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SENECA

Seneca, filosofo stoico, sottolinea l'importanza della ragione e della virtù in un mondo incerto, evidenziando la crisi dei valori tradizionali. Nella sua vita, oscillò tra politica e filosofia, diventando consigliere dell'imperatore Nerone, ma affrontò compromessi morali e conflitti interni. Le sue opere, tra cui le 'Epistulae ad Lucilium', offrono riflessioni sulla saggezza stoica e sulla morte, cercando di guidare i lettori verso l'autocoscienza e la libertà interiore.
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Seneca, filosofo stoico, sottolinea l'importanza della ragione e della virtù in un mondo incerto, evidenziando la crisi dei valori tradizionali. Nella sua vita, oscillò tra politica e filosofia, diventando consigliere dell'imperatore Nerone, ma affrontò compromessi morali e conflitti interni. Le sue opere, tra cui le 'Epistulae ad Lucilium', offrono riflessioni sulla saggezza stoica e sulla morte, cercando di guidare i lettori verso l'autocoscienza e la libertà interiore.
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SENECA

“ Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”. Con queste parole,
Seneca ci ricorda che in un mondo incerto o instabile, la vera sicurezza non si trova negli
eventi esterni ma nella capacità umana di guidarsi, seguendo la ragione e la virtù.
Durante la sua vita, il filosofo avvertiva la decadenza dei valori tradizionali, la precarietà
della fortuna e la fragilità delle istituzioni politiche. Il suo pensiero ci introduce proprio alla
crisi delle certezze dove l’uomo dissolto deve ricostruire un nuovo equilibrio.
Lucio Anneo Seneca nacque in Spagna, a Cordova, tra il 4 e il 1 a. C., figlio di un agiato
cavaliere, Seneca il Vecchio o Seneca il retore, uomo colto e appassionato di storia e di
retorica, che si trasferì a Roma per studiare con maggiore agio e ascoltare gli oratori più
famosi, e perché i suoi tre figli potessero ricevere un’adeguata educazione. Per loro Seneca
il Vecchio compose una sorta di guida all’eloquenza, il trattato noto come Controversiae et
Suasoriae, in cui aveva raccolto i motivi più significativi che ricordava dalle molte
declamazioni dei rétori del suo tempo.Seneca frequentò allora i filosofi stoici Attalo, Sozione
di Alessandria e Papirio Fabiano, e attraverso essi conobbe le dottrine di Quinto Sestio, che
aveva predicato un ideale di vita ascetico, ispirato in parte anche al neopitagorismo, cui egli
rimase sempre fedele: sobrietà nel vitto, rigorosamente vegetariano, letto duro e bagni
freddi, esame di coscienza praticato ogni sera. Entrò presto anche in politica, ed ottenne
notevoli successi come oratore: non sappiamo se l’odio dell’imperatore Calìgola, che nel 39
stava per condannarlo a morte, nascesse da invidia per questi successi o dal fatto che
Seneca aveva amicizie nella casa di Germanico, figlio di Druso e a lui ostile. Quella volta
egli fu salvato da un’amante di Caligola che gli fece osservare che non valeva la pena di
ammazzare quell’intellettuale malaticcio, che certamente sarebbe morto in breve tempo, ma
con l’avvento di Claudio si trovò nuovamente in pericolo. Messalina, la prima moglie
dell’imperatore, temeva l’antico clan di Germanico, rappresentato dalle sorelle di Caligola, e
per questo fece accusare Seneca di adulterio con la minore, Giulia Livilla, ed esiliare in
Corsica, dove rimase per otto lunghi anni, dal 41 al 49 d. C., in un luogo selvaggio che era
tutto l’opposto dello splendido ambiente romano dove si era affermato come una personalità
brillante; anche Livilla fu esiliata e quindi messa a morte.
Dopo il ripudio e l’uccisione di Messalina, Claudio sposò un’altra sorella di Caligola,
Agrippina, e questa fece richiamare il filosofo e gli affidò l’educazione di Domizio Nerone, il
figlio che aveva avuto da un precedente matrimonio e che destinava al trono imperiale a
scapito del più giovane Britannico, nato da Claudio e da Messalina. Nel 54 Claudio morì,
forse avvelenato da Agrippina e così a sedici anni Nerone divenne imperatore, e Seneca fu il
suo principale consigliere, insieme ad Afranio Burro, prefetto del pretorio. Seneca concepì
allora un disegno ambizioso, di guidare il giovane allievo verso un esercizio illuminato del
potere, cercando di realizzare una mediazione tra il potere imperiale e quello che pur
rimaneva al senato e suggerendo a Nerone una politica di rispetto per le prerogative
dell’aristocrazia. Fu un periodo difficile per il filosofo, non solo per l’impegno che questa
politica gli richiedeva, ma soprattutto per i molti compromessi che dovette accettare, dato il
carattere di Nerone, insofferente della tutela, e le trame di Agrippina, che avrebbe voluto
controllare il figlio attraverso Seneca e Burro, per gestire in questo modo il potere. Dopo un
anno di questo equilibrio difficile e costoso dal punto di vista dei principi, Seneca fu costretto
ad avallare l’assassinio di Britannico, che Nerone fece avvelenare nel 55, e a sforzarsi di
tener testa agli intrighi sempre più arroganti di Agrippina, che non esitò a ricorrere a
qualsiasi mezzo, non escluso un tentativo di seduzione incestuosa, per recuperare
l’influenza sul figlio. Nerone nel 59 decise di liberarsi della madre facendola ammazzare, e ci
si chiede se Seneca abbia avuto parte in questa decisione, dovuto anche al gesto di
Agrippina. Nerone affidò il potere a Tigellino, nominandolo il nuovo prefetto del pretorio, e si
