Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
12 visualizzazioni118 pagine

Storia Del Diritto Romano

Il corso di Storia del Diritto Romano analizza il diritto pubblico e le istituzioni romane, con particolare attenzione al concetto di dittatura e alla sua evoluzione storica. Attraverso un approccio critico, si esploreranno le dinamiche politiche di Roma, specialmente durante il periodo di Ottaviano, per comprendere come il diritto plasmi la realtà. Gli studenti dovranno scrivere un saggio finale basato sulle lezioni e partecipare a un colloquio orale per la valutazione.

Caricato da

wrnz8yqfz6
Copyright
© © All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato DOCX, PDF, TXT o leggi online su Scribd
Il 0% ha trovato utile questo documento (0 voti)
12 visualizzazioni118 pagine

Storia Del Diritto Romano

Il corso di Storia del Diritto Romano analizza il diritto pubblico e le istituzioni romane, con particolare attenzione al concetto di dittatura e alla sua evoluzione storica. Attraverso un approccio critico, si esploreranno le dinamiche politiche di Roma, specialmente durante il periodo di Ottaviano, per comprendere come il diritto plasmi la realtà. Gli studenti dovranno scrivere un saggio finale basato sulle lezioni e partecipare a un colloquio orale per la valutazione.

Caricato da

wrnz8yqfz6
Copyright
© © All Rights Reserved
Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
Formati disponibili
Scarica in formato DOCX, PDF, TXT o leggi online su Scribd

STORIA DEL DIRITTO ROMANO

18/02/2024

Corso che si occupa di diritto pubblico e di istituzioni che hanno a che fare con la
gestione del potere e discorso politico. Si parlerà anche della dittatura, della storia che
è l’unico vero strumento critico del presente, ci fornisce delle chiavi di lettura del
presente utili.
È un corso che avrà poco di nozioni, cerchiamo di ragionare su come il diritto sia
qualcosa che è strumento per plasmare la realtà in alcune direzioni.
1. parte del corso per inquadrare la storia di Roma con le sue istituzioni di diritto
pubblico, per avere delle basi
2. parte del corso per capire che cosa si intende con la parola dittatura

Noi arriviamo dal 900 con delle dittature importanti e non siamo molto fuori da
quest’ottica di situazione politica di dittatura, quindi capire bene il concetto, come
nasce e perché può essere di interesse e fondamentale averlo chiaro.

Aspetti pratici del corso:


il martedì 14:30 sino alle 16:00
il mercoledì 09:00 sino alle 10:30
il giovedì 10:45 sino alle 12:15

Il corso è tendenzialmente per frequentanti e c’è un programma diverso rispetto gli


anni scorsi. Chi frequenta ha una modalità d’esame differente, ovvero scrivere un
piccolo saggio da fare a casa facendo delle ricerche che verte sui temi delle lezioni
rispetto a ciò che proporrà la professoressa. Circa 10/15 pagine, restituire quanto
appreso durante il corso e aggiungere parti aggiuntive rispetto a quanto spiegate
( sarà necessario approfondire cosa dirà la professoressa ).
C’è un software e si accorgono delle tesine già fatte in passato.

Verso fine del corso da gli argomenti con le indicazioni ( lezione metodologica per
capire come si fa ) così da prepararci per consegnare alla fine del corso.
Indicativamente abbiamo 10 gg post fine corso per consegnare l’elaborato.

Prima dell’appello di maggio abbiamo gli esiti, cosicché chi voglia confermare e
registrare il voto deve presentarsi all’orale per discutere l’elaborato stesso per avere il
voto a libretto e un giudizio dalla professoressa. Il voto è quello, si accetta o no ma
non si può alzare o abbassare.
Il voto dell’elaborato può essere così registrato tutto l’anno fino a febbraio 2026.

Lezione 1
Anno 22 a.C. il 732 dalla fondazione di Roma, nessuno sa che è il 22 a.C. sanno solo
che è il 732 dalla fondazione della città, sono anni brutti a Roma, carestie, piogge,
temporali, tutto andava per il verso sbagliato, il Tevere esonda e fa danni su case e
campi, pestilenze, insomma un disastro. Il 731/732 anni negativi. Roma era la
megalopoli da 1mln di abitanti, gli abitanti non ne potevano più, con case condominiali
da 10/13 piani, tutti appiccicati, di legno e che si incendiano e crollano continuamente.
La gente è sconcertata, il tutto succede quando i romani tiravano il fiato perché
venivano da un secolo di lotte interne di guerra civile, in cui le strade di Roma erano
percorse da criminali armati che facevano quello che volevano, c’era molto crimine e
ammazzamenti per strada e nessuno faceva nulla. C’erano lotte politiche, decenni di
Silla, Pompeo, Cesare e poi le guerre di Marco Antonio e Ottaviano… fino al 30 a.C con
la vittoria di Azio di Marco Antonio e cleopatra contro Ottaviano perché si
contendevano la civitas romana ( stato romano ). Marco Antonio e Ottaviano si sono
sempre scontrati per 14 anni post morte di Cesare perché si contendevano la civitas. I
valori romani secondo Ottaviano erano stati screditati negativamente da Marco
Antonio, accusato di andare sul Nilo a farsi fare i massaggi da una prostituta come
Cleopatra e che era scappato da Roma, parlando di un effemminato.
Cleopatra, soggetta a tante bugie, in realtà guidava l’esercito e lo stesso con flotta
navale aiutò Marco Antonio. La stessa scappò quando vide la cosa messa male e
Marco Antonio saltò sulla sua nave per Alessandria d’Egitto, per evitare di morire.
Sconfitti e tristi tornarono in Egitto ed Ottaviano, figlio adottivo di cesare ereditò i
territori mondiali, avere Roma nel 30 a.C. era avere in mano il mondo occidentale.
Era quindi tornata la pace grazie ad Ottaviano, fra il 30 e il 28 tutti tremano, non
sapevano cosa aspettava post guerre interne e morti passate. L’avvento al potere di
Ottaviano fa capire la resistenza dell’aristocrazia romana, la stessa che ha ordito
l’uccisione di cesare, il cesare tiranno, veniva visto infatti così, colui che stava
gettando il concetto di repubblica e per questo fu ucciso. C’era comunque molta
aristocrazia che odiava avere un uomo solo al potere, la repubblica romana non era
però democratica, veniva gestita da un gruppo aristocratica. Il vero problema quindi
non era il tiranno Cesare e i suoi seguaci, solo gli aristocratici fanno i propri affari e
tutelavano la propria posizione, la ragione è: la fazione optimates, ovvero aristocratici
non vogliono perdere i propri privilegi.
Chiaro che il popolo romano trema, nessuno contrastava Augusto (Ottaviano), uomo di
grandi capacità incredibili, nessuno nega le sue doti di acume e intelligenza politica.
Lui sa la situazione romana e i rischi, cammina essenzialmente sulle uova, un passo
falso e si sarebbe ripetuta la storia di Cesare. Lui operò con die consiglieri, un’azione
politica e propagandistica strategica costruendo un’ottima immagine di se. Nel 28 a.C.
quando si voleva tributare il suo trionfo, lui non voleva le statue per lui costruite
dall’aristocrazia, fa costruire sciogliendo le stesse dei candelabri per un tempio di
apollo. Rifiuta ciò che può dargli onore e metterlo in primo piano giocando molto sulla
sua immagine. L’anno dopo fa un atto ufficiale ( restitutio ), ovvero conferma di aver
fatto ciò che doveva fare, revoca le sue misure contro la legalità che erano necessarie
in passato ( misure legali straordinarie ) restituendo la res pubblica al senato e al
popolo romano. Il popolo era già innamorato di lui, il senato capisce la sua intelligenza
e gli tributa il titolo di “Augusto” nel 27 a.C. ( augeo=accresco ). Sino a quell’anno
l’investitura veniva data solo a qualcosa di sovraumano dagli dei, augusta infatti fu
utilizzata solo per Roma e per Ottaviano, perché lui salvò in un certo senso Roma. Sino
al 23 a.C. riveste il consolato e una serie di altre cariche pubbliche, tanto da scrivere
nelle “res gesta”: “non ho mai avuto più potere rispetto ai miei colleghi con la stessa
carica ma in autorevolezza” dando rilevanza ad un concetto importante,
l’autorevolezza. Lui aveva gli stessi poteri dei consoli ma per “autorictas” era
superiore, il suo inquadramento era definito ma nella sostanza era un palmo sopra
tutti. Lui fu nominato anche “princeps”, ovvero principe, ma non principe come inteso
oggi, ma fondendo “primi” “ceps” quindi “prima” “testa”, ruolo che ha origine storica
dall’epoca repubblicana più antica, riconosciuta al più anziano dei padri fondatori ( il
più anziano dei senatori che presiedeva l’assemblea del senato, che teneva i discorsi
del senato e convocava lo stesso ).
Lui diviene princeps senatus, lui propone e parla per primo, convoca il senato e lo
presiede. Lui ha in mano Roma e l’esercito. La sua volontà è ciò che si fa; il suo titolo
fu poi tramandato dopo la sua morte sino a riconoscere nel 3 secolo a.C. una
organizzazione politica basata sul principato.

Augusto aveva una salute mediocre, a livello militare non era forte, era bravo di testa
ma stava sempre male e nel 23 a.C. si ammala così gravemente, pensando di dover
morire e consegna al suo fidato consigliere Agrippa il proprio anello che simboleggia il
proprio potere, infine dopo mesi consegnò i propri registri ritirandosi avendo problemi
di salute.
Roma in ginocchio nel 23 a.C. non avendo neppure mangiare e con molte malattie che
veicolano fu aiutata da Augusto che distribuì grano gratis; l’anno dopo stessa
situazione, i romani quindi cercavano di capire come fosse possibile, erano molto
religiosi ed erano superstiziosi, gli atti politici per esempio c’era il sacerdote che
faceva una veglia per capire se gli dei erano d’accordo o no. Il sacro entra in ogni
istante della vita privata e pubblica. I romani di fronte ad un anno e mezzo di sciagure
volevano capire e una notte di temporale e tempesta, dei fulmini colpiscono delle
statue del pantheon fra cui le statue di Augusto. In termini religiosi le persone
attribuirono questo messaggio come un problema, tutto andava male perché non era
più console di Roma. Pertanto una folla di radunò perché la situazione era estrema e
volevano provvedere con emergenza per ridare tutto il potere nelle mani di Augusto,
affinché tutto si sistemasse. La folla andò al senato, dove c’è la curia e chiesero di
nominare Augusto dittatore, perché sopra al dittatore non c’era nessuna nomina. Il
senato non voleva, Cesare a metà del 44 fu ucciso perché dal 39 rinnovava il titolo ma
nel 44 lo stava per divenire in maniera perpetua. Lo stesso Marco Antonio aveva
rimosso la legge per la nomina dittatoriale, era vietato con la lex antonia. Il popolo
quindi chiedeva una cosa impossibile istituzionalmente e perciò li blindarono nel
senato, obbligandoli a deliberare minacciandoli di dargli fuoco dentro.
Furono presi 24 fasci littori ( simboli del supremo potere ) dai capi del popolo e si
dirigono per nominare Augusto dittatore. I fasci littori li avevano solo i magistrati di
carica superiore; i 2 consoli hanno 12 littori ciascuno che accompagnano i consoli
stessi.
Fu chiesto a lui la cura dell’annona, per curare l’approvvigionamento del grano,
acclamandolo per diventare dittatore. Augusto cercò di placare la folla dicendo di
gestire la cura dell’annona e occupandosene lui personalmente, diceva di voler
nominare due magistrati solo per la cura dei quantitativi minimi di grano, cercava una
soluzione temporanea, ma la gente diceva no, lo volevano come dittatore.
La gente non voleva, voleva Augusto dittatore. Lui si mise in ginocchio alla folla,
l’uomo più potente del mondo occidentale, si tolse la toga al petto in segno di farsi
uccidere piuttosto… allora la folla smise davanti a questa situazione.
Anche il senato una volta rinchiuso era disposto a nominarlo.
Da questo momento in poi non si parlò mai più di dittatura, morì nel lessico romano
dopo questo gesto di Augusto. Ma nel lessico umanitario rimase, una parola troppo
interessante e potente, rendendola una parola impronunciabile a livello istituzionale,
attraversando i secoli fino ad oggi.
Le parole del lessico politico arrivano dalla Grecia, sono poche quelle romane
“dittatura” ed “impero”.
Dalla Grecia, democrazia, oligarchia ecc.
La dittatura muore avendo la meglio la nozione di impero. Da augusto in poi l’idea di
impero si affermerà con una forza inarrestabile, con un imperatore che gestisce
l’impero stesso.

Ma questa dittatura che rifiuta in maniera perentoria cosa poteva aggiungere ad


Augusto? E semmai cosa poteva togliergli? Qual era il rischio che non voleva correre?
Lo spaventava la dittatura di Silla e di Cesare? O meglio, le loro conseguenze?
Perché lui non voleva in maniera così ferma?

Il concetto di dittatura è negativo, opposto dello stato di diritto, nega i diritti, revoca le
leggi e regolamentazione ordinaria, lascia lo spazio all’arbitrarietà di un singolo.
Quando si parla di Augusto, si parla di una persona che ha già potere, gli manca la
sola carica magistratuale, una carica riconosciuta rispetto all’ordinamento di diritto
pubblico che vigeva.
Nel 30 c’era il principato, chiaro è che i romani pensavano di essere ancora nella
repubblica a seguito della restitutio di Augusto. Erano convinti di essere in piena
repubblica pur non essendolo. Per loro la dittatura era una carica istituzionale prevista
chiamata “dittatura”, ovvero una magistratura prevista dal proprio ordinamento.
Augusto non la vuole e questa rimarrà sedimentata nel popolo sino ai giorni nostri.

APPUNTI SISTEMATI

Anno 22 a.C., 732 dalla fondazione di Roma. Nessuno sa che si tratta del 22 a.C.; ciò che sanno è
che è il 732 dalla fondazione della città. Quelli sono anni difficili per Roma: carestie, piogge,
temporali, tutto sembra andare storto. Il Tevere esonda, danneggiando case e campi, e si susseguono
pestilenze. Insomma, un disastro. Gli anni 731-732 sono particolarmente negativi. Roma, che è una
megalopoli con circa un milione di abitanti, vive in una situazione insostenibile: case condominiali
alte dieci o tredici piani, tutte costruite in legno e soggette a incendi e crolli. La popolazione è
esasperata.

Questi problemi si presentano proprio quando i romani stanno tentando di riprendersi da un lungo
secolo di guerre civili. Le strade di Roma erano percorse da criminali armati che facevano ciò che
volevano, con un crimine diffuso e omicidi quotidiani, e nessuno interveniva. Le lotte politiche
erano all'ordine del giorno, segnate dalla presenza di figure come Silla, Pompeo, Cesare, e infine le
guerre tra Marco Antonio e Ottaviano, culminate nella battaglia di Azio nel 30 a.C. Marco Antonio
e Ottaviano si erano scontrati per quattordici anni dopo la morte di Cesare, contendendosi il
controllo dello Stato romano.

Ottaviano accusava Marco Antonio di aver screditato i valori romani, soprattutto dopo che si era
fatto influenzare dalla figura di Cleopatra, che, lungi dall'essere solo un'amante, aveva svolto un
ruolo fondamentale nel comando delle forze militari di Marco Antonio. Marco Antonio, dopo la
sconfitta ad Azio, si rifugiò con Cleopatra in Egitto. Con la loro morte, Ottaviano ereditò il
controllo dell'impero, e Roma, sotto il suo comando, divenne la potenza dominante dell'Occidente.

Il periodo che va dal 30 a.C. al 28 a.C. è caratterizzato da un clima di incertezze. Gli abitanti di
Roma sono traumatizzati dalle guerre civili e dalle morti che le hanno segnate. Il passaggio al
potere di Ottaviano segna la resistenza della nobiltà romana, che aveva orchestrato l'assassinio di
Cesare, accusato di voler distruggere la Repubblica. Sebbene Cesare fosse visto come un tiranno da
una parte dell'aristocrazia, la sua vera colpa era quella di minacciare gli interessi di una classe
dirigente che non voleva perdere i suoi privilegi.

Nel frattempo, il popolo romano temeva per il futuro, ma nessuno osava contrastare Ottaviano,
uomo di grande capacità e intelligenza politica. Ottaviano era consapevole della delicatezza della
sua posizione e camminava su un filo sottile, sapendo che un passo falso avrebbe potuto scatenare
una nuova guerra civile. Agì con grande strategia, costruendo un'immagine di sé come salvatore di
Roma. Nel 28 a.C., quando si proponeva di celebrarlo con una statua, Ottaviano rifiutò, preferendo
dedicare l'onore a un tempio di Apollo (facendo costruire due candelabri fondendo il materiale della
statua) rinunciando a una visibilità che avrebbe accresciuto la sua gloria personale. L’anno dopo
fece un atto ufficiale definito “restitutio” ovvero conferma di “aver fatto ciò che doveva fare”,
revocò pertanto tutte le misure contro la legalità che aveva attuato sino al 27 a.C. che si erano rese
necessarie ( misure legali straordinarie ) restituendo la “res pubblica” al senato e al popolo romano.
Il popolo era già innamorato di lui, e per tal motivo nel 27 a.C., il Senato gli attribuì il titolo di
"Augusto" ( augeo=accresco ), un appellativo che era stato riservato solo agli dèi, o meglio, veniva
utilizzato come appellativo ad un qualcosa di sovraumano o per Roma stessa ( Augusto perché era
visto come colui che salvò Roma ). Questo segnò il riconoscimento definitivo della sua posizione.
Augusto non fu mai dittatore; nel suo governo, la sua autorità derivava non tanto da una carica
ufficiale, quanto dalla sua autorevolezza. Nella sua concezione del potere, la figura del "princeps",
cioè il "primo tra i senatori", divenne centrale. Augusto presiedeva il Senato, convocava le
assemblee e aveva il controllo sulle forze armate. Sino al 23 a.C. riveste il consolato e una serie di
altre cariche pubbliche, tanto da scrivere nelle “res gesta”: “non ho mai avuto più potere rispetto ai
miei colleghi con la stessa carica ma in autorevolezza” dando rilevanza ad un concetto importante,
l’autorevolezza. Lui aveva gli stessi poteri dei consoli ma per “autorictas” era superiore, il suo
inquadramento era definito ma nella sostanza era un palmo sopra tutti. Lui fu nominato anche
“princeps”, ovvero principe, ma non principe come inteso oggi, ma fondendo “primi” “ceps” quindi
“prima” “testa”, ruolo che ha origine storica dall’epoca repubblicana più antica, riconosciuta al più
anziano dei padri fondatori ( il più anziano dei senatori che presiedeva l’assemblea del senato, che
teneva i discorsi del senato e convocava lo stesso ).

Lui diviene princeps senatus, lui propone e parla per primo, convoca il senato e lo presiede. Lui ha
in mano Roma e l’esercito. La sua volontà è ciò che si fa; il titolo fu poi tramandato dopo la sua
morte sino a riconoscere nel terzo secolo a.C. un’organizzazione politica basata sul principato.

Pur avendo una salute precaria, Augusto mostrò una grande capacità di governo, ma nel 23 a.C. la
sua salute peggiorò notevolmente, tanto che pensò di dover morire. In quel periodo, fu necessario
distribuire grano gratis alla popolazione per alleviare la fame. Le condizioni difficili in cui versava
Roma portarono la popolazione a cercare una risposta nelle autorità religiose, chiedendo agli dèi un
segno per comprendere il motivo delle calamità. Una tempesta, durante la quale i fulmini colpirono
le statue del Pantheon, tra cui quella di Augusto, fu interpretata dal popolo come un segno di
disapprovazione, ritenendo che la città fosse in difficoltà perché Augusto non ricopriva più la carica
di console.

La folla, disperata, si radunò e chiese al Senato di nominare Augusto dittatore, poiché ritenevano
che solo un dittatore potesse risolvere la crisi. Questo portò a un episodio drammatico, con i capi
popolari che presero i fasci littori – simbolo del potere supremo – e si recarono al Senato
rinchiudendo i senatori e minacciandoli di dar fuoco al Senato con loro all’interno. Nonostante
l’opposizione del Senato, che temeva una nuova concentrazione di potere come quella di Cesare, la
situazione divenne insostenibile ( Il senato non voleva, Cesare a metà del 44 fu ucciso perché dal 39
rinnovava il titolo annualmente ma nel 44 lo stava per divenire in maniera perpetua. Lo stesso
Marco Antonio aveva rimosso la legge per la nomina dittatoriale “lex antonia”, il popolo quindi
chiedeva una cosa impossibile istituzionalmente). Augusto, per placare la folla, si mise in
ginocchio, mostrando di preferire la morte piuttosto che accettare una carica che avrebbe potuto
portare di nuovo la Roma alla dittatura. Questo gesto segnò la fine della parola "dittatura" nel
lessico politico romano, mentre l'idea dell' "imperium" prese il sopravvento.

Il rifiuto della dittatura da parte di Augusto non era solo una questione di immagine personale, ma
anche una strategia politica ben ponderata. Su richiesta del popolo Augusto cercò di trovare una
soluzione, ovvero non accettare la carica di dittatore ma di prendersi cura personalmente con due
magistrati dell”annone, ovvero di quanto concerne l’approvvigionamento del grano. Augusto non
voleva correre il rischio di diventare come Cesare o Silla, che avevano portato con sé disordini e
conflitti civili. La dittatura, infatti, comportava una concentrazione di potere che minava lo stato di
diritto e la legalità, e l'arbitrarietà di un singolo governante.

Per Ottaviano, l’esistenza di un'autorità legittima e rispettosa delle tradizioni repubblicane era
fondamentale. Sebbene avesse il potere, l'obiettivo era di mantenere l'apparenza di una continuità
con la Repubblica, senza abbandonare mai completamente il vecchio sistema. La dittatura era una
carica che, sebbene legittima nel contesto della Repubblica, per Augusto rappresentava un pericolo
da evitare ad ogni costo. La sua abilità fu quella di trovare un equilibrio tra il potere personale e la
continuità con le istituzioni della Repubblica, mantenendo una posizione di primus inter pares,
ovvero il "primo tra pari", che lo rese il punto di riferimento di tutto l’impero.

Il concetto di dittatura è negativo, opposto dello stato di diritto, nega i diritti, revoca le leggi e
regolamentazione ordinaria, lascia lo spazio all’arbitrarietà di un singolo.
Quando si parla di Augusto, si parla di una persona che ha già potere, gli manca la sola carica
magistratuale, una carica riconosciuta rispetto all’ordinamento di diritto pubblico che vigeva.
Nel 30 a.C. c’era il principato, i romani al tempo pensavano che a seguito della restitutio di
Augusto, si fosse passati ad una repubblica, questo in realtà non avvenne, in quanto nel 30 a.C. a
seguito della restitutio vigeva il principato. Per i romani la dittatura era una carica istituzionale
prevista dal proprio ordinamento, chiamata appunto “dittatura”, ovvero una magistratura ( unica
carica mancante ad Augusto ), lui stesso non la volle e questa rimarrà sedimentata nel popolo sino ai
giorni nostri.

Lezione 2
19/02/2024

Ieri siamo rimasti con la domanda, cos’è la dittatura che augusto rifiuta in modo
deciso? Dal 22 a.C. dobbiamo fare un balzo indietro per capire dove e quando nasce;
MA PRIMA ANDIAMO ALLA SECONDA metà del 4 secolo, quando ormai l’impero romano
si chiama “impero” con a capo i due imperatori ( impero romano d’oriente e
d’occidente ), c’è una struttura monarchica ben organizzata senza alcun dubbio a
dichiararlo. L’imperatore è il capo di tutto, bocca delle leggi e gestisce l’ordinamento
pubblico romano. Sotto l’impero d’oriente, l’imperatore Valente affidò ad uno storico il
lavoro di scrivere una storia sui romani dall’inizio alla fine ( storico: Eutropio ); questo
storico in realtà era intelligente ma veniva definito ignorante, nel suo racconto dice
che agli inizi della dittatura fu istituita 9 anni dopo il passaggio dalla monarchia alla
repubblica e questa è la più vicina alla signoria vostra che Valente ricopre, viene fatta
essenzialmente una similitudine fra sovranità e dittatura. Dopo 4 secoli di augusto ci si
ricorda ancora della dittatura.
Questa dittatura ha fondamento dalla monarchia arcaica ( quella dei 7 re ) a quella
repubblicana, fine 6 secolo a.C., nel 510 ci fu il passaggio da monarchia a repubblica.
La seconda informazione è “il potere piu simile a quello dell’imperatore” e di carattere
assoluto. Eutropio era favorevole alle logiche imperiali essendo uno storico di corte e
che doveva fare un opera a favore dell’impero rifacendosi agli storici precedenti, come
per esempio Tito Livio, grande storiografo di roma che scrisse “dalla fondazione di
roma” raccontando tutta la storia di roma e delle sue istituzioni, lui è un autore di
augusto, quindi scrisse fino al suo periodo.
Tito livio cosa scrive sulla dittatura? Lo troviamo su e learning, sia in latino/greco più
trascrizione letterale.
Tito livio parla del 501 a.C. dicendo che in quell’anno, durante i giochi e celebrazioni
religiose, delle prostitute vengono rapite dalla gioventù sabina, i romani avevano un
conto aperto dalla fondazione di roma con loro, tanto che per 500 anni ci fu grande
attrito, combattere che si alternava alla tregua. Gli stessi giochi era un modo per
gareggiare, mostrare la propria prestanza militare nei confronti dell’altro popolo in
maniera non belligerante. La gioventù sabina fa una bravata, ruba le prostitute e da
questo evento scoppia una rissa. Tito livio afferma quasi una battaglia, tanto da
temere che riprendesse un caso di guerra (casus belli) che avrebbe potuto portare ad
una guerra, la goccia che fa traboccare il vaso. Oltre a questa paura si aggiunge per i
romani un altro elemento, circolava una voce che Ottavio Mamiglio, re etrusco, re di
tuscolo ( non proprio re ma colui che governa ) che voleva stringere alleanze ( con
circa 30 popoli latini, citta stato latine – lega latina ) per andare contro roma.
C’è quindi un secondo timore di carattere militare, oltre alla guerra con i sabaudi
anche i latini.
Livio dice, nell’ansia, nell’attesa di tante minacce, per la prima volta, venne l’idea di
creare il dittatore, ecco la circostanza di creare un dittatore.
Poi tito livio dice non si sa chi fu il primo, ma leggendo dalle vecchie opere
sembrerebbe tito larcio, uno dei due consoli di roma, accanto a lui fu fatto “magister
equitum” ( comandante della cavalleria )un certo Spurio Classio.
Fondata nel 754 a.C. Roma nel Palatino ( dove ci sono i fori imperiali ), com’è la sua
realtà? Come si costruisce questa dittatura?
Partiamo dall’epoca arcaia, epoca monarchica, dall’epoca dei 7 re di roma.
Roma si pensa come una realtà isolata, che spunta dal nulla, ovviamente la storia è
diversa, si semplifica in maniera errata. Non è che prima di roma non ci fosse nulla, il
lazio centrale era “lazium vetus” pre romano, popolato, strutturato per piccole città
stato, l’organizzazione era questa, sfruttando anche le colline individuando per
ciascuna una città stato. Dal punto di vista geografico era paludosa, ricca di laghi
vulcanici che esondavano sempre, ricco di pantani, zanare, malattie e malaria. L’unico
modo per vivere era costruire su posti elevati come le colline, ci sono popoli che
vivono in modo nomade la cui economia era di carattere pastorale, vivono
prevalentemente di allevamento di pecore. Queste pecore sono l’unità di base della
vita di queste popolazioni.
La stessa parola pecuniaria ( pecudes = pecore ) perché prima del denaro, l’unità di
valore erano le pecore.
Economia prevalentemente pastorizia che ha una componente agricola di mero
sostentamento, non sono popoli totalmente nomadi, con il tempo infatti si
stabilizzarono nei territori, con a capo un governatore/re a seconda della lingua e
ceppo etnico della città stato.
Tendenzialmente ricordiamo i sabini, che entrano subito nella storia romana, i latini
( che non sono i romani ), gli etruschi che si trovano a nord del lazio vicino alla
toscana, una realtà estremamente avanzata e molto importante a differenza della
gran parte delle altre città stato ( la gran parte erano buzzurri ).
Gli etruschi erano estremamente avanti, grandi organizzazioni commerciali con i greci,
quasi parità fra uomo e donna, grandissime capacità militari, gestiscono bene la
cavalleria.
In questa situazione, a metà dell’ottavo secolo a.C. avviene la storia di una donna “rea
silvia” che da alla luce due figli, figlia del re di albalonga ( re di una delle città stato
latine più importanti ), lei è consacrata alla divinità principale del lazio centrale e del
pantheon ( dea della fertilità, abbondanza, terra, raccolto ), consacrata come vergine.
Sul trono c’è suo padre ad albalonga e il fratello di lui scaccia il re, ammazza i figli
maschi dei fratelli di rea silvia e la fa consacrare. Non si sa chi fu il padre, si dice che
fu dio della guerra ( marte ) che è il padre putativo di remo e romolo o lo zio con uno
stupro, figli che sono il frutto della colpa che lo zio avrebbe potuto uccidere, per
questo lei li consegna al tevere, bloccandosi poi sul territorio dove sorgerà roma.
Sappiamo queste cose per storie risalenti a 500 / 600 anni dopo la fondazione.
La costruzione del popolo non si sa se reale, o al limite del mitologico, ma l’idea anche
di aver pilotato una storia in questo modo serve a capire molto.
Sappiamo di un’uccisione del fratello per un trono, un possibile stupro dello zio nei
confronti di rea silvia e l’infanticidio ( il fatto che lo zio uccise tutti i figli maschi ).
I figli furono trovati da chi? Si dice da una lupa che li allattò per pensare che si cercò di
dividere la propria stirpe da quelli di albalonga con l’aiuto della natura, la lupa. Si
pensa anche alla storia del guardiano di porci per il re di albalonga “faustolo” che li
trova sulla riva del fiume, li porta a casa dalla moglie Accalarenzia crescendo loro i
figli. Accalarenzia è nota come “la lupa” che in latino significa “prostituta” ( il casino
infatti si chiama “lupanare”, “il bordello” ). In questo modo le due storie, la lupa
animale, la lupa materna che è una persona, si uniscono.
Remo e Romolo crescono, due disgraziati che siccome crescono allo stato brado, come
dei lupacchiotti nella campagna romana, decidono di fondare una banda ( le fonti
dicono una banda di ragazzacci ), che rubano, fanno danni. Essenzialmente dei
teppisti.
Ad un certo punto, vengono beccati che stavano rubando al loro pro zio di albalonga.
Remo fu portato ad albalonga per essere condannato. Il nonno, lo vede ( ex re di
albalonga ) e confortato da faustolo ( che pensava fin da sempre fossero i figli di rea
silvia ), riconobbe il nipote. Remo e Romolo con la banda ebbero la meglio sul re,
ristabilirino il loro nonno ( avendo scoperto di essere i loro nipoti ).
In prospettiva di divenire i re successivi, essendo albalonga sovrappopolata, decisero
di fondare una nuova città.
Così i due, dopo aver ristabilito il re, riprendono la loro banda e trovano un posto, la
collina era in alto ( palatino ), vicino c’era il tevere e si stabiliscono li. Per stabilire
significa che 10/15 capanne circolari di fango e paglia furono costruite. Roma della
fondazione era un villaggio di qualche capanna.
Nel fondarla, iniziano a discutere Romolo e Remo su dove farla. Romolo quindi esausto,
decise lui, traccia una linea e dice, chi aldilà dalla sua linea è “extraneus” quindi
nemico ( “hostess”, straniero e quindi anche nemico ), voleva indicare “qua ci siamo
noi e basta”; chi è dentro è dei nostri, chi oltre passa senza autorizzazione è nemico.
Remo non era d’accordo perché voleva comandare anche lui, allora lo prese in giro,
oltrepassò la linea e Romolo lo fece ammazzare dal suo braccio destro Celere (o lo
ammazza non si sa).
Si fa gloria sulla storia di roma, nata però da un fratricidio. Tutto inizia da uno degli atti
più orrendi, uccidere il proprio fratello, fra l’altro gemello.
Nella storia di Roma, c’è il senso della matrice culturale romana. Quando romolo
traccia la linea di confine, romolo pone la prima regola giuridica ( il diritto primordiale,
la prima regola, nata da una linea ). Stabilisce un limite da non oltrepassare, dicendo
che la violazione è sanzionata con la morte. C’è quindi la prescrizione e la sanzione e
insieme all’atto fondativo ne fa di romolo il fondatore.
La regola e la sua sanzione sono importanti, la comunità se non le rispetta viene meno
la comunità stessa, muore sul nascere, la regola è il presupposto che permette alla
comunità di esistere. Remo deve morire perché non ha fin da subito rispettato la
regola. Il fatto che l’altra faccia di se ( erano gemelli ) muore, ha un significato
profondo, il legislatore che pone la regola è quello che più di ogni altro può violarla
perché lui la posta, ma “l’uomo legislatore” per poter costruire una comunità che stia
in piedi, deve uccidere quella parte di se che tende alla violazione della regola.
Ognuno di se ha due parti, una che vuole le regole una che non le vuole. Ecco il
significato dei gemelli e la morte di remo.
L’essere umano, racconta la storia del diritto e del successo di roma nella realtà
antica. Perché Roma divenne quello che sappiamo e altre città no? Perché roma ha
preso atto di questa verità assoluta che ha a che fare con la natura stessa del diritto, il
diritto non piace a tutta la nostra essenza di persona. Tutti noi abbiamo una parte
anarchica, soprattutto se siamo giovani. Quando noi accettiamo le regole di diritto lo
facciamo solo forzatamente, lo si fa perché capiamo che sono necessarie per farci
stare nel migliore dei modi possibili, in sicurezza e tutto sommato bene. Il mondo
governato dal diritto comporta sacrifici ma è il miglior modo; il termine con cui i
romani individuano il diritto infatti è “ius”, che ha origine dalla lingua indoeuropea
( dove hanno origine tutte le parole che conosciamo, essendo una delle prime lingue ),
ius infatti è un radicale indoeuropeo “yug” che da vita ad un’altra parola latina che è
ad essa collegata “yugum” ovvero “giogo”, attrezzo che viene messo agli animali da
tiro per domarli cosicchè vadano dove vuole l’uomo. Allo stesso modo il radicale yug,
utilizzato spesso per i cavalli, permette di far collegare il concetto di diritto usato per
domare le persone. Le regole sono l’attrezzo per domare rendendo l’agire di tutti
funzionale a vivere bene insieme.
Questo gruppo può quindi stare insieme senza autodistruggersi grazie alle regole
( cercando di eliminare il fenomeno per esempio delle faide o di ridurlo ), rendendo
quindi esistente e viva la comunità.
È allo stesso modo una violenza, accetto delle regole che limitano la mia libertà e
quella degli altri per il bene della società e per il buon vivere. Sacrifico necessario
affinchè il gruppo può sostentarsi. Importante sapere che è comunque una violenza.
L’elemento giuridico è intrinseco alla stessa nascita dei romani, roma si fonda sul
diritto, la propria grandezza è grazie al diritto, come per i latini la filosofia.
Cosa succede quindi? Il gruppo sociale, la banda quindi, continuano a rubare e a fare
quello che volevano come prima ma cominciò a mischiarsi con i sabini con il fine di
crescere la comunità-
I sabini fanno pace con roma dopo il furto delle prostitute, si trasferiscono a roma e
quanto detto all’inizio si sana.
Il gruppo originario dei “quiriti” ( i romani ) con a capo romolo che era “rex” ( re ) si
affianca un re sabino “tito tazio”.
Inizialmente la struttura era caratterizzata da un mix fra quiriti e sabine/ceriti e altri
popoli, i romani fecero quello che fu fatto dai sabini, rubarono le ragazze da una festa,
proprio come fecero in precedenza i sabini ( ratto delle sabine ). Questa banda era
fatta da componenti maschi, ormai padri di famiglia, a capo ciascuno del proprio
gruppo di famiglia ( patriarchi ) e dal villaggio di capanne da 10/15 si amplia a 30/40.
La struttura del villaggio era identica, ma si creano gruppi di famiglie e le decisioni le
prendevano i patres, i quali compongono un consiglio degli anziani come in ogni
società primordiale, con il nome di “senato”, loro invece erano i “senes” ( anziani ) che
decidevano cosa doveva fare questa società. L’organo di governo è il senato, questo
sceglie al suo interno la guida principale, qualcuno che comanda serve sia per le
guerre sia per gestire il gruppo, questa persona era il “rex” ( regge le sorti, governa e
amministra la stessa assemblea degli anziani ), non era un re medievale, ma solo il
primo fra i pari. Il primo dei pater familias. Il primo fu romolo.
Questa struttura politica di base, vede:
-senato, ovvero assemblea degli anziani
-re
-popolo, che individua l’insieme degli uomini in armi, popolo = esercito nell’epoca
arcaica romana, solo uomini abili alle armi. Le donne non contano nulla, sono entrate
nella comunità solo per procreare, addirittura da uno stupro. I bambini non contano fin
quando non sanno usare armi. Il popolo si unì nei comizi curiati, la forma più antica
utilizzata per riunirsi. I comizi curiati si rifanno alle curie, in epoca storica la curia è il
luogo fisico in cui si riunisce il senato, la curia per eccellenza antica era per il senato;
ma le curie preesistevano a roma, deriva da “co-viria”, ovvero “insieme” “uomo”
( vir=uomo ), istituzioni che individuava un gruppo di maschi che facevano gruppo a
se, le curie quindi anche prima di roma erano una sorta di circolini dove si ritrovavano
degli uomini.
I maschi adulti mangiavano per conto loro, sempre, come i militari. Tornavano dalle
donne solo per assolvere alle poche funzioni che li univano.
Il pater familias andava a lavoro, tornava, mangiava e poi usciva con gli amici nel
club/circolo, proprio come fine a qualche decennio fa. Le curie erano proprio questi
gruppi con legami territoriali.
Le curie sono la struttura originaria che sta alla base dei comizi curiati con cui il popolo
si organizza.
Le curie originarie di roma erano 30, ampliandosi la comunità non era possibile averne
una unica, ogni gruppo decide e parla di qualcosa nelle curie e a volte si riunivano nei
comizi comuni.
Romolo divise le 30 curie su base territoriale/tecnica in 3 tribù, ogni tribù ha 10 curie.
Le tribù:
-ramnes, nel latino arcaico fa riferimento a Romolo, loro erano sicuramente i quiriti,
quindi la tribù del ceppo di albalonga di romolo
-tities, nel latino fa riferimento ai sabini, coloro che arrivano da titio tazio
-luceres, fanno riferimento agli etruschi ( da lucumone, uno dei sovrani di una delle
città etrusche )
Queste sono le unità istituzionali di base, roma si struttura in questo modo in un’epoca
monarchica.
I comizi curiati non erano le uniche assemblee, c’erano anche i comizi tributi in cui il
popolo veniva convocato per tribù e non per curie.

Questa roma di epoca monarchica era una realtà esclusiva, all’interno dello spazio
originario fu istituito il “pomerio”, il confine sacro inviolabile della città ( come il
rubicone con Cesare quando disse “il dado è tratto”, perché superò il pomerio
dell’epoca che era ovviamente esteso oltre a quello originario ). Dentro la città nessun
uomo armato piò entrare, neppure i littori, le scurie venivano innestate per
rappresentare il potere militare fuori da roma. Non potevano essere innestate le scurie
nei fasci. Il campo marzio usato per l’esercito infatti era lo spazio fuori dal pomerio.
Fu istituito l’asylum romuleo, uno spazio dedicato agli stranieri, i quiriti valutano li se
lo straniero è ben accetto. Tutti erano invitati a patto che questi stranieri si
riconoscono per mezzo di “fides” al popolo romano e a patto che diano un contributo
alla comunità. Era una realtà attrattiva, erano forti, strategici e invitano molti stranieri
ad unirsi a loro.
Per i primi 150 anni vediamo alternarsi 4 re, uno di stirpe latina e uno sabino come con
romolo e tito tazio. Dopo romolo ci fu Numa Pompilio di stirpe sabina

APPUNTI SISTEMATI:

Ieri siamo rimasti con la domanda: cos'è la "dittatura" che Augusto rifiuta in modo deciso? Per
rispondere, dobbiamo fare un balzo indietro nel tempo, a partire dal 22 a.C., ma prima torniamo alla
seconda metà del IV secolo a.C., quando l’Impero romano si definisce ormai "Impero", con a capo
due imperatori (l’Impero Romano d’Oriente e l’Impero Romano d’Occidente), e una struttura
monarchica ben organizzata che non lascia alcun dubbio. L’imperatore è il capo supremo,
l’interprete delle leggi e il gestore dell’ordinamento pubblico romano. Sotto l’Impero d’Oriente,
l’imperatore Valente affidò a uno storico, Eutropio, il compito di scrivere una storia dei Romani,
dalla fondazione alla fine dell’Impero. Questo storico, pur intelligente, veniva definito ignorante.
Nel suo racconto, affermava che la dittatura fu istituita nove anni dopo il passaggio dalla monarchia
alla Repubblica, avvicinandola alla signoria che Valente ricopriva, stabilendo una similitudine tra la
sovranità e la dittatura. Dopo quattro secoli da Augusto, la dittatura rimane ancora nella memoria
collettiva.

La dittatura affonda le sue radici nella monarchia arcaica (quella dei sette re) e prosegue nella
Repubblica, fino alla fine del VI secolo a.C., con il passaggio dalla monarchia alla Repubblica
avvenuto nel 510 a.C. Un altro concetto fondamentale è che il potere più simile a quello
dell’imperatore era di carattere assoluto. Eutropio, storico favorevole alle logiche imperiali,
rielabora il pensiero di storici precedenti come Tito Livio, grande storiografo di Roma, che scrisse
"Ab Urbe Condita", raccontando tutta la storia di Roma e delle sue istituzioni. Tito Livio, autore di
Augusto, scrisse fino al suo periodo.

Cosa dice Tito Livio sulla dittatura? Lo troviamo su e-learning, sia in latino/greco con relativa
trascrizione letterale. Tito Livio descrive un episodio accaduto nel 501 a.C. durante i giochi e le
celebrazioni religiose, quando delle prostitute vennero rapite dalla gioventù sabina. I Romani
avevano un conto aperto con i Sabini sin dalla fondazione di Roma, caratterizzato da continui
conflitti alternati a tregue. I giochi stessi servivano per gareggiare e dimostrare la propria prestanza
militare in modo non belligerante. La gioventù sabina, facendo uno scherzo, ruba le prostitute e
scoppia una rissa. Tito Livio parla di quasi una battaglia, tanto che si temeva che potesse scoppiare
una guerra (casus belli). A questo si aggiunge un altro timore: la voce che Ottavio Mamiglio, re
etrusco di Tuscolo (non propriamente re, ma colui che governava), stesse cercando di allearsi con
circa 30 popoli latini per andare contro Roma.

Inoltre, Tito Livio dice che, nell’ansia e nell’attesa di minacce, per la prima volta emerse l’idea di
nominare un dittatore. Non si sa chi fu il primo, ma leggendo le opere precedenti, si fa il nome di
Tito Larcio, uno dei due consoli di Roma. A lui fu affiancato come "magister equitum"
(comandante della cavalleria) Spurio Classio. Fondato nel 754 a.C., Roma sorge sul Palatino, un
luogo sacro che rappresenta l'inizio della sua realtà. Ma come si costruiva la dittatura?

In epoca arcaica, durante la monarchia dei sette re, Roma era pensata come una realtà isolata, che
emergeva dal nulla. Ma la storia non è così semplice. Il Lazio centrale, pre-romano, era popolato da
piccole città-stato, con una struttura che sfruttava le colline per individuarne una per ciascun
gruppo. Geograficamente, la regione era paludosa, ricca di laghi vulcanici, pantani e malattie.
L’unico modo per sopravvivere era stabilirsi sulle colline, come facevano i popoli nomadi, con
economia prevalentemente pastorale, allevando pecore, che costituivano l'unità base di valore. Il
termine "pecuniario" deriva da "pecus", ovvero "pecora", perché prima del denaro, l’unità di
scambio erano le pecore.

La popolazione del Lazio comprendeva Sabini, Latini, che non erano Romani, ed Etruschi, una
civiltà avanzata situata a nord del Lazio, vicino alla Toscana. Gli Etruschi avevano grandi capacità
commerciali con i Greci e parità tra uomo e donna, nonché capacità militari avanzate, soprattutto
nella cavalleria.

Nel 753 a.C. si racconta la storia di Rea Silvia, figlia del re di Alba Longa, consacrata vergine della
divinità della fertilità, ma rapita dal fratello dello zio, che la costrinse a consacrarsi. Il padre di
Remo e Romolo non è ben definito; secondo la leggenda, sarebbe Marte, dio della guerra, oppure lo
zio stesso. La madre avrebbe abbandonato i figli, che furono poi allattati da una lupa e cresciuti da
Faustolo e sua moglie Acca Laurentia. La stessa Acca Laurentia era conosciuta come "la lupa", che
in latino significa "prostituta", da cui il nome "lupanare", che designava il bordello.

Remo e Romolo crescono come teppisti, decidendo di fondare una banda che, successivamente, si
ribellò a suo zio di Alba Longa. I due, consapevoli della loro discendenza, risposero al loro nonno,
ripristinando la monarchia e fondando la nuova città: Roma. Discutendo su dove fondarla, Romolo
tracciò una linea di confine, dicendo che chiunque fosse al di fuori di essa sarebbe stato "extraneus"
(nemico), dando inizio a una delle prime regole giuridiche di Roma. Quando Remo oltrepassò la
linea, Romolo lo fece uccidere, ponendo una sanzione per la violazione della legge. Questo
fratricidio simbolizza la necessità di stabilire regole giuridiche che sarebbero alla base del diritto
romano.

La morte di Remo ha un significato profondo, in quanto rappresenta l’eliminazione della parte di sé


che tendeva alla violazione della legge. Questa riflessione sul diritto è cruciale per capire il successo
di Roma: sebbene il diritto sia un elemento forzato, è il mezzo per garantire la coesione della
comunità, sacrificando una parte della propria libertà per il bene collettivo.

Roma si sviluppa, mescolandosi con i Sabini, e risanando la frattura con loro dovuta al rapimento
delle donne. I Sabini si trasferiscono a Roma, e Romolo si allea con il re sabino Tito Tazio, dando
vita a una nuova struttura sociale e politica che, pur mantenendo il controllo dei Romani, integra i
Sabini. La struttura originale era basata su una comunità di patriarcati, in cui i "patres" (anziani)
formavano il "Senato", che decideva sulla politica e nominava il "rex" (re).

Questa struttura di base includeva:


 Senato, ovvero l’assemblea degli anziani;
 Re, figura centrale che governava e guidava l'assemblea;
 Popolo, costituito da uomini in armi, abili e destinati a combattere, che partecipavano
ai comizi curiati.

I comizi curiati erano organizzati in base alle curie, che erano gruppi di uomini legati
territorialmente, e ognuna di esse rifletteva l’organizzazione della società romana. Le curie,
inizialmente 30, furono successivamente suddivise in 3 tribù (ramnes, tities, luceres) che
riflettevano le origini etniche di Roma (Romani, Sabini ed Etruschi).

I comizi curiati si rifanno al concetto di curie, in epoca storica la curia è il luogo fisico in cui si
riunisce il senato, la curia per eccellenza antica era infatti il senato; ma le curie preesistevano a
Roma, la parola deriva da “co-viria”, ovvero “insieme” “uomo” ( vir=uomo ), istituzioni che
individuava un gruppo di maschi che facevano gruppo a se, le curie quindi anche prima di Roma
erano una sorta di circolini dove si ritrovavano degli uomini. I maschi adulti mangiavano per conto
loro, sempre, come i militari. Tornavano dalle donne solo per assolvere alle poche funzioni che li
univano. Il pater familias andava a lavoro, tornava, mangiava e poi usciva con gli amici nel
club/circolo, proprio come fine a qualche decennio fa. Le curie erano proprio questi gruppi con
legami territoriali.

L’organizzazione politica iniziale di Roma si strutturava in base a un sistema che affondava le


radici nella tradizione monarchica e che successivamente si evolverà, dando vita alla Repubblica. Il
"pomerio", il confine sacro della città, rappresentava la sacralità e l’inviolabilità del territorio
romano. All’interno del pomerio, nessun uomo armato poteva entrare. L’Asylum Romuleo era un
luogo dove gli stranieri potevano chiedere accoglienza, a patto di riconoscersi nel popolo romano,
impegnandosi a rispettare le regole della comunità. Questo sistema di accoglienza rappresenta la
forza e la capacità di Roma di attrarre e integrare altre genti nella sua grandezza.

Lezione 3
20/02/2024

I primi quattro re rappresentano l’alternanza tra la componente latina e quella sabina, questo è ciò
che sappiamo dai racconti arrivati ad oggi, non si sa quanto è vero o quanto mito ( miti nati per
esaltare generalmente Roma e la sua storia ). Primo re fu Romolo, morto secondo le narrazioni
assurgendo al cielo in un grande fuoco, come se gli dei l’avessero preso con loro, morì a Volcanal,
un luogo fisico ( avvallamento in termini territoriali ), questa narrazione permette di trarre la
conclusione che Romolo non solo fu preso dagli dei, ma come se il Dio Quirino ( da cui i nomi
Quiriti ) si identificasse Romolo stesso. Dopo Romolo ci fu Numa Pompilio, re sabino, chiamato
anche re legislatore. Alternanza etnica è anche alternanza nelle caratteristiche e attitudini di questi
re, Numa è pacifico e pone basi della società, che costruisce società in modo compiuto attraverso
regole anche di carattere religioso a differenza di Romolo visto più come Re guerriero. Addirittura
Romolo diede a ciascun pater familias due “iugeris”, ovvero due appezzamenti di terra per coltivare
quanto necessita per la propria famiglia, ma le vere basi le mise Numa Pompilio.
È ispirato in ciò da una divinità femminile, la ninfa egeria ( con cui si dice che lui si apparti per
ricevere consigli sullo sviluppo stesso di quella che sarà poi Roma ).
Dopo il re legislatore viene Tullio Ostilio, latino, re guerriero molto simile a Romolo. Venne poi
Anco Marzio, sabino e pacifico; si alterna quindi un Re belligerante ad uno pacifico. Troviamo
quindi una società inequivocabilmente guerriera e belligerante, che comunque si organizza al suo
interno attraverso regole specifiche e ben determinate. Doppio volto della società, belligerante ma
che si organizza sulla base di regole, la prima fonte del diritto infatti sono delle “leggi regie”,
ovvero leggi adottate nello specifico dal Re ( si sa di leggi di Numa Pompilio e istituzioni da lui
adottate ).

Siamo ora alla fine del settimo secolo ( siamo nel 600 ), fine dell’epoca monarchica, e ci troviamo
dinanzi a cambiamento radicale ( nello specifico nel 500 ): società romana ha ormai raggiunto
ingenti dimensioni, ovviamente parametrate agli standard dell’epoca, dove società oltre le 150
persone erano considerate come grandi. La società era organizzata sul piano aristocratico, e ciò
implica una gestione aristocratica dell’esercito. I vertici erano quindi le famiglie più antiche, come i
Fabi, i Claudi ecc.
Guerra elitaria, gli eserciti sono masse piccole di soldati semplici+nobili aristocratici che
partecipavano attivamente. Non c’è idea di esercito compatto, ogni pater familias e aristocratico ha
il suo personale esercito, per cui troviamo somma di eserciti di diverse famiglie. Manca idea di
guerra come la intendiamo noi nell’epoca monarchica e anche di “esercito compatto”, si andava
contro altre civitas più come un ‘ohi raga andiamo tutti assieme’.
Erano guerre piccole essendo piccoli eserciti. Molte battaglie non sono altro che scorribande di
singole famiglie e/o gentes solo perché hanno possedimenti in quella zona e altri popoli avrebbero
potuto minacciare i territori di proprietà.

GENTES, AL SINGOLARE “GENS”


Sono gruppi familiari ampi, il concetto di gentes è addirittura preesistente a Roma. Queste persone
sono legate da un vincolo adgnatio, che lega tutte le persone che possono accomunarsi dietro un
capostipite comune. Il concetto è si preesistente, la stessa Roma infatti si fonda e nasce sulla base di
gentes differenti.
Il nome gentilizio è quello che ci indica a quale gens appartiene, e solitamente lo troviamo al
secondo posto: quinto fabio massimo, il nome gentilizio è il secondo, cioè fabio. Il primo è il nome,
mentre il terzo è una sorta di cognome legato a caratteristiche fisiche del soggetto.
Le gentes sono l’unità essenziale della comunità che permettono non solo di permettere
l’identificazione ma anche la creazione di doveri specifici interpersonali, soprattutto morali, legati
appunto a questo vincolo gentilizio. Es: se sei uno che fa parte della mia gentes, anche se non ci
conosciamo, io ho il dovere morale di aiutarti.
Diverso vincolo che troviamo è quello clientelare, dove c’è un patrono (ricco generalmente) ed un
cliente che si appoggia sull’aiuto che la persona potente può dare, in cambio di una prestazione che
solitamente è legata alla politica, ad esempio comprandosi il voto alle elezioni. Si creava un legame
di fides, dove ognuno faceva affidamento sull’altro. Questa era una struttura portante seppur molto
lontana dai giorni nostri, estrapolato dal contesto effettivamente si entra nella logica mafiosa. La
società italiana è intrisa nelle radici anche per questo. “Ti aiuto ma dovrai votarmi e procacciare voti
per me”.

Nel secolo e mezzo di cui abbiamo parlato troviamo gentes latino-sabine che confluiscono, e ci
troviamo in un periodo dove la società etrusca sta prosperando ( N.B. Nell’Italia centrale c’erano
già gli Etruschi ), il loro commercio fra Toscana e Campania ( verso Magna Grecia ) si accresceva
ed erano nel pieno della loro potenza.
Forti di questo, con Anco Marzio, a Roma arriva Tarquinio Prisco, che veniva via dell’Etruria
perché di sangue misto ed incapace di fare carriera politica in madrepatria per questo motivo. Per
cui parte per la volta di Roma con la sua gens, e durante il viaggio si dice che un’aquila si posò sul
cappello di Prisco, alzandoglielo e facendoglielo ricadere sul capo: questo segnale venne
interpretato come destino a diventare re di Roma. La moglie come tutte le Etrusche, esperta delle
arti religiose, divinatoria e lettura dei segni, interpretò questo fatto.
Arrivato a Roma si presentò ad Anco Marzio mettendosi a sua disposizione, ed Anco Marzio di
volta in volta affidava a Tarquinio la gestione dell’esercito nominandolo a volte come magister
equitum e a volte magister popoli ( anche perché Anco Marzio non era abile con l’esercito ).

Magister significa comandante, colui che ha il magis, ha potere; equitum è cavalleria mentre
“popoli” per indicare la fanteria. Per cui il primo è colui che comanda la cavalleria, il secondo colui
che comanda la fanteria. Sono due cariche istituzionali distinte, che di circostanza in circostanza
venivano affidate a Tarquinio. Venne quindi riorganizzato l’esercito già strutturando e
differenziando la cavalleria e la fanteria, non più casualmente sulla base della propria disponibilità.
Ci sono quindi due nuove cariche militari distinte; le due cariche non sono state date in maniera
fissa, venivano affidate di volta in volta a Tarquinio Prisco.

Quando muore Anco Marzio ( essendo Re, il potere tornava ai paters, ai senatori e lo stesso potere
del Re si perdeva solo con la morte ) ed il potere torna in mano ai senatori, si dice che gli auspicia
ritornano ai padri, detentori legittimi.
Gli auspicia sono i segni divini, in questo momento di stasi tra morte del re e proclamazione del
nuovo, questo potere di interpretazione che durante la vita del re spetta a lui, torna ai patres e viene
gestito dai più anziani tra loro per cinque giorni ciascuno. (la stessa capacità di interrogare gli dei
per chiedere il benestare su ciascun atto politico – auspici )

Questo periodo si definisce interregnum, e dura fintantoché non si raggiunge un consenso per un
nuovo re, a turno ciascun senatore prende la carica di “inter rex”, ogni 5 giorni rivestono la carica
facendo le veci del Re, fintanto che non si raggiunge il consenso per il nuovo Re adatto.
Nel caso di specie, a Marzio succede Tarquinio Prisco, e apre ad un periodo dove i re successivi
saranno di stirpe etrusca, Servio Tullio e Tarquinio il superbo.
Roma sotto la monarchia etrusca assume un volto diverso, più di stampo assolutista.

