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Università Cattolica Del Sacro Cuore Facoltà Di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali

Il documento è un programma di approfondimento di analisi matematica per l'anno accademico 2024/2025 presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore, guidato dal Prof. Marco Degiovanni. Esamina vari argomenti, tra cui successioni, serie, calcolo integrale, spazi metrici, calcolo differenziale, equazioni differenziali ordinarie, teoria della misura e forme differenziali lineari. Ogni sezione include teoremi, corollari e esercizi per facilitare l'apprendimento.
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Per noi i diritti sui contenuti sono una cosa seria. Se sospetti che questo contenuto sia tuo, rivendicalo qui.
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UNIVERSITÀ CATTOLICA DEL SACRO CUORE

Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali

APPROFONDIMENTI DI
ANALISI MATEMATICA

Prof. Marco Degiovanni

Anno Accademico 2024/2025


Indice

1 Successioni e serie in ambito reale e complesso 5


1 Successioni e sottosuccessioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 5
2 Serie . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7

2 Calcolo integrale 9
1 Formula di Taylor col resto integrale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 9
2 Integrazione delle funzioni razionali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12

3 Spazi metrici e spazi normati 18


1 Spazi metrici completi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 18
2 Spazi metrici compatti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 25
3 Equivalenze fra metriche e fra norme . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 28
4 Spazi normati di dimensione finita . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 32
5 Spazi metrici totalmente limitati . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 34

4 Calcolo differenziale 41
1 Il polinomio di Taylor . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 41
2 I teoremi di inversione locale e delle funzioni implicite . . . . . . . . . . . . 44
3 Sottovarietà . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 49
4 Serie di potenze . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 50

5 Equazioni differenziali ordinarie 55


1 Equazioni del primo ordine in forma normale . . . . . . . . . . . . . . . . . 55
2 Il caso lineare a coefficienti costanti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 71
3
4 INDICE

6 Teoria della misura 78


1 La misura di Hausdorff . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 78
2 Misure esterne . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 84
3 Funzioni misurabili . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 89
4 Funzioni integrabili . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 92
5 Il teorema di Fubini-Tonelli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 98
6 La formula dell’area . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 107
7 La formula della coarea . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 120
8 I teoremi della divergenza e di Stokes . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 134
9 Applicazioni a valori vettoriali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 144
7 Forme differenziali lineari 155
1 Aperti 1- e 2-aciclici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 155
2 Aperti semplicemente connessi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 157
Elenco dei simboli 163
Indice analitico 164
Capitolo 1
Successioni e serie in ambito reale e
complesso
1 Successioni e sottosuccessioni
(1.1) Teorema Sia (xh) una successione in R. Allora esistono due sottosuccessioni
   
xν(h) e xλ(h) di (xh ) tali che
lim xν(h) = lim sup xh ,
h h

lim xλ(h) = lim inf xh .


h h

Dimostrazione. Poniamo
 = lim sup xh
h
e consideriamo anzitutto il caso  ∈ R. Costruiamo ricorsivamente una funzione ν : N → N
ponendo
ν(0) = min {n ∈ N :  − 1 ≤ xn ≤  + 1} ,
 
1 1
∀h ∈ N : ν(h + 1) = min n ∈ N : n > ν(h),  − ≤ xn ≤  + .
h+2 h+2
In effetti, poiché +1 è un maggiorante definitivo per (xh ), esiste k0 ∈ N tale che xn ≤ +1
per ogni n ≥ k0. Poiché  − 1 non è un maggiorante definitivo per (xh ), esiste n0 ≥ k0
tale che xn >  − 1. La definizione di ν(0) è quindi ben posta.
0

Supponiamo ora di aver costruito ν(h). Poiché  + h+2 1


è un maggiorante definitivo
per (xh ), esiste kh+1 ∈ N tale che xn ≤  + h+2 per ogni n ≥ kh+1. Poiché  − h+2
1 1
non è
un maggiorante definitivo per (xh ), esiste
nh+1 > max {kh+1 , ν(h)}

5
6 CAPITOLO 1. SUCCESSIONI E SERIE IN AMBITO REALE E COMPLESSO

tale che xn >  − h+2


h+1
1
. Pertanto anche la definizione di ν(h + 1) è ben posta.
Evidentemente risulta
1 1
∀h ∈ N : ν(h) < ν(h + 1) , − ≤ xν(h) ≤  + .
h+1 h+1
 
In particolare ν è strettamente crescente, per cui xν(h) è una sottosuccessione di (xh ).
Dal Teorema del confronto si deduce che
lim xν(h) =  .
h

Consideriamo ora il caso  = +∞. Costruiamo ricorsivamente una funzione ν : N → N


ponendo
ν(0) = min {n ∈ N : xn ≥ 0} ,

∀h ∈ N : ν(h + 1) = min {n ∈ N : n > ν(h), xn ≥ h + 1} .

In effetti, poiché 0 non è un maggiorante definitivo per (xh ), esiste n0 ∈ N tale che xn ≥ 0. 0

La definizione di ν(0) è quindi ben posta.


Supponiamo ora di aver costruito ν(h). Poiché h + 1 non è un maggiorante definitivo
per (xh ), esiste nh+1 > ν(h) tale che xn ≥ h + 1. Pertanto anche la definizione di
h+1

ν(h + 1) è ben posta.


Evidentemente risulta
∀h ∈ N : ν(h) < ν(h + 1) , xν(h) ≥ h .
 
In particolare ν è strettamente crescente, per cui xν(h) è una sottosuccessione di (xh ).
Per il Teorema del confronto si ha
lim xν(h) = +∞ .
h

Nel caso  = −∞, infine, si ha


lim xh = −∞ ,
h

per cui basta porre ν(h) = h per ogni h ∈ N.


La dimostrazione riguardante il limite inferiore è simile e può essere svolta per
esercizio.
2. SERIE 7

(1.2) Corollario Sia (xh ) una successione in R. Allora esistono  ∈ R ed una


 
sottosuccessione xν(h) tali che
lim xν(h) =  .
h

In altre parole, R è sequenzialmente compatto.


Dimostrazione. Si tratta di un’ovvia conseguenza del teorema precedente.
Ricordiamo che dal corollario precedente segue il seguente risultato generale.
(1.3) Teorema Ogni successione limitata in Kn ammette una sottosuccessione conver-
gente.
Come conseguenza, si ottiene una fondamentale proprietà di Kn .
(1.4) Teorema (Criterio di convergenza di Cauchy) Una successione (xh) in Kn
è convergente se e solo se è di Cauchy. In altre parole, lo spazio metrico Kn è completo.
Dimostrazione. È un fatto generale che ogni successione convergente è di Cauchy. Vi-
ceversa, sia (xh ) di Cauchy in Kn . Ne segue che (xh ) è limitata. Per il Teorema (1.3)
 
esiste una sottosuccessione xν(h) convergente a  in Kn . Essendo di Cauchy, (xh ) stessa
è convergente a  in Kn .

Esercizi

1. Si dimostri che ogni successione (xh) in R ammette una sottosuccessione monoto-


na.

2 Serie


(2.1) Teorema (Criterio di condensazione per le serie) Sia una serie con
xh
h=0
termini reali positivi tale che la successione (xh ) sia decrescente. Poniamo yh = 2h x2 .
h
8 CAPITOLO 1. SUCCESSIONI E SERIE IN AMBITO REALE E COMPLESSO


∞ 

Allora la serie xh è convergente se e solo se la serie yh è convergente.
h=0 h=0

Dimostrazione. L’idea è quella di raggruppare (“condensare”) i termini in modo


conveniente:
x0 + x1 + x2 + x3 + x4 + x5 + x6 + x7 + . . .
    
20 x20 ≤ 21 x21 ≤ 22 x22

x0 + x1 + x2 + x3 + x4 + x5 + x6 + x7 + x8 + . . .
    
20 x21 ≥ 21 x22 ≥ 22 x23

Risulta
2n+1 −1
∀n ≥ 0 : xh ≤ 2n x2n = yn ,
h=2n
2n
1
∀n ≥ 1 : xh ≥ 2n−1 x2n = yn ,
2
h=2n−1 +1

per cui
2n+1 −1 n
xh ≤ x0 + yh ,
h=0 h=0
2n n
1 1
xh ≥ x0 + x1 − y0 + yh .
h=0
2 2 h=0

∞ 

Se la serie yh è convergente, si ha che la serie xh non può essere positivamente
h=0 h=0
divergente.
∞ ∞
Se invece la serie yh è positivamente divergente, si ha che la serie xh non può
h=0 h=0
essere convergente.

Esercizi

1. Si studi con i criteri della radice, del rapporto e di condensazione la convergenza


della serie ∞
1
, α > 0.
h=1

Capitolo 2
Calcolo integrale
1 Formula di Taylor col resto integrale
(1.1) Teorema (Formula di Taylor col resto integrale) Siano a, b ∈ R, x ∈ [a, b],
k∈N e f : [a, b] → R una funzione derivabile (k + 1)-volte con derivata (k + 1)-esima
continua.
Allora per ogni ξ ∈ [a, b] si ha

k ξ
1 (h) 1
f (ξ) = f (x)(ξ − x)h + f (k+1) (t)(ξ − t)k dt .
h=0
h! k! x

Dimostrazione. Ragioniamo per induzione su k. Per k = 0 si ha


ξ
f (ξ) = f (x) + f  (t) dt .
x

Supponiamo ora che la tesi sia vera per un certo k. Poiché


 
(ξ − t)k+1
t → −
k+1

è una primitiva di

t → (ξ − t)k ,

9
10 CAPITOLO 2. CALCOLO INTEGRALE

risulta
k ξ
1 (h) 1
f (ξ) − f (x)(ξ − x)h = f (k+1) (t)(ξ − t)k dt =
h=0
h! k! x
 t=ξ
1 (k+1) k+1
= − f (t)(ξ − t) +
(k + 1)! t=x
ξ 
(k+2) k+1
− f (t)(ξ − t) dt =
x
1
= f (k+1) (x)(ξ − x)k+1 +
(k + 1)!
ξ
1
+ f (k+2) (t)(ξ − t)k+1 dt ,
(k + 1)! x

da cui la tesi.

(1.2) Corollario Per ogni x ∈] − 1, 1] si ha



xh
log(1 + x) = (−1)h−1 .
h=1
h

Dimostrazione. Anzitutto la serie



xh
(−1)h−1
h
h=1

è assolutamente convergente per |x| < 1 per il criterio del rapporto e convergente per
x = 1 per il criterio di Leibniz.
Sia f (x) = − log(1 − x). Si verifica facilmente per induzione che
(k − 1)!
∀k ≥ 1 : f (k) (x) = .
(1 − x)k

Ne segue per ogni x ∈ [−1, 1[


k x k x
1 (h) 1 1 h (x − t)k
f (x) = f (0)xh + f (k+1)
(t)(x − t) dt = k
x + dt .
h=0
h! k! 0 h=1
h 0 (1 − t)k+1

Se 0 ≤ x < 1, si ha
x−t
∀t ∈ [0, x] : 0 ≤ ≤ x,
1−t
1. FORMULA DI TAYLOR COL RESTO INTEGRALE 11

per cui x x
(x − t)k xk
0≤ dt ≤ dt = −xk log(1 − x) .
0 (1 − t)k+1 0 1−t
Ne segue x
(x − t)k
lim dt = 0 .
k 0 (1 − t)k+1
Se invece −1 ≤ x ≤ 0, si ha
 
 x
(x − t)k  0
(t − x)k 0
 dt = dt ≤ (t − x)k dt =
 (1 − t)k+1  x (1 − t)
k+1
0 x
 t=0
(t − x)k+1 (−x)k+1 1
= = ≤ .
k+1 t=x k+1 k+1
Ne segue anche in questo caso
x
(x − t)k
lim dt = 0 ,
k 0 (1 − t)k+1
per cui ∞
xh
∀x ∈ [−1, 1[: − log(1 − x) = .
h=1
h
Scambiando x in −x, si ottiene la tesi con facili passaggi.

(1.3) Teorema Siano a, b ∈ R con a < b e sia f : [a, b] → R una funzione continua.
Allora per ogni ε > 0 esiste δ > 0 tale che
 
 n b 
 
 f (ξj )(xj − xj−1 ) − f < ε
 a 
j=1

ogniqualvolta a = x0 < · · · < xn = b, ξj ∈ [xj−1 , xj ] e

∀j = 1, · · · , n : xj − xj−1 < δ .

Dimostrazione. Dato ε > 0, esiste δ > 0 tale che


ε
∀ξ  , ξ  ∈ [a, b] : |ξ  − ξ  | < δ =⇒ |f (ξ ) − f (ξ )| < .
b−a
Se a = x0 < · · · < xn = b è una qualunque suddivisione di [a, b] tale che
∀j = 1, · · · , n : xj − xj−1 < δ
12 CAPITOLO 2. CALCOLO INTEGRALE

e se ξj , ξj sono punti di minimo e massimo per f su [xj−1, xj ], risulta |ξj − ξj| < δ. Ne
segue n n
f (ξj)(xj − xj−1 ) − f (ξj )(xj − xj−1 ) < ε ,
j=1 j=1

quindi
b n n
f −ε ≤ f (ξj)(xj − xj−1 ) − ε < f (ξj )(xj − xj−1 ) ≤
a j=1 j=1
n n b
≤ f (ξj)(xj − xj−1 ) < f (ξj )(xj − xj−1 ) + ε ≤ f +ε.
j=1 j=1 a

Se ora ξj ∈ [xj−1, xj ], si ha f (ξj ) ≤ f (ξj ) ≤ f (ξj), quindi


b n n
f −ε < f (ξj )(xj − xj−1 ) ≤ f (ξj )(xj − xj−1 ) ≤
a j=1 j=1
n b
≤ f (ξj)(xj − xj−1 ) < f +ε,
j=1 a

da cui la tesi.

Esercizi

1. Si dimostri che il Teorema (1.3) continua a valere nell’ipotesi che f sia solo
integrabile.

2 Integrazione delle funzioni razionali


(2.1) Teorema Siano α, β, γ ∈ R con γ = 0 e m ∈ N con m ≥ 2. Valgono allora i
seguenti fatti:
1
dx = log |x − α| + c su ] − ∞, α[ e su ]α, +∞[ ,
x−α
x−β 1  
dx = log (x − β)2 + γ 2 + c ,
(x − β) + γ
2 2 2
2. INTEGRAZIONE DELLE FUNZIONI RAZIONALI 13

 
1 1 x−β
dx = arctan + c,
(x − β)2 + γ 2 γ γ
1 1
dx = − +c su ] − ∞, α[ e su ]α, +∞[ ,
(x − α)m (m − 1)(x − α)m−1
x−β 1
dx = − + c,
((x − β)2 + γ 2 )m 2(m − 1)((x − β)2 + γ 2 )m−1

1 x−β
dx = +
((x − β)2 + γ 2 )m 2(m − 1)γ 2 ((x − β)2 + γ 2 )m−1
2m − 3 1
+ dx .
2(m − 1)γ 2 ((x − β) + γ 2 )m−1
2

Dimostrazione. La prima e la quarta primitiva sono immediate. Tenendo conto che


x−β 1 2(x − β)
dx = dx ,
((x − β) + γ )
2 2 n 2 ((x − β)2 + γ 2 )n

si ottengono facilmente anche la seconda ed la quinta primitiva. Risulta


 
1 1 1 1 1 x−β
dx =  2 dx = arctan + c.
(x − β) + γ
2 2 γ x−β γ γ γ
1+ γ

Infine si ha
1 1 (x − β)2 + γ 2 − (x − β)2
dx = 2 dx =
((x − β) + γ )
2 2 m γ ((x − β)2 + γ 2 )m
1 1
= 2 dx +
γ ((x − β) + γ 2 )m−1
2

1 2(x − β)
− 2 (x − β) dx =
2γ ((x − β)2 + γ 2 )m
1 1
= 2 dx +
γ ((x − β) + γ 2 )m−1
2

x−β
+ +
2(m − 1)γ ((x − β)2 + γ 2 )m−1
2

1 1
− dx =
2(m − 1)γ 2 ((x − β)2 + γ 2 )m−1
x−β
= +
2(m − 1)γ 2 ((x − β)2 + γ 2 )m−1
2m − 3 1
+ dx ,
2(m − 1)γ 2 ((x − β) + γ 2 )m−1
2

da cui la tesi.
14 CAPITOLO 2. CALCOLO INTEGRALE

(2.2) Definizione Una funzione razionale P/Q si dice propria, se il grado del polinomio
P è minore del grado del polinomio Q.
Nel seguito denoteremo con gr (P ) il grado di un polinomio P .
(2.3) Lemma Sia P/Q una funzione razionale propria e siano α ∈ R e m ∈ N con
m≥1 tali che Q(x) = (x − α)mQ(x)
 con Q(α)
 = 0.
Allora esistono a ∈ R ed una funzione razionale propria P1/Q1 tali che
gr (Q1 ) ≤ gr (Q) − 1 ,
P (x) a P1 (x)
= + .
Q(x) (x − α) m Q1 (x)
Dimostrazione. Per ogni a ∈ R risulta
P (x) a 
P (x) − aQ(x)
− = .
Q(x) (x − α)m 
(x − α)m Q(x)

Poiché Q(α)
 = 0, esiste uno ed un solo a tale che P (α) − aQ(α)
 = 0. Risulta allora

P (x) − aQ(x) (x − α)P1 (x) P1 (x)
= = ,
m 
(x − α) Q(x) 
(x − α) Q(x)
m Q1 (x)
 
dove  . Poiché gr P − aQ
Q1 (x) = (x − α)m−1 Q(x)  ≤ gr (Q) − 1, la funzione razionale
P1 /Q1 è propria.

