio e prezzemolo, e le
cozze, preparate in ogni modo. Parlando di Romagna non si può dimenticare la Piadina, più
spessa e piccola a Ravenna, più larga e sottile a Rimini, con salumi e formaggi, come il
prosciutto e squacquerone, formaggio freschissimo simile allo stracchino. Venendo ai dolci,
caratteristico è il Latte brulè, budino fatto con tuorli d’uovo e latte, zucchero e vaniglia, cotto
a bagnomaria poi al forno. I Sabadoni, tortelli dolci ripieni di castagne e marmellata di fichi,
mele o pere cotogne, imbevuti nella “saba”, riduzione di mosto d’uva bianca o rossa. Per
finire, Ciambelle e Crostate, da inzuppare nel vino, possibilmente rosso, sia secco che
dolce.

Il Vino nella Toscana VITIGNI, VINO, ENOGASTRONOMIA il vino in toscana La Toscana è


per il vino una delle più importanti regioni italiane, famosa nel mondo per le sue celebri
etichette. In Toscana, il vino fa parte della storia e della cultura da secoli. Anche il paesaggio
qui racconta la forte vocazione vitivinicola del territorio. Dalle colline del Chianti e della Costa
degli Etruschi ai panorami della Val d’Orcia e della Val di Chiana, sotto i nostri occhi si
stendono chilometri e chilometri di splendidi filari. Il patrimonio vitivinicolo della Toscana
comprende ben 11 denominazioni di origine controllata e garantita (DOCG), 41
denominazioni di origine controllata (DOC) e 6 indicazioni geografiche tipiche (IGT). Tra i vini
più significativi, Brunello di Montalcino, Vino Nobile di Montepulciano, Chianti Classico e i
Supertuscan prodotti nella zona di Bolgheri. Il Sangiovese è il protagonista indiscusso dei
vini rossi della Toscana, e lo ritroviamo nelle tipologie di vino di quasi tutte le denominazioni,
con connotazioni e sfumature diverse a seconda dello stile e del territorio di provenienza. In
Toscana si producono però anche vini bianchi, fino a qualche anno fa dimenticati, ma
recentemente riportati alla luce dalla fama della Vernaccia di San Gimignano, il primo vino
bianco DOCG della regione. Il Vermentino è invece presente su gran parte della fascia
costiera settentrionale, a partire dai Colli di Luni. Il Bianco di Pitigliano è invece protagonista
nella maremma grossetana. Per completare la carrellata, non si può dimenticare il Vin santo
e la sua antica tradizione, presente in varie declinazioni in tutta la Toscana, ottenuto nelle
sue versioni più diffuse, da uve Malvasia e Trebbiano parzialmente essiccate e lasciato
maturare per lunghi anni nei caratelli, caratteristiche piccole botti di legno. I Numeri del Vino
della Toscana Superficie vitata della Toscana Superficie vitata della Toscana: 58.000 ha di
cui il 25% in montagna, il 67% in collina e l'8% in pianura. Produzione di vino della Toscana
Produzione di vino della Toscana: 2.600.000 hl di cui vini DOP 69% vini IGP 25%, vini rossi
e rosati 85%, vini bianchi 15%. Denominazioni per il vino nella Toscana Denominazioni di
origine per il vino in Toscana: 11 DOCG, 41 DOC, 6 IGT. La Viticoltura nella Toscana La
Toscana è una delle regioni vinicole più celebri d’Italia, nota per la produzione di vini di
eccellente qualità grazie a una combinazione unica di clima, composizione geologica dei
suoli e varietà di uve coltivate. Il Chianti, situato nel cuore della Toscana, è probabilmente la
zona più nota. Caratterizzato da un clima temperato con estati calde e inverni miti, offre
condizioni ideali per la coltivazione della varietà Sangiovese. I suoli sono prevalentemente
argilloso-calcarei, con presenze di ghiaia e sabbia, che conferiscono al vino struttura e
complessità aromatica. La zona di Bolgheri, sulla costa toscana, è rinomata per i suoi vini
rossi di alta qualità, in particolare quelli a base di varietà internazionali come Cabernet
Sauvignon e Merlot. Beneficia di un clima mite, influenzato dalla vicinanza al mare, e i suoli
sono un mix di argilla, sabbia e ciottoli, ideali per la produzione di vini complessi e di lunga
durata. Montalcino è celebre per il Brunello di Montalcino, un vino robusto e longevo
prodotto esclusivamente da uve Sangiovese. Il clima è moderatamente caldo, con
significative escursioni termiche notturne che favoriscono un’ottima maturazione delle uve. I
suoli sono ricchi di argille, con aree calcarea e rocce, che conferiscono al Brunello la sua
tipica intensità e struttura. La Maremma, un’area più selvaggia e meno sviluppata della
Toscana, sta emergendo come una zona vinicola di grande interesse. Il clima varia dal
costiero mite all’interno più caldo e secco, offrendo una vasta gamma di terroirs. I suoli
variano enormemente, ma predominano argille e sabbie, con la presenza di minerali che
aggiungono complessità ai vini. La Storia della Viticoltura della Toscana Le origini della
viticoltura in Toscana risalgono al tempo degli Etruschi, anche se dei vini della Toscana si
inizia a scrivere diffusamente solo in epoca medioevale, quando il vino diventò prodotto
essenziale per il commercio. Risale infatti al 1282 la fondazione della corporazione dell’Arte
dei Vinattieri. Del vino Chianti si parlò per la prima volta nel 1300, quando fu fondata la
“Lega del Chianti”, sotto la giurisdizione di Firenze, e fu creato come emblema il celebre
“Gallo nero”, ancora oggi simbolo del Chianti Classico. Nel 1872 il Barone Bettino Ricasoli
formulò la sua famosa ricetta, ancora oggi utilizzata da molti produttori. La ricetta di Ricasoli
impiegava prevalentemente l’uva Sangiovese, per dare al Chianti vigore e profumi,
aggiungendo Canaiolo nero per ammorbidirne l’acidità e l’astringenza. La Malvasia era
consigliata solo per i vini da consumare giovani. Il Trebbiano non rientrava dunque nella
“ricetta” originale del Barone. Negli stessi anni nasce il Brunello di Montalcino, grazie a
Clemente Santi, chimico e farmacista, che individuò il Sangiovese Grosso, come il più
indicato a produrre un vino di alta qualità. Verso gli anni 1960 alcuni produttori come il
Marchese Incisa della Rocchetta decisero di creare dei vini di corpo da uve internazionali e
maturati in barrique. Vista la struttura e il costo di questi vini, essi vennero soprannominati
“Supertuscans“. All’epoca questi vini risultavano totalmente estranei all’enologia locale, e
non trovarono collocazione in alcuna denominazione vennero classificati come “vini da
tavola”. Attualmente con il Cabernet Sauvignon e il Merlot, nell’assemblaggio di molti di
questi vini rientra anche il Sangiovese. Nel 1963 la Vernaccia di San Gimignano fu il primo
vino ad ottenere la DOC, mentre il Vino nobile di Montepulciano e il Brunello di Montalcino i
primi a ricevere la DOCG nel 1980. Il vino in toscana I vigneti di San Gimignano Image:
Depositphotos.com I Vitigni della Toscana In Toscana vengono coltivati soprattutto vitigni a
bacca nera (circa l’85% della superficie vitata), tra i quali il Sangiovese (e le sue varianti), il
Canaiolo nero, il Ciliegiolo. Il vitigno a bacca bianca più diffuso in Toscana è il Trebbiano
Toscano, seguito dalla Malvasia Bianca Lunga, la Vernaccia di San Gimignano, l’Ansonica.
Anche lo Chardonnay, con cui producono vini bianchi spesso maturati in Barrique, ha una
buona diffusione. La notorietà dei Supertuscans ha introdotto in Toscana altri vitigni a bacca
nera internazionali tra cui il Cabernet Sauvignon, il Merlot, Pinot Nero e Syrah. Anche per lo
stesso Chianti si usano sempre più spesso, oltre al Sangiovese, il Cabernet Sauvignon e il
Merlot. Approfondisci Le Denominazioni di Origine della Toscana La Toscana ha un grande
numero di Denominazioni di Origine DOCG e DOC (11 le prime e ben 41 le seconde, oltre a
6 IGT). La zona del Chianti comprende due DOCG, il Chianti Classico DOCG, cioè la zona
tradizionale compresa tra Firenze e Siena, e la Chianti DOCG che abbraccia una zona
vastissima compresa tra tutte le province toscane con esclusione di Massa-Carrara,
Grosseto e Livorno, e che comprende le 7 sottozone Colli Aretini, Colli Fiorentini, Colli
Senesi, Colline Pisane, Montalbano, Montespertoli e Rufina. Sempre nel Senese troviamo la
zona di Montalcino con il Brunello di Montalcino DOCG, la Carmignano DOCG (minimo 50%
Sangiovese, max 20% Canaiolo,10-20% Merlot e Cabernet, da soli o congiuntamente), la
Vernaccia di San Gimignano DOCG (vino bianco, vitigno Vernaccia) e più in giù la Val di
Chiana DOC e il Vino Nobile di Montepulciano DOCG (Sangiovese). In zona ci sono anche
15 DOC, tra cui merita ricordare le tre DOC del Vin Santo (Vin Santo del Chianti DOC, Vin
Santo del Chianti Classico DOC e Vin Santo di Montepulciano DOC). Al confine con la
Liguria la DOC interregionale Colli di Luni DOC (Lunigiana) caratterizzata per la presenza
del Vermentino. Più in giù sotto le Alpi Apuane la zona di Candia (Candia dei Colli Apuani
DOC) con bianchi a base di Vermentino e rossi a base di Sangiovese e Merlot. Da notare la
tipologia Vermentino Nero, vino rosso a base dell’omonimo vitigno. Nella zona di Lucca la
Colline Lucchesi DOC e la Montecarlo DOC, caratterizzata sia tra i vini a bacca rossa che a
bacca bianca dalla presenza di vitigni di origine francese (Syrah per i rossi, Semillon,
Sauvignon e Roussanne per i vini bianchi). Menzioniamo anche Bolgheri per i
summenzionati supertuscans (Bolgheri DOC e Bolgheri Sassicaia DOC) e la recente
Suvereto DOCG, ex sottozona della DOC Val di Cornia, elevata anch’essa a DOCG (Rosso
della Val di Cornia DOCG). L’Isola d’Elba (Elba DOC) si caratterizza per i vitigni Aleatico
(rosso) e Ansonica (bianco) e Trebbiano, qui noto come Procanico. Per finire, nella zona di
Grosseto abbiamo 8 DOC tra le quali segnaliamo l’Ansonica Costa dell’Argentario DOC. In
regione sono presenti anche 10 DOP e 8 IGP agroalimentari. Tra le prime meritano
particolare menzione gli Oli extra vergini di Oliva e lo Zafferano di San Gimignano DOP, tra
le seconde, il Lardo di Colonnata IGP. Approfondisci Le Zone Vinicole della Toscana La
Toscana è una regione famosa per i suoi vini, che sono stati tra i primi in Italia a conquistare
i mercati mondiali e a segnare la ripresa dell’enologia italiana a partire dagli anni ’80. Le
principali zone produttive per il vino in Toscana sono: Brunello di Montalcino Il Brunello di
Montalcino è il vino Toscano più famoso. Brunello si chiama a Montalcino l’uva Sangiovese
Grosso con la quale viene prodotto, inizialmente ad opera di Ferruccio Biondi Santi, che può
a tutti gli effetti considerarsi il creatore di questo vino. Il Brunello di Montalcino, oggi
riconosciuto come DOCG, viene prodotto con Sangiovese grosso in purezza e può essere
immesso al consumo solo dopo 5 anni dalla vendemmia (6 per la riserva), con un periodo
minimo di maturazione in botte di due anni. Chianti Classico e Chianti Vi sono diverse
tipologie di Chianti, sette delle quali ricadono come sottozone all’interno della Chianti DOCG,
alla quali si aggiunge la DOCG Chianti Classico, prodotto nella zona più antica e
tradizionale, dalla quale provengono i Chianti più celebri. Le sette sottozone della Chianti
DOCG sono Colli Aretini, Colli Senesi, Colli Fiorentini, Colline Pisane, Rufina, Montalbano e
Montespertoli. I vini Chianti sono prodotti prevalentemente con Sangiovese e Canaiolo Nero,
una piccola parte di Malvasia Bianca e Trebbiano Toscano, oltre ad altre uve ammesse dal
disciplinare, in genere Cabernet Sauvignon e Merlot. Nonostante la presenza di uve
“internazionali” nel Chianti si sempre più comune sono ancora molti i produttori che
preferiscono utilizzare nell’uvaggio esclusivamente i vitigni tradizionali del luogo. Vino Nobile
di Montepulciano Il Vino Nobile di Montepulciano, una delle sei DOCG della Toscana, è
prodotto con l’uva Prugnolo Gentile (con il quale a Montepulciano viene chiamato il
Sangiovese Grosso), al quale si aggiunge del Canaiolo Nero e facoltativamente ed in minor
misura il Mammolo e il Colorino, oltre ad altre uve permesse dal disciplinare. Il Nobile di
Montepulciano era noto già nel 1500 per la sua qualità, e fu anche ampiamente decantato
da Sante Lancerio, il bottigliere di Papa Paolo III Farnese (1534-1559). Negli anni 1960 si
iniziò a riscoprire il Nobile ed iniziò un processo di recupero dell’immagine che ebbe il suo
compimento nel 1980, quando il Vino Nobile di Montepulciano fu riconosciuto come DOCG.
Altre Zone di Produzione La Carmignano DOCG è un’altra zona vinicola di lunga tradizione.
Si trova in provincia di Prato e produce esclusivamente vini rossi da uve Sangiovese,
Canaiolo Nero, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc. La Vernaccia di San Gimignano
DOCG è un pregevole vino bianco prodotto con l’omonima uva. Ricordiamo anche il
Morellino di Scansano, prodotto prevalentemente con uva Sangiovese, localmente detto
Morellino. Il Vin Santo, la cui tradizione è condivisa anche con altre regioni d’Italia, in
Toscana è riconosciuto come DOC nelle denominazioni del Vin Santo del Chianti, Vin Santo
del Chianti Classico e Vin Santo di Montepulciano. Il Vin Santo Toscano viene prodotto con
uve Trebbiano Toscano e Malvasia Bianca, ma esiste anche una versione rossa da uve
Sangiovese, che prende il nome di Occhio di Pernice. I Supertuscans sono vini robusti e
complessi prodotti in prevalenza con uve “internazionali” quali Cabernet Sauvignon, Merlot e
Pinot Nero, alle quali in alcuni si unisce il Sangiovese. I Supertuscans, una volta “vini da
tavola”, appartengono generalmente alla categoria IGT, con una rimarchevole eccezione. La
Cucina tradizionale della Toscana La cucina toscana consiste per lo più in piatti tradizionali
la cui preparazione si svolge secondo tradizioni locali da molti anni. Il pane senza sale
(sciocco) è un’usanza quasi unica e condivisa solo con la vicina Umbria. Essa sembra
risalire al XII secolo quando, la rivalità fra Pisa e Firenze fece salire a livelli esagerati il
prezzo del sale. In Toscana la sacralità del pane è confermata dall’usanza di non gettarlo,
ma di utilizzarlo anche quando è raffermo in una pluralità di ricette della tradizione, come la
panzanella, la panata, la ribollita, l’acquacotta, la pappa al pomodoro, la fettunta, la zuppa di
verdura, la farinata, la minestra di cavolo nero o il pan co’ santi. Tra i piatti di carne spicca la
bistecca alla fiorentina, il polpettone di manzo e lo stufatino di vitello. Una caratteristica
peculiare della cucina toscana è l’uso di carni bianche come polli e tacchini, ma anche oche,
faraone e piccioni. Diffusi anche i piatti a base di selvaggina come la lepre e il cinghiale, il
fagiano e l’istrice. Dal maiale si ricavano salumi come il salame toscano, la finocchiona, il
prosciutto sotto sale, il lardo di Colonnata, le salsicce. Il biroldo è sangue di maiale
aromatizzato, condito e tagliato a dadini. I piatti di pesce sono diffusi lungo la costa, con
ricette come l’anguilla alla fiorentina e le triglie e lo stocafisso alla livornese. Pochi ma
caratteristici i formaggi, come il pecorino toscano, in particolare quello di Pienza e quello
maremmano, la ricotta e il raveggiolo come formaggi molli. Tra i dolci, spiccano il panforte, i
ricciarelli, i cavallucci, la zuppa del duca, la torta di cecco, i migliacci, i cantuccini di Prato.