Questi re prendono un po’ le distanze dal senato, non appartenendo a quella aristocrazia, gestendo il
potere in modo molto più democratico rispetto al popolo, garantendo maggiore inclusività e aprendo
Roma alle cosiddette nuove gentes che vengono da fuori. Se da un lato sono più autoritari nell’elitè
del potere, verso il popolo sono più democratici.
Roma diventa molto più ricca sotto gli etruschi e si espande notevolmente, un popolo non deve
necessariamente essere latino-sabino per decidere, allontanamento dall’oligarchia precedente, vi è
un coinvolgimento del popolo adottando misure favorevoli all’urbanistica e architettonica. I re
etruschi sono coloro che iniziarono la costruzione dei grandi monumenti che noi tutti conosciamo,
grande ricchezza. Cambiamento anche nella guerra, si passa da guerra aristocratica a guerra di
fanteria, masse enormi di persone lente e prolungate, mantenendo comunque reparti “celeres” che si
caratterizzano per la rapidità. Questi furono cambiamenti necessari per adattarsi alla cultura
dell’epoca, utilizzando come idea ed indirizzo anche la cultura della Magna Grecia.

Il vero riformatore fu Servio Tullio, re leggendario concepito dal fuoco secondo i miti. Sposerà la
figlia di Tarquinio Prisco, e riveste presso quest’ultimo i ruoli di magister populi e magister equitum
prima di essere nominato re alla morte di Prisco.
Tullio divenne Re e al posto del suocero porta a compimento una radicale riforma dell’esercito,
sradicando base gentilizia degli eserciti familiari aristocratici latino - sabine. La logica anche a
seguito delle nuove gentes all’interno della comunità, non sta più in piedi.
Lui porta a esercito timocratico, cioè basato sulle ricchezze: si inventa le classi di censo, che
individuano la fascia di ricchezza di ciascuno dividendo in 5 classi di censo.
Quelli più ricchi posso portare agli eserciti molto denaro e possono armare i cavalieri e bardare i
cavalli, per cui sono questa classe sociale più ricca a portare i soldi per cavalleria. Sono quindi loro
a portare il grosso del denaro per la cavalleria.
Questo esercito viene diviso sulla base del numero cento, da qui il nome centurie ( gruppi di cento ),
ogni classe di censo contribuisce alla creazione di queste centurie; esistevano ad esempio 18
centurie di cavallerie, armate dalla classe di censo più agiata. Ogni classe di censo ha poi seniores e
iuniores, ovvero i più anziani e i più giovani. Il potere monetario era in capo ai seniores, i minores
non erano pater familias, ma erano di più in termini di numero ( fra i 18 e 45 anni ).
In queste 5 classi di censo, abbiamo una riduzione del livello censitario, quindi delle ricchezze che
vengono stimate una volta ogni cinque anni, da soggetti che esercitavano una funzione che
nell’epoca repubblicana saranno nominati come censori. Il censimento si traduce in tassa, con
prospettiva militare, se sei ricco hai delle tasse per conferire ricchezza all’esercito.
Siamo nella metà del 6 secolo a.C.

Esistevano dei magistrati nominati per procedere a censimento, i cosiddetti censori, che
riscuotevano tasse per contribuire all’esercito. L’ultima classe di censo sono i capitecensi, che
sostanzialmente non hanno nulla se non se stessi in qualità di fanti. Questi eserciti prendono il nome
di esercito centuriato, con netta distinzione tra cavalleria e fanteria, e con un modo di fare guerra
caratterizzato dalle grosse masse di soggetti. Se prima quindi la guerra era caratterizzata dai clan,
adesso lo è dai soldi.
Non interessa da che famiglia provieni, interessa quanti soldi hai. Nasceranno quindi dei comizi
centuriati a prendere decisioni per la civitas romana, che si riuniscono sulla base delle centurie e
non più su curie e tribù come prima. Nei comizi centuriati voteranno per primi coloro che
appartengono alla prima classe di censo, pur essendo in minoranza rispetto alle altri classi, ed i loro
voti saranno molto più pesanti proprio per questo motivo. Quali sono le conseguenze?
Votavano anche per primi, pubblicamente, condizionando le altri classi di censo. Questa riforma
dell’esercito quindi comporta ribaltamento completo società romana anche dal punto di vista
politico, conta solo quanto sei ricco. I più ricchi avevano un potere di voto, pur essendo in meno,
pari o superiore a coloro che erano nelle classi di censo inferiori.
Molti appartenenti all’aristocrazia latino-sabina si trovano quindi in secondo piano rispetto a nuovi
arrivati magari più ricchi. Sicuramente gestione molto più democratica, dimostrami chi sei ed avrai
un ruolo qui dentro. Ecco perché si dice che è assolutistica sul piano elitario ma di democrazia,
apertura per il popolo; “dimostrami come persona cosa fai fare e avrai posto nella comunità”.
In questa strutturazione hanno un ruolo essenziale i magister populi e magister equitum, a tutti gli
effetti dei bracci destri del re, preposti al comando specifico di fanteria e cavalleria.
Si sta anche instaurando rapporto successorio legato a questi ruoli: per ben due volte di fila, chi era
magister populi diventa poi re; logiche successorie cambiano, sembrava quasi avere un peso non di
poco conto in termini di logica successoria l’esser capace a gestire un esercito, quasi come fare il
magister fosse un praticantato per divenire Re. Principio dinastico mai conosciuto nella storia di
Roma, perché il re era scelto per meriti dai pater; da prisco in poi, anche se formalmente continua
ad esserci l’interregnum, viene solitamente scelto chi aveva fatto il magister.

Questa logica successoria cambia con l’ultimo re, Tarquinio il superbo.


Lui sposò la figlia di Servio Tullio e salì al trono con la violenza. Attrae in trappola il suocero e
sulle scale del senato lo accoltella a morte, aiutato dalla moglie nonché figlia di Tullio che lo finì
investendolo con un carro. (Altro legame di carattere matrimoniale come Tullio e Prisco)
Tarquinio venne cosi soprannominato come superbo, del quale mandato troviamo fonti molto
contraddittorie. Sappiamo che fu soggetto a damnatio memoriae, eliminando qualsiasi fonte dove si
parlasse bene di lui per farlo apparire più negativo possibile. Comunque costruì la cloaca massima,
la rete fognaria di Roma, che nel futuro ha più di qualsiasi altra cosa garantito alla salute ed alla
prosperità di Roma.
Fece costruire anche numerosi templi, nonché infrastrutture viarie per aumentare il commercio. Per
cui sarà anche stato arrogante, ma fu comunque il costruttore della grande Roma repubblicana,
aprendo anche a ulteriori nuove gentes. Si svincola definitivamente dal senato, rompendo qualsiasi
legame, affermando per la prima volta una possibile successione di carattere dinastico, da sempre
demonizzata dal senato.
Giungiamo così alla detronizzazione di Tarquinio il superbo, letteralmente un golpe militare
dell’aristocrazia sabino-latina per ripristinare nuovamente un regime oligarchico a scapito della
guadagnata democrazia. I senatori riprendono così in mano il potere, colpo di stato conservatore
lontana dalla democrazia, dopo molte aperture e passi avanti, il senato blocca il tutto. Il potere era di
nuovo in mano al senato.
Questo passaggio da monarchia a repubblica passa dalla narrazione leggendaria della matrona
Lucrezia, ne parla la prossima volta.
Sul piano internazionale, gli altri etruschi che continuavano ad aumentare la propria potenza e
spingevano sempre più verso Roma, e Tarquinio il superbo aveva stabilito solide alleanze con il
circondario e con alcune città etrusche molto potenti; aveva fatto sposare la figlia ad Ottavo
Manilio, sovrano di Tuscolo, garantendo ottimi rapporti e mettendo al sicuro Roma da aggressioni.
Roma era sostanzialmente una potenza egemone, leader di questa alleanza latina.

Lezione 4
25/02/2024
Consiglio professoressa: per avere un approccio critico può essere utile
guardare le fonti che ha caricato su e-learning

Oggi parleremo del “come viene narrata la transizione da monarchia a repubblica”, o


meglio “la cacciata di Tarquinio il superbo, ultimo re etrusco”.
In particolare serve per il tema della dittatura, l’ultimo re fu cacciato nel 510 circa
( dicono le fonti ). Dopo 9 anni nel 501 fu nominato a seguito dell’ultimo re, il primo
dittatore. Ci interessa quindi capire cosa succede dal punto di vista istituzionale dopo
esser stato cacciato il re. Non solo dal punto di vista cronologico ma in riferimento al
contesto di ripensamento rispetto alla struttura delle istituzioni che portò quindi alla
dittatura.
Ci sono una serie di approcci, capire cosa succede a Roma ( internamente ed
esternamente ), Tarquinio il superbo sale al trono ammazzando il suocero e le fonti a
noi disponibili ci fan capire che storicamente fu molto cattivo e che le problematiche
politiche non erano poche.
Di fatto ci fu infatti un colpo di stato dei patrizi ( = patrici ), nonché l’aristocrazia.
Questo internamente, ma esternamente? Lui era belligerante, anche dal punto di vista
etrusco ( etruria vera e propria ) la potenza fu ridimensionata (dell’etruria), molti
signori della guerra delle città stato etrusche tentarono di prendere il sopravvento
sulle altre città stato. Nascono problematiche interne agli etruschi. C’erano quindi
attriti fra i signori più potenti delle diverse città. Il dominio di Tarquinio il Superbo fu
insediato dal re della città di chiusi, questo infatti insediò Roma e la assoggettò/occupo
per poco tempo.
Tarquinio il superbo che aveva alleanze però con le città latine e con un signore della
magna grecia di nome aristotemo di Cuma, riuscì a reagire alle soglie del 510.
Quindi era sottopressione sia internamente che esternamente.

Tarquinio il Superbo assediò Ardea, a 30 km da Roma, roccaforte del popolo dei Rotuli
e mentre sta la succede un episodio a sua insaputa piuttosto interessante. Qui inizia la
narrazione leggendaria, in un momento di noia dell’assedio, i giovani della nobiltà
romana si mise a bere e scherzare, sfidandosi sulle virtù delle donne mentre gli uomini
fidanzati/mariti erano al campo militare.
Parte la scommessa e tutti si slanciano verso Roma, per controllare nelle proprie case
cosa fanno le proprie donne. Il risultato non fu lusinghiero, le donne erano tutte a bere,
con altri uomini meno che una, la più virtuosa ( casta, pudica e modesta,
caratteristiche necessarie ).
Questa era Lucrezia, figlia di Lucrezio pater dell’antica aristocrazia romana, era infatti
senatore. Era fidanzata o moglie di un certo Collatino.
Lei fu trovata presso al focolare con le sue ancelle intenta a filare la lana.

Tutti tornano al campo militare, ma in mezzo a questo goliardico gruppo c’è uno che
non si ferma all’idea della bravata, ovvero Sesto Tarquinio, figlio di Tarquinio il
Superbo. Infatti questo si invaghì di questa Lucrezia, ed essendo superbo come il
padre, mise in piedi un piano per sedurre Lucrezia mentre tutti tornano al campo di
battaglia.

Tornò a Collazia, nella casa di Lucrezia e Collatino e fece in modo di allontanare le


serve per rimanere solo con lei per sedurla. La casta Lucrezia resiste e si sottrae, ma
lo stesso dopo aver fallito con le lusinghe, passò alle minacce dicendo che non
avrebbe mai rinunciato.
Lucrezia confermò che sarebbe andata anche incontro alla morte piuttosto che
concedersi.
Lui fu ancor più cattivo, la minacciò di violentarla, ucciderla e uccidere anche il suo
schiavo mettendolo nudo nel letto con lei; spacciando la storia di aver rivendicato
l’onore di Collatino a seguito del disonore.
Lei quindi rimarrà per sempre come colei che fece un adulterio con uno schiavo,
disonorando il proprio marito.
Lucrezia quindi cede, perché è l’unico modo per difendere il proprio onore. Fu stuprata
e subito dopo andò al foro di Roma, gridando e raccontando cosa successe, chiedendo
anche di far tornare dal campo il marito e il suocero.
Giunio Bruto, amico di Collatino, quest’ultimo e il padre di Lucrezia tornarono e
sentirono la denuncia di stupro e dell’abuso di potere. Lei dopo la denuncia si squarciò
il ventre davanti a tutti, innocente che si sacrificò a seguito del potere e della superbia
di Sesto Tarquinio. Il popolo diceva che la colpa non era sua, cercarono di salvarla ma
lei per vergogna si uccise.

Perché Lucrezia in una narrazione simbolica, sul piano istituzionale deve morire? La
risposta arriverà fra poco.

Bisogna ricordare il “criterio di successione della regalità”, succede al re colui che


dimostra di avere le qualità per farlo ma questo non avvenne con Tarquinio il superbo,
lui infatti imparentato con Servio Tullio prende il potere con la forza. Lui non dovrebbe
succedere, siamo fuori dai binari della legalità istituzionale, superbo perché strappa e
prende la forza con superbia. Ma il figlio fece qualcosa di ancor più significativo, che ci
permette di arrivare alla risposta del perché sul piano istituzionale Lucrezia deve
morire. Il figlio Sesto Tarquinio, proprio come il padre, fece un abuso, prese con la forza
ciò che non gli spettava.

Il padre di Lucrezia era un personaggio di un certo rilievo, tanto che divenne “inter
rex”, che deve gestire il vuoto di potere post cacciata di Tarquinio il superbo. Operò
quindi come il sostituto del re. Lucrezia quindi è la figlia di colui che può sostituire il re.
Lucrezia è anche fidanzata/sposa di un altro e questa corsa a cavallo da Ardea alla
casa delle donne sembra il metodo di conquista delle donne di stirpe regale ( il famoso
torneo dei cavalieri per stare con la figlia del re ). Questa corsa viene simbolicamente
vinta da Collatino, la virtù di Lucrezia è vinta da Collatino non da Sesto Tarquinio, il che
significa che Collatino potrebbe essere simbolicamente colui che potrebbe sostituire il
re. Non vincendo la corsa con la forza Sesto Tarquinio bara per vincere e sovvertire in
modo radicale il principio della successione regale che si fonda sull’idea delle “nozze
sacre” con la detentrice del “seme regale”. Non c’è idea di discendenza del “figlio del
re” che diventerà re, ma l’idea di regalità si insidia nel concetto di maternità. Sesto
Tarquinio prende la potenzialità generativa della maternità e quindi la possibilità di
divenire re con la forza.

La potenziale regalità legata al concetto di “maternità” e non di “paternità”


probabilmente fu denunciata anche dal vestialato, ovvero un ordine sacerdotale
romano presente già dall’antica Roma. Essenzialmente le figlie della casata reale ( o
delle famiglie più rinomate ) non usate come “materiale di costruzione” di alleanze e
di trasmissione di quella stirpe genetica essendo date in sposa a signori di altre città.
Le altre invece non potendo e soprattutto non dovendo spargere il seme reale random,
erano essenzialmente obbligate, sin dall’età in cui era possibile aver figli, fare un voto
di castità e spesso far parte di ordini sacerdotali femminili ( divenendo quindi
vestalie ). Tale obbligo tendenzialmente veniva meno con l’arrivo dell’età che non
permetteva per motivi biologici di aver figli.

La storia di Lucrezia e Sesto Tarquinio ( e non solo, anche la storia di come arriva il
potere Tarquinio il superbo )ci da diverse chiavi di lettura. Lucrezia sa che deve morire
perché rappresenta il buon vecchio ordine delle cose che però è stato violato, matrona
casta e pudica ma violata. Quella Lucrezia come i vecchi costumi di Roma sono stati
violati. Quindi se si vuole salvare la possibilità di non avere un figlio nato da uno
stupro, l’unico modo era morire.

Se Lucrezia vivesse, fungerebbe da incubatrice di uno stato malato e di una tirannia,


per questo si squarciò il ventre per eliminare dall’orizzonte della storia la possibilità
stessa che la violenza abbia successo, per non distorcere l’andamento delle istituzioni.
Questo è il casus belli, la goccia che ha fatto traboccare il vaso per detronizzare
Tarquinio il superbo.
Tarquinio il superbo non era a Roma ma ad Ardea, torna rapidamente e affida l’esercito
a due comandanti, i quali si trovano di fatto a guidare le forze militari di Roma. Questo
arrivando a Roma trovò le porte di Roma chiuse, tornò quindi all’accampamento per
avere sostegno dal proprio esercito; peccato che l’esercito a seguito di quanto
successo, fecero votare di non volere Tarquinio superbo alle centurie.

Non avendo nessuno dalla propria parte, vagò per trovare supporto fra le città
etrusche fino a trovare supporto da Ottavio Namilio, suo genero.

Il vuoto istituzionale di Roma generò dei problemi, uno stato deve essere governato e
quindi questa è una condizione grave. Senza re e senza sostituto i romani devono
trovare una soluzione.
A Roma bisogna agire sul piano del diritto, il problema è politico e servono nuove
istituzioni, uno storico Dionigi di Alicarnassio, greco che ci racconta che a Roma un
personaggio detto Valerio Publicola, che appartiene ad una di quelle famiglie sabine
antiche ( ai tempi di romolo ), quindi uno delle famiglie fondatori. Questo si rivolse a
Bruto, amico di Collatino per risolvere un problema di carattere giuridico, ovvero per
gestire la civitas senza re, dicendo che servivano i comizi, ma questi chi li avrebbe
convocati? Il re non c’era.
Tecnicamente non si sa se la situazione in cui ci si trova permette l’applicazione
dell’interregnum, perché il re non è morto, è stato solo cacciato. Valerio Publicola
perché chiese questa informazione a Bruto?

Bruto Giunio non era un personaggio indifferente ed estraneo ai vertici del potere
romano, infatti per parte di madre apparteneva alla gens tarquinia, la mamma era
figlia di Tarquinio Prisco. Lui quindi era nipote di Tarquinio il Superbo. Solo che le fonti
ci dicono che Tarquinio il superbo, preso il potere si preoccupò di far uccidere tutti
coloro che hanno un possibile titolo tale da aspirare a divenire re. Infatti la famiglia di
Bruto fu del tutto uccisa, meno che lui perché troppo piccolo ai tempi che furono,
infine si finse stupido e ritardato. Per questo Bruto Giunio, “brutus” ovvero stupido, per
questo si salvò, per Tarquinio era un bambino e ritardato quindi innocuo.

Anche Collatino, dalla parte di padre era parente di Bruto Giunio, oltre ad essere
grandi amici.
Bruto si schierò contro Tarquinio il superbo, inoltre apparteneva alla famiglia regale,
quindi è un membro non compromesso della famiglia regale e che potenzialmente
potrebbe agire per divenire il futuro e possibile re.
Publicola, in questo discorso con Bruto Giunio, ricevette la risposta da quest’ultimo
rispetto alla conferma di aver ricevuto il titolo di tribuno dei cavalieri, in quanto titolare
di una carica apicale quindi. Era anche legittimato a convocare il comizio. Questa
carica è piuttosto problematica, non sappiamo a cosa serve, si sa che a capo delle
centurie dei cavalieri, c’era un comandante chiamato tribuno celerum.

Questa carica probabilmente era una funzione di coordinamento rispetto ai tre tribuni,
una sorta di generale maggiore rispetto ai generali della cavalleria.
In ogni caso forse abbiamo un problema, ci arrivano dei dubbi rispetto a quanto
successe ad Ardea, il comando dell’esercito il re Tarquinio il superbo lo lasciò a due
soggetti comandanti, ausiliari del re, ovvero i magister.
Ma se i magister erano li con l’esercito, Bruto cosa dice? È un enigma? La risposta sta
nel fatto che se Tarquinio il superbo pensava fosse scemo Bruto, come è possibile che
gli fosse stata affidata una carica importante? La carica era onorifica, tanto per dargli
un ruolo, una carica di carattere amministrativo. Di fatto i tribuni erano a capo delle
centurie e rispondevano al magister equitum.

Bruto però fa valere questo suo titolo e così effettivamente funzionarono i comizi, lui
iniziò a convocare i comizi e propose di nominare Lucrezio inter rex per la gestione del
potere, mentre i comizi procedono alla votazione di una proposta, ovvero sostituire il
re o comunque assegnare quel potere consegnato nelle mani del re, non più ad uno
singolo ma a due soggetti, così da avere un bilanciamento e non più arbitrarietà, si
controllavano l’un l’latro. Questi erano i consoli.

Il popolo quindi nominò Collatino e Bruto come i primi due consoli.

La storia però dice probabilmente altro rispetto a questo racconto di Dionigi, ci sono
dei dubbi rispetto al fatto che fin da subito, ovvero poco dopo aver cacciato re si
instaurò il regime che prevedeva a capo due consoli e quindi il sistema consolare.

Si è sicuri del sistema consolare solo dall’adozione nel 367 a.C. delle licinie sexties.
Licinie sexties = leggi che fissano l’ordinamento “costituzionale “romano, le
magistrature, la struttura e le sue ripartizioni delle competenze.
Un’ipotesi quindi è che la storia di Dionigi ( risalente a 500 anni dopo rispetto al fatto
accaduto ) non è altro che una proiezione di quella che è la struttura centrale
repubblicana, nello specifico potrebbe essere un racconto condizionato dal pensiero
repubblicano dell’epoca, descrivendo in epoca repubblicana dei fatti successi in epoca
monarchica e per tal motivo con occhio differente rispetto ai fatti reali, questa
transizione da monarchia a consolare non è stato così rapido e liscio.

Un elemento di rottura si c’è stato, ma posto il momento traumatico e violento di


rottura, c’è stato un assestamento graduale.
Oltretutto le fonti ci attestano per questo periodo antico anche l’uso di un termine
antico “praetor” per individuare coloro che sono al vertice, il pretore nonché
magistrato dotato di pari “imperium” come i consoli ma che può fungere come
sostituto del console quando questo assente, per tutti gli affari ma con un’ulteriore
competenza specifica giurisdizionale.
Ma questo termine è molto antico in realtà, alcune fonti venivano individuati come
soggetti di inizio repubblica, si parla anche di pretore maximus, rispetto al quale era
maggiore ai pretori semplici, le stesse fonti parla di un soggetto individuato fra i
pretori ma quando serve un soggetto unico che gestisce dal punto di vista militare
l’esercito; il problema però era, che se ho due magistrati con gli stessi imperium,
questi che decisioni possono prendere?
Due consoli quindi si possono controllarsi, ma governare il tutto non è così semplice.
Il modo di governo fu la turnazione, ma che arrivò verso la fine della metà del 5
secolo, turni brevi per faccende militari, gestiscono a turno quindi, e turni più lunghi
per faccende amministrative interne alla civitas. Arrivò quindi poco prima della legge
delle 12 tavole, in un momento differente e successivo.
Questo perché non è semplice passare da una sola persona a due.
Servirono circa 50 anni per arrivare alla turnazione, ma la domanda quindi è: prima
della turnazione?
Prima di questa c’erano due pretores, forse tre di cui uno di questi per ragioni militare
veniva investito temporaneamente della carica di pretore maximus, avendo la carica
piena sopra tutti. In quel momento diventa l’unico, rievocando il conetto di “soggetto
solo”, in realtà come appena detto non è vero in quanto sono presenti anche altri
pretori, ma dal punto di vista il leader era lui.
È plausibile ma non si può dirlo con certezza che in origine si cercò di creare dei
soggetti che vengono individuati come pretori che “vanno innanzi” quindi chi guida
l’esercito ( essendo un popolo belligerante ).
Alcune fonti dicono che lo stesso pretore veniva utilizzato anche all’interno della lega
latina per individuare quel soggetto che a turno, per ragioni pratiche, era comandante
generale e supremo della lega e quindi dell’intera alleanza. Questo veniva individuato
come colui che deteneva un potere di dux ( colui che conduce ), pretor e altri termini
fra cui probabilmente dictator.
Quindi l’ipotesi inverosimile vede un passaggio attraverso alcuni pretores che poi si
sono sviluppati nella direzione di una triade cosi formate: un pretor maggiore
affiancato da un altro pretor normale con due consoli ed un terzo pretor per la
gestione amministrativa e gli affari della civitas. Lo sdoppiamento del pretor maximus
probabilmente coincide con lo sdoppiamento della legione unica in due legioni e quindi
alla duplice divisione della metà del quinto secolo a causa delle molte guerre, il tutto
tenuto insieme dalla presenza del pretor maximus.

La triade pretoria, o il binomio iniziale deve moltiplicarsi affianco al pretor maximus,


ma allo stesso tempo servirà il pretor semplice per la gestione amministrativo nella
civitas.

Traccia del fatto che le cose sono andate in questo modo, possiamo dire che da un lato
c’è si l’esercito, ma dall’altro la civitas; i pretori quindi cosa devono fare? Ci sono
anche i magister, che nel ragime precedente erano ausiliari del re e che potevano
anche, nelle civitas, succedergli. Questo cambio di struttura pongono delle criticità
nell’imperium e della conseguente gestione, sia lato militare sia lato civitas.

Due facce della stessa medaglia, non è mai stato diviso, tutto era pilotato dal re e
senza lui cominciò a configurarsi la possibilità di gestire l’impero da due punti di vista
differenti, imperium della città e imperium militare.
In questo contesto, non più di nove anni dopo, arriveremo a quanto la professoressa ci
spiegherà domani.
APPUNTI SISTEMATI

La transizione dalla Monarchia alla Repubblica: la cacciata di Tarquinio il Superbo

La transizione dalla monarchia alla repubblica romana è segnata dal momento in cui Tarquinio il
Superbo, l'ultimo re etrusco di Roma, viene cacciato intorno al 510 a.C. La sua cacciata segna
l'inizio di un periodo di cambiamenti significativi nelle istituzioni romane, che porteranno alla
creazione della Repubblica. La cacciata di Tarquinio avviene a causa di un crescente malcontento
interno e delle sue politiche autoritarie, tra cui le sue azioni violente e ambiziose, come l’assassinio
del suocero e il tentativo di consolidare il potere con l’abuso della forza.

Dal punto di vista istituzionale, il vuoto di potere generato dalla cacciata del re porta a una
riflessione sulla necessità di nuove strutture di governo. Non si passa immediatamente a una forma
stabile di governo repubblicano, ma si attuano misure provvisorie. I patrizi, l'aristocrazia romana,
sono i principali attori del colpo di stato che destituisce Tarquinio. Esternamente, Roma viveva
anche una pressione crescente, con Tarquinio coinvolto in alleanze con le città latine e la Magna
Grecia, mentre l'etruria subiva una crisi interna, con le città-stato etrusche che si disputavano il
predominio.

Tarquinio il Superbo, pur essendo minacciato internamente ed esternamente, reagì alle difficoltà
militari, come nel caso dell’assedio di Ardea, ma nel frattempo accadono degli eventi che
cambieranno per sempre il destino di Roma.

Il Rapporto con Lucrezia e la Simbologia della Violenza

Uno degli episodi simbolici della caduta di Tarquinio il Superbo e della transizione dalla monarchia
alla repubblica riguarda la storia di Lucrezia, la figlia di Lucrezio, membro dell'aristocrazia romana.
Durante l'assedio di Ardea, alcuni giovani patrizi, tra cui Sesto Tarquinio, figlio del re, si sfidarono
a un gioco, mettendo alla prova la virtù delle proprie donne. Quando Sesto Tarquinio giunse alla
casa di Lucrezia e la trovò intenta a filare la lana, un simbolo di virtù e pudicizia, cercò di sedurla
con la forza. Non riuscendo nel suo intento inizialmente, passò alle minacce, minacciando di
uccidere il suo schiavo e di spargere la menzogna che Lucrezia fosse stata infedele, se non si fosse
concessa.

La giovane donna, pur di preservare il proprio onore e quello della sua famiglia, cede e viene
violentata. Subito dopo il crimine, Lucrezia si reca al Foro e denuncia l'abuso, chiedendo il ritorno
del marito Collatino e del suocero per testimoniare l'accaduto. Dopo la denuncia, e consapevole
dell’onore che era stato distrutto, Lucrezia si suicida, squarciandosi il ventre. La sua morte diventa
il simbolo della violenza subita dalle istituzioni e dalla regalità, la cui corruzione e abuso di potere
sono incarnati sia dal padre Tarquinio che dal figlio Sesto.

Il Significato della Morte di Lucrezia

La morte di Lucrezia è simbolica sul piano istituzionale. Essa rappresenta la fine di un ordine
corrotto, segnato dal potere abusivo di Tarquinio il Superbo e dalla sua famiglia. La sua morte
testimonia la violazione di un principio fondamentale della successione regale, che non dovrebbe
essere basata sulla forza, ma sulla legittimità. Tarquinio il Superbo aveva preso il potere con la
forza, violando il criterio di successione. Il figlio, Sesto, compie un atto ancora più grave,
sottraendo con la forza la virtù della regalità rappresentata da Lucrezia, la quale rappresenta la virtù
e la moralità dell'aristocrazia romana. La violenza su Lucrezia simboleggia l’abuso di potere e
l’illegittimità della monarchia tarquinia.

Il Vuoto di Potere e la Soluzione Istituzionale: L’Interregnum e la Nascita dei Consoli

Dopo la cacciata di Tarquinio, Roma si trova in un periodo di vuoto istituzionale. Il popolo si rende
conto che il potere deve essere distribuito per evitare il ritorno alla tirannia. L’interregnum è un
periodo incerto in cui non è chiaro chi debba assumere il ruolo di capo dello stato. È in questo
contesto che si inserisce la figura di Bruto, discendente della gens Tarquinia, che si presenta come
una figura legittimata a gestire la crisi. Il suo ruolo di "inter rex", che sostituisce temporaneamente
il re, è cruciale per il passaggio alla nuova forma di governo.

Bruto, pur appartenendo alla famiglia di Tarquinio, si oppone alla tirannia e, insieme a Collatino,
diventa il protagonista della transizione. Inizia così il processo di instaurazione della Repubblica,
con la creazione di cariche collettive e il principio della "non concentrazione" del potere in una sola
persona, evitando il rischio di tirannia.

La Nascita della Repubblica: La Proposta di Dionigi di Alicarnassio

Dionigi di Alicarnassio, storico greco, ci racconta che, una volta cacciato il re, il popolo romano si
trovò di fronte alla necessità di dare ordine alla politica. A Roma, Valerio Publicola, uno dei
fondatori di Roma, si rivolge a Bruto per risolvere il problema giuridico di come gestire la civitas
senza un re. Secondo Dionigi, Bruto propose la nomina di Lucrezio come inter rex per gestire il
potere in attesa di una soluzione definitiva. Tuttavia, questa narrazione presenta probabilmente una
proiezione delle istituzioni repubblicane di epoca più tarda, come il sistema dei consoli, in quanto,
nella realtà storica, non è immediatamente evidente che la transizione verso il sistema consolare
fosse così rapida.

Il passaggio dalla monarchia alla repubblica non avvenne immediatamente, ma fu il frutto di un


lungo processo di adattamento e riforma delle istituzioni romane, che culminò con la creazione
della magistratura consolare. Il sistema consolare e la divisione del potere tra due consoli, che si
alternano nella gestione degli affari dello stato, rappresentarono una forma di bilanciamento del
potere, evitando il ritorno della monarchia.

La Nascita della Repubblica e l'Istituzione dei Consoli, Pretori e del Pretore Maximus

Dopo la cacciata di Tarquinio il Superbo, Roma affronta un periodo di assestamento istituzionale, in


cui si riflette su come organizzare il potere senza ricorrere nuovamente alla figura di un monarca.
La risposta arriva con l'introduzione dei consoli, una carica collettiva che rompe con la tradizione
monarchica. Il passo cruciale è la nomina di Bruto e Collatino come i primi due consoli, un passo
che rappresenta un mutamento radicale rispetto alla centralizzazione del potere in un singolo
sovrano.

Il sistema consolare si basava su una divisione del potere esecutivo tra due individui eletti
annualmente, che possedevano entrambi l’imperium (il potere di comando). Tuttavia, tale struttura
necessitava di un equilibrio che impedisse l’accumulo di potere nelle mani di un solo individuo,
come era accaduto con il re. I consoli, infatti, si controllano reciprocamente, un meccanismo
pensato per evitare l’abuso di potere, ma che però, come noteremo, genererà delle criticità nella
gestione del potere, soprattutto in momenti di crisi. Le leggi delle Licinie Sextie del 367 a.C.
stabiliranno in modo definitivo la divisione della carica consolare e l’ordinamento giuridico della
repubblica.

In parallelo ai consoli, emergono altre figure di potere che si affiancano e supportano la struttura
militare e civile di Roma: i pretori. I pretori inizialmente rivestivano ruoli giuridici, ma con il
tempo la loro funzione si espanse anche alla giurisdizione militare. Essi avevano il compito di
amministrare la giustizia civile e criminale, e venivano eletti con un mandato annuale, come i
consoli. In particolare, uno dei pretori assumeva il titolo di Pretore Maximus, che era la figura
di comando supremo delle legioni romane durante i conflitti. La figura del Pretore Maximus è
legata al concetto di imperium nell’esercito, quindi è un magistrato con un’autorità equivalente a
quella dei consoli, ma con funzioni specifiche nella gestione dell’aspetto militare.

Il Pretore Maximus, tuttavia, non era una carica permanente: veniva investito temporaneamente
durante le campagne militari, e la sua carica era legata alla necessità di un comandante supremo
durante i periodi di guerra. Le fonti ci indicano che, quando un Pretore Maximus veniva nominato,
assumeva poteri che andavano oltre quelli ordinari del pretorato, diventando un vero e proprio
comandante delle forze armate romane.

Oltre al Pretore Maximus, vi era un altro livello di pretori, i cosiddetti pretori curuli, che si
occupavano di aspetti amministrativi e legali interni alla civitas. Questi pretori non avevano la
responsabilità militare, ma si occupavano principalmente di questioni giuridiche. Nei primi anni
della repubblica, l’autorità di questi magistrati non era ben definita e la struttura del governo fu
piuttosto confusa, con una difficile separazione tra potere civile e militare. Fu solo più tardi che si
cercò di stabilire un assetto più stabile con l’introduzione di turnazioni nelle cariche e la
suddivisione delle funzioni, soprattutto con la legge delle 12 tavole, che definì meglio i compiti e i
limiti delle diverse cariche.

Criticità del Sistema e Transizione alla Repubblica

Un aspetto centrale delle prime fasi della Repubblica è la transizione dal potere assoluto del re a un
sistema che non solo fosse bilanciato, ma anche che avesse un equilibrio tra le funzioni civili e
militari. La presenza di consoli e pretori con imperium, seppur condiviso, suscitava
preoccupazioni. Da un lato, la divisione tra consoli garantiva il controllo reciproco; dall’altro, il
potere di comando militare e civile non era ancora ben definito e il rischio di una concentrazione di
potere era sempre in agguato. È in questo contesto che emerge la necessità di figure come il Pretore
Maximus, per evitare che la divisione del potere in due consoli non si traducesse in una difficoltà
nella gestione militare.

La figura del pretore si evolverà nel tempo, ma fin dai suoi esordi il suo ruolo fu legato a
un equilibrio istituzionale: da una parte c’erano i consoli con la loro funzione di governo civile,
dall’altra i pretori, che gestivano gli affari giuridici e, con la carica di Pretore Maximus,
comandavano le legioni. Il passaggio dal sistema monarchico alla repubblica non fu quindi
istantaneo né lineare: ci fu un graduale assestamento delle cariche e un progressivo affinamento
dei compiti di ciascun magistrato.
Lezione 5
26/02/2024

Torniamo prima di passare al nuovo argomento, alla materia delle Vestalie perché ci
serve a rispondere alla domanda: chi è il dittatore?
Dobbiamo fare un ragionamento che guarda la Roma monarchica ma non solo, anche
ciò che c’era in quel territorio prima di Roma e guardare gli aspetti antropologici della
struttura organizzativa presente.
( c’è una branca che studia i meccanismi che funzionano in una collettività, questa
branca per esempio parte anche dalla domanda: com’è potuto accadere? Una
dittatura? Com’è possibile? )

Fatta la premessa torniamo indietro, si parla di donne e come si trasmette il potere


( oppure come si “riceve il potere” vedendo da un altro punto di vista ), eliminando
dall’orizzonte la prospettiva dinastica, che come già detto in Roma non si è mai
radicata sino al periodo storico dell’impero.
Non ovunque era così, per esempio la dinastia macedone con Alessandro il grande
valeva il principio che in Roma non si radicò anche grazie all’influenza Sabina.
Altro elemento importante è il fatto che nasce con struttura associativa, c’erano delle
famiglie, un gruppo di persone che decide cosa fare ( che divenne poi un insieme di
più gruppi con diversi pater familias a capo ), ”l’autorictas” ovvero “potere
decisionale” è imputata al senato, ovvero ai patres. Questi la fanno poi convergere sul
re che scelgono, scelto tra l’altro perché definito come “il più capace”.
L’idea del re era significativa anche nell’epoca arcaica, scelto dal senato, designato
dall’inter rex di turno e votato dai comizi ( assemblea popolare ) con la “lex curiata de
imperio” ( legge curiata riguardante l’imperio ). Con questa legge si delibera
l’attribuzione, il comando, il potere onnicomprensivo al re; non solo quindi il potere
amministrativo ma anche dell’esercito.

Non sappiamo se il popolo volando questa legge, abbia una funzione


effettiva/sostanziale o di mera presa d’atto con sola formale approvazione.
Di fatto però sappiamo che la procedura prevedeva questi passaggi:
- Il senato lo sceglie
- L’inter rex lo propone ai comizi curiati
- Formalmente o no, i comizi lo votano
Infine c’è una fase molto importante, ovvero “l’inauguratio del re”, che a che fare con
gli “auguria”, ovvero quelle cose gestite dagli Auri e che hanno a che fare con gli dei.
Si chiedeva agli dei un parere, per sapere se andava bene fare una cosa piuttosto che
un’altra con gli Auspicia (già visti in precedenza), ma in questo caso oltre
all’approvazione si chiede un potenziamento, es: “ se sei d’accordo mandateci una
forza speciale che entri in questa cosa “, un esempio pratico è Roma, fondata e
inaugurata, Romolo e Remo consultano gli uccelli prima di inaugurare la città stessa.
Questo qualcosa in più è “invocare una benedizione” di un certo senso del “cielo”,
ovvero ricevere una forza in più.
Cos’è questa benedizione? Gli antropologi a partire da popolazioni più recenti, usano
un termine proviene da popolazioni di tutt’altra parte del mondo, che è divenuto ( il
termine ) comune a tutti.
Il concetto si chiama “Manas”, ovvero una sorta di super potere che acquisisce un
potere umano grazie ad un intervento divino, trasformando il soggetto umano in un
soggetto diverso.
La cultura attuale dei supereroi per esempio, si fonda anche su quest’idea ( es:
intervento di un ragno che trasforma un uomo in Spiderman ).
Si attraversa il pensiero politico di base dell’umanità, arrivano al concetto che un
soggetto che deve governare abbia un qualcosa in più, ovviamente in riferimento alla
politica storica e non attuale.

Un esempio: l’olio santo conservato in Francia a Rems, olio che veniva utilizzato per
tutti i re francesi per ungere da Clodoveo in poi con rito religioso. Con l’unzione il re
diveniva non solo umano, anzi, sovrumano e c’erano quindi poi problemi per le
cerimonie. ( il corpo del re – bibliografia per possibile tesi )

Questo concetto quindi è una nozione di base comune a tutte le civiltà, un filo rosso
che permette di capire diverse dinamiche come l’investitura.

Il re quindi era “inauguratus”, veniva invocata in lui una potenza divina che faceva di
lui una potenza divina, che lo rendeva quindi “capace di”. Non sarà più un soggetto
come gli altri, infatti non era ammissibile sino a Tarquinio il superbo, di un re destituito,
ma era ammissibile solo la morte per la sostituzione.

La questione del re, per quanto si esclude l’idea di una successione dinastica, questo
genere di re “inauguratus” ha un portato corporeo, quindi porta una cosa che ha una
valenza significativa, ovvero la sua discendenza che non è indifferente ma
significativo. La significatività di questa discendenza passa soprattutto attraverso la
linea femminile, ma come mai se la società è maschilista e patriarcale?
Per una funziona meramente biologica, “mater semper certa” ma il padre non si sa, si
poteva solo presumere ai tempi dei romani; l’idea era già precedente ai romani,
addirittura nella cultura indiana del 5000/6000 a.C..
Il sangue regale che porta dentro il Manas, viene costudito dalle figlie del re, le quali
nel loro ventre portano una sorta di incubatrice della “regalità”.

Gli antichi diceva Aristotele, pensavano che solo il maschio avesse il seme della vita,
con le donne solo incubatrici per 9 mesi, in questo caso si aggiunge l’elemento di
trasmissione del Manas nella gravidanza. Le donne divengono “incubatrici di regalità”,
perciò venivano date in sposa ad altri re per coltivare una prole di un certo portato, o a
soggetti che aspiravano a diventare re, cercando quindi di produrre una stirpe
“selezionata” con qualità di un certo tipo.
Se non c’erano matrimoni decisi dal pater familias ( questo aveva il fine di avere sole
alleanze e legami ) qual era il destino delle figlie di stirpe regale che non avevano
marito?
( questa materia non è solo romana, ma anche nel Lazio antico, in India ecc. )
Non possono sposare un uomo qualunque, perché si creerebbe una stirpe regale non
conveniente, il pater decideva sulla base della propria convenienza. Quindi
disinnescavano la funzionalità come incubatrice, ovvero facendo consacrare le donne
alla “signora del Pantheon” chiamata “Vesta”, dea della terra, prodotti, sostentamento,
dea della fertilità e anche del mondo sotterraneo. Le vestali venivano prese già ad 8
anni per consacrarle e rilasciate a 40, età in cui non era possibile avere figli; verginità
“a vita” fertile, per neutralizzare il problema.
Il tema del “sacrificio della vergine” è un filo rosso che si caratterizza in maniere
differenti in tutte le culture storiche.

Torniamo dunque alla tradizione di Rea Silvia, Romolo e Remo sono si di stirpe regale,
ma perché? Rea Silvia era figlia del re di Albalonga, seppur questa era consacrate
vestale. Marte “dio della guerra” pone nel suo ventre il seme “guerresco”, connotando
poi anche l’elemento della belligeranza. Ecco perché Romolo e Remo sono i fondatori
in potenza, di stirpe regale.
Una delle spose di Romolo si pensava addirittura fosse la figlia di Tito Tazio, re dei
Sabini, le due comunità si uniscono, il re dei quiriti e la figlia di un altro re, espandendo
quindi la propria regalità. Questo avviene con praticamente tutti i re, la storia si ripete
sempre, ma in particolare con i re etruschi.
Tranne Prisco che arriva con la moglie, ma per esempio Servio Tullio sposa la figlia di
Tarquinio Prisco, Tarquinio il superbo invece la figlia di Pisco, si instaura quindi una
struttura che vedeva il senato non come unico criterio per l’individuazione del
successore del re.

L’intervento del solo senato che individua, segna e designa per via delle qualità non
bastava, si teneva conto anche il fatto di essere marito di una delle figlie del re, non
solo il titolo di magister.

Possiamo ricollegarci quindi alla storia di Ardea della lezione di ieri, noi sappiamo che
nel mondo antico mediterraneo i popoli si incontrano in due circostanze, tre
probabilmente:
- Per fare la guerra
- Per confrontarsi rispetto ad un piano metaforico di guerra, ovvero attività
ludiche per mostrare le capacità di ciascun popolo, si ha una sorta di guerra
simulata con dei giochi. Questo permetteva di capire se fare o meno la guerra
con qualcuno. Es: se vedo che in lotta romana un popolo era forte,
probabilmente evitavo lo scontro.
Fra tutti, le corse dei cavalli e dei carri era lo sport più amato, tanto che si
formarono tifoserie schierate per gruppi nell’impero bizantino. Questi gruppi
erano enormi, questo dava problemi alle strutture urbane. Lo stesso Giustiniano
dovette prendere dei provvedimenti che di conseguenza portò all’attentato di
una tifoseria nei suoi confronti. Già qui si instaura uno dei primi concetti di
attività criminale.
- Attività commerciali

Cosa c’è quindi di meglio, per valutare la forza di un popolo rispetto ai giochi o corse
con i cavalli? O meglio ancora, cosa c’è di meglio per far vedere che la propria elite
giovane è ben messa a livello sportivo? Nulla, le gare con i cavalli permettevano di far
valutare i migliori rampolli della classe elite della città di Roma.

La metafora della gara a cavallo per tornare a Roma nella storia di Lucrezia, parte da
figli/nipoti del re, quindi dalla crème romana. Questi soggetti sono in campo di
battaglia, ma cosa fanno? Le fonti dicono che vanno via dalla guerra per correre il più
veloce possibile a Roma. Si sfidano a cavallo, ma questa sfida si traduce alla gara per
arrivare a “verificare” ma in realtà per conquistare il titolo di possedere la donna più
virtuosa, quindi di avere con se l’incubatrice di gamma top.

Il “top di gamma” è la donna di stirpe regale, il procreativo top. Collatino che vince la
scommessa, vince la gara, perché arriva al “matrimonio regale” con Lucrezia, figlia di
quello che sarà l’inter rex imparentato con la stirpe regale. Quindi il comportamento di
Lucrezia e la sua parentela con la stirpe regale faceva di lei una donna virtuosa e
definita “portatrice di regalità”.
Non solo, il padre Lucrezio, dicono le fonti era “prefecto urbi”, ovvero prefetto della
città denominato da Tarquinio il superbo. Prefetto, cioè “alla guida della città”, nonché
sostituto del re quando per esempio è in battaglia. Questo ruolo quindi faceva si di
essere importante come soggetto, sia perché di stirpe regale probabilmente, sia
perché aveva titoli che lo rendevano tale, di conseguenza anche la figlia era
potenzialmente la “portatrice regale”. Lo stesso Collatino, vincendo quella gara ed
essendo il marito/sposo/fidanzato di Lucrezia, faceva di lui il papabile nuovo re.
Sesto Tarquinio, per questo motivo, essendo figlio del re e non avendo in Roma un
principio dinastico, sommando anche la sua sconfitta alla gara, sfrutta l’incubatrice di
regalità ponendo il proprio seme accedendo con la violenza, spaccando i meccanismi
successori dell’epoca. Questo atto gravissimo fa si che la superbia era così elevata, già
dal padre che prese le distanze dal senato oltre ad aver ucciso il suocero per divenire,
tanto da aggravare la situazione che era attuale. Il padre almeno sposò la figlia del re,
il figlio addirittura lo prese con la violenza mandando in frantumi ulteriori il
meccanismo dell’epoca.
Ecco perché Lucrezia deve uccidersi, se non si uccidesse, il suo seme portatore di
regalità potrebbe fruttificare e dare attuazione a ciò che Sesto Tarquinio ha messo in
campo, cercare quindi di instaurare il regime dinastico. In questo modo neutralizzò
l’atto, riportando a zero la situazione, ridando a Collatino ( vincitore della gara ) la
possibilità di gestire la situazione.
Si crea infatti una triade interessante, inter rex padre di Lucrezia, Collatino vincitore
della gara, Bruto nonché di discendenza regale, che aveva il fine di ricostruire la
struttura romana, ma con un’ottica differente, scomponendo quindi il potere fra i
consoli al posto di una sola persona ovvero il re.

Torniamo al 501 a.C. dopo questo approfondimento. Tito Livio narrò la storia dei sabini
e dei giochi ( la storia della prima lezione dove rubarono delle donne romane ),
spiegando che la ragione che muove a nominare il dittatore era perché:
- L’incidente con i sabini possa portare alla guerra
- Temono non i sabini, ma il fatto di avere due guerre, sia i sabini sia la lega
latina. Fronteggiare due guerre di cui una lega con 30 popoli non avrebbe
permesso a Roma di vivere.
In e-learning è stato inserito una fonte che dice “l’idea, il pensiero che correva fra i
romani sorge per la prima volta, di creare il dittatore”, creare è un verbo giuridico
utilizzato per individuare il dittatore, verbo molto importante. “La civitas sollecita per
via del fatto che ci sono stati fatti tanto gravi”.
Si parla di “rebellio”, ovvero ripresa della guerra perché con i sabini c’era guerra ogni
anno, infine si parla della guerra sul fronte opposto, ovvero il fatto che vi era un
accordo “congiura” fra Ottavio Mamilio e le 30 popoli latini.
Viene l’idea del dittatore, perché dalle stesse parole si capisce che c’è ansia collettiva,
la circostanza quindi è legata ad una minaccia militare esterna.
Livio dice anche che non ha delle informazioni certe, non sapendo neppure chi per
primo fu creato dittatore, tuttavia presso gli autori più antichi a cui lui si rifece
sembrerebbe Tito Larcio e il magister equitum Spurio Cassio. Nel testo si parla dicendo
che non si è sicuri, si dice anche che furono “creati” sia il dittatore sia il magister
equitum; infine dice “corre voce e non sappiamo a chi si riferisse, la presenza di due
consoli della fazione filo tarquiniana e perciò non si aveva molta fiducia”.
Oltre alle ragioni esterne militari, c’erano anche ragioni interne quindi. Ragioni che
angustiavano i romani, vi erano sospetti rispetto ad alcuni consoli che si pensava
fossero della fazione filo tarquiniana. Andò via da Roma tarquinio il superbo ma non
tutto il popolo etrusco, che non era poco, era consistente a tal punto da portare tre re,
uno di fila all’altro della fazione tarquiniana alla fine della monarchia.

Il popolo era abbastanza favorevole ai re etruschi, dunque non deve stupire che ci
fossero fra i consoli, quei soggetti del vertice della civitas di ceppo etrusco o filo
tarquiniano. Lo stesso Tito Larcio era di ceppo etrusco.
Tito Livio quindi dice che non sa se è vero, non sa bene se c’era il sospetto e
soprattutto a chi era volto lo stesso sospetto. Non sappiamo se sono i consoli di quel
periodo ( periodo di Tito Larcio ), o degli anni prima; soprattutto Tito Livio non sa
neppure se si riferisse ad un numero indefinito dei pretores.
Quello che rinviene è però che sicuramente le minacce erano sia interne, che esterne.
Internamente c’era una parte di Roma che preme per avere Tarquinio e probabilmente,
con Tarquinio che preme anche dall’esterno aveva conseguenze minacciose nei
confronti di Roma. Come se alcuni soggetti interni aiutavano anche la minaccia
esterna, operando su due fronti.
Le sorti della civitas era incerta, l’aristocrazia patrizia che cercava l’equilibrio
istituzionale si trovò molto minacciata. L’elite che aveva fatto il colpo di mano, doveva
controllare tutto, soprattutto chi era di filo tarquiniano fra i consoli. Questa è quindi
una motivazione che spinge a scegliere solo soggetto dittatore, individuato dai patres (
soli patrizi ) dell’aristocrazia latino sabina.

Se ho il rischio di avere uno o più consoli di filo tarquiniano allora l’idea del dittatore
non era così male.
Il primo fu Tito Larcio dice Tito Livio, ma si scelse fra coloro che sono stati anche
consoli, allo stesso modo il magister equitum.
Quindi bisogna essere o esser stato console per divenire dittatore; posto che questo
fosse di stirpe etrusca, tuttavia ( “tuttavia” inteso come maggior ragione ) divenne
proprio lui dittatore, quindi probabilmente era lui il console filo tarquiniano.

Scegliere fra coloro che sono stati consoli non è il solo criterio, l’idea di scegliere
anche il magister equitum fra coloro che sono stati consoli è perché era presente una
legge che emanava ( “lex lata”, tipo di legge in cui il magistrato porta davanti ai
comizi, questi poi la votano/approvano, quindi come se fosse una proposta di legge )
riguardo la “creazione” nomina del dittatore.
La legge era centuriata.

Ma queste legge è contingente solo per l’occasione? Ovvero è usuale, quindi che deve
sempre essere emanata per la nomina di ciascun dittatore?

APPUNTI SISTEMATI:

Torniamo, prima di passare al nuovo argomento, alla questione delle Vestali, perché ci serve a
rispondere alla domanda: chi è il dittatore? Dobbiamo fare un ragionamento che guarda alla Roma
monarchica, ma non solo: dobbiamo anche considerare ciò che c’era in quel territorio prima di
Roma e osservare gli aspetti antropologici della struttura organizzativa presente.
(C’è una branca che studia i meccanismi che funzionano in una collettività; questa branca, per
esempio, parte anche dalla domanda: come è potuto accadere un evento come una dittatura? Come è
possibile?)

Fatta la premessa, torniamo indietro. Si parla di donne e di come si trasmette il potere (oppure come
si "riceve il potere", vedendolo da un altro punto di vista), escludendo la prospettiva dinastica, che,
come già detto, a Roma non si è mai radicata sino al periodo storico dell’impero.
Non ovunque era così: per esempio, la dinastia macedone con Alessandro Magno seguiva il
principio che a Roma non si radicò, anche grazie all’influenza sabina.
Altro elemento importante è il fatto che la struttura nasca in forma associativa. C’erano delle
famiglie, un gruppo di persone che decideva cosa fare (che poi divenne un insieme di più gruppi,
con diversi pater familias a capo). L'“auctoritas”, ovvero il "potere decisionale", è imputata al
Senato, ovvero ai patres. Questi la fanno poi convergere sul re che scelgono, definito "il più
capace".
L’idea del re era significativa anche nell'epoca arcaica, scelto dal Senato, designato dall’inter rex di
turno e votato dai comizi (assemblea popolare) con la "lex curiata de imperio" (legge curiata
riguardante l’imperium). Con questa legge si delibera l’attribuzione, il comando, il potere
onnicomprensivo al re; non solo il potere amministrativo, ma anche quello dell’esercito.

Tito Livio, nel suo racconto, sottolinea che questo processo di scelta e conferimento del potere
aveva una solida base istituzionale, ma era anche legato alla percezione di una divinità che
legittimava il potere del re. La sua analisi non è solo politica, ma anche sociologica e religiosa,
come evidenziato dai rituali religiosi che accompagnavano la salita al potere del re. La "legittimità
divina" data dall’inauguratio del re non era solo un atto simbolico, ma una vera e propria
consacrazione che lo elevava al rango di un essere quasi divino, con un potere che superava quello
degli altri uomini. Questo concetto è fondamentale per comprendere come la figura del re fosse
considerata al di sopra della legge e della semplice politica.

Non sappiamo se il popolo, accettando questa legge, avesse una funzione effettiva o se fosse solo
una mera presa d’atto con formale approvazione.
Di fatto, però, sappiamo che la procedura prevedeva questi passaggi:

 Il Senato lo sceglie
 L’inter rex lo propone ai comizi curiati
 Formalmente o no, i comizi lo votano

Infine, c’è una fase molto importante: l'inauguratio del re, che ha a che fare con gli "auguria", cioè
quelle cose gestite dagli auguri, che riguardano gli dèi. Si chiedeva agli dèi un parere per sapere se
andava bene fare una cosa piuttosto che un’altra con gli auspicia (già visti in precedenza). In questo
caso, oltre all’approvazione, si chiedeva anche un potenziamento: “Se siete d’accordo, mandateci
una forza speciale che entri in questa cosa”. Un esempio pratico è Roma, fondata e inaugurata, con
Romolo e Remo che consultano gli uccelli prima di inaugurare la città stessa.
Questo qualcosa in più è "invocare una benedizione" di un certo senso del "cielo", ovvero ricevere
una forza in più. Cos’è questa benedizione? Gli antropologi, a partire da popolazioni più recenti,
usano un termine proveniente da popolazioni di tutt’altra parte del mondo, che è divenuto comune a
tutti.
Il concetto si chiama “manas”, ovvero una sorta di super potere che acquisisce una dimensione
umana grazie a un intervento divino, trasformando il soggetto umano in un soggetto diverso.
La cultura attuale dei supereroi, per esempio, si fonda anche su quest’idea (es: l’intervento di un
ragno che trasforma un uomo in Spiderman).
Si attraversa il pensiero politico di base dell’umanità, arrivando al concetto che un soggetto che
deve governare abbia qualcosa in più, ovviamente in riferimento alla politica storica e non a quella
attuale.