(2.4) Lemma Sia P/Q una funzione razionale propria e siano β, γ ∈ R, γ = 0 , e


m ∈ N, m ≥ 1 , tali che Q(x) = ((x − β)2 + γ 2)m Q(x)
 con Q(β
 ± iγ) = 0.
Allora esistono b, c ∈ R ed una funzione razionale propria P1/Q1 tali che
gr (Q1 ) ≤ gr (Q) − 2 ,
P (x) bx + c P1 (x)
= m + .
Q(x) ((x − β) + γ )
2 2 Q1 (x)
Dimostrazione. Per ogni b, c ∈ R risulta
P (x) bx + c 
P (x) − (bx + c)Q(x)
− m = .
Q(x) ((x − β)2 + γ 2 ) 
((x − β)2 + γ 2 )m Q(x)
2. INTEGRAZIONE DELLE FUNZIONI RAZIONALI 15

Poiché Q(β
 ± iγ) = 0 e γ = 0, il sistema



P (β + iγ)

⎨ (β + iγ)b + c = Q(β
 + iγ)

⎪ P (β − iγ)

⎩ (β − iγ)b + c = 
Q(β − iγ)

ammette una ed una sola soluzione (b, c) in ambito complesso. Tenendo conto che P e Q
sono polinomi a coefficienti reali, si verifica facilmente che anche (b, c) è una soluzione del
sistema. Per l’unicità, deve essere (b, c) = (b, c), ossia b, c ∈ R.
Con tale scelta di b e c risulta allora

P (x) − (bx + c)Q(x) ((x − β)2 + γ 2 ) P1 (x) P1 (x)
= = ,
m 
((x − β)2 + γ 2 ) Q(x) m 
((x − β)2 + γ 2 ) Q(x) Q1 (x)

dove Q1 (x) = ((x − β)2 + γ 2 )


m−1  .
Q(x) Si verifica facilmente che la funzione razionale
P1 /Q1 è propria.

(2.5) Teorema Ogni funzione razionale ammette una primitiva costituita da una
combinazione lineare a coefficienti reali di una funzione razionale e di funzioni del tipo

log |x − α| ,

 
log (x − β)2 + γ 2 ,
 
x−β
arctan ,
γ
con α, β, γ ∈ R, γ = 0.
Dimostrazione. Sia P/Q una funzione razionale. Si può anzitutto eseguire la divisione
fra polinomi ottenendo P = QP1 + R, dove P1 e R sono due polinomi ed il grado di R è
minore del grado di Q. Ne segue
P (x) R(x)
= P1 (x) + .
Q(x) Q(x)

Naturalmente P1 ammette per primitiva un polinomio. È quindi sufficiente trattare il


caso in cui la funzione razionale P/Q è propria.
16 CAPITOLO 2. CALCOLO INTEGRALE

A questo punto ragioniamo per induzione sul grado di Q. Se Q ha grado 1, deve


essere
P (x) a
= ,
Q(x) x−α
per cui la tesi discende dal Teorema (2.1).
Supponiamo ora che la tesi sia vera se gr (Q) ≤ n e consideriamo il caso in cui
gr (Q) = n + 1.
Se Q ammette una radice reale α, si ha Q(x) = (x − α)mQ(x)
 con Q(α)
 = 0. Dal
Lemma (2.3) si deduce che
P (x) a P1 (x)
= +
Q(x) (x − α) m Q1 (x)

con gr (Q1 ) ≤ gr (Q) − 1 ≤ n. Per l’ipotesi induttiva P1/Q1 ammette una primitiva
nella classe desiderata. D’altronde per il Teorema (2.1) anche il primo addendo ammette
primitiva nella stessa classe.
Se invece Q non ammette radici reali, deve esistere per il Teorema fondamentale
dell’algebra una radice complessa (β + iγ) con γ = 0. Dal momento che i coefficienti di
Q sono reali, anche (β − iγ) è una radice di Q. Ne segue che Q è divisibile per

(x − β − iγ)(x − β + iγ) = (x − β)2 + γ 2 .

Allora si ha
 m

Q(x) = (x − β)2 + γ 2 Q(x)

con Q(β
 ± iγ) = 0. Dal Lemma (2.4) si deduce che

P (x) bx + c P1 (x)
= m +
Q(x) ((x − β) + γ )
2 2 Q1 (x)

con gr (Q1 ) ≤ gr (Q) − 2 ≤ n − 1. Per l’ipotesi induttiva P1/Q1 ammette una primitiva
nella classe desiderata. D’altronde
bx + c x−β 1
m = b m + (bβ + c) .
((x − β) + γ )
2 2 ((x − β) + γ )
2 2 ((x − β)2 + γ 2 )m

La tesi discende allora dal Teorema (2.1).


2. INTEGRAZIONE DELLE FUNZIONI RAZIONALI 17

Esercizi

1. Sia R una funzione razionale di due variabili e sia ϕ : [1, +∞[→ [1, +∞[ definita
da
t2 + 1
ϕ(t) = .
2t
Si dimostri che ϕ è biiettiva e

(ϕ(t))2 − 1 = t − ϕ(t) ,

ϕ−1 (x) = x + x2 − 1 .

Inoltre per ogni a, b ∈ [1, +∞[ si ha


ϕ(b)  √  b  
t2 + 1 t2 − 1 t2 − 1
R x, x2 − 1 dx = R , dt .
ϕ(a) a 2t 2t 2t

2. Sia R una funzione razionale di due variabili e sia ϕ : R →] − π, π[ definita da


ϕ(t) = 2 arctan t .

Si dimostri che
1 − t2
cos(ϕ(t)) = ,
1 + t2
2t
sin(ϕ(t)) = ,
1 + t2
x
ϕ−1 (x) = tan .
2
Inoltre per ogni a, b ∈ R si ha
ϕ(b) b  
1 − t2 2t 2
R (cos x, sin x) dx = R , dt .
ϕ(a) a 1 + t2 1 + t2 1 + t2
Capitolo 3
Spazi metrici e spazi normati
1 Spazi metrici completi
(1.1) Teorema (delle contrazioni) Sia X uno spazio metrico completo con X = ∅ e
sia f : X → X un’applicazione lipschitziana di costante c ∈ [0, 1[.
Allora esiste uno ed un solo ξ in X tale che f (ξ) = ξ .
Dimostrazione. Sia x0 ∈ X e sia (xh ) la successione definita ricorsivamente da
xh+1 = f (xh ) .

Dimostriamo che
(1.2) ∀h ≥ 0 : d(xh+1 , xh ) ≤ ch d(x1 , x0 ) .

Per h = 0 la (1.2) è vera. Se la (1.2) è vera per un certo h ≥ 0, si ha

d(xh+2 , xh+1 ) = d (f (xh+1 ), f (xh )) ≤ cd(xh+1 , xh ) ≤

≤ cch d(x1 , x0 ) = ch+1 d(x1 , x0 ) ,

per cui la (1.2) è vera per h + 1. La (1.2) risulta quindi dimostrata per induzione su h.
Dimostriamo ora che per ogni h ≥ 0 e per ogni j ≥ 1 si ha
 j−1 
(1.3) d(xh+j , xh ) ≤ ch ci d(x1 , x0 ) .
i=0

Per j = 1 la (1.3) equivale alla (1.2), che è vera. Se la (1.3) è vera per un certo j ≥ 1, si
ha
d(xh+j+1, xh ) ≤ d(xh+j+1, xh+j ) + d(xh+j , xh ) ≤

18
1. SPAZI METRICI COMPLETI 19

 j−1 
≤ ch+j d(x1 , x0 ) + ch ci d(x1 , x0 ) =
i=0
 j−1
  j

= ch cj + ci d(x1 , x0 ) = ch ci d(x1 , x0 ) ,
i=0 i=0

per cui la (1.3) è vera per j + 1. La (1.3) risulta quindi dimostrata per induzione su j .
In particolare, si ha per ogni h ≥ 0 e per ogni j ≥ 1
ch
d(xh+j , xh ) ≤ d(x1 , x0 ) .
1−c
Dimostriamo allora che la successione (xh ) è di Cauchy. Dato ε > 0, sia h ∈ N tale che
ch
d(x1 , x0 ) < ε .
1−c
Se h, k ≥ h e, per esempio, k > h, si ha k = h + j , quindi
ch ch
d(xk , xh ) = d(xh+j , xh ) ≤ d(x1 , x0 ) ≤ d(x1 , x0 ) < ε .
1−c 1−c
Poiché X è completo, esiste ξ ∈ X tale che
lim xh = ξ .
h

Dal momento che (xh+1) è una sottosuccessione di (xh ), si ha


lim f (xh ) = lim xh+1 = ξ .
h h

D’altra parte f è lipschitziana, quindi continua. Ne segue


lim f (xh ) = f (ξ) ,
h

da cui f (ξ) = ξ per l’unicità del limite.


Se poi ξ  fosse un altro elemento in X tale che f (ξ ) = ξ , si avrebbe
d(ξ, ξ ) = d(f (ξ), f (ξ )) ≤ cd(ξ, ξ ) ,

da cui
(1 − c)d(ξ, ξ ) ≤ 0 ,

quindi ξ = ξ .
20 CAPITOLO 3. SPAZI METRICI E SPAZI NORMATI

(1.4) Definizione Sia X un insieme non vuoto e sia (Y, d) uno spazio metrico. Deno-
tiamo con B(X; Y ) l’insieme delle applicazioni limitate da X a valori in Y e poniamo,
per ogni f, g ∈ B(X; Y ),

d∞ (f, g) := sup {d(f (x), g(x)) : x ∈ X} .

(1.5) Teorema Sia X un insieme non vuoto e sia (Y, d) uno spazio metrico. Allora d∞
è una metrica su B(X; Y ). Inoltre, se (Y, d) è completo, risulta che anche (B(X; Y ), d∞)
è completo.
Dimostrazione. Osserviamo anzitutto che, fissato x0 ∈ X , si ha

d(f (x), g(x)) ≤ d(f (x), f (x0 )) + d(f (x0 ), g(x0)) + d(g(x0), g(x)) ≤

≤ diam (f (X)) + diam (g(X)) + d(f (x0 ), g(x0 )) .

Pertanto d∞(f, g) < +∞. Inoltre gli assiomi (a), (b) e (c) di metrica sono evidentemente
verificati. Siano ora f, g, h ∈ B(X; Y ). Per ogni x ∈ X risulta

d(f (x), h(x)) ≤ d(f (x), g(x)) + d(g(x), h(x)) ≤ d∞ (f, g) + d∞ (g, h) .

Ne segue
d∞ (f, h) ≤ d∞ (f, g) + d∞ (g, h) ,

per cui d∞ è una metrica su B(X; Y ).


Supponiamo ora che (Y, d) sia completo e consideriamo una successione di Cauchy
(fh ) in (B(X; Y ), d∞ ). Poiché per ogni x ∈ X si ha

d(fh (x), fk (x)) ≤ d∞ (fh , fk ) ,

risulta che (fh(x)) è una successione di Cauchy in Y . Allora per ogni x ∈ X esiste uno
ed un solo f (x) ∈ Y tale che
lim fh (x) = f (x) .
h

Risulta così definita un’applicazione f : X → Y .


1. SPAZI METRICI COMPLETI 21

Sia h ∈ N tale che d∞ (fh, fk ) < 1 per ogni h, k ≥ h . Allora per ogni x ∈ X e per
ogni h, k ≥ h si ha
d(fh (x), fk (x)) < 1

da cui, passando al limite per k → +∞, si ottiene


d(fh (x), f (x)) ≤ 1

per ogni x ∈ X e per ogni h ≥ h . In particolare si ha per ogni x, y ∈ X


d(f (x), f (y)) ≤ d(f (x), fh (x)) + d(fh (x), fh (y)) + d(fh (y), f (y)) ≤

≤ 2 + diam (fh (X)) ,

da cui si deduce che f ∈ B(X; Y ).


Sia ora ε > 0 e sia h ∈ N tale che d∞(fh , fk ) < ε/2 per ogni h, k ≥ h. Ripetendo il
ragionamento precedente, si deduce che
ε
d(fh (x), f (x)) ≤
2
per ogni x ∈ X e per ogni h ≥ h. Allora per ogni h ≥ h si ha
ε
d∞ (fh , f ) ≤ < ε,
2
per cui
lim fh = f
h

in (B(X; Y ), d∞). Pertanto (B(X; Y ), d∞) è completo.

(1.6) Definizione Sia X un insieme non vuoto e sia (Y, ) uno spazio normato su K.
Per ogni f ∈ B(X; Y ), poniamo
f ∞ := sup { f (x) : x ∈ X} .

(1.7) Teorema Sia X un insieme non vuoto e sia (Y, uno spazio normato su K.
)
Allora B(X; Y ) è un sottospazio vettoriale di Y X e f ∞ è una norma su B(X; Y )
che induce la metrica d∞ . Se poi (Y, ) è uno spazio di Banach su K, allora anche
(B(X; Y ), ∞ ) è uno spazio di Banach su K.
22 CAPITOLO 3. SPAZI METRICI E SPAZI NORMATI

Dimostrazione. Per ogni f, g ∈ B(X; Y ) si ha

(f (x) + g(x)) − (f (y) + g(y)) = (f (x) − f (y)) + (g(x) − g(y)) ≤

≤ f (x) − f (y) + g(x) − g(y) ≤ diam (f (X)) + diam (g(X)) ,

per cui f + g ∈ B(X; Y ). Se poi λ ∈ K, si ha


λf (x) − λf (y) = |λ| f (x) − f (y) ≤ |λ|diam (f (X)) ,

per cui anche λf ∈ B(X; Y ). Pertanto B(X; Y ) è un sottospazio vettoriale di Y X .


Naturalmente si ha f ∞ = d∞(f, 0) e
d∞ (f, g) = sup { f (x) − g(x) : x ∈ X} = f − g ∞.