Il Vino nelle Marche VITIGNI, VINO, ENOGASTRONOMIA il vino nelle marche I vini delle
Marche sono tra i più famosi e ricercati tra quelli delle regioni dell’Italia centrale. Le Marche
hanno un territorio molto variegato, collinare per il 70% e montuoso per il 30%. Le fasce
pianeggianti sono limitate a piccole aree lungo la costa e lungo il corso dei fiumi. Il clima
delle Marche è molto vario, in funzione della disposizione e dell’altitudine dei rilievi. E’ più
mediterraneo lungo la costa e verso sud e più continentale all’interno e verso nord, con
escursioni termiche maggiori e maggiore rischio di gelate. Le loro caratteristiche
pedoclimatiche rendono le Marche una regione particolarmente votata per la viticoltura,
infatti i suoi 12.000 ettari vitati sono quasi totalmente in zone collinari, che assicurano una
produzione superiore al milione di ettolitri di vino all’anno. La tradizionale forma di
allevamento ad alberello o a tutori vivi come olmi o aceri ha lasciato il posto alle più moderne
forma a spalliera. I Numeri del Vino delle Marche Superficie vitata delle Marche Superficie
vitata delle Marche: 12.000 ha di cui il 5% in montagna, l'85% in collina e il 10% in pianura.
Produzione di vino delle Marche Produzione di vino delle Marche: 1.000.000 hl di cui vini
DOP 39% vini IGP 24%, vini rossi e rosati 45%, vini bianchi 55%. Denominazioni per il vino
nelle Marche Denominazioni di origine per il vino nelle Marche: 5 DOCG, 15 DOC, 1 IGT. i
numeri del vino nelle marche La Viticoltura nelle Marche La regione delle Marche, situata
nella parte centrale dell’Italia lungo il Mar Adriatico, presenta un territorio particolarmente
variegato che si estende dalle coste sabbiose fino ai rilievi appenninici. Questa diversità di
paesaggi si riflette anche nelle condizioni pedoclimatiche della regione, che a loro volta
influenzano notevolmente la viticoltura marchigiana. Territorio Il territorio marchigiano si può
suddividere in tre fasce principali: la zona costiera, le colline e i monti. Le colline, in
particolare, sono l’habitat ideale per la viticoltura, grazie alla loro esposizione e alla
composizione dei suoli che favoriscono il drenaggio dell’acqua, elemento cruciale per la
salute e la qualità delle viti. Questi terreni sono spesso calcarei e argillosi, con aree che
presentano anche formazioni di sabbia e ghiaia, contribuendo a una diversità di profili di
vino. Condizioni Climatiche Il clima nelle Marche è tipicamente mediterraneo lungo la costa,
con estati calde e inverni miti, e gradualmente diventa più fresco e umido man mano che ci
si sposta verso l’interno e l’altitudine aumenta. Questo gradiente climatico permette la
coltivazione di varietà di uva diverse, adattando ciascuna tipologia ai microclimi locali più
idonei. Viticoltura La viticoltura marchigiana beneficia di questa complessità territoriale e
climatica, risultando in una produzione di vini di alta qualità e fortemente caratterizzati. La
viticoltura nelle Marche si caratterizza per un forte legame con il territorio e per la ricerca
della qualità, con una crescente attenzione verso pratiche sostenibili e rispettose
dell’ambiente. Questo approccio ha permesso alla regione di guadagnarsi una reputazione
di eccellenza nel panorama vitivinicolo italiano ed internazionale. La Storia della Viticoltura
delle Marche Le prime tracce della viticoltura nelle Marche risalgono al X sec A.C.,
nell’attuale area della Rosso Piceno DOC, importate dai coloni greci ai quali si deve la
fondazione della città di Ancona e anche tra i Piceni, tra l’VIII e VII secolo A.C., la viticoltura
e la produzione dei vino rivestivano un ruolo centrale. I Romani furono presenti nelle Marche
a partire dal 295 A.C. Lo stesso Plinio il Vecchio descrive le varietà di viti coltivate al suo
tempo e i vini che se ne ricavavano. Fra il VI e il XIII secolo d.C., nelle Marche la presenza di
abbazie e di monaci era piuttosto diffusa, e presso di loro, per esigenze liturgiche e di
mensa, si registra sempre la presenza di una piccola vigna. Ai monaci si deve il tramandarsi
delle tecniche vitivinicole, i tentativi di migliorare il prodotto e gli sforzi per accrescerne la
conservabilità. Nell’età dei Comuni il vino cessò di essere bevanda di appannaggio solo del
clero, ma entra nelle abitudini di una più vasta comunità di persone. Negli anni di passaggio
dallo stato Pontificio al Regno d’Italia giunsero nelle Marche flagelli come l’Oidio, la
Peronospora e la Fillossera e dovettero passare circa quarant’anni prima che venissero
trovate le soluzioni per affrontarle. Dopo la Prima Guerra Mondiale, contadini e proprietari si
impegnarono a migliorare la produttività dei fondi, con una seppur lenta introduzione di
nuove tecnologie che accrebbero i redditi delle famiglie contadine. Con i primi successi
giunse anche la frammentazione dei poderi e la riduzione delle superfici degli stessi, poi, con
la fine della mezzadria, vennero alla ribalta nuove figure di proprietari che, accorpando più
poderi, dettero vita ad aziende a conduzione diretta. Nel 1953, ad opera della cantina Fazi
Battaglia, venne creata la bottiglia a forma di anfora che ancora oggi è associata al
Verdicchio. All’inizio degli anni ’90 iniziò una profonda ristrutturazione dei vigneti, passando
a forme di allevamento adatte alla meccanizzazione e vennero introdotti vitigni sia di antica
coltivazione marchigiana sia internazionali. Il vino nelle marche Vigneti a Corinaldo (AN)
Image: Depositphotos.com I Vitigni delle Marche I vitigni coltivati nelle Marche sono per il
60% a bacca bianca (soprattutto Verdicchio). Il Verdicchio è oggi fra le più interessanti uve
autoctone a bacca bianca d’Italia, capace di vini complessi e di grande struttura. Tra i vitigni
bacca nera i più importanti sono il Montepulciano e il Sangiovese. Nelle Marche si trovano
anche vitigni autoctoni come il Lacrima, a bacca nera e caratterizzato da una originalissima
componente aromatica e la Vernaccia nera. Nelle Marche si coltivano anche lo Chardonnay,
il Ciliegiolo, la Passerina, il Pecorino, il Trebbiano toscano e la Malvasia bianca lunga.
Approfondisci Le Denominazioni di Origine delle Marche Le Denominazioni di Origine per il
vino nelle Marche includono, a partire dalla zona del Metauro, la Bianchello del Metauro
DOC, basata sul vitigno Biancame e quella dei Colli Pesaresi DOC, con i vitigni Bianchello e
Sangiovese. La zona dei Castelli di Jesi è vocata al vino Verdicchio, con la Verdicchio dei
Castelli di Jesi DOC e Verdicchio dei Castelli di Jesi Riserva DOCG, così come quella del
Verdicchio di Matelica Riserva DOCG. La zona costiera attorno al promontorio del Conero è
invece vocata ai vini rossi a base di Montepulciano con la Conero DOCG e Rosso Conero
DOC. L’area appenninica di Serrapetrona è nota per i vini spumanti a base del vitigno
Vernaccia Nera (Vernaccia di Serrapetrona DOCG). Più giù la zona di Macerata (Colli
Maceratesi DOC) con vini bianchi a base del vitigno Maceratino, clone del Verdicchio. I Colli
del Tronto e i Colli Ascolani sono conosciuti per la Rosso Piceno DOC (vitigno
Montepulciano) e la Falerio DOC, con i vitigni Trebbiano Toscano, Passerina, Pecorino.
Approfondisci Le Zone Vinicole delle Marche La produzione di vino nelle Marche è diffusa in
tutta la regione, che si può idealmente dividere in 3 zone di coltivazione principali, alle quali
se ne aggiungono altre, meno estese ma non meno importanti dal punto di vista produttivo.
Verdicchio dei Castelli di Jesi e Matelica Il Verdicchio, sicuramente l’uva più celebre delle
Marche è la protagonista assoluta delle zone dei Castelli di Jesi e di Matelica. La DOC del
Verdicchio dei Castelli di Jesi prevede la definizione della zona classica, cioè quella più
tipica e tradizionale, mentre la tipologia Riserva, insieme al Verdicchio di Matelica, si fregia
della DOCG. Il Verdicchio è un’uva estremamente versatile e oltre alla produzione di vini
secchi, è utilizzata anche per vini passiti e spumanti. A seconda dello stile di vinificazione le
caratteristiche dei vini da Verdicchio sono piuttosto varie, da leggeri e freschi, fino a robusti e
strutturati, adatti anche alla maturazione in botte. Rosso Conero e Rosso Piceno Vino rosso
nelle Marche significa soprattutto Montepulciano e Sangiovese. Il Rosso Conero nel 2004 ha
ottenuto la DOCG nella versione riserva (Conero DOCG). La zona del Rosso Conero
beneficia dell’influsso delle brezze marine, che assieme alla composizione calcarea del
suolo consentono di ottenere un vino rosso unico nel suo genere. Il Rosso Piceno viene
invece prodotto più a sud in una zona piuttosto vasta che giunge fino ai confini della
provincia di Pesaro. Il Montepulciano è presente per almeno l’85% in entrambi i vini.
Vernaccia di Serrapretrona La Vernaccia nera di Serrapetrona (Macerata) ha una superficie
totale dei vigneti è di appena 45 ettari. Anche se di recente riscoperta, è stata la prima nelle
Marche a ottenere il riconoscimento della Denominazione d’Origine Controllata e Garantita
(DOCG). Il vino Vernaccia di Serrapetrona è uno spumante rosso prodotto nelle versioni
secco e dolce, utilizzando un sistema piuttosto particolare. Infatti dopo la vendemmia, una
parte delle uve sono vinificate in rosso, mentre una parte viene lasciata ad appassire in
modo da concentrare la quantità di zuccheri. Le uve appassite sono quindi pigiate e il mosto
si aggiunge al primo vino, provocando una seconda fermentazione. La spumantizzazione
della Vernaccia di Serrapetrona con il metodo Charmat dona al vino la caratteristica spuma
rosa e i suoi aromi inconfondibili. Altre Zone di Produzione Una particolare menzione spetta
alla Lacrima di Morro d’Alba, un vino rosso prodotto con un vitigno aromatico che dona ai
vini un profumo inconfondibile. E’ prodotto sia come vino fermo che frizzante e in versione
passita. Il Bianchello del Metauro è prodotto nella provincia di Pesaro con l’uva Bianchello (o
Biancame) e il Falerio dei Colli Ascolani, basato principalmente sui vitigni Trebbiano
Toscano, Passerina, Pecorino. Nelle zone di Offida e di Esino, dove si producono vini
bianchi, rossi e spumanti. Fra i bianchi, particolarmente interessanti sono quelli prodotti con
l’uva Pecorino e Passerina. Con il Maceratino, si producono i vini bianchi del Colli
Maceratesi. La Cucina tradizionale delle Marche La cucina delle Marche, regione dominata
dai monti e affacciata sul mare, è molto varia e alterna a pietanze dai sapori forti e decisi,
tipiche delle zone di montagna, a piatti a base di crostacei, pesce azzurro e frutti di mare,
tipici della celebre riviera del Conero. Da non dimenticare le famose olive all’ascolana. Gli
antipasti della cucina Marchigiana Il classico pranzo sulla costa marchigiana viene fatto
iniziare, solitamente, con il famoso brodetto, di cui esistono diverse versioni: quella
anconetana, a base di tredici qualità di pesce diverso e quella di Porto Recanati, in cui il
pesce viene cotto in uno speciale sugo a base di zafferano. Al brodetto si possono abbinare
le gustose frittelle di pesce persico, passate nella pastella a base di farina ed uova e poi
fritte in olio di oliva. Spostandosi verso l’interno, invece, abbondano i gustosi e tipici antipasti
a base di tartufi bianchi o neri, magari accompagnati da profumatissimi e prelibati funghi. I
Piatti Tipici Marchigiani Tra i piatti tipici interessanti sono quelli in cui i sapori e gli aromi tipici
della montagna si fondono con quelli marinari come, ad esempio, gli spaghetti mari e monti,
a base di calamari e funghi e la rana pescatrice con porchetta. Altri primi piatti tipici sono le
lasagne all’ascolana, con tartufo bianco, i cappelletti in brodo di cappone, le tagliatelle con i
calamari e le molecche (code di scampi dal guscio tenero), la minestra di ceci e maiale e le
classiche tagliatelle al tartufo, rigorosamente bianco. I Secondi piatti delle Marche Tipiche
pietanze della costa sono il merluzzo alla marchigiana, con sugo di pomodoro, le sarde di
Ancona, impanate e cotte al forno, il baccalà in bianco, con salsa verde a base di
prezzemolo e lo stoccafisso, preparato in umido con patate o in potacchio, ossia brasato con
pomodoro, acciughe, aglio, rosmarino, prezzemolo e peperoncino. Tra i piatti di montagna la
polenta costarella e salsicce, la minestra di ceci e maiale, le uova fritte nel burro e cosparse
di di tartufo e l’insalata di funghi e tartufi. I dolci della pasticceria Marchigiana La cucina
Marchigiana propone molte ricette di dolci regionali di assoluto interesse. Ricordiamo le
castagnole, palline di pasta dolce fritte in olio e strutto e spolverizzate di zucchero a velo, le
beccute, pagnottine di pane dolce a base di farina e decorate con pinoli ed uva sultanina, i
caciuni, ravioloni di pasta di pane riempiti con pecorino, uova, zucchero, e scorze di limone,
le ciambelle al mosto, fatte con farina, semi d’anice, olio, zucchero e mosto d’uva appena
spremuto, e la cicerchiata, dolce tipico del carnevale, pressoché simile ai più celebri struffoli
napoletani.

Il Vino nel Lazio VITIGNI, VINO, ENOGASTRONOMIA il vino nel lazio Il Lazio ha una
superficie vitata di quasi 28.000 ettari, quindi un’estensione senz’altro di tutto rispetto, che
dà origine a oltre 2 milioni di ettolitri di vino. Il Lazio è per il 50% collinare e la rimanente
parte suddivisa a metà tra pianura zone montuose. I vigneti si collocano per il 70% in collina
e il 30% in zone pianeggianti. Il Lazio ha dunque un territorio misto, con terreni vulcanici,
laghi, zone collinari e pianure bonificate (l’Agro Pontino), che danno luogo a diverse tipologie
di vino. In Lazio si producono molti vini bianchi, uno fra tutti il Frascati, la prima DOCG
d’Italia. Il Cesanese con la DOCG Cesanese del Piglio è un’eccellenza tra i vini rossi, poi il
Moscato di Terracina, l’Aleatico di Gradoli, l’Est! Est!! Est!!!​di Montefiascone e moltissimi
altri. I Numeri del Vino del Lazio Superficie vitata del Lazio Superficie vitata del Lazio:
23.000 ha di cui il 26% in montagna, 54% in collina, 20% in pianura. Produzione di vino del
Lazio Produzione di vino del Lazio: 1.500.000 hl di cui vini DOP 31% vini IGP 20%, vini rossi
e rosati 24%, vini bianchi 76%. Denominazioni per il vino nel Lazio Denominazioni di origine
per il vino nel Lazio: 3 DOCG, 27 DOC, 6 IGT. i numeri del vino nel lazio La Viticoltura nel
Lazio Una caratteristica del Lazio è la diffusissima produzione vinicola familiare, finalizzata
all’autoconsumo. Dopo la fillossera, con l’ingresso nella moderna viticoltura, anche nel Lazio
ha purtroppo prevalso la tendenza alla produzione di grandi quantità di vino. Infatti la
modernizzazione ha riguardato soprattutto le cantine sociali, che si sono dotate di impianti di
vinificazione di dimensioni industriali. Le cose stanno ora fortunatamente cambiando, anche
se l ‘evoluzione della viticoltura è piuttosto lenta. Oggi alcuni viticoltori che hanno scelto di
puntare su vini di eccellenza sfruttando soprattutto il potenziale dei vitigni autoctoni. La
scelta dei sistemi di allevamento si va spostando dal tradizionale tendone agli allevamenti a
spalliera, a Guyot o Cordone speronato. In alcune zone dei Castelli Romani e del Basso
Lazio,sono ancora utilizzate le tipiche viti maritate agli alberi o alle canne intrecciate, dette
canocchie. La Storia della Viticoltura del Lazio Il Lazio, nell’antichità, svolse il ruolo di
congiunzione fra la viticoltura Greca e quella Etrusca. Nella prima, la vite veniva allevata ad
alberello o su tutori inerti, in coltura specializzata, mentre nella seconda le viti erano lasciate
libere di espandersi, appoggiate a tutori vivi, come l’olmo, il pioppo e l’acero, e le colture
erano promiscue. I vigneti si trovavano nelle zone più vocate alla viticoltura, come la media
collina, disposti su terre vulcaniche o rosse. I vitigni erano prevalentemente locali e ogni
viticoltore produceva vini tipici ed inconfondibili, seguendo la propria vocazione. L’antica
tradizione vinicola del Lazio è confermata da scrittori latini, quali Catone, Columella, Plinio,
Strabone, Virgilio, Marziale. Sia i vini prodotti nel Latium vetus, la zona più antica, costituita
dalla parte centrale dell’attuale Lazio, posta a sud del fiume Tevere e a nord del monte
Circeo, sia quelli del Latium adiectum, la parte più esterna della regione, sono tra i più
famosi e celebrati dell’antichità, come ad esempio l’Albano, il Caeres, il Cecubo, l’Aricinum, il
Setino, il Tiburtinum, il Tusculum. La viticoltura del Lazio seguì le sorti di quella delle altre
regioni italiane, fino ad arrivare, alla fine del diciannovesimo secolo, con oltre 200 diverse
cultivar viticole diffuse nei comuni della regione. A partire dagli anni seguenti al flagello della
fillossera, anche nel Lazio si iniziarono ad intraprendere politiche produttive finalizzate alla
qualità, riqualificando il patrimonio ampelografico e riducendo progressivamente le rese in
uva dei vigneti. Si è quindi progressivamente assistito ad una focalizzazione sui vitigni
tradizionalmente coltivati in regione, soprattutto a bacca bianca, seguita in un secondo
momento dalla riscoperta e valorizzazione anche delle varietà tradizionali a bacca nera. Il
vino nel Lazio Vigneti a Terracina Image: Depositphotos.com I Vitigni del Lazio Il Lazio
presenta una grande varietà di vitigni coltivati, sia autoctoni che internazionali. Tra i vitigni a
bacca nera il vitigno autoctono più importante è senz’altro il Cesanese, che è alla base di
vini di assoluta eccellenza. In Lazio si coltivano anche il Montepulciano, il Ciliegiolo il Merlot,
il Cabernet Sauvignon ed in alcuni casi anche la Barbera. I vini bianchi sono ottenuti
soprattutto con Malvasie e Trebbiani, tra cui ricordiamo i vitigni Malvasia Bianca Lunga,
Malvasia bianca di Candia, Malvasia del Lazio (con i cloni Bellone, Cacchione e Bonvino
bianco), Trebbiano Giallo e Trebbiano Toscano e Trebbiano del Lazio. Il Grechetto è un
vitigno coltivato soprattutto nelle zone del Viterbese ai confini con l’Umbria. Approfondisci Le
Denominazioni di Origine del Lazio Le Denominazioni di Origine più importanti per il vino nel
Lazio sono la Cesanese del Piglio DOCG, la Cannellino di Frascati DOCG e la Frascati
Superiore DOCG. Trebbiani e Malvasie sono anche alla base del vino Est! Est! Est! di
Montefiascone DOC. Nella zona di Cerveteri (Cerveteri DOC), nelle colline vicino al mare a
nord di Roma, i bianchi sono soprattutto a base di Trebbiani e Malvasie. Verso Frosinone,
nella zona di Affile (Cesanese di Affile DOC) e Olevano Romano (Cesanese di Olevano
Romano DOC) , importanti vini rossi a base di Cesanese, con le due DOC che si affiancano
alla già citata DOCG. Altre imporanti zone vinicole sono quella di Frascati (Frascati DOC,
oltre alla già citata DOCG), dei Colli Albani DOC, dei Castelli Romani DOC, tutte lungo la
linea collinare a sud di Roma. Approfondisci Le Zone Vinicole del Lazio La zona vinicola più
importante del Lazio sono i rilievi che si innalzano a sud-est di Roma, denominati Castelli
Romani, costellati di borghi medievali e ville, vigne e boschi. Qui predominano le uve a
bacca bianca come Malvasia del Lazio e Trebbiano giallo; poi il Bellone e altre varietà locali.
Tra quelle a bacca nera Cesanese, Sangiovese e Montepulciano, ma anche Merlot,
Ciliegiolo e Bombino Nero. La Castelli Romani DOC è il riferimento della zona, altre sono
Montecompatri Colonna DOC, Zagarolo DOC, Cori DOC e altre. Tra Roma e Frosinone, in
Ciociaria, vi è la zona del Cesanese, vitigno autoctono a bacca nera che dà origine a vini
rossi di grande struttura, come nel caso del Cesanese del Piglio DOCG o del Cesanese di
Affile DOC o di Olevano Romano (anch’esso DOC). Negli uvaggi il Cesanese è spesso
affiancato da Barbera, Montepulciano e Sangiovese. La quarta denominazione della zona è
la Genazzano DOC, nelle tipologie bianco e rosso. In provincia di Latina prevalgono i vini
rossi, ad esempio nella Aprilia DOC. Nel territorio costiero che va da Latina a Terracina vi è
la denominazione Circeo DOC, con riferimento al promontorio che caratterizza il suo
paesaggio. In provincia di Viterbo, sui terreni di origine vulcanica attorno al Lago di Bolsena,
si coltivano soprattutto uve bianche come Trebbiano Toscano e Giallo, oltre a Malvasia
puntinata (del Lazio). Il vino più famoso è l’ Est! Est!! Est!!!​di Montefiascone DOC; tra i vini
rossi l’Aleatico di Gradoli DOC. Le altre due denominazioni della zona sono la Tarquinia
DOCe Cerveteri DOC (in provincia di Roma). I vigneti della provincia di Rieti si trovano sulla
fascia pedemontana dell’Appennino. La Colli della Sabina DOC è condivisa con la provincia
di Roma, e comprende quasi per intero la riva destra del Tevere. La Cucina tradizionale del
Lazio La cucina regionale del Lazio, e quella Romana in particolare, non è particolarmente
ricca di antipasti. Tra i piatti di pasta, i bucatini all’amatriciana e i rigatoni alla carbonara sono
sicuramente fra i primi più famosi della gastronomia nazionale. Il sugo all’amatriciana è una
salsa di pomodoro con cipolle, pancetta e l’immancabile pecorino romano; la carbonara è
una salsa in bianco con pecorino, pepe, uova e pancetta. Ricordiamo anche le penne
all’arrabbiata (un’amatriciana molto piccante) e gli spaghetti alla gricia (un’amatriciana in
bianco). Poi i rigatoni con la pajata, cioè l’interiora di vitello; il risotto alla romana (preparato
col marsala) e le fettuccine alla romana, con pomodoro e funghi. Le fettuccine alla ciociara,
con funghi, piselli, guanciale e sugo bianco di carne; la pasta alla carrettiera, con tonno unito
al tradizionale soffritto a base di funghi e guanciale. I rigatoni alla vaccinara, con salsa alla
coda di bue. Le fregnacce alla sabinese, una sorta di maltagliati all’uovo con sugo di porcini
e ulive nere o alla castelnovese, con un pesto di peperoncino e maggiorana. Infine gli
gnocchi alla romana, gratinati, e il timballo alla ciociara, imbottito di trita mista e mozzarella.
Fra le minestre ricordiamo la zuppa di scarola e fagioli, la stracciatella romana, a base di
uova, semolino e cacio, la zuppa fresca di fave col guanciale e i fagioli con le cotiche. La
cucina romana è ricca anche di gustosi secondi piatti. Famosi i saltimbocca alla romana, a
base di vitello, prosciutto e salvia e la coda alla vaccinara (coda di bue in umido).
L’abbacchio è un agnello da latte (dal latino ad baculum, cioè “legato al palo”, così si
legavano gli animali affinché non si perdessero) cucinato arrosto, con aromi, le costolette
d’abbacchio a scottadito, la coratella d’abbacchio con i carciofi, l’abbacchio alla romana, con
aromi, aceto e rognoni, l’abbacchio brodettato, con farina, vino e cipolle, l’abbacchio alla
cacciatora, lardellato e con acciughe. Tra i piatti di maiale, le spuntature e la celeberrima
porchetta, famosissima quella di Ariccia. Caratteristici del Lazio sono anche stuzzichini come
le bruschette, i crostini con le acciughe, le fritture di fiori di zucca, con cuore d’acciuga, di
zucchini, di carciofi, di baccalà, di animelle, fegato e cervello d’abbacchio. Tra i contorni, le
insalate di puntarelle, l’insalata di misticanze, con lattughe varie, mele, pinoli e noci,
l’insalata di nervetti di vitello, la cicoria ripassata. Tra i dolci ricordiamo il pangiallo, una sorta
di panino tondo allo zafferano, preparato con farina, frutta secca, canditi e cioccolato. Di
Frascati sono le pupazze, biscotti a forma di donna preparati con una grande quantità di
miele e aroma all’arancia; la grattachecca è una granita aromatizzata con sciroppi alla frutta.
I maritozzi sono dei soffici bignè imbottiti di panna.