Un esempio: l’olio santo conservato in Francia a Reims, usato per ungere i re francesi, a partire da
Clodoveo. Con l’unzione, il re diveniva non solo umano, ma sovrumano. Così, si instaura un
legame fra potere terreno e divino. Questo concetto, presente anche a Roma, si collega con il tema
della legittimità del re, un tema che Tito Livio esplora con grande attenzione.

Il re, quindi, era “inauguratus”, invocando in lui una potenza divina che lo rendeva una potenza
divina, che lo rendeva “capace di”. Non sarebbe più stato un soggetto come gli altri; infatti, fino a
Tarquinio il Superbo, non era ammissibile che un re venisse destituito, ma solo sostituito tramite la
morte.

La questione del re, pur escludendo l’idea di una successione dinastica, è che questo tipo di re
"inauguratus" porta con sé un significato corporeo. Porta qualcosa che ha una valenza significativa,
ovvero la sua discendenza, che non è indifferente ma significativa. La significatività di questa
discendenza passa soprattutto attraverso la linea femminile, ma come mai, se la società è
maschilista e patriarcale?
Per una funzione meramente biologica: "mater semper certa", ma il padre no, si poteva solo
presumere ai tempi dei romani. L’idea era già precedente ai romani, addirittura nella cultura indiana
del 5000/6000 a.C.
Il sangue regale che porta dentro il Manas viene custodito dalle figlie del re, le quali nel loro ventre
portano una sorta di incubatrice della "regalità".

Gli antichi, diceva Aristotele, pensavano che solo il maschio avesse il seme della vita, mentre le
donne erano solo incubatrici per nove mesi; in questo caso, si aggiunge l’elemento della
trasmissione del Manas durante la gravidanza. Le donne diventano “incubatrici di regalità”, perciò
venivano date in sposa ad altri re per coltivare una prole di un certo tipo, o a soggetti che aspiravano
a diventare re, cercando di produrre una stirpe “selezionata” con qualità particolari.
Se non c’erano matrimoni decisi dal pater familias (che aveva lo scopo di avere alleanze e legami),
qual era il destino delle figlie di stirpe regale che non avevano marito?
(Qui non si parla solo di Roma, ma anche di Lazio antico, India, ecc.)
Non potevano sposare un uomo qualunque, perché si creerebbe una stirpe regale non conveniente. Il
pater decideva sulla base della propria convenienza. Quindi, per neutralizzare questa funzionalità
come incubatrice, facevano consacrare le donne alla "signora del Pantheon", chiamata "Vesta", dea
della terra, dei prodotti, del sostentamento, della fertilità e anche del mondo sotterraneo. Le Vestali
venivano prese già a 8 anni per consacrarle e rilasciate a 40, età in cui non era possibile avere figli;
verginità "a vita", fertile, per neutralizzare il problema.
Il tema del "sacrificio della vergine" è un filo rosso che si caratterizza in maniera differente in tutte
le culture storiche.

Torniamo dunque alla tradizione di Rea Silvia. Romolo e Remo sono sì di stirpe regale, ma perché?
Rea Silvia era figlia del re di Alba Longa, seppur consacrata vestale. Marte, dio della guerra, pose
nel suo ventre il seme "guerresco", connotando poi anche l'elemento della belligeranza. Ecco perché
Romolo e Remo sono i fondatori, in potenza, di stirpe regale.
Una delle spose di Romolo si pensava addirittura fosse la figlia di Tito Tazio, re dei Sabini; le due
comunità si uniscono, il re dei Quiriti e la figlia di un altro re, espandendo così la propria regalità.
Questo accade con praticamente tutti i re; la storia si ripete sempre, ma in particolare con i re
etruschi.
Tranne Prisco, che arriva con la moglie, ma, per esempio, Servio Tullio sposa la figlia di Tarquinio
Prisco; Tarquinio il Superbo, invece, sposa la figlia di Pisco. Si instaura quindi una struttura che
non vedeva il Senato come unico criterio per l’individuazione del successore del re.

L’intervento del solo Senato che individua, segna e designa per via delle qualità non bastava; si
teneva conto anche del fatto di essere marito di una delle figlie del re, non solo del titolo di
magister.

Possiamo ricollegarci, quindi, alla storia di Ardea della lezione di ieri. Noi sappiamo che nel mondo
antico mediterraneo i popoli si incontrano in due circostanze, tre probabilmente:

 Per fare la guerra


 Per confrontarsi rispetto a un piano metaforico di guerra, ovvero attività ludiche per
mostrare le capacità di ciascun popolo, con una sorta di guerra simulata attraverso i giochi.
Questo permetteva di capire se fare o meno la guerra con qualcuno. Es: se vedevo che un
popolo era forte in una lotta, probabilmente evitavo lo scontro. Fra tutti, le corse dei cavalli
e dei carri erano lo sport più amato, tanto che si formarono tifoserie schierate per gruppi
nell’impero bizantino. Questi gruppi erano enormi, tanto da dare problemi alle strutture
urbane. Lo stesso Giustiniano dovette prendere dei provvedimenti che portarono
all’attentato di una tifoseria nei suoi confronti. Qui si instaura uno dei primi concetti di
attività criminale.
 Attività commerciali
Cosa c’è quindi di meglio, per valutare la forza di un popolo rispetto ai giochi o alle corse con i
cavalli? O meglio ancora, cosa c’è di meglio per far vedere che la propria elite giovane è ben messa
a livello sportivo? Nulla, le gare con i cavalli permettevano di far valutare i migliori rampolli della
classe elite della città di Roma.

La metafora della gara a cavallo, per tornare alla storia di Lucrezia, parte dai figli/nipoti del re,
quindi dalla crème romana. Questi soggetti sono in campo di battaglia, ma cosa fanno? Le fonti
dicono che vanno via dalla guerra per correre il più velocemente possibile a Roma. Si sfidano a
cavallo, ma questa sfida si traduce in una gara per arrivare a "verificare" (ma in realtà per
conquistare) il titolo di possedere la donna più virtuosa, quindi di avere con sé l'incubatrice di
gamma top.

Il “top di gamma” è la donna di stirpe regale, la procreativa top. Collatino, vincendo la scommessa,
vince la gara, perché arriva al "matrimonio regale" con Lucrezia, figlia di quello che sarà l’inter rex,
imparentato con la stirpe regale. Quindi, il comportamento di Lucrezia e la sua parentela con la
stirpe regale facevano di lei una donna virtuosa e definita “portatrice di regalità”.
Non solo, il padre Lucrezio, dicono le fonti, era "prefectus urbi", ovvero prefetto della città,
nominato da Tarquinio il Superbo. Prefetto, cioè "alla guida della città", nonché sostituto del re
quando, per esempio, era in battaglia. Questo ruolo faceva sì che fosse importante come soggetto,
sia perché di stirpe regale probabilmente, sia perché aveva titoli che lo rendevano tale, e di
conseguenza anche la figlia era potenzialmente la moglie di un "re".

Approfondimento Tito Livio:

Nel 501 a.C., in un contesto di grave tensione interna ed esterna, la decisione di creare la figura del
dittatore a Roma scaturì da un mix di preoccupazioni militari e politiche. Tito Livio spiega che
l'incidente con i Sabini e il timore di dover fronteggiare contemporaneamente due guerre, una con i
Sabini e l’altra con la Lega Latina (che comprendeva ben 30 popoli), generarono un senso di ansia
collettiva tra i Romani. La situazione, segnata dalla presenza di consoli sospettati di simpatizzare
con la fazione filo-tarquiniana e dall’incertezza sul futuro politico di Roma, rese evidente la
necessità di una figura che potesse unire le decisioni in un periodo di emergenza. Tito Livio, pur
senza informazioni certe, suggerisce che il primo dittatore fosse probabilmente Tito Larcio, con il
magister equitum Spurio Cassio, entrambi scelti tra coloro che avevano ricoperto incarichi
consolari. La legge che regolava la nomina del dittatore, la "lex centuriata", stabiliva che solo chi
avesse ricoperto la carica di console potesse essere nominato, e questa legge fungeva anche da base
giuridica per la creazione del dittatore. La scelta di un console, e di un magister equitum che avesse
ricoperto lo stesso ruolo, fu determinata dalla necessità di evitare la confusione politica e da un
sistema giuridico che prevedeva una selezione precisa dei soggetti da nominare in cariche di grande
responsabilità.

LEZIONE 6 APPUNTI SISTEMATI:

27 febbraio 2025

Riprendiamo il discorso che faceva Livio di questa legge del dittatore


creando.
Una soluzione alla domanda posta ieri non c’è, le fonti non consentono di dire u
in modo univoco se ogni volta che c’era dittatore da nominarsi si ricorresse a
una legge o se la legge fosse una unica istituiva della carica o ancora se tutte e
due le cose. Non lo si sa.
È interessante ragionare sul fatto che più o meno, sempre con un approccio
dubitativo, tendenzialmente sembra potersi desumere che la procedura di
istituzione del re fosse quella della designazione del nome da parte del Senato,
la proposta fatta dall’inter rex ai comizi della persona e i comizi che votano la
lex curiata dell’imperio.
Questa procedura si usava tendenzialmente anche per i magistrati di epoca
repubblicana.
Qui non c’è l’inter-rex ma si segue la stessa procedura perché il magistrato di
grado superiore o uguale, di solito erano i consoli e si trattava di eleggere i
nuovi consoli da parte dei vecchi consoli, quest’ultimi convocavano i comizi e
facevano una proposta che usciva dal Senato (per le magistrature maggiori) se
invece erano magistrature minori la proposta proveniva dai consoli si
procedeva a proporre all’Assemblea e questa eleggeva i magistrati (ossia
votava e li sceglieva).
In epoca Repubblicana (lo racconta Cicerone) c’erano tanti comizi perché
c’erano più candidati.
Quindi era una vera e propria elezione, c’era la proposta ai comizi e questi
votavano.
Una volta scelta la persona per tutta l’epoca repubblicana i comizi votavano
una lex de imperio con la quale formalmente consegnano nelle mani del
magistrato eletto, se appratente alle magistrature maggiori ( cum imperio, cioè
dotate di comando anche militare ) deve attribuire questo imperium al
magistrato in questione.
Questo fa propendere per l’ipotesi che anche nel caso del dittatore vi fosse una
procedura analoga.
Sosai vi fosse una proposta ai Comizi e questa poi votasse per la devoluzione
dell’imperio al dittatore.
Questa legge veniva definita LEX DE DICTATORE CREANDO quindi non è una lex
de imperio dittatore dando, quindi ha ad oggetto proprio al creazio del
dittatore. Creatio è una parola che si oppone a electio, creazione versus
elezione.
Questo, quindi, sembrerebbe un po’ minare l’ipotesi che i comizi eleggessero il
dittatore, anche perché vedremo che epr la creazio del dittatore c’era una
procedura specifica.
Quindi in realtà non sembra tanto credibile che la legge citata da Livio sia la
legge per nominare il dittatore ma sembra più una legge occasionale per
istituire la figura magistruale del dittatore per la prima volta che prima non
esisteva.

Dice poi Livio: passo di Livio


Una volta che fu creato per la prima volta il dittatore.
I littori, i portatori dei fasci, simbolo di imperium, ovvero del potere apicale, che
accompagnavo i re, poi i consoli.
I fasci di bastoncini quando si era dentro al città e indicavano il potere nella sua
versione pacifica erano solo i bastoncini ma quando doveva indicare il potere
militare e solo fuori dal recinto sacro di Roma, li si innestavano dento i fasci le
SCURI, ossia simbolo di guerra e scontro.
Quindi qui Livio dice che i cittadini romani quando si ritrovano con un evento
insolito, ovvero che al momento di nomina del dittatore questo è
accompagnato della scorta dei littori portano i fasci con le scuri innestate
dentro la città.
Dopo che i romani hanno visto i simboli del potere di guerra e pace, “un grave
timore prese la plebe”.
Il termine plebe da molto da pensare poiché può avere due significati:
Negli ultimi due secoli della Repubblica il termine plebe connotava il popolo.(i)
Ma Livio qui sta parlando di un’epoca in cui comparare sulla scena quella
vicenda che accompagnerà due secoli di Roma, dalla fondazione di Roma al
300 a.C. che è lo scontro tra la compagine dei patrizi e la compagine della
plebe. (ii)
I patrizi sono coloro che possono fare risalire la loro discendenza ai padri
fondatori, i patres, che sono l’elite fondanti di Roma.
Sotto i sovrani etruschi non c’è ancora la distinzione fra patrizi e plebei. Della
distinzione si inizia ad avere notizia nel 494 a.C. ,siamo una quindicina di anni
dopo il passaggio da monarchi alla Repubblica.
Questo perché nel 494 c’è un evento molto significativo che è la c.d.
secessione dell’Aventino.
La vicenda: nel 494 mentre i romai che stavano affrontando una guerra, a
fronte dalla chiamata alle armi la plebe esausta decide di ritrarsi in massa dalla
guerra sull’Aventino. Qui i plebei acquisiscono la propria “coscienza di classe”,
si rende conto di avere degli interessi comuni.
Le fonti raccontano dei problemi della plebe: anzitutto il problema del debito.
Negli ultimi secoli della monarchia la gente che veniva da fuori era divenuta
ben superiore ai patrizi.
N.B. L’ipotesi dell’origine della plebe non è certa!!
Ipotesi della prof: quando c’è il colpo di stato dell’aristocrazia latino-sabina
contro gli etruschi, l’aristocrazia si torva di fronte a una realtà molto diversa
dalle origini. L’immigrazione, infatti, era stata così massiccia che gli esterni
erano divenuti la maggioranza. Gli “altri”, le “nove gentes” non erano una
massa omogenea. Vi erano infatti quelli molto ricchi, i capostipiti dei clan. Poi vi
erano persone che accompagnavano i capi clan che erano di diversa estrazione
sociale.
Tutta questa gente combatteva per il capo del clan ed erano alle sue
dipendenze.
Il problema era sia socio-economico sia politico poiché i vari capi clan volevano
ristabilire il potere in modo ante-monarchia ossia restituire il potere ai patres.
Ecco perché attuano la secessione.
In questa fase quindi si parla di serrata del patriziato, ossia del fatto che questi
PATRICI, che sono i patres del Senato e i loro discendenti.
E rispetto all’inclusività antecedenti decidono di porvi fine. Vogliono prendere
tutte le decisioni sulla civitas.
Ora a fronte di questo status quo che si instaura con alterne vicende, c’è un
altro problema che è di diritto privato (con ripercussioni sul diritto pubblico) che
è quello del debito.
In questa enorme massa che non sono patrici, alcuni sono ricchi ma la
maggioranza è il popolo di estrazione medio-bassa.
Il popolo non costituisce solo la bassa manovalanza dell’economia romana ma
anche le braccia dell’esercito romano.
Ecco quindi che il popolo a fronte dell’ennesima chiamata alle armi il
popolo si oppone.
Il popolo combatteva per i patrizi perché le decisioni erano prese da loro e i
maggiori benefici andavano ai patrizi (il bottino e il potere).
La guerra coinvolgeva gli uomini e i ragazzi giovani. Quindi le famiglie
sprovviste per anni di braccai da lavoro erano costrette ad indebitarsi.
Quando tornavano gli uomini lavoratori si trovavano però sovra indebitati e
diveniva nexi, il nexus forma di obbligazione che implica che se non paghi il
debito contratto finisci fisicamente assoggettato al debitore.
Questo era un circolo vizioso assurdo perché Roma era sempre in guerra.
Quindi il popolo chiede l’azzeramento dei debiti.
Il debito era soprattutto contratto nei confronti dei patrizi che erano la classe
principale che possedeva beni e terre poiché erano quelli che avevano
contributo di più all’esercito e il loro ritorno economico dalla guerra erano le
terre.
Oltre alle terre i patrizi acquisivano anche gli schiavi, che erano i coltivatori
della terra.
Un’altra questione coinvolgeva i plebei ricchi.
Anche i plebei ricchi aderiscono alla secessione perché erano stanchi di
avere una posizione socio-economico alta ma di non poter prendere
parte alle decisioni politiche.
I progetti di legge dei patrizi spesso e volentieri hanno il loro consenso, perché
gli interessi erano comuni, ma sono esclusi dalla fase decisionale.

Nel 494 a.C. per la prima volta un gruppo di eprosne che si identifica come la
PLEBE, nella sua eterogeneità.
La secessione crea un problema enorme poiché al tempo combatteva contro i
Veglienzi, etruschi.
I plebei sull’Aventino tenevano delle riunioni tra di loro ( i c.d. concilia plebis)
che diverranno un tipo di assemblea autonomo e separato rispetto alle
Assemblee generali.
All’interno di questi concili, si eleggono dei loro rappresentanti noti con il nome
di tribuni.
Il tribuno, all’origine indicava una carica antichissima di Roma, erano i
rappresentanti di una tribù. La tribù era una unità territorialmente individuata
ma poi diventa un’entità sociopolitica che si radica sul territorio.
Nella prolificazione delle tribù, si parlava delle tre tribù urbane e quelle
rustiche, collocate in periferia.
Quindi il tribuno era colui che rappresentava certe unità territorialmente
individuate.
Questi tribuni scelti ed eletti vengono definiti come “tribuno della plebe”.
C’è poi una connotazione militare perché erano quelli che facevano da tramite
tra l’unità centrale e le varie tribù al momento della chiamata alle armi per la
guerra.
Questi tribuni della plebe però non erano cariche della civitas romana, ma sono
un’istituzione di carattere rivoluzionario poiché per i patrizi non avevano alcun
valore. I soli plebei davano valore ai tribuni, ai concili delle plebe e alale
decisioni prese.

La secessione dell’Aventino è la prima tappa di uno scontro tra patrizi e plebei


che terminerà nel 300 a.C.
Uno scontro attraverso il quale la plebe guadagnerà terreno verso il patriziato.
Cosa abbaino guadagnato i plebei con l’Aventino?
NON SI SA. Ma probabilmente otterranno che i concilia plebeis, ossia la
possibilità per i plebei di unirsi sull’Aventino ( che diventerà la sede
istituzionale della plebe) così come le loro assemblee e le loro decisioni
avessero una valenza per la plebe.
I plebiscita non avevano un valore vincolante per la città, ma in quanto
espressione unitaria della volontà della plebe.
Questi plebisciti venivano presentati come proposte di legge nei comizi
centuriati ed eventualmente potevano diventare legge.
Un problema, per esempio, erano i matrimoni misti fra patrizi e plebei. Cera
quindi il divieto di connubio per preservare la casta politica che altrimenti
sarebbe stata sopraffatta dal numero ben maggiore dei plebei.

Quindi la parola plebe di Livio è possibile che individui non il popolo in generale
ma un gruppo del popolo ossia la plebe.

La lotta tra patriziato e plebe passano attraverso diverse tappe:


o La conquista del diritto al connubio
o Leggi liciniae sextie: sono un pacchetto di leggi con le quali viene
fissato una volta per tutte l’ordo magistratum, ossia la struttura delle
magistrature su cui si regge la repubblica romana.
Sono un po’ un equivalente della “Costituzione” della Rex Pubblica. In queste
leggi si stabiliva probabilmente l’accesso ai plebei alla massima carica, ovvero
del consolato.
Quindi dal 367 a. C. in poi noi vediamo alternarsi di patrizi e plebei (lo vediamo
dia nomi alternati nei fasti consolari-> annali delle magistrature). Non si sa se
fosse obbligatoria l’alternanza, più probabilmente vi era solo la possibilità che
un console fosse plebeo.
o La fine dello scontro tra patrizi e plebei si ha con un provvedimento
legislativo del 300 a.C. , che era un plebiscito che diviene legge e che
consente l’accesso alle cariche sacerdotali. Questo perché la vita
poltica di roma era così intrisa di eventi religiosi che chi deteneva le
cariche sacerdotali aveva un enorme potere. Era lo strumento chiave per
bloccare/sbloccare certe azioni politiche

Torniamo quindi al testo di Livio…


Se con la parola plebe Livio avesse voluto effettivamente indicare la plebe
concludiamo che il dittatore fosse legate non solo a ragioni di carattere
militare/esterne ma anche ragioni politiche/interne alla civitas.
Livio dice “paura che si dovesse obbedire in modo più intenso a ciò che veniva
ordinato”, tradotto con il termine dictum.
Dal termine dictum, riecheggia la parola dictator.

La plebe teme di dover obbedire ciecamente al dittatore


“ perché infatti, non c’era come c’era con i consoli uno che fosse di pari
potestà rispetto a lui”.
Significa che mentre i consoli erano due, e se uno di questi esagerava c’era
l’altro console che riequilibrava le disposizioni con il potere di veto sulle
disposizioni dell’altro. Inoltre, c’era l’interecessio, ossia un console poteva
intercedere presso l’altro console a favore di un altro soggetto.
“Coercitio” è l’equivalente sul piano esecutivo dell’imperium. Il magistrato che
ha imperium li può far eseguire attraverso la coercitio. Quindi il magistrato ha
“manu militari”, ossia ha la forza militare in ambito civile.
Quindi quando un console irrogava una pena tramite coercitio a un soggetto,
questi si poteva risolvere al secondo console perché esercitasse l’intercessio.
Ma questa possibilità con il di attore NON C’è. Il dittatore è uno solo.

“e non c’era neanche l’auxilium di un altro”


L’auxilium, letteralmente aiuto, era il potere dei tribuni della plebe di portare
aiuto ai plebei contro i quali i magistrati della civitas avessero irrogato sanzioni.
Auxilii latio è uno dei poteri dei tribuni, significa “il portare aiuto”. Quindi se
un plebeo era oggetto di un provvedimento punitivo del console poteva
scegliere di rivolgersi al tribuno e questo interveniva presso i consoli.
L’auxilii latio, vale per tutte le magistrature ma non per la dittatura.
“non c’era nemmeno al provacatio”
La provocatio ad populum era il dirito che aveva il cittadino romano di
ricorrere all’assemblea del popolo contro un provvedimento preso contro di lui
da un magistrato romano che sia l’irrogazione di una pena capitale o di una
pena altrettanto grave.
Le sentenze in epoca romana erano irrevocabile, non vi era appello. Però si
poteva chiedere di portare la vicenda davanti all’assemblea popolare. Non si
tratta però di un appello. Non ha carattere giurisdizionale ma politico.
Si va davanti al popolo e si sottopone al popolo una decisione che è già
irrevocabile.

La istituzione della provocatio ad popolum passa attraverso l’istituzione di 3


leggi:
o 1° legge valeria oratia del 509 a.C.: è emanata immediatamente
dopo la costituzione della Rex Publica.
Si cerca quindi subito un possibile limite del potere apicale da parte del
popolo.
o 2° Legge valeria- oratia del 449 a.C.: il momento di emanazione è
particolare. Siamo nel periodo in cui vengono a cessare i due anni in cui
non c’erano stati i consoli e tute le cariche ordinarie erano state sopresse
per nominare un Decimvirato legislativo che ha emanato le 10 tavole che
sono il nucleo legislativo di Roma.
o 3° legge valeria- oratia del 409 a.C
L’unica figura non contenuta da queste leggi e proprio quella del dittatore.

“non c’era nessuna altro aiuto che si potesse opporre al potere del dittatore se
non nell’avere attenzione nell’obbedire”
Quindi l’unico modo di difendersi dal potere del dittatore era obbedire.

Può pertanto essere che il ricorso del dittatore nel 401 in cui già si può
ipotizzare che in una condizione di fragilità esterna ed interna questa stessa
aristocrazia latino-sabina che aveva fatto la serrata avesse bisogno di mostrare
il muso duro alla plebe che di li a 5 anni farà la secessione dell’Aventino.
Quindi è ipotizzabile che il dittatore sia stato istituito per far fronte con la forza
a una condizione di instabilità interna.
Quindi appare ipotizzabile come una “misura patrizia”.

C’è poi un aspetto internazionale. Anche i sabini “li prese la paura che
mandarono degli ambasciatori per fare la pace a Roma”.
Questa paura dei sabini aveva più a che fare con il nome stesso del dictator.
Il termine per i sabini sembra riferimento a quei capi militari che venivano posti
temporalmente in capo alla lega latina.
Quindi i romani decidono di usare la terminologia di dictator per rivendicare la
loro egemonia militare sul Lazio anche nei confronti degli ex-alleati. E al tempo
stesso i sabini prendono paura perché temevano che i romani avrebbero
scatenato nuovamente una guerra sostenuti dalla lega latina.

LEZIONE 7 : APPUNTI SISTEMATI

04 marzo 2025

Si riprende il concetto di dictator e dei magister equitum del popolo romano. La


successione al potere passa da Tarquinio Prisco a Servio Tullio, grazie al fatto che
quest'ultimo ricopriva la carica di magister sotto il regno del precedente re,
dimostrando le proprie capacità militari e rispondendo alle aspettative latine e sabine
riguardo ai requisiti per un re.

Non fu così per Tarquinio il Superbo, che non era un magister durante il regno di
Servio Tullio, ma salì al potere mediante una presa violenta. Sebbene Servio Tullio
potesse anch'egli aver acquisito il potere con la forza, non è del tutto certo. La sua
provenienza da Vulci, una città etrusca, lascia spazio alla possibilità che il suo arrivo a
Roma fosse accompagnato da un atto di forza, anche se le fonti che parlano del suo
arrivo con degli amici sono piuttosto scarse. L'ipotesi di una presa di potere violenta,
tuttavia, resta plausibile, dato che, come magister, Servio Tullio aveva già una
posizione di rilievo.

La figlia di Servio Tullio, che avrebbe potuto rappresentare la continuità della regalità,
giocò un ruolo fondamentale nell'aiutare Tarquinio il Superbo, compiendo un atto di
parricidio. Con questo gesto, ella contribuì a rompere il concetto di regalità, che era
tradizionalmente custodito all'interno della famiglia. Pertanto, si possono identificare
due fattori rilevanti nella presa di potere di Tarquinio: la violenza e la rottura del
tradizionale principio dinastico.

Servio Tullio, oltre a essere magister (che, nel contesto romano, era un comandante
militare di alto rango), era conosciuto dai Tirreni con il nome di "Mastarna". Questo
termine, come riportato dalle fonti, era utilizzato dall'imperatore Claudio, che studiava
le fonti etrusche. Secondo le fonti etrusche, Servio Tullio era chiamato Mastarna dai
Tirreni. Questo nome era una contrazione di "Mstrn", una forma etrusca di "magister",
che indicava un alto ufficiale, come nel caso del magister romano.
La lingua etrusca differiva notevolmente da quella latina, quindi Servio Tullio, pur
mantenendo il suo nome a Roma, era conosciuto dai Tirreni come "Mastarna", un
soprannome che riconosceva il suo ruolo di magister sotto Tarquinio Prisco e, di fatto,
ne segnalava l'accesso alla regalità. La carica di magister, infatti, permetteva di
esercitare una grande influenza sia sulla fanteria che sulla cavalleria.

Prendendo le fonti su elearning unimib:

1. Nel "De Republica" di Cicerone, un dialogo di natura politica che discute delle
istituzioni pubbliche e politiche, il protagonista principale è Scipione l'Emiliano,
esemplare modello di virtù civiche. All'interno di questo dialogo, che vede anche
la partecipazione di Lelio, si fa riferimento al termine "dittatore". Cicerone
spiega che il dictator riceve questo titolo perché viene 'indicato' (dicitur), ma
aggiunge che nei "nostri libri", un riferimento ai libri degli auguri (un collegio
sacerdotale con un ruolo anche politico), egli viene anche chiamato magister
populi.

I libri degli auguri erano una sorta di archivio che custodiva informazioni
veritiere sulle pratiche politiche e religiose dell'epoca, di cui Cicerone stesso
aveva accesso a partire dal 53 a.C. (anno di stesura del "De Republica").
L'utilizzo di queste fonti conferisce una certa attendibilità alla visione che il
magister populi fosse anche denominato dictator, un’indicazione che suggerisce
una certa sovrapposizione tra i due ruoli nelle origini romane.

In effetti il dictator è così chiamato perché viene ‘indicato’ (dicitur). Ma nei nostri
libri, vedi,
Lelio, che egli viene chiamato magister populi.

2. Il "De Lingua Latina" di Varrone, coevo al "De Republica" di Cicerone, fornisce


un altro interessante spunto. Varrone, che aveva accesso agli archivi
sacerdotali, afferma che il dictator era colui che veniva 'detto' dal console, a cui
tutti dovevano prestare ascolto. Magister equitum, invece, descrive la figura di
un comandante con un potere sommo sulla cavalleria e sulle riserve, ma ciò che
emerge è la separazione tra la figura del magister equitum e quella del
magister populi, quest'ultimo con un potere equivalente sulla fanteria, ovvero
sul popolo. Il termine "popolo" in latino arcaico (popus) è legato all'idea di
"poplus" o "pioppo", un albero che produceva un rumore simile al frastuono
delle armi in battaglia. Questo accostamento simbolico fa riferimento alla
connessione tra la forza militare del popolo e il suono delle lance che si agitano
in battaglia. Varrone, quindi, evidenzia la differenza tra cavalleria e fanteria,
separando chiaramente i ruoli del magister equitum e del magister populi.

Dictator, poiché veniva ‘detto’ dal console, al cui ‘detto’ tutti prestavano ascolto.
Magister equitum, poiché è sommo il potere di costui sui cavalieri e i
soprannumerari, come
somma è quella del dittatore sul popolo (= fanteria), per cui costui è chiamato
anche
magister populi.

( Anche Varrone afferma che tutti dovevano prestare ascolto a ciò che il dictator
diceva, ma soprattutto, il magister equitum era chiamato così perché aveva una
potestà somma sui cavalieri e sopra i soprannumerari ( riserve ), ma viene detto
che il magister populi, ovvero il dictator aveva potestà somma sul popolo ( la
fanteria era il popolo ), sottolineando il concetto di separazione fra magister
equitum e populi e quindi fra fanteria e cavalleria. )

3. Seneca, due generazioni dopo Cicerone, nelle sue epistole menziona


esplicitamente la coincidenza tra le figure del dictator e del magister populi.
Egli conferma quanto precedentemente detto da Cicerone, citando i libri
augurali che testimoniano come il dictator fosse anche conosciuto
come magister populi. Questo rinforza l'idea che il ruolo del dictator, in epoca
repubblicana, fosse strettamente legato al potere del magister populi, sotto
l'influenza dei sacerdoti che custodivano queste memorie politiche

Inoltre, nota che colui che noi chiamiamo dictator leggiamo presso gli antichi che
nelle
storie veniva chiamato anche magister populi. E oggi ciò risulta nei libri augurali.

4. La quarta fonte:

… il magister populi, che comunemente viene chiamato dictator.

Nel "De Verborum Significatum", Festus ribalta la prospettiva, affermando che


il magister populi viene "volgarmente" chiamato dictator. Questo cambio di
terminologia suggerisce una diversa concezione del potere e del titolo. Festus
suggerisce che forse il dictator non fosse altro che il magister
populi dell'epoca monarchica, un comandante della fanteria con potere
assoluto in circostanze eccezionali. Tuttavia, c’è un contrasto tra questa visione
e il principio repubblicano che seguì la cacciata dell'ultimo re, quando i romani
giurarono "mai più un solo uomo a capo". L’uso del termine dictator dopo la
fine della monarchia potrebbe indicare un retaggio della monarchia etrusca,
un’eredità che avrebbe potuto essere vista come problematica nella nuova
Repubblica. Nonostante i paralleli tra il magister populimonarchico e
il dictator repubblicano, rimane l’incertezza sulla continuità di questo titolo,
dato che le istituzioni romane si distaccarono deliberatamente dalla figura
monarchica.

Dal punto di vista terminologico e, ancor di più, da un punto di


vista sostanziale, non possiamo ipotizzare che il dictatorfosse semplicemente
il magister populi della monarchia, preso e trasposto così com'era nel periodo
repubblicano. In effetti, c'è stato uno slittamento terminologico sulla parola
"dictator", un termine che è molto probabilmente stato scelto per superare la
confusione che esisteva nel passato. La parola "magister populi" era legata a
una funzione che, sebbene ben radicata nella tradizione monarchica, risultava
problematica nel contesto della nuova Repubblica romana. Infatti, "magister
populi" indicava semplicemente un comandante della fanteria e non
un’autorità assoluta come quella che rappresenta il dictator.

La parola "magister", derivante da "magis" (che significa "più", "di più"),


indicava originariamente qualcuno che deteneva un potere
maggiore rispetto agli altri. Così, il magister era colui che comandava. La
stessa radice della parola "magister" si riflette anche nella parola
"magistratus", che designava le cariche politiche e amministrative superiori,
come i magistrati che esercitavano autorità sotto il controllo dei magistrati di
rango più alto.
Un esempio di questo sistema gerarchico lo vediamo nell'epoca repubblicana,
quando il console, che aveva il potere supremo in determinate
funzioni, presentava i comizi per l’elezione di magistrati inferiori, come
i pretori. Dopo il voto del comizio, era il console che investiva i magistrati,
conferendo loro il potere. In questo modo, la figura del pretore, e più in generale
dei magistrati, derivava dall’autorità conferita dal console, il quale, a sua volta,
agiva come il punto di riferimento per le magistrature superiori.

In questo contesto storico, si crea un problema significativo per


l'aristocrazia latino-sabina, che si trovava di fronte alla necessità
di redistribuire i poteri che un tempo erano nelle mani del rex. Questo non
era un compito semplice: dare un taglio netto con il passato monarchico era
relativamente facile, ma ricostruire un nuovo sistema di potere per il futuro
risultava essere un processo complicato. La questione centrale era che, pur non
volendo più il rex (il re), l’aristocrazia voleva mantenere tutte le funzioni che
erano tradizionalmente connesse al potere monarchico, comprese
quelle processuali, legislative, religiose e amministrative.
Questa situazione generava non pochi problemi politici. La necessità
di dividere e redistribuire i poteri del re in nuove strutture fu risolta in parte
creando una serie di magistrature che successivamente presero forma nel
nuovo sistema repubblicano. I magister furono quindi il modello per
la creazione delle magistrature repubblicane, ognuna delle quali si
occupava di una parte specifica dei poteri precedentemente concentrati nel re.
I consoli, che svolgono attività di consultazione e interazione con il Senato per
la gestione della civitas, sono posti al comando dell'esercito. Quando vengono
visti dal punto di vista del comando militare, i consoli possono essere
paragonati ai pretori: comandanti dell'esercito nel suo insieme, con funzioni in
stretta correlazione con il Senato.
Il magister populi, pur non essendo distinto nelle fonti rispetto al magister
equitum, sembra acquisire un ruolo preminente con la riforma dell'esercito
di Servio Tullio. La guerra, infatti, era incentrata maggiormente
sulla fanteria, e il magister populi, che era il comandante della fanteria,
giocava un ruolo centrale in questo contesto.
Nonostante si dica che Servio Tullio fosse di volta in volta posto a capo
della cavalleria o della fanteria da Tarquinio Prisco, è comunque vero che
viene frequentemente descritto come magister populi. Questo fa sorgere la
domanda: il magister populi può essere considerato un modello per la
creazione di nuove magistrature? La risposta sembra essere positiva,
poiché la figura del magister populi rappresentava un'autorità ai vertici del
governo della civitas, ma senza essere un re. Era un "re potenziale", il che lo
rende un modello per la creazione di cariche che avrebbero continuato a
gestire il potere in modo repubblicano, senza ricadere nei pericoli del regime
monarchico. Se consideriamo la denominazione di queste cariche
come magistrati, comprendiamo che essa si collega a quella figura
di magister, che abbiamo analizzato in precedenza. Questo fa luce su come la
figura del magister populi potesse fungere da base per il ruolo del dictator.

Un altro elemento interessante riguarda la relazione tra il dictator e il


suo ausiliare, il magister equitum. Le fonti affermano che il magister
equitum aveva lo stesso titolo di magister populi, una coincidenza che
suggerisce una certa continuità o trasposizione del modello monarchico, in cui i
due magister (populi e equitum) erano figure complementari. Questa doppia
carica, sebbene non rappresenti una vera e propria diarchia, sembra comunque
suggerire che il modello di governo repubblicano avesse tratto ispirazione dalla
strutturazione a due livelli tipica del sistema monarchico.
Tuttavia, un argomento contrario a questa derivazione della dittatura
dal magister populi potrebbe risiedere nella differenza di poteri tra
il dictator e il magister equitum. Infatti, mentre il magister equitum era
un assistente del dictator, incaricato direttamente da quest'ultimo, la sua
posizione non era equivalente a quella del magister populi sotto la monarchia,
dove il potere era condiviso in modo più equo. Nonostante ciò, con l'evoluzione
della guerra oplitica e l'espansione di Roma, il magister populi acquisì
un'importanza maggiore come comandante della fanteria, e in un contesto di
consolidamento del potere militare, poté essere visto come un potenziale
comandante generale dell'esercito, in parallelo con la figura di un possibile
comandante della cavalleria.
Il fatto che il dictator fosse chiamato anche magister populi potrebbe quindi
riflettere l'origine e il modello di quest'ultimo nell'epoca monarchica.
La dittatura, infatti, sembra avere forti radici militari: le circostanze descritte
da Livio, seppur non esclusivamente, sono caratterizzate da una forte
connotazione bellica, legata alle sfide che Roma affrontava, come la minaccia
della Lega Latina. Il termine "dictator" potrebbe essere stato scelto proprio
per distaccarsi dal concetto di "magister populi", che poteva sembrare
ancora troppo legato alla monarchia, e per riaffermare il dominio romano su
un'alleanza che stava cercando di rivoltarsi. In altre parole, la figura
del dictator serviva a dare un segnale forte, non solo all'interno di Roma ma
anche verso l'esterno, che Roma, pur abbandonando il rex, manteneva il
controllo assoluto come leader della Lega Latina, consolidando ulteriormente il
suo potere.

Il distacco dalle istituzioni monarchiche e la continuità delle funzioni


pubbliche:

Anche se l'intento era quello di distaccarsi dalle istituzioni monarchiche, la


nascita della Repubblica comportò inevitabilmente un ripensamento delle
funzioni politiche e militari lasciate dalla monarchia. In questo contesto, è
interessante analizzare le fonti caricate su elearning. Vediamo cosa
dice Cicerone nel "De Republica":

Cicerone afferma che nel periodo successivo all'istituzione dei consoli, circa
dieci anni dopo la fondazione della Repubblica, fu istituito anche il dictator,
una figura che rappresentava un "nuovo genere di imperium", simile a quello
regale. Questa affermazione può sembrare sorprendente, dato che nel 501
a.C., un simile ritorno a una politica di tipo monarchico non sarebbe stato
desiderato. Tuttavia, va ricordato che Cicerone scriveva in un periodo di grande
sospetto nei confronti delle figure come Cesare e Pompeo, che ambivano al
potere assoluto. La memoria della dittatura di Silla(breve, ma violenta) e la
crescente influenza di Cesare, che esercitava il suo potere anche in Egitto
accanto a Cleopatra, alimentavano il timore di un ritorno alla monarchia.
Nonostante queste preoccupazioni, Cicerone sembra vedere una somiglianza
tra il dictator e il magister populi delle epoche precedenti, forse proprio per il
potere assoluto che entrambi esercitavano sulla popolazione. Così,
la dittatura nei primi due secoli della Repubblica si sviluppò in un contesto
segnato da profonde transizioni politiche e sociali.

L'epoca delle dittature:

Alcune fonti collocano la prima dittatura nel 494 a.C., in concomitanza con
la secessione dell'Aventino, che segna il punto di partenza della lunga lotta
tra patrizi e plebei. Questo periodo del V secolo a.C., definito da
molteplici dittatori, è considerato da alcuni come l'“epoca d'oro” della dittatura
(La dittatura diventò uno strumento utile per rispondere rapidamente
alle emergenze, dato che il dictator aveva poteri assoluti, ma limitati nel
tempo, per risolvere questioni urgenti senza il rallentamento delle consuete
pratiche politiche), in cui la figura del dictator veniva frequentemente
utilizzata, soprattutto a causa delle tensioni politiche interne. Nel corso del V
secolo, la Repubblica romana attraversò una serie di transizioni, che
culminarono nelle leggi del 367 a.C. (leggi Sextiae), un tentativo di risolvere le
tensioni tra le classi sociali.
Questa fase di transizione si concluse nel 216 a.C., con l'ultima dittatura
definita come "optima lege" (con pieno potere giuridico), nome attribuito
a Marco Giunio Pera. Le dittature optima iure venivano istituite in caso di
emergenze belliche o per gestire problemi interni alla città, mentre altre
dittature, dette imminuto iure, venivano create per compiti specifici e più
circoscritti, come la convocazione dei comizi, la gestione delle festività
religiose o anche la curazione di funzioni religiose, come il clavis figendi
causa, che segnava l'inizio dell'anno in un angolo del Tempio di Giove
Ottimo Massimo.

Le due categorie di dittatori:

La distinzione tra dittatori optima iure e imminuto iure è un aspetto


importante per comprendere le funzioni di queste magistrature. I dittatori
optima iure avevano il compito di affrontare situazioni straordinarie, come
guerre o problematiche politiche interne, mentre i dittatori imminuto
iure avevano poteri più limitati, legati a compiti amministrativi o religiosi.
Sebbene questa bipartizione non fosse forse rilevante per le fonti romane, essa
segnalava una differenziazione tra le situazioni di emergenza (che richiedevano
una dittatura completa) e quelle in cui le necessità erano più specifiche e
circoscritte.
La centralità della religione nelle magistrature:
Un aspetto che non va dimenticato è la stretta connessione
tra politica e religione nelle prime istituzioni romane. Ogni magistratura
aveva delle funzioni religiose, e la politica non poteva prescindere dalla sfera
religiosa. Ad esempio, il compito di "scandire" il tempo con il clavis figendi non
aveva solo una valenza amministrativa, ma anche una
funzione scaramantica o legata al mantenimento dell'ordine cosmico, simbolo
dell'ordine politico.

Per rendere più schematica la distinzione fra le due categorie ( il dittatore era
sempre uno ma con connotazione diversa ):
- Dittatori "optima iure" (con pieno potere giuridico):

 I dittatori optima iure avevano poteri straordinari, conferiti in situazioni di


emergenza, e venivano nominati per affrontare le situazioni più critiche che
richiedevano decisioni rapide e poteri centralizzati.
 Le cause principali per la nomina di un dittatore optima iure erano due:
o Belligerundi causa: La nomina del dittatore in caso di guerra, quando
l'emergenza bellica richiedeva un comando centralizzato e assoluto per
garantire il successo nelle operazioni militari. In questi casi, il dittatore
assumeva un potere assoluto sul campo di battaglia, potendo
mobilitare l'esercito e prendere decisioni rapide.
o Rei gerunde causa: La nomina del dittatore per risolvere problemi
interni alla Repubblica, come conflitti politici o sociali, sedizione o
disordini. In questo caso, il dittatore aveva il compito di ristabilire
l'ordine, e il suo potere si estendeva anche alla gestione della politica
interna e delle crisi.
Queste due cause principali — guerra e problemi interni — evidenziavano
l'urgente necessità di una figura con potere assoluto per far fronte a situazioni
straordinarie, che non potevano essere gestite con i normali meccanismi della
Repubblica.

- Dittatori "imminuto iure" (con poteri limitati):

 I dittatori imminuto iure avevano poteri più limitati e venivano nominati


per compiti più circoscritti e specifici, generalmente di
tipo amministrativo o religioso.

 Tra i compiti tipici di un dittatore imminuto iure ci sono:


o Convocazione dei comizi quando i consoli erano in guerra.
o Organizzazione dei giochi pubblici (ludi), che avevano una forte
valenza religiosa e politica.
o Funzioni religiose, come la clavis figendi causa, che prevedeva
l'inizio del nuovo anno con la simbolica operazione religiosa di piantare
un chiodo nel tempio di Giove per scandire il tempo e le festività
religiose.
Questi dittatori non avevano il potere di decidere sulla guerra o su grandi
questioni politiche, ma venivano utilizzati in situazioni dove non c'era
un'emergenza urgente che richiedesse poteri assoluti.

In questo modo, il passaggio dalle istituzioni monarchiche a quelle repubblicane


non è stato un semplice taglio netto con il passato, ma piuttosto una
rielaborazione e riorganizzazione delle funzioni politiche e religiose. La figura
del dictator, purtroppo, non può essere vista come una pura continuazione
della monarchia, ma piuttosto come un adattamento delle funzioni del rex a
una nuova struttura politica che si andava consolidando.

LEZIONE 8 :

05 marzo 2025

Riprendiamo le caratteristiche che connotano la "dittatura", ricordando però che nel


501 a.C., con l’istituzione del dittatore, sicuramente queste caratteristiche non erano
già tutte presenti. Si tratta di una considerazione fatta a posteriori, rispetto alle
caratteristiche che si sono sviluppate nel tempo.
Nella terza dittatura emerge una prospettiva più orientata alla "rei gerunde causa", ma
bisogna essere pragmatici: ci sono delle circostanze che poi ci hanno portato a
identificare le diverse tipologie di dittatore.
In questo caso, la circostanza era un problema interno a Roma.
Le condizioni estreme generano sempre tensioni a livello politico; con minacce
esterne, per esempio, si creano destabilizzazioni per le quali era necessario un
determinato tipo di dittatore.
Se bisognava fare una guerra, la guerra costava molto e, quindi, serviva togliere
risorse dalla vita civile, generando problemi; ma anche il contrario è vero: le instabilità
interne si traducono in fragilità esterne. Una realtà sempre in confronto con altre
civiltà, come Roma, subiva delle conseguenze.
Questo per dire che fare una differenza netta tra una tipologia di dittatore e un’altra
non è semplice. Tito Larcio fu un dittatore belligerundi causa, ma non era da escludere
la presenza di problemi interni. La differenza tra le tipologie serve a noi per capire, ma
i Romani probabilmente non davano tanto peso a questa distinzione.

L’imperium del dittatore: al dittatore viene conferito un imperium sommo, il


massimo che si può conferire a un magistrato. Non sostituisce i consoli, che
continuano a operare ma subordinati al dittatore. Tutto l’impero, interno ed esterno, è
guidato dal dittatore che è “sommo”. Fino al 217 a.C. (l'ultima dittatura), sappiamo
che i consoli ambivano a diventare dittatori, ma la regola non era stringente.
Sicuramente si teneva conto di chi era già stato console per divenire dittatore.
L’immagine era quella di avere i consoli come organo collegiale, ma che, in situazioni
di emergenza, quando non era possibile garantire l’efficienza, venivano sostituiti da un
organo monocratico, ovvero il dittatore. L’organo monocratico era molto più efficiente,
perché la decisione veniva presa da una sola persona; viceversa, se la gestione del
potere si espande, si diventa meno efficienti e soprattutto meno rapidi.
Se dobbiamo fare una guerra, per esempio, se decide solo uno si garantisce la velocità
e la tempestività.
Questo ordine di idee fa da presupposto al ricorso al “dittatore”. Ci troviamo quindi in
una situazione in cui il dittatore ha una natura diversa rispetto all’istituzione
del dictator inteso come magistrato.
Il dittatore si inserisce in una cornice in cui uno dei due consoli, in caso di emergenza,
prende tutti i poteri. A questo proposito, c’è un’altra testimonianza presente in più
fonti: il fatto che, agli inizi della Repubblica, esistesse un “praetor maximus” (che non
è il praetor maior).

Il fatto che ci fossero:

 due consoli,( Nella Repubblica romana, i consoli erano la magistratura suprema.


Ogni anno venivano eletti due consoli, che avevano poteri esecutivi e militari
simili a quelli del re, ma divisi tra i due, con un principio di collegialità (ovvero il
potere veniva esercitato da due persone per evitare la concentrazione del
potere). Questa struttura rifletteva l'idea di un equilibrio tra due autorità, dove
entrambi i consoli avevano uguali poteri (imperium), ma erano collegiali, il che
significava che dovevano cooperare tra di loro. Il loro mandato durava un anno.)
 tre pretori, due maiores e uno minor, ( I pretori erano magistrati che gestivano
la giustizia, ma avevano anche compiti militari e amministrativi. La figura del
pretor è una delle più rilevanti nel contesto della giustizia romana. In alcune fasi
della Repubblica, il numero di pretori fu aumentato da due a tre, per affrontare
meglio l'espansione e la crescente complessità della vita politica, militare e
giuridica di Roma. Due di questi pretori erano chiamati maiores (maggiore), che
avevano funzioni di rilievo, tra cui la gestione delle questioni giuridiche legate ai
cittadini romani, mentre il minor (minore) si occupava di altri compiti giuridici o
amministrativi minori, come le cause con i peregrini (stranieri). Il pretor
maggiore aveva una maggiore autorità, mentre il pretor minore, pur avendo un
ruolo importante, non aveva le stesse prerogative.)
 due maiores e uno minimus, ( Questa formulazione si riferisce a un’altra
possibile configurazione di pretori, dove si avevano due pretori principali
(maiores) e uno minore, quest'ultimo con compiti subordinati o di supporto.
L’ipotesi di avere due pretori maggiori e uno minore si lega a periodi in cui la
gestione della giustizia doveva essere separata in modo più strutturato, sia per
gestire le questioni civili interne che quelle relative agli stranieri o per ampliare
la gestione giuridica a livello territoriale.)
sono delle ipotesi alternative. Tutte le magistrature erano collegiali o, comunque,
doppie; non c'era mai una sola figura, tranne nei casi del praetor maximus o del
dittatore.
Il praetor maximus fu uno solo fino al 242 a.C., ovvero fino a quando Roma non si
espanse.
Le forme giuridiche utilizzate dal diritto romano, che avevano valore tra i romani che
condividevano una certa religiosità, non erano utilizzabili con gli stranieri. Pertanto,
con l’aumento dei processi e l’espansione, aumentavano anche le litigiosità e i
conflitti. La necessità di gestire questi nuovi problemi tra romani e stranieri portò alla
creazione del praetor peregrinus, il pretore unico che si occupava dei conflitti tra
romani e non romani. Il praetor urbanus restava, invece, e si occupava solo delle
cause dei cittadini romani.
In sostanza, le due figure si duplicano, ma con ambiti diversi di competenza.
Il praetor maximus si pensava fosse una figura che raccoglieva in sé le funzioni dei
due o dei tre consoli. Siamo sempre in un’ottica di frammentazione dei poteri che un
tempo appartenevano al re, il quale, infatti, aveva storicamente anche poteri
giurisdizionali.
La competenza giurisdizionale del pretore nacque in questo modo: con lo
smembramento dei poteri del re, il pretore minore restava nella civitas e faceva le veci
del praetor maior, che si sdoppiava in due praetores maiores, impegnati in guerra (nel
caso dell'ipotesi dei tre pretori). Si aveva così una triade. In tutta questa struttura
di praetores, alcune fonti parlano del praetor maximus non in maniera ben definita,
ma lasciando intendere che non si trattasse di un’istituzione fissa. La sua presenza
sembrava essere occasionale, legata alla necessità di uno dei due pretori maggiori di
esercitare maggiori poteri, ad esempio in circostanze belliche. In tali casi, uno dei due
pretori maggiori (o consoli) veniva investito di tutti i poteri, ma solo
temporaneamente, per fronteggiare le emergenze.

Il praetor maximus stava sopra tutti, e in questo modo si sovrappongono alcune


dinamiche: c’è una coincidenza tra dittatore e praetor maximus. La dinamica è simile:
uno dei consoli riceve tutti i poteri. L’altro, invece, non sparisce, ma rimane in carica
con le proprie funzioni usuali, che vengono trasferite al dittatore, come se fosse un
braccio destro.
L’imperium del dittatore non conosce limiti; non c’erano rimedi, come affermava Livio,
un potere assoluto senza dispositivi di controllo e contenimento, che erano invece
previsti con la civitas e le magistrature, come la provocatio ad populum (istituita nello
stesso momento in cui fu istituita la civitas), che forniva uno strumento di tutela. Con il
dittatore, però, la situazione cambia: ci sono solo due presidi per tutelare la res
publica:

1. Il dittatore istituito con uno scopo specifico: quando il senato individua la


persona adatta, gli attribuisce un incarico con un mandato specifico (ad
esempio, “sei dittatore per fare X”). Da un lato, c’è l’emergenza che genera la
necessità di nominare il dittatore; dall’altro, il tipo di emergenza circoscrive le
facoltà del dittatore. Il mandato delle altre magistrature, invece, era più ampio,
e questa costituisce una grande differenza.

Da questa idea deriva anche il secondo presidio.

2. Temporaneità della carica: il dittatore non poteva rimanere in carica per più
di sei mesi. Tutte le magistrature repubblicane erano annuali, tranne i censori,
che restavano in carica per un periodo più lungo, dato che l’attività stessa
richiedeva molto tempo.
Livio, in relazione al passaggio dalla monarchia alla repubblica, affermò che si
deve contare nello sviluppo storico l’origine della “libertas” repubblicana da
questo cambiamento, più per il fatto che l’imperium consolare fosse annuale
piuttosto che per una diminuzione rispetto al potere del re.
Questo significa che il potere del re non era più grande di quello dei consoli, a
parte la collegialità: il potere era uguale, ma con la differenza che il re aveva il
potere a vita, mentre il console durava solo 12 mesi. Il console, inoltre, aveva
una responsabilità maggiore rispetto alle proprie azioni, anche dal punto di vista
economico.
Per il dittatore, avendo un potere sommo, con una durata di 6 mesi, questa
logica veniva ricalcata. Essendo un’emergenza, sei mesi erano considerati un
periodo breve, necessario per risolvere rapidamente la situazione. La ragione
quindi è profonda: ho bisogno di una sola persona per gestire l’emergenza, ma
questa deve essere risolta velocemente, quindi non è necessario superare i sei
mesi.
Se il dittatore risolveva la situazione in un mese, non sarebbe rimasto in carica
per i restanti cinque.

Quindi, questi due termini rappresentano delle regole necessarie in materia di


dittatore.
I dittatori avevano funzioni militari preminenti, che si ripercuotevano sulle questioni
civiche, ma avevano anche delle funzioni religiose. Questo perché politica e religione
andavano di pari passo. L’organizzazione militare arrivava dopo i sacrifici agli dèi o i
riti religiosi necessari; tutto ruotava intorno alla religione.
A questa nomina presiedeva una lex sacrata de imperio, come nel caso dei consoli,
che attribuiva al magistrato dittatore il suo imperium.
Il dittatore, che deteneva tutte le insegne del potere sommo, aveva una scorta di littori
doppia rispetto ai consoli; infatti, se questi ne avevano 12, i dittatori ne avevano 24.
Non sappiamo con certezza, ma ipotizziamo che il re avesse 24 littori, quindi i 12 di
ciascun console potrebbero rappresentare lo smembramento dei poteri del re in due,
ovvero i 24 del re divisi fra i due consoli.
Secondo le fonti, i littori dei consoli erano stati divisi per non spaventare i popoli,
mentre con il dittatore vi era un’inversione: lui riprendeva i 24 littori (i 12 di ciascun
console) con le scuri innestate, segno che l’imperium era unito, senza distinguere fra
vita militare e civile. Questo indicava una sospensione del diritto ordinario e
l’applicazione di una sorta di legge marziale, con l’introduzione delle regole militari
anche in città.
Si sospendevano infatti le garanzie, come l’ausilium, la provocatio ecc., perché si
applicavano le stesse regole dell’esercito, ossia la coercitio del proprio imperium
(soldati) da parte del proprio comandante, che non ammette ricorso.
Fin da subito, appare chiara l’ambiguità dell’istituzione: essa è un’istituzione legale
perfettamente inserita nella Roma repubblicana, ma che contiene al suo interno un
elemento di rottura rispetto alla legalità repubblicana. Una forma di legalità
anomala, extra ordinem.
Fino al 300 a.C. vi fu una sospensione delle garanzie, ridimensionando il potere del
dittatore, anno in cui plebei e patrizi terminarono gli scontri, proprio grazie al fatto che
i plebei riuscirono ad accedere all’ordine sacerdotale. Inoltre, dal 300 a.C. i dittatori
furono nominati meno frequentemente.
Cosa doveva fare il dittatore una volta scaduti i termini o aver risolto l’emergenza?
Doveva abdicare, ab-dicare, ovvero rinunciare formalmente al potere che gli era stato
conferito.
L’etimologia di "ab", che significa “fuori da”, e "dicare", che deriva
da dicere, dictare, dictator, suggerisce che abdicare significasse “mi dico fuori”, un
atto simile, ma contrario, alla creatio. Quindi, essenzialmente, veniva compiuto un atto
uguale e contrario rispetto alla nomina (modalità tipica nel diritto romano) per lasciare
il posto da dittatore.
Il Senato è colui che individua il dittatore; quindi, il dittatore è il frutto di una
negoziazione politica del Senato. È quest’ultimo che sceglie il dittatore in base alle
capacità militari o alle qualità e al posizionamento civico, utile a fare da mediatore
nella civitas fra coloro che non vanno d’accordo. Il Senato è centrale, ma una volta
istituito il dittatore, il Senato stesso interviene poco sull’operato del dittatore. Da una
parte c’è formalità, ma dall’altra, dato che il mandato del dittatore ha una scadenza
breve, non si interferisce; si pensa che “il dittatore sa cosa deve fare”.

