Storia
Storia
1. Rinascere
Nel periodo del Rinascimento si sviluppa un importante cambiamento storico chiamato proprio
Rinascimento. Non si tratta di qualcosa di totalmente nuovo, ma nasce in Italia, dove si prende
coscienza del valore dell’antichità greca e romana, che può essere conservata e ripresa nel presente
(come dice Ovidio: “rinasceranno cose che un tempo erano morte”).
Mentre in altri Paesi europei si formano Stati moderni, in Italia ci sono dominazioni straniere,
situazione che fa riflettere pensatori come Guicciardini e Machiavelli: per loro, la politica deve
essere autonoma dalla religione.
Il Rinascimento è anche un tempo di maggiore libertà per esprimere idee e immagini. Si afferma
un’idea nuova: l’uomo è al centro dell’universo, è perfettamente equilibrato fisicamente e
mentalmente. Un esempio è il famoso Uomo di Vitruvio disegnato da Leonardo da Vinci.
2. Europa e Rinascimento
Il Rinascimento in Europa nasce dal Rinascimento italiano e segna l’inizio del mondo moderno.
Un evento fondamentale accade in Germania: Johann Gutenberg inventa i caratteri mobili (prima in
legno, poi in piombo) e crea un sistema per stampare testi usando un torchio. Nasce così la stampa,
un mezzo rivoluzionario per diffondere la cultura.
Nella nuova Europa nascono gli Stati moderni, che superano le vecchie strutture medievali grazie a
questi cambiamenti:
• In Russia, il patriarcato di Mosca diventa il centro della religione ortodossa nel XV secolo.
Con Ivan III e Ivan IV, la Russia moderna prende forma, ampliando il territorio e limitando
il potere dei nobili locali.
Questo provoca:
• Maggiore consumo di generi alimentari, soprattutto cereali, essenziali per i più poveri.
• Cresce la domanda, ma l’offerta non basta → i prezzi aumentano.
• Di conseguenza:
o Valore del lavoro scende
o Condizioni di vita peggiorano
o Anche i proprietari terrieri guadagnano meno
Inoltre:
• Arrivano metalli preziosi dall’America, che fanno aumentare ancora i prezzi (rivoluzione dei
prezzi).
• Le attività produttive crescono, soprattutto il settore tessile, che produce di più e a costi più
bassi.
Nasce la figura del banchiere-mercante, che partecipa ad affari rischiosi ma molto redditizi su scala
internazionale.
Nel Cinquecento, con la nascita degli Stati moderni, in Europa aumentano i conflitti internazionali.
L’Italia diventa subito il primo campo di battaglia, a causa della sua frammentazione politica e
dell’assenza di un’unità territoriale. Quando Carlo VIII, re di Francia, scende in Italia nel 1494,
iniziano le cosiddette “guerre d’Italia”. Ludovico il Moro, duca di Milano, chiede il suo aiuto per
mantenere il potere, ma il vero obiettivo della Francia è conquistare Napoli, che garantirebbe un
ruolo dominante in Italia e in Europa.
La conquista è facilitata da tre fattori: le rivalità tra gli Stati italiani, il comportamento incerto del
Papa e la debolezza degli eserciti locali. Nel 1495 Carlo VIII occupa Napoli, rompendo l’equilibrio
italiano. In risposta, si forma una Lega antifrancese (Venezia, Milano, Papa, Massimiliano
d’Asburgo e i sovrani spagnoli), che dimostra come l’Europa reagisca subito quando una potenza
minaccia l’equilibrio.
Il nuovo ordine internazionale si basa quindi su due concetti: egemonia e equilibrio. La Lega
costringe Carlo VIII a tornare in Francia. Successivamente, papa Giulio II promuove una nuova
alleanza contro i francesi e riesce a scacciarli temporaneamente dalla Lombardia. Tuttavia, nel 1515
il nuovo re di Francia, Francesco I, riconquista Milano. Questo porta alla pace di Noyon (1516), che
riconosce la presenza spagnola a Napoli e quella francese a Milano.
Nel 1516 sale al trono di Spagna Carlo V, figlio di Giovanna di Castiglia e Filippo d’Asburgo. Egli
eredita sia i territori spagnoli (inclusi Napoli, Sicilia, Sardegna e l’America) sia quelli dell’Impero
(Austria, Fiandre, Paesi Bassi, Boemia), unendo in sé un’enorme estensione di terre. Il suo progetto
politico unisce l’idea di un impero universale con l’ambizione egemonica tipica degli Stati moderni.
La ripresa della guerra in Italia contro la Francia mostra che il suo obiettivo è controllare Milano,
per collegare meglio la Spagna con l’Impero. Con la battaglia di Pavia, Francesco I viene sconfitto e
fatto prigioniero: l’Europa si accorge della potenza dell’esercito spagnolo. Nasce così un fronte
antiasburgico formato da Francia, Inghilterra, molti Stati italiani e anche il Papa (Clemente VII).
Nel 1527, Roma viene saccheggiata dai lanzichenecchi (truppe di Carlo V) come punizione per
l’ostilità del Papa, che si rifugia a Castel Sant’Angelo. La superiorità spagnola si conferma in vari
momenti: con il trattato di Barcellona, il Papa riconosce le conquiste spagnole in cambio della
restituzione dei suoi territori; con la pace di Cambrai, si afferma il dominio spagnolo in Italia,
mentre alla Francia vanno la Borgogna e la Savoia.
Nel 1530, Clemente VII incorona Carlo V come imperatore del Sacro romano impero e re d’Italia.
Da allora, lo scontro tra potenze si sposterà verso la Germania.
8. Riforma e Controriforma
Il 31 ottobre 1517, il frate Martin Lutero affigge alla porta della cattedrale di Wittenberg 95 tesi
contro la vendita delle indulgenze, una pratica che permetteva il perdono dei peccati in cambio di
denaro. Lutero critica la ricchezza della Chiesa, la corruzione del clero e l’autorità papale. Per lui, la
salvezza si ottiene solo attraverso la fede, e la religione deve diventare un rapporto personale e
diretto tra l’uomo e Dio.
Altri sviluppi della Riforma sono legati a Zwingli, che valorizza la sobrietà, e al calvinismo, che
introduce la dottrina della predestinazione, secondo cui una vita operosa è segno della benevolenza
divina.
Nel 1520, il papa Leone X condanna le tesi di Lutero con la bolla Exsurge Domine, ma Lutero la
brucia pubblicamente e viene scomunicato. La Chiesa, appoggiandosi a Carlo V, cerca di rispondere
con una riforma interna, che porta al Concilio di Trento (1542–1563). Qui la Chiesa ribadisce
l’autorità del clero, la necessità delle opere per la salvezza, e introduce regole più severe. Viene
fondata la Congregazione del Santo Uffizio (Inquisizione) e si riformano anche gli ordini religiosi,
come i gesuiti e i somaschi.
9. Guerre di religione e guerre d’Europa
La Riforma si collega presto a questioni politiche e sociali, soprattutto in Germania, dove le idee di
Lutero trovano sostegno tra i ceti popolari. La traduzione della Bibbia in tedesco (1522) favorisce
l’alfabetizzazione e la diffusione delle sue idee.
Tuttavia, Lutero condanna le rivolte dicendo che il Vangelo non giustifica la violenza. Questo porta
molti a distaccarsi da lui. La rivolta dei contadini viene schiacciata nella battaglia di Frankenhausen.
In Germania la situazione è tesa: il nord-est aderisce alla Riforma, il sud-ovest resta cattolico. Nel
1529 alla Dieta di Spira, alcuni principi protestano contro il divieto di nuove dottrine. Nel 1530, alla
Dieta di Augusta, si cerca di trovare un compromesso religioso. I protestanti redigono la
Confessione di Augusta, che però viene rifiutata da Carlo V. I principi protestanti allora formano la
Lega di Smalcalda (1531) per difendere la Riforma.
Intanto, riprende la guerra tra Carlo V e la Francia, che termina nel 1544 con la pace di Crépy, dove
entrambe le parti rinunciano a vari territori. In seguito, il re francese Enrico II si allea con i
protestanti contro Carlo V. Dopo nuove guerre, si arriva alla pace di Augusta (1555), che stabilisce
il principio del “cuius regio, eius religio”: ogni principe può scegliere la religione del proprio Stato,
e i sudditi devono adeguarsi o emigrare.
Dopo questa pace, Carlo V abdica e divide i suoi domini tra il fratello Ferdinando (Impero) e il
figlio Filippo (Spagna).
Nel 1453 Maometto II conquista Costantinopoli, che diventa Istanbul (dal greco “verso la città”). La
città viene rinnovata, ma resta una grande capitale imperiale: diventa il centro di un nuovo impero.
Maometto II vuole mostrare al mondo cristiano che le paure sull’imposizione violenta della fede
islamica erano esagerate:
Ma questi gesti non cambiano il progetto di costruzione di un impero mediterraneo. Si parla così di
due progetti egemonici:
1. Quello di Carlo V, rivolto all’Europa
2. Quello ottomano, rivolto al Mediterraneo
L’Impero Ottomano avanza nel Mediterraneo, approfittando della debolezza militare delle città
italiane (Venezia, Genova) e conquista: Trebisonda, colonie del Mar Nero, Atene, Peloponneso,
isole del Mar Egeo, Dalmazia e Balcani. Minaccia anche Ungheria, Serbia e combatte contro gli
albanesi guidati da Giorgio Skanderbeg (alleato dei veneziani). Dopo la morte di Skanderbeg,
l’Impero ottomano prende il controllo anche lì.
Maometto II allarga il suo impero fino al mar Adriatico. Nel 1479, Venezia e Istanbul firmano la
pace, ma nel 1480 i turchi sbarcano a Otranto e massacrano la popolazione. Sembra imminente
un’invasione dell’Italia, ma nel 1481 muore Maometto II: questo provoca un vuoto di potere e
guerra civile. I turchi abbandonano Napoli.
I due figli del sultano, Bayazid e Gem, si scontrano. Vince Bayazid, che preferisce rafforzare
l’interno dell’impero:
La Persia torna a essere una potenza importante nel passaggio tra Asia e Mediterraneo, dopo il
periodo di decadenza seguito all’invasione dei mongoli.
Il giovane Ismail unisce varie tribù dell’Azerbaigian, conquista Tabriz (capitale dell’Iran), Iraq
persiano e Fars. Si proclama scià (sovrano assoluto). Le sue conquiste si basano anche su una forte
identità religiosa: impone lo sciismo duodecimano (una variante dello sciismo):
La Persia sciita diventa una minaccia per i vicini sunniti, in particolare per l’Impero Ottomano. Il
sultano Bayazid è preoccupato anche per l’instabilità dell’Anatolia (centro dell’impero).
Finita la guerra con Venezia e ridotti i conflitti con gli Asburgo, l’Impero Ottomano vive un periodo
di calma. Ma alla fine del regno di Bayazid scoppia una guerra tra i suoi figli. Interviene anche lo
scià Ismail, ma vince il figlio Selim.
4. Un impero plurale
Il nuovo sultano Selim I ristabilisce l’ordine in Anatolia e elimina gli oppositori. Il 23 agosto 1514,
nella battaglia di Caldiran, sconfigge l’esercito persiano, occupa la capitale e riconquista l’Anatolia.
Così rafforza i confini con la Persia.
Selim decide poi di conquistare l’Egitto, dove i mamelucchi sono in crisi. L’Egitto è importante per
il commercio tra Oriente e Occidente. Inoltre, i portoghesi, che esplorano l’Oceano Indiano, cercano
un’alleanza con lo scià persiano.
Per bloccare questa minaccia, Selim conquista la Siria e poi l’Egitto, ottenendo anche il controllo
dei luoghi santi dell’Islam (La Mecca e Medina). L’Egitto è ricco di cereali e ha una posizione
strategica: chi lo controlla, controlla il mondo arabo. Con questa conquista, l’Impero Ottomano si
basa anche sulla fede religiosa.
5. Verso occidente
Alla fine del XV secolo, la Spagna guarda al Nord Africa, controllato dagli Stati barbareschi. Nel
1479 conquista Melilla (Marocco).
Nel 1499, la regina Isabella impone ai musulmani spagnoli la conversione o l’esilio. Scoppia una
rivolta di due anni, poi parte una campagna militare per conquistare la costa nordafricana. L’unico
fallimento è l’isola di Gerba.
L’obiettivo spagnolo è impedire che i musulmani del Maghreb aiutino i convertiti ribelli in Spagna.
Con la conquista di Tripoli, la Spagna si spinge verso il Mediterraneo centrale, vicino all’Egitto,
desiderato anche da Selim.
Il Mediterraneo cambia:
6. Solimano il Magnifico
Nel 1520, alla morte di Selim I, sale al trono suo figlio Solimano. La successione non fu contrastata,
perché si pensava che Solimano non avrebbe cambiato molto, ma invece aveva un progetto chiaro
per rinnovare l’impero ottomano. Durante il suo lungo regno di 40 anni, Solimano riformò lo stato e
consolidò le basi di un impero duraturo.
• 1521: Solimano conquista Belgrado (capitale della Serbia) e l’Ungheria, mostrando di voler
espandere l’impero verso l’Europa cristiana.
• 1523: Ibrahim Pascià diventa Visir e nel 1524 sposa la sorella di Solimano, rafforzando il
governo. Ibrahim riorganizza il controllo in Egitto e reprime la rivolta dei giannizzeri,
riorganizzando la guardia imperiale.
• 1525: Le truppe ottomane sconfiggono l’esercito di Luigi II che muore in battaglia;
Solimano mette sul trono un principe ungherese, Zápolya. Però i nobili ungheresi
proclamano re Ferdinando, creando una divisione.
• L’impero ottomano si scontra con l’impero asburgico e la Spagna, entrambi guidati da Carlo
V.
• 1529: Solimano assedia Vienna, simbolo della sua espansione in Europa.
• 1532: Dopo la campagna in Germania, si raggiunge una tregua; Ferdinando e Zápolya
mantengono i territori conquistati, pagando tributo a Solimano.
Negli anni ’30 del 1500 si arriva a un equilibrio fragile fra Carlo V e Solimano.
• 1522: Solimano assedia Rodi, sede dei cavalieri di San Giovanni, ultimi cristiani nel
Mediterraneo orientale. I cavalieri si rifugiano a Malta, donata da Carlo V.
• Da Malta parte la guerra di corsa contro i pirati barbareschi. Il più famoso è Barbarossa, che
parte da Algeri e conquista Biserta e Tunisi (città spagnole). Barbarossa è alleato di
Solimano e della Francia (Francesco I), contro la Spagna.
• Carlo V riconquista Tunisi nel 1532, ma Barbarossa sopravvive e nel 1538 sconfigge la
flotta cristiana nella battaglia di Prevesa.
• Carlo V cerca di riconquistare Algeri, ma fallisce, riducendo l’azione spagnola in
Mediterraneo. Al contrario, l’impero ottomano controlla il Mediterraneo centrale e orientale,
espandendosi ancora per 30 anni.
Il regno di Solimano (1520-1566) è il periodo più importante e stabile dell’impero ottomano, con
una struttura politica e amministrativa ben definita:
1. Potere del sultano: Il sultano aveva potere assoluto sull’impero, considerato un suo
possedimento personale.
2. Gran Visir: Subordinato al sultano, gestiva gli affari dell’impero e presiedeva il consiglio
imperiale, controllando funzionari, province e l’esercito.
3. Esercito: Formato da reggimenti a cavallo e giannizzeri (giovani cristiani convertiti all’Islam
e addestrati come guardia personale del sultano).
4. Religioni: Nell’impero coesistevano l’Islam (religione ufficiale del sultano), comunità
greco-ortodosse, cristiane copte, cattoliche ed ebraiche, tutte tollerate.
5. Organizzazione territoriale: L’impero era diviso in province con rappresentanti del governo
centrale, consigli provinciali e amministratori locali. A causa della sua grandezza, molte
regioni godevano di autonomia e conservavano tradizioni e istituzioni proprie.
1. A Oriente
Il 20/27 giugno 1498 Vasco da Gama, navigatore portoghese, raggiunge Calicut in India dopo aver
doppiato il Capo di Buona Speranza. Partito da Lisbona il 7 luglio 1497, percorse la costa africana
toccando Mombasa (Kenya), l’isola di Mozambico e Malindi. Raggiunse l’India seguendo una rotta
sconosciuta agli europei ma dominata dai mercanti arabi.
Questa impresa stabilì una nuova via commerciale per l’Oriente, alternativa al tradizionale
commercio mediterraneo (via Mar Rosso e Oceano Indiano) controllato dagli arabi.
All’arrivo a Calicut, da Gama viene accolto con curiosità e gentilezza dallo zamorín, sovrano
locale. Tuttavia, i doni portati dai portoghesi sono considerati miseri, e lo zamorín li sospetta di
essere pirati. Impone il pagamento dei dazi doganali, ma da Gama rifiuta e se ne va. Tornato a
Lisbona, viene celebrato come un eroe.
Nel 1500-1501 le spedizioni di Cabral e da Gama cercano un accordo con il sovrano di Calicut.
Durante l’arrivo di Cabral scoppia una rivolta e molti portoghesi vengono uccisi. Cabral risponde
bombardando la città e imponendo il dominio militare.
Queste conquiste segnano una vera rivoluzione mercantile globale. L’impero portoghese raggiunge
la sua massima espansione, con il monopolio delle spezie gestito dalla Casa da India a Lisbona.
L’espansione richiede flotte sempre più numerose.
3. La concorrenza europea
• Venezia si allea con il pascià d’Egitto per contrastare il Portogallo, ma vengono sconfitti e
Diu viene conquistata dai portoghesi.