Il Vino nell'Abruzzo VITIGNI, VINO, ENOGASTRONOMIA il vino in abruzzo L’Abruzzo è una


regione molto varia ed interessante, sia dal punto di vista dei vini che vi si producono, sia da
quello della gastronomia regionale. L’Abruzzo è una regione prevalentemente montuosa o
collinare, limitata a nord dal fiume Tronto, che segna il confine con le Marche, a est
dall’Appennino Centrale che la divide dal Lazio, a sud dal fiume Trigno, oltre il quale c’è il
Molise, e ad ovest dal Mare Adriatico. Ad ovest abbiamo la fascia montuosa formata dai
Monti della Laga, dal Gran Sasso e dal Massiccio della Maiella, che degrada dolcemente
verso una fascia collinare subapenninica, fino a raggiungere l’Adriatico.Il clima della regione
è mite, soprattutto sul versante adriatico. Diventa più continentale andando verso l’interno e
con l’aumentare dell’altitudine. Il livello medio delle precipitazioni è buono, più scarse sulla
costa e maggiori all’interno. I Numeri del Vino dell'Abruzzo Superficie vitata dell'Abruzzo
Superficie vitata dell’Abruzzo: 32.000 ha di cui il 4% in montagna e 96% in collina.
Produzione di vino dell'Abruzzo Produzione di vino dell’Abruzzo: 2.600.000 hl di cui vini DOP
38% e vini IGP 15%, vini rossi e rosati 30%, vini bianchi 70%. Denominazioni per il vino
nell'Abruzzo Denominazioni di origine per il vino in Abruzzo: 2 DOCG, 7 DOC, 8 IGT. i
numeri del vino in abruzzo La Viticoltura nell'Abruzzo La superficie vitata in Abruzzo supera i
32.000 ettari, di cui quasi il 96% si trova in collina, mentre il 4% è rappresentato da
viticoltura montana. Come tipo di allevamento, ancora molto diffusa è la Pergola, localmente
chiamata “Capanna”, mentre sistemi obsoleti come le Alberate maritate hanno lasciato il
posto a forme di allevamento più moderne, quali Controspalliera, Cordone speronato e
Guyot. La produzione totale di vino supera in 2,6 milioni di ettolitri, di cui oltre il 30% a
denominazione DOC e DOCG. La Storia della Viticoltura dell'Abruzzo La presenza della vite
in Abruzzo risale all’epoca Romana, e si da allora i vini Abruzzesi sono menzionati negli
scritti di autori di ogni epoca, a partire da Polibio, che menzionò i vini narrando le gesta di
Annibale nella battaglia di Canne (216 a.C.). Andrea Bacci, nell’opera “De naturali vinorum
historia de vinis Italiae” del 1596, parla dei vini di Sulmona e del territorio dei Peligni e
Michele Torcia nel 1792 descrive per la prima volta la presenza del vitigno Montepulciano in
Abruzzo. A partire dall’800, sono innumerevoli le testimonianze che rimandano al
Montepulciano, che diventa dai primi del 1900 l’emblema di questo territorio. Nel 1897
Edoardo Ottavi e Arturo Marescalchi nel “Vade-Mecum del commerciante di uve e di vini in
Italia”, menzionano i vitigni Camplese o Campolese (ossia la Passerina), il Racciapollone
(ossia il Montonico), il Tivolese, il Verdicchio, la Malvasia, il Moscatello, il Cordisco e il
Primutico (Montepulciano), il Gaglioppo, l’Aleatico, il Lacrima. Alla fillossera seguì il
reimpianto di varietà più produttive, come il Trebbiano toscano e abruzzese, e la viticoltura in
Abruzzo come in molte altre parti d’Italia inseguì la logica del profitto immediato,
privilegiando la quantità sulla qualità. Per arrivare ad un deciso cambiamento di rotta si
dovrà attendere la seconda metà del XX secolo, quando presero piede le prime iniziative
volte alla ricerca dell’eccellenza in campo agroalimentare. Nel frattempo molte varietà
autoctone fortunatamente non sono completamente scomparse dal territorio della regione,
tanto che oggi, alcune di esse sono state riscoperte e giustamente valorizzate sia per le loro
eccellenti caratteristiche chimico-fisiche che organolettiche. Il vino in Abruzzo Vigneti sulle
Colline Teramane Image: Depositphotos.com I Vitigni dell'Abruzzo I vitigni dell’Abruzzo, sia a
bacca nera che a bacca bianca, sono per la maggior parte autoctoni. Il più famoso è il
Montepulciano, diffuso in tutto il territorio regionale e nelle regioni limitrofe, che costituisce la
base di vini quali il Rosso Piceno e il Rosso Conero nelle Marche, ma anche del Rosso
Biferno nel Molise. E’ un vitigno caratterizzato da una certa rusticità, resistente ai parassiti
(nonostante abbia una certa sensibilità all’oidio) e la media collina abruzzese ne esalta
senz’altro al meglio le caratteristiche, soprattutto per quanto riguarda il contenuto di
sostanze polifenoliche, in particolare antociani e tannini, responsabili del colore rosso. Il
Montonico è anch’esso un vitigno autoctono e viene coltivato alle pendici del Gran Sasso,
dove l’escursione termica giorno-notte è ragguardevole, soprattutto in estate. Da esso si
produce un vino con caratteristiche uniche, sia nella versione ferma che in quella
spumantizzata con il metodo classico. La Passerina inizialmente coltivata nel Teramano, nei
comuni di Controguerra e limitrofi, fino ad oltre Giulianova, è oggi presente in tutta la
regione. Il Trebbiano d’Abruzzo è noto per la sua grande acidità e viene di solito usato come
taglio per conferire freschezza agli uvaggi. La Cococciola è un vitigno a bacca bianca, con
acino grosso della provincia di Chieti, coltivato in particolare nei comuni di Vacri e
Villamagna. Il Pecorino è tipico della dorsale Piceno-Aprutina, sebbene la sua origine sembri
essere quella dei comuni montani quali Visso, Arquata del Tronto e limitrofi. Il Sangiovese è
immancabile anche in Abruzzo, come in tutte le regini del centro Italia. Tra i vitigni
internazionali a bacca bianca, Chardonnay, Pinot bianco e Pinot grigio e Merlot, Cabernet
franc e Cabernet sauvignon a bacca nera. Approfondisci Le Denominazioni di Origine
dell'Abruzzo Tra le denominazioni di origine dei vini dell’Abruzzo, la più famosa è la
Montepulciano d’Abruzzo delle Colline Teramane DOCG , il cui vino rispetto al
corrispondente Montepulciano d’Abruzzo DOC deve fare un anno di maturazione in legno
prima dell’immissione sul mercato. Dal Montepulciano si ottiene inoltre il rosato Cerasuolo
d’Abruzzo DOC, fruttato, fresco, morbido, di buon corpo e di facile beva, che accompagna
tutti i piatti. Altre DOC della regione sono il Trebbiano d’Abruzzo DOC, il Controguerra DOC
(con le sue diverse tipologie di prodotto che vanno dal passito allo spumante, con vitigni
autoctoni o internazionali, puntando tutto sulla territorialità del prodotto visto che i comuni
interessati sono solo cinque). Recentemente è stata introdotta una ulteriore denominazione,
la Abruzzo DOC, che include tutti i vitigni autoctoni del territorio abruzzese, anche nella
tipologia spumanti e passiti. In Abruzzo vi sono due denominazioni DOCG, la già
menzionata Montepulciano d’Abruzzo delle Colline Teramane DOCG, e la Terre Tollesi o
Tullum DOCG, creata nel 2019 dalla preesistente DOC, 7 denominazioni DOC e 8 IGT. Vi
sono inoltre 6 denominazioni DOP agroalimentari, di cui 4 solamente per l’Olio Extravergine
di Oliva, produzione importantissima che affianca quella dei vini. Da segnalare lo Zafferano
dell’ Aquila DOP e una sola IGP agroalimentare. Approfondisci Le Zone Vinicole
dell'Abruzzo L’Abruzzo, dal punto di vista della vitivinicoltura, può essere diviso in due zone
distinte: Il Teramano Scendendo da nord verso sud, in provincia di Teramo, c’è l’area storica
del Montepulciano, rappresentata dalla DOCG Montepulciano d’Abruzzo delle Colline
Teramane, nei cui vini il Montepulciano può essere accompagnato da un massimo del 10%
in Sangiovese. Il vino deve essere sottoposto ad un periodo minimo di invecchiamento di un
anno, tre anni per la versione riserva. Inclusa nell’area più a nord della denominazione, a
confine con la regione Marche, la zona della DOC Controguerra. Il Montepulciano (min.70%)
è alla base dei vini rossi, rosato, novello e passito. Il bianco, fermo, passito e spumante, ha
invece come base il vitigno Trebbiano (toscano e/o abruzzese), molto diffuso su tutto il
territorio. I vini varietali della denominazione impiegano sia vitigni autoctoni, tra i quali
Pecorino e Passerina, che internazionali, come Cabernet, Merlot e Chardonnay. Le
denominazioni Montepulciano d’Abruzzo DOC e Trebbiano d’Abruzzo DOC abbracciano
quasi tutta la regione, fatta eccezione per le zone interne montuose dei massicci del Gran
Sasso, del Velino e della Majella, che arrivano a sfiorare i 3000 m di altitudine. Le due
denominazioni sono riservate ai vini varietali prodotti a partire dagli omonimi vitigni, anche
nelle tipologie superiore e riserva. Il Montepulciano è anche alla base di uno dei più famosi
vini rosati d’Italia, il Cerasuolo d’Abruzzo DOC, prodotto nella stessa area DOC del
Montepulciano e apprezzato per la sua delicatezza e la sua struttura. Il Pescarese e il
Teatino La provincia di Pescara esprime il suo Montepulciano, anche nella tipologia riserva,
nelle due sottozone della DOC Montepulciano d’Abruzzo, Terre dei Vestini e Casauria. Nelle
stesse zone, nel contesto della DOC Trebbiano d’Abruzzo, anche il Trebbiano raggiunge i
massimi vertici dell’eccellenza, con le tipologie base, superiore e riserva. Terre dei Peligni e
Alto Tirino sono le due sottozone situate in provincia dell’Aquila, con i loro vigneti situati in
aree pedemontane, ai piedi dei più alti massicci dell’Italia centrale. La sottozona Teate
interessa invece la provincia di Chieti, che è anche sede della seconda, molto recente,
DOCG della regione, la Terre Tollesi o Tullum, creata nel 2019 a partire dalla preesistente
DOC. La zona della denominazione circonda Tollo, una piccola città collinare a 5 km dalla
costa adriatica. La denominazione comprende quattro tipologie di vino, due bianchi, basati
sui vitigni autoctoni Passerina e Pecorino, due rossi, la versione base e riserva, entrambi
basati sul Montepulciano, e uno spumante bianco a base di Chardonnay (min.60%). La
provincia di Chieti è la più importante dal punto di vista vitivinicolo, in quanto concentra più
dell’80% della produzione della regione. Oltre alla già menzionata Terre Tollesi o Tullum,
DOCG, ospita anche la DOC Ortona, sulla sponda adriatica, con una tipologia di vino rosso,
dal vitigno Montepulciano, e una di bianco da Trebbiano. Infine, sempre in provincia di
Chieti, troviamo la DOC Villamagna, situata in collina subito a sud del capoluogo, con un
vino rosso a base di Montepulciano, presente anche con la versione riserva. La Cucina
tradizionale dell'Abruzzo Il pane e i prodotti da forno ricoprono un ruolo di rilievo nella
gastronomia regionale dell’Abruzzo, con un vasto assortimento di prodotti quali il pane di
mais, la ricca Pizza di Pasqua, il pane con le patate e la panonta, preparata con un impasto
unto nell’olio di frittura della pancetta. Fra i primi piatti ricordiamo i celebri spaghetti alla
chitarra (noti anche come tonnarelli o maccheroni alla chitarra), pasta all’uovo a sezione
quadrata diffusa anche nel Molise e in Puglia. In Abruzzo gli spaghetti alla chitarra vengono
tradizionalmente accompagnati da ricchi sughi a base di carni miste. Le scrippelle,originarie
dell’area limitrofa a Teramo, sono frittatine sottilissime simili alle crêpes francesi. Possono
essere servite cosparse di pecorino e immerse nel brodo di pollo, farcite con carne e cotte al
forno, o costituire la base di gustosi timballi. Tra i piatti di carne ricordiamo i classici
arrosticini di pecora, semplici dadini di carne ovina disposti su uno spiedino e cotti sulla
brace.La produzione locale di formaggi offre diverse varietà di pecorino, caciotte e
mozzarelle; fra i salumi spiccano invece le diverse tipologie di salsicce di fegato di maiale.
Tra i dolci, accanto alle diverse tipologie di taralli, troviamo i bocconotti, le ferratelle, il pan
ducale, il fiadone e i torroni. I confetti di Sulmona godono di fama mondiale.