Il dittatore non risponde dei propri atti, né rende conto del denaro utilizzato per
svolgere la sua attività durante il suo incarico. Ha infine due poteri propri, che sono
esclusivi del dittatore:

 Indice il “tumultus”, ovvero la leva militare. Da qui deriva il significato


moderno di “tumulto” come “gran casino”, che descrive come i soldati venivano
radunati. Il dittatore può autonomamente, senza delibera del Senato, indire
il tumultus, richiamando alle armi senza seguire la procedura ordinaria prevista
per la mobilitazione.
 Indice lo “iustitium” (anche i consoli possono farlo, ma con l’autorizzazione
del Senato). Lo iustitium significa “sospensione del diritto” ma si collega anche
al concetto di “giustizia” (che a Roma intendeva: la risoluzione di controversie
nel processo).
Se la "iustitia" è quella processuale, lo iustitium è la “sospensione della
possibilità di porre un giudizio”, ovvero la sospensione delle attività processuali.
In pratica, la vita civica si congela temporaneamente, e quindi anche la vita
ordinaria, poiché i processi erano essenziali per mantenere l’equilibrio
all’interno della civitas.

Questo si lega anche al fatto che con il dittatore vi fosse un utilizzo simile alla legge
marziale, come un comandante con i suoi soldati. Il fine era quello di impiegare meno
risorse per risolvere problematiche più gravi.
Addirittura, un dittatore, per la necessità di risolvere grandi problemi, concesse una
grazia anche a chi era in carcere.

NOMINA DEL DITTATORE

Creatio: Il dittatore è "creatus", un termine tecnico che contrappone il concetto


di creatio alla electio. Mentre l'electio è la procedura ordinaria con cui vengono
nominati i magistrati, attraverso una selezione del popolo romano nelle assemblee
(ossia electio = “scelgo da una rosa di candidature”), la creatio è un processo che non
prevede una selezione tra una serie di opzioni, ma si concentra sulla “creazione” del
soggetto, individuando una figura che prima non esisteva. Il termine creatio fa capire
che ci stiamo allontanando dal procedimento ordinario della magistratura, e si riferisce
alla costituzione di una figura straordinaria che detiene poteri eccezionali.

Il primo esempio di creatio avvenne, in un senso simbolico, quando Dio creò la Terra.
Allo stesso modo, con il creatio si crea qualcosa che prima non esisteva. La creatio del
dittatore è un atto che implica una selezione fuori dall'ordinario, un atto straordinario
rispetto alla prassi usuale. Il console, in quanto magistrato ordinario, viene "creato"
come dittatore (o prefetto massimo) attraverso questa procedura.

Il concetto di creatio ci fa comprendere che l'atto di nominare il dittatore è


un'eccezione rispetto all'ordinario sistema di elezione. Non c'è una selezione
tramite electio, ma un'assegnazione diretta del potere. Questo potenziamento dei
poteri è deciso da una specifica autorità: il Senato, che individua la persona adatta,
ma l'atto di investitura, la creatio stessa, viene eseguito da uno dei consoli in carica.
Il Senato, infatti, attribuisce il mandato a uno dei consoli, che a sua volta attua
l’investitura con un atto verbale, chiamato dicere dictatorem (“dire dittatore”). Questo
gesto verbale si contrappone alla nominatio, che è l’atto formale di nomina che
avviene dopo una electio. In sintesi, la creatio è un atto che implica una creazione, una
fondazione di potere, mentre la electio è un atto di selezione, quindi sono concetti
diametralmente opposti.

Livio, riferendosi a questa procedura, descrive il console che, alzandosi di notte nel
silenzio, pronuncia le parole “dice il dittatore” (dictio). Questo momento si svolge di
notte, nel momento più remoto delle 24 ore, e ciò conferisce un carattere sacro e
istituzionale all’atto, con un forte simbolismo rituale. Il dicere non è solo un atto
verbale, ma è carico di una sacralità profonda, legata alla religiosità romana arcaica.
Il dicere indica anche un suono primordiale, un atto che richiama la creazione stessa.

A livello giuridico, il verbo dicere è affascinante poiché ha una base fonetica che in
molte tradizioni religiose è collegata alla creazione del mondo attraverso il suono. Un
esempio è il concetto di "suono originario" nelle teorie cosmologiche moderne (come
il Big Bang), che dimostrano come l'universo stesso sia nato da un "suono". In questo
senso, il dicereromano, come atto di creazione del dittatore, trova una corrispondenza
simbolica e anche fisica con l'idea di un suono primordiale che dà forma all’esistenza.

Nel diritto romano, il concetto di ius è un’estensione del fas, il quale si lega alle regole
di comportamento universale manifestate dal divino. Il fas rappresenta l’ordine divino
e le regole che governano le interazioni tra gli esseri umani e le divinità. La creatio del
dittatore è quindi vista come un atto che richiama questa dimensione trascendente,
legato al divino e alle tradizioni giuridiche arcaiche.

L’etimologia di dicere si lega anche al termine digitum, ovvero “dito”, e quindi al gesto
di “indicare” qualcuno. Il dicerenon si limita alla parola, ma include anche il gesto
fisico del puntare con il dito, richiamando un’antica tradizione giuridica legata al gesto
rituale. Il diritto romano, infatti, si fondava anche su atti rituali che coinvolgevano il
corpo e il gesto. Per esempio, il diritto di compravendita era valido solo quando il
venditore toccava l'oggetto e pronunciava la formula di vendita.

Questa connessione tra parola e gesto è fondamentale. Il dicere pronunciato dal


console durante la nomina del dittatore è accompagnato da un gesto simbolico che
sancisce ufficialmente la creazione del dittatore. La frase pronunciata è fatta "di notte"
e "in silenzio" per evitare qualsiasi segno di vizi negli auspici, ossia il processo di
consultazione degli dei che doveva essere privo di interferenze. Il silenzio, in questo
caso, non è solo l’assenza di rumore, ma un segno di purezza degli auspici. La
presenza di qualsiasi suono, anche di un animale, avrebbe potuto indicare che gli dei
non volevano la nomina del dittatore. Il silenzio, quindi, garantiva la validità degli
auspici e assicurava che l’atto di nomina fosse privo di vizi, perfetto e accettato dalle
divinità.

Il rito di nominare il dittatore di notte, nel silenzio, quindi non solo ha una valenza
pratica, ma una profonda valenza religiosa e simbolica, che lega il diritto e la politica
alla sfera sacra, in una fusione tra giuridico e religioso.

LEZIONE 9 : APPUNTI SISTEMATI

11 marzo 2025
Il procedimento di nomina del dittatore ha a che vedere con la questione del
“silentium” che risulta essere l’assenza di qualsiasi turbativa degli auspici.
Questa procedura, punta subito il dito sulla necessità di perfezione del rituale che
presiede la nomina del dittatore; perfezione che non si riscontra nella nomina delle
magistrature ordinarie (gli auspicia devono essere favorevoli si, ma non c’è tutta
questa perfezione + svolgimento diurno, alle luci dell’alba).

Ma perché il console si deve alzare nel cuore della notte? Questa cosa NON è una cosa
usuale ed è chiaro che questa dictio di notte è qualcosa di estremamente al di fuori
delle regole procedimentali del diritto pubblico romano e perché si pone in questo
modo? Esattamente non lo sappiamo ma è facile fare delle ipotesi: abbiamo una
procedura che istituisce una procedura regolare ma fatta in modo del tutto irregolare e
la notte risulta essere, con quel silenzio, dove non vi è la presenza del popolo, il luogo
ideale del SEGRETO, del mistero, dell’indicibile.

[Nello spazio dell’indicibile avviene la DICTIO del dittatore]

L’indicibile ci affascina e capiamo che questo momento è così importante e avviene


proprio a notte fonda perché in qualche modo la civitas fa una scelta, dinanzi a
circostanze estreme, di rievocare un potere che non avrebbe mai più voluto vedere
(dopo la cacciata dell’ultimo re si erano ripromessi che non avrebbero mai più fatto
ricorso ad un unico uomo al comando).
(commento riguardo Sergio Zavoli  giornalista che scrisse “La notte della
Repubblica” in merito alle vicende degli anni di piombo ma che in realtà può servire
anche a noi perché l’istituzione del dittatore ogni volta, risulta essere una piccola
“notte della Repubblica” poiché quando si verifica una condizione di emergenza,
estrema è come se il popolo romano dicesse “la repubblica è andata bene fino a qua,
da qua in là, non funziona più”).

Quello che ci interessa a noi è il potere di cui gode il dittatore che è un potere che fa
paura e questo è il motivo del perché l’istituzione di questo avviene di notte; bisogna
mettere il popolo di fronte a fatto compiuto.
Dunque, i patres (oligarchia senatoria), individuano una figura alla quale affidano un
potere civile e militare (uno che è già stato console) e incaricano uno dei consoli in
carica di fare la dictio verso costui.
Il dittatore, una volta “chiamato” procede a sua volta con la dictio del suo assistente =
magister equitum (scelto dal dittatore e questo comandante gli farà da ausiliario) e la
mattina dopo si presenta davanti ai comizi.

Ritorno del discorso “all’antica legge che stabiliva che il dittatore dovesse essere
scelto tra gli ex consoli” di cui parla Livio  il dittatore dinanzi ai comizi che fa? Vi
sono diverse ipotesi:

o Si presenta semplicemente;
o Anche il dittatore si presenta come tutti i magistrati maggiori (dotati di
imperium) dinanzi ai comizi curiati (i più antichi) per far votare la Lex curiata
de imperio (non sappiamo se questa corrispondesse ad una pura formalità o
fosse invece una legge di natura costituiva con la quale il popolo poteva
accettare oppure no l’attribuzione ma è molto probabile fosse solo una
formalità) ossia quella legge con cui il popolo sanciva o riconosceva
l’attribuzione dell’imperium al magistrato.
Questa legge la chiedevano tutti, pure il re e questo era frutto del fatto che
anche il re stesso non era altro che un delegatario dei patres (hanno sempre
goduto di un potere e un’influenza enorme) di un potere che questi gli
attribuivano.
I patres erano così importanti da avere i propri eserciti personali che, in casi di
necessità mettevano a disposizione della civitas e tutti insieme costituivano le legioni
ma in altri casi, i patres per questioni minori, potevano usufruire del loro personale
esercito costituito a seconda della disponibilità economica anche da 2000/2500
persone e questo era un aspetto molto rilevante poiché quelle famiglie che godevano
di un esercito del genere erano molto potenti e rispettate in quanto per qualunque tipo
di controversia piccola o grande che fosse avevano disponibilità illimitata di utilizzo del
proprio esercito personale e così tutti i patres.
L’esercito personale di ogni patres era costituito da soggetti estremamente fedeli a lui
prima che a Roma stessa;

es: famiglia romana di origine sabina degli Appi Claudi i quali arrivano all’inizio della
Repubblica con un sabino di nome Appio Claudio, il quale era un forte sostenitore della
pace, si arrabbia con gli altri sabini che volevano solo fare guerra e decide dunque di
prendere il suo esercito + la sua famiglia e giunge a Roma dove viene accolto ma
perché viene accolto così in modo positivo?
Perché con lui e la famiglia arriva un esercito di 1500 persone.
Appio Claudio arrivando a Roma, siede tra i patres, diviene uno di loro e perché
diviene tale? Perché portando dietro un esercito del genere ha apportato alla civitas un
contributo significativo (denaro + soldati) e di conseguenza ha guadagnato il posto tra
i patres.

All’interno di questa dinamica è chiaro che il “popolo” è un’entità circoscritta a quella


numerosa fetta di popolo che non appartiene all’oligarchia dei patres ossia ai patrizi
(quelli che detengono il potere decisionale all’interno della civitas) e questa è una
massa MULTIFORME poiché passiamo dai commercianti benestanti, agli agricoltori
piccoli e medi, ai nullatenenti.

Quando Livio dice “ la plebe prende paura” ci troviamo dinanzi a un quadro dove il
ricorso alla figura del dittatore è motivato da ragioni di ordine militare ma allo stesso
tempo questo fatto non può non portare con sé il fatto che il dittatore svolga funzioni
di garanzia di tenuta dell’ordine interno e questo perché si crea un circolo vizioso
strano nella società la quale non gode di un’organizzazione stabile dove NON ci sono
figure magistratuali fisse e stabili che conferiscano chiarezza e stabilità.

Perché il Senato doveva reggere la situazione con mano ferma? La condizione in questi
anni era molto instabile non solo nel popolo ma anche nella stessa Elitè dove si crea
instabilità poiché la Libertas repubblicana non piace a tutti ANZI Tito Livio racconta
che soprattutto tra i giovani della nobiltà romana ce ne erano parecchi che non erano
contenti del cambiamento perché con i Tarquini si erano abituati a fare la bella vita e
sapevano che dal re si poteva ottenere favori e qui Livio dice “le leggi invece sono
“REM SURDAM” quindi sono una cosa sorda che nona scolta ricatti,
suppliche, preghiere e sono implacabili” e quindi, di fronte alla sordità delle leggi,
questi giovani viziati sono uguali agli altri per cui questa uguaglianza non piace tanto.

Una volta detronizzato Tarquinio, questi rivuole indietro i propri possedimenti e le


proprie ricchezze ma non viene ascoltato e soddisfatto e dunque, escogita un piano
per riottenere il torno e nel farlo, usa gli ambasciatori per far consegnare lettere alle
persone a lui favorevoli, per tentare di agglutinare questa congiura nei confronti dei
nuovi potenti e questa congiura acquista così tanta rilevanza che ci finiscono dentro
anche i due figli di Bruto.
(Bruto assiste alla decapitazione dei suoi figli a seguito della rivelazione dei
responsabili della congiura= esempio sommo di virtù civica).
Il malcontento dell’elitè è tale che forse a quanto pare, coinvolge e travolge Collatino,
il quale apparteneva alla famiglia dei Tarquini (Prenomen e gentilizio con Tarquini) e le
fonti dicono che dopo che viene nominato console a un certo punto non c’è più,
perché?
Le fonti dicono che gli viene fatto presente che il popolo ha paura del nome dei
Tarquini e solo se viene eliminato il nome dei Tarquini dissociandolo dal potere, il
popolo romano potrà star tranquillo (se ne va a Lanuvio).
Un’altra versione dice che viene allontanato per uno scontro con Bruto e un’altra
riconosce Collatino come membro partecipe della congiura per ristabilire Tarquinio sul
trono.

Il contesto nel quale il dittatore viene nominato è un contesto travagliato dove si


crea un circolo vizioso dove il popolo è multiforme e si spaventa dinanzi al dittatore
perché capiscono che l’unica possibilità di salvarsi dinanzi a questo imperium è la
“cura nell’obbedire” rispetto a ciò che gli viene imposto.
Con i consoli ci si poteva rifiutare dinanzi ad un ordine  console di riflesso, ti dava la
pena di morte ma tu potevi ricorrere al tribuno della plebe per difendere i tuoi diritti e
magari riusciva a salvarti MA col dittatore non c’è alcuna possibilità di contrattazione
o aiuto per cui contro questo potere non si hanno strumenti per contrastarlo, si deve
obbedire e basta.

Livio dice “nonostante la civitas fosse indomita (non costituita da pecore), si era
sottomessa pazientissima, sopportando l’imperium del dittatore, per quanto
esorbitante”.

La “vis dittatoria” era la forza esorbitante del dittatore e contro questa non osavano
proferire verbo né i tribuni della plebe né la plebe stessa.
Nella maggior parte dei casi, il dittatore che veniva nominato per importanti cause
interne (impossibile gestione dai consoli) vengono scelti oculatamente dai patrici come
persone VICINE alla plebe, persone che avevano presa sulla plebe poiché dovevano
negoziare ed arrivare ad un punto di incontro.

Dicendo ciò il dittatore sembra essere uno strumento di esercizio di prevaricazione dei
patrizi nei confronti dei plebei (tesi storica che la prof non conferma) ma questo non è
assolutamente certo.
Non c’è dubbio però che in questi primi tempi, il dittatore esercitava questa vis
dittatoria soprattutto nei confronti del popolo perché era un popolo recalcitrante in
quanto impaurito, nervoso rispetto all’azione della civitas stabilita dai patres che
pensavano di avere gli strumenti per capire cosa fosse meglio per la civitas stessa.

Analisi passo di Pomponio  contenuto in un compendio scritto in un unico volume


che risulta essere un libro di storia del diritto:
“Una volta costituito (che in realtà significa potenziato ossia una volta che si è
verificato il passaggio alla res publica e quindi la cosa ossia la res è divenuta del
popolo) il popolo come capo della civitas stessa e poiché le guerre sorgevano frequenti
e alcune più aspre venivano mosse dai popoli confinanti, dal momento che lo esigeva
la situazione (lo imponeva la situazione) si decise di istituire un magistrato di maggior
potestà: e così furono introdotti i dittatori, nei confronti dei quali non ci fu il diritto di
provocare e ai quali fu anche data la possibilità di infliggere pene capitali (senza
provocatio).”

“A questo magistrato, poiché aveva potestà assoluta, non era consentito secondo il
diritto religioso conservare la carica oltre i sei mesi.
E a questi dittatori veniva aggiunto un magister equitum, allo stesso modo in cui ai re i
tribuni celerum (lo abbiamo già visto): il cui incarico era all’incirca tale quale quello
oggi del prefetto del pretorio (era il comandante della guardia personale
dell’imperatore quindi un soggetto legato a doppio filo al soggetto di vertice con
potere assoluto); ma restavano in carica anche i magistrati legittimi”.

Nel nuovo testo che ha caricato c’è un problema di data perché stando a quanto dice
Livio ci troviamo al 499 a.C. oppure secondo Dionigi da Ricarnasso ci riferiamo al 496
a.C.

A noi però, importa che ci vengano narrate le circostanze in cui il dittatore viene
nominato:

“Quindi fu la volta di T. Ebuzio e C. Vetustio. Durante il loro consolato, Fidene fu


assediata, Crustumeria presa; Preneste passò dai latini ai romani e non fu più possibile
rimandare una guerra con i latini (Lega latina), dopo anni di tentennamenti”.
(Qui viene dato per scontato che in relazione a questo frangente estremo viene
nominato il dittatore che non era uno dei consoli in carica).

“Aulo Postumio come dittatore, e Tito Ebuzio come magister equitum, si misero in
marcia con un massiccio schieramento di fanti e di cavalieri e incontrarono il nemico
presso il lago Regillo (battaglia del lago Regillo è un episodio cruciale per la storia di
Roma antica perché fu una battaglia terrificante dove i romani se la videro molto
brutta anche perché i latini erano il doppio di loro e quindi risulta essere stata una
vicenda molto eroica), nei pressi di Tuscolo, e poiché giunse voce che nell’esercito
latino ci fossero anche i Tarquini, non fu più possibile contenere l’ira e rimandare
ulteriormente lo scontro”.
(Il tipo di guerra di cui si parla è una guerra antica dove i comandanti militari si
gettano nella mischia, partecipano attivamente; qui i romani non solo sono meno ma
affrontano il nemico anche in campo nemico; in questa battaglia cadde ferito anche il
magister equitum Tito Ebuzio).

“Quando il dittatore Postumio (dopo la battaglia prese il cognome di REGILLENSE in


quanto trionfatore del Regillo) si rese conto di una simile perdita e vide che gli esuli
stavano caricando con una foga inaudita mentre i suoi iniziavano a perdere terreno,
ordinò alla sua coorte (ossia alla sua giardia personale = un nucleo speciale di uomini
che gli faceva da guardia del corpo) di trattare alla stregua di nemici chiunque avesse
visto fuggire. La doppia paura distolse così i Romani dalla fuga e li respinse contro il
nemico, risollevando le sorti della battaglia”.

“Allora il dittatore, vedendo che i fanti erano sfiniti, volò (prende il cavallo e corre dai
cavalieri) in direzione dei cavalieri e li invitò a smontare da cavallo e a gettarsi nella
mischia. Questi obbedirono alla consegna: saltarono a terra, si precipitarono in prima
linea e ripararono la prima linea con gli scudi” (la cavalleria era costituita dalla nobiltà
romana).

“Il morale dei fanti, vedendo che il meglio dei giovani nobili combatteva alla loro
stregua e ne condivideva i rischi, riprese subito coraggio. Soltanto allora l’urto dei
latini fu contenuto e la loro linea di battaglia si disunì, perdendo terreno. I cavalieri
rimontarono in sella per lanciarsi all’inseguimento del nemico. La fanteria dietro e in
quel momento, si narra che il dittatore, per non trascurare alcun aiuto divino o umano,
promise di dedicare un tempio a Castore e dei premi ai primi due soldati che fossero
entrati nell’accampamento nemico.
I romani si lanciarono con una foga tale che con un unico assalto sbaragliarono il
nemico e ne conquistarono il campo. Così andarono le cose al lago Regillo.
Il dittatore e il magister equitum tornarono a Roma in trionfo”.
Discorso su Castore e Polluce: gemelli divini cui erano sacri i cavalli ed erano infatti
patroni della cavalleria e quindi questa dedicazione del tempio a Castore si riferisce
alla cavalleria che ha salvato le sorti della battaglia.
Altra versione della storia della battaglia de lago Regillo  “In mezzo ai fulmini si
videro comparire sul campo di battaglia due giovano sfolgoranti ossia Castore e
Polluce i quali determinarono le sorti della battaglia e poi svanirono correndo a Roma
portando la lieta novella della vittoria”  giovani invocati dal dittatore per vincere la
battaglia.
Il dittatore tornato a Roma non ha fatto costruire un tempio a Castore ma ha però
elevato un tempio alla dea CELERE (dea antica della terra ecc) e successivamente una
volta eletto console, ha fatto costruire un tempio sul colle Aventino a tre divinità
tipicamente plebee:

o Celere;

o Libero;
o Libera.

La famiglia dei Postumi non sappiamo se fosse plebea, essa occupa molti posti
importanti della storia di Roma ma non sempre risulta essere stata dalla parte dei
buoni (vicenda a sorti alterne).
Quello che noi sappiamo anche da altre fonti è che durante la battaglia forse in verità
il nostro auro Postumio abbia fatto una cretinata ad abbandonare la fanteria e che
questa non fosse affatto in difficoltà  alcune fonti dicono che lui abbia commesso un
errore tattico pensando che non ci fosse più il comandante della cavalleria e per tale
ragione doveva dividersi e fare un po' e un po' ma cosi facendo ha creato solo
scompiglio e che per questo la fanteria si sia trovata in serissima difficoltà.

LEZIONE 10 :

12 marzo 2025

Partiamo dal testo di Pomponio, che offre spunti di grande interesse, sia per la
similitudine tra la figura del dittatore e quella del re, sia per il limite temporale della
dittatura, fissato a sei mesi in virtù dello ius sacrum, un principio superiore persino al
diritto pubblico. Questo aspetto sottolinea la forte connotazione religiosa della carica
dittatoriale, che si inserisce nel più ampio legame tra politica e sacralità a Roma.
Infatti, la vita politica romana era intrinsecamente connessa a quella religiosa: ogni
magistratura necessitava degli auspicia, ovvero della consultazione degli dèi, per
legittimare il proprio operato. Tuttavia, con il dittatore questa dimensione sacrale si
rafforza ulteriormente.

Un aspetto significativo è rappresentato dalla distinzione tra optimo iure


creato e imminuto iure creato, due forme di dittatura cosiddetta "minore". Nonostante
non vi sia una differenza qualitativa – entrambi i dittatori godevano di pieni poteri – la
peculiarità di queste cariche risiedeva nella specificità della loro funzione: il dittatore
veniva nominato con un mandato circoscritto, finalizzato a uno scopo preciso. Un
esempio emblematico è quello di Marco Fabio Buteone, nominato dittatore unicamente
per convocare i comizi. Tuttavia, egli esercitò poteri che andavano oltre la sua
funzione, incidendo sulla politica oltre i limiti imposti. Tra i compiti civili e
amministrativi di un dittatore imminuto iure creatorientravano anche importanti
funzioni sacrali e religiose. Ad esempio, era incaricato di infondere un chiodo con
valore sia religioso che civico nel tempio, un gesto con cui si segnava il calendario e al
tempo stesso si scacciavano eventi nefasti, secondo un rituale di natura apotropaica.
In questo senso, la dittatura "minore" rafforzava ulteriormente il legame tra politica e
sfera religiosa.

La superstizione, infatti, era profondamente intrecciata alla religione a Roma: magia,


fede e riti scaramantici costituivano un unico sistema di credenze. L’infissione del
chiodo non serviva solo a segnare il tempo, ma era anche un atto propiziatorio contro
pestilenze e sciagure. Vi furono dittatori nominati esclusivamente con la funzione di
compiere questo rito, dimostrando come il potere religioso potesse affiancarsi a quello
politico.

Questi dittatori con funzioni sacrali, incaricati di gestire festività e giochi pubblici –
eventi in cui la componente religiosa era centrale, tra sacrifici agli dèi e cerimonie
rituali – non si distinguevano, in termini di autorità, da quelli con compiti militari. Anzi,
anche i dittatori con un ruolo prettamente bellico erano titolari di funzioni religiose,
poiché gestivano la legge marziale all'interno di Roma e dovevano comunque
rispettare determinati precetti sacri. Il magister populi, comandante supremo della
fanteria – elemento chiave dell'esercito romano – costituì un modello che permise di
attribuire determinate funzioni alle future magistrature, come i pretori e gli stessi
dittatori.

Inizialmente, il Senato conferiva un potere straordinario a questi magistrati, ma


probabilmente non li investiva della potestas, bensì solo dell’imperium. Quest’ultimo,
derivante dal comando militare, si sdoppiava mantenendo la stessa natura ma
applicandosi anche alla sfera civile. La potestas, invece, si riferiva alle sole funzioni
amministrative. In epoca arcaica, i detentori del potere avevano imperium ma
non potestas; quest’ultima potrebbe essere stata prerogativa dei tribuni della plebe, i
quali, prima di trasformarsi in una carica rivoluzionaria, erano probabilmente figure
che rappresentavano le istanze delle tribù. Essendo già titolari
della potestas all'interno della civitas, non necessitavano dell’imperium, poiché la loro
funzione principale era garantire l’ordinaria amministrazione della città.

Il magister populi venne quindi utilizzato come modello nei momenti in cui si doveva
ricostruire un assetto istituzionale partendo da zero. Dopo la caduta della monarchia, il
re – che fino a quel momento aveva accentrato tutti i poteri – non c'era più e si rese
necessario distribuirli tra più magistrati. Tra le prerogative regie vi erano anche le
funzioni religiose: il sovrano non era propriamente un sacerdote, ma officiava tutte le
cerimonie sacre connesse agli affari civili e politici. Quando la monarchia venne
abolita, anche questi poteri dovevano essere redistribuiti.

A tal fine, furono istituite due figure principali: da un lato il rex sacrorum, l’unico a
mantenere nel proprio titolo il termine "rex", pur essendo ormai esclusivamente un
sacerdote; dall’altro, il dittatore, che assunse non solo una parte
dell’imperium monarchico, ma anche una componente della vecchia regalità. Il rex
sacrorum, affiancato dalla moglie regina sacrorum, si occupava esclusivamente delle
funzioni religiose, mentre il dittatore riuniva in sé sia il potere supremo sia una
dimensione sacrale ereditata dall’epoca monarchica.

La nomina del dittatore, dunque, avveniva all'interno di un contesto profondamente


religioso, a conferma della sacralità della sua carica. Pomponio afferma che il mancato
rispetto del limite temporale di sei mesi era considerato un atto contrario al fas, il
diritto divino che regolava i rapporti tra gli uomini e gli dèi. Un dittatore che tratteneva
il potere oltre il tempo stabilito, senza procedere all’abdicatio, commetteva un gesto
nefasto, che rappresentava la più grave violazione del diritto sacro. Questa prospettiva
evidenzia come, a Roma, il potere politico fosse sempre sottoposto a una
legittimazione religiosa, e il dittatore, pur detenendo pieni poteri, non potesse sottrarsi
a questa regola fondamentale.

Tra il IV e il III secolo a.C., la carica di dittatore raggiunse il suo massimo utilizzo,
favorita dal continuo stato di guerra su più fronti in cui Roma era coinvolta. Tuttavia,
questa figura istituzionale cominciò a perdere rilevanza fino a scomparire del tutto nel
216 a.C., anno in cui si colloca l’ultimo dittatore optimo iure. Questo evento coincise
con una fase di cambiamenti profondi: nell'arco dei cinquant'anni successivi, Roma
cessò progressivamente le sue guerre espansionistiche, e, a metà del II secolo a.C.,
con la sconfitta definitiva di Cartagine e dei Greci, divenne incontrastata padrona del
Mediterraneo.

Un episodio significativo riguardante la dittatura si verificò nel 327 a.C., durante il


conflitto contro i Sanniti, un popolo montanaro particolarmente bellicoso e resistente.
In quel momento, l'esercito romano era guidato dal console Lucio Cornelio, che, in uno
stato avanzato della campagna militare, aveva già sfondato le difese nemiche.
Tuttavia, la morte dell’altro console lasciò Roma con la necessità di eleggerne un
secondo, e il Senato si trovò a dover nominare un dittatore con la funzione specifica di
indire i comizi per l’elezione.

La procedura ordinaria prevedeva che fosse lo stesso console a designare il dittatore,


ma, essendo impegnato in guerra, il Senato prese l’insolita decisione di inviare una
lettera per formalizzare la nomina. Questo atto rappresentò una deroga alle
consuetudini: per prassi, infatti, decisioni di tale importanza dovevano essere assunte
all’interno del pomerium, e l’iter procedurale per la dictio del dittatore non fu
rispettato integralmente. Nonostante ciò, Marco Claudio Marcello venne nominato
dittatore. La sua gens, i Claudii, tradizionalmente di origine patrizia, era però in quel
periodo divenuta plebea, segno dei mutamenti sociali in corso. Questo aspetto è
particolarmente significativo: nel 327 a.C. erano ormai trascorsi circa quarant'anni
dalle leggi Licinie Sestie, che avevano permesso ai plebei di accedere al consolato, ma
le differenze tra patrizi e plebei non erano ancora del tutto scomparse, e ciò creava
inevitabilmente tensioni politiche.

La legittimità della nomina di Marcello fu subito messa in discussione a causa di


irregolarità procedurali, in particolare riguardo alla dictio. Per chiarire la situazione, si
decise di consultare il collegio degli auguri, che aveva il compito di verificare la
correttezza degli auspici. Il responso fu negativo: furono riscontrati vizi formali che
rendevano invalida la nomina. Tuttavia, il fatto che nel 327 a.C. gli auguri fossero
ancora esclusivamente patrizi alimentò il sospetto tra i tribuni della plebe, i quali
insinuarono che il verdetto fosse stato motivato più da ragioni politiche che da
effettive irregolarità religiose.

Il principale dubbio sollevato riguardava la modalità con cui gli auguri avevano potuto
accertare l'invalidità della dictio. La procedura prevedeva infatti che gli auspici fossero
tratti dal console in totale solitudine, senza la presenza di sacerdoti o testimoni.
Nessun mortale avrebbe potuto conoscere il contenuto degli auspici, se non gli dèi
stessi. Inoltre, il console non aveva inviato alcuna comunicazione scritta riguardante la
cerimonia, né aveva risposto alla lettera del Senato, lasciando un margine di
ambiguità sull'intero processo. I tribuni della plebe sostennero che il vero problema
non fosse la validità degli auspici, ma il fatto che il dittatore nominato fosse di origine
plebea.

Questa crisi politica portò a una fase di stallo, con il conseguente ricorso
all'interregnum, un meccanismo straordinario con cui il Senato assumeva
temporaneamente le funzioni esecutive in assenza di consoli. Tuttavia, la situazione si
complicò ulteriormente: l’elezione dei nuovi consoli fu ripetutamente rinviata con vari
pretesti, generando un periodo di incertezza istituzionale. Si susseguirono ben
quattordici interreges nell’arco di settanta giorni, durante i quali Roma rimase senza
una guida effettiva. Alla fine, dopo quasi tre mesi di instabilità, furono finalmente eletti
due nuovi consoli, Gaio Petelio e Lucio Papirio Mugillano (nominato in alcuni annali
anche come Cursore), che, nel contesto delle guerre sannitiche, avrebbe poi ricoperto
a sua volta la carica di dittatore.

L’uso della dittatura, dunque, non si limitava alle sole emergenze militari, ma
rispondeva anche a necessità interne di natura politica e istituzionale. Con il tempo,
tuttavia, la sua frequenza diminuì sensibilmente nel III secolo a.C. Nel 217 a.C. venne
nominato un dittatore dopo un’assenza di circa ottant’anni, segno che il ruolo stava
cambiando e adattandosi a nuove esigenze. Pur mantenendo una connotazione
militare, la carica si evolse accentuando il proprio carattere civico, assumendo poteri
sempre più ampi nell’amministrazione dello Stato.

Un’ulteriore testimonianza del crescente prestigio della figura dittatoriale emerge da


un curioso episodio legato alla battaglia del Lago Regillo. Alcune fonti riportano che,
durante lo scontro, si verificò una situazione di caos, in cui il dittatore, ferito, si trovò a
gestire contemporaneamente il comando della fanteria e il coordinamento della
cavalleria. Per dare ordini a entrambi i reparti, fu costretto a spostarsi continuamente
tra le due formazioni, il che avrebbe reso meno efficace la sua capacità di dirigere
l’azione militare. Questo episodio, pur essendo solo un dettaglio tra le numerose
vicende legate alla dittatura, testimonia come la figura del dittatore fosse al centro
delle operazioni belliche e, più in generale, della politica romana del tempo.

Tra il 217 e il 216 a.C. si registrarono le ultime due dittature della Repubblica romana,
in un periodo in cui la distinzione tra patrizi e plebei si andava progressivamente
attenuando. Questa fase coincise con l’espansione del dominio romano sull’intera
penisola italiana, un processo che non solo consolidò il controllo territoriale, ma portò
anche a profondi cambiamenti economici e culturali. In origine, l’economia romana era
basata prevalentemente sull’agricoltura e la pastorizia, ma con l’acquisizione delle
coste e l’accesso al Mediterraneo, Roma iniziò a sviluppare un’economia commerciale.
Il contatto con il mare permise ai Romani, tradizionalmente legati alla terra, di
trasformarsi anche in abili navigatori: sebbene il mare fosse considerato pericoloso, i
trasporti marittimi erano di gran lunga più rapidi e sicuri rispetto agli spostamenti via
terra, favorendo così l’intensificarsi dei commerci.

Questo nuovo scenario economico portò Roma a interagire con un numero crescente
di popoli, generando scambi non solo commerciali ma anche culturali, con inevitabili
ripercussioni sul diritto romano. La necessità di regolamentare le dispute tra cittadini
romani e stranieri portò alla creazione di un nuovo pretore, il praetor peregrinus,
incaricato di gestire i processi che coinvolgevano individui di diversa cittadinanza.
Questo fu uno dei segnali più evidenti dell’evoluzione giuridica di Roma, che
accompagnò e, in parte, determinò il mutamento della sua società.

Un’importante influenza culturale arrivò dalla Macedonia, dove la dinastia di


Alessandro Magno aveva introdotto un modello di sovranità radicalmente diverso da
quello romano. A differenza della Grecia, fondata sulla città-stato, il regno macedone si
basava su un potere monarchico assoluto, in cui il sovrano era investito di un’aura
sacrale. Il contatto con questa realtà portò Roma a una prima fase di ellenizzazione,
avvicinandola a un concetto di potere più personale e carismatico, distante dalla
tradizione repubblicana.
La seconda grande ondata di ellenizzazione si verificò dopo la conquista definitiva
della Grecia e di Cartagine, quando Roma importò non solo opere d’arte e biblioteche,
ma anche persone: da un lato, schiavi destinati alla manodopera, dall’altro filosofi e
intellettuali, che entrarono nelle case dell’aristocrazia romana come precettori. Fino al
II secolo a.C., Roma non aveva mai conosciuto la filosofia come disciplina autonoma; la
sua visione della società si basava sulla centralità della collettività, e il diritto era il
fondamento stesso della vita civica. La filosofia greca, invece, introdusse una nuova
prospettiva, che progressivamente modificò il pensiero romano: l’individuo, e non solo
la comunità, iniziava a essere considerato portatore di diritti e interessi propri.

Già nella metà del III secolo a.C. si avvertivano i primi segnali di questo cambiamento.
L’istituzione del praetor peregrinus dimostrava che Roma aveva necessità di gestire
rapporti giuridici con stranieri, segno che gli scambi commerciali con il mondo greco
erano già consolidati. Con la vittoria su Greci e Cartaginesi, Roma divenne padrona del
Mediterraneo e, pur continuando a combattere per consolidare la sua egemonia, aveva
come obiettivo principale la tutela dei traffici commerciali. La collettività rimaneva un
valore centrale, ma il ruolo dell’individuo iniziava a emergere con maggiore forza.

Questo cambiamento si rifletté anche nelle dinamiche politiche interne.


Tradizionalmente, il cursus honorum – il percorso attraverso le magistrature – era
concepito come un servizio alla comunità: chi disponeva di mezzi e tempo aveva il
dovere di investirli per il bene della civitas. Le cariche pubbliche non erano retribuite,
e il loro esercizio implicava ingenti spese personali per il finanziamento di
infrastrutture e opere pubbliche. Coloro che dovevano lavorare per mantenersi non
potevano permettersi di dedicarsi alla politica, mentre i nobili e i più abbienti erano
chiamati a farlo, nell’interesse collettivo.

Tuttavia, verso la fine del III secolo a.C., questa visione cominciò a mutare: nell’élite
politica si insinuò una prospettiva più personalistica. I comandanti militari iniziarono a
percepire il potere non più solo come un servizio alla Repubblica, ma anche come un
mezzo di prestigio personale. L’autorità divenne progressivamente uno strumento per
accrescere la propria influenza e quella della propria famiglia, e non solo per servire lo
Stato.

Le dittature, che non venivano più utilizzate da circa ottant’anni prima del 217 a.C.,
tornarono in auge proprio in questo contesto. Il periodo coincide con le guerre puniche
e con la figura di Annibale, il condottiero cartaginese che, attraversando le Alpi con i
suoi elefanti, portò la guerra direttamente sul suolo italico. Ogni volta che a Roma si
faceva ricorso alla dittatura, si trattava di un momento di emergenza militare, e il 217
a.C. non fece eccezione.

Un’importante testimonianza su questo evento ci viene da Plutarco, storico e autore


delle Vite parallele, una raccolta di biografie che metteva a confronto figure
emblematiche della storia romana e greca. Uno dei suoi scritti è dedicato a Quinto
Fabio Massimo, il generale romano passato alla storia con il soprannome
di Cunctator (Temporeggiatore). Il brano riportato su e-learning narra proprio della
dittatura conferita a Fabio Massimo nel 217 a.C., in un frangente particolarmente
drammatico per Roma.

La situazione era critica: la recente battaglia del Lago Trasimeno si era conclusa con
una sconfitta devastante per i Romani, lasciando la città in ginocchio. Annibale era
ormai alle porte di Roma, e la minaccia era così grave che non si verificava nulla di
simile dal sacco dei Galli del 390 a.C. In un simile stato di emergenza, il Senato decise
di ricorrere alla dittatura, un'istituzione che sembrava ormai superata, ma che venne
rispolverata per affrontare un pericolo esistenziale. La morte di uno dei due consoli
nella battaglia aveva aggravato ulteriormente la crisi, lasciando Roma priva di una
guida forte in un momento di estremo pericolo.

Fu così che Quinto Fabio Massimo venne nominato dittatore. La sua strategia, basata
sulla prudenza e sull’evitare scontri diretti con Annibale, si rivelò fondamentale per la
sopravvivenza di Roma. Il suo approccio, spesso criticato dai contemporanei per la
mancanza di azione immediata, si dimostrò invece una scelta vincente nel lungo
periodo, tanto da garantirgli un posto di rilievo nella storia militare romana.

LEZIONE 11: appunti sistemati


13 marzo 2025
Torniamo nuovamente al passo di Plutarco..
Di conseguenza fu adottato questo indirizzo e Fabio fu nominato dittatore. Lui
stesso nominò Marco Minicio come proprio magister equitum, e poi subito chiese
il permesso all’assemblea di poter lui stesso usare il cavallo sul campo. Infatti non
era consentito, ma era proibito secondo un’antica legge, sia perché (i Romani)
riponevano la loro maggiore forza nella fanteria e per questa ragione volevano che
il loro comandante dovesse stare vicino alla falange e non lasciarla, sia
perché ritenevano necessario che, dal momento che il potere della carica sotto tutti
gli altri profili era altrettanto grande quanto quello di un tiranno, almeno su questo
punto il dittatore apparisse completamente dipendente dal popolo.
2. Ma Fabio stesso aveva in animo di mostrare completamente la grandezza e
allo stesso tempo l’imponenza del suo incarico, in modo che i cittadini potessero
essere più sottomessi e obbedienti ai suoi ordini. Perciò egli comparve in pubblico
seguito da un drappello unificato di ventiquattro littori con i loro fasci e quando il
consolerimasto si preparò ad incontrarlo, egli mandò da lui un suo aiutante con gli
ordini di dismettere i suoi littori, lasciare da parte le insegne del suo incarico ed
incontrarlo come un privato cittadino.
Appena nominato, chiede a un’ipotetica assemblea di poter montare a cavallo.
“infatti non era consentito e proibito secondo una legge antica montare a cavallo”: da
questo passaggio Plutarco sta attestando che esiste una disposizione specifica antica
che vietava di montare a cavallo. La cosa appare strana visto che si tratta di un
comandante militare.
La figura del dittatore si forgia come altre magistrature sulla figura del magister populi
anche nel caso si affianchi poi la figura del magister equitum.
Plutarco è un greco ma scrive della realtà romana: il termine Assemblea è riferimento
nei suoi scritti all’assemblea Senatoria anche se il termine generico “assemblea”
poteva riferirsi alle molte assemblee della realtà romana.
L’esercito die romani era quello oplitico e fondava le proprie operazioni tattiche sulla
fanteria e quindi è giusto che il suo comandante sia insieme alla fanteria, quindi senza
cavallo.
Poi Plutarco cita il tiranno che nel mondo greco è una figura diversa rispetto al
dittatore. Plutarco dice che il dittatore è sotto tutti gli aspetti al pari del tiranno.
Questo non è vero nel mondo romano poiché il potere del tiranno è autocratico (dato
da se) , non ha dispositivi di contenimento, potere illimitato nel tempo e assoluto
mentre il dittatore romano è un potere limitato nel tempo e che deriva dal Senato.
Le ragioni quindi adottate da Plutarco per il divieto di salire a cavallo per il dittatore
sono in primis militari.
La seconda ragione è politica, siccome il potere del dittatore era svincolato sotto tutti
gli altri aspetti che appariva simile a quello del tiranno, il senato volle che almeno su
questo punto (il non salire a cavallo) dimostrasse che quel potere era del potere che
come gli era stato dato glielo poteva togliere. Si tratta di una mera apparenza.
Ma Fabio vuole dimostrare il suo potere in tutta la sua pienezza in modo che i
cittadini potessero per paura essere più sottomessi. Questo è il caso del metus, ossia il
popolo che riconcorre al dittatore perché ha paura ma poi teme lo stesso dittatore.
Qui abbiamo quindi due elementi:
1. Elemento di cogenza della situazione: Fabio è chiamato in una situazione
disperata, i cartaginesi sono alle porte di Roma. L’ idea di una totale
sottomissione del popolo a questa cogenza si attraverso una via simbolica che è
l’apparire attraverso i 24 littori
2. La seconda manifestazione di potere si ha con l’incontro con il
console, Quinto Fabio manda un suo messaggero per dire al console di dismettere i
suoi 12 littori perché solo uno poteva avere i littori e di lasciare da parte le insegne del
suo incarico (esempio: toga) e di venie a incontrarlo come un privato cittadino. Gli
chiede sostanzialmente di dismettere la veste ufficiale e con questa le insegne che
testimoniano che quest’ultimo ha il potere all’interno della civitas. Quindi Quinto Fabio
sta procedendo a una sospensione dello stato di diritto e dice che “tutte le istituzioni
dello stato sono sospese poiché ora vi è solo la dittatura”
Ci veniamo quindi a trovare in una situazione inedita di doppia dittatura.
Questo dimostra un’incrinatura lungo diverse direttrici:
Per le dittature di Silla e Cesare si era parlato di nuove forme di dittatura ma in verità
queste avevano tutte le caratteristiche di base delle dittature antecedenti.
Qui la dittatura inizia a vacillare sotto il profilo della legalità, Fabio mostra il volto più
estremo, forte e spaventoso della dittatura. (dismettere i consoli, chiedere
autorizzazioni vietate ecc)
È in questo quadro che dobbiamo inserire la richiesta di Fabio di poter essere
autorizzato a montare a cavallo.
Dobbiamo chiedersi se questa deroga era stata chiesta da altri prima di lui…
La risposta sembra essere negativa poiché le fonti citano solo una dittatura
successiva.
Tuttavia, Plutarco cita una legge antica per cui ci si domanda se fosse stata preposta
ex ante come divieto epr il dittatore o a fronte di precisi episodi. Non si sa.
La possibilità di una deroga forse sorse in ragione dell’episodio del Lago Regillo.
L’episodio del lago Regillo parla di un disastro scampato per poco e che vedeva il
dittatore andare a cavallo da una sponda all’altra dell’esercito.
Quando vi sono i due Magistri tutto funziona bene, ma se il magister equitum viene
ferito e addirittura muore, bisogna escludere che l’unico comandante in capo rimasto
vada da una parte all’altra con il cavallo come una scheggia impazzita. Da qui la
proibizione dell’uso del cavallo perché questo è controproducente per l’esercito.
L’altro soggetto che domanda questa autorizzazione è quello dell’anno successivo,
ovvero la dittatura del 216 a.C.
Sarà l’ultima dittatura del ciclo delle dittature tradizionali.
Il passo parla di Giulio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone, due personaggi noti.
Il 216 è l’anno della battaglia di Canne che fu una sanguinosissima battaglia che
vedeva i romani in una situazione di emergenza. Questi allora nominarono come
dittatore Marco Giunio Pera.

Passo di Livio

Marco Giunio Pera fece la medesima richiesta di Quinto Fabio Massimo l’anno
precedente per montare a cavallo.
“che sia usuale che il dittatore si rivolga al popolo per chiedere la lex de imperio”, in
questo rivolgersi al popolo il dittatore chiede la deroga al divieto usuale,.

Iohannis Zonaras, Ἐπιτομή Ἱστορίων seu Χρονικόν 7.13:


«[…] Una tale carica fu denominata dictator e relativamente a tutte le cose aveva
poteri pari a quelli dei re. Sebbene, infatti, avessero in odio il nome di ‘re’ a causa
dei Tarquinii, e poiché purtuttavia desideravano ancora i vantaggi derivanti
dalla monarchia, che agisce in modo più efficace nelle situazioni di guerra e di
ribellione, perciò essi trasferirono la monarchia sotto un nome differente.
Dunque, come era stato stabilito, la dittatura possedeva gli stessi poteri della
monarchia, eccetto che per il fatto che il dittatore non poteva montare a
cavallo, se non era in procinto di condurre in battaglia l’esercito, né gli era
permesso prendere per sé alcunché dalle ricchezze del popolo, se non
autorizzato; […].»
È uno storico, autore bizantino e paragonò il dittatore al re, assorbendo tutta la
narrativa antecedente.
Il potere che vede nel dittatore lo paragona a quello del re e sa che il popolo romano
odia il termine Re a causa dei Tarquini ma allo stesso tempo si trovano nella
Repubblica ad avere il problema principalmente militare di desiderare gli effetti
positivi del comando di uno solo.
Soprattutto nella guerra e nel conflitto interno (crisis) quindi trasferirono la monarchia
con un nome differente dittatura).
Questa avvalla la tesi di alcuni studiosi secondo i quali all’inizio della civitas nella fase
di transizione alla Repubblica nel quale le cariche erano nebulose, la repubblica fosse
retta propria da un dittatore che aveva guidato la transizione tra monarchia a
Repubblica nel ruolo di comandante militare. (speculazione di Zonaras)
Zonaras richiama ancora l’impossibilità di andare a cavallo come la differenza tra
dittatore e re, “a me no che non fosse in procinto di andare in battaglia”.
Questa affermazione di Zonaras potrebbe far crollare la spiegazione militare del
divieto di andare a cavallo mentre andrebbe a sostegno di quella politica.
L’altro divieto riguarda la raccolta di risorse economiche senza autorizzazione,
questa affermazione contrasta con altre fonti che testimoniano la piena autonomia
finanziaria del dittatore.
Questo ci lascia perplessi. L’autore potrebbe riferirsi alle dittature a se contemporanee
e Potrebbe voler dire che mentre i Basilei, i re da Augusto in poi avevano finanze
proprie del re e poi quelle totalmente pubbliche. Mentre il dittatore non aveva finanze
solo per se.

---------------- In maniera più discorsiva: stessa lezione


Plutarco racconta di un dittatore che chiese all'assemblea il permesso di montare a
cavallo per operazioni militari. Secondo un'antica legge, ciò non era consentito, e
Plutarco stesso sottolinea l'esistenza di questa norma che vietava al dittatore di
cavalcare sul campo di battaglia. Questo divieto sembra contraddittorio rispetto al
ruolo primario del dittatore come comandante supremo dell'esercito. Quali sono le
ragioni dietro tale restrizione?

Se le nostre ricostruzioni sono corrette, la figura del dittatore si modella su quella del
magister populi, a cui viene affiancato un magister equitum. Il dittatore, quindi, chiede
una deroga specifica per compiere operazioni militari. Ma a chi si rivolge? Plutarco, pur
essendo greco e scrivendo in greco, descrive la realtà romana e afferma che la
richiesta fu rivolta al Senato. Tuttavia, la logica suggerisce che tale richiesta dovesse
essere avanzata all'assemblea del popolo, non ai senatori.

Plutarco spiega il divieto con due motivazioni principali:

1. **Militare**: I Romani basavano la loro forza sulla fanteria e ritenevano


fondamentale che il comandante rimanesse vicino alla falange.
2. **Politica**: Il potere del dittatore, pur essendo enorme, doveva apparire
subordinato al popolo. Questa limitazione serviva a dimostrare che l'autorità del
dittatore derivava dal popolo e che, in teoria, esso poteva revocarla.

Fabio Massimo, nominato dittatore in un momento di grave crisi durante la guerra


contro Cartagine, comprese l'importanza di un potere forte e rispettato. Secondo
Plutarco, per la prima volta un dittatore si fece accompagnare da 24 littori, un gesto
che aumentava la percezione della sua autorità. Inoltre, quando il console superstite si
preparò a incontrarlo, Fabio gli ordinò di lasciare da parte le insegne del suo incarico e
di presentarsi come privato cittadino. Questo atto segnò una sospensione delle
istituzioni ordinarie, rafforzando il concetto di dittatura come unico potere supremo.

Un altro aspetto critico riguarda il magister equitum scelto dal dittatore, il quale
assunse autonomamente il potere di muovere battaglia. Questo episodio evidenzia
una tensione tra il tradizionale equilibrio dei poteri e una tendenza personalistica,
anticipando la crisi della Repubblica e la sua trasformazione nel Principato.
Plutarco sembra suggerire che la richiesta di montare a cavallo fosse un evento
eccezionale. Tuttavia, altre fonti indicano che poteva essere una pratica più comune,
regolata da specifiche leggi. Alcuni storici ipotizzano che l'antico divieto sia stato
introdotto dopo la battaglia del Lago Regillo, per evitare che il dittatore perdesse il
controllo degli eventi spostandosi continuamente a cavallo.

Giovanni Zonara, storico greco, descrive la dittatura come un potere equivalente alla
monarchia, con l'eccezione del divieto di montare a cavallo. Secondo Zonara, questo
divieto era assoluto all'interno di Roma, dove solo il console o il pretore vittorioso
durante il trionfo potevano cavalcare. Inoltre, il dittatore non poteva appropriarsi delle
ricchezze del popolo senza un'esplicita autorizzazione, a differenza dei monarchi che
gestivano le finanze statali come proprie.

In sintesi, il divieto di cavalcare per un dittatore sembra avere una doppia funzione: da
un lato, garantire la sua vicinanza alla fanteria in battaglia, e dall’altro, limitare la
percezione di un potere assoluto, distinguendolo da quello dei re. Tuttavia, con il
tempo e l’evolversi delle istituzioni, queste restrizioni furono messe in discussione,
rivelando le tensioni che avrebbero portato alla fine della Repubblica.
LEZIONE 12: appunti sistemati
18 marzo 2025

La prova d’esame ( lo scritto, quindi la tesina ) quest’anno si svolgerà in maniera


differente, sempre un testo ma senza avere argomenti dati dalla professoressa.
Quest’anno ci saranno 4/5 testi e dobbiamo analizzare i testi, contestualizzarlo rispetto
al periodo di chi scrive e dei fatti e si analizza in ottica degli argomenti affrontati a
lezione.

Una sorta di commento ad un testo riguardante un certo argomento storico giuridico,


un commento mettendo a frutto quanto fatto nel corso. Infine fare degli
approfondimenti su quel testo per capire se possiamo aggiungere qualche altra cosa
alla luce di un ulteriore testo o altre fonti.

Avremo casi di dittature, ne sceglieremo 1 solo ed effettueremo ricerche bibliografiche.

Abbiamo visto delle fonti che spiegano il divieto di poter andare a cavallo dei dittatori
e le richieste per derogare tale legge.

Ma cosa c’entra la rappresentazione del potere con il cavallo? Abbiamo capito che fa
paura avere 24 littori con le scuri, ma perché il cavallo?

Ci sono diversi elementi piuttosto interessanti. Bisogna ricollegarsi alla storia della
corsa a cavallo di Lucrezia: questi giovani nobili, dopo una scommessa, andarono in
gran fretta a Roma per vedere se la donna di ciascuno fosse virtuosa o meno. Il
vincitore fu sì Collatino, la cui sposa era virtuosa, mentre gli altri furono perdenti. Un
altro soggetto fu Sesto Tarquinio, figlio del re, il quale, nonostante fosse perdente nella
corsa a cavallo, si prese con la forza la virtù della donna virtuosa.
È probabile che, in questa rappresentazione scenica, Lucrezia fosse parificabile a una
fanciulla portatrice della regalità, anche lei imparentata con la famiglia regale e figlia
di Lucrezio, inter rex, che ricopre un ruolo significativo dal punto di vista istituzionale.

Lucrezia rappresenta, in un certo senso, questo possibile femminile incubatore di


regalità.

La data dello stupro di Lucrezia la conosciamo: Ovidio colloca l’episodio al 24 febbraio,


una data interessante perché è il giorno dell’anno in cui, durante il periodo
repubblicano, si celebra una cerimonia particolare chiamata regifugium.