Ne segue che gli assiomi (a) e (b) di norma sono verificati. Inoltre
f +g ∞ = f − (−g) ∞ = d∞ (f, −g) ≤ d∞ (f, 0) + d∞ (0, −g) =

= d∞ (f, 0) + d∞ (g, 0) = f ∞ + g ∞,

per cui anche la disuguaglianza triangolare della norma è verificata.


Siano infine λ ∈ K e f ∈ B(X; Y ). Se λ = 0, è evidente che λf ∞ = |λ| f ∞ . Se
invece λ = 0, si ha
∀x ∈ X : λf (x) = |λ| f (x) ≤ |λ| f ∞,

da cui
λf ∞ ≤ |λ| f ∞.

Risulta anche
f ∞ = (λ−1 )(λf ) ∞ ≤ |λ−1 | λf ∞ = |λ|−1 λf ∞ ,

ossia
|λ| f ∞ ≤ λf ∞ ,

per cui λf ∞ = |λ| f ∞. Se poi (Y, ) è completo, segue dal teorema precedente che
anche (B(X; Y ), ∞) è completo.
1. SPAZI METRICI COMPLETI 23

(1.8) Lemma Siano X1 uno spazio vettoriale su K, (X2, uno spazio normato su 2)

K e Φ : X1 → X2 un’applicazione lineare ed iniettiva. Per ogni x in X1 si ponga

x 1 = Φx 2 .

Allora 1 è una norma su X1. Se poi (X2 , 2) è uno spazio di Banach su K e


Φ(X1 ) è chiuso in X2 , allora (X1 , 1 ) è uno spazio di Banach su K.

Dimostrazione. Si verifica facilmente che 1 è una norma su X1 (il fatto che x 1 = 0


implichi x = 0 segue dall’iniettività di Φ).
Se poi X2 è completo e Φ(X1 ) è chiuso in X2 , allora Φ(X1 ) è completo. D’altra parte
si verifica facilmente che Φ : X1 → Φ(X1 ) è un’isometria suriettiva, per cui anche X1 è
completo.

(1.9) Teorema Siano (X1 , 1) e (X2 , 2) due spazi normati su K. Per ogni L in
L(X1 ; X2 ) poniamo
L := sup { Lx 2 : x ∈ X1 , x 1 ≤ 1} .

Valgono allora i seguenti fatti:


(a) è una norma su L(X1; X2);
(b) per ogni L in L(X1; X2) e per ogni x in X1 si ha
Lx 2 ≤ L x 1 ;

(c) se (X2, 2) è uno spazio di Banach su K, anche (L(X1 ; X2 ), ) è uno spazio di


Banach su K.

Dimostrazione.
(a) Poniamo D = {x ∈ X1 : x 1 ≤ 1}. Dal momento che ogni L in L(X1 ; X2 ) è limitata
su D, possiamo definire l’applicazione
Φ : L(X1 ; X2 ) → B(D; X2 )
L −→ L|D
24 CAPITOLO 3. SPAZI METRICI E SPAZI NORMATI

che è evidentemente lineare. Se poi L|D = 0 e x ∈ X1 \ {0}, si ha


 
x
Lx = x 1 L = 0,
x 1

per cui L = 0. L’applicazione Φ è quindi anche iniettiva.


Poiché L = Φ(L) ∞ , si deduce dal Lemma (1.8) che è una norma su L(X1; X2 ).
(b) Se L ∈ L(X1 ; X2 ) e x ∈ X1 \ {0}, si ha
  
1  x 
Lx =
L  ≤ L ,
x 1 2
2
x 1

da cui si deduce
Lx 2 ≤ L x 1 ,

disuguaglianza evidentemente vera anche per x = 0.


(c) Dimostriamo che Φ ha immagine chiusa. Sia (Lh ) una successione in L(X1 ; X2 ) tale
che (Φ(Lh )) sia convergente a f in B(D; X2). In particolare

∀x ∈ D : lim Lh x = f (x) .
h

D’altronde per x 1 >1 si ha


 
x
Lh x = x 1 Lh ,
x 1

quindi  
x
lim Lh x = x 1 f .
h x 1
In conclusione, per ogni x ∈ X1 esiste uno ed un solo L(x) ∈ X2 tale che

lim Lh x = L(x)
h

e si ha L(x) = f (x) per ogni x ∈ D. Rimane così definita un’applicazione L : X1 → X2


tale che L|D = f . Passando al limite per h → +∞ nelle relazioni

Lh (x + y) = Lh x + Lh y ,

Lh (λx) = λLh x ,

si deduce che L è lineare.


2. SPAZI METRICI COMPATTI 25

Se poi x ∈ X1 \ {0}, si ha
     
1  x   x 
Lx =
L  = f  ≤ f ,
x 1 2  x 1 2
2 ∞
x 1

quindi
∀x ∈ X1 : Lx 2 ≤ f ∞ x 1 .

Ne segue che L è continua, per cui f = L|D appartiene all’immagine di Φ. L’applicazione


Φ ha pertanto immagine chiusa.
Per il Lemma (1.8) ed il Teorema (1.7) si conclude che (L(X1; X2), ) è di Banach,
quando (X2, 2 ) è di Banach.

Esercizi

1. Sia X uno spazio metrico completo con X = ∅ e sia f : X → X un’applicazione.


Si supponga che esista un intero m ≥ 1 tale che f m sia lipschitziana di costante c ∈ [0, 1[,
dove f m = f ◦ · · · ◦ f m−volte. Si dimostri che esiste uno ed un solo ξ in X tale che
f (ξ) = ξ .

2 Spazi metrici compatti


Per uno studio approfondito della nozione di compattezza è opportuno disporre di alcune
nozioni che ora introduciamo.
(2.1) Definizione Siano X un insieme, E ⊆ X e {Fj : j ∈ J} una famiglia di
sottoinsiemi di X .
Diciamo che {Fj : j ∈ J} è un ricoprimento di E , se

E⊆ Fj .
j∈J

(2.2) Definizione Siano X un insieme, E ⊆ X , {Fj : j ∈ J} un ricoprimento di E e


{Gk : k ∈ K} un’altra famiglia di sottoinsiemi di X .
26 CAPITOLO 3. SPAZI METRICI E SPAZI NORMATI

Diciamo che {Gk : k ∈ K} è un ricoprimento di E subordinato a {Fj : j ∈ J}, se



E⊆ Gk
k∈K

e
{Gk : k ∈ K} ⊆ {Fj : j ∈ J} .

(2.3) Definizione Uno spazio metrico X si dice compatto (per ricoprimenti), se ogni
ricoprimento di X costituito da sottoinsiemi aperti ammette un ricoprimento subordinato
finito.

(2.4) Teorema Sia X uno spazio metrico. Allora sono fatti equivalenti:
(a) X è sequenzialmente compatto;

(b) X è compatto per ricoprimenti;

(c) ogni ricoprimento numerabile di X costituito da sottoinsiemi aperti ammette un


ricoprimento subordinato finito.

Dimostrazione.
(a) =⇒ (b) Sia {Aj : j ∈ J} un ricoprimento di X costituito da sottoinsiemi aperti.
Dimostriamo anzitutto che esiste r > 0 tale che ogni B (x, r) con x ∈ X è conte-
nuto in qualche Aj . Supponiamo per assurdo che l’affermazione sia falsa. Allora, posto
rh = 1/(h + 1), esiste una successione (xh ) tale che ogni B (xh , rh ) non è contenuto in
nessun Aj . Sia (xν(h) ) una sottosuccessione convergente a  in X . Sia j0 ∈ J tale che
 ∈ Aj e sia > 0 tale che B (, ) ⊆ Aj . Scegliamo h ∈ N in modo da avere rν(h) ≤ /2
0 0
 
e d(xν(h) , ) ≤ /2. Per ogni y ∈ B xν(h) , rν(h) risulta allora

d(y, ) ≤ d(y, xν(h) ) + d(xν(h) , ) < rν(h) + ≤ .


2

Pertanto si ha
 
B xν(h) , rν(h) ⊆ B (, ) ⊆ Aj0 .
 
Questo è assurdo, perché per costruzione B xν(h) , rν(h) non è contenuto in nessun Aj .
2. SPAZI METRICI COMPATTI 27

Dimostriamo ora che esistono x0, . . . , xk ∈ X tali che X = kh=0 B (xh , r). Supponia-
mo per assurdo che l’affermazione sia falsa. Proviamo allora che esiste una successione
(xh ) in X tale che

h
∀h ∈ N : xh+1 ∈ B (xj , r) .
j=0

Infatti, fissato x0 a piacere e supposto di possedere x0 , . . . , xh , risulta



h
X= B (xj , r) .
j=0

Esiste quindi

h
xh+1 ∈ X \ B (xj , r) .
j=0

Evidentemente si ha d(xh , xk ) ≥ r ogniqualvolta h = k. Pertanto (xh ) non ammette


nessuna sottosuccessione di Cauchy, quindi nessuna sottosuccessione convergente, contro
l’ipotesi che X sia sequenzialmente compatto.
A questo punto, per ogni h = 0, . . . , k sia jh ∈ J tale che B (xh , r) ⊆ Aj . Ne segue
h


k 
k
X= B (xh , r) ⊆ Ajh ,
h=0 h=0

per cui {Aj , . . . , Aj } è un ricoprimento finito di X subordinato a {Aj : j ∈ J}.


0 k

(b) =⇒ (c) Ovvio.


(c) =⇒ (a) Sia (xh ) una successione in X e sia Ck la chiusura di {xh : h > k}. Eviden-
temente Ck+1 ⊆ Ck e Ck = ∅ per ogni k ∈ N, per cui ogni intersezione di un numero
finito di Ck è non vuota. Allora {X \ Ck : k ∈ N} è una famiglia numerabile di aperti e
X non può essere ricoperto con un numero finito di tali aperti. Per l’ipotesi (c) la famiglia
{X \ Ck : k ∈ N} non può essere un ricoprimento di X , quindi esiste

∈X\ (X \ Ck ) ,
k∈N

ossia
!
∈ Ck .
k∈N
Dimostriamo che esiste un’applicazione strettamente crescente ν : N → N tale che
d(xν(n) , ) < 1/(n + 1). Poiché  è aderente a {xh : h > 0}, esiste ν(0) > 0 tale che
d(xν(0) , ) < 1.
28 CAPITOLO 3. SPAZI METRICI E SPAZI NORMATI

Supponiamo ora di possedere ν(n). Poiché  è aderente a {xh : h > ν(n)}, esiste
ν(n + 1) > ν(n) tale che d(xν(n+1) , ) < 1/(n + 2).
Evidentemente (xν(n) ) è una sottosuccessione convergente a .

Esercizi

1. Sia X uno spazio metrico compatto e sia (fh) una successione in C(X; R) costituita
da funzioni positive. Si supponga che la serie

fh (x)
h=0

converga puntualmente ad una funzione f ∈ C(X; R). Si dimostri che la serie



fh (x)
h=0

converge a f uniformemente.
2. Sia (xh) una successione in uno spazio metrico X convergente a  ∈ X . Si dimostri
che {xh : h ∈ N} ∪ {} è compatto.
3. Siano X e Y due spazi metrici e f : X → Y un’applicazione. Si dimostri che f è
continua se e solo se per ogni compatto K ⊆ X la restrizione f|K è continua.

3 Equivalenze fra metriche e fra norme


(3.1) Definizione Due metriche e d2 su un medesimo insieme
d1 X si dicono
topologicamente equivalenti, se le applicazioni
Id : (X, d1 ) → (X, d2 )

e
Id : (X, d2 ) → (X, d1 )
3. EQUIVALENZE FRA METRICHE E FRA NORME 29

sono continue.

(3.2) Teorema Siano d1 e d2 due metriche topologicamente equivalenti su un insieme


X e siano U ⊆ X e x ∈ X .
Allora U è un intorno di x rispetto alla metrica d1 se e solo se è un intorno di x
rispetto alla metrica d2 .
Dimostrazione. Si tratta di una conseguenza della definizione di continuità.
Se in uno spazio metrico (X, d) la metrica d viene sostituita da un’altra metrica d
topologicamente equivalente a d, non cambiano tutte quelle nozioni che sono riconducibili
agli intorni, quali le nozioni di aperto, chiuso, limite, continuità, compattezza, connessione,
etc.
(3.3) Definizione Due metriche e d2 su un medesimo insieme
d1 X si dicono
uniformemente equivalenti, se le applicazioni

Id : (X, d1 ) → (X, d2 )

e
Id : (X, d2 ) → (X, d1 )

sono uniformemente continue.

(3.4) Teorema Siano d1 e d2 due metriche uniformemente equivalenti su un insieme


X.
Valgono allora i seguenti fatti:
(a) le metriche d1 e d2 sono topologicamente equivalenti;
(b) una successione (xh ) è di Cauchy rispetto alla metrica d1 se e solo se è di Cauchy
rispetto alla metrica d2;
(c) (X, d1 ) è completo se e solo se (X, d2) è completo.

Dimostrazione. La (a) e la (b) sono evidenti. La (c) è una conseguenza della (a) e della
(b).
30 CAPITOLO 3. SPAZI METRICI E SPAZI NORMATI

(3.5) Definizione Due metriche d1 e d2 su un medesimo insieme X si dicono


equivalenti, se le applicazioni
Id : (X, d1 ) → (X, d2 )

e
Id : (X, d2 ) → (X, d1 )

sono lipschitziane.

(3.6) Teorema Siano d1 e d2 due metriche equivalenti su un insieme X .


Valgono allora i seguenti fatti:
(a) le metriche d1 e d2 sono uniformemente equivalenti;
(b) (X, d1 ) è limitato se e solo se (X, d2) è limitato.

Dimostrazione. Le affermazioni sono evidenti.

(3.7) Proposizione Siano e 2 due norme su un medesimo spazio vettoriale X


1

su K e siano d1 e d2 le metriche indotte da 1 e da 2, rispettivamente.


Allora sono fatti equivalenti:
(a) le metriche d1 e d2 sono topologicamente equivalenti;
(b) le metriche d1 e d2 sono uniformemente equivalenti;
(c) le metriche d1 e d2 sono equivalenti;
(d) le norme 1 e 2 sono equivalenti.

Dimostrazione. Le implicazioni (c) =⇒ (b) =⇒ (a) sono evidenti. Essendo l’applicazione


identica lineare, le implicazioni (a) =⇒ (d) =⇒ (c) discendono dalla caratterizzazione
della continuità nell’ambito delle applicazioni lineari.
3. EQUIVALENZE FRA METRICHE E FRA NORME 31

Esercizi

1. Si dimostri che
(a) R è aperto in R;
(b) la metrica subordinata da R su R è topologicamente equivalente alla metrica canonica
di R;
(c) la metrica subordinata da R su R non è uniformemente equivalente alla metrica
canonica di R;
(d) R è isometrico all’intervallo [−π/2, π/2] munito della metrica canonica di R;
(e) R è compatto e connesso.

2. Sia (X, d) uno spazio metrico e sia


d (x, y) = arctan(d(x, y)) .

Si dimostri che d è una metrica su X uniformemente equivalente a d e che (X, d ) è


limitato.
3. Si dimostri che la funzione dexp : R × R → R definita da
dexp (x, y) = |ex − ey |

è una metrica su R topologicamente equivalente alla metrica canonica d(x, y) = |x − y|. Si


dimostri che lo spazio metrico (R, dexp ) non è completo e si confrontino i suoi sottoinsiemi
limitati con quelli di (R, d).
4. Siano (X1 , d1), . . . , (Xn, dn) degli spazi metrici e sia
"
n
X= Xj .
j=1

Si dimostri che n
(1)
d (x, y) = dj (x(j) , y (j))
j=1
32 CAPITOLO 3. SPAZI METRICI E SPAZI NORMATI

e

d(∞) (x, y) = max dj (x(j) , y (j)) : 1 ≤ j ≤ n

sono delle metriche su X .


