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Giacomo Leopardi

Giacomo Leopardi, nato nel 1798 a Recanati, sviluppa una vasta cultura attraverso l'autodidattica e scrive opere poetiche e filosofiche, tra cui lo Zibaldone, un diario intellettuale. La sua riflessione si concentra sul pessimismo, evidenziando l'infelicità umana e la natura come causa del male, evolvendo da un pessimismo storico a un pessimismo cosmico. Leopardi esplora anche la poetica del 'vago e indefinito', sostenendo che l'immaginazione permette di concepire piaceri infiniti, culminando nella sua opera 'La Ginestra', che propone un'utopia di solidarietà umana contro la natura avversa.

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Giacomo Leopardi

Giacomo Leopardi, nato nel 1798 a Recanati, sviluppa una vasta cultura attraverso l'autodidattica e scrive opere poetiche e filosofiche, tra cui lo Zibaldone, un diario intellettuale. La sua riflessione si concentra sul pessimismo, evidenziando l'infelicità umana e la natura come causa del male, evolvendo da un pessimismo storico a un pessimismo cosmico. Leopardi esplora anche la poetica del 'vago e indefinito', sostenendo che l'immaginazione permette di concepire piaceri infiniti, culminando nella sua opera 'La Ginestra', che propone un'utopia di solidarietà umana contro la natura avversa.

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1

LA VITA
GIACOMO LEOPARDI

Giacomo Leopardi nasce a Recanati, nelle Marche nel 1798 da una famiglia di
nobiltà terriera. La sua istruzione viene affidata a precettori ecclesiastici, poi all’età di
dieci anni l’autore continua gli studi da solo, servendosi dei testi presi nella biblioteca
paterna. Si forma in breve tempo una cultura vastissima. Scrisse componimenti
poetici, odi, sonetti, canzonette e tragedie.Si attua in lui il passaggio degli studi
filologici alla poesia. Tenta una fuga da casa, ma viene scoperto e sempre nello
stesso anno si verifica il passaggio decisivo dalla poesia alla filosofia. Comincio
una stagione originale della sua poesia: l’Infinito, iniziò a scrivere lo Zibaldone, una
sorta di diario intellettuale. Negli anni successivi nacquero altri idilli e canzoni. Si
reca a Roma, ma rimane deluso dall’ambiente intellettuale. Tornato a Recanati si
dedica alla composizione delle Operette morali, in un periodo in cui sente essersi
inaridita la sua vena poetica. Nel 1828 scrive poesie come i grandi idilli. A causa
delle cattive condizioni di salute è costretto a tornare a Recanati, poi grazie ad amici
fiorentini, lascia Recanati per sempre. Stringe amicizia con Antonio Ranieri e si
stabilisce nel 1833 con lui a Napoli, dove muore nel 1837.

IL PENSIERO

LO ZIBALDONE

L’opera leopardiana: lo Zibaldone, tratta di un diario intellettuale in cui il poeta


annota :pensieri, appunti, ricordi, osservazioni, note, conversazioni e
discussioni, di se stesso, dell’animo suo, la sua vita. La parola zibaldone significa
mescolanza confusa di cose diverse, ed è usata da Leopardi in riferimento alla
varietà degli argomenti, trattati senza un criterio organizzativo, annotati giorno
per giorno . Nelle pagine di quest’opera ci consentono di capire l’evoluzione del
pensiero di Leopardi e la sua concezione della letteratura.

