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Giovanni Pascoli

Giovanni Pascoli, nato nel 1855, visse una vita segnata da tragedie familiari che influenzarono profondamente la sua poetica e visione della vita. La sua opera, caratterizzata da simbolismo e un linguaggio innovativo, esplora temi come la solitudine, la morte e la fragilità umana, con una particolare attenzione alla natura come veicolo di significati emotivi. Tra le sue opere più importanti ci sono 'Myricae' e 'Canti di Castelvecchio', che riflettono la sua ricerca di una dimensione poetica profonda e misteriosa.

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Giovanni Pascoli, nato nel 1855, visse una vita segnata da tragedie familiari che influenzarono profondamente la sua poetica e visione della vita. La sua opera, caratterizzata da simbolismo e un linguaggio innovativo, esplora temi come la solitudine, la morte e la fragilità umana, con una particolare attenzione alla natura come veicolo di significati emotivi. Tra le sue opere più importanti ci sono 'Myricae' e 'Canti di Castelvecchio', che riflettono la sua ricerca di una dimensione poetica profonda e misteriosa.

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Giovanni Pascoli

Biografia

Giovanni Pascoli nacque nel 1855 a San Mauro di Romagna (Forlì), da una famiglia benestante,
quarto di otto figli. Il 10 agosto del 1867 il padre, amministratore di una tenuta dei principi Torlonia,
mentre rientrava venne assassinato con una fucilata (i motivi e i mandanti di quell’omicidio sono
rimasti sconosciuti). Questa tragedia incise in modo determinante sulla formazione e sulla visione
della vita del poeta. La famiglia, in seguito al tragico avvenimento, cominciò a versare in gravi
difficoltà economiche. A queste si aggiunsero poi altri lutti: l’anno seguente, dopo che furono costretti
a lasciare la tenuta, morirono la sorella maggiore e la madre e, tra il 1871 e il 1876, i fratelli Luigi e
Giacomo.

Nel 1873, grazie anche a una borsa di studio, s’iscrisse alla facoltà di Lettere di Bologna. La morte
nel 1876 del fratello maggiore Giacomo e la perdita del diritto alla borsa per aver partecipato a una
manifestazione contro il Ministero della Pubblica Istruzione, lo costrinsero tuttavia a interrompere
l’università. In quegli anni si avvicinò agli ambienti anarco-socialisti e partecipò a manifestazioni
politiche, che gli costarono tre mesi di carcere (1879). L’esperienza mise in crisi le sue idee e lo
allontanò dalla politica e dal socialismo organizzato, portandolo a maturare una sua “fede” socialista
basata sulla fratellanza e sulla solidarietà tra le classi.

Ripresi gli studi e laureatosi nel 1882, insegnò latino e greco in diversi licei d’Italia, tra cui a Massa.
Qui si riunì con le sorelle Ida e Maria, nel tentativo di ricostituire il nucleo familiare paterno (1887).
Pascoli sentiva nei confronti delle due sorelle una responsabilità di tipo paterno ma, allo stesso tempo,
esse assumevano un ruolo materno verso di lui; quando nel 1895 Ida si sposò, egli visse quel
matrimonio come un tradimento. Trasferitosi nella residenza definitiva di Castelvecchio di Barga
(Lucca), restò sempre ossessionato dal timore che anche Maria potesse abbandonarlo (invece Mariù,
come affettuosamente la chiamava, non si separerà mai da lui, curerà i suoi inediti e scriverà una
biografia del fratello).
Intanto, nel 1891 uscì la prima edizione di Myricae (con ampliamenti successivi fino al 1900).
Successivamente, nel 1897, pubblicò i Poemetti e ottenne poi la cattedra di Letteratura italiana
all’università di Messina (dal 1898 al 1902). Nel 1903, anno della prima edizione dei Canti di
Castelvecchio, fu trasferito all’Università di Pisa e nel 1905 uscirono i Poemi conviviali.

Nel 1906 venne nominato titolare della cattedra di Letteratura italiana all’Università di Bologna.
Negli ultimi anni pubblica le sue ultime raccolte storico-civili (Odi e inni, 1906; Canzoni di re Enzio,
1908; Poemi italici, 1911; Poemi del Risorgimento 1913). La sua partecipazione alla vita politica di
quegli anni fu ispirata al patriottismo e al nazionalismo: nel 1911 celebrò il cinquantenario dell’Unità
d’Italia e pronunciò l’importante discorso: La grande Proletaria si è mossa, nel quale sosteneva
l’impresa coloniale in Libia come mezzo per risollevare l’Italia dall’arretratezza economica.
Pascoli morì a Bologna il 6 aprile 1912.
Corrente letteraria

Giovanni Pascoli appartiene alla corrente letteraria del Simbolismo, anche se il suo stile ha delle
affinità con il Decadentismo.

