§ I SCHLEIEllMACHER
dell'infinito ». La religione è proprio la prospettiva superiore che in-
tegra le vedute della morale e della metafisica, per se stesse incom-
plete; l'uomo può trarre dalla morale e dalla metafisica il sentimento
della sua infinità; ma « questo sentimento non gli può giovare a nulla,
come un bene ingiustamente posseduto, se egli non diventa consapevole
anche dei suoi limiti, dell'accidentalità di tutto il suo modo di essere,
della silenziosa scomparsa, nell'immensità, di tutta la sua esistenza»; in
realtà, ogni cosa finita « sussiste soltanto mediante la determinazione
dei suoi limiti che devono essere, per cosi dire, ricavati dall'infinito;
soltanto cosi essa può, dentro questi limiti, essere alla sua volta infinita
e formarsi in modo originale». Il vero modello dello spirito religioso è,
per Schleiermacher, Spinoza: « Il sublime spirito del mondo lo pene-
trava, scrive, l'infinito era il suo principio ed il suo fine, l'universo
era il suo unico ed eterno amore».
Non bisogna però scambiare la religione con la pretesa di conoscere
l'infinito; la religione consiste « nell'accettare ogni cosa particolare co-
me una parte del tutto, ogni cosa finita come un'espressione dell' in-
finito; ma volere qualcosa di piu, voler penetrare piu profondamente
nella natura e nella sostanza del tutto, non è piu religione »; questa si
ferma « alle esperienze immediate dell'esistenza e dell'attività dell'uni-
verso, alle intuizioni e ai sentimenti particolari »; ciascuna intuizione
e ciascun- sentimento «è un'opera che sussiste per se stessa, senza che
si connetta con altre o che ne dipenda». Nella religione «ogni punte>
rappresenta un mondo:» e «solo l'individuale è vero e necessario»;
perciò chi conosce veramente la sua religione « subordinerà all'indi-
viduale ogni legame con altro e non sacrificherà a questo legame nem-
meno il piu piccolo elemento dell'individuale»; appunto per questa
sua individualità indipendente, « il campo dell'intuizione è infinito».
Ha torto chi accusa la religione di promuovere la persecuzione e l'odio,
di distruggere la società e di far scorrere il sangue; di ciò debbono es-
sere accusati coloro che « inondano la religione di filosofia e che la vo-
gliono incatenare nei ceppi di un sistema » e cosi corrompono la re-
ligione. t la filosofia, a giudizio di Schleiermacher, che tende a portare
tutti sotto l'impero di un unico sapere; «ma la religione non cerca di
portare sotto uO:.unica fede e sotto un unico sentimento quelli che cre-
dono e che sentono »; ogni uniformità non farebbe infatti che distrug-
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IL PRIMO TllENTENNIO DELL'OTTOCENTO CAP. IV
gere il dono divino dell'intuizione; se dunque i sistematici sono causa
di tutti i mali, cc i veri contemplatori dell'eterno sono sempre stati
anime tranquille, le quali o vivevano solitarie in compagnia di se stesse
e dell'infinito o, se guardavano intorno, accordavano a ciascuno, che
avesse semplicemente compreso la grande parola religione, la sua ma-
niera particolare di intenderla». Chi vuole pensare solo in modo siste-
matico e agire secondo fini e principi sistematici, cc limita inevitabil-
mente se stesso, e contrappone a sé, come oggetto di avversione, ciò
che non promuove il suo affaccendarsi»; invece l'impulso ad intuire,
quando sia rivolto all'infinito, « pone lo spirito in una libertà illimi-
tata» e lo salva dalle catene dell'opinione e della passione. Il fonda-
mento intimo ed individuale della religione non la separa però dal-
l'umanità; infatti cc tutto esiste invano per chi si isola dagli altri; per
intuire il mondo e per avere religione, l'uomo deve prima aver trovato
l'umanità ed egli la trova soltanto nell'amore e mediante l'amore; perciò
umanità e religione sono intimamente ed inseparabilmente unite». Il
compito della religione nella storia è poi quello di promuovere la co-
stante elevazione dell'umanità: cc Tutto ciò che esiste di rozzo, di bar·
baro, di informe, scrive Schlciermacher, è destinato a scomparire ed a
trasformarsi in una creazione organica; nessuna cosa è destinata ad es-
sere una massa inerte, che si muova solo per urto meccanico e resista
solo per inconscia frizione; ogni cosa è destinata ad essere una vita ori-
ginale, ben congegnata, molteplicemente intrecciata ed elevata; l'istinto
cieco, I'ahitudine meccanica, l'inerte . obbedienza, ogni pigrizia ed ogni
passività, tutti questi tristi sintomi di morte devono essere annientati
in favore della libertà e dell'umanità. Questo è il dovere dcl momento
e dei secoli che verranno, questa è la grande ed ininterrotta opera re·
dentrice dell'eterno amore».