Il Vino nella Campania VITIGNI, VINO, ENOGASTRONOMIA il vino in campania La


Campania è una regione di antichissime tradizioni vitivinicole, che in tempi recenti ha saputo
dare vita a vini di altissimo livello sia a partire da vitigni a bacca bianca che a bacca rossa.
Geograficamente la coltivazione della vite in Campania è favorita dalla presenza di una
superficie per oltre il 50% collinare e per oltre il 30% montuosa. La fascia di pianura
rappresenta appena il 15% della superficie della regione. In Campania vi sono più di 25.000
ettari coltivati a vigna e una produzione prevalente di uve a bacca nera. La forma di
allevamento prevalente sta mutando dalla tradizionale pergola alla spalliera e
controspalliera, anche se i metodi di allevamento in una regione così vasta variano a
seconda della zona. Nel Casertano si prediligevano le alberate maritate, mentre l’alberello è
più diffuso nell’Avellinese e nelle zone di alta collina-montagna in generale. I Numeri del
Vino della Campania Superficie vitata della Campania Superficie vitata della Campania:
24.000 ha di cui il 35% in montagna, 51% in collina, 14% in pianura. Produzione di vino della
Campania Produzione di vino della Campania: 1.700.000 hl di cui vini DOP 38% vini IGP
22%, vini rossi e rosati 60%, vini bianchi 40%. Denominazioni per il vino nella Campania
Denominazioni di origine per il vino in Campania: 4 DOCG, 15 DOC, 10 IGT. La Viticoltura
nella Campania La viticoltura in Campania è un settore che vanta una storia millenaria e
profondamente radicata, rappresentando uno degli aspetti più caratteristici e distintivi del
paesaggio agricolo regionale. Questa terra, ricca di storia, cultura e tradizioni, offre una
varietà di vini che riflettono l’unicità dei suoi territori, frutto di un’interazione armoniosa tra
natura e sapienza umana. I sistemi di coltivazione in Campania hanno evoluto nel corso dei
secoli, adattandosi alle caratteristiche del terreno e del clima. Tradizionalmente, la viticoltura
campana si caratterizza per l’uso di sistemi alberati o pergolati, che sfruttano al meglio le
condizioni climatiche favorevoli, garantendo una buona esposizione al sole e una
ventilazione ottimale. Questi sistemi non solo contribuiscono alla qualità dell’uva, ma
rappresentano anche un elemento distintivo del paesaggio agricolo campano. Negli ultimi
decenni, si è assistito a una progressiva modernizzazione delle tecniche di coltivazione, con
l’introduzione di sistemi a spalliera che permettono una maggiore meccanizzazione dei
processi e un miglior controllo sanitario delle viti. Questi cambiamenti riflettono l’evoluzione
del settore verso pratiche sempre più sostenibili e rispettose dell’ambiente. La Campania
occupa una posizione significativa nel panorama vitivinicolo italiano, con una superficie
vitata che si estende su diverse migliaia di ettari, distribuiti principalmente nelle province di
Avellino, Benevento, Caserta, Napoli e Salerno. La regione si distingue per una produzione
variegata, che spazia dai vini bianchi freschi e aromatici ai rossi corposi e strutturati,
passando per spumanti e passiti di alta qualità. Le statistiche più recenti indicano una
produzione annuale di uva che testimonia l’importanza del settore vitivinicolo per l’economia
regionale. La produzione di uva in Campania è caratterizzata da un equilibrio tra quantità e
qualità, con un’attenzione crescente verso pratiche di viticoltura sostenibile e biologica. La
Storia della Viticoltura della Campania La storia della viticoltura in Campania è un viaggio
attraverso secoli di dedizione, innovazione e passione per il vino. Dall’epoca romana,
quando i suoi vini erano celebrati in tutto l’Impero, fino ai giorni nostri, con la riscoperta e
valorizzazione dei vitigni autoctoni, la Campania ha sempre avuto un ruolo di primo piano
nella storia del vino italiano. La tradizione vitivinicola campana, con la sua ricca varietà di
vitigni e la sua capacità di rinnovarsi mantenendo saldo il legame con il passato, continua a
essere una fonte di ispirazione e di orgoglio per l’Italia e per il mondo enologico
internazionale. La storia della viticoltura in Campania ha origini molto antiche, precedenti
all’epoca Romana ed iniziò presumibilmente con l’arrivo degli antichi Greci. Furono infatti
proprio i Greci a introdurre i semi della vitis vinifera in Campania: le principali uve autoctone
della regione, come Aglianico, Greco, Fiano, Falanghina, Biancolella e Piedirosso sono
infatti di origine greca. Il nome “Aglianico” sembra derivi dal termine Ellenico, cioè “dalla
Grecia”. Il contributo dei Greci fu fondamentale per il successo dei vini della Campania che
si registrò in epoca romana. Durante l’Impero Romano la vitivinicoltura Campana conobbe
un fiorente sviluppo ed i suoi vini vennero esportati anche fuori dalla penisola Italica. Molti
dei celebri vini dell’epoca, come il Caleno, il Faustiniano e in particolare il Falerno, erano
prodotti in Campania. Pompei divenne il principale centro commerciale vinicolo della
Campania. Dai porti di Pozzuoli e di Sinuessa partivano infatti decine di migliaia di ettolitri
che raggiungevano così i paesi del Mediterraneo e la Gallia. Con la fine dell’impero romano
iniziò il declino della viticoltura Campana, fino a giungere al Medioevo, quando si registrò
uno dei periodi più cupi per la vite e per il vino in questa regione. Anche nel periodo
Medioevale, comunque, alcuni dei vini Campani conobbero un discreto successo. Giaà nel
1300 la spiccata acidità dell’Asprinio fece le sue potenzialità nella produzione di vini
spumanti e nel 1700 molti commercianti arrivavano fino ad Aversa per acquistare le uve da
usare per produrre vini con le bollicine. La fine di questo secolo segnò un nuovo declino
dell’enologia Campana. L’oidio e la fillossera arrivarono in Campania molto più tardi che
altrove, ma la viticoltura subì comunque danni ingentissimi. La strada della qualità venne
imboccata solo a partire dagli anni 1980. Recentemente i vini Campani stanno registrando
incredibili successi e notevole interesse da parte dei consumatori, sia per i vini i bianchi che
per i rossi. Greco di Tufo, Fiano di Avellino, Falanghina, per i bianchi, Taurasi e le diverse
espressioni dell’imponente Aglianico per i rossi, sono solamente alcuni esempi che oggi
fanno della Campania una delle regioni più interessanti d’Italia dal punto di vista enologico. Il
vino in campania Viticoltura eroica in Costiera Amalfitana Image: Depositphotos.com I Vitigni
della Campania La Campania è particolarmente ricca in vitigni, in particolare in vitigni
autoctoni, recentemente riscoperti e valorizzati come meritano e da cui provengono i vini più
interessanti della Campania. Fra i vitigni a bacca bianca autoctoni della Campania si
ricordano l’Asprinio, la Falanghina, il Fiano, il Greco, la Coda di Volpe, il Pallagrello bianco, il
Biancolella e la Forastera. Tra i vitigni autoctoni a bacca nera, l’Aglianico, al quale si
uniscono il Piedirosso (detto Per’e Palummo, ossia Piede di Colombo), lo Sciascinoso, il
Pallagrello nero e il Casavecchia. Quest’ultimo vitigno, dimenticato per anni e recentemente
riscoperto con ottimi risultati, è un’uva dalle eccellenti qualità capace di produrre vini rossi di
estrema eleganza e riccamente colorati, avendo un contenuto in antociani superiore a quello
dell’Aglianico. La Barbera e il Sangiovese sono i vitigni più coltivati tra quelli non originari
della regione. Approfondisci Le Denominazioni di Origine della Campania Tra le
Denominazioni di Origine del vino in Campania, per molti anni l’imponente Taurasi DOCG
era l’unico vino ad essere insignito della DOCG. Dal 2003 gli si è affiancato il Greco di Tufo
DOCG e il Fiano di Avellino DOCG. Nella regione si producono anche interessanti vini IGT,
prodotti sia con uve autoctone, che internazionali. Attualmente in Campania vi sono 4
DOCG, 2 per vini banchi e 2 per vini rossi e 15 DOC, affiancate da 10 IGT testimoniano la
vocazione enoica della regione, con magnifici vigneti ai piedi del Vesuvio, nelle isole di
Ischia (Ischia DOC) e Capri (Capri DOC), nella Penisola Sorrentina, (Penisola Sorrentina
DOC),in provincia di Caserta (Falerno del Massico DOC), di Benevento (Aglianico del
Taburno o Taburno DOCG, Colli del Sannio (Falanghina del Sannio DOC e Sannio DOC) e
Valle Caudina. 18 tra DOP e IGP, tra cui 4 solamente per l’Olio Extravergine di Oliva
completano il quadro per i prodotti agroalimentari, tra cui citiamo la Mozzarella di Bufala
Campana DOP, il Pomodoro di San Marzano DOP e il Limone di Costa d’Amalfi IGP.
Approfondisci Le Zone Vinicole della Campania La maggiore concentrazione di vigneti in
Campania si registra nella provincia di Avellino, dalla quale provengono Taurasi, Greco di
Tufo e Fiano di Avellino e di Benevento, con la Sannio DOC e la Taburno DOC. Taurasi e
Aglianico La zona di elezione dell’Aglianico rimane l’Irpinia, in provincia di Avellino, dove si
produce il vino che rappresenta la sua massima espressione: il Taurasi DOCG. Conosciuto
anche come il “Barolo del Sud“, il Taurasi è un vino molto ricco, concentrato e complesso,
elegante e sorprendente. Con l’Aglianico si producono anche gli interessanti vini rossi della
Taburno DOC, in provincia di Benevento. L’Aglianico è protagonista dei rossi dell’area della
Sannio DOC, sempre in provincia di Benevento. L’Aglianico è inoltre l’uva principale nella
produzione dei vini rossi della Falerno del Massico DOC, in provincia di Caserta. Greco di
Tufo e Fiano di Avellino La maggiore concentrazione di vigneti si registra nella provincia di
Avellino, dalla quale provengono vini come il Taurasi, il Greco di Tufo e il Fiano di Avellino. Il
vitigno Fiano si coltiva in Campania da più di 2000 anni. Il suo nome originale era Vitis
apiana (“vite delle api”), perché gli insetti venivano attirati dalla dolcezza delle suo uve.
L’origine del nome del vitigno Greco è più scontata, e si riferisce alle sue origini greche. Altre
Zone di Produzione Sempre in provincia di Caserta vi è Aversa, patria del celebre Asprinio,
vino bianco secco o spumante sapido, prodotto dall’omonimo vitigno. Sempre in quest’area
si coltiva anche la Falanghina, sulla quale si basano i vini bianchi delle DOC Falerno del
Massico e Galluccio. L’area del Vesuvio si distingue invece per i vini bianchi, rossi e rosati
Lacryma Christi, con i bianchi che si ottengono da Verdeca, Greco e Falanghina. Di
particolare interesse è l’Isola d’Ischia con i suoi vini bianchi da uve Forastera e Biancolella e
i rossi da Piedirosso. Lo Sciascinoso, chiamato localmente Olivella, per via dei suoi acini a
forma di oliva, è a caratteristico della Penisola Sorrentina e viene utilizzato negli uvaggi per
dare una nota di colore e acidità al vino. Sulla Costiera Amalfitana, nelle sottozone Ravello e
Furore, si producono vini profumati e con note di fiori d’arancio, con uvaggi che includono i
vitigni autoctoni Fenile, Ripolo, Pepella e Ginestra. La Cucina tradizionale della Campania
La cucina regionale della Campania può contare su una varietà di prodotti tipici, come la
Mozzarella e la Ricotta di bufala campana, i Pomodori di San Marzano, il Limone della Costa
d’Amalfi, le Noci di Sorrento e il Limoncello. Fondamentale la Pizza, dal bordo soffice e
gonfio, ma come street food si trovano anche la pizza a portafoglio e la pizza fritta, oltre al
Crocchè di patate, e alle Zeppole, piccole frittate con pasta. La pasta è un simbolo della
Campania, di cui quella di Gragnano è un vanto per la regione. Famosi gli Spaghetti alle
Vongole e i Maccheroni col Ragù, gli Gnocchi alla Sorrentina, con sugo al pomodoro e
mozzarella e gli Ziti alla Genovese, con sugo di carne, cipolla ed aromi. Il Sartù di riso è un
timballo con carne macinata, piselli, formaggi, uova, salame e passata di pomodori. Tra le
zuppe e minestre la Zuppa di soffritto, la Pasta e patate, la Minestra di pasta e fagioli con le
cozze e la Minestra maritata, con vari tipi di carne e di verdura. Tra i secondi piatti a base di
carne ricordiamo Coniglio all’Ischitana, le Salsicce con i friarielli e il maiale o vitello cotto nel
sugo alla pizzaiola. Tra i piatti di pesce, il baccalà al sugo, in umido, con le patate o fritto, le
alici o acciughe, marinate, impanate e fritte, ripiene o cotte al forno e il Polpo alla Luciana,
con pomodoro, aglio, prezzemolo e peperoncino. L’anguilla, o Capitone, viene consumata
durante il periodo natalizio, tagliata a tocchetti e fritta. Caratteristica l’Impepata di cozze,
accompagnata da fette di pane tostato. La frittura mista, di pesce e crostacei, può essere
servita come antipasto. Tra i dolci, troviamo il famoso Babà e la Torta Caprese, con
mandorle, cioccolato, uova e zucchero. Le Delizie al limone di Sorrento, sono delle tortine
con un ripieno di crema al limone e un guscio di glassa alla panna, la Graffa, invece, è una
ciambella fritta e cosparsa di zucchero semolato. La famosissima Pastiera è una torta di
pasta frolla farcita con un impasto a base di ricotta, zucchero, uova e grano bollito nel latte,
ricoperto con listarelle della stessa pasta frolla intrecciate a croce di sant’Andrea.
Il Vino nella Puglia VITIGNI, VINO, ENOGASTRONOMIA il vino in puglia La produzione di
vino della Puglia è tra le più importanti in Italia in termini quantitativi. Per anni il vino della
Puglia prendeva la via del nord, destinato ad altre regioni e ad altre zone dell’Europa, dove
veniva utilizzato come vino “da taglio” per rinforzare i vini locali, conferendo colore, struttura
e alcol. Da alcuni anni però la situazione sta cambiando e i produttori della Puglia hanno
iniziato a produrre vino di qualità, nella consapevolezza dell’enorme potenziale vinicolo della
regione. Negro Amaro, Primitivo e Uva di Troia sono uve che negli ultimi anni hanno
guadagnato la ribalta internazionale, segnando la ripresa dei vini della Puglia. La Puglia
nella sua interezza è poi una delle aree di riferimento in Italia per la produzione di vini rosati,
ideali sia per l’abbinamento con i piatti della cucina locale, che per il clima caldo che
caratterizza l’area per quasi tutto l’anno. Nel Salento sono basati sul Negro Amaro, nell’Alta
Murgia, a Castel del Monte, sul Bombino nero, mentre nel Barese sull’Uva di Troia e sul
Montepulciano. I Numeri del Vino della Puglia Superficie vitata della Puglia Superficie vitata
della Puglia: 87.000 ha di cui l'1% in montagna, il 30% in collina, il 69% in pianura.
Produzione di vino della Puglia Produzione di vino della Puglia: 4.900.000 hl di cui vini DOP
79% vini IGP 9%, vini rossi e rosati 65%, vini bianchi 35%. Denominazioni per il vino nella
Puglia Denominazioni di origine per il vino in Puglia: 4 DOCG, 28 DOC, 6 IGT. i numeri del
vino in puglia La Viticoltura nella Puglia La Puglia ha un territorio circa per metà collinare e
metà pianeggiante. Partendo da nord, la prima zona vinicola che incontriamo è il Gargano,
un promontorio formato da calcare e rocce eruttive con superfici a volte anche ripide
ricoperte dalla macchia mediterranea. A seguire il Tavoliere, sempre in provincia di Foggia;
le Murge, area molto estesa che copre le province di Barletta-Andria-Trani, Bari e Brindisi e
infine il Salento con la provincia di Lecce e parte di quelle di Brindisi e Taranto. La
formidabile superficie vitata della Puglia si è dimezzata dagli anni del boom della produzione
arrivando a circa 95.000 ettari nel 2010, dei quali la vasta maggioranza si trova in pianura.
La produzione di vino annuale supera gli 8 milioni di ettolitri (2015). Infatti attualmente la
regione sta vivendo un periodo di notevole sviluppo nel settore vitivinicolo, soprattutto
perché dopo anni di produzione di vino basata sulle alte rese per ettaro di vini soprattutto da
taglio, grazie alla loro colorazione e consistenza, si sta ora cercando di valorizzare il
territorio raggiungendo dei livelli qualitativi di tutto rispetto per alcuni vini soprattutto a base
di vitigni autoctoni. Soprattutto nella zona tra Brindisi e Taranto, la forma di allevamento più
diffusa è l’Alberello, che però sta venendo sempre più sostituito dalle forme di allevamento a
Spalliera. La Storia della Viticoltura della Puglia La vite era probabilmente presente in Puglia
prima dei tempi della colonizzazione greca, già nel VIII secolo a.C. Alcune delle varietà oggi
considerate autoctone di questa regione come il Negro Amaro e l’Uva di Troia vi sono state
introdotte proprio dai Greci. Greco è anche il sistema di coltivazione della vite ad “alberello”,
il metodo più diffuso in Puglia. Nella sua monumentale opera Naturalis Historia, Plinio il
Vecchio ricorda che in Puglia erano presenti le Malvasie Nere di Brindisi e Lecce, il
Negroamaro e l’Uva di Troia. Plinio il Vecchio definì Manduria come viticulosa, cioè “piena di
vigne”. Con la costruzione del porto di Brindisi nel 244 a.C. il commercio del vino pugliese
conobbe un periodo piuttosto fiorente e a Taranto, con lo scopo di facilitare la spedizione e
l’imbarco, si conservano enormi quantità di vino in apposite cantine scavate nella roccia
lungo la costa. Dopo la caduta dell’impero romano, la viticoltura e la produzione di vino in
Puglia subirono un periodo di crisi e fu solo grazie ai monaci, che le due attività continuarono
a prosperare in Puglia. L’importanza dello sviluppo della viticoltura e della produzione del
vino fu ben compresa anche da Federico II che fece piantare migliaia di viti nella zona di
Castel del Monte, importando le piante dalla vicina Campania. Durante il Rinascimento i vini
della Puglia cominciarono a diffondersi nelle altre zone d’Italia e in Francia. Nei periodi
successivi la Puglia si farà sempre notare per le enormi quantità di vino prodotte, piuttosto
che per la loro qualità. Quando la fillossera fece la sua comparsa nei vigneti del nord Italia e
in Europa, le enormi produzioni di vino della Puglia fecero sentire meno gli effetti di questo
flagello, arrivando perfino in Francia, dove la produzione non era sufficiente a soddisfare le
richieste locali. Il ritardo nell’arrivo della fillossera fece giungere in Puglia imprenditori
francesi che qui iniziarono a produrre vino da esportare in Francia, Germania e Austria. Ma
alla fine la fillossera arrivò anche qui, segnando il crollo di quella che sembrava un fiorente
ripresa. Negli anni seguenti videro una produzione massiva senza nessun criterio di qualità,
prevalentemente concentrata sui vini da taglio, destinati a dare corpo e colore alle
produzioni di altre zone d’Italia e d’Europa. Bisognerà attendere gli anni 1990 perchè si
registri in Puglia una nuova consapevolezza delle potenzialità enologiche della regione da
parte di produttori locali e anche di cantine provenienti da altre regioni d’Italia. Il vino in
puglia Vigneti ad Alberobello Image: Depositphotos.com I Vitigni della Puglia In Puglia si
coltivano decisamente più vitigni a bacca nera che a bacca bianca. I vitigni a bacca nera più
diffusi in Puglia sono il Negro Amaro, il Primitivo, l’Uva di Troia, la Malvasia Nera (di Lecce e
di Brindisi), il Montepulciano, il Sangiovese, l’Aglianico, l’Aleatico, il Bombino Nero, il
Susumaniello e l’Ottavianello, nome con il quale nella regione si chiama il Cinsaut. Non
mancano le uve internazionali, prima di tutte il Merlot e il Cabernet Sauvignon. Nonostante
questa ricchezza in vitigni, la Puglia è principalmente famosa per i vini derivanti dalle uve di
Negro Amaro, Primitivo e Uva di Troia, ciascuna nelle proprie zone di elezione, vale a dire il
Negro Amaro al sud, nel Salento, mentre la zona centrale è la terra del Primitivo e l’Uva di
Troia è la varietà più diffusa nella parte settentrionale. I vini bianchi, sono prodotti soprattutto
da vitigni autoctoni, quali il Bombino Bianco, la Malvasia Bianca, la Verdeca e il Bianco
d’Alessano e il Pampanuto. Significativi sono anche il Fiano, il Moscato Bianco e lo
Chardonnay, che nonostante sia un’uva che non ha legami “storici” con la Puglia è una di
quelle a bacca bianca più coltivate e diffuse della regione. Approfondisci Le Denominazioni
di Origine della Puglia Le Denominazioni di Origine per i vini in Puglia, partendo dalla
provincia di Foggia, nella zona nota come Daunia, troviamo i vini delle San Severo DOC e
Cerignola DOC. In quest’area i vitigni più diffusi sono il Bombino Bianco e il Bombino Nero, il
Sangiovese e il Montepulciano, il Trebbiano Toscano e l’Uva di Troia (a bacca nera). Attorno
a Bari, troviamo la zona di Castel del Monte,con i vini delle tre DOCG Castel del Monte
Bombino Nero DOCG, Castel del Monte Nero di Troia Riserva DOCG e Castel del Monte
Rosso Riserva DOCG. In questa zona sono presenti anche l’Aglianico ed i più diffusi vitigni
internazionali. Scendendo ancora troviamo sempre vicino a Bari, la Gravina DOC, la
Martinafranca DOC e la Locorotondo DOC. In questa zona si producono anche vini bianchi
di spessore, con i vitigni Verdeca (Gravina), Bianco d’Alessano (Martinafranca) e Malvasia
Bianca Lunga (Locorotondo). Più giù, nella penisola Salentina, oltre al vitigno principale
Negro Amaro e al Primitivo, troviamo la Malvasia Nera di Brindisi. Questi vitigni
caratterizzano i vini delle DOC locali, tra cui ricordiamo il Primitivo di Manduria DOC e i vini
della Salice Salentino DOC. Nella regione ci sono dunque 4 DOCG, 3 derivanti dalla
preesistente DOC Castel del Monte, alle quali si aggiunge la Primitivo di Manduria Dolce
Naturale DOCG. Inoltre si contano 28 DOC e 6 IGT. Delle 8 DOP agroalimentari, ben 6 sono
dedicate all’Olio Extravergine di Oliva, una al formaggio Canestrato Pugliese DOP e l’altra al
famoso Pane di Altamura DOP. Le quattro IGP sono tutte attribuite a prodotti ortofrutticoli.
Approfondisci Le Zone Vinicole della Puglia In Puglia il vino è prodotto praticamente
ovunque, rappresentando non solo una risorsa economica ma anche un legame con la
tradizione e alla cultura di questi luoghi. La produzione vinicola della Puglia è favorita anche
dal clima e dalla quantità di sole che la terra riceve nel corso dell’anno. L’alberello è il
sistema colturale più diffuso in Puglia poiché consente alla vite di sfruttare al massimo le
risorse del suolo, migliorando la qualità dell’uva e quindi del vino. Il nord e il Tavoliere A nord
di Bari, nella provincia di Foggia e nel Tavoliere si coltiva il Montepulciano e il Sangiovese
come vitigni a bacca nera, il Bombino bianco e il Trebbiano toscano a bacca bianca. Vicino a
Barletta, nell’area di Castel del Monte, l’Uva di Troia e il Bombino nero danno vini rossi di
grande struttura, appartenenti alle tre DOCG Castel del Monte Bombino Nero DOCG, Castel
del Monte Nero di Troia Riserva DOCG e Castel del Monte Rosso Riserva DOCG.. Il
Moscato di Trani DOC nelle versioni dolce naturale e passito è basato sul vitigno Moscato
bianco. Salice Salentino L’area vinicola di Salice Salentino prende il nome dall’omonima
località in provincia di Lecce. La produzione enologica riguarda qui prevalentemente vini
rossi e rosati. Il Salento è una delle aree vinicole italiane più importanti per la produzione di
vini rosati. Proprio in quest’area fu imbottigliato, nel 1943, il primo vino rosato d’Italia, il
celebre Five Roses di Leone de Castris. I vini rossi e rosati appartenenti alla DOC Salice
Salentino sono prodotti con il vitigno Negro Amaro e la Malvasia Nera. Il Salice Salentino
Bianco, che viene prodotto prevalentemente con uve Chardonnay e il Salice Salentino Pinot
Bianco. Altro vino interessante è il Salice Salentino Aleatico, prodotto negli stili passito e
liquoroso, nei quali possono essere presenti piccole parti di Negro Amaro, Malvasia Nera e
Primitivo. Primitivo di Manduria Il Primitivo è l’uva rossa più diffusa della parte centrale della
Puglia e con essa si produce il Primitivo di Manduria, una delle DOC più importanti della
regione. Nonostante oggi il Primitivo sia considerato fra le uve autoctone della Puglia,
questa varietà sembra essere geneticamente simile al Plavac Mali della Dalmazia e la
ritroviamo in California con il nome di Zinfandel. Il Primitivo deve probabilmente il suo nome
al fatto che tende a maturare in anticipo rispetto alle altre varietà. Il Primitivo di Manduria si
produce con uve Primitivo in purezza maturato in botte o in barrique. Il Primitivo di Manduria
si produce anche nelle versioni dolce naturale e liquoroso, quest’ultimo negli stili dolce e
secco. Altre Zone di Produzione Nella parte settentrionale della regione si incontra
prevalentemente il vitigno Uva di Troia, detta anche Nero di Troia, la varietà principale della
DOC Cacc’e Mmitte di Lucera. L’Uva di Troia viene utilizzata in purezza per la produzione di
vini rossi. In Puglia si producono anche vini bianchi come il Locorotondo e il Martina Franca
DOC, entrambi prodotti prevalentemente con i vitigni Verdeca e Bianco d’Alessano. Fra le
aree DOC della Puglia si ricordano quelle di Alezio, Brindisi, Castel del Monte, Copertino,
Gioia del Colle, Gravina, Ostuni, San Severo e Squinzano. Di particolare interesse, infine,
sono i vini appartenenti alla denominazione Salento IGT, in particolare quelli prodotti con
Negroamaro e Primitivo. La Cucina tradizionale della Puglia La cucina Pugliese si distingue
per l’importanza data alla qualità dei prodotti di base. Fondamentali le verdure, come la cima
di rapa, il cavolo verde, i peperoni, le melanzane, i carciofi, i legumi e tutti i prodotti del mare.
Anche se vi sono dei piatti regionali, le ricette variano generalmente a seconda della zona,
se costiera o pianeggiante o collinare nell’entroterra. In primavera e in estate viene data
preferenza alle verdure e al pesce, mentre nelle altre predominano i legumi, la pasta fatta in
casa condita con vari sughi, da sola o combinata alle verdure o al pesce. Tra i primi piatti, il
più tipici sono le Orecchiette, famose quelle al ragù di brasciole (involtini di carne di cavallo)
e con le cime di rapa, a seguire i Cavatelli con le cozze o il Riso al forno alla barese
chiamato pure Riso, patate e cozze. Fra i secondi piatti pugliesi prevalgono ortaggi, legumi e
le carni ovine e suine, spesso alla brace. Il pescato è straordinario, grazie al lungo versante
adriatico. Ricordiamo tra gli altri l’Agnello con lampascioni (cipolle selvatiche), le Bombette di
vitello, le Cozze ripiene al sugo, la Frittata di borragine e le Olive fritte con burrata. I Frutti di
mare, rigorosamente crudi, tra i quali famosi sono i ricci, sono un must nel Barese. In tutti i
piatti trova il suo spazio l’Olio extravergine di Oliva, di cui la Puglia è tra le prime regioni
italiane per produzione. Moltissimi i formaggi, tra i quali il Cacioricotta salentino, la Burrata
ed il Canestrato, oltre al Caciocavallo, comune in molte regioni del sud. Per quanto riguarda
i dolci, ricordiamo le Cartellate, frittelle natalizie di pasta sfoglia accartocciata. Poi vi sono i
Sassanelli, biscotti con vincotto, arancia, cacao e cannella, il Pasticciotto, una frolla ricoperta
di crema pasticcera e cotta in forno e la Scarcella, dolce pasquale, a forma di ruota e
ricoperto di glassa.