Anche se Pascoli non si identifica pienamente con il Decadentismo, molti dei temi che esplora (come
la malinconia, la ricerca di significati nascosti, la visione tragica della vita) sono comuni anche alla
poetica decadente.

Poetica

Pubblicata nel 1897 sulla rivista fiorentina «Il Marzocco», il saggio in prosa intitolato Il fanciullino
contiene la sua personale poetica.

Secondo il poeta, ogni individuo conserva dentro di sé un "fanciullino", una parte pura e sensibile
capace di provare emozioni nuove ogni giorno. Questo "fanciullino", soffocato dal mondo degli
adulti, è capace di percepire la realtà in modo straordinario, attribuendo significati profondi a ciò che
sembra insignificante.
Il fanciullino vede ciò che in genere passa inosservato, attraverso vie puramente intuitive e percezioni
non razionali: egli individua accordi segreti tra le cose stabilendo tra di esse legami inediti e
inconsueti. Il fanciullino, cioè, si sottrae alla logica ordinaria, alla prospettiva comune, grazie alla
propria attività fantastica e simbolica.

Chiunque riesca a conservarsi fanciullo, dice Pascoli, può:

- guardare la realtà circostante con stupore ed entusiasmo;

- percepire così il lato bello e commovente di ogni situazione;

- oltrepassare, con la fantasia, le apparenze comuni e banali.

In altre parole, il fanciullino è colui che sa osservare poeticamente il mondo: le sue facoltà sono le
stesse del sentimento poetico. Infatti, nell'ottica di Pascoli, il poeta è precisamente colui che, come i
fanciulli, ha mantenuto l'infantile capacità di meravigliarsi e d'intuire, piuttosto che di ragionare.

 Simbolismo

Il simbolismo pascoliano punta sulla valorizzazione dei dettagli e su rappresentazioni che non hanno
nulla di realistico ma che suscitano emozioni e significati nascosti. La sua tecnica di rappresentazione
della natura e degli oggetti è solo in apparenza realistica e oggettiva: Pascoli è convinto che le cose
nascondano sempre un significato che non si può indagare con la ragione.

Nel simbolismo di Pascoli, la natura non è solo un elemento fisico, ma diventa un veicolo di significati
emotivi e misteriosi, simbolizzando esperienze interiori e psicologiche. Gli alberi, i fiori, gli animali
e anche gli oggetti comuni sono portatori di significati profondi, legati alla fragilità umana, al dolore,
alla morte, ma anche alla speranza e alla bellezza. La natura pascoliana è un luogo in cui l'invisibile
si manifesta attraverso segnali sottili, percepibili solo da una sensibilità acuta e intuitiva, come quella
del "fanciullino".
 Il linguaggio

Pascoli utilizza un linguaggio basso e talvolta anche popolaresco. Rispetto alla tradizione letteraria è
un linguaggio innovativo che accoglie modi popolari e termini tecnici relativi al mondo naturale,
nomi di piante, di fiori, di uccelli, di attività agricole e di piccoli oggetti quotidiani.
Nel linguaggio di Pascoli è fondamentale l’effetto evocativo e allusivo ch’egli ottiene attraverso il
ricorso a:

- puri suoni che il poeta rende attraverso il frequente utilizzo di onomatopee, assiduità d’uso che
non ha precedenti in poesia;

- improvvisi salti dei legami logici e sintattici;

 Innovazioni introdotte da Pascoli

Il contributo di Pascoli al rinnovamento della poesia può essere riassunto in tre novità da lui
introdotte:

- un più vasto vocabolario inclusivo di termini mai usati prima in poesia, molti di natura tecnica;

- plurilinguismo attraverso: onomatopee, forme dialettali, lingue speciali e straniere;

- sperimentazione metrica per spezzare il ritmo del verso e della strofa e creare un andamento
rotto e inconsueto.
Myricae

Myricae è la prima e più importante raccolta di poesie di Pascoli. Myricae in latino significa tamerici,
specie arborea citata da Virgilio in un verso della quarta bucolica “non omnes arbusta iuvant
humilesque myricae” “non tutti amano gli arbusti e le umili tamerici”. La parola rimanda a una poesia
di stile umile, non elevato. La raccolta ha avuto cinque principali edizioni, la prima nel 1891 di 22
testi, l’ultima nel 1900 di 156 testi, la maggior parte dei testi sono scritti tra il 1890 e il 1894.
L’edizione definitiva è divisa in quindici sezioni, ciascuna delle quali raggruppa componimenti con
la stessa forma metrica.

In Myricae, Pascoli rappresenta la natura e gli oggetti quotidiani (come il nido, simbolo di famiglia e
rifugio) in modo simbolico. La sua poesia offre una percezione nuova della realtà, come se il poeta la
osservasse per la prima volta. Oggetti semplici, come un aratro senza buoi, diventano simboli di
solitudine e isolamento. Le sue poesie esprimono l'angoscia dell'individuo e il mistero della vita,
senza cercare risposte definitive.

