Storia Del Diritto Romano
Storia Del Diritto Romano
18/02/2024
Corso che si occupa di diritto pubblico e di istituzioni che hanno a che fare con la
gestione del potere e discorso politico. Si parlerà anche della dittatura, della storia che
è l’unico vero strumento critico del presente, ci fornisce delle chiavi di lettura del
presente utili.
È un corso che avrà poco di nozioni, cerchiamo di ragionare su come il diritto sia
qualcosa che è strumento per plasmare la realtà in alcune direzioni.
1. parte del corso per inquadrare la storia di Roma con le sue istituzioni di diritto
pubblico, per avere delle basi
2. parte del corso per capire che cosa si intende con la parola dittatura
Noi arriviamo dal 900 con delle dittature importanti e non siamo molto fuori da
quest’ottica di situazione politica di dittatura, quindi capire bene il concetto, come
nasce e perché può essere di interesse e fondamentale averlo chiaro.
Verso fine del corso da gli argomenti con le indicazioni ( lezione metodologica per
capire come si fa ) così da prepararci per consegnare alla fine del corso.
Indicativamente abbiamo 10 gg post fine corso per consegnare l’elaborato.
Prima dell’appello di maggio abbiamo gli esiti, cosicché chi voglia confermare e
registrare il voto deve presentarsi all’orale per discutere l’elaborato stesso per avere il
voto a libretto e un giudizio dalla professoressa. Il voto è quello, si accetta o no ma
non si può alzare o abbassare.
Il voto dell’elaborato può essere così registrato tutto l’anno fino a febbraio 2026.
Lezione 1
Anno 22 a.C. il 732 dalla fondazione di Roma, nessuno sa che è il 22 a.C. sanno solo
che è il 732 dalla fondazione della città, sono anni brutti a Roma, carestie, piogge,
temporali, tutto andava per il verso sbagliato, il Tevere esonda e fa danni su case e
campi, pestilenze, insomma un disastro. Il 731/732 anni negativi. Roma era la
megalopoli da 1mln di abitanti, gli abitanti non ne potevano più, con case condominiali
da 10/13 piani, tutti appiccicati, di legno e che si incendiano e crollano continuamente.
La gente è sconcertata, il tutto succede quando i romani tiravano il fiato perché
venivano da un secolo di lotte interne di guerra civile, in cui le strade di Roma erano
percorse da criminali armati che facevano quello che volevano, c’era molto crimine e
ammazzamenti per strada e nessuno faceva nulla. C’erano lotte politiche, decenni di
Silla, Pompeo, Cesare e poi le guerre di Marco Antonio e Ottaviano… fino al 30 a.C con
la vittoria di Azio di Marco Antonio e cleopatra contro Ottaviano perché si
contendevano la civitas romana ( stato romano ). Marco Antonio e Ottaviano si sono
sempre scontrati per 14 anni post morte di Cesare perché si contendevano la civitas. I
valori romani secondo Ottaviano erano stati screditati negativamente da Marco
Antonio, accusato di andare sul Nilo a farsi fare i massaggi da una prostituta come
Cleopatra e che era scappato da Roma, parlando di un effemminato.
Cleopatra, soggetta a tante bugie, in realtà guidava l’esercito e lo stesso con flotta
navale aiutò Marco Antonio. La stessa scappò quando vide la cosa messa male e
Marco Antonio saltò sulla sua nave per Alessandria d’Egitto, per evitare di morire.
Sconfitti e tristi tornarono in Egitto ed Ottaviano, figlio adottivo di cesare ereditò i
territori mondiali, avere Roma nel 30 a.C. era avere in mano il mondo occidentale.
Era quindi tornata la pace grazie ad Ottaviano, fra il 30 e il 28 tutti tremano, non
sapevano cosa aspettava post guerre interne e morti passate. L’avvento al potere di
Ottaviano fa capire la resistenza dell’aristocrazia romana, la stessa che ha ordito
l’uccisione di cesare, il cesare tiranno, veniva visto infatti così, colui che stava
gettando il concetto di repubblica e per questo fu ucciso. C’era comunque molta
aristocrazia che odiava avere un uomo solo al potere, la repubblica romana non era
però democratica, veniva gestita da un gruppo aristocratica. Il vero problema quindi
non era il tiranno Cesare e i suoi seguaci, solo gli aristocratici fanno i propri affari e
tutelavano la propria posizione, la ragione è: la fazione optimates, ovvero aristocratici
non vogliono perdere i propri privilegi.
Chiaro che il popolo romano trema, nessuno contrastava Augusto (Ottaviano), uomo di
grandi capacità incredibili, nessuno nega le sue doti di acume e intelligenza politica.
Lui sa la situazione romana e i rischi, cammina essenzialmente sulle uova, un passo
falso e si sarebbe ripetuta la storia di Cesare. Lui operò con die consiglieri, un’azione
politica e propagandistica strategica costruendo un’ottima immagine di se. Nel 28 a.C.
quando si voleva tributare il suo trionfo, lui non voleva le statue per lui costruite
dall’aristocrazia, fa costruire sciogliendo le stesse dei candelabri per un tempio di
apollo. Rifiuta ciò che può dargli onore e metterlo in primo piano giocando molto sulla
sua immagine. L’anno dopo fa un atto ufficiale ( restitutio ), ovvero conferma di aver
fatto ciò che doveva fare, revoca le sue misure contro la legalità che erano necessarie
in passato ( misure legali straordinarie ) restituendo la res pubblica al senato e al
popolo romano. Il popolo era già innamorato di lui, il senato capisce la sua intelligenza
e gli tributa il titolo di “Augusto” nel 27 a.C. ( augeo=accresco ). Sino a quell’anno
l’investitura veniva data solo a qualcosa di sovraumano dagli dei, augusta infatti fu
utilizzata solo per Roma e per Ottaviano, perché lui salvò in un certo senso Roma. Sino
al 23 a.C. riveste il consolato e una serie di altre cariche pubbliche, tanto da scrivere
nelle “res gesta”: “non ho mai avuto più potere rispetto ai miei colleghi con la stessa
carica ma in autorevolezza” dando rilevanza ad un concetto importante,
l’autorevolezza. Lui aveva gli stessi poteri dei consoli ma per “autorictas” era
superiore, il suo inquadramento era definito ma nella sostanza era un palmo sopra
tutti. Lui fu nominato anche “princeps”, ovvero principe, ma non principe come inteso
oggi, ma fondendo “primi” “ceps” quindi “prima” “testa”, ruolo che ha origine storica
dall’epoca repubblicana più antica, riconosciuta al più anziano dei padri fondatori ( il
più anziano dei senatori che presiedeva l’assemblea del senato, che teneva i discorsi
del senato e convocava lo stesso ).
Lui diviene princeps senatus, lui propone e parla per primo, convoca il senato e lo
presiede. Lui ha in mano Roma e l’esercito. La sua volontà è ciò che si fa; il suo titolo
fu poi tramandato dopo la sua morte sino a riconoscere nel 3 secolo a.C. una
organizzazione politica basata sul principato.
Augusto aveva una salute mediocre, a livello militare non era forte, era bravo di testa
ma stava sempre male e nel 23 a.C. si ammala così gravemente, pensando di dover
morire e consegna al suo fidato consigliere Agrippa il proprio anello che simboleggia il
proprio potere, infine dopo mesi consegnò i propri registri ritirandosi avendo problemi
di salute.
Roma in ginocchio nel 23 a.C. non avendo neppure mangiare e con molte malattie che
veicolano fu aiutata da Augusto che distribuì grano gratis; l’anno dopo stessa
situazione, i romani quindi cercavano di capire come fosse possibile, erano molto
religiosi ed erano superstiziosi, gli atti politici per esempio c’era il sacerdote che
faceva una veglia per capire se gli dei erano d’accordo o no. Il sacro entra in ogni
istante della vita privata e pubblica. I romani di fronte ad un anno e mezzo di sciagure
volevano capire e una notte di temporale e tempesta, dei fulmini colpiscono delle
statue del pantheon fra cui le statue di Augusto. In termini religiosi le persone
attribuirono questo messaggio come un problema, tutto andava male perché non era
più console di Roma. Pertanto una folla di radunò perché la situazione era estrema e
volevano provvedere con emergenza per ridare tutto il potere nelle mani di Augusto,
affinché tutto si sistemasse. La folla andò al senato, dove c’è la curia e chiesero di
nominare Augusto dittatore, perché sopra al dittatore non c’era nessuna nomina. Il
senato non voleva, Cesare a metà del 44 fu ucciso perché dal 39 rinnovava il titolo ma
nel 44 lo stava per divenire in maniera perpetua. Lo stesso Marco Antonio aveva
rimosso la legge per la nomina dittatoriale, era vietato con la lex antonia. Il popolo
quindi chiedeva una cosa impossibile istituzionalmente e perciò li blindarono nel
senato, obbligandoli a deliberare minacciandoli di dargli fuoco dentro.
Furono presi 24 fasci littori ( simboli del supremo potere ) dai capi del popolo e si
dirigono per nominare Augusto dittatore. I fasci littori li avevano solo i magistrati di
carica superiore; i 2 consoli hanno 12 littori ciascuno che accompagnano i consoli
stessi.
Fu chiesto a lui la cura dell’annona, per curare l’approvvigionamento del grano,
acclamandolo per diventare dittatore. Augusto cercò di placare la folla dicendo di
gestire la cura dell’annona e occupandosene lui personalmente, diceva di voler
nominare due magistrati solo per la cura dei quantitativi minimi di grano, cercava una
soluzione temporanea, ma la gente diceva no, lo volevano come dittatore.
La gente non voleva, voleva Augusto dittatore. Lui si mise in ginocchio alla folla,
l’uomo più potente del mondo occidentale, si tolse la toga al petto in segno di farsi
uccidere piuttosto… allora la folla smise davanti a questa situazione.
Anche il senato una volta rinchiuso era disposto a nominarlo.
Da questo momento in poi non si parlò mai più di dittatura, morì nel lessico romano
dopo questo gesto di Augusto. Ma nel lessico umanitario rimase, una parola troppo
interessante e potente, rendendola una parola impronunciabile a livello istituzionale,
attraversando i secoli fino ad oggi.
Le parole del lessico politico arrivano dalla Grecia, sono poche quelle romane
“dittatura” ed “impero”.
Dalla Grecia, democrazia, oligarchia ecc.
La dittatura muore avendo la meglio la nozione di impero. Da augusto in poi l’idea di
impero si affermerà con una forza inarrestabile, con un imperatore che gestisce
l’impero stesso.
Il concetto di dittatura è negativo, opposto dello stato di diritto, nega i diritti, revoca le
leggi e regolamentazione ordinaria, lascia lo spazio all’arbitrarietà di un singolo.
Quando si parla di Augusto, si parla di una persona che ha già potere, gli manca la
sola carica magistratuale, una carica riconosciuta rispetto all’ordinamento di diritto
pubblico che vigeva.
Nel 30 c’era il principato, chiaro è che i romani pensavano di essere ancora nella
repubblica a seguito della restitutio di Augusto. Erano convinti di essere in piena
repubblica pur non essendolo. Per loro la dittatura era una carica istituzionale prevista
chiamata “dittatura”, ovvero una magistratura prevista dal proprio ordinamento.
Augusto non la vuole e questa rimarrà sedimentata nel popolo sino ai giorni nostri.
APPUNTI SISTEMATI
Anno 22 a.C., 732 dalla fondazione di Roma. Nessuno sa che si tratta del 22 a.C.; ciò che sanno è
che è il 732 dalla fondazione della città. Quelli sono anni difficili per Roma: carestie, piogge,
temporali, tutto sembra andare storto. Il Tevere esonda, danneggiando case e campi, e si susseguono
pestilenze. Insomma, un disastro. Gli anni 731-732 sono particolarmente negativi. Roma, che è una
megalopoli con circa un milione di abitanti, vive in una situazione insostenibile: case condominiali
alte dieci o tredici piani, tutte costruite in legno e soggette a incendi e crolli. La popolazione è
esasperata.
Questi problemi si presentano proprio quando i romani stanno tentando di riprendersi da un lungo
secolo di guerre civili. Le strade di Roma erano percorse da criminali armati che facevano ciò che
volevano, con un crimine diffuso e omicidi quotidiani, e nessuno interveniva. Le lotte politiche
erano all'ordine del giorno, segnate dalla presenza di figure come Silla, Pompeo, Cesare, e infine le
guerre tra Marco Antonio e Ottaviano, culminate nella battaglia di Azio nel 30 a.C. Marco Antonio
e Ottaviano si erano scontrati per quattordici anni dopo la morte di Cesare, contendendosi il
controllo dello Stato romano.
Ottaviano accusava Marco Antonio di aver screditato i valori romani, soprattutto dopo che si era
fatto influenzare dalla figura di Cleopatra, che, lungi dall'essere solo un'amante, aveva svolto un
ruolo fondamentale nel comando delle forze militari di Marco Antonio. Marco Antonio, dopo la
sconfitta ad Azio, si rifugiò con Cleopatra in Egitto. Con la loro morte, Ottaviano ereditò il
controllo dell'impero, e Roma, sotto il suo comando, divenne la potenza dominante dell'Occidente.
Il periodo che va dal 30 a.C. al 28 a.C. è caratterizzato da un clima di incertezze. Gli abitanti di
Roma sono traumatizzati dalle guerre civili e dalle morti che le hanno segnate. Il passaggio al
potere di Ottaviano segna la resistenza della nobiltà romana, che aveva orchestrato l'assassinio di
Cesare, accusato di voler distruggere la Repubblica. Sebbene Cesare fosse visto come un tiranno da
una parte dell'aristocrazia, la sua vera colpa era quella di minacciare gli interessi di una classe
dirigente che non voleva perdere i suoi privilegi.
Nel frattempo, il popolo romano temeva per il futuro, ma nessuno osava contrastare Ottaviano,
uomo di grande capacità e intelligenza politica. Ottaviano era consapevole della delicatezza della
sua posizione e camminava su un filo sottile, sapendo che un passo falso avrebbe potuto scatenare
una nuova guerra civile. Agì con grande strategia, costruendo un'immagine di sé come salvatore di
Roma. Nel 28 a.C., quando si proponeva di celebrarlo con una statua, Ottaviano rifiutò, preferendo
dedicare l'onore a un tempio di Apollo (facendo costruire due candelabri fondendo il materiale della
statua) rinunciando a una visibilità che avrebbe accresciuto la sua gloria personale. L’anno dopo
fece un atto ufficiale definito “restitutio” ovvero conferma di “aver fatto ciò che doveva fare”,
revocò pertanto tutte le misure contro la legalità che aveva attuato sino al 27 a.C. che si erano rese
necessarie ( misure legali straordinarie ) restituendo la “res pubblica” al senato e al popolo romano.
Il popolo era già innamorato di lui, e per tal motivo nel 27 a.C., il Senato gli attribuì il titolo di
"Augusto" ( augeo=accresco ), un appellativo che era stato riservato solo agli dèi, o meglio, veniva
utilizzato come appellativo ad un qualcosa di sovraumano o per Roma stessa ( Augusto perché era
visto come colui che salvò Roma ). Questo segnò il riconoscimento definitivo della sua posizione.
Augusto non fu mai dittatore; nel suo governo, la sua autorità derivava non tanto da una carica
ufficiale, quanto dalla sua autorevolezza. Nella sua concezione del potere, la figura del "princeps",
cioè il "primo tra i senatori", divenne centrale. Augusto presiedeva il Senato, convocava le
assemblee e aveva il controllo sulle forze armate. Sino al 23 a.C. riveste il consolato e una serie di
altre cariche pubbliche, tanto da scrivere nelle “res gesta”: “non ho mai avuto più potere rispetto ai
miei colleghi con la stessa carica ma in autorevolezza” dando rilevanza ad un concetto importante,
l’autorevolezza. Lui aveva gli stessi poteri dei consoli ma per “autorictas” era superiore, il suo
inquadramento era definito ma nella sostanza era un palmo sopra tutti. Lui fu nominato anche
“princeps”, ovvero principe, ma non principe come inteso oggi, ma fondendo “primi” “ceps” quindi
“prima” “testa”, ruolo che ha origine storica dall’epoca repubblicana più antica, riconosciuta al più
anziano dei padri fondatori ( il più anziano dei senatori che presiedeva l’assemblea del senato, che
teneva i discorsi del senato e convocava lo stesso ).
Lui diviene princeps senatus, lui propone e parla per primo, convoca il senato e lo presiede. Lui ha
in mano Roma e l’esercito. La sua volontà è ciò che si fa; il titolo fu poi tramandato dopo la sua
morte sino a riconoscere nel terzo secolo a.C. un’organizzazione politica basata sul principato.
Pur avendo una salute precaria, Augusto mostrò una grande capacità di governo, ma nel 23 a.C. la
sua salute peggiorò notevolmente, tanto che pensò di dover morire. In quel periodo, fu necessario
distribuire grano gratis alla popolazione per alleviare la fame. Le condizioni difficili in cui versava
Roma portarono la popolazione a cercare una risposta nelle autorità religiose, chiedendo agli dèi un
segno per comprendere il motivo delle calamità. Una tempesta, durante la quale i fulmini colpirono
le statue del Pantheon, tra cui quella di Augusto, fu interpretata dal popolo come un segno di
disapprovazione, ritenendo che la città fosse in difficoltà perché Augusto non ricopriva più la carica
di console.
La folla, disperata, si radunò e chiese al Senato di nominare Augusto dittatore, poiché ritenevano
che solo un dittatore potesse risolvere la crisi. Questo portò a un episodio drammatico, con i capi
popolari che presero i fasci littori – simbolo del potere supremo – e si recarono al Senato
rinchiudendo i senatori e minacciandoli di dar fuoco al Senato con loro all’interno. Nonostante
l’opposizione del Senato, che temeva una nuova concentrazione di potere come quella di Cesare, la
situazione divenne insostenibile ( Il senato non voleva, Cesare a metà del 44 fu ucciso perché dal 39
rinnovava il titolo annualmente ma nel 44 lo stava per divenire in maniera perpetua. Lo stesso
Marco Antonio aveva rimosso la legge per la nomina dittatoriale “lex antonia”, il popolo quindi
chiedeva una cosa impossibile istituzionalmente). Augusto, per placare la folla, si mise in
ginocchio, mostrando di preferire la morte piuttosto che accettare una carica che avrebbe potuto
portare di nuovo la Roma alla dittatura. Questo gesto segnò la fine della parola "dittatura" nel
lessico politico romano, mentre l'idea dell' "imperium" prese il sopravvento.
Il rifiuto della dittatura da parte di Augusto non era solo una questione di immagine personale, ma
anche una strategia politica ben ponderata. Su richiesta del popolo Augusto cercò di trovare una
soluzione, ovvero non accettare la carica di dittatore ma di prendersi cura personalmente con due
magistrati dell”annone, ovvero di quanto concerne l’approvvigionamento del grano. Augusto non
voleva correre il rischio di diventare come Cesare o Silla, che avevano portato con sé disordini e
conflitti civili. La dittatura, infatti, comportava una concentrazione di potere che minava lo stato di
diritto e la legalità, e l'arbitrarietà di un singolo governante.
Per Ottaviano, l’esistenza di un'autorità legittima e rispettosa delle tradizioni repubblicane era
fondamentale. Sebbene avesse il potere, l'obiettivo era di mantenere l'apparenza di una continuità
con la Repubblica, senza abbandonare mai completamente il vecchio sistema. La dittatura era una
carica che, sebbene legittima nel contesto della Repubblica, per Augusto rappresentava un pericolo
da evitare ad ogni costo. La sua abilità fu quella di trovare un equilibrio tra il potere personale e la
continuità con le istituzioni della Repubblica, mantenendo una posizione di primus inter pares,
ovvero il "primo tra pari", che lo rese il punto di riferimento di tutto l’impero.
Il concetto di dittatura è negativo, opposto dello stato di diritto, nega i diritti, revoca le leggi e
regolamentazione ordinaria, lascia lo spazio all’arbitrarietà di un singolo.
Quando si parla di Augusto, si parla di una persona che ha già potere, gli manca la sola carica
magistratuale, una carica riconosciuta rispetto all’ordinamento di diritto pubblico che vigeva.
Nel 30 a.C. c’era il principato, i romani al tempo pensavano che a seguito della restitutio di
Augusto, si fosse passati ad una repubblica, questo in realtà non avvenne, in quanto nel 30 a.C. a
seguito della restitutio vigeva il principato. Per i romani la dittatura era una carica istituzionale
prevista dal proprio ordinamento, chiamata appunto “dittatura”, ovvero una magistratura ( unica
carica mancante ad Augusto ), lui stesso non la volle e questa rimarrà sedimentata nel popolo sino ai
giorni nostri.
Lezione 2
19/02/2024
Ieri siamo rimasti con la domanda, cos’è la dittatura che augusto rifiuta in modo
deciso? Dal 22 a.C. dobbiamo fare un balzo indietro per capire dove e quando nasce;
MA PRIMA ANDIAMO ALLA SECONDA metà del 4 secolo, quando ormai l’impero romano
si chiama “impero” con a capo i due imperatori ( impero romano d’oriente e
d’occidente ), c’è una struttura monarchica ben organizzata senza alcun dubbio a
dichiararlo. L’imperatore è il capo di tutto, bocca delle leggi e gestisce l’ordinamento
pubblico romano. Sotto l’impero d’oriente, l’imperatore Valente affidò ad uno storico il
lavoro di scrivere una storia sui romani dall’inizio alla fine ( storico: Eutropio ); questo
storico in realtà era intelligente ma veniva definito ignorante, nel suo racconto dice
che agli inizi della dittatura fu istituita 9 anni dopo il passaggio dalla monarchia alla
repubblica e questa è la più vicina alla signoria vostra che Valente ricopre, viene fatta
essenzialmente una similitudine fra sovranità e dittatura. Dopo 4 secoli di augusto ci si
ricorda ancora della dittatura.
Questa dittatura ha fondamento dalla monarchia arcaica ( quella dei 7 re ) a quella
repubblicana, fine 6 secolo a.C., nel 510 ci fu il passaggio da monarchia a repubblica.
La seconda informazione è “il potere piu simile a quello dell’imperatore” e di carattere
assoluto. Eutropio era favorevole alle logiche imperiali essendo uno storico di corte e
che doveva fare un opera a favore dell’impero rifacendosi agli storici precedenti, come
per esempio Tito Livio, grande storiografo di roma che scrisse “dalla fondazione di
roma” raccontando tutta la storia di roma e delle sue istituzioni, lui è un autore di
augusto, quindi scrisse fino al suo periodo.
Tito livio cosa scrive sulla dittatura? Lo troviamo su e learning, sia in latino/greco più
trascrizione letterale.
Tito livio parla del 501 a.C. dicendo che in quell’anno, durante i giochi e celebrazioni
religiose, delle prostitute vengono rapite dalla gioventù sabina, i romani avevano un
conto aperto dalla fondazione di roma con loro, tanto che per 500 anni ci fu grande
attrito, combattere che si alternava alla tregua. Gli stessi giochi era un modo per
gareggiare, mostrare la propria prestanza militare nei confronti dell’altro popolo in
maniera non belligerante. La gioventù sabina fa una bravata, ruba le prostitute e da
questo evento scoppia una rissa. Tito livio afferma quasi una battaglia, tanto da
temere che riprendesse un caso di guerra (casus belli) che avrebbe potuto portare ad
una guerra, la goccia che fa traboccare il vaso. Oltre a questa paura si aggiunge per i
romani un altro elemento, circolava una voce che Ottavio Mamiglio, re etrusco, re di
tuscolo ( non proprio re ma colui che governa ) che voleva stringere alleanze ( con
circa 30 popoli latini, citta stato latine – lega latina ) per andare contro roma.
C’è quindi un secondo timore di carattere militare, oltre alla guerra con i sabaudi
anche i latini.
Livio dice, nell’ansia, nell’attesa di tante minacce, per la prima volta, venne l’idea di
creare il dittatore, ecco la circostanza di creare un dittatore.
Poi tito livio dice non si sa chi fu il primo, ma leggendo dalle vecchie opere
sembrerebbe tito larcio, uno dei due consoli di roma, accanto a lui fu fatto “magister
equitum” ( comandante della cavalleria )un certo Spurio Classio.
Fondata nel 754 a.C. Roma nel Palatino ( dove ci sono i fori imperiali ), com’è la sua
realtà? Come si costruisce questa dittatura?
Partiamo dall’epoca arcaia, epoca monarchica, dall’epoca dei 7 re di roma.
Roma si pensa come una realtà isolata, che spunta dal nulla, ovviamente la storia è
diversa, si semplifica in maniera errata. Non è che prima di roma non ci fosse nulla, il
lazio centrale era “lazium vetus” pre romano, popolato, strutturato per piccole città
stato, l’organizzazione era questa, sfruttando anche le colline individuando per
ciascuna una città stato. Dal punto di vista geografico era paludosa, ricca di laghi
vulcanici che esondavano sempre, ricco di pantani, zanare, malattie e malaria. L’unico
modo per vivere era costruire su posti elevati come le colline, ci sono popoli che
vivono in modo nomade la cui economia era di carattere pastorale, vivono
prevalentemente di allevamento di pecore. Queste pecore sono l’unità di base della
vita di queste popolazioni.
La stessa parola pecuniaria ( pecudes = pecore ) perché prima del denaro, l’unità di
valore erano le pecore.
Economia prevalentemente pastorizia che ha una componente agricola di mero
sostentamento, non sono popoli totalmente nomadi, con il tempo infatti si
stabilizzarono nei territori, con a capo un governatore/re a seconda della lingua e
ceppo etnico della città stato.
Tendenzialmente ricordiamo i sabini, che entrano subito nella storia romana, i latini
( che non sono i romani ), gli etruschi che si trovano a nord del lazio vicino alla
toscana, una realtà estremamente avanzata e molto importante a differenza della
gran parte delle altre città stato ( la gran parte erano buzzurri ).
Gli etruschi erano estremamente avanti, grandi organizzazioni commerciali con i greci,
quasi parità fra uomo e donna, grandissime capacità militari, gestiscono bene la
cavalleria.
In questa situazione, a metà dell’ottavo secolo a.C. avviene la storia di una donna “rea
silvia” che da alla luce due figli, figlia del re di albalonga ( re di una delle città stato
latine più importanti ), lei è consacrata alla divinità principale del lazio centrale e del
pantheon ( dea della fertilità, abbondanza, terra, raccolto ), consacrata come vergine.
Sul trono c’è suo padre ad albalonga e il fratello di lui scaccia il re, ammazza i figli
maschi dei fratelli di rea silvia e la fa consacrare. Non si sa chi fu il padre, si dice che
fu dio della guerra ( marte ) che è il padre putativo di remo e romolo o lo zio con uno
stupro, figli che sono il frutto della colpa che lo zio avrebbe potuto uccidere, per
questo lei li consegna al tevere, bloccandosi poi sul territorio dove sorgerà roma.
Sappiamo queste cose per storie risalenti a 500 / 600 anni dopo la fondazione.
La costruzione del popolo non si sa se reale, o al limite del mitologico, ma l’idea anche
di aver pilotato una storia in questo modo serve a capire molto.
Sappiamo di un’uccisione del fratello per un trono, un possibile stupro dello zio nei
confronti di rea silvia e l’infanticidio ( il fatto che lo zio uccise tutti i figli maschi ).
I figli furono trovati da chi? Si dice da una lupa che li allattò per pensare che si cercò di
dividere la propria stirpe da quelli di albalonga con l’aiuto della natura, la lupa. Si
pensa anche alla storia del guardiano di porci per il re di albalonga “faustolo” che li
trova sulla riva del fiume, li porta a casa dalla moglie Accalarenzia crescendo loro i
figli. Accalarenzia è nota come “la lupa” che in latino significa “prostituta” ( il casino
infatti si chiama “lupanare”, “il bordello” ). In questo modo le due storie, la lupa
animale, la lupa materna che è una persona, si uniscono.
Remo e Romolo crescono, due disgraziati che siccome crescono allo stato brado, come
dei lupacchiotti nella campagna romana, decidono di fondare una banda ( le fonti
dicono una banda di ragazzacci ), che rubano, fanno danni. Essenzialmente dei
teppisti.
Ad un certo punto, vengono beccati che stavano rubando al loro pro zio di albalonga.
Remo fu portato ad albalonga per essere condannato. Il nonno, lo vede ( ex re di
albalonga ) e confortato da faustolo ( che pensava fin da sempre fossero i figli di rea
silvia ), riconobbe il nipote. Remo e Romolo con la banda ebbero la meglio sul re,
ristabilirino il loro nonno ( avendo scoperto di essere i loro nipoti ).
In prospettiva di divenire i re successivi, essendo albalonga sovrappopolata, decisero
di fondare una nuova città.
Così i due, dopo aver ristabilito il re, riprendono la loro banda e trovano un posto, la
collina era in alto ( palatino ), vicino c’era il tevere e si stabiliscono li. Per stabilire
significa che 10/15 capanne circolari di fango e paglia furono costruite. Roma della
fondazione era un villaggio di qualche capanna.
Nel fondarla, iniziano a discutere Romolo e Remo su dove farla. Romolo quindi esausto,
decise lui, traccia una linea e dice, chi aldilà dalla sua linea è “extraneus” quindi
nemico ( “hostess”, straniero e quindi anche nemico ), voleva indicare “qua ci siamo
noi e basta”; chi è dentro è dei nostri, chi oltre passa senza autorizzazione è nemico.
Remo non era d’accordo perché voleva comandare anche lui, allora lo prese in giro,
oltrepassò la linea e Romolo lo fece ammazzare dal suo braccio destro Celere (o lo
ammazza non si sa).
Si fa gloria sulla storia di roma, nata però da un fratricidio. Tutto inizia da uno degli atti
più orrendi, uccidere il proprio fratello, fra l’altro gemello.
Nella storia di Roma, c’è il senso della matrice culturale romana. Quando romolo
traccia la linea di confine, romolo pone la prima regola giuridica ( il diritto primordiale,
la prima regola, nata da una linea ). Stabilisce un limite da non oltrepassare, dicendo
che la violazione è sanzionata con la morte. C’è quindi la prescrizione e la sanzione e
insieme all’atto fondativo ne fa di romolo il fondatore.
La regola e la sua sanzione sono importanti, la comunità se non le rispetta viene meno
la comunità stessa, muore sul nascere, la regola è il presupposto che permette alla
comunità di esistere. Remo deve morire perché non ha fin da subito rispettato la
regola. Il fatto che l’altra faccia di se ( erano gemelli ) muore, ha un significato
profondo, il legislatore che pone la regola è quello che più di ogni altro può violarla
perché lui la posta, ma “l’uomo legislatore” per poter costruire una comunità che stia
in piedi, deve uccidere quella parte di se che tende alla violazione della regola.
Ognuno di se ha due parti, una che vuole le regole una che non le vuole. Ecco il
significato dei gemelli e la morte di remo.
L’essere umano, racconta la storia del diritto e del successo di roma nella realtà
antica. Perché Roma divenne quello che sappiamo e altre città no? Perché roma ha
preso atto di questa verità assoluta che ha a che fare con la natura stessa del diritto, il
diritto non piace a tutta la nostra essenza di persona. Tutti noi abbiamo una parte
anarchica, soprattutto se siamo giovani. Quando noi accettiamo le regole di diritto lo
facciamo solo forzatamente, lo si fa perché capiamo che sono necessarie per farci
stare nel migliore dei modi possibili, in sicurezza e tutto sommato bene. Il mondo
governato dal diritto comporta sacrifici ma è il miglior modo; il termine con cui i
romani individuano il diritto infatti è “ius”, che ha origine dalla lingua indoeuropea
( dove hanno origine tutte le parole che conosciamo, essendo una delle prime lingue ),
ius infatti è un radicale indoeuropeo “yug” che da vita ad un’altra parola latina che è
ad essa collegata “yugum” ovvero “giogo”, attrezzo che viene messo agli animali da
tiro per domarli cosicchè vadano dove vuole l’uomo. Allo stesso modo il radicale yug,
utilizzato spesso per i cavalli, permette di far collegare il concetto di diritto usato per
domare le persone. Le regole sono l’attrezzo per domare rendendo l’agire di tutti
funzionale a vivere bene insieme.
Questo gruppo può quindi stare insieme senza autodistruggersi grazie alle regole
( cercando di eliminare il fenomeno per esempio delle faide o di ridurlo ), rendendo
quindi esistente e viva la comunità.
È allo stesso modo una violenza, accetto delle regole che limitano la mia libertà e
quella degli altri per il bene della società e per il buon vivere. Sacrifico necessario
affinchè il gruppo può sostentarsi. Importante sapere che è comunque una violenza.
L’elemento giuridico è intrinseco alla stessa nascita dei romani, roma si fonda sul
diritto, la propria grandezza è grazie al diritto, come per i latini la filosofia.
Cosa succede quindi? Il gruppo sociale, la banda quindi, continuano a rubare e a fare
quello che volevano come prima ma cominciò a mischiarsi con i sabini con il fine di
crescere la comunità-
I sabini fanno pace con roma dopo il furto delle prostitute, si trasferiscono a roma e
quanto detto all’inizio si sana.
Il gruppo originario dei “quiriti” ( i romani ) con a capo romolo che era “rex” ( re ) si
affianca un re sabino “tito tazio”.
Inizialmente la struttura era caratterizzata da un mix fra quiriti e sabine/ceriti e altri
popoli, i romani fecero quello che fu fatto dai sabini, rubarono le ragazze da una festa,
proprio come fecero in precedenza i sabini ( ratto delle sabine ). Questa banda era
fatta da componenti maschi, ormai padri di famiglia, a capo ciascuno del proprio
gruppo di famiglia ( patriarchi ) e dal villaggio di capanne da 10/15 si amplia a 30/40.
La struttura del villaggio era identica, ma si creano gruppi di famiglie e le decisioni le
prendevano i patres, i quali compongono un consiglio degli anziani come in ogni
società primordiale, con il nome di “senato”, loro invece erano i “senes” ( anziani ) che
decidevano cosa doveva fare questa società. L’organo di governo è il senato, questo
sceglie al suo interno la guida principale, qualcuno che comanda serve sia per le
guerre sia per gestire il gruppo, questa persona era il “rex” ( regge le sorti, governa e
amministra la stessa assemblea degli anziani ), non era un re medievale, ma solo il
primo fra i pari. Il primo dei pater familias. Il primo fu romolo.
Questa struttura politica di base, vede:
-senato, ovvero assemblea degli anziani
-re
-popolo, che individua l’insieme degli uomini in armi, popolo = esercito nell’epoca
arcaica romana, solo uomini abili alle armi. Le donne non contano nulla, sono entrate
nella comunità solo per procreare, addirittura da uno stupro. I bambini non contano fin
quando non sanno usare armi. Il popolo si unì nei comizi curiati, la forma più antica
utilizzata per riunirsi. I comizi curiati si rifanno alle curie, in epoca storica la curia è il
luogo fisico in cui si riunisce il senato, la curia per eccellenza antica era per il senato;
ma le curie preesistevano a roma, deriva da “co-viria”, ovvero “insieme” “uomo”
( vir=uomo ), istituzioni che individuava un gruppo di maschi che facevano gruppo a
se, le curie quindi anche prima di roma erano una sorta di circolini dove si ritrovavano
degli uomini.