A metà ’500, il commercio arabo riprende nel Golfo Persico. La conquista di Aden da parte della
dinastia Moghul indebolisce il controllo portoghese sul Mar Rosso.
La Spagna finanzia il viaggio di Magellano, si concentra sulle Filippine e nel 1571 conquista
Manila, base per i commerci nel Pacifico e possibile punto di partenza per la Cina.
L’organizzazione è simile a quella delle colonie americane: sfruttamento agricolo tramite
encomienda.
Nel 1580 le monarchie di Spagna e Portogallo si uniscono. Il Portogallo viene coinvolto nelle
guerre globali di Filippo II. A Madrid si progetta un colonialismo senza conquista territoriale.
Cadice e Lisbona, centri del commercio delle spezie, vengono chiusi.
Olanda: piccolo Stato con forte vocazione marinara, prende il posto del Portogallo come potenza
commerciale. Il colonialismo olandese si basa su:
1602: nasce la Compagnia Olandese delle Indie Orientali, sostenuta dallo Stato. Mira al commercio
e anche al controllo di territori. Obiettivo principale: Giava, nel 1609 conquista Giacarta, che
diventa centro politico e amministrativo.
Da lì, l’Olanda punta a controllare il commercio interasiatico, sfidando portoghesi, indiani e cinesi.
La conquista dell’arcipelago indonesiano è la base del loro impero commerciale, che alterna
occupazione e accordi locali.
1599: mercanti inglesi pianificano una spedizione verso le Indie Orientali. A Londra nasce il
Governo e Comunità dei Mercanti di Londra, con monopolio del commercio a est del Capo di
Buona Speranza. Gli inglesi arrivano a:
• Sumatra
• Giava
• Molucche
Qui si scontrano con portoghesi e olandesi. La rivalità con l’Olanda cresce. Un momento di calma si
ha con l’ascesa al potere del partito orangista in Olanda, sostenuto dall’Inghilterra.
Ma nel 1623 avviene l’incidente di Ambona: gli olandesi giustiziano alcuni inglesi accusati di
cospirazione.
Gli inglesi infine scoprono una nuova rotta per raggiungere porti dell’India settentrionale, evitando
le aree dominate da portoghesi e olandesi.
Le prime esplorazioni europee in Asia arrivano nel regno di Vijayanagar, nell’India meridionale.
Questo regno induista era riuscito a restare indipendente dalla dominazione musulmana del
sultanato di Delhi, conservando con forza religione e cultura induista.
Il re aveva il potere, ma i signori locali erano molto autonomi, quindi l’esercito del re era sempre
attivo e forte, necessario per proteggere i commerci. I rapporti erano tesi con gli stati vicini
musulmani e tra i mercanti induisti e musulmani.
Nel 1565 però ci fu un cambiamento importante: i cinque sultanati musulmani del nord si allearono
e riuscirono a distruggere la capitale Vijayanagara, segnando la fine del predominio degli stati
hindu nella regione.
6. L’India Moghul
Il regno dei Moghul durò oltre tre secoli e fu molto importante per la storia dell’India.
Tutto comincia con Babur, un sovrano afghano di Kabul, che nel 1524 invade l’India settentrionale.
Alla sua morte, il figlio Humayun perde il potere a favore di Sher Khan. Durante questo periodo
l’impero inizia a centralizzare il potere, abbandonando l’organizzazione tribale e le élite religiose
locali.
Nel 1555 Humayun torna in India, riprende Delhi, ma muore l’anno dopo. Il trono passa al figlio
Akbar, che ha solo 13 anni. Dopo varie guerre interne, a 20 anni Akbar prende il potere e diventa un
grande imperatore.
Akbar cerca di unire le diverse etnie e religioni dell’impero. Le sue riforme più importanti:
L’impero diventa forte e ben organizzato, con una struttura fiscale e amministrativa dipendente
dall’imperatore. Grazie alle guerre vinte, l’India dei Moghul diventa la più forte entità politica del
subcontinente.
Nella seconda metà del Cinquecento, durante il rinascimento Wanli, si ottengono grandi risultati:
Tuttavia, l’imperatore Wanli smette pian piano di governare direttamente, il che porta a:
• Rivolte contadine
• Lotte per la successione
• Complotto e assalto al palazzo imperiale
Alla sua morte, inizia un periodo di crisi e violenza, mentre i Manciù (un popolo esterno) si
preparano a conquistare la Cina.
Il Giappone vive un periodo di anarchia e guerra civile, detto “epoca degli Stati combattenti”. I
grandi proprietari terrieri si scontrano per il potere dopo la crisi dello shogunato. Questo rafforza il
feudalesimo, con ogni signore padrone assoluto delle sue terre.
1. Nobunaga
2. Hideyoshi: conquista il castello di Inabayama, diventa un grande capo militare, poi reggente
imperiale. Cerca di dividere la società tra contadini e aristocratici. Tenta anche la conquista
della Corea, ma fallisce contro la Cina di Wanli.
3. Ieyasu: vince la lotta per la successione, ripristina lo shogunato e governa fino al XIX
secolo.
Con Ieyasu, il Giappone abbandona l’apertura commerciale e torna a una società legata alla terra.
La storia del Giappone moderno comincia con il trasferimento della capitale da Kyoto a Tokyo.
PARTE II: STABILITÀ E TRASFORMAZIONE
CAPITOLO 5: UNA EUROPA STABILE
Tra la fine del Quattrocento e la metà del Seicento l’Europa attraversa una lunga fase di crisi che
rallenta il suo processo di modernizzazione. L’agricoltura, cuore del sistema produttivo, entra in
difficoltà a causa dell’aumento della popolazione e della scarsità di risorse, con il conseguente
timore della fame che diventa un freno alla crescita demografica. In questo periodo il clima cambia
sensibilmente: un generale raffreddamento provoca un calo nei raccolti, specialmente nei territori a
produzione cerealicola. La carestia si diffonde e con essa anche le epidemie, come la peste del
1650.
2. Un’Europa instabile
Nel periodo tra il 1600 e il 1650 la crisi colpisce tutta l’Europa, ma in modo differenziato. Le zone
mediterranee, come Italia, Spagna e Portogallo, vedono diminuire la popolazione, mentre le regioni
del nord Europa, come Inghilterra e Paesi Bassi, conoscono una crescita demografica. Questo
squilibrio riflette anche la diversa capacità di adattamento agricolo: nelle regioni più dinamiche si
assiste a una rapida riconversione produttiva, con nuove colture come il riso, il gelso, la vite e il
foraggio per l’allevamento, che permettono una ripresa economica.
In paesi come Francia, Inghilterra e Olanda si affermano miglioramenti nelle tecniche agricole e
nelle attività finanziarie legate al commercio. Le manifatture si espandono, soprattutto quelle tessili,
con prodotti accessibili e innovativi. Invece, nei territori dove la nobiltà resta chiusa e rigida, le
riforme sono lente e la crisi si prolunga. Dove invece le élite accolgono il cambiamento e i nuovi
ceti emergenti riescono ad affermarsi, si avvia un processo di modernizzazione più rapido. Questa
differenziazione contribuisce all’instabilità politica dell’Europa e favorisce il riaccendersi dei
conflitti, come nella guerra dei Trent’anni.
3. La Spagna imperiale
Negli anni iniziali del regno di Filippo II la Spagna rappresenta la maggiore potenza europea, ma è
ormai tramontata l’idea universalistica di Carlo V. Filippo II punta alla costruzione di uno Stato
imperiale solido, non più egemonico ma capace di tenere insieme territori molto diversi,
dall’America all’Italia mediterranea fino alle Fiandre. La difesa del cattolicesimo resta un elemento
fondamentale dell’identità spagnola, contrapposto sia al protestantesimo sia all’Islam ottomano.
Sul piano interno, Filippo II cerca un equilibrio tra centralizzazione amministrativa e rispetto delle
autonomie locali. Organizza il potere attorno a Madrid, affidando la gestione politica soprattutto
alle élite castigliane, ma coinvolge anche le élite locali. Questo modello serve per gestire un impero
vasto e segnato da conflitti. La battaglia di Lepanto del 1571 blocca l’espansione turca, ma al
prezzo della perdita definitiva del Mediterraneo orientale e della marginalizzazione dell’Italia. Le
guerre con potenze emergenti nello spazio atlantico e asiatico portano infine a una ritirata spagnola
e a un ripiegamento verso forme tradizionali di ricchezza, accentuando la crisi interna.
4. L’Italia spagnola
Con la pace di Cateau-Cambrésis inizia il lungo periodo della preponderanza spagnola in Italia. È
una fase di profonda decadenza politica, economica, morale e culturale. Alla Spagna viene attribuita
la responsabilità di aver frenato il processo di modernizzazione nella penisola. La sua presenza
consolida una frammentazione politica destinata a durare fino all’unificazione dell’Italia.
I principali centri del controllo spagnolo sono il Ducato di Milano, il Regno di Napoli e il Regno di
Sicilia, governati da un governatore o da un viceré che rappresentano il sovrano spagnolo. In
Toscana e a Genova l’influenza spagnola è evidente, mentre i Savoia mantengono una certa
autonomia grazie alla loro posizione geografica tra Francia e Spagna. Venezia, invece, rappresenta
un’eccezione: conserva un forte desiderio di indipendenza politica e intellettuale e diventa un centro
di tolleranza culturale. In un’Italia dominata dalla Controriforma, Venezia ospita pensatori che
mettono in discussione i dogmi religiosi, come Giordano Bruno, arso sul rogo per eresia.
Dopo la pace di Cateau-Cambrésis, la Francia ha lo spazio per costruire uno Stato nazionale
moderno. La morte accidentale del re Enrico II nel 1559 crea un vuoto di potere che alimenta lotte
tra le famiglie nobiliari e accresce le tensioni religiose dovute alla diffusione della Riforma
protestante. I successori Francesco II, Carlo IX ed Enrico III regnano per periodi brevi e sotto la
reggenza di Caterina de’ Medici, che tenta di pacificare il paese con gli editti di San Germano,
concedendo una limitata tolleranza religiosa.
La violenza interna si intreccia con la ripresa della rivalità con la Spagna. In questo contesto emerge
la figura di Enrico di Borbone, re di Navarra, che abbraccia il cattolicesimo per diventare re di
Francia e pone fine alla guerra civile. Il momento decisivo è la promulgazione dell’Editto di Nantes
nel 1598, che riconosce ai protestanti la libertà di culto e l’accesso ai diritti civili, segnando
un’importante affermazione della tolleranza religiosa.
Il rafforzamento dello Stato francese non riguarda solo la religione. Enrico IV prosegue l’opera di
centralizzazione iniziata con i Valois e introduce misure come la paulette nel 1604, che permette di
comprare cariche pubbliche, rafforzando lo Stato con nuovi ceti emergenti. Dopo la sua morte,
Maria de’ Medici governa per conto del figlio Luigi XIII, affiancata dal cardinale Richelieu.
Richelieu amplia la partecipazione della borghesia e della nobiltà di toga al governo e attua una
riforma fiscale che migliora la gestione dello Stato.
Questo processo centralizzatore rende la Francia un modello di Stato moderno tra Seicento e
Ottocento. Dopo la morte di Luigi XIII, è il cardinale Mazzarino a continuare l’opera di
rafforzamento, affrontando le rivolte nobiliari e la guerra con la Spagna, preparando così l’ascesa
definitiva della monarchia assoluta con Luigi XIV.
Nel Cinquecento, l’Inghilterra conosce una rapida crescita, diventando una nuova potenza,
soprattutto grazie al controllo del commercio internazionale. Il suo interesse si concentra su mari e
territori d’oltremare, rendendola una protagonista della rivoluzione globale che dà inizio alla
modernità.
La svolta iniziale avviene con Enrico VIII e la sua Riforma religiosa del 1534. Con l’Atto di
Supremazia, il re si proclama capo della Chiesa anglicana, pur senza cambiare la dottrina rispetto a
quella cattolica. Questo atto ha però grandi conseguenze politiche: il re può nominare i vescovi,
decidere sulle questioni di fede e scomunicare. Inoltre, elimina i pagamenti alla Chiesa di Roma,
abolisce i monasteri e ne confisca i beni, rafforzando il potere statale e creando una gerarchia
centralizzata simile a quella francese sotto i Valois.
Una seconda svolta arriva con l’ascesa al trono di Elisabetta I nel 1558, figlia di Enrico VIII e Anna
Bolena. Con il Secondo Atto di Supremazia (1559) e l’Atto di Uniformità, che impone l’uso del
Book of Common Prayer, Elisabetta consolida la religione anglicana mescolando elementi
protestanti e calvinisti.
I primi anni del regno sono difficili per via delle pretese dinastiche della cattolica Maria Stuart,
regina di Scozia, sostenuta dalla Spagna. La crisi si conclude con l’esecuzione di Maria. Nel
frattempo, l’Inghilterra si trasforma economicamente: l’agricoltura si modernizza grazie al
fenomeno delle recinzioni (enclosures), che privano le comunità di terreni comuni a favore dei
latifondi privati. L’attività agricola diventa così un vero investimento economico, capace di
generare denaro da reinvestire nel commercio con America e Asia.
Dal punto di vista sociale, l’aristocrazia minore si comporta come una classe imprenditoriale attiva,
sempre alla ricerca di nuove opportunità. Il regno di Elisabetta sostiene questa dinamica con una
politica internazionale aggressiva, che porterà al lungo conflitto contro la Spagna per dominarne i
traffici globali.
I Paesi Bassi, ereditati da Filippo II di Spagna, mostrano i limiti del progetto imperiale spagnolo.
L’area, chiamata Fiandre, è cruciale per il commercio europeo e legata alle rotte atlantiche. Qui si
sviluppano finanza e commercio, e nasce la più importante banca d’affari dell’epoca moderna.
Nonostante il conflitto duri ancora decenni, la nuova repubblica si afferma rapidamente come centro
economico e culturale europeo. In un’Europa dominata da monarchie, questa repubblica rappresenta
un’eccezione. Le sette province conservano le proprie leggi e tradizioni, promuovendo
partecipazione politica e libertà di pensiero e stampa. Amsterdam diventa centro editoriale e
commerciale di primo piano: qui si stampano anche libri vietati altrove.
I porti olandesi diventano fondamentali per il commercio orientale. La Compagnia delle Indie
Orientali, seguita da quella delle Indie Occidentali, permette alla piccola Olanda di competere a
livello globale per oltre due secoli.
Anche l’area del Mar Baltico risente dei cambiamenti globali del Cinquecento, anche se in modo
meno diretto. Questo mare diventa una grande rotta commerciale, attraversata da vini del sud e
tessuti francesi e olandesi.
Qui emergono nuovi attori. La Polonia, dopo la fine della dinastia Jagellone, adotta l’elezione del re
da parte della nobiltà. Ma questo sistema provoca instabilità: si teme che i sovrani eletti impongano
un potere assoluto. Così si diffonde il liberum veto, che richiede l’unanimità per ogni decisione
importante. Questo paralizza la politica e porta la Polonia alla crisi.
In Russia, il progetto centralizzatore di Ivan IV continua con Boris Godunov, che cerca di formare
una nobiltà di servizio. Ma, non riuscendo a fondare una nuova dinastia, il paese cade nel “periodo
dei torbidi”, un lungo vuoto politico che indebolisce la Russia.
Diverso il caso del ducato di Prussia, che nel 1525 si libera dalla Polonia. Con l’ascesa della
dinastia Hohenzollern e, nel 1640, di Federico Guglielmo, lo Stato cresce sotto l’influenza della
Svezia, diventata egemone nel Baltico. Dopo la rottura tra la Svezia protestante (con Carlo IX) e la
Polonia cattolica di Sigismondo III Vasa, la Svezia rafforza i legami con Olanda e Inghilterra.
Con la guerra dei Trent’anni, la Svezia, guidata da Gustavo Adolfo, diventa leader del fronte
protestante e una delle maggiori potenze europee.
Tra il 1618 e il 1648, l’Europa è sconvolta dalla Guerra dei Trent’anni, causata da crisi economiche,
scontri religiosi e conflitti politici tra Stati moderni. È un evento centrale dell’età moderna, simile
per portata alla Prima Guerra Mondiale.
Il conflitto nasce in Germania, cuore della Riforma luterana. La Pace di Augusta del 1555 aveva
garantito una fragile convivenza tra fedi. Ma l’imperatore Ferdinando II, dopo Rodolfo II, cerca di
imporre nuovamente il cattolicesimo. I principi protestanti reagiscono formando la Lega evangelica
(1608). Il 23 maggio 1618 scoppia la rivolta a Praga: la “defenestrazione” dei delegati imperiali
segna l’inizio della guerra.
La guerra diventa subito europea: la Spagna sostiene l’imperatore; Paesi Bassi, Danimarca, Venezia
e poi Svezia e Francia si oppongono. Il tentativo di cancellare il protestantesimo culmina nell’Editto
di Restituzione (1629), che impone la restituzione dei beni alla Chiesa.
La Svezia entra in guerra: Gustavo Adolfo ottiene una vittoria a Lützen (1632), ma muore in
battaglia. Gli Asburgo riprendono il vantaggio e firmano la Pace di Praga. L’impero sembra sotto
dominio asburgico, ma la Francia interviene contro Spagna e impero per evitare un’egemonia. Con
la vittoria a Rocroi (1643), la Francia entra in Germania.
Si impone l’idea che nessuno Stato possa dominare gli altri. Questo equilibrio è l’eredità della
guerra. La Pace di Vestfalia (1648) non cambia molto i confini, ma impedisce che gli Asburgo
controllino l’impero. Segna anche il declino della Spagna, confermato dalla Pace dei Pirenei con la
Francia (1659). Nascono così il diritto internazionale e la diplomazia moderna, che vedranno la
guerra come un’eccezione, non più la regola.