- Le tematiche

In Myricae, Pascoli esplora temi centrali come il dolore, la solitudine, la morte e la fragilità della
vita umana, spesso usando la natura come simbolo di emozioni profonde e difficoltà esistenziali. La
natura non è solo descritta, ma diventa un veicolo di significato simbolico, rappresentando il mistero
e il lato nascosto delle cose. Un tema ricorrente è anche il fanciullino, che simboleggia la capacità di
percepire il mondo con meraviglia e intuizione, senza il filtro della razionalità adulta.
Il nido è un potente simbolo di rifugio, ma anche di fragilità e insicurezza. Pascoli, inoltre, esprime
un senso di inquietudine e irrazionalità nel suo approccio alla realtà, focalizzandosi sui particolari
e sulle impressioni anziché su una visione ordinata e razionale del mondo. La poesia diventa un mezzo
per accedere a una dimensione più profonda e misteriosa della vita, dove il significato trascendente
si nasconde dietro le apparenze.

Canti di Castelvecchio

I Canti di Castelvecchio furono pubblicati a Bologna nel 1903. Questa raccolta risulta meno
frammentaria, più musicale e più spinta nella sperimentazione metrica.

Due i motivi dominanti che si intrecciano:

- tema naturalistico che ruota intorno al trascorrere delle stagioni che allude all’alternanza di vita
e morte;

- tema famigliare che ruota intorno all’uccisione del padre dove la dimensione della morte non fa
parte del meccanismo naturale dell’esistenza ma è determinata dalla cattiveria umana.

Il titolo della raccolta richiama quello dei Canti leopardiani e si riferisce al comune di Castelvecchio
Pascoli (comune toscano che oggi prende il nome dal poeta), nel quale egli aveva acquistato la villa
Cardosi-Carrara, nella quale egli risiedeva quando compose la raccolta.
«Lavandare» (Myricae) G. Pascoli

Parafrasi
9 11 10 13 14 12 15
Nel campo mezzo grigio e mezzo nero1 Un aratro senza buoi giace (resta) come se fosse
5 1 2 3 4 6 7 (che pare) abbandonato (dimenticato) in (nel)
resta2 un aratro senza buoi, che pare mezzo al campo [che è] per metà (mezzo) grigio
8 16 17 18 e per metà nero, tra una nebbia (vapor) leggera.
dimenticato, tra il vapor3 leggero.

1 9 2 3 4 E dal canale (gora) giunge (viene) [:


E cadenzato dalla gora4 viene 5
all’orecchio del poeta] il rumore dell’acqua
5 6 7 8 (sciabordare) che fanno le (delle) lavandaie
lo sciabordare delle lavandare5 (lavandare) ritmato (cadenzato) da (con)
10 12 11 13 14 frequenti (spessi) colpi (tonfi) [: dei panni
battuti nell’acqua] e [da] lenti (lunghi) canti
con tonfi spessi6 e lunghe cantilene7:
monotoni (cantilene).

1 2 3 4 5 6 7 Il vento soffia e fa cadere come neve (nevica) le


Il vento soffia e nevica la frasca8, foglie degli alberi (la frasca) mentre (e) tu [: la
8 9 10 11 12 13 14 persona amata] non torni ancora al tuo paese!
e9 tu non torni ancora al tuo paese! Quando sei partito (partisti), come sono (son)
15 16 17 18 19 rimasta [sola]! [Sola] Come l’aratro
quando partisti, come son rimasta! 10 [abbandonato] in mezzo al campo incolto
20 21 22 23
(maggese).
come l’aratro in mezzo alla maggese10.

1
Nel campo mezzo grigio e mezzo nero: l’aratro, solcando il campo in profondità, porta alla luce la terra più
umida e fresca e perciò più scura (nera) nascondendo quella arida (grigia) che resta invece in superficie nella
parte del campo non ancora lavorata. Per questo motivo un campo arato solo in parte mostra parti scure e
parti chiare.
2
Resta: giace.
3
Vapor: nebbia.
4
Gora: canale.
5
Delle lavandare: che fanno le lavandaie
6
Tonfi spessi: frequenti colpi.
7
Cantilene: canti monotoni.
8
Nevica la frasca: fa cadere come neve le foglie degli alberi.
9
E: mentre.
10
Maggese: al campo incolto. I campi venivano lavorati fino a un certo periodo dell’anno (maggio, da cui
“maggese”) e poi lasciati a riposo fino a novembre o all’anno successivo. Perciò con maggese si intende un
terreno provvisoriamente non seminato ma solo smosso dall’aratro.
Analisi metrica

Questo componimento è un madrigale (due terzine e una quartina) I versi sono endecasillabi.
Rima incatenata nelle terzine (ABA CBC), alternate nella quartina (DEDE), anche se i versi 7
e 9 “frasca-rimasta” presentano un’assonanza.