2. Herbart: la metafisica realistica.
Giovanni Federico Herbart è indubbiamente il pensatore tedesco che,
con la costruzione d'una filosofia ad indirizzo realistico, costituisce l'an·
titesi piu decisa alla dominante filosofia idealistica degli inizi dell'Otto-
cento. Nato ad Oldenburg nel 1776, ~ scolaro di Fichte a Jena, ma già
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con uno scritto del '94 prende posizione ..:ontro il suo idealismo; dap·
prima insegna nell'università di Koenigshcrg e poi a Gottinga; muore
nel 1841, ma i suoi scritti piu importanti appartengono al primo trcn-
tt·nnio dell'Ottocento che qui consideriamo; infatti la Introduzione alla
filosofia è Jd 1813 e la Metafisica generale è dcl 1828-29; fra il 1824 cd
il 11425 si colloca la Psicologia come scienza; dietro l'incitamento che gli
vit·ne dal pensiero e dall'esperienza di Pestalozzi, Herhart si occupa
anche di peJagogia, principalmente con la sua Pedagogia generale <lcl
1806 cd altri scritti minori.
La filosofia, per Herbart, ~ « elaborazione di concetti »; il materiale
lici l}Uale essa direttamente si giova sono i nostri pensieri, le nostre
riflessioni che debbono appunto venire raci:olti ed unificati col mag·
gior rigore e con la maggiore chiarezza possibili; con la sua "dalX>-
raziune " la filosofia « produce nella cerchia dei concetti generali un
ordine e progresso necessari e con ciè1 una connessione fra le idee fon·
damentali di tutte le scienze, col che non solo è reso piu agevole a<l
ognuno di abhracciare con uno sguardo complessivo il sapere umano,
ma anche vien quasi condensato il suo proprio sapere, ed elevato a
maggiore potenza 11; per conseguenza, poi, « la vita s'informa a mag·
giore serietà, il volere a maggior risolutezza » e « tutti gli oggetti del-
1'approvazione e della riprovazione si debbono sottomettere ad una
scelta piu rigorosa 11. Non si tratta, però, per Herhart, di considerare
i nostri concetti da un punto di vista soggettivistico, ci~ solo come
manifestazioni dell'io; intesa cosi, la filosofia non sarebbe che la con·
tcmplazione dell'io « nella vita universale della natura 11 e si potrebbe
avvicinare a quella intuizione mistica «che confida di poter vedere tutte
le cose in Dio »; invece la filosofia deve « rivolgere il suo sguardo in
giro 11 e cogliere ogni oggetto direttamente, «cosi come questo si pre-
senta 11; bisogna che essa «colga oggetti dell'esperienza interna o ester·
na, o anche lo spazio vuoto, il tempo vuoto, o si approfondisca nel
diritto, in un'arte, o si occupi di concetti comuni come tali ecc. 1>, ma
non deve «ritornare in ogni occasione a se stessa, quasi che nell'io fosse
inviluppato tutto » o quasi che fosse possibile « intuire in una volta
sola tutto l'universo »; insomma « la filosofia non può esser designata
mediante nessun oggetto che a lei peculiarmente, o al quale essa esdu-
aivamente appartenga », mentre piuttosto le tocca « dovunque essa trovi
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IL PRIMO TRENTENNIO DELL'OTTOCENTO CAP. IV
concetti, l'ufficio dello sceverare e dell'ordinare». Pertanto la filosofia
lascia alle altre scienze l'ufficio di raccogliere i rispettivi dati « in quanto
sono determinabili per mezzo dell'osservazfonc »; infatti «il fiksofo
non può riputarc suo ufficio l'accertamento dei dati di fatto»; I~. filo-
sofia deve piuttosto esaminare criticamente i concetti che derivano dai
dati per correggerne gli errori e ridurli a rigorosa necessità. Va anche
precisato che la filosofia non può partire direttamente dalle cose in
quanto « la conoscenza delle cose deve essere considerata essa stessa
come un risultato nel processo del pensare »; si tratta appunto di giun-
gere, muovendo dai concetti, alla conoscenza della vera realtà, evitando
di assumere, nei concetti stessi, o delle entità non criticamente stabilite
o dei modi di pensare che paralizzino lo spirito d'indagine. Cosi intesa,
la filosofia è «il centro nel quale si incontrano tutte le scienze per
allacciarsi fra loro » e ove è da cercare « la connessione dei concetti
fondamentali »; sicché « ogni studio di altra scienza è sotto qualsiasi
rispetto deficiente quando non metta capo alla filosofia, come lo studio
della filosofia è molto pili deficiente, se non favorisce l'interesse per
altri studii ».
