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A radicare nel mondo la morale della rinuncia concorre attivamente
la filosofia metafisica che si astrae dal mondo per chiudersi nell'ambito
di una pura realtà intellegibile; il filosofo che va alla ricerca di prin-
cipi' trascendenti finisce per scoprire « un altro mondo che gli consente
di poter calunniare cd insudiciare questo mondo » e trova « un prin-
cipio partendo dal quale gli è possibile disprezzare l'uomo»; l'errore della
filosofia consiste, per Nietzsche, nel fatto che essa, « anziché vedere nella
logica e nelle categorie della ragione mezzi per accomodare il mondo
a fini di utilità, credette di avere in esse il criterio della verità e quindi
della realtà; allora il mondo si separò di colpo in un mondo "reale"
cd in uno "apparente" cd "apparente" divenne proprio il mondo nel
quale l'uomo si era immaginato di abitare e di impiantare la sua ra-
gione, proprio questo mondo viene screditato ai suoi occhi; in luogo
di utilizzare le forme come strumenti per rendere il mondo maneg-
gevole e determinabile per noi, la follia dci filosofi scopre che in queste
categorie è nascosto il concetto di quel mondo, concetto al quale non
risponde l'altro mondo, il mondo, in cui viviamo »; la « grande libe-
razione» è quella per cui «le categorie dell'essere non possono piu
essere ricondotte ad una causa prima, il mondo non è piu un'unità >>;
appunto «con ciò è ristabilita l'innocenza dcl divenire>> cd è tolta
«ogni obbiezione contro l'esistenza». Se per questo lato, Nietzsche si
unisce al coro di quei filosofi che, dopo l'ubriacatura di assoluto in-
staurata dal romanticismo, sfòppongono ad ogni duplicazione dell'uni-
verso e rivendicano· la considerazione del concreto mondo dell'uomo,
egli non predica tuttavia la dedizione alla scienza; non la predica,
almeno, in quanto anche la scienza venga rivolta ad un fine conoscitivo·
autonomo; infatti la conoscenza scientifica è valida finché « è un appa-
rato di costruzione e di semplificazione, non orientato verso la cono-
scenza, ma verso il dominio delle cose»; quando, invece, la scienza·
serve soprattutto a costruire un sistema unitario del mondo e quindi
a postulare un ordine cd una razionalità che trascendono l'uomo, essa·
diviene una forma di rinuncia al mondo. « La gran massa delle verità
ammesse nella scienza, rileva Nietzsche, è un insieme di finzioni dettate
dalla comodità o di illusioni suscitate dal bisogno di azione >>; del resto·
anche alla radice dolla filosofia non si trova tanto la determinazione
della verità pura, quanto «la professione di fede del 11uo autore».
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DAL 188o ALLA PllIMA GUEllllA MO:-IDIALI! CAP. XV
Ma il massimo contributo a r:idicare nel mondo la morale dell:i
rinunzia è stato recato, a giudizio di Nietzsche, dal cristianesimo; esso
non è che la istituzionalizzazione del movimento anti-mond:ino in:iu-
gurato da Socrate, volto a distogliere l'uomo dal mondo presente eà
a congiurare contro l'organizzazione d'una società superiore; nel cri-
stianesimo si esprime il risentimento delle masse dei deseredati spiri-
tuali contro le forme della vita superiore. Il cristianesimo è fin .dal-
l'origine contro lo stato, contro il giuramento, contro il servizio militare;
esso si rivolge a « quella specie di piccola gente assolutamente fuori
della politica e situata io disparte la cui arte consiste nel mantenersi e
nel propagarsi in un certo numero di virtu acquisite». Nietzsche di-
stingue, propriamente, fra Gesu e il cristianesimo e dichiara che «il
cristianesimo è qualche cosa di profondamente diverso da quello che il
suo fondatore volle e fec:c »; ma a differenza della cultura illuministica
che aveva rimproverato al cristianesimo di avere seminato nel mondo
la lotta e la ferocia, Nietzsche gli rimprovera piuttosto di assumere un
atteggiamento di negazione di fronte alla vita, di essere nichilista e
quietista di fronte al mondo, di avere svuotato la realtà per sottomet·
terla ad un principio trascendente; di qui la predicazione cristiana del