Figure retoriche

 Onomatopea

- v5 “sciabordare”
- v6 “tonfi”
Il suono dei termini riproduce il rumore dello scorrere dell’acqua e dello sbattere dei panni.

 Sinestesia

- v6 “tonfi spessi”. Si associa una sensazione uditiva a una visiva per ampliare l’espressione del
rumore prodotto dalle donne.
 Chiasmo

- Verso 6 “tonfi spessi e lunghe cantilene”. si associano gli elementi ritmici dell’azione in corso e
della voce delle donne;
- Verso 7 “il vento soffia e nevica la frasca”. La figura retorica mette in relazione gli elementi del
paesaggio e lo scorrere delle stagioni e di conseguenza del tempo dell’attesa.

 Similitudine

- Verso 10 “come l’aratro in mezzo alla maggese”. La figura retorica descrive la


solitudine dell’io-lirico (poeta) mettendola in correlazione stretta con il simbolo
descritto nelle strofe precedenti.

 Metafora

- Verso 7 “nevica la frasca”. Il poeta ci mostra i rami degli alberi che perdono le foglie come
fossero neve e indica l’avvicinarsi della stagione fredda.
Commento

Questo testo, composto tra il 1892 d il 1894, fa parte della sezione Myricae intitolata “L’ultima
passeggiata”: il poeta passeggia tra i campi in una giornata autunnale appena offuscata da una nebbia
leggera; e sente arrivare, da un canale, un canto triste e lento con il quale le lavandaie (lavandare)
accompagnano il lavoro.

Il “fumare” mattutino della nebbia, il cadere delle foglie, lo sciabordare delle lavandaie, gli oggetti semplici
legati al mondo agricolo producono una sorta di “rivelazione”. L’oggetto quotidiano si fa simbolo, e il poeta-
fanciullino ne coglie l’essenza così da indagare la realtà e suggerire al pubblico la natura di ciò che descrive.
Ci troviamo solo in apparenza di fronte a una rappresentazione oggettiva della natura e delle donne descritte
poiché il componimento ha in realtà la funzione di trasmettere l’inquietudine che abita l’animo del poeta.

Il componimento evoca già dal titolo il mondo rurale e quotidiano, qual è quello delle donne che si affaticano
nel lavare i panni sul canale. La scena è associata esplicitamente ai temi dell’abbandono e della solitudine.

Nella prima strofa ci viene offerto il quadro di un aratro fermo e abbandonato in un campo arato solo per
metà sul quale si sta lentamente sollevando una foschia autunnale. Alla descrizione visiva, fondata sulle tinte
grigio-nere del paesaggio, si sostituisce nella seconda strofa un’insistenza sulle sensazioni uditive. L’utilizzo
di espressioni onomatopeiche come “sciabordare” e “tonfi e i rumori cadenzati che vengono suggeriti al
lettore richiamano già simbolicamente lo scorrere del tempo legato all’attesa.

Nella strofa finale si tratta di versi tratti da canti popolari marchigiani, che però non sono virgolettati e dunque
il fatto che siano messi in bocca del poeta alle donne o a solo una di loro è lasciato volutamente all’intuizione
del lettore. Essi sono rivolti ad un uomo (“tu”, v.8) che ha abbandonato la sua donna; questa, appunto,
nell’ultimo verso che chiude il madrigale paragona se stessa a quell’aratro abbandonato che era stato descritto
al lettore nella prima strofa.
L’aratro abbandonato viene investito di un significato simbolico che riguarda il destino di solitudine
e d’abbandono proprio degli uomini.
Il lampo (G. Pascoli)
Parafrasi
1 2 3 4 5 6
E cielo e terra si mostrò qual era:
Il cielo e la terra apparvero quali erano:
1 2 3 4 5
la terra ansante, livida, in sussulto;
1 2 3 4 5
la terra (era) ansimante, di un colore plumbeo e
il cielo ingombro, tragico, disfatto: sconvolta; il cielo pieno di nuvole, cupo, stremato:
3 7 8 9 una casa bianchissima apparve all’improvviso e
bianca bianca nel tacito tumulto subito scomparve nel silenzioso sconvolgimento;
1 2 4 6 5 come un grande occhio che, atterrito, si aprì e si
una casa apparì sparì d'un tratto; 5 chiuse, nel buio della notte.
1 2 4 5 3 6
come un occhio, che, largo, esterrefatto,
7 8 9 11 10
s'aprì si chiuse, nella notte nera.

Analisi metrica

Il lampo è una ballata (un tipo di compimento metrico) piccola costituita da una strofa singola di un
verso e da una strofa di sei versi (sestina), i versi sono endecasillabi (ogni verso è lungo 11 sillabe) e
rimati secondo lo schema A BCBCCA.