Denotata con d(2) la metrica canonica di X , si provi anche che per ogni x, y in X si
ha
d(∞) (x, y) ≤ d(2) (x, y) ≤ d(1) (x, y) ≤ nd(∞) (x, y)

e se ne deduca che d(∞) e d(1) sono equivalenti a d(2) .

5. Siano X1 , . . . , Xn degli insiemi e sia


"
n
X= Xj .
j=1

Si supponga che su ogni Xj siano definite due metriche equivalenti dj e dj e si considerino
su X le metriche   1
n
 2 2

d(x, y) = dj (x(j) , y (j)) ,


j=1
 n
 12
  (j) (j) 2
d (x, y) = dj (x , y ) .
j=1

Si dimostri che d e d sono equivalenti.

6. Sia X uno spazio vettoriale su K e siano 1 e 2 due norme equivalenti su X .


Posto per ogni ϕ in X 

ϕ 1 = sup {|ϕ, x| : x ∈ X, x 1 ≤ 1} ,


ϕ 2 = sup {|ϕ, x| : x ∈ X, x 2 ≤ 1} ,

si dimostri che 
1 e 
2 sono due norme equivalenti su X .

4 Spazi normati di dimensione finita


(4.1) Teorema Siano X e Y due spazi normati su K di dimensione finita.
4. SPAZI NORMATI DI DIMENSIONE FINITA 33

Allora LH(X; Y ) è aperto in L(X; Y ) e l’applicazione


LH(X; Y ) → L(Y ; X)
L −→ L−1

è continua.
Dimostrazione. Se dim X = dim Y , si ha LH(X; Y ) = ∅, che è aperto in L(X; Y ).
Altrimenti sia L ∈ LH(X; Y ). Per ogni x ∈ X risulta

x = (L−1 ◦ L)x ≤ L−1 Lx .

Allora, se M ∈ L(X; Y ) non è iniettiva, esiste x ∈ X \ {0} tale che Mx = 0, da cui


1
x ≤ Lx = Lx − Mx ≤ M − L x .
L−1

Poiché x = 0, ne segue
1
M −L ≥ .
L−1
Questo significa che ogni M ∈ B (L, L−1 −1 ) è iniettiva, quindi biiettiva, dal momento
che dim X = dim Y < +∞. Pertanto risulta B (L, L−1 −1) ⊆ LH(X; Y ), il che dimostra
che LH(X; Y ) è aperto in L(X; Y ).
Sia ora L ∈ LH(X; Y ) e sia ε > 0. Poniamo
 
1 ε
δ = min −1
, .
2 L 2 L−1 2

Se M ∈ LH(X; Y ) e M − L < δ, risulta anzitutto per ogni x ∈ X


1
x ≤ L−1 Lx ≤ L−1 L−M x + L−1 Mx ≤ x + L−1 Mx ,
2

da cui x ≤ 2 L−1 Mx , ossia M −1 ≤ 2 L−1 . Ne segue

M −1 − L−1 = M −1 ◦ (L − M) ◦ L−1 ≤ M −1 L−M L−1 < 2 L−1 2 δ ≤ ε ,

per cui l’applicazione {L −→ L−1} è continua.


34 CAPITOLO 3. SPAZI METRICI E SPAZI NORMATI

5 Spazi metrici totalmente limitati


Uno studio ancora più approfondito della nozione di compattezza può essere effettuato
per mezzo della nozione che ora introduciamo.
(5.1) Definizione Uno spazio metrico X si dice totalmente limitato, se per ogni ε > 0
esiste un ricoprimento finito di X costituito da sottoinsiemi di diametro minore o uguale
ad ε.

(5.2) Proposizione Siano X1 e X2 due spazi metrici isometrici. Allora X1 è totalmente


limitato se e solo se X2 è totalmente limitato.
Dimostrazione. La semplice verifica può essere svolta per esercizio.

(5.3) Teorema Sia X uno spazio metrico totalmente limitato. Allora X è limitato.
Dimostrazione. Sia {E1, . . . , Ek } un ricoprimento di X tale che diam (Eh ) ≤ 1 per ogni
h = 1, . . . , k . Possiamo supporre Eh = ∅ per ogni h. Sia xh ∈ Eh per ogni h e sia

M = max {d(xh , xj ) : 1 ≤ h ≤ k, 1 ≤ j ≤ k} .

Allora per ogni y1, y2 ∈ X si avrà y1 ∈ Eh , y2 ∈ Eh , quindi


1 2

d(y1 , y2 ) ≤ d(y1, xh1 ) + d(xh1 , xh2 ) + d(xh2 , y2 ) ≤

≤ 1+M +1 = M +2.

Pertanto diam (X) ≤ M + 2.

(5.4) Teorema Siano X1 , . . . , Xn degli spazi metrici totalmente limitati. Allora il


prodotto cartesiano
"
n
X= Xj
j=1

è totalmente limitato.
5. SPAZI METRICI TOTALMENTE LIMITATI 35

Dimostrazione. Ragioniamo per induzione su n. Siano X1 e X2 due spazi metrici total-


mente limitati. Dato ε > 0, siano {E1 , . . . , Ek } un ricoprimento di X1 e {F1, . . . , Fm } un
√ √
ricoprimento di X2 tali che diam (Eh ) ≤ ε/ 2 e diam (Fj ) ≤ ε/ 2. Allora
{Eh × Fj : 1 ≤ h ≤ k, 1 ≤ j ≤ m}

è un ricoprimento di X1 × X2 e per ogni (x(1) , x(2) ), (y (1), y (2)) ∈ Eh × Fj si ha


 2  2 ε2 ε2
d1 (x(1) , y (1) ) + d2 (x(2) , y (2) ) ≤ + = ε2 ,
2 2
per cui diam (Eh × Fj ) ≤ ε.
#
n
Supponiamo ora che la tesi sia vera per n. Poiché Xj è totalmente limitato, anche
j=1
#
n+1
Xj è totalmente limitato, in quanto isometrico a
j=1
 
"
n
Xj × Xn+1 ,
j=1

che è totalmente limitato per il passo precedente.

(5.5) Teorema Sia X uno spazio metrico totalmente limitato e sia Y un sottoinsieme
di X . Allora Y (munito della metrica subordinata) è totalmente limitato.
Dimostrazione. Dato ε > 0, sia {E1 , . . . , Ek } un ricoprimento di X con diam (Eh ) ≤ ε.
Allora {E1 ∩ Y, . . . , Ek ∩ Y } è un ricoprimento di Y con diam (Eh ∩ Y ) ≤ ε.

(5.6) Teorema Sia X uno spazio metrico e sia Y ⊆ X. Allora Y è totalmente limitato
se e solo se Y è totalmente limitato.
Dimostrazione. Per il teorema precedente Y totalmente limitato implica Y totalmente
limitato.
Supponiamo viceversa che Y sia totalmente limitato. Dato ε > 0, sia {E1, . . . , Ek }
 
un ricoprimento di Y con diam (Eh ) ≤ ε. Si ha diam Eh = diam (Eh ) ≤ ε e
  
Y = E1 ∪ · · · ∪ Ek , per cui E1 , · · · , Ek è un ricoprimento di Y con diam Eh ≤ ε.
36 CAPITOLO 3. SPAZI METRICI E SPAZI NORMATI

(5.7) Teorema Sia Xuno spazio metrico. Allora X è compatto se e solo se X è


completo e totalmente limitato.
Dimostrazione. Supponiamo che X sia compatto, quindi sequenzialmente compatto. In
particolare, X è completo.
Supponiamo per assurdo che X non sia totalmente limitato. Sia ε > 0 tale che non
esista nessun ricoprimento finito di X costituito da sottoinsiemi di diametro minore o
uguale ad ε. Allora esiste una successione (xh ) in X tale che

h  ε
∀h ∈ N : xh+1 ∈ B xj , .
j=0
2

Infatti, fissato x0 a piacere e supposto di possedere x0 , . . . , xh , deve essere



h  ε
X= B xj , ,
j=0
2
  ε 
perché diam B xj , 2 ≤ ε. Esiste quindi

h  ε
xh+1 ∈ X \ B xj , .
j=0
2

Evidentemente si ha d(xh , xk ) ≥ ε/2 ogniqualvolta h = k. Pertanto (xh ) non ammette


nessuna sottosuccessione di Cauchy, quindi nessuna sottosuccessione convergente, contro
l’ipotesi.
Viceversa, supponiamo che X sia completo e totalmente limitato. Per assurdo, sup-
poniamo che esista un ricoprimento aperto {Aj : j ∈ J} di X che non ammette nessun
ricoprimento subordinato finito. Dimostriamo che esiste una successione (Eh ) di sottoin-
siemi di X tale che Eh+1 ⊆ Eh , diam (Eh ) ≤ 1/(h + 1) e nessun Eh può essere ricoperto
con un numero finito di Aj . $ %
Infatti, per la totale limitatezza di X , esiste un ricoprimento finito F1 , . . . , Fn
(0) (0)
 
di X tale che diam Fi(0) ≤ 1. Poiché X non può essere ricoperto con un numero finito
di Aj , deve esistere un Fi(0) che non può essere ricoperto con un numero finito di Aj . Sia
E0 un tale Fi .
(0)
5. SPAZI METRICI TOTALMENTE LIMITATI 37

$
Supponiamo ora di% possedere Eh . Per il Teorema (5.5) Eh è totalmente 
limitato.
Sia F1(h+1), . . . , Fm(h+1) un ricoprimento finito di Eh tale che diam Fi(h+1) ≤ 1/(h + 2).
Poiché Eh non può essere ricoperto con un numero finito di Aj , deve esistere un Fi(h+1)
che non può essere ricoperto con un numero finito di Aj . Sia Eh+1 un tale Fi(h+1) .
Sia ora xh ∈ Eh per ogni h ∈ N. Dato ε > 0, esiste h ∈ N tale che 1/(h + 1) < ε.
Allora per ogni h, k ≥ h si ha xh , xk ∈ Eh , quindi d(xh , xk ) ≤ 1/(h+1) < ε. La successione
(xh ) è pertanto di Cauchy in X .
Poiché X è completo, (xh ) convergerà ad un certo  ∈ X . Sia Aj tale che  ∈ Aj e sia
r > 0 tale che B (, r) ⊆ Aj . Sia h ∈ N tale che 1/(h + 1) < r/2 e d(xh , ) < r/2. Allora
per ogni y ∈ Eh si ha
1 r
d(y, ) ≤ d(y, xh ) + d(xh , ) < + < r,
h+1 2

per cui Eh ⊆ B (, r) ⊆ Aj . Questo è assurdo, perché Eh non può essere ricoperto con un
numero finito di Aj .

(5.8) Teorema Sia X uno spazio metrico completo e sia (xh) una successione in X .
Supponiamo che l’immagine {xh : h ∈ N} sia totalmente limitata.
Allora (xh ) ammette una sottosuccessione convergente in X .
Dimostrazione. Se Y denota la chiusura di {xh : h ∈ N}, Y è completo, perché chiuso
in un completo, e totalmente limitato per il Teorema (5.6). Per il Teorema (5.7) Y è
sequenzialmente compatto. Esistono quindi una sottosuccessione (xν(h) ) e  ∈ Y tali che

lim xν(h) = 
h

in Y . Evidentemente (xν(h) ) è convergente a  anche in X .

(5.9) Teorema Sia X uno spazio normato su K di dimensione finita e sia Y un


sottoinsieme di X . Allora Y è totalmente limitato se e solo se Y è limitato.
Dimostrazione. Per il Teorema (5.3) Y totalmente limitato implica Y limitato.
38 CAPITOLO 3. SPAZI METRICI E SPAZI NORMATI

Viceversa, supponiamo che Y sia limitato. Allora Y è limitato e chiuso in X , quindi è


compatto. Ne segue che Y è totalmente limitato per il Teorema (5.7). Dal Teorema (5.6)
si deduce che Y è totalmente limitato.

(5.10) Proposizione Siano X1 e X2 due spazi metrici, f : X1 → X2 un’applicazione


uniformemente continua e Y un sottoinsieme di X1 totalmente limitato.
Allora f (Y ) è totalmente limitato.
Dimostrazione. Dato ε > 0, sia δ > 0 tale che
∀x, y ∈ X1 : d1 (x, y) < δ =⇒ d2 (f (x), f (y)) < ε .

Sia {E1 , . . . , Ek } un ricoprimento di Y con diam (Eh ) ≤ δ/2. Per ogni x, y ∈ Eh si


ha d1(x, y) ≤ δ/2 < δ, quindi d2(f (x), f (y)) < ε. Allora {f (E1 ), . . . , f (Ek )} è un
ricoprimento di f (Y ) tale che diam (f (Eh )) ≤ ε.

(5.11) Corollario Siano d1 e d2 due metriche uniformemente equivalenti su un mede-


simo insieme X . Allora X è totalmente limitato rispetto a d1 se e solo se X è totalmente
limitato rispetto a d2.
Dimostrazione. Si tratta di un’immediata conseguenza della proposizione precedente.

(5.12) Definizione Siano (X1 , d1) e (X2, d2) due spazi metrici. Un insieme di applica-
zioni F ⊆ C(X1 ; X2) si dice equi-uniformemente continuo, se per ogni ε > 0 esiste δ > 0
tale che
∀f ∈ F , ∀x, y ∈ X1 : d1 (x, y) < δ =⇒ d2 (f (x), f (y)) < ε .

(5.13) Teorema Siano X1 e X2 due spazi metrici totalmente limitati e sia F un


sottoinsieme equi-uniformemente continuo di Cb(X1; X2 ).
Allora (F , d∞) è totalmente limitato.
Dimostrazione. Dato ε > 0, sia δ > 0 tale che
ε
∀f ∈ F , ∀x, y ∈ X1 : d1 (x, y) < δ =⇒ d2 (f (x), f (y)) < .
3
5. SPAZI METRICI TOTALMENTE LIMITATI 39

Siano {Ei : 1 ≤ i ≤ m} un ricoprimento di X1 con diam (Ei ) < δ e {Fj : 1 ≤ j ≤ n} un


ricoprimento di X2 con diam (Fj ) ≤ ε/3. Naturalmente possiamo supporre Ei = ∅. Siano
ξ1 ∈ E1 , . . . , ξm ∈ Em . Per ogni j1 , . . . , jm ∈ {1, . . . , n}, sia

Ej1 ...jm = {f ∈ F : f (ξi ) ∈ Fji per ogni i = 1, . . . , m} .


Poiché {Fj : 1 ≤ j ≤ n} è un ricoprimento di X2, risulta che
{Ej1 ...jm : 1 ≤ j1 , . . . , jm ≤ n}

è un ricoprimento di F .
Se f, g ∈ Ej ...j e x ∈ X1 , si ha x ∈ Ei per qualche i = 1, . . . , m. Poiché d1 (x, ξi) < δ
1 m

e diam (Fj ) ≤ ε/3, risulta


i

d2 (f (x), g(x)) ≤ d2 (f (x), f (ξi )) + d2 (f (ξi ), g(ξi )) + d2 (g(ξi ), g(x)) <


ε ε ε
< + + = ε,
3 3 3
quindi d∞(f, g) ≤ ε. Pertanto diam (Ej ...j 1 m ) ≤ ε.