Lo spazio atlantico viene spesso definito il “Mediterraneo dell’età moderna” perché, come il
Mediterraneo, collega terre diverse con scambi intensi, ma, a differenza di quest’ultimo, non ha una
tradizione di civiltà comuni né un’unità politica. Tuttavia, diventa progressivamente il cuore del
sistema-mondo moderno, segnando un cambio di ruolo: da periferia diventa centro di scambi
economici tra Vecchio e Nuovo Mondo.
• Seconda metà del Cinquecento: domina la Spagna, con egemonia sull’Atlantico centro-
meridionale.
• Prima metà del Seicento: emergono Inghilterra, Olanda e Francia, concentrate nell’Atlantico
centro-settentrionale.
L’uso dell’oceano per il commercio si scontra con limiti ambientali: mancano territori densamente
popolati e manodopera disponibile. Tuttavia, i marinai imparano presto a sfruttare i venti alisei,
fondamentali per la navigazione:
Il commercio atlantico è complesso e costoso, quindi si punta su merci preziose. L’oro e l’argento
diventano i beni principali e alimentano la ricchezza spagnola. Tuttavia, alla fine del Cinquecento,
l’estrazione cala e la crisi economica colpisce la Spagna per prima.
In questo contesto emerge la cocca, una nuova imbarcazione capace di navigare bene anche senza
vento portante: riduce il vantaggio dei porti meridionali e apre un’epoca di conflittualità atlantica,
che coinvolge anche le potenze settentrionali.
2. Il commercio iberico
La ricerca dell’oro in America dura poco: già a metà Cinquecento si capisce che l’oro era meno
abbondante del previsto e proveniva per lo più dal saccheggio delle ricchezze degli imperi indigeni,
come quello inca. L’esempio è Pizarro, che torna a Siviglia con grandi quantità di oro e argento.
L’argento, invece, è abbondante e sfruttato durante tutto il Cinquecento. Inizia in Messico (Sierra
Madre), poi si sposta verso il Potosì (attuale Bolivia/Perù), dove si trovano anche depositi di
mercurio fondamentali per la raffinazione. Il Potosì diventa la città più grande d’America e il centro
principale dell’argento spagnolo, che viene trasportato al porto di Veracruz e poi in Europa.
Oltre all’argento, l’esportazione include tabacco, cotone, e dal Brasile zucchero (che stimola
un’industria locale) e bovini (da cui si ottengono carne secca e pellami).
• Dal 1526, tutte le navi si radunano presso Hispaniola prima di partire per Siviglia, dove la
Casa de Contratación gestisce la ridistribuzione delle merci.
• Dal 1543, con l’avvio delle miniere del Potosì, il controllo si intensifica: si creano due flotte
mercantili:
o Una parte in primavera per Veracruz (Messico).
o L’altra in estate per Porto Bello (Panama).
• Entrambe passano l’inverno in America e si riuniscono a Cuba (L’Avana) per rientrare in
Spagna in marzo, scortate dalla Flota de Guerra (navi da guerra con circa 20 cannoni).
Il monopolio commerciale spagnolo protegge gli scambi, ma non stimola l’industria in patria. Le
ricchezze finiscono spesso in altri paesi europei che producono i beni richiesti nei territori
d’oltremare.
3. La guerra di corsa
Oltre ai problemi interni, il monopolio iberico viene minacciato da nemici esterni. Il primo caso
famoso è quello del corsaro francese Jean Fleury, che nel 1521 cattura due navi spagnole cariche
dell’oro di Montezuma. Era un episodio della guerra tra Francia e Spagna e Fleury agiva con
patente di corsa rilasciata da Francesco I di Francia: un’autorizzazione a depredare navi nemiche in
tempo di guerra.
La patente di corsa è un mezzo usato già nel Mediterraneo e diventa frequente anche nell’Atlantico:
permette ai privati di fare la guerra per conto degli Stati.
Il più famoso corsaro fu Francis Drake, marinaio inglese che tra 1577 e 1580 compie la seconda
circumnavigazione del globo. Nel Mar dei Caraibi, attacca le navi spagnole e si arricchisce,
portando parte del bottino alla Corona inglese. La sua attività è un misto di commercio,
contrabbando, pirateria, esplorazione e politica.
Con Drake, la guerra di corsa si trasforma progressivamente in una guerra aperta tra Spagna e
Inghilterra:
• In Europa, l’Inghilterra è l’unico grande Stato non cattolico in grado di contrastare Filippo
II.
• Le tensioni aumentano sotto il regno di Elisabetta I, soprattutto per il sostegno spagnolo alla
cattolica Maria Stuart, sua rivale al trono.
La guerra tra Spagna e Inghilterra si inserisce in un contesto molto ampio che coinvolge sia
l’Europa sia l’Asia. La Spagna, guidata da Filippo II e Filippo III, cerca di dominare l’Europa e
mantenere il monopolio del commercio oltremare, in particolare nel commercio atlantico. La
Spagna rappresenta la più grande potenza cattolica, con l’obiettivo anche religioso di riportare alla
fede cattolica i popoli che si sono convertiti alla Riforma protestante.
L’Inghilterra, invece, è anglicana e ospita idee vicine alla Riforma, quindi diventa l’ostacolo
principale per le ambizioni spagnole. Prima di diventare regina, Elisabetta I ricevette una proposta
di matrimonio da Filippo II, un tentativo fallito per riportare l’Inghilterra sotto influenza spagnola e
cattolica. Da quel momento inizia una guerra non dichiarata tra i due stati, con Maria Stuart come
figura centrale, simbolo di una possibile restaurazione cattolica in Inghilterra.
Filippo II sostiene complotti per riportare Maria Stuart sul trono e la riconversione al cattolicesimo,
portando Elisabetta a reprimere duramente i cattolici inglesi, con prigionie e condanne a morte.
Questa repressione scatena una rivolta in Irlanda, cattolica e sostenuta dalla Spagna. Nel frattempo,
la Spagna appoggia anche i cattolici in Francia, mentre l’Inghilterra sostiene gli ugonotti protestanti.
Negli anni ‘80 del Cinquecento la guerra assume un carattere globale, soprattutto grazie a Francis
Drake, un corsaro inglese che dimostra la forza tecnologica e militare inglese con una spedizione
contro la flotta spagnola a Cadice nel 1587, distruggendo molte navi spagnole in poche ore.
Formalmente non c’è ancora guerra tra Spagna e Inghilterra, ma è solo questione di tempo. Filippo
II organizza una grande flotta, chiamata l’Invincibile Armata, composta da 130 navi con 60mila
soldati e 30mila marinai, con l’obiettivo di invadere l’Inghilterra e riportarla al cattolicesimo.
Tuttavia, grazie alla strategia di Francis Drake e alla collaborazione con la flotta olandese, gli
inglesi riescono a impedire l’abbordaggio spagnolo. Le navi spagnole, intrappolate nel Canale della
Manica, devono circumnavigare Scozia e Irlanda e solo un terzo di esse torna in Spagna a causa
delle tempeste e delle difficoltà.
Filippo II prova ancora a sostenere la ribellione cattolica in Irlanda, che riprende nel 1595, ma la
situazione politica in Inghilterra si complica con la congiura del conte di Essex, giustiziato da
Elisabetta.
Con la morte di Filippo II ed Elisabetta, la Spagna mantiene però il suo impero intatto, mentre
l’Inghilterra riesce a fermare l’espansione spagnola. Nei primi decenni del Seicento si forma un
“doppio Atlantico”: a sud rimane il monopolio spagnolo, a nord crescono le colonie e i commerci di
Inghilterra, Francia e Olanda.
Nascono le Compagnie delle Indie occidentali, società che raccolgono capitali pubblici e privati per
gestire flotte e commerciare con l’America. La Spagna ostacola queste iniziative nel centro-sud
dell’Atlantico, mentre nell’America settentrionale si sviluppano colonie di popolamento più che
empori commerciali.
I Caraibi diventano il centro del traffico spagnolo, ma anche il luogo principale del contrabbando e
della guerra di corsa da parte degli Stati del Nord Europa. Francia, Inghilterra e Olanda cominciano
a stabilire basi in isole poco presidiate dalla Spagna:
In queste colonie si forma una società con élite locali che, spesso senza legami forti con la
madrepatria, controllano il commercio dal tardo Seicento.
Fin dal XVI secolo Francia e Inghilterra mostrano interesse per l’America settentrionale,
riconosciuta come un continente a sé. I francesi sono i primi ad agire: Jacques Cartier, mandato da
Francesco I, esplora il Golfo di San Lorenzo e risale il fiume San Lorenzo fino alla regione del
Québec, che scopre.
Cartier immagina il territorio come una colonia di popolamento e commerciale, ma senza successo.
Solo con Samuel de Champlain il Québec diventa una città stabile, nonostante iniziali opposizioni
da parte dei commercianti di pellicce che preferivano solo empori di scambio.
Il popolamento europeo cresce nel Seicento, favorito dalla crisi economica in Europa e dalle guerre
religiose che spingono molti a cercare opportunità e libertà in America. Molti sono contadini,
artigiani o gruppi religiosi perseguitati come i puritani, quaccheri e presbiteriani in Inghilterra.
Gli inglesi iniziano a esplorare le coste americane nel primo Cinquecento, ma solo nel 1587 Walter
Raleigh tenta la prima colonia in Virginia. Successivamente la Compagnia di Londra organizza una
colonia con coloni che lavorano per la compagnia, dividendo i terreni alla fine.
I puritani giocano un ruolo chiave: contrari alla Chiesa anglicana, cercano in America una nuova
terra per vivere liberi. Nel 1620 i Padri Pellegrini arrivano in Massachusetts a bordo del Mayflower
e fondano Plymouth, dando inizio al processo di colonizzazione che porterà alla nascita degli Stati
Uniti.
7. Il modello olandese
La colonizzazione olandese è diversa da quella inglese e francese. Nel 1609 Henry Hudson, per la
Compagnia olandese delle Indie orientali, risale un grande fiume nell’America settentrionale, poi
chiamato Hudson. Attorno a questo fiume e su isole come Manhattan, si formano i primi
insediamenti olandesi come Fort Orange e Nuova Amsterdam.
Nel 1624-1625 Peter Minuit compra Manhattan dagli indigeni algonchini e la ribattezza Nuova
Amsterdam. Qui si costruiscono strade importanti come Broadway e Wall Street, con un muro
difensivo. Nel 1644 gli olandesi cedono la colonia agli inglesi che la chiamano New York.
Questo passaggio si inserisce nel conflitto più ampio tra Inghilterra e Olanda nel XVII secolo,
entrambi impegnati a ridurre il potere spagnolo. Gli olandesi, con meno abitanti e risorse, evitano la
colonizzazione di popolamento, puntando invece su un commercio intenso e su avamposti
distribuiti lungo le coste americane.
1. Il Mediterraneo di Filippo II
Nel 1556 Filippo II succede al padre Carlo V. In quel momento il commercio atlantico e asiatico è
ancora in fase iniziale, mentre il Mediterraneo resta centrale politicamente ed economicamente.
Filippo II continua la politica mediterranea del padre, anche perché, grazie alla pace di Cateau-
Cambrésis, controlla gran parte della penisola italiana, fulcro del Mediterraneo centrale.
Il regno spagnolo mantiene interessi anche nel Mediterraneo orientale, dove Venezia, pur essendo
fuori dal sistema imperiale spagnolo, è una potenza cattolica che affronta la minaccia ottomana.
Filippo II eredita anche i presidi spagnoli in Africa del Nord (Ceuta, Melilla, Mazalquivir, Orano,
Goletta), che però hanno poco valore commerciale e sono mal collegati con la Spagna.
Nel 1558, una spedizione spagnola per conquistare Mostganem fallisce tragicamente. Filippo II
pianifica poi la riconquista di Tripoli (1559), ma la flotta cambia obiettivo e si dirige verso l’isola di
Gerba, dove viene sorpresa e distrutta dalla flotta turca nel maggio 1560. In due anni la Spagna
perde metà della sua flotta. Dopo la conquista del Peñón de Vélez de la Gomera e la difesa di
Orano, la campagna africana si conclude, ma con gravi perdite.
2. Lepanto
I successi dei pirati barbareschi sono legati al supporto ottomano. Filippo II non comprende subito
che questi attacchi fanno parte di una nuova offensiva militare ottomana nel Mediterraneo.
L’obiettivo ottomano diventa Malta, fortificata a partire dal 1558. Nel maggio 1565, una potente
flotta turca assedia l’isola. La resistenza è eroica, ma senza aiuti la caduta sembra inevitabile.
Filippo II esita ad intervenire, temendo un attacco alla Sicilia. Venezia e Francia si tirano indietro. Il
7 settembre 1565 arriva però la flotta del viceré di Sicilia che costringe i turchi alla ritirata. La
vittoria salva Malta e rappresenta un punto di svolta nel Mediterraneo centrale.
Costantinopoli allora sposta le sue mire su Cipro, che viene assediata dal 22 agosto 1570. Nel 1571
l’isola cade. Papa Pio V cerca di mobilitare una coalizione cattolica, ma ogni potenza ha priorità
diverse. Solo alla fine, Spagna, Venezia e altri formano la Lega Santa. Il 7 ottobre 1571, nella
battaglia di Lepanto, la flotta cristiana infligge una pesante sconfitta a quella ottomana, grazie anche
alle moderne galeazze veneziane.
3. Il lago ottomano
La vittoria cristiana a Lepanto fu celebrata come un trionfo della fede e della tecnologia militare. Il
papa la attribuì alla Madonna, e vennero costruite chiese in suo onore. Tuttavia, già subito dopo,
l’indecisione di Spagna e Venezia nel proseguire la guerra permise agli Ottomani di ricostruire
rapidamente la loro flotta.
Nel 1573 Venezia firmò una pace separata con l’impero ottomano, rompendo l’unità cristiana. La
Spagna capì che il vero interesse veneziano era solo difendere i propri possedimenti. Lepanto fu
quindi più un pareggio che una vittoria decisiva. Tuttavia segnò una svolta: l’impero ottomano
comprese che non godeva più di superiorità militare nel Mediterraneo.
Parlare di “lago ottomano” è comunque corretto: l’impero turco esercitava un controllo omogeneo
su uno spazio caratterizzato da grande diversità etnica, religiosa e culturale. Costruì una forma
originale di convivenza, evidente nella struttura della città ottomana: cinta muraria, grande
moschea, palazzo del governatore, bazar, caravanserragli, caffè, e quartieri divisi per comunità. La
vita urbana rifletteva l’ordine imperiale ottomano.
4. La pace mediterranea
Dopo Lepanto e fino alla spedizione napoleonica in Egitto del 1798, il Mediterraneo attraversa una
fase di stabilità, chiamata da Fernand Braudel “pace mediterranea”. In questo equilibrio, l’impero
ottomano domina gran parte del Mediterraneo, ma deve coesistere con la presenza spagnola, che
controlla penisole e isole centrali (Iberica, Italiana, Sicilia, Sardegna, Corsica).
Il conflitto più significativo dopo Lepanto è nel 1578: Sebastiano I del Portogallo lancia una
spedizione in Marocco per garantire il controllo sull’area tra Mediterraneo e Atlantico. La
spedizione fallisce e Sebastiano muore nella battaglia dei Tre Re (4 agosto 1578). Con lui tramonta
l’idea di una riconquista cattolica dell’Africa del Nord.
Durante questo periodo avviene anche la rivolta dei moriscos in Spagna. Questi musulmani
convertiti al cattolicesimo continuavano a praticare segretamente la religione islamica. Filippo II
impone norme restrittive (1566): vieta la lingua araba, gli abiti e i nomi moreschi. Nel 1568 esplode
la rivolta in Andalusia, che degenera in guerra civile. Dopo accordi precari, molti moriscos vengono
espulsi. Nel 1609 Filippo III decreta l’espulsione totale dalla Spagna.
Questa espulsione si inserisce nella logica della pace mediterranea: entrambi gli imperi, spagnolo e
ottomano, riconoscono i rispettivi limiti e rinunciano a progetti espansionistici, fissando confini
stabili all’interno dei quali esercitano il proprio controllo assoluto.
5. Il Mediterraneo condiviso
Dopo la pace tra cristiani e ottomani, nasce una rete di rapporti che rende il Mediterraneo non solo
“un lago ottomano”, ma anche un mare condiviso.
• Capitolazioni: accordi in cui l’Impero Ottomano concede privilegi a potenze europee (come
fare commercio liberamente o amministrare giustizia ai propri cittadini nei territori
ottomani).
I primi Stati a ottenere Capitolazioni furono:
• Venezia
• Francia
• Polonia
Nel 1580 anche l’Inghilterra ottiene Capitolazioni molto vantaggiose da Murad III,
provocando una gara tra le potenze cristiane per ottenere concessioni simili.
Le Capitolazioni:
Nel 1600 le Capitolazioni vengono estese anche agli Stati barbareschi (Tunisia, Algeri, Tripoli), per
regolare la schiavitù, sempre più presente nel Mediterraneo centrale e occidentale.
1. Una crisi economica generale europea, che però in Italia è più forte per la fragilità dei suoi
piccoli Stati.
2. La crisi dell’impero spagnolo, che perde il monopolio del commercio atlantico a favore di
Olanda e Inghilterra.
3. La perdita di importanza del Mediterraneo, che era stato per secoli il centro della forza
italiana.
Venezia
• Dopo aver perso Cipro, Venezia perde potere commerciale nell’Oriente e sposta gli
investimenti alla terraferma veneta.