Figure retoriche

 Allitterazione

- v.4: “tacito tumulto”


- v.7: “nella notte nera”

 Anastrofe

- vv.4-5: “bianca bianca nel tacito tumulto/ una casa apparì sparì d’un tratto”

Climax

- v.2“ansante, livida, in sussulto


- v. 3: “ingombro, tragico, disfatto”

 Metafore

- v.2: “la terra ansante, livida, in sussulto


- v.3: “il cielo ingombro, tragico, disfatto”

L’aspetto di cielo e terra viene descritto con una terminologia che rimanda al volto umano.
 Ossimoro

- v.4: “tacito tumulto”


- v.5: “apparì sparì”

 Similitudine

- v.6: “come un occhio”. Il rapidissimo passaggio luminoso che illumina la casa è paragonato
a un battito di palpebre.

Commento
Il lampo compare per la prima volta nella terza edizione di Myricae all’interno della sezione
“Tristezze”.

La caduta di un lampo che illumina il panorama circostante diventa il pretesto per rievocare le
sensazioni suscitate in Pascoli dalla notizia della morte del padre. Notizia che si è abbattuta con la
potenza del fulmine sulla casa dell’autore, turbandone irrimediabilmente gli equilibri e tranquillità.
È una poesia fortemente simbolica e in essa domina il senso visivo.

Il paesaggio appare improvvisamente per un fugace lampo che, squarciando la notte, illumina una
casa. La realtà svelata dalla luce fulminea del lampo è fatta di dolore e tormento: la terra e il cielo
sono descritti attraverso due climax (rispettivamente: v. 2: “ansante, livida, in sussulto; v. 3:
“ingombro, tragico, disfatto”), come volti umani deformati dallo spavento.

Non è il lampo a spaventare, ma ciò che viene illuminato, perché si mostra nel suo vero aspetto. Il
tempo della luce che illumina è brevissimo, come un battito di palpebre (da qui la similitudine che
rimanda all’occhio al v.6) che apre alla vista sul mondo e poi la impedisce subito dopo.
Il lampo, dunque, è una metafora della fugacità della vita e rivelatore della violenza e della
crudeltà del mondo. La sola figura luminosa (“bianca bianca”) nel desolato paesaggio descritto è la
casa isolata, simbolo che ritorna costantemente in Pascoli come rimando al nido degli affetti
familiari, unico luogo che protegge l’essere umano dalle minacce esterno.
X Agosto (G. Pascoli) Parafrasi

(O) San Lorenzo, io lo so perché tante stelle si


San Lorenzo, io lo so perché tanto accendono e cadono nell’aria serena, (io so)
di stelle1 per l’aria tranquilla2 perché (un) pianto così grande risplende nella
arde e cade3, perché si gran pianto volta del cielo.
nel concavo cielo sfavilla4.
Una rondine ritornava al (suo) nido.
Ritornava una rondine al tetto5: 5 (qualcuno) la uccise: (lei) cadde in mezzo alle
l’uccisero: cadde tra i spini6; spine: ella aveva nel becco un insetto: (era) il
ella aveva nel becco un insetto: cibo per i suoi rondini.
la cena dei suoi rondinini.
Ora (la rondine) è là (tra le spine), come (se
Ora è là, come in croce, che tende7 stesse) in croce, che mostra quel verme a quel
quel verme a quel cielo lontano; 10 ciel lontano; e i suoi piccoli sono nell’ombra,
e il suo nido8 è9 nell’ombra, che attende, che aspettano (il ritorno della rondine), che
che pigola10 sempre più piano. piangono sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido11: Anche un uomo tornava alla sua casa:
l’uccisero: disse: Perdono; qualcuno lo uccise; disse: Perdono; e (gli)
e restò negli aperti occhi un grido12: 15 restò negli occhi aperti un’espressione
portava due bambole in dono… disperata. Portava due bambole in dono (alle
sue figlie).
Ora là, nella casa romita13,
lo aspettano, aspettano in vano: Ora là, nella (sua) casa solitaria, (i suoi cari) lo
egli immobile, attonito, addita14 aspettano, aspettano inutilmente: egli
le bambole al cielo lontano. 20 immobile (morto), (come) stupìto mostra le
bambole (che aveva con sé) al cielo lontano.
E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni15, infinito, immortale, E tu, (o) Cielo, infinito, immortale, dall’alto
oh! d’un pianto di stelle lo inondi dei mondi senza dolore, oh (tu) lo sommergi
quest’atomo opaco16 del Male! questo frammento oscuro di Male con un
pianto di stelle.