Il regifugium è "la fuga del re". Una cerimonia in cui il re fugge? Strano, no? Le fonti
dicono che il sacerdote istituito nel periodo repubblicano, che raccoglie la maggior
parte dei poteri del re per quanto riguarda le funzioni sacrali (rex sacrorum), è il
protagonista di questo regifugium.

Il rex sacrorum scappa dai comizi correndo, si chiude nella Regia (l’edificio che
simbolicamente è il palazzo del re e dove risiede il rex sacrorum) e vi rimane chiuso
per cinque giorni, dal 24 febbraio al 1° marzo, cioè gli ultimi giorni del mese di
febbraio.

Quando questi giorni sono passati, si ripresenta davanti ai comizi, compie una
cerimonia di purificazione e tutto riprende il suo corso ordinario. Le fonti ci dicono che
questa cerimonia fosse una cerimonia repubblicana istituita per ricordare la cacciata
dell’ultimo re.

Ovidio dice: "Quelli furono i giorni supremi del regno", ovvero gli ultimi giorni del regno
in cui tutto accadde. In realtà, anche questi cinque giorni non sono un elemento
nuovo: sono gli stessi in cui l’inter rex detiene il potere del re. Quindi, questi cinque
giorni coincidono con la presenza dell’inter rex.

Si tende a pensare che il regifugium fosse un rituale antico, celebrato anche dai re,
una cerimonia di carattere religioso facente parte dei compiti del sovrano. Questo rito
avrebbe simboleggiato e messo in scena, ogni anno, diversi elementi, tra cui,
innanzitutto, una teorica abdicazione del re in carica per poi vedersi riassegnata la
funzione regale.

Ogni anno, infatti, il re in carica, pur avendo un mandato a vita, si ritirava


simbolicamente dalla scena pubblica per cinque giorni, riconsegnando i poteri
ai patres—e quindi all’inter rex—per poi riceverli nuovamente dai comizi. In un certo
senso, il re veniva "scacciato" dal popolo, il quale, attraverso i patres, ovvero i leader,
decideva poi di restituirgli il potere.

Un altro aspetto significativo è che, il 24 febbraio, prima di scappare nella Regia, il rex
sacrorum compiva un sacrificio, celebrandolo lui stesso. Possiamo quindi ipotizzare
che colui che fuggiva fosse effettivamente il re.

Il 24 febbraio, oltre a essere la data dello stupro di Lucrezia—quindi una violazione


della regalità—è anche la data attribuita alla morte di Acca Larenzia, la madre putativa
dei gemelli Romolo e Remo. Secondo la tradizione, Acca Larenzia sarebbe morta il 24,
ma di dicembre. Tuttavia, sebbene il mese sia diverso, la data rimane la stessa. Inoltre,
sia dicembre che febbraio rappresentano, rispettivamente, l’ultimo mese dell’anno nei
due diversi calendari utilizzati nella storia romana: il calendario a dieci mesi e quello a
dodici mesi. Entrambi coincidono, dunque, con la chiusura di un ciclo.
Questa sparizione del re per cinque giorni, durante i quali egli non svolge alcuna
funzione pubblica e non incontra nessuno, può essere interpretata come una sorta di
"morte" simbolica, seguita da una "resurrezione" nel momento in cui riemerge
dalla Regia per presentarsi nuovamente ai comizi.

La Regia, fin dai tempi di Romolo, è il luogo in cui risiede il re con la sua famiglia.
Tuttavia, secondo la teoria di Carandini, sembra che al suo interno—o in uno spazio
adiacente e comunicante—fosse situato il focolare del fuoco sacro della dea Vesta.

Se questa ipotesi fosse corretta, la Regia non sarebbe soltanto la sede del re, ma
anche un luogo sacro per la civitas e per Roma stessa, poiché il focolare della dea
Vesta rappresentava simbolicamente il "ventre" della donna. Il fuoco di Vesta non
doveva mai spegnersi: il suo spegnimento sarebbe stato considerato un evento
disastroso dal punto di vista sacrale.

Le vestali avevano il compito di vigilare affinché il fuoco rimanesse sempre acceso.


L’estinzione della fiamma era una colpa così grave da poter comportare la morte della
vestale responsabile, al pari della perdita della verginità.

Le vestali non si prendevano cura della vita fisica, come nel caso di un figlio, ma della
vita ideale dell’intera civitas.

Esiste, tuttavia, un’altra corrente di pensiero: secondo alcuni, le vestali non erano
sacerdotesse esclusivamente romane, ma pre-romane. In origine, sarebbero state
fanciulle di stirpe regale, e proprio per questo dovevano essere "neutralizzate"
affinché non potessero generare figli e, di conseguenza, diffondere la regalità. Per
questo motivo, le donne di sangue reale potevano seguire due strade: sposarsi con chi
il pater decideva, oppure essere destinate al sacerdozio vestale, così da escluderle
dalla riproduzione.

Quando il re si ritira nella Regia, in un certo senso ritorna simbolicamente nel grembo
materno, nel chiuso di quello che è il luogo incubatore della regalità, circondato dalle
vestali e dal focolare della dea Vesta.
Torna nel grembo per essere rigenerato e rinascere ogni volta.
In tutto questo, ci sono tre cerimonie che coinvolgono i cavalli. Una di queste è, in
realtà, duplice, poiché la stessa festività si svolge in due date diverse: si tratta
dell’Equirria, una celebrazione primaverile.
Quindi, due cerimonie, di cui una "splittata" in due. L’Equirria si svolgeva il 27 febbraio
—il giorno precedente alla fine della sparizione del re—e il 14 marzo, ossia le Idi di
marzo.
Questa festività aveva al centro il cavallo: si trattava di una corsa di cavalli o di carri
(conforme a ciò che piaceva ai Romani), ma non si esclude che potesse essere una
gara disputata esclusivamente con i cavalli.
Ma perché in due date?

4. Festus, sv. Equirria ludi (L. 71): Equirria ludi, quos Romulus Marti instituit per
equorum
cursum, qui in campo Martio exercebantur.
I giochi Equirria, che Romolo istituì per Marte mediante una corsa di cavalli, i quali si
svolgevano nel campo Marzio.
5. Varro, Ling. Lat. 6.13: Ecurria ab equorum cursu: eo die enim ludis currunt in
Martio
Campo.
Ecurria dalla corsa dei cavalli: in quel giorno infatti si corrono i giochi nel campo Marzio.
Sia Festo che Varrone confermano che i giochi si svolgevano nel Campo Marzio,
dunque in onore di Marte. La cerimonia, quindi, aveva a che fare con la guerra.

Il mese di marzo prende infatti il nome da Marte, poiché nell’antichità la guerra si


combatteva solo in un determinato periodo dell’anno, non in modo continuativo, ma
dalla primavera all’autunno, quando le condizioni climatiche lo permettevano. Il tempo
utile per la guerra andava quindi da marzo a ottobre, mentre da ottobre a febbraio si
dedicava alla raccolta di scorte per sopravvivere all’inverno.

La sopravvivenza invernale era una sfida: non aveva senso combattere guerre durante
questo periodo, sarebbe stato un suicidio. Ovviamente, vi erano eccezioni, come le
guerre in Germania contro i barbari.

Questa consuetudine di fare la guerra solo per metà dell’anno ha radici antichissime,
risalenti a un’epoca in cui le popolazioni erano nomadi e si contendevano i pascoli,
fonte primaria di sostentamento. Le tribù si spostavano alla ricerca di erba e frutti per
il bestiame, il che significava dover competere con altre popolazioni per i territori
migliori. In questo contesto, la guerra e la stagionalità delle riserve alimentari
coincidevano.

Con l’evoluzione della società, il principio rimase lo stesso: durante il periodo fertile, si
cercava di conquistare raccolti, terre e provviste altrui. L’anno romano si divideva
quindi in due semianni:

 Un semianno guerresco e fertile, che iniziava a marzo (mese così chiamato


perché segnava la preparazione alla guerra per procurarsi risorse).
 Un semianno stanziale, che iniziava a ottobre con la cessazione delle ostilità
e l’accumulo di provviste per l’inverno. In questa fase, non era possibile vivere
in modo nomade: bisognava stabilirsi in un luogo sicuro, adatto a proteggere
anziani e bambini, e sfruttare le proprie risorse limitate fino al ritorno della
stagione ricca.

Questa alternanza tra guerra e stanzialità si rifletteva anche nelle istituzioni politiche,
che erano lo specchio dell’organizzazione sociale.

In un’epoca arcaica di nomadismo, la figura di riferimento era il dux (da ducere,


"condurre"): colui che guidava l’intero gruppo, stando davanti agli uomini in armi.
Il dux era il capo, colui che prendeva decisioni pratiche come “quando smontare
l’accampamento?” o “dove spostarci?”, spesso con il supporto di sacerdoti o anziani
che consultavano gli dèi.

In questa prospettiva, il dux aveva un potere duplice: decisionale e militare. Con il


passaggio alla fase civica, il suo ruolo si trasformò, portando alla nascita di un sistema
in cui i diversi patres deliberavano insieme sulle decisioni per la civitas, sempre sotto
la guida di un dux.

L’idea di due semianni distinti si riflette in tutte le cerimonie dell’anno romano. Da


febbraio ad aprile si susseguono numerose feste legate alla fecondità e alla
purificazione, come se si volesse bruciare le scorie dell’inverno, eliminare il passato e
ciò che non è buono, per propiziare ciò che sta per nascere o dovrà nascere.

Questa dualità potrebbe corrispondere al doppio volto del rex, erede del dux. Il re
romano aveva infatti due aspetti: per sei mesi era il comandante militare, il re
guerriero, mentre per i successivi sei mesi diventava il buon governatore della sua
collettività, il re pacifico, l’amministratore. Del resto, sappiamo che anche in epoca
repubblicana questo concetto era noto.

Si parlava di comando domestico e comando dell’esercito: due facce della stessa


medaglia, che rappresentano il potere. Lo stesso concetto si ripropone con
l’imperium e la divisione dell’anno in due semiannualità. Questi due aspetti del potere
sono intrinsecamente legati, non possono essere separati, proprio perché
rappresentano due facce della stessa medaglia.

In questa prospettiva, possiamo immaginare che il regifugium fosse il momento in cui


il re pacifico dell’inverno doveva simbolicamente "morire" per lasciar spazio alla
rinascita del re guerriero, che riemergeva all’inizio del mese di Marte, con la stagione
della guerra.

Fino a quando restava in carica il re guerriero? Fino alla metà di ottobre. Poi, in un
certo senso, il re guerriero "moriva" con la seconda festività per far riapparire il re
pacifico, che governava nei sei mesi di non guerra.

Ma perché il regifugium? Perché i due aspetti del potere, il re guerriero e il re pacifico,


non potevano coesistere. Il re guerriero rappresentava il volto violento del potere,
rivolto verso l’esterno, ma che implicava anche l’uso della forza all’interno
della civitas. La società romana prevedeva quindi una netta distinzione: sei mesi di
potere militare e sei mesi in cui quel potere doveva essere dismesso. Se il re avesse
continuato a esercitare la violenza anche nei mesi pacifici, avrebbe avuto
conseguenze sulla civitas, che in quel periodo non aveva bisogno della guerra.

Se questo è il quadro in cui ci muoviamo, la cerimonia dell’equirria — che coincide con


il periodo dello stupro di Lucrezia e include un mito legato alla corsa a cavallo —
sembra simboleggiare un criterio successorio. Potremmo quindi ipotizzare che
l’equirria rappresentasse, in chiave simbolico-religiosa, la corsa che gli aspiranti al
trono dovevano compiere ogni anno per riaffermare il diritto alla regalità.

Durante questa corsa, il volto del re pacifico, sacrificando la propria regalità, "fuggiva"
dal Senato (come se fosse minacciato dalla guerra incombente). Il re "moriva" per poi
rinascere dopo i cinque giorni di attesa. La corsa dei cavalli, in questo senso,
simboleggiava la messa alla prova delle virtù guerriere: una dimostrazione necessaria
affinché potesse emergere un nuovo re guerriero.

Tutto avveniva su un piano simbolico. Le celebrazioni erano in onore di Marte per


risvegliarlo, ma soprattutto per risvegliare il Marte interiore dei romani e del loro re.
Non a caso, i romani consideravano ogni rex un’incarnazione del dio Marte. Romolo e
Remo stessi erano figli del dio Marte, e l’intera tradizione regale romana era
strettamente legata a questa divinità.

Il dio Marte veniva invocato attraverso i giochi equestri, giochi sacri che servivano ad
attirare la sua presenza, permettendo così che il re, morendo e rinascendo, potesse
incarnare di nuovo lo spirito del dio stesso.

Il cavallo, protagonista della corsa dei giovani di Ardea, è un animale sacro a Marte,
utilizzato per la guerra e strettamente legato al mondo infero e alla morte. Proprio
perché associato alla morte, il cavallo non era un animale usuale nei sacrifici rituali.

In genere, gli animali preferiti per i sacrifici erano capre, pecore, montoni, polli, buoi,
vacche e vitelli. Alcuni animali, invece, non potevano mai essere sacrificati. Il rito
sacrificale prevedeva che gli officianti — sacerdoti e autorità civili — condividessero il
cibo dell’animale immolato, mentre i fumi della cottura servivano a saziare gli dèi.
Tuttavia, se si sacrificava un animale nefasto, legato alla morte, il sacrificio risultava
inaccettabile per gli dèi. Questo valeva non solo per il cavallo, ma anche per il cane,
anch’esso connesso agli inferi come il lupo e usato per la guardia.

Esiste però un’eccezione: sappiamo con certezza di una festività in cui si sacrificava
un cavallo. Si tratta dell’October Equus, il "cavallo di ottobre", che si pone all’estremità
opposta dell’anno rispetto all’Equirria primaverile.

L’October Equus prevedeva una corsa di carri, più precisamente una gara di
quadrighe. Secondo le fonti, il cavallo esterno anteriore destro della quadriga vincente
— il cavallo che conduceva il carro — veniva sacrificato. Il campione assoluto, il cavallo
che aveva portato alla vittoria, veniva ucciso e offerto a Marte nel Campo Marzio.

Il Campo Marzio era situato al di fuori del pomerium, il recinto sacro di Roma. Qui si
riuniva il popolo in armi quando veniva convocato l’esercito e qui lo stesso esercito si
addestrava. Il rituale dell’October Equus segnava simbolicamente la fine della stagione
della guerra: il sacrificio del campione della battaglia rappresentava un modo per
dichiarare “non ci serve più”.

Dopo il sacrificio, il cavallo subiva un trattamento rituale specifico. La testa e la coda


venivano separate dal corpo.

 La testa diventava oggetto di un contesa rituale tra due fazioni della civitas: gli
abitanti della Via Sacra, appartenenti al più antico nucleo latino-sabino di Roma,
e quelli della Suburra, il quartiere che rappresentava la componente etrusca. Le
due fazioni si affrontavano in una gara per aggiudicarsi la testa del cavallo. Se
vincevano gli abitanti della Via Sacra, la testa veniva esposta nel tempio di
Giove; se vinceva la Suburra, veniva appesa alla Torre Mamilia. Questa
competizione rappresentava una lotta simbolica per il potere, un confronto tra
le due componenti della società romana.
 La coda, ancora sanguinante, veniva immediatamente portata alla Regia, dove
il suo sangue veniva sgocciolato nel focolare sacro della dea Vesta.

Questo rituale assume un significato chiaro se lo leggiamo nel contesto del ciclo
annuale del potere. Il cavallo campione rappresenta il rex nel suo aspetto guerriero. Il
taglio della testa simboleggia la morte della regalità militare, mentre la contesa tra le
due fazioni è una lotta per il controllo della successione.

La coda, ancora impregnata di sangue — simbolo del principio vitale — viene portata
al focolare di Vesta per fecondare il fuoco sacro della città. In questo gesto si riconosce
il passaggio di energia vitale: la regalità guerriera, nata a marzo con la stagione della
guerra e culminata in sei mesi di vittorie, muore a ottobre. Tuttavia, prima di
estinguersi, essa trasmette la sua forza vitale alla civitas, alimentando simbolicamente
il fuoco sacro che garantirà la continuità della società.

La testa rimane esposta come testimonianza della guerra passata, mentre il sangue
del cavallo, versato nel focolare, rappresenta il seme della futura rinascita
del rex guerriero. Dopo il regifugium, il re attingerà nuovamente a quella scintilla
vitale per risorgere con il nuovo ciclo.

Il cavallo, quindi, non era un elemento secondario nella società romana, ma un


simbolo carico di significati. A Roma, il diritto di muoversi a cavallo era strettamente
regolato: solo il Pontifex Maximus—uno degli eredi delle funzioni sacerdotali del re,
insieme al Flamen Dialis e al Rex Sacrorum—e le Vestali potevano cavalcare
liberamente.

Le Vestali, pur non avendo un ruolo militare, incarnavano un aspetto della regalità
sacra. Il loro contatto con il cavallo non aveva implicazioni marziali o distruttive, ma
rifletteva il loro legame con il potere supremo della città, un potere che trascendeva la
guerra e si radicava nella sfera sacra. In questo senso, il cavallo restava un simbolo di
regalità, ma per queste figure sacerdotali veniva dissociato dall’aspetto guerresco.

Le fonti evidenziano un elemento chiave: nella maggior parte delle religioni antiche, il
potere del re non è rappresentato dal solo cavallo, ma dalla combinazione di cavallo e
carro. Il re guerriero, infatti, non si limitava a cavalcare: il suo dominio si esprimeva
anche attraverso il carro, veicolo di guerra e di prestigio.

Questa associazione si riflette nella stessa organizzazione del potere a Roma. I


magistrati supremi, eredi dell’antica regalità, esercitavano il loro ruolo seduti
sulla sella curulis, il trono portatile che evocava il carro da guerra. Questo
collegamento simbolico tra il carro e l’autorità era già evidente nei re latini, che
amministravano la giustizia e parlavano alla folla proprio dal carro, manifestando così
il loro status regale.

Anche nella leggenda di Lucrezia ritroviamo questo schema simbolico. La corsa dei
giovani cavalieri (equites) rappresenta un momento di competizione e selezione:
attraverso la gara, i partecipanti dimostrano il proprio valore e aspirano al diritto di
aggiungere un carro al loro cavallo. Questa competizione non è solo atletica, ma
simboleggia l’aspirazione al potere regale.

Il cavallo, dunque, non è soltanto un mezzo di trasporto o uno strumento di guerra: è


un emblema della regalità e del diritto al comando. E la sua presenza, sempre legata
alla corsa e al carro, scandisce il ritmo delle istituzioni e delle cerimonie che regolano il
potere a Roma.

LEZIONE 13: appunti sistemati


19 marzo 2025

Posto quanto detto nella lezione precedente e il legame tra la rappresentazione regale
e l’immagine del potere sovrano, è importante sottolineare che, prima dell’Impero,
esistono pochissime statue di capi politici a cavallo.

Le statue che raffigurano le grandi personalità della Roma pre-imperiale le mostrano


generalmente a mezzo busto o in piedi con la toga. Le rappresentazioni equestri
compaiono solo a partire dall’epoca imperiale, mentre nell’epoca repubblicana e in
quella più antica si registrano rarissimi casi. Una delle poche statue a cavallo fu
dedicata a una donna: la fanciulla che, secondo la leggenda, salvò Roma dall’attacco
di Porsenna.

Le prime statue equestri documentate risalgono al tardo III secolo a.C., periodo in cui
grandi condottieri militari come Scipione iniziarono a importare modelli greci di
rappresentazione dei leader a cavallo. Durante il massiccio trasferimento di opere
d’arte dalla Grecia, vennero importate anche statue equestri, in alcune delle quali
veniva sostituita la testa di Alessandro Magno con quella dei condottieri romani.
Questo fenomeno segna un cambiamento significativo: lo spostamento dall’idea del
potere come servizio civico volto al bene della collettività verso un’attribuzione
individuale del successo (la vittoria è del soggetto X). In questo periodo, la coincidenza
tra leader politico e militare era assoluta. Un esempio significativo è Cicerone che, pur
non essendo un grande generale, fu comunque un uomo politico di primo piano.

Se, nell’ideologia repubblicana, il potere regale era stato diviso tra diverse
magistrature, tra cui quella del dittatore – figura creata per la gestione unitaria del
potere, soprattutto in ambito militare – si comprende come l’immagine del dittatore a
cavallo potesse risultare problematica. Non a caso, i consoli non venivano mai
rappresentati a cavallo per segnare una netta distinzione tra loro e la figura del re.

Il dittatore, pur detenendo un potere straordinario, non doveva essere equiparato a un


sovrano. La Repubblica temeva che tale carica potesse spingere chi la ricopriva a
volersi proclamare re. Inoltre, il dittatore doveva mantenere un ruolo unificante,
capace di guidare la civitas tanto nei momenti di prosperità quanto in quelli di crisi.
Questa esigenza potrebbe spiegare un divieto implicito di presentarsi a cavallo davanti
alla cittadinanza, come sottolinea Plutarco. Vi erano quindi anche motivazioni
politiche: era fondamentale rendere evidente che il dittatore restava subordinato al
popolo.

Il termine proton nelle fonti suggerisce che Quinto Fabio sia stato probabilmente il
primo a compiere un’azione mai fatta prima: chiedere di montare a cavallo, una
deroga mai richiesta in precedenza. Tuttavia, non sappiamo con certezza cosa
intendesse Plutarco. Possiamo però ipotizzare che, considerando il fatto che nessuna
dittatura precedente aveva mai richiesto una simile deroga, non vi fosse alcun
precedente.

Ma questa non è l’unica anomalia legata alle due dittature di Quinto Fabio Massimo: ve
ne sono molte altre. La sua nomina, ad esempio, è del tutto irregolare, poiché non fu
designato da un console, come previsto dalla prassi, ma direttamente dal Senato. Le
fonti evidenziano questa irregolarità, e alcune riportano che egli fu nominato pro
dittatore, e non dittatore a pieno titolo.

Anche l’esercizio stesso del potere dittatoriale da parte di Quinto Fabio Massimo
presenta elementi peculiari, che lo collocano in una posizione ambigua e in bilico tra le
norme tradizionali e le esigenze straordinarie del periodo.

A seconda del contesto e degli elementi in gioco, le conseguenze possono variare.


Questa struttura, infatti, con contorni e presidi specifici, si inserisce nella stagione
politica della fine del III secolo a.C., nel contesto della guerra punica. In questo
frangente, con la deroga che consentiva di montare a cavallo, la dittatura assume una
connotazione leggermente diversa. Tuttavia, questa trasformazione non è dovuta solo
alla deroga richiesta (gli unici dittatori ad averla ottenuta), ma anche ad altre
anomalie:

 Nomina irregolare: Quinto Fabio Massimo, innanzitutto, fu nominato


direttamente dal Senato e non da un console, come previsto dalla prassi. Le
fonti evidenziano questa irregolarità, affermando che non divenne un dittatore a
pieno titolo, ma un pro dittatore. Si tratta dunque di un’anomalia istituzionale.
 Strategia militare e dissenso interno: Un’ulteriore anomalia si manifesta nel
modo in cui si svilupparono gli eventi. Quinto Fabio Massimo, noto come "il
Verrucoso" e soprannominato Cunctator (il temporeggiatore), adottò una tattica
basata sulla prudenza durante la guerra punica. Studiando il nemico Annibale,
scelse di spostare ripetutamente i propri accampamenti da una collina all’altra,
temporeggiando per stancare l’avversario e comprenderne meglio le strategie.
Tuttavia, questa tattica non era apprezzata da tutti. Fabio Massimo nominò
come magister equitum Quinto Minucio Rufo, esponente del partito più
interventista e tra coloro che ritenevano il temporeggiamento una strategia
inefficace. Minucio Rufo, sostenuto da alcuni senatori e da parte del popolo,
disobbedì agli ordini e agì autonomamente, assumendo di fatto il ruolo di co-
dittatore. Questo rappresenta un’anomalia significativa, poiché la dittatura era
concepita come un potere esercitato da una sola persona. Tuttavia, quando le
iniziative di Minucio Rufo portarono a insuccessi, egli fu costretto a ritirarsi.
Questa rappresentò la terza e più grave anomalia.
 Interruzione dell’uso della dittatura: La dittatura di Quinto Fabio Massimo
fu la prima dopo un intervallo di circa cento anni in cui questo istituto non era
stato utilizzato. Questo potrebbe essere uno degli elementi che contribuirono
alla crisi socio-politica del II e I secolo a.C.

Anche la dittatura di Marco Giulio Pera, istituita dopo la disfatta di Canne, presentava
alcune anomalie simili. Le concezioni politiche sulla dittatura erano ormai mutate:
infatti, venne nominato anche Fabio Buteone, creando una situazione di dittatura
duplicata. In un contesto bellico estremamente complesso, si ritenne necessario
impiegare più risorse dittatoriali su diversi fronti, sebbene i consoli Già in queste due
dittature emergono diverse questioni legate all’istituto della dittatura, mostrando
crepe e differenze rispetto alla sua origine. Queste discrepanze diventeranno ancora
più evidenti con il tempo. Infatti, nel I secolo a.C., nell’82, a circa 140 anni di distanza,
l’istituto venne ripreso in un momento di profonda crisi delle istituzioni romane, con la
dittatura di Silla.

Tuttavia, prima di parlare di Silla, è necessario tornare indietro per analizzare la crisi
della fine del II secolo e il passaggio al I, soffermandoci in particolare sulla questione
della dittatura come strumento "pro o contro il popolo".

Rimane aperto il dibattito: il dittatore era effettivamente un mezzo


dell’oligarchia senatoria per opprimere la plebe, oppure no? Già dalle prime
dittature emergeva l’idea che questa magistratura avesse anche la funzione di
"incutere timore" e tenere sotto controllo la plebe.

Un esempio significativo è la dittatura di Aulo Cornelio Cosso, nel 385 a.C., nella prima
parte del IV secolo. Per contestualizzare, bisogna ricordare che nel V secolo erano
state promulgate le Dodici Tavole, grazie alle quali i plebei riuscirono a sottrarre ai
patrizi il monopolio della conoscenza e dell’interpretazione del diritto, che fino ad
allora era stato gestito esclusivamente da loro (tramite i sacerdoti). Le regole principali
vennero pubblicate nel Foro, rendendo il diritto accessibile a tutti e limitando l’arbitrio
patrizio.

Nel V secolo, nella prima metà, le dittature furono solo quattro (forse tre), mentre nella
seconda metà la situazione divenne più complessa. Durante questo periodo vi era una
sorta di regime militare guidato dai tribuni militari, con quattro o cinque persone al
potere. In questo contesto si registrarono circa otto dittature, spesso duplicate a causa
delle crisi interne della civitas.

È impossibile separare la crisi interna da quella esterna: Roma era costantemente in


guerra, e queste due crisi erano strettamente connesse. Di fatto, si osserva
un’intensificazione dell’uso della dittatura proprio in concomitanza con momenti di
crisi interna. Tuttavia, non abbiamo fonti che attestino la nomina di un dittatore
esclusivamente per sedare una sedizione interna. Quando veniva nominato un
dittatore per una questione interna, questa nomina era sempre accompagnata da una
funzione di carattere militare, mai il contrario: l’obiettivo principale non era quello
militare, ma l’aspetto militare accompagnava sempre la funzione principale.

La dittatura di Aulo Cornelio Cosso nacque nel contesto della guerra contro i Volsci, un
popolo dell’interno dell’Italia, militarmente forte nonostante fosse in minoranza. I
Volsci riuscivano a reclutare molte forze, mentre i Romani contavano sugli
alleati Latini ed Ernici, anche se vi era il rischio che questi ultimi non partecipassero
al conflitto. Inoltre, Roma dovette affrontare problemi anche con i Galli, che avevano
saccheggiato la città e persino bruciato le Dodici Tavole durante il sacco di Roma. Da
quel momento, le Tavole non esistettero più fisicamente, anche se il loro contenuto
rimase consolidato nella tradizione giuridica.

Roma, provata sia dal punto di vista civile che militare, si trovò nuovamente in pericolo
quando i Galli minacciarono il Campidoglio. Secondo la leggenda, furono le oche
sacre di Giunone ad avvisare i Romani dell’arrivo del nemico, permettendo così
a Marco Manlio Capitolino di respingere l’attacco e diventare l’eroe della difesa
contro i Galli. Tuttavia, nell’opera di Tito Livio, Manlio viene descritto come un
personaggio controverso: secondo Livio, il vero eroe non fu lui, ma Marco Furio
Camillo, che avrebbe salvato il Campidoglio e la Rocca.

In un frangente in cui ci fu una tensione fra patrizi e plebei, quasi vicini alle leggi licinie
sexties, c’erano quindi molte tensioni che portarono poi alla legge stessa. Livio scrisse:

L’anno successivo, quando cioè erano tribuni con potestà consolare Aulo Manlio, Publio
Cornelio, Tito e Lucio Quinzio Capitolino, Lucio Papirio Cursore e Gneo Sergio (entrambi
alla loro seconda esperienza), ci furono all’esterno una guerra di una certa gravità, ma in
patria disordini ben più gravi. Alla guerra mossa dai Volsci si era aggiunta la defezione dei
Latini e degli Ernici; mentre i disordini interni scoppiarono là dove meno ci si sarebbe
aspettati, e responsabile ne fu Marco Manlio Capitolino, un patrizio che godeva di larga
rinomanza. Il quale, pieno di superbia nei confronti degli altri leader del senato, ne
invidiava uno solo, esimio per onori e valore, M. Furio. Non riusciva a tollerare che Camillo
avesse raggiunto tanto tra i magistrati quanto presso gli eserciti un tale grado di assoluta
preminenza da considerare non alla stregua di colleghi, ma di propri sottoposti coloro che
è erano stati nominati sotto i suoi stessi auspici; laddove, se uno avesse voluto
considerare la cosa in modo oggettivo, Furio non avrebbe potuto salvare la patria
dall’assedio dei nemici ( sacco di roma da parte dei galli ), se Manlio stesso non avesse prima salvato il
Campidoglio e la
rocca; [...]
Istigato da questi pensieri, avendo anche un carattere impetuoso e veemente, quando si
rese conto di non riuscire a emergere per il suo operato tra i senatori come pensava di
meritare, primo di tutti i patrizi si schierò dal lato del popolo e fece accordi con i magistrati
plebei. Lanciando accuse ai senatori e cercando di attirare il favore della plebe, non si
lasciava più guidare dal raziocinio, ma dall’umore incostante della massa, e preferiva che
la sua fama fosse grande piuttosto che buona. [...]
Ma furono piuttosto le idee rivoluzionarie di Manlio a spingere il senato a nominare un
dittatore. Fu creato A. Cornelio Cosso e lui istituì magister equitum T. Quinzio Capitolino.

Fu Manlio il primo patrizio a voler divenire plebeo?

La transitio ad plebem riguardava esclusivamente la persona e non l’intera famiglia,


per una ragione chiara: diventare plebeo poteva essere vantaggioso, poiché solo i
plebei potevano accedere al tribunato della plebe, una magistratura importante
quanto il consolato, seppur con alcune limitazioni. Infatti, pur non avendo l’imperium, i
tribuni disponevano di poteri che i consoli non possedevano, come il diritto
di intercessione, il potere di blocco e di iniziativa, basati su un atteggiamento
rivoluzionario della plebe, capace di mobilitare un’ampia massa popolare.
Capitolino Manlio, desideroso di ottenere il potere all’interno della struttura
repubblicana, cercò di raggiungere una posizione apicale attraverso l’appoggio dei
plebei, in forte competizione con Camillo. Fu il primo a farsi "populare"—un termine
che tornerà centrale più avanti. In epoca gracchiana, il partito che si opponeva
agli optimates (i conservatori) si definì “democratico”, riprendendo il termine
greco demos (popolo), e portando avanti istanze popolari come la suddivisione delle
terre e il riconoscimento dei diritti.

In seguito, il termine populares venne usato in senso denigratorio per sostituire


“democratici”, sebbene ai tempi di Manlio non avesse alcuna accezione negativa:
essere populares significava semplicemente stare dalla parte del popolo.

Le fonti parlano di Manlio come di un uomo che strinse accordi con i tribuni della plebe
senza però compiere formalmente la transitio ad plebem. Cercò di guadagnarsi il
favore della plebe lanciando pesanti accuse contro i senatori, sostenendo che questi
avessero occultato l’oro recuperato dai Galli dopo il sacco di Roma. Secondo Manlio, il
Senato avrebbe dovuto destinare quell’oro al popolo per ripagarlo delle sofferenze
subite e per ristabilire l’ordine, mentre in realtà lo aveva trattenuto per spartirselo
privatamente.

Le idee rivoluzionarie di Manlio contribuirono alla decisione di nominare un dittatore,


non solo per motivi bellici. Così Aulo Cornelio Cosso fu designato dittatore,
con Quinzio Capitolino come magister equitum (che all’epoca era uno dei tribuni).

Sul fronte interno cosa successe? Livio scrisse:

Tuttavia, dopo che Manlio venne messo in carcere – lo si sa con certezza – buona parte
dei plebei si vestirono a lutto, molti uomini si lasciarono crescere barba e capelli ( l’uomo romano per
bene ha capello corto e rasato, farseli crescere è per il lutto, mi trascuro perché soffro ), e una
mesta folla cominciò ad aggirarsi di fronte all’entrata della prigione. Il dittatore celebrò il
trionfo sui Volsci ( nei paragrafi precedenti a questo si parla della vittoria sui Volsci con strategia di Aulo
Cornelio ), ma questo gli procurò più odio che gloria: la gente, infatti, mormorava
che l’avesse conquistato non sul campo di battaglia, ma in patria e non contro un nemico
ma contro un cittadino ( si parla di una parata tipica per la vittoria in cui solitamente si prendeva in giro
il dittatore che aveva vinto perché lo stesso dittatore che era pari ad un Dio, consentito di tornare con
carro e cavallo e armi post vittoria, si dica costantemente che si sei paragonato a Dio ma sei sempre
un uomo, era previsto dal cerimoniale, quindi questa celebrazione viene data perché è il popolo che
decide di ricordarti in qualche modo che sei uomo, in questo caso fu diverso, furono pesanti le parole
delle persone nei suoi confronti, si procurò più odio che gloria, quasi al limite della guerra civile ). Una
sola cosa gli era venuta a mancare in quell’eccesso di superbia:
M. Manlio non era stato fatto marciare davanti al suo carro ( era tradizione che il comandante vittorioso
procedesse nella via sacra ma preceduto dai capi dell’esercito sconfitto per segnare la loro
sottomissione, quindi si dice Manlio che è stata la vera vittima non è stato fatto marciare, “per superbia
avrebbe potuto anche farlo” ). Ormai la situazione stava per
degenerare in una sommossa: per placare gli animi, senza però che nessuno ne avesse fatto
richiesta, il senato divenne all’improvviso generoso ( accusati di aver rubato l’oro dei galli ), e ordinò
che duemila coloni romani
fondassero una colonia a Satrico. A ciascuno di essi vennero assegnati due iugeri e mezzo
di terra; ma siccome il gesto venne interpretato come una donazione limitata in quantità e
ristretta a un ambito di pochi, e come ricompensa per l’abbandono di M. Malio, il rimedio
non fece che aggravare la tensione in atto ( interpretata male, come un rimedio volto a poche persone
e soprattutto per comprare il popolo “date al popolo poche briciole, comprando il popolo affinché il
popolo abbandonasse la causa di Manlio “). I sostenitori di Manlio si facevano notare ancora
di più di prima per gli abiti a lutto e per l’aspetto che assumevano di imputati, mentre la
gente, liberata dalla paura da quando il dittatore ( la paura e il terrore riferito alla dittatura ) aveva
abdicato subito dopo il trionfo, si era rinfrancata nell’animo e nel dire ( la plebe e i tribuni della plebe
non sollevano gli occhi per non dire alcun che al dittatore ma che si tramuta in un “sciogliere le lingue”
sollevando gli animi delle persone permettendo di sollevare la testa e non aver paura, ma questo
equilibrio interno non va dalla parte dei plebei, questo processo nei confronti di capitolino si concluse
con la condanna morte per “traditori della patria”, questa condanna e questa esecuzione di Capitolino è
consentita perché gli stessi tribuni della plebe lo abbandonano, addivenendo alla stessa soluzione dei
patrizi, ovvero che aveva fatto tutto per interesse personale per salire al potere )

Manlio fu accusato di voler divenire re (affectatio regni), poiché ricopriva un ruolo di


grande rilievo nella civitas, e per questo fu processato e condannato a morte. Durante
il processo fu incarcerato, sebbene all’epoca non si trattasse di una pena come la
intendiamo oggi, ma piuttosto di una misura cautelare.
Questo episodio sembra confermare l’idea che la dittatura fosse uno strumento nelle
mani dei patrizi per reprimere le istanze plebee. Tuttavia, la stessa vicenda di Manlio
smentisce questa interpretazione: infatti, furono gli stessi tribuni della plebe ad
accordarsi con l’operato del dittatore. In un momento di rischio di sedizione, Cossio
non agì con il pugno di ferro contro i tribuni della plebe. Ci si sarebbe potuti aspettare
che egli volesse mantenere la dittatura per gestire la crisi interna, ma invece abdicò,
permettendo al popolo di far valere le proprie ragioni. Questa mossa politica dimostra
che il Senato e i patrizi compresero come la stabilità interna potesse essere raggiunta
anche senza l’uso della forza, e che un dittatore prolungato nel tempo sarebbe stato
controproducente.
Un episodio analogo avvenne nel 368 a.C., con la nomina a dittatore di Marco Furio
Camillo, che ricoprì questa carica per ben cinque volte. In questo caso, la dittatura fu
istituita per affrontare una grave crisi interna: la tensione tra patrizi e plebei
sull’accesso alle magistrature aveva raggiunto livelli estremi.
Camillo fu nominato come rimedio estremo, poiché i patres erano preoccupati per le
rivendicazioni plebee. Secondo Livio, egli si definì patricius magistratus, un magistrato
patrizio, in contrapposizione ai tribuni della plebe, i quali stavano lottando per
ottenere accesso alle cariche politiche. Camillo era consapevole di incutere timore
nella plebe, ma alla fine abdicò poiché non riuscì a trovare un accordo. La sua
strategia si basava su un terrore psicologico e politico, mai tradotto in uso della forza
nella civitas.
Non era dunque compito del dittatore intervenire faziosamente nelle dinamiche
politiche tra patrizi e plebei. Storicamente, la contrapposizione avveniva tra i consoli e
i tribuni della plebe, mentre la dittatura si poneva come un'istituzione al di sopra delle
parti, nata per essere l’ultimo auxilium della Repubblica. Non aveva lo scopo di
favorire i patrizi, bensì di preservare la stabilità delle istituzioni.
A dimostrazione di ciò, Camillo fu nuovamente nominato dittatore e riuscì a trovare un
compromesso tra patrizi e plebei: i consoli adottarono un accordo che permise ai
plebei di accedere alle magistrature, tanto che venne addirittura costruito un Tempio
alla Concordia per celebrare l’intesa raggiunta.
Quando in seguito si verificò la minaccia dei Galli, Camillo fu nominato dittatore belli
gerundi causa per la quinta volta. Livio racconta che, dopo aver sconfitto i Galli, patrizi
e plebei trovarono un equilibrio, e le discordie vennero sedate non tramite imposizioni
del dittatore, ma attraverso concessioni ottenute con il consenso di entrambe le parti.
Dunque, la dittatura non ebbe una funzione repressiva nei confronti della plebe, bensì
un ruolo conciliativo e protettivo delle istituzioni repubblicane. Da questo
momento in poi si instaurò una fase di maggiore concordia tra patrizi e plebei.

Lezione 14: Appunti sistemati


20/03/25
Cosa succede dopo il 216 A.c.?
Cosa succede nel secondo secolo A.c.?
Cosa succede nell’ultimo quarto del secondo secolo A.c.?
A metà del secondo secolo A.c. i Romani sono padroni del mondo in quanto sono
padroni del Mediterraneo (avendo una visione Europocentrica per noi questo è
tutto ma non dobbiamo dimenticare che anche gli altri continenti hanno una loro storia
molto importante: Africa e Asia).
Più nello specifico possiamo prendere come riferimento il 149 – 146 A.c. sono stati
sconfitti i Greci e i Cartaginesi e dunque i Romani acquisiscono il dominio del
mediterraneo e dal punto di vista internazionale questo significa che non esistono più
nemici che possano arginare l’egemonia romana (in realtà ci sono i nemici ma non
sono così importanti e rilevanti come i Cartaginesi) e ciò comporta che se già dal terzo
secolo A.c. i Romani avevano iniziato ad espandersi nella parte meridionale della
penisola e nelle varie isole, già da quel momento avevano iniziato a scoprire una
dimensione economica diversa da quella alla quale erano abituati (agricolo-pastorale)
e in seguito alle vittorie contro Greci e Cartaginesi, nel momento in cui non vi era
alcun nemico che minava la sua egemonia, la dimensione commerciale
dell’economia romana esplode.
I pericoli c’erano sempre perché il mare in sé è pericolo e poi ci sono altri tipi di
pericoli come, ad esempio, i pirati che risultano essere una minaccia importante ma
di fatto TUTTI i porti intorno al Mediterraneo diventano romani e divengono basi
importanti dalle quali si fa commercio in ogni direzione  Africa, Oriente, Asia
esportando ed importando qualunque tipo di merce.
Dal punto di vista interno (sociale e politico) tutto ciò ha delle importanti
ripercussioni  lo scontro tra questi grandi ordini che si scontrano (patriziato e plebe)
è cessato nel 300 A.c. ma ciò non significa che non ci siano stati altri scontri tra
componenti differenti del gruppo sociale Romano in quanto gli scontri tra “classi
sociali” si verificano sempre, in forma differente.

Da un punto di vista economico, il cambiamento internazionale comporta il fatto


che si verifica una grande acquisizione di terre e queste terre sono dell’Ager
Publicus ossia del territorio pubblico della Civitas Romana ma Ager Publicus significa
anche “Ager Occupatorius” ossia quei terreni che possono essere occupati dai
privati purché essi dimostrino di avere i mezzi e le capacità di farli fruttare.
Tale concetto da un punto di vista economico è molto funzionale MA presenta, dal
punto di vista sociale, delle problematiche poiché quest’idea instaura un circolo
vizioso in base al quale sono sempre gli appartenenti alle classi più agiate a poter
occupare e quindi prendere per sé territori sempre maggiori e più territori si hanno,
più ricchi si diventa e più ricchi si diventa e più territori si potranno prendere.
Per rendere fruttifero un terreno bisogna coltivarlo e per farlo servono animali, attrezzi
ma soprattutto BRACCIA, le quali provengono dall’enorme afflusso di massa schiavile
che anch’essa deriva dalle guerre (nemici di guerra che divengono schiavi a Roma) e
vengono venduti al miglior offerente.
Più uno ha soldi  più compra schiavi  più terre può mettere a frutto velocemente.

Dunque questo assetto relativo alla formazione di una classe nobiliare di ricchi
proprietari terrieri che sempre più divengono ricchi, è molto antica e che si sviluppa
nella storia romana progressivamente solo che la differenza è che finché i romani
fanno piccole guerre e conquistano piccoli territori + schiavi, questo fatto mantiene
una dimensione che non evidenzia un grande iato da una classe all’altra MA quando i
romani fanno grandi guerre e conquistano grandi territori e grandi masse di schiavi, il
fenomeno cresce in maniera esponenziale e da qui si inizia a costruire una distinzione
incolmabile tra la classe dell’aristocrazia terriera e i piccoli- medi proprietari terrieri i
quali possono contare solo sulle braccia proprie + pochi schiavi che possono
permettersi.

Il primo problema che affligge la società romana nella seconda metà del secondo
secolo A.c. è quello della distribuzione delle terre  piccoli- medi proprietari sono
quelli che pagano il prezzo più alto delle guerre che vengono combattute (trema
dell’indebitamento).
Soprattutto i piccoli ma anche i medi, a causa delle guerre si indebitano notevolmente
mentre invece gli altri si arricchiscono senza muovere un dito; un autore di nome
Polibio dice che questa classe aristocratica si arricchisce ai danni degli altri anche
mentre questa, sta dormendo.
Questo è un problema enorme che fa si che ci sia uno schierarsi sempre più netto di
un fronte che difende gli interessi di questi piccoli-medi proprietari e si batte per
l’emanazione di leggi agrarie più favorevoli (leggi per la distribuzione delle terre +
leggi che pongano un limite alla possibilità di appropriarsi di un terreno =
circoscrizione del fenomeno) contro l’aristocrazia terriera che dinanzi a questa
regolamentazione la interpreta come un’estorsione o una limitazione del proprio
privilegio e assume un atteggiamento rigidamente conservatore.
Secondo grosso problema  Socii(=alleati) italici ossia gli alleati italici che durante
le guerre che Roma ha combattuto, hanno condiviso le sorti insieme al popolo romano
(massacrati, subito razzie dei terreni, indebitati…) e questi alleati anche loro premono
per vedersi riconosciuti gli sforzi che hanno subito per Roma.
Ciò per cui premevano di più era l’ottenimento della cittadinanza in quanto la
cittadinanza romana era un privilegio molto ambito (tutele, accesso a benefici di
difesa) ma Roma non gliela concedeva e questo da loro fastidio e quindi iniziano a
rivendicare questa richiesta in modo violento iniziando a fare atti di guerriglia in un
primo momento per poi arrivare a scontri militari organizzati.
Terzo problema  enorme immissione a Roma di schiavi (milioni).
Sebbene questi fossero trattati alla stregua di oggetti e animali, di base erano persone
ed essendo tali quando costituiscono una massa ingente possono divenire un
problema e far vacillare determinati equilibri (in mezzo a questa massa ci sono
analfabeti ma anche persone colte appartenenti all’élite nei loro paesi).
Alcuni degli schiavi, essendo dotati, divengono precettori dei figli dei romani o anche
artisti presso le famiglie romane mentre altri non hanno alcun dono e lavorano solo la
terra.
QUINDI si insinua nella società romana una componente NON romana che da un punto
di vista culturale agisce sotterraneamente cambiando le teste stesse dei romani,
dall’altro agisce anche creando un’identità collettiva che darà del filo da torcere ai
romani stessi.
Tutto quanto appena detto accompagna una crisi di valori in cui una parte dei
Romani si ritrova ad essere smisuratamente ricca e questo fa si che si voglia sempre
più denaro rispetto a quello che già si possiede  succede in particolare che (apertura
del discorso relativo al quarto problema ma che in realtà è il più grave) c’è una
classe/gruppo sciale che assume una rilevanza notevole che da sempre è
esistito ma che ora acquista importanza = EQUITES.
Questi sono i cavalieri che da sempre esistono ma di cui fino ad ora abbiamo parlato
solo in riferimento a quella compagine dell’esercito corrispondente alla cavalleria e
abbiamo sempre sottolineato che i cavalieri sono i più ricchi e chi più è ricco, più può
armarsi come cavaliere e quindi se questo coincide perfettamente con l’aristocrazia.

Possiamo dunque affermare l’esistenza di questa equazione: equites (=cavalieri) –


aristocratici terrieri ma QUI, in questo momento storico di cui stiamo parlando,
questa equazione va in frantumi, ma perché?
Per una ragione connessa ai cambiamenti economici  Per secoli l’élite è
rappresentata dai proprietari terrieri (idea di base: ricchezza = terreni = potere di tipo
anche politico) dunque succede che nel 3 e 2 secolo A.c. l’economia diviene sempre
più di carattere commerciale e il problema era che l’aristocrazia terriera era anche
molto snob e questo ha fatto si che fosse radicata nella cultura romana una regola
molto importante = “un appartenente all’ordine dei Senatores (non si intende SOLO
chi è senatore ma chi appartiene ad una famiglia senatoria ovvero una famiglia in cui
c’è stato un membro parte del senato) non può sporcarsi le mani con il commercio
(“roba di poco conto, di bassa lega, di borghesia” la quale fa affari sporchi rispetto
all’essere proprietari terrieri)”.
Stiamo parlando di un principio giuridico ossia una regola giuridica che non può essere
disattesa.
Nel momento in cui il commercio diviene qualcosa di importante ossia il motore
principale dell’economia di Roma, questi grandi ricchi (aristocratici) non stanno a
guardare e vogliono essere anche loro partecipi e si servono del commercio attraverso
dei prestanome ossia delle persone che lavorano per loro e se ciò funziona da un lato,
da un’altra parte si viene a creare una classe di nuovi ricchi  ci sono quelli che
non appartengono all’ordine senatorio e quindi esercitano il commercio in proprio,
felicemente e tali soggetti non solo agiscono per sé stessi e i loro interessi ma anche
per quelli della classe senatoria arricchendosi da ciò e anche incominciano ad essere
quelli che facevano prestiti sui quali si arricchivano ulteriormente (divenendo
banchieri).

Quindi piano piano gli equilibri relativi all’élite (lasciando da parte i poveracci per un
istante) si cominciano a spostare in quanto i nuovi ricchi si arricchiscono col
commercio che è sempre più fiorente e facendo divenire alcuni “nuovi ricchi” più ricchi
dei soggetti appartenenti all’ordine senatorio.
La situazione, dunque, si ribalta e quindi per eccellenza i grandi ricchi che
contribuiscono a costituire le 18 centurie dei cavalieri divengono loro più che i soggetti
appartenenti all’ordine senatorio e piano piano vi è questa identificazione della
classe dei nuovi ricchi come equites in una declinazione che è di carattere sociale
sganciato dal contesto militare assumendo una valenza sociale a sé.
Questi equites divengono una forza di fatto potentissima che però non siede in Senato
e non accede ad esempio, alle giurie popolari che giudicano i “crimen” a Roma ossia
gli atti illeciti di maggior rilevanza (possono farlo solo gli appartenenti alla classe
senatoria, i quali formano le giurie dei tribunali criminali). Avere il controllo delle
giurie dei tribunali criminali, diviene uno strumento di azione politica rilevante perché
se le giurie che decidono sono tutte composte da esponenti dell’ordine senatorio,
quando c’è un esponente dell’ordine equestre che comincia ad alzare un po’ troppo la
testa perché molto ricco e comincia a ricattare, il gioco è semplice = lo si incrimina (es
per corruzione) ed essendo che la giuria è tutta dell’ordine senatorio, condannarlo è
molto semplice; in sostanza questo, diviene lo strumento principale per rimettere al
proprio posto l’ordine cavalleresco.
Perciò la realtà di questo momento vede alternarsi due poli: senatori & cavalieri i
quali saranno la polarizzazione della seconda metà del secondo secolo A.c. e di tutto il
primo secolo A.c.

Il terzo elemento di questa polarità quella massa di gente che possiede molto poco e
che a Roma vengono definiti PROLETARI (termine che non deriva da Marx ma che già
c’era nell’antica Roma e nel diritto romano).
Chi sono i proletari?
Sono quelli che quando abbiamo parlato della riforma dell’esercito di Servio Tullio
abbiamo definito come “capite censi” ossia quei soggetti che sono censiti non in
base a ricchezze ma perché l’unico contributo che possono dare all’esercito è la loro
testa.
I proletari sono questi + quelli che hanno un pochino di più ma non molto, ciò che
serve per sostentare la loro prole (da qui il termine proletari poiché fanno figli e si
ammazzano di lavoro per far campare i figli e i loro figli lo faranno di conseguenze
cono la porpria prole).
I proletari sono la componente preponderante di Roma e costituiscono la massa
determinante dell’esercito romano e in questo scontro tra classe senatoria e classe
equestre sia dall’una che dall’altra si gioca molto su questa componente proletaria
(termine che individua il proletariato = “il popolo”) per fare i propri interessi e si crea
così a fronte di una parte che viene individuata come “optimates” ossia i migliori che
sono l’aristocrazia conservatrice (valori civitas, difesa romanità, mores, retorica dei
buoni valori) contro quei personaggi proveniente dal ceto equestre ma anche alcuni
che provengono dal ceto popolare che si schierano a favore di istanze che sono quelle
mosse dal popolo (questione socii italici, questione agraria, distribuzione di grano…) e
prende il nome di “populares” ossia coloro a favore del popolo.
Sul finire della seconda meta del secondo secolo A.c. gli optimates fanno quello che
avevano fatto i patrizi ossia una serrata o chiusura rispetto alla possibilità di far
entrare nelle famiglie e quindi nelle cariche di potere i cosiddetti “homines novii”
ossia quelli che avevano delle possibilità economiche importanti per sviluppare delle
capacità e conseguenze ma non avevano alle spalle una tradizione e una famiglia di
persone che avevano preso parte alla vita politica per cui aspiravano all’accesso alle
cariche politiche senza avere una famiglia di quel tipo dietro (carriera familiare “se
mio padre era giudice, allora anche io lo farò”).
Questi homines novii vengono dal nulla e spesso si schierano per riuscire a fare
breccia in questa chiusura dell’aristocrazia e si appoggiano sulle forze popolari e
tiriamo in ballo una carica importante: il tribunato della plebe il quale in questo
momento diviene lo spazio politico a cui aspirano tutti quelli a cui è preclusa la
partecipazione alla vita politica di alto tipo (carriera che poi ti porta in Senato).
il tribunato della plebe consente di accedere ad un ruolo politico molto significative e
di muovere il sostegno di masse molto ingenti.
Tiberio e Caio Gracco:
Appartenenti a famiglia importante MA plebea (ramo plebeo gens Sempronia) e la loro
madre è figlia di uno Scipione per cui la loro famiglia è una famiglia importante.
Questi, cavalcano le istanze popolari ed entrambi ricopriranno la carica di tribuni della
plebe, prima Tiberio perché più grande di 8 anni rispetto al fratello e diviene tribuno
nel 133 A.c. dopo aver combattuto guerre e la grande battaglia che porta avanti è
quella delle leggi agrarie e riesce a far approvare una legge agraria importante che
stabilisce dei limiti preclusi alla possibilità di occupazione delle terre e impone una
ridistribuzione delle terre acquisite tra i piccoli e medi proprietari e stabilisce e dispone
delle “frumentationes” (distribuzioni gratuite di quantità minime di grano) che
divengono uno strumento di lotta politica di quel tempo.
Per tutta quell’enorme massa di plebe urbana che era costituita da poveracci che
reduci dalle guerre a casa loro non avevano più nulla, la città divenne quel luogo dove
“poter far fortuna” perché in campagna se non ho terreni o animali, come vivo?
Mentre invece in città non avendo nulla, forse potevo trovare qualcosa da fare per
sostentarmi e quindi si verifica un inurbamento delirante QUINDI si cominciano a
costruire le grandi insule ossia grandi isolati ossia condomini verticali anche di 12/13
piani (case di legno costruite l’una sull’altra senza alcuna accortezza infatti erano un
disastro, appiccicate in condizioni disastrose dettate proprio da questo afflusso di
gente).
Tiberio Gracco ha un grande successo grazie alle frumentationes e quindi, essere
promotore di un provvedimento che consente a tutti i “poveracci” di avere, recandosi
alla mensa dei poveri, una certa quantità di grano per cucinare, gli ha permesso di
attirarsi il plauso di una massa enorme di gente ed è chiaro che stiamo
camminando sul crinale problematico che c’è tra essere populares (ergersi a favore e
in difesa del popolo) ed essere populisti (prendere dei provvedimenti e agire con
l’obiettivo di sfruttare il popolo per raggiungere i propri obiettivi).
I Gracchi non erano annoverabili nella schiera degli approfittatori, erano persone
davvero di rispecchiata moralità che avevano una visione socialista (termine
ottocentesco) e quindi a favore di misure che garantissero una vita adeguata a tutti.
Tiberio viene fatto fuori perché l’oligarchia senatoria non ci sta e quindi qui inizia
questo periodo di una lotta politica molto aspra tanto aspra che gli avversari si fanno
fuori a colpi di processi e uccisioni; suo fratello Caio diviene tribuno nel 123 A.c. e
ripropone quanto fatto dal fratello in quanto le leggi proposte da Tiberio permangono
ma divengono di lettera morta quindi non applicate.