(5.14) Corollario (Teorema di Ascoli-Arzelà) Siano X uno spazio metrico com-


patto e non vuoto e (fh ) una successione limitata in (C(X; Kn ), ∞ ) con immagine
{fh : h ∈ N} equi-uniformemente continua.
Allora (fh ) ammette una sottosuccessione convergente in (C(X; Kn ), ∞ ).
Dimostrazione. Anzitutto risulta C(X; Kn ) = Cb (X; Kn). Essendo (fh ) limitata, esiste
R > 0 tale che fh ∞ ≤ R per ogni h ∈ N. In particolare, si ha fh (x) ∈ B (0, R) ⊆ Kn
per ogni h ∈ N e x ∈ X . Ne segue che

(fh ) può essere pensata come una successione nello
spazio metrico C(X; B (0, R)), d∞ .
Gli spazi X e B (0, R) sono totalmente limitati per i Teoremi (5.7) e (5.9). Dal
teorema precedentesi deduce che l’immagine {fh : h ∈ N} è totalmente limitata in

C(X; B (0, R)), d∞ , quindi in (C(X; Kn ), ∞ ).
D’altronde (C(X; Kn ), ∞ ) è completo per il Teorema (1.7). La tesi discende allora
dal Teorema (5.8).
40 CAPITOLO 3. SPAZI METRICI E SPAZI NORMATI

Esercizi

1. Sia (xh ) una successione di Cauchy in uno spazio metrico X . Si dimostri che
l’immagine {xh : h ∈ N} è totalmente limitata.
2. Sia X uno spazio metrico. Si dimostri che X è totalmente limitato se e solo se
ogni successione in X ammette una sottosuccessione di Cauchy.
3. Siano X e Y due spazi metrici e F ⊆ C(X; Y ) un insieme di applicazioni tutte
lipschitziane della stessa costante c. Si dimostri che F è equi-uniformemente continuo.
4. Siano X uno spazio metrico compatto, Y uno spazio metrico, f : X → Y un’appli-
cazione e (fh ) una successione in C(X; Y ) con immagine {fh : h ∈ N} equi-uniformemente
continua. Si supponga che (fh) converga a f puntualmente. Si dimostri che f è continua
e che (fh) converge a f uniformemente.
5. Siano X uno spazio metrico compatto, Y uno spazio metrico e (fh) una succes-
sione in C(X; Y ) convergente uniformemente a f ∈ C(X; Y ). Si dimostri che l’immagine
{fh : h ∈ N} è equi-uniformemente continua.
Capitolo 4
Calcolo differenziale
1 Il polinomio di Taylor
Sia X uno spazio normato su R di dimensione finita. Fissata una base in X , è possibile
scrivere il polinomio di Taylor anche in funzione delle componenti. In questo modo si
fanno però comparire delle espressioni dipendenti dalla scelta della base stessa.
(1.1) Definizione Siano X uno spazio normato di dimensione finita, A un aperto in
X, λ ∈ R e y ∈ X.

Denotiamo con λ l’applicazione lineare
∂y

λ : C 1 (A) → C(A)
∂y
definita da  
∂ ∂f
λ f =λ .
∂y ∂y
Inoltre, se Λ : C 1(A) → C(A) è un’applicazione lineare e 1 ≤ h ≤ k, definiamo
Λh : C k (A) → C(A)

ponendo Λh := Λ ◦ · · · ◦ Λ h volte. Poniamo infine Λ0 := Id.


(1.2) Teorema Siano X uno spazio normato di dimensione finita, A un aperto in X ,
0 ≤ h ≤ k, f : A → R una funzione di classe C k e {e1, . . . , en } una base in X .
Allora per ogni x ∈ A e per ogni y ∈ X si ha
⎛ h ⎞
n

f (h) (x)(y)h = ⎝ y (j) f ⎠ (x) ,
j=1
∂ej

41
42 CAPITOLO 4. CALCOLO DIFFERENZIALE

dove y (1) , . . . , y (n) sono le componenti di y rispetto alla base {e1, . . . , en }.


Di conseguenza si ha
⎛ h ⎞
k k n
1 (h) 1 ⎝ ∂
f (x)(y)h = y (j) f ⎠ (x) .
h=0
h! h=0
h! j=1
∂ej

Dimostrazione. Se g : A → R è una funzione di classe C 1, si ha


 n
 n
∂ ∂g ∂g
y (j) g= y (j) = .
j=1
∂ej j=1
∂ej ∂y

Applicando ripetutamente questa relazione, si ottiene la tesi.

(1.3) Definizione Si chiama multi-indice ogni elemento α di Nn. Si pone


n
|α| := αj ,
j=1

"
n
α! := αj ! .
j=1

Il numero |α| si chiama lunghezza del multi-indice α, mentre α! si chiama fattoriale del
multi-indice α.
(1.4) Definizione Siano X uno spazio normato di dimensione finita, A un aperto in
X , 1 ≤ k < ∞, f : A → R una funzione di classe C k e {e1 , . . . , en } una base in X .
Per ogni x ∈ A e per ogni α ∈ Nn con |α| ≤ k poniamo
f α (x) := f (|α|) (x)(e1 , . . . , e1 , . . . , en , . . . , en )
   
se |α| ≥ 1 ,
α1 volte αn volte
f α (x) := f (x) se |α| = 0 .
Se poi y ∈ X ha componenti y (1) , . . . , y (n) rispetto alla base {e1 , . . . , en }, poniamo
y α := (y (1) )α1 · · · (y (n) )αn .

(1.5) Lemma Sia A un anello commutativo con unità e siano Λ1, . . . , Λn ∈ A. Allora
per ogni h ∈ N si ha  h
n
1 α1
Λj = h! Λ1 · · · Λαnn .
j=1
α!
|α|=h
1. IL POLINOMIO DI TAYLOR 43

Dimostrazione. Ragioniamo per induzione su h. Per h = 0 la tesi è evidente. Supponiamo


che la tesi sia vera per un certo h ∈ N. Allora si ha
 n
h+1  n
 n
h
Λj = Λj Λj =
j=1 j=1 j=1

 n
⎛ ⎞
⎝ 1 β1
= h! Λj Λ1 · · · Λβnn ⎠ =
j=1
β!
|β|=h

n
1
= h! Λj Λβ1 1 · · · Λβnn =
j=1 |β|=h
β!
n
1
= h! Λα1 · · · Λαnn =
j=1 |α|=h+1
α1 ! · · · (αj − 1)! · · · αn ! 1
αj ≥1

n
1 α1
= h! αj Λ · · · Λαnn =
α! 1
|α|=h+1 j=1

1 α1
= (h + 1)! Λ · · · Λαnn ,
α! 1
|α|=h+1

da cui la tesi.

(1.6) Teorema Siano X uno spazio normato di dimensione finita, A un aperto in X ,


0 ≤ h ≤ k < ∞, f : A → R una funzione di classe C k e {e1, . . . , en } una base in X .
Allora per ogni x ∈ A e per ogni y ∈ X si ha
1 α
f (h) (x)(y)h = h! f (x)y α ,
α!
|α|=h

dove y (1), . . . , y (n) sono le componenti di y rispetto alla base {e1, . . . , en }. Di conseguenza
si ha k
1 (h) 1 α
f (x)(y)h = f (x)y α .
h=0
h! α!
|α|≤k

Dimostrazione. Se g è di classe C 2 , si deduce dal Teorema di Schwarz che


     
(j) ∂ (i) ∂ (i) ∂ (j) ∂
y y g= y y g.
∂ej ∂ei ∂ei ∂ej
44 CAPITOLO 4. CALCOLO DIFFERENZIALE

Pertanto l’espressione
⎛ h ⎞
n

f (h) (x)(y)h = ⎝ y (j) f ⎠ (x)
j=1
∂e j

può essere sviluppata formalmente come se y (1) ∂e∂ , . . . , y (n) ∂e∂ fossero elementi di un
1 n
anello commutativo con unità.
Tenuto conto che per ogni α ∈ Nn con |α| ≤ k si ha
 α1  αn 
(1) ∂ (n) ∂
y ··· y f (x) = f α (x)y α ,
∂e1 ∂en
la tesi discende dal lemma precedente.

2 I teoremi di inversione locale e delle funzioni implicite


(2.1) Lemma Siano X uno spazio di Banach, r > 0 e ψ : B (0, r) → X un’applicazione
lipschitziana di costante c ∈ [0, 1[ tale che ψ(0) = 0. Poniamo ϕ = Id + ψ.
Allora ϕ è iniettiva,
ϕ−1 : ϕ (B (0, r)) → B (0, r)

è lipschitziana di costante 1/(1 − c) e

ϕ (B (0, r)) ⊇ B (0, r(1 − c)) .

Dimostrazione. Se x, y ∈ B (0, r), si ha

ϕ(x) − ϕ(y) ≥ x − y − ψ(x) − ψ(y) ≥

≥ x − y − c x − y = (1 − c) x − y .

Pertanto ϕ è iniettiva e ϕ−1 è lipschitziana di costante 1/(1 − c).


Se z ∈ B (0, r(1 − c)), sia r > 0 tale che
1
z ≤ r < r .
1−c
2. I TEOREMI DI INVERSIONE LOCALE E DELLE FUNZIONI IMPLICITE 45

Se x ≤ r, risulta allora

z − ψ(x) ≤ z + ψ(x) = z + ψ(x) − ψ(0) ≤

≤ z + c x ≤ (1 − c)r  + cr  = r  .

Pertanto è possibile definire un’applicazione

ϑ : B (0, r ) → B (0, r )

ponendo ϑ(x) = z − ψ(x). Evidentemente ϑ è lipschitziana di costante c e B (0, r) è


completo, perché chiuso nello spazio completo X . Per il Teorema delle contrazioni esiste
x ∈ B (0, r ) ⊆ B (0, r) tale che ϑ(x) = x, ossia ϕ(x) = z .

(2.2) Teorema (di inversione locale) Siano X1 e X2 due spazi normati di dimensione
finita, A un aperto in X1 , f : A → X2 un’applicazione di classe C 1 e x0 ∈ A. Supponiamo
che l’applicazione lineare
df (x0 ) : X1 → X2

sia biiettiva.
Allora esiste un intorno aperto U di x0 in A tale che f (U) è aperto in X2 e

f|U : U −→ f (U)

è un diffeomorfismo.
Inoltre per ogni y ∈ f (U) si ha
 −1
d(f −1 )(y) = df (f −1(y)) .

Dimostrazione. Per semplicità consideriamo il caso x0 = 0, f (x0 ) = 0. Definiamo


ψ : A → X1 ponendo
ψ(x) = (df (0))−1f (x) − x .

L’applicazione ψ è differenziabile e

dψ(x) = (df (0))−1 ◦ df (x) − Id .


46 CAPITOLO 4. CALCOLO DIFFERENZIALE

Inoltre le applicazioni df e dψ sono continue e dψ(0) = 0.


Il sottoinsieme delle applicazioni lineari e biiettive è aperto in L(X1; X2). Poiché
0 appartiene alla controimmagine attraverso df di tale aperto, esiste r > 0 tale che
B (0, r) ⊆ A e
∀x ∈ B (0, r) : df (x) è biiettivo ,
1
∀x ∈ B (0, r) : dψ(x) ≤ .
2
Evidentemente ψ(0) = 0. Inoltre l’applicazione ψ|B(0,r) è lipschitziana di costante 12 .
Essendo di dimensione finita, X1 è uno spazio di Banach. Posto
ϕ(x) = x + ψ(x) = (df (0))−1f (x) ,

si ha per il Lemma (2.1)  r


ϕ (B (0, r)) ⊇ B 0, .
2
Se poniamo   r    r 
U = ϕ−1 B 0, , V = df (0) B 0, = f (U) ,
2 2
risulta che ϕ : U → B (0, r/2) è biiettiva con inversa lipschitziana e V è aperto in X2.
Allora anche f = df (0) ◦ ϕ : U → V è biiettiva con inversa lipschitziana.
Dimostriamo che f −1 è differenziabile in ogni y ∈ V e che
d(f −1 )(y) = df (f −1(y))−1 .

Per ogni η ∈ V , posto x = f −1(y) e ξ = f −1(η), si ha


f −1 (η) − f −1 (y) − df (f −1(y))−1 (η − y) =

= ξ − x − df (x)−1 (f (ξ) − f (x)) =

= −df (x)−1 (f (ξ) − f (x) − df (x)(ξ − x)) =

= − ξ − x 1 df (x)−1 (ω(ξ)) =
    
= − f −1 (η) − f −1 (y)1 df (x)−1 ω f −1 (η) .

Essendo f −1 lipschitziana su V , esiste c ≥ 0 tale che


  −1 −1 
 −1 −1 
f (η) − f (y) − df f (y) (η − y) ≤
1
2. I TEOREMI DI INVERSIONE LOCALE E DELLE FUNZIONI IMPLICITE 47

   
≤c η−y 2
df (x)−1 ω f −1 (η)  .
1

La differenziabilità di f −1 in y discende allora dal fatto che f −1 è continua in y , ω è


continua in x e df (x)−1 è continua in 0.
Per composizione si deduce infine che l’applicazione
$  −1 %
y −→ df f −1 (y)

è continua, per cui f −1 è di classe C 1 .

(2.3) Teorema Siano X e Y due spazi normati di dimensione finita, A un aperto in X ,


f :A→Y un’applicazione di classe C 1 ed x ∈ A. Siano X1 e X2 due sottospazi vettoriali
di X tali che X = X1 ⊕ X2 . Supponiamo che f (x) = 0 e che l’applicazione lineare

df (x)|X2 : X2 → Y

sia biiettiva. Poniamo x = x(1) + x(2) con x(1) ∈ X1 e x(2) ∈ X2.


Allora esistono un intorno aperto U1 di x(1) in X1 , un intorno aperto U2 di x(2) in X2
ed un’applicazione ϕ : U1 → X2 di classe C 1 tale che ϕ(U1 ) ⊆ U2, ϕ(x(1) ) = x(2) e
 
∀ξ (1) ∈ U1 , ∀ξ (2) ∈ U2 : f ξ (1) + ξ (2) = 0 ⇐⇒ ξ (2) = ϕ(ξ (1) ) .

Inoltre si ha, per ogni ξ (1) ∈ U1 e per ogni y (1) ∈ X1,


    
df ξ (1) + ϕ(ξ (1) ) dϕ(ξ (1) )(y (1) ) = −df ξ (1) + ϕ(ξ (1) ) (y (1) ) .

Dimostrazione. Siano p1 : X → X1 e p2 : X → X2 le applicazioni lineari tali che

∀ξ ∈ X : ξ = p1 ξ + p2 ξ .

Definiamo un’applicazione g : A → X1 × Y ponendo


g(ξ) = (p1 ξ, f (ξ)) .

Si verifica facilmente che g è di classe C 1 e che


dg(ξ)(y) = (p1 y, df (ξ)(y)) .
48 CAPITOLO 4. CALCOLO DIFFERENZIALE

Allora l’applicazione
dg(x) : X → X1 × Y

è biiettiva. Per il Teorema di inversione locale, esistono un intorno aperto V di x in X ed


un intorno aperto W di (x(1) , 0) in X1 × Y tali che g : V → W sia un diffeomorfismo.
Siano U1 un intorno aperto di x(1) in X1 ed U2 un intorno aperto di x(2) in X2 tali
che
∀ξ (1) ∈ U1 , ∀ξ (2) ∈ U2 : ξ (1) + ξ (2) ∈ V

e U1 × {0} ⊆ W . Si può allora definire un’applicazione ϕ : U1 → X2 di classe C 1 ponendo


 
ϕ(ξ (1) ) = p2 g −1 (ξ (1) , 0) .

Poiché ϕ(x(1) ) = x(2) , a meno di rimpicciolire U1 si può ottenere anche l’inclusione


ϕ(U1 ) ⊆ U2 .
 
Osserviamo che, se ξ (1) ∈ U1, ξ (2) ∈ U2 e ξ (2) = p2 g −1 (ξ (1) , 0) , si ha
g −1 (ξ (1) , 0) = y (1) + ξ (2)
 
con y (1) ∈ X1. Ne segue g y (1) + ξ (2) = (ξ (1) , 0), da cui y (1) = ξ (1) . Pertanto risulta
ξ (1) + ξ (2) = g −1 (ξ (1) , 0) .

Allora per ogni ξ (1) ∈ U1 e ξ (2) ∈ U2 si ha


f (ξ (1) + ξ (2) ) = 0 ⇔ g(ξ (1) + ξ (2) ) = (ξ (1) , 0) ⇔ (ξ (1) + ξ (2) ) = g −1(ξ (1) , 0) ⇔
 
⇔ ξ (2) = p2 g −1 (ξ (1) , 0) ⇔ ξ (2) = ϕ(ξ (1) ) .