1
Tanto di stelle: tante stelle.
2
Aria tranquilla: aria serena
3
Arde e cade: si accendono e cadono
4
Nel concavo ciel sfavilla: risplende nella volta del cielo
5
Tetto: nido
6
Tra i spini: in mezzo alle spine
7
Tende: mostra
8
E il suo nido: e i suoi piccoli
9
È: sono
10
Che attende, che pigola: che aspettano, che piangono
11
Nido: casa
12
Un grido: un’espressione disperata. Ucciso da un colpo, l’uomo non riuscì a gridare; e tuttavia negli occhi sbarrati gli
restò l’impressione del grido emesso, ovvero un’espressione di sofferenza e insieme terrore.
13
Romita: solitaria
14
Attonito, addita: stupito mostra
15
Sereni: senza dolore
16
Quest’atomo opaco: questo frammento oscuro
Questo componimento è composto da sei quartine di decasillabi e novenari alternati; tutte le
strofe hanno rime alternate secondo lo schema ABAB.

Figure retoriche:

- Allitterazione. Verso 5: “Ritornava una rondine al tetto”.


Verso 12: “che pigola sempre più piano”.
Verso 19: “egli immobile, attonito, addita”.
Verso 24: “quest’atomo opaco del Male”.

- Anastrofe. Verso 5: “Ritornava una rondine al tetto” (ricostruzione: una rondine


ritornava al nido). Il soggetto (una rondine) è inserito dopo il verbo (ritornava).

- Anafora. Verso 9 e 17: “Ora è là”. Figura di ripetizione che sottolinea la somiglianza
della sorte della rondine e dell’uomo.

- Metonimia. Verso 11: “e il suo nido”. Nido sta per i rondini. Invece di scrivere il
contenuto (i rondini), scrive il contenitore (il nido).

- Metafore. Verso 3-4: “perché si gran pianto nel concavo cielo sfavilla”. Nella notte
del 10 agosto è possibile vedere nel cielo un gran numero di stelle cadenti, la cui
breve e luminosa traiettoria è paragonata allo scorrere delle lacrime.
Verso 13: “nido”. Indica la casa.
Verso 23:” d’un pianto di stelle lo inondi”. Il gran numero di stelle cadenti è
associato dal poeta alle lacrime.
Verso 24: “quest’atomo opaco del Male”. Si riferisce alla terra, che nella vastità
dell’universo rappresenta un piccolo frammento dominato dal Male.

- Personificazione. Verso 1: “San Lorenzo”.


Verso 21: “E tu, Cielo”.
Verso 24: “Male”.
Il poeta si rivolge ad oggetti astratti o materiali (un giorno dell’anno, l’atmosfera
terrestre e un concetto metafisico) conversando con loro come fossero personaggi in
carne e ossa.

- Similitudine: Verso 9: “come in croce”. La carcassa della rondine resta appesa tra le
spine come fosse crocifissa.

- Sinestesia. Verso 15: “restò negli aperti occhi un grido”. A un’immagine di tipo visivo
(la smorfia di terrore stampata sul viso dell’ucciso) ne corrisponde una di tipo uditivo
(il grido).
Commento
Attraverso una proliferazione di simboli viene rievocata la notte dell’assassinio del padre del poeta, Ruggero
Pascoli, per mano di due sicari spinti da ragioni ignote (l’omicidio è stato spesso ricondotto a un’azione
di brigantaggio), avvenuto il 10 agosto 1867. La notte di San Lorenzo, la cui data dà il titolo
alla poesia, è tradizionalmente associata al picco del fenomeno astronomico delle stelle cadenti visibili
ad occhio nudo. Il poeta paragona dunque la gran quantità di stelle cadenti al pianto del cielo
che ricorda la notte dell’omicidio del padre e, per estensione, la malvagità degli esseri umani.

Pascoli trae spunto dalla propria tragica vicenda personale e la pone in relazione con l’ordine
naturale e cosmico così da ricavarne in forma simbolica un impietoso giudizio sulla vita umana
e la malvagità degli uomini. Il componimento si apre attraverso una reticenza: il poeta, rivolgendosi
con un’apostrofe alla notte di “San Lorenzo” (v.1) afferma, prendendo su di sé un ruolo di vate,
di conoscere la ragione per cui il cielo (inteso come universo) sembra piangere in quella particolare notte.
La risposta viene però rimandata e a partire dal v.5 Pascoli istituisce un’analogia simbolica
che lo porterà a concludere il suo discorso solo nell’ultima strofa.

Viene perciò evocata l’immagine di una rondine che torna al nido portando un verme per i suoi piccoli.
Essa viene uccisa durante il tragitto e lascia i pulcini pigolare nel nido soli ed affamati (vv.5-9);
allo stesso modo, il padre del poeta (“l’uomo” del v.13) viene ucciso mentre rincasa in quello
che il poeta, fondendo le figure del padre e della rondine, chiama “nido” chiuso e protetto.
Anche lui stava portando in dono delle bambole alle figlie. Ora anch’esse aspettano inutilmente,
proprio come i piccoli della rondine aspettano la madre, ormai affamati e morenti.