Caio Gracco riprende la lotta del fratello e cerca di imporre la reale esecuzione delle
leggi agrarie e anche lui viene fatto fuori (termine che la prof utilizza è “si fa
SUICIDARE” poiché quando viene messo alle strette, sapendo che sta per essere
ucciso, si fa uccidere dal proprio schiavo).
I Gracchi quindi rappresentano il punto di svolta e siamo nel 122 A.c. e nel frattempo,
sull’onda di quei cambiamenti anche della psiche individuale che si stanno mettendo
in campo sulla base della filosofia greca che ha un’importante influenza, i romani
cominciano ad interrogarsi sulla dimensione legata all’individuo, cosa che i Greci e la
filosofia greca sta facendo già da molto tempo e ciò non se lo erano mai chiesto
perché tutto questo veniva assorbito nell’essere parte di un’entità collettiva che
era l’entità vera  la mia entità individuale contava poco poiché si dava più
importanza alla dimensione collettiva.

La cultura greca arriva con moltissime domande, invitando a lasciare da parte la


dimensione politica per capire realmente il proprio io, la propria dimensione, vivere
nascosto per scoprirsi davvero e questo pensiero comincia a lavorare e arriva
dapprima nelle classi alte che vengono a contatto con questa cultura e le classe alte e
il loro modo di vivere risultano essere il modello di riferimento a cui le classi inferiori
aspirano (io sono analfabeta e sono un popolano ma guardo i ricchi e vorrei fare quello
che fanno loro e passare le serate a discutere di sentimenti e QUESTO pensiero
comincia a lavorare nella società romana e mina quel senso di “munus” ossia il
dovere civico cioè il fatto che la mia realizzazione come persona è giocare al meglio
il mio ruolo come tessera di questo puzzle enorme che poi è la società romana e
quindi tutto funziona se tutti fanno il loro dovere  quindi se il ricco fa il ricco e mette
al servizio i suoi soldi e il povero va in guerra e mette a disposizione il suo corpo).
Qui tutto questo comincia a crollare così come l’esercizio di una carica politica, la
quale non viene piu visto come un servizio che chi ha tempo e mezzi mette a
disposizione della collettività ma diviene sempre più uno strumento di cui ci si può
servire per fare interessi personali.
La classe dei nuovi ricchi ha spostato la fede dalla civitas alla ricchezza e ora
questa nuova classe scaltra, abituata dal commercio ad essere molto pragmatica, ha
come fede l’arricchimento e il denaro e rispetto a questa fede, l’altra fede/ etica non
esiste più.
La nuova etica è quella dell’arricchirsi sempre più perché facendolo puoi avere un
ruolo e un peso nella società e puoi arricchirti sempre più quindi ricoprire cariche
politiche diviene uno strumento al servizio degli interessi individuali e piano piano
abbiamo questo slittamento che porta a farsì che in quelle enormi frizioni tra senatori
– equestri – proletari, ci siano un sacco di personaggi che usano tutte queste
componenti come strumento per farsi strada sgomitando e non risparmiando alcun
genere di mezzo perché non esiste più l’etica di una volta.
L’unica etica è quella di farsi strada e farsi gli interessi propri o del ceto che ci
sostiene ed è in questo contesto che si fanno strada degli homines novii ossia degli
uomini che si fanno da sé e dal niente.
Caio Mario:
Uomo che viene dal nulla, proviene da Arpino (come Cicerone) ed è un “provinciale” e
costui si fa strada, come succedeva spessissimo attraverso la via militare (accade
molto spesso a Roma).
Piccola interruzione per introdurre “come si fa strada Caio Mario”  I proletari
costituivano la massa principale dell’esercito e la prassi di reclutare soldati tra i
proletari si afferma nell’ultima parte del secondo secolo A.c. sempre più in modo
consistente.
Ricordiamo però, che nel passaggio tra monarchia e repubblica, Roma costruisce la
propria forza militare sulla base di eserciti personali dei singoli capostipiti delle
famiglie che si trascinano la massa dei loro parenti e clienti che combattono per loro e
quest’ idea che accanto all’esercito romano potessero esserci degli eserciti personali,
nel tempo rimane dormiente ma qui riemerge potentemente perché i singoli
personaggi aventi un certo carisma, riescono ad ottenere che a suon di promesse
elettorali e pagamenti in denaro ci siano masse che li votano, questi soggetti hanno
buon gioco a reclutare tra i proletari che sono disperati quindi per i quali l’unica
speranza è arruolarsi (Questo succede ancora soprattutto al Sud per quanto riguarda
l’accesso alle forze dell’ordine).

Ripresa del discorso di prima:


Reclutare quindi tra chi non ha niente, è MOLTO facile e quindi si instaura una prassi
che Caio Mario consoliderà, realizzando quando arriva al consolato (107 A.c.), una
riforma dell’esercito dove prevede che sia il generale dell’esercito che lo
comanda, a fornire uno stipendio ai suoi militi (La distribuzione del bottino vede
entrare in gioco la personalità del generale che diviene il punto di riferimento dei
soldati che non si considerano più solo soldati di Roma quanto soldati di Silla, Cesare,
Mario, Pompeo ossia il generali che li paga fondamentalmente) e questo diviene un
PROBLEMA.
Mario appartiene al partito popolare e dopo che nel 107 A.c. è riuscito a farsi eleggere
console, riesce a farsi assegnare (periodo che va dal 107 al 30 A.c. ossia l’ultimo
secolo della repubblica) la guerra contro il re Giugurta.

Questione del farsi assegnare le guerre, diviene centrale:


La situazione è: due consoli, i pretori, guerre su più fronti e il Senato decide di
assegnare il comando di una guerra ad un console e all’altro, un’altra guerra.
Combatterne uno o un’altra, NON è la stessa cosa perché se vinco contro Giugurta, re
di Numidia che è terra molto ricca perché terra di transito di commercio di beni
preziosi, è ovvio che se conquisto quel regno le distribuzioni di bottino e di terre che
potrò dare ai miei soldati VETERANI ossia quelli che hanno combattuto e che ora
tornano a casa e che vogliono vedersi riconoscere qualcosa per essere stati in guerra,
sono estremamente più ingenti del console che va a combattere contro ad esempio i
“siluri” che non hanno nulla se non selvaggina e pelli.
Comincia dunque in questo periodo il gioco politico dell’assegnazione dei
comandi militari che determinano le sorti di una carriera politica perché facendomi
assegnare un certo comando, io riesco a procurarmi un sacco di soldi che mi servono
per arruolare piu persone + approvazione di cose che voglio io + elezione di chi voglio
io  creazione di un circolo vizioso.
QUINDI, Mario si fa assegnare la guerra Giugurtina, la vince nel 106 A.c. e porta a
casa tanta roba e nel 104 A.c. si fa assegnare due guerre nella stessa zona: vs Cimbri
e vs Teutoni e qui siamo nel centro-nord Europa e qui grazie all’aiuto di un giovane
comandante militare di nome Lucio Cornelio Silla, tra il 104 e 103 A.c., riesce a
vincere anche queste guerre.

Tra il 104 e il 100 A.c. Mario riesce a farsi eleggere al consolato ogni anno (strano
perché vigeva il divieto di reiterazione della carica di console + valutazione
dell’operato) e qui introduciamo un altro elemento importante: fenomeno possibile
grazie alle dinamiche relative ai grandi giri di denaro + masse grandi che votano che
risulta essere qualcosa che incrina in modo molto grave delle istituzioni della civitas
perché Mario è il primo che si presenta per 4 anni chiedendo di di essere
eletto al consolato e viene eletto perché si serve dell’alleanza di uomini di poco
scrupolo (Saturnino e Glaucia) esponenti di un mondo politico legato alla criminalità
organizzata e che agiscono con una facciata politica dietro la quale si agisce con
bande di strada/delinquenti che seminano il terrore e non esitano ad ammazzare gli
avversari politici.
Quindi da un lato Mario agisce con l’alleanza di questi e dall’altra, in quanto console,
mostra di difendere la volontà del Senato che è quello di riportare l’ordine per le
strade e quindi in questo modo riesce ad ottenere la reiterazione della carica
consolare.
Questa cosa è gravissima perché Mario ha rotto il muro delle istituzioni della res
publica per come l’abbiamo conosciuta fino ad ora e ha rotto un argine dando il là al
fiume che distruggerà la Repubblica romana.

Lucio Cornelio Silla:


Tornato vincitore dalla guerra contro Cimbri e Teutoni, dove ha dimostrato il proprio
valore, Silla che proviene da una famiglia molto modesta, quando Mario diviene
console nel 107 A.c., diviene questore (una delle cariche dei primi gradini del cursus
honorum), ruolo che aveva a che vedere col mantenimento dell’ordine pubblico e
quindi lavorava con le forze dell’ordine nel 103 A.c. riesce a ricoprire la pretura ossia
il gradino sotto il consolato.
Silla svolge la carica di pretore mentre Mario continua ad essere console e a Roma si
verifica quella situazione dove politica e criminalità vanno a braccetto, in questo
contesto, Silla è stato spedito in Medio Oriente a combattere una popolazione che
risulta essere per prima una spina nel fianco = i PARTI; questi si stanziano nella zona
del Medio Oriente settentrionale e li collochiamo sotto il Caucaso (Turchia orientale e
Persia) e questi sono una popolazione che si trova in una zona dal punto di vista
commerciale INTERESSANTISSIMA perché qui avvengono gli scambi tra Asia e
mondo Occidentale.
Parliamo di una zona appetibile che i romani vogliono e dall’altra parte però i parti
sono dal punto di vista militare, molto forti per cui per un secolo intero saranno
davvero difficili da battere oltretutto in un territorio molto difficile che loro conoscono
bene.
Quando torna Silla dalla campagna partica avendo ottenuto dei successi e de non
successi perché poi le guerre non si fanno SOLO in termini militari poiché il vero
successo a volte sta nel fare accordi commerciali che fanno bene a tutti.

Silla si è guadagnato una posizione di rilievo non solo a Roma ma anche nella zona dei
parti dove ha stabilito delle alleanze personali (entrava in gioco la FIDES personale)
quindi la componente personale è FONDAMENTALE perché poi queste alleanze
personali ed internazionali possono entrare in gioco e possono essere sfruttate come
carte vincenti riguardo gli equilibri politici interni.
Nel 96 A.c. Silla torna dalle campagne partiche rinfrancato nella sua posizione interna
e la situazione che trova a Roma è quella di un partito (termine moderno) “mariano”
che la fa da padrone rispetto al quale il Senato è completamente succube e
soggiogato.
Trovando questa situazione, si schiera dalla parte del partito ANTI mariano (un po'
per convinzioni personali un po' perché gli conveniva) e prende quindi le parti degli
optimates e viene mandato dal Senato, a combattere la guerra sociale che incombe
nella penisola italica (guerra degli ex alleati italici che si alleano tra loro e muovono
guerra contro Roma con l’obiettivo che venga dato loro ascolto).
Silla ha un ruolo importante e determinante in questo, poiché con le sue truppe riesce
a domare il bellum sociale e ciò rafforza la sua posizione a Roma perché viene visto
come pacificatore e consolidatore della posizione del Senato e nell’88 A.c. riesce ad
accedere al consolato e si fa eleggere e riesce a farsi assegnare un’altra guerra
importante: contro Mitridate re del Ponto (area Medio Orientale dove Silla aveva
esperienza e conoscenza dei territori e aveva anche alleati).

Il Ponto è un altro territorio strategico e ricco e infatti Mitridate è un re molto ricco per
cui questa guerra promette bene al comandante che la guiderà e Mario ormai
inebriato dal potere non ci sta e quindi strappa con la forza il comando dell’esercito
della guerra mitridatica a Silla e convince il Senato a suon di intimidazioni e ricatti, il
quale aveva già votato il comando a Silla a fare una nuova votazione ed assegnarlo
a Mario il quale aveva visto in calo il proprio ruolo politico (era sempre ai vertici ma
non gli bastava, voleva di più).
Silla che nel frattempo era già avanti e stava accampato nel Sud d’Italia pronto con
l’esercito per partire e salpare con le navi per la Grecia e in questo contesto in cui gli è
stato tolto il comando, Silla non ci sta e quindi, avendo l’esercito pronto nelle sue
mani, lo prende e lo fa marciare all’indietro verso Roma.
Ci troviamo quindi in un contesto dove si comincia a tremare perché abbiamo un
console che si ribella contro un altro uomo politico CONTRO una delibera del Senato
(da cui poi si genera la crisi dell’autorità senatoria perché decide una cosa poi
cambia idea su intimidazione di Mario) e per la prima volta si ha la violazione del
Pomerium ossia del recinto sacro di Roma poiché Silla arriva ed entra con l’esercito in
armi.
Dinanzi a questa minaccia gli appartenenti al partito mariano scappano da Roma e
Silla ristabilisce l’ordine e riconsegna al Senato il potere legittimo e non fa nulla di
illegale se non la violazione del pomerium MA condizionato da un obiettivo troppo
importante e dopo questo, riparte per la missione che inizialmente gli era stata
assegnata.
Mario non si da per vinto e non appena Silla lascia l’Italia, ritorna a Roma con i suoi
fautori e scagnozzi nell’87 A.c. alleandosi con un personaggio molto importante privo
di scrupoli ossia Cinna  molto ricco e potente e quando Mario con il suo aiuto torna
a Roma fa rimuovere tutte le leggi che Silla aveva fatto emanare restaurando
l’autorità del Senato per consolidare le istituzioni repubblicane cosi da annientare e
contenere le possibilità che erano state create nel dominio di Mario al fine che Mario
avesse carta bianca d’azione in particolare le leggi che proibiscono la reiterazione del
consolato.

Oltre a ciò, inaugura una prassi gravissima  dichiarazione da parte del Senato di un
soggetto politico quali HOSTIS REI PUBLICAE la quale è un’espressione giuridica che
è una definizione che stigmatizza un cittadino romano come reo di tradimento poiché
viene riconosciuto come nemico della res publica e a ciò segue la confisca dei suoi
beni + esilio.

La dichiarazione di hostis rei publicae avviene attraverso un provvedimento del Senato


che si chiama “Senatum consultum”o Senato consulto ossia delibera del Senato =
esplicitazione di quel potere del Senato di prendere provvedimenti che non hanno una
valenza di carattere normativo quindi non parificabili alle leggi perché se dovessimo
fare un paragone (cosa che di solito non si fa), i senato consulta stanno alle leges
repubblicane come i decreti legge emanati dal Governo oggi stanno alle leggi emanate
dal Parlamento quindi, parliamo di provvedimenti dell’esecutivo che vengono presi e
che hanno fino ad ora una funzione di orientamento politico della civitas ma che a
partire da quest’epoca cominciano ad intervenire su questione aventi a che vedere
con l’ordine pubblico e che sono legittimate da ragioni di urgenza.

La funzione legislativa propria dei comizi incomincia ad essere esautorata da


interventi, sempre più frequenti, di carattere legislativo da parte dell’organo esecutivo
ossia il Senato il quale sulla base di: Emergenza & Mantenimento dell’ordine
pubblico, incomincia ad emanare provvedimenti che funzionano come leggi
intervenendo su situazioni specifiche divenendo fonti del diritto nonostante
giuridicamente non godano di questo titolo.
La dichiarazione di un soggetto come hostis avviene in questo contesto attraverso un
Senatus consulta che di solita vengono definiti “ultima” dove in questo “ultimo” c’è la
natura dell’urgenza (non vi è altra possibilità che dichiararti nemico di Roma) e Mario
fa dichiarare nell’87 A.c. Silla NEMICO della Repubblica da parte del Senato (è solo
un insieme di burattini).

Lezione 15: appunti sistemati


25/03/25
Ovviamente, Silla, nemico della res publica, non era molto contento della situazione.
Nel frattempo, quando Mario divenne console, morì dopo poco, ricoprendo la carica
per pochi mesi, lasciando Cinna da solo. Cinna si trovò in una situazione fuori legge,
perché rimase console da solo e mise a ferro e fuoco Roma, tanto che riuscì a
rimanere console unico.
Nel 84 a.C., Cinna morì, e nello stesso periodo Silla, vittorioso ad Oriente, con alleanze
consolidate, tornò a Roma nell'83 a.C., conoscendo la situazione che si era creata.
Iniziò a sorgere uno scontro con l'esercito di Cinna, ma Silla si avvalse del supporto di
un valido militare, Pompeo Magno, braccio destro e generale dell’esercito. Nell'82 a.C.,
durante la battaglia di Porta Collina, l'esercito romano di Cinna si scontrò con quello di
Silla, che uscì vittorioso ed entrò armato a Roma.
Il secondo ingresso armato di Silla segnò l'inizio di un periodo di terrore. Silla aveva
già visto la situazione con i mariani fuggiti, e non era disposto a permettere loro di
riprendere il controllo. Iniziò a perseguitare chiunque fosse favorevole a Mario e Cinna
e adottò le liste di proscrizione, delle tavole appese nel Foro con un elenco di nomi
che risultavano "proscritti" (ossia, esclusi dal diritto di cittadinanza, ma anche
destinati a essere uccisi). Questo atto pubblico permetteva a chiunque di sapere chi
perseguitare. Chiunque fosse nella lista poteva essere ucciso da chiunque e i suoi beni
confiscati.
Nel 82 a.C., le liste rimasero aperte per circa un anno e continuarono ad aggiungersi
nomi, anche di persone che non avevano nulla a che fare con la politica. Lo strumento
delle proscrizioni veniva sfruttato per risolvere faide e vendette personali, ma anche
per arricchirsi, poiché molti dei proscritti erano senatori, aristocratici o ricchi che
avevano supportato Mario e Cinna. Uccidere un personaggio proscritto permetteva di
accedere ai suoi beni, che formalmente venivano messi all'asta, ma in realtà le aste
venivano sempre vinte da seguaci o amici di Silla.
Le persone che operavano con Silla erano degli approfittatori, che si arricchivano a
spese degli altri, con il potere di agire senza limiti. Chi era dalla parte di Silla a Roma
sostanzialmente poteva fare quello che voleva.
Silla subito chiese al Senato di emanare il "senatus consultum", un atto che
riconosceva validi tutti gli atti che lui aveva emanato in precedenza, nel 88 a.C., atti
che Mario aveva fatto revocare. Inoltre, lo stesso "senatus consultum" legittimava
anche gli atti che Silla aveva adottato in Asia, sanando la sua posizione e dichiarando
che tutto ciò che aveva fatto era stato giusto e l'unica strada percorribile. In caso di
errori, veniva indicato che queste azioni erano state l'unica soluzione possibile.
Silla, pur non essendo console, aveva un imperium pro consolare (un potere simile
a quello di un console), che gli impediva di mandare altri in guerra in Asia, ma con
questo potere agiva e pressava il Senato affinché approvasse il "senatus consultum".

Le liste di proscrizione rappresentano solo uno degli aspetti del terrore instaurato
da Silla. In effetti, fu paralizzata anche la possibilità di intervento dei tribuni della
plebe a difesa dei cittadini contro i magistrati. Con una serie di leggi corneliedell'81
a.C., furono istituiti tribunali speciali, che venivano a minare il senso di democrazia.
L’obiettivo di queste riforme era la creazione di una serie di tribunali speciali,
chiamati cognitiones (ovvero "luoghi di cognizione"), che operavano extra ordinem,
fuori dalle normali procedure legali, con l'intento di perseguire comportamenti specifici
che prima non erano perseguiti.
Questi comportamenti, infatti, prima erano trattati tramite il processo penale
tradizionale, l'iudicium populari (processo pubblico per crimini più gravi, che
riguardavano violazioni degli interessi collettivi), che coinvolgeva una giuria popolare.
In questo modo, Silla creò un sistema di giustizia completamente nuovo: un
processo inquisitorio, con una giuria selezionata tra i senatori (l'aristocrazia romana),
che decideva su fatti che non erano mai stati trattati prima. Le fonti storiche ci dicono
che nel ceto equestre furono uccise quasi 3.000 persone a Roma nell'arco di un
anno, senza contare coloro che fuggirono. Chi riusciva a scappare abbandonava tutto.
Tra coloro che rischiarono la vita c'era anche Gaio Giulio Cesare, genero di Cinna. Il
suo primo matrimonio era con la figlia di Cinna, e per questo legame familiare fu
inserito nella lista dei proscritti. Cesare scappò di notte, e le fonti raccontano che si
salvò grazie all'aiuto di alcuni amici. Sua madre e sua sorella intervennero attraverso
le vestali, riuscendo a fare in modo che Silla lasciasse in pace Cesare.
Silla, pur avendo deciso di risparmiarlo, era molto scettico. Svetonio, lo storico
romano, ci racconta che Silla, una volta convinto a lasciarlo andare, acconsentì, ma lo
fece con riserva, dicendo: "Sappiate che però in lui vedo mille volte Mario". In altre
parole, Silla lo lasciava andare, ma lo vedeva come una potenziale minaccia ancora
più grande di Mario stesso, riconoscendo in Cesare un possibile rivale in futuro. Fu
dunque un atto lungimirante da parte di Silla.
Durante questo periodo, migliaia di persone morirono, altre furono costrette all'esilio,
e Roma si trovò svuotata. Anche il Senato ne risentì gravemente. Silla, per ripristinare
l'autorità del Senato, dovette reintegrare i senatori mancanti. Se inizialmente il Senato
era composto da 300 membri, Silla decise di raddoppiarne il numero, portandoli a 600.
Questi nuovi senatori servivano a bilanciare i senatori di parte anti-silliana e quelli
neutri.
Il Senato che Silla restaurò, però, era in realtà sotto il suo completo controllo. Nel 81
a.C., Silla compì una mossa astuta: Appiano, uno storico greco, racconta che Silla
cercò di dare un aspetto legale e legittimato al suo potere, cercando di esaltare la sua
figura come quella di un re. In sostanza, voleva consolidare il suo potere assoluto,
facendo sembrare che le sue azioni fossero giustificate dal diritto e dalla tradizione.

Appiano, Bellum civile 1.98.458-462:


Silla, approfittando di questa consuetudine [la prassi dell’interregnum], dal momento che
non
vi erano consoli, poiché Carbone era morto in Sicilia e Mario a Preneste, si allontanò di
qualche poco da Roma ( Roma era sotto assedio e controllo militare, si allontana
simbolicamente, non ha minacce, ha messo la città in ginocchio e così diede mostra di
non aver intenzione di avere il potere con la forza, anzi come se avesse adempiuto al
proprio compito di “liberare Roma” ) e ordinò al senato di procedere alla nomina di un
interrè ( non essendoci i consoli, con un vuoto di potere bisognava nominare un inter
rex ). Il senato
elesse Valerio Flacco ( uomo di Silla, nominato con l’idea che doveva convocare i comizi
per la nomina dei consoli ), sperando che egli avrebbe tenuto i comizi consolari. Silla,
allora,
scrisse a Flacco di far presente al popolo che Silla stimava utile allo stato, nelle
circostanze
presenti, la riesumazione della magistratura che i Romani chiamavano dittatura ( Silla
esaltando la sua posizione consiglia a Flacco di riesumare la magistratura intesa come
dittatura, in quanto la circostanza poi era anche d’emergenza ), alla quale
da quattrocento anni non si ricorreva più. Consigliava altresì che il dittatore fosse eletto
non con il potere limitato ad un certo tempo, ma fino a quando avesse dato stabilità a
Roma, all’Italia e all’impero tutto ( rimuovendo una delle garanzie rispetto alla nomina
del dittatore, una nomina anomala, perché fa si leva all’emergenza ma con l’abrogazione
della limitazione della nomina ). Si comprendeva che la proposta alludeva allo stesso
Silla, e non vi poteva essere dubbio, in quanto Silla senza alcun ritegno dichiarava
apertamente in fine alla lettera che riteneva di essere proprio lui utile alla città in questa
circostanza. ... e i Romani ... accogliendo la finzione della votazione come esteriore
parvenza di libertà, crearono Silla dittatore per quanto tempo voleva. Anche prima la
carica
dei dittatori aveva avuto poteri assoluti, ma era limitata a poco tempo; allora per la prima
volta [il potere dei dittatori], per essere di durata illimitata, divenne una perfetta
tirannide ( essendo un greco Appiano, cerca di rendere l’idea chiamandola tirannide,
perché la dittatura vera precedente aveva altre regole ).
Tuttavia, fu aggiunto, per rendere più speciosa la titolatura, che egli era stato creato
dittatore per proporre le leggi che egli stesso avrebbe ritenuto utili, e per la
riorganizzazione dello stato. Così i Romani di nuovo sperimentarono la monarchia, ... ( qui
nel rispetto della causa dell’imperatore, la specificazioni qui fu anomala, la dittatura era
legibus scribundis causa, ovvero per scrivere le leggi utili e rei publice costituende causa,
quindi per costituire la res pubblica, dunque abbiamo un ulteriore elemento che rende
questa dittatura totalmente differente )

Si può spiegare l’istituto dell’interregnum agganciandosi al volto legale che Silla


voleva mostrare, legato alla sua figura quasi regale. La nomina del dittatore, infatti,
non seguiva la prassi consueta. La nomina era proposta dall'interrex e istituita da
un'assemblea popolare, uscendo completamente dalle procedure ordinarie. Tuttavia,
potremmo chiederci se le radici di questa devianza non possano essere rintracciate
già nelle dittature degli ultimi decenni del III secolo a.C.
Quando si parla delle dittature di Quinto Fabio Massimo e poi di Marcio Giunio
Pera, i dittatori si rivolgevano ai comizi per ottenere il mandato, il che corrispondeva a
una vera e propria elezione comiziale del dittatore. L'ipotesi è che Quinto Fulvio
Flacco sia stato nominato dittatore nel 210 a.C. attraverso un plebiscito, un atto che
esce dalla prassi ma che comunque trova una sorta di giustificazione.
Anche la votazione dell'assemblea popolare, che sanciva la nomina di Silla,
rappresenta una deviazione dalle normali procedure. La durata della dittatura, in
particolare, fu una deroga enorme, e questo diventa uno degli aspetti principali
dell'anomalia silliana. Sebbene questa deviazione possa sembrare meno grave di
quanto non sia, è importante notare che storicamente i dittatori avevano una durata
limitata, imposta dalle necessità belliche, ma non c'era mai un periodo fisso. A volte
duravano solo qualche giorno, altre volte mesi.
La differenza sostanziale nel caso di Silla è che il dittatore veniva nominato con una
durata illimitata, legata solo al compimento della funzione ricevuta, una funzione
estremamente ampia. Questa scelta rappresentò una devianza radicale, non solo
rispetto alla durata, ma anche rispetto alla natura del suo potere.
La funzione del dittatore, infatti, fu anomala: normalmente, i magistrati romani erano
quelli che scrivevano le leggi e le proponevano al popolo. Con Silla, però, c’era un solo
personaggio che "imponendo" le leggi, le sottoponeva ai comizi senza il passaggio
attraverso le consuete istituzioni legali.
Tutto ciò portò alla costruzione di un nuovo ordine: Silla divenne il "padre della res
publica", un titolo che lo elevava a fondatore di un nuovo ordine. Questa espressione,
"padre della patria", è la prima volta che i romani la utilizzano, e segna l'inizio di un
concetto che si perpetuerà nel tempo. L’idea del padre della patria è subdola,
poiché suggerisce che in situazioni di estrema necessità, lo Stato debba essere
rimesso nelle mani di un "buon padre", un uomo che, in nome del bene comune,
agisce in modo assoluto.
La legge istitutiva della dittatura di Silla ("Lex Valeria de Sulla Dictatore
creando") presenta un’anomalia anche rispetto al normale procedimento legislativo.
Infatti, il titolo stesso della legge indica già l'esistenza di un dittatore, a differenza
delle leggi precedenti che stabilivano la creazione del dittatore senza identificarlo
direttamente. La formulazione della legge fu quindi differente, sia nella procedura che
nel contenuto.
Inoltre, questa legge non solo rendeva Silla dittatore, ma gli permetteva anche di
ratificare le proscrizioni, di confiscare i beni dei proscritti e di mettere un enorme
sigillo sulle violenze che lui stesso aveva perpetrato precedentemente. Questo nuovo
potere gli conferiva un imperium dominic militiae perpetuo, ossia un potere
militare permanente, che consolidava ulteriormente la sua posizione assoluta.

1) Liv. per. 89: Sulla dictator factus, quod nemo unquam fecerat, cum fascibus XXIIII
processit.
Silla, fatto dittatore, sfilò con 24 fasci littori, cosa che nessuno mai aveva fatto.

Il dittatore veniva introdotto a Roma con i 24 fasci littori, simbolo del suo potere
assoluto di vita e di morte. Questo gesto riconosceva in Silla la libertà di fare ciò che
già praticava senza norme, in maniera arbitraria, a Roma. La dittatura, infatti,
prevedeva poteri straordinari: il dittatore poteva confiscare i beni, distribuire terreni a
chi desiderava, fondare colonie e municipi, nominare magistrati, regolare le province,
disporre dei fondi pubblici e inviare l'esercito in guerre a sua discrezione.
Questo potere senza limiti si arricchiva anche di connotazioni religiose. Non solo
gli auspicia (i presagi), ma a Silla veniva riconosciuta una aura sacrale, simile a
quella che avrebbero avuto i futuri sovrani orientali. Venne soprannominato "Silla
Felix". Il termine "felix" non significava semplicemente "felice" nel senso di una
persona contenta, ma "amato dagli dèi". In altre parole, la sua felicità era il frutto
della volontà divina: era felice perché gli dèi lo favorivano e, di conseguenza, tutto
andava bene per lui. Silla divenne, quindi, l'uomo del destino, il padre della patria,
che prese in mano le sorti di Roma come un "buon padre", ma sotto una nuova
prospettiva: quella di un cambiamento radicale nel potere, che, pur manipolato, si
rivestiva di una aura sacrale problematica.
Nel Foro Romano fu dedicata a Silla una statua equestre con l'iscrizione "Cornelio
Silla Felix Dictator Imperator", una triade che riassumeva i tre aspetti
fondamentali del suo potere: Felix (l’aspetto sacrale), Dictator (il potere
militare), Imperator (l’autorità civile). Nel 80 a.C., Silla venne proclamato "Felix" e
divenne anche console. Tuttavia, nel 79 a.C., a sorpresa, si ritirò dalla scena politica.
Questo atto rappresenta uno degli enigmi più misteriosi della sua figura: perché un
uomo con tanto potere ha scelto di abdicare? Voleva davvero restaurare l’ordine
aristocratico di Roma per poi ritirarsi, o c'erano altre ragioni dietro il suo gesto?
Alcuni sostengono che il suo ritiro fosse legato alla malattia, e che si fosse ritirato
nelle sue campagne in Campania, un po’ come in un "piccolo regno", per morire poco
dopo. Ma le fonti raccontano anche un episodio interessante riguardante la sua
abdicazione. Quando annunciò il suo ritiro, mentre passeggiava per le vie di Roma,
qualcuno dalla folla lo ingiuriò, approfittando del fatto che ormai Silla aveva abdicato e
sembrava non avere più il potere. Silla, imperterrito, si fermò, guardò l’uomo e gli
disse: "Sei un imbecille. Dopo ciò che hai fatto, nessun dittatore dopo di me abdicherà
mai più". Questa frase si rivelò profetica, considerando ciò che accadde in seguito,
soprattutto con Giulio Cesare e l’evoluzione della dittatura post-Silla.
La profezia di Silla era chiara: se un dittatore cedeva di fronte al popolo, l’ordine
sociale si sarebbe rovesciato. Nessuno avrebbe più lasciato andare il "pugno di ferro"
che tanto aveva garantito il suo potere.

2) Cicerone de lege agr aria 3, 2, 5: Omnium legum iniquissimam


dissimillimamque
legis esse arbitror eam quam L. Flaccus interrex de Sulla tulit, ut omnia quaecumque ille
fecisset
essent rata. Nam cum ceteris in civitatibus tyrannis institutis leges omnes exstinguantur
atque
tollantur, hic rei publicae tyrannum lege constituit. Est invidiosa lex, sicuti dixi, verum
tamen
habet excusationem; non enim videtur hominis lex esse, sed temporis.
Non trovo legge più iniqua e che meno meriti tale nome di quella che L. Flacco promulgò
nel suo interregno in relazione a Silla, disponendo che qualsiasi cosa egli avesse fatto
dovesse essere ratificata. Infatti, laddove nelle altre civiltà una volta istituiti i tiranni le
leggi
vengono soppresse ed eliminate, in questa repubblica è proprio una legge a istituire il
tiranno. Si tratta, come ho detto, di una legge odiosa, ma che in effetti ha una scusa: essa
infatti non fu la legge voluta da un uomo, bensì da un’epoca.

Esiste un paradosso che sottolinea come, nelle altre società, l'istituzione del tiranno
porti alla cancellazione di tutte le leggi. Al contrario, nella Roma di Silla, il tiranno
viene nominato per legge, il che rappresenta una deviazione dalla tradizione.
Cicerone stesso osserva questa realtà distorta. La legge che istituisce la dittatura non
fu voluta solo da Silla o dal suo alleato Valerio, ma anche dalle circostanze storiche
che portarono a quella situazione. Il contesto e i tempi, infatti, portarono i romani a
legittimare un potere assoluto attraverso una legge.
La situazione paradossale in cui Silla si ritira vede l’elezione al consolato di Marco
Emilio Lepido, un esponente del partito dei populares e acerrimo nemico di Silla.
Questo episodio dimostra come a Roma fosse comune che i nemici cercassero di
riprendere il potere dopo un periodo di assenza o ritiro. Dopo la morte di Silla,
gli optimates e i popularesripresero a scontrarsi, con violenze, alleanze poco
ortodosse e leggi sillane che furono abrogate o caddero in disuso. In sostanza, tutto
tornò come prima.
Per arrivare a una situazione più stabile, però, bisogna attendere l’arrivo di tre figure
imponenti, che daranno vita al primo triumvirato: un accordo informale e illegale
tra Pompeo, Crasso e Cesare. Questi tre uomini molto influenti rappresentano
diverse forze della società romana:
1. Pompeo: aveva dalla sua parte l’esercito e il sostegno degli optimates, oltre a
una famiglia aristocratica che aveva sostenuto Silla quando questi difendeva il
senato. Pompeo era anche un grande generale, vincitore in numerose battaglie.
2. Cesare: giovane e di famiglia aristocratica, ma senza molte ricchezze. La sua
abilità politica era straordinaria. Formato dalla scuola di Cinna, Silla e nel
contesto dei populares, Cesare era cresciuto in un ambiente che sosteneva le
idee popolari. La sua alleanza con Pompeo segnava già un compromesso
storico, unendo le forze degli optimates e dei populares.
3. Crasso: un banchiere e commerciante molto ricco, simile a una figura moderna
come Elon Musk sotto la presidenza di Trump. Crasso possedeva enormi
ricchezze e sosteneva gli equites, i grandi commercianti e finanzieri di Roma.
In questo contesto, il triumvirato si forma come una potente alleanza tra i tre, con
l’obiettivo di prendere il potere a Roma. Grazie a questo accordo, nel 59 a.C., Cesare
divenne console. Dietro questa elezione c’era un accordo tra lui, Pompeo e Crasso.
Pompeo ottenne, grazie a Cesare, la distribuzione delle terre per i suoi veterani,
rafforzando il piano militare e ottenendo il supporto di molti votanti. Per Crasso,
Cesare si impegnò ad agevolare, tramite leggi e tassazioni, gli interessi degli equites
nel commercio.
In cambio, Pompeo e Crasso si impegnarono a garantire, una volta terminato l’anno di
Cesare come console, il governo di Cesare come proconsole delle Gallie (sia la Gallia
Narbonese che la Gallia Cisalpina) per un periodo di cinque anni. Le Gallie erano un
territorio ricco e selvaggio, molto promettente per una futura espansione. Questo
accordo avvenne dietro le quinte, senza ufficializzazione politica, ma fu comunque
portato a termine.
Nel 56 a.C., la situazione andò bene fino a quando, nel 55 a.C., si formalizzò
il secondo triumvirato. Pompeo e Crasso furono eletti consoli per la seconda volta, e
i territori vennero ridistribuiti: Pompeo ottenne la Spagna, Crasso l'Asia Minore,
mentre Cesare ottenne una proroga per un secondo quinquennio in Gallia.
Nel 53 a.C., però, Crasso morì. La sua morte ebbe gravi conseguenze a Roma:
l'equilibrio del triumvirato venne meno, poiché Crasso era una sorta di “ago della
bilancia” tra Pompeo e Cesare. Senza di lui, i due iniziarono a scontrarsi direttamente.
Inoltre, entrambi non avevano più i fondi necessari per finanziare le loro carriere
politiche, il che intensificò la rivalità tra di loro.

Lezione 16: appunti sistemati


26/03/25

Riprendiamo il discorso sulla morte di Crasso e l’evoluzione degli equilibri di


potere a Roma.
Con la morte di Crasso, le bande armate iniziarono a dilagare a Roma, segno di una
crescente instabilità sociale e politica. A questo punto, il Senato cominciò a perdere
progressivamente potere, fenomeno che si estendeva ormai da Sillain poi. Nel 51
a.C., si verificarono una serie di interregni che segnarono una continua instabilità
nelle istituzioni. In questo contesto, il Senato, già fiacco e indebolito, si trovò a
dover affrontare una crisi di valori che durava ormai da tempo. Le autorità romane si
ritrovarono a dover fare leggi e consulti sulle questioni più banali o emergenziali,
come i baccanali, piuttosto che occuparsi dei problemi politici più gravi.
In un contesto simile, il Senato si sentì incapace di affrontare da solo la situazione e,
per questo, cercò un uomo forte che potesse risolvere i problemi del momento. In
questo modo, il Senato si deresponsabilizzò, cercando un "uomo del destino",
cioè un leader che assumesse il potere e fornisse soluzioni immediate, senza
rispettare necessariamente le tradizionali strutture costituzionali.
In questo scenario, la classe senatoria vide in Pompeo colui che avrebbe dovuto
risolvere la crisi, ritenendolo un "prescelto" che si era schierato dalla parte
degli optimates (cioè dei conservatori romani). Pompeo fu eletto "consule sine
collega", una carica che, ormai, si era staccata dalle strutture costituzionali
tradizionali di Roma, segnando la decadenza delle istituzioni repubblicane.
Le leggi Licinie Sextie
Le Leggi Licinie Sextie, pur essendo un elemento importante nel diritto romano, non
devono essere confuse con una vera e propria costituzione come la intendiamo oggi.
Questo errore nasce dal fatto che l’idea di una costituzione repubblicana
romana non esisteva. A Roma, infatti, non c'erano organismi o regole fisse a
definire un assetto costituzionale come accade nello Stato moderno. La costituzione
romana era basata sulla prassi, ovvero su come le cose venivano fatte nella realtà, e
non su principi astratti.
Le Leggi Licinie Sextie fissavano alcuni principi importanti, come il limite di un
consule per evitare concentrazioni di potere, ma il diritto romano in generale non si
basava su teorie fisse e dogmatiche. Era, piuttosto, un diritto pragmatico, orientato
alla realtà concreta e adattato alle circostanze. Questo approccio differisce
profondamente dalla visione positivistica e dogmatica del diritto che caratterizza i
moderni sistemi giuridici.
In altre parole, i romani non cercavano una teoria astratta del diritto, ma applicavano
soluzioni pratiche che rispondevano alle necessità del momento, adattando
continuamente la prassi giuridica alla realtà sociale e politica. Questo è il motivo per
cui, oggi, ci risulta difficile comprendere alcuni istituti giuridici romani: abbiamo un
approccio diverso, basato su categorie teoriche e fisse, che non era quello dei romani.

La differenza tra prassi e legalità:


Quando si afferma che siamo "al di fuori delle strutture legali", si vuole
sottolineare la differenza tra ciò che si manifestava nel passato e ciò che è
considerato "legale" oggi. Nel contesto romano, ciò che sembrava al di fuori delle
strutture legali non era necessariamente illegale, poiché non esistevano regole formali
stabilite in modo rigido come quelle moderne. Era una prassi che, pur non aderendo a
una struttura codificata, non era per questo illegale. Oggi, invece, grazie alla
codificazione e alla costituzione moderna, le norme e gli iter costituzionali sono
chiari e definiti, e qualsiasi violazione di queste prassi è considerata illegale.
Nella realtà romana dobbiamo pensare che gli istituti che vengono per prassi ( dagli
antichi mores ) non sono fissi, c’è un processo di continuo adattamento degli istituti
che già sono stati in campo o che si pensano utili alla fattispecie e caso concreto.
Il fatto che Silla scardina le strutture legali non significa che i romani la vivevano come
qualcosa totalmente di illegale, dal punto di vista giuridico quando Silla divenne
imperatore con tutte le anomalie, dal punto di vista giuridico i romani non erano
stupiti, la prassi era identica, cambiavano le regole applicate alla fattispecie concreta.

Riprendiamo il discorso sulla crisi e la transizione del potere a Roma attraverso il


periodo di Pompeo e Cesare.

L’adattamento delle prassi giuridiche:


I romani, come abbiamo visto, erano soliti adattare continuamente le prassi
giuridiche ai cambiamenti della realtà sociale e politica. Non c’era una struttura
costituzionale fissa, ma una continua riadattamento degli istituti passati alle nuove
esigenze, senza aderire rigidamente a un sistema definito.
Questo approccio pragmatico e adattabile si applica anche alla figura di Augusto. La
sua non accettazione della proposta di diventare dittatore si inserisce in un
contesto in cui il rito e la formalità della politica romana erano ancora fortemente
legati ai riti religiosi. Il fatto che la nomina di Augusto come dittatore fosse vista
come irrituale è significativo, in quanto sarebbe stata una rottura con la tradizione
repubblicana che richiedeva una certa legalità e ritualità per mantenere l'ordine. La
proposta di una nomina da parte del popolo o in sua assenza (ad esempio mentre si
trovava in Asia) sembrava quasi un colpo di stato e metteva in discussione
la legittimità di una decisione senza l'ausilio del Senato. Augusto, infatti, cercò
sempre di mantenere un equilibrio tra autorità imperiale e il rispetto per le
tradizioni.
La sua visione della politica può essere riassunta nel concetto di "tutto deve
cambiare affinché tutto resti uguale", ovvero adattare le prassi per preservare
l’ordine tradizionale e le strutture giuridiche esistenti.

Pompeo e la Dittatura:
Durante la crisi della Repubblica, Pompeo si trovò a dover navigare tra emergenze
politiche e il bisogno di un governo stabile. Sebbene egli possedesse tutti i requisiti
per assumere la dittatura, rifiutò di accettarla. La sua scelta di diventare console
senza collega (un titolo che, ormai, era quasi sganciato dalla struttura costituzionale
tradizionale) riflette la sua volontà di agire come uomo forte, ma nel rispetto delle
apparenze repubblicane. Il termine “dittatura” evocava un forte timore dopo il
periodo di Silla, e Pompeo decise di esercitare il suo imperium consolare insieme a
un imperium proconsulare per gestire il potere, ma senza assumere direttamente la
carica di dittatore.
In questa fase, il Senato e Pompeo cercavano di ostacolare Cesare, che era
impegnato nelle sue campagne galliche. Cesare, infatti, si trovava in una situazione
complicata: per candidarsi a console, doveva tornare a Roma, ma farlo
significava dismettere le armi e ritornare come un cittadino normale, cosa che
avrebbe comportato pericoli, poiché non avrebbe potuto mantenere l’imperium
militare in una città dominata dai sostenitori di Pompeo.
Pompeo, quindi, utilizzò le sue risorse politiche per rendere difficile la candidatura di
Cesare, imponendo una legge che gli impediva di reiterare il proconsolato senza
passare da Roma, cercando di bloccare il suo ritorno al potere.

La Guerra Civile e il Rubicone:


Il conflitto tra Cesare e Pompeo culminò nella guerra civile. Nel 49 a.C., Pompeo
cercò di fermare Cesare con un senato consulto che lo dichiarava nemico
della Repubblica e lo bandiva. In risposta, Cesare varcò il Rubicone, un gesto che
evocava il precedente storico di Silla e che segnò l’inizio della guerra civile. Questo
atto simboleggiò il passaggio dall’ordine repubblicano alla conflittualità armata.
Cesare, forte di un esercito fedele, avanzò verso Roma, e, a differenza di Silla, non
fece uso della violenza in maniera eclatante, ma convocò il Senato fuori
dal pomerio (fuori dal confine sacro di Roma), in un contesto di assedio militare, per
evitare di presentarsi disarmato. Qui, il Senato, terrorizzato, accettò di venire, ma
Cesare fece in modo che alcuni dei suoi uomini assumessero ruoli cruciali
nelle cariche magistraturali e nelle posizioni di controllo della città, consolidando
così il suo potere.
Cesare non solo consolidò il suo potere a Roma, ma si lanciò anche in una caccia
all’avversario, iniziando la sua campagna contro Pompeo. La sua determinazione si
concretizzò nella vittoria di Farsàlo (48 a.C.), in cui l'esercito pompeiano venne
sconfitto. Pompeo, che aveva ottimi rapporti con il re d’Egitto Tolomeo XII, cercò di
rifugiarsi in Egitto, dove sperava di trovare asilo.
Le relazioni personali e la politica internazionale
Le relazioni politiche romane non si basavano solo su alleanze istituzionali, ma anche
su forti legami personali. Pompeo, ad esempio, aveva costruito un'alleanza con
Tolomeo XII, re d’Egitto, basata su un rapporto personale di lunga data. La politica
internazionale romana si giocava spesso sulla fides, cioè sulla fiducia personale tra i
vari leader, piuttosto che su trattati formali e alleanze strutturate come quelle che
vediamo oggi. La fides era il collante tra le relazioni politiche e internazionali, un
aspetto che emergeva con forza in periodi di instabilità e crisi.
Pompeo, cercando rifugio in Egitto, non si rese conto della fragilità dei suoi alleati.
Nonostante il suo forte legame personale con il faraone, non ricevette il sostegno
che si aspettava, e alla fine venne assassinato sotto il comando di Tolomeo XIII, il
successore di Tolomeo XII, che cercava di guadagnare il favore di Cesare.

La guerra civile tra Cesare e Pompeo non fu solo una lotta tra due leader, ma
rifletteva una crisi profonda nelle istituzioni romane, caratterizzate da un sistema
giuridico pragmatico che adattava le prassi alle necessità del momento. Inoltre,
la politica internazionale romana dipendeva fortemente dalle relazioni
personali tra i leader, creando alleanze e conflitti in base a dinamiche personali, oltre
che istituzionali.

La storia della morte di Pompeo e dell'arrivo di Cesare in Egitto si intreccia con le


dinamiche interne della dinastia tolemaica e con il contesto politico internazionale,
dando un quadro molto complesso di alleanze, tradimenti e confronti tra Roma e
l’Egitto.

Pompeo e la Fides con i Sovrani Egizi:


Pompeo, nonostante la sua lunga carriera politica e le sue alleanze, riponeva molta
fiducia nella fides (fiducia e lealtà) che legava lui e i suoi alleati egiziani, in particolare
il re Tolomeo XII. Credeva che, una volta giunto in Egitto, avrebbe
trovato protezione e asilo politico. Tuttavia, la sua fiducia fu mal riposta. La corte
egizia, infatti, invece di accoglierlo, decise di farlo uccidere, puntando a guadagnare il
favore di Roma tramite l'uccisione di un ex alleato e la presentazione della sua morte
come un atto per assicurarsi il sostegno di Cesare contro Cleopatra. L'atto di
omaggiare Cesare con la testa di Pompeo dimostrò l'opportunismo e la mancanza di
lealtà da parte dei regnanti egiziani, che speravano di sfruttare l'appoggio di Roma per
consolidare la loro posizione politica interna.

La Dinastia Tolemaica:
La dinastia tolemaica d'Egitto, di origine greca, risale ai tempi di Alessandro
Magno e si distingue per una serie di caratteristiche culturali, politiche e sociali.
I Tolomei, pur essendo di origine greca, cercarono sempre di mantenere buoni
rapporti con la popolazione egizia, specialmente per ragioni politiche. Cleopatra, figlia
di Tolomeo XII, rappresentava una novità significativa: era la prima donna della
dinastia a salire al trono per diritto proprio, senza un consorte. Questo evento fu di
per sé straordinario, dato che nessuna donna della dinastia precedente aveva mai
ottenuto il potere senza essere sposata a un uomo della famiglia reale. Cleopatra,
inoltre, era una figura straordinariamente colta e politicamente astuta. Non solo
parlava numerose lingue (tra cui l'egiziano), ma fu anche una sovrana capace
di impressionare sia i suoi sudditi che i diplomatici stranieri.

La Rivalità tra Cleopatra e Tolomeo XIII:


Quando Tolomeo XII morì, la successione al trono d’Egitto divenne una questione di
potere e intrighi. Cleopatra, più intelligente e politicamente ambiziosa rispetto al
fratello Tolomeo XIII, cercò di mantenere il controllo del regno. La divisione tra i due
schieramenti che sostenevano i due fratelli fu fonte di conflitto e instabilità, e
Cleopatra non esitò a cercare alleanze esterne per consolidare la sua posizione.
Questo fu il contesto in cui si inserì la figura di Pompeo, che si rifugiò in Egitto nella
speranza di ricevere protezione.

L'Uccisione di Pompeo e l'Arrivo di Cesare in Egitto:


Quando Pompeo arrivò in Egitto, venne accolto con feste e onori, ma dietro questa
apparente accoglienza si celava una trappola. I consiglieri di Tolomeo XIII,
cercando di guadagnare il favore di Cesare, decisero di uccidere Pompeo, pensando
che questo atto avrebbe assicurato loro il supporto di Roma e un eventuale aiuto nella
lotta contro Cleopatra. Questo fu un errore fatale, poiché Cesare, pur essendo nemico
di Pompeo, non tollerò che un romano venisse trattato in questo modo. L'omicidio di
Pompeo da parte degli egiziani, infatti, rappresentava una violazione del rispetto tra
i romanie un atto che non poteva essere tollerato.
Quando Cesare arrivò in Egitto, gli fu portata come omaggio la testa di Pompeo.
Nonostante fosse il nemico di Pompeo, Cesare non apprezzò affatto questo gesto.
Per Cesare, infatti, la questione non riguardava solo l’aspetto personale o politico, ma
anche il principio che un romano non potesse essere ucciso da un estraneo. Cesare
voleva processare Pompeo come traditore della patria, esiliarlo e renderlo ridicolo
davanti al popolo romano, non semplicemente eliminarlo fisicamente.

Il Ruolo di Cleopatra:
In questo contesto di guerra e tradimento, la figura di Cleopatra si rafforza
ulteriormente. La sua determinazione a preservare il potere e a non lasciarsi
sopraffare dalla lotta interna alla corte di Alessandria la portò a cercare l’alleanza
con Cesare, una mossa che sarebbe stata decisiva per il suo futuro. Cleopatra non
solo riuscì a guadagnarsi l'appoggio di Cesare, ma entrò anche in una relazione
personale con lui, dando vita a una partnership politica che avrebbe cambiato il
corso della storia dell'Egitto e di Roma. Cesare, infatti, non solo appoggiò Cleopatra
nella sua lotta contro il fratello, ma le concesse anche una
certa autorità e legittimità nel regno, cementando così il suo ruolo di sovrana.

In sintesi, la morte di Pompeo e la successiva reazione di Cesare evidenziano come


la politica internazionale fosse intrinsecamente legata a dinamiche personali,
alleanze e tradimenti. La figura di Cleopatra, con la sua astuzia e intelligenza,
emerge come un elemento cruciale in questo scenario, mentre la corte egizia,
nonostante i tentativi di approfittare della situazione, finisce per giocare un ruolo
ambivalente nel conflitto che definisce il futuro di Roma e dell'Egitto.
La situazione che Cesare si trovò a fronteggiare, dopo la morte di Pompeo e
l'accoglienza ricevuta in Egitto, è senza dubbio una delle più complesse e ricche di
significato dal punto di vista politico e simbolico. L'omicidio di Pompeo da parte
dei Tolomei e la reazione di Cesare sono eventi che definiscono non solo il destino
dell'Egitto e della dinastia tolemaica, ma anche la nuova direzione
che Cesare intraprese nella sua carriera politica e militare.

L'Affronto a Roma:
Il gesto dell'omicidio di Pompeo da parte dei Tolomei era un vero e
proprio affronto a Roma, che non poteva restare impunito. Non solo era una
violazione delle regole non scritte della politica romana, ma aveva anche il potenziale
di compromettere le relazioni tra Roma e l'Egitto. In effetti, Cesare percepì
immediatamente la gravità dell'atto. Essendo un romano, Cesare considerava
inaccettabile che un romano venisse ucciso da un sovrano straniero, anche se nemico
della Repubblica. La sua reazione fu di forte disapprovazione nei confronti
dei Tolomei e di un decisivo sostegno a Cleopatra, la quale, seppur essendo una
donna, si trovò a rappresentare, agli occhi di Cesare, l'unica scelta legittima in quella
situazione.

L'Appoggio a Cleopatra:
Sostenere Cleopatra in quel momento non fu solo una questione di alleanza
politica, ma anche di coerenza rispetto ai principi di Roma. Sebbene la società
romana fosse patriarcale e maschilista, Cesare non esitò a schierarsi con
una donna, pur di non darla vinta a un affronto grave alla Repubblica. Cleopatra,
infatti, rappresentava una figura intelligente, colta e politicamente abile, con la
quale Cesare trovò un terreno comune. La loro alleanza non era solo una questione
di relazioni personali, ma anche un'opportunità politica: Cleopatra, infatti, poteva
diventare una potente alleata di Cesare, capace di consolidare il suo potere sia
in Egitto che nel mondo romano.
La famosa scena in cui Cleopatra si fa trovare arrotolata in un tappeto e portata
segretamente da Cesare non ha nulla a che fare con un atto di seduzione, ma
piuttosto con un espediente politico per stringere un'alleanza segreta con Cesare.
Cleopatra, infatti, voleva essere sicura di avere un sostegno esterno nella sua lotta
contro il fratello Tolomeo XIII, e nonostante la situazione sia tesa, questa mossa
mostrava la sua astuzia politica.

Il Trionfo di Cesare e la Clemenza:


Dopo il suo ritorno a Roma, Cesare fu celebrato con un trionfo. Tuttavia, questo
trionfo aveva un carattere speciale e problematico: Cesare non trionfava contro un
nemico esterno, ma contro un romano, cioè contro Pompeo, un avversario che fino a
poco prima era stato il suo alleato. Questo trionfo era quindi un atto di
grande difficoltà morale per Cesare, il quale dovette affrontare la realtà di aver vinto
una guerra civile, e non una battaglia contro una potenza esterna.
Una delle caratteristiche più note di Cesare era la sua clemenza, ossia la sua
capacità di perdonare i suoi nemici per guadagnarsi la loro lealtà e amicizia. Questa
clemenza era tanto più sorprendente in un contesto in cui il partito
pompeiano ancora resisteva, in particolare in Iberia (l'attuale penisola iberica), dove
molti degli irriducibili pompeianicontinuavano a combattere. Cesare, tuttavia,
scelse di concedere il perdono anche ai suoi nemici, tentando di ricomporre il tessuto
politico dell'Italia e della Repubblica Romana.

La Nomina a Dittatore:
La situazione, però, non era affatto risolta. Nel 49 a.C., mentre Cesare era
in Spagna per sedare le ultime insurrezioni pompeiane, si verificò un episodio
importante a Marsiglia. Mentre Cesare stava per tornare in Italia, il Senato romano,
completamente impotente e disperato, decise di inviare un messo a Cesare con la
proposta di conferirgli la dittatura. Era la prima volta che Cesare riceveva questa
carica, ma la situazione era ormai talmente irrituale da somigliare a quella che
accadde con Silla: un'operazione politica che non seguiva le consuete prassi romane,
ma che rispondeva alla necessità di ristabilire l'ordine in una Repubblica sconvolta
dalla guerra civile.
Il Senato, nel tentativo di non alienarsi completamente Cesare, decise di conferire a lui
il potere straordinario della dittatura, ma questa decisione rappresentò anche una
sorta di indebolimento delle istituzioni tradizionali romane. Il conferimento della
dittatura a Cesare mostrava chiaramente che il Senato non aveva più il controllo sulle
dinamiche politiche, e che ormai la figura dell'uomo forte, legato al potere personale
e militare, era diventata l'unica soluzione per affrontare le sfide interne.