I maschi adulti mangiavano per conto loro, sempre, come i militari. Tornavano dalle
donne solo per assolvere alle poche funzioni che li univano.
Il pater familias andava a lavoro, tornava, mangiava e poi usciva con gli amici nel
club/circolo, proprio come fine a qualche decennio fa. Le curie erano proprio questi
gruppi con legami territoriali.
Le curie sono la struttura originaria che sta alla base dei comizi curiati con cui il popolo
si organizza.
Le curie originarie di roma erano 30, ampliandosi la comunità non era possibile averne
una unica, ogni gruppo decide e parla di qualcosa nelle curie e a volte si riunivano nei
comizi comuni.
Romolo divise le 30 curie su base territoriale/tecnica in 3 tribù, ogni tribù ha 10 curie.
Le tribù:
-ramnes, nel latino arcaico fa riferimento a Romolo, loro erano sicuramente i quiriti,
quindi la tribù del ceppo di albalonga di romolo
-tities, nel latino fa riferimento ai sabini, coloro che arrivano da titio tazio
-luceres, fanno riferimento agli etruschi ( da lucumone, uno dei sovrani di una delle
città etrusche )
Queste sono le unità istituzionali di base, roma si struttura in questo modo in un’epoca
monarchica.
I comizi curiati non erano le uniche assemblee, c’erano anche i comizi tributi in cui il
popolo veniva convocato per tribù e non per curie.
Questa roma di epoca monarchica era una realtà esclusiva, all’interno dello spazio
originario fu istituito il “pomerio”, il confine sacro inviolabile della città ( come il
rubicone con Cesare quando disse “il dado è tratto”, perché superò il pomerio
dell’epoca che era ovviamente esteso oltre a quello originario ). Dentro la città nessun
uomo armato piò entrare, neppure i littori, le scurie venivano innestate per
rappresentare il potere militare fuori da roma. Non potevano essere innestate le scurie
nei fasci. Il campo marzio usato per l’esercito infatti era lo spazio fuori dal pomerio.
Fu istituito l’asylum romuleo, uno spazio dedicato agli stranieri, i quiriti valutano li se
lo straniero è ben accetto. Tutti erano invitati a patto che questi stranieri si
riconoscono per mezzo di “fides” al popolo romano e a patto che diano un contributo
alla comunità. Era una realtà attrattiva, erano forti, strategici e invitano molti stranieri
ad unirsi a loro.
Per i primi 150 anni vediamo alternarsi 4 re, uno di stirpe latina e uno sabino come con
romolo e tito tazio. Dopo romolo ci fu Numa Pompilio di stirpe sabina
APPUNTI SISTEMATI:
Ieri siamo rimasti con la domanda: cos'è la "dittatura" che Augusto rifiuta in modo deciso? Per
rispondere, dobbiamo fare un balzo indietro nel tempo, a partire dal 22 a.C., ma prima torniamo alla
seconda metà del IV secolo a.C., quando l’Impero romano si definisce ormai "Impero", con a capo
due imperatori (l’Impero Romano d’Oriente e l’Impero Romano d’Occidente), e una struttura
monarchica ben organizzata che non lascia alcun dubbio. L’imperatore è il capo supremo,
l’interprete delle leggi e il gestore dell’ordinamento pubblico romano. Sotto l’Impero d’Oriente,
l’imperatore Valente affidò a uno storico, Eutropio, il compito di scrivere una storia dei Romani,
dalla fondazione alla fine dell’Impero. Questo storico, pur intelligente, veniva definito ignorante.
Nel suo racconto, affermava che la dittatura fu istituita nove anni dopo il passaggio dalla monarchia
alla Repubblica, avvicinandola alla signoria che Valente ricopriva, stabilendo una similitudine tra la
sovranità e la dittatura. Dopo quattro secoli da Augusto, la dittatura rimane ancora nella memoria
collettiva.
La dittatura affonda le sue radici nella monarchia arcaica (quella dei sette re) e prosegue nella
Repubblica, fino alla fine del VI secolo a.C., con il passaggio dalla monarchia alla Repubblica
avvenuto nel 510 a.C. Un altro concetto fondamentale è che il potere più simile a quello
dell’imperatore era di carattere assoluto. Eutropio, storico favorevole alle logiche imperiali,
rielabora il pensiero di storici precedenti come Tito Livio, grande storiografo di Roma, che scrisse
"Ab Urbe Condita", raccontando tutta la storia di Roma e delle sue istituzioni. Tito Livio, autore di
Augusto, scrisse fino al suo periodo.
Cosa dice Tito Livio sulla dittatura? Lo troviamo su e-learning, sia in latino/greco con relativa
trascrizione letterale. Tito Livio descrive un episodio accaduto nel 501 a.C. durante i giochi e le
celebrazioni religiose, quando delle prostitute vennero rapite dalla gioventù sabina. I Romani
avevano un conto aperto con i Sabini sin dalla fondazione di Roma, caratterizzato da continui
conflitti alternati a tregue. I giochi stessi servivano per gareggiare e dimostrare la propria prestanza
militare in modo non belligerante. La gioventù sabina, facendo uno scherzo, ruba le prostitute e
scoppia una rissa. Tito Livio parla di quasi una battaglia, tanto che si temeva che potesse scoppiare
una guerra (casus belli). A questo si aggiunge un altro timore: la voce che Ottavio Mamiglio, re
etrusco di Tuscolo (non propriamente re, ma colui che governava), stesse cercando di allearsi con
circa 30 popoli latini per andare contro Roma.
Inoltre, Tito Livio dice che, nell’ansia e nell’attesa di minacce, per la prima volta emerse l’idea di
nominare un dittatore. Non si sa chi fu il primo, ma leggendo le opere precedenti, si fa il nome di
Tito Larcio, uno dei due consoli di Roma. A lui fu affiancato come "magister equitum"
(comandante della cavalleria) Spurio Classio. Fondato nel 754 a.C., Roma sorge sul Palatino, un
luogo sacro che rappresenta l'inizio della sua realtà. Ma come si costruiva la dittatura?
In epoca arcaica, durante la monarchia dei sette re, Roma era pensata come una realtà isolata, che
emergeva dal nulla. Ma la storia non è così semplice. Il Lazio centrale, pre-romano, era popolato da
piccole città-stato, con una struttura che sfruttava le colline per individuarne una per ciascun
gruppo. Geograficamente, la regione era paludosa, ricca di laghi vulcanici, pantani e malattie.
L’unico modo per sopravvivere era stabilirsi sulle colline, come facevano i popoli nomadi, con
economia prevalentemente pastorale, allevando pecore, che costituivano l'unità base di valore. Il
termine "pecuniario" deriva da "pecus", ovvero "pecora", perché prima del denaro, l’unità di
scambio erano le pecore.
La popolazione del Lazio comprendeva Sabini, Latini, che non erano Romani, ed Etruschi, una
civiltà avanzata situata a nord del Lazio, vicino alla Toscana. Gli Etruschi avevano grandi capacità
commerciali con i Greci e parità tra uomo e donna, nonché capacità militari avanzate, soprattutto
nella cavalleria.
Nel 753 a.C. si racconta la storia di Rea Silvia, figlia del re di Alba Longa, consacrata vergine della
divinità della fertilità, ma rapita dal fratello dello zio, che la costrinse a consacrarsi. Il padre di
Remo e Romolo non è ben definito; secondo la leggenda, sarebbe Marte, dio della guerra, oppure lo
zio stesso. La madre avrebbe abbandonato i figli, che furono poi allattati da una lupa e cresciuti da
Faustolo e sua moglie Acca Laurentia. La stessa Acca Laurentia era conosciuta come "la lupa", che
in latino significa "prostituta", da cui il nome "lupanare", che designava il bordello.
Remo e Romolo crescono come teppisti, decidendo di fondare una banda che, successivamente, si
ribellò a suo zio di Alba Longa. I due, consapevoli della loro discendenza, risposero al loro nonno,
ripristinando la monarchia e fondando la nuova città: Roma. Discutendo su dove fondarla, Romolo
tracciò una linea di confine, dicendo che chiunque fosse al di fuori di essa sarebbe stato "extraneus"
(nemico), dando inizio a una delle prime regole giuridiche di Roma. Quando Remo oltrepassò la
linea, Romolo lo fece uccidere, ponendo una sanzione per la violazione della legge. Questo
fratricidio simbolizza la necessità di stabilire regole giuridiche che sarebbero alla base del diritto
romano.
Roma si sviluppa, mescolandosi con i Sabini, e risanando la frattura con loro dovuta al rapimento
delle donne. I Sabini si trasferiscono a Roma, e Romolo si allea con il re sabino Tito Tazio, dando
vita a una nuova struttura sociale e politica che, pur mantenendo il controllo dei Romani, integra i
Sabini. La struttura originale era basata su una comunità di patriarcati, in cui i "patres" (anziani)
formavano il "Senato", che decideva sulla politica e nominava il "rex" (re).
I comizi curiati erano organizzati in base alle curie, che erano gruppi di uomini legati
territorialmente, e ognuna di esse rifletteva l’organizzazione della società romana. Le curie,
inizialmente 30, furono successivamente suddivise in 3 tribù (ramnes, tities, luceres) che
riflettevano le origini etniche di Roma (Romani, Sabini ed Etruschi).
I comizi curiati si rifanno al concetto di curie, in epoca storica la curia è il luogo fisico in cui si
riunisce il senato, la curia per eccellenza antica era infatti il senato; ma le curie preesistevano a
Roma, la parola deriva da “co-viria”, ovvero “insieme” “uomo” ( vir=uomo ), istituzioni che
individuava un gruppo di maschi che facevano gruppo a se, le curie quindi anche prima di Roma
erano una sorta di circolini dove si ritrovavano degli uomini. I maschi adulti mangiavano per conto
loro, sempre, come i militari. Tornavano dalle donne solo per assolvere alle poche funzioni che li
univano. Il pater familias andava a lavoro, tornava, mangiava e poi usciva con gli amici nel
club/circolo, proprio come fine a qualche decennio fa. Le curie erano proprio questi gruppi con
legami territoriali.
Lezione 3
20/02/2024
I primi quattro re rappresentano l’alternanza tra la componente latina e quella sabina, questo è ciò
che sappiamo dai racconti arrivati ad oggi, non si sa quanto è vero o quanto mito ( miti nati per
esaltare generalmente Roma e la sua storia ). Primo re fu Romolo, morto secondo le narrazioni
assurgendo al cielo in un grande fuoco, come se gli dei l’avessero preso con loro, morì a Volcanal,
un luogo fisico ( avvallamento in termini territoriali ), questa narrazione permette di trarre la
conclusione che Romolo non solo fu preso dagli dei, ma come se il Dio Quirino ( da cui i nomi
Quiriti ) si identificasse Romolo stesso. Dopo Romolo ci fu Numa Pompilio, re sabino, chiamato
anche re legislatore. Alternanza etnica è anche alternanza nelle caratteristiche e attitudini di questi
re, Numa è pacifico e pone basi della società, che costruisce società in modo compiuto attraverso
regole anche di carattere religioso a differenza di Romolo visto più come Re guerriero. Addirittura
Romolo diede a ciascun pater familias due “iugeris”, ovvero due appezzamenti di terra per coltivare
quanto necessita per la propria famiglia, ma le vere basi le mise Numa Pompilio.
È ispirato in ciò da una divinità femminile, la ninfa egeria ( con cui si dice che lui si apparti per
ricevere consigli sullo sviluppo stesso di quella che sarà poi Roma ).
Dopo il re legislatore viene Tullio Ostilio, latino, re guerriero molto simile a Romolo. Venne poi
Anco Marzio, sabino e pacifico; si alterna quindi un Re belligerante ad uno pacifico. Troviamo
quindi una società inequivocabilmente guerriera e belligerante, che comunque si organizza al suo
interno attraverso regole specifiche e ben determinate. Doppio volto della società, belligerante ma
che si organizza sulla base di regole, la prima fonte del diritto infatti sono delle “leggi regie”,
ovvero leggi adottate nello specifico dal Re ( si sa di leggi di Numa Pompilio e istituzioni da lui
adottate ).
Siamo ora alla fine del settimo secolo ( siamo nel 600 ), fine dell’epoca monarchica, e ci troviamo
dinanzi a cambiamento radicale ( nello specifico nel 500 ): società romana ha ormai raggiunto
ingenti dimensioni, ovviamente parametrate agli standard dell’epoca, dove società oltre le 150
persone erano considerate come grandi. La società era organizzata sul piano aristocratico, e ciò
implica una gestione aristocratica dell’esercito. I vertici erano quindi le famiglie più antiche, come i
Fabi, i Claudi ecc.
Guerra elitaria, gli eserciti sono masse piccole di soldati semplici+nobili aristocratici che
partecipavano attivamente. Non c’è idea di esercito compatto, ogni pater familias e aristocratico ha
il suo personale esercito, per cui troviamo somma di eserciti di diverse famiglie. Manca idea di
guerra come la intendiamo noi nell’epoca monarchica e anche di “esercito compatto”, si andava
contro altre civitas più come un ‘ohi raga andiamo tutti assieme’.
Erano guerre piccole essendo piccoli eserciti. Molte battaglie non sono altro che scorribande di
singole famiglie e/o gentes solo perché hanno possedimenti in quella zona e altri popoli avrebbero
potuto minacciare i territori di proprietà.
Nel secolo e mezzo di cui abbiamo parlato troviamo gentes latino-sabine che confluiscono, e ci
troviamo in un periodo dove la società etrusca sta prosperando ( N.B. Nell’Italia centrale c’erano
già gli Etruschi ), il loro commercio fra Toscana e Campania ( verso Magna Grecia ) si accresceva
ed erano nel pieno della loro potenza.
Forti di questo, con Anco Marzio, a Roma arriva Tarquinio Prisco, che veniva via dell’Etruria
perché di sangue misto ed incapace di fare carriera politica in madrepatria per questo motivo. Per
cui parte per la volta di Roma con la sua gens, e durante il viaggio si dice che un’aquila si posò sul
cappello di Prisco, alzandoglielo e facendoglielo ricadere sul capo: questo segnale venne
interpretato come destino a diventare re di Roma. La moglie come tutte le Etrusche, esperta delle
arti religiose, divinatoria e lettura dei segni, interpretò questo fatto.
Arrivato a Roma si presentò ad Anco Marzio mettendosi a sua disposizione, ed Anco Marzio di
volta in volta affidava a Tarquinio la gestione dell’esercito nominandolo a volte come magister
equitum e a volte magister popoli ( anche perché Anco Marzio non era abile con l’esercito ).
Magister significa comandante, colui che ha il magis, ha potere; equitum è cavalleria mentre
“popoli” per indicare la fanteria. Per cui il primo è colui che comanda la cavalleria, il secondo colui
che comanda la fanteria. Sono due cariche istituzionali distinte, che di circostanza in circostanza
venivano affidate a Tarquinio. Venne quindi riorganizzato l’esercito già strutturando e
differenziando la cavalleria e la fanteria, non più casualmente sulla base della propria disponibilità.
Ci sono quindi due nuove cariche militari distinte; le due cariche non sono state date in maniera
fissa, venivano affidate di volta in volta a Tarquinio Prisco.
Quando muore Anco Marzio ( essendo Re, il potere tornava ai paters, ai senatori e lo stesso potere
del Re si perdeva solo con la morte ) ed il potere torna in mano ai senatori, si dice che gli auspicia
ritornano ai padri, detentori legittimi.
Gli auspicia sono i segni divini, in questo momento di stasi tra morte del re e proclamazione del
nuovo, questo potere di interpretazione che durante la vita del re spetta a lui, torna ai patres e viene
gestito dai più anziani tra loro per cinque giorni ciascuno. (la stessa capacità di interrogare gli dei
per chiedere il benestare su ciascun atto politico – auspici )
Questo periodo si definisce interregnum, e dura fintantoché non si raggiunge un consenso per un
nuovo re, a turno ciascun senatore prende la carica di “inter rex”, ogni 5 giorni rivestono la carica
facendo le veci del Re, fintanto che non si raggiunge il consenso per il nuovo Re adatto.
Nel caso di specie, a Marzio succede Tarquinio Prisco, e apre ad un periodo dove i re successivi
saranno di stirpe etrusca, Servio Tullio e Tarquinio il superbo.
Roma sotto la monarchia etrusca assume un volto diverso, più di stampo assolutista.
Questi re prendono un po’ le distanze dal senato, non appartenendo a quella aristocrazia, gestendo il
potere in modo molto più democratico rispetto al popolo, garantendo maggiore inclusività e aprendo
Roma alle cosiddette nuove gentes che vengono da fuori. Se da un lato sono più autoritari nell’elitè
del potere, verso il popolo sono più democratici.
Roma diventa molto più ricca sotto gli etruschi e si espande notevolmente, un popolo non deve
necessariamente essere latino-sabino per decidere, allontanamento dall’oligarchia precedente, vi è
un coinvolgimento del popolo adottando misure favorevoli all’urbanistica e architettonica. I re
etruschi sono coloro che iniziarono la costruzione dei grandi monumenti che noi tutti conosciamo,
grande ricchezza. Cambiamento anche nella guerra, si passa da guerra aristocratica a guerra di
fanteria, masse enormi di persone lente e prolungate, mantenendo comunque reparti “celeres” che si
caratterizzano per la rapidità. Questi furono cambiamenti necessari per adattarsi alla cultura
dell’epoca, utilizzando come idea ed indirizzo anche la cultura della Magna Grecia.
Il vero riformatore fu Servio Tullio, re leggendario concepito dal fuoco secondo i miti. Sposerà la
figlia di Tarquinio Prisco, e riveste presso quest’ultimo i ruoli di magister populi e magister equitum
prima di essere nominato re alla morte di Prisco.
Tullio divenne Re e al posto del suocero porta a compimento una radicale riforma dell’esercito,
sradicando base gentilizia degli eserciti familiari aristocratici latino - sabine. La logica anche a
seguito delle nuove gentes all’interno della comunità, non sta più in piedi.
Lui porta a esercito timocratico, cioè basato sulle ricchezze: si inventa le classi di censo, che
individuano la fascia di ricchezza di ciascuno dividendo in 5 classi di censo.
Quelli più ricchi posso portare agli eserciti molto denaro e possono armare i cavalieri e bardare i
cavalli, per cui sono questa classe sociale più ricca a portare i soldi per cavalleria. Sono quindi loro
a portare il grosso del denaro per la cavalleria.
Questo esercito viene diviso sulla base del numero cento, da qui il nome centurie ( gruppi di cento ),
ogni classe di censo contribuisce alla creazione di queste centurie; esistevano ad esempio 18
centurie di cavallerie, armate dalla classe di censo più agiata. Ogni classe di censo ha poi seniores e
iuniores, ovvero i più anziani e i più giovani. Il potere monetario era in capo ai seniores, i minores
non erano pater familias, ma erano di più in termini di numero ( fra i 18 e 45 anni ).
In queste 5 classi di censo, abbiamo una riduzione del livello censitario, quindi delle ricchezze che
vengono stimate una volta ogni cinque anni, da soggetti che esercitavano una funzione che
nell’epoca repubblicana saranno nominati come censori. Il censimento si traduce in tassa, con
prospettiva militare, se sei ricco hai delle tasse per conferire ricchezza all’esercito.
Siamo nella metà del 6 secolo a.C.
Esistevano dei magistrati nominati per procedere a censimento, i cosiddetti censori, che
riscuotevano tasse per contribuire all’esercito. L’ultima classe di censo sono i capitecensi, che
sostanzialmente non hanno nulla se non se stessi in qualità di fanti. Questi eserciti prendono il nome
di esercito centuriato, con netta distinzione tra cavalleria e fanteria, e con un modo di fare guerra
caratterizzato dalle grosse masse di soggetti. Se prima quindi la guerra era caratterizzata dai clan,
adesso lo è dai soldi.
Non interessa da che famiglia provieni, interessa quanti soldi hai. Nasceranno quindi dei comizi
centuriati a prendere decisioni per la civitas romana, che si riuniscono sulla base delle centurie e
non più su curie e tribù come prima. Nei comizi centuriati voteranno per primi coloro che
appartengono alla prima classe di censo, pur essendo in minoranza rispetto alle altri classi, ed i loro
voti saranno molto più pesanti proprio per questo motivo. Quali sono le conseguenze?
Votavano anche per primi, pubblicamente, condizionando le altri classi di censo. Questa riforma
dell’esercito quindi comporta ribaltamento completo società romana anche dal punto di vista
politico, conta solo quanto sei ricco. I più ricchi avevano un potere di voto, pur essendo in meno,
pari o superiore a coloro che erano nelle classi di censo inferiori.
Molti appartenenti all’aristocrazia latino-sabina si trovano quindi in secondo piano rispetto a nuovi
arrivati magari più ricchi. Sicuramente gestione molto più democratica, dimostrami chi sei ed avrai
un ruolo qui dentro. Ecco perché si dice che è assolutistica sul piano elitario ma di democrazia,
apertura per il popolo; “dimostrami come persona cosa fai fare e avrai posto nella comunità”.
In questa strutturazione hanno un ruolo essenziale i magister populi e magister equitum, a tutti gli
effetti dei bracci destri del re, preposti al comando specifico di fanteria e cavalleria.
Si sta anche instaurando rapporto successorio legato a questi ruoli: per ben due volte di fila, chi era
magister populi diventa poi re; logiche successorie cambiano, sembrava quasi avere un peso non di
poco conto in termini di logica successoria l’esser capace a gestire un esercito, quasi come fare il
magister fosse un praticantato per divenire Re. Principio dinastico mai conosciuto nella storia di
Roma, perché il re era scelto per meriti dai pater; da prisco in poi, anche se formalmente continua
ad esserci l’interregnum, viene solitamente scelto chi aveva fatto il magister.
Lezione 4
25/02/2024
Consiglio professoressa: per avere un approccio critico può essere utile
guardare le fonti che ha caricato su e-learning
Tarquinio il Superbo assediò Ardea, a 30 km da Roma, roccaforte del popolo dei Rotuli
e mentre sta la succede un episodio a sua insaputa piuttosto interessante. Qui inizia la
narrazione leggendaria, in un momento di noia dell’assedio, i giovani della nobiltà
romana si mise a bere e scherzare, sfidandosi sulle virtù delle donne mentre gli uomini
fidanzati/mariti erano al campo militare.
Parte la scommessa e tutti si slanciano verso Roma, per controllare nelle proprie case
cosa fanno le proprie donne. Il risultato non fu lusinghiero, le donne erano tutte a bere,
con altri uomini meno che una, la più virtuosa ( casta, pudica e modesta,
caratteristiche necessarie ).
Questa era Lucrezia, figlia di Lucrezio pater dell’antica aristocrazia romana, era infatti
senatore. Era fidanzata o moglie di un certo Collatino.
Lei fu trovata presso al focolare con le sue ancelle intenta a filare la lana.
Tutti tornano al campo militare, ma in mezzo a questo goliardico gruppo c’è uno che
non si ferma all’idea della bravata, ovvero Sesto Tarquinio, figlio di Tarquinio il
Superbo. Infatti questo si invaghì di questa Lucrezia, ed essendo superbo come il
padre, mise in piedi un piano per sedurre Lucrezia mentre tutti tornano al campo di
battaglia.
Perché Lucrezia in una narrazione simbolica, sul piano istituzionale deve morire? La
risposta arriverà fra poco.
Il padre di Lucrezia era un personaggio di un certo rilievo, tanto che divenne “inter
rex”, che deve gestire il vuoto di potere post cacciata di Tarquinio il superbo. Operò
quindi come il sostituto del re. Lucrezia quindi è la figlia di colui che può sostituire il re.
Lucrezia è anche fidanzata/sposa di un altro e questa corsa a cavallo da Ardea alla
casa delle donne sembra il metodo di conquista delle donne di stirpe regale ( il famoso
torneo dei cavalieri per stare con la figlia del re ). Questa corsa viene simbolicamente
vinta da Collatino, la virtù di Lucrezia è vinta da Collatino non da Sesto Tarquinio, il che
significa che Collatino potrebbe essere simbolicamente colui che potrebbe sostituire il
re. Non vincendo la corsa con la forza Sesto Tarquinio bara per vincere e sovvertire in
modo radicale il principio della successione regale che si fonda sull’idea delle “nozze
sacre” con la detentrice del “seme regale”. Non c’è idea di discendenza del “figlio del
re” che diventerà re, ma l’idea di regalità si insidia nel concetto di maternità. Sesto
Tarquinio prende la potenzialità generativa della maternità e quindi la possibilità di
divenire re con la forza.
La storia di Lucrezia e Sesto Tarquinio ( e non solo, anche la storia di come arriva il
potere Tarquinio il superbo )ci da diverse chiavi di lettura. Lucrezia sa che deve morire
perché rappresenta il buon vecchio ordine delle cose che però è stato violato, matrona
casta e pudica ma violata. Quella Lucrezia come i vecchi costumi di Roma sono stati
violati. Quindi se si vuole salvare la possibilità di non avere un figlio nato da uno
stupro, l’unico modo era morire.
Non avendo nessuno dalla propria parte, vagò per trovare supporto fra le città
etrusche fino a trovare supporto da Ottavio Namilio, suo genero.
Il vuoto istituzionale di Roma generò dei problemi, uno stato deve essere governato e
quindi questa è una condizione grave. Senza re e senza sostituto i romani devono
trovare una soluzione.
A Roma bisogna agire sul piano del diritto, il problema è politico e servono nuove
istituzioni, uno storico Dionigi di Alicarnassio, greco che ci racconta che a Roma un
personaggio detto Valerio Publicola, che appartiene ad una di quelle famiglie sabine
antiche ( ai tempi di romolo ), quindi uno delle famiglie fondatori. Questo si rivolse a
Bruto, amico di Collatino per risolvere un problema di carattere giuridico, ovvero per
gestire la civitas senza re, dicendo che servivano i comizi, ma questi chi li avrebbe
convocati? Il re non c’era.
Tecnicamente non si sa se la situazione in cui ci si trova permette l’applicazione
dell’interregnum, perché il re non è morto, è stato solo cacciato. Valerio Publicola
perché chiese questa informazione a Bruto?
Bruto Giunio non era un personaggio indifferente ed estraneo ai vertici del potere
romano, infatti per parte di madre apparteneva alla gens tarquinia, la mamma era
figlia di Tarquinio Prisco. Lui quindi era nipote di Tarquinio il Superbo. Solo che le fonti
ci dicono che Tarquinio il superbo, preso il potere si preoccupò di far uccidere tutti
coloro che hanno un possibile titolo tale da aspirare a divenire re. Infatti la famiglia di
Bruto fu del tutto uccisa, meno che lui perché troppo piccolo ai tempi che furono,
infine si finse stupido e ritardato. Per questo Bruto Giunio, “brutus” ovvero stupido, per
questo si salvò, per Tarquinio era un bambino e ritardato quindi innocuo.
Anche Collatino, dalla parte di padre era parente di Bruto Giunio, oltre ad essere
grandi amici.
Bruto si schierò contro Tarquinio il superbo, inoltre apparteneva alla famiglia regale,
quindi è un membro non compromesso della famiglia regale e che potenzialmente
potrebbe agire per divenire il futuro e possibile re.
Publicola, in questo discorso con Bruto Giunio, ricevette la risposta da quest’ultimo
rispetto alla conferma di aver ricevuto il titolo di tribuno dei cavalieri, in quanto titolare
di una carica apicale quindi. Era anche legittimato a convocare il comizio. Questa
carica è piuttosto problematica, non sappiamo a cosa serve, si sa che a capo delle
centurie dei cavalieri, c’era un comandante chiamato tribuno celerum.
Questa carica probabilmente era una funzione di coordinamento rispetto ai tre tribuni,
una sorta di generale maggiore rispetto ai generali della cavalleria.
In ogni caso forse abbiamo un problema, ci arrivano dei dubbi rispetto a quanto
successe ad Ardea, il comando dell’esercito il re Tarquinio il superbo lo lasciò a due
soggetti comandanti, ausiliari del re, ovvero i magister.
Ma se i magister erano li con l’esercito, Bruto cosa dice? È un enigma? La risposta sta
nel fatto che se Tarquinio il superbo pensava fosse scemo Bruto, come è possibile che
gli fosse stata affidata una carica importante? La carica era onorifica, tanto per dargli
un ruolo, una carica di carattere amministrativo. Di fatto i tribuni erano a capo delle
centurie e rispondevano al magister equitum.
Bruto però fa valere questo suo titolo e così effettivamente funzionarono i comizi, lui
iniziò a convocare i comizi e propose di nominare Lucrezio inter rex per la gestione del
potere, mentre i comizi procedono alla votazione di una proposta, ovvero sostituire il
re o comunque assegnare quel potere consegnato nelle mani del re, non più ad uno
singolo ma a due soggetti, così da avere un bilanciamento e non più arbitrarietà, si
controllavano l’un l’latro. Questi erano i consoli.
La storia però dice probabilmente altro rispetto a questo racconto di Dionigi, ci sono
dei dubbi rispetto al fatto che fin da subito, ovvero poco dopo aver cacciato re si
instaurò il regime che prevedeva a capo due consoli e quindi il sistema consolare.
Si è sicuri del sistema consolare solo dall’adozione nel 367 a.C. delle licinie sexties.
Licinie sexties = leggi che fissano l’ordinamento “costituzionale “romano, le
magistrature, la struttura e le sue ripartizioni delle competenze.
Un’ipotesi quindi è che la storia di Dionigi ( risalente a 500 anni dopo rispetto al fatto
accaduto ) non è altro che una proiezione di quella che è la struttura centrale
repubblicana, nello specifico potrebbe essere un racconto condizionato dal pensiero
repubblicano dell’epoca, descrivendo in epoca repubblicana dei fatti successi in epoca
monarchica e per tal motivo con occhio differente rispetto ai fatti reali, questa
transizione da monarchia a consolare non è stato così rapido e liscio.
Traccia del fatto che le cose sono andate in questo modo, possiamo dire che da un lato
c’è si l’esercito, ma dall’altro la civitas; i pretori quindi cosa devono fare? Ci sono
anche i magister, che nel ragime precedente erano ausiliari del re e che potevano
anche, nelle civitas, succedergli. Questo cambio di struttura pongono delle criticità
nell’imperium e della conseguente gestione, sia lato militare sia lato civitas.
Due facce della stessa medaglia, non è mai stato diviso, tutto era pilotato dal re e
senza lui cominciò a configurarsi la possibilità di gestire l’impero da due punti di vista
differenti, imperium della città e imperium militare.
In questo contesto, non più di nove anni dopo, arriveremo a quanto la professoressa ci
spiegherà domani.
APPUNTI SISTEMATI
La transizione dalla monarchia alla repubblica romana è segnata dal momento in cui Tarquinio il
Superbo, l'ultimo re etrusco di Roma, viene cacciato intorno al 510 a.C. La sua cacciata segna
l'inizio di un periodo di cambiamenti significativi nelle istituzioni romane, che porteranno alla
creazione della Repubblica. La cacciata di Tarquinio avviene a causa di un crescente malcontento
interno e delle sue politiche autoritarie, tra cui le sue azioni violente e ambiziose, come l’assassinio
del suocero e il tentativo di consolidare il potere con l’abuso della forza.
Dal punto di vista istituzionale, il vuoto di potere generato dalla cacciata del re porta a una
riflessione sulla necessità di nuove strutture di governo. Non si passa immediatamente a una forma
stabile di governo repubblicano, ma si attuano misure provvisorie. I patrizi, l'aristocrazia romana,
sono i principali attori del colpo di stato che destituisce Tarquinio. Esternamente, Roma viveva
anche una pressione crescente, con Tarquinio coinvolto in alleanze con le città latine e la Magna
Grecia, mentre l'etruria subiva una crisi interna, con le città-stato etrusche che si disputavano il
predominio.
Tarquinio il Superbo, pur essendo minacciato internamente ed esternamente, reagì alle difficoltà
militari, come nel caso dell’assedio di Ardea, ma nel frattempo accadono degli eventi che
cambieranno per sempre il destino di Roma.
Uno degli episodi simbolici della caduta di Tarquinio il Superbo e della transizione dalla monarchia
alla repubblica riguarda la storia di Lucrezia, la figlia di Lucrezio, membro dell'aristocrazia romana.
Durante l'assedio di Ardea, alcuni giovani patrizi, tra cui Sesto Tarquinio, figlio del re, si sfidarono
a un gioco, mettendo alla prova la virtù delle proprie donne. Quando Sesto Tarquinio giunse alla
casa di Lucrezia e la trovò intenta a filare la lana, un simbolo di virtù e pudicizia, cercò di sedurla
con la forza. Non riuscendo nel suo intento inizialmente, passò alle minacce, minacciando di
uccidere il suo schiavo e di spargere la menzogna che Lucrezia fosse stata infedele, se non si fosse
concessa.
La giovane donna, pur di preservare il proprio onore e quello della sua famiglia, cede e viene
violentata. Subito dopo il crimine, Lucrezia si reca al Foro e denuncia l'abuso, chiedendo il ritorno
del marito Collatino e del suocero per testimoniare l'accaduto. Dopo la denuncia, e consapevole
dell’onore che era stato distrutto, Lucrezia si suicida, squarciandosi il ventre. La sua morte diventa
il simbolo della violenza subita dalle istituzioni e dalla regalità, la cui corruzione e abuso di potere
sono incarnati sia dal padre Tarquinio che dal figlio Sesto.
La morte di Lucrezia è simbolica sul piano istituzionale. Essa rappresenta la fine di un ordine
corrotto, segnato dal potere abusivo di Tarquinio il Superbo e dalla sua famiglia. La sua morte
testimonia la violazione di un principio fondamentale della successione regale, che non dovrebbe
essere basata sulla forza, ma sulla legittimità. Tarquinio il Superbo aveva preso il potere con la
forza, violando il criterio di successione. Il figlio, Sesto, compie un atto ancora più grave,
sottraendo con la forza la virtù della regalità rappresentata da Lucrezia, la quale rappresenta la virtù
e la moralità dell'aristocrazia romana. La violenza su Lucrezia simboleggia l’abuso di potere e
l’illegittimità della monarchia tarquinia.
Dopo la cacciata di Tarquinio, Roma si trova in un periodo di vuoto istituzionale. Il popolo si rende
conto che il potere deve essere distribuito per evitare il ritorno alla tirannia. L’interregnum è un
periodo incerto in cui non è chiaro chi debba assumere il ruolo di capo dello stato. È in questo
contesto che si inserisce la figura di Bruto, discendente della gens Tarquinia, che si presenta come
una figura legittimata a gestire la crisi. Il suo ruolo di "inter rex", che sostituisce temporaneamente
il re, è cruciale per il passaggio alla nuova forma di governo.
Bruto, pur appartenendo alla famiglia di Tarquinio, si oppone alla tirannia e, insieme a Collatino,
diventa il protagonista della transizione. Inizia così il processo di instaurazione della Repubblica,
con la creazione di cariche collettive e il principio della "non concentrazione" del potere in una sola
persona, evitando il rischio di tirannia.
Dionigi di Alicarnassio, storico greco, ci racconta che, una volta cacciato il re, il popolo romano si
trovò di fronte alla necessità di dare ordine alla politica. A Roma, Valerio Publicola, uno dei
fondatori di Roma, si rivolge a Bruto per risolvere il problema giuridico di come gestire la civitas
senza un re. Secondo Dionigi, Bruto propose la nomina di Lucrezio come inter rex per gestire il
potere in attesa di una soluzione definitiva. Tuttavia, questa narrazione presenta probabilmente una
proiezione delle istituzioni repubblicane di epoca più tarda, come il sistema dei consoli, in quanto,
nella realtà storica, non è immediatamente evidente che la transizione verso il sistema consolare
fosse così rapida.