• Tuttavia non rinuncia alla lotta: nel 1645 i Turchi sbarcano a Candia (Creta), ultima isola
veneziana nell’Egeo.
• Venezia combatte da sola (Spagna e Francia non aiutano) ma nel 1669 perde Creta → fine
della presenza veneziana nell’Egeo, si ritira in Adriatico, Ionio e Dalmazia.
Genova
Mezzogiorno
• Il commercio agricolo (olio e vino) è bloccato dal pericolo turco, si può solo navigare lungo
costa.
• Si parla di “questione meridionale”: l’economia del Sud resta arretrata, isolata e
danneggiata.
• Le tasse spagnole aumentano per finanziare la guerra, colpendo anche beni di prima
necessità.
• Le rivolte popolari esplodono: nel 1647 a Napoli, Masaniello, un pescivendolo, guida una
rivolta contro la tassa sul pane. Il viceré fugge, Masaniello viene nominato “capitano del
popolo”, ma viene ucciso poco dopo. Il governo spagnolo riprende il controllo.
• Nello stesso anno in Messina, un’altra rivolta spinge Luigi XIV (re di Francia) a inviare una
flotta in aiuto.
• Nel 1684 Genova viene bombardata dalla Francia per la sua alleanza con la Spagna e per la
concorrenza al porto di Marsiglia.
Livorno
• È l’eccezione positiva: porto neutrale, accoglie navi francesi, spagnole e di altri paesi.
• Nel 1676, il Granduca Cosimo III dei Medici istituisce il porto franco → Livorno diventa un
centro di scambio tra merci del Levante ottomano e quelle provenienti dall’Oriente e dalle
Americhe.
Guerre e trattati
• Tra 1576 e 1590, guerra con la Persia → conquista della Georgia e dell’Azerbaigian.
• Ripresa del conflitto con gli Asburgo → nel 1609 pace tra Rodolfo II e Ahmed I, con:
o Fine del tributo dell’imperatore al sultano.
o Parità diplomatica tra imperatore e sultano → segno del calo di potere ottomano.
• Solo con la nomina di Mehmed Köprülü a gran visir l’Impero si stabilizza per circa 20 anni.
• Gli Ottomani riprendono l’espansione in Europa, ponendo fine alla pace mediterranea.
A partire dalla seconda metà del Quattrocento, anche l’Africa entra in rapporto diretto e costante
con l’Europa moderna, come già avvenuto per Asia e America. Questo non significa che l’Africa
non avesse una sua storia prima di questo incontro, né che fosse del tutto sconosciuta: infatti,
esistevano da secoli scambi e relazioni commerciali tra le coste mediterranee africane e le aree
interne del continente.
L’arrivo degli europei non portò subito a una colonizzazione simile a quella subita dalle Americhe.
I primi europei a stabilire contatti furono i portoghesi, che continuarono il progetto della dinastia
degli Aviz e di Enrico il Navigatore: circumnavigare l’Africa per raggiungere l’Oceano Indiano e
inserirsi nelle sue rotte commerciali.
Dopo aver superato il Capo Bojador, i portoghesi arrivarono alle isole di Capo Verde, poi alla Costa
d’Oro (attuale Ghana) e alle foci del Congo. L’esploratore Diego Cão raggiunse il punto più
meridionale dell’Africa conosciuto fino ad allora dagli europei, lasciando i padrão, cippi in pietra
con croce che segnavano i territori rivendicati dalla corona portoghese.
Successivamente, Bartolomeo Diaz si spinse ancora più a sud fino al Capo di Buona Speranza, che
apriva la rotta verso l’Oriente. Egli partecipò anche alla spedizione di Vasco da Gama verso l’India.
Iniziava così la seconda fase del periplo portoghese, in cui i portoghesi entrarono in contatto con le
realtà politiche ed economiche dell’Africa orientale.
Nel 1505, una parte della flotta guidata da Francisco de Almeida sbarcò a Sofala, uno dei porti più
importanti del sud Africa, dove fu costruito il Forte di San Gaetano, il primo avamposto
commerciale e militare portoghese in quella regione. Negli stessi anni furono occupate anche
Zanzibar, Mombasa e Malindi, e nel 1506 fu conquistata Kilwa, allora la più importante capitale
araba dell’Africa orientale.
Le aree toccate dai portoghesi si possono dividere in due grandi zone. La prima comprende i
territori a sud del Sahara o lungo il corso del Nilo, che avevano antichi rapporti con il mondo
mediterraneo, soprattutto rafforzati dalla presenza araba dopo la caduta dell’Impero romano. La
seconda è la zona sud-occidentale e meridionale, chiamata “Africa nera”, sia per il colore della pelle
delle popolazioni che vi abitavano, sia perché estranea alle conoscenze e ai contatti economici con il
resto del mondo.
I portoghesi non trovano un continente disorganizzato, ma Stati ben strutturati, guidati da sovrani e
con un’amministrazione gerarchica simile a quella europea. Nella prima fase, incontrano i cosiddetti
Stati sudanesi, che si erano formati nel Sudan sotto l’influenza dell’Islam e che avevano superato la
struttura clanica del potere. I più noti erano Ghana e Mali, in fase di decadenza, mentre lo Stato del
Songhai, governato dalla dinastia Sonni, era diventato uno dei più grandi e potenti della storia
africana, punto di incontro tra il commercio interno e quello transahariano.
Più a ovest, verso la costa, lo Stato del Benin si stava affermando come un attore politico e
commerciale sempre più importante, a dimostrazione della vitalità delle società africane già prima
della colonizzazione europea.
Fin dall’antichità, il commercio africano era orientato verso il Mediterraneo, seguendo una rotta
terrestre che attraversava il Sahara. Le principali merci scambiate erano il sale, che veniva dal
Mediterraneo, e l’oro, prodotto in Africa. Il sale, molto raro nel continente africano, aveva un valore
talmente alto da essere scambiato alla pari con l’oro.
Anche dopo l’arrivo delle grandi quantità di argento dalle Americhe (miniere del Potosí), la
centralità dell’oro africano continuò a essere determinante. Ma le esplorazioni portoghesi lungo la
costa africana introdussero una nuova rotta commerciale marittima, che metteva in contatto diretto
il golfo di Guinea con i porti della penisola iberica. All’inizio era solo una via aggiuntiva rispetto a
quella terrestre, ma con la scoperta dell’America e l’espansione portoghese in Asia, divenne una via
strategica e dominante.
Le coste africane occidentali assunsero quindi un doppio ruolo: scalo intermedio verso l’Asia e
punto di raccolta di merci e persone da inviare verso l’America. Questo secondo ruolo diventò
fondamentale con l’aumento della produzione di zucchero, caffè e rum nelle colonie americane. Per
coltivarli serviva molta manodopera a basso costo: così nasce una nuova merce, lo schiavo, e un
nuovo tipo di commercio, la tratta degli schiavi.
La domanda era continua e in crescita. A partire dal XVII secolo, il commercio degli schiavi
attraverso l’Atlantico diventò l’attività economica dominante in Africa occidentale. In un primo
momento i portoghesi avevano il controllo, ma furono sostituiti dagli olandesi, e poi, tra Settecento
e Ottocento, da francesi e inglesi.
Il golfo di Guinea era una regione popolosa, ma più a sud, in Congo e Angola, la situazione era
diversa: la popolazione era più scarsa e l’economia molto fragile, appena al di sopra della
sopravvivenza. Qui, anche piccole perdite di forza lavoro causavano gravi conseguenze per
l’equilibrio sociale.
Nel 1482, i portoghesi arrivarono alla foce del fiume Congo e scoprirono uno dei più importanti
Stati dell’Africa subsahariana, il regno dei bakongo. Era l’unico vero Stato strutturato di tutta la
costa sud del golfo di Guinea. Questo regno era formato da più regni parzialmente autonomi che
facevano riferimento al nucleo centrale, il Bakongo, con capitale San Salvador (nome dato dai
portoghesi).
Il Bakongo aveva un’economia solida basata su tessuti e ceramiche e un governo ben organizzato.
L’apparato militare era forte anche se privo di armi da fuoco, e gli arcieri erano molto temuti.
L’amministrazione si basava su comunità agricole governate da un capo che gestiva la distribuzione
dei raccolti e organizzava spostamenti forzati di abitanti per evitare l’esaurimento delle risorse
agricole.
I portoghesi cercarono di convertire le élite politiche per creare uno Stato cristiano alleato in Africa,
e sembrò possibile con il re Alfonso, che, con l’aiuto portoghese, fece guerre di espansione e tentò
di imitare il modello monarchico europeo.
Tuttavia, il crescente interesse per la tratta degli schiavi fece fallire questo progetto. Alfonso cercò
di regolare la schiavitù, vietando la vendita di persone catturate illegalmente e istituendo una
commissione d’indagine, ma era ormai impossibile fermare la domanda europea di schiavi. I
portoghesi capirono che non c’era spazio per uno Stato africano indipendente e alleato.
Nel 1575, arrivò Paulo Dias de Novais, che inaugurò una nuova fase coloniale simile a quella
spagnola in America. Avviò una guerra per colonizzare il sud del Bakongo e renderlo un centro per
il commercio schiavista. La nuova politica consisteva nel fornire armi a gruppi indigeni, che
attaccavano i popoli vicini, li facevano prigionieri e li vendevano come schiavi. In questo modo, i
portoghesi distrussero gradualmente l’intero Stato del Bakongo che avevano incontrato quasi un
secolo prima.
Anche nell’Africa sud-occidentale l’economia legata alla schiavitù influenzò molto la politica e
l’economia della zona. In Congo e Angola il commercio degli schiavi spinse le popolazioni vicino
alla regione di Luanda a sfruttare soprattutto l’avorio, uno dei prodotti principali.
Per cacciare gli elefanti e lavorare l’avorio servivano organizzazioni complesse, che diventarono
veri e propri Stati confederati, cioè unioni di gruppi tribali guidate da un capo chiamato muata-
yanvo. Questi Stati erano favoriti dalla colonizzazione portoghese che dava nuovi accessi al mare e
dalla posizione centrale tra Africa occidentale e orientale.
A sud dell’Angola c’era ancora un’area molto sconosciuta, abitata da bantu, popolo agricolo. I
portoghesi non si stabilirono lì, ma ne seppero qualcosa da pochi sopravvissuti; successivamente
furono gli olandesi a conoscere i bantu.
Nel centro del continente, lungo il fiume Zambesi, i portoghesi si impadronirono di un importante
centro commerciale di avorio e oro sulla costa orientale. Risalendo il fiume scoprirono il regno di
Monomotapa, ricco di oro e avorio, e piano piano entrarono nella sua sfera di influenza, soprattutto
nella parte bassa dello Zambesi.
Dal 1560 i portoghesi fecero spedizioni militari e missioni religiose per allearsi col sovrano, ma in
realtà dominavano loro. Nel 1629 il re Mavura, convertitosi al cristianesimo, si dichiarò vassallo di
Lisbona, accelerando la perdita di potere a favore dei portoghesi, che compravano terre a basso
prezzo e commerciavano schiavi, e delle popolazioni nemiche che occuparono le terre più alte.
6. La costa orientale
I portoghesi conquistarono la costa orientale africana fino al Capo Guardafui in Somalia. Questo
luogo era famoso per il commercio di spezie, che da secoli si svolgeva sulle coste dell’oceano
Indiano, vicino all’Arabia.
Questo portò a un forte conflitto con gli arabi e a una lunga fase di instabilità, durata due secoli.
Solo alla fine del 1700 i portoghesi furono sconfitti e persero gran parte della costa orientale.
Si crearono due situazioni diverse: la costa sud-orientale rimase sotto controllo portoghese, mentre
la parte nord-orientale mantenne una presenza araba commerciale stabile.
Nel 1593 i portoghesi costruirono la fortezza di Fort Jesus per controllare la zona, ma dopo la sua
caduta la costa tornò a essere un centro di commercio arabo.
A metà 1500 l’emiro Ahmad ibn Ibrahim, aiutato dagli ottomani, tentò di conquistare l’Abissinia,
l’unico regno cristiano d’Africa. I portoghesi intervennero con un esercito per aiutare gli etiopi.
Nel 1520 inviarono una flotta nel Mar Rosso, e un contingente guidato da Cristoforo da Gama fu
decisivo nella battaglia di Wayna Daga, dove l’emiro Ahmad morì. Questa battaglia fu il primo
scontro militare in Africa.
Le missioni gesuite riuscirono ad insediarsi solo all’inizio del 1600 grazie a Pedro Páez, che
guadagnò la fiducia dell’imperatore Sagad III e scoprì anche le sorgenti del Nilo Azzurro.
Il suo successore impose però cambiamenti troppo rapidi, abbandonando le tradizioni della chiesa
copta, causando una guerra civile contro i cattolici e i convertiti.
Sagad III abdicò e salì al trono suo figlio Fasiladas, che restaurò la religione cristiana tradizionale e
scelse Gondar come capitale fissa, dando inizio a un periodo di maggiore centralizzazione
monarchica chiamato “dei principi”.
PARTE III. LA MODERNITÀ GLOBALE
CAPITOLO 9. TEMPO DI RIVOLUZIONI
1. La rivoluzione scientifica
Dopo la guerra dei Trent’anni e la pace di Vestfalia (1648), l’Europa moderna accelera il suo
processo di costruzione politica e culturale. Da questo momento, le guerre di religione lasciano il
posto a un nuovo principio di convivenza basato sulla laicità e sull’appartenenza politica anziché
religiosa. Nascono così gli Stati sovrani, ognuno con una propria autonomia.
In questo contesto inizia una rivoluzione nel modo di spiegare l’universo e il posto dell’uomo nel
mondo. Nel 1543, Niccolò Copernico con “Le rivoluzioni dei corpi celesti” propone che la Terra
gira attorno al Sole, rompendo con la visione tradizionale basata sulla Bibbia e sul modello
geocentrico di Tolomeo.
• Tycho Brahe: cerca una via di mezzo tra vecchio e nuovo modello, ma migliora
notevolmente le osservazioni astronomiche.
• Giovanni Keplero: definisce con precisione le orbite dei pianeti, confermando il modello
eliocentrico.
• Galileo Galilei: nel 1632, con il “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”, difende
l’eliocentrismo in modo definitivo.
Il contributo di Galileo non è solo nei contenuti, ma nel metodo scientifico: osservazione diretta,
misurazione, formulazione di ipotesi e verifica sperimentale. Il metodo sperimentale si afferma
come approccio scientifico moderno. Galileo migliora anche strumenti come il cannocchiale.
Nel 1633, Galileo viene processato e costretto all’abiura dalle sue idee per ordine dell’Inquisizione.
Altri studiosi come Leibniz, Spinoza, Boyle e soprattutto Isaac Newton proseguono su questa
strada. Newton formula:
La rivoluzione scientifica influenza anche il pensiero politico. Già nel 1603, Altusio chiede una
riforma della politica ispirata al metodo scientifico.
Pochi decenni dopo, Ugo Grozio, nel suo libro “Sul diritto di guerra e di pace”, fonda il
giusnaturalismo: gli esseri umani possiedono diritti naturali inviolabili, anche in guerra, come il
diritto alla vita e alla libertà.
Pufendorf sviluppa l’idea che gli uomini, per vivere insieme, stipulano un patto creando lo Stato,
con leggi comuni e un sovrano che esercita il potere per il bene di tutti.
Con la prima rivoluzione inglese (1651), Thomas Hobbes pubblica il “Leviatano”, dove descrive lo
stato di natura come una condizione pericolosa. Gli uomini, per evitarla, decidono di sottomettersi a
un sovrano assoluto che mantenga ordine e sicurezza.
Dopo la seconda rivoluzione inglese (1688-1689), John Locke propone una versione più aperta del
contrattualismo. Nella “Lettera sulla tolleranza” sostiene che la religione non deve più essere una
verità universale imposta, ma un’opzione individuale. Gli uomini portano con sé, anche nello Stato,
i diritti naturali: vita, libertà, proprietà, rappresentanza. Locke è il precursore del liberalismo e
dell’Illuminismo del Settecento.
L’Illuminismo nasce in Francia tra XVII e XVIII secolo, da un dibattito tra “antichi e moderni”: si
conclude che i moderni sono superiori perché, grazie a scienza e ragione, vedono più lontano.
L’Europa moderna è ormai laica, ha separato religione e politica, e ha abbandonato il peso delle
tradizioni classiche. L’Illuminismo costruisce una nuova identità culturale europea, aiutato da
strumenti di comunicazione in continua crescita:
L’Illuminismo si sviluppa in modo originale in Inghilterra, dove pensatori come Shaftesbury, Hume
e Adam Smith accompagnano i cambiamenti sociali ed economici del paese. Tuttavia, è nell’Impero
asburgico che le idee illuministe influenzano concretamente la politica, grazie alle riforme di Maria
Teresa e Giuseppe II. Maria Teresa modernizza l’amministrazione dell’impero, mentre Giuseppe II
riforma la scuola (rendendo l’istruzione primaria obbligatoria), limita il potere della Chiesa,
introduce il matrimonio civile e un nuovo codice giudiziario più umano (il codice “giuseppino”).
Anche in Prussia e Russia si attuano riforme ispirate all’Illuminismo. Federico II di Prussia migliora
l’amministrazione e l’istruzione in chiave statale, mentre Caterina II di Russia cerca di contenere il
potere assoluto dello zar.
Nel mondo tedesco, l’Illuminismo trova la sua più profonda espressione filosofica in Kant, che lo
definisce come il passaggio dell’uomo dalla “minorità” all’uso libero e autonomo della propria
ragione: “Sapere aude!” (abbi il coraggio di usare la tua intelligenza).