LA NATURA BENIGNA

Al centro della riflessione di Leopardi si pone un motivo pessimistico; l’infelicità


dell’uomo. Restando fedele ai principi del materialismo e sensismo, egli associa
la felicità con il piacere, sensibile e materiale. L’uomo desidera il piacere: aspira a
un piacere infinito. Pertanto nasce in lui un senso di insoddisfazione perpetua.
Nasce per Leopardi l’infelicità dell’uomo, il senso della nullità di tutte le cose. E
Leopardi sottolinea: che ciò va inteso non in senso religioso e metafisico, ma in
senso puramente materiale. Per Leopardi l’uomo è infelice. Ma la natura, in
questa fase è concepita da Leopardi come madre benigna e attenta al bene delle
sue creature, ha voluto offrire all’uomo come rimedio l’immaginazione e le
illusioni. Per questo gli uomini primitivi e gli antichi Greci e Romani, capaci di
illudersi e di immaginare, erano felici.
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IL PESSIMISMO STORICO

La prima fase del pensiero leopardiano è costruita tra natura e ragione. La colpa
dell’infelicità è attribuita all’uomo stesso, che si è allontanato dalla via tracciata
dalla natura benigna. Leopardi da un giudizio durissimo sulla civiltà dei suoi
anni. Scaturisce le tematiche civili e patriottiche che caratterizza le prime canzoni
leopardiane. E ne deriva anche un atteggiamento titanico: il poeta, sfida il fato
maligno che ha condannato l’Italia a tanta degradazione. Questa fase del
pensiero leopardiano è stata designata con la formula pessimismo storico, poiché la
condizione negativa del presente viene vista come effetto di un processo
storico, di un allontanamento progressivo da una condizione originaria di
felicità. Ma non bisogna dimenticare che si trattava pur sempre di una felicità
relativa e che la felicità antica era solo frutto di illusione.

LA NATURA MALIGNA

Leopardi si rende conto che, la natura mira alla conservazione della specie. Ne
deduce che il male non è un semplice accidente, ma rientra nel piano stesso
della natura. Leopardi in un primo momento attribuisce la responsabilità del male
al fato. Dopo una riflessione il poeta arriva ad una soluzione cambiando la sua
concezione della natura. La natura non è più vista come madre amorosa e
provvidente, ma come meccanismo, indifferente alla sorte delle sue creature,
una concezione meccanicistica e materialistica. La colpa dell’infelicità non è più
dell’uomo stesso o del fato, ma solo della natura. L’uomo è vittima innocente
della natura. Muta il senso dell’infelicità umana: ora l’infelicità, materialisticamente,
è dovuta soprattutto ai mali esterni, a cui nessuno può sfuggire: malattie,
elementi atmosferici, cataclismi, vecchiaia, morte.

IL PESSIMISMO COSMICO

Se causa dell’infelicità è la natura stessa, tutti gli uomini sono


necessariamente infelici. Della prima fase del pessimismo storico subentra così un
pessimismo cosmico: nel senso che l’infelicità non è più legata ad una
condizione storica e relativa dell’uomo, diviene un dato eterno e immutabile di
natura. Subentra infatti in Leopardi un atteggiamento contemplativo, ironico e
distaccato.
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LA POESIA DEL <<VAGO E INDEFINITO>>

L’INFINITO NELL’IMMAGINAZIONE

La “teoria del piacere”, elaborata nel 1820, rappresenta anche il punto d’avvio
della sua poetica. Dopo aver affermato che nella realtà il piacere infinito è
irraggiungibile, il poeta sostiene che l’uomo abbia la capacità di figurarsi piaceri
infiniti mediante l’immaginazione. La realtà immaginaria costituisce, l’alternativa a
una realtà vissuta che non è che infelicità e noiosa,l’immaginazione è una realtà
parallela, è tutto ciò che è vago e indefinito. Si viene a costruire una vera e propria
teoria della visione, la vista impedita da un ostacolo, una siepe, un albero, una torre,
una finestra , perché allora in luogo della vista, lavora l’immaginazione e il fantastico.