giunse a una politica sempre più autoritaria. Seneca decise di ritirarsi in vita, chiedendo il
consenso all’imperatore, per dedicarsi completamente alla filosofia. Ma Nerone non accettò
e il filosofo si vide costretto a frequentare sempre meno il palazzo, dopo l’incendio di Roma
nel 64 d.C. Iniziò ad apparire come un oppositore del regime, nel 65 si formò una congiura di
aristocratici intorno a un senatore di grande prestigio, Gaio Calpurnio Pisone, l’antico
consigliere del principe, un punto di riferimento per i congiurati.Pisone era suo amico, e tra
gli aderenti alla congiura c’era anche il figlio di uno dei suoi fratelli, il poeta Anneo Lucano;
anche se forse Seneca non vi partecipò direttamente, è verosimile che ne sia stato al
corrente. Quando essa fu scoperta, anch’egli come molti altri, fra i quali i suoi fratelli e il
nipote, ricevette l’ordine di uccidersi. La morte di Seneca ci è riferita da Tacito negli Annales
e da Cassio Dione, secondo il modello letterario, ormai ben definito nella tradizione
storiografica, delle morti degli uomini illustri, anzitutto di Socrate e di Catone Uticense.
Il pensiero filosofico di Seneca era basato sullo Stoicismo.
Seneca svolse per alcuni anni una funzione attiva come uomo di cultura a servizio del
potere. In seguito trovò la propria vera vocazione, che non era quella di brillante oratore o di
consigliere del principe, bensì quella di scopritore dell'interiorità. Come uomo Seneca non fu
esente da debolezze e compromessi. Mentre predicava rassegnazione e pazienza verso le
disgrazie, si piegò ad adulare dalla Corsica il potente liberto di Claudio, Polibio, per ottenere
inutilmente il richiamo a Roma. Nell'arco della sua vita rimase sempre sostanzialmente
indeciso fra vita attiva e vita contemplativa: allettato dalla quiete dell'otium filosofico, fu però
sempre sensibile ai richiami della vita mondana e del potere. Gli avversari gli
rimproveravano avarizia, ambizione, gusto per i piaceri, ma egli si difendeva invitandoli a
guardare non al suo comportamento, ma al suo insegnamento.
L’opera di Seneca comprende numerosi scritti in prosa di carattere filosofico, comprendendo
in questa definizione sia la filosofia morale sia le indagini sulla natura, che per gli antichi
facevano parte della filosofia, una satira sulla morte di Claudio, Apokolokyntosis o Ludus
de morte Claudii, nove tragedie e alcuni epigrammi attribuiti a lui nell’Anthologia Latina.
Abbiamo notizia di altre opere che non ci sono giunte, e che trattano di filosofia morale:De
immatura morte, De superstitione, De terrae motu e De situ et sacris Aegyptiorum.
Le sue opere si dividono in prosa e in versi. I 10 Dialoghi, chiamati così da Quintiliano, non
sono dialoghi come quelli platonici o ciceroniani ( tranne per il De tranquillitate animi) ma
seguono la metrica della diatriba cinico-stoica poiché l’autore parla in prima persona e
l’interlocutore è il destinatario del dialogo o un personaggio fittizio, con un ruolo secondario.
Si ha un proprio spostamento semantico del dialogo.
L’opera più nota e famosa di Seneca è Epistulae ad Lucilium, composta da 124 lettere,
divise in 20 libri che scrisse per l’amico Lucilio dopo il 62 d.C., Lucilio era un cavaliere
romano che rivestì importanti ruoli di prestigio nell’amministrazione imperiale e nel periodo
che Seneca gli scrisse le lettere si trovava in Sicilia in qualità di procurator, un alto grado
nella carriera amministrativa.
Seneca non è più un personaggio pubblico, e si esprime con un linguaggio più discorsivo e
colloquiale ; nonostante la forma privata dell'epistolario, avvertiamo comunque che Seneca
teneva in considerazione la futura pubblicazione delle sue lettere. I temi trattati sono
molteplici e vari e già presenti in alcuni Dialogi, ma due sono i motivi ricorrenti: la figura del
saggio stoico e la morte. La filosofia senecana trova nell'epistolario un'esposizione
pressoché completa, anche se non sistematica. E' questo un "difetto" riconosciuto al
pensiero senecano da alcuni critici. Seneca vuole soprattutto favorire nell'interlocutore
l'abitudine alla riflessione filosofica che deve sempre portare all'esame di coscienza. Le sue
epistole inoltrano soprattutto consigli spirituali. Non mancano però riferimenti alla realtà, a
episodi di vita privata, alle lettere di risposta di Lucilio. L'epistolario delinea un itinerario
filosofico che gradualmente conduca l'allievo Lucilio all'autocoscienza e alla libertà interiore,
intesa alla maniera degli stoici, come accettazione totale del proprio destino, buono o cattivo
che sia. Seneca si fa guida morale, anche se confessa di non avere raggiunto neppure lui la
piena sapientia. Le lettere iniziali sembrano avviarsi con cautela, presentando talora
insegnamenti di scuole filosofiche diverse da quella stoica. L'autore abitualmente offre a
Lucilio una sententia, cioè una massima facilmente memorizzabile, su cui meditare. La
fonte privilegiata di queste frasi celebri è Epicuro, forse perché Lucilio inclinava inizialmente
per l'epicureismo e a conferma della fondamentale larghezza di vedute di Seneca. In seguito
l'autore lavora per arricchire il patrimonio spirituale dell'allievo. In seguito il tono della
discussione pare elevarsi in spessore teorico e adeguarsi alla maturazione del discepolo.
Infine nelle lettere dell'ultima fase Seneca sembra dare corpo all'esigenza di rivisitazione
sistematica di tutta la filosofia che aveva animato i Dialoghi.

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