La Nascita della Repubblica e l'Istituzione dei Consoli, Pretori e del Pretore Maximus
Il sistema consolare si basava su una divisione del potere esecutivo tra due individui eletti
annualmente, che possedevano entrambi l’imperium (il potere di comando). Tuttavia, tale struttura
necessitava di un equilibrio che impedisse l’accumulo di potere nelle mani di un solo individuo,
come era accaduto con il re. I consoli, infatti, si controllano reciprocamente, un meccanismo
pensato per evitare l’abuso di potere, ma che però, come noteremo, genererà delle criticità nella
gestione del potere, soprattutto in momenti di crisi. Le leggi delle Licinie Sextie del 367 a.C.
stabiliranno in modo definitivo la divisione della carica consolare e l’ordinamento giuridico della
repubblica.
In parallelo ai consoli, emergono altre figure di potere che si affiancano e supportano la struttura
militare e civile di Roma: i pretori. I pretori inizialmente rivestivano ruoli giuridici, ma con il
tempo la loro funzione si espanse anche alla giurisdizione militare. Essi avevano il compito di
amministrare la giustizia civile e criminale, e venivano eletti con un mandato annuale, come i
consoli. In particolare, uno dei pretori assumeva il titolo di Pretore Maximus, che era la figura
di comando supremo delle legioni romane durante i conflitti. La figura del Pretore Maximus è
legata al concetto di imperium nell’esercito, quindi è un magistrato con un’autorità equivalente a
quella dei consoli, ma con funzioni specifiche nella gestione dell’aspetto militare.
Il Pretore Maximus, tuttavia, non era una carica permanente: veniva investito temporaneamente
durante le campagne militari, e la sua carica era legata alla necessità di un comandante supremo
durante i periodi di guerra. Le fonti ci indicano che, quando un Pretore Maximus veniva nominato,
assumeva poteri che andavano oltre quelli ordinari del pretorato, diventando un vero e proprio
comandante delle forze armate romane.
Oltre al Pretore Maximus, vi era un altro livello di pretori, i cosiddetti pretori curuli, che si
occupavano di aspetti amministrativi e legali interni alla civitas. Questi pretori non avevano la
responsabilità militare, ma si occupavano principalmente di questioni giuridiche. Nei primi anni
della repubblica, l’autorità di questi magistrati non era ben definita e la struttura del governo fu
piuttosto confusa, con una difficile separazione tra potere civile e militare. Fu solo più tardi che si
cercò di stabilire un assetto più stabile con l’introduzione di turnazioni nelle cariche e la
suddivisione delle funzioni, soprattutto con la legge delle 12 tavole, che definì meglio i compiti e i
limiti delle diverse cariche.
Un aspetto centrale delle prime fasi della Repubblica è la transizione dal potere assoluto del re a un
sistema che non solo fosse bilanciato, ma anche che avesse un equilibrio tra le funzioni civili e
militari. La presenza di consoli e pretori con imperium, seppur condiviso, suscitava
preoccupazioni. Da un lato, la divisione tra consoli garantiva il controllo reciproco; dall’altro, il
potere di comando militare e civile non era ancora ben definito e il rischio di una concentrazione di
potere era sempre in agguato. È in questo contesto che emerge la necessità di figure come il Pretore
Maximus, per evitare che la divisione del potere in due consoli non si traducesse in una difficoltà
nella gestione militare.
La figura del pretore si evolverà nel tempo, ma fin dai suoi esordi il suo ruolo fu legato a
un equilibrio istituzionale: da una parte c’erano i consoli con la loro funzione di governo civile,
dall’altra i pretori, che gestivano gli affari giuridici e, con la carica di Pretore Maximus,
comandavano le legioni. Il passaggio dal sistema monarchico alla repubblica non fu quindi
istantaneo né lineare: ci fu un graduale assestamento delle cariche e un progressivo affinamento
dei compiti di ciascun magistrato.
Lezione 5
26/02/2024
Torniamo prima di passare al nuovo argomento, alla materia delle Vestalie perché ci
serve a rispondere alla domanda: chi è il dittatore?
Dobbiamo fare un ragionamento che guarda la Roma monarchica ma non solo, anche
ciò che c’era in quel territorio prima di Roma e guardare gli aspetti antropologici della
struttura organizzativa presente.
( c’è una branca che studia i meccanismi che funzionano in una collettività, questa
branca per esempio parte anche dalla domanda: com’è potuto accadere? Una
dittatura? Com’è possibile? )
Un esempio: l’olio santo conservato in Francia a Rems, olio che veniva utilizzato per
tutti i re francesi per ungere da Clodoveo in poi con rito religioso. Con l’unzione il re
diveniva non solo umano, anzi, sovrumano e c’erano quindi poi problemi per le
cerimonie. ( il corpo del re – bibliografia per possibile tesi )
Questo concetto quindi è una nozione di base comune a tutte le civiltà, un filo rosso
che permette di capire diverse dinamiche come l’investitura.
Il re quindi era “inauguratus”, veniva invocata in lui una potenza divina che faceva di
lui una potenza divina, che lo rendeva quindi “capace di”. Non sarà più un soggetto
come gli altri, infatti non era ammissibile sino a Tarquinio il superbo, di un re destituito,
ma era ammissibile solo la morte per la sostituzione.
La questione del re, per quanto si esclude l’idea di una successione dinastica, questo
genere di re “inauguratus” ha un portato corporeo, quindi porta una cosa che ha una
valenza significativa, ovvero la sua discendenza che non è indifferente ma
significativo. La significatività di questa discendenza passa soprattutto attraverso la
linea femminile, ma come mai se la società è maschilista e patriarcale?
Per una funziona meramente biologica, “mater semper certa” ma il padre non si sa, si
poteva solo presumere ai tempi dei romani; l’idea era già precedente ai romani,
addirittura nella cultura indiana del 5000/6000 a.C..
Il sangue regale che porta dentro il Manas, viene costudito dalle figlie del re, le quali
nel loro ventre portano una sorta di incubatrice della “regalità”.
Gli antichi diceva Aristotele, pensavano che solo il maschio avesse il seme della vita,
con le donne solo incubatrici per 9 mesi, in questo caso si aggiunge l’elemento di
trasmissione del Manas nella gravidanza. Le donne divengono “incubatrici di regalità”,
perciò venivano date in sposa ad altri re per coltivare una prole di un certo portato, o a
soggetti che aspiravano a diventare re, cercando quindi di produrre una stirpe
“selezionata” con qualità di un certo tipo.
Se non c’erano matrimoni decisi dal pater familias ( questo aveva il fine di avere sole
alleanze e legami ) qual era il destino delle figlie di stirpe regale che non avevano
marito?
( questa materia non è solo romana, ma anche nel Lazio antico, in India ecc. )
Non possono sposare un uomo qualunque, perché si creerebbe una stirpe regale non
conveniente, il pater decideva sulla base della propria convenienza. Quindi
disinnescavano la funzionalità come incubatrice, ovvero facendo consacrare le donne
alla “signora del Pantheon” chiamata “Vesta”, dea della terra, prodotti, sostentamento,
dea della fertilità e anche del mondo sotterraneo. Le vestali venivano prese già ad 8
anni per consacrarle e rilasciate a 40, età in cui non era possibile avere figli; verginità
“a vita” fertile, per neutralizzare il problema.
Il tema del “sacrificio della vergine” è un filo rosso che si caratterizza in maniere
differenti in tutte le culture storiche.
Torniamo dunque alla tradizione di Rea Silvia, Romolo e Remo sono si di stirpe regale,
ma perché? Rea Silvia era figlia del re di Albalonga, seppur questa era consacrate
vestale. Marte “dio della guerra” pone nel suo ventre il seme “guerresco”, connotando
poi anche l’elemento della belligeranza. Ecco perché Romolo e Remo sono i fondatori
in potenza, di stirpe regale.
Una delle spose di Romolo si pensava addirittura fosse la figlia di Tito Tazio, re dei
Sabini, le due comunità si uniscono, il re dei quiriti e la figlia di un altro re, espandendo
quindi la propria regalità. Questo avviene con praticamente tutti i re, la storia si ripete
sempre, ma in particolare con i re etruschi.
Tranne Prisco che arriva con la moglie, ma per esempio Servio Tullio sposa la figlia di
Tarquinio Prisco, Tarquinio il superbo invece la figlia di Pisco, si instaura quindi una
struttura che vedeva il senato non come unico criterio per l’individuazione del
successore del re.
L’intervento del solo senato che individua, segna e designa per via delle qualità non
bastava, si teneva conto anche il fatto di essere marito di una delle figlie del re, non
solo il titolo di magister.
Possiamo ricollegarci quindi alla storia di Ardea della lezione di ieri, noi sappiamo che
nel mondo antico mediterraneo i popoli si incontrano in due circostanze, tre
probabilmente:
- Per fare la guerra
- Per confrontarsi rispetto ad un piano metaforico di guerra, ovvero attività
ludiche per mostrare le capacità di ciascun popolo, si ha una sorta di guerra
simulata con dei giochi. Questo permetteva di capire se fare o meno la guerra
con qualcuno. Es: se vedo che in lotta romana un popolo era forte,
probabilmente evitavo lo scontro.
Fra tutti, le corse dei cavalli e dei carri era lo sport più amato, tanto che si
formarono tifoserie schierate per gruppi nell’impero bizantino. Questi gruppi
erano enormi, questo dava problemi alle strutture urbane. Lo stesso Giustiniano
dovette prendere dei provvedimenti che di conseguenza portò all’attentato di
una tifoseria nei suoi confronti. Già qui si instaura uno dei primi concetti di
attività criminale.
- Attività commerciali
Cosa c’è quindi di meglio, per valutare la forza di un popolo rispetto ai giochi o corse
con i cavalli? O meglio ancora, cosa c’è di meglio per far vedere che la propria elite
giovane è ben messa a livello sportivo? Nulla, le gare con i cavalli permettevano di far
valutare i migliori rampolli della classe elite della città di Roma.
La metafora della gara a cavallo per tornare a Roma nella storia di Lucrezia, parte da
figli/nipoti del re, quindi dalla crème romana. Questi soggetti sono in campo di
battaglia, ma cosa fanno? Le fonti dicono che vanno via dalla guerra per correre il più
veloce possibile a Roma. Si sfidano a cavallo, ma questa sfida si traduce alla gara per
arrivare a “verificare” ma in realtà per conquistare il titolo di possedere la donna più
virtuosa, quindi di avere con se l’incubatrice di gamma top.
Il “top di gamma” è la donna di stirpe regale, il procreativo top. Collatino che vince la
scommessa, vince la gara, perché arriva al “matrimonio regale” con Lucrezia, figlia di
quello che sarà l’inter rex imparentato con la stirpe regale. Quindi il comportamento di
Lucrezia e la sua parentela con la stirpe regale faceva di lei una donna virtuosa e
definita “portatrice di regalità”.
Non solo, il padre Lucrezio, dicono le fonti era “prefecto urbi”, ovvero prefetto della
città denominato da Tarquinio il superbo. Prefetto, cioè “alla guida della città”, nonché
sostituto del re quando per esempio è in battaglia. Questo ruolo quindi faceva si di
essere importante come soggetto, sia perché di stirpe regale probabilmente, sia
perché aveva titoli che lo rendevano tale, di conseguenza anche la figlia era
potenzialmente la “portatrice regale”. Lo stesso Collatino, vincendo quella gara ed
essendo il marito/sposo/fidanzato di Lucrezia, faceva di lui il papabile nuovo re.
Sesto Tarquinio, per questo motivo, essendo figlio del re e non avendo in Roma un
principio dinastico, sommando anche la sua sconfitta alla gara, sfrutta l’incubatrice di
regalità ponendo il proprio seme accedendo con la violenza, spaccando i meccanismi
successori dell’epoca. Questo atto gravissimo fa si che la superbia era così elevata, già
dal padre che prese le distanze dal senato oltre ad aver ucciso il suocero per divenire,
tanto da aggravare la situazione che era attuale. Il padre almeno sposò la figlia del re,
il figlio addirittura lo prese con la violenza mandando in frantumi ulteriori il
meccanismo dell’epoca.
Ecco perché Lucrezia deve uccidersi, se non si uccidesse, il suo seme portatore di
regalità potrebbe fruttificare e dare attuazione a ciò che Sesto Tarquinio ha messo in
campo, cercare quindi di instaurare il regime dinastico. In questo modo neutralizzò
l’atto, riportando a zero la situazione, ridando a Collatino ( vincitore della gara ) la
possibilità di gestire la situazione.
Si crea infatti una triade interessante, inter rex padre di Lucrezia, Collatino vincitore
della gara, Bruto nonché di discendenza regale, che aveva il fine di ricostruire la
struttura romana, ma con un’ottica differente, scomponendo quindi il potere fra i
consoli al posto di una sola persona ovvero il re.
Torniamo al 501 a.C. dopo questo approfondimento. Tito Livio narrò la storia dei sabini
e dei giochi ( la storia della prima lezione dove rubarono delle donne romane ),
spiegando che la ragione che muove a nominare il dittatore era perché:
- L’incidente con i sabini possa portare alla guerra
- Temono non i sabini, ma il fatto di avere due guerre, sia i sabini sia la lega
latina. Fronteggiare due guerre di cui una lega con 30 popoli non avrebbe
permesso a Roma di vivere.
In e-learning è stato inserito una fonte che dice “l’idea, il pensiero che correva fra i
romani sorge per la prima volta, di creare il dittatore”, creare è un verbo giuridico
utilizzato per individuare il dittatore, verbo molto importante. “La civitas sollecita per
via del fatto che ci sono stati fatti tanto gravi”.
Si parla di “rebellio”, ovvero ripresa della guerra perché con i sabini c’era guerra ogni
anno, infine si parla della guerra sul fronte opposto, ovvero il fatto che vi era un
accordo “congiura” fra Ottavio Mamilio e le 30 popoli latini.
Viene l’idea del dittatore, perché dalle stesse parole si capisce che c’è ansia collettiva,
la circostanza quindi è legata ad una minaccia militare esterna.
Livio dice anche che non ha delle informazioni certe, non sapendo neppure chi per
primo fu creato dittatore, tuttavia presso gli autori più antichi a cui lui si rifece
sembrerebbe Tito Larcio e il magister equitum Spurio Cassio. Nel testo si parla dicendo
che non si è sicuri, si dice anche che furono “creati” sia il dittatore sia il magister
equitum; infine dice “corre voce e non sappiamo a chi si riferisse, la presenza di due
consoli della fazione filo tarquiniana e perciò non si aveva molta fiducia”.
Oltre alle ragioni esterne militari, c’erano anche ragioni interne quindi. Ragioni che
angustiavano i romani, vi erano sospetti rispetto ad alcuni consoli che si pensava
fossero della fazione filo tarquiniana. Andò via da Roma tarquinio il superbo ma non
tutto il popolo etrusco, che non era poco, era consistente a tal punto da portare tre re,
uno di fila all’altro della fazione tarquiniana alla fine della monarchia.
Il popolo era abbastanza favorevole ai re etruschi, dunque non deve stupire che ci
fossero fra i consoli, quei soggetti del vertice della civitas di ceppo etrusco o filo
tarquiniano. Lo stesso Tito Larcio era di ceppo etrusco.
Tito Livio quindi dice che non sa se è vero, non sa bene se c’era il sospetto e
soprattutto a chi era volto lo stesso sospetto. Non sappiamo se sono i consoli di quel
periodo ( periodo di Tito Larcio ), o degli anni prima; soprattutto Tito Livio non sa
neppure se si riferisse ad un numero indefinito dei pretores.
Quello che rinviene è però che sicuramente le minacce erano sia interne, che esterne.
Internamente c’era una parte di Roma che preme per avere Tarquinio e probabilmente,
con Tarquinio che preme anche dall’esterno aveva conseguenze minacciose nei
confronti di Roma. Come se alcuni soggetti interni aiutavano anche la minaccia
esterna, operando su due fronti.
Le sorti della civitas era incerta, l’aristocrazia patrizia che cercava l’equilibrio
istituzionale si trovò molto minacciata. L’elite che aveva fatto il colpo di mano, doveva
controllare tutto, soprattutto chi era di filo tarquiniano fra i consoli. Questa è quindi
una motivazione che spinge a scegliere solo soggetto dittatore, individuato dai patres (
soli patrizi ) dell’aristocrazia latino sabina.
Se ho il rischio di avere uno o più consoli di filo tarquiniano allora l’idea del dittatore
non era così male.
Il primo fu Tito Larcio dice Tito Livio, ma si scelse fra coloro che sono stati anche
consoli, allo stesso modo il magister equitum.
Quindi bisogna essere o esser stato console per divenire dittatore; posto che questo
fosse di stirpe etrusca, tuttavia ( “tuttavia” inteso come maggior ragione ) divenne
proprio lui dittatore, quindi probabilmente era lui il console filo tarquiniano.
Scegliere fra coloro che sono stati consoli non è il solo criterio, l’idea di scegliere
anche il magister equitum fra coloro che sono stati consoli è perché era presente una
legge che emanava ( “lex lata”, tipo di legge in cui il magistrato porta davanti ai
comizi, questi poi la votano/approvano, quindi come se fosse una proposta di legge )
riguardo la “creazione” nomina del dittatore.
La legge era centuriata.
Ma queste legge è contingente solo per l’occasione? Ovvero è usuale, quindi che deve
sempre essere emanata per la nomina di ciascun dittatore?
APPUNTI SISTEMATI:
Torniamo, prima di passare al nuovo argomento, alla questione delle Vestali, perché ci serve a
rispondere alla domanda: chi è il dittatore? Dobbiamo fare un ragionamento che guarda alla Roma
monarchica, ma non solo: dobbiamo anche considerare ciò che c’era in quel territorio prima di
Roma e osservare gli aspetti antropologici della struttura organizzativa presente.
(C’è una branca che studia i meccanismi che funzionano in una collettività; questa branca, per
esempio, parte anche dalla domanda: come è potuto accadere un evento come una dittatura? Come è
possibile?)
Fatta la premessa, torniamo indietro. Si parla di donne e di come si trasmette il potere (oppure come
si "riceve il potere", vedendolo da un altro punto di vista), escludendo la prospettiva dinastica, che,
come già detto, a Roma non si è mai radicata sino al periodo storico dell’impero.
Non ovunque era così: per esempio, la dinastia macedone con Alessandro Magno seguiva il
principio che a Roma non si radicò, anche grazie all’influenza sabina.
Altro elemento importante è il fatto che la struttura nasca in forma associativa. C’erano delle
famiglie, un gruppo di persone che decideva cosa fare (che poi divenne un insieme di più gruppi,
con diversi pater familias a capo). L'“auctoritas”, ovvero il "potere decisionale", è imputata al
Senato, ovvero ai patres. Questi la fanno poi convergere sul re che scelgono, definito "il più
capace".
L’idea del re era significativa anche nell'epoca arcaica, scelto dal Senato, designato dall’inter rex di
turno e votato dai comizi (assemblea popolare) con la "lex curiata de imperio" (legge curiata
riguardante l’imperium). Con questa legge si delibera l’attribuzione, il comando, il potere
onnicomprensivo al re; non solo il potere amministrativo, ma anche quello dell’esercito.
Tito Livio, nel suo racconto, sottolinea che questo processo di scelta e conferimento del potere
aveva una solida base istituzionale, ma era anche legato alla percezione di una divinità che
legittimava il potere del re. La sua analisi non è solo politica, ma anche sociologica e religiosa,
come evidenziato dai rituali religiosi che accompagnavano la salita al potere del re. La "legittimità
divina" data dall’inauguratio del re non era solo un atto simbolico, ma una vera e propria
consacrazione che lo elevava al rango di un essere quasi divino, con un potere che superava quello
degli altri uomini. Questo concetto è fondamentale per comprendere come la figura del re fosse
considerata al di sopra della legge e della semplice politica.
Non sappiamo se il popolo, accettando questa legge, avesse una funzione effettiva o se fosse solo
una mera presa d’atto con formale approvazione.
Di fatto, però, sappiamo che la procedura prevedeva questi passaggi:
Il Senato lo sceglie
L’inter rex lo propone ai comizi curiati
Formalmente o no, i comizi lo votano
Infine, c’è una fase molto importante: l'inauguratio del re, che ha a che fare con gli "auguria", cioè
quelle cose gestite dagli auguri, che riguardano gli dèi. Si chiedeva agli dèi un parere per sapere se
andava bene fare una cosa piuttosto che un’altra con gli auspicia (già visti in precedenza). In questo
caso, oltre all’approvazione, si chiedeva anche un potenziamento: “Se siete d’accordo, mandateci
una forza speciale che entri in questa cosa”. Un esempio pratico è Roma, fondata e inaugurata, con
Romolo e Remo che consultano gli uccelli prima di inaugurare la città stessa.
Questo qualcosa in più è "invocare una benedizione" di un certo senso del "cielo", ovvero ricevere
una forza in più. Cos’è questa benedizione? Gli antropologi, a partire da popolazioni più recenti,
usano un termine proveniente da popolazioni di tutt’altra parte del mondo, che è divenuto comune a
tutti.
Il concetto si chiama “manas”, ovvero una sorta di super potere che acquisisce una dimensione
umana grazie a un intervento divino, trasformando il soggetto umano in un soggetto diverso.
La cultura attuale dei supereroi, per esempio, si fonda anche su quest’idea (es: l’intervento di un
ragno che trasforma un uomo in Spiderman).
Si attraversa il pensiero politico di base dell’umanità, arrivando al concetto che un soggetto che
deve governare abbia qualcosa in più, ovviamente in riferimento alla politica storica e non a quella
attuale.
Un esempio: l’olio santo conservato in Francia a Reims, usato per ungere i re francesi, a partire da
Clodoveo. Con l’unzione, il re diveniva non solo umano, ma sovrumano. Così, si instaura un
legame fra potere terreno e divino. Questo concetto, presente anche a Roma, si collega con il tema
della legittimità del re, un tema che Tito Livio esplora con grande attenzione.
Il re, quindi, era “inauguratus”, invocando in lui una potenza divina che lo rendeva una potenza
divina, che lo rendeva “capace di”. Non sarebbe più stato un soggetto come gli altri; infatti, fino a
Tarquinio il Superbo, non era ammissibile che un re venisse destituito, ma solo sostituito tramite la
morte.
La questione del re, pur escludendo l’idea di una successione dinastica, è che questo tipo di re
"inauguratus" porta con sé un significato corporeo. Porta qualcosa che ha una valenza significativa,
ovvero la sua discendenza, che non è indifferente ma significativa. La significatività di questa
discendenza passa soprattutto attraverso la linea femminile, ma come mai, se la società è
maschilista e patriarcale?
Per una funzione meramente biologica: "mater semper certa", ma il padre no, si poteva solo
presumere ai tempi dei romani. L’idea era già precedente ai romani, addirittura nella cultura indiana
del 5000/6000 a.C.
Il sangue regale che porta dentro il Manas viene custodito dalle figlie del re, le quali nel loro ventre
portano una sorta di incubatrice della "regalità".
Gli antichi, diceva Aristotele, pensavano che solo il maschio avesse il seme della vita, mentre le
donne erano solo incubatrici per nove mesi; in questo caso, si aggiunge l’elemento della
trasmissione del Manas durante la gravidanza. Le donne diventano “incubatrici di regalità”, perciò
venivano date in sposa ad altri re per coltivare una prole di un certo tipo, o a soggetti che aspiravano
a diventare re, cercando di produrre una stirpe “selezionata” con qualità particolari.
Se non c’erano matrimoni decisi dal pater familias (che aveva lo scopo di avere alleanze e legami),
qual era il destino delle figlie di stirpe regale che non avevano marito?
(Qui non si parla solo di Roma, ma anche di Lazio antico, India, ecc.)
Non potevano sposare un uomo qualunque, perché si creerebbe una stirpe regale non conveniente. Il
pater decideva sulla base della propria convenienza. Quindi, per neutralizzare questa funzionalità
come incubatrice, facevano consacrare le donne alla "signora del Pantheon", chiamata "Vesta", dea
della terra, dei prodotti, del sostentamento, della fertilità e anche del mondo sotterraneo. Le Vestali
venivano prese già a 8 anni per consacrarle e rilasciate a 40, età in cui non era possibile avere figli;
verginità "a vita", fertile, per neutralizzare il problema.
Il tema del "sacrificio della vergine" è un filo rosso che si caratterizza in maniera differente in tutte
le culture storiche.
Torniamo dunque alla tradizione di Rea Silvia. Romolo e Remo sono sì di stirpe regale, ma perché?
Rea Silvia era figlia del re di Alba Longa, seppur consacrata vestale. Marte, dio della guerra, pose
nel suo ventre il seme "guerresco", connotando poi anche l'elemento della belligeranza. Ecco perché
Romolo e Remo sono i fondatori, in potenza, di stirpe regale.
Una delle spose di Romolo si pensava addirittura fosse la figlia di Tito Tazio, re dei Sabini; le due
comunità si uniscono, il re dei Quiriti e la figlia di un altro re, espandendo così la propria regalità.
Questo accade con praticamente tutti i re; la storia si ripete sempre, ma in particolare con i re
etruschi.
Tranne Prisco, che arriva con la moglie, ma, per esempio, Servio Tullio sposa la figlia di Tarquinio
Prisco; Tarquinio il Superbo, invece, sposa la figlia di Pisco. Si instaura quindi una struttura che
non vedeva il Senato come unico criterio per l’individuazione del successore del re.
L’intervento del solo Senato che individua, segna e designa per via delle qualità non bastava; si
teneva conto anche del fatto di essere marito di una delle figlie del re, non solo del titolo di
magister.
Possiamo ricollegarci, quindi, alla storia di Ardea della lezione di ieri. Noi sappiamo che nel mondo
antico mediterraneo i popoli si incontrano in due circostanze, tre probabilmente:
La metafora della gara a cavallo, per tornare alla storia di Lucrezia, parte dai figli/nipoti del re,
quindi dalla crème romana. Questi soggetti sono in campo di battaglia, ma cosa fanno? Le fonti
dicono che vanno via dalla guerra per correre il più velocemente possibile a Roma. Si sfidano a
cavallo, ma questa sfida si traduce in una gara per arrivare a "verificare" (ma in realtà per
conquistare) il titolo di possedere la donna più virtuosa, quindi di avere con sé l'incubatrice di
gamma top.
Il “top di gamma” è la donna di stirpe regale, la procreativa top. Collatino, vincendo la scommessa,
vince la gara, perché arriva al "matrimonio regale" con Lucrezia, figlia di quello che sarà l’inter rex,
imparentato con la stirpe regale. Quindi, il comportamento di Lucrezia e la sua parentela con la
stirpe regale facevano di lei una donna virtuosa e definita “portatrice di regalità”.
Non solo, il padre Lucrezio, dicono le fonti, era "prefectus urbi", ovvero prefetto della città,
nominato da Tarquinio il Superbo. Prefetto, cioè "alla guida della città", nonché sostituto del re
quando, per esempio, era in battaglia. Questo ruolo faceva sì che fosse importante come soggetto,
sia perché di stirpe regale probabilmente, sia perché aveva titoli che lo rendevano tale, e di
conseguenza anche la figlia era potenzialmente la moglie di un "re".
Nel 501 a.C., in un contesto di grave tensione interna ed esterna, la decisione di creare la figura del
dittatore a Roma scaturì da un mix di preoccupazioni militari e politiche. Tito Livio spiega che
l'incidente con i Sabini e il timore di dover fronteggiare contemporaneamente due guerre, una con i
Sabini e l’altra con la Lega Latina (che comprendeva ben 30 popoli), generarono un senso di ansia
collettiva tra i Romani. La situazione, segnata dalla presenza di consoli sospettati di simpatizzare
con la fazione filo-tarquiniana e dall’incertezza sul futuro politico di Roma, rese evidente la
necessità di una figura che potesse unire le decisioni in un periodo di emergenza. Tito Livio, pur
senza informazioni certe, suggerisce che il primo dittatore fosse probabilmente Tito Larcio, con il
magister equitum Spurio Cassio, entrambi scelti tra coloro che avevano ricoperto incarichi
consolari. La legge che regolava la nomina del dittatore, la "lex centuriata", stabiliva che solo chi
avesse ricoperto la carica di console potesse essere nominato, e questa legge fungeva anche da base
giuridica per la creazione del dittatore. La scelta di un console, e di un magister equitum che avesse
ricoperto lo stesso ruolo, fu determinata dalla necessità di evitare la confusione politica e da un
sistema giuridico che prevedeva una selezione precisa dei soggetti da nominare in cariche di grande
responsabilità.
27 febbraio 2025
Nel 494 a.C. per la prima volta un gruppo di eprosne che si identifica come la
PLEBE, nella sua eterogeneità.
La secessione crea un problema enorme poiché al tempo combatteva contro i
Veglienzi, etruschi.
I plebei sull’Aventino tenevano delle riunioni tra di loro ( i c.d. concilia plebis)
che diverranno un tipo di assemblea autonomo e separato rispetto alle
Assemblee generali.
All’interno di questi concili, si eleggono dei loro rappresentanti noti con il nome
di tribuni.
Il tribuno, all’origine indicava una carica antichissima di Roma, erano i
rappresentanti di una tribù. La tribù era una unità territorialmente individuata
ma poi diventa un’entità sociopolitica che si radica sul territorio.
Nella prolificazione delle tribù, si parlava delle tre tribù urbane e quelle
rustiche, collocate in periferia.
Quindi il tribuno era colui che rappresentava certe unità territorialmente
individuate.
Questi tribuni scelti ed eletti vengono definiti come “tribuno della plebe”.
C’è poi una connotazione militare perché erano quelli che facevano da tramite
tra l’unità centrale e le varie tribù al momento della chiamata alle armi per la
guerra.
Questi tribuni della plebe però non erano cariche della civitas romana, ma sono
un’istituzione di carattere rivoluzionario poiché per i patrizi non avevano alcun
valore. I soli plebei davano valore ai tribuni, ai concili delle plebe e alale
decisioni prese.
Quindi la parola plebe di Livio è possibile che individui non il popolo in generale
ma un gruppo del popolo ossia la plebe.
“non c’era nessuna altro aiuto che si potesse opporre al potere del dittatore se
non nell’avere attenzione nell’obbedire”
Quindi l’unico modo di difendersi dal potere del dittatore era obbedire.
Può pertanto essere che il ricorso del dittatore nel 401 in cui già si può
ipotizzare che in una condizione di fragilità esterna ed interna questa stessa
aristocrazia latino-sabina che aveva fatto la serrata avesse bisogno di mostrare
il muso duro alla plebe che di li a 5 anni farà la secessione dell’Aventino.
Quindi è ipotizzabile che il dittatore sia stato istituito per far fronte con la forza
a una condizione di instabilità interna.
Quindi appare ipotizzabile come una “misura patrizia”.
C’è poi un aspetto internazionale. Anche i sabini “li prese la paura che
mandarono degli ambasciatori per fare la pace a Roma”.
Questa paura dei sabini aveva più a che fare con il nome stesso del dictator.
Il termine per i sabini sembra riferimento a quei capi militari che venivano posti
temporalmente in capo alla lega latina.
Quindi i romani decidono di usare la terminologia di dictator per rivendicare la
loro egemonia militare sul Lazio anche nei confronti degli ex-alleati. E al tempo
stesso i sabini prendono paura perché temevano che i romani avrebbero
scatenato nuovamente una guerra sostenuti dalla lega latina.
04 marzo 2025
Non fu così per Tarquinio il Superbo, che non era un magister durante il regno di
Servio Tullio, ma salì al potere mediante una presa violenta. Sebbene Servio Tullio
potesse anch'egli aver acquisito il potere con la forza, non è del tutto certo. La sua
provenienza da Vulci, una città etrusca, lascia spazio alla possibilità che il suo arrivo a
Roma fosse accompagnato da un atto di forza, anche se le fonti che parlano del suo
arrivo con degli amici sono piuttosto scarse. L'ipotesi di una presa di potere violenta,
tuttavia, resta plausibile, dato che, come magister, Servio Tullio aveva già una
posizione di rilievo.
La figlia di Servio Tullio, che avrebbe potuto rappresentare la continuità della regalità,
giocò un ruolo fondamentale nell'aiutare Tarquinio il Superbo, compiendo un atto di
parricidio. Con questo gesto, ella contribuì a rompere il concetto di regalità, che era
tradizionalmente custodito all'interno della famiglia. Pertanto, si possono identificare
due fattori rilevanti nella presa di potere di Tarquinio: la violenza e la rottura del
tradizionale principio dinastico.
Servio Tullio, oltre a essere magister (che, nel contesto romano, era un comandante
militare di alto rango), era conosciuto dai Tirreni con il nome di "Mastarna". Questo
termine, come riportato dalle fonti, era utilizzato dall'imperatore Claudio, che studiava
le fonti etrusche. Secondo le fonti etrusche, Servio Tullio era chiamato Mastarna dai
Tirreni. Questo nome era una contrazione di "Mstrn", una forma etrusca di "magister",
che indicava un alto ufficiale, come nel caso del magister romano.
La lingua etrusca differiva notevolmente da quella latina, quindi Servio Tullio, pur
mantenendo il suo nome a Roma, era conosciuto dai Tirreni come "Mastarna", un
soprannome che riconosceva il suo ruolo di magister sotto Tarquinio Prisco e, di fatto,
ne segnalava l'accesso alla regalità. La carica di magister, infatti, permetteva di
esercitare una grande influenza sia sulla fanteria che sulla cavalleria.
1. Nel "De Republica" di Cicerone, un dialogo di natura politica che discute delle
istituzioni pubbliche e politiche, il protagonista principale è Scipione l'Emiliano,
esemplare modello di virtù civiche. All'interno di questo dialogo, che vede anche
la partecipazione di Lelio, si fa riferimento al termine "dittatore". Cicerone
spiega che il dictator riceve questo titolo perché viene 'indicato' (dicitur), ma
aggiunge che nei "nostri libri", un riferimento ai libri degli auguri (un collegio
sacerdotale con un ruolo anche politico), egli viene anche chiamato magister
populi.
I libri degli auguri erano una sorta di archivio che custodiva informazioni
veritiere sulle pratiche politiche e religiose dell'epoca, di cui Cicerone stesso
aveva accesso a partire dal 53 a.C. (anno di stesura del "De Republica").
L'utilizzo di queste fonti conferisce una certa attendibilità alla visione che il
magister populi fosse anche denominato dictator, un’indicazione che suggerisce
una certa sovrapposizione tra i due ruoli nelle origini romane.
In effetti il dictator è così chiamato perché viene ‘indicato’ (dicitur). Ma nei nostri
libri, vedi,
Lelio, che egli viene chiamato magister populi.
Dictator, poiché veniva ‘detto’ dal console, al cui ‘detto’ tutti prestavano ascolto.
Magister equitum, poiché è sommo il potere di costui sui cavalieri e i
soprannumerari, come
somma è quella del dittatore sul popolo (= fanteria), per cui costui è chiamato
anche
magister populi.