IL BELLO POETICO

La teoria filosofica dell’indefinito si aggancia alla teoria poetica. Il bello poetico,


per Leopardi, consiste dunque nel vago e indefinito, e si manifesta in immagini
(come ad esempio, parole che sono poetiche:lontano, antico,notte, ultimo, eterno).
Leopardi aggiunge poi una considerazione importante: queste immagini sono
suggestive perché per lo più evocano sensazioni che ci hanno affascinati da
fanciulli. Poetica dell’indefinito e poetica della “rimembranza” si fondono: la
poesia è il recupero della visione immaginosa attraverso la memoria.

ANTICHI E MODERNI

Leopardi osserva che maestri della poesia <<vaga e indefinita>> erano gli
antichi: perché più vicini alla natura, erano immaginosi come fanciulli. I moderni,
che si sono allontanati dalla natura per colpa della ragione, e per questo sono
infelici, la poesia d’immaginazione non è praticabile; ad essi non resta che una
poesia sentimentale, nutrita di idee, filosofica, che nasce dalla consapevolezza del
vero e dall’infelicità. Leopardi stesso, segue la poetica del vago e indefinito.Leopardi
escludere il carattere immaginoso dai suoi versi.

LEOPARDI E IL ROMANTICISMO

IL CLASSICISMO ROMANTICO DI LEOPARDI

Nella polemica tra classicisti e romantici Leopardi prese posizione contro le tesi
romantiche. Egli ritiene che gli autori antichi siano un esempio di poesia fresca,
spontanea, immaginosa. In questa esaltazione di ciò che è spontaneo, originario,
non contaminato dalla ragione, appare molto più vicino allo spirito della cultura
romantica di quanto non lo siano altri autori italiani che si dichiarano apertamente
romantici. Si può parlare perciò di un classicismo romantico.
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I CANTI
Tra il 1828 e il 1830, Leopardi compone dieci canzoni. Nel 1826 stampa una
raccolta in versi, che comprende due parti: un’epistola in versi e sei componimenti
con il titolo di Idilli.

GLI IDILLI

I componimenti scritti tra il 1819 e il 1821 si chiamano piccoli idilli e sono scritti
durante il pessimismo storico : L’INFINITO, LA SERA DEL DÌ DI FESTA, ALLA
LUNA, IL SOGNO, LO SPAVENTO NOTTURNO, LA VITA SOLITARIA. Affrontano
tematiche intime e autobiografiche con un linguaggio semplice. La parola idillio
significa quadretto, nella letteratura antica il termine indicava un componimento di
breve estensione destinato all’espressione di sentimenti soggettivi e
ambientato in un mondo pastorale idealizzato. Gli idilli di Leopardi abbandona
l’ambientazione pastorale e ogni tendenza all’idealizzazione. Il poeta li definì come
espressione di sentimenti, affezioni, avventure storiche del suo animo.

IL <<RISORGIMENTO>> E I GRANDI IDILLI DEL 1828-30


Chiusa la stagione delle canzoni e degli idilli, cominciò per Leopardi un silenzio
poetico che sarebbe durato sino alla primavera del 1828. Egli lamentava la fine delle
illusioni giovanili, lo sprofondare di uno stato d’animo di aridità e gelo, che gli
impediva ogni immaginazione e del sentimento. Per questo non scrisse più poesia,
Tra il 1828-30, con il passaggio al pessimismo cosmico, Leopardi trascorse un
periodo a Pisa..e nell’aprile del 1828 scrisse A SILVIA. Tornato a Recanati nel 1829
compose LE RICORDANZE, LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA, IL SABATO DEL
VILLAGGIO, CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL’ASIA, IL
PASSERO SOLITARIO.