Parigi è il centro dell’Illuminismo europeo grazie al ruolo politico e culturale acquisito sotto Luigi
XIV. Qui Montesquieu propone la divisione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) per
garantire l’equilibrio dello Stato.
Voltaire conduce una battaglia intellettuale contro l’oppressione religiosa e il pensiero tradizionale.
Rousseau, di origine svizzera ma di cultura francese, rielabora la teoria del contratto sociale
affermando che lo Stato nasce per eliminare le disuguaglianze e rappresentare direttamente la
volontà generale del popolo.
A Parigi nasce anche il progetto dell’Enciclopedia, curato da Diderot e d’Alembert, che raccoglie e
organizza il sapere scientifico e tecnico del tempo in 17 volumi. Con essa, la capitale francese
diventa il simbolo dell’Illuminismo europeo e della trasformazione della società verso razionalità,
laicità e libertà individuale.
Nel Settecento si diffonde anche una moda “orientalista”: l’interesse per l’Oriente (soprattutto
ottomano) serve come strumento critico contro i costumi europei.
Nel XVII secolo, dopo una grave ondata di peste, l’Europa vive una fase di crescita demografica
costante: è la rivoluzione demografica dell’età moderna. Migliorano le condizioni di vita, si abbassa
la mortalità infantile, aumenta l’aspettativa di vita grazie a progressi medici come la vaccinazione
contro il vaiolo (introdotta da Edward Jenner).
Questi cambiamenti sono resi possibili dalla rivoluzione agricola, che aumenta la produttività
alimentare. In Inghilterra, le enclosures (recinzioni dei campi) favoriscono l’agricoltura orientata al
mercato, razionalizzata e non più di semplice sussistenza. Le nuove rotazioni colturali permettono
una maggiore produzione di foraggi e allevamento, migliorando la fertilità del suolo e
l’alimentazione della popolazione.
La trasformazione dell’agricoltura porta molti contadini a lasciare le campagne per cercare lavoro in
città, alimentando l’urbanizzazione e creando un nuovo mercato di consumatori. Nasce così la
prima rivoluzione industriale, che parte dal settore tessile con l’introduzione di telai meccanici.
La svolta decisiva arriva nel 1769 con l’invenzione della macchina a vapore di James Watt, che usa
il carbone come fonte energetica e permette una produzione su larga scala. Questo cambiamento
stimola riflessioni economiche: nasce una nuova scienza, l’economia.
Smith vede nell’industria e nella libertà economica le basi della futura superiorità dell’Europa nel
mondo.
LO STATO MODERNO
Lo Stato moderno è uno spazio in cui un governo riesce a farsi obbedire dai suoi abitanti oppure in
cui gli abitanti accettano di obbedire allo stesso governo e alle sue leggi. Non importa se i cittadini
siano sudditi di un sovrano o membri liberi di una comunità: ciò che conta è che riconoscano
l’obbligo comune di rispettare le stesse norme, diventando così una comunità unita.
• Il primo è quello dell’Inghilterra, dove nasce una comunità di cittadini che decidono quali
leggi accettare tramite libere rappresentanze politiche.
• Il secondo è quello della Francia, dove il monarca governa con l’obiettivo di realizzare la
“felicità dei popoli”.
Nel 1660, in Inghilterra, inizia un’età di restaurazione monarchica con Carlo II Stuart. All’inizio
cerca di conciliare le forze politiche e sociali divise dalla rivoluzione e dalla dittatura di Cromwell.
Ma presto diventa chiaro che il potere parlamentare e la libertà di rappresentanza sono diventati
diritti irrinunciabili della società inglese e che l’assolutismo non può più tornare.
Il Parlamento inglese dimostra di saper difendere la propria indipendenza, con leggi importanti
come:
Nel frattempo, nel 1661, sale al trono in Francia Luigi XIV, che segue un modello diverso:
l’assolutismo. Il suo obiettivo è liberarsi dai limiti che ancora condizionano l’autorità regia, legati
alla struttura feudale e alla Chiesa di Roma. Vuole rafforzare le libertà gallicane, cioè il potere del
re di nominare vescovi e benefici ecclesiastici.
Indebolisce l’aristocrazia e affida il governo a borghesi, come Colbert, sotto cui la Francia conosce
un grande sviluppo economico e diventa il paese più ricco e potente d’Europa.
La costruzione della reggia di Versailles rappresenta il punto più alto del suo progetto.
Allontanandosi da Parigi, Luigi XIV crea un luogo che esprime pienamente il potere del re: nel
palazzo, nei giardini e nel decoro. Dal 1682, a Versailles risiedono la famiglia reale, il governo e
una corte affollata di nobili e persone comuni, il cui potere e ricchezza dipendono dalla volontà del
re. Così Luigi XIV diventa il “Re Sole”, centro di un sistema politico e sociale che si estende in
tutta la Francia, con una netta distinzione tra chi ha accesso al potere e chi ne è escluso.
Dal XIX secolo, il modello dell’assolutismo francese si diffonde in molti Stati europei. L’idea di un
monarca riformatore influenza:
• lo zar Pietro di Russia, che introduce la Tavola dei ranghi (un sistema di 14 gradi in cui tutti
partono dal basso e all’ottavo grado ottengono la nobiltà) per inserire nuove forze
nell’amministrazione statale. Pietro fonda una nuova capitale, Pietroburgo, affacciata sul
Baltico, e lo Stato si occupa direttamente dello sviluppo economico.
• la Prussia e altri paesi baltici, come la Svezia, che diventa una potenza economica e militare.
• a Vienna, l’imperatrice Maria Teresa guida una riforma radicale dell’impero asburgico,
accentrando il potere nella capitale. Con lei e suo figlio Giuseppe II, nasce l’idea di
dispotismo illuminato.
In questo modello, lo Stato interviene non solo nell’economia ma anche a favore dei ceti sociali più
deboli. Così, il modello dell’assolutismo si trasmette nel tempo e sarà alla base del governo delle
borghesie ottocentesche.
CAPITOLO 10: DUE AMERICHE
Nel Settecento, gli eventi europei e quelli americani sono strettamente legati, tanto che alcuni storici
parlano di una storia americana come parte integrante della storia europea. Questo è dovuto
all’ingresso dell’Europa nella modernità, che ha reso le sue dinamiche politiche, economiche e
culturali rilevanti a livello mondiale. Le colonie americane, sia nel sud che nel nord, iniziano a
sviluppare società nuove, più complesse e attive, che vogliono partecipare direttamente ai processi
globali.
Perciò, nel Settecento si può parlare di una storia coloniale americana autonoma, distinta e
differenziata, che porta alla nascita di due Americhe, frutto di due modelli storici molto diversi:
quello spagnolo e quello inglese.
2. L’America spagnola
Al centro della società coloniale ci sono i creoli, cioè persone di origine spagnola nate in America.
Essi ottengono maggiore importanza quando la Spagna comincia a vendere cariche pubbliche,
permettendo loro di accedere al potere. Tuttavia, i creoli vivono una contraddizione: vogliono
essere parte del mondo spagnolo, ma sono trattati come subordinati, il che alimenta il desiderio di
autonomia.
I mestizos (di sangue misto) si trovano in una posizione intermedia, esclusi dalle alte cariche e
relegati a ruoli di artigiani o piccoli proprietari. Pur essendo numerosi, non possono aspirare a un
vero riconoscimento sociale senza un cambiamento profondo dell’ordine coloniale.
Alla base della piramide ci sono gli indios, che, nonostante il crollo demografico causato dal
colonialismo, restano una componente importante della società, soprattutto nel mondo ispanico
dove sono numericamente più presenti rispetto al Nord America. Svolgono i lavori più duri,
soprattutto agricoli e domestici, e vivono in condizioni di forte sfruttamento.
3. La colonizzazione inglese dell’America settentrionale
Il modello inglese si sviluppa con modalità molto diverse. All’inizio, la colonizzazione fallisce, ma
poi due fattori la rendono possibile:
Il rapporto con i nativi americani è inizialmente contenuto per via della loro frammentazione tribale
e della concezione collettiva della terra. Tuttavia, l’espansione dei coloni porta alla progressiva
espulsione e distruzione delle comunità indigene, soprattutto dalla fine del XVII secolo.
Verso la metà del Seicento, la popolazione europea raddoppia. Le comunità restano piccole e
sparse, tranne nei centri urbani. Oltre al Massachusetts, un’eccezione è il Maryland, inizialmente
fondato su concessioni feudali, ma che si adegua presto al modello della proprietà privata.
Alla fine del Seicento, l’America inglese è organizzata in tredici colonie. Queste colonie sono
formalmente dipendenti dall’Inghilterra, ma in pratica si autogovernano. Il potere è esercitato
localmente, senza una vera aristocrazia. Al vertice sociale ci sono i discendenti dei fondatori, capi
religiosi, mercanti e grandi proprietari; seguono i piccoli proprietari e artigiani, poi i lavoratori
salariati. La religione è il centro della vita sociale e politica.
4. La colonizzazione francese
Tra la seconda metà del Seicento e la prima metà del Settecento, la colonizzazione francese si
sviluppa in modo simile, per estensione, a quella inglese, ma con caratteristiche differenti. I
principali vettori dell’espansione sono i mercanti e i religiosi. Provenienti dal Canada, risalgono i
fiumi collegati al San Lorenzo e arrivano nella zona dei Grandi Laghi, da cui parte il Mississippi.
Due sono le direttrici principali: verso il lago Michigan e il lago Superiore, e lungo il corso del
Mississippi.
Il primo a esplorare il Mississippi è Louis Jolliet, con sei compagni, su iniziativa di Jean Talon,
intendente della Nuova Francia nominato da Luigi XIV. Talon, sostenuto dal ministro Colbert,
promuove un progetto di colonizzazione basato sul rafforzamento della presenza francese
oltreoceano, con l’obiettivo di potenziare la posizione della Francia nel mondo. Colbert aveva già
unificato gli uffici marittimi; le istruzioni date a Talon si traducevano in un piano di popolamento e
sviluppo agricolo. La strategia prevedeva insediamenti fortificati e la concessione ai coloni di terre
pronte per la coltivazione e l’esportazione. Talon ottenne risultati rilevanti: già nel 1668, la
produzione di grano della Nuova Francia superava il fabbisogno interno e generava un surplus
esportabile.
5. Un crocevia: le Antille
Nel mondo atlantico si delinea una nuova geografia del potere coloniale, che riflette i conflitti tra le
grandi potenze europee. L’area simbolo di questa rivalità è l’arcipelago caraibico delle Antille. La
Spagna rinuncia al controllo diretto dell’intero arcipelago e si concentra su Cuba e Haiti. Olandesi,
francesi e inglesi si spartiscono il resto, inizialmente con piccoli insediamenti dediti a contrabbando
e guerra di corsa.
La svolta avviene con l’introduzione della canna da zucchero: inizia nel 1639 in Martinica, nel 1642
in Guadalupa; seguono gli inglesi in Giamaica e gli olandesi nelle Barbados, dove vengono adottati
mulini a tre assi verticali, più efficaci. Nel giro di un decennio, la produzione di zucchero nelle
Antille diventa competitiva con quella brasiliana.
All’inizio del Settecento, il commercio estero francese è molto sviluppato, anche grazie
all’estensione dei suoi possedimenti. Quando il prezzo dello zucchero inizia a scendere, si avvia la
coltivazione del caffè, prima nelle Antille francesi (Guadalupa e Martinica), che diventano centri
principali dell’esportazione. Seguono cotone e indaco, fondamentali a partire dagli anni 1750. La
crescente richiesta di manodopera genera un boom nel traffico di schiavi provenienti dall’Africa
occidentale, tramite il commercio triangolare: schiavi dall’Africa verso le Antille, prodotti coloniali
verso l’Europa. Durante la traversata molti schiavi muoiono per malattie, sovraffollamento, suicidi
o repressione delle rivolte.
All’inizio del secolo, con la guerra di successione spagnola, si verifica un evento importante: con il
Trattato di Utrecht (1713), la Spagna concede all’Inghilterra l’asiento de negros (diritto di fornire
schiavi) e un navío de permiso per commerciare liberamente una volta l’anno a Porto Bello. Da
questo momento, l’Inghilterra diventa la prima potenza nel commercio degli schiavi, superando
Portogallo e Francia.
6. Il conflitto coloniale
Le Antille diventano un epicentro della rivoluzione commerciale e delle rivalità tra le potenze.
Prima ancora del conflitto franco-britannico, si assiste allo scontro tra Spagna e Portogallo da un
lato e Francia, Olanda e Inghilterra dall’altro. La Spagna, uscita indebolita dalla guerra di
successione (1702–1713), perde progressivamente il controllo sul commercio delle proprie colonie.
Nel 1717, il re Filippo V trasferisce la Casa de contratación da Siviglia a Cadice per rilanciare il
commercio, ma le concessioni date all’Inghilterra (asiento e navío) avevano già aperto brecce nel
monopolio spagnolo.
Gli inglesi usano quelle concessioni per commerciare anche merci coloniali, accentuando il
contrabbando come politica sistematica. Gli spagnoli rispondono con controlli navali più rigidi,
generando tensioni crescenti. Nel 1739 scoppia la guerra anglo-spagnola, detta “guerra
dell’orecchio di Jenkins”, dal nome del capitano inglese mutilato da marinai spagnoli. Inizialmente
la flotta inglese prevale, ma nel 1741 la resistenza spagnola rallenta le operazioni. Il conflitto si
estende brevemente anche alle coste settentrionali americane (attacco spagnolo alla Georgia in
risposta a un’invasione britannica della Florida).
La guerra si risolve in uno stallo, con danni economici per entrambi. Riprende il contrabbando e le
tensioni mai sopite sfociano nella guerra dei Sette anni. Il conflitto si allarga ora alla Francia, la cui
produzione di zucchero è superiore a quella inglese e più competitiva sul mercato europeo. I porti
francesi di Nantes e Bordeaux dominano il commercio e persino le colonie inglesi cominciano a
rifornirsi dalle Antille francesi. Il conflitto tra Francia e Inghilterra esplode infine nel 1744, negli
anni della guerra di successione austriaca, e si conclude nel 1748 anche nei Caraibi.
Il conflitto tra Francia e Inghilterra non si limita alle Antille, ma si estende anche lungo i confini tra
i rispettivi territori nordamericani, in particolare in Canada e nella valle dell’Ohio. Queste aree,
nominalmente francesi, erano scarsamente abitate e sfruttate per la caccia e il commercio di pelli,
mentre i coloni inglesi, più numerosi e dediti all’agricoltura, cercavano nuove terre verso ovest.
L’espansione inglese causa l’arretramento delle popolazioni indigene, che vedono nei francesi degli
alleati. Per questo motivo, la guerra tra il 1754 e il 1763 (coincidente in parte con la guerra dei Sette
anni) è nota anche come French and Indian War, con la maggior parte delle tribù native schierate
con i francesi.
L’appoggio delle tribù fu decisivo nei primi successi francesi. Dopo la sconfitta del generale inglese
Braddock nella battaglia di Monongahela, con 600 indiani e 300 francesi coinvolti, la valle
dell’Ohio restò sotto controllo francese. La situazione cambia dal 1756, quando scoppia in Europa
la Guerra dei Sette anni, considerata la prima guerra mondiale per estensione e la prima guerra
totale per posta in gioco: non più solo territori, ma il dominio sui mercati mondiali. Francia e
Inghilterra (assieme ad altre potenze) si contendono la supremazia planetaria, consapevoli che chi
vincerà avrà il primato globale.
Nel 1756, l’arrivo in America del marchese di Montcalm rafforza la capacità offensiva francese.
Con l’aiuto delle tribù native, viene distrutto Forte Oswego. Ma nel 1757, la nomina di William Pitt
a ministro della guerra segna un cambio decisivo per l’Inghilterra: Pitt vede nella creazione di un
impero coloniale il vero interesse nazionale e punta sulla guerra marittima globale. La Francia,
invece, resta legata a una strategia europea. L’Inghilterra, pur in grave difficoltà iniziale, riesce
gradualmente a rovesciare le sorti del conflitto.
Nel 1759 gli inglesi conquistano Québec, e nel 1760 prendono anche Montréal, eliminando la
presenza francese in Canada. Nella valle dell’Ohio e in Luisiana, la guerra si trasforma in guerriglia
tra indigeni e soldati inglesi, ma viene comunque vinta dall’esercito britannico. Nel 1761, la Spagna
entra in guerra a fianco della Francia con il cosiddetto “patto di famiglia”, ma il suo intervento non
cambia l’esito. Il conflitto si sposta nelle Antille: gli inglesi conquistano L’Avana, la Martinica e
Guadalupa.
Alla fine della guerra, la Francia è costretta a cedere il Canada per salvare le Antille, riuscendo a
mantenere Guadalupa e Martinica, ma perdendo Tobago, Grenada e la Dominica a favore
dell’Inghilterra. Inoltre, per compensare la Spagna della perdita della Florida, le viene ceduta parte
della Luisiana (quella a ovest), mentre la parte est passa agli inglesi. In conclusione, la Francia
perde quasi tutto il suo impero coloniale americano.
CAPITOLO 11 – IL MEDITERRANEO NON MEDITERRANEO
Già nel periodo di pace mediterranea, anche Stati non mediterranei come Olanda e Inghilterra sono
presenti nel Mediterraneo. Nella prima metà del Seicento, gli olandesi commerciano facilmente:
portano pellame, ferro e catrame in cambio di vino e olio, ma il prodotto più importante diventano i
cereali, dato che la produzione mediterranea è insufficiente. Le navi olandesi trasportano cereali dal
Nord Europa e tra i porti mediterranei, scambiando anche beni pregiati come corallo, sete siciliane e
genovesi, cuoio tunisino.