( Anche Varrone afferma che tutti dovevano prestare ascolto a ciò che il dictator
diceva, ma soprattutto, il magister equitum era chiamato così perché aveva una
potestà somma sui cavalieri e sopra i soprannumerari ( riserve ), ma viene detto
che il magister populi, ovvero il dictator aveva potestà somma sul popolo ( la
fanteria era il popolo ), sottolineando il concetto di separazione fra magister
equitum e populi e quindi fra fanteria e cavalleria. )
Inoltre, nota che colui che noi chiamiamo dictator leggiamo presso gli antichi che
nelle
storie veniva chiamato anche magister populi. E oggi ciò risulta nei libri augurali.
4. La quarta fonte:
Cicerone afferma che nel periodo successivo all'istituzione dei consoli, circa
dieci anni dopo la fondazione della Repubblica, fu istituito anche il dictator,
una figura che rappresentava un "nuovo genere di imperium", simile a quello
regale. Questa affermazione può sembrare sorprendente, dato che nel 501
a.C., un simile ritorno a una politica di tipo monarchico non sarebbe stato
desiderato. Tuttavia, va ricordato che Cicerone scriveva in un periodo di grande
sospetto nei confronti delle figure come Cesare e Pompeo, che ambivano al
potere assoluto. La memoria della dittatura di Silla(breve, ma violenta) e la
crescente influenza di Cesare, che esercitava il suo potere anche in Egitto
accanto a Cleopatra, alimentavano il timore di un ritorno alla monarchia.
Nonostante queste preoccupazioni, Cicerone sembra vedere una somiglianza
tra il dictator e il magister populi delle epoche precedenti, forse proprio per il
potere assoluto che entrambi esercitavano sulla popolazione. Così,
la dittatura nei primi due secoli della Repubblica si sviluppò in un contesto
segnato da profonde transizioni politiche e sociali.
Alcune fonti collocano la prima dittatura nel 494 a.C., in concomitanza con
la secessione dell'Aventino, che segna il punto di partenza della lunga lotta
tra patrizi e plebei. Questo periodo del V secolo a.C., definito da
molteplici dittatori, è considerato da alcuni come l'“epoca d'oro” della dittatura
(La dittatura diventò uno strumento utile per rispondere rapidamente
alle emergenze, dato che il dictator aveva poteri assoluti, ma limitati nel
tempo, per risolvere questioni urgenti senza il rallentamento delle consuete
pratiche politiche), in cui la figura del dictator veniva frequentemente
utilizzata, soprattutto a causa delle tensioni politiche interne. Nel corso del V
secolo, la Repubblica romana attraversò una serie di transizioni, che
culminarono nelle leggi del 367 a.C. (leggi Sextiae), un tentativo di risolvere le
tensioni tra le classi sociali.
Questa fase di transizione si concluse nel 216 a.C., con l'ultima dittatura
definita come "optima lege" (con pieno potere giuridico), nome attribuito
a Marco Giunio Pera. Le dittature optima iure venivano istituite in caso di
emergenze belliche o per gestire problemi interni alla città, mentre altre
dittature, dette imminuto iure, venivano create per compiti specifici e più
circoscritti, come la convocazione dei comizi, la gestione delle festività
religiose o anche la curazione di funzioni religiose, come il clavis figendi
causa, che segnava l'inizio dell'anno in un angolo del Tempio di Giove
Ottimo Massimo.
Per rendere più schematica la distinzione fra le due categorie ( il dittatore era
sempre uno ma con connotazione diversa ):
- Dittatori "optima iure" (con pieno potere giuridico):
LEZIONE 8 :
05 marzo 2025
2. Temporaneità della carica: il dittatore non poteva rimanere in carica per più
di sei mesi. Tutte le magistrature repubblicane erano annuali, tranne i censori,
che restavano in carica per un periodo più lungo, dato che l’attività stessa
richiedeva molto tempo.
Livio, in relazione al passaggio dalla monarchia alla repubblica, affermò che si
deve contare nello sviluppo storico l’origine della “libertas” repubblicana da
questo cambiamento, più per il fatto che l’imperium consolare fosse annuale
piuttosto che per una diminuzione rispetto al potere del re.
Questo significa che il potere del re non era più grande di quello dei consoli, a
parte la collegialità: il potere era uguale, ma con la differenza che il re aveva il
potere a vita, mentre il console durava solo 12 mesi. Il console, inoltre, aveva
una responsabilità maggiore rispetto alle proprie azioni, anche dal punto di vista
economico.
Per il dittatore, avendo un potere sommo, con una durata di 6 mesi, questa
logica veniva ricalcata. Essendo un’emergenza, sei mesi erano considerati un
periodo breve, necessario per risolvere rapidamente la situazione. La ragione
quindi è profonda: ho bisogno di una sola persona per gestire l’emergenza, ma
questa deve essere risolta velocemente, quindi non è necessario superare i sei
mesi.
Se il dittatore risolveva la situazione in un mese, non sarebbe rimasto in carica
per i restanti cinque.
Il dittatore non risponde dei propri atti, né rende conto del denaro utilizzato per
svolgere la sua attività durante il suo incarico. Ha infine due poteri propri, che sono
esclusivi del dittatore:
Questo si lega anche al fatto che con il dittatore vi fosse un utilizzo simile alla legge
marziale, come un comandante con i suoi soldati. Il fine era quello di impiegare meno
risorse per risolvere problematiche più gravi.
Addirittura, un dittatore, per la necessità di risolvere grandi problemi, concesse una
grazia anche a chi era in carcere.
Il primo esempio di creatio avvenne, in un senso simbolico, quando Dio creò la Terra.
Allo stesso modo, con il creatio si crea qualcosa che prima non esisteva. La creatio del
dittatore è un atto che implica una selezione fuori dall'ordinario, un atto straordinario
rispetto alla prassi usuale. Il console, in quanto magistrato ordinario, viene "creato"
come dittatore (o prefetto massimo) attraverso questa procedura.
Livio, riferendosi a questa procedura, descrive il console che, alzandosi di notte nel
silenzio, pronuncia le parole “dice il dittatore” (dictio). Questo momento si svolge di
notte, nel momento più remoto delle 24 ore, e ciò conferisce un carattere sacro e
istituzionale all’atto, con un forte simbolismo rituale. Il dicere non è solo un atto
verbale, ma è carico di una sacralità profonda, legata alla religiosità romana arcaica.
Il dicere indica anche un suono primordiale, un atto che richiama la creazione stessa.
A livello giuridico, il verbo dicere è affascinante poiché ha una base fonetica che in
molte tradizioni religiose è collegata alla creazione del mondo attraverso il suono. Un
esempio è il concetto di "suono originario" nelle teorie cosmologiche moderne (come
il Big Bang), che dimostrano come l'universo stesso sia nato da un "suono". In questo
senso, il dicereromano, come atto di creazione del dittatore, trova una corrispondenza
simbolica e anche fisica con l'idea di un suono primordiale che dà forma all’esistenza.
Nel diritto romano, il concetto di ius è un’estensione del fas, il quale si lega alle regole
di comportamento universale manifestate dal divino. Il fas rappresenta l’ordine divino
e le regole che governano le interazioni tra gli esseri umani e le divinità. La creatio del
dittatore è quindi vista come un atto che richiama questa dimensione trascendente,
legato al divino e alle tradizioni giuridiche arcaiche.
L’etimologia di dicere si lega anche al termine digitum, ovvero “dito”, e quindi al gesto
di “indicare” qualcuno. Il dicerenon si limita alla parola, ma include anche il gesto
fisico del puntare con il dito, richiamando un’antica tradizione giuridica legata al gesto
rituale. Il diritto romano, infatti, si fondava anche su atti rituali che coinvolgevano il
corpo e il gesto. Per esempio, il diritto di compravendita era valido solo quando il
venditore toccava l'oggetto e pronunciava la formula di vendita.
Il rito di nominare il dittatore di notte, nel silenzio, quindi non solo ha una valenza
pratica, ma una profonda valenza religiosa e simbolica, che lega il diritto e la politica
alla sfera sacra, in una fusione tra giuridico e religioso.
11 marzo 2025
Il procedimento di nomina del dittatore ha a che vedere con la questione del
“silentium” che risulta essere l’assenza di qualsiasi turbativa degli auspici.
Questa procedura, punta subito il dito sulla necessità di perfezione del rituale che
presiede la nomina del dittatore; perfezione che non si riscontra nella nomina delle
magistrature ordinarie (gli auspicia devono essere favorevoli si, ma non c’è tutta
questa perfezione + svolgimento diurno, alle luci dell’alba).
Ma perché il console si deve alzare nel cuore della notte? Questa cosa NON è una cosa
usuale ed è chiaro che questa dictio di notte è qualcosa di estremamente al di fuori
delle regole procedimentali del diritto pubblico romano e perché si pone in questo
modo? Esattamente non lo sappiamo ma è facile fare delle ipotesi: abbiamo una
procedura che istituisce una procedura regolare ma fatta in modo del tutto irregolare e
la notte risulta essere, con quel silenzio, dove non vi è la presenza del popolo, il luogo
ideale del SEGRETO, del mistero, dell’indicibile.
Quello che ci interessa a noi è il potere di cui gode il dittatore che è un potere che fa
paura e questo è il motivo del perché l’istituzione di questo avviene di notte; bisogna
mettere il popolo di fronte a fatto compiuto.
Dunque, i patres (oligarchia senatoria), individuano una figura alla quale affidano un
potere civile e militare (uno che è già stato console) e incaricano uno dei consoli in
carica di fare la dictio verso costui.
Il dittatore, una volta “chiamato” procede a sua volta con la dictio del suo assistente =
magister equitum (scelto dal dittatore e questo comandante gli farà da ausiliario) e la
mattina dopo si presenta davanti ai comizi.
Ritorno del discorso “all’antica legge che stabiliva che il dittatore dovesse essere
scelto tra gli ex consoli” di cui parla Livio il dittatore dinanzi ai comizi che fa? Vi
sono diverse ipotesi:
o Si presenta semplicemente;
o Anche il dittatore si presenta come tutti i magistrati maggiori (dotati di
imperium) dinanzi ai comizi curiati (i più antichi) per far votare la Lex curiata
de imperio (non sappiamo se questa corrispondesse ad una pura formalità o
fosse invece una legge di natura costituiva con la quale il popolo poteva
accettare oppure no l’attribuzione ma è molto probabile fosse solo una
formalità) ossia quella legge con cui il popolo sanciva o riconosceva
l’attribuzione dell’imperium al magistrato.
Questa legge la chiedevano tutti, pure il re e questo era frutto del fatto che
anche il re stesso non era altro che un delegatario dei patres (hanno sempre
goduto di un potere e un’influenza enorme) di un potere che questi gli
attribuivano.
I patres erano così importanti da avere i propri eserciti personali che, in casi di
necessità mettevano a disposizione della civitas e tutti insieme costituivano le legioni
ma in altri casi, i patres per questioni minori, potevano usufruire del loro personale
esercito costituito a seconda della disponibilità economica anche da 2000/2500
persone e questo era un aspetto molto rilevante poiché quelle famiglie che godevano
di un esercito del genere erano molto potenti e rispettate in quanto per qualunque tipo
di controversia piccola o grande che fosse avevano disponibilità illimitata di utilizzo del
proprio esercito personale e così tutti i patres.
L’esercito personale di ogni patres era costituito da soggetti estremamente fedeli a lui
prima che a Roma stessa;
es: famiglia romana di origine sabina degli Appi Claudi i quali arrivano all’inizio della
Repubblica con un sabino di nome Appio Claudio, il quale era un forte sostenitore della
pace, si arrabbia con gli altri sabini che volevano solo fare guerra e decide dunque di
prendere il suo esercito + la sua famiglia e giunge a Roma dove viene accolto ma
perché viene accolto così in modo positivo?
Perché con lui e la famiglia arriva un esercito di 1500 persone.
Appio Claudio arrivando a Roma, siede tra i patres, diviene uno di loro e perché
diviene tale? Perché portando dietro un esercito del genere ha apportato alla civitas un
contributo significativo (denaro + soldati) e di conseguenza ha guadagnato il posto tra
i patres.
Quando Livio dice “ la plebe prende paura” ci troviamo dinanzi a un quadro dove il
ricorso alla figura del dittatore è motivato da ragioni di ordine militare ma allo stesso
tempo questo fatto non può non portare con sé il fatto che il dittatore svolga funzioni
di garanzia di tenuta dell’ordine interno e questo perché si crea un circolo vizioso
strano nella società la quale non gode di un’organizzazione stabile dove NON ci sono
figure magistratuali fisse e stabili che conferiscano chiarezza e stabilità.
Perché il Senato doveva reggere la situazione con mano ferma? La condizione in questi
anni era molto instabile non solo nel popolo ma anche nella stessa Elitè dove si crea
instabilità poiché la Libertas repubblicana non piace a tutti ANZI Tito Livio racconta
che soprattutto tra i giovani della nobiltà romana ce ne erano parecchi che non erano
contenti del cambiamento perché con i Tarquini si erano abituati a fare la bella vita e
sapevano che dal re si poteva ottenere favori e qui Livio dice “le leggi invece sono
“REM SURDAM” quindi sono una cosa sorda che nona scolta ricatti,
suppliche, preghiere e sono implacabili” e quindi, di fronte alla sordità delle leggi,
questi giovani viziati sono uguali agli altri per cui questa uguaglianza non piace tanto.
Livio dice “nonostante la civitas fosse indomita (non costituita da pecore), si era
sottomessa pazientissima, sopportando l’imperium del dittatore, per quanto
esorbitante”.
La “vis dittatoria” era la forza esorbitante del dittatore e contro questa non osavano
proferire verbo né i tribuni della plebe né la plebe stessa.
Nella maggior parte dei casi, il dittatore che veniva nominato per importanti cause
interne (impossibile gestione dai consoli) vengono scelti oculatamente dai patrici come
persone VICINE alla plebe, persone che avevano presa sulla plebe poiché dovevano
negoziare ed arrivare ad un punto di incontro.
Dicendo ciò il dittatore sembra essere uno strumento di esercizio di prevaricazione dei
patrizi nei confronti dei plebei (tesi storica che la prof non conferma) ma questo non è
assolutamente certo.
Non c’è dubbio però che in questi primi tempi, il dittatore esercitava questa vis
dittatoria soprattutto nei confronti del popolo perché era un popolo recalcitrante in
quanto impaurito, nervoso rispetto all’azione della civitas stabilita dai patres che
pensavano di avere gli strumenti per capire cosa fosse meglio per la civitas stessa.
“A questo magistrato, poiché aveva potestà assoluta, non era consentito secondo il
diritto religioso conservare la carica oltre i sei mesi.
E a questi dittatori veniva aggiunto un magister equitum, allo stesso modo in cui ai re i
tribuni celerum (lo abbiamo già visto): il cui incarico era all’incirca tale quale quello
oggi del prefetto del pretorio (era il comandante della guardia personale
dell’imperatore quindi un soggetto legato a doppio filo al soggetto di vertice con
potere assoluto); ma restavano in carica anche i magistrati legittimi”.
Nel nuovo testo che ha caricato c’è un problema di data perché stando a quanto dice
Livio ci troviamo al 499 a.C. oppure secondo Dionigi da Ricarnasso ci riferiamo al 496
a.C.
A noi però, importa che ci vengano narrate le circostanze in cui il dittatore viene
nominato:
“Aulo Postumio come dittatore, e Tito Ebuzio come magister equitum, si misero in
marcia con un massiccio schieramento di fanti e di cavalieri e incontrarono il nemico
presso il lago Regillo (battaglia del lago Regillo è un episodio cruciale per la storia di
Roma antica perché fu una battaglia terrificante dove i romani se la videro molto
brutta anche perché i latini erano il doppio di loro e quindi risulta essere stata una
vicenda molto eroica), nei pressi di Tuscolo, e poiché giunse voce che nell’esercito
latino ci fossero anche i Tarquini, non fu più possibile contenere l’ira e rimandare
ulteriormente lo scontro”.
(Il tipo di guerra di cui si parla è una guerra antica dove i comandanti militari si
gettano nella mischia, partecipano attivamente; qui i romani non solo sono meno ma
affrontano il nemico anche in campo nemico; in questa battaglia cadde ferito anche il
magister equitum Tito Ebuzio).
“Allora il dittatore, vedendo che i fanti erano sfiniti, volò (prende il cavallo e corre dai
cavalieri) in direzione dei cavalieri e li invitò a smontare da cavallo e a gettarsi nella
mischia. Questi obbedirono alla consegna: saltarono a terra, si precipitarono in prima
linea e ripararono la prima linea con gli scudi” (la cavalleria era costituita dalla nobiltà
romana).
“Il morale dei fanti, vedendo che il meglio dei giovani nobili combatteva alla loro
stregua e ne condivideva i rischi, riprese subito coraggio. Soltanto allora l’urto dei
latini fu contenuto e la loro linea di battaglia si disunì, perdendo terreno. I cavalieri
rimontarono in sella per lanciarsi all’inseguimento del nemico. La fanteria dietro e in
quel momento, si narra che il dittatore, per non trascurare alcun aiuto divino o umano,
promise di dedicare un tempio a Castore e dei premi ai primi due soldati che fossero
entrati nell’accampamento nemico.
I romani si lanciarono con una foga tale che con un unico assalto sbaragliarono il
nemico e ne conquistarono il campo. Così andarono le cose al lago Regillo.
Il dittatore e il magister equitum tornarono a Roma in trionfo”.
Discorso su Castore e Polluce: gemelli divini cui erano sacri i cavalli ed erano infatti
patroni della cavalleria e quindi questa dedicazione del tempio a Castore si riferisce
alla cavalleria che ha salvato le sorti della battaglia.
Altra versione della storia della battaglia de lago Regillo “In mezzo ai fulmini si
videro comparire sul campo di battaglia due giovano sfolgoranti ossia Castore e
Polluce i quali determinarono le sorti della battaglia e poi svanirono correndo a Roma
portando la lieta novella della vittoria” giovani invocati dal dittatore per vincere la
battaglia.
Il dittatore tornato a Roma non ha fatto costruire un tempio a Castore ma ha però
elevato un tempio alla dea CELERE (dea antica della terra ecc) e successivamente una
volta eletto console, ha fatto costruire un tempio sul colle Aventino a tre divinità
tipicamente plebee:
o Celere;
o Libero;
o Libera.
La famiglia dei Postumi non sappiamo se fosse plebea, essa occupa molti posti
importanti della storia di Roma ma non sempre risulta essere stata dalla parte dei
buoni (vicenda a sorti alterne).
Quello che noi sappiamo anche da altre fonti è che durante la battaglia forse in verità
il nostro auro Postumio abbia fatto una cretinata ad abbandonare la fanteria e che
questa non fosse affatto in difficoltà alcune fonti dicono che lui abbia commesso un
errore tattico pensando che non ci fosse più il comandante della cavalleria e per tale
ragione doveva dividersi e fare un po' e un po' ma cosi facendo ha creato solo
scompiglio e che per questo la fanteria si sia trovata in serissima difficoltà.
LEZIONE 10 :
12 marzo 2025
Partiamo dal testo di Pomponio, che offre spunti di grande interesse, sia per la
similitudine tra la figura del dittatore e quella del re, sia per il limite temporale della
dittatura, fissato a sei mesi in virtù dello ius sacrum, un principio superiore persino al
diritto pubblico. Questo aspetto sottolinea la forte connotazione religiosa della carica
dittatoriale, che si inserisce nel più ampio legame tra politica e sacralità a Roma.
Infatti, la vita politica romana era intrinsecamente connessa a quella religiosa: ogni
magistratura necessitava degli auspicia, ovvero della consultazione degli dèi, per
legittimare il proprio operato. Tuttavia, con il dittatore questa dimensione sacrale si
rafforza ulteriormente.
Questi dittatori con funzioni sacrali, incaricati di gestire festività e giochi pubblici –
eventi in cui la componente religiosa era centrale, tra sacrifici agli dèi e cerimonie
rituali – non si distinguevano, in termini di autorità, da quelli con compiti militari. Anzi,
anche i dittatori con un ruolo prettamente bellico erano titolari di funzioni religiose,
poiché gestivano la legge marziale all'interno di Roma e dovevano comunque
rispettare determinati precetti sacri. Il magister populi, comandante supremo della
fanteria – elemento chiave dell'esercito romano – costituì un modello che permise di
attribuire determinate funzioni alle future magistrature, come i pretori e gli stessi
dittatori.
Il magister populi venne quindi utilizzato come modello nei momenti in cui si doveva
ricostruire un assetto istituzionale partendo da zero. Dopo la caduta della monarchia, il
re – che fino a quel momento aveva accentrato tutti i poteri – non c'era più e si rese
necessario distribuirli tra più magistrati. Tra le prerogative regie vi erano anche le
funzioni religiose: il sovrano non era propriamente un sacerdote, ma officiava tutte le
cerimonie sacre connesse agli affari civili e politici. Quando la monarchia venne
abolita, anche questi poteri dovevano essere redistribuiti.
A tal fine, furono istituite due figure principali: da un lato il rex sacrorum, l’unico a
mantenere nel proprio titolo il termine "rex", pur essendo ormai esclusivamente un
sacerdote; dall’altro, il dittatore, che assunse non solo una parte
dell’imperium monarchico, ma anche una componente della vecchia regalità. Il rex
sacrorum, affiancato dalla moglie regina sacrorum, si occupava esclusivamente delle
funzioni religiose, mentre il dittatore riuniva in sé sia il potere supremo sia una
dimensione sacrale ereditata dall’epoca monarchica.
Tra il IV e il III secolo a.C., la carica di dittatore raggiunse il suo massimo utilizzo,
favorita dal continuo stato di guerra su più fronti in cui Roma era coinvolta. Tuttavia,
questa figura istituzionale cominciò a perdere rilevanza fino a scomparire del tutto nel
216 a.C., anno in cui si colloca l’ultimo dittatore optimo iure. Questo evento coincise
con una fase di cambiamenti profondi: nell'arco dei cinquant'anni successivi, Roma
cessò progressivamente le sue guerre espansionistiche, e, a metà del II secolo a.C.,
con la sconfitta definitiva di Cartagine e dei Greci, divenne incontrastata padrona del
Mediterraneo.
Il principale dubbio sollevato riguardava la modalità con cui gli auguri avevano potuto
accertare l'invalidità della dictio. La procedura prevedeva infatti che gli auspici fossero
tratti dal console in totale solitudine, senza la presenza di sacerdoti o testimoni.
Nessun mortale avrebbe potuto conoscere il contenuto degli auspici, se non gli dèi
stessi. Inoltre, il console non aveva inviato alcuna comunicazione scritta riguardante la
cerimonia, né aveva risposto alla lettera del Senato, lasciando un margine di
ambiguità sull'intero processo. I tribuni della plebe sostennero che il vero problema
non fosse la validità degli auspici, ma il fatto che il dittatore nominato fosse di origine
plebea.
Questa crisi politica portò a una fase di stallo, con il conseguente ricorso
all'interregnum, un meccanismo straordinario con cui il Senato assumeva
temporaneamente le funzioni esecutive in assenza di consoli. Tuttavia, la situazione si
complicò ulteriormente: l’elezione dei nuovi consoli fu ripetutamente rinviata con vari
pretesti, generando un periodo di incertezza istituzionale. Si susseguirono ben
quattordici interreges nell’arco di settanta giorni, durante i quali Roma rimase senza
una guida effettiva. Alla fine, dopo quasi tre mesi di instabilità, furono finalmente eletti
due nuovi consoli, Gaio Petelio e Lucio Papirio Mugillano (nominato in alcuni annali
anche come Cursore), che, nel contesto delle guerre sannitiche, avrebbe poi ricoperto
a sua volta la carica di dittatore.
L’uso della dittatura, dunque, non si limitava alle sole emergenze militari, ma
rispondeva anche a necessità interne di natura politica e istituzionale. Con il tempo,
tuttavia, la sua frequenza diminuì sensibilmente nel III secolo a.C. Nel 217 a.C. venne
nominato un dittatore dopo un’assenza di circa ottant’anni, segno che il ruolo stava
cambiando e adattandosi a nuove esigenze. Pur mantenendo una connotazione
militare, la carica si evolse accentuando il proprio carattere civico, assumendo poteri
sempre più ampi nell’amministrazione dello Stato.
Tra il 217 e il 216 a.C. si registrarono le ultime due dittature della Repubblica romana,
in un periodo in cui la distinzione tra patrizi e plebei si andava progressivamente
attenuando. Questa fase coincise con l’espansione del dominio romano sull’intera
penisola italiana, un processo che non solo consolidò il controllo territoriale, ma portò
anche a profondi cambiamenti economici e culturali. In origine, l’economia romana era
basata prevalentemente sull’agricoltura e la pastorizia, ma con l’acquisizione delle
coste e l’accesso al Mediterraneo, Roma iniziò a sviluppare un’economia commerciale.
Il contatto con il mare permise ai Romani, tradizionalmente legati alla terra, di
trasformarsi anche in abili navigatori: sebbene il mare fosse considerato pericoloso, i
trasporti marittimi erano di gran lunga più rapidi e sicuri rispetto agli spostamenti via
terra, favorendo così l’intensificarsi dei commerci.
Questo nuovo scenario economico portò Roma a interagire con un numero crescente
di popoli, generando scambi non solo commerciali ma anche culturali, con inevitabili
ripercussioni sul diritto romano. La necessità di regolamentare le dispute tra cittadini
romani e stranieri portò alla creazione di un nuovo pretore, il praetor peregrinus,
incaricato di gestire i processi che coinvolgevano individui di diversa cittadinanza.
Questo fu uno dei segnali più evidenti dell’evoluzione giuridica di Roma, che
accompagnò e, in parte, determinò il mutamento della sua società.
Già nella metà del III secolo a.C. si avvertivano i primi segnali di questo cambiamento.
L’istituzione del praetor peregrinus dimostrava che Roma aveva necessità di gestire
rapporti giuridici con stranieri, segno che gli scambi commerciali con il mondo greco
erano già consolidati. Con la vittoria su Greci e Cartaginesi, Roma divenne padrona del
Mediterraneo e, pur continuando a combattere per consolidare la sua egemonia, aveva
come obiettivo principale la tutela dei traffici commerciali. La collettività rimaneva un
valore centrale, ma il ruolo dell’individuo iniziava a emergere con maggiore forza.
Tuttavia, verso la fine del III secolo a.C., questa visione cominciò a mutare: nell’élite
politica si insinuò una prospettiva più personalistica. I comandanti militari iniziarono a
percepire il potere non più solo come un servizio alla Repubblica, ma anche come un
mezzo di prestigio personale. L’autorità divenne progressivamente uno strumento per
accrescere la propria influenza e quella della propria famiglia, e non solo per servire lo
Stato.
Le dittature, che non venivano più utilizzate da circa ottant’anni prima del 217 a.C.,
tornarono in auge proprio in questo contesto. Il periodo coincide con le guerre puniche
e con la figura di Annibale, il condottiero cartaginese che, attraversando le Alpi con i
suoi elefanti, portò la guerra direttamente sul suolo italico. Ogni volta che a Roma si
faceva ricorso alla dittatura, si trattava di un momento di emergenza militare, e il 217
a.C. non fece eccezione.
La situazione era critica: la recente battaglia del Lago Trasimeno si era conclusa con
una sconfitta devastante per i Romani, lasciando la città in ginocchio. Annibale era
ormai alle porte di Roma, e la minaccia era così grave che non si verificava nulla di
simile dal sacco dei Galli del 390 a.C. In un simile stato di emergenza, il Senato decise
di ricorrere alla dittatura, un'istituzione che sembrava ormai superata, ma che venne
rispolverata per affrontare un pericolo esistenziale. La morte di uno dei due consoli
nella battaglia aveva aggravato ulteriormente la crisi, lasciando Roma priva di una
guida forte in un momento di estremo pericolo.
Fu così che Quinto Fabio Massimo venne nominato dittatore. La sua strategia, basata
sulla prudenza e sull’evitare scontri diretti con Annibale, si rivelò fondamentale per la
sopravvivenza di Roma. Il suo approccio, spesso criticato dai contemporanei per la
mancanza di azione immediata, si dimostrò invece una scelta vincente nel lungo
periodo, tanto da garantirgli un posto di rilievo nella storia militare romana.
Passo di Livio
Marco Giunio Pera fece la medesima richiesta di Quinto Fabio Massimo l’anno
precedente per montare a cavallo.
“che sia usuale che il dittatore si rivolga al popolo per chiedere la lex de imperio”, in
questo rivolgersi al popolo il dittatore chiede la deroga al divieto usuale,.
Se le nostre ricostruzioni sono corrette, la figura del dittatore si modella su quella del
magister populi, a cui viene affiancato un magister equitum. Il dittatore, quindi, chiede
una deroga specifica per compiere operazioni militari. Ma a chi si rivolge? Plutarco, pur
essendo greco e scrivendo in greco, descrive la realtà romana e afferma che la
richiesta fu rivolta al Senato. Tuttavia, la logica suggerisce che tale richiesta dovesse
essere avanzata all'assemblea del popolo, non ai senatori.
Un altro aspetto critico riguarda il magister equitum scelto dal dittatore, il quale
assunse autonomamente il potere di muovere battaglia. Questo episodio evidenzia
una tensione tra il tradizionale equilibrio dei poteri e una tendenza personalistica,
anticipando la crisi della Repubblica e la sua trasformazione nel Principato.
Plutarco sembra suggerire che la richiesta di montare a cavallo fosse un evento
eccezionale. Tuttavia, altre fonti indicano che poteva essere una pratica più comune,
regolata da specifiche leggi. Alcuni storici ipotizzano che l'antico divieto sia stato
introdotto dopo la battaglia del Lago Regillo, per evitare che il dittatore perdesse il
controllo degli eventi spostandosi continuamente a cavallo.
Giovanni Zonara, storico greco, descrive la dittatura come un potere equivalente alla
monarchia, con l'eccezione del divieto di montare a cavallo. Secondo Zonara, questo
divieto era assoluto all'interno di Roma, dove solo il console o il pretore vittorioso
durante il trionfo potevano cavalcare. Inoltre, il dittatore non poteva appropriarsi delle
ricchezze del popolo senza un'esplicita autorizzazione, a differenza dei monarchi che
gestivano le finanze statali come proprie.
In sintesi, il divieto di cavalcare per un dittatore sembra avere una doppia funzione: da
un lato, garantire la sua vicinanza alla fanteria in battaglia, e dall’altro, limitare la
percezione di un potere assoluto, distinguendolo da quello dei re. Tuttavia, con il
tempo e l’evolversi delle istituzioni, queste restrizioni furono messe in discussione,
rivelando le tensioni che avrebbero portato alla fine della Repubblica.
LEZIONE 12: appunti sistemati
18 marzo 2025
Abbiamo visto delle fonti che spiegano il divieto di poter andare a cavallo dei dittatori
e le richieste per derogare tale legge.
Ma cosa c’entra la rappresentazione del potere con il cavallo? Abbiamo capito che fa
paura avere 24 littori con le scuri, ma perché il cavallo?
Ci sono diversi elementi piuttosto interessanti. Bisogna ricollegarsi alla storia della
corsa a cavallo di Lucrezia: questi giovani nobili, dopo una scommessa, andarono in
gran fretta a Roma per vedere se la donna di ciascuno fosse virtuosa o meno. Il
vincitore fu sì Collatino, la cui sposa era virtuosa, mentre gli altri furono perdenti. Un
altro soggetto fu Sesto Tarquinio, figlio del re, il quale, nonostante fosse perdente nella
corsa a cavallo, si prese con la forza la virtù della donna virtuosa.
È probabile che, in questa rappresentazione scenica, Lucrezia fosse parificabile a una
fanciulla portatrice della regalità, anche lei imparentata con la famiglia regale e figlia
di Lucrezio, inter rex, che ricopre un ruolo significativo dal punto di vista istituzionale.
Il regifugium è "la fuga del re". Una cerimonia in cui il re fugge? Strano, no? Le fonti
dicono che il sacerdote istituito nel periodo repubblicano, che raccoglie la maggior
parte dei poteri del re per quanto riguarda le funzioni sacrali (rex sacrorum), è il
protagonista di questo regifugium.
Il rex sacrorum scappa dai comizi correndo, si chiude nella Regia (l’edificio che
simbolicamente è il palazzo del re e dove risiede il rex sacrorum) e vi rimane chiuso
per cinque giorni, dal 24 febbraio al 1° marzo, cioè gli ultimi giorni del mese di
febbraio.
Quando questi giorni sono passati, si ripresenta davanti ai comizi, compie una
cerimonia di purificazione e tutto riprende il suo corso ordinario. Le fonti ci dicono che
questa cerimonia fosse una cerimonia repubblicana istituita per ricordare la cacciata
dell’ultimo re.
Ovidio dice: "Quelli furono i giorni supremi del regno", ovvero gli ultimi giorni del regno
in cui tutto accadde. In realtà, anche questi cinque giorni non sono un elemento
nuovo: sono gli stessi in cui l’inter rex detiene il potere del re. Quindi, questi cinque
giorni coincidono con la presenza dell’inter rex.
Si tende a pensare che il regifugium fosse un rituale antico, celebrato anche dai re,
una cerimonia di carattere religioso facente parte dei compiti del sovrano. Questo rito
avrebbe simboleggiato e messo in scena, ogni anno, diversi elementi, tra cui,
innanzitutto, una teorica abdicazione del re in carica per poi vedersi riassegnata la
funzione regale.
Un altro aspetto significativo è che, il 24 febbraio, prima di scappare nella Regia, il rex
sacrorum compiva un sacrificio, celebrandolo lui stesso. Possiamo quindi ipotizzare
che colui che fuggiva fosse effettivamente il re.
La Regia, fin dai tempi di Romolo, è il luogo in cui risiede il re con la sua famiglia.
Tuttavia, secondo la teoria di Carandini, sembra che al suo interno—o in uno spazio
adiacente e comunicante—fosse situato il focolare del fuoco sacro della dea Vesta.
Se questa ipotesi fosse corretta, la Regia non sarebbe soltanto la sede del re, ma
anche un luogo sacro per la civitas e per Roma stessa, poiché il focolare della dea
Vesta rappresentava simbolicamente il "ventre" della donna. Il fuoco di Vesta non
doveva mai spegnersi: il suo spegnimento sarebbe stato considerato un evento
disastroso dal punto di vista sacrale.
Le vestali non si prendevano cura della vita fisica, come nel caso di un figlio, ma della
vita ideale dell’intera civitas.
Esiste, tuttavia, un’altra corrente di pensiero: secondo alcuni, le vestali non erano
sacerdotesse esclusivamente romane, ma pre-romane. In origine, sarebbero state
fanciulle di stirpe regale, e proprio per questo dovevano essere "neutralizzate"
affinché non potessero generare figli e, di conseguenza, diffondere la regalità. Per
questo motivo, le donne di sangue reale potevano seguire due strade: sposarsi con chi
il pater decideva, oppure essere destinate al sacerdozio vestale, così da escluderle
dalla riproduzione.
Quando il re si ritira nella Regia, in un certo senso ritorna simbolicamente nel grembo
materno, nel chiuso di quello che è il luogo incubatore della regalità, circondato dalle
vestali e dal focolare della dea Vesta.
Torna nel grembo per essere rigenerato e rinascere ogni volta.