La formula sui differenziali è una conseguenza del teorema di composizione.

(2.4) Corollario (Teorema delle funzioni implicite o di Dini) Siano X , Y e Z tre


spazi normati di dimensione finita, A un aperto in X × Y , f : A → Z un’applicazione di
classe C 1 e (x, y) ∈ A. Supponiamo che f (x, y) = 0 e che l’applicazione lineare
Y −→ Z
w → df (x, y)(0, w)
3. SOTTOVARIETÀ 49

sia biiettiva.
Allora esistono un intorno aperto V di x in X , un intorno aperto W di y in Y ed
un’applicazione ϕ : V → Y di classe C 1 tale che ϕ(V ) ⊆ W , ϕ(x) = y e

∀ξ ∈ V, ∀η ∈ W : f (ξ, η) = 0 ⇐⇒ η = ϕ(ξ) .

Inoltre si ha, per ogni ξ ∈ V e per ogni v ∈ X ,

df (ξ, ϕ(ξ)) (0, dϕ(ξ)(v)) = −df (ξ, ϕ(ξ)) (v, 0) .

Dimostrazione. Poiché
X × Y = (X × {0}) ⊕ ({0} × Y ) ,

si tratta di un’immediata conseguenza del Teorema (2.3).

3 Sottovarietà
(3.1) Teorema Siano X uno spazio normato di dimensione finita, M una sottovarietà
in X di classe C 1 e x ∈ M . Siano U un intorno aperto di x e g : U → Rm un’applicazione
di classe C 1 conforme alla definizione di sottovarietà.
Allora si ha
Tx M = N (dg(x)) .

In particolare, Tx M è un sottospazio vettoriale di X .


Dimostrazione. Proviamo l’inclusione

Tx M ⊆ N (dg(x)) .

Sia y ∈ Tx M e sia γ :] − δ, δ[→ X conforme alla definizione di spazio tangente. A meno


di rimpicciolire δ, si può supporre che γ(] − δ, δ[) ⊆ U . Allora g ◦ γ è derivabile e si ha

(g ◦ γ) (t) = dg(γ(t))(γ (t)) .


50 CAPITOLO 4. CALCOLO DIFFERENZIALE

Essendo g ◦ γ identicamente nulla, si deduce che


dg(x)(y) = dg(γ(0))(γ (0)) = 0 ,

ossia y ∈ N (dg(x)).
Proviamo ora l’inclusione
N (dg(x)) ⊆ Tx M .

Sia X1 = N (dg(x)), sia X2 un sottospazio vettoriale di X tale che X = X1 ⊕ X2 e sia


x = x(1) + x(2) con x(1) ∈ X1 e x(2) ∈ X2 . Ne segue che l’applicazione

dg(x)|X2 : X2 → Rm

è biiettiva. Allora per il Teorema (2.3) esistono un intorno U1 di x(1) in X1 , un intorno


U2 di x(2) in X2 ed un’applicazione ϕ : U1 → X2 di classe C 1 tale che ϕ(U1 ) ⊆ U2 ,
ϕ(x(1) ) = x(2) e g(ξ (1) + ϕ(ξ (1) )) = 0 per ogni ξ (1) ∈ U1 .
Dato y ∈ N (dg(x)) = X1 , sia δ > 0 tale che (x(1) + ty) ∈ U1 per ogni t ∈] − δ, δ[.
Allora
γ(t) = x(1) + ty + ϕ(x(1) + ty)

definisce un’applicazione γ :] − δ, δ[→ X di classe C 1 tale che γ(0) = x e γ(t) ∈ M per


ogni t ∈] − δ, δ[. Inoltre si ha
 
dg(x) dϕ(x(1) )y = −dg(x)y = 0 .

Poiché dϕ(x(1) )y ∈ X2 , risulta dϕ(x(1) )y = 0. Allora si conclude che


γ  (0) = y + dϕ(x(1) )y = y ,

per cui y ∈ Tx M .

4 Serie di potenze
(4.1) Definizione Si chiama serie di potenze in C ogni espressione formale

cn (z − a)n
n=0
4. SERIE DI POTENZE 51

dove (cn ) è una successione in C ed a ∈ C.


Si chiama raggio di convergenza della serie il numero reale esteso
 −1

lim sup |cn |
n

con le convenzioni 0−1 = +∞ e (+∞)−1 = 0.


(4.2) Teorema Sia ∞
cn (z − a)n
n=0

una serie di potenze in C e sia R ∈ [0, +∞] il suo raggio di convergenza.


Allora per ogni z ∈ C con |z − a| < R la serie

cn (z − a)n
n=0

è assolutamente convergente in C, mentre per ogni z ∈ C con |z − a| > R tale serie non
è convergente.    
Inoltre, per ogni r ∈]0, R[, la corrispondente serie in C B (a, r); C , ∞ è
totalmente convergente.
Dimostrazione. Se z ∈ C e |z − a| > R, si ha

lim sup n
|cn (z − a)n | > 1 ,
n

per cui risulta |cn(z − a)n | > 1 per infiniti n. Allora non può essere
lim cn (z − a)n = 0
n

e la serie ∞
cn (z − a)n
n=0

non può quindi convergere in C.


Sia ora r ∈]0, R[. Risulta
$ %
sup |cn (z − a) | : z ∈ B (a, r) ≤ |cn |r n .
n

Poiché

lim sup n
|cn |r n < 1 ,
n
52 CAPITOLO 4. CALCOLO DIFFERENZIALE

la serie ∞
|cn |r n
n=0

è convergente in R per il criterio della radice. Ne segue la convergenza totale della serie

cn (z − a)n
n=0

su B (a, r).
In particolare, per ogni z ∈ C con |z − a| < R la serie in questione è assolutamente
convergente in C.

(4.3) Teorema Sia ∞


cn (z − a)n
n=0

una serie di potenze in C con raggio di convergenza R ∈]0, +∞], sia

A = {z ∈ C : |z − a| < R}

e sia f : A → C la funzione definita da



f (z) = cn (z − a)n .
n=0

Valgono allora i seguenti fatti:


(a) la serie di potenze

(n + 1)cn+1 (z − a)n
n=0

ha lo stesso raggio di convergenza R;


(b) la funzione f è differenziabile (in senso complesso) e si ha


∀z ∈ A : f (z) = (n + 1)cn+1 (z − a)n .
n=0

Dimostrazione.
4. SERIE DI POTENZE 53

(a) Si ha

lim sup n
(n + 1)|cn+1| =
n
 √   n+1
n

= lim sup n+1
n+1 n+1
|cn+1 | = lim sup n |cn | .
n n

(b) Definiamo g : A → C ponendo



∀z ∈ A : g(z) = (n + 1)cn+1 (z − a)n .
n=0

Siano z ∈ A, |z − a| < r < R e w ∈ C \ {0} con |z − a| + |w| ≤ r. Per ogni n ≥ 1,


l’applicazione
[0, 1] → C
s → (z + sw − a)n+1 − s(n + 1)(z − a)n w
soddisfa le ipotesi della disuguaglianza di Lagrange. Sia s1 ∈]0, 1[ tale che
 
(z + w − a)n+1 − (z − a)n+1 − (n + 1)(z − a)n w  ≤

≤ (n + 1)|w| |(z + s1 w − a)n − (z − a)n | .

Riapplicando la disuguaglianza di Lagrange a


[0, s1 ] → C
σ → (z + σw − a)n

si ottiene s2 ∈]0, s1 [ tale che


 
|(z + s1 w − a)n − (z − a)n | ≤ n|w| (z + s2 w − a)n−1  ≤ n|w|r n−1 ,

per cui
 
(z + w − a)n+1 − (z − a)n+1 − (n + 1)(z − a)n w  ≤ n(n + 1)|w|2r n−1 .

Ne segue
 k+1 
 k+1 k 
 n 
 cn (z + w − a)n − cn (z − a)n − (n + 1)cn+1 (z − a) w  =
 
n=0 n=0 n=0
 
 k k k 
 
= cn+1 (z + w − a)n+1 − cn+1 (z − a)n+1 − (n + 1)cn+1 (z − a)n w  ≤
 
n=0 n=0 n=0
54 CAPITOLO 4. CALCOLO DIFFERENZIALE

k
≤ |w|2 n(n + 1)|cn+1 |r n−1 .
n=0

Passando al limite per k → ∞ e dividendo per |w|, si ottiene


  ∞
 f (z + w) − f (z) 
 − g(z) ≤ |w| n(n + 1)|cn+1|r n−1 .
 w n=0

Passando infine al limite per w → 0, si deduce che f è derivabile in z e che f (z) = g(z).
Capitolo 5
Equazioni differenziali ordinarie
1 Equazioni del primo ordine in forma normale
(1.1) Definizione Siano E ⊆ R × Rn, f : E → Rn un’applicazione, I un intervallo in
R ed u : I → Rn un’applicazione.
Diciamo che u è una soluzione dell’equazione differenziale
u = f (t, u) ,

se u è derivabile, (t, u(t)) ∈ E per ogni t ∈ I e si ha


∀t ∈ I : u (t) = f (t, u(t)) .

Se poi (t0, u0) ∈ E , diciamo che u è una soluzione del problema di Cauchy
*
u = f (t, u)
u(t0 ) = u0

se si ha anche t0 ∈ I ed u(t0) = u0.


Le equazioni differenziali del tipo
u = f (t, u)

si dicono del primo ordine in forma normale.


(1.2) Definizione Siano a, b ∈ R con a < b e sia f : [a, b] → Rn una funzione continua.
Poniamo b b  b b 
(1) (n)
f= f (x) dx := f ,..., f .
a a a a

55
56 CAPITOLO 5. EQUAZIONI DIFFERENZIALI ORDINARIE

(1.3) Teorema Siano a, b ∈ R con a < b, siano f, g : [a, b] → Rn due funzioni continue
e sia λ ∈ R.
Valgono allora i seguenti fatti:
(a) si ha
b b b
(f + g) = f+ g;
a a a

(b) si ha
b b
(λf ) = λ f;
a a

(c) per ogni c ∈]a, b[ si ha


b c b
f= f+ f;
a a c

(d) si ha  
 b  b
 f  ≤ |f | ;

a a

(e) se F : [a, b] → Rn è una funzione derivabile tale che F  = f , risulta


b
f = F (b) − F (a) .
a

Dimostrazione.
Le affermazioni (a), (b), (c) ed (e) sono facilmente riconducibili alle proprietà dell’integrale
per funzioni a valori reali.
+
Per dimostrare la (d), poniamo y = ab f . Risulta allora
 2
 b  b b
 f  = y · y = y (1) f (1)
+···+y (n)
f (n) =

a a a
b  
= y (1) f (1) + · · · + y (n) f (n) ≤
a
b b
≤ |y||f | = |y| |f | ,
a a

da cui la tesi.

(1.4) Lemma Siano E ⊆ R × Rn , f : E → Rn un’applicazione continua, I un intervallo


non vuoto in R ed u : I → Rn un’applicazione tale che (t, u(t)) ∈ E per ogni t ∈ I .
Allora sono fatti equivalenti:
1. EQUAZIONI DEL PRIMO ORDINE IN FORMA NORMALE 57

(a) u risolve l’equazione differenziale

u = f (t, u) ;

(b) u è continua e per ogni t0 ∈ I si ha


t
∀t ∈ I : u(t) = u(t0 ) + f (τ, u(τ )) dτ ;
t0

(c) u è continua ed esiste t0 ∈ I tale che


t
∀t ∈ I : u(t) = u(t0 ) + f (τ, u(τ )) dτ .
t0

Dimostrazione.
(a) =⇒ (b) Evidentemente u ed u sono continue. Inoltre per ogni t0 , t ∈ I si ha
t t
u(t) = u(t0 ) + u (τ ) dτ = u(t0 ) + f (τ, u(τ )) dτ .
t0 t0

(b) =⇒ (c) Ovvio.


(c) =⇒ (a) Per il Teorema fondamentale del calcolo integrale, ogni componente u(j) è
derivabile e si ha (u(j))(t) = f (j)(t, u(t)) per ogni t ∈ I . Ne segue che u è derivabile e
soddisfa u(t) = f (t, u(t)).

(1.5) Teorema Siano a, b ∈ R (a < b), x ∈ Rn, r > 0 e


f : [a, b] × B (x, r) → Rn

un’applicazione continua verificante le seguenti condizioni:


(a) esiste c ∈]0, +∞[ tale che

∀τ ∈ [a, b], ∀ξ1 , ξ2 ∈ B (x, r) : |f (τ, ξ1) − f (τ, ξ2 )| ≤ c|ξ1 − ξ2 | ;

(b) risulta
$ %
2(b − a) max |f (τ, ξ)| : τ ∈ [a, b], ξ ∈ B (x, r) ≤ r .
58 CAPITOLO 5. EQUAZIONI DIFFERENZIALI ORDINARIE

Allora per ogni (t0 , u0) ∈ [a, b] × B (x, r/2) esiste una ed una sola soluzione

u : [a, b] → Rn

del problema di Cauchy *


u = f (t, u) ,
u(t0 ) = u0 .
Inoltre l’applicazione
[a, b] × B (x, r/2) → C([a, b]; Rn )
(t0 , u0 ) −→ u
è lipschitziana.
Dimostrazione. Poniamo
$ %
M = max |f (τ, ξ)| : τ ∈ [a, b], ξ ∈ B (x, r) .

Dal momento che Rn è completo, risulta che C([a, b]; Rn ), munito della norma ∞ ,è
completo. Per ogni v ∈ C([a, b]; Rn ) poniamo

v t0 = max e−c|t−t0 | |v(t)| : a ≤ t ≤ b .

Si verifica facilmente che t0 è una norma su C([a, b]; Rn ) equivalente a ∞ , tenuto


conto che
v t0 ≤ v ∞ ≤ ec(b−a) v t0 .

In particolare, (C([a, b]; Rn ), t0 ) è completo. D’altronde


$ %
Y = v ∈ C([a, b]; Rn ) : v(t) ∈ B (x, r) per ogni t ∈ [a, b]

è un sottoinsieme chiuso di C([a, b]; Rn ), quindi completo nella metrica subordinata.


Fissata (t0, u0) ∈ [a, b] × B (x, r/2), per ogni v ∈ Y definiamo Φ(v) ∈ Y ponendo
t
∀t ∈ [a, b] : (Φ(v)) (t) = u0 + f (τ, v(τ )) dτ .
t0

Evidentemente Φ(v) ∈ C([a, b]; Rn ). Inoltre per ogni t ∈]t0 , b] si ha


 
 t  t
r
|Φ(v)(t) − u0 | =  f (τ, v(τ )) dτ  ≤ |f (τ, v(τ ))| dτ ≤ (b − a)M ≤ .
t0 t0 2
1. EQUAZIONI DEL PRIMO ORDINE IN FORMA NORMALE 59

Un’analoga disuguaglianza vale anche per ogni t ∈ [a, t0 [, per cui


r r
∀t ∈ [a, b] : |Φ(v)(t) − x| ≤ |Φ(v)(t) − u0 | + |u0 − x| ≤ + = r.
2 2
Quindi si ha effettivamente Φ(v) ∈ Y .
Per ogni v, w ∈ Y e per ogni t ∈]t0 , b] risulta anche
 
 t 
|Φ(v)(t) − Φ(w)(t)| =  (f (τ, v(τ )) − f (τ, w(τ ))) dτ  ≤
t0

t t
≤ |f (τ, v(τ )) − f (τ, w(τ ))| dτ ≤ c|v(τ ) − w(τ )| dτ =
t0 t0
t t
c(τ −t0 ) −c(τ −t0 )
= ce e |v(τ ) − w(τ )| dτ ≤ v − w t0 c ec(τ −t0 ) dτ =
t0 t0
 
= ec(t−t0 ) − 1 v−w t0 .