LA DISTANZA DEI PRIMI IDILLI

Questi componimenti non sono la semplice ripresa della poesia di dieci anni prima.
Nel mezzo si collocano esperienze decisive: la fine delle illusioni giovanili, la
consapevolezza del vero, la costruzione di un sistema filosofico fondato su un
pessimismo assoluto. Per questo i “grandi idilli” sono percorsi da immagini liete,
ma queste immagini sono come rarefatte, e perdono ogni corposità fisica, materiale:
create dalla memoria, esse non sono mai separate dalla consapevolezza del
dolore, del vuoto dell’esistenza, della morte.
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LA POLEMICA CONTRO L’OTTIMISMO PROGRESSISTA

Dopo il 1830 Leopardi instaura anche un rapporto intenso con le correnti


ideologiche del tempo. A queste ideologie Leopardi contrappone le proprie
concezioni pessimistiche che escludono ogni miglioramento della condizione
umana, affermando che l’infelicità e la sofferenza sono dati di natura, eterni e
immodificabili. Allo spiritualismo di tipo religioso, che cerca consolazione nell’aldilà,
Leopardi contrappone il suo duro materialismo che nega ogni speranza in
un’altra vita, respingendo quelle credenze come favole infantili e sciocche.

LA GINESTRA E L’IDEA LEOPARDIANA DI PROGRESSO

L’ultima svolta si presenta con la ginestra, il testamento spirituale di Leopardi. Nel


componimento compare ancora la dura polemica antiottimistica e antireligiosa,
ma questa volta Leopardi non nega la possibilità di un progresso civile: cerca
anzi di costruire un’idea di progresso proprio sul suo pessimismo. La
consapevolezza della reale condizione umana, indicando la natura come la vera
nemica, può indurre gli uomini a unirsi per combattere la sua minaccia; e questo
legame può far cessare le sopraffazioni e le ingiustizie della società, dando origine a
un più onesto conversar cittadino, a giustizia e pietade, al vero amor tra gli uomini.

La filosofia di Leopardi, si apre a una generosa utopia, basata sulla solidarietà


fraterna degli uomini, che nasce a sua volta dalla diffusione del vero. Sul piano
letterario la ginestra è anche la massima realizzazione di quella nuova poetica
sperimentata a partire dal 1830. È un vasto poemetto, costruito con una vera e
propria sinfonia musicale: dal quadro grandioso e tragico del Vesuvio che minaccia
distruzione con le sue distese di lava infeconda, all’aspra polemica ideologica, alle
rapide descrizioni dell’immensità dell’universo in confronto al quale la terra e l’uomo
sono una nullità, alla visione dell’infinito svolgersi dei secoli della storia umana su cui
incombe immutabile la minaccia della natura, sino alle note gentili dedicate alla
ginestra, il fiore del deserto che rappresenta simbolicamente la dignità
dell’uomo dinanzi alla forza invincibile della natura che lo schiaccia.
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L’INFINITO

L’infinito, anticipa un tema, centro delle riflessioni leopardiane negli anni successivi:
“la teoria del piacere”, da cui si sviluppa la poetica del “vago e indefinito”,
Leopardi sostiene che particolari sensazioni visive e uditive, inducono l’uomo a
crearsi con l’immaginazione quell’infinito a cui aspira. L’infinito è l’immaginazione che
strappa la mente al reale e la immerge nell’infinito. La poesia si articola in due
momenti.

Nel primo momento: c’è una sensazione visiva, o, dall’impossibilità della visione: la
siepe che chiude lo sguardo, impedendo ad esso di spingersi fino all’estremo
orizzonte, facendo subentrare il fantastico; il pensiero costruisce l’idea di un infinito
spaziale, cioè di spazi senza limiti.

Nel secondo momento l’immaginazione è presa da una sensazione uditiva, lo


stormire del vento tra le piante. La voce del vento viene paragonata all’infinito
silenzio creato dall’immaginazione e suscita l’idea del perdersi delle labili cose
umane nel silenzio dell’oblio. Viene così in mente al poeta l’idea di un infinito
temporale. Tra i due momenti vi è anche un passaggio psicologico: l’io lirico, ma
nel secondo momento l’io annega nell'immensità dell’infinito immaginato, sino a
perdere la sua identità; e questa sensazione di naufragio dell’io è piacevole. Lo
spegnersi della coscienza individuale da una sensazione di piacere, garantisce una
forma di felicità. Tra lo spaurarsi del cuore e la dolcezza del naufragio non vi è però
contrasto, ma due aspetti di un’unica emozione, al tempo stesso spaventosa e
piacevole, che è suscitata dall’immaginazione dell’infinito.