In tutto questo, ci sono tre cerimonie che coinvolgono i cavalli. Una di queste è, in
realtà, duplice, poiché la stessa festività si svolge in due date diverse: si tratta
dell’Equirria, una celebrazione primaverile.
Quindi, due cerimonie, di cui una "splittata" in due. L’Equirria si svolgeva il 27 febbraio
—il giorno precedente alla fine della sparizione del re—e il 14 marzo, ossia le Idi di
marzo.
Questa festività aveva al centro il cavallo: si trattava di una corsa di cavalli o di carri
(conforme a ciò che piaceva ai Romani), ma non si esclude che potesse essere una
gara disputata esclusivamente con i cavalli.
Ma perché in due date?
4. Festus, sv. Equirria ludi (L. 71): Equirria ludi, quos Romulus Marti instituit per
equorum
cursum, qui in campo Martio exercebantur.
I giochi Equirria, che Romolo istituì per Marte mediante una corsa di cavalli, i quali si
svolgevano nel campo Marzio.
5. Varro, Ling. Lat. 6.13: Ecurria ab equorum cursu: eo die enim ludis currunt in
Martio
Campo.
Ecurria dalla corsa dei cavalli: in quel giorno infatti si corrono i giochi nel campo Marzio.
Sia Festo che Varrone confermano che i giochi si svolgevano nel Campo Marzio,
dunque in onore di Marte. La cerimonia, quindi, aveva a che fare con la guerra.
La sopravvivenza invernale era una sfida: non aveva senso combattere guerre durante
questo periodo, sarebbe stato un suicidio. Ovviamente, vi erano eccezioni, come le
guerre in Germania contro i barbari.
Questa consuetudine di fare la guerra solo per metà dell’anno ha radici antichissime,
risalenti a un’epoca in cui le popolazioni erano nomadi e si contendevano i pascoli,
fonte primaria di sostentamento. Le tribù si spostavano alla ricerca di erba e frutti per
il bestiame, il che significava dover competere con altre popolazioni per i territori
migliori. In questo contesto, la guerra e la stagionalità delle riserve alimentari
coincidevano.
Con l’evoluzione della società, il principio rimase lo stesso: durante il periodo fertile, si
cercava di conquistare raccolti, terre e provviste altrui. L’anno romano si divideva
quindi in due semianni:
Questa alternanza tra guerra e stanzialità si rifletteva anche nelle istituzioni politiche,
che erano lo specchio dell’organizzazione sociale.
Questa dualità potrebbe corrispondere al doppio volto del rex, erede del dux. Il re
romano aveva infatti due aspetti: per sei mesi era il comandante militare, il re
guerriero, mentre per i successivi sei mesi diventava il buon governatore della sua
collettività, il re pacifico, l’amministratore. Del resto, sappiamo che anche in epoca
repubblicana questo concetto era noto.
Fino a quando restava in carica il re guerriero? Fino alla metà di ottobre. Poi, in un
certo senso, il re guerriero "moriva" con la seconda festività per far riapparire il re
pacifico, che governava nei sei mesi di non guerra.
Durante questa corsa, il volto del re pacifico, sacrificando la propria regalità, "fuggiva"
dal Senato (come se fosse minacciato dalla guerra incombente). Il re "moriva" per poi
rinascere dopo i cinque giorni di attesa. La corsa dei cavalli, in questo senso,
simboleggiava la messa alla prova delle virtù guerriere: una dimostrazione necessaria
affinché potesse emergere un nuovo re guerriero.
Il dio Marte veniva invocato attraverso i giochi equestri, giochi sacri che servivano ad
attirare la sua presenza, permettendo così che il re, morendo e rinascendo, potesse
incarnare di nuovo lo spirito del dio stesso.
Il cavallo, protagonista della corsa dei giovani di Ardea, è un animale sacro a Marte,
utilizzato per la guerra e strettamente legato al mondo infero e alla morte. Proprio
perché associato alla morte, il cavallo non era un animale usuale nei sacrifici rituali.
In genere, gli animali preferiti per i sacrifici erano capre, pecore, montoni, polli, buoi,
vacche e vitelli. Alcuni animali, invece, non potevano mai essere sacrificati. Il rito
sacrificale prevedeva che gli officianti — sacerdoti e autorità civili — condividessero il
cibo dell’animale immolato, mentre i fumi della cottura servivano a saziare gli dèi.
Tuttavia, se si sacrificava un animale nefasto, legato alla morte, il sacrificio risultava
inaccettabile per gli dèi. Questo valeva non solo per il cavallo, ma anche per il cane,
anch’esso connesso agli inferi come il lupo e usato per la guardia.
Esiste però un’eccezione: sappiamo con certezza di una festività in cui si sacrificava
un cavallo. Si tratta dell’October Equus, il "cavallo di ottobre", che si pone all’estremità
opposta dell’anno rispetto all’Equirria primaverile.
L’October Equus prevedeva una corsa di carri, più precisamente una gara di
quadrighe. Secondo le fonti, il cavallo esterno anteriore destro della quadriga vincente
— il cavallo che conduceva il carro — veniva sacrificato. Il campione assoluto, il cavallo
che aveva portato alla vittoria, veniva ucciso e offerto a Marte nel Campo Marzio.
Il Campo Marzio era situato al di fuori del pomerium, il recinto sacro di Roma. Qui si
riuniva il popolo in armi quando veniva convocato l’esercito e qui lo stesso esercito si
addestrava. Il rituale dell’October Equus segnava simbolicamente la fine della stagione
della guerra: il sacrificio del campione della battaglia rappresentava un modo per
dichiarare “non ci serve più”.
La testa diventava oggetto di un contesa rituale tra due fazioni della civitas: gli
abitanti della Via Sacra, appartenenti al più antico nucleo latino-sabino di Roma,
e quelli della Suburra, il quartiere che rappresentava la componente etrusca. Le
due fazioni si affrontavano in una gara per aggiudicarsi la testa del cavallo. Se
vincevano gli abitanti della Via Sacra, la testa veniva esposta nel tempio di
Giove; se vinceva la Suburra, veniva appesa alla Torre Mamilia. Questa
competizione rappresentava una lotta simbolica per il potere, un confronto tra
le due componenti della società romana.
La coda, ancora sanguinante, veniva immediatamente portata alla Regia, dove
il suo sangue veniva sgocciolato nel focolare sacro della dea Vesta.
Questo rituale assume un significato chiaro se lo leggiamo nel contesto del ciclo
annuale del potere. Il cavallo campione rappresenta il rex nel suo aspetto guerriero. Il
taglio della testa simboleggia la morte della regalità militare, mentre la contesa tra le
due fazioni è una lotta per il controllo della successione.
La coda, ancora impregnata di sangue — simbolo del principio vitale — viene portata
al focolare di Vesta per fecondare il fuoco sacro della città. In questo gesto si riconosce
il passaggio di energia vitale: la regalità guerriera, nata a marzo con la stagione della
guerra e culminata in sei mesi di vittorie, muore a ottobre. Tuttavia, prima di
estinguersi, essa trasmette la sua forza vitale alla civitas, alimentando simbolicamente
il fuoco sacro che garantirà la continuità della società.
La testa rimane esposta come testimonianza della guerra passata, mentre il sangue
del cavallo, versato nel focolare, rappresenta il seme della futura rinascita
del rex guerriero. Dopo il regifugium, il re attingerà nuovamente a quella scintilla
vitale per risorgere con il nuovo ciclo.
Le Vestali, pur non avendo un ruolo militare, incarnavano un aspetto della regalità
sacra. Il loro contatto con il cavallo non aveva implicazioni marziali o distruttive, ma
rifletteva il loro legame con il potere supremo della città, un potere che trascendeva la
guerra e si radicava nella sfera sacra. In questo senso, il cavallo restava un simbolo di
regalità, ma per queste figure sacerdotali veniva dissociato dall’aspetto guerresco.
Le fonti evidenziano un elemento chiave: nella maggior parte delle religioni antiche, il
potere del re non è rappresentato dal solo cavallo, ma dalla combinazione di cavallo e
carro. Il re guerriero, infatti, non si limitava a cavalcare: il suo dominio si esprimeva
anche attraverso il carro, veicolo di guerra e di prestigio.
Anche nella leggenda di Lucrezia ritroviamo questo schema simbolico. La corsa dei
giovani cavalieri (equites) rappresenta un momento di competizione e selezione:
attraverso la gara, i partecipanti dimostrano il proprio valore e aspirano al diritto di
aggiungere un carro al loro cavallo. Questa competizione non è solo atletica, ma
simboleggia l’aspirazione al potere regale.
Posto quanto detto nella lezione precedente e il legame tra la rappresentazione regale
e l’immagine del potere sovrano, è importante sottolineare che, prima dell’Impero,
esistono pochissime statue di capi politici a cavallo.
Le prime statue equestri documentate risalgono al tardo III secolo a.C., periodo in cui
grandi condottieri militari come Scipione iniziarono a importare modelli greci di
rappresentazione dei leader a cavallo. Durante il massiccio trasferimento di opere
d’arte dalla Grecia, vennero importate anche statue equestri, in alcune delle quali
veniva sostituita la testa di Alessandro Magno con quella dei condottieri romani.
Questo fenomeno segna un cambiamento significativo: lo spostamento dall’idea del
potere come servizio civico volto al bene della collettività verso un’attribuzione
individuale del successo (la vittoria è del soggetto X). In questo periodo, la coincidenza
tra leader politico e militare era assoluta. Un esempio significativo è Cicerone che, pur
non essendo un grande generale, fu comunque un uomo politico di primo piano.
Se, nell’ideologia repubblicana, il potere regale era stato diviso tra diverse
magistrature, tra cui quella del dittatore – figura creata per la gestione unitaria del
potere, soprattutto in ambito militare – si comprende come l’immagine del dittatore a
cavallo potesse risultare problematica. Non a caso, i consoli non venivano mai
rappresentati a cavallo per segnare una netta distinzione tra loro e la figura del re.
Il termine proton nelle fonti suggerisce che Quinto Fabio sia stato probabilmente il
primo a compiere un’azione mai fatta prima: chiedere di montare a cavallo, una
deroga mai richiesta in precedenza. Tuttavia, non sappiamo con certezza cosa
intendesse Plutarco. Possiamo però ipotizzare che, considerando il fatto che nessuna
dittatura precedente aveva mai richiesto una simile deroga, non vi fosse alcun
precedente.
Ma questa non è l’unica anomalia legata alle due dittature di Quinto Fabio Massimo: ve
ne sono molte altre. La sua nomina, ad esempio, è del tutto irregolare, poiché non fu
designato da un console, come previsto dalla prassi, ma direttamente dal Senato. Le
fonti evidenziano questa irregolarità, e alcune riportano che egli fu nominato pro
dittatore, e non dittatore a pieno titolo.
Anche l’esercizio stesso del potere dittatoriale da parte di Quinto Fabio Massimo
presenta elementi peculiari, che lo collocano in una posizione ambigua e in bilico tra le
norme tradizionali e le esigenze straordinarie del periodo.
Anche la dittatura di Marco Giulio Pera, istituita dopo la disfatta di Canne, presentava
alcune anomalie simili. Le concezioni politiche sulla dittatura erano ormai mutate:
infatti, venne nominato anche Fabio Buteone, creando una situazione di dittatura
duplicata. In un contesto bellico estremamente complesso, si ritenne necessario
impiegare più risorse dittatoriali su diversi fronti, sebbene i consoli Già in queste due
dittature emergono diverse questioni legate all’istituto della dittatura, mostrando
crepe e differenze rispetto alla sua origine. Queste discrepanze diventeranno ancora
più evidenti con il tempo. Infatti, nel I secolo a.C., nell’82, a circa 140 anni di distanza,
l’istituto venne ripreso in un momento di profonda crisi delle istituzioni romane, con la
dittatura di Silla.
Tuttavia, prima di parlare di Silla, è necessario tornare indietro per analizzare la crisi
della fine del II secolo e il passaggio al I, soffermandoci in particolare sulla questione
della dittatura come strumento "pro o contro il popolo".
Un esempio significativo è la dittatura di Aulo Cornelio Cosso, nel 385 a.C., nella prima
parte del IV secolo. Per contestualizzare, bisogna ricordare che nel V secolo erano
state promulgate le Dodici Tavole, grazie alle quali i plebei riuscirono a sottrarre ai
patrizi il monopolio della conoscenza e dell’interpretazione del diritto, che fino ad
allora era stato gestito esclusivamente da loro (tramite i sacerdoti). Le regole principali
vennero pubblicate nel Foro, rendendo il diritto accessibile a tutti e limitando l’arbitrio
patrizio.
Nel V secolo, nella prima metà, le dittature furono solo quattro (forse tre), mentre nella
seconda metà la situazione divenne più complessa. Durante questo periodo vi era una
sorta di regime militare guidato dai tribuni militari, con quattro o cinque persone al
potere. In questo contesto si registrarono circa otto dittature, spesso duplicate a causa
delle crisi interne della civitas.
La dittatura di Aulo Cornelio Cosso nacque nel contesto della guerra contro i Volsci, un
popolo dell’interno dell’Italia, militarmente forte nonostante fosse in minoranza. I
Volsci riuscivano a reclutare molte forze, mentre i Romani contavano sugli
alleati Latini ed Ernici, anche se vi era il rischio che questi ultimi non partecipassero
al conflitto. Inoltre, Roma dovette affrontare problemi anche con i Galli, che avevano
saccheggiato la città e persino bruciato le Dodici Tavole durante il sacco di Roma. Da
quel momento, le Tavole non esistettero più fisicamente, anche se il loro contenuto
rimase consolidato nella tradizione giuridica.
Roma, provata sia dal punto di vista civile che militare, si trovò nuovamente in pericolo
quando i Galli minacciarono il Campidoglio. Secondo la leggenda, furono le oche
sacre di Giunone ad avvisare i Romani dell’arrivo del nemico, permettendo così
a Marco Manlio Capitolino di respingere l’attacco e diventare l’eroe della difesa
contro i Galli. Tuttavia, nell’opera di Tito Livio, Manlio viene descritto come un
personaggio controverso: secondo Livio, il vero eroe non fu lui, ma Marco Furio
Camillo, che avrebbe salvato il Campidoglio e la Rocca.
In un frangente in cui ci fu una tensione fra patrizi e plebei, quasi vicini alle leggi licinie
sexties, c’erano quindi molte tensioni che portarono poi alla legge stessa. Livio scrisse:
L’anno successivo, quando cioè erano tribuni con potestà consolare Aulo Manlio, Publio
Cornelio, Tito e Lucio Quinzio Capitolino, Lucio Papirio Cursore e Gneo Sergio (entrambi
alla loro seconda esperienza), ci furono all’esterno una guerra di una certa gravità, ma in
patria disordini ben più gravi. Alla guerra mossa dai Volsci si era aggiunta la defezione dei
Latini e degli Ernici; mentre i disordini interni scoppiarono là dove meno ci si sarebbe
aspettati, e responsabile ne fu Marco Manlio Capitolino, un patrizio che godeva di larga
rinomanza. Il quale, pieno di superbia nei confronti degli altri leader del senato, ne
invidiava uno solo, esimio per onori e valore, M. Furio. Non riusciva a tollerare che Camillo
avesse raggiunto tanto tra i magistrati quanto presso gli eserciti un tale grado di assoluta
preminenza da considerare non alla stregua di colleghi, ma di propri sottoposti coloro che
è erano stati nominati sotto i suoi stessi auspici; laddove, se uno avesse voluto
considerare la cosa in modo oggettivo, Furio non avrebbe potuto salvare la patria
dall’assedio dei nemici ( sacco di roma da parte dei galli ), se Manlio stesso non avesse prima salvato il
Campidoglio e la
rocca; [...]
Istigato da questi pensieri, avendo anche un carattere impetuoso e veemente, quando si
rese conto di non riuscire a emergere per il suo operato tra i senatori come pensava di
meritare, primo di tutti i patrizi si schierò dal lato del popolo e fece accordi con i magistrati
plebei. Lanciando accuse ai senatori e cercando di attirare il favore della plebe, non si
lasciava più guidare dal raziocinio, ma dall’umore incostante della massa, e preferiva che
la sua fama fosse grande piuttosto che buona. [...]
Ma furono piuttosto le idee rivoluzionarie di Manlio a spingere il senato a nominare un
dittatore. Fu creato A. Cornelio Cosso e lui istituì magister equitum T. Quinzio Capitolino.
Le fonti parlano di Manlio come di un uomo che strinse accordi con i tribuni della plebe
senza però compiere formalmente la transitio ad plebem. Cercò di guadagnarsi il
favore della plebe lanciando pesanti accuse contro i senatori, sostenendo che questi
avessero occultato l’oro recuperato dai Galli dopo il sacco di Roma. Secondo Manlio, il
Senato avrebbe dovuto destinare quell’oro al popolo per ripagarlo delle sofferenze
subite e per ristabilire l’ordine, mentre in realtà lo aveva trattenuto per spartirselo
privatamente.
Tuttavia, dopo che Manlio venne messo in carcere – lo si sa con certezza – buona parte
dei plebei si vestirono a lutto, molti uomini si lasciarono crescere barba e capelli ( l’uomo romano per
bene ha capello corto e rasato, farseli crescere è per il lutto, mi trascuro perché soffro ), e una
mesta folla cominciò ad aggirarsi di fronte all’entrata della prigione. Il dittatore celebrò il
trionfo sui Volsci ( nei paragrafi precedenti a questo si parla della vittoria sui Volsci con strategia di Aulo
Cornelio ), ma questo gli procurò più odio che gloria: la gente, infatti, mormorava
che l’avesse conquistato non sul campo di battaglia, ma in patria e non contro un nemico
ma contro un cittadino ( si parla di una parata tipica per la vittoria in cui solitamente si prendeva in giro
il dittatore che aveva vinto perché lo stesso dittatore che era pari ad un Dio, consentito di tornare con
carro e cavallo e armi post vittoria, si dica costantemente che si sei paragonato a Dio ma sei sempre
un uomo, era previsto dal cerimoniale, quindi questa celebrazione viene data perché è il popolo che
decide di ricordarti in qualche modo che sei uomo, in questo caso fu diverso, furono pesanti le parole
delle persone nei suoi confronti, si procurò più odio che gloria, quasi al limite della guerra civile ). Una
sola cosa gli era venuta a mancare in quell’eccesso di superbia:
M. Manlio non era stato fatto marciare davanti al suo carro ( era tradizione che il comandante vittorioso
procedesse nella via sacra ma preceduto dai capi dell’esercito sconfitto per segnare la loro
sottomissione, quindi si dice Manlio che è stata la vera vittima non è stato fatto marciare, “per superbia
avrebbe potuto anche farlo” ). Ormai la situazione stava per
degenerare in una sommossa: per placare gli animi, senza però che nessuno ne avesse fatto
richiesta, il senato divenne all’improvviso generoso ( accusati di aver rubato l’oro dei galli ), e ordinò
che duemila coloni romani
fondassero una colonia a Satrico. A ciascuno di essi vennero assegnati due iugeri e mezzo
di terra; ma siccome il gesto venne interpretato come una donazione limitata in quantità e
ristretta a un ambito di pochi, e come ricompensa per l’abbandono di M. Malio, il rimedio
non fece che aggravare la tensione in atto ( interpretata male, come un rimedio volto a poche persone
e soprattutto per comprare il popolo “date al popolo poche briciole, comprando il popolo affinché il
popolo abbandonasse la causa di Manlio “). I sostenitori di Manlio si facevano notare ancora
di più di prima per gli abiti a lutto e per l’aspetto che assumevano di imputati, mentre la
gente, liberata dalla paura da quando il dittatore ( la paura e il terrore riferito alla dittatura ) aveva
abdicato subito dopo il trionfo, si era rinfrancata nell’animo e nel dire ( la plebe e i tribuni della plebe
non sollevano gli occhi per non dire alcun che al dittatore ma che si tramuta in un “sciogliere le lingue”
sollevando gli animi delle persone permettendo di sollevare la testa e non aver paura, ma questo
equilibrio interno non va dalla parte dei plebei, questo processo nei confronti di capitolino si concluse
con la condanna morte per “traditori della patria”, questa condanna e questa esecuzione di Capitolino è
consentita perché gli stessi tribuni della plebe lo abbandonano, addivenendo alla stessa soluzione dei
patrizi, ovvero che aveva fatto tutto per interesse personale per salire al potere )
Dunque questo assetto relativo alla formazione di una classe nobiliare di ricchi
proprietari terrieri che sempre più divengono ricchi, è molto antica e che si sviluppa
nella storia romana progressivamente solo che la differenza è che finché i romani
fanno piccole guerre e conquistano piccoli territori + schiavi, questo fatto mantiene
una dimensione che non evidenzia un grande iato da una classe all’altra MA quando i
romani fanno grandi guerre e conquistano grandi territori e grandi masse di schiavi, il
fenomeno cresce in maniera esponenziale e da qui si inizia a costruire una distinzione
incolmabile tra la classe dell’aristocrazia terriera e i piccoli- medi proprietari terrieri i
quali possono contare solo sulle braccia proprie + pochi schiavi che possono
permettersi.
Il primo problema che affligge la società romana nella seconda metà del secondo
secolo A.c. è quello della distribuzione delle terre piccoli- medi proprietari sono
quelli che pagano il prezzo più alto delle guerre che vengono combattute (trema
dell’indebitamento).
Soprattutto i piccoli ma anche i medi, a causa delle guerre si indebitano notevolmente
mentre invece gli altri si arricchiscono senza muovere un dito; un autore di nome
Polibio dice che questa classe aristocratica si arricchisce ai danni degli altri anche
mentre questa, sta dormendo.
Questo è un problema enorme che fa si che ci sia uno schierarsi sempre più netto di
un fronte che difende gli interessi di questi piccoli-medi proprietari e si batte per
l’emanazione di leggi agrarie più favorevoli (leggi per la distribuzione delle terre +
leggi che pongano un limite alla possibilità di appropriarsi di un terreno =
circoscrizione del fenomeno) contro l’aristocrazia terriera che dinanzi a questa
regolamentazione la interpreta come un’estorsione o una limitazione del proprio
privilegio e assume un atteggiamento rigidamente conservatore.
Secondo grosso problema Socii(=alleati) italici ossia gli alleati italici che durante
le guerre che Roma ha combattuto, hanno condiviso le sorti insieme al popolo romano
(massacrati, subito razzie dei terreni, indebitati…) e questi alleati anche loro premono
per vedersi riconosciuti gli sforzi che hanno subito per Roma.
Ciò per cui premevano di più era l’ottenimento della cittadinanza in quanto la
cittadinanza romana era un privilegio molto ambito (tutele, accesso a benefici di
difesa) ma Roma non gliela concedeva e questo da loro fastidio e quindi iniziano a
rivendicare questa richiesta in modo violento iniziando a fare atti di guerriglia in un
primo momento per poi arrivare a scontri militari organizzati.
Terzo problema enorme immissione a Roma di schiavi (milioni).
Sebbene questi fossero trattati alla stregua di oggetti e animali, di base erano persone
ed essendo tali quando costituiscono una massa ingente possono divenire un
problema e far vacillare determinati equilibri (in mezzo a questa massa ci sono
analfabeti ma anche persone colte appartenenti all’élite nei loro paesi).
Alcuni degli schiavi, essendo dotati, divengono precettori dei figli dei romani o anche
artisti presso le famiglie romane mentre altri non hanno alcun dono e lavorano solo la
terra.
QUINDI si insinua nella società romana una componente NON romana che da un punto
di vista culturale agisce sotterraneamente cambiando le teste stesse dei romani,
dall’altro agisce anche creando un’identità collettiva che darà del filo da torcere ai
romani stessi.
Tutto quanto appena detto accompagna una crisi di valori in cui una parte dei
Romani si ritrova ad essere smisuratamente ricca e questo fa si che si voglia sempre
più denaro rispetto a quello che già si possiede succede in particolare che (apertura
del discorso relativo al quarto problema ma che in realtà è il più grave) c’è una
classe/gruppo sciale che assume una rilevanza notevole che da sempre è
esistito ma che ora acquista importanza = EQUITES.
Questi sono i cavalieri che da sempre esistono ma di cui fino ad ora abbiamo parlato
solo in riferimento a quella compagine dell’esercito corrispondente alla cavalleria e
abbiamo sempre sottolineato che i cavalieri sono i più ricchi e chi più è ricco, più può
armarsi come cavaliere e quindi se questo coincide perfettamente con l’aristocrazia.
Quindi piano piano gli equilibri relativi all’élite (lasciando da parte i poveracci per un
istante) si cominciano a spostare in quanto i nuovi ricchi si arricchiscono col
commercio che è sempre più fiorente e facendo divenire alcuni “nuovi ricchi” più ricchi
dei soggetti appartenenti all’ordine senatorio.
La situazione, dunque, si ribalta e quindi per eccellenza i grandi ricchi che
contribuiscono a costituire le 18 centurie dei cavalieri divengono loro più che i soggetti
appartenenti all’ordine senatorio e piano piano vi è questa identificazione della
classe dei nuovi ricchi come equites in una declinazione che è di carattere sociale
sganciato dal contesto militare assumendo una valenza sociale a sé.
Questi equites divengono una forza di fatto potentissima che però non siede in Senato
e non accede ad esempio, alle giurie popolari che giudicano i “crimen” a Roma ossia
gli atti illeciti di maggior rilevanza (possono farlo solo gli appartenenti alla classe
senatoria, i quali formano le giurie dei tribunali criminali). Avere il controllo delle
giurie dei tribunali criminali, diviene uno strumento di azione politica rilevante perché
se le giurie che decidono sono tutte composte da esponenti dell’ordine senatorio,
quando c’è un esponente dell’ordine equestre che comincia ad alzare un po’ troppo la
testa perché molto ricco e comincia a ricattare, il gioco è semplice = lo si incrimina (es
per corruzione) ed essendo che la giuria è tutta dell’ordine senatorio, condannarlo è
molto semplice; in sostanza questo, diviene lo strumento principale per rimettere al
proprio posto l’ordine cavalleresco.
Perciò la realtà di questo momento vede alternarsi due poli: senatori & cavalieri i
quali saranno la polarizzazione della seconda metà del secondo secolo A.c. e di tutto il
primo secolo A.c.
Il terzo elemento di questa polarità quella massa di gente che possiede molto poco e
che a Roma vengono definiti PROLETARI (termine che non deriva da Marx ma che già
c’era nell’antica Roma e nel diritto romano).
Chi sono i proletari?
Sono quelli che quando abbiamo parlato della riforma dell’esercito di Servio Tullio
abbiamo definito come “capite censi” ossia quei soggetti che sono censiti non in
base a ricchezze ma perché l’unico contributo che possono dare all’esercito è la loro
testa.
I proletari sono questi + quelli che hanno un pochino di più ma non molto, ciò che
serve per sostentare la loro prole (da qui il termine proletari poiché fanno figli e si
ammazzano di lavoro per far campare i figli e i loro figli lo faranno di conseguenze
cono la porpria prole).
I proletari sono la componente preponderante di Roma e costituiscono la massa
determinante dell’esercito romano e in questo scontro tra classe senatoria e classe
equestre sia dall’una che dall’altra si gioca molto su questa componente proletaria
(termine che individua il proletariato = “il popolo”) per fare i propri interessi e si crea
così a fronte di una parte che viene individuata come “optimates” ossia i migliori che
sono l’aristocrazia conservatrice (valori civitas, difesa romanità, mores, retorica dei
buoni valori) contro quei personaggi proveniente dal ceto equestre ma anche alcuni
che provengono dal ceto popolare che si schierano a favore di istanze che sono quelle
mosse dal popolo (questione socii italici, questione agraria, distribuzione di grano…) e
prende il nome di “populares” ossia coloro a favore del popolo.
Sul finire della seconda meta del secondo secolo A.c. gli optimates fanno quello che
avevano fatto i patrizi ossia una serrata o chiusura rispetto alla possibilità di far
entrare nelle famiglie e quindi nelle cariche di potere i cosiddetti “homines novii”
ossia quelli che avevano delle possibilità economiche importanti per sviluppare delle
capacità e conseguenze ma non avevano alle spalle una tradizione e una famiglia di
persone che avevano preso parte alla vita politica per cui aspiravano all’accesso alle
cariche politiche senza avere una famiglia di quel tipo dietro (carriera familiare “se
mio padre era giudice, allora anche io lo farò”).
Questi homines novii vengono dal nulla e spesso si schierano per riuscire a fare
breccia in questa chiusura dell’aristocrazia e si appoggiano sulle forze popolari e
tiriamo in ballo una carica importante: il tribunato della plebe il quale in questo
momento diviene lo spazio politico a cui aspirano tutti quelli a cui è preclusa la
partecipazione alla vita politica di alto tipo (carriera che poi ti porta in Senato).
il tribunato della plebe consente di accedere ad un ruolo politico molto significative e
di muovere il sostegno di masse molto ingenti.
Tiberio e Caio Gracco:
Appartenenti a famiglia importante MA plebea (ramo plebeo gens Sempronia) e la loro
madre è figlia di uno Scipione per cui la loro famiglia è una famiglia importante.
Questi, cavalcano le istanze popolari ed entrambi ricopriranno la carica di tribuni della
plebe, prima Tiberio perché più grande di 8 anni rispetto al fratello e diviene tribuno
nel 133 A.c. dopo aver combattuto guerre e la grande battaglia che porta avanti è
quella delle leggi agrarie e riesce a far approvare una legge agraria importante che
stabilisce dei limiti preclusi alla possibilità di occupazione delle terre e impone una
ridistribuzione delle terre acquisite tra i piccoli e medi proprietari e stabilisce e dispone
delle “frumentationes” (distribuzioni gratuite di quantità minime di grano) che
divengono uno strumento di lotta politica di quel tempo.
Per tutta quell’enorme massa di plebe urbana che era costituita da poveracci che
reduci dalle guerre a casa loro non avevano più nulla, la città divenne quel luogo dove
“poter far fortuna” perché in campagna se non ho terreni o animali, come vivo?
Mentre invece in città non avendo nulla, forse potevo trovare qualcosa da fare per
sostentarmi e quindi si verifica un inurbamento delirante QUINDI si cominciano a
costruire le grandi insule ossia grandi isolati ossia condomini verticali anche di 12/13
piani (case di legno costruite l’una sull’altra senza alcuna accortezza infatti erano un
disastro, appiccicate in condizioni disastrose dettate proprio da questo afflusso di
gente).
Tiberio Gracco ha un grande successo grazie alle frumentationes e quindi, essere
promotore di un provvedimento che consente a tutti i “poveracci” di avere, recandosi
alla mensa dei poveri, una certa quantità di grano per cucinare, gli ha permesso di
attirarsi il plauso di una massa enorme di gente ed è chiaro che stiamo
camminando sul crinale problematico che c’è tra essere populares (ergersi a favore e
in difesa del popolo) ed essere populisti (prendere dei provvedimenti e agire con
l’obiettivo di sfruttare il popolo per raggiungere i propri obiettivi).
I Gracchi non erano annoverabili nella schiera degli approfittatori, erano persone
davvero di rispecchiata moralità che avevano una visione socialista (termine
ottocentesco) e quindi a favore di misure che garantissero una vita adeguata a tutti.
Tiberio viene fatto fuori perché l’oligarchia senatoria non ci sta e quindi qui inizia
questo periodo di una lotta politica molto aspra tanto aspra che gli avversari si fanno
fuori a colpi di processi e uccisioni; suo fratello Caio diviene tribuno nel 123 A.c. e
ripropone quanto fatto dal fratello in quanto le leggi proposte da Tiberio permangono
ma divengono di lettera morta quindi non applicate.
Caio Gracco riprende la lotta del fratello e cerca di imporre la reale esecuzione delle
leggi agrarie e anche lui viene fatto fuori (termine che la prof utilizza è “si fa
SUICIDARE” poiché quando viene messo alle strette, sapendo che sta per essere
ucciso, si fa uccidere dal proprio schiavo).
I Gracchi quindi rappresentano il punto di svolta e siamo nel 122 A.c. e nel frattempo,
sull’onda di quei cambiamenti anche della psiche individuale che si stanno mettendo
in campo sulla base della filosofia greca che ha un’importante influenza, i romani
cominciano ad interrogarsi sulla dimensione legata all’individuo, cosa che i Greci e la
filosofia greca sta facendo già da molto tempo e ciò non se lo erano mai chiesto
perché tutto questo veniva assorbito nell’essere parte di un’entità collettiva che
era l’entità vera la mia entità individuale contava poco poiché si dava più
importanza alla dimensione collettiva.
Tra il 104 e il 100 A.c. Mario riesce a farsi eleggere al consolato ogni anno (strano
perché vigeva il divieto di reiterazione della carica di console + valutazione
dell’operato) e qui introduciamo un altro elemento importante: fenomeno possibile
grazie alle dinamiche relative ai grandi giri di denaro + masse grandi che votano che
risulta essere qualcosa che incrina in modo molto grave delle istituzioni della civitas
perché Mario è il primo che si presenta per 4 anni chiedendo di di essere
eletto al consolato e viene eletto perché si serve dell’alleanza di uomini di poco
scrupolo (Saturnino e Glaucia) esponenti di un mondo politico legato alla criminalità
organizzata e che agiscono con una facciata politica dietro la quale si agisce con
bande di strada/delinquenti che seminano il terrore e non esitano ad ammazzare gli
avversari politici.
Quindi da un lato Mario agisce con l’alleanza di questi e dall’altra, in quanto console,
mostra di difendere la volontà del Senato che è quello di riportare l’ordine per le
strade e quindi in questo modo riesce ad ottenere la reiterazione della carica
consolare.
Questa cosa è gravissima perché Mario ha rotto il muro delle istituzioni della res
publica per come l’abbiamo conosciuta fino ad ora e ha rotto un argine dando il là al
fiume che distruggerà la Repubblica romana.
Silla si è guadagnato una posizione di rilievo non solo a Roma ma anche nella zona dei
parti dove ha stabilito delle alleanze personali (entrava in gioco la FIDES personale)
quindi la componente personale è FONDAMENTALE perché poi queste alleanze
personali ed internazionali possono entrare in gioco e possono essere sfruttate come
carte vincenti riguardo gli equilibri politici interni.
Nel 96 A.c. Silla torna dalle campagne partiche rinfrancato nella sua posizione interna
e la situazione che trova a Roma è quella di un partito (termine moderno) “mariano”
che la fa da padrone rispetto al quale il Senato è completamente succube e
soggiogato.
Trovando questa situazione, si schiera dalla parte del partito ANTI mariano (un po'
per convinzioni personali un po' perché gli conveniva) e prende quindi le parti degli
optimates e viene mandato dal Senato, a combattere la guerra sociale che incombe
nella penisola italica (guerra degli ex alleati italici che si alleano tra loro e muovono
guerra contro Roma con l’obiettivo che venga dato loro ascolto).
Silla ha un ruolo importante e determinante in questo, poiché con le sue truppe riesce
a domare il bellum sociale e ciò rafforza la sua posizione a Roma perché viene visto
come pacificatore e consolidatore della posizione del Senato e nell’88 A.c. riesce ad
accedere al consolato e si fa eleggere e riesce a farsi assegnare un’altra guerra
importante: contro Mitridate re del Ponto (area Medio Orientale dove Silla aveva
esperienza e conoscenza dei territori e aveva anche alleati).