Ne segue
 
e−c(t−t0 ) |Φ(v)(t) − Φ(w)(t)| ≤ 1 − e−c(t−t0 ) v − w t0 ≤
 
≤ 1 − e−c(b−a) v − w t0 .

In modo simile si prova che per ogni t ∈ [a, t0 [ si ha


 
e−c(t0 −t) |Φ(v)(t) − Φ(w)(t)| ≤ 1 − e−c(b−a) v − w t0 ,

per cui
 
Φ(v) − Φ(w) t0 ≤ 1 − e−c(b−a) v − w t0 .

Pertanto l’applicazione Φ : Y → Y è lipschitziana con costante di Lipschitz strettamente


minore di 1. Per il Teorema delle contrazioni esiste una ed una sola u ∈ Y tale che
Φ(u) = u, ossia tale che
t
∀t ∈ [a, b] : u(t) = u0 + f (τ, u(τ )) dτ .
t0

D’altronde per il Lemma (1.4) si ha Φ(u) = u se e solo se u è una soluzione del problema
di Cauchy *
u = f (t, u)
u(t0 ) = u0
che ammette quindi una ed una sola soluzione u : [a, b] → Rn .
60 CAPITOLO 5. EQUAZIONI DIFFERENZIALI ORDINARIE

Siano ora (t0 , u0), (s0, v0) ∈ [a, b] × B (x, r/2) e siano u, v : [a, b] → Rn le soluzioni
dell’equazione differenziale tali che u(t0) = u0 e v(s0) = v0. Poiché
t
∀t ∈ [a, b] : u(t) = u0 + f (τ, u(τ )) dτ ,
t0

t
∀t ∈ [a, b] : v(t) = v0 + f (τ, v(τ )) dτ ,
s0

si ha che
|u(t) − v(t)| ≤ |u0 − v0 |+
   t 
 t0   
+  f (τ, v(τ )) dτ  +  (f (τ, u(τ )) − f (τ, v(τ ))) dτ  ≤
s0 t0
 t 
 
≤ |u0 − v0 | + M|t0 − s0 | +  (f (τ, u(τ )) − f (τ, v(τ ))) dτ  .
t0

Ragionando come in precedenza, si deduce che


 
 t   
∀t ∈ [a, b] :  (f (τ, u(τ )) − f (τ, v(τ ))) dτ  ≤ ec|t−t0 | − 1 u − v t0 .
t0

Pertanto si ha
 
e−c|t−t0 | |u(t) − v(t)| ≤ |u0 − v0 | + M|t0 − s0 | + 1 − e−c(b−a) u − v t0 ,

quindi
 
u−v t0 ≤ |u0 − v0 | + M|t0 − s0 | + 1 − e−c(b−a) u − v t0 .

In conclusione risulta

u−v ∞ ≤ ec(b−a) u − v t0 ≤ e2c(b−a) (|u0 − v0 | + M|t0 − s0 |) ≤


√ 
≤ (1 + M) 2 e2c(b−a) |u0 − v0 |2 + |t0 − s0 |2 ,

da cui la tesi.
Nel seguito di questa sezione considereremo un intervallo non vuoto J in R, un
aperto A in J × Rn ed un’applicazione continua f : A → Rn . Supporremo che per ogni
(t, x) ∈ A esistano un intorno U di (t, x) in A ed una c ∈]0, +∞[ tali che

(1.6) ∀(τ, ξ1 ), (τ, ξ2) ∈ U : |f (τ, ξ1) − f (τ, ξ2)| ≤ c|ξ1 − ξ2 | .


1. EQUAZIONI DEL PRIMO ORDINE IN FORMA NORMALE 61

Il collegamento fra questo quadro di ipotesi e quello del Teorema (1.5) è costituito dal
risultato seguente.
(1.7) Proposizione Per ogni (t, x) ∈ A esistono un intorno [a, b] di t in J , r > 0 e
c ∈]0, +∞[ tali che [a, b] × B (x, r) ⊆ A,
∀τ ∈ [a, b], ∀ξ1 , ξ2 ∈ B (x, r) : |f (τ, ξ1) − f (τ, ξ2 )| ≤ c|ξ1 − ξ2 | ,
$ %
2(b − a) max |f (τ, ξ)| : τ ∈ [a, b], ξ ∈ B (x, r) ≤ r .

Dimostrazione. Per ogni (t, x) ∈ A esistono un intorno [α, β] di t in J , r > 0 e c > 0 tali
che [α, β] × B (x, r) ⊆ A e
∀τ ∈ [α, β], ∀ξ1 , ξ2 ∈ B (x, r) : |f (τ, ξ1) − f (τ, ξ2 )| ≤ c|ξ1 − ξ2 | .

Sia [a, b] un intorno di t in J tale che [a, b] ⊆ [α, β] e


$ %
2(b − a) max |f (τ, ξ)| : τ ∈ [α, β], ξ ∈ B (x, r) ≤ r .

Con tali scelte di r, c, a e b la tesi è verificata.

(1.8) Lemma Siano u 1 : I1 → Rn ed u 2 : I2 → Rn due soluzioni dell’equazione


differenziale
u = f (t, u) .

Supponiamo che esista t ∈ I1 ∩ I2 tale che u1(t) = u2(t).


Allora u1 = u2 su I1 ∩ I2 e l’applicazione u : I1 ∪ I2 → Rn definita da
*
u1 (t) se t ∈ I1
u(t) =
u2 (t) se t ∈ I2
è una soluzione della stessa equazione differenziale.
Dimostrazione. Poniamo
C = {t ∈ I1 ∩ I2 : u1 (t) = u2 (t)} .

Evidentemente C è un chiuso non vuoto nell’intervallo I1 ∩I2 , che è connesso. Dimostriamo


che C è aperto in I1 ∩ I2 . Dato s ∈ C , siano [a, b] un intorno di s in J , r > 0 e c > 0
62 CAPITOLO 5. EQUAZIONI DIFFERENZIALI ORDINARIE

relativi a (s, u1(s)) ∈ A in conformità con la Proposizione (1.7). Sia [α, β] un intorno di s
in I1 ∩ I2 tale che [α, β] ⊆ [a, b]. Allora u1|[α,β] ed u2|[α,β] sono due soluzioni del problema
di Cauchy *
u = f (t, u)
u(t0 ) = u0
con (t0, u0) = (s, u1(s)). Per il Teorema (1.5) si ha u1 = u2 su [α, β], ossia [α, β] ⊆ C . Ne
segue che C è aperto in I1 ∩ I2, per cui C = I1 ∩ I2.
L’applicazione u è evidentemente continua e per ogni t ∈ I1 ∪ I2 si ha
t
u(t) = u(t) + f (τ, u(τ )) dτ .
t

Dal Lemma (1.4) si deduce che u risolve l’equazione differenziale u = f (t, u).

(1.9) Definizione Diciamo che u : I → Rn è una soluzione massimale dell’equazione


differenziale

(1.10) u = f (t, u) ,

se urisolve (1.10) e se non esiste nessuna soluzione ũ : I˜ → Rn di (1.10) con I ⊆ I˜,


I = I˜ ed ũ = u su I .

(1.11) Teorema Per ogni (t0 , u0 ) ∈ A esiste una ed una sola soluzione massimale
u : I → Rn dell’equazione differenziale

u = f (t, u)

tale che u(t0) = u0.


Dimostrazione. Sia I l’insieme degli intervalli I˜ in R tali che esiste una soluzione
ũ : I˜ → Rn del problema di Cauchy
*
u = f (t, u) ,
(1.12)
u(t0 ) = u0 .

L’insieme I non è vuoto per la Proposizione (1.7) ed il Teorema (1.5). Sia I = I .


Se t ∈ I1 ∩ I2 con I1, I2 ∈ I ed u1 : I1 → Rn ed u2 : I2 → Rn sono due soluzioni
1. EQUAZIONI DEL PRIMO ORDINE IN FORMA NORMALE 63

di (1.12), si ha u1(t) = u2(t) per il Lemma (1.8). Si può quindi definire un’applicazione
u : I → Rn ponendo u(t) = ũ(t) se t ∈ I˜, I˜ ∈ I ed ũ : I˜ → Rn è una soluzione di (1.12).
Evidentemente u è continua e
t
∀t ∈ I : u(t) = u(t0 ) + f (τ, u(τ )) dτ .
t0

Pertanto u è una soluzione di (1.12) ed è massimale per costruzione.


Se poi û : Iˆ → Rn è un’altra soluzione massimale con û(t0) = u0, si ha Iˆ ∈ I , da cui
Iˆ ⊆ I ed û = u su Iˆ. Per la massimalità di û ne segue Iˆ = I e quindi û = u.

(1.13) Osservazione L’intervallo I può effettivamente dipendere da (t0 , u0 ). Si


consideri in J × Rn = R × R il problema
*
u = 1 + u2 ,
u(t0 ) = u0 .

Si verifica facilmente che la soluzione massimale è la funzione

u(t) = tan (t − t0 + arctan(u0 ))

definita sull’intervallo
, π π -
I = t0 − − arctan(u0 ), t0 + − arctan(u0 ) .
2 2

Nel risultato seguente forniamo una condizione sufficiente affinché la (1.6) sia
verificata.
(1.14) Proposizione Si supponga che per ogni (t, x) ∈ A l’applicazione f (t, ·) ammetta
derivate parziali prime in x e che per ogni j = 1, . . . , n l’applicazione
A −→ Rn
∂f
(t, x) → (t, x)
∂x(j)
sia continua.
Allora la condizione (1.6) è verificata per f.
64 CAPITOLO 5. EQUAZIONI DIFFERENZIALI ORDINARIE

Dimostrazione. Per ogni (t, x) ∈ A l’applicazione f (t, ·) è differenziabile in x per il


Teorema del differenziale totale e si ha
n
n ∂f
∀v ∈ R : dRn f (t, x)(v) = v (j) (t, x) .
j=1
∂x(j)

Inoltre per ogni (t, x) ∈ A esistono un intorno [a, b] × B (x, r) di (t, x) in A e c > 0 tali che
n  2
 ∂f 
∀(τ, ξ) ∈ [a, b] × B (x, r) :  (τ, ξ)  ≤ c2 ,
 ∂x(j) 
j=1

per cui n  
 ∂f 
|dRn f (τ, ξ)(v)| ≤ |v (j) |  (j) (τ, ξ) ≤ c|v| .
j=1
∂x

Ne segue che dRn f (τ, ξ) ≤ c, per cui


∀τ ∈ [a, b], ∀ξ1 , ξ2 ∈ B (x, r) : |f (τ, ξ1) − f (τ, ξ2 )| ≤ c|ξ1 − ξ2 | .

Pertanto la (1.6) è verificata.

(1.15) Teorema Sia u : I → Rn una soluzione massimale dell’equazione differenziale


u = f (t, u) .

Allora valgono i seguenti fatti:


(a) l’intervallo I è aperto in J ;
(b) per ogni compatto K in A esiste s ∈ I tale che (t, u(t)) ∈ K per ogni t ∈ I∩]s, +∞[;
(c) per ogni compatto K in A esiste s ∈ I tale che (t, u(t)) ∈ K per ogni t ∈ I∩] − ∞, s[.

Dimostrazione.
(a) Sia σ ∈ I e siano [a, b] un intorno di σ in J , r > 0 e c > 0 relativi a (σ, u(σ)) ∈ A con-
formemente alla Proposizione (1.7). Dal Teorema (1.5) si deduce che esiste una soluzione
v : [a, b] → Rn del problema di Cauchy
*
v  = f (t, v)
v(σ) = u(σ)
1. EQUAZIONI DEL PRIMO ORDINE IN FORMA NORMALE 65

e, per il Lemma (1.8) e la massimalità di u, si ha [a, b] ⊆ I . Ne segue che I è aperto in J .


(b) Consideriamo un compatto K in A e supponiamo per assurdo che per ogni s ∈ I
esista t ∈ I∩]s, +∞[ tale che (t, u(t)) ∈ K . Allora sup I ∈ I ed esiste una successio-
ne (th ) tendente a sup I tale che (th , u(th)) ∈ K . Sia (th , u(th )) una sottosuccessione
k k

convergente a (t, x) ∈ K . Evidentemente t = sup I . Siano [a, b] un intorno di t in J ,


r > 0 e c > 0 relativi a (t, x) ∈ A, conformemente alla Proposizione (1.7). Sia k tale che
(th , u(th )) ∈ [a, b] × B (x, r/2) e sia v : [a, b] → Rn la soluzione del problema di Cauchy
k k

*
v  = f (t, v) ,
v(thk ) = u(thk ) .

Per il Lemma (1.8) e la massimalità di u, si ha [a, b] ⊆ I , il che è assurdo, perché t ∈ [a, b].
(c) Si tratta di una semplice variante della (b).

(1.16) Teorema Sia (t0,h, u0,h) una successione in A convergente a (t0, u0) ∈ A e siano
u h : Ih → Rn ed u : I → Rn le soluzioni massimali dell’equazione differenziale

u = f (t, u)

tali che uh(t0,h ) = u0,h ed u(t0) = u0.


Allora per ogni [α, β] ⊆ I si ha [α, β] ⊆ Ih definitivamente per h → ∞ e

lim uh = u
h

uniformemente su [α, β].


Dimostrazione. Sia [α, β] ⊆ I . Possiamo supporre che t0 ∈ [α, β].
Consideriamo anzitutto un intorno [a, b] di t0 in J , r > 0 e c > 0 relativi a (t0 , u0) ∈ A
conformemente alla Proposizione (1.7). Per ogni h sufficientemente grande si ha

(t0,h , u0,h ) ∈ [a, b] × B (u0 , r/2) .

Tenendo conto della massimalità di uh ed u e del Teorema (1.5), si deduce che [a, b] ⊆ Ih,
[a, b] ⊆ I e
lim uh = u
h
66 CAPITOLO 5. EQUAZIONI DIFFERENZIALI ORDINARIE

uniformemente su [a, b].


Possiamo allora porre T = sup S , dove S è l’insieme degli s ∈ [t0 , β] tali che [t0 , s] ⊆ Ih
definitivamente per h → ∞ e tali che
lim uh = u
h

uniformemente su [t0, s]. L’osservazione precedente garantisce che S = ∅.


Siano ora [a, b] un intorno di T in J , r > 0 e c > 0 relativi a (T, u(T )) ∈ A,
conformemente alla Proposizione (1.7). Sia s ∈ S ∩ [a, b] tale che u(s) ∈ B (u(T ), r/2).
Per ogni h sufficientemente grande si ha uh (s) ∈ B (u(T ), r/2), quindi [a, b] ⊆ Ih , [a, b] ⊆ I
e
lim uh = u
h

uniformemente su [a, b]. Per definizione di T , questo è possibile solo se T = β e β ∈ S .


In maniera simile si prova che [α, t0] ⊆ Ih definitivamente per h → ∞ e che
lim uh = u
h

uniformemente su [α, t0], da cui la tesi.

(1.17) Lemma (di Gronwall) Siano P ∈ [0, +∞[, Q ∈ R e sia v : [a, b] → R una
funzione continua tale che
t
∀t ∈ [a, b] : v(t) ≤ Q + P v(τ ) dτ .
a

Allora si ha
∀t ∈ [a, b] : v(t) ≤ Q exp(P (t − a)) .

Dimostrazione. Poniamo t
V (t) = Q + P v(τ ) dτ .
a
Allora V è derivabile e si ha
V  (t) = P v(t) ≤ P V (t) .

Ne segue che
V  (t) exp(−P t) − P V (t) exp(−P t) ≤ 0 ,
1. EQUAZIONI DEL PRIMO ORDINE IN FORMA NORMALE 67

ossia
(V (t) exp(−P t)) ≤ 0 .