Inizialmente ci sono scontri con le reggenze barbaresche, ma poi si stipulano trattati di commercio
con Tunisi e Algeri, dove inglesi e olandesi stabiliscono magazzini. Verso metà secolo, gli inglesi
sostituiscono gli olandesi nel commercio, vendendo stoffe e pesce fresco agli Stati italiani e al
Levante, arrivando fino all’Impero Ottomano.
Dopo il 1650, gli inglesi cominciano a commerciare anche prodotti dalle loro colonie in America e
Asia. Spagna e Impero Ottomano sono nemici comuni di Inghilterra e Turchia, il che favorisce
relazioni economiche. Le Capitolazioni ottomane concedono vantaggi agli inglesi, desiderati per
stagno, piombo, armi e polvere da sparo, utili nella guerra contro la Spagna. I porti ottomani del
Nord Africa e dell’Albania offrono rifugio alle navi inglesi impegnate nella guerra di corsa contro i
mercantili spagnoli.
Nel Settecento, l’influenza inglese diventa tale da poter parlare di un “mare inglese”.
L’espansione olandese e inglese è anche un’azione contro la Spagna, parte di un conflitto coloniale
con le potenze marittime del Nord Europa. Intanto, anche la Francia si oppone alla Spagna e cresce
come potenza mediterranea con Luigi XIV. Una delle prime mosse è la costruzione di un canale che
collega l’Atlantico al Mediterraneo tramite il porto di Sète, evitando il controllo spagnolo dello
stretto di Gibilterra.
Anche se inizialmente il canale è imperfetto, stimola le costruzioni navali e rende la Francia una
grande potenza marittima: la terza nell’Atlantico, la prima nel Mediterraneo. La Francia assume
così un ruolo centrale sia nel Mediterraneo occidentale e centrale sia nel Levante, competendo con
l’Inghilterra.
• nel 1675 la flotta francese entra trionfalmente a Messina, che si era ribellata alla Spagna
• successivamente conquista anche Palermo
• anche se con la Pace di Nimega (1678) restituisce le città siciliane alla Spagna, la Francia
conquista di fatto il controllo del Mediterraneo centrale.
La decadenza spagnola provoca cambiamenti nel commercio: i mercanti catalani puntano verso
Nord Europa e America, abbandonando rotte mediterranee. Barcellona compete con Siviglia nel
commercio atlantico.
Anche l’Italia risente del declino spagnolo, essendo quasi tutta sotto controllo spagnolo:
• Venezia limita la sua attività all’Adriatico e alle isole Ionie dopo aver perso Candia
• fa eccezione il Granducato di Toscana, meno controllato dalla Spagna.
Nel 1676, Cosimo III istituisce il porto franco di Livorno, esentando le merci da dazi.
Livorno diventa un porto strategico per gli inglesi, che lo usano per i commerci verso il
Levante ottomano.
Anche il Portogallo, ormai indipendente dalla Spagna, si riorienta. Durante l’unione con la Spagna,
aveva perso molte colonie. Il peggiore momento arriva con un trattato imposto dagli inglesi dopo un
assedio a Lisbona. Ma nel 1662, il matrimonio tra Caterina di Braganza e Carlo II d’Inghilterra
avvicina il Portogallo all’orbita inglese. Il Brasile, unica colonia rimasta, mantiene attivo il
commercio di zucchero e tabacco e accoglie anche merci coloniali inglesi nei porti portoghesi.
Mentre l’Europa occidentale è dinamica, l’Impero Ottomano attraversa una fase di relativa stasi.
Dopo la conquista di Candia, crede di aver consolidato il controllo del Mediterraneo e guarda di
nuovo verso l’Europa, soprattutto contro l’Impero asburgico.
Nel 1682, stringe un’alleanza con nobili ungheresi anti-asburgici e lancia una spedizione per
conquistare Vienna. Francia, Inghilterra e Olanda restano fuori dal conflitto per via dei loro legami
con l’Impero Ottomano, mentre il resto dell’Europa cattolica aderisce alla Lega Santa promossa da
papa Innocenzo XI, insieme alla Russia ortodossa.
Nel settembre 1683 l’assedio di Vienna fallisce: l’artiglieria turca è tecnologicamente arretrata e
l’esercito cristiano, guidato da Giovanni III Sobieski (re di Polonia), sconfigge gli ottomani in una
battaglia campale. L’impero turco è costretto a rinunciare a qualsiasi ulteriore espansione in Europa.
In pochi anni, l’equilibrio si rovescia: l’Impero Asburgico riconquista i territori un tempo ottomani
in Europa centrale. Con la Pace di Carlowitz (1699), l’Austria ottiene Ungheria, Croazia, Slavonia e
Transilvania. È la prima grande sconfitta territoriale dell’Impero Ottomano. Questo indebolimento
si riflette anche nel Mediterraneo, dove non solo le potenze europee (come Russia e Inghilterra)
approfittano della situazione, ma anche le province interne dell’Impero iniziano a chiedere
maggiore autonomia da Istanbul.
La pace di Carlowitz (1699) cambiò i rapporti tra gli Stati del Levante mediterraneo. L’impero
asburgico si espanse a sud-est, sviluppando un nuovo interesse per il Mediterraneo grazie al
Danubio, che diventò una via commerciale e strategica. Vienna costruì una “marina danubiana” per
proteggere traffici fluviali e iniziò a vedere sé stessa come potenza marittima. Nei primi anni del
Settecento nacquero consolati asburgici nelle reggenze barbaresche. Con la Patente di commercio
libero di Carlo VI, le navi mercantili asburgiche ottennero protezione militare: un attacco diretto a
Venezia, che perdeva il controllo esclusivo sul commercio adriatico. Venezia fu sfidata anche dalla
crescita di Trieste, che nel 1719, insieme a Fiume, divenne porto franco. Carlo VI migliorò le
infrastrutture portuali e i collegamenti interni, e nello stesso anno fondò la Compagnia per il
commercio con l’Oriente. Trieste si affermò rapidamente come centro commerciale cosmopolita.
Anche dopo un declino temporaneo, Trieste si rafforzò con Maria Teresa, che nel 1769 la dichiarò
“libera città marittima”, estendendone i privilegi di porto franco. Venezia, ridotta nel Levante alla
sola Adriatico e alle Isole Ionie, reagì riformando tasse e sicurezza dei trasporti. Il traffico
commerciale si spostò anche verso l’Occidente, dove si inserì nel crescente commercio olandese e
inglese. I trattati con le reggenze barbaresche del 1763 migliorarono i rapporti con esse. Si sviluppò
nuovamente la cantieristica e si rafforzarono i legami con l’interno balcanico, anche grazie alla
neutralità veneziana durante la guerra dei Sette Anni. L’Adriatico si legò a Salonicco e altre aree
orientali tramite traffici guidati dai greci, ma utili anche a Ragusa e Spalato.
Con Pietro il Grande, la Russia riprese le politiche espansionistiche dei primi Romanov. La stabilità
interna favorì lo sviluppo commerciale e l’interesse per il Mar Nero, via d’accesso al Mediterraneo,
aprendo la “questione degli Stretti”. Già sotto Alessio I e Fëdor III si consolidò il controllo
sull’Ucraina orientale, pur non avendo ancora accesso diretto al Mar Nero. Pietro puntò a
conquistare le coste del Mar Nero, sfidando l’Impero ottomano. Dopo un primo fallimento, assediò
Azov dal mare con una flotta costruita a Voronež, ottenendo il controllo della zona nel 1700. Tentò
poi di realizzare un canale tra Volga e Don (mai completato). Nel 1703 fondò San Pietroburgo, base
settentrionale per il commercio marittimo, ma continuò a interessarsi anche al sud, sostenendo il
principe moldavo Cantemir. Tuttavia, la guerra contro gli Ottomani finì con la sconfitta russa e la
pace di Prut (1711), che costrinse Pietro a restituire le conquiste e distruggere la flotta. Una nuova
guerra russo-turca iniziò nel 1735 sotto la zarina Anna, con l’Austria al fianco della Russia. I
successi iniziali furono vanificati e le paci di Belgrado (1738) e di Nyssa (1739) riportarono i
confini alla situazione precedente.
7. Il mare inglese
A metà del Settecento il Mediterraneo era cambiato: non era più il “lago ottomano”, ma nemmeno
aveva riacquistato la centralità antica. Era però più integrato nell’Europa moderna e nello spazio
globale. Il declino ottomano e quello spagnolo, accentuato dalla perdita dell’Italia e dalla
dipendenza del regno di Napoli da Madrid, avevano lasciato spazio a nuove potenze. L’Inghilterra
si affermò come potenza mediterranea dopo la guerra di successione spagnola, iniziando con i
trattati di Methuen: in cambio della protezione inglese, il Portogallo apriva il proprio mercato ai
tessuti inglesi. Questo accordo permise all’Inghilterra di rafforzare la sua presenza militare e
commerciale. Conquistò Gibilterra, punto chiave per controllare l’accesso tra Atlantico e
Mediterraneo, e poi Minorca, riconosciuta con la pace di Utrecht. Si definì così la strategia
talassocratica inglese, basata sul dominio navale e sul possesso di basi. Livorno divenne un porto
inglese per il ruolo dei mercanti britannici, mentre la Corsica attirò l’interesse di Londra. Nel 1729
vi scoppiò una rivolta indipendentista sostenuta dall’Inghilterra, che appoggiò l’autoproclamazione
a re del tedesco Teodoro di Neuhoff. La Francia di Luigi XV si oppose al progetto inglese,
riprendendo la politica di espansione mediterranea già avviata da Luigi XIV. Marsiglia e Tolone
crebbero come grandi porti francesi, quest’ultimo dotato di un arsenale per la marina da guerra.
Nel XVII secolo il dominio portoghese in Asia finisce, sostituito dagli olandesi, soprattutto in
Africa orientale e in India. Gli olandesi adottano strategie simili ai portoghesi, ma con un controllo
più diretto e organizzato del commercio. Reprimono ogni attività commerciale fuori dalla loro rete e
impongono coltivazioni specializzate nei territori soggetti, arrivando anche a deportare lavoratori
dove più conveniente. Tuttavia, questo tipo di controllo era difficile in grandi stati come India, Cina
e Giappone.
La VOC (Compagnia Olandese delle Indie Orientali) impone un monopolio sulle spezie,
accumulando una profonda conoscenza della navigazione e dei mercati asiatici. Il confine tra
interessi statali e della compagnia diventa sfumato. Gli inglesi, con la loro Compagnia delle Indie
Orientali, rinunciano all’espansione in Asia sud-orientale, preferendo concentrarsi sull’India,
sviluppando lì un monopolio fondato sul cotone e sul tè.
Anche la Francia entra nel mercato orientale con la sua Compagnia delle Indie Orientali, finanziata
in parte direttamente dal re e in parte da prestiti forzosi chiesti alla borghesia. La Francia quindi
punta a un’espansione politica ed economica tramite una compagnia controllata dallo Stato.
Con il suo successore, l’influenza persiana diminuisce e si intraprende una guerra contro i sultani
del Deccan, che avevano appoggi persiani. Questo imperatore rafforza l’islamizzazione dell’impero
e sposta la capitale a Delhi, vista come simbolo ideale di paradiso sulla terra.
3. Apogeo e crisi
L’impero Moghul raggiunge il suo apice con Aurangzeb, che, dopo una guerra di successione,
amplia i confini dell’impero, prima consolidando il Nord e poi puntando verso Sud contro i maratti.
Ma la lunga guerra e l’opprimente sistema fiscale provocano una crisi economica, aggravata dal
peso della guerra nel Deccan durata 25 anni.
Aurangzeb tenta di riformare il sistema fiscale e creare una classe dirigente musulmana solida, ma
le spese militari minano tutto. I maratti, popolazioni dell’area montuosa a sud di Bombay, diventano
i principali oppositori e con la loro lunga resistenza contribuiscono al declino Moghul. Il crollo
dell’impero è seguito dall’ascesa del regno maratha che riesce a federare varie componenti induiste,
facendo intravedere la possibilità di un’unificazione induista dell’India sotto la loro guida.
Dopo la morte dell’imperatore Ming Wanli, i Manciù della Manciuria, considerati barbari dai
cinesi, crescono in potere militare e unità sotto Nurhaci. Nel 1618 fondano la “dinastia Jin” e
iniziano a espandersi verso la Cina nordorientale adottando strutture confuciane.
Nel 1644, sfruttando una rivolta a Pechino, conquistano la città e fondano la dinastia Qing, che
durerà fino al 1911. L’impero si rafforza sotto l’imperatore Kangxi (1662-1722), che combatte sia
minacce interne (signori locali autonomi) che esterne (Russia).
Kangxi rinnova lo Stato, recupera il Gran Canale tra Pechino e Suzhou e apre i porti al commercio
straniero, facilitando i rapporti con l’Europa, specialmente con l’Inghilterra che avvia una rotta
commerciale con Londra, favorita anche dal crescente interesse europeo per il tè.
5. Il Giappone Tokugawa
Durante lo shogunato Tokugawa, il Giappone rimase isolato sia dalla presenza europea, considerata
invadente, sia dai processi di trasformazione politica ed economica che coinvolsero il resto
dell’Asia. La chiusura fu motivata più da ragioni religiose che economiche: il cattolicesimo,
introdotto alla fine delle guerre civili, fu visto come una minaccia, e ciò portò a dure persecuzioni
che causarono la scomparsa dei preti cristiani entro la fine degli anni ’30 del Seicento.
Il paese entrò così in un lungo periodo di isolamento, durato fino al XIX secolo. Al contrario, il
confucianesimo si diffuse come alternativa al buddismo, integrandosi con lo shintoismo
tradizionale.
Tra XVII e XVIII secolo aumentò la conoscenza europea delle civiltà orientali, grazie alla crescita
degli scambi commerciali tra Europa e Asia. La lingua portoghese divenne la lingua franca
dell’Asia, usata per comunicare e trasmettere conoscenze.
• La prima fase, nata in Oriente, vide come protagonisti missionari cattolici e protestanti
residenti in Asia, autori di importanti opere conoscitive, come le cartografie delle Indie
orientali, prodotte da Valentijn durante il suo soggiorno nei territori della VOC.
• La seconda fase si svolse in Europa, dove intellettuali analizzarono i testi orientali arrivati
dall’Asia, integrandoli nelle loro opere.
L’incontro tra culture non si limitò agli ambiti geografico o naturalistico, ma si sviluppò soprattutto
nel dialogo religioso. Alla fine del Seicento, la Bibbia era stata tradotta in quasi tutte le lingue
dell’India, ed era arrivata anche in Cina e Giappone.
Anquetil Duperron fu l’ultimo rappresentante di un’epoca in cui l’incontro tra Europa e Oriente
avveniva sul territorio asiatico, da parte di europei che vi risiedevano a lungo.
L’interesse europeo per la storia e il pensiero orientale si accompagnò allo sviluppo della scienza e
dell’Illuminismo. In questo contesto, la Cina suscitò particolare ammirazione: sembrava offrire un
modello equilibrato tra religione e ragione.
Il confucianesimo appariva agli intellettuali europei come una combinazione tra filosofia e religione
che evitava gli eccessi sia del fanatismo religioso sia dell’ateismo. Politicamente, l’impero cinese
dava l’esempio di uno Stato guidato da filosofi.
Il confucianesimo era visto non come ateismo, ma come religione non rivelata, capace di fondarsi
su una fede pura in un Dio interiore e universale, senza bisogno di testi sacri.
Tra gli anni ’60 e ’80 del XVII secolo, Luigi XIV spinge la Francia verso l’espansione territoriale:
si muove contro i Paesi Bassi, l’Impero germanico, la Spagna e la penisola italiana. Questo progetto
di egemonia continentale provoca la reazione di altre potenze europee: Spagna, Impero, Olanda,
Svezia, e poi anche l’Inghilterra, si alleano contro la Francia. Si afferma un modello classico della
politica europea: una potenza che cresce troppo rapidamente viene contrastata da una coalizione per
ristabilire l’equilibrio.
La pace di Rijswijk (1699) impone alla Francia la restituzione di gran parte dei territori conquistati,
ma non porta stabilità duratura. Già nel 1700 si apre un nuovo periodo di guerre: le guerre di
successione, in cui si contendono le successioni dinastiche di Spagna, Polonia e Impero asburgico,
spesso coinvolgendo l’intera Europa.
• Successione spagnola (1701-1713): alla morte di Carlo II di Spagna, senza eredi, il trono va
al nipote di Luigi XIV, Filippo d’Angiò. Questo crea il rischio di unione tra le corone di
Francia e Spagna, e l’Europa teme un’egemonia francese. La guerra coinvolge quasi tutta
l’Europa, si combatte anche in Italia. Si conclude con la pace di Utrecht (1713):
o Filippo rimane re di Spagna ma rinuncia a qualsiasi unione con la Francia.
o L’Italia è sostanzialmente abbandonata dalla Spagna e passa sotto influenza
austriaca.
• Successione polacca (1733-1738): si contendono il trono Leszczyński, sostenuto dalla
Francia, e Federico Augusto, sostenuto dall’Austria. La guerra termina con:
o Federico Augusto re di Polonia.
o Leszczyński ottiene il ducato di Lorena, con l’impegno a cederlo alla Francia alla sua
morte.
o Per riequilibrare l’influenza asburgica, Napoli e Sicilia tornano sotto influenza
spagnola.
• Successione austriaca (1740-1748): l’imperatore Carlo VI, senza eredi maschi, emana la
Prammatica Sanzione, che permette alla figlia Maria Teresa di succedergli. Ma questa è
contestata da molte potenze, tra cui la Prussia, che con l’appoggio di Francia e Spagna
avanza pretese territoriali. La guerra si conclude con la pace di Aquisgrana (1748):
o La Prussia ottiene la Slesia,
o ed è ormai considerata una grande potenza europea.