disinteresse, dell'abnegazione, del sacrificio, dell'ascetismo. Le simpatie
di Nietzsche vanno, per contro, all'epoca del rinascimento in cui l'uomo
è riconciliato con il dramma dell'esistenza e si attiene alla morale eroica
del capitano di ventura o dcl mercenario; è l'epoca in cui «regna l'in·
dividuo », in cui ci si impegna cc in un'intensa dis~ipazionc di forza»,
in cui la vita viene spesa con grande prodigalità; nessun sopramondo,
infatti, turba l'anima degli uomini spregiudicati descritti da Machiavelli
e da Guicciardioi, dci cortigiani tratteggiati da Castiglione, dei capitani
e dei gentiluomini dipinti da Tiziano; se essi hanno a che fare con
delle divinità, si tratta della fortuna e dcl fato; non aveva anche il
Burckhardt affermato che l'italiano della rinascenza, con il suo « dif-
fuso e cresciuto individualismo))' con il suo affermare cc di fronte ad
ogni oggettività, il senso della propria sovranità e della propria auto-
nomia » resta cc il pio deciso rappresentante di tutte le grandezze e le
profondità di quest'età»? Nel romanticismo si ha l'esaltazione d'un'uma-
nità cc contraffatta », in cui è ancora presente l'ideale cristiano ed in cui
soprattutto, anziché l'esplicazione della forza, si ha «una scimmiotta-
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tura delle forme pm espressive, furore espressivo non motivato dal-
l\1bb11ndanza, ma dalla privazione>•; solo Napoleone può richiamare,
a giudizio di Nietzsche, l'uomo della rinascenza; in lui, infatti, si ha
«la necessaria concomitanza dell'uomo superiore e dell'uomo terribile,
il piu potente istinto, l'istinto della vita stessa, la volontà di dominio
riaffermata ».
I nuovi valori da affermare comprendono tutte le passioni in cui
si esprime l'accettazione positiva della vita: «la fierezza, la gioia, la
salute, l'amore, l'inimicizia e la guerra, la volontà forte, la disciplina
dell'intellettualità superiore >1. Ciò che Zarathustra insegna agli uomini
è appunto di « non nascondere la testa nella sabbia delle cose celesti,
ma portarla fieramente, una testa terrestre che crea il senso della terra>>;
«io sono corpo tutto intero e nient'altro, proclama, mentre l'anima è
soltanto una parola che indica una particella del corpo ». Colui che,
attraverso la «volontà di potenza» è in grado di staccarsi dalla morale
comune, realizza in sé il «superuomo»: «L'uomo, proclama ancora
Zarathustra, dev'essere superato, giacché il superuomo è il senso della
terra»; né il superuomo può accontentarsi di affermare la vita; egli
vuole piu della semplice vita, la « potenza », e per suo mezzo supera
la morale comune che è una morale da gregge e si stacca dalla generale
mediocrità degli uomini fratelli ed uguali. In tal modo il superuomo
si scioglie dai legami con gli altri, si isola per tenersi aperto a tutte le
possibilità; anche le S<.elte vengono evitate in ciò che hanno di defini-
tivo e pertanto di rinunzia; il superuomo «spinge nell'avvenire la mano
creatrice e tutto ciò che è e fu diventa per lui un mezzo, uno stru-
mento; il suo conoscere equivale a creare, il suo creare a legiferare, il
suo volere la verità a volere la potenza». Se si dovessero indicare le
forme in cui Nietzsche vede di preferenza esprimersi la morale del
superuomo, dovremmo dire che esse coincidono da un lato con l'amo-
ralismo dell'arte e dall'altro con il machiavellismo della politica; l'ar-
tista che non cerca la legittimazione della propria creazione in una sfera
di valori superiori all'impeto stesso del suo fare, cos{ come il sosteni-
tore della politica della pura potenza che non ricorre alla protezione
della morale convenzionale sono forse le espressioni piu concrete del-
l'invt·rsione di valori propugnata dalla filosofia nietzschiana; proprio
quelle forme di attività, si potrebbe rilevare, che nella Repubblica di
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DAL 1880 ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE CAP. XV
Platone occupano il posto piu basso, di gran lunga distante dalla posi-
zione eminente del dialettico.