Conclusioni:
La decisione di conferire la dittatura a Cesare fu quindi una mossa irrituale che sancì
il passaggio dalla Repubblica Romana a un nuovo ordine politico, dominato dalla
figura dell'uomo forte. Cesare, pur avendo inizialmente accettato questa carica per la
necessità di restaurare l'ordine, non intendeva rinunciare completamente ai principi
della Repubblica. Tuttavia, questa fase segnò il tramonto della Repubblica
tradizionale e l'inizio di una fase di transizione verso un nuovo sistema di
governo, che sarebbe sfociato nell'Impero sotto il suo successore, Ottaviano
Augusto.

La decisione fu presa dal Senato, la nomina formale fu fatta da un pretore e


la dictio ha una forma anomala, con una lettera fuori dal pomerio e dal territorio
italico. Anche qua è un’anomalia, ma anche in precedenza fu fatta una dictio in
campo di battaglia, quindi in circostanze di guerra ed emergenza, ogni modalità di
nomina andava bene, seppur rispettati alcuni requisiti legalitari dell’epoca.
Cesare assume la carica formalmente, sanando le irregolarità, non nomina il magister
equitum, però indice le elezioni dei magistrati ordinari. La dittatura di Cesare durò 11
giorni, il tempo di assumere la carica e convocare i comizi per le elezioni. Questa
dittatura induce a pensare che fu una dittatura imminuto iure, una di quelle che era
circoscritta ad una specifica funzione. Di fatto, Cesare convoca infatti i comizi e fa fare
le elezioni, dove lui fu eletto console per il 48, carica che nel 48 terrà insieme alla
carica di dittatura del 49. Quindi un’annualità in cui è console e dittatore, una
situazione anomala, nessuno era mai stato console e dittatore.
Ma siamo sicuri che la carica del dittatore, laddove data a colui che era dittatore, non
assorbisse al dittatore stesso la carica di console? Non si sa, sappiamo che ha
entrambi i titoli. La stessa situazione si riproduce nel 47. In questi 4 anni, dal 48 in
avanti, la carica resta il fondamento essenziale dei poteri esercitati da Cesare proprio
per la sua illimitatezza. Di anno in anno Cesare riceve nuove cariche dal Senato, ma
ciò su cui si radicano tutti gli atti di Cesare è la dittatura. Fino al 46 fu annuale la
nomina, poi divenne decennale. Un’idea di dittatura come conferimento di poteri
enormi ad una sola persona, alla luce di riacquisire a Roma una stabilità interna anche
del Senato, non più come emergenza occasionale e specifica; la prospettiva giuridico-
istituzionale è differente. L’emergenza si è trasformata in uno stato di
necessitàperenne e prolungata che necessitava di un potere forte che si consolidi
nella civitas, addirittura per un decennio. Il Senato, fra paura, ossequio, continua a
sommergere Cesare di onori. Nel 45 lo stesso Cesare si lamentò di questi continui
onori e riconoscimenti, perché capiva le manovre nascoste del Senato; giocava su una
lama del rasoio affilata, sapeva che dietro questa facciata di ossequio senza limiti
covavano odi e risentimenti, non vedevano effettivamente l’ora della caduta di Cesare.
Fatto sta che nel 45 continua a ricoprire la dittatura, ma per il 44 viene messa sul
tavolo una nuova idea, la dittatura perpetua. Perpetua in che senso? Una parte
della storiografia successiva ha inteso come “a vita” uguale al sovrano. Ma in realtà, in
latino, cosa vuol dire? Continuativo, come l’editto del pretore, non significa che ci
sarà per sempre, ma che verrà reiterato di volta in volta. È una dittatura a
tempo indeterminato che poteva essere legata al fatto che Cesare, nel 44 a.C.,
estenuato dal clima romano, era un grande statista e militare, stufo di essere fra i
complotti romani, voleva venirne fuori anche perché c’era la questione aperta
in Medio Oriente con i Parti. Soprattutto per i commerci dei romani.
Gli equites erano super importanti ed esercitavano pressioni su Cesare per avere
supporti, i transiti del Medio Oriente tra Europa ed Asia erano problematici. Cesare
nel 44 a.C. stava organizzando una campagna partica, si stava preparando per
partire da Roma per combattere i Parti; facendo pensare che questa dittatura era una
carica predisposta in vista della battaglia stessa, per assicurare a lui senza la
necessità di tornare a Roma durante la guerra per avere la nomina o comunque il
rinnovo della dittatura, quindi per ovviare la forma delle elezioni.
La dittatura del 44 che Cesare si accingeva a raggiungere è qualcosa per la cui natura
non siamo certi; la dittatura era perpetua con consolato decennale (Cesare si era
parato per essere coperto durante il periodo di guerra, sino al 34), ma abbiamo un
problema: i senatori divennero da 600 a 900 per avere personaggi di comodo durante
la sua partenza. Furono adottati diversi provvedimenti, ma il vero problema è che, in
una serie di circostanze, ci furono avvenimenti incresciosi fra 44 e 45, vi fu il sospetto
che Cesare aspirasse, attraverso la dittatura perpetua, ad essere re. Questo sospetto
era indotto da molte vicende: la prima fu quella della nomina magistratura con
tempi lunghi, l’enormità dei suoi poteri, la sua relazione con Cleopatra e il probabile
figlio nato tra i due. Roma mette piede in Egitto, sostenendo Cleopatra, una regione
importante, cuore del Mediterraneo. Cleopatra fu ricevuta a Roma con onori perché ha
un ruolo importante, amica di Roma, ma portò il figlio, aveva intenzione di far
riconoscere il figlio come figura figlia di Cesare.
Le malelingue giocarono a sfavore, giocarono sul fatto che Cesare fosse sposato, con
figli. Ci fu la trasposizione su Cesare, come se gli piacesse fare il rex nel senso egizio.
Si fece leva sull’idea dell’affectatio regni nei confronti di Cesare.

Lezione 17: appunti sistemati


27/03/25
Aldilà di tutte le ragioni dette ieri, laddove cesare non fece che assumere alcune
cariche strettamente repubblicane seppure con tutte le differenze del caso. La grossa
rottura ed il vero elemento di differenza rappresentativo della nuova repubblica era
quello del tempo, cambiamento della durata e prolungamento, segno di qualcosa che
sta radicalmente cambiando. Però cesare in effetti è protagonista di due episodi dove
non è lui a dare mostra di avere quel genere di aspirazioni a rex, però viene fatto
oggetto di proposte per questo ruolo. Tutto questo essendo nemico della repubblica:
solo nel ’49 a Marsiglia ci fu la prima attribuzione legale come dittatore per poter
convocare comizi, solo 4 anni di presenza legale di cesare come dittatore.
Verosimilmente nel 45 a.c, quando cesare ha già tutte le cariche migliori a cui poteva
aspirare, vediamo il primo episodio.
Cesare veniva osannato dalla folla al suo passaggio, in mezzo alla quale qualcuno
iniziò a rivolgersi a lui come rex. Qualcuno inoltre mostra una corona, mentre cesare
tira dritto perché non vuole più essere sommerso di onori. Si rivolge al popolo
chiarendo questa cosa, cioè di non volere l’ulteriore carica a rex. Forse fu un tribuno
della plebe a fare questa offerta, ma sappiamo ben poco.
Il secondo episodio invece si colloca prima della morte di cesare, raccontato da
Cicerone. Le fonti ci dicono che la dittatura perpetua di cesare iniziò il 24 febbraio;
subito dopo, a Maggio, a Roma si svolge la festa dei Lupercali. Ci sono sacerdoti intesi
in senso maggiormente laico, quasi una sorta di sodalizio, una confraternita: i luperci.
Era una celebrazione legata ad un mondo molto antico, e probabilmente era un rituale
che faceva riferimento ai miti fondativi, come la lupa, ed hanno come luogo di
riferimento una grotta santuario di questo dio ipotetico lupertus. Questi luperci in
occasione di questa festa corrono seminudi per la città con appena stracci di pelle
addosso, urlando, frustando chi incontrano per la strada come belve scatenate, ed in
particolare frustando le donne incinte o che volevano restare incinta. Esse si
disponevano nelle strade in cui passavano i luperci speranzose di ricevere queste
frustate, era un antico rito che secondo loro propiziava la fecondazione. La gente
assisteva sui rostra, cioè tribune allestite dove si concludeva questa corsa. In questa
situazione, nel 44 a.c, Cesare è dittatore in perpetuo e siede su di uno scranno d’oro
( non trono, non è un re), con la sua toga purpurea e con in testa altro attributo
riconosciutogli, una specie di coroncina fatta di foglie d’alloro dorate, per essere
imperatum in perpetuo, come se rivestisse il ruolo del comandante militare vittorioso
ma in eterno. Tra i luperci che arrivano sbronzi e assatanati c’era anche Marco
Antonio, all’epoca pretore e braccio destro di cesare contattato e coinvolto anche nei
precedenti tentativi di congiura contro cesare. Costui era un donnaiolo ubriacone, ma
anche un grandissimo oratore. Comunque quando arrivano i luperci con marco antonio
in testa, quest’ultimo tutto di un tratto tira fuori un diadema, che indica
specificamente la corona tenuta da sovrani orientali. Sappiamo che nessun sovrano
romano ha mai tenuto una corona, ed in generale la cultura latina non ha mai
conosciuto simboli di potere. Ma Marco aurelio tira fuori questa corona e la offre a
cesare: la folla inizia a mormorare, e cesare resta impietrito prima di rifiutare con
disgusto il simbolo della regalità, dicendo che piuttosto dovrebbe essere posto sulla
statua di Giove perché l’unico meritevole. Altre fonti invece ci dicono che marco
antonio pose la corona su delle statue di cesare,ma ai fini della storia cambia poco,
perché comunque il rifiuto sdegnato di cesare permane.
Quando vennero scritte le filippiche, serie di orazioni che cicerone tiene in senato dopo
la morte di Cesare, ci troviamo in una situazione di contesa tra Marco Antonio ed
Ottaviano ( che diverrá poi Augusto). Quest’ultimo è ancora solo un potenziale
orizzonte politico, benvoluto da Cicerone che ne sosteneva ampiamente la
candidatura. Anche in questa prospettiva vediamo come Cicerone aveva posizioni
opposte a Marco antonio, destinato a diventare successore di Cesare, contro il quale
Cicerone si scaglia con tutto il potere della sua oratoria. Veniamo quindi al testo dei
Lupercali, descritto qua sotto, per evidenziare la pochezza umana e politica che
rappresentava Marco Antonio.
Leggendo il testo, cicerone ci dice che l’atto era premeditato, marco antonio non
aveva certo trovato il diadema per terra. Cicerone insinua poi che fosse tutta una
messinscena elaborata, magari anche con cesare stesso, per vedere come avrebbe
reagito il popolo di fronte ad una ipotetica possibilità che cesare diventasse rex. In
questo caso, avendo il popolo reagito male mugugnando, potrebbe aver scelto di
rifiutare per alimentare ancor più il suo status, ma se il popolo l’avesse presa bene?
Poi cicerone da del leccapiedi a marco antonio e lo deride per le condizioni in cui si
trovava, oltre per il fatto di aver infangato la repubblica non avendo lui alcun titolo per
fare quella proposta. Cicerone poi in modo accorto, dice di non voler ferire e gettare
ombra su coloro che furuno uccisori del tiranno, perché fu giusta, i cosiddetti cesaricidi
avevano operato con il favore della legge. Però afferma di essere troppo spinto dal
dolore per non sottolineare che sia paradossale che colui che ha imposto la corona,
marco antonio, sia ancora qui, mentre sia morto ucciso legalmente secondo il diritto
colui che paradossalmente quel diadema l’ha rifiutato. Ma ha ordinato pure dopo tutta
questa pantomima, in quanto console, che nei fasti consolari venisse fatta una
annotazione precisa che il console marco antonio per ordine del popolo ha offerto il
regno a cesare dittatore perpetuo e che cesare non volle servirsi. Quindi ha avuto
anche la faccia tosta di far scrivere questa cosa, anche avendo l’ardire di scrivere di
averlo fatto per il popolo. Questa è la versione di cicerone, non è l’unica. Secondo altri
a fare questa proposta fu invece cassio, unica mente pensante delle idi di marzo,
struttura di 60 congiurati agglomerati attorno a lui convinti che il potere di cesare non
fosse più tollerabile e che andasse troncato. Questi congiurati erano esponenti della
nobiltà di Roma, importanti famiglie aristocratiche, alcune dei quali con grossi debiti
ed alcuni che erano in precedenza del partito pompeiano, alcuni che avevano fallito
nella carriera politica via via che i poteri si agglomeravano attorno a cesare. Fronda di
malcontento piuttosto ampia contro cesare, e tra questi congiurati c’erano anche
diverse donne, nei salotti delle quali ci si trovava per discutere di come eliminare
cesare. E la personalità alla quale si stringono tutti è cassio, che riuscì a reclutare
bruto, figlio adottivo che era fatto oggetto di molte rivendicazioni. Bruto era un uomo
molto colto, ma oggetto di invettive: si trovavano poster affissi in cui accusavano
bruto di essere discendente del bruto della cacciata di tarquinio il superbo e di stare
con le mani in mano, infangando il nome dei propri antenati. La gente gli da del
vigliacco e lui, stanco di tutta questa situazione, cede e decide di unirsi all’uccisione di
cesare . Era perseguitato dalle cosiddette pasquinate, cioè l’abitudine di affiggere
delle poesie irrisore nei confronti degli uomini al potere. All’inizio della riunione del
senato, con tutti i senatori presenti, cesare viene tirato da parte sotto la statua di
Pompeo e verrá nascosto da 23 persone a cerchio per evitare che gli altri capissero
cosa stava succedendo. E quello che stava succedendo era che queste 23 persone
stavano ripetutamente accoltellando Cesare. Cesare che, tra l’altro, non ha mai
pronunciato la famosa frase ‘Bruto, anche tu figlio mio’. Quindi facendo un passo
indietro, alcune fonti ci dicono che potrebbe essere stato cassio a fare l’offerta, per
mettere cesare in una situazione politica complicata e per spaventare il popolo.
Inoltre, durante il cesaricidio, la posizione di marco antonio fu molto dubbia. Non
aveva mai detto a cesare delle congiure negli anni precedenti, anche se ce n’erano
state diverse e lui ne era a conoscenza, quindi è molto probabile che anche nel
cesaricidio abbia assunto una posizione neutrale, non partecipando attivamente ma
neanche denunciando l’accaduto. Anche nella tragedia ‘il giulio cesare’ di
shakespeare, cesare si chiede alla fine dove sia finito antonio. Era il console, doveva
essere il primo nella curia, secondo alcuni era stato trattenuto fuori dalla curia a
parlare per non potere intervenire.
Comunque secondo la prof, cesare non era interessato a diventare re. Aveva già tutto,
ed inoltre stava per partire per la sua amata guerra forte della sua dittatura perpetua.
Era troppo intelligente per farsi sopraffare da vanità. Ma di fatto questa fu la ragione
che cavalcarono i cesaricidi all’indomani della sua uccisione: dicono di averlo fatto
secondo diritto perché cesare si era macchiato del crimine capitale che va punito con
la morte, l’advocatio regni. I cesaricidi, appena ammazzato cesare, restano delusi
perché pensavano di essere accolti come eroi, invece girano per la città deserta con i
pugnali in mano; la città era terrorizzata, conscia dei fiumi di sangue versati anni
prima, ed a quel punto i cesaricidi capiscono di essere nei guai e scappano. Sembra
che Marco antonio stia organizzando una rappresaglia, ma invece da grande uomo
politico vede una grandissima opportunità: quella di raccogliere l’eredità di cesare.
Antonio capisce questa cosa e capisce che deve fare una accorta azione di
mediazione. Manda dei messi coi propri figli come ostaggi ai cesaricidi arroccati,
invitando cassio e bruto a cena per parlare. Cosi facendo reintegra i cesaricidi nella
civitas, l’opera si compie coi funerali di cesare, dove il popolo si stringe ancor più
attorno a cesare anche per tutto ciò che anche post mortem costoro regala al popolo.
E di conseguenza si stringe ancor più attorno ad antonio, grande difensore di cesare e
suo successore, capace di non gettare il popolo nel panico dopo il cesaricidio.
Nel mese di aprile, probabilmente il 12, nemmeno un mese dopo il cesaricidio, antonio
sente di avere in mano sia il popolo che il senato e promuove una serie di leggi, leggi
santonie, tra le quali la lex antonia de dictatura in perpetuum tollenda, per abrogare la
dittatura in perpetuo. Sarebbe quindi l’atto finale della dittatura, ma in verità la lex
antonia non ha per nulla abrogato la dittatura, perché nella lex romana non esiste
l’abrogazione di una carica, loro non mollano nulla dal passato, ciò che è antico è
buono. Quindi l’idea che questa legge abrogasse una carica è molto difficile. Anche
quando era stata abolita la monarchia, si era proposto che le nuove cariche da allora
prevedessero i consoli, ma non era stato abrogato il monarca. Quindi l’ipotesi è che la
lex antonia volesse eliminare semplicemente il carattere perpetuo, tenendo la
dittatura ma regolata da precisi limiti temporali. Anche perché negli anni la dittatura
aveva dato eccellente prova di se! Noi troviamo dittatura nella storia romana
specialmente nei momenti critici, e spesso ne è risolutrice. Inoltre l’oggetto di questa
legge, da come lo leggiamo nel titolo, sembra che chiaramente tenda ad escludere
solo il carattere perpetuo, non tangendo la carica dittatoriale in sé. In ogni caso, il
discorso è che verosimilmente quando la dittatura viene offerta ad Augusto, non gli
viene offerto nulla di strano, semplicemente perché non era stata abolita dalla legge
antonia! Erano passati solo 22 anni dalla morte di cesare, da quel frangente di
disperazione del popolo, stesso popolo che chiede che la dittatura venisse di nuova
offerta ad Augusto, in una prassi che non ha nulla di irregolare perché già successo in
passato, grandi dittature sempre votate dai comizi.

Lezione 18: appunti sistemati


01/04/25
Cosa succede, però? Dopo la dittatura di Augusto, a Roma non si parla più di dittatura,
eppure questo concetto è giunto fino ai giorni nostri, attraversando i secoli in modo
sotterraneo.
È interessante, quindi, analizzare come si sia trasformato nel tempo, quale percorso
abbia seguito e quale lavoro sia stato fatto su di esso, proprio come accade con i
concetti giuridici, che si evolvono spesso senza una piena consapevolezza, salvo nei
casi in cui studiosi e ricercatori ne approfondiscano lo studio.
Studiare la storia non è affatto inutile: ci permette di comprendere l'origine di certi
istituti e di seguirne l’evoluzione nel tempo.

Ma prima:
1) Cicerone ad Atticum 8, 11, 2: Hoc Gnaeus noster cum antea numquam tum in hac
causa
minime cogitavit. Dominatio quaesita ab utroque est, non id actum beata et
honesta civitas ut esset. Nec vero ille (CESAR) urbem reliquit quod eam tueri non
posset
nec Italiam quod ea pelleretur, sed hoc a primo cogitavit, omnis terras, omnia maria
movere, reges
barbaros incitare, gentis feras armatas in Italiam adducere, exercitus conficere maximos.
Genus
illud Sullani regni iam pridem appetitur multis qui una sunt cupientibus. An
censes nihil inter eos convenire, nullam pactionem fieri potuisse? Hodie potest. Sed
neutri
skopos est ille ut nos beati simus; uterque regnare vult.
Il nostro Gneo, come mai prima (l’ha pensato), ora in questa situazione non l’ha pensato
affatto. Il potere assoluto è cercato da entrambi, non perché possa essere
realizzata
la nostra beata e onesta città. E quello (Cesare) non ha lasciato affatto la città perché
non poteva difenderla, né l’Italia perché era scacciato da essa, ma questo, come prima
cosa,
ha pensato: di mettere in subbuglio tutte le terre, tutti i mari, di aizzare i re barbari, di
sospingere in Italia popolazioni feroci armate, di arruolare eserciti sterminati. Quel
genere
di dominazione sillana già da tempo è desiderata da molti che la ambiscono insieme
(a lui). Ma credi che tra loro non si potesse arrivare a un accordo? Oggi si può. Ma per
nessuno dei due la finalità è quella, che noi si sia felici: entrambi vogliono regnare.

Cicerone fa una serie di considerazioni in un testo risalente all’epoca in cui Pompeo si


contende il dominio con Cesare. In quel momento, Pompeo è ancora in vita e Cicerone
osserva da vicino l’operato di entrambi. Pur essendo un sostenitore di Pompeo,
riconosce un elemento comune tra i due: la ricerca del dominio, inteso come un potere
assoluto e senza limiti.
Lo Stato romano, tuttavia, non si è realizzato attraverso il potere assoluto. La
dominazione di impronta sillana era un modello ambito da tempo, e molti, non solo
Cesare, aspiravano a essere come Silla. Secondo Cicerone, è proprio con Silla che si
verifica la svolta che porterà, in seguito, alla dittatura di Cesare.
Un accordo tra Cesare e Pompeo sarebbe stato possibile solo se entrambi avessero
avuto interesse a tutelare la res publica. Tuttavia, l’accordo non si concretizzò,
probabilmente perché questo interesse non esisteva davvero.

Non sappiamo con certezza se la Lex Antonia abbia realmente abolito la dittatura o se
abbia semplicemente eliminato il suo carattere perpetuo. Tuttavia, Augusto, pur
detenendo tutto il potere, rifiutò la dittatura. Non voleva questa carica, che pure aveva
una lunga tradizione onorifica a Roma.
Ma perché? Forse perché gli fu offerta in modo irrituale, ma soprattutto perché sapeva
esattamente quale fosse il suo obiettivo. Aveva ben chiaro, inoltre, quali fossero i
connotati della dittatura nel suo tempo: da un lato, le connotazioni negative legate alle
esperienze di Silla e Cesare; dall’altro, anche se spogliata di questi aspetti, la
dittatura, pur ispirandosi alle istituzioni repubblicane, non era adatta ai suoi scopi.
La dittatura di Silla era senza termine e con uno scopo generale, quella di Cesare era a
vita. Se la dittatura non rientrava in questi due modelli, imponeva vincoli che ad
Augusto non interessavano. Non poteva accettare una carica con limiti temporali e
finalità definite. Preferiva mantenere ciò che già possedeva: l’imperium proconsulare
maius et infinitum, ovvero un comando militare superiore a quello di qualsiasi altro.
"Infinitum", cioè senza limiti temporali né spaziali. Il problema
dell’imperium tradizionale era proprio il suo limite territoriale: consoli e magistrati
ordinari esercitavano il comando militare (imperium militiae) solo fuori Roma, con il
potere di coercizione (coercitio), che consentiva atti repressivi su cittadini e soldati
senza implicare un potere giurisdizionale diretto. Dentro la civitas, invece, i magistrati
esercitavano l’imperium domi, che richiedeva un provvedimento giurisdizionale per
avere effetti sui cittadini, salvo in casi eccezionali.

Questo fatto evidenzia come l’imperium infinitum fosse una forma di potere totale: da
un lato, riproduceva i poteri delle magistrature repubblicane, dall’altro, apparteneva a
un sistema completamente diverso. Questo concetto di imperiumfinirà per prevalere
sulla stessa idea di dittatura: sarà proprio l’imperium a seppellire la dittatura,
imponendosi come un potere efficace e onnicomprensivo, individuando nel princeps la
figura centrale del nuovo assetto politico.
Solo dopo alcuni secoli, i princeps verranno chiamati imperatori, termine che in età
repubblicana era legato esclusivamente alla sfera militare: si era imperator in quanto
comandanti vittoriosi in battaglia.
La vera ragione del rifiuto di Augusto risiede in questa consapevolezza: da un lato, la
dittatura era ormai associata ai lati oscuri del potere; dall’altro, il concetto stesso
risultava superato rispetto al potere che lui già deteneva.
E dopo?
Con l’Impero Romano si susseguiranno principi e imperatori, fino alla divisione tra
Oriente e Occidente. L’Occidente cadrà nel 476 d.C. nelle mani dei barbari, dando
origine ai regni romano-barbarici, mentre l’Impero d’Oriente continuerà per oltre mille
anni. Qui, sotto l’influenza greca, sarà possibile utilizzare il termine rex, e nel
linguaggio comune si affermerà l’uso della parola greca Basileus, ovvero "re".
La dittatura scompare. Mentre i testi giuridici, come il Corpus Iuris di Giustiniano,
verranno insegnati nelle scuole medievali e tramandati nella storia, molti testi letterari
andranno invece perduti. Curiosamente, le tracce degli istituti di diritto pubblico
sopravvivranno più nei testi non giuridici che in quelli strettamente giuridici.
Solo tra il 1400 e il 1500, con gli intellettuali dell’Umanesimo e del Rinascimento, si
inizieranno a recuperare i manoscritti antichi, tra cui gli scritti di Tito Livio. Tuttavia,
nei due secoli successivi si osserverà una certa repressione della cultura classica,
poiché aveva un impatto rilevante sulla politica dell’epoca.
La prima opera a riflettere nuovamente sul concetto di dittatura è quella di
Machiavelli, che la analizza in chiave positiva. Egli la considera una possibile soluzione
per creare un governo equilibrato e utile alla sua Firenze. Studiando l’esperienza
romana, Machiavelli interpreta la dittatura come una magistratura ideale, capace di
preservare e tutelare gli interessi del popolo, riconosciuto come sovrano.

1 fonte: 1) N. Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, 34: L'autorità dittatoria
fece bene, e
non danno, alla republica romana: e come le autorità che i cittadini si tolgono (prendono), non quelle
che sono loro dai suffragi
liberi date, sono alla vita civile perniziose. (CI SONO ALCUNE CARICHE ARCAICHE CHE I
CITTADINI NON SCELGONO CHE SONO NOCIVE)
E' sono stati dannati da alcuno scrittore quelli Romani che trovarono in quella città modo di creare
il Dittatore, come cosa che fosse cagione, col tempo, della tirannide di Roma (questa lettura fa capire
come si guarda la dittatura in modo differente, ovvero conoscendo le conseguenze storiche ) ;
allegando, come il
primo tiranno che fosse in quella città la comandò sotto questo titolo dittatorio; dicendo che, se
non vi fusse stato questo Cesare non arebbe potuto sotto alcuno titolo publico adonestare la sua
tirannide ( si sottolinea che la dittatura permise l’avvento della tirannia ) . La quale cosa non fu
bene, da colui che tiene questa opinione, esaminata, e fu fuori d'ogni
ragione creduta. Perché, e' non fu il nome né il grado del Dittatore che facesse serva Roma, ma fu
l'autorità presa dai cittadini per la lunghezza dello imperio: e se in Roma fusse mancato il nome
dittatorio, ne arebbono preso un altro; perché e' sono le forze che facilmente si acquistano i nomi,
non i nomi le forze ( si dice che non è la dittatura ad esser sfociata in tirannia ma il carattere
della perpetuità, del resto se non ci fosse stata la dittatura ci sarebbe stato qualcos’altro ma
identico perché è la forza che prende il nome della carica, non il nome della carica che con
violenza diventa forte ). E si vede che 'l Dittatore, mentre fu dato secondo gli ordini publici, e non per
autorità propria, fece sempre bene alla città. Perché e' nuocono alle republiche i magistrati che si
fanno e l'autoritadi che si dànno per vie istraordinarie( si constata dalle fonti che quando il
dittatore è stato dato in maniera conforme alle istituzioni e non perché si fosse preso con forza
le conseguenze erano favorevoli, machiavelli fece una distinzione che diventerà poi ordinatoria
nel 900, la distinzione è quella fra dittatura assegnata ad un soggetto dall’ordinamento in
conformità, ma c’è anche la dittatura presa da se da un soggetto ), lo stesso Carl Schmith
riprenderà in proposito a Machiavelli il concetto di dittatura sovrana e dittatura commissaria
che invece è prevista dall’ordinamento giuridico in cui il dittatore prende ordini dal potere
sovrano ( che a roma era il senato ), non quelle che vengono per vie ordinarie:
come si vede che seguì in Roma, in tanto processo di tempo, che mai alcuno Dittatore fece se non
bene alla Republica. ( non ci fu mai dittatore che fece male alla res esclusi cesare e silla)
Di che ce ne sono ragioni evidentissime. Prima, perché a volere che un cittadino possa offendere,
e pigliarsi autorità istraordinaria, conviene ch'egli abbia molte qualità ( sono le autorità straordinarie
che sono nocive, non quelle ordinarie, infatti la dittatura è data per via straordinaria,
Machiavelli fa una serie di riflessioni, dice che questa dittatura è magistratura straordinarietà
ma sta diventando ordinaria visto che è inserita in una prospettiva di ordinarietà nella misura
in cui l’ordinamento prevede la possibilità di istituzione del dittatore in maniera non ordinaria
e addirittura con estensione della carica ecc. ), le quali in una republica non
corrotta non può mai avere: perché gli bisogna essere ricchissimo, ed avere assai aderenti e
partigiani, i quali non può avere dove le leggi si osservano; (prima che a qualcuno venga la vaga idea
o voglia e pure ci riesca a diventare un’autorità straordinaria è necessario che abbia una serie
di connotazioni personali che in una repubblica sana e non corrotta nessuno potrebbe mai
avere, bisogna essere ricchi e molti seguaci, cosa impossibile se le leggi sono sane, seppur
ricco, il ragionamento in ottica romana non starebbe in piedi, infatti ci si trova in un’epoca
posteriori, perché nell’antica roma anzi serviva essere ricchi per finanziare la rss pubblica e
quindi divenire magistrati ) e quando pure ve gli avessi, simili uomini
sono in modo formidabili, che i suffragi liberi non concorrano in quelli (dovrebbero essere così tanti
da poter concorrere e far saltare le votazioni di assemblee libere, cosa che non avviene mai).
Oltra di questo, il Dittatore
era fatto a tempo, e non in perpetuo, e per ovviare solamente a quella cagione mediante la quale
era creato (era creato con uno scopo, quindi si individuano i due limiti, scopo e tempo ); e la sua
autorità si estendeva in potere diliberare per sé stesso circa i rimedi di quello
urgente pericolo, e fare ogni cosa sanza consulta, e punire ciascuno sanza appellagione (l’autorità
permetteva di sanare il pericolo senza consultare nessuno, potendo punire senza la provocatio
ad populum, ma non poteva nuocere lo stato e ridurre i suoi poteri come sottrarre potere al
popolo, senato o abolire le leggi per farne di nuove – qui si riferisce a silla che fece delle
leggi ): ma non
poteva fare cosa che fussi in diminuzione dello stato; come sarebbe stato tôrre autorità al Senato o
al Popolo, disfare, gli ordini vecchi della città, e farne de' nuovi. In modo che, raccozzato il breve
tempo della sua dittatura, e le autorità limitate che egli aveva, ed il popolo romano non corrotto;
era impossibile ch'egli uscisse de' termini suoi, e nocessi alla città: e per esperienza si vede che
sempre mai giovò. ( considerando tutto ciò, popolo romano sano, limiti della dittatura, era
impossibile che si uscisse dai confini nuocendo alla società, infatti questo non si verificò mai
con la dittatura )
E veramente, infra gli altri ordini romani, questo è uno che merita essere considerato e numerato
infra quegli che furono cagione della grandezza di tanto imperio (si fa un passaggio ulteriore,
addirittura di tutte le istituzioni romane la dittatura anzi fu tra quelli che furono ragione del
successo di roma e del suo impero perché senza un ordine simile, perché si generalizza un
principio di teoria politica “ se non c’è un’istituzione simile a questa, le città molto
difficilmente riescono ad affrontare le circostanze straordinarie che possono occorrere loro “);
perché sanza uno simile ordine le
cittadi con difficultà usciranno degli accidenti istraordinari. Perché gli ordini consueti nelle
republiche hanno il moto tardo ( le istituzioni republicane con la democrazie sono lente rispetto
alla dittatura ) (non potendo alcuno consiglio né alcuno magistrato per sé stesso
operare ogni cosa, ma avendo in molte cose bisogno l'uno dell'altro, e perché nel raccozzare insieme
questi voleri va tempo) (in un regime democratico o aristocratico, ci vuole del tempo per mettere
insieme delle decisioni delle varie parti divenendo la situazione pericolosa se per questa è
necessaria una risoluzione nel breve tempo, pensare di fare ricorso a soluzioni ordinarie e
strumenti ordinari soprattutto è impensabile soprattutto nei casi di emergenza/urgenza ) sono
i rimedi loro pericolosissimi, quando egli hanno a rimediare a una cosa
che non aspetti tempo. E però le republiche debbano intra loro ordini avere uno simile modo ( per tal
motivo le repubbliche devono uno strumento straordinario come la dittatura, infatti fu fatta un
paragone con la repubblica veneziana che aveva una magistratura inquisitoria con poteri
straordinari per i casi di emergenza da Machiavelli ): e la
Republica viniziana, la quale intra le moderne repubbliche è eccellente, ha riservato autorità a pochi
cittadini, che ne' bisogni urgenti, sanza maggiore consulta ( da una comparazione diacronica, fra
due periodi temporali diversi, si passa ad una sincronica, cioè la comparazione che facciamo
fra ordinamenti ), tutti d'accordo possino deliberare. ( questi in modo rapido senza consultare
nessuno possono prendere delle decisioni )
Perché, quando in una repubblica manca uno simile modo, è necessario, o, servando gli ordini,
rovinare, o, per non ruinare, rompergli (se in una repubblica manca un istituzione di questo
genere che possa ricorrere ai ripari quando necessario si aprono due strade, rispettare
l’ordinamento e si va in rovina oppure trasgredire l’ordinamento e istituire a qualcosa di
estremamente potente, si capisce quindi che è presente una terza possibilità che sta in mezzo,
meglio quindi prevedere nell’ordinamento come a venezia la magistratura senza consulta, così
da non rovinare tutto o affidarsi a qualcosa di potente ) . Ed in una republica non vorrebbe mai
accadere cosa che
con modi straordinari si avesse a governare. Perché, ancora che il modo straordinario per allora
facesse bene, nondimeno lo esemplo fa male (se anche metti caso, prendendo questa seconda via
che quella istituzione a cui si ricorre in quel momento agisca per il bene, tuttavia in ogni caso
costituirebbe un esempio pericoloso perché si mette una usanza di rompere gli ordini per bene
che in quest’ottica si rompono per male, fai fare un qualcosa ad un’istituzione per il bene
avendo però poi una conseguenza in male ); perché si mette una usanza di rompere gli ordini per
bene, che poi, sotto quel colore, si rompono per male. Talché mai fia perfetta una republica, se con
le leggi sue non ha provisto a tutto, e ad ogni accidente posto il rimedio, e dato il modo a governarlo.
(l’idea è quella di una repubblica perfetta, la cui condizione è prevedere tutto, un rimedio per
tutte le circostanze così da governare tutti i casi )
E però, conchiudendo, dico che quelle republiche, le quali negli urgenti pericoli non hanno rifugio
o al Dittatore o a simili autoritadi, sempre ne' gravi accidenti rovineranno ( le repubbliche senza
dittatori o qualcosa di simile finiranno sempre male). È da notare in questo
nuovo ordine il modo dello eleggerlo, quanto dai Romani fu saviamente provisto ( bisogna tener conto
però del modo di scelta del dittatore come fecero i romani ). Perché, sendo la
creazione del Dittatore con qualche vergogna dei Consoli, avendo, di capi della città, a divenire
sotto una ubbidienza come gli altri; e presupponendo che di questo avessi a nascere isdegno fra'
cittadini; vollono che l'autorità dello eleggerlo fosse nei Consoli ( ricorrere alla dittatura si lede
l’onore/dignità dei consoli, perché questi che sono alla guida assoluta della città devono
seguire le indicazioni del dittatore e alla luce di questo che potrebbe causare sdegno ai
cittadini, quindi a tutela della cittadinanza, per non far alterare i cittadini per il ricorso al
dittatore, come dice Tito Livio infatti i cittadini si spaventano quando vede le scurie ecc. o che
si altera per il ricorso al dittatore in quanto nominato ad versum plebem, contro il popolo,
Livio dice che i senatori infatti nominavano con l’idea che lo stesso dittatore non era soggetto
alla provocatio ad populum, il popolo ribelle quindi che non vuole assecondare la leva e
combattere non può ribellarsi ad un dittatore che si mostra con le scurie in città e che non si
poneva problemi di alcun tipo nel condannare i cittadini (anche a morte se necessario), sino
alle leggi licinie sexties l’antifona era questa, cambiò appunto con l’arrivo e la possibilità di
avere consoli plebei, ma fino al 368 tutte le fonti si riferiscono ad un dittatore nominato per la
guerra/emergenza però i senatori hanno in testa che lo strumento era per lo più utilizzato per
tenere sotto scacco il popolo; Machiavelli dice infatti che intelligentemente i romani fecero in
modo che l’autorità che eleggeva (la dictio) fossero i consoli stessi, quindi la costituzionalità
del procedimento di nomina è evidentemente un potere che passa dai magistrarti ordinari
rendendo costituzionale l’istituzione ): pensando che, quando l'accidentevenisse che Roma avesse
bisogno di questa regia potestà (Machiavelli dice che se mai capitasse la necessità di avere un
potere REGIO lo utilizzerebbero volentieri senza problemi, si riprende il concetto di regio
perché lo si desume dalle similitudini fatte nelle fonti ), ei lo avessono a fare volentieri e facendolo
loro, che dolesse loro meno. Perché le ferite ed ogni altro male che l'uomo si fa da sé
spontaneamente e per elezione, dolgano di gran lunga meno, che quelle che ti sono fatte da altrui.

Machiavelli analizzò i primi dieci libri di un’opera di Tito Livio, traendone le idee
filosofiche e politiche che gli erano utili per sostenere la sua tesi: la dittatura era una
soluzione ottimale per la sua realtà.
Questo rappresenta già un grande passo verso l’idealizzazione della storia romana. La
sua opera, infatti, non è un’analisi esegetica volta a ricostruire fedelmente le
dinamiche di Roma antica, ma un uso strumentale della storia. Machiavelli non cerca
la verità storica in sé, bensì un modello etico e politico che, se ritenuto utile al
presente, può essere adottato e applicato.

2 fonte: 2) N. Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, 33: Quando uno
inconveniente è
cresciuto o in uno stato o contro a uno stato, è più salutifero partito temporeggiarlo che urtarlo.
Crescendo la Republica romana in riputazione, forze ed imperio, i vicini, i quali prima non avevano
pensato quanto quella nuova republica potesse arrecare loro di danno, cominciarono, ma tardi, a
conoscere lo errore loro; e volendo rimediare a quello che prima non aveano rimediato,
congiurarono bene quaranta popoli (lega latina) contro a Roma: donde i Romani intra gli altri rimedii
soliti farsi
da loro negli urgenti pericoli, si volsono a creare il Dittatore, cioè dare potestà a uno uomo che
sanza alcuna consulta potesse diliberare, e sanza alcuna appellagione potesse esequire le sue
diliberazioni. Il quale rimedio, come allora fu utile, e fu cagione che vincessero i soprastanti pericoli,
così fu sempre utilissimo in tutti quegli accidenti che, nello augumento dello imperio, in qualunque
tempo surgessono contro alla Republica. (si sottolinea l’utilità della dittatura)

Siamo al punto in cui Machiavelli fotografa il passaggio in cui Livio racconta come si
arriva alla prima dittatura.

3 fonte: 3) N. Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, 30: Conviene, pertanto, che
per
rimedio io le dia, che la tenga i medesimi modi che tenne la Republica romana a essere meno ingrata
che l'altre. Il che nacque dai modi del suo governo. Perché, adoperandosi tutta la città, e gli nobili
e gli ignobili (sia i nobili sia quelli non nobili come ceto si impegnavano nella guerra sempre,
venivano temprati in un contesto guerresco che facilmente si creavano nuove persone con
personalità importanti, questi personaggi eroici e valorosi fa si che il popolo abbia a
disposizioni tante persone valorose che crea una società a cui si fa a gara per virtù in quanto
attori di azioni in cui il popolo ammira e guarda ), nella guerra, surgeva sempre in Roma in ogni
età tanti uomini virtuosi, ed ornati di
varie vittorie, che il popolo non aveva cagione di dubitare d'alcuno di loro, sendo assai, e guardando
l'uno l'altro. E in tanto si mantenevano interi e respettivi di non dare ombra di alcuna ambizione
né cagione al popolo, come ambiziosi, l'offendergli, che, venendo alla dittatura quello maggiore
gloria ne riportava che più tosto la diponeva (questi uomini si mantenevano integri moralmente e
rispettosi in modo tale da non dare spazio al popolo di essere prevaricati ma non dando spazio
alla propria ambizione a prevalere sul popolo, erano così integri da non dare ombra rispetto al
proprio operato soprattutto non dando modo al popolo di averne motivo – in tutto questo
contesto in cui questi uomini fra cui si sceglieva il dittatore per valori militari e non solo, la
circostanza era sempre la minaccia bellica, ma doveva esserci stima presso tutte le
componenti della società, la gloria maggiore di questi nuovi dittatori non era tanto il fatto di
essere nominati ma quando si abdicava, perché la gloria era nel fatto che si era riusciti a
risolvere il problema per la quale si era nominati, abdicando non si produceva odio o
ingratitudine perché non produceva sospetti sull’intento di queste grandi figure, il
ragionamento è stato fatto sugli esempi storici dati nelle fonti storiche in cui tutti risultano
quasi sempre virtuosi, è condizionato, non è oggettivo rispetto all’istituto). E così, non potendo
simili modi generare sospetto,
non generavano ingratitudine. In modo che, una republica che non voglia avere cagione d'essere
ingrata, si debba governare come Roma, e uno cittadino che voglia fuggire quelli suoi morsi, debbe
osservare i termini osservati da' cittadini romani.

In questo capitolo si affronta il tema dell’ingratitudine del popolo nei confronti dei
governanti, un problema che Machiavelli osserva chiaramente in relazione alla
situazione di Firenze. Il popolo, infatti, non riconosce come i poteri operino per il bene
della collettività. Per risolvere questo problema, secondo Machiavelli, occorre seguire
l’esempio dei Romani, che riuscivano a limitare tali situazioni.
Egli sostiene che basti analizzare l’organizzazione del governo romano: poiché tutta la
città, nobili e non, partecipava attivamente alla guerra e agli affari pubblici, il contesto
bellico favoriva l’emergere di numerose personalità virtuose e individui ricchi di
onorificenze. Questo sistema creava una società in cui i cittadini, ispirandosi l’un
l’altro, si sfidavano nel perseguire la virtù.
Questo concetto è fondamentale per comprendere lo sviluppo successivo della
dittatura dopo Machiavelli. Gli uomini prestigiosi dell’epoca romana cercavano di
mantenere un equilibrio tra le proprie ambizioni e il rischio di inimicarsi il popolo. Il
nodo centrale della questione risiede proprio nel legame tra il dittatore e la possibile
ingratitudine popolare: un dittatore capace di garantire questo equilibrio riusciva a
evitare il risentimento del popolo.

4 fonte: 4) N. Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, 49: E per venire a qualche
esemplo particulare, dico come, intra le altre cose che si hanno a considerare da uno ordinatore
d'una republica ( governante ) è esaminare nelle mani di quali uomini ei ponga l'autorità del sangue
contro de' suoi
cittadini ( una delle cose importanti è che chi governa deve fare è la scelta giusta rispetto agli
uomini che possono reprimere i cittadini ). Questo era bene ordinato in Roma, perché e' si poteva
appellare al Popolo ordinariamente: ( si ricorda la provocatio ad populum )
e se pure fosse occorso cosa importante, dove il differire la esecuzione mediante l'appellagione
fusse pericoloso, avevano il refugio del Dittatore, il quale eseguiva immediate; al quale rimedio non
refuggivano mai, se non per necessità. ( se anche ci si fosse trovati in una circostanza molto grave
in cui il differimento dell’esecuzione attraverso l’utilizzo della provocatio ad populum fosse
risultata pericolosa per la civitas, avevano il refugio del dittatore il quale poteva dare
esecuziomne alla condanna immediatamente per le situazioni gravi, per Machiavelli è positivo
perché salva la civitas)

La prospettiva di Machiavelli offre alcuni elementi essenziali per riflettere sulla


dittatura. Tuttavia, dal Machiavelli del Quattrocento e Cinquecento e dal pensiero
politico che si sviluppa attorno a lui, possiamo fare un salto alla fine del Seicento e agli
inizi del Settecento, fino a uno dei grandi pensatori dell’epoca: Montesquieu.
Oltre alla sua opera fondamentale, Lo spirito delle leggi, in cui teorizza la separazione
dei poteri tra esecutivo, legislativo e giurisdizionale, Montesquieu scrisse
anche Considerazioni sulle cause della grandezza dei Romani e della loro decadenza.
Qui ci troviamo di fronte a uno dei fondatori della politica moderna, che studia la storia
romana come strumento di riflessione politica. Sebbene possa sembrare un approccio
lontano dai nostri giorni, è in realtà una modalità di analisi che è giunta fino a noi.
Montesquieu si occupò anche della dittatura, affrontandola da una prospettiva storica
e seguendo l’insegnamento di Machiavelli, con particolare riferimento alle esperienze
di Silla e Cesare. Egli evidenziò una distinzione importante: il dispotismo—inteso come
dittatura tirannica—è anticostituzionale perché si avvicina alla monarchia, ma si
distingue dalla dittatura in senso proprio, in quanto il despota esercita il potere in
modo arbitrario.

1) Montesquieu, Pensieri , 1712: Dittatore. – Davanti a lui, le leggi erano nel silenzio, e il [potere,
colui che ha il potere è sovrano perché il potere è sovrano]
Sovrano abbassava la testa. Sarebbe stato un tiranno (vicinanza alla carica del tiranno), se non fosse
stato scelto per un tempo corto,
e se la sua potenza non fosse stata limitata dall’oggetto per il quale era stato prescelto ( si sottolinea
come i due vincoli limitassero la dittatura).
Dittatore. – Rimedio estremo nei mali estremi (secondo il pensiero del dittatore è “rimedio estremo
a mali estremi"). Era una Divinità che scendeva da Cielo per la
soluzione delle situazioni ingarbugliate. ( si equipara al dio della tragedia greca, la divinità che
quando non si sa come uscire dalle situazioni ingarbugliate scende dal cielo e risolve tutto,
viene presa questa teoria nella tragedia greca ma in un quadro tipicamente illuminista, lo
stesso illuminismo che teorizza l’idea di un dio che corrisponde alla suprema ragione
qualunque forma abbia, la ragione suprema è il divino degli illuministi. La ragione suprema è
una sorta di perfetto ordine logico )

In questa riflessione, Montesquieu afferma che la dittatura, intesa come rimedio


estremo a mali estremi, rappresenta la massima espressione della razionalità del
diritto. La dittatura viene così idealizzata come strumento per la costruzione di un
ordine perfetto. Questa visione porterà a conseguenze significative: in seguito, la
storia del diritto romano verrà spesso considerata come un sistema astratto e perfetto
a cui ispirarsi, piuttosto che come una realtà storica concreta.
Montesquieu annota una serie di pensieri che possono essere visti come una sorta di
opera preparatoria per i suoi scritti successivi. Egli utilizza il termine Sovrano con
la S maiuscola, poiché nel Settecento il modello dominante era la monarchia assoluta,
ma anche per intendere il potere nella sua forma più alta.
A questo proposito, Carl Schmitt definirà come potere sovrano quello che decide in
una situazione di emergenza: la sovranità coincide con il momento in cui si verifica
uno stato di necessità per lo Stato. Colui che detiene quel potere è il sovrano.
Montesquieu intraprese un viaggio in Inghilterra per studiare la dittatura
parlamentare inglese. Al suo ritorno in Francia, fu entusiasta dell’esperienza,
ritenendola una svolta utile per la sopravvivenza politica della Francia.

Lezione 19:
02/04/25
Riprendiamo il discorso su Montesquieu e il suo approccio innovativo rispetto a
Machiavelli.
Come affronta il tema della dittatura nell’opera Lo spirito delle leggi? Quest’opera,
scritta nel Settecento, è fondamentale per lo sviluppo del pensiero illuminista. Il suo
obiettivo è analizzare i rapporti tra le leggi e le condizioni sociali, politiche ed
economiche. Montesquieu dedica un capitolo al dittatore, inquadrandolo nella
distinzione tra dispositivi straordinari e ordinari.
Nei suoi Pensieri, egli afferma che Lo spirito delle leggi rimane in silenzio riguardo alla
figura del dittatore. Questo silenzio è significativo: Montesquieu non si concentra sulle
leggi in un determinato periodo storico, ma sul loro spirito, sul loro significato e sulla
loro funzione.
Proprio per questo, non può ignorare la dittatura: essa rappresenta un momento in cui
le leggi si ritraggono, lasciando spazio a un potere straordinario. Montesquieu analizza
quindi il rapporto tra il normale funzionamento di uno Stato e l’istituzione del dittatore
come strumento eccezionale, capace di sospendere l’ordinario per affrontare situazioni
di emergenza.

2) Montesquieu, Lo spirito delle leggi , 2.3: Un’autorità esorbitante, concessa tutt’a un tratto a
un cittadino in una repubblica, forma una monarchia o più che una monarchia. In questa le leggi
hanno provveduto alla costituzione o vi si sono adattate ( le leggi come si pongono quando ad un
tratto si coincide ad un singolo un’autorità esorbitante come il dittatore? Il paradosso è che
mentre in altre città il tiranno sopprime le leggi, qua ci si riferisce a delle leggi che si
adattano al dittatore e che di fronte ad un potere di questo tipo fa si che le leggi stesse siano
istitutive ): il principio del governo tiene a freno il
monarca ( sono le leggi che regolano il dittatore ); ma, in una repubblica in cui un cittadino si fa
dare un potere esorbitante, l’abuso di questo
potere è maggiore (la possibilità che l’individuo singolo abusi del potere è elevato rispetto al
monarca perché se le leggi non prevedono un caso così, come dice Machiavelli, in una
democrazia diventa di carattere straordinario, proprio perché l’ordinamento non ha previsto
ne l’istituto ne i limiti ), poiché le leggi, che non hanno previsto un simile caso, non hanno fatto
nullaper frenarlo. L’eccezione a questa regola si ha quando la costituzione dello Stato è tale da aver
bisogno di una carica dal potere esorbitante (qui riprende Machiavelli, quando però la costituzione
dello stato, costituzione intesa come l’insieme delle istituzioni, è tale da sapere che quella
carica serve allora la situazione è diversa, proprio come era a Roma con i suoi dittatori ). Tale
era Roma con i suoi dittatori; tale è Venezia con
i suoi inquisitori di Stato; si tratta di magistrature terribili (si fa una similitudine con Venezia, in cui
però si sviluppa un pensiero di “terribile” per le magistrature, c’è una idea di magistratura che
fa terrore ma a questa idea si collega un’altra, anche il fatto che le magistrature riconducono
violentemente e con il terrore lo stato alla libertà, si gioca ancora l’idea che l’eccezionalità di
questa magistratura anche se esorbitante rientra nell’ordinamento, questo ordinamento è
preparato a contenere questo stato di eccezione perché ha il dispositivo ovvero la dittatura ma
anche gli strumenti per maneggiare questo istituto senza eccessivo rischio ) che riconducono
violentemente lo Stato
alla libertà. Ma donde viene che tali due magistrature siano così differenti in queste due repubbliche? (
comparazione diacronica fra Roma e rep. Veneziana )
Dal fatto che Roma difendeva i resti della propria aristocrazia contro il popolo ( dittatura ad versum
plebe come diceva Livio ), mentre Venezia si
serve dei propri inquisitori di Stato per preservare la sua aristocrazia contro i nobili. (c’è una
differenza a Roma questo dispositivo era posto a tutela della elite al governo, a Venezia
viceversa garantisce l’elite rispetto al contesto/componente sociale da cui la stessa elite
proviene, ma Montesquieu dimentica che anche a Roma ci sono circostanze in cui peraltro il
dispositivo della dittatura viene utilizzato perché parte dell’aristocrazia trama per fare i propri
interessi e quindi la parte più sana dell’aristocrazia senatoria si difende nominando e dando in
carico ad un dittatore l’inchiesta) Ne deriva che
a Roma la dittatura non doveva durare che poco tempo, perché il popolo agisce spinto dalla foga,
non secondo piani (Siccome il popolo agisce sulla spinta della foga e senza pensiero a lungo
periodo e soprattutto siccome era uno strumento a tutela dell’elite romana contro il popolo,
senza pensare alle vere rivoluzioni iniziando da quella francese, c’è una visione semplificatoria
perché effettivamente c’è un pensiero di lungo periodo con le rivoluzioni, come popolo branco
che agisce per ordine della foga e quindi per la quale è necessario poco tempo al dittatore per
sanare l’onda “breve” popolare ). Bisognava che questa magistratura si esercitasse in maniera
eclatante, perché si
trattava di intimidire il popolo, non già di punirlo (es: le scurie, usate per intimidire il popolo, che si
spaventava, l’idea non era punire il popolo per esercitare la coercitio, ma bisognava far
tornare indietro il popolo solo con la paura ); che il dittatore fosse creato in vista di un solo
obiettivo ( solo per l’esercizio di una funzione seppur ci sono casi in cui ci si protrae per
esercitare funzioni con altri obiettivi ), e godesse di un’autorità illimitata solo in merito a tale
incombenza, perché era sempre
creato per un caso imprevisto. A Venezia invece [...] ( c’è si eccezionalità, ma la funzione deve
essere limitata all’eccezionalità e al caso per la quale è stato nominato )

Nella res publica romana, il governo può essere nelle mani del popolo attraverso la
democrazia, oppure può essere affidato a una piccola parte della società, ossia
l’aristocrazia, tramite il governo dei migliori.
Montesquieu propone un’interpretazione della dittatura romana in cui essa si trova, da
un lato, vicina al dispotismo, ma dall’altro si colloca in uno spazio fra legittimità
e extrema ratio (estrema necessità). Quest’area è ristretta, ma è proprio in questo
spazio che Montesquieu localizza la funzione della dittatura romana. Secondo lui, la
dittatura esercita un'autorità esorbitante ma con dei limiti, in quanto serviva a
proteggere gli interessi dell’aristocrazia contro quelli del popolo.
Montesquieu sottolinea anche come, pur trattandosi di un potere straordinario, la
dittatura romana fosse vincolata dalla divisione dei poteri che già esisteva a Roma. Le
magistrature e i consoli gestivano il potere esecutivo, mentre le assemblee erano
responsabili del potere legislativo. Questi freni imposti dalla divisione dei poteri
limitavano il potere del dittatore, facendo sì che questa magistratura straordinaria
diventasse inevitabilmente uno strumento di parte. Sebbene la dittatura non fosse
originariamente concepita come un mezzo a favore dell’aristocrazia, spesso veniva
utilizzata a quel fine.
Tuttavia, Montesquieu osserva che la dittatura romana, pur essendo esercitata in un
contesto di conflitto tra popolo ed elite, era un potere neutro in quanto tale. In
situazioni di frizione tra le due fazioni, quando la negoziazione non portava a risultati,
il dittatore interveniva come figura capace di risolvere il conflitto. In questo senso, era
davvero un potere neutro, volto a placare le tensioni sociali.
Infine, Montesquieu individua una netta cesura tra la dittatura dei primi due secoli
della Repubblica e quelle dei periodi di Silla e Cesare, evidenziando un cambiamento
significativo nel modo in cui il potere dittatoriale veniva esercitato.

3) Montesquieu, Lo spirito delle leggi , 9.16: D’altra parte, il senato aveva il potere di sottrarre,
per così dire, la repubblica dalle mani del popolo, attraverso la creazione di un dittatore, davanti al
quale il [potere] sovrano abbassava la testa, e le leggi più popolari ( quelle leggi più a favore del
popolo ) [in nota: quelle che permettevano di
fare ricorso al popolo contro le ordinanze di tutti i magistrati] restavano nel silenzio.

Si ribadisce il concetto di magistratura nata per tutelare gli interessi del senato ma per
la quale però lo stesso montesquieu recupera quel carattere di neutralità.