Il Ponto è un altro territorio strategico e ricco e infatti Mitridate è un re molto ricco per
cui questa guerra promette bene al comandante che la guiderà e Mario ormai
inebriato dal potere non ci sta e quindi strappa con la forza il comando dell’esercito
della guerra mitridatica a Silla e convince il Senato a suon di intimidazioni e ricatti, il
quale aveva già votato il comando a Silla a fare una nuova votazione ed assegnarlo
a Mario il quale aveva visto in calo il proprio ruolo politico (era sempre ai vertici ma
non gli bastava, voleva di più).
Silla che nel frattempo era già avanti e stava accampato nel Sud d’Italia pronto con
l’esercito per partire e salpare con le navi per la Grecia e in questo contesto in cui gli è
stato tolto il comando, Silla non ci sta e quindi, avendo l’esercito pronto nelle sue
mani, lo prende e lo fa marciare all’indietro verso Roma.
Ci troviamo quindi in un contesto dove si comincia a tremare perché abbiamo un
console che si ribella contro un altro uomo politico CONTRO una delibera del Senato
(da cui poi si genera la crisi dell’autorità senatoria perché decide una cosa poi
cambia idea su intimidazione di Mario) e per la prima volta si ha la violazione del
Pomerium ossia del recinto sacro di Roma poiché Silla arriva ed entra con l’esercito in
armi.
Dinanzi a questa minaccia gli appartenenti al partito mariano scappano da Roma e
Silla ristabilisce l’ordine e riconsegna al Senato il potere legittimo e non fa nulla di
illegale se non la violazione del pomerium MA condizionato da un obiettivo troppo
importante e dopo questo, riparte per la missione che inizialmente gli era stata
assegnata.
Mario non si da per vinto e non appena Silla lascia l’Italia, ritorna a Roma con i suoi
fautori e scagnozzi nell’87 A.c. alleandosi con un personaggio molto importante privo
di scrupoli ossia Cinna molto ricco e potente e quando Mario con il suo aiuto torna
a Roma fa rimuovere tutte le leggi che Silla aveva fatto emanare restaurando
l’autorità del Senato per consolidare le istituzioni repubblicane cosi da annientare e
contenere le possibilità che erano state create nel dominio di Mario al fine che Mario
avesse carta bianca d’azione in particolare le leggi che proibiscono la reiterazione del
consolato.
Oltre a ciò, inaugura una prassi gravissima dichiarazione da parte del Senato di un
soggetto politico quali HOSTIS REI PUBLICAE la quale è un’espressione giuridica che
è una definizione che stigmatizza un cittadino romano come reo di tradimento poiché
viene riconosciuto come nemico della res publica e a ciò segue la confisca dei suoi
beni + esilio.
Le liste di proscrizione rappresentano solo uno degli aspetti del terrore instaurato
da Silla. In effetti, fu paralizzata anche la possibilità di intervento dei tribuni della
plebe a difesa dei cittadini contro i magistrati. Con una serie di leggi corneliedell'81
a.C., furono istituiti tribunali speciali, che venivano a minare il senso di democrazia.
L’obiettivo di queste riforme era la creazione di una serie di tribunali speciali,
chiamati cognitiones (ovvero "luoghi di cognizione"), che operavano extra ordinem,
fuori dalle normali procedure legali, con l'intento di perseguire comportamenti specifici
che prima non erano perseguiti.
Questi comportamenti, infatti, prima erano trattati tramite il processo penale
tradizionale, l'iudicium populari (processo pubblico per crimini più gravi, che
riguardavano violazioni degli interessi collettivi), che coinvolgeva una giuria popolare.
In questo modo, Silla creò un sistema di giustizia completamente nuovo: un
processo inquisitorio, con una giuria selezionata tra i senatori (l'aristocrazia romana),
che decideva su fatti che non erano mai stati trattati prima. Le fonti storiche ci dicono
che nel ceto equestre furono uccise quasi 3.000 persone a Roma nell'arco di un
anno, senza contare coloro che fuggirono. Chi riusciva a scappare abbandonava tutto.
Tra coloro che rischiarono la vita c'era anche Gaio Giulio Cesare, genero di Cinna. Il
suo primo matrimonio era con la figlia di Cinna, e per questo legame familiare fu
inserito nella lista dei proscritti. Cesare scappò di notte, e le fonti raccontano che si
salvò grazie all'aiuto di alcuni amici. Sua madre e sua sorella intervennero attraverso
le vestali, riuscendo a fare in modo che Silla lasciasse in pace Cesare.
Silla, pur avendo deciso di risparmiarlo, era molto scettico. Svetonio, lo storico
romano, ci racconta che Silla, una volta convinto a lasciarlo andare, acconsentì, ma lo
fece con riserva, dicendo: "Sappiate che però in lui vedo mille volte Mario". In altre
parole, Silla lo lasciava andare, ma lo vedeva come una potenziale minaccia ancora
più grande di Mario stesso, riconoscendo in Cesare un possibile rivale in futuro. Fu
dunque un atto lungimirante da parte di Silla.
Durante questo periodo, migliaia di persone morirono, altre furono costrette all'esilio,
e Roma si trovò svuotata. Anche il Senato ne risentì gravemente. Silla, per ripristinare
l'autorità del Senato, dovette reintegrare i senatori mancanti. Se inizialmente il Senato
era composto da 300 membri, Silla decise di raddoppiarne il numero, portandoli a 600.
Questi nuovi senatori servivano a bilanciare i senatori di parte anti-silliana e quelli
neutri.
Il Senato che Silla restaurò, però, era in realtà sotto il suo completo controllo. Nel 81
a.C., Silla compì una mossa astuta: Appiano, uno storico greco, racconta che Silla
cercò di dare un aspetto legale e legittimato al suo potere, cercando di esaltare la sua
figura come quella di un re. In sostanza, voleva consolidare il suo potere assoluto,
facendo sembrare che le sue azioni fossero giustificate dal diritto e dalla tradizione.
1) Liv. per. 89: Sulla dictator factus, quod nemo unquam fecerat, cum fascibus XXIIII
processit.
Silla, fatto dittatore, sfilò con 24 fasci littori, cosa che nessuno mai aveva fatto.
Il dittatore veniva introdotto a Roma con i 24 fasci littori, simbolo del suo potere
assoluto di vita e di morte. Questo gesto riconosceva in Silla la libertà di fare ciò che
già praticava senza norme, in maniera arbitraria, a Roma. La dittatura, infatti,
prevedeva poteri straordinari: il dittatore poteva confiscare i beni, distribuire terreni a
chi desiderava, fondare colonie e municipi, nominare magistrati, regolare le province,
disporre dei fondi pubblici e inviare l'esercito in guerre a sua discrezione.
Questo potere senza limiti si arricchiva anche di connotazioni religiose. Non solo
gli auspicia (i presagi), ma a Silla veniva riconosciuta una aura sacrale, simile a
quella che avrebbero avuto i futuri sovrani orientali. Venne soprannominato "Silla
Felix". Il termine "felix" non significava semplicemente "felice" nel senso di una
persona contenta, ma "amato dagli dèi". In altre parole, la sua felicità era il frutto
della volontà divina: era felice perché gli dèi lo favorivano e, di conseguenza, tutto
andava bene per lui. Silla divenne, quindi, l'uomo del destino, il padre della patria,
che prese in mano le sorti di Roma come un "buon padre", ma sotto una nuova
prospettiva: quella di un cambiamento radicale nel potere, che, pur manipolato, si
rivestiva di una aura sacrale problematica.
Nel Foro Romano fu dedicata a Silla una statua equestre con l'iscrizione "Cornelio
Silla Felix Dictator Imperator", una triade che riassumeva i tre aspetti
fondamentali del suo potere: Felix (l’aspetto sacrale), Dictator (il potere
militare), Imperator (l’autorità civile). Nel 80 a.C., Silla venne proclamato "Felix" e
divenne anche console. Tuttavia, nel 79 a.C., a sorpresa, si ritirò dalla scena politica.
Questo atto rappresenta uno degli enigmi più misteriosi della sua figura: perché un
uomo con tanto potere ha scelto di abdicare? Voleva davvero restaurare l’ordine
aristocratico di Roma per poi ritirarsi, o c'erano altre ragioni dietro il suo gesto?
Alcuni sostengono che il suo ritiro fosse legato alla malattia, e che si fosse ritirato
nelle sue campagne in Campania, un po’ come in un "piccolo regno", per morire poco
dopo. Ma le fonti raccontano anche un episodio interessante riguardante la sua
abdicazione. Quando annunciò il suo ritiro, mentre passeggiava per le vie di Roma,
qualcuno dalla folla lo ingiuriò, approfittando del fatto che ormai Silla aveva abdicato e
sembrava non avere più il potere. Silla, imperterrito, si fermò, guardò l’uomo e gli
disse: "Sei un imbecille. Dopo ciò che hai fatto, nessun dittatore dopo di me abdicherà
mai più". Questa frase si rivelò profetica, considerando ciò che accadde in seguito,
soprattutto con Giulio Cesare e l’evoluzione della dittatura post-Silla.
La profezia di Silla era chiara: se un dittatore cedeva di fronte al popolo, l’ordine
sociale si sarebbe rovesciato. Nessuno avrebbe più lasciato andare il "pugno di ferro"
che tanto aveva garantito il suo potere.
Esiste un paradosso che sottolinea come, nelle altre società, l'istituzione del tiranno
porti alla cancellazione di tutte le leggi. Al contrario, nella Roma di Silla, il tiranno
viene nominato per legge, il che rappresenta una deviazione dalla tradizione.
Cicerone stesso osserva questa realtà distorta. La legge che istituisce la dittatura non
fu voluta solo da Silla o dal suo alleato Valerio, ma anche dalle circostanze storiche
che portarono a quella situazione. Il contesto e i tempi, infatti, portarono i romani a
legittimare un potere assoluto attraverso una legge.
La situazione paradossale in cui Silla si ritira vede l’elezione al consolato di Marco
Emilio Lepido, un esponente del partito dei populares e acerrimo nemico di Silla.
Questo episodio dimostra come a Roma fosse comune che i nemici cercassero di
riprendere il potere dopo un periodo di assenza o ritiro. Dopo la morte di Silla,
gli optimates e i popularesripresero a scontrarsi, con violenze, alleanze poco
ortodosse e leggi sillane che furono abrogate o caddero in disuso. In sostanza, tutto
tornò come prima.
Per arrivare a una situazione più stabile, però, bisogna attendere l’arrivo di tre figure
imponenti, che daranno vita al primo triumvirato: un accordo informale e illegale
tra Pompeo, Crasso e Cesare. Questi tre uomini molto influenti rappresentano
diverse forze della società romana:
1. Pompeo: aveva dalla sua parte l’esercito e il sostegno degli optimates, oltre a
una famiglia aristocratica che aveva sostenuto Silla quando questi difendeva il
senato. Pompeo era anche un grande generale, vincitore in numerose battaglie.
2. Cesare: giovane e di famiglia aristocratica, ma senza molte ricchezze. La sua
abilità politica era straordinaria. Formato dalla scuola di Cinna, Silla e nel
contesto dei populares, Cesare era cresciuto in un ambiente che sosteneva le
idee popolari. La sua alleanza con Pompeo segnava già un compromesso
storico, unendo le forze degli optimates e dei populares.
3. Crasso: un banchiere e commerciante molto ricco, simile a una figura moderna
come Elon Musk sotto la presidenza di Trump. Crasso possedeva enormi
ricchezze e sosteneva gli equites, i grandi commercianti e finanzieri di Roma.
In questo contesto, il triumvirato si forma come una potente alleanza tra i tre, con
l’obiettivo di prendere il potere a Roma. Grazie a questo accordo, nel 59 a.C., Cesare
divenne console. Dietro questa elezione c’era un accordo tra lui, Pompeo e Crasso.
Pompeo ottenne, grazie a Cesare, la distribuzione delle terre per i suoi veterani,
rafforzando il piano militare e ottenendo il supporto di molti votanti. Per Crasso,
Cesare si impegnò ad agevolare, tramite leggi e tassazioni, gli interessi degli equites
nel commercio.
In cambio, Pompeo e Crasso si impegnarono a garantire, una volta terminato l’anno di
Cesare come console, il governo di Cesare come proconsole delle Gallie (sia la Gallia
Narbonese che la Gallia Cisalpina) per un periodo di cinque anni. Le Gallie erano un
territorio ricco e selvaggio, molto promettente per una futura espansione. Questo
accordo avvenne dietro le quinte, senza ufficializzazione politica, ma fu comunque
portato a termine.
Nel 56 a.C., la situazione andò bene fino a quando, nel 55 a.C., si formalizzò
il secondo triumvirato. Pompeo e Crasso furono eletti consoli per la seconda volta, e
i territori vennero ridistribuiti: Pompeo ottenne la Spagna, Crasso l'Asia Minore,
mentre Cesare ottenne una proroga per un secondo quinquennio in Gallia.
Nel 53 a.C., però, Crasso morì. La sua morte ebbe gravi conseguenze a Roma:
l'equilibrio del triumvirato venne meno, poiché Crasso era una sorta di “ago della
bilancia” tra Pompeo e Cesare. Senza di lui, i due iniziarono a scontrarsi direttamente.
Inoltre, entrambi non avevano più i fondi necessari per finanziare le loro carriere
politiche, il che intensificò la rivalità tra di loro.
Pompeo e la Dittatura:
Durante la crisi della Repubblica, Pompeo si trovò a dover navigare tra emergenze
politiche e il bisogno di un governo stabile. Sebbene egli possedesse tutti i requisiti
per assumere la dittatura, rifiutò di accettarla. La sua scelta di diventare console
senza collega (un titolo che, ormai, era quasi sganciato dalla struttura costituzionale
tradizionale) riflette la sua volontà di agire come uomo forte, ma nel rispetto delle
apparenze repubblicane. Il termine “dittatura” evocava un forte timore dopo il
periodo di Silla, e Pompeo decise di esercitare il suo imperium consolare insieme a
un imperium proconsulare per gestire il potere, ma senza assumere direttamente la
carica di dittatore.
In questa fase, il Senato e Pompeo cercavano di ostacolare Cesare, che era
impegnato nelle sue campagne galliche. Cesare, infatti, si trovava in una situazione
complicata: per candidarsi a console, doveva tornare a Roma, ma farlo
significava dismettere le armi e ritornare come un cittadino normale, cosa che
avrebbe comportato pericoli, poiché non avrebbe potuto mantenere l’imperium
militare in una città dominata dai sostenitori di Pompeo.
Pompeo, quindi, utilizzò le sue risorse politiche per rendere difficile la candidatura di
Cesare, imponendo una legge che gli impediva di reiterare il proconsolato senza
passare da Roma, cercando di bloccare il suo ritorno al potere.
La guerra civile tra Cesare e Pompeo non fu solo una lotta tra due leader, ma
rifletteva una crisi profonda nelle istituzioni romane, caratterizzate da un sistema
giuridico pragmatico che adattava le prassi alle necessità del momento. Inoltre,
la politica internazionale romana dipendeva fortemente dalle relazioni
personali tra i leader, creando alleanze e conflitti in base a dinamiche personali, oltre
che istituzionali.
La Dinastia Tolemaica:
La dinastia tolemaica d'Egitto, di origine greca, risale ai tempi di Alessandro
Magno e si distingue per una serie di caratteristiche culturali, politiche e sociali.
I Tolomei, pur essendo di origine greca, cercarono sempre di mantenere buoni
rapporti con la popolazione egizia, specialmente per ragioni politiche. Cleopatra, figlia
di Tolomeo XII, rappresentava una novità significativa: era la prima donna della
dinastia a salire al trono per diritto proprio, senza un consorte. Questo evento fu di
per sé straordinario, dato che nessuna donna della dinastia precedente aveva mai
ottenuto il potere senza essere sposata a un uomo della famiglia reale. Cleopatra,
inoltre, era una figura straordinariamente colta e politicamente astuta. Non solo
parlava numerose lingue (tra cui l'egiziano), ma fu anche una sovrana capace
di impressionare sia i suoi sudditi che i diplomatici stranieri.
Il Ruolo di Cleopatra:
In questo contesto di guerra e tradimento, la figura di Cleopatra si rafforza
ulteriormente. La sua determinazione a preservare il potere e a non lasciarsi
sopraffare dalla lotta interna alla corte di Alessandria la portò a cercare l’alleanza
con Cesare, una mossa che sarebbe stata decisiva per il suo futuro. Cleopatra non
solo riuscì a guadagnarsi l'appoggio di Cesare, ma entrò anche in una relazione
personale con lui, dando vita a una partnership politica che avrebbe cambiato il
corso della storia dell'Egitto e di Roma. Cesare, infatti, non solo appoggiò Cleopatra
nella sua lotta contro il fratello, ma le concesse anche una
certa autorità e legittimità nel regno, cementando così il suo ruolo di sovrana.
L'Affronto a Roma:
Il gesto dell'omicidio di Pompeo da parte dei Tolomei era un vero e
proprio affronto a Roma, che non poteva restare impunito. Non solo era una
violazione delle regole non scritte della politica romana, ma aveva anche il potenziale
di compromettere le relazioni tra Roma e l'Egitto. In effetti, Cesare percepì
immediatamente la gravità dell'atto. Essendo un romano, Cesare considerava
inaccettabile che un romano venisse ucciso da un sovrano straniero, anche se nemico
della Repubblica. La sua reazione fu di forte disapprovazione nei confronti
dei Tolomei e di un decisivo sostegno a Cleopatra, la quale, seppur essendo una
donna, si trovò a rappresentare, agli occhi di Cesare, l'unica scelta legittima in quella
situazione.
L'Appoggio a Cleopatra:
Sostenere Cleopatra in quel momento non fu solo una questione di alleanza
politica, ma anche di coerenza rispetto ai principi di Roma. Sebbene la società
romana fosse patriarcale e maschilista, Cesare non esitò a schierarsi con
una donna, pur di non darla vinta a un affronto grave alla Repubblica. Cleopatra,
infatti, rappresentava una figura intelligente, colta e politicamente abile, con la
quale Cesare trovò un terreno comune. La loro alleanza non era solo una questione
di relazioni personali, ma anche un'opportunità politica: Cleopatra, infatti, poteva
diventare una potente alleata di Cesare, capace di consolidare il suo potere sia
in Egitto che nel mondo romano.
La famosa scena in cui Cleopatra si fa trovare arrotolata in un tappeto e portata
segretamente da Cesare non ha nulla a che fare con un atto di seduzione, ma
piuttosto con un espediente politico per stringere un'alleanza segreta con Cesare.
Cleopatra, infatti, voleva essere sicura di avere un sostegno esterno nella sua lotta
contro il fratello Tolomeo XIII, e nonostante la situazione sia tesa, questa mossa
mostrava la sua astuzia politica.
La Nomina a Dittatore:
La situazione, però, non era affatto risolta. Nel 49 a.C., mentre Cesare era
in Spagna per sedare le ultime insurrezioni pompeiane, si verificò un episodio
importante a Marsiglia. Mentre Cesare stava per tornare in Italia, il Senato romano,
completamente impotente e disperato, decise di inviare un messo a Cesare con la
proposta di conferirgli la dittatura. Era la prima volta che Cesare riceveva questa
carica, ma la situazione era ormai talmente irrituale da somigliare a quella che
accadde con Silla: un'operazione politica che non seguiva le consuete prassi romane,
ma che rispondeva alla necessità di ristabilire l'ordine in una Repubblica sconvolta
dalla guerra civile.
Il Senato, nel tentativo di non alienarsi completamente Cesare, decise di conferire a lui
il potere straordinario della dittatura, ma questa decisione rappresentò anche una
sorta di indebolimento delle istituzioni tradizionali romane. Il conferimento della
dittatura a Cesare mostrava chiaramente che il Senato non aveva più il controllo sulle
dinamiche politiche, e che ormai la figura dell'uomo forte, legato al potere personale
e militare, era diventata l'unica soluzione per affrontare le sfide interne.
Conclusioni:
La decisione di conferire la dittatura a Cesare fu quindi una mossa irrituale che sancì
il passaggio dalla Repubblica Romana a un nuovo ordine politico, dominato dalla
figura dell'uomo forte. Cesare, pur avendo inizialmente accettato questa carica per la
necessità di restaurare l'ordine, non intendeva rinunciare completamente ai principi
della Repubblica. Tuttavia, questa fase segnò il tramonto della Repubblica
tradizionale e l'inizio di una fase di transizione verso un nuovo sistema di
governo, che sarebbe sfociato nell'Impero sotto il suo successore, Ottaviano
Augusto.
Ma prima:
1) Cicerone ad Atticum 8, 11, 2: Hoc Gnaeus noster cum antea numquam tum in hac
causa
minime cogitavit. Dominatio quaesita ab utroque est, non id actum beata et
honesta civitas ut esset. Nec vero ille (CESAR) urbem reliquit quod eam tueri non
posset
nec Italiam quod ea pelleretur, sed hoc a primo cogitavit, omnis terras, omnia maria
movere, reges
barbaros incitare, gentis feras armatas in Italiam adducere, exercitus conficere maximos.
Genus
illud Sullani regni iam pridem appetitur multis qui una sunt cupientibus. An
censes nihil inter eos convenire, nullam pactionem fieri potuisse? Hodie potest. Sed
neutri
skopos est ille ut nos beati simus; uterque regnare vult.
Il nostro Gneo, come mai prima (l’ha pensato), ora in questa situazione non l’ha pensato
affatto. Il potere assoluto è cercato da entrambi, non perché possa essere
realizzata
la nostra beata e onesta città. E quello (Cesare) non ha lasciato affatto la città perché
non poteva difenderla, né l’Italia perché era scacciato da essa, ma questo, come prima
cosa,
ha pensato: di mettere in subbuglio tutte le terre, tutti i mari, di aizzare i re barbari, di
sospingere in Italia popolazioni feroci armate, di arruolare eserciti sterminati. Quel
genere
di dominazione sillana già da tempo è desiderata da molti che la ambiscono insieme
(a lui). Ma credi che tra loro non si potesse arrivare a un accordo? Oggi si può. Ma per
nessuno dei due la finalità è quella, che noi si sia felici: entrambi vogliono regnare.
Non sappiamo con certezza se la Lex Antonia abbia realmente abolito la dittatura o se
abbia semplicemente eliminato il suo carattere perpetuo. Tuttavia, Augusto, pur
detenendo tutto il potere, rifiutò la dittatura. Non voleva questa carica, che pure aveva
una lunga tradizione onorifica a Roma.
Ma perché? Forse perché gli fu offerta in modo irrituale, ma soprattutto perché sapeva
esattamente quale fosse il suo obiettivo. Aveva ben chiaro, inoltre, quali fossero i
connotati della dittatura nel suo tempo: da un lato, le connotazioni negative legate alle
esperienze di Silla e Cesare; dall’altro, anche se spogliata di questi aspetti, la
dittatura, pur ispirandosi alle istituzioni repubblicane, non era adatta ai suoi scopi.
La dittatura di Silla era senza termine e con uno scopo generale, quella di Cesare era a
vita. Se la dittatura non rientrava in questi due modelli, imponeva vincoli che ad
Augusto non interessavano. Non poteva accettare una carica con limiti temporali e
finalità definite. Preferiva mantenere ciò che già possedeva: l’imperium proconsulare
maius et infinitum, ovvero un comando militare superiore a quello di qualsiasi altro.
"Infinitum", cioè senza limiti temporali né spaziali. Il problema
dell’imperium tradizionale era proprio il suo limite territoriale: consoli e magistrati
ordinari esercitavano il comando militare (imperium militiae) solo fuori Roma, con il
potere di coercizione (coercitio), che consentiva atti repressivi su cittadini e soldati
senza implicare un potere giurisdizionale diretto. Dentro la civitas, invece, i magistrati
esercitavano l’imperium domi, che richiedeva un provvedimento giurisdizionale per
avere effetti sui cittadini, salvo in casi eccezionali.
Questo fatto evidenzia come l’imperium infinitum fosse una forma di potere totale: da
un lato, riproduceva i poteri delle magistrature repubblicane, dall’altro, apparteneva a
un sistema completamente diverso. Questo concetto di imperiumfinirà per prevalere
sulla stessa idea di dittatura: sarà proprio l’imperium a seppellire la dittatura,
imponendosi come un potere efficace e onnicomprensivo, individuando nel princeps la
figura centrale del nuovo assetto politico.
Solo dopo alcuni secoli, i princeps verranno chiamati imperatori, termine che in età
repubblicana era legato esclusivamente alla sfera militare: si era imperator in quanto
comandanti vittoriosi in battaglia.
La vera ragione del rifiuto di Augusto risiede in questa consapevolezza: da un lato, la
dittatura era ormai associata ai lati oscuri del potere; dall’altro, il concetto stesso
risultava superato rispetto al potere che lui già deteneva.
E dopo?
Con l’Impero Romano si susseguiranno principi e imperatori, fino alla divisione tra
Oriente e Occidente. L’Occidente cadrà nel 476 d.C. nelle mani dei barbari, dando
origine ai regni romano-barbarici, mentre l’Impero d’Oriente continuerà per oltre mille
anni. Qui, sotto l’influenza greca, sarà possibile utilizzare il termine rex, e nel
linguaggio comune si affermerà l’uso della parola greca Basileus, ovvero "re".
La dittatura scompare. Mentre i testi giuridici, come il Corpus Iuris di Giustiniano,
verranno insegnati nelle scuole medievali e tramandati nella storia, molti testi letterari
andranno invece perduti. Curiosamente, le tracce degli istituti di diritto pubblico
sopravvivranno più nei testi non giuridici che in quelli strettamente giuridici.
Solo tra il 1400 e il 1500, con gli intellettuali dell’Umanesimo e del Rinascimento, si
inizieranno a recuperare i manoscritti antichi, tra cui gli scritti di Tito Livio. Tuttavia,
nei due secoli successivi si osserverà una certa repressione della cultura classica,
poiché aveva un impatto rilevante sulla politica dell’epoca.
La prima opera a riflettere nuovamente sul concetto di dittatura è quella di
Machiavelli, che la analizza in chiave positiva. Egli la considera una possibile soluzione
per creare un governo equilibrato e utile alla sua Firenze. Studiando l’esperienza
romana, Machiavelli interpreta la dittatura come una magistratura ideale, capace di
preservare e tutelare gli interessi del popolo, riconosciuto come sovrano.
1 fonte: 1) N. Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, 34: L'autorità dittatoria
fece bene, e
non danno, alla republica romana: e come le autorità che i cittadini si tolgono (prendono), non quelle
che sono loro dai suffragi
liberi date, sono alla vita civile perniziose. (CI SONO ALCUNE CARICHE ARCAICHE CHE I
CITTADINI NON SCELGONO CHE SONO NOCIVE)
E' sono stati dannati da alcuno scrittore quelli Romani che trovarono in quella città modo di creare
il Dittatore, come cosa che fosse cagione, col tempo, della tirannide di Roma (questa lettura fa capire
come si guarda la dittatura in modo differente, ovvero conoscendo le conseguenze storiche ) ;
allegando, come il
primo tiranno che fosse in quella città la comandò sotto questo titolo dittatorio; dicendo che, se
non vi fusse stato questo Cesare non arebbe potuto sotto alcuno titolo publico adonestare la sua
tirannide ( si sottolinea che la dittatura permise l’avvento della tirannia ) . La quale cosa non fu
bene, da colui che tiene questa opinione, esaminata, e fu fuori d'ogni
ragione creduta. Perché, e' non fu il nome né il grado del Dittatore che facesse serva Roma, ma fu
l'autorità presa dai cittadini per la lunghezza dello imperio: e se in Roma fusse mancato il nome
dittatorio, ne arebbono preso un altro; perché e' sono le forze che facilmente si acquistano i nomi,
non i nomi le forze ( si dice che non è la dittatura ad esser sfociata in tirannia ma il carattere
della perpetuità, del resto se non ci fosse stata la dittatura ci sarebbe stato qualcos’altro ma
identico perché è la forza che prende il nome della carica, non il nome della carica che con
violenza diventa forte ). E si vede che 'l Dittatore, mentre fu dato secondo gli ordini publici, e non per
autorità propria, fece sempre bene alla città. Perché e' nuocono alle republiche i magistrati che si
fanno e l'autoritadi che si dànno per vie istraordinarie( si constata dalle fonti che quando il
dittatore è stato dato in maniera conforme alle istituzioni e non perché si fosse preso con forza
le conseguenze erano favorevoli, machiavelli fece una distinzione che diventerà poi ordinatoria
nel 900, la distinzione è quella fra dittatura assegnata ad un soggetto dall’ordinamento in
conformità, ma c’è anche la dittatura presa da se da un soggetto ), lo stesso Carl Schmith
riprenderà in proposito a Machiavelli il concetto di dittatura sovrana e dittatura commissaria
che invece è prevista dall’ordinamento giuridico in cui il dittatore prende ordini dal potere
sovrano ( che a roma era il senato ), non quelle che vengono per vie ordinarie:
come si vede che seguì in Roma, in tanto processo di tempo, che mai alcuno Dittatore fece se non
bene alla Republica. ( non ci fu mai dittatore che fece male alla res esclusi cesare e silla)
Di che ce ne sono ragioni evidentissime. Prima, perché a volere che un cittadino possa offendere,
e pigliarsi autorità istraordinaria, conviene ch'egli abbia molte qualità ( sono le autorità straordinarie
che sono nocive, non quelle ordinarie, infatti la dittatura è data per via straordinaria,
Machiavelli fa una serie di riflessioni, dice che questa dittatura è magistratura straordinarietà
ma sta diventando ordinaria visto che è inserita in una prospettiva di ordinarietà nella misura
in cui l’ordinamento prevede la possibilità di istituzione del dittatore in maniera non ordinaria
e addirittura con estensione della carica ecc. ), le quali in una republica non
corrotta non può mai avere: perché gli bisogna essere ricchissimo, ed avere assai aderenti e
partigiani, i quali non può avere dove le leggi si osservano; (prima che a qualcuno venga la vaga idea
o voglia e pure ci riesca a diventare un’autorità straordinaria è necessario che abbia una serie
di connotazioni personali che in una repubblica sana e non corrotta nessuno potrebbe mai
avere, bisogna essere ricchi e molti seguaci, cosa impossibile se le leggi sono sane, seppur
ricco, il ragionamento in ottica romana non starebbe in piedi, infatti ci si trova in un’epoca
posteriori, perché nell’antica roma anzi serviva essere ricchi per finanziare la rss pubblica e
quindi divenire magistrati ) e quando pure ve gli avessi, simili uomini
sono in modo formidabili, che i suffragi liberi non concorrano in quelli (dovrebbero essere così tanti
da poter concorrere e far saltare le votazioni di assemblee libere, cosa che non avviene mai).
Oltra di questo, il Dittatore
era fatto a tempo, e non in perpetuo, e per ovviare solamente a quella cagione mediante la quale
era creato (era creato con uno scopo, quindi si individuano i due limiti, scopo e tempo ); e la sua
autorità si estendeva in potere diliberare per sé stesso circa i rimedi di quello
urgente pericolo, e fare ogni cosa sanza consulta, e punire ciascuno sanza appellagione (l’autorità
permetteva di sanare il pericolo senza consultare nessuno, potendo punire senza la provocatio
ad populum, ma non poteva nuocere lo stato e ridurre i suoi poteri come sottrarre potere al
popolo, senato o abolire le leggi per farne di nuove – qui si riferisce a silla che fece delle
leggi ): ma non
poteva fare cosa che fussi in diminuzione dello stato; come sarebbe stato tôrre autorità al Senato o
al Popolo, disfare, gli ordini vecchi della città, e farne de' nuovi. In modo che, raccozzato il breve
tempo della sua dittatura, e le autorità limitate che egli aveva, ed il popolo romano non corrotto;
era impossibile ch'egli uscisse de' termini suoi, e nocessi alla città: e per esperienza si vede che
sempre mai giovò. ( considerando tutto ciò, popolo romano sano, limiti della dittatura, era
impossibile che si uscisse dai confini nuocendo alla società, infatti questo non si verificò mai
con la dittatura )
E veramente, infra gli altri ordini romani, questo è uno che merita essere considerato e numerato
infra quegli che furono cagione della grandezza di tanto imperio (si fa un passaggio ulteriore,
addirittura di tutte le istituzioni romane la dittatura anzi fu tra quelli che furono ragione del
successo di roma e del suo impero perché senza un ordine simile, perché si generalizza un
principio di teoria politica “ se non c’è un’istituzione simile a questa, le città molto
difficilmente riescono ad affrontare le circostanze straordinarie che possono occorrere loro “);
perché sanza uno simile ordine le
cittadi con difficultà usciranno degli accidenti istraordinari. Perché gli ordini consueti nelle
republiche hanno il moto tardo ( le istituzioni republicane con la democrazie sono lente rispetto
alla dittatura ) (non potendo alcuno consiglio né alcuno magistrato per sé stesso
operare ogni cosa, ma avendo in molte cose bisogno l'uno dell'altro, e perché nel raccozzare insieme
questi voleri va tempo) (in un regime democratico o aristocratico, ci vuole del tempo per mettere
insieme delle decisioni delle varie parti divenendo la situazione pericolosa se per questa è
necessaria una risoluzione nel breve tempo, pensare di fare ricorso a soluzioni ordinarie e
strumenti ordinari soprattutto è impensabile soprattutto nei casi di emergenza/urgenza ) sono
i rimedi loro pericolosissimi, quando egli hanno a rimediare a una cosa
che non aspetti tempo. E però le republiche debbano intra loro ordini avere uno simile modo ( per tal
motivo le repubbliche devono uno strumento straordinario come la dittatura, infatti fu fatta un
paragone con la repubblica veneziana che aveva una magistratura inquisitoria con poteri
straordinari per i casi di emergenza da Machiavelli ): e la
Republica viniziana, la quale intra le moderne repubbliche è eccellente, ha riservato autorità a pochi
cittadini, che ne' bisogni urgenti, sanza maggiore consulta ( da una comparazione diacronica, fra
due periodi temporali diversi, si passa ad una sincronica, cioè la comparazione che facciamo
fra ordinamenti ), tutti d'accordo possino deliberare. ( questi in modo rapido senza consultare
nessuno possono prendere delle decisioni )
Perché, quando in una repubblica manca uno simile modo, è necessario, o, servando gli ordini,
rovinare, o, per non ruinare, rompergli (se in una repubblica manca un istituzione di questo
genere che possa ricorrere ai ripari quando necessario si aprono due strade, rispettare
l’ordinamento e si va in rovina oppure trasgredire l’ordinamento e istituire a qualcosa di
estremamente potente, si capisce quindi che è presente una terza possibilità che sta in mezzo,
meglio quindi prevedere nell’ordinamento come a venezia la magistratura senza consulta, così
da non rovinare tutto o affidarsi a qualcosa di potente ) . Ed in una republica non vorrebbe mai
accadere cosa che
con modi straordinari si avesse a governare. Perché, ancora che il modo straordinario per allora
facesse bene, nondimeno lo esemplo fa male (se anche metti caso, prendendo questa seconda via
che quella istituzione a cui si ricorre in quel momento agisca per il bene, tuttavia in ogni caso
costituirebbe un esempio pericoloso perché si mette una usanza di rompere gli ordini per bene
che in quest’ottica si rompono per male, fai fare un qualcosa ad un’istituzione per il bene
avendo però poi una conseguenza in male ); perché si mette una usanza di rompere gli ordini per
bene, che poi, sotto quel colore, si rompono per male. Talché mai fia perfetta una republica, se con
le leggi sue non ha provisto a tutto, e ad ogni accidente posto il rimedio, e dato il modo a governarlo.