Il Vino nella Basilicata VITIGNI, VINO, ENOGASTRONOMIA i vini in basilicata La Basilicata


è una regione montana e collinare, con molte zone adatte alla viticoltura e alla produzione di
vino, ma con solo l’8% di territorio pianeggiante. A sud dell’area vulcanica del Vulture inizia
la zona Appenninica, mentre ad ovest si erge la catena montuosa della Maddalena, che
interessa solo marginalmente il territorio della Basilicata, separata dal complesso montuoso
del Vulture dalla Valle del Melandro e dall’Alta Valle dell’Agri. Tutto il versante orientale è
collinare ed è soggetto a continue modificazioni, dovute a fenomeni erosivi dei terreni
argillosi, tanto da dar luogo, in Bassa Val d’Agri e nel Materano, a profondi solchi nel terreno
lungo i fianchi delle colline (calanchi), privi o quasi di vegetazione. Le aree pianeggianti si
trovano soprattutto nella pianura Metapontina, che si affaccia sul Mar Ionio e che ha trovato
origine dall’accumulo di materiale eroso trasportato a valle dai fiumi, di cui la regione è molto
ricca. Alcuni di questi nascono in Basilicata e scorrono totalmente nel territorio della regione,
come l’Agri, il Basento, il Bradano, il Cavone, il Sinni, sfociando nel Mar Jonio, altri, invece,
come il Noce, l’Ofanto ed alcuni affluenti del Sele, attraversano solo in parte la regione, per
sfociare poi nel Tirreno o nell’Adriatico. Il clima della Basilicata è da mite a continentale
passando dalle zone costiere alle zone montane dell’interno. Le precipitazioni sono molto
più abbondanti nelle zone montuose mentre passando nelle zone collinari e costiere esse
sono meno diffuse. In particolare la zona delle Murge si hanno periodo siccitosi e molto
caldi. La zona del Metapontino alterna invece stagioni invernali miti e piovose a estati calde,
secche e abbastanza ventilate, ideali alla produzione di uve a bacca bianca tra cui il Greco e
la Malvasia, che danno vini di media struttura ma dotati di un grande consistenza aromatica.
L’area collinare che propende verso il Materano è caratterizzato da zone argillose e
sabbiose con sedimenti marini. Qui si coltivano i vitigni Greco e Primitivo, che danno vini
strutturati e di grande complessità olfattiva. Il fondovalle di origine alluvionale e marina e i
suoi terreni fertili e profondi sono ideali per la coltivazione del Merlot, Cabernet sauvignon e
del Sangiovese. La zona del Vulture, nella parte nord-orientale della regione, è
particolarmente votata per la coltivazione dell’Aglianico del Vulture. I terreni viticoli, in
prossimità del vulcano spento, sono ricchi di potassio, che conferisce ai vini freschezza,
sapidità e mineralità. Durante le estati, solitamente siccitose, la porosità del tufo assicura
alle viti un adeguato apporto di umidità, grazie all’acqua accumulata nei mesi invernali.
L’area collinare di Matera, più interna, si presenta con caratteri mediterranei più attenuati
grazie alle altitudini fino a 300 m. Le estati sono comunque calde, secche e caratterizzate da
forti escursioni termiche, che favoriscono la coltivazione dei vitigni Primitivo e Sangiovese. I
Numeri del Vino della Basilicata Superficie vitata della Basilicata Superficie vitata della
Basilicata : 2.000 ha di cui il 47% in montagna, 45% in collina, 8% in pianura. Produzione di
vino della Basilicata Produzione di vino della Basilicata: 85.000 hl di cui vini DOP 31% vini
IGP 31%, vini rossi e rosati 82%, vini bianchi 18%. Denominazioni per il vino nella Basilicata
Denominazioni di origine per il vino in Basilicata: 1 DOCG, 4 DOC, 1 IGT. i numeri del vino in
basilicata La Viticoltura nella Basilicata I rilievi della Basilicata degradano in colline che sono
particolarmente vocate alla coltivazione della vite, soprattutto ai piedi del Vulture. Anche in
Val d’Agri, le particolari condizioni pedoclimatiche e la altitudine particolarmente elevata di
coltivazione (superiore anche ai 500m) creano delle condizioni di escursione termica
giorno-notte ed estate-inverno che permettono di ottenere vini dai risultati sorprendenti. Il
clima è influenzato dall’orografia del territorio, essendo più freddo e piovoso nelle parti
montane, con caratteristiche continentali, e più mite verso il mare. I sistemi di allevamento
delle viti sono prevalentemente a Guyot e a Cordone speronato, anche se la storica
coltivazione ad Alberello viene tuttora praticata in zone particolarmente impervie e difficili da
lavorare. La superficie viticola totale della Basilicata è di circa 2.000 ettari, dei quali il 47% si
trova in territorio montuoso, il 45% in collina e solamente l’8% in pianura. La Storia della
Viticoltura della Basilicata La viticoltura in Basilicata ha origini antiche, risalenti all’epoca dei
coloni greci. Intorno al VIII secolo a.C., i Greci si insediarono lungo le coste della regione,
portando con sé le loro tecniche avanzate di coltivazione della vite. Questi coloni
introdussero varietà di vite autoctone, alcune delle quali sono ancora coltivate oggi. Durante
il periodo romano, la viticoltura continuò a fiorire, come testimoniato da numerosi scritti
dell’epoca che lodano i vini della regione. Nel Medioevo, con la caduta dell’Impero Romano
e le successive invasioni barbariche, la viticoltura subì un declino temporaneo. Tuttavia, a
partire dal X secolo, sotto il dominio dei monasteri e delle chiese, la coltivazione della vite in
Basilicata conobbe una nuova fioritura. I monaci, con le loro conoscenze e tecniche agricole,
contribuirono significativamente a migliorare la qualità dei vini. Durante il Rinascimento, la
Basilicata, come il resto d’Italia, vide un ulteriore sviluppo della viticoltura. Le famiglie
aristocratiche e i grandi proprietari terrieri iniziarono a investire nella produzione di vino,
portando miglioramenti nella coltivazione e nella vinificazione. Con l’avvento dell’Unità
d’Italia nel 1861, il settore vitivinicolo della Basilicata iniziò a integrarsi con il mercato
nazionale. Tuttavia, il settore dovette affrontare diverse sfide, tra cui la fillossera, un
parassita che devastò molti vigneti in tutta Europa verso la fine del XIX secolo. Questo
evento portò alla ristrutturazione dei vigneti e all’introduzione di nuove tecniche di
coltivazione. Il XX secolo segnò un periodo di alti e bassi per la viticoltura in Basilicata. La
Prima e la Seconda Guerra Mondiale ebbero un impatto negativo, ma il periodo post-bellico
vide un graduale recupero. Dagli anni ’60 in poi, ci fu un crescente interesse verso la qualità
piuttosto che la quantità, con un focus sulla produzione di vini DOC e IGT. Oggi, la Basilicata
è rinomata per i suoi vini di qualità, con l’”Aglianico del Vulture” che si distingue come uno
dei vini rossi più pregiati della regione. I produttori moderni combinano metodi tradizionali
con tecniche innovative per creare vini che rispecchiano il terroir unico della regione. La
viticoltura è diventata un importante motore economico e culturale, contribuendo a
promuovere la Basilicata sia a livello nazionale che internazionale. Il vino in basilicata
Vigneti ai piedi del Monte Vulture I Vitigni della Basilicata In Basilicata vengono coltivati
soprattutto vitigni a bacca nera, che rappresentano quasi il 90% dei soli 2.000 ettari vitati di
questa piccola regione. L’Aglianico del Vulture è il principale dei vitigni della Basilicata, con
oltre il 40% della superficie vitata e rappresenta da solo il 90% della produzione di vini DOP
e IGP. Nella Val d’Agri (Terre dell’Alta Val d’Agri DOC) e nella zona di Roccanova (Grottino di
Roccanova DOC) si coltivano anche i vitigni internazionali Merlot e Cabernet Sauvignon,
Sangiovese e Montepulciano. Nella zona di Matera il Primitivo rappresenta il vitigno
principale, affiancato anche qui dal Merlot e Cabernet Sauvignon. Altri vitigni a bacca nera
presenti in regione sono l’Aleatico, il Bombino Nero. I vitigni a bacca bianca, anche se meno
diffusi, comprendono la Malvasia Bianca, la Verdeca, il Bombino Bianco e lo Chardonnay.
Approfondisci Le Denominazioni di Origine della Basilicata Le Denominazioni di Origine
della Basilicata includono la Aglianico del Vulture superiore DOCG, sulla base del vitigno
Aglianico del Vulture. Nella Val d’Agri vi è la Terre dell’Alta Val d’Agri DOC e nella zona di
Roccanova la Grottino di Roccanova DOC, nelle quali si coltivano Merlot e Cabernet
Sauvignon, Sangiovese e Montepulciano. Nella zona di Matera (Matera DOC) il Primitivo
rappresenta il vitigno principale, affiancato anche qui da Merlot e Cabernet Sauvignon. Le
DOC regionali del vino sono quindi 4, una sola l’IGT. 8 denominazioni agroalimentari, tra
DOP e IGP, tra cui ricordiamo i famoso Pane di Matera IGP. Approfondisci Le Zone Vinicole
della Basilicata Le uve coltivate e i differenti sistemi di allevamento della vite permettono di
identificare tre aree vitivinicole in Basilicata: il Vulture, con alcune ramificazioni nell’Alto
Bradano, la Val d’Agri e la zona di Matera, con i pendii collinari che degradano verso il Mar
Ionio. L’Aglianico del Vulture Superiore DOCG si produce in vigneti impiantati con circa 7000
ceppi/ettaro e rese inferiori a 5-6 t/ettaro. Il colore è rosso rubino impenetrabile, il profumo è
elegante con sentori di frutta rossa matura e marasca, ciliegia sotto spirito e liquirizia, chiodi
di garofano, pepe nero e note tostate dopo il passaggio in barrique, anche se i produttori più
legati alla tradizione utilizzano ancora le botti grandi. L’importante carica acido-tannica rende
questo vino molto longevo ed è perfetto in abbinamento con un Filetto di podolica al pepe.
La Val d’Agri è un’area che si trova nel cuore della regione, in provincia di Potenza. E’ un
territorio molto interessante nel quale si trovano due delle quattro DOC della Basilicata. I
vigneti sono impiantati in terreni ricchi di sabbia e argilla a 600-700 metri e da agosto fino a
metà ottobre riescono a sfruttare le fortissime escursioni termiche. I vini della Val d’Agri
(Terre dell’Alta Val d’Agri DOC) e della zona di Roccanova (Grottino di Roccanova DOC),
rossi a base di uve Merlot e Cabernet Sauvignon, Sangiovese e Montepulciano, danno vini
ricchi di struttura, con sentori di frutti a bacca rossa, spezie e liquirizia. La Cucina
tradizionale della Basilicata La cucina regionale della Basilicata ha radici profonde nelle
tradizioni e nella cultura contadina. Queste origini legate al territorio ritrovano nei formaggi
Pecorino di Filano DOP e Canestrato di Moliterno IGP, oltre che nel Caciocavallo podolico,
perfetto con un bicchiere di Aglianico del Vulture Superiore DOCG. Altrettanto interessanti
sono la Luganiga (salsiccia stagionata tradizionale), gli stufati e le Tortiere al forno a base di
agnello e patate, da degustare con un rosso Grottino di Roccanova DOC. Famose le paste
fatte in casa a base di grano duro, come gli Strascinati o i Maccheroni, lavorati con il ferretto,
con ragù di carne e Cacioricotta, o i Cavatelli con i Fagioli di Sarconi IGP da provare con un
Merlot della Val d’Agri DOC. Infine, il Pane di Matera IGP, prodotto con semola di grano duro
della varietà Cappelli, con la sua tipica forma a cornetto. Tipica delle aree interne della
regione è l’unica eccellenza gastronomica che profuma di mare, il Baccalà con i peperoni
cruschi, Peperoni di Senise IGP essiccati e fritti nell’Olio extravergine di oliva del Vulture
DOP che li rende croccanti e aromatici. Questo piatto è spesso abbinato con una Malvasia
Bianca o un Greco della costa ionica. Tra i dolci, i Biscotti con mandorle e noci e le Frittelle
dolci con la cannella, da provare con uno spumante Moscato Dolce della zona del Vulture

Il Vino nella Calabria VITIGNI, VINO, ENOGASTRONOMIA il vino in calabria La Calabria,


bagnata dalle limpide acque del mar Ionio e del mar Tirreno e separata dalla Sicilia dallo
stretto di Messina, è una regione ricca di storia e di tradizioni, con un patrimonio culturale
vastissimo. Con circa 10.000 ettari vitati, la Calabria è la quindicesima regione italiana per
superficie coltivata a vite, per una estensione dei vigneti peri a quella della sola provincia di
Trento. I vigneti della Calabria rappresentano solo l’1,62% del patrimonio viticolo nazionale.
Dopo anni di immobilismo, il settore del vino in Calabria si sta rimettendo in moto, con nuove
idee sulla qualità dei prodotti, l’utilizzo di moderni strumenti di marketing e comunicazione e
sulla valorizzazione del ricco patrimonio di vitigni autoctoni. I Numeri del Vino della Calabria
Superficie vitata della Calabria Superficie vitata della Calabria: 11.000 ha di cui il 29% in
montagna, 15% in collina, 56% in pianura. Produzione di vino della Calabria Produzione di
vino della Calabria: 360.000 hl di cui vini DOP 43% vini IGP 34%, vini rossi e rosati 80%, vini
bianchi 20%. Denominazioni per il vino nella Calabria Denominazioni di origine per il vino in
Calabria: 9 DOC, 10 IGT. La Viticoltura nella Calabria In Calabria si contano circa 10.000
ettari coltivati a vigneto, in una regione dove meno del 10% della superficie è pianeggiante.
Circa il 50% della superficie è collinare e più del 40% montana. I vigneti di conseguenza si
trovano per lo più in collina (50%) o in montagna (42%). La produzione totale annua di vino
è di circa 368.000 ettolitri di cui i vini DOP rappresentano il 43%, i vini IGP il 34,6%. La
produzione si concentra perlopiù sui vini rossi e rosati (75%), mentre i vini bianchi
rappresentano il 25% della produzione. La Storia della Viticoltura della Calabria Gli albori
della viticoltura in Calabria si fanno risalire al primo millennio a.C. A quell’epoca la penisola
Calabrese era abitata dai Bruzi, che appartenevano a loro volta agli Italici, popolazioni di
stirpe indoeuropea che penetrarono in diverse ondate in Italia, distribuendosi lungo l’arco
delle dorsali appenniniche centro-meridionali. I Greci, a partire dal 750 a.C., colonizzarono le
coste della Calabria, che chiamarono Enotria, o “Terra del vino”, fornendo così la prima
testimonianza di una viticoltura preesistente alla loro venuta. Con le colonie Greche si
andarono a creare in Calabria due tipi di viticoltura, una di origine Italica, all’interno, e l’altra
di origine Greca, lungo le coste, con centri di commercio a Crotone, Locri e Sibari. L’arrivo
dei conquistatori Romani portò ad un relativo abbandono della viticoltura a favore delle
colture seminative, ma anche a nuove produzioni che andarono a sostituire i vini greci. Plinio
il Vecchio cita come eccellenti vini quali il Palmatium, di Palmi, e il Sanatum (Savuto). I primi
scritti sulla viticoltura Calabrese risalgono all’anno 1000 d.C., ma fu alla fine del 1600 che la
viticoltura raggiunse la massima espansione, tanto che i vini calabresi vennero anche
menzionati da Sante Lancerio, bottigliere di Papa Paolo III Farnese. Alla fine dell’800, la
fillossera portò alla completa distruzione dei vigneti della Calabria. La successiva
ricostruzione del patrimonio viticolo è stata parziale e lenta, ma gradualmente ha portato al
recupero produttivo nella regione. Per molti anni la Calabria ha fornito vini da taglio sia ai
produttori Italiani che esteri, grazie al loro colore intenso e grado alcolico elevato. La
situazione è oggi cambiata e la tenacia dei viticoltori Calabresi ha fatto si che in regione si
siano affermate realtà produttive e vini di tutto rispetto. Vigenti in Calabria Vigneti lungo la
costa della Calabria I Vitigni della Calabria La Calabria è una regione particolarmente ricca
in vitigni autoctoni. In Calabria si coltivano soprattutto vitigni a bacca nera, tra i quali il più
famoso e largamente diffuso è il Gaglioppo, seguito dal Magliocco canino, dal Nerello
Mascalese, dal Nerello Cappuccio e dal Greco Nero. Il Calabrese (Nero d’Avola) rientra
anch’esso tra i vitigni più coltivati in regione. I vitigni a bacca nera rappresentano circa l’80%
della produzione complessiva. I vitigni Calabresi a bacca bianca sono il Greco Bianco, Il
Trebbiano Toscano, il Montonico e la Guernaccia. Approfondisci Le Denominazioni di
Origine della Calabria Le Denominazioni di Origine per il vino in Calabria sono contano su 9
DOC e 10 IGT. In provincia di Cosenza troviamo le zone di Pollino e di Verbicaro, un tempo
DOC autonome ed ora inglobate nella Terre di Cosenza DOC. Più a sud, in provincia di
Crotone, troviamo la zona di Cirò (Cirò DOC), di Savuto (Savuto DOC) e della Val di Neto
(VaI di Neto IGT). In queste zone, caratterizzate da vini rossi importanti, spicca tra i vitigni
autoctoni il già menzionato Gaglioppo. Nell’estremo sud, in zona di Reggio di Calabria,
troviamo il Greco di Bianco DOC, un noto vino da dessert, e la Costa Viola IGT. In Calabria
vi sono 12 tra DOP e IGP per i prodotti agroalimentari. Tra queste spiccano le i tre Oli
Extravergine di Oliva DOP, l’olio essenziale di Bergamotto di Reggio Calabria DOP e tra i
salumi la Sopressata di Calabria DOP. Approfondisci Le Zone Vinicole della Calabria Le
principali zone vitivinicole in Calabria sono: il Cosentino, il Lametino, il Cirotano e la Locride.
Il Cosentino, posto a nord, al confine con la Basilicata, è la zona di produzione più estesa,
con i suoi vigneti posti su alture tra 500/700 metri. La denominazione Terre di Cosenza DOC
e le sue sette sottozone, definite con il disciplinare del 2011, hanno dato un nuovo impulso
alla viticoltura nella Calabria settentrionale, accorpando le storiche DOC e IGT della
provincia e ordinando in tipologie più razionali la miriade di vini prodotti in qust’area. Qui il
vitigno più diffuso è il Magliocco Canino, che dà un vino dal colore intenso, struttura potente
e profumi di mora e spezie, soprattutto nella Sottozona Colline del Crati, mentre presenta
minori concentrazioni cromatiche e ottimo equilibrio nella Valle dell’Esaro (Sottozona Esaro).
Da vigneti che raggiungono gli 800 metri in altitudine si ottengono vini bianchi eleganti e
profumati a base di Greco Bianco e Guarnaccia, usati in purezza o in uvaggi. Il Moscato di
Saracena è un vino dolce dai sentori tostati, prodotto con uve Moscatello appassite e mosto
concentrato di uve Guarnaccia e Malvasia. A sud, lungo il corso del fiume Savuto vi sono le
denominazioni Savuto DOC e Lamezia DOC. All’onnipresente Magliocco canino si
affiancano il Gaglioppo, il Greco Nero e l’Aglianico nella piccola Scavigna DOC. Tra le uve a
bacca bianca troviamo il Trebbiano Toscano, la Malvasia Bianca, lo Chardonnay e anche il
Traminer Aromatico. In provincia di Crotone, sul versante Ionico, si trova la Cirò DOC, con i
suoi vini a base di uve Gaglioppo, la cui rinascita è frutto di rese per ettaro più basse e di
migliori tecnologie produttive. Il Cirò DOC nelle sue versioni più moderne mantiene tonalità
piuttosto trasparenti, che sfumano rapidamente nell’aranciato, un palato caldo ma con un
tannino apprezzabile. Interessanti anche i vini rosati da uve Gaglioppo, freschi e profumati di
rosa canina e lampone. In provincia di Reggio Calabria troviamo la Bivongi DOC, con i suoi
vini ottenuti da vitigni internazionali e uve antiche, tra cui il Greco Nero e la Nocera, insieme
al Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio, che danno sia vini semplici e immediati che
interpretazioni di maggiore struttura che danno il meglio di sè dopo affinamento. La Locride
si estende dai declivi dell’Aspromonte verso il lembo di costa che si affaccia sul Mar Ionio.
Qui è la zona del vitigno Mantonico, che anche sottoposto a un leggero appassimento dà un
vino dolce e fresco. Nel comune di Bianco e in quello di Casignana, dal vitigno Greco bianco
si ottiene il famoso vino dolce Greco di Bianco, raro e molto ricercato. I grappoli
appassiscono al sole per 10-15 giorni e il vino che se ne ottiene è dolce e morbido, con note
di zagara, bergamotto, albicocca, miele e salvia. La Cucina tradizionale della Calabria Anche
se la Calabria è una regione stretta fra due mari, la sua cucina tradizionale è soprattutto di
terra, quasi montanara. Infatti l’interno della regione è dominato dai monti della Sila e dal
massiccio del Pollino. La cucina Calabrese è semplice, rustica e genuina e legata ai prodotti
del territorio. Una menzione merita l’ottima qualità delle olive e dell’olio extravergine di oliva,
di cui, una buona quantità è di produzione biologica. Tra gli altri prodotti del territorio la
rinomata Cipolla di Tropea, la grande varietà di fagioli ed ortaggi in generale e i peperoncini
per i quali la Calabria detiene un primato assoluto in Italia. Importante la produzione di
agrumi come arance, limoni, mandarini e clementine, ma anche cedri e il bergamotto, la cui
essenza è utilizzata sia dall’industria liquoristica e pasticciera, ma soprattutto da quella dei
profumi. I piatti di pesce sono comunque presenti nella cucina tradizionale della Calabria e
sono legati soprattutto al pesce azzurro (in particolare alici ed acciughe) e al tonno. Le carni
più utilizzate sono quelle ovine e suine, con le quali si producono salumi tradizionali, tra cui
la Sopressata Calabrese. Importante anche la produzione di formaggi, sia vaccini (provole,
caciocavallo, ricotte fresche e salate) che ovini (in particolare il Pecorino Crotonese, silano e
del Pollino e alcuni caprini). Nella cucina calabrese il pane e la pasta sono fondamentali,
spesso preparati in casa con grano duro di varietà locali. Diffusa è la produzione casalinga
di verdure sott’olio o seccate, da utilizzare in inverno o come antipasti. Molti piatti legati alla
tradizione risalgono alle popolazioni presenti in regione nei tempi antichi, come quella greca
e quella albanese, e molti sono quindi i piatti preparati in occasione delle ricorrenze religiose
del rito ortodosso.