La rondine e il padre uccisi sono perciò posti in evidente analogia attraverso una voluta confusione
lessicale tra termini umani e termini aviari o figure di ripetizione. Essi sono presi a
simbolo di tutti gli innocenti perseguitati ed alludono esplicitamente alla figura di Cristo,
la vittima e il capro espiatorio per antonomasia, che perdona i suoi carnefici sulla croce,
richiamata già nel titolo con il numero romano X, nella parola “perdono” pronunciata dall’uomo
in punto di morte e nella similitudine (v.9) che ritrae la rondine morta incastrata tra i cespugli di rovi.

È così che nell’ultima strofa Pascoli può riprendere il proprio discorso e concludere ciò che
aveva annunciato nei primi versi. Rivolgendosi questa volta al Cielo, da interpretarsi non come
volta celeste ma piuttosto come cosmo immenso ed infinito, egli lo ritrae come immobile e sensibile
al dolore del poeta e degli uomini ma impotente, capace solo di guardare immoto dall’alto e
di “piangere” sulle miserie umane. Il ragionamento posto dal poeta è di natura profondamente
pessimista e paradossale: la Terra, che nell’economia e le dimensioni infinite dell’universo
non è altro che un “atomo opaco”, un minuscolo ed insignificante corpuscolo che non brilla
neppure di luce propria, è un luogo talmente infetto dal male da rattristare l’intero cosmo e
distrarlo dalla tranquillità degli innumerevoli “mondi / sereni” (vv.21-22).
L’assiuolo (Giovanni Pascoli)
Parafrasi
Dov’era la luna? Ché il cielo
notava2 in un’alba di perla,
Dove era la luna? Poiché il cielo nuotava [: si
ed ergersi4 il mandorlo e il melo
espandeva] in un’alba (dal colore) di perla, e il
parevano a meglio vederla. mandorlo e il melo sembravano tendersi (ergersi)
5 Venivano soffi di lampi per vederla [: la luna] meglio. Laggiù, da nuvole
da un nero di nubi laggiù: nere, venivano bagliori di lampi (soffi di lampi);
veniva una voce dai campi: dai campi veniva [come] una voce: chiù…
chiù…

Le stelle lucevano rare


Le stelle risplendevano (lucevano) qua e là
10 tra mezzo alla nebbia di latte:
(rare) in mezzo alla nebbia lattiginosa; sentivo
sentivo il cullare del mare, il suono cullante (il cullare) del mare, sentivo
sentivo un fru fru tra le fratte; un fruscio tra i cespugli (un fru fru tra le
sentivo nel cuore un sussulto, fratte); sentivo un sussulto nel cuore, [che era]
com’eco d’un grido che fu come l’eco di un grido passato (che fu).
15 Sonava lontano il singulto: Lontano, risuonava quel singhiozzo (il
chiù… singulto): chiù…

Su tutte le lucide vette


tremava un sospiro di vento; Su tutte le cime (vette) [degli alberi] illuminate
squassavano le cavallette (lucide) [: dalla luna] spirava un soffio di
20 finissimi sistri d’argento vento: le cavallette scuotevano (squassavano)
(tintinni a invisibili porte finissimi sistri di argento [: frinivano]
che forse non s’aprono più?…); (tintinni presso porte invisibili che forse non si
apriranno più?...); e ch’era quel pianto luttuoso
e c’era quel pianto di morte…
(morte): chiù…
chiù…

Analisi metrica

La lirica è composta di tre strofe di sette novenari concluse dall’onomatopea bisillabica “chiù”, in
rima con il sesto verso di ogni strofa. Lo schema rimico in rima alternata presenta perciò questa
sequenza: ABABCDCD EFEFGDGD HILDLD.

Figure retoriche

 Allitterazione

- v.12: “sentivo un fru fru tra le fratte”


- v.20: “finissimi sisstri d’argento”
- v.21: “tintinni a invisibili porte”

Insistenza sulle consonanti che riproducono i rumori notturni e il rumore prodotto dal verso degli
insetti.
 Anafora

- vv.8, 16, 24: “chiù…”. Ripetizione della parola chiave che domina su tutti i rumori notturni e
chiude le strofe come un ritornello.
- vv.11-13: “sentivo il cullare del mare, /sentivo un fru fru tra le fratte”; / sentivo nel cuore un
sussulto”. Ripetizione che elenca le sensazioni esteriori (principalmente uditive) accostandole
a quelle interiori.

 Climax

- vv.7, 15, 23: “veniva una voce dai campi/ sonava lontano il singulto/ e c’era quel pianto di
morte”. Il verso dell’assiuolo è introdotto gradualmente nelle tre strofe come un lamento man
mano maggiore.