(l’idea è quella di una repubblica perfetta, la cui condizione è prevedere tutto, un rimedio per
tutte le circostanze così da governare tutti i casi )
E però, conchiudendo, dico che quelle republiche, le quali negli urgenti pericoli non hanno rifugio
o al Dittatore o a simili autoritadi, sempre ne' gravi accidenti rovineranno ( le repubbliche senza
dittatori o qualcosa di simile finiranno sempre male). È da notare in questo
nuovo ordine il modo dello eleggerlo, quanto dai Romani fu saviamente provisto ( bisogna tener conto
però del modo di scelta del dittatore come fecero i romani ). Perché, sendo la
creazione del Dittatore con qualche vergogna dei Consoli, avendo, di capi della città, a divenire
sotto una ubbidienza come gli altri; e presupponendo che di questo avessi a nascere isdegno fra'
cittadini; vollono che l'autorità dello eleggerlo fosse nei Consoli ( ricorrere alla dittatura si lede
l’onore/dignità dei consoli, perché questi che sono alla guida assoluta della città devono
seguire le indicazioni del dittatore e alla luce di questo che potrebbe causare sdegno ai
cittadini, quindi a tutela della cittadinanza, per non far alterare i cittadini per il ricorso al
dittatore, come dice Tito Livio infatti i cittadini si spaventano quando vede le scurie ecc. o che
si altera per il ricorso al dittatore in quanto nominato ad versum plebem, contro il popolo,
Livio dice che i senatori infatti nominavano con l’idea che lo stesso dittatore non era soggetto
alla provocatio ad populum, il popolo ribelle quindi che non vuole assecondare la leva e
combattere non può ribellarsi ad un dittatore che si mostra con le scurie in città e che non si
poneva problemi di alcun tipo nel condannare i cittadini (anche a morte se necessario), sino
alle leggi licinie sexties l’antifona era questa, cambiò appunto con l’arrivo e la possibilità di
avere consoli plebei, ma fino al 368 tutte le fonti si riferiscono ad un dittatore nominato per la
guerra/emergenza però i senatori hanno in testa che lo strumento era per lo più utilizzato per
tenere sotto scacco il popolo; Machiavelli dice infatti che intelligentemente i romani fecero in
modo che l’autorità che eleggeva (la dictio) fossero i consoli stessi, quindi la costituzionalità
del procedimento di nomina è evidentemente un potere che passa dai magistrarti ordinari
rendendo costituzionale l’istituzione ): pensando che, quando l'accidentevenisse che Roma avesse
bisogno di questa regia potestà (Machiavelli dice che se mai capitasse la necessità di avere un
potere REGIO lo utilizzerebbero volentieri senza problemi, si riprende il concetto di regio
perché lo si desume dalle similitudini fatte nelle fonti ), ei lo avessono a fare volentieri e facendolo
loro, che dolesse loro meno. Perché le ferite ed ogni altro male che l'uomo si fa da sé
spontaneamente e per elezione, dolgano di gran lunga meno, che quelle che ti sono fatte da altrui.
Machiavelli analizzò i primi dieci libri di un’opera di Tito Livio, traendone le idee
filosofiche e politiche che gli erano utili per sostenere la sua tesi: la dittatura era una
soluzione ottimale per la sua realtà.
Questo rappresenta già un grande passo verso l’idealizzazione della storia romana. La
sua opera, infatti, non è un’analisi esegetica volta a ricostruire fedelmente le
dinamiche di Roma antica, ma un uso strumentale della storia. Machiavelli non cerca
la verità storica in sé, bensì un modello etico e politico che, se ritenuto utile al
presente, può essere adottato e applicato.
2 fonte: 2) N. Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, 33: Quando uno
inconveniente è
cresciuto o in uno stato o contro a uno stato, è più salutifero partito temporeggiarlo che urtarlo.
Crescendo la Republica romana in riputazione, forze ed imperio, i vicini, i quali prima non avevano
pensato quanto quella nuova republica potesse arrecare loro di danno, cominciarono, ma tardi, a
conoscere lo errore loro; e volendo rimediare a quello che prima non aveano rimediato,
congiurarono bene quaranta popoli (lega latina) contro a Roma: donde i Romani intra gli altri rimedii
soliti farsi
da loro negli urgenti pericoli, si volsono a creare il Dittatore, cioè dare potestà a uno uomo che
sanza alcuna consulta potesse diliberare, e sanza alcuna appellagione potesse esequire le sue
diliberazioni. Il quale rimedio, come allora fu utile, e fu cagione che vincessero i soprastanti pericoli,
così fu sempre utilissimo in tutti quegli accidenti che, nello augumento dello imperio, in qualunque
tempo surgessono contro alla Republica. (si sottolinea l’utilità della dittatura)
Siamo al punto in cui Machiavelli fotografa il passaggio in cui Livio racconta come si
arriva alla prima dittatura.
3 fonte: 3) N. Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, 30: Conviene, pertanto, che
per
rimedio io le dia, che la tenga i medesimi modi che tenne la Republica romana a essere meno ingrata
che l'altre. Il che nacque dai modi del suo governo. Perché, adoperandosi tutta la città, e gli nobili
e gli ignobili (sia i nobili sia quelli non nobili come ceto si impegnavano nella guerra sempre,
venivano temprati in un contesto guerresco che facilmente si creavano nuove persone con
personalità importanti, questi personaggi eroici e valorosi fa si che il popolo abbia a
disposizioni tante persone valorose che crea una società a cui si fa a gara per virtù in quanto
attori di azioni in cui il popolo ammira e guarda ), nella guerra, surgeva sempre in Roma in ogni
età tanti uomini virtuosi, ed ornati di
varie vittorie, che il popolo non aveva cagione di dubitare d'alcuno di loro, sendo assai, e guardando
l'uno l'altro. E in tanto si mantenevano interi e respettivi di non dare ombra di alcuna ambizione
né cagione al popolo, come ambiziosi, l'offendergli, che, venendo alla dittatura quello maggiore
gloria ne riportava che più tosto la diponeva (questi uomini si mantenevano integri moralmente e
rispettosi in modo tale da non dare spazio al popolo di essere prevaricati ma non dando spazio
alla propria ambizione a prevalere sul popolo, erano così integri da non dare ombra rispetto al
proprio operato soprattutto non dando modo al popolo di averne motivo – in tutto questo
contesto in cui questi uomini fra cui si sceglieva il dittatore per valori militari e non solo, la
circostanza era sempre la minaccia bellica, ma doveva esserci stima presso tutte le
componenti della società, la gloria maggiore di questi nuovi dittatori non era tanto il fatto di
essere nominati ma quando si abdicava, perché la gloria era nel fatto che si era riusciti a
risolvere il problema per la quale si era nominati, abdicando non si produceva odio o
ingratitudine perché non produceva sospetti sull’intento di queste grandi figure, il
ragionamento è stato fatto sugli esempi storici dati nelle fonti storiche in cui tutti risultano
quasi sempre virtuosi, è condizionato, non è oggettivo rispetto all’istituto). E così, non potendo
simili modi generare sospetto,
non generavano ingratitudine. In modo che, una republica che non voglia avere cagione d'essere
ingrata, si debba governare come Roma, e uno cittadino che voglia fuggire quelli suoi morsi, debbe
osservare i termini osservati da' cittadini romani.
In questo capitolo si affronta il tema dell’ingratitudine del popolo nei confronti dei
governanti, un problema che Machiavelli osserva chiaramente in relazione alla
situazione di Firenze. Il popolo, infatti, non riconosce come i poteri operino per il bene
della collettività. Per risolvere questo problema, secondo Machiavelli, occorre seguire
l’esempio dei Romani, che riuscivano a limitare tali situazioni.
Egli sostiene che basti analizzare l’organizzazione del governo romano: poiché tutta la
città, nobili e non, partecipava attivamente alla guerra e agli affari pubblici, il contesto
bellico favoriva l’emergere di numerose personalità virtuose e individui ricchi di
onorificenze. Questo sistema creava una società in cui i cittadini, ispirandosi l’un
l’altro, si sfidavano nel perseguire la virtù.
Questo concetto è fondamentale per comprendere lo sviluppo successivo della
dittatura dopo Machiavelli. Gli uomini prestigiosi dell’epoca romana cercavano di
mantenere un equilibrio tra le proprie ambizioni e il rischio di inimicarsi il popolo. Il
nodo centrale della questione risiede proprio nel legame tra il dittatore e la possibile
ingratitudine popolare: un dittatore capace di garantire questo equilibrio riusciva a
evitare il risentimento del popolo.
4 fonte: 4) N. Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, 49: E per venire a qualche
esemplo particulare, dico come, intra le altre cose che si hanno a considerare da uno ordinatore
d'una republica ( governante ) è esaminare nelle mani di quali uomini ei ponga l'autorità del sangue
contro de' suoi
cittadini ( una delle cose importanti è che chi governa deve fare è la scelta giusta rispetto agli
uomini che possono reprimere i cittadini ). Questo era bene ordinato in Roma, perché e' si poteva
appellare al Popolo ordinariamente: ( si ricorda la provocatio ad populum )
e se pure fosse occorso cosa importante, dove il differire la esecuzione mediante l'appellagione
fusse pericoloso, avevano il refugio del Dittatore, il quale eseguiva immediate; al quale rimedio non
refuggivano mai, se non per necessità. ( se anche ci si fosse trovati in una circostanza molto grave
in cui il differimento dell’esecuzione attraverso l’utilizzo della provocatio ad populum fosse
risultata pericolosa per la civitas, avevano il refugio del dittatore il quale poteva dare
esecuziomne alla condanna immediatamente per le situazioni gravi, per Machiavelli è positivo
perché salva la civitas)
1) Montesquieu, Pensieri , 1712: Dittatore. – Davanti a lui, le leggi erano nel silenzio, e il [potere,
colui che ha il potere è sovrano perché il potere è sovrano]
Sovrano abbassava la testa. Sarebbe stato un tiranno (vicinanza alla carica del tiranno), se non fosse
stato scelto per un tempo corto,
e se la sua potenza non fosse stata limitata dall’oggetto per il quale era stato prescelto ( si sottolinea
come i due vincoli limitassero la dittatura).
Dittatore. – Rimedio estremo nei mali estremi (secondo il pensiero del dittatore è “rimedio estremo
a mali estremi"). Era una Divinità che scendeva da Cielo per la
soluzione delle situazioni ingarbugliate. ( si equipara al dio della tragedia greca, la divinità che
quando non si sa come uscire dalle situazioni ingarbugliate scende dal cielo e risolve tutto,
viene presa questa teoria nella tragedia greca ma in un quadro tipicamente illuminista, lo
stesso illuminismo che teorizza l’idea di un dio che corrisponde alla suprema ragione
qualunque forma abbia, la ragione suprema è il divino degli illuministi. La ragione suprema è
una sorta di perfetto ordine logico )
Lezione 19:
02/04/25
Riprendiamo il discorso su Montesquieu e il suo approccio innovativo rispetto a
Machiavelli.
Come affronta il tema della dittatura nell’opera Lo spirito delle leggi? Quest’opera,
scritta nel Settecento, è fondamentale per lo sviluppo del pensiero illuminista. Il suo
obiettivo è analizzare i rapporti tra le leggi e le condizioni sociali, politiche ed
economiche. Montesquieu dedica un capitolo al dittatore, inquadrandolo nella
distinzione tra dispositivi straordinari e ordinari.
Nei suoi Pensieri, egli afferma che Lo spirito delle leggi rimane in silenzio riguardo alla
figura del dittatore. Questo silenzio è significativo: Montesquieu non si concentra sulle
leggi in un determinato periodo storico, ma sul loro spirito, sul loro significato e sulla
loro funzione.
Proprio per questo, non può ignorare la dittatura: essa rappresenta un momento in cui
le leggi si ritraggono, lasciando spazio a un potere straordinario. Montesquieu analizza
quindi il rapporto tra il normale funzionamento di uno Stato e l’istituzione del dittatore
come strumento eccezionale, capace di sospendere l’ordinario per affrontare situazioni
di emergenza.
2) Montesquieu, Lo spirito delle leggi , 2.3: Un’autorità esorbitante, concessa tutt’a un tratto a
un cittadino in una repubblica, forma una monarchia o più che una monarchia. In questa le leggi
hanno provveduto alla costituzione o vi si sono adattate ( le leggi come si pongono quando ad un
tratto si coincide ad un singolo un’autorità esorbitante come il dittatore? Il paradosso è che
mentre in altre città il tiranno sopprime le leggi, qua ci si riferisce a delle leggi che si
adattano al dittatore e che di fronte ad un potere di questo tipo fa si che le leggi stesse siano
istitutive ): il principio del governo tiene a freno il
monarca ( sono le leggi che regolano il dittatore ); ma, in una repubblica in cui un cittadino si fa
dare un potere esorbitante, l’abuso di questo
potere è maggiore (la possibilità che l’individuo singolo abusi del potere è elevato rispetto al
monarca perché se le leggi non prevedono un caso così, come dice Machiavelli, in una
democrazia diventa di carattere straordinario, proprio perché l’ordinamento non ha previsto
ne l’istituto ne i limiti ), poiché le leggi, che non hanno previsto un simile caso, non hanno fatto
nullaper frenarlo. L’eccezione a questa regola si ha quando la costituzione dello Stato è tale da aver
bisogno di una carica dal potere esorbitante (qui riprende Machiavelli, quando però la costituzione
dello stato, costituzione intesa come l’insieme delle istituzioni, è tale da sapere che quella
carica serve allora la situazione è diversa, proprio come era a Roma con i suoi dittatori ). Tale
era Roma con i suoi dittatori; tale è Venezia con
i suoi inquisitori di Stato; si tratta di magistrature terribili (si fa una similitudine con Venezia, in cui
però si sviluppa un pensiero di “terribile” per le magistrature, c’è una idea di magistratura che
fa terrore ma a questa idea si collega un’altra, anche il fatto che le magistrature riconducono
violentemente e con il terrore lo stato alla libertà, si gioca ancora l’idea che l’eccezionalità di
questa magistratura anche se esorbitante rientra nell’ordinamento, questo ordinamento è
preparato a contenere questo stato di eccezione perché ha il dispositivo ovvero la dittatura ma
anche gli strumenti per maneggiare questo istituto senza eccessivo rischio ) che riconducono
violentemente lo Stato
alla libertà. Ma donde viene che tali due magistrature siano così differenti in queste due repubbliche? (
comparazione diacronica fra Roma e rep. Veneziana )
Dal fatto che Roma difendeva i resti della propria aristocrazia contro il popolo ( dittatura ad versum
plebe come diceva Livio ), mentre Venezia si
serve dei propri inquisitori di Stato per preservare la sua aristocrazia contro i nobili. (c’è una
differenza a Roma questo dispositivo era posto a tutela della elite al governo, a Venezia
viceversa garantisce l’elite rispetto al contesto/componente sociale da cui la stessa elite
proviene, ma Montesquieu dimentica che anche a Roma ci sono circostanze in cui peraltro il
dispositivo della dittatura viene utilizzato perché parte dell’aristocrazia trama per fare i propri
interessi e quindi la parte più sana dell’aristocrazia senatoria si difende nominando e dando in
carico ad un dittatore l’inchiesta) Ne deriva che
a Roma la dittatura non doveva durare che poco tempo, perché il popolo agisce spinto dalla foga,
non secondo piani (Siccome il popolo agisce sulla spinta della foga e senza pensiero a lungo
periodo e soprattutto siccome era uno strumento a tutela dell’elite romana contro il popolo,
senza pensare alle vere rivoluzioni iniziando da quella francese, c’è una visione semplificatoria
perché effettivamente c’è un pensiero di lungo periodo con le rivoluzioni, come popolo branco
che agisce per ordine della foga e quindi per la quale è necessario poco tempo al dittatore per
sanare l’onda “breve” popolare ). Bisognava che questa magistratura si esercitasse in maniera
eclatante, perché si
trattava di intimidire il popolo, non già di punirlo (es: le scurie, usate per intimidire il popolo, che si
spaventava, l’idea non era punire il popolo per esercitare la coercitio, ma bisognava far
tornare indietro il popolo solo con la paura ); che il dittatore fosse creato in vista di un solo
obiettivo ( solo per l’esercizio di una funzione seppur ci sono casi in cui ci si protrae per
esercitare funzioni con altri obiettivi ), e godesse di un’autorità illimitata solo in merito a tale
incombenza, perché era sempre
creato per un caso imprevisto. A Venezia invece [...] ( c’è si eccezionalità, ma la funzione deve
essere limitata all’eccezionalità e al caso per la quale è stato nominato )
Nella res publica romana, il governo può essere nelle mani del popolo attraverso la
democrazia, oppure può essere affidato a una piccola parte della società, ossia
l’aristocrazia, tramite il governo dei migliori.
Montesquieu propone un’interpretazione della dittatura romana in cui essa si trova, da
un lato, vicina al dispotismo, ma dall’altro si colloca in uno spazio fra legittimità
e extrema ratio (estrema necessità). Quest’area è ristretta, ma è proprio in questo
spazio che Montesquieu localizza la funzione della dittatura romana. Secondo lui, la
dittatura esercita un'autorità esorbitante ma con dei limiti, in quanto serviva a
proteggere gli interessi dell’aristocrazia contro quelli del popolo.
Montesquieu sottolinea anche come, pur trattandosi di un potere straordinario, la
dittatura romana fosse vincolata dalla divisione dei poteri che già esisteva a Roma. Le
magistrature e i consoli gestivano il potere esecutivo, mentre le assemblee erano
responsabili del potere legislativo. Questi freni imposti dalla divisione dei poteri
limitavano il potere del dittatore, facendo sì che questa magistratura straordinaria
diventasse inevitabilmente uno strumento di parte. Sebbene la dittatura non fosse
originariamente concepita come un mezzo a favore dell’aristocrazia, spesso veniva
utilizzata a quel fine.
Tuttavia, Montesquieu osserva che la dittatura romana, pur essendo esercitata in un
contesto di conflitto tra popolo ed elite, era un potere neutro in quanto tale. In
situazioni di frizione tra le due fazioni, quando la negoziazione non portava a risultati,
il dittatore interveniva come figura capace di risolvere il conflitto. In questo senso, era
davvero un potere neutro, volto a placare le tensioni sociali.
Infine, Montesquieu individua una netta cesura tra la dittatura dei primi due secoli
della Repubblica e quelle dei periodi di Silla e Cesare, evidenziando un cambiamento
significativo nel modo in cui il potere dittatoriale veniva esercitato.
3) Montesquieu, Lo spirito delle leggi , 9.16: D’altra parte, il senato aveva il potere di sottrarre,
per così dire, la repubblica dalle mani del popolo, attraverso la creazione di un dittatore, davanti al
quale il [potere] sovrano abbassava la testa, e le leggi più popolari ( quelle leggi più a favore del
popolo ) [in nota: quelle che permettevano di
fare ricorso al popolo contro le ordinanze di tutti i magistrati] restavano nel silenzio.
Si ribadisce il concetto di magistratura nata per tutelare gli interessi del senato ma per
la quale però lo stesso montesquieu recupera quel carattere di neutralità.
5) Montesquieu, Considerazioni sulle cause della grandezza dei Romani e della loro
decadenza , VIII: Il Popolo dal canto suo impiegava le proprie forze, e la propria superiorità nel
suffragio ( errore storico, non c’è suffragio, ci sono i comizi, il popolo era più numeroso
dell’aristocrazia, chiaramente si riferisce ai suffragi intesi come comizi ma l’errore è presente
anche perché la plebe era per numero minoritaria ), i propri rifiuti di andare in guerra, le proprie
minacce di ritirarsi, la parzialità delle proprie
leggi, infine i Giudizi contro coloro che avevano fatto troppa resistenza contro di lui (irrogazione della
sanzione che andava contro alla volontà dei tribuni della plebe, si diveniva sconsacrata agli
dei, esposta a chiunque che poteva ucciderlo ); il Senato si
difendeva tramite la propria saggezza, la propria giustizia e l’amore che lo ispirava per la Patria,
attraverso le proprie buone azioni e una saggia distribuzione dei tesori della Repubblica( nell’esistenza
delle diverse correnti del senato stesso, prevale quasi sempre la corrente più saggia, le fonti
dicono della corrente che persegue il bene dello stato negli equilibri del periodo in cui lo stato
si trova ), per mezzo
del rispetto che il Popolo aveva per la gloria delle famiglie più importanti e la virtù dei grandi
personaggi, anche attraverso la Religione, le antiche istituzioni e la soppressione dei giorni di
assemblea, sotto il pretesto che gli Auspici non erano stati favorevoli, per mezzo dei Clienti,
attraverso l’opposizione di un Tribuno all’altro, attraverso la creazione di un Dittatore [...] ( si riprende
l’idea di Machiavelli di come più persone concorrono, si fotografa poi le manomissioni con gli
auspici, manomissione dei tribuni e poi con la creazione del dittatore, l’idea è quella di
dittatore quindi come strumento dell’oligarchia senatoria quando il popolo e aristocrazia si
fronteggiavano sbilanciando gli equilibri )
Machiavelli distingue tra due tipi di dittatura: una che è sottoposta alle leggi e una che
sopprime le leggi e ne crea di nuove. Questa distinzione fu ripresa e sviluppata da Carl
Schmitt, in riferimento anche agli scritti di Bodin, e si traduce nella separazione tra la
dittatura sovrana e quella commissaria. L'idea della dittatura commissaria è presente
anche nel pensiero di Rousseau.
L'opera di Rousseau riprende e rielabora le idee di Montesquieu e Machiavelli, ma allo
stesso tempo pone le basi per una nuova interpretazione del concetto di dittatura.
Rousseau guarda alla figura del dittatore come un legislatore, e afferma che mentre il
dittatore è "potenza senza diritto", il legislatore è "diritto senza potenza". Questa
riflessione influenzerà direttamente Carl Schmitt, il quale darà vita a conseguenze
teoriche complesse.
Il concetto centrale in Rousseau è quello di commissione. Egli sostiene che, rispetto
allo stato, non esistono diritti ma solo doveri: lo Stato affida ai cittadini delle
"commissioni" da compiere nell'interesse collettivo. La commissione implica un
impulso dall’alto verso il basso, un ordine che scende dall'autorità centrale e che deve
essere eseguito dal cittadino.
Rousseau osserva che, in una vera democrazia, la magistratura non è un privilegio,
ma un ufficio oneroso. Questa riflessione si ispira alla storia romana: nella Repubblica
romana, infatti, essere magistrato era considerato un servizio che i cittadini più
facoltosi dovevano rendere alla città, in quanto avevano più tempo e risorse per
occuparsene, con l’obiettivo di realizzare "la volontà del popolo".
Per quanto riguarda la dittatura, Rousseau sostiene che all’inizio della Repubblica
romana, chi deteneva tale potere si trovava in una posizione di grande difficoltà. La
durata limitata della carica derivava dal fatto che essa era vista come
una commissione dello stato, un incarico talmente gravoso che il dittatore, pur avendo
potere illimitato, non vedeva l'ora di liberarsene. Questo incarico era pesante, perché,
come scrive Rousseau, il dittatore aveva il compito di sostituire le leggi stesse, in linea
con il pensiero di Montesquieu, che vedeva la dittatura come una sospensione del
diritto ordinario.
In pratica, la visione di Rousseau del dittatore come "commissione" nella democrazia
lo considera come un braccio della legge privo di autonomia. Pur avendo un potere
enorme, il dittatore dipende sempre dalla commissione e dalle leggi stesse, come se
fosse un incaricato che non esercita un potere assoluto ma risponde a un dovere
superiore.
Come per Montesquieu, anche Rousseau sostiene che, in una democrazia, non possa
esistere una legge fondamentale scritta che vincoli il popolo. Al contrario, ci possono
essere solo un insieme di leggi non scritte che rappresentano lo spirito del popolo
stesso. Questa visione si riflette nel titolo dell'opera di Montesquieu, Lo spirito delle
leggi. Si riconosce qui l’eredità della civiltà romana, che si reggeva senza leggi
fondamentali scritte, le quali avrebbero potuto limitare l’autorevolezza del popolo. In
Roma, infatti, esistevano leges che regolavano l’impero, ma erano molto lontane da
una concezione democratica.
Montesquieu e Rousseau già cominciano a sviluppare l’idea di un popolo e del suo
spirito che diventerà uno dei cardini del pensiero romantico dell'800. L'idea che lo
spirito del popolo è il cuore della nazione si trasforma in una visione dello stato come
luogo di aggregazione di un popolo che ha sia una dimensione individuale che una
visione condivisa del diritto, quale espressione di quel popolo.
In alcuni passaggi, si parla di queste leggi non scritte, che risiedono nel cuore del
popolo, come una “costituzione scolpita nei cuori”, anticipando già le idee del
romanticismo. Questo concetto rimanda all’idea che il popolo è legato a una
costituzione viva, che si esprime nel sentimento comune, più che in un testo formale.
È una concezione che, seppur utopistica, era tipica del 700, un secolo che ha visto il
fiorire di grandi utopie, sviluppando ulteriormente quelle del 500 emerse con il
Rinascimento.
Per Rousseau, il dittatore romano è, in sostanza, un uomo che si sostituisce
temporaneamente alla “costituzione non scritta” del popolo, nelle situazioni in cui
questa non è in grado di risolvere i conflitti. Il dittatore agisce come un rappresentante
dell’interesse generale, ma sempre in funzione di una realtà che risiede nel cuore del
popolo, in una prospettiva di estrema ratio.
In questa visione, Rousseau fa una digressione che ci permette di approfondire meglio
il suo pensiero:
Rousseau, Il contratto sociale IV 6: Verso la fine della Repubblica, i Romani, divenuti più
circospetti, limitarono la dittatura con altrettante poche ragioni di quelle con cui l’avevano usata
largamente in altri tempi ( le dittature nel 4 infatti diminuirono per le limitazioni alla dittatura ).
Era facile vedere che il loro timore era male fondato, che la debolezza
della capitale costituiva allora la sua sicurezza contro i magistrati che essa aveva nel suo seno (per via
del timore si utilizzò meno la dittatura, ma in malo modo, perché la dittatura è per rousseau
una istituzione positiva più di quelle ordinaria, perché è un potere neutro che può difendere la
libertas repubblicana e assolutamente non attentarvi ) che
un dittatore poteva in certi casi difendere la libertà pubblica senza giammai potervi attentare, e che
i ferri di Roma non sarebbero forgiati in Roma stessa, ma nei suoi eserciti. (in questo ultimo
passaggio si recupera la valenza militare romana)
Rousseau, nel trattare la dittatura, fa una digressione anche sulle "dittature imminuto
iure", quelle con scopi limitati, amministrativi o religiosi, di qualità diversa rispetto alla
dittatura originaria. Per lui, queste forme di dittatura rappresentano uno svilimento
della carica. La loro natura ridotta, infatti, rischia di far perdere forza al potere
dittatoriale, che deve invece essere utilizzato con maggiore intensità per rispondere
alle necessità estreme della società. Rousseau considera queste dittature minori come
un rischio di degenerazione, arrivando a definire le cerimonie associate a queste
cariche come "vane", in quanto prive di un'autentica sostanza politica. Questo rischio
nasce dalla visione altissima che Rousseau ha della dittatura, una visione che si
sminuisce quando la carica viene ridotta a scopi amministrativi e funzionali di bassa
entità.
Allineandosi con Montesquieu, Rousseau individua in Silla e Cesare una deviazione
rispetto all'idea originaria di dittatura. Per Rousseau, queste dittature rappresentano la
sicurezza contro i magistrati, una misura necessaria in circostanze particolari, ma
lontana dall'idea di dittatura come un'autorità temporanea ed eccezionale. La dittatura
romana, nella sua concezione, aveva una carica di straordinaria potenza e necessità,
che si allontana dalla riduzione a forme limitate di potere che vediamo in seguito,
come nei casi di Silla e Cesare.
Rousseau dedica un capitolo intero alla dittatura, proponendo una visione ideale e
utopica, che però troverà enorme successo nelle epoche successive, influenzando
figure come Marx. Il suo pensiero è alimentato dall'idea di una "costituzione scolpita
nei cuori", un concetto che va oltre le leggi scritte e che si fonda su una "volontà
generale". Ma questa volontà non è la somma dei desideri della maggioranza, né una
volontà esplicita che si possa definire facilmente. Si tratta di una volontà che si forma
in modo ambiguo, "dallo spirito del cuore", come un'intuizione che rappresenta il
"bene comune". Questa visione esprime l’idea che la vera forza normativa risieda in
leggi non scritte, che sono l'espressione di una razionalità collettiva e condivisa.
Nel pensiero di Rousseau, la dittatura diventa quindi una commissione di potere da
parte del popolo, una delega per permettere al dittatore di compiere azioni eccezionali
in nome del bene comune. Il dittatore non è più visto solo come un sovrano con potere
assoluto, ma come un "legislatore" che ha la responsabilità di portare avanti l'azione
politica, pur essendo vincolato dalla volontà generale. Rousseau paragona il dittatore
a un "meccanico che inventa la macchina", un'analogia che si collega al contesto
dell'industrializzazione del suo tempo, dove il diritto e il governo sono visti come una
macchina complessa, che necessita di un intervento tecnico per essere messa in moto
e funzionare.
In questa visione, il dittatore assume una funzione spirituale, simile a quella degli
antichi legislatori romani, che erano interpretati come sacerdoti e custodi della volontà
divina. Tuttavia, Rousseau trasforma questa figura, facendo del dittatore un
"interprete" della volontà generale del popolo, ma non più in chiave religiosa. Il
dittatore diventa un esecutore della ragione sublime, che non è più divina, ma terrena
e politica, una ragione che guida l'azione verso il bene comune.
In sintesi, Rousseau trasforma la figura del dittatore da una semplice autorità
straordinaria in un agente del popolo, la cui missione è quella di agire secondo una
"costituzione" non scritta che esprime lo spirito collettivo. Questo concetto di dittatura,
come strumento per applicare il "bene comune", avrà un’influenza duratura sul
pensiero politico, diventando un modello di riflessione che si adatta alle diverse realtà
storiche successive.
Rousseau, nella sua concezione della "volontà generale", affronta il tema del dissenso
in un modo che può sembrare paradossale: afferma che il popolo, pur essendo la fonte
della volontà generale, difficilmente si adegua spontaneamente ad essa. In effetti,
Rousseau sottolinea che, sebbene la volontà generale sia l'espressione del popolo,
questa volontà può non essere riconosciuta come tale dai cittadini, perché spesso la
massa non è in grado di percepirla correttamente. Pertanto, il popolo può non
considerare questa volontà come propria, e per questo diventa necessario che la
società imponga questa volontà attraverso un "forzamento", ossia costringendo i
dissidenti ad aderire al concetto del "bene comune". Il famoso passaggio in cui
Rousseau dice che "chiunque rifiuti di obbedire alla volontà generale sarà costretto a
farlo", esprime chiaramente l'idea che la libertà di ogni individuo dipende dalla
sottomissione alla volontà generale, anche se ciò significa limitare la libertà
individuale in nome della collettività. Il risultato è una visione del popolo che non è
completamente libero nel suo agire, ma che deve essere "costretto" ad essere libero,
ossia ad agire secondo ciò che è percepito come l'interesse collettivo, anche contro la
sua volontà.
Questa idea di coercizione, in un certo senso, costituisce le radici di interpretazioni più
totalitarie della politica, come quelle che emergono durante la Rivoluzione Francese. Il
più noto degli interpreti di questi ideali è Maximilien Robespierre, che, traendo spunto
dalle teorie di Rousseau, applica l'idea di uguaglianza radicale e libertà all'interno di
un sistema politico che implica la coercizione dei dissidenti. La "libertà" in questo
contesto diventa un concetto legato all'uguaglianza totale tra i cittadini: se non siamo
tutti uguali, non possiamo essere veramente liberi. Questo pensiero alimenta la
visione di un governo che, per essere giusto, deve imporsi senza esitazione contro
ogni forma di dissonanza sociale e politica.
L'idea che la dittatura possa essere vista come uno strumento per "forzare" il popolo
ad aderire al bene comune diventa il nucleo di una visione politica che, purtroppo, ha
trovato applicazione nelle dittature del XIX e XX secolo. Quella di Rousseau è una
visione utopistica, ma la sua influenza sulla politica rivoluzionaria è stata profonda.
L'idea di una società in cui il popolo deve essere forzato a perseguire la propria libertà
(che è identica all'uguaglianza) sarà uno dei temi centrali per i movimenti rivoluzionari
che seguiranno.
Il pensiero di Benjamin Constant, come contraltare alle idee di Rousseau, rappresenta
un punto cruciale nella riflessione sulla libertà e sul potere nella politica moderna.
Constant, vivendo sulla propria pelle le conseguenze della Rivoluzione Francese e del
periodo del Terrore giacobino, avverte il pericolo di una dittatura che si giustifica come
"necessaria" per il bene collettivo, ma che, nella pratica, può degenerare in una forma
di oppressione autoritaria. La sua critica alla visione di Rousseau è profonda e prende
di mira la concezione di un potere che impone la "volontà generale" con la forza.
Questo rischio di coercizione che Rousseau considerava una fase necessaria per
raggiungere l'uguaglianza e il bene comune viene rifiutato da Constant, che propone
una visione più equilibrata, focalizzata sulla protezione delle libertà individuali e sulla
separazione dei poteri.
Constant ritiene che, per evitare il rischio di un'autorità incontrollata, sia essenziale
che lo stato si doti di una costituzione scritta, che definisca chiaramente i diritti e i
doveri dei cittadini e che impedisca abusi da parte di un governo centrale. La sua
posizione è dunque quella di un deciso contrasto alle derive autoritarie che avevano
caratterizzato la fase giacobina della Rivoluzione Francese. La sua visione non è quella
di un potere che si afferma attraverso la forza o la coercizione, ma quella di un
governo che rispetti e tuteli i diritti individuali e che operi all'interno di un quadro
costituzionale che bilanci i poteri.
Nel contesto della Rivoluzione Francese, la dittatura giacobina si presenta come un
passaggio necessario per instaurare un nuovo ordine, ma Constant avverte che questo
passaggio rischia di tradursi in una forma di oppressione piuttosto che in una
realizzazione dei principi di libertà e uguaglianza. L'idea che la dittatura sia un "male
necessario" per giungere a un regime legittimo si riflette anche nelle parole di
Robespierre, che pur non utilizzando esplicitamente il termine "dittatura", lo descrive
come una fase transitoria verso un regime costituzionale e legalitario. La sua
concezione di "terrore necessario" mostra come la violenza fosse percepita come un
mezzo legittimo per consolidare il nuovo ordine, un concetto che ricalca in parte le
teorie di Rousseau, ma che, nella pratica, condusse a un'escalation di repressione
politica.
La critica di Constant alla dittatura giacobina è un monito per le future riflessioni sulla
rivoluzione e sul potere. Nella visione marxista, ad esempio, si ripropone l'idea che la
dittatura del proletariato sia una fase transitoria necessaria per abbattere il vecchio
ordine e stabilire un nuovo sistema giuridico e politico. Marx, pur contestualizzando la
sua teoria in un diverso quadro storico e sociale, riprende l'idea della dittatura come
strumento per realizzare la giustizia sociale. Tuttavia, la sua visione del "potere
proletario" si scontra con la stessa problematica che Constant aveva sollevato: l'uso
del potere statale per forzare una trasformazione sociale può, in definitiva, tradursi in
un esercizio di dominio che mina le libertà individuali.