Il Vino nella Sicilia VITIGNI, VINO, ENOGASTRONOMIA il vino in sicilia La Sicilia è una
regione ricca di storia, arte e cultura, ma anche una regione con profonde e antiche
tradizioni legate al vino. La Sicilia, oltre ad incantare il visitatore con le innumerevoli bellezze
naturali e con i suoi profumi, colpisce anche per la varietà della cucina e con il fascino dei
suoi vini. In Sicilia nascono vini dalla lunga storia come il Marsala, ma anche profumati vini
da dessert come il Passito di Pantelleria e la Malvasia delle Lipari, senza dimenticare il
Moscato di Noto e di Siracusa, robusti vini rossi e interessanti vini bianchi. Questi e molti altri
vini sono gli artefici della rinascita enologica della Sicilia e hanno reso celebri anche le uve
con cui sono prodotti, come il Grillo, Catarratto, Inzolia, Zibibbo, Malvasia e Nero d’Avola. Il
territorio vitivinicolo della Sicilia comprende anche, oltre all’isola stessa (la più grande del
Mediterraneo) le Isole Eolie e Pantelleria. Altre isole o arcipelaghi minori non sono rilevanti
sotto questo aspetto. La superficie vitata è tra le più importanti in Italia, circa 107.000 ettari
(circa il doppio di una regione come l’Emila-Romagna o la Toscana e circa il 15% in più della
Puglia). Il territorio siciliano è collinare per circa il 60%, montuoso per il 25% e pianeggiante
per il restante 15%. I Numeri del Vino della Sicilia Superficie vitata della Sicilia Superficie
vitata della Sicilia: 103.000 ha di cui il 5% in montagna, 65% in collina e il 30% in pianura.
Produzione di vino della Sicilia Produzione di vino della Sicilia: 6.200.000 hl di cui vini DOP
16% vini IGP 44%, vini rossi e rosati 47%, vini bianchi 53%. Denominazioni per il vino nella
Sicilia Denominazioni di origine per il vino in Sicilia: 1 DOCG, 23 DOC, 7 IGT. La Viticoltura
nella Sicilia La Sicilia è una delle regioni vinicole più antiche e produttive d’Italia, grazie alla
sua posizione geografica favorevole, al suo clima eccezionalmente soleggiato e alla varietà
di suoli. Questi fattori, uniti alla ricchezza del patrimonio vitivinicolo e alle innovazioni
tecniche, hanno permesso alla Sicilia di emergere come una delle aree più dinamiche e
interessanti nel panorama vitivinicolo mondiale. La Sicilia vanta una straordinaria varietà di
suoli, che variano da calcarei a argillosi, da vulcanici a sabbiosi. Questa diversità si riflette
nella vasta gamma di vini prodotti sull’isola. I suoli vulcanici dell’Etna, ad esempio, sono
ricchi di minerali e conferiscono ai vini una marcata mineralità e freschezza. Nel sud-ovest,
la zona di Menfi e le aree circostanti beneficiano di suoli argillosi e calcarei che favoriscono
la produzione di vini rossi strutturati e bianchi aromatici. Altri territori, come quelli vicino a
Vittoria, sono noti per i loro terreni sabbiosi, ideali per coltivare il Frappato e il Nero d’Avola,
offrendo vini con una notevole eleganza e profumi intensi. Il clima della Sicilia è
mediterraneo, con estati calde e secche e inverni miti, condizioni che permettono una
maturazione ottimale delle uve. La vicinanza al mare modera le temperature estive grazie
alle brezze marine, mentre le altitudini più elevate, come le pendici dell’Etna, beneficiano di
notevoli escursioni termiche che contribuiscono ad arricchire l’aroma e la freschezza dei vini.
La Sicilia riceve un’abbondanza di sole che, insieme alla scarsità di piogge durante la
stagione di crescita, limita il rischio di malattie della vite e consente una viticoltura sostenibile
e l’uso limitato di trattamenti fitosanitari. La Storia della Viticoltura della Sicilia In Sicilia, il
vino e la vite hanno caratterizzato la storia fin dagli albori. Si ritiene infatti che la vite vi
crescesse spontaneamente anche molto tempo prima della venuta dei Greci. Molte varietà
di vite, oggi considerate autoctone, vi furono introdotte dai Fenici. La viticoltura propriamente
detta fu introdotta in Sicilia durante l’ottavo secolo a.C. dai Greci. Essi introdussero le
tecniche di potatura, la coltura ad alberello e la selezione varietale, sconosciute dapprima
nell’isola. Ai tempi dell’Impero Romano i vini della Sicilia erano già fra i più famosi del mondo
antico, largamente esportati e molto apprezzati in ogni luogo. Uno dei vini dolci Siciliani più
celebri era il Mamertino. Fra gli altri vini di quel periodo si ricordano anche Potulanum,
Tauromenitanum e Haluntium. In epoche successive gli insediamenti monastici svolsero un
ruolo fondamentale per lo sviluppo moderno dell’enologia in Sicilia. Con il dominio Bizantino
più della metà delle terre della Sicilia diventarono proprietà di comunità religiose, per le quali
la vite e il vino era essenziale per la celebrazione della messa. Durante il dominio Arabo
(872-1061), la produzione di vino nell’isola subì un declino, ma con i Normanni (1061-1194)
e più tardi gli Svevi (194-1266) l’enologia Siciliana mostrò decisi segni di ripresa. Durante il
periodo Borbonico si produceva soprattutto vino ad alta gradazione alcolica, destinato al
taglio. Nel 1773 un giovane Inglese, John Woodhouse, attraverso il suo intuito, ma anche la
sua abilità di commerciante, contribuì alla nascita di uno dei vini più celebri e importanti
d’Italia, il Marsala, destinato a competere sul mercato dei vini “da viaggio” con gli allora
incontrastati Jerez e Porto. Fu nel 1800 che videro la luce le più storiche e prestigiose
cantine Siciliane, come Duca di Salaparuta (1824), Florio (1836), Rallo (1860), Curatolo Arini
(1875) e Carlo Pellegrino (1880). Nel 1880 Catania era la provincia più vitata della Sicilia
con circa 92.000 ettari e circa un milione di ettolitri di vino prodotto. Nel 1881 la fillossera
decimò i vigneti e nel 1888 la rottura dell’accordo commerciale con la Francia determinò un
forte calo nell’esportazione. Il ripristino dei vigneti fu completato solamente durante gli anni
1950. Il mercato era però cambiato e la richiesta di vini da taglio molto diminuita. Durante gli
anni 1970 iniziò infine il nuovo sviluppo dell’enologia Siciliana verso i risultati visibili ai giorni
nostri. Oggi i vini dell’isola sono affermati in tutto il mondo, dalla rinascita del grandioso
Marsala alla rivalutazione del ricco e locale patrimonio di uve. sicilia vigneti Vigneti nella
zona dell'Etna Image: Depositphotos.com I Vitigni della Sicilia In Sicilia si coltivano sia vitigni
autoctoni che varietà di uve internazionali, utilizzate in assemblaggi con uve locali. La vite e
il vino sono diffuse in tutto il territorio siciliano e il patrimonio ampelografico dell’isola è
piuttosto interessante. Molte dei vitigni autoctoni dell’isola sono stati rivalutati dopo avere
rischiato concretamente l’estinzione e sono oggi fra le uve importanti d’Italia. Tra questi, il
vitigno autoctono a bacca nera più celebre è il Nero d’Avola i cui vini sono caratterizzati da
intensi aromi e imponenti strutture. Fra i vitigni a bacca bianca il più noto è lo Zibibbo
(Moscato d’Alessandria)con cui si producono i vini dolci di Pantelleria, oggi considerati fra i
migliori d’Italia. Fra le uve autoctone a bacca bianca più importanti in Sicilia vi è il Carricante,
il Catarratto, il Grecanico, il Grillo, l’Inzolia (nota anche con i nomi di Insolia o Ansonica) la
Malvasia di Lipari e il Moscato Bianco. Fra le uve autoctone a bacca nera abbiamo il
Frappato, il Nerello Cappuccio e Mascalese, il Perricone o Pignatello. I principali vitigni
internazionali coltivati in Sicilia sono lo Chardonnay, il Cabernet Sauvignon, il Merlot, il
Müller-Thurgau, il Pinot Nero e lo Syrah. In Sicilia si coltivano inoltre anche altre varietà
diffuse a livello nazionale, come il Sangiovese, la Barbera e il Trebbiano Toscano.
Approfondisci Le Denominazioni di Origine della Sicilia Le Denominazioni di origine per il
vino in Sicilia includono un’unica DOCG, la Cerasuolo di Vittoria DOCG, della zona di
Ragusa, prodotto con il vitigno Frappato. La Vittoria DOC comprende anche vini bianchi a
base del vitigno Inzolia. La Eloro DOC è dedicata ai rossi, con le tipologie Frappato, Nero
d’Avola e Pignatello. In zona di Siracusa troviamo le Siracusa DOC e Noto DOC, basate
sugli stessi vitigni. Ricordiamo il Moscato di Siracusa (Moscato bianco) un tempo DOC a sè
stante, ora inglobato come tipologia nella Siracusa DOC. Nella zona di Catania, l’Etna DOC,
i cui vigneti situati alle pendici del vulcano danno vini con una forte caratterizzazione
minerale. In provincia di Messina menzioniamo la Faro DOC, una delle prime in Sicilia,
basata sui vitigni di Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio e Nocera. Le Lipari, con la
Malvasia delle Lipari DOC ed i vini bianchi dell’Isola di Salina (Salina IGT). In provincia di
Palermo abbiamo le Contea di Sclafani DOC e Contessa Entellina DOC, che comprendono
un po’ tutte le tipologie di vini dell’isola, mentre in provincia di Agrigento menzioniamo le
Sciacca DOC, Sambuca di Sicilia DOC e Santa Margherita di Belice DOC. In provincia di
Caltanissetta la Riesi DOC. La provincia di Trapani conte per più della metà delle superficie
vitata e della produzione di vino siciliano. Questo avviene anche grazie alla Marsala DOC,
con l’omonimo vino liquoroso basato sui vitigni Grillo e/o Catarratto (tutte le varietà e tutti i
cloni), e/o Ansonica (detto localmente Inzolia o Insolia) e/o Damaschino per il Marsala oro
ed ambra; Perricone (localmente detto Pignatello) e/o Calabrese (Nero d’Avola) e/o Nerello
Mascalese per il Marsala rubino. Altre DOC nella provincia sono Delia Nivolelli DOC, Erice
DOC e Salaparuta DOC. Ricordiamo infine il Moscato di Pantelleria DOC anche nella
versione passito, ottenuto da uve Zibibbo o Moscato di Alessandria al 100%. In tutto la
regione conta 23 DOC e 7 IGT. I prodotti agroalimentari sono rappresentati da 21 DOP tra le
quali ricordiamo i formaggi Ragusano DOP e Piacentinu Ennese DOP e gli oli extravergini
d’oliva (7 denominazioni DOP) e 14 IGP tra cui il Cappero di Pantelleria IGP e il Pomodoro
di Pachino IGP. Approfondisci Le Zone Vinicole della Sicilia Tutta la Sicilia è interessata dalla
viticoltura e dalla produzione di vino. Fra le zone vinicole delle isole minori che circondano la
Sicilia, Marsala, Pantelleria e Lipari sono certamente le più conosciute, ma anche altre aree
meritano particolare attenzione. La Sicilia è nota per i suoi vini dolci e oltre ai già menzionati
è opportuno ricordare anche le due DOC Moscato di Noto e Moscato di Siracusa. Per i vini
bianchi ricordiamo le DOC di Alcamo e Etna, i cui vini sono noti per la loro particolare
longevità. Per i vini rossi ricordiamo il Cerasuolo di Vittoria , unica DOCG della regione, e la
DOC Faro, una zona molto interessante anche se poco conosciuta. In quasi tutti i vini rossi
Siciliani è presente il Nero d’Avola, mentre tra le uve a bacca bianca più diffuse in Sicilia, il
primato spetta al Catarratto e all’Inzolia. Il Marsala Tra i più importanti vini Siciliani un posto
speciale spetta sicuramente al Marsala. Questo vino liquoroso è riuscito in passato a
contrastare il dominio del Porto, dello Jerez (Sherry) e del Madeira tra i “vini da viaggio”
commercializzati dagli Inglesi. Il Marsala deve la sua notorietà al commerciante Inglese John
Woodhouse. Dopo un secolo di sfolgorante notorietà, il Marsala conobbe un periodo di
decadenza iniziato circa venti anni fa. Oggi il Marsala, abbandonata l’ingiusta immagine che
lo vedeva unicamente relegato all’impiego in cucina, si presenta come un grande vino,
capace di straordinaria longevità. Il Marsala è un un vino fortificato (liquoroso) prodotto con
uve Grillo, Inzolia, Catarratto e Damaschino. Il Marsala Vergine Stravecchio (con almeno 10
anni di maturazione) è un’esplosione di aromi e sapori, con una persistenza quasi infinita. Il
Marsala viene prodotto nei seguenti stili: Fine (almeno 1 anno di maturazione), Superiore (2
anni), Superiore Riserva (4 anni), Vergine o Soleras (5 anni), Vergine Stravecchio o Riserva
(10 anni). Esiste inoltre il Marsala Rubino, rosso, prodotto con uve Nero d’Avola, Perricone e
Nerello Mascalese. Pantelleria e Lipari I vini dolci di Pantelleria e delle Lipari sono
certamente i più celebri. Il Moscato e il Passito di Pantelleria si producono nell’omonima
isola, a sud della Sicilia, con il vitigno Moscato d’Alessandria, più noto con il nome di
Zibibbo. Attualmente il Passito di Pantelleria sta riscuotendo forte interesse sui mercati. Il
Passito di Pantelleria è un vino profumato, dolce, suadente e incantevole, eccellente
abbinamento per i formaggi stagionati e la pasticceria siciliana, in particolare quella a base
di mandorle. La Malvasia delle Lipari è un vino dolce prodotto nelle isole Eolie (a nord della
Sicilia), soprattutto nell’isola di Salina. Questo affascinante vino passito è prodotto da uve
Malvasia di Lipari con una piccola percentuale di Corinto Nero. La Malvasia delle Lipari è un
vino elegante e complesso, dal gusto dolce e raffinato, adatto sia in abbinamento ai
formaggi stagionati che con la ricca pasticceria Siciliana, ma viene anche apprezzato da
solo come vino da meditazione. Etna La zona dell’Etna è rinomata per i suoi vini vulcanici
unici, tra cui l’Etna Rosso, fatto principalmente con le varietà Nerello Mascalese e Nerello
Cappuccio, e l’Etna Bianco, principalmente da uve Carricante. Questi vini sono apprezzati
per la loro eleganza, mineralità e potenziale di invecchiamento. Vittoria Famosa per il
Cerasuolo di Vittoria, l’unico DOCG della Sicilia, che unisce Nero d’Avola e Frappato per
creare un rosso fruttato, fresco e moderatamente tannico. Menfi e Sambuca di Sicilia Queste
zone sono note per la produzione di vini bianchi aromatici e rossi strutturati, beneficiando di
un mix di suoli che vanno dall’argilla al calcare. Trapani La vasta area viticola intorno a
Trapani produce una grande varietà di vini, sfruttando un mix di clima costiero e suoli fertili,
ideali per uve come Grillo e Nero d’Avola. La Cucina tradizionale della Sicilia La cucina
siciliana è l’espressione di una tradizione che rimanda all’antichità, strettamente collegata
alle vicende storiche, culturali e religiose dell’isola. Già ai tempi dell’Antica Grecia lo stile e le
abitudini culinarie dell’isola avevano il loro carattere distintivo, che col passare dei secoli si è
arricchito di nuovi sapori e di nuove pietanze, seguendo le vicissitudini storiche dell’isola
mediterranea. La cultura gastronomica Siciliana mostra tracce e contributi di tutte le culture
che si sono stabilite nell’isola negli ultimi due millenni, tramandata di generazione in
generazione. Questo spiega perché alcune ricette, di origine antichissima, sono ancor oggi
preparate e servite a tavola nelle case Siciliane. Alcuni dei piatti più noti, diffusi ormai a
livello globale, sono la cassata siciliana, gli iris, il cannolo siciliano, la granita e gli arancini di
riso. La Sicilia, grazie al suo clima mite, è ricca di erbe e piante aromatiche come l’origano,
la menta e il rosmarino, che fanno parte dei condimenti siciliani più diffusi. Arance e limoni
sono presenti in grande quantità. Mandorle, ficodindia, pistacchio e olive sono altri frutti che
caratterizzano la tavola siciliana. Caratteristica della cucina Siciliana è quella di avere
specialità culinarie circoscritte a determinate aree, per cui un piatto locale presenta varianti
introvabili spostandosi in altre zone. Le panelle palermitane o i muccunetti di Mazara del
Vallo si trovano praticamente solo nella loro zona di origine. Questo porta a definire aree
gastronomiche distinte come la Sicilia occidentale, Sicilia centrale e Sicilia orientale. Tra gli
antipasti tipici siciliani, ricordiamo la caponata, l’insalata di arance, la parmigiana di
melanzane. Altri antipasti tipici di questa regione sono: le alici crude al limone, le bruschette
alla siciliana, i babbaluci a ghiotta (chiocciole a zuppa), le verdure pastellate, la frittata
fredda alla siciliana. Tra i primi piatti, il couscous ai frutti di mare,fresco e saporito, la famosa
pasta con le sarde e la pasta alla carrettiera (con pomodori spezzettati), i vermicelli alla
siracusana, con sugo al pomodoro, olive e peperoni, il timballo di maccheroni, rosso o
bianco, la minestra di riso con ceci, e moltissimi altri. I secondi piatti, sia di mare che di terra,
sono un’esplosione di gusti e ingredienti. Tra i piatti di pesce, ricordiamo le sarde a
beccafico, il pescespada alla siracusana, il capone in agrodolce. Tra i piatti di carne, l’arrosto
panato alla palermitana, l’agnello in umido, gli involtini siciliani di vitello, le polpette di pane,
le uova con i piselli. La Sicilia è anche la terra dello street food ante-litteram, con
un’incredibile varietà si preparazioni da consumare al volo. Ad esempio ricordiamo gli
immancabili arancini di riso, ma anche le mafalde siciliane, panini tipici di semola di grano
duro, le panelle palermitane, gustose e sfiziose frittelle di farina di ceci, le ravazzate, impasto
farcito con piselli e ragù di carne e cotte al forno e le rizzuole, simili alle precedenti ma fritte.
I dessert e la pasticceria siciliana non temono confronti, con i loro ingredienti tipici del
territorio e le tradizioni che si tramandano di generazione in generazione. Alcuni esempi
sono la cassata siciliana e i cannoli, famosi in tutto il mondo, ma anche la sfincia, dolce
tipico della festa di San Giuseppe, dalla base formata da un impasto spugnoso fritto e
ricoperto con crema di ricotta e impreziosito con frutta candita e granella di pistacchio. Il
biancomangiare fatto con latte di mandorla e aromatizzato con scorza di limone e frutta
secca tritata, il buccellato, creato con i fichi secchi, con i quali si prepara una farcitura che
viene arricchita con mandorle, noci, uva sultanina, cannella e cioccolato. Non dimentichiamo
poi la granita con brioches, che in tutta la Sicilia orientale è un’istituzione, da provare i vari
gusti: fragola, caffé, mandorle, gelsi, pistacchio, limone, ecc…