Composto a Recanati, fa parte dei piccoli idilli, 15 versi, le tematiche sono: la


poetica del “vago e indefinito” e il concetto di infinito nel tempo e nello spazio.
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A SILVIA

La lirica è lasciata nel vago e nell’indeterminato: ciò che unisce Silvia e il poeta,
è il parallelismo tra due condizioni: la fanciulla e il giovane poeta sono
associati, solo dalla condizione giovanile, dalle sue speranze e dai suoi sogni,
poi dalla loro delusione. Tutta la lirica è caratterizzata da un’espressione di
vaghezza. L’immagine di silvia, è tratteggiata attraverso due soli particolari: uno
fisico e uno psicologico. Ancor più vaga è la raffigurazione del mondo esterno,
l’ambiente che circonda le due figure: il paesaggio primaverile è poverissimo di
descrizioni, solo pochi aggettivi sobri. Questa raffigurazione, corrispondono a una
precisa poetica leopardiana, la tendenza al “vago e indefinito”, in cui, consiste nel
bello e il piacevole delle cose e della poesia, poiché stimola l’immaginazione,
dà l’illusione di quell’infinito a cui l’uomo aspira.

Lo spunto da cui prende la poesia è un dato reale, vissuto. Ma questa realtà


vissuta, è sottoposta ad una serie di filtri.

Innanzitutto un filtro fisico. L’io lirico nella poesia di Leopardi è separato da una
distanza, da una sorta di diaframma. Leopardi percepisce sempre il mondo dal
chiuso della propria stanza, dal chiuso del proprio mondo interiore; la finestra
è come il confine che mette in contatto i due mondi, l’interiore e l’esteriore,
l'immaginario e il reale. La sua funzione è simile a quella della siepe dell’Infinito, il
contatto diretto col reale, stimola l’immaginazione.

Il secondo filtro è costituito dall’immaginazione. Nel rapporto con il reale si


determina una sorta di doppia visione. Egli vedrà cogli occhi una torre, una
campagna; udrà cogli orecchi un suono d’una campana; e allo stesso tempo con
l'immaginazione vedrà un’altra torre, un’altra campagna, udrà un altro suono. In
questo secondo genere di oggetti sta tutto il bello e il piacevole delle cose.

Un terzo filtro è la memoria. Il ricordo per Leopardi ha una funzione analoga a


quella dell’immaginazione, nel rendere indefinite e poetiche le cose. La
rimembranza è essenziale e principale nel sentimento poetico, non per altro, se non
perché il presente, qual ch’egli sia, non può esser poetico si trova sempre consistere
nel lontano, nell’indefinito, nel vago. Nel caso di A Silvia, la memoria richiama un
particolare del passato, il canto della fanciull, trasfigurandolo.

A Silvia, composto a Pisa, fa parte dei grandi idilli, i temi sono: il ricordo e la
memoria e la disillusione. Silvia rappresenta la speranza.
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LA GINESTRA

La ginestra è composta 1836, a Torre del Greco. I temi sono: la solidarietà fra
gli uomini, la polemica antireligiosa, la possibilità di un progresso autentico di
tipo civile e morale e la potenza distruttiva della natura. La ginestra è un
poemetto di 317 versi. È divisa in sette strofe.