Che il superuomo non coincida affatto, tuttavia, con l'uomo cosmico-
storico di Hegel e del romanticismo risulta con evidenza dal fatto che
nessuna struttura universale e razionale fa da sostegno all'iniziativa del
superuomo; egli non esprime in sé alcun assoluto, non è momento di
alcun processo unitario, non è manifestazione di alcuna provvidenza;
infatti «la condizione generale del mondo è, per tutta l'eternità, il
caso, non come assenza di necessità, ma come mancanza di ordine, di
forma, di struttura, di bellezza, di saggezza»; tutto è governato dal
caso. Unico rimedio al caso è la necessistà che si collega però alla vo-
lontà; se perciò si riscontra nella realtà una permanenza, un ciclo, un
« eterno ritorno », ciò è dovuto solo alla volontà che non finisce mai
di affermarsi e che, nell'affermarsi, compie un «eterno ritorno» su se
stessa ed imprime cosi lo stesso movimento all'universo; la necessità
che si afferma nel mondo non è dunque che la stessa necessità irrazio-
nale che agita il movimento dionisiaco e lo spinge alla creazione; quando
l'uomo scopra cosi, alla radice di ciò che accade, l'azione della volontà,
rendendosi conto che la necessità deriva dalla volontà, anziché sentirsi
schiacciare dal mondo, svolgerà in sé quell'amor fati che lo riconcilia
col passato: « Tutto ciò che fu è frammento, enigma, caso spavente-
vole, finché la volontà creatrice aggiunge: cosi io volevo che fosse, cosi
io voglio che sia, cosi io vorrò che sia». All'evoluzione progressiva
della storia, all'ottimistico avanzare dell'umanità verso una condizione
finale di salvezza Nietzsche contrappone dunque il rinvio a quell'eterno
presente che è la potenza della vita e della volontà; perciò appunto la
massima in cui si compendia tutto il senso della storia è la seguente:
cc Divieni ciò che sei ».
Proprio per la forma radicale in cui enuncia la crisi della filosofia
ottocentesca e per la potenza critica con cui tenta di rovesciare tutte
le strutture che si sovrappongono all'affermazione immediata della vita
e della volontà, la filosofia di Nietzsche esercita un influsso rilevante
sulla situazione storica che precorre e prepara la prima guerra mon-
diale; la stessa indeterminazione con cui si colora, alla sua radice, la
volontà di potenza, si presta alle piu diverse applicazioni ed agli svi-
luppi piu inconsulti e paradossali; essa mette comunque a nudo il
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crollo di quei principi di universalità e di scientificità sui quali i de-
cenni precedenti avevano lavorato con tanta alacrità.
3. Von Hartmann.
Si può fare, qui, un cenno dell'opera principale di Edoardo von
Hartmann, vissuto fra il 1842 ed il 19o6 in Germania; si tratta di
quella Filosofia dell'inconscio che, pubblicata a Berlino nel 1869, venne
poi ripetutamente ristampata ed ebbe larga fortuna e diffusione; gli
altri numerosi scritti dello stesso autore si collocano negli ultimi quin-
dici anni dell'Ottocento e nei primi del nuovo secolo. Hartmann si
accosta a Schopenhauer nel porre a radice della realtà un principio privo
di coscienza che egli chiama appunto l'inconscio; esso non si identifica
tuttavia con la volontà cieca di Schopenhauer, in quanto è anche idea
o rappresentazione, sia pure inconsapevole; l'inconscio è infatti unita-
mente volontà che produce l'esistenza e idea che determina l'essenza;
e se il fatto che il mondo deve la sua esistenza alla volontà irrazionale
spiega il male ed il dolore che è in esso e giustifica il pessimismo, il
fatto che nella stessa trama dell'esistenza si inserisce l'azione razionale
dell'idea attesta che il mondo può anche sottrarsi all'irrazionale e svol-
gere da sé una finalità; che anzi il fine del processo universale consiste
appunto nel prevalere dell'idea sulla volontà e quindi nell'esplicarsi
della coscienza. Se, per questo lato, Hartmann intende come prodotta
dall'inconscio l'evoluzione progressiva della storia che Hegel faceva ri-
salire alla ragione, dall'altro egli ritiene che la radice inconscia del reale
non possa essere mai superata e che pertanto il cammino dell'umanità
consista, in ultimo, nella continua distruzione delle illusioni che l'in-
conscio viene creando in essa per renderle accettabile l'esistenza; quanto
piu ci si avvicini, quindi, alle fasi finali dell'evoluzione, tanto maggiore
rilievo acquisterà l'infelicità umana; al punto che «sarebbe stato piu
ragionevole arrestare al piu presto lo sviluppo del mondo e annientarlo
nel momento stesso della sua prima apparizione » con un suicidio co-
smico. Hartmann rinnova cosf, sulla scia di Schopenhauer, una meta-
fisica dell'irrazionale che non vuole però dimenticare la lezione del
razionalismo hegcliano, anche se tende a rovesciare la sua visione
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