Il Vino nella Sardegna VITIGNI, VINO, ENOGASTRONOMIA il vino in sardegna Dai vini
bianchi fino ai rossi, il percorso enologico ideale per la Sardegna coinvolge anche le
tipologie meno comuni, incluse fra queste anche alcune perle rappresentative della regione
come la Malvasia di Bosa e la Vernaccia di Oristano. Tra gli altri vini più significativi della
Sardegna ricordiamo quelli a base di Vermentino, l’uva bianca più celebre dell’isola e il
Cannonau tra le uve rosse, anche se recentemente stanno salendo alla ribalta altri due
vitigni: il Carignano e il Bovale. Il patrimonio viticolo della Sardegna va ben oltre questi
esempi, che rappresentano solo le varietà più conosciute fuori dalla regione. In Sardegna vi
sono moltissime varietà di uva autoctone, molte di queste originariamente introdotte dagli
Spagnoli, anche se dopo secoli di mutazioni e adattamento nel territorio, si considerano a
ragione come uve tipiche della regione. I vitigni internazionali e uve tipiche di altre regioni
d’Italia, come Nebbiolo, Sangiovese, Montepulciano e Barbera spesso si uniscono alle
varietà locali. I Numeri del Vino della Sardegna Superficie vitata della Sardegna Superficie
vitata della Sardegna: 26.000 ha di cui il 13% in montagna, 69% in collina, 18% in pianura.
Produzione di vino della Sardegna Produzione di vino della Sardegna: 638.000 hl di cui vini
DOP 66% vini IGP 15%, vini rossi e rosati 30%, vini bianchi 70%. Denominazioni per il vino
nella Sardegna Denominazioni di origine per il vino in Sardegna: 1 DOCG, 17 DOC, 15 IGT.
La Viticoltura nella Sardegna La Sardegna conta su circa 26.000 ettari vitati (2010), dei quali
il 13% si trova in territori montani, il 69% collinari e il 18% in pianura. A questi corrisponde
una produzione di 638.000 Hl/anno, dei quali il 56% costituito da vini rossi e rosati e il 44%
di vini bianchi. Con la sua posizione unica nel cuore del Mediterraneo, la Sardegna vanta
una lunga e ricca storia nella produzione vinicola, sostenuta da una diversità di suoli, un
clima favorevole e varie zone territoriali che contribuiscono al carattere distintivo dei suoi
vini. L’isola offre un mosaico di paesaggi vitivinicoli, dalla costa alle colline interne, che si
riflette nella varietà dei suoi vini, tra i quali spiccano il Cannonau, il Vermentino e il
Carignano. La Sardegna presenta una vasta gamma di suoli, dalla sabbia costiera ai terreni
argillosi, calcarei e granitici dell’entroterra. Questa diversità si traduce in un’ampia varietà di
vini, ciascuno con caratteristiche uniche. Ad esempio, i suoli granitici del nord-est, tipici della
Gallura, sono particolarmente adatti alla produzione di Vermentino, conferendo al vino note
minerali distintive. Al sud, nei territori di Sulcis e Carignano, i suoli sabbiosi aiutano a
proteggere le viti dalla fillossera, contribuendo alla produzione di vini con profondi aromi
fruttati e una struttura elegante. Il clima della Sardegna è tipicamente mediterraneo,
caratterizzato da inverni miti e estati calde e ventose. Queste condizioni climatiche sono
ideali per la viticoltura, permettendo una lunga stagione di maturazione e assicurando un
equilibrio perfetto tra acidità e zuccheri nelle uve. Il vento gioca un ruolo cruciale nel
mantenere le viti sane, riducendo il rischio di malattie fungine. Inoltre, le escursioni termiche
tra giorno e notte, soprattutto nelle zone interne e collinari, arricchiscono il profilo aromatico
delle uve. La Gallura, nota per il Vermentino di Gallura DOCG, l’unico vino sardo con
denominazione di origine controllata e garantita, è caratterizzata da suoli granitici che
conferiscono al vino una nota minerale unica. Il sud-ovest dell’isola, è rinomato per il
Carignano del Sulcis, prodotto in suoli sabbiosi che donano al vino un’intensità e una
complessità particolari. Ogliastra, Nuoro e Gennargentu sono il cuore della produzione del
Cannonau, un vino rosso corposo e aromatico, che beneficia delle escursioni termiche tra il
giorno e la notte. La Storia della Viticoltura della Sardegna Secondo studi e ricerche
archeologiche, la vite e il vino sono presenti in Sardegna da circa 5.000 anni, anche se i
reperti ritrovati farebbero ritenere che la vite sia stata introdotta in Sardegna dai Fenici,
durante il periodo nel quale occuparono l’isola. Secondo lo storiografo romano Lucio Giunio
Moderato Columella esistono infatti riscontri storici sull’esistenza del vino già nella città
Tharros, l’antico centro punico-romano di cui oggi restano le vestigia. A causa della sua
strategica posizione geografica la Sardegna è stata nel corso dei secoli oggetto di conquiste
da parte anche dei Cartaginesi, Romani, Arabi, Aragonesi, Genovesi, Pisani e infine dei
Piemontesi. La viticoltura e la produzione del vino ha fortemente risentito delle tradizioni e
delle culture di questi diversi popoli, tra periodi di declino e altri di autentico splendore. Agli
Aragonesi si debbono l’introduzione di nuove e fondamentali tecniche viticolturali ed
enologiche e di nuove varietà di uva, ancora oggi presenti in Sardegna dove svolgono
ancora un importante ruolo. Alcune delle più note uve della Sardegna come il Cannonau e il
Carignano sono state introdotte dagli Spagnoli. Nel tardo 1700 i vini della Sardegna, quali il
Cannonau di Nuoro, il Vermentino di Gallura, la Vernaccia di Oristano, la Malvasia di Bosa, il
Monica passito, il Girò, il Moscato e il Nasco cominciarono a divenire conosciuti fuori dai
confini della regione. Lo sviluppo dell’enologia di Sardegna si arrestò con l’arrivo della
fillossera, alla fine del 1800, dalla quale si salvarono solamente le vigne piantate in terreni
sabbiosi. Solo all’inizio degli anni 1950, grazie alla nascita di innumerevoli cantine sociali, la
viticoltura riprese piede in regione, anche se in questo periodo la produzione era concentrata
sulla quantità, in particolare per i vini rossi colorati e concentrati, con altra gradazione
alcolica e spesso usati per il taglio di altri vini. L’arrivo della produzione di qualità, qui come
in altre regioni d’Italia, ha permesso ai vini della Sardegna di raggiungere i grandi livelli di
eccellenza dei giorni d’oggi. vigneti in sardegna Vigneti in Saredegna Image:
Depositphotos.com I Vitigni della Sardegna La Sardegna ha un patrimonio di vitigni
autoctoni piuttosto ricco. In Sardegna vengono anche coltivati numerosi vitigni internazionali,
solitamente utilizzati nella produzione di vini in assemblaggio a quelli locali. Nonostante in
tutta la regione si producano molteplici tipologie di vini, nella parte centrale e settentrionale
della Sardegna vi è una maggiore produzione di vini bianchi, mentre la produzione di vini
rossi è maggiormente concentrata nella parte meridionale dell’isola. I principali vitigni a
bacca bianca della Sardegna sono la Malvasia Bianca, la Malvasia di Sardegna, il Nasco, il
Nuragus, il Semidano, il Torbato, il Vermentino e la Vernaccia di Oristano, mentre fra i vitigni
a bacca nera si ricordano il Bovale, il Caddiu, il Cagnulari, il Cannonau, il Carignano, il Girò,
il Monica e la Nieddera. Approfondisci Le Denominazioni di Origine della Sardegna In
Sardegna sono attualmente definite 17 Denominazioni di Origine DOC (Denominazione
d’Origine Controllata) e una DOCG (Denominazione d’Origine Controllata e Garantita),
riconosciuta al Vermentino di Gallura. Le 19 DOC della Sardegna sono quindi: Alghero,
Arborea, Cagliari, Campidano di Terralba, Cannonau di Sardegna, Carignano del Sulcis,
Girò di Cagliari, Malvasia di Bosa, Mandrolisai, Monica di Sardegna, Moscato di Sardegna,
Moscato di Sorso-Sennori, Nasco di Cagliari, Nuragus di Cagliari, Semidano di Sardegna,
Vermentino di Sardegna e Vernaccia di Oristano. L’unica DOCG e le 19 DOC contano il 66%
del vino prodotto in Sardegna, mentre le IGP, nelle quali le uve autoctone sono spesso unite
alle cosiddette uve internazionali, contano per il 15% della produzione. In Sardegna sono
presenti 15 denominazioni per vini IGT, e 5 DOP agroalimentari, tra le quali ricordiamo il
formaggio Fiore Sardo DOP e lo Zafferano di Sardegna DOP. Un’unica IGP, l’Agnello di
Sardegna IGP. Approfondisci Le Zone Vinicole della Sardegna Le principali zone di
produzione per il vino in Sardegna sono quella del Vermentino di Gallura, del Cannonau di
Sardegna e della Vernaccia di Oristano. Vermentino di Gallura I vini bianchi più famosi della
Sardegna sono prodotti con il Vermentino. Quast’uva produce ottimi vini in tutta l’isola, ma la
Gallura, nella parte settentrionale della regione, è la zona più classica e rappresentativa. Il
Vermentino di Gallura è l’unico vino DOCG della Sardegna. Caratteristica principale di
questo vino è il suo profumo ammandorlato. In Gallura il Vermentino è l’uva maggiormente
coltivata con circa l’80% del totale, mentre il resto è principalmente rappresentato da
Moscato Bianco, Bovale, Caricagiola e Nebbiolo, che qui è utilizzata per la produzione di
interessanti vini rossi IGT. Cannonau di Sardegna Il Cannonau è l’uva a bacca nera più
celebre della Sardegna. Sembra che esso sia stato introdotto nell’isola durante il dominio
degli spagnoli, anche se non è del tutto chiaro quale sia la varietà originale dalla quale
proviene. Il Cannonau ha similitudini con il Canonazo dell’area di Siviglia, col Granaxo di
Aragona anche se l’ipotesi più diffusa lo collega alla Grenache Noir. Il Cannonau è coltivato
in tutta la regione, anche se la zona più tipica è quella di Nuoro, dove si trovano due delle tre
sottozone della Cannonau di Sardegna DOC: Oliena e Jerzu, mentre la quarta sottozona,
Capo Ferrato, si trova in provincia di Cagliari. Il Cannonau, soprattutto quello della zona di
Oliena è un vino di gradazione alcolica elevata e di struttura robusta, Recentemente
l’introduzione di più moderne tecnologie enologiche consente di produrre vini Cannonau
eccellenti e molto equilibrati. A causa della sua bassa acidità, il Cannonau viene spesso
vinificato in uvaggio con altre uve, soprattutto autoctone, con lo scopo di migliorarne
l’equilibrio gustativo. Vernaccia di Oristano La Vernaccia di Oristano è uno dei vini più
suggestivi ed antichi della Sardegna, dal momento che le prime notizie storiche che lo
riguardano risalgono al 1300. E’ anche il primo vino della regione al quale sia stata
riconosciuta la DOC, nel 1972. Il vino si produce con le uve dell’omonimo vitigno, autoctono
della Sardegna. La produzione del vino è piuttosto diversa dalle tecniche enologiche dei
normali vini bianchi. La vinificazione, la maturazione e l’affinamento seguono antichi metodi
tradizionali, che rendono questo vino simile al Jerez (Sherry) spagnolo, mantenendo però la
sua propria identità. La maturazione della Vernaccia di Oristano avviene infatti in botti di
castagno scolme, e sopra la superficie del vino si sviluppa una colonia di lieviti (flor) che nel
tempo conferiscono al vino qualità organolettiche complesse e uniche. Durante
l’affinamento, che può durare anche decenni, il vino arriva ad esprimere straordinari aromi di
mandorla, nocciola e il suo tipico aroma di “rancio”. Altre Zone di Produzione In Sardegna vi
sono anche altre varietà caratteristiche dalle quali si producono interessanti vini. Fra questi
la famosa Malvasia di Bosa, vino dolce prodotto in piccole quantità, ma anche il Moscato,
declinato nelle DOC di Cagliari, di Sardegna e di Sorso-Sennori. Fra le altre varietà a bacca
bianca il Nuragus, capace oggi di produrre vini dal buon livello qualitativo, lontani da quelli
del passato, considerati “rustici” e modesti. Nella zona di Alghero il Torbato, vitigno a bacca
bianca di origine spagnola, dà vini bianchi, sia fermi che spumantizzati. Fra le uve a bacca
nera, ottimi risultati negli ultimi anni si stanno ottenendo con il Carignano, che dà vini di
corpo ed eleganza, seguito dal Monica, il Cagnulari, la Nieddera e il Bovale, spesso
utilizzato insieme al Cannonau e al Carignano. La Cucina tradizionale della Sardegna La
cucina di mare A Cagliari i piatti tipici di mare sono la Fregula cun còciula (fregula con le
vongole); le còciulas e cotzas a sa schiscionera (vongole e cozze cucinate in tegame), la
Burrida a sa casteddaia, un piatto a base di gattuccio marino, aceto e noci), la cassòla,
zuppa di pesci, crostacei e molluschi, ma anche gli spaghetti con vongole e bottarga e gli
Spaghittus cun arrizzonis ossia spaghetti ai ricci di mare serviti anche in varianti con carciofi
o con asparagi selvatici). Nelle coste sulcitane la cucina risente dei forti influssi genovesi ed
è fortemente basata sulla pesca del tonno rosso e sui prodotti collegati come la bottarga, il
cuore di tonno, il musciame, la buzzonaglia, il lattume senza dimenticare il cascà, un cuscus
di semola con sole verdure, di origine tabarchina. Nell’oristanese sono molto apprezzate le
anguille. Tipica della zona è la bottarga di muggine (uova di cefalo essiccate sotto sale) che
può essere consumata in sottili strisce condita con olio, oltre che grattugiata sulla pasta. La
Sa Merca sono tranci di muggine bollito e salato, avvolti in una sacca di erba palustre, la
zibba. Ad Aghero troviamo le aragoste alla catalana ossia bollite con pomodori, sedano e
cipolla e accompagnata con una salsa ottenuta dalla testa con aggiunta di succo di limone,
olio d’oliva, sale e pepe. La razza in agliata è una specialità algherese che si prepara
lessandola e ricoprendola di sugo di pomodoro, aceto, aglio e prezzemolo. In Gallura e
nell’arcipelago della Maddalena, sono tipiche le insalate di polpo, mentre ad Olbia lo sono i
piatti a base cozze, vongole veraci e arselle. La cucina di terra La cucina di terra sarda si
basa su ingredienti molto semplici e cambia da zona a zona. La semola di grano duro sarda
dà vita a pasta di alta qualità nelle forme più svariate. La “favata” è un piatto diffuso in tutta
l’isola, a base di fave secche, carne di maiale, verdure e erbe selvatiche. Come antipasti
sono noti i prosciutti di maiale o di cinghiale come quelli di Villagrande e Talana,
accompagnati da funghi, olive e formaggi, tra i quali il Pecorino sardo, fresco o stagionato.
Le salsicce e i salumi di Irgoli sono antipasti tipici delle zone interne, assieme alla Frue o
Frughe, ossia il latte cagliato di pecora. Come primi piatti ricordiamo gli gnocchetti sardi,
chiamati anche malloreddus, vengono tradizionalmente aromatizzati con lo zafferano o
conditi alla campidanese ossia con sugo di salsicce. Tra le ricette tipiche esiste la variante
con Casu furriau cioè con formaggio fuso e zafferano. I culurgiones sono fagottini ripieni di
ricotta e menta, oppure con un ripieno a base di patata, formaggio fresco e menta; i
macarrones de busa, sono una sorta di bucatini fatti con un apposito ferro allungato, mentre
i macarrones furriaos sono gnocchetti conditi con pecorino freschissimo, fuso insieme alla
semola fino a formare una sorta di crema. La zuppa gallurese o suppa cuatta è un piatto
costituito da pane sardo, casizolu, spezie e pecorino, il tutto ammorbidito con brodo e
cucinato al forno. I secondi piatti sono basati non solo sulla carne arrosto, ma anche su
quella bollita, in umido o a base di interiora. Il porceddu o è un maialino da latte di circa 4–5
kg o di venti giorni, cotto lentamente allo spiedo e aromatizzato dopo la cottura con mirto o
rosmarino. L’arrosto di agnello da latte (anzone o angioni), dal peso massimo di 7 kg, dalla
carne bianca e morbida e dal sapore intenso è una tradizione tra le più antiche dell’isola. La
carne di cinghiale (sirbone) è tradizionalmente cucinata col metodo a carraxu (cottura in
buca interrata). Anche i dolci, come gli altri prodotti della gastronomia sarda variano
notevolmente da zona a zona. I più conosciuti sono le Seadas o Sebadas, sono dischi di
pasta sottile che racchiudono un ripieno di formaggio pecorino fresco, fritti e ricoperti di
miele fuso, le Formagelle o Casadinas, sono tortine di pasta ripiene di un basso strato di
formaggio fresco aromatizzato al limone. Le Pardulas sono molto simili alle Casadinas ma il
ripieno è a base di ricotta, hanno un aspetto a cupola, sono più soffici delle casadinas e
sono ricoperte di zucchero a velo o semolato. I Pabassinas sono diffusi su tutto il territorio e
vengono preparati con semola, noci, uvetta, mandorle o nocciole. Il Pane L’antica tradizione
sarda ha creato molte varietà di pane che sono giunte fino ai nostri giorni, tra le quali: il Pane
carasau, dalla forma di sottili dischi molto croccanti ottenuti attraverso una doppia cottura nel
forno a legna; il Pistoccu è prodotto principalmente in Ogliastra, si prepara nella stessa
maniera del carasau, ma ha spessore più consistente e si preferisce consumarlo umido; il
Civraxiu o Civargiu è una grande pagnotta caratteristica dei Campidani e della Sardegna
meridionale in genere; il Coccoi a pitzus è un tipo di pane decorato, un tempo prodotto per le
grandi occasioni, oggi invece sempre disponibile.

Il Vino nella Valle d'Aosta VITIGNI, VINO, ENOGASTRONOMIA il vino in valla d'aosta La
Valle d’Aosta, con i suoi circa 3000 kmq, è una piccola regione, anche dal punto di vista del
vino. La Valle, formata dalla Dora Baltea, si snoda da ovest verso est ed è circondata dalle
più alte montagne d’Europa, sulle quali svetta il Monte Bianco (4950 m). Qui il clima
presenta notevoli variazioni in funzione dell’altitudine, con un dislivello di oltre 4000m tra la
zona della Bassa Valle e le cime più alte. E’ freddo intenso durante la stagione invernale,
soggetto a frequenti gelate primaverili e a temperature molto elevate durante l’estate. La
destra orografica della Valle Centrale, viene chiamata Envers, è esposta a nord e
caratterizzata dalla presenza di boschi. La sinistra orografica, chiamata Adret, esposta a
sud, è coltivata invece a vigneti e frutteti. I terreni viticoli sono composti soprattutto da graniti
nella zona di Morgex. Ad Arnad-Montjovet e Donnas hanno uno spessore molto basso, che
spesso espone la roccia madre, e sono invece prevalentemente sabbioso-argillosi. La
diversificazione tra le varie zone viticole della Valle Centrale è notevole, e sono in genere i
più adatti alla coltivazione di vitigni a bacca bianca. I Numeri del Vino della Valle d'Aosta
Superficie vitata della Valle d'Aosta Superficie vitata della Valle d'Aosta: 400 ha di cui il 60%
in montagna, il 35% in collina e il 5% in pianura. Produzione di vino della Valle d'Aosta
Produzione di vino della Valle d'Aosta: 20.000 hl di cui vini DOP 82% vini IGP 0%, vini rossi
e rosati 60%, vini bianchi 40%. Denominazioni per il vino nella Valle d'Aosta Denominazioni
di origine per il vino in Valle d'Aosta: 1 DOC. La Viticoltura nella Valle d'Aosta La Valle
d’Aosta ha una piccolissima superficie vitata (circa 400 ettari) di cui il 70% in montagna e il
restante in collina. La viticoltura viene praticata soprattutto lungo gli 80 km del corso della
Dora Baltea e, come accade spesso in zone montane quali la Valtellina o ad alcuni
appezzamenti in Alto Adige, è disposta su terrazzamenti sostenuti da muretti in pietra che
formano piccoli appezzamenti in massima parte sostenuti dalle radici stesse delle viti. Su
queste terrazze molto ripide, essendo le forme di potatura o vendemmia automatizzata
escluse in partenza, le forme di allevamento tradizionali (Pergola, Alberello) prevalgono su
quelle più moderne. La Storia della Viticoltura della Valle d'Aosta La storia della viticoltura in
Valle d’Aosta ha inizio all’età del bronzo, come testimonia il ritrovamento di vinaccioli
risalenti a quell’epoca. Furono i Romani però a coltivare i primi vigneti specializzati per la
produzione di vino. Sono infatti state ritrovate anfore, brocche e bottiglie in locali
probabilmente adibiti alla torchiatura risalenti al I secolo d.C. La vite e il vino ebbero un ruolo
importante in Valle d’Aosta anche nel medioevo e nelle epoche successive, fino alle
pestilenze del XVII secolo e ai frequenti transiti di truppe con le conseguenti distruzioni dei
terreni agricoli. Nel periodo napoleonico e nel corso del XIX secolo la superficie vitata
raggiunse la sua massima estensione, di circa 3.000 ha. A partire dalla fine del XIX fino alla
metà del secolo scorso si ebbe un suo ridimensionamento, a causa della fillossera, dell’oidio
e peronospora. Risale agli anni ‘50 l’istituzione dell’École Pratique d’Agriculture, divenuta
Institut Agricole Régional nel 1982, che ebbe modo di divulgare nuove tecniche di
coltivazione, orientando la produzione viticola verso la ricerca della qualità dei vini piuttosto
che della produttività. Negli anni settanta nascono le prime Cantine Cooperative, che
svolgono tuttora un ruolo molto importante nella trasformazione delle uve e nella diffusione
dei vini valdostani. Il miglioramento della qualità dei vini crea un circolo virtuoso, facendo
aumentare l’apprezzamento da parte del mercato, con un aumento della domanda, che a
sua volta favorisce la nascita di nuove aziende nonché la crescita delle realtà esistenti,
stimolando lo sviluppo della viticoltura. Ad oggi in Valle d’Aosta sono presenti sei cantine
cooperative ed una quarantina di cantine private, molte delle quali organizzate in
associazioni di produttori. provincia aosta vino Castello di Sarre e vigneti, in provincia di
Aosta Image: Depositphotos.com I Vitigni della Valle d'Aosta I vitigni coltivati in Valle d’Aosta
sono quasi tutti autoctoni, anche perchè queste varietà presentano una vitalità elevata
anche alle alte quote dove si trovano quasi tutti i vigneti della regione e dove altre specie
non sopravviverebbero o non sarebbero produttive. Tra i vitigni a bacca nera coltivati in Valle
d’Aosta il Petit Rouge, il Prëmetta e il Fumin, mentre tra quelli a bacca bianca il Prié Blanc.
In aggiunta menzioniamo inoltre il Mayolet, il Roussin, il Vuillermin, il Neyret, ma se ne
contano almeno altrettanti, con una varietà incredibile per i soli 400 ettari vitati della regione!
Nelle zone più basse e con clima meno estremo, troviamo il Nebbiolo, la Freisa e il Moscato
Bianco. Approfondisci Le Denominazioni di Origine della Valle d'Aosta Le Denominazioni di
Origine per il vino in Valle d’Aosta, viste le piccole dimensioni della regione, si concentrano
in una sola DOC, la Valle d’Aosta o Vallée d’Aoste DOC. Ciononostante, la produzione
vitivinicola Valdostana presenta una varietà e complessità notevole, testimoniata dalle ben 7
sottozone della denominazione: Arnad-Montjovet, Blanc de Morgex et de La Salle,
Chambave, Donnas, Enfer d’Avrier, Nus, Torrette, ben caratterizzate dal punto di vista
pedoclimatico. Le 4 DOP regionali relative ai prodotti agroalimentari, sono molto
caratterizzate e tutte meritevoli di menzione: il Fontina DOP e il Valle d’Aosta Fromadzo
DOP tra i formaggi, il Valle d’Aosta Jambon de Bosses DOP e il Valle d’Aosta Lard d’Arnad
DOP come salumi. Approfondisci Le Zone Vinicole della Valle d'Aosta La coltivazione della
vite in Valle d’Aosta è concentrata lungo il corso della Dora Baltea. Il fiume nasce dalla
confluenza, presso Entrèves, della Dora di Ferret (proveniente dal ghiacciaio di Pré de Bar
in Val Ferret) con la Dora di Vény (dal ghiacciaio del Miage in Val Veny) e attraversa l’intera
regione, per oltre 90 km. Le tre zone viticole della regione, l’Alta Valle, la Valle Centrale e la
Bassa Valle, si susseguono lungo il corso del fiume. Alta Valle L’Alta Valle è la prima che si
incontra, lasciandosi alle spalle il massiccio del Monte Bianco. Questa è zona di coltivazione
del Prié Blanc, coltivato fino ad altitudini al limiti della sopravvivenza della vite (1200 m.s.l.),
che dà origine al famoso Blanc de Morgex et de La Salle. Il vino prende il nome dai due
comuni, posti uno a fianco dell’altro, sulle rive del fiume. Poco distante, scendendo lungo il
fiume, il borgo di Avrier, dove si coltiva soprattutto il vitigno a bacca nera Petit rouge ed altri
vitigni autoctoni minori, che in uvaggio danno vita all’Enfer d’Arvier, il più famoso vino rosso
della regione. La viticoltura è qui possibile solo nell’Adret, la parte più soleggiata posta sulla
sinistra orografica del fiume, esposta verso sud. Media Valle Sempre muovendosi verso est,
il fiume e la valle si allargano, ed i vigneti hanno a loro disposizione aree a migliore
esposizione, su colline poste ai piedi delle alte montagne. Siamo nella Media Valle, che
inizia con il comune di Villeneuve e si estende fino a quello di Montjovet, circa 40 km più ad
est. La viticoltura è qui possibile in parte anche su appezzamenti nell’Envers, rivolti a nord,
ma posti in aree quasi pianeggianti. Qui si incontrano i più importanti vitigni autoctoni della
regione, a partire dalla Prëmetta, che viene coltivata principalmente a Aymavilles, dove si
ottiene il famoso vino rosso “Torrette”. Il Petit Rouge, il Fumin e il Vuillermin, meno comuni,
vengono utilizzati in uvaggi, più raramente in purezza. L’area di Nus dà il nome al vitigno
Vien de Nus ed è famosa per il vino Malvoisie Flétri, raro passito prodotto con uve Pinot
grigio. Ancora più ad est, sempre scendendo lungo il fiume, la zona di Chambave, dove i
vitigni più coltivati sono il Moscato bianco, prodotto in versione secca, ma anche come vino
dolce passito (flétri), elegante ed intenso, e lo Chardonnay, la cui acidità naturale viene
accentuata dalla posizione pedemontana dei vigneti, predisponendo i vini anche a
prolungate maturazioni in legno. Bassa Valle La Valle Centrale trova il suo confine naturale
presso Montjovet, comune che segna l’ingresso nella Bassa Valle, che prosegue lungo il
fiume fino al confine con il Piemonte. Il vitigno più diffuso qui è il Nebbiolo (detto Picoutener
o Picotendro), protagonista delle zone vinicole di Donnas e di Arnad-Montjovet. La Cucina
tradizionale della Valle d'Aosta La cucina della Valle d’Aosta conserva radici antiche ed è
pertanto inscindibilmente legata ai prodotti del territorio. E’ una cucina rustica e semplice, di
montagna, basata in gran parte su pochi ingredienti locali come i cavoli, le patate, i fagioli, le
castagne, la segale, l’orzo, le vecchie varietà di granturco, l’aceto di mele, molte varietà
locali di mele e di pere (la più nota fra tutte la “Martin sec”). Essendo una cucina di
montagna la selvaggina, il maiale (soprattutto i salumi) e i formaggi giocano un ruolo
importante: i due più famosi sono la fontina (a vari gradi di stagionatura) e la toma. Essi
conservano ancora i sapori delle erbe dei prati di alta montagna e quindi presentano
sfumature gusto-olfattive diverse a seconda della stagione. Peculiare nella cucina regionale
Valdostana la quasi totale mancanza del frumento e quindi della pasta, che viene sostituita
da primi a base di patate (gnocchi), polente (a base di granturco e anche segale e grano
saraceno) e riso (dal vicino Piemonte). Piuttosto scarso anche l’uso dell’olio extravergine di
oliva, infatti, ancora oggi i grassi più usati in cucina sono il burro e il lardo. Molte sono le
influenze della cucina francese ed in particolare le similitudini con la cucina delle regioni
transalpine confinanti (Savoia, Alta Savoia e Vallese). Tra i primi piatti ricordiamo gli
Chnéfflenes, bottoncini di pastella cotti in acqua bollente e conditi con fonduta, panna e
speck oppure cipolla brasata, e gli Chnolles, gnocchetti di farina di mais, entrambi piatti tipici
walser dell’alta valle del Lys (Gressoney-Saint-Jean), da mangiare in un brodo di carne di
maiale. La Pèilà è una minestra di farina di segale e di frumento, con pane, fontina e burro.
La Seupa à la Vapelenentse è uno dei piatti valdostani più famosi, a base di pane, verza e
fontina; la Seuppa à la Cognèntse, originaria di Cogne, simile alla precedente, ma con riso;
la Seuppa de l’âno (zuppa dell’asino), chiamata anche seuppa frèide (“zuppa fredda”), con
pane nero a fette e vino rosso zuccherato; la Soça, una minestra di fagioli con cipolla e
spezie, patate, lardo affumicato e saouceusses rosolate; la Sorsa, una zuppa densa
preparata con brodo, pane nero, patate, fagioli, fagiolini, carote, pere e mele. Tra i secondi
piatti meritano una menzione il Bouilli à la saumure, un bollito di carne salata, che è
possibile trovare dai macellai valdostani in autunno e in inverno, con salsicce e patate; la
Carbonade, antico piatto tipico a base di carne bovina, salata e cotta lentamente con aglio e
lardo, con salsa di vino bianco o rosso e spezie, la Cotoletta di vitello alla valdostana, con
fontina e uova, fritta nel burro; il Fricandeau, noce di vitello a pezzetti con cipolla, rosmarino,
erbe aromatiche e vino bianco, da mangiare con la polenta; gli Involtini di Fénis, di vitello
ripieni di motsetta (simile alla bresaola) e fontina; i tanti piatti a base di formaggi fusi come il
più conosciuto in assoluto: la fonduta. Tra i dolci ricordiamo il Creinchein, dolce zuccherato
al burro; le tegole valdostane, gallette di pasta di mandorle; i Torcetti, biscotti di pasta dolce
al burro con zucchero o miele, tipici di Saint-Vincent; il Mécoulin, pane dolce tipico di Cogne
e di Hône; la Crema di Cogne, a base di panna, zucchero e cioccolato.