Alla metà del Settecento, l’Europa raggiunge un equilibrio geopolitico. In Italia domina la pace
duratura, mentre lo spazio germanico resta instabile a causa dell’espansionismo prussiano. Il
rovesciamento delle alleanze avviene con il matrimonio tra Luigi XVI e Maria Antonietta,
rafforzando i legami tra Francia e Austria, ma è anche una risposta allo scontro crescente con
l’Inghilterra, i cui interessi iniziano a estendersi oltre l’Europa.
2. La guerra dei Sette anni
A far scoppiare la guerra è Federico II di Prussia, che teme un attacco austriaco per riprendersi la
Slesia. Il 29 agosto 1756 invade la Sassonia senza dichiarazione di guerra e ne distrugge l’esercito.
Il conflitto si estende rapidamente:
Queste vittorie gli permettono di recuperare le sorti del conflitto, anche se le forze avversarie sono
molto superiori. Nasce così la leggenda del “grande Federico”, secondo solo a Napoleone, che ne
studierà le tattiche.
Nel 1761, la situazione per la Prussia sembra compromessa, ma la morte della zarina Elisabetta
porta al potere Pietro III, ammiratore di Federico, che firma subito la pace con la Prussia e le offre
persino aiuto contro l’Austria.
• Fronte europeo:
o La pace di Huberthuis (1763) tra Austria e Prussia conferma il possesso prussiano
della Slesia e ripristina la situazione pre-1756.
• Fronte extraeuropeo:
o La Francia, ormai esausta, firma la pace di Parigi (1763) e perde quasi tutte le sue
colonie.
o La Prussia esce rafforzata, riconosciuta come Stato forte e militarmente organizzato,
dopo aver resistito per anni a una coalizione di quasi tutte le potenze europee.
Dopo la guerra dei Sette anni, l’Europa entra in una fase di trasformazioni interne e ridefinizione
degli assetti territoriali. Il processo di modernizzazione (economica, sociale, politica, istituzionale,
ideale) si diffonde in tutto il continente, ma non in modo uniforme.
L’Inghilterra si impone come potenza anche grazie al successo coloniale, soprattutto in India e
Canada, molto più che per le sue vittorie in Europa. Questi risultati si basano su una profonda
trasformazione economica e sociale:
In politica, nei primi decenni del ‘700 si discute il modello del “re patriota”, cioè un sovrano non
assoluto, legato alla nazione e alla costituzione. Nascono in questo periodo i due grandi partiti
politici inglesi.
Successivamente si afferma il modello del “re in Parlamento”, che porta alla nascita di un sistema
parlamentare moderno in cui Parlamento e governo diventano autonomi dal re. Questo modello sarà
tipico dell’Inghilterra e influenzerà tutta l’Europa.
Dopo la morte di Pietro il Grande nel 1725, la modernizzazione della Russia rallentò. Solo nel
1741, con l’ascesa al trono di Elisabetta, l’impero russo tornò a essere stabile. Durante il suo regno,
la Russia partecipò a varie guerre europee mantenendo l’alleanza con Francia e Austria e
opponendosi a Prussia e Svezia. Internamente, ci fu un avvicinamento tra la nobiltà terriera e la
Corona, mentre la condizione dei contadini peggiorò, con un aumento della servitù della gleba e
numerose rivolte che continuarono fino al 1773, sotto il regno di Caterina II.
Caterina II salì al trono nel 1762 dopo un colpo di Stato che depose il marito Pietro III. Il suo regno,
durato più di 30 anni, segnò un momento decisivo per la Russia e il suo futuro ruolo di potenza
europea. Interessata all’Illuminismo, Caterina prese provvedimenti contro il potere della Chiesa
ortodossa: nel 1764 confiscò i beni ecclesiastici, soppresse oltre la metà dei monasteri e stabilì uno
stipendio per il clero.
Nel 1766 convocò a Pietroburgo una commissione di 573 persone (nobili, borghesi e contadini di
Stato) per redigere un nuovo Codice legislativo, ispirato all’Illuminismo e a Beccaria. Tuttavia, i
contrasti interni portarono allo scioglimento della commissione nel 1768.
Nel 1768, con una guerra contro l’Impero Ottomano, Caterina tornò a cercare uno sbocco sui mari
caldi.
5. Equilibri in evoluzione nell’Europa centrale
Nella seconda metà del XVIII secolo, l’Europa centrale e orientale visse grandi cambiamenti
territoriali e politici, in parte influenzati dalle idee dell’Illuminismo. Questa nuova cultura aiutò a
rafforzare i legami tra gli Stati dell’area e il resto del continente, favorendo la stabilità e un nuovo
equilibrio.
La Prussia, dopo la guerra dei Sette anni, si riprese rapidamente. Federico II fu il principale artefice
del suo sviluppo, promuovendo il popolamento delle terre orientali con circa 300.000 coloni
tedeschi. L’agricoltura e le manifatture tessili si modernizzarono. Sebbene lo Stato rimanesse
gerarchico e militare, Federico applicò alcune idee illuministe:
• Abolizione della tortura, limitazione della pena di morte, nuovo codice civile.
• Esami per i pubblici impieghi e una burocrazia efficiente.
• Tolleranza religiosa molto avanzata.
Anche l’Austria asburgica attuò riforme, iniziate già da Maria Teresa dopo la guerra di successione
austriaca del 1748. Dal 1765, lei e il figlio Giuseppe II intensificarono il processo riformatore con
l’obiettivo di rafforzare lo Stato e migliorare la condizione delle classi più povere:
Diversa fu la situazione della Polonia, dove nel 1764 salì al trono Poniatowski, che tentò di
riformare un paese arretrato. Tuttavia, il sistema politico polacco, dominato dalla nobiltà e bloccato
dal liberum veto, rese impossibili le riforme. I nobili si ribellarono e lo Stato divenne instabile,
permettendo a Prussia, Russia e Austria di spartirsi il territorio polacco. La Polonia scomparve
come Stato, e ciò causò un’instabilità duratura in Europa, aggravata in seguito dalla Rivoluzione
francese e dalle guerre napoleoniche.
Dopo la guerra dei Sette anni, sia Portogallo che Spagna cercarono di reagire al declino con riforme
ispirate (in modo diverso) all’Illuminismo.
In Spagna, il nuovo re Carlo III, già re di Napoli, portò avanti una politica riformatrice ispirata dai
Lumi. Circondato da collaboratori di varia origine, cercò di modernizzare il paese e limitò il potere
economico e politico del clero.
7. L’Italia moderna
Nel Seicento, l’Italia entra nell’età moderna con caratteristiche proprie, come la forte influenza
della Chiesa di Roma e l’egemonia spagnola. Le guerre di successione del primo Settecento
modificarono la mappa politica e rafforzarono i legami con l’Europa.
In Lombardia si insediò l’Impero asburgico; Napoli e Sicilia rimasero sotto influenza spagnola, ma
nacque un nuovo regno con Carlo di Borbone. Anche il granducato di Toscana si rinnovò, mentre il
ducato di Savoia ottenne lo status di regno e il controllo della Sicilia, poi della Sardegna. Solo
Venezia restò indipendente.
Alla metà del Settecento, l’Italia mostrava un nuovo slancio culturale, avvicinandosi all’Europa
moderna. Milano, Napoli e Firenze divennero centri del movimento riformatore.
A Milano, Cesare Beccaria scrisse Dei delitti e delle pene, un’opera rivoluzionaria che proponeva
l’abolizione della tortura e della pena di morte, sostenendo che la pena dovesse servire anche alla
rieducazione del colpevole.
CAPITOLO 14. LA RIVOLUZIONE FRANCESE
In Francia, l’Illuminismo era molto radicato e da lì le sue idee si erano diffuse in tutta Europa. Dopo
la guerra dei Sette anni, anche se la Francia aveva una produzione industriale e un commercio
paragonabili a quelli inglesi, la sconfitta aveva reso evidente la sua debolezza economica.
La crisi economico-fiscale si intrecciava con il problema politico e rese fallimentari tutti i tentativi
di riforma, nonostante l’impegno di importanti personalità della società e pensatori illuministi.
Nel 1774 salì al trono Luigi XVI, che nominò Turgot ministro delle finanze. Turgot, ispirato alle
idee fisiocratiche, propose libertà di commercio, libertà nel lavoro manifatturiero e l’abolizione
delle corporazioni di mestiere.
Luigi XVI non lo sostenne e, dopo rivolte per il prezzo del pane e l’opposizione dei parlamenti
locali, Turgot si dimise.
Fu sostituito da Necker, che cercò di ridurre la spesa pubblica: tagliò pensioni e incarichi inutili,
abolì privilegi, riportò allo Stato la riscossione delle imposte indirette. Raggiunse il pareggio del
bilancio e pubblicò i conti dello Stato, ma i nobili reagirono male e fu allontanato.
Arrivò De Calonne, che propose una tassa detta “sovvenzione territoriale”, da pagare anche da
nobili ed ecclesiastici, proporzionale alla rendita dei terreni.
L’opposizione compatta di nobili e clero mostrò la forza dei ceti privilegiati, che volevano imporre
la loro volontà anche al re.
Intanto, la borghesia (commercianti, industriali, professionisti) vedeva i propri sforzi inutili e non
aveva mezzi per farsi rappresentare.
Nel 1788, Luigi XVI convocò gli Stati generali, assemblea dei tre ceti (clero, nobiltà, terzo stato),
per ottenere appoggio a nuove riforme.
Il 25 settembre 1788, il parlamento di Parigi stabilì che i tre ordini si sarebbero riuniti
separatamente. Luigi XVI e Necker accettarono senza opporsi, ma raddoppiarono i rappresentanti
del terzo stato e permisero a tutti i francesi di inviare richieste scritte tramite i loro delegati.
Tra gennaio e aprile 1789, ci fu un’ampia mobilitazione sociale. Alla riunione solenne degli Stati
generali emerse che la nobiltà era ostile alle riforme e il re non la contrastava.
Quando il terzo stato chiese l’unione dei tre ordini, il re chiuse loro la sala. Il 20 giugno 1789, si
riunirono nella sala della pallacorda e giurarono di non sciogliersi finché non fosse scritta una
Costituzione.
Chiedevano che la sovranità appartenesse al popolo, non al re: la domanda di riforme diventò
rivoluzione.
Nel frattempo la Francia viveva una grave crisi economica: cattivi raccolti, aumento del prezzo del
pane e rivolte popolari.
Seguì la Grande Paura, un’ondata di rivolte contadine che attaccavano castelli, saccheggiavano e
incendiavano.
Nella notte del 4 agosto, l’Assemblea abolì la feudalità e tutti i privilegi giuridici contrari al
principio dell’uguaglianza dei diritti.
Il 26 agosto, fu approvata la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, che garantiva libertà
individuali ed eguaglianza davanti alla legge.
Luigi XVI non accettò la nuova situazione ma non aveva forza per opporsi. Il suo comportamento
incerto mise in crisi il progetto dei rivoluzionari: una monarchia costituzionale con un parlamento
rappresentativo dei ceti borghesi.
Nacquero i club politici, dove si faceva dibattito e propaganda: la Società degli amici della
Costituzione (poi giacobini), i cordiglieri e i foglianti.
In questi club emersero figure come Robespierre (giacobino), Danton e Marat (cordiglieri), La
Fayette (fogliante).
La vita politica coinvolse sempre più cittadini, anche grazie alla stampa.
Il re accettò con riluttanza le novità e in parte si oppose. Molti emigrarono, e il Papa Pio VI
condannò la nuova legislazione.
Nella notte tra il 20 e 21 giugno 1791, il re tentò la fuga, ma fu fermato e riportato a Parigi.
Il suo giuramento alla Costituzione del 1791 fu inutile: essa prevedeva una sola camera, il
voto dei cittadini attivi (che pagavano le tasse), la separazione dei poteri con l’esecutivo al
re.
L’Assemblea costituente stabilì che i suoi membri non potevano essere rieletti.
Nel 1792, i girondini al governo dichiararono guerra all’Austria e ad altre potenze europee,
sperando di diffondere la Rivoluzione, mentre Luigi XVI sperava in una sconfitta francese.
4. La guerra e il Terrore
Le prime sconfitte militari sembrarono favorire il re. Ma la Francia si mobilitò in difesa della patria
e della Rivoluzione.
Ma l’esecuzione del re provocò una reazione europea: anche Inghilterra, Olanda e Spagna entrarono
in guerra, estendendo il conflitto anche alle colonie.
Nel 1793, iniziò la fase del Terrore, con poteri eccezionali affidati al Comitato di salute pubblica e
al Tribunale rivoluzionario, sotto controllo giacobino.
Non fu applicata la nuova Costituzione del 1793, che prevedeva suffragio universale maschile e
diritti sociali (istruzione, lavoro, assistenza).
Con la Legge sui sospetti, si poteva arrestare chiunque fosse ritenuto nemico della Rivoluzione,
anche solo per idee sospette.
Robespierre guidò questa fase e nel 1794 fece eliminare i gruppi rivali per avere il controllo totale.
Il 27 luglio 1794, fu arrestato da membri del Comitato e dal presidente della Convenzione. Il giorno
dopo fu ghigliottinato, segnando la fine del Terrore.
5. Napoleone
Con il Direttorio e una nuova Costituzione più restrittiva, la Francia firmò la pace con Prussia e
Spagna. Nel 1796 il Direttorio lanciò una campagna militare contro l’Austria: un fronte sul Reno e
uno sulle Alpi. A comandare l’esercito italiano fu Napoleone Bonaparte, giovane generale corso,
che si era opposto a Paoli e rifugiato in Francia, dove fece carriera militare. Vinse contro austriaci e
piemontesi ed entrò a Milano. Le sue vittorie rivelarono capacità militari e influirono
profondamente sull’equilibrio europeo. L’obiettivo di raggiungere i “confini naturali” si trasformò
nell’espansione della Rivoluzione in Italia e nel Mediterraneo. Napoleone raggiunse Roma e
Venezia, diffondendo modelli rivoluzionari francesi. La pace di Campoformio (1797) sancì il
dominio francese sulla Lombardia e l’influenza su tutta l’Italia; Venezia fu ceduta all’Austria.
Restava solo l’Inghilterra in guerra.
Napoleone tentò di sfidare il dominio inglese con la campagna d’Egitto, zona chiave dopo la Guerra
dei Sette anni. Alla spedizione unì obiettivi culturali, portando scienziati e studiosi per “civilizzare”
l’Egitto ottomano. L’impresa militare fu difficile: l’esercito arrivò fino in Siria e Palestina, ma la
flotta francese fu distrutta, isolando le truppe. Napoleone riuscì a rientrare in Francia eludendo il
blocco inglese. Il suo ritorno, circondato da fama eroica, lo rese il punto di riferimento per
rovesciare il Direttorio, giudicato inefficiente.
Il 9 novembre 1799 con un colpo di Stato militare, Bonaparte sciolse le Assemblee e fondò il
Consolato, con Sieyès e Ducos. Uno dei motivi del colpo fu la perdita delle conquiste italiane e la
nuova guerra con l’Austria. Ma nel 1800 a Marengo Napoleone vinse e riaffermò il controllo
francese in Italia. Nel 1801, con il trattato di Amiens, sembrò riportare la pace in Europa.
6. L’età napoleonica
Tra 1802 e 1804 il “Grande Consolato” di Napoleone attuò importanti riforme. Riorganizzò
l’amministrazione: ogni dipartimento fu affidato a un prefetto, assistito da sottoprefetti e sindaci
nominati dal governo. Al centro, il Consiglio di Stato elaborava le leggi da presentare alle
assemblee, elette con voto censitario.
Nel 1800 fu creata la Banca di Francia, con il monopolio della moneta (dal 1803 il franco
d’argento). L’istruzione venne riformata con la nascita dei Licei e delle Grandi Scuole, per formare
le élite. La riforma più importante fu il Codice civile (1804), seguito da altri codici: commercio,
procedura civile e penale, penale. Il Codice civile univa pensiero illuminista e conquiste
rivoluzionarie: affermava l’uguaglianza giuridica e difendeva la proprietà privata, base del modello
borghese e napoleonico.
Napoleone fu poi nominato console a vita e imperatore dei francesi. Dal 1805 dovette affrontare una
nuova coalizione tra Austria, Russia e Inghilterra. A Trafalgar (21 ottobre) la flotta francese fu
sconfitta, ma il 2 dicembre a Austerlitz Napoleone vinse contro russi e austriaci. Nel 1806 i francesi
conquistarono Napoli e vi insediarono Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone.
La Confederazione del Reno, sotto controllo francese, sostituì il Sacro Romano Impero. La Prussia
fu sconfitta e ridimensionata. Tuttavia, la sconfitta navale impediva ogni soluzione della rivalità con
l’Inghilterra.
Per reagire, nel 1806 Napoleone impose il “blocco continentale”, proibendo il commercio con
l’Inghilterra. Nel 1807 si alleò con lo zar Alessandro I, spartendo l’Europa e creando nuovi Stati
(Vestfalia, granducato di Polonia). Cercando di chiudere i porti iberici, occupò Portogallo e Spagna,
ponendo sul trono spagnolo Giuseppe Bonaparte e a Napoli Gioacchino Murat. Ma in Spagna
esplose una guerra popolare, che logorò l’esercito francese.
Tra 1809 e 1810 fallì il progetto di egemonia condivisa tra Francia e Russia. Napoleone non
accontentò lo zar sulle richieste sui principati danubiani. Il blocco continentale danneggiava anche
l’economia europea, creando proteste nel mondo mercantile. Le tensioni portarono allo scoppio del
conflitto con la Russia nel 1811.