In questo proposito possiamo leggere:


4) Montesquieu, Considerazioni sulle cause della grandezza dei Romani e della loro
decadenza , XIII: Silla si disfa della Dittatura (si libera della dittatura in quanto tale); ma in tutta
la vita di Silla, al centro delle sue violenze,
si vede uno spirito Repubblicano (questa considerazione è importante perché da degli sviluppi,
Silla demolisce la dittatura tradizionale ma in tutta la sua vita, al centro delle violenze si cela
uno spirito repubblicano perché tutti i suoi ordini seppur impartiti come un tiranno quindi con
violenza, tendono però ad una forma di repubblica, Silla infatti restaura il potere senatorio ed
aristocratico, restituisce per poi abdicare ); tutti i suoi ordini, benché eseguiti tirannicamente,
tendono
sempre a una certa forma di Repubblica; Silla, uomo distante, porta violentemente i Romani verso
la libertà (Silla, con violenza porta i romani verso la libertà, l’idea che la dittatura si era
terribile ma conduce con violenza i cittadini alla libertà, si rafforza il concetto cruciale quello
di “terribile”); Augusto, astuto tiranno, li conduce dolcemente alla servitù. Mentre sotto Silla la
repubblica riprende le forze, tutti gridavano alla tirannide; e mentre sotto Augusto la tirannide si
rafforzava, non si parlava che di libertà. ( Silla porta con violenza i romani alla libertà, Augusto
che è un tiranno ma lo tiene nascosto, li conduce dolcemente alla schiavitù, il paradosso del
confronto è questo, con Silla che era accusato di tirannide la repubblica rifioriva, al contrario
con Augusto, si parlava di libertà )

In quest’opera, Montesquieu riconosce il cambiamento avvenuto con Silla, che ha


avuto come conseguenza quella di rendere i cittadini più inclini ad accettare la
dittatura. Questo snodo cruciale è presente nel suo pensiero, ma nonostante ciò, se
paragonato a Silla, Augusto e Cesare, Montesquieu vede in Silla una figura che ha
portato a una "riconduzione violenta" dell’istituto della dittatura.
Con Cesare, invece, egli considera la dittatura come uno strumento di potere, ma
orientato verso la tirannide, non verso la preservazione della libertà della Repubblica.
Montesquieu sottolinea infatti che per lui Cesare ambiva alla monarchia, piuttosto che
al mantenimento dell'ordine repubblicano.
Montesquieu, quindi, nell’opera segue con attenzione la storia romana, analizzando
questi eventi e distinguendo le varie figure storiche in base alla loro visione e al loro
utilizzo della dittatura.

5) Montesquieu, Considerazioni sulle cause della grandezza dei Romani e della loro
decadenza , VIII: Il Popolo dal canto suo impiegava le proprie forze, e la propria superiorità nel
suffragio ( errore storico, non c’è suffragio, ci sono i comizi, il popolo era più numeroso
dell’aristocrazia, chiaramente si riferisce ai suffragi intesi come comizi ma l’errore è presente
anche perché la plebe era per numero minoritaria ), i propri rifiuti di andare in guerra, le proprie
minacce di ritirarsi, la parzialità delle proprie
leggi, infine i Giudizi contro coloro che avevano fatto troppa resistenza contro di lui (irrogazione della
sanzione che andava contro alla volontà dei tribuni della plebe, si diveniva sconsacrata agli
dei, esposta a chiunque che poteva ucciderlo ); il Senato si
difendeva tramite la propria saggezza, la propria giustizia e l’amore che lo ispirava per la Patria,
attraverso le proprie buone azioni e una saggia distribuzione dei tesori della Repubblica( nell’esistenza
delle diverse correnti del senato stesso, prevale quasi sempre la corrente più saggia, le fonti
dicono della corrente che persegue il bene dello stato negli equilibri del periodo in cui lo stato
si trova ), per mezzo
del rispetto che il Popolo aveva per la gloria delle famiglie più importanti e la virtù dei grandi
personaggi, anche attraverso la Religione, le antiche istituzioni e la soppressione dei giorni di
assemblea, sotto il pretesto che gli Auspici non erano stati favorevoli, per mezzo dei Clienti,
attraverso l’opposizione di un Tribuno all’altro, attraverso la creazione di un Dittatore [...] ( si riprende
l’idea di Machiavelli di come più persone concorrono, si fotografa poi le manomissioni con gli
auspici, manomissione dei tribuni e poi con la creazione del dittatore, l’idea è quella di
dittatore quindi come strumento dell’oligarchia senatoria quando il popolo e aristocrazia si
fronteggiavano sbilanciando gli equilibri )

Questo frammento introduce il pensiero di un autore successivo, poiché Montesquieu


si inserisce in un filone di pensiero che interpreta la dittatura come uno strumento
antipopolare.
Tuttavia, prima di proseguire, dobbiamo fare un passo indietro e considerare un altro
pensatore, Jean-Jacques Rousseau. Anch'egli influenzato da Machiavelli, come tutti
coloro che si sono occupati di filosofia politica, Rousseau affronta il problema della
dittatura come istituzione politica da applicare nel mondo contemporaneo e moderno.
Si inserisce così nella tradizione di un'analisi attualizzante.
In particolare, Rousseau pone l’accento sulla durata limitata della dittatura e sugli
effetti conservatori e stabilizzanti che questa istituzione può avere. La sua riflessione
si concentra sull’uso della dittatura per preservare e stabilizzare lo Stato, evidenziando
il suo ruolo come strumento transitorio e di contenimento, piuttosto che come un
potere permanente o assoluto.
Dedicò un intero capitolo nella sua opera più importante:

Rousseau, Il contratto sociale IV 6

Machiavelli distingue tra due tipi di dittatura: una che è sottoposta alle leggi e una che
sopprime le leggi e ne crea di nuove. Questa distinzione fu ripresa e sviluppata da Carl
Schmitt, in riferimento anche agli scritti di Bodin, e si traduce nella separazione tra la
dittatura sovrana e quella commissaria. L'idea della dittatura commissaria è presente
anche nel pensiero di Rousseau.
L'opera di Rousseau riprende e rielabora le idee di Montesquieu e Machiavelli, ma allo
stesso tempo pone le basi per una nuova interpretazione del concetto di dittatura.
Rousseau guarda alla figura del dittatore come un legislatore, e afferma che mentre il
dittatore è "potenza senza diritto", il legislatore è "diritto senza potenza". Questa
riflessione influenzerà direttamente Carl Schmitt, il quale darà vita a conseguenze
teoriche complesse.
Il concetto centrale in Rousseau è quello di commissione. Egli sostiene che, rispetto
allo stato, non esistono diritti ma solo doveri: lo Stato affida ai cittadini delle
"commissioni" da compiere nell'interesse collettivo. La commissione implica un
impulso dall’alto verso il basso, un ordine che scende dall'autorità centrale e che deve
essere eseguito dal cittadino.
Rousseau osserva che, in una vera democrazia, la magistratura non è un privilegio,
ma un ufficio oneroso. Questa riflessione si ispira alla storia romana: nella Repubblica
romana, infatti, essere magistrato era considerato un servizio che i cittadini più
facoltosi dovevano rendere alla città, in quanto avevano più tempo e risorse per
occuparsene, con l’obiettivo di realizzare "la volontà del popolo".
Per quanto riguarda la dittatura, Rousseau sostiene che all’inizio della Repubblica
romana, chi deteneva tale potere si trovava in una posizione di grande difficoltà. La
durata limitata della carica derivava dal fatto che essa era vista come
una commissione dello stato, un incarico talmente gravoso che il dittatore, pur avendo
potere illimitato, non vedeva l'ora di liberarsene. Questo incarico era pesante, perché,
come scrive Rousseau, il dittatore aveva il compito di sostituire le leggi stesse, in linea
con il pensiero di Montesquieu, che vedeva la dittatura come una sospensione del
diritto ordinario.
In pratica, la visione di Rousseau del dittatore come "commissione" nella democrazia
lo considera come un braccio della legge privo di autonomia. Pur avendo un potere
enorme, il dittatore dipende sempre dalla commissione e dalle leggi stesse, come se
fosse un incaricato che non esercita un potere assoluto ma risponde a un dovere
superiore.

Come per Montesquieu, anche Rousseau sostiene che, in una democrazia, non possa
esistere una legge fondamentale scritta che vincoli il popolo. Al contrario, ci possono
essere solo un insieme di leggi non scritte che rappresentano lo spirito del popolo
stesso. Questa visione si riflette nel titolo dell'opera di Montesquieu, Lo spirito delle
leggi. Si riconosce qui l’eredità della civiltà romana, che si reggeva senza leggi
fondamentali scritte, le quali avrebbero potuto limitare l’autorevolezza del popolo. In
Roma, infatti, esistevano leges che regolavano l’impero, ma erano molto lontane da
una concezione democratica.
Montesquieu e Rousseau già cominciano a sviluppare l’idea di un popolo e del suo
spirito che diventerà uno dei cardini del pensiero romantico dell'800. L'idea che lo
spirito del popolo è il cuore della nazione si trasforma in una visione dello stato come
luogo di aggregazione di un popolo che ha sia una dimensione individuale che una
visione condivisa del diritto, quale espressione di quel popolo.
In alcuni passaggi, si parla di queste leggi non scritte, che risiedono nel cuore del
popolo, come una “costituzione scolpita nei cuori”, anticipando già le idee del
romanticismo. Questo concetto rimanda all’idea che il popolo è legato a una
costituzione viva, che si esprime nel sentimento comune, più che in un testo formale.
È una concezione che, seppur utopistica, era tipica del 700, un secolo che ha visto il
fiorire di grandi utopie, sviluppando ulteriormente quelle del 500 emerse con il
Rinascimento.
Per Rousseau, il dittatore romano è, in sostanza, un uomo che si sostituisce
temporaneamente alla “costituzione non scritta” del popolo, nelle situazioni in cui
questa non è in grado di risolvere i conflitti. Il dittatore agisce come un rappresentante
dell’interesse generale, ma sempre in funzione di una realtà che risiede nel cuore del
popolo, in una prospettiva di estrema ratio.
In questa visione, Rousseau fa una digressione che ci permette di approfondire meglio
il suo pensiero:

Rousseau, Il contratto sociale IV 6: Verso la fine della Repubblica, i Romani, divenuti più
circospetti, limitarono la dittatura con altrettante poche ragioni di quelle con cui l’avevano usata
largamente in altri tempi ( le dittature nel 4 infatti diminuirono per le limitazioni alla dittatura ).
Era facile vedere che il loro timore era male fondato, che la debolezza
della capitale costituiva allora la sua sicurezza contro i magistrati che essa aveva nel suo seno (per via
del timore si utilizzò meno la dittatura, ma in malo modo, perché la dittatura è per rousseau
una istituzione positiva più di quelle ordinaria, perché è un potere neutro che può difendere la
libertas repubblicana e assolutamente non attentarvi ) che
un dittatore poteva in certi casi difendere la libertà pubblica senza giammai potervi attentare, e che
i ferri di Roma non sarebbero forgiati in Roma stessa, ma nei suoi eserciti. (in questo ultimo
passaggio si recupera la valenza militare romana)

Rousseau, nel trattare la dittatura, fa una digressione anche sulle "dittature imminuto
iure", quelle con scopi limitati, amministrativi o religiosi, di qualità diversa rispetto alla
dittatura originaria. Per lui, queste forme di dittatura rappresentano uno svilimento
della carica. La loro natura ridotta, infatti, rischia di far perdere forza al potere
dittatoriale, che deve invece essere utilizzato con maggiore intensità per rispondere
alle necessità estreme della società. Rousseau considera queste dittature minori come
un rischio di degenerazione, arrivando a definire le cerimonie associate a queste
cariche come "vane", in quanto prive di un'autentica sostanza politica. Questo rischio
nasce dalla visione altissima che Rousseau ha della dittatura, una visione che si
sminuisce quando la carica viene ridotta a scopi amministrativi e funzionali di bassa
entità.
Allineandosi con Montesquieu, Rousseau individua in Silla e Cesare una deviazione
rispetto all'idea originaria di dittatura. Per Rousseau, queste dittature rappresentano la
sicurezza contro i magistrati, una misura necessaria in circostanze particolari, ma
lontana dall'idea di dittatura come un'autorità temporanea ed eccezionale. La dittatura
romana, nella sua concezione, aveva una carica di straordinaria potenza e necessità,
che si allontana dalla riduzione a forme limitate di potere che vediamo in seguito,
come nei casi di Silla e Cesare.
Rousseau dedica un capitolo intero alla dittatura, proponendo una visione ideale e
utopica, che però troverà enorme successo nelle epoche successive, influenzando
figure come Marx. Il suo pensiero è alimentato dall'idea di una "costituzione scolpita
nei cuori", un concetto che va oltre le leggi scritte e che si fonda su una "volontà
generale". Ma questa volontà non è la somma dei desideri della maggioranza, né una
volontà esplicita che si possa definire facilmente. Si tratta di una volontà che si forma
in modo ambiguo, "dallo spirito del cuore", come un'intuizione che rappresenta il
"bene comune". Questa visione esprime l’idea che la vera forza normativa risieda in
leggi non scritte, che sono l'espressione di una razionalità collettiva e condivisa.
Nel pensiero di Rousseau, la dittatura diventa quindi una commissione di potere da
parte del popolo, una delega per permettere al dittatore di compiere azioni eccezionali
in nome del bene comune. Il dittatore non è più visto solo come un sovrano con potere
assoluto, ma come un "legislatore" che ha la responsabilità di portare avanti l'azione
politica, pur essendo vincolato dalla volontà generale. Rousseau paragona il dittatore
a un "meccanico che inventa la macchina", un'analogia che si collega al contesto
dell'industrializzazione del suo tempo, dove il diritto e il governo sono visti come una
macchina complessa, che necessita di un intervento tecnico per essere messa in moto
e funzionare.
In questa visione, il dittatore assume una funzione spirituale, simile a quella degli
antichi legislatori romani, che erano interpretati come sacerdoti e custodi della volontà
divina. Tuttavia, Rousseau trasforma questa figura, facendo del dittatore un
"interprete" della volontà generale del popolo, ma non più in chiave religiosa. Il
dittatore diventa un esecutore della ragione sublime, che non è più divina, ma terrena
e politica, una ragione che guida l'azione verso il bene comune.
In sintesi, Rousseau trasforma la figura del dittatore da una semplice autorità
straordinaria in un agente del popolo, la cui missione è quella di agire secondo una
"costituzione" non scritta che esprime lo spirito collettivo. Questo concetto di dittatura,
come strumento per applicare il "bene comune", avrà un’influenza duratura sul
pensiero politico, diventando un modello di riflessione che si adatta alle diverse realtà
storiche successive.

Rousseau, nella sua concezione della "volontà generale", affronta il tema del dissenso
in un modo che può sembrare paradossale: afferma che il popolo, pur essendo la fonte
della volontà generale, difficilmente si adegua spontaneamente ad essa. In effetti,
Rousseau sottolinea che, sebbene la volontà generale sia l'espressione del popolo,
questa volontà può non essere riconosciuta come tale dai cittadini, perché spesso la
massa non è in grado di percepirla correttamente. Pertanto, il popolo può non
considerare questa volontà come propria, e per questo diventa necessario che la
società imponga questa volontà attraverso un "forzamento", ossia costringendo i
dissidenti ad aderire al concetto del "bene comune". Il famoso passaggio in cui
Rousseau dice che "chiunque rifiuti di obbedire alla volontà generale sarà costretto a
farlo", esprime chiaramente l'idea che la libertà di ogni individuo dipende dalla
sottomissione alla volontà generale, anche se ciò significa limitare la libertà
individuale in nome della collettività. Il risultato è una visione del popolo che non è
completamente libero nel suo agire, ma che deve essere "costretto" ad essere libero,
ossia ad agire secondo ciò che è percepito come l'interesse collettivo, anche contro la
sua volontà.
Questa idea di coercizione, in un certo senso, costituisce le radici di interpretazioni più
totalitarie della politica, come quelle che emergono durante la Rivoluzione Francese. Il
più noto degli interpreti di questi ideali è Maximilien Robespierre, che, traendo spunto
dalle teorie di Rousseau, applica l'idea di uguaglianza radicale e libertà all'interno di
un sistema politico che implica la coercizione dei dissidenti. La "libertà" in questo
contesto diventa un concetto legato all'uguaglianza totale tra i cittadini: se non siamo
tutti uguali, non possiamo essere veramente liberi. Questo pensiero alimenta la
visione di un governo che, per essere giusto, deve imporsi senza esitazione contro
ogni forma di dissonanza sociale e politica.
L'idea che la dittatura possa essere vista come uno strumento per "forzare" il popolo
ad aderire al bene comune diventa il nucleo di una visione politica che, purtroppo, ha
trovato applicazione nelle dittature del XIX e XX secolo. Quella di Rousseau è una
visione utopistica, ma la sua influenza sulla politica rivoluzionaria è stata profonda.
L'idea di una società in cui il popolo deve essere forzato a perseguire la propria libertà
(che è identica all'uguaglianza) sarà uno dei temi centrali per i movimenti rivoluzionari
che seguiranno.
Il pensiero di Benjamin Constant, come contraltare alle idee di Rousseau, rappresenta
un punto cruciale nella riflessione sulla libertà e sul potere nella politica moderna.
Constant, vivendo sulla propria pelle le conseguenze della Rivoluzione Francese e del
periodo del Terrore giacobino, avverte il pericolo di una dittatura che si giustifica come
"necessaria" per il bene collettivo, ma che, nella pratica, può degenerare in una forma
di oppressione autoritaria. La sua critica alla visione di Rousseau è profonda e prende
di mira la concezione di un potere che impone la "volontà generale" con la forza.
Questo rischio di coercizione che Rousseau considerava una fase necessaria per
raggiungere l'uguaglianza e il bene comune viene rifiutato da Constant, che propone
una visione più equilibrata, focalizzata sulla protezione delle libertà individuali e sulla
separazione dei poteri.
Constant ritiene che, per evitare il rischio di un'autorità incontrollata, sia essenziale
che lo stato si doti di una costituzione scritta, che definisca chiaramente i diritti e i
doveri dei cittadini e che impedisca abusi da parte di un governo centrale. La sua
posizione è dunque quella di un deciso contrasto alle derive autoritarie che avevano
caratterizzato la fase giacobina della Rivoluzione Francese. La sua visione non è quella
di un potere che si afferma attraverso la forza o la coercizione, ma quella di un
governo che rispetti e tuteli i diritti individuali e che operi all'interno di un quadro
costituzionale che bilanci i poteri.
Nel contesto della Rivoluzione Francese, la dittatura giacobina si presenta come un
passaggio necessario per instaurare un nuovo ordine, ma Constant avverte che questo
passaggio rischia di tradursi in una forma di oppressione piuttosto che in una
realizzazione dei principi di libertà e uguaglianza. L'idea che la dittatura sia un "male
necessario" per giungere a un regime legittimo si riflette anche nelle parole di
Robespierre, che pur non utilizzando esplicitamente il termine "dittatura", lo descrive
come una fase transitoria verso un regime costituzionale e legalitario. La sua
concezione di "terrore necessario" mostra come la violenza fosse percepita come un
mezzo legittimo per consolidare il nuovo ordine, un concetto che ricalca in parte le
teorie di Rousseau, ma che, nella pratica, condusse a un'escalation di repressione
politica.
La critica di Constant alla dittatura giacobina è un monito per le future riflessioni sulla
rivoluzione e sul potere. Nella visione marxista, ad esempio, si ripropone l'idea che la
dittatura del proletariato sia una fase transitoria necessaria per abbattere il vecchio
ordine e stabilire un nuovo sistema giuridico e politico. Marx, pur contestualizzando la
sua teoria in un diverso quadro storico e sociale, riprende l'idea della dittatura come
strumento per realizzare la giustizia sociale. Tuttavia, la sua visione del "potere
proletario" si scontra con la stessa problematica che Constant aveva sollevato: l'uso
del potere statale per forzare una trasformazione sociale può, in definitiva, tradursi in
un esercizio di dominio che mina le libertà individuali.
L'interpretazione di Rousseau della dittatura, intesa come uno strumento necessario
per difendere il popolo contro le élite aristocratiche, costituisce una visione che
rimarrà importante anche nei dibattiti successivi sul totalitarismo. In questo contesto,
la dittatura giacobina diventa un esempio di come la violenza politica possa essere
giustificata come strumento di emancipazione popolare, ma anche di come, nel suo
esercizio, possa degenerare in un sistema autoritario che annulla le libertà individuali
in nome del bene comune.
Il concetto di rivoluzione come passaggio attraverso la dittatura è, dunque, una delle
caratteristiche principali della riflessione politica moderna, e con la Rivoluzione
Francese, si raggiunge una nuova visione della dittatura, che si presenta come uno
strumento di transizione necessario per realizzare il bene collettivo, ma che può
facilmente degenerare in un potere assoluto e coercitivo. La riflessione di Constant,
sebbene ancorata a un contesto storico specifico, è tuttavia un'anticipazione delle
preoccupazioni moderne sulla concentrazione del potere e sulla necessità di difendere
la libertà individuale contro ogni forma di autoritarismo, anche quello che si nasconde
sotto il manto della rivoluzione e del cambiamento.
L'evoluzione di questa idea, che spazia da Rousseau a Constant, per arrivare alla
visione marxiana della "dittatura proletaria", mette in evidenza come la dittatura sia
stata pensata, in diverse epoche, come uno strumento per trasformare la società e per
realizzare l'uguaglianza, ma anche come un potenziale rischio di oppressione. Il
dibattito sulla natura e sul ruolo della dittatura, quindi, non solo ha radici profonde
nella filosofia politica, ma continua a influenzare la comprensione della politica e della
libertà nel mondo contemporaneo.
Lezione 19:
03/04/25

Dittatura all’interno del contesto della Rivoluzione francese. Tema che affiora in
applicazioni di dire di Rousseau dove questa idea della dittatura che si spinge a fondo
nel caos della Rivoluzione francese è quello di una funzione pedagogica della dittatura
che impone alle masse, concetto che si lega all’idea di un abbandono dei vecchi
costumi e di trasformazione > idea di fare pedagogia sulle masse perché si renda
disponibile ad abbandonare vecchi costumi è fondamentale. Lenin parlera di “educare
le masse”.
Se Robespierre addita come la peggior forma di governo il governo militare, poi arriva
napoleone, e la vera chiave di volta da un punto di vista politico è proprio Napoleone:
quando fa il colpo di stato, lui inaugura la nuova stagione dell’idea dell’uomo solo al
comando, mostrando che la tecnica militare è lo strumento attraverso cui si può avere
successo per prendere il potere > imprinting nella storia della dittatura come tecnica
per acquisire il potere, spiana la strada alle dittature novecentesche. C’è una
commistione di idee e concetti, napoleone non si propone come re, nemmeno come
dittatore, ma come imperatore. Ci interessa che la riflessione politica successiva a
Napoleone ravvisa nella sua esperienza un’esperienza dittatoriale, è da Napoleone che
si comincia ad affermare quell’uso della parola dittatura per indicare un regime
totalitario. C’è un filosofo, Comte, il quale fa riflessione sulle modalità di acquisizione
del potere, fa distinzione tra una dittatura rivoluzionaria (es. giacobina) e una dittatura
militare (es. napoleonica), un po’ come l’esperienza sillana.
Constant, che si colloca tra fine 700 e inizi 800, eredita quel tema del 700 che è noto
come classicismo contro modernismo, discussione tra illuministi, confronto tra antichi
e moderni. In cosa consiste questa questione: da un lato grande riscoperta del mondo
classico a partire dal 500 come massima espressione della civiltà, dall’altro nel corso
del 700 si riprendeva sensibilità sulla scorta dei progressi della scienza che rende
uomo del 700 molto consapevole dei progressi che sta facendo in questo secolo >
blocchi di intellettuali che si oppongono al classicissimo dicendo che la modernità non
ha nulla da invidiare.
Constant è figlio di questo clima culturale e una delle sue opere più importanti è sulla
libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni, confronti tra concetto di libertà
presso gli antichi, guardando le esperienze greche e romane, e libertà presente. Sul
piano della teoria politica, Constant rappresenta la vera svolta: è colui che evidenzia
un punto fermo della riflessione storiografica, ossia che c’è differenza incolmabile tra il
passato e il presente (ad es. il fatto che nel passato ci fosse la schiavitù), ma anche
riguardo alla libertà dice “nei nostri tempi il concetto di libertà è un concetto liberale,
che si correla ai valori di quella borghesia che ha fatto la rivoluzione francese, che ha
fatto al rivoluzione americana, la rivoluzione industriale che in Europa sta riscrivendo
gli equilibri > idea di libertà liberale di questa borghesia, fondata su indipendenza
economica, in un contesto economico in cui si estrinseca l’idea del libero mercato, in
cui si giocano le proprie capacità e disponibilità economiche. A cosa si contrappone la
libertà liberale de moderni? La libertà democratica degli antichi, che è quella
concezione della libertà che definiamo visione collettivistica (=bene dell’individuo
subordinato al bene collettivo). Libertà del singolo contrapposta alla libertà della
collettività.
In questa cornice, Constant non ha mai un’attenzione specifica alla dittatura: se ne
occupa qua e là con quest’idea di libertà, mai criticando la visione della dittatura
romana ante sillana, ma criticando sempre le dittature dei suoi tempi.
FONTE BENJAMIN CONSTANT 1) Delle vicende successive alla controrivoluzione del
1660 in Inghilterra (1799): «Ma le istituzioni sono imperfette tutte le volte che
l’inettitudine di qualche uomo può trascinare lo stato sul bordo di un abisso. I nostri
mali vengono senza dubbio dalla dittatura accordata al direttorio. Non è che io creda a
queste cospirazioni, scoperte tardive dei partiti vincitori contro i vinti, favole assurde,
alle quali si collegano i fatti più diversi, e delle quali si pensa di aver bisogno per
spiegare gli effetti naturali dell’amore per il potere, la passione più inerente al
carattere dell’uomo. Cromwell, nell’opprimere l’Inghilterra, non era d’accordo né con
la Francia, né con la Spagna; ma ha voluto dominare sugli Inglesi. Cesare,
nell’usurpare la dittatura, non era complice né dei Galli né dei Parti: egli voleva essere
padrone dei Romani [...]»
Ragiona su forme politiche guardando all’Inghilterra, modello abbastanza interessante.
Uso della storia romana che si fa. Dittatura in sé non è un male ma viene usurpata.
1) Frammenti di un’opera abbandonata sulla possibilità di una costituzione
repubblicana in un grande paese (ante 1806): «Di là l’usurpazione che risultò
dalla dittatura a Roma. La storia romana è un grande esempio della necessità di
un potere intermedio. Noi vediamo in questa repubblica, al centro delle frizioni
tra il potere popolare e il potere al governo, ciascuna delle parti cercare delle
garanzie. Ma dal momento che le collocava sempre in se stessa, ogni garanzia
diveniva un’arma contro la parte opposta. I sollevamenti del popolo
minacciavano lo stato della sua distruzione, si creava il dittatore, magistrato
interamente a favore della classe governante; l’oppressione esercitata da
questa classe che riduceva i plebei alla disperazione non distruggeva affatto la
dittatura, ma si faceva ricorso simultaneamente all’istituzione tribunizia,
autorità tutta popolare. Allora i nemici si sarebbero ritrovati in presenza:
solamente, ciascuno si era rafforzato per sua parte. [...] Così ciascun partito
assaggiava a turno il potere che avrebbe dovuto essere affidato a mani neutre,
e ne abusava.»
Riflessioni federaliste proposte nella prospettiva di una comparazione col sistema
nordamericano. Idea di fondo che emerge è l’idea fondamentale che il fallimento
romano che condusse alla fine dell’epoca repubblicana era dovuto alla inesistenza di
quello che Constant chiama potere intermedio > che è quello che poi diventerà l’idea
dei corpi intermedi (ad es. i partiti), esempi di mediazione tra potere costituito e il
popolo. Segnala idea fondamentale: il crollo della tenuta repubblicana si collega al
venire meno di un potere intermedio. Ognuna delle due parti mette in campo garanzie
che però diventano armi contro l’altra parte, manca sempre elemento capace di
mediare. Da un lato pone concetto di potere intermedio, dall’altro non sembra
ravvisarlo nella dittatura, anche se nelle fonti il dittatore ha proprio il ruolo di
mediatore, di potere intermedio. Constant sottolinea il senso alto della dittatura come
strumento di oppressione di chi sta al governo. Si inizia a fare un uso atecnico del
concetto e con questa accezione negativa. La dittatura viene fotografata come un
mezzo violento, ereditato da tempi barbarici, che ha condotto questo mezzo alla
perdita della libertà; allo stesso tempo dice che questo ruolo non deve essere affidato
a chi detiene il potere in maniera ordinaria. Il dittatore non lo faceva uno qualunque,
ma qualcuno che era già stato ai vertici del potere (es. un console).
Questa idea serve per transitare alla visione della dittatura che nel contempo viene
macinata e pensata in una Italia che si trova alle soglie dei moti rivoluzionaria del
1848 > Risorgimento. In questo fermento, il concetto dittatura occupa posto centrale,
in una accezione positiva.
Filippo Buonarroti scrive pagine interessanti. Idea di dittatura rivoluzionaria di stampo
giacobino, dittatura democratica che per alcuni aspetti viene costruita sull’immagine
del colpo di stato bonapartista > è un qualcosa che media tra dittatura giacobina e
bonapartista. Egli parla della necessità di una signoria unica, rivoluzionaria e
dittatoriale, che sia composta da una élite di partigiani saggi e desiderosi di cambiare
le cose, il cui scopo sia quello di spianare ostacoli, stabilire eguaglianza, di preparare
la nazione all’esercizio della sovranità e finalmente erigervi le forme costituzionali
fisse, concetto di nazione si correla alla necessità di regole costituzionali.
FONTE BUONARROTI
1) «Cammillo» (F. Buonarroti), Del governo d’un popolo in rivolta per conseguire la
Libertà, in «La Giovine Italia», fasc. V, 1833: «l’esito felice della rivolta dipende
forse dall’essere il potere supremo affidato ad un solo uomo dabbene. [...] pieno
d’amore democratico, che abbia forza d’impulso e prepotente, e modi di
usarne, e che non possa per nessun conto arrecar danno alla libertà pubblica ed
alla sovranità del popolo.»
Il concetto dell’uomo dabbene è la trasposizione precisa del bonus vir romano,
dell’uomo integro, con tutte le qualità civiche per essere cittadino perfetto. Si pongono
le basi di quello che accadrà nel 900. In questo contesto risorgimentale, questa idea
dell’uomo dabbene a cui riconsegnare tutto il potere è un concetto che si radica, ha
successo, ed ha una certa idea di dittatura.
Karl Marx in parallelo sviluppa e ragiona sulla Rivoluzione francese, ragiona in termini
economici, nel 1850 introduce espressione “dittatura del proletariato”; per Marx la
dittatura giacobina è espressione della piccola borghesia. Individua il concetto di lotta
di classe. Altra possibilità di dittatura che è appunto quella del proletariato: questo
nuovo soggetto può esso intestarsi una dittatura con quei caratteri di emergenza
classici della dittatura, per abolire le differenze di classe. Idea della dittatura del
proletariato la troviamo nel manifesto del partito comunista
FONTE MARX
1) K. Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte: «Desmoulin, Danton, Robespierre,
Saint-Just, Napoleone, tanto gli eroi quanto i partiti e la massa della vecchia
Rivoluzione francese, adempirono, in costume romano e con frasi romane, il
compito dei tempi loro, quello di liberare dalle catene e di instaurare la
moderna società borghese. [...] (il partito giacobino fece cadere) le teste feudali
… (il regime bonapartista) rese possibile lo sviluppo della libera concorrenza
[...]
Mondo americano: mondo delle colonie, molte si sono emancipate, attraversato
dall’ispirazione romana, cerca nuovi modelli e li cerca nella storia. Dittatura continua a
riproporsi come strumento, vista come rivoluzionaria. Sud America vede moltissime
dittature di tipo rivoluzionario.
Garibaldi è uno dei protagonisti del risorgimento e dell’unificazione italiana.
1) G. Garibaldi, Memorie II: «Il mio secondo viaggio lo feci a Roma con mio padre
[...] Roma! E Roma non dovea sembrarmi se non la capitale di un mondo! [...]
La capitale d’un mondo, dalle sue ruine, sublimi, immense, ove si ritrovano
affastellate le reliquie di ciò ch’ebbe di più grande il passato! [...] La Roma ch’io
scorgevo nel mio giovanile intendimento, era la Roma dell’avvenire; Roma! Di
cui giammai ho disperato: naufrago, moribondo, relegato nel fondo delle foreste
americane! La Roma della idea rigeneratrice d’un gran popolo! Idea dominatrice
di quanto potevano ispirarmi il presente ed il passato, siccome dell’intiera mia
vita! [...] Ed io l’adoravo con tutto il fervore dell’anima mia! Non solo ne’
superbi propugnacoli della sua grandezza di tanti secoli, ma nelle minime sue
macerie; e racchiudevo nel mio cuore, preziosissimo deposito, il mio amore per
Roma. E non lo svelavo, senonché allor quando io potevo esaltare
ardentemente l’oggetto del mio culto!»
Ideale bellicista cavalcato da moltissimi ragazzi, apprezzato e coniato da d’Annunzio e
poi fatto proprio da Mussolini. Queste idee circolavano in questo ambiente romantico e
rivoluzionario, anche nelle riviste come quella riportata qui sotto.
1) L. Rossetti/G.P. Cuneo, Prospecto in «O Povo» (giornale rivoluzionari
riograndesi, Brasile), 1838: «Per passare dalla tirannide alla libertà, occorre
avvalersi di misure incompatibili con la libertà regolare e permanente. Il Potere
che governa la rivoluzione deve essere essenzialmente una forza libera da
qualsiasi vincolo e superiore ad ogni ostacolo [...] Voler governare in una epoca
tumultuosa di rivoluzione seguendo le regole democratiche del regime
definitivo sarebbe lo stesso che giudicare il periodo di pace alla stessa stregua
di quello della guerra [...] Il Potere che dirige la rivoluzione deve preparare gli
animi dei Cittadini ai sensi di fraternità, di moderazione, di uguaglianza, di
disinteressato ed ardente amore di patria.»
Autore di questo articolo è Rossetti, un mazziniano, in questo contesto rivoluzionario in
sud America. Sempre le stesse idee che semplicemente si traducono con parole
diverse (vedi sottolineato in rosso). Rivoluzione, necessità della guerra, funzione
pedagogia che prepara gli animi dei cittadini all’amore della patria > tutti caratteri
della dittatura. Garibaldi amico di Rossetti, è in Brasile in quel momento, e combatte
nelle rivoluzioni riograndesi. Idea di dittatore come interprete della volontà del popolo.
Mazzini figura di riferimento molto controversa, è un profondo democratico
repubblicano. È molto cauto, idea di dittatura rischia potere illimitato e quindi
usurpazione e alla fine anche la corona. Mazzini sta pensando a Garibaldi.
1) G. Mazzini, Nota del Direttore, in La Giovine Italia, fasc. V, 1833: «[...] La
opinione della dittatura, dove prevalga in Italia, darà potere illimitato, facilità
d’usurpazione, e forse corona al primo soldato che la fortuna destinerà a
vincere una battaglia.»
2) G. Garibaldi, Memorie, p. 291: «Giunto a Roma, al ritorno di Rocca d’Arce,
vedendo di che modo si maneggiava la causa nazionale e prevedendo
inevitabile rovina, io chiesi la dittatura: e chiesi la dittatura come in certi casi
della mia vita avevo chiesto il timone d’una barca che la tempesta spingeva
contro i frangenti. Mazzini ed i suoi rimasero scandalizzati!»
Qui Garibaldi fa riferimento alla prima guerra di indipendenza dove Roma è stata
liberata e proclamata capitale della repubblica, tutte le potenze che occupano pezzi di
Italia si sono alleate, si realizza poi stregua difesa: Garibaldi si trova a Roma e guida la
prima legione italiana fatta di ufficiali che lo avevano seguito dal Paraguay, esercito
fidelizzato. Due idee della dittatura, Mazzini/Garibaldi.
1) G. Garibaldi, Epistolario, vol. II, p. 172 (2 giugno1849): Mazzini. Giacché mi
chiedete ciò ch’io voglio, ve lo dirò: qui io non posso esistere, per il bene della
Repubblica, che in due modi: o Dittatore illimitatissimo, o milite semplice, ed
invariabilmente. Scegliete. Vostro G. Garibaldi.» (lettera di Garibaldi a Mazzini)
2) nota di Aurelio Saffi a quanto sopra: «Segreto de’ dissidi l’ambizione della
dittatura. Ma la dittatura avrebbe gettato il caos in Roma. Né l’assemblea, né la
città, né la Guardia nazionale, né l’Esercito regolare l’avrebbero tollerata. Né
Mazzini e i suoi colleghi potevano rassegnare il mandato dinanzi a siffatta
esigenza.»
Tutti temevano tutti. Il tema con Garibaldi non finisce lì, nel 1860 lui sbarca coi Mille a
Marsala, emana un proclama, forte di un’autorità puramente militare:
1) Garibaldi, Proclama Salemi, 14 maggio 1860: «Giuseppe Garibaldi, comandante
in capo l’Armata Nazionale in Sicilia, invitato dai principali cittadini e sulle
deliberazioni dei Comuni dell’Isola, considerando che in tempo di guerra è
necessario che i poteri civili e militari siano concentrati nelle medesime mani
Decreta Che prende la Dittatura in Sicilia in nome di Vittorio Emanuele Re
d’Italia. Giuseppe Garibaldi»
Impegno esplicito, decreto dittatoriale in cui prende impegno di rassegnare il potere
dittatoriale (qui sotto)
1) Garibaldi, Decreto dittatoriale 15 ottobre 1860 (Sant’Angelo): «Io Dittatore delle
Due Sicilie Per adempiere ad un voto indispensabilmente caro alla nazione
intiera Decreto Che le Due Sicilie, le quali al sangue Italiano devono il loro
riscatto e che mi elessero liberamente a Dittatore, faranno parte integrante
dell’Italia una ed indivisibile, con suo Re costituzionale Vittorio Emanuele ed i
suoi discendenti. Io deporrò nelle mani del Re, al suo arrivo, la dittatura
conferitami dalla Nazione. I Prodittatori saranno incaricati dell’esecuzione del
presente Decreto. G. Garibaldi»
Quando Vittorio Emanuele sbarcherà nelle sue zone, lui abdicherà.
1) Garibaldi, Dittatura (scritto senza data): «Libertà nell’elezione di un uomo per
governare la Nazione. Ecco, io credo, il miglior modo di interpretare la libertà.
[...] Chi mi conosce ha capito ch’io voglio venire all’apologia della Dittatura. È
vero. Avrò io formata questa mia opinione dalla Dittatura del ’60? No! Il mio
convincimento circa il bene d’una Dittatura elettiva data da molto più tempo.
Vediamo se trovo ad appoggiare la mia credenza. [...] Per l’elezione di Deputati
proporzionati al numero della popolazione io sono pure, e sono poi per
l’elezione d’un solo a governare, d’un Dittatore infine poiché non credo che
l’Italia possa vantare migliori e più gloriosi Governi di quelli di Camillo, Fabio e
Cincinnato. Tra i Dittatori si trova anche un Cesare ma Cesare trovò pure il
pugnale di Marco Bruto»
2) Garibaldi, Ai miei concittadini: due parole di storia (messaggio da Caprera, 3
aprile 1870): «[...] Ma con elezione diretta eleggetevi un Dittatore. Questa è la
più gloriosa istituzione che mai abbia esistito in Italia; il più splendido periodo
della storia del grandissimo popolo. [...] Succede della Dittatura come del
Machiavellismo, considerato, massime dagli stranieri, siccome sinonimo di frode
e di falsità. [...] Così della Dittatura ne hanno fatto il sinonimo della tirannide,
perché vi fu un Cesare. [...] Nemica della Dittatura è, massime, la mediocrità;
essa brama di partecipare al Governo, comunque sia, conscia com’è
dell’incapacità sua, a maneggiar il timone dello Stato.»
Da un lato c’è la mediocrità, che pur consapevole di essere incapace di mantenere il
timone dello stato, comunque brama di controllare il governo, invece il dittatore è
l’antitesi della mediocrità. Idea della necessità che il potere sovrano deleghi in
determinate circostanze a un soggetto dittatoriale (prospettiva non più emergenziale
ma continuativa).
Lezione 20:
08/04/25

La prof ha caricato un ultimo testo per utilizzarlo come esempio d’esame, così da
vedere come approcciare il testo per la prova scritta.
Avremo 4 testi e possiamo sceglierne uno, parlano di singoli casi di dittatura e sono di
pari difficoltà.

A livello pratico: avremo un file essenziale di istruzioni da seguire per la redazione del
lavoro, rispetto a come attingere alle fonti, cosa non fare e come redigere la relazione.
Importantissimo da NON FARE: fare il lavoro insieme a qualcuno non va bene, va
bene confrontarsi su di un testo, ma fatto questo confronto bisogna elaborare una
propria tesi, non bisogna copiare anche perché il software che usa la professoressa
legge il plagio. Se qualcuno copia da altre tesi uscirà il risultato di copiatura; nel caso
di copiatura sarà insufficiente.

Se ci sono testi simili o molto simili il software lo mostra, allo stesso modo la copiatura
di altri testi. Il testo che si aspetta la prof deve essere farina del nostro sacco, quindi si
bisogna riportare dei passi significativi rispetto alla fonte che siamo usando, ma
bisogna farlo in modo onesto quindi mettendo una citazione dichiarata fra virgolette e
richiamando la nota/riferimento bibliografico.
Non si può chiaramente avere un lavoro di 10 pagine di cui 8 fatte solo con note, si
deve quindi rielaborare il contenuto per la trascrizione.

Cercare di scrivere in italiano corretto è prioritario, massimo impegno nella scrittura,


non bisogna usare l’intelligenza artificiale e ricordarsi di utilizzare dei punti a capo,
delle virgole, quindi prestare attenzione alla punteggiatura, alle maiuscole e
minuscole. Lo scopo è avere un lavoro curato.

La forma è sostanza, quindi scrivere bene è già un plus perché elogia il messaggio e
ciò che scriviamo.

Questo lavoro 10/12 pagine da circa 2000 battute ciascuna. No immagini e foto, solo
puro testo.
Le pagine vanno numerate.
È apprezzato l’inserimento di note a pie di pagina per riportare un testo che non è
quello di cui ci stiamo occupando in via principale, serve quindi per indicare un dato
analogo, una nota di carattere bibliografico per dire cosa abbiamo utilizzato come
fonte, una nota esplicativa per spiegare un concetto che non permetterebbe ordine nel
testo se lo mettessimo ( quindi per avere un testo lineare creo una sorta di parentesi
nella nota ). NON USARE PARENTESI.
Come si citano i testi da cui prendiamo le informazioni lo dirà la prof, la bibliografia
andrà messa in nota puntualmente e alla fine del testo nella sezione a parte in ordine
alfabetico per cognome degli autori.
Accanto alla bibliografia ci sarà anche una sitografia, ma rispetto alla sitografia
bisogna tener conto di siti affidabili previste dall’anvur per esempio, riviste scientifiche
di storia romana o enciclopedie, manuali di storia romana.
In generale Wikipedia è piuttosto attendibile ma non da mettere in sitografia.

Per la sitografia è bene mettere i dettagli di chi lo ha scritto, il titolo, l’url e la data di
consultazione.
Formalmente è utile suddividere il lavoro in paragrafi, ciascuno con un titolo,
suddividere il lavoro in paragrafi con titolo aiuta a costruire un lavoro sensato perché il
rischio più grosso è quello di scrivere un insieme di idee messe tutte insieme senza
logica.
Una modalità di lavoro:

1- Leggiamo il testo in cui vediamo anche l’anno dell’opera, avremo opere


con versione già effettuata della sola Urbe Condita. È un estratto che con
la data di riferimento ci permette di collocare storicamente l’opera.

1) Liv. ab Urbe condita 8.12: [...] successere consules Ti. Aemilius Mamercinus
Publilius Philo,
[...] et ipsi aut suarum rerum aut partium in re publica magis quam patriae memores. [...]
bello infecto
repente omisso consul, quia collegae decretum triumphum audivit, ipse quoque triumphi
ante victoriam
flagitator Romam rediit. qua cupiditate offensis patribus negantibusque nisi Pedo capto
aut dedito
triumphum, hinc alienatus ab senatu Aemilius seditiosis tribunatibus similem deinde
consulatum gessit.
nam neque, quoad fuit consul, criminari apud populum patres destitit, collega
haudquaquam adversante
quia et ipse de plebe erat + materiam autem praebebat criminibus ager in Latino
Falernoque agro
maligne plebei divisus + et postquam senatus finire imperium consulibus cupiens
dictatorem adversus
rebellantes Latinos dici iussit, Aemilius, [tum] cuius fasces erant, collegam dictatorem
dixit; ab eo
magister equitum Iunius Brutus dictus. dictatura popularis et orationibus in patres
criminosis fuit, et
quod tres leges secundissimas plebei, adversas nobilitati tulit: unam, ut plebi scita omnes
Quirites
tenerent; alteram, ut legum quae comitiis centuriatis ferrentur ante initum suffragium
patres auctores
fierent; tertiam, ut alter utique ex plebe + cum eo ventum sit ut utrumque plebeium fieri
liceret + censor
crearetur. plus eo anno domi acceptum cladis ab consulibus ac dictatore quam ex victoria
eorum
bellicisque rebus foris auctum imperium patres credebant.
339 a.C. – fine del 4 secolo a.C. con gli scontri di patrizi e plebei

[...] seguì il consolato di Tiberio Emilio Mamercino e di Quinto Publilio Filone ( questo
nome ricorda delle leggi che la prof ha nominato, le ha fatte lui ), [...] i quali
si preoccuparono più dei propri casi personali e degli interessi delle rispettive fazioni ( fa
intendere che sono quindi due fazioni diverse, plebei e patrizi ) che
del bene della patria ( problemi relativi al consolato ). [...] all’improvviso il console
[Emilio], appreso che al suo collega era
stato concesso il trionfo [per la campagna contro i Latini], lasciò a metà le operazioni [di
espugnazione della città di Pedo] ( Emilio vinse, ma quando sa che il collega che
aveva il comando dell’esercito perché aveva gli auspici 35 minuti ) e rientrò a
Roma pretendendo anche per se stesso il trionfo
ancora prima di aver ottenuto la vittoria (questa situazione è di guerra quindi quello
che dovremmo fare è leggendo questa cosa, cercare di capire in che momento
storico siamo e cosa sta succedendo, qual è la guerra con i latini di cui si parla?
La conquista definitiva delle città stato dei vari popoli del centro italia ed etruria
avvenne nel 2 secolo a.C. quindi molto tardi, bisogna quindi cominciare a capire
Romani – Latini nel 339 a.C. per trovare bene il “cosa succede”, infine sappiamo
della città di Pedo e riusciamo a capire le dinamiche internazionali in cui si
colloca il caso, infine le dinamiche interne, si parla dei problemi del consolato, se
sul fronte esterno c’è guerra, sul fronte interno c’è scontro fra consoli e fazioni, i
nomi dei consoli ci sono quindi riusciremo a capire chi sono, se sono patrizi o
plebei e se plebeo come mai ( post legge licinie sexties ), quindi verificate queste
cose riusciamo a dare uno sfondo temporale ). I senatori, urtati da questa smaniosa
ambizione,
gli negarono il trionfo fino a quando non avesse conquistato Pedo o ne avesse ottenuto la
resa; e da quel momento Emilio, risentito nei confronti del senato, svolse il consolato con
lo spirito di un tribuno sedizioso (questa è una frase importante, dice che vistosi
negare ciò che voleva dai senatori cominciò a comportarsi non come un console,
ma come quella carica magistratuale che è per antonomasia l’avversatrice del
tribunato della plebe, che si è sempre opposta al senato a tutela della plebe,
anche solo una spiegazione testuale del ragionamento di Livio va inserito, cosa
racconta Livio e la visione che da serve, quali strumenti usa per dare quella
visione? Paragoni,metafore ecc. quindi il livello metatestuale, analizzo come
l’autore parla, un autore del primo secolo d.C. di epoca augustea, questo può
essere un fattore importante seppur storiografo attendibile e serio; si parla di
“sedizioso”, tende alla sedizione quindi alla ribellione al senato, parola
conosciuta nella storia). Infatti, fino a quando rimase in carica, non cessò mai di
calunniare i senatori di fronte al popolo (sminuisce l’auctoritas), senza che il collega –
anch’egli di estrazione plebea
– gli opponesse la minima resistenza. (sembravano quindi quasi d’accordo, ma è
importante “anch’egli di estrazione plebea”, quindi o erano plebei entrambi ma
quasi impossibile essendo tiberio emilio di natura patrizia “emilio” oppure che
emilio si schierava dalla plebe solo per andare incontro al senato e all’altro
andava bene perché effettivamente plebeo, se non troviamo comunque nulla di
certo nelle fonti possiamo usare il verbo condizionale tipo “si potrebbe
ipotizzare”, “forse”, “probabilmente”, MA NON DIRE MAI CHE E’ IN UN
DETERMINATO SE NON C’è CERTEZZA, bisogna giustificare ogni osservazione,
nulla si può dire se non argomentato) (Offriva terreno alle accuse il fatto che la
divisione
dell’agro latino e di quello falerno era stata iniqua per i plebei. C’erano risentimenti fra
plebei e patrizi rispetto alla divisione di alcuni terreni) FINITO QUESTO
CONTESTO ANALIZZIAMO LA SECONDA PARTE DEL TESTO:
E quando il senato,
desiderando porre fine ai poteri dei consoli, ordinò di nominare un dittatore da opporre
ai Latini ribelli, (Spieghiamo perché il dittatore, le ragioni belliche o di disordine
interno ed esterno, quindi interpretiamo la nomina del dittatore del senato,
facciamo un’esegesi del testo, prendiamo questa frase e ricostruiamo il motivo
perché è stato nominato )Emilio, che in quel momento deteneva i fasci ( rispetto alla
turnazione, doppiamo spiegare quindi che i fasci che aveva Emilio vuol dire che
era colui con tutto il potere in quel momento formalmente, quindi è anche quello
a cui il senato deve devolvere la dictio ), nominò dittatore il collega, (qui c’è da
riflettere, il console nominava a seconda dell’indicazione del senato, c’è un
problema, un piccolo colpo di mano, un console che nomina il collega senza
indicazioni, quindi il senato voleva rimediare al problema dei consoli che erano
abbastanza particolari, ma c’è un vizio di procedura, emilio decide
autonomamente )
il quale a sua volta scelse Giunio Bruto (ma chi è giunio bruto? ) come comandante
della cavalleria. La dittatura fu
popolare sia per i discorsi accusatorii contro i patrizi (è possibile costruire una tesina
su questa frase, la dittatura era popolare, perché? L’aggettivo è significativo, a
favore del popolo quindi ci si muove in un contesto in cui la dittatura è patrizia
però che è a favore del senato che è la caratteristica precipua della dittatura
secondo la teoria di Livio, una sorta di strumento dei senatori per raggirare la
provocatio ad populi per esempio, seppur a volte con scontri nei confronti del
dittatore, questo aggettivo popularis dopo due secoli sarà utilizzato per indicare
una fazione politica nuova, livio fotografa una sorta di dittatura, Livio
categorizza la dittatura come fecero molti autori, solo per terminologia non per
contenuto), sia poiché aveva fatto approvare tre
leggi più che vantaggiose per la plebe, ma contrarie alla nobiltà (è importante quindi
domandarsi perché delle leggi vantaggiose per la plebe a discapito della nobiltà?
Si fa come Silla a favore del popolo? ). La prima prevedeva che
le deliberazioni della plebe vincolassero tutti i Quiriti (legge con cui i plebiscita
diventano parificati alla legge della repubblica ). La seconda, che i senatori
ratificassero le proposte nei comizi centuriati prima che esse venissero sottoposte al voto
(vuol dire che il senato prima di proporre il progetto di legge ai comizi, quindi
divenendo al 100% legge, ma serve una ratifica ai comizi sulla proposta, quindi i
comizi anticipando la sorta di bicameralismo possono bocciare il progetto e
rimandarlo al senato prima di votare, una riforma istituzionale incredibile ).
La terza, che almeno uno dei censori fosse plebeo (l’accesso alla censura del 337 a.C.
è una cosa che avviene dopo l’accesso al consolato, per essere censori bisognava
esser già stati consoli, la censura era una magistratura si collaterale del console
ma più importante perché questa censura aveva il potere di dividere i cittadini in
classi di censo, agiva nella composizione dell’esercito e finanze pubbliche ma
soprattutto potere ampio per la nota censoria, quella cosa che paralizza la vita
politica di un singolo soggetto potendo cambiare le sorti della vita politica della
civitas, permettere questa legge è una svolta, perché è obbligatoria la quota
plebea )(siccome si era arrivati al punto di
consentire che entrambi potessero essere plebei). Stando all’opinione dei patrizi, nel
corso
di quell’anno il danno subito in patria ad opera dei consoli e del dittatore era stato
superiore
all’incremento di potenza conseguito all’esterno grazie alla loro vittoria e alle loro
imprese
militari. ( Dal punto di vista militare han lavorato bene, ma dal punto di vista
interno han fatto tanti problemi che non si nota neppure più il lato militare )

Usare SPLASH per le traduzioni dell’urbe condita, scelto il testo guardiamo tutti i pezzi
solo con il fine di capire il contesto del testo che ci fornisce la professoressa.
Quindi non basta leggerci il solo testo consegnato per contestualizzarlo.

Bisogna inquadrare la storia romana rispetto alla dittatura; la professoressa pretende


che si capisca che abbiamo seguito le lezioni.
Vuole che nel testo facciamo capire di aver seguito, possiamo utilizzare i nostri
appunti per ragionare su dei concetti.

Dopo aver letto il testo, analizzato devo cercare la bibliografia rispetto a fonti che si
sono occupati di queste informazioni. Devo trovare con delle parole chiave, quindi la
dittatura di riferimento, il periodo, i soggetti ecc. utili per trovare delle fonti efficienti e
utili.
La dittatura romana di Luigi Garofalo – manuale utile ( 3 tomi, 3 libri ) per trovare
saggi che toccano il nostro argomento oppure prometeo.

Usare anche i discorsi di Machiavelli o altri autori analizzati per arricchire il lavoro.
Evitare le nostre interpretazioni fantasy.
Fatto questo secondo passaggio di raccolta delle fonti ( che possono essere legate l’un
l’altra ) bisogna mettere ordine alle idee prima di scrivere, bisogna costruire una
scaletta che ci permette di trovare i titoli dei paragrafi e linearità al lavoro.
Il lavoro deve avere delle premesse, introduzione, uno sviluppo logico e
consequenziale e un punto di arrivo.
Il consiglio è darci dei titoli che rappresentano il contenuto del paragrafo.
Una volta fatto questo bisogna scrivere per ciascun paragrafo il testo e passare a
quello successivo solo terminato quello prima.
Una volta finito il lavoro ci prendiamo mezza giornata di pausa e il giorno dopo lo
rileggiamo come se non lo avessimo fatto noi così da capire se va bene e se
necessario fare modifiche.

Passarci il testo con qualcuno eventualmente per capire se il documento va bene.


Infine sottoponiamo per un’ultima lettura questo testo ad un terzo per capire se va
bene l’italiano.
Guardare e-learning rispetto alle fonti consultabili.

Bisogna dare un titolo alla relazione ma è necessario quando lo caricheremo


rinominare il file:
[Link]

Non scrivere mail moleste dove chiediamo stupidate come il carattere da usare ecc.
( si ricorda il nome ), non scrivere mail ansiose per sapere i risultati ( possono arrivare
anche il giorno prima dell’appello ), se non si accetta il voto si fa il programma da non
frequentante con una sola domanda sugli argomenti del corso. Sarà necessario
iscriversi all’esame e presentarsi all’appello per registrare il voto.

Potrebbero piacerti anche