nella prima strofa: il componimento insiste sull’opposizione deserto/ginestra,


aridità/profumo, ”il deserto”, propone un paesaggio antiidillico. La ”ginestra”,
possiede caratteristiche tutte positive: è contenta dei deserti e li abbellisce; è sempre
compagna di afflitte fortune, è gentile, in opposizione alla spietata minaccia del
vulcano. La ginestra assume un valore simbolico e rappresenta da un lato la vita
che resiste ad ogni costo alla potenza devastante della natura, dall’altro la pietà
verso la sofferenza di tutti gli esseri perseguitati dalla natura stessa. È
possibile scorgere una segreta identificazione tra il poeta e la ginestra, accomunati
dall atteggiamento coraggioso e non rassegnato di opposizione e di sfida verso la
natura nemica, ma anche della pietà nei confronti delle vittime della natura, viene
così anticipato sin dalla prima strofa, il motivo della solidarietà fra gli uomini.
Nella seconda strofa il bersaglio principale sono le concezioni di tipo spiritualistico
e religioso che si verifica nell’epoca presente. Il poeta attribuisce questo trionfo della
visione religiosa alla vigliaccheria: che non ha il coraggio di guardare in faccia il
vero, la sorte infelice e il posto meschino assegnati all’uomo della natura, e rifugge
dalla filosofia che lo svela, aggrappandosi agli inganni della religione.
Nella terza strofa Leopardi propone con vigore una parte costruttiva, una sua
alternativa alle idee che combatte. Qui nella Ginestra il poeta continua ad escludere
la felicità, ma afferma la possibilità di un progresso che assicuri una società più
giusta, con rapporti più umani tra gli uomini.
Nella quarta strofa nel paesaggio si affaccia anche la figura del poeta. L’io è
immerso nella realtà orrida, funebre, che non è più trasfigurata da alcuna illusione,
ma rappresenta in tutta la sua tragica terribilità la vera condizione dell’uomo. Da
questo particolare emerge la poetica nuova, non più idilliaca, ma una poetica
interamente con il vero. L’idea dell’infinita piccolezza dell’uomo, offre lo spunto per
una ripresa della polemica che favoleggiano sulle divinità. Nella Ginestra si fondono
gli atteggiamenti: il riso per la stoltezza, la pietà per le sofferenze dell’umanità.
Nella quinta strofa riprende la potenza distruttiva della natura.
Nella sesta strofa insiste sul motivo del tempo immobile della natura maligna.
Nella settima strofa ritorna in primo piano la ginestra. Il fiore rappresenta ancora la
pietà per la condizione delle creature, ma acquista anche nuovi significati,
diventando un modello di comportamento nobile ed eroico per l’uomo. Quando la
lava scende, la pianticella dovrà piegare il capo dinanzi all’onnipotenza della natura
distruttrice, ma questa sconfitta non cancella la sua dignità: la ginestra non ha mai
piegato il capo a supplicare l’oppressore,, né mai ha voluto imporre il suo dominio
sulle altre creature. Nella ginestra si proietta dunque l’immagine ideale della nobiltà
dell’uomo, che il poeta aveva delineato nella terza strofa.
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LE OPERETTE MORALI