Il Vino nella Liguria VITIGNI, VINO, ENOGASTRONOMIA i vini in liguria Il mare e il


paesaggio hanno da sempre esercitato un’influenza molto importante sulla viticoltura e la
produzione di vino in Liguria. I vigneti, esposti alla brezza marina e spesso coltivati in
scoscesi dirupi che degradano verso il mare, producono vini con una “salinità” tutta
personale e particolare, difficilmente presente nei vini prodotti altrove. I terrazzamenti ed i
ripidi pendii dei vigneti della Liguria, spesso privi di strade di accesso, come nella zona delle
“Cinque Terre”, hanno fatto spesso definire la viticoltura ligure come “eroica“. La vendemmia,
come tutte le operazioni in vigne, è in questi casi svolta rigorosamente a mano e il trasporto
delle uve a spalla, non per scelta, ma per necessità imposta dalla conformazione del
territorio. Le piccole quantità di vini che se ne ricavano si distinguono per la loro originalità
nel panorama enologico italiano. I Numeri del Vino della Liguria Superficie vitata della
Liguria Superficie vitata della Liguria: 1.500 ha di cui il 65% in montagna, 34% in collina, 1%
in pianura. Produzione di vino della Liguria Produzione di vino della Liguria: 46.000 hl di cui
vini DOP 79% vini IGP 9%, vini rossi e rosati 35%, vini bianchi 65%. Denominazioni per il
vino nella Liguria Denominazioni di origine per il vino in Liguria: 8 DOC, 4 IGT. La Viticoltura
nella Liguria La viticoltura in Liguria è profondamente interconnessa con l’unicità della
geografia, del clima e delle pratiche storiche della regione, distinguendola dalle regioni
italiane limitrofe. Le caratteristiche della viticoltura ligure sono plasmate da diversi fattori, tra
cui il suo territorio impegnativo, l’influenza del clima mediterraneo e la coltivazione di varietà
di uva autoctone. Questi elementi contribuiscono alle qualità distintive dei vini liguri e delle
pratiche vitivinicole, differenziandoli da quelli delle regioni vicine. Influenza del Paesaggio e
del Territorio La Liguria è nota per il suo terreno accidentato, con ripide colline e strette valli
che si estendono dalla costa verso l’interno. Questa topografia presenta sfide significative
per la viticoltura ma contribuisce anche alle qualità uniche dei vini liguri. I vigneti sono
spesso terrazzati per massimizzare l’uso di questo terreno impervio, una pratica che richiede
cure laboriose e raccolta manuale. Ciò contrasta con i vigneti più piatti e ampi trovati in
alcune regioni limitrofe, dove la meccanizzazione è più comune. La vicinanza del Mar Ligure
influisce significativamente sul clima, garantendo inverni miti ed estati che non sono
eccessivamente calde, con una benefica brezza marina che aiuta a moderare le
temperature. Questa influenza marittima è cruciale per la maturazione lenta e costante
dell’uva, consentendo lo sviluppo di sapori complessi e mantenendo un equilibrio tra
zucchero e acidità. Questo contrasta con alcune regioni interne, dove il clima può essere più
continentale, con estremi di temperatura maggiori che risultano in diversi modelli di
maturazione e profili di sapore. Varietà di Uva Autoctone L’attenzione della Liguria sulle
varietà di uva autoctone distingue ulteriormente la sua viticoltura. Varietà come Vermentino,
Pigato e Rossese sono ben adattate al clima e al suolo della regione, contribuendo al
carattere distintivo dei vini liguri. Queste uve si sono adattate alle specifiche condizioni della
Liguria, producendo vini che riflettono le qualità uniche del terroir. Le regioni limitrofe
possono concentrarsi su varietà diverse, sia autoctone che internazionali, che sono più
adatte alle loro condizioni ambientali e preferenze storiche. La Storia della Viticoltura della
Liguria La storia della viticoltura in Liguria è una testimonianza della sua tradizione
enologica, la cui origine risale ai tempi antichi e continua a plasmare la sua cultura,
economia e paesaggio. Le Origini della Viticoltura in Liguria La viticoltura in Liguria ha radici
antiche, con prove che suggeriscono che gli Etruschi e i Greci furono tra i primi a coltivare
viti in questa regione costiera. I Greci, noti per le loro abilità viticole, introdussero tecniche di
produzione del vino sofisticate e varietà di uva nell’area. La posizione strategica della Liguria
lungo le rotte commerciali la rese un punto cruciale per lo scambio di merci, incluso il vino,
che era una merce molto apprezzata nei tempi antichi. L’Influenza Romana e il Medioevo I
Romani svilupparono ulteriormente la viticoltura in Liguria, riconoscendo il potenziale della
regione grazie al suo clima favorevole e al terreno collinare. Migliorarono i metodi di
coltivazione e ampliarono i vigneti, rendendo il vino una parte essenziale della vita
quotidiana e delle cerimonie religiose. Durante il Medioevo, gli ordini monastici ebbero un
ruolo fondamentale nel preservare e migliorare le pratiche viticole in mezzo a sconvolgimenti
politici e sociali. I monasteri divennero centri di produzione di vino, dove i monaci si
prendevano cura meticolosamente dei vigneti e perfezionavano le tecniche di vinificazione.
Dal Rinascimento ai Tempi Moderni Il periodo del Rinascimento segnò un significativo
avanzamento nella viticoltura in tutta Italia, inclusa la Liguria. Quest’era vide il
perfezionamento dei processi di produzione del vino e un’incrementata apprezzamento per
la qualità del vino. I vini liguri iniziarono a guadagnare riconoscimento oltre i confini locali,
grazie alle repubbliche marittime della regione, come Genova, che facilitarono il commercio
con altre parti d’Europa e del Mediterraneo. Nel XIX e all’inizio del XX secolo, la Liguria,
come molte altre regioni produttrici di vino, affrontò sfide dovute alle infestazioni di fillossera
e alle difficoltà economiche. Tuttavia, la resilienza e la dedizione dei viticoltori liguri
portarono alla rinascita del settore vitivinicolo. Reimpiantarono i vigneti con portainnesti
resistenti alla fillossera e si concentrarono sulla qualità piuttosto che sulla quantità, una
filosofia che definisce la viticoltura ligure oggi. La Viticoltura Ligure Contemporanea Oggi,
l’industria vinicola ligure è caratterizzata dalle sue piccole cantine e l’attenzione sulle varietà
di uva autoctone, come Vermentino, Pigato e Rossese. La topografia impegnativa della
regione, con le sue colline ripide e i vigneti terrazzati, richiede una raccolta manuale
meticolosa, un lavoro d’amore che contribuisce alla distintività dei vini liguri. La
combinazione del clima mediterraneo, i suoli ricchi di minerali e le tecniche tradizionali di
vinificazione risultano in vini rinomati per la loro acidità croccante, aromi floreali e sapori
complessi. Il vino in liguria Vigneti delle Cinque Terre Image: Depositphotos.com I Vitigni
della Liguria L’entroterra ligure è costituito in gran parte di zone montuose, per cui la
produzione vitivinicola in Liguria si concentra lungo tutta la fascia costiera ed in parte,
laddove possibile, nelle aree interne della regione. Le varietà più diffuse sono a bacca
bianca, in particolare nell’area centrale e orientale, mentre nella parte occidentale della
regione si concentra la produzione di specie a bacca nera. Il vitigno a bacca bianca più
importante della Liguria è il Vermentino, mentre quello a bacca nera è il Rossese, una
varietà che ricorda il Nebbiolo per il suo basso contenuto di sostanze coloranti. Le altre uve
bianche coltivate in Liguria sono il Vermentino, Pigato, Bosco e Albarola, mentre quelle a
bacca nera sono il Rossese, l’Ormeasco (Dolcetto) e la Barbera. Il Ciliegiolo è invece diffuso
nella aree centrali e orientali della Liguria. Approfondisci Le Denominazioni di Origine della
Liguria Le Denominazioni di Origine per il vino in Liguria, partendo da est, ossia dalla Riviera
di Levante, sono la Colli di Luni DOC, zona che si estende fino alla provincia di Massa
Carrara, in Toscana. L’uva a bacca bianca più diffusa è qui il Vermentino, utilizzato sia in
purezza sia per la produzione del Colli di Luni Bianco, al quale si aggiunge Trebbiano
Toscano e altre uve a bacca bianca. La tipologia Colli di Luni Rosso è invece prodotto con
Sangiovese, Canaiolo Nero, Ciliegiolo, Pollera Nera e Cabernet Sauvignon. A seguire la
Cinque Terre DOC, che prende il nome dalle cinque località che si affacciano sul mar Ligure
nella parte orientale della regione in provincia di La Spezia. Il paesaggio delle Cinque Terre
è fra i più suggestivi che si possano osservare, con i vigneti piantati in ripidi e scoscesi
pendii, su terrazzamenti che degradano verso il mare. I vini delle Cinque Terre sono prodotti
con le uve dei vitigni Bosco, Albarola e Vermentino, dalle quali si ottengono vini bianchi
secchi e il raro passito Sciacchetrà, prodotto con uve surmature lasciate appassire in locali
aerati. Più a ovest, le aree DOC della Val Polcevera DOC e della Golfo del Tigullio o
Portofino DOC, che si distinguono per i vini prodotti con l’uva Bianchetta Genovese, nome
con il quale è localmente nota l’Albarola. La Riviera Ligure di Ponente è invece
caratterizzata dalla produzione di vini rossi, con le uve dei vitigni Rossese, Ormeasco
(Dolcetto) e Ciliegiolo. Il Rossese è il protagonista assoluto dei vini della DOC Dolceacqua.
Con il Rossese si producono vini rossi fruttati e tannini poco aggressivi, caratterizzati da un
colorazione tenue e smorzata, simile a quella dei vini da Nebbiolo. L’Ormeasco è invece il
protagonista della DOC Pornassio. Con la stessa uva si produce anche l’Ormeasco
Sciac-trà, un vino rosato leggero da non confondere con lo Sciacchetrà delle Cinque Terre. Il
Vermentino e il Pigato sono vitigni geneticamente affini e caratterizzano i vini bianchi nella
DOC Riviera di Ponente, in particolare nelle zone comprese fra le città di Savona e Imperia.
Approfondisci Le Zone Vinicole della Liguria La Liguria, stretta tra mare e monti nel
nord-ovest dell’Italia, offre un paesaggio vinicolo unico e variegato che affascina turisti e
appassionati di vino da tutto il mondo. La regione è conosciuta per la sua produzione di vini
bianchi aromatici e alcuni rossi distintivi, beneficiando di un clima mediterraneo che
abbraccia le colline costiere e le zone interne. Le Cinque Terre Le Cinque Terre, una delle
destinazioni più pittoresche d’Italia, non sono solo famose per i loro panorami mozzafiato ma
anche per il vino bianco che porta lo stesso nome della regione. Questa zona vinicola,
difficile da coltivare a causa dei suoi ripidi terrazzamenti che si affacciano sul mare, produce
il Cinque Terre DOC, un bianco fresco e minerale che riflette l’essenza del territorio. Un altro
vino da non perdere è lo Sciacchetrà, un passito dorato e aromatico, considerato un vero e
proprio tesoro locale. La Riviera Ligure di Ponente La Riviera Ligure di Ponente si estende
ad ovest di Genova fino al confine francese. Questa zona è rinomata per il Pigato, un vino
bianco che esprime al meglio il carattere del territorio con note di agrumi, erbe aromatiche e
un tocco minerale. Vermentino e il Rossese di Dolceacqua sono altri due vini di spicco di
questa zona. Il Rossese di Dolceacqua, in particolare, è un rosso leggero e fruttato, perfetto
da abbinare alla cucina locale a base di pesce. I Colli di Luni I Colli di Luni segnano il
confine tra Liguria e Toscana, offrendo un’interessante fusione tra le culture vinicole delle
due regioni. Qui, il Vermentino trova un’altra sua espressione eccellente, con vini che
spaziano dal fresco e floreale al più strutturato e complesso. La zona produce anche alcuni
rossi, tra cui il Ciliegiolo e il Sangiovese, che mostrano un bel carattere fruttato e speziato. Il
Golfo del Tigullio Il Golfo del Tigullio, vicino a Genova, è conosciuto per il Portofino DOC,
che include sia vini bianchi che rossi. I bianchi sono principalmente prodotti con uve
Vermentino e Bianchetta Genovese, offrendo sapori freschi e delicati, mentre i rossi sono
spesso a base di Dolcetto e Rossese, ideali per accompagnare la cucina ligure di mare e di
terra. La Val Polcevera Nella Val Polcevera, situata nell’entroterra di Genova, si produce il
Coronata o Coronata Val Polcevera DOC, un vino bianco raro e intrigante ottenuto
principalmente dalla uva Bianchetta Genovese. Questo vino si distingue per la sua
freschezza e sapidità, rappresentando un’espressione unica del terroir ligure. La Cucina
tradizionale della Liguria La cucina di mare La cucina Ligure ha un legame indissolubile col
mare, come testimoniano le numerosissime ricette dedicate al pesce. Tra i primi piatti
ricordiamo il Brodetto di pesci di scoglio, il guazzetto di bianchetti, i ravioli di pesce e la
zuppa di cozze alla marinara. Tra i secondi, il cappon magro, l’insalata di pesci, i frutti di
mare e crostacei combinati con le verdure, la frittata di bianchetti, gli sgombretti in salsa di
piselli, lo stoccafisso, la buridda (pesce in umido con piselli). I bianchetti, che si pescano in
Liguria dal 1 dicembre al 30 aprile, sono i piccoli di alcune specie di pesci marini, in
particolare sarde e acciughe. Sono lunghi dai 3 ai 10 mm e si presentano come un massa
biancastra. La cucina di terra Tra i primi piatti di terra ricordiamo le minestre e le zuppe,
interpretate con ricchezza di verdure e aromi: il minestrone alla genovese, morbido,
profumato e avvolgente, la mesciua, un misto di legumi e la sbira, trippa in umido, servita
con brodo. Le salse, che accompagnano la pasta tipica ligure, come le trenette e le trofie, tra
le quali primeggia il pesto, a base del fragrante basilico ligure, famoso in tutto il mondo, la
salsa di noci, il tocco (sugo) di carne, il tocco di funghi, la salsa verde. Tra i secondi piatti,
imperdibile la cima genovese, una sorta di “tasca” di carne di vitello con un ripieno costituito
principalmente da verdure, pinoli e formaggio, accompagnato da contorni come le lattughe
farcite, la frittata di carciofi e funghi o quella di erbette, la scorzonera (erbetta selvatica) fritta
e i fiori di zucca ripieni di patate. Pasta e farine sono la base per molte tipiche pietanze della
cucina ligure: la farinata di ceci, sottile, croccante, dalla superficie dorata, con l’aggiunta di
rosmarino, cipolle e salsiccia, è un piatto ricco di calorie consumato preferibilmente nel
periodo autunnale; la focaccia è una classica specialità ligure, cui vengono aggiunti
ingredienti come cipolle e olive, e molti altri, creando numerose varianti. Le più note sono la
Sardenaira, con pomodoro, olive e acciughe e la focaccia di Recco, con formaggio fresco.
Olio e erbe aromatiche La presenza dell’olivo in Liguria risale al 3000 a.C. L’Olio Riviera
Ligure DOP si distingue per il gusto fruttato e delicato di oliva matura, quasi per nulla amaro,
con sentori di mandorla e pinolo. È ideale per la maionese e i piatti a base di pesce in
generale. Caratteristica della cucina Ligure sono le profumatissime erbe aromatiche, come il
basilico, il timo, la maggiorana, il rosmarino, la salvia e la borraggine, usate insieme ad altre
erbe di campo per dare ad ogni piatto un tocco di originalità.

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