 Iperbato

- vv.3-4: “ed ergersi il mandorlo e il melo / parevano a meglio vederla”

 Onomatopea

- vv.8, 16, 24: “chiù…”


- v.12: “fru fru”
- v.20: “finissimi sistri d’argento”
- v.21: “tintinni”

Termini che descrivono i lievi rumori che popolano la notte quasi riproducendoli per iscritto.

 Metafora

- v.2: “alba di perla”


- v.10: “nebbia di latte”
- v.11: “sentivo il cullare del mare”
- v.18: “sospiro di vento”
- vv.19-20: “squassavano le cavallette/ finissimi sistri d’argento”
- vv.21-22 “Tintinni a invisibili porte / che forse non s’aprono più?”

I colori del paesaggio e i rumori della notte vengono resi anche con rimandi cromatici o sonori.

 Metonimia

- v. 6: “nero di nubi”. Indicato il temporale all’orizzonte attraverso il carattere cromatico delle


nuvole da cui esso scaturisce.

 Personificazione

- v.11: “cullare del mare”


- v.18: “tremava un sospiro di vento”
- vv.7, 15, 23: “veniva una voce dai campi/ sonava lontano il singulto/ e c’era quel pianto di
morte”
Gli elementi notturni, i rumori e gli schizzi di paesaggio sono resi attraverso riferimenti a qualità
tipicamente umane come se il quadro stesso fosse dotato di vita e animato.

 Similitudine

- vv.3-4: “ed ergersi il mandorlo e il melo/ parevano a meglio vederla”. Il fusto degli alberi e
di conseguenza la loro altezza è paragonata al gesto di un uomo che si affaccia per vedere
meglio al di là di qualcosa che gli copre la vista.
- v. 14: “com’eco d’un grido che fu”. La paura provata dal poeta, il battito convulso nel cuore,
viene paragonata a quella provata la notte dell’assassinio del padre.

 Sinestesia

- v.5: “soffi di lampi”. La rapidità dei lampi e la loro luminosità viene resa attraverso l’immagine
sonora/tattile del soffio.

Commento

L’assiuolo fu pubblicato da Giovanni Pascoli nel 1897 su “Il Marzocco”, un periodico fiorentino di
grande diffusione a cavallo tra XIX e XX secolo, e nello stesso anno incluso nella quarta edizione
di Myricae, la prima grande raccolta poetica pubblicata da Pascoli, all’interno della sezione “In
campagna”.

L’animale che dà il titolo alla lirica è un piccolo rapace notturno, simile al gufo e alla civetta. Il suo
grido (chiù) è associato dalla tradizione popolare alla malinconia funebre e alla morte.

La poesia è suddivisa in tre strofe all’interno delle quali si verifica un crescendo di pathos e un
cambiamento radicale di ciò che è contenuto nel quadro che almeno inizialmente Pascoli ci presenta.

La prima strofa è introdotta infatti da un’interrogativa retorica (“Dov’era la luna?”, v.1) che apre su
uno scenario naturale immerso nella luce perlacea dell’alba nel quale spiccano degli alberi da frutto,
slanciati verso il cielo come fossero esseri umani affacciati a cercare la luna al di là della nebbiolina
biancastra che la offusca. A questa immagine visiva che domina la prima strofa viene associato il
primo lamento stridulo dell’assiuolo. Il verso è inizialmente perciò una sorta di gridolino fioco.

Nella seconda strofa la descrizione del paesaggio lattiginoso dell’alba lunare minacciata da un
temporale è implementata dall’insistenza sui rumori notturni, riprodotti attraverso l’utilizzo di
onomatopee allitteranti (“sentivo un fru fru tra le fratte”, v. 12). Attraverso l’utilizzo dell’anafora
(vv.11-13: “sentivo il cullare del mare, / sentivo un fru fru tra le fratte;/ sentivo nel cuore un sussulto”)
le sensazioni esteriori sono associate al battito cardiaco aumentato dell’io-poetico, trasmettendo
perciò una sensazione di malinconia e paura. Il grido dell’assiuolo è diventato un singulto nettamente
distinguibile.

L’ultima strofa immette il componimento definitivamente all’interno della sfera del tema della morte.
Il verso delle cavallette è infatti paragonato metaforicamente – attraverso una nuova interrogativa
retorica – al bussare a “invisibili porte” (v.21) che nessuno può più aprire. Queste porte sono appunto
quelle dei sepolcri. Il verso dell’assiuolo diviene allora – a conclusione del climax portato avanti già
nelle prime due strofe – un vero e proprio canto desolato di morte, che lascia solo l’io-poetico in un
universo popolato dalla paura e dal dolore. L’assiuolo che piange solitario, per certi versi, è quindi
una controfigura del poeta stesso.

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