Nel 1824, di ritorno da Roma, dopo essere per la prima volta uscito dalla prigione
(Recanati) ed essere venuto a contatto con una vasta società, ricevendone una
cocente delusione, Leopardi si dedica ad attuare l’ultimo punto di questo
programma, componendo le Operette morali. Contengono 24 testi. Le operette
morali sono prose di argomento filosofico. Alla base della scrittura vi è un forte
impegno morale e civile. Impegno che si riflette nel titolo dell’opera, nell’aggettivo
morali. Il diminutivo operette indica semplicemente la breve estensione di questi
testi, che faccia leva appunto sul ridicolo, sul comico e sull’ironia. Ciò non
pregiudica però la profonda serietà degli intenti, ma di scritti di profonda
sostanza intellettuale. Le armi del ridicolo sono usate a fini seri, per criticare i
costumi, le idee correnti, gli stereotipi mentali della sua epoca, e per
combattere i pregiudizi radicati. Leopardi sceglie per molte delle operette la forma
del dialogo, e inserisce creature immaginose, personificazioni di concetti astratti,
personaggi mitici o favolosi, personaggi storici oppure di personaggi storici mescolati
con esseri bizzarri o fantastici. Sul piano dei contenuti, tutte le operette si
concentrano intorno ai temi fondamentali del pessimismo leopardiano: l’infelicità
inevitabile dell’uomo, impossibilità del piacere, la noia, il dolore, i mali
materiali che affliggono l’umanità. Grazie al distacco ironico con cui Leopardi
contempla il vero non si ha un’impressione di tristezza, di malinconia ossessiva e
opprimente. Questa contemplazione si traduce in una prosa d’arte di classica
eleganza, di straordinaria leggerezza. Escono da questo quadro le operette più
tarde, come il DIALOGO DI PLOTINO E DI PORFIRIO, che affronta il problema del
suicidio ed è tutto pervaso da un senso di pietà e di solidarietà fraterna verso gli
uomini, anticipando così la svolta della ginestra o il dialogo di Tristano e di un amico,
che già si inserisce nel clima dell’ultima stagione leopardiana e della sua aspra
polemica contro l’epoca contemporanea.
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DIALOGO DELLA NATURA E DI UN ISLANDESE

L’operetta fu scritta nel 1824. Prese spunto dalla lettura di Voltaire, si parla delle
terribili condizioni degli Islandesi, minacciati insieme dal gelo e dal vulcano Hekla. Di
qui probabilmente è venuta a Leopardi l’idea di assumere un Islandese come
esempio dell’infelicità dell’uomo e dei mali che lo affliggono per colpa della natura. I
temi: l’indifferenza della natura per la condizione umana, il pessimismo
materialistico e la mancanza di senso dell’uomo. L’operetta segna una svolta nel
pensiero leopardiano: il passaggio da un pessimismo sensistico-esistenziale a un
pessimismo materialistico e cosmico, dalla natura benefica e provvidente a
quella di una natura nemica e persecutrice. L’infelicità è fatta dipendere
materialisticamente dai mali esterni, fisici, a cui l’uomo non è in grado di sfuggire.
L’islandese fa un elenco : i climi avversi, le tempeste, i cataclismi, le bestie feroci, le
malattie e infine più terribili di tutti i mali perché non risparmiano nessuno, la
decadenza fisica e la vecchiaia. Di qui l’idea di una natura nemica, che mette al
mondo le sue creature per perseguitarle.

È una scoperta preparata da tempo, che già avevano messo in dubbio che la natura
avesse come fine il bene del singolo. Ma viene in piena luce in questa operetta, e
la scoperta folgorante, traumatica, cambierà tutto il corso della riflessione
leopardiana successiva. Leopardi approda a un materialismo assoluto e a un
pessimismo cosmico, che abbraccia tutti gli esseri, non solo gli uomini, e tutti i tempi.
L’infelicità non è dovuta solo a cause psicologiche, ma a cause materiali, alle
leggi stesse del mondo fisico, che non hanno affatto per fine il bene degli
uomini. Il dolore, la distinzione e la morte non rappresentano errori accidentali
nel piano della natura, ma sono elementi essenziali del suo stesso ordine. Il
mondo è un ciclo eterno di produzione e distruzione (concezione
meccanicistica della vita), e la distruzione è indispensabile alla conservazione
del mondo. la sofferenza è la legge stessa dell’universo, e nessun luogo,
nessun essere ne è immune.

Nell’operetta risultano due diverse concezioni della natura; per l’Islandese essa è
come una malvagia che perseguita deliberatamente le sue creature: la natura
stessa invece obietta che fa il male senza accorgersene, in obbedienza a leggi
oggettive. In questo duplice immagine si rispecchiano due diversi atteggiamenti
dello scrittore: quello filosofico-scientifico, che considera la natura come un puro
meccanicismo impersonale e inconsapevole, e quello poetico, immaginoso e
mitico. che vede la natura come una specie di divinità malefica.
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