Il primo passo che introduce alla filosofia è la « scepsi nel presup-
posto della concezione volgare del mondo » ; essa mette in dubbio « che
le cose sieno tali quali ci appaiono »; « chi non è stato una volta scet-
tico in vita sua, scrive Hcrbart, non ha sentito mai quello scotimento
a· fondo di tutte le rappresentazioni e opinioni alle quali s'era assuefatto
dai primi anni; ma è «>lo con tale scotimento che si scevera l'accidentale
dal necessario e il dato da ciò che il pensiero vi aggiunge di proprio »;
la forma pili elementare della scepsi comincia dalle difficoltà che abbiamo
a penetrare nella sensazione di un altro uomo, per giungere a quelle che
concernono la nostra stessa percezione, sulla quale influiscono molteplici
e contrastanti circostanze; questi dubbi, messi insieme, «ci ricordano
che difficilmente noi acquistiamo per mezzo dci sensi un'immagine
fedele di ciò che le cose sono». Ma v'è anche una scepsi superiore la
quale « ci dice che noi effettivamente non percepiamo tutto ciò che
abbiamo creduto di percepire e che quindi lo dobbiamo aver aggiunto
arbitrariamente nel pensiero, chissà in che modo e con quale diritto » ;
il dubbio investe qui la nostra percezione degli oggetti nello spazio e
nel tempo, la ~nosccnza della forma delle cose attraverso la molteplice
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s2 HERBART: LA METAFISICA REALISTICA
varietà delle loro note materiali, il modo in cui dalla successione tem-
porale fra due fenomeni passiamo al nesso necessario di causa ed ef-
fetto, la percezione del legame che stringe tutte le rappresentazioni alla
coscienza, la percezione della regolarità e costanza dei fatti naturali ecc.
Tuttavia, il dubbio è « una ginnastica dello spirito, che non si fa in
alcun modo con lo scopo di assuefare al dubbio »; il dubbio deve anzi
acquietarsi nel sistema critico dei concetti.
Le diverse parti della filosofia sono legate ai principali modi in cui
si compie l'elaborazione dei concetti; la prima di queste parti è la
logica «che considera in universale la distinzione nei concetti e il col-
legamento che ne scaturisce »; il concetto, precisa Herbart, è un nostro
pensiero in rapporto a ciò che per suo mezzo viene pensato; esso in-
dica " il concepito " e prescinde « dal modo e dalla maniera in cui noi
possiamo accogliere, produrre o riprodurre il pensiero » ; infatti « nella
logica è necessario ignorare tutto ciò che è psicologico, poiché n!)n vi
ci debbono indicare se non quelle forme del collegamento possibile del
pensato, che il pensato medesimo consente secondo la sua qualità »; i
concetti non sono « oggetti reali » e non vanno confusi con essi, ma
non sono nemmeno « atti effettivi del pensare » per cui la logica possa
ridursi allo studio delle leggi o forme del pensare, confondendosi cosi
con la psicologia. I concetti non possono mai essere perfettamente uguali,
ma « ciascuno esiste in un unico esemplare »; piu concetti possono però
essere uguali in parte, pur essendo ognuno diverso dall'altro; di qui
derivano vari rapporti fra i concetti, come quelli di subordinazione e
di opposizione. Il pensiero, poi, non è che il mezzo per riunire i con-
cetti e formare dei giudizi; però «dipende dai concetti stessi se reci-
procamente si accorderanno o no »; infine l'unione dei giudizi dà luogo
al sillogismo. Nella trattazione di questi punti Herbart si attiene ai ca-
noni fondamentali della logica aristotelico-scolastica, che egli utilizza ai
fini di determinare la forma piu generale di relazione che può inter-
correre fra i concetti: « in ogni scienza si hanno relazioni peculiari che
rendono necessari altri metodi, oltre alla logica; ma non per questo la
logica è esclusa dall'applicazione; anzi i metodi particolari presuppon-
gono già la logica ».
La logica studia la distinzione e il collegamento dei concetti " in
generale "; consideriamo ora i concetti che ci vengono dalla compren-
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