Nel 1812 Napoleone invase la Russia, con un esercito multinazionale. La strategia russa fu la
ritirata continua, portando i francesi a logorarsi nella vasta pianura. Il 14 settembre Napoleone entrò
a Mosca, ma la città fu incendiata. L’esercito fu costretto a una lunga e devastante ritirata, decimata
dal freddo.
Nel 1813, a Parigi, Napoleone affrontò una nuova coalizione. Il 17 ottobre fu sconfitto a Lipsia
nella Battaglia delle Nazioni. Dopo inutili tentativi di difesa, nel marzo 1814 le truppe alleate
entrarono a Parigi. Napoleone fu esiliato all’isola d’Elba. Il trono fu preso da Luigi XVIII, fratello
del re ghigliottinato.
8. Il Congresso di Vienna
Nel 1814 si aprì il Congresso di Vienna, con l’obiettivo di restaurare l’ordine europeo e garantire
pace e stabilità. Il protagonista fu Metternich, cancelliere austriaco, favorevole a una pace “senza
vinti né vincitori”, includendo la Francia borbonica. Ma emersero contrasti tra le potenze, specie
sulla Germania e l’Europa orientale.
Nel 1815, Napoleone fuggì dall’Elba e tornò a Parigi: iniziò l’episodio dei 100 giorni. Proclamò
nuovamente l’Impero e, con l’Atto Addizionale preparato da Benjamin Constant, cercò una
mediazione tra potere autoritario e partecipazione liberale. Ma l’Europa lo rifiutava.
Dopo la sconfitta nella guerra dei Sette anni, la Spagna si indebolì e questo influenzò le colonie in
America Latina. La borghesia creola divenne più autonoma, rafforzando la propria economia basata
sul latifondo e sulle miniere. La crescita demografica e l’aumento della domanda europea dei beni
coloniali favorirono l’espansione dei latifondi. Si accentuò il divario tra creoli e Corone iberiche: i
creoli iniziarono a vedersi come una nuova aristocrazia. Il pensiero illuminista e repubblicano,
arrivato dall’Europa e dall’America inglese, contribuì a dare una base ideologica alle rivolte creole,
motivate dal rifiuto delle compagnie mercantili e delle tasse imposte.
La rivolta più violenta non fu creola ma indigena: nel 1779 un indio che si fece chiamare Túpac
Amaru guidò una ribellione che durò 4 anni e assediò Cuzco.
Per reagire all’instabilità, Carlo III di Borbone avviò riforme per rafforzare il controllo spagnolo e
contrastare l’autonomia creola, sul modello francese di Colbert. Oltre ai viceregni esistenti (Nuova
Spagna, Nuova Castiglia, Nuova Granada), ne creò uno nuovo, quello del Rio de la Plata, per
rompere il monopolio creolo sul commercio dell’argento. Le colonie furono aperte al traffico
mercantile, favorendo il commercio interno e aumentando le entrate fiscali.
2. L’America inglese
A metà Settecento, le colonie inglesi avevano raggiunto uno sviluppo tale da competere con la
madrepatria. Nelle città del Nord come Boston, New York e Filadelfia si concentrava la vita sociale
e culturale, mentre il Sud era più rurale e poco urbanizzato.
La popolazione era varia: a Nord prevalentemente inglese, al centro un misto di irlandesi, scozzesi,
tedeschi, svedesi e olandesi, e al Sud francesi e africani. Queste differenze si riflettevano anche
nella struttura economica: nel New England si sviluppò una rivoluzione industriale centrata sulla
metallurgia, favorita dalle foreste che fornivano legna e materiali per la costruzione navale. Questo
sviluppo richiedeva espansione oltre gli Appalachi, ma nel 1763 venne emanata la Proclamation
Line che vietava l’espansione per evitare conflitti con le tribù indiane.
Il governo inglese voleva evitare ogni instabilità e mantenere le colonie subordinate. Dopo la guerra
dei Sette anni, per ridurre il debito, il parlamento aumentò il controllo economico: le colonie
potevano commerciare solo con l’Inghilterra, che ne imponeva i prezzi. Si limitarono anche le
produzioni metallurgiche locali, costringendo i coloni a vendere materie prime a basso prezzo e a
riacquistare i prodotti finiti a caro prezzo.
A queste difficoltà si aggiunse un processo culturale: il “grande risveglio” religioso degli anni ‘30-
’40 del Settecento cambiò il modo di vivere la fede, rendendola più emotiva e mistica. L’America
veniva vista come una terra promessa, adatta a costruire una società secondo la volontà divina.
Le idee repubblicane e illuministe radicate nella società coloniale iniziarono a manifestarsi a metà
anni ‘60. Per far fronte al debito post-bellico, il governo inglese impose la tassa sullo zucchero e la
tassa di bollo, che suscitò forti proteste. I coloni rivendicarono il principio di “nessuna tassa senza
rappresentanza”: il parlamento non poteva imporre tasse senza che le colonie fossero rappresentate.
Benjamin Franklin riuscì a far abolire la tassa di bollo, ma il diritto dell’Inghilterra a tassare restò.
Nuove tasse e dazi provocarono boicottaggi e scontri. Nel 1770, a Boston, i soldati inglesi
spararono sulla folla (massacro di Boston). Nel 1773 il Boston Tea Party segnò un punto di svolta:
travestiti da indiani, i coloni gettarono in mare il carico di tè della Compagnia delle Indie. La
reazione di Londra fu dura: chiusura del porto di Boston e sospensione delle garanzie costituzionali
in Massachusetts. Le leggi intollerabili inasprirono la tensione.
5. La rivoluzione e la guerra
Washington rappresentava l’unione tra borghesia industriale del Nord e proprietari agricoli del Sud.
Riuscì ad organizzare un esercito regolare, disciplinato e motivato, consapevole che si trattava di
una guerra rivoluzionaria per l’indipendenza.
Nonostante l’offensiva britannica e il sostegno delle tribù indiane, fu decisivo l’aiuto dei volontari
francesi. Nel 1777 la vittoria di Saratoga fu un punto di svolta: il generale inglese si arrese.
Poco dopo, le colonie firmarono gli Articoli di Confederazione, sancendo la volontà di restare unite
come Stati Uniti d’America.
Il 5 febbraio 1778 la Francia riconobbe ufficialmente gli Stati Uniti e si alleò con le colonie nella
loro lotta contro l’Inghilterra. Poco dopo lo fece anche la Spagna. Questo appoggio fu determinante
per la vittoria finale. La battaglia decisiva si combatté a Yorktown, dove il generale inglese
Cornwallis si arrese il 19 ottobre 1781. La guerra finì ufficialmente il 3 settembre 1783 con il
trattato di Versailles, che sancì l’indipendenza delle 13 colonie americane. L’Inghilterra restituì vari
territori alla Francia e alla Spagna, risarcendole in parte per la guerra dei Sette anni.
Durante la guerra emerse la debolezza del legame tra le colonie. Nel 1777, il secondo Congresso di
Filadelfia approvò gli Articoli di Confederazione, che crearono una confederazione tra Stati con un
governo centrale dotato di poteri in politica estera, militare e, in parte, finanziaria. Era la prima
forma di Costituzione americana, ma non chiariva bene i rapporti tra Stati e governo centrale, né i
limiti delle rispettive sovranità.
Dopo la guerra, il problema principale fu la gestione del grande debito accumulato. Tra il 1781 e il
1787 si aprì un dibattito tra i protagonisti della rivoluzione su come costruire una repubblica e
distribuire i poteri tra Stato centrale e singoli Stati. Fu una sfida nuova, perché mai prima si era
tentato di creare una repubblica in un territorio così vasto. In questo contesto si distinsero le idee di
James Madison e Alexander Hamilton.
La Costituzione degli Stati Uniti, approvata nel 1787, rifletteva sia il ricco dibattito sia le
contraddizioni non risolte. Stabiliva una chiara divisione dei poteri, sia a livello federale che statale.
Il Congresso (potere legislativo) era composto da una Camera dei rappresentanti, eletta in base alla
popolazione degli Stati, e da un Senato, con due senatori per Stato. Il potere esecutivo era affidato al
Presidente degli Stati Uniti, eletto dal popolo ogni quattro anni. Il potere giudiziario era guidato
dalla Corte Suprema, che controllava la legittimità delle leggi federali e statali. Nel 1789 George
Washington fu eletto primo presidente. Ai 13 Stati originari si aggiunsero altri, come Ohio e
Kentucky.
L’indipendenza americana e i suoi principi ispirarono i movimenti autonomisti nel mondo ibero-
americano. La crisi scoppiò tra 1805 e 1808, quando Portogallo e Spagna vennero occupati dalle
truppe napoleoniche. Il crollo della monarchia spagnola creò confusione nelle colonie, dove si
chiese la convocazione di cabildos abiertos, assemblee locali che reclamavano il diritto originario di
sovranità.
La rivoluzione riuscì invece nel Rio della Plata, grazie alla presenza di una borghesia mercantile
legata all’Inghilterra e alla guida di José de San Martín, che con un esercito argentino-cileno liberò
il Cile. Questa vittoria rilanciò il movimento indipendentista nella Nuova Granada, guidato da
Simón Bolívar, che pose le basi per la creazione degli Stati Uniti di Colombia. L’ultima roccaforte
spagnola, il Perù, resistette fino al 1824, quando il viceré fu costretto alla resa, segnando la fine
della dominazione spagnola nel continente.
La fine del sogno bolívariano. L’indipendenza del Messico e del Brasile
Nel luglio 1822 a Guayaquil, Bolívar e San Martín si incontrarono per discutere il futuro del
Sudamerica. Entrambi volevano un’unione continentale, ma mentre San Martín preferiva una
monarchia, Bolívar sosteneva la repubblica. Tuttavia, la realtà politica latinoamericana si rivelò
instabile: forti differenze tra costa e interno e il potere dei grandi proprietari ostacolarono la
costruzione di istituzioni democratiche solide.
In Messico, tra 1810 e 1815, ci fu una rivolta contadina. La borghesia creola, però, preferì
mantenere legami con la monarchia e si affidò al generale Agustín de Iturbide. Quando in Spagna
scoppiò la rivoluzione liberale e venne adottata la Costituzione di Cadice, la borghesia messicana
temette la sua estensione alle colonie. Iturbide allora proclamò l’indipendenza senza opposizione.
Anche altre colonie dell’America Centrale si resero indipendenti, formando la Repubblica delle
Province Unite dell’America Centrale.
Nel Brasile, l’invasione napoleonica del Portogallo costrinse il re Giovanni VI a rifugiarsi nella
colonia, dove rimase fino al 1821. In quegli anni promosse riforme e liberalizzazioni, con il
sostegno dell’Inghilterra. Questo favorì lo sviluppo economico e rafforzò i legami tra monarchia e
borghesia coloniale. Il 7 settembre 1822 fu proclamata l’indipendenza del Brasile. Alla Spagna
rimasero solo Cuba e Portorico, perse poi alla fine del XIX secolo.
Tra metà del XVII secolo e i primi decenni del XIX, le relazioni dell’Africa con il resto del mondo
si limitarono quasi esclusivamente alla tratta degli schiavi, concentrata nelle zone costiere. Ciò
impedì una conoscenza reale dell’interno del continente e non incentivò altri tipi di commercio. Il
traffico di schiavi portò però alla diffusione di nuovi prodotti alimentari, come mais e manioca,
importati dai portoghesi dalle colonie americane, che trasformarono le abitudini alimentari
dell’Africa equatoriale e subsahariana. I missionari cattolici accompagnarono inizialmente i
portoghesi per evangelizzare, ma con il declino portoghese, anche la loro presenza e la conoscenza
dell’interno africano diminuirono.
Nonostante ciò, l’Africa non rimase senza storia. In Africa occidentale subsahariana, detta degli
“Stati sudanesi”, si ruppero i vecchi equilibri statali e i pastori nomadi fulani iniziarono una
migrazione. Alcuni rimasero nomadi animisti, altri si stabilirono nelle città hausa, riscoprendo
l’islam come identità. Da questa trasformazione nacque una rivolta, culminata in una guerra santa
guidata da Usman dan Fodio, che voleva creare uno Stato islamico basato sulla sharia.
2. Schiavismo e antischiavismo
Nel Settecento il commercio degli schiavi africani si consolidò: la maggior parte era destinata alle
Antille britanniche e francesi, nel pieno del cosiddetto commercio triangolare. Tuttavia, un numero
crescente di schiavi (circa il 10%) veniva inviato anche in America settentrionale britannica,
destinazione in crescita con l’espansione agricola degli Stati Uniti, soprattutto grazie alla
“rivoluzione del cotone” nell’Ovest.
Nel XIX secolo gli Stati Uniti diventarono il principale mercato di manodopera schiavista. Ma
proprio mentre aumentava il traffico, cominciarono anche a diffondersi nuove idee sui diritti umani,
che portarono alla nascita di movimenti antischiavisti. In Inghilterra, nel 1772 un tribunale stabilì
che la schiavitù era incompatibile con la legge; nel 1807 il Parlamento vietò il traffico degli schiavi
e nel 1811 la Gran Bretagna uscì definitivamente dal commercio.
In Africa, queste trasformazioni misero fine a un’economia fondata sulla “merce umana” e
prepararono il terreno a forme di lavoro salariato, in linea con l’economia industriale emergente.
L’esplorazione dell’interno africano cominciò alla fine del XVIII secolo e univa obiettivi geografici
e umanitari. L’Associazione per la Scoperta delle regioni interne dell’Africa, inglese, finanziò la
spedizione di Mungo Park, che tentò di raggiungere e seguire il corso del fiume Niger verso
l’oceano.
Nella zona centro-occidentale dell’Africa, l’incontro con i portoghesi segnò profondamente il regno
del Congo, una delle maggiori entità politiche africane. Il sostegno dei portoghesi rafforzò il regno,
che ricevette da loro anche colture americane come mais e manioca, più produttive e resistenti,
migliorando alimentazione e durata della vita. Tuttavia, l’impatto positivo fu neutralizzato dai danni
della tratta degli schiavi, che ridusse drasticamente la popolazione.
Il Congo restò formalmente indipendente, ma perse progressivamente territorio. Nel 1636 nacque
Soyo, provincia marittima indipendente e attivo centro del commercio atlantico.
Nel frattempo, si intensificò la competizione tra portoghesi e olandesi, culminata nella conquista
olandese di Luanda nel 1641. Nel 1648 una flotta portoghese (in realtà brasiliana) riconquistò la
città, segnando un momento decisivo: il potere coloniale si spostò dal Portogallo al Brasile, che
instaurò un traffico diretto di schiavi tra Angola e Brasile.
I brasiliani riorganizzarono il sistema della tratta degli schiavi africani, fornendo capitali, navi e
merci europee. Collaboravano con i mercanti afro-portoghesi, incaricati di rifornire schiavi dai
territori interni e vendere merci nei mercati locali. Il bacino del Pool divenne un punto centrale del
traffico, permettendo di far arrivare gli schiavi fino ai porti costieri.
I brasiliani stabilizzarono la moneta di scambio con l’introduzione del paquete, un’unità di valore
equivalente a un uomo schiavo adulto. Era composto da:
La tratta crebbe fortemente tra il 1780 e il 1810, portando circa un milione di africani in America
Latina e Brasile. Le comunità indigene si specializzarono in specifiche attività (avorio, rafia, canna
da zucchero), ma ciò portò alla perdita dell’autosufficienza.
In Angola, dalla metà del Settecento, ripresero gli investimenti sull’avorio in risposta al predominio
dei brasiliani nel traffico di schiavi.
Nel 1487 Bartolomeo Diaz raggiunse il Capo di Buona Speranza, seguito da Vasco da Gama. I
portoghesi non vi investirono molto, al contrario degli olandesi, che fondarono una stazione di
rifornimento per la Compagnia delle Indie orientali.
L’area era poco piovosa, con popolazioni divise per etnie e lingue che praticavano agricoltura mista,
caccia e raccolta. Van Riebeeck, per superare le difficoltà di approvvigionamento, concesse lo
status di “borghesi liberi” agli impiegati della colonia olandese, permettendo loro di coltivare
autonomamente.
L’arrivo di immigrati europei aumentò la popolazione e la pressione sulle terre indigene. I coloni
olandesi si espansero verso est (fiume Great Fish), in territori ancestrali degli indigeni, creando
conflitti crescenti.
Gli inglesi avviarono una politica di colonizzazione rapida, mentre gli nguni del Natal, chiamati
zulù, si mossero verso il confine. Tra 1815 e 1818 cominciò la Devastazione, guidata da Shaka, re
degli zulù. Durò circa 10 anni, fino alla loro sconfitta nella battaglia di Mbolompo.
Questa fase causò forti spostamenti di popolazioni e la creazione di una zona cuscinetto disabitata
tra la colonia britannica e i territori xhosa e zulù. L’afflusso di profughi verso il Capo favorì
l’impiego degli indigeni in condizioni semi-servili, ampliando le terre coltivate e l’azione delle
missioni evangeliche.
L’Etiopia affrontò una fase instabile, accentuata dall’espansione del popolo oromo. L’appoggio
portoghese spinse alla conversione al cattolicesimo: nel 1626 l’imperatore Susenyos lo proclamò
religione ufficiale. Suo figlio Fasilades nel 1636 trasferì la corte a Gondar, aprendo una fase felice
dell’impero.
Dopo la sua morte, però, l’Etiopia tornò al declino a causa di guerre civili e conflitti religiosi. Dal
1769 al 1805 fu teatro di una guerra civile ininterrotta, che si concluse solo con l’inizio dei contatti
più stretti con gli inglesi.