L'interpretazione di Rousseau della dittatura, intesa come uno strumento necessario
per difendere il popolo contro le élite aristocratiche, costituisce una visione che
rimarrà importante anche nei dibattiti successivi sul totalitarismo. In questo contesto,
la dittatura giacobina diventa un esempio di come la violenza politica possa essere
giustificata come strumento di emancipazione popolare, ma anche di come, nel suo
esercizio, possa degenerare in un sistema autoritario che annulla le libertà individuali
in nome del bene comune.
Il concetto di rivoluzione come passaggio attraverso la dittatura è, dunque, una delle
caratteristiche principali della riflessione politica moderna, e con la Rivoluzione
Francese, si raggiunge una nuova visione della dittatura, che si presenta come uno
strumento di transizione necessario per realizzare il bene collettivo, ma che può
facilmente degenerare in un potere assoluto e coercitivo. La riflessione di Constant,
sebbene ancorata a un contesto storico specifico, è tuttavia un'anticipazione delle
preoccupazioni moderne sulla concentrazione del potere e sulla necessità di difendere
la libertà individuale contro ogni forma di autoritarismo, anche quello che si nasconde
sotto il manto della rivoluzione e del cambiamento.
L'evoluzione di questa idea, che spazia da Rousseau a Constant, per arrivare alla
visione marxiana della "dittatura proletaria", mette in evidenza come la dittatura sia
stata pensata, in diverse epoche, come uno strumento per trasformare la società e per
realizzare l'uguaglianza, ma anche come un potenziale rischio di oppressione. Il
dibattito sulla natura e sul ruolo della dittatura, quindi, non solo ha radici profonde
nella filosofia politica, ma continua a influenzare la comprensione della politica e della
libertà nel mondo contemporaneo.
Lezione 19:
03/04/25
Dittatura all’interno del contesto della Rivoluzione francese. Tema che affiora in
applicazioni di dire di Rousseau dove questa idea della dittatura che si spinge a fondo
nel caos della Rivoluzione francese è quello di una funzione pedagogica della dittatura
che impone alle masse, concetto che si lega all’idea di un abbandono dei vecchi
costumi e di trasformazione > idea di fare pedagogia sulle masse perché si renda
disponibile ad abbandonare vecchi costumi è fondamentale. Lenin parlera di “educare
le masse”.
Se Robespierre addita come la peggior forma di governo il governo militare, poi arriva
napoleone, e la vera chiave di volta da un punto di vista politico è proprio Napoleone:
quando fa il colpo di stato, lui inaugura la nuova stagione dell’idea dell’uomo solo al
comando, mostrando che la tecnica militare è lo strumento attraverso cui si può avere
successo per prendere il potere > imprinting nella storia della dittatura come tecnica
per acquisire il potere, spiana la strada alle dittature novecentesche. C’è una
commistione di idee e concetti, napoleone non si propone come re, nemmeno come
dittatore, ma come imperatore. Ci interessa che la riflessione politica successiva a
Napoleone ravvisa nella sua esperienza un’esperienza dittatoriale, è da Napoleone che
si comincia ad affermare quell’uso della parola dittatura per indicare un regime
totalitario. C’è un filosofo, Comte, il quale fa riflessione sulle modalità di acquisizione
del potere, fa distinzione tra una dittatura rivoluzionaria (es. giacobina) e una dittatura
militare (es. napoleonica), un po’ come l’esperienza sillana.
Constant, che si colloca tra fine 700 e inizi 800, eredita quel tema del 700 che è noto
come classicismo contro modernismo, discussione tra illuministi, confronto tra antichi
e moderni. In cosa consiste questa questione: da un lato grande riscoperta del mondo
classico a partire dal 500 come massima espressione della civiltà, dall’altro nel corso
del 700 si riprendeva sensibilità sulla scorta dei progressi della scienza che rende
uomo del 700 molto consapevole dei progressi che sta facendo in questo secolo >
blocchi di intellettuali che si oppongono al classicissimo dicendo che la modernità non
ha nulla da invidiare.
Constant è figlio di questo clima culturale e una delle sue opere più importanti è sulla
libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni, confronti tra concetto di libertà
presso gli antichi, guardando le esperienze greche e romane, e libertà presente. Sul
piano della teoria politica, Constant rappresenta la vera svolta: è colui che evidenzia
un punto fermo della riflessione storiografica, ossia che c’è differenza incolmabile tra il
passato e il presente (ad es. il fatto che nel passato ci fosse la schiavitù), ma anche
riguardo alla libertà dice “nei nostri tempi il concetto di libertà è un concetto liberale,
che si correla ai valori di quella borghesia che ha fatto la rivoluzione francese, che ha
fatto al rivoluzione americana, la rivoluzione industriale che in Europa sta riscrivendo
gli equilibri > idea di libertà liberale di questa borghesia, fondata su indipendenza
economica, in un contesto economico in cui si estrinseca l’idea del libero mercato, in
cui si giocano le proprie capacità e disponibilità economiche. A cosa si contrappone la
libertà liberale de moderni? La libertà democratica degli antichi, che è quella
concezione della libertà che definiamo visione collettivistica (=bene dell’individuo
subordinato al bene collettivo). Libertà del singolo contrapposta alla libertà della
collettività.
In questa cornice, Constant non ha mai un’attenzione specifica alla dittatura: se ne
occupa qua e là con quest’idea di libertà, mai criticando la visione della dittatura
romana ante sillana, ma criticando sempre le dittature dei suoi tempi.
FONTE BENJAMIN CONSTANT 1) Delle vicende successive alla controrivoluzione del
1660 in Inghilterra (1799): «Ma le istituzioni sono imperfette tutte le volte che
l’inettitudine di qualche uomo può trascinare lo stato sul bordo di un abisso. I nostri
mali vengono senza dubbio dalla dittatura accordata al direttorio. Non è che io creda a
queste cospirazioni, scoperte tardive dei partiti vincitori contro i vinti, favole assurde,
alle quali si collegano i fatti più diversi, e delle quali si pensa di aver bisogno per
spiegare gli effetti naturali dell’amore per il potere, la passione più inerente al
carattere dell’uomo. Cromwell, nell’opprimere l’Inghilterra, non era d’accordo né con
la Francia, né con la Spagna; ma ha voluto dominare sugli Inglesi. Cesare,
nell’usurpare la dittatura, non era complice né dei Galli né dei Parti: egli voleva essere
padrone dei Romani [...]»
Ragiona su forme politiche guardando all’Inghilterra, modello abbastanza interessante.
Uso della storia romana che si fa. Dittatura in sé non è un male ma viene usurpata.
1) Frammenti di un’opera abbandonata sulla possibilità di una costituzione
repubblicana in un grande paese (ante 1806): «Di là l’usurpazione che risultò
dalla dittatura a Roma. La storia romana è un grande esempio della necessità di
un potere intermedio. Noi vediamo in questa repubblica, al centro delle frizioni
tra il potere popolare e il potere al governo, ciascuna delle parti cercare delle
garanzie. Ma dal momento che le collocava sempre in se stessa, ogni garanzia
diveniva un’arma contro la parte opposta. I sollevamenti del popolo
minacciavano lo stato della sua distruzione, si creava il dittatore, magistrato
interamente a favore della classe governante; l’oppressione esercitata da
questa classe che riduceva i plebei alla disperazione non distruggeva affatto la
dittatura, ma si faceva ricorso simultaneamente all’istituzione tribunizia,
autorità tutta popolare. Allora i nemici si sarebbero ritrovati in presenza:
solamente, ciascuno si era rafforzato per sua parte. [...] Così ciascun partito
assaggiava a turno il potere che avrebbe dovuto essere affidato a mani neutre,
e ne abusava.»
Riflessioni federaliste proposte nella prospettiva di una comparazione col sistema
nordamericano. Idea di fondo che emerge è l’idea fondamentale che il fallimento
romano che condusse alla fine dell’epoca repubblicana era dovuto alla inesistenza di
quello che Constant chiama potere intermedio > che è quello che poi diventerà l’idea
dei corpi intermedi (ad es. i partiti), esempi di mediazione tra potere costituito e il
popolo. Segnala idea fondamentale: il crollo della tenuta repubblicana si collega al
venire meno di un potere intermedio. Ognuna delle due parti mette in campo garanzie
che però diventano armi contro l’altra parte, manca sempre elemento capace di
mediare. Da un lato pone concetto di potere intermedio, dall’altro non sembra
ravvisarlo nella dittatura, anche se nelle fonti il dittatore ha proprio il ruolo di
mediatore, di potere intermedio. Constant sottolinea il senso alto della dittatura come
strumento di oppressione di chi sta al governo. Si inizia a fare un uso atecnico del
concetto e con questa accezione negativa. La dittatura viene fotografata come un
mezzo violento, ereditato da tempi barbarici, che ha condotto questo mezzo alla
perdita della libertà; allo stesso tempo dice che questo ruolo non deve essere affidato
a chi detiene il potere in maniera ordinaria. Il dittatore non lo faceva uno qualunque,
ma qualcuno che era già stato ai vertici del potere (es. un console).
Questa idea serve per transitare alla visione della dittatura che nel contempo viene
macinata e pensata in una Italia che si trova alle soglie dei moti rivoluzionaria del
1848 > Risorgimento. In questo fermento, il concetto dittatura occupa posto centrale,
in una accezione positiva.
Filippo Buonarroti scrive pagine interessanti. Idea di dittatura rivoluzionaria di stampo
giacobino, dittatura democratica che per alcuni aspetti viene costruita sull’immagine
del colpo di stato bonapartista > è un qualcosa che media tra dittatura giacobina e
bonapartista. Egli parla della necessità di una signoria unica, rivoluzionaria e
dittatoriale, che sia composta da una élite di partigiani saggi e desiderosi di cambiare
le cose, il cui scopo sia quello di spianare ostacoli, stabilire eguaglianza, di preparare
la nazione all’esercizio della sovranità e finalmente erigervi le forme costituzionali
fisse, concetto di nazione si correla alla necessità di regole costituzionali.
FONTE BUONARROTI
1) «Cammillo» (F. Buonarroti), Del governo d’un popolo in rivolta per conseguire la
Libertà, in «La Giovine Italia», fasc. V, 1833: «l’esito felice della rivolta dipende
forse dall’essere il potere supremo affidato ad un solo uomo dabbene. [...] pieno
d’amore democratico, che abbia forza d’impulso e prepotente, e modi di
usarne, e che non possa per nessun conto arrecar danno alla libertà pubblica ed
alla sovranità del popolo.»
Il concetto dell’uomo dabbene è la trasposizione precisa del bonus vir romano,
dell’uomo integro, con tutte le qualità civiche per essere cittadino perfetto. Si pongono
le basi di quello che accadrà nel 900. In questo contesto risorgimentale, questa idea
dell’uomo dabbene a cui riconsegnare tutto il potere è un concetto che si radica, ha
successo, ed ha una certa idea di dittatura.
Karl Marx in parallelo sviluppa e ragiona sulla Rivoluzione francese, ragiona in termini
economici, nel 1850 introduce espressione “dittatura del proletariato”; per Marx la
dittatura giacobina è espressione della piccola borghesia. Individua il concetto di lotta
di classe. Altra possibilità di dittatura che è appunto quella del proletariato: questo
nuovo soggetto può esso intestarsi una dittatura con quei caratteri di emergenza
classici della dittatura, per abolire le differenze di classe. Idea della dittatura del
proletariato la troviamo nel manifesto del partito comunista
FONTE MARX
1) K. Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte: «Desmoulin, Danton, Robespierre,
Saint-Just, Napoleone, tanto gli eroi quanto i partiti e la massa della vecchia
Rivoluzione francese, adempirono, in costume romano e con frasi romane, il
compito dei tempi loro, quello di liberare dalle catene e di instaurare la
moderna società borghese. [...] (il partito giacobino fece cadere) le teste feudali
… (il regime bonapartista) rese possibile lo sviluppo della libera concorrenza
[...]
Mondo americano: mondo delle colonie, molte si sono emancipate, attraversato
dall’ispirazione romana, cerca nuovi modelli e li cerca nella storia. Dittatura continua a
riproporsi come strumento, vista come rivoluzionaria. Sud America vede moltissime
dittature di tipo rivoluzionario.
Garibaldi è uno dei protagonisti del risorgimento e dell’unificazione italiana.
1) G. Garibaldi, Memorie II: «Il mio secondo viaggio lo feci a Roma con mio padre
[...] Roma! E Roma non dovea sembrarmi se non la capitale di un mondo! [...]
La capitale d’un mondo, dalle sue ruine, sublimi, immense, ove si ritrovano
affastellate le reliquie di ciò ch’ebbe di più grande il passato! [...] La Roma ch’io
scorgevo nel mio giovanile intendimento, era la Roma dell’avvenire; Roma! Di
cui giammai ho disperato: naufrago, moribondo, relegato nel fondo delle foreste
americane! La Roma della idea rigeneratrice d’un gran popolo! Idea dominatrice
di quanto potevano ispirarmi il presente ed il passato, siccome dell’intiera mia
vita! [...] Ed io l’adoravo con tutto il fervore dell’anima mia! Non solo ne’
superbi propugnacoli della sua grandezza di tanti secoli, ma nelle minime sue
macerie; e racchiudevo nel mio cuore, preziosissimo deposito, il mio amore per
Roma. E non lo svelavo, senonché allor quando io potevo esaltare
ardentemente l’oggetto del mio culto!»
Ideale bellicista cavalcato da moltissimi ragazzi, apprezzato e coniato da d’Annunzio e
poi fatto proprio da Mussolini. Queste idee circolavano in questo ambiente romantico e
rivoluzionario, anche nelle riviste come quella riportata qui sotto.
1) L. Rossetti/G.P. Cuneo, Prospecto in «O Povo» (giornale rivoluzionari
riograndesi, Brasile), 1838: «Per passare dalla tirannide alla libertà, occorre
avvalersi di misure incompatibili con la libertà regolare e permanente. Il Potere
che governa la rivoluzione deve essere essenzialmente una forza libera da
qualsiasi vincolo e superiore ad ogni ostacolo [...] Voler governare in una epoca
tumultuosa di rivoluzione seguendo le regole democratiche del regime
definitivo sarebbe lo stesso che giudicare il periodo di pace alla stessa stregua
di quello della guerra [...] Il Potere che dirige la rivoluzione deve preparare gli
animi dei Cittadini ai sensi di fraternità, di moderazione, di uguaglianza, di
disinteressato ed ardente amore di patria.»
Autore di questo articolo è Rossetti, un mazziniano, in questo contesto rivoluzionario in
sud America. Sempre le stesse idee che semplicemente si traducono con parole
diverse (vedi sottolineato in rosso). Rivoluzione, necessità della guerra, funzione
pedagogia che prepara gli animi dei cittadini all’amore della patria > tutti caratteri
della dittatura. Garibaldi amico di Rossetti, è in Brasile in quel momento, e combatte
nelle rivoluzioni riograndesi. Idea di dittatore come interprete della volontà del popolo.
Mazzini figura di riferimento molto controversa, è un profondo democratico
repubblicano. È molto cauto, idea di dittatura rischia potere illimitato e quindi
usurpazione e alla fine anche la corona. Mazzini sta pensando a Garibaldi.
1) G. Mazzini, Nota del Direttore, in La Giovine Italia, fasc. V, 1833: «[...] La
opinione della dittatura, dove prevalga in Italia, darà potere illimitato, facilità
d’usurpazione, e forse corona al primo soldato che la fortuna destinerà a
vincere una battaglia.»
2) G. Garibaldi, Memorie, p. 291: «Giunto a Roma, al ritorno di Rocca d’Arce,
vedendo di che modo si maneggiava la causa nazionale e prevedendo
inevitabile rovina, io chiesi la dittatura: e chiesi la dittatura come in certi casi
della mia vita avevo chiesto il timone d’una barca che la tempesta spingeva
contro i frangenti. Mazzini ed i suoi rimasero scandalizzati!»
Qui Garibaldi fa riferimento alla prima guerra di indipendenza dove Roma è stata
liberata e proclamata capitale della repubblica, tutte le potenze che occupano pezzi di
Italia si sono alleate, si realizza poi stregua difesa: Garibaldi si trova a Roma e guida la
prima legione italiana fatta di ufficiali che lo avevano seguito dal Paraguay, esercito
fidelizzato. Due idee della dittatura, Mazzini/Garibaldi.
1) G. Garibaldi, Epistolario, vol. II, p. 172 (2 giugno1849): Mazzini. Giacché mi
chiedete ciò ch’io voglio, ve lo dirò: qui io non posso esistere, per il bene della
Repubblica, che in due modi: o Dittatore illimitatissimo, o milite semplice, ed
invariabilmente. Scegliete. Vostro G. Garibaldi.» (lettera di Garibaldi a Mazzini)
2) nota di Aurelio Saffi a quanto sopra: «Segreto de’ dissidi l’ambizione della
dittatura. Ma la dittatura avrebbe gettato il caos in Roma. Né l’assemblea, né la
città, né la Guardia nazionale, né l’Esercito regolare l’avrebbero tollerata. Né
Mazzini e i suoi colleghi potevano rassegnare il mandato dinanzi a siffatta
esigenza.»
Tutti temevano tutti. Il tema con Garibaldi non finisce lì, nel 1860 lui sbarca coi Mille a
Marsala, emana un proclama, forte di un’autorità puramente militare:
1) Garibaldi, Proclama Salemi, 14 maggio 1860: «Giuseppe Garibaldi, comandante
in capo l’Armata Nazionale in Sicilia, invitato dai principali cittadini e sulle
deliberazioni dei Comuni dell’Isola, considerando che in tempo di guerra è
necessario che i poteri civili e militari siano concentrati nelle medesime mani
Decreta Che prende la Dittatura in Sicilia in nome di Vittorio Emanuele Re
d’Italia. Giuseppe Garibaldi»
Impegno esplicito, decreto dittatoriale in cui prende impegno di rassegnare il potere
dittatoriale (qui sotto)
1) Garibaldi, Decreto dittatoriale 15 ottobre 1860 (Sant’Angelo): «Io Dittatore delle
Due Sicilie Per adempiere ad un voto indispensabilmente caro alla nazione
intiera Decreto Che le Due Sicilie, le quali al sangue Italiano devono il loro
riscatto e che mi elessero liberamente a Dittatore, faranno parte integrante
dell’Italia una ed indivisibile, con suo Re costituzionale Vittorio Emanuele ed i
suoi discendenti. Io deporrò nelle mani del Re, al suo arrivo, la dittatura
conferitami dalla Nazione. I Prodittatori saranno incaricati dell’esecuzione del
presente Decreto. G. Garibaldi»
Quando Vittorio Emanuele sbarcherà nelle sue zone, lui abdicherà.
1) Garibaldi, Dittatura (scritto senza data): «Libertà nell’elezione di un uomo per
governare la Nazione. Ecco, io credo, il miglior modo di interpretare la libertà.
[...] Chi mi conosce ha capito ch’io voglio venire all’apologia della Dittatura. È
vero. Avrò io formata questa mia opinione dalla Dittatura del ’60? No! Il mio
convincimento circa il bene d’una Dittatura elettiva data da molto più tempo.
Vediamo se trovo ad appoggiare la mia credenza. [...] Per l’elezione di Deputati
proporzionati al numero della popolazione io sono pure, e sono poi per
l’elezione d’un solo a governare, d’un Dittatore infine poiché non credo che
l’Italia possa vantare migliori e più gloriosi Governi di quelli di Camillo, Fabio e
Cincinnato. Tra i Dittatori si trova anche un Cesare ma Cesare trovò pure il
pugnale di Marco Bruto»
2) Garibaldi, Ai miei concittadini: due parole di storia (messaggio da Caprera, 3
aprile 1870): «[...] Ma con elezione diretta eleggetevi un Dittatore. Questa è la
più gloriosa istituzione che mai abbia esistito in Italia; il più splendido periodo
della storia del grandissimo popolo. [...] Succede della Dittatura come del
Machiavellismo, considerato, massime dagli stranieri, siccome sinonimo di frode
e di falsità. [...] Così della Dittatura ne hanno fatto il sinonimo della tirannide,
perché vi fu un Cesare. [...] Nemica della Dittatura è, massime, la mediocrità;
essa brama di partecipare al Governo, comunque sia, conscia com’è
dell’incapacità sua, a maneggiar il timone dello Stato.»
Da un lato c’è la mediocrità, che pur consapevole di essere incapace di mantenere il
timone dello stato, comunque brama di controllare il governo, invece il dittatore è
l’antitesi della mediocrità. Idea della necessità che il potere sovrano deleghi in
determinate circostanze a un soggetto dittatoriale (prospettiva non più emergenziale
ma continuativa).
Lezione 20:
08/04/25
La prof ha caricato un ultimo testo per utilizzarlo come esempio d’esame, così da
vedere come approcciare il testo per la prova scritta.
Avremo 4 testi e possiamo sceglierne uno, parlano di singoli casi di dittatura e sono di
pari difficoltà.
A livello pratico: avremo un file essenziale di istruzioni da seguire per la redazione del
lavoro, rispetto a come attingere alle fonti, cosa non fare e come redigere la relazione.
Importantissimo da NON FARE: fare il lavoro insieme a qualcuno non va bene, va
bene confrontarsi su di un testo, ma fatto questo confronto bisogna elaborare una
propria tesi, non bisogna copiare anche perché il software che usa la professoressa
legge il plagio. Se qualcuno copia da altre tesi uscirà il risultato di copiatura; nel caso
di copiatura sarà insufficiente.
Se ci sono testi simili o molto simili il software lo mostra, allo stesso modo la copiatura
di altri testi. Il testo che si aspetta la prof deve essere farina del nostro sacco, quindi si
bisogna riportare dei passi significativi rispetto alla fonte che siamo usando, ma
bisogna farlo in modo onesto quindi mettendo una citazione dichiarata fra virgolette e
richiamando la nota/riferimento bibliografico.
Non si può chiaramente avere un lavoro di 10 pagine di cui 8 fatte solo con note, si
deve quindi rielaborare il contenuto per la trascrizione.
La forma è sostanza, quindi scrivere bene è già un plus perché elogia il messaggio e
ciò che scriviamo.
Questo lavoro 10/12 pagine da circa 2000 battute ciascuna. No immagini e foto, solo
puro testo.
Le pagine vanno numerate.
È apprezzato l’inserimento di note a pie di pagina per riportare un testo che non è
quello di cui ci stiamo occupando in via principale, serve quindi per indicare un dato
analogo, una nota di carattere bibliografico per dire cosa abbiamo utilizzato come
fonte, una nota esplicativa per spiegare un concetto che non permetterebbe ordine nel
testo se lo mettessimo ( quindi per avere un testo lineare creo una sorta di parentesi
nella nota ). NON USARE PARENTESI.
Come si citano i testi da cui prendiamo le informazioni lo dirà la prof, la bibliografia
andrà messa in nota puntualmente e alla fine del testo nella sezione a parte in ordine
alfabetico per cognome degli autori.
Accanto alla bibliografia ci sarà anche una sitografia, ma rispetto alla sitografia
bisogna tener conto di siti affidabili previste dall’anvur per esempio, riviste scientifiche
di storia romana o enciclopedie, manuali di storia romana.
In generale Wikipedia è piuttosto attendibile ma non da mettere in sitografia.
Per la sitografia è bene mettere i dettagli di chi lo ha scritto, il titolo, l’url e la data di
consultazione.
Formalmente è utile suddividere il lavoro in paragrafi, ciascuno con un titolo,
suddividere il lavoro in paragrafi con titolo aiuta a costruire un lavoro sensato perché il
rischio più grosso è quello di scrivere un insieme di idee messe tutte insieme senza
logica.
Una modalità di lavoro:
1) Liv. ab Urbe condita 8.12: [...] successere consules Ti. Aemilius Mamercinus
Publilius Philo,
[...] et ipsi aut suarum rerum aut partium in re publica magis quam patriae memores. [...]
bello infecto
repente omisso consul, quia collegae decretum triumphum audivit, ipse quoque triumphi
ante victoriam
flagitator Romam rediit. qua cupiditate offensis patribus negantibusque nisi Pedo capto
aut dedito
triumphum, hinc alienatus ab senatu Aemilius seditiosis tribunatibus similem deinde
consulatum gessit.
nam neque, quoad fuit consul, criminari apud populum patres destitit, collega
haudquaquam adversante
quia et ipse de plebe erat + materiam autem praebebat criminibus ager in Latino
Falernoque agro
maligne plebei divisus + et postquam senatus finire imperium consulibus cupiens
dictatorem adversus
rebellantes Latinos dici iussit, Aemilius, [tum] cuius fasces erant, collegam dictatorem
dixit; ab eo
magister equitum Iunius Brutus dictus. dictatura popularis et orationibus in patres
criminosis fuit, et
quod tres leges secundissimas plebei, adversas nobilitati tulit: unam, ut plebi scita omnes
Quirites
tenerent; alteram, ut legum quae comitiis centuriatis ferrentur ante initum suffragium
patres auctores
fierent; tertiam, ut alter utique ex plebe + cum eo ventum sit ut utrumque plebeium fieri
liceret + censor
crearetur. plus eo anno domi acceptum cladis ab consulibus ac dictatore quam ex victoria
eorum
bellicisque rebus foris auctum imperium patres credebant.
339 a.C. – fine del 4 secolo a.C. con gli scontri di patrizi e plebei
[...] seguì il consolato di Tiberio Emilio Mamercino e di Quinto Publilio Filone ( questo
nome ricorda delle leggi che la prof ha nominato, le ha fatte lui ), [...] i quali
si preoccuparono più dei propri casi personali e degli interessi delle rispettive fazioni ( fa
intendere che sono quindi due fazioni diverse, plebei e patrizi ) che
del bene della patria ( problemi relativi al consolato ). [...] all’improvviso il console
[Emilio], appreso che al suo collega era
stato concesso il trionfo [per la campagna contro i Latini], lasciò a metà le operazioni [di
espugnazione della città di Pedo] ( Emilio vinse, ma quando sa che il collega che
aveva il comando dell’esercito perché aveva gli auspici 35 minuti ) e rientrò a
Roma pretendendo anche per se stesso il trionfo
ancora prima di aver ottenuto la vittoria (questa situazione è di guerra quindi quello
che dovremmo fare è leggendo questa cosa, cercare di capire in che momento
storico siamo e cosa sta succedendo, qual è la guerra con i latini di cui si parla?
La conquista definitiva delle città stato dei vari popoli del centro italia ed etruria
avvenne nel 2 secolo a.C. quindi molto tardi, bisogna quindi cominciare a capire
Romani – Latini nel 339 a.C. per trovare bene il “cosa succede”, infine sappiamo
della città di Pedo e riusciamo a capire le dinamiche internazionali in cui si
colloca il caso, infine le dinamiche interne, si parla dei problemi del consolato, se
sul fronte esterno c’è guerra, sul fronte interno c’è scontro fra consoli e fazioni, i
nomi dei consoli ci sono quindi riusciremo a capire chi sono, se sono patrizi o
plebei e se plebeo come mai ( post legge licinie sexties ), quindi verificate queste
cose riusciamo a dare uno sfondo temporale ). I senatori, urtati da questa smaniosa
ambizione,
gli negarono il trionfo fino a quando non avesse conquistato Pedo o ne avesse ottenuto la
resa; e da quel momento Emilio, risentito nei confronti del senato, svolse il consolato con
lo spirito di un tribuno sedizioso (questa è una frase importante, dice che vistosi
negare ciò che voleva dai senatori cominciò a comportarsi non come un console,
ma come quella carica magistratuale che è per antonomasia l’avversatrice del
tribunato della plebe, che si è sempre opposta al senato a tutela della plebe,
anche solo una spiegazione testuale del ragionamento di Livio va inserito, cosa
racconta Livio e la visione che da serve, quali strumenti usa per dare quella
visione? Paragoni,metafore ecc. quindi il livello metatestuale, analizzo come
l’autore parla, un autore del primo secolo d.C. di epoca augustea, questo può
essere un fattore importante seppur storiografo attendibile e serio; si parla di
“sedizioso”, tende alla sedizione quindi alla ribellione al senato, parola
conosciuta nella storia). Infatti, fino a quando rimase in carica, non cessò mai di
calunniare i senatori di fronte al popolo (sminuisce l’auctoritas), senza che il collega –
anch’egli di estrazione plebea
– gli opponesse la minima resistenza. (sembravano quindi quasi d’accordo, ma è
importante “anch’egli di estrazione plebea”, quindi o erano plebei entrambi ma
quasi impossibile essendo tiberio emilio di natura patrizia “emilio” oppure che
emilio si schierava dalla plebe solo per andare incontro al senato e all’altro
andava bene perché effettivamente plebeo, se non troviamo comunque nulla di
certo nelle fonti possiamo usare il verbo condizionale tipo “si potrebbe
ipotizzare”, “forse”, “probabilmente”, MA NON DIRE MAI CHE E’ IN UN
DETERMINATO SE NON C’è CERTEZZA, bisogna giustificare ogni osservazione,
nulla si può dire se non argomentato) (Offriva terreno alle accuse il fatto che la
divisione
dell’agro latino e di quello falerno era stata iniqua per i plebei. C’erano risentimenti fra
plebei e patrizi rispetto alla divisione di alcuni terreni) FINITO QUESTO
CONTESTO ANALIZZIAMO LA SECONDA PARTE DEL TESTO:
E quando il senato,
desiderando porre fine ai poteri dei consoli, ordinò di nominare un dittatore da opporre
ai Latini ribelli, (Spieghiamo perché il dittatore, le ragioni belliche o di disordine
interno ed esterno, quindi interpretiamo la nomina del dittatore del senato,
facciamo un’esegesi del testo, prendiamo questa frase e ricostruiamo il motivo
perché è stato nominato )Emilio, che in quel momento deteneva i fasci ( rispetto alla
turnazione, doppiamo spiegare quindi che i fasci che aveva Emilio vuol dire che
era colui con tutto il potere in quel momento formalmente, quindi è anche quello
a cui il senato deve devolvere la dictio ), nominò dittatore il collega, (qui c’è da
riflettere, il console nominava a seconda dell’indicazione del senato, c’è un
problema, un piccolo colpo di mano, un console che nomina il collega senza
indicazioni, quindi il senato voleva rimediare al problema dei consoli che erano
abbastanza particolari, ma c’è un vizio di procedura, emilio decide
autonomamente )
il quale a sua volta scelse Giunio Bruto (ma chi è giunio bruto? ) come comandante
della cavalleria. La dittatura fu
popolare sia per i discorsi accusatorii contro i patrizi (è possibile costruire una tesina
su questa frase, la dittatura era popolare, perché? L’aggettivo è significativo, a
favore del popolo quindi ci si muove in un contesto in cui la dittatura è patrizia
però che è a favore del senato che è la caratteristica precipua della dittatura
secondo la teoria di Livio, una sorta di strumento dei senatori per raggirare la
provocatio ad populi per esempio, seppur a volte con scontri nei confronti del
dittatore, questo aggettivo popularis dopo due secoli sarà utilizzato per indicare
una fazione politica nuova, livio fotografa una sorta di dittatura, Livio
categorizza la dittatura come fecero molti autori, solo per terminologia non per
contenuto), sia poiché aveva fatto approvare tre
leggi più che vantaggiose per la plebe, ma contrarie alla nobiltà (è importante quindi
domandarsi perché delle leggi vantaggiose per la plebe a discapito della nobiltà?
Si fa come Silla a favore del popolo? ). La prima prevedeva che
le deliberazioni della plebe vincolassero tutti i Quiriti (legge con cui i plebiscita
diventano parificati alla legge della repubblica ). La seconda, che i senatori
ratificassero le proposte nei comizi centuriati prima che esse venissero sottoposte al voto
(vuol dire che il senato prima di proporre il progetto di legge ai comizi, quindi
divenendo al 100% legge, ma serve una ratifica ai comizi sulla proposta, quindi i
comizi anticipando la sorta di bicameralismo possono bocciare il progetto e
rimandarlo al senato prima di votare, una riforma istituzionale incredibile ).
La terza, che almeno uno dei censori fosse plebeo (l’accesso alla censura del 337 a.C.
è una cosa che avviene dopo l’accesso al consolato, per essere censori bisognava
esser già stati consoli, la censura era una magistratura si collaterale del console
ma più importante perché questa censura aveva il potere di dividere i cittadini in
classi di censo, agiva nella composizione dell’esercito e finanze pubbliche ma
soprattutto potere ampio per la nota censoria, quella cosa che paralizza la vita
politica di un singolo soggetto potendo cambiare le sorti della vita politica della
civitas, permettere questa legge è una svolta, perché è obbligatoria la quota
plebea )(siccome si era arrivati al punto di
consentire che entrambi potessero essere plebei). Stando all’opinione dei patrizi, nel
corso
di quell’anno il danno subito in patria ad opera dei consoli e del dittatore era stato
superiore
all’incremento di potenza conseguito all’esterno grazie alla loro vittoria e alle loro
imprese
militari. ( Dal punto di vista militare han lavorato bene, ma dal punto di vista
interno han fatto tanti problemi che non si nota neppure più il lato militare )
Usare SPLASH per le traduzioni dell’urbe condita, scelto il testo guardiamo tutti i pezzi
solo con il fine di capire il contesto del testo che ci fornisce la professoressa.
Quindi non basta leggerci il solo testo consegnato per contestualizzarlo.
Dopo aver letto il testo, analizzato devo cercare la bibliografia rispetto a fonti che si
sono occupati di queste informazioni. Devo trovare con delle parole chiave, quindi la
dittatura di riferimento, il periodo, i soggetti ecc. utili per trovare delle fonti efficienti e
utili.
La dittatura romana di Luigi Garofalo – manuale utile ( 3 tomi, 3 libri ) per trovare
saggi che toccano il nostro argomento oppure prometeo.
Usare anche i discorsi di Machiavelli o altri autori analizzati per arricchire il lavoro.
Evitare le nostre interpretazioni fantasy.
Fatto questo secondo passaggio di raccolta delle fonti ( che possono essere legate l’un
l’altra ) bisogna mettere ordine alle idee prima di scrivere, bisogna costruire una
scaletta che ci permette di trovare i titoli dei paragrafi e linearità al lavoro.
Il lavoro deve avere delle premesse, introduzione, uno sviluppo logico e
consequenziale e un punto di arrivo.
Il consiglio è darci dei titoli che rappresentano il contenuto del paragrafo.
Una volta fatto questo bisogna scrivere per ciascun paragrafo il testo e passare a
quello successivo solo terminato quello prima.
Una volta finito il lavoro ci prendiamo mezza giornata di pausa e il giorno dopo lo
rileggiamo come se non lo avessimo fatto noi così da capire se va bene e se
necessario fare modifiche.
Non scrivere mail moleste dove chiediamo stupidate come il carattere da usare ecc.
( si ricorda il nome ), non scrivere mail ansiose per sapere i risultati ( possono arrivare
anche il giorno prima dell’appello ), se non si accetta il voto si fa il programma da non
frequentante con una sola domanda sugli argomenti del corso. Sarà necessario
iscriversi all’esame e presentarsi all’appello per registrare il voto.