Allora si ha
V (t) exp(−P t) ≤ V (a) exp(−P a) = Q exp(−P a) ,

quindi
v(t) ≤ V (t) ≤ Q exp(P (t − a)) ,

da cui la tesi.

(1.18) Teorema Supponiamo che A = J × Rn e che per ogni [α, β] ⊆ J esista


P ∈ [0, +∞[ tale che

∀(t, x) ∈ [α, β] × Rn : |f (t, x)| ≤ P (1 + |x|) .

Allora ogni soluzione massimale dell’equazione differenziale

u = f (t, u)

è definita su J .
Dimostrazione. Sia u : I → Rn una soluzione massimale. Fissiamo α ∈ I e consideriamo
un qualunque β ∈ J . Se β ≥ α, per ogni t ∈ I ∩ [α, β] si ha
t t
|u(t)| ≤ |u(α)| + |f (τ, u(τ ))| dτ ≤ |u(α)| + P (β − α) + P |u(τ )| dτ .
α α

Dal Lemma di Gronwall si deduce che


|u(t)| ≤ (|u(α)| + P (β − α)) exp(P (β − α)) .

Consideriamo il compatto di A
K = [α, β] × B (0, R) ,

dove R = (|u(α)| + P (β − α)) exp(P (β − α)). Per il Teorema (1.15) esiste s ∈ I tale che
(t, u(t)) ∈ K per ogni t ∈ I∩]s, +∞[. Essendo I aperto in J , non può essere s < β . Ne
segue che β ∈ I .
68 CAPITOLO 5. EQUAZIONI DIFFERENZIALI ORDINARIE

Se β ≤ α, si prova in modo simile che β ∈ I . Ne segue I = J .

(1.19) Teorema Siano un intervallo non vuoto in R ed A : J → L(Kn ; Kn ),


J
B : J → Kn due applicazioni continue. Sia inoltre f : J × Kn → Kn definita da

f (t, x) = A(t)x + B(t) .

Allora f è continua, verifica la (1.6) e per ogni [α, β] ⊆ J esiste P ∈ [0, +∞[ tale che

∀(t, x) ∈ [α, β] × Kn : |f (t, x)| ≤ P (1 + |x|) .

Ne segue che ogni soluzione massimale dell’equazione differenziale

u = A(t)u + B(t)

è definita su J .
Inoltre, per ogni (t0, u0) ∈ J × Kn , esiste una ed una sola soluzione u : J → Kn del
problema di Cauchy *
u = A(t)u + B(t) ,
u(t0 ) = u0 .

Dimostrazione. Tenuto conto della naturale isometria R-lineare fra Cn e R2n , è sufficiente
trattare il caso K = R.
L’applicazione f è continua, perché composizione di applicazioni continue. Se
[α, β] ⊆ J , poniamo
c = max { A(t) : t ∈ [α, β]} .

Allora per ogni (t, x1 ), (t, x2) ∈ [α, β] × Rn si ha


|f (t, x1 ) − f (t, x2 )| = |A(t)(x1 − x2 )| ≤

≤ A(t) |x1 − x2 | ≤ c|x1 − x2 | .

Pertanto la condizione (1.6) è verificata.


Inoltre per ogni (t, x) ∈ [α, β] × Rn si ha
|f (t, x)| ≤ |f (t, 0)| + |f (t, x) − f (t, 0)| ≤
1. EQUAZIONI DEL PRIMO ORDINE IN FORMA NORMALE 69

 
≤ |B(t)| + c|x| ≤ max |B(t)| + c (1 + |x|) .
α≤t≤β

L’affermazione riguardante il problema di Cauchy discende dal Teorema (1.11).

Esercizi

1. Sia f : [α, β] × R → R una funzione continua verificante la (1.6), sia u : [α, β] → R


una soluzione dell’equazione differenziale

u = f (t, u)

e sia v : [α, β] → R una funzione di classe C 1 tale che


*
v  ≤ f (t, v) ,
v(α) ≤ u(α) .

Si dimostri che v(t) ≤ u(t) per ogni t ∈ [α, β].

2. Si verifichi che le funzioni v(t) = 0 e w(t) = t3 sono entrambe soluzioni del


problema di Cauchy * √
u = 3
3
u2 ,
u(0) = 0 .

3. Sia f : R2 → R definita da

⎨ 3u se u2 < t6 ,
f (t, u) = t
⎩ √
3t 3 u se u2 ≥ t6 .
Si dimostri che f è continua, di classe C 1 su R2 \ {(0, 0)} e che v(t) = 0 e w(t) = t3 sono
entrambe soluzioni del problema di Cauchy
*
u = f (t, u) ,
u(0) = 0 .
70 CAPITOLO 5. EQUAZIONI DIFFERENZIALI ORDINARIE

4. Sia f : R → R una funzione localmente lipschitziana e decrescente e sia u : I → R


una soluzione massimale dell’equazione differenziale

u = f ◦ u .

Si dimostri che sup I = +∞.

5. Siano u, v : [α, β] → Rn due applicazioni continue tali che


β β
− (u(t)|ϕ (t)) dt = (v(t)|ϕ(t)) dt
α α

per ogni ϕ ∈ C 1 ([α, β]; Rn) con ϕ(α) = ϕ(β) = 0. Si dimostri che u è derivabile e che
u = v .

6. Sia L : [α, β] × Rn × Rn → R una funzione continua. Si supponga che per


ogni t ∈ [α, β] la funzione {(q, v) → L(t, q, v)} sia di classe C 1 e che le applicazioni
∇q L, ∇v L : [α, β] × Rn × Rn → Rn siano continue.
Sia Y = {u ∈ C 1 ([α, β]; Rn) : u(α) = u(β) = 0} e sia L : Y → R definita da
β
L(u) = L(t, u(t), u (t)) dt .
α

Si dimostri che
(a) L è derivabile in ogni u ∈ Y rispetto ad ogni w ∈ Y e
β
L (u)(w) = [(∇q L(t, u(t), u(t))|w(t)) + (∇v L(t, u(t), u (t))|w (t))] dt ;
α

(b) si ha L(u)(w) = 0 per ogni w ∈ Y se e solo se l’applicazione

{t → ∇v L(t, u(t), u(t))}

è di classe C 1 e
d
∇q L(t, u(t), u(t)) − (∇v L(t, u(t), u (t))) = 0 .
dt
2. IL CASO LINEARE A COEFFICIENTI COSTANTI 71

2 Il caso lineare a coefficienti costanti


In questa sezione consideriamo equazioni lineari di ordine n a coefficienti costanti e
omogenee, ossia del tipo
n−1
n
D u= aj D j u ,
j=0

dove a0, . . . , an−1 ∈ K.


(2.1) Definizione Se n
P (z) = aj z j
j=0

è un polinomio a coefficienti in C, definiamo un’applicazione lineare

P (D) : C ∞ (R; C) → C ∞ (R; C)

ponendo
n
P (D)(u) := aj D j u .
j=0

(2.2) Teorema Se P e Q sono due polinomi a coefficienti in C, si ha


(P + Q)(D) = P (D) + Q(D) ,

(P Q)(D) = P (D) ◦ Q(D) .

In particolare, risulta P (D) ◦ Q(D) = Q(D) ◦ P (D).


Dimostrazione. Si verifica facilmente che

∀u ∈ C ∞ (R; C) : ((P + Q)(D)) (u) = (P (D) + Q(D)) (u) .

Siano n
P (z) = aj z j ,
j=0

Q(z) = z + b .

Allora risulta n
n+1
(P Q)(z) = an z + (baj + aj−1 )z j + ba0
j=1
72 CAPITOLO 5. EQUAZIONI DIFFERENZIALI ORDINARIE

ed anche
P (D) (Q(D)(u)) = P (D) (Du + bu) =
n
n+1
= an D u+ (baj + aj−1 )D j u + ba0 u .
j=1

Pertanto si ha
((P Q)(D)) (u) = (P (D) ◦ Q(D)) (u) .

In generale, per dimostrare che


(P Q)(D) = P (D) ◦ Q(D) ,

ragioniamo per induzione sul grado di Q. Se Q è costante, la tesi è evidente. Se Q ha


grado maggiore o uguale ad uno, si può scrivere Q = Q1Q2 con Q2(z) = z + b. Allora si
ha
((P Q)(D)) (u) = ((P Q1 Q2 )(D)) (u) = (P Q1 )(D) (Q2 (D)(u)) =

= P (D) (Q1 (D) ◦ Q2 (D)(u)) = (P (D) ◦ Q(D)) (u) ,

da cui la tesi.

(2.3) Lemma Siano P un polinomio a coefficienti in C, λ ∈ C e m ≥ 0.


Allora
(D − λId)m (exp(λt) P (t)) = exp(λt)D m P (t) .

Dimostrazione. Ragioniamo per induzione su m. Se m = 0, la tesi è evidente.


Consideriamo m ≥ 1 e supponiamo che la tesi sia vera per m − 1. Allora si ha
(D − λId)m (exp(λt) P (t)) = (D − λId)(D − λId)m−1 (exp(λt) P (t)) =
 
= (D − λId) exp(λt) D m−1 P (t) =

= λ exp(λt) D m−1 P (t) + exp(λt) D m P (t) − λ exp(λt) D m−1 P (t) =

= exp(λt) D m P (t) ,

da cui la tesi.
2. IL CASO LINEARE A COEFFICIENTI COSTANTI 73

(2.4) Lemma Siano P un polinomio a coefficienti in C, λ ∈ C \ {0} e m ≥ 0.


Allora esiste un polinomio Q a coefficienti in C dello stesso grado di P tale che

D m (exp(λt) P (t)) = exp(λt) Q(t) .

In particolare, Q è identicamente nullo se e solo se P è identicamente nullo.


Dimostrazione. Ragioniamo per induzione su m. Se m = 0, la tesi è evidente. Conside-
riamo m ≥ 1 e supponiamo che la tesi sia vera per m − 1. Sia Q un polinomio dello stesso
grado di P tale che
 .
D m−1 (exp(λt) P (t)) = exp(λt) Q(t)

Allora si ha
D m (exp(λt) P (t)) = D D m−1 (exp(λt) P (t)) =
   

= D exp(λt) Q(t)  +Q
= exp(λt) λQ(t)  (t) .

Essendo λ = 0, il polinomio λQ(t)


 +Q  (t) ha lo stesso grado di Q
.

(2.5) Teorema Siano a0 , . . . , an−1 ∈ C e sia


n−1
n
z − aj z j = (z − λ1 )m1 · · · (z − λk )mk
j=0

con λ1 , . . . , λk ∈ C distinti e m1, . . . , mk ≥ 1.


Allora una base nell’insieme delle soluzioni u : R → C dell’equazione differenziale
omogenea
n−1
n
D u= aj D j u
j=0

è costituita dalle funzioni

exp(λ1 t), . . . , tm1 −1 exp(λ1 t), . . . , exp(λk t), . . . , tmk −1 exp(λk t) .

Dimostrazione. Posto
n−1
n
P (z) = z − aj z j ,
j=0
74 CAPITOLO 5. EQUAZIONI DIFFERENZIALI ORDINARIE

si ha che u : R → C risolve l’equazione differenziale


n−1
n
D u− aj D j u = 0
j=0

se e solo se P (D)(u) = 0.
Se Q è un polinomio di grado al più mj − 1, si deduce dal Lemma (2.3) che
(D − λj Id)mj (exp(λj t) Q(t)) = 0 .

Allora per il Teorema (2.2) si ha


P (D) (exp(λj t) Q(t)) =

= (D − λ1 Id)m1 · · · (D − λk Id)mk (exp(λj t) Q(t)) = 0 .

Ne segue che le funzioni


exp(λ1 t), . . . , tm1 −1 exp(λ1 t), . . . , exp(λk t), . . . , tmk −1 exp(λk t)

sono tutte soluzioni dell’equazione differenziale


n−1
n
D u− aj D j u = 0 .
j=0

Dimostriamo ora che, se Q1 , . . . , Qk sono dei polinomi a coefficienti in C e


k
∀t ∈ R : exp(λj t) Qj (t) = 0 ,
j=1

allora ogni Qj è identicamente nullo. Ragioniamo per induzione su k. Se k = 1, il risultato


è evidente. Consideriamo k ≥ 2 e supponiamo che la tesi sia vera per k − 1. Se d è il
grado di Qk , deriviamo d + 1 volte la relazione
k−1
exp ((λj − λk )t) Qj (t) + Qk (t) = 0 .
j=1

Tenendo conto del Lemma (2.4), si ottiene


k−1
j (t) = 0 ,
exp ((λj − λk )t) Q
j=1
2. IL CASO LINEARE A COEFFICIENTI COSTANTI 75

dove Q1, . . . , Qk−1 sono dei polinomi dello stesso grado di Q1 , . . . , Qk−1, rispettivamente.
Per l’ipotesi induttiva, ogni Q1 , . . . , Qk−1 è identicamente nullo, per cui anche Q1 , . . . , Qk−1
sono identicamente nulli. Ne segue che anche Qk è identicamente nullo.
Ora possiamo dimostrare che le funzioni

exp(λ1 t), . . . , tm1 −1 exp(λ1 t), . . . , exp(λk t), . . . , tmk −1 exp(λk t)

sono linearmente indipendenti. Se μj,h ∈ C sono tali che


k mj −1

μj,hth exp(λj t) = 0 ,
j=1 h=0

risulta dal ragionamento precedente che ogni polinomio


mj −1

μj,hth
h=0

è identicamente nullo, per cui μj,h = 0 per ogni h, j .


Poiché m1 + · · · + mk = n, le funzioni

exp(λ1 t), . . . , tm1 −1 exp(λ1 t), . . . , exp(λk t), . . . , tmk −1 exp(λk t)

sono esattamente n e costituiscono quindi una base nell’insieme delle soluzioni dell’equa-
zione differenziale data.

(2.6) Corollario Siano a0 , . . . , an−1 ∈ R e sia


n
n
z − aj z j =
j=0

= (z − λ1 )m1 · · · (z − λh )mh (z − μh+1 − iωh+1 )mh+1

(z − μh+1 + iωh+1 )mh+1 · · · (z − μk − iωk )mk (z − μk + iωk )mk

con
λ1 , . . . , λh , μh+1 + iωh+1 , μh+1 − iωh+1 , · · · , μk + iωk , μk − iωk ∈ C

distinti (λj , μj , ωj ∈ R) e m1 , . . . , mk ≥ 1.
76 CAPITOLO 5. EQUAZIONI DIFFERENZIALI ORDINARIE

Allora una base nell’insieme delle soluzioni u: R →K dell’equazione differenziale


omogenea
n−1
Dn u = aj D j u
j=0

è costituita dalle funzioni

exp(λ1 t), . . . , tm1 −1 exp(λ1 t), . . . , exp(λh t), . . . , tmh −1 exp(λh t),

exp(μh+1t) cos(ωh+1t), exp(μh+1 t) sin(ωh+1 t), · · · , tmh+1 −1 exp(μh+1 t) cos(ωh+1 t),

tmh+1 −1 exp(μh+1t) sin(ωh+1t), · · · , exp(μk t) cos(ωk t),

exp(μk t) sin(ωk t), · · · , tmk −1 exp(μk t) cos(ωk t), tmk −1 exp(μk t) sin(ωk t) .

Dimostrazione. Consideriamo dapprima il caso K = C. Per il teorema precedente le


funzioni
exp(λ1 t), . . . , tm1 −1 exp(λ1 t), . . . , exp(λh t), . . . , tmh −1 exp(λh t),

exp((μh+1 + iωh+1 )t), · · · , tmh+1 −1 exp((μh+1 + iωh+1 )t),

exp((μh+1 − iωh+1 )t), · · · , tmh+1 −1 exp((μh+1 − iωh+1 )t), · · · ,

exp((μk + iωk )t), · · · , tmk −1 exp((μk + iωk )t),

exp((μk − iωk )t), · · · , tmk −1 exp((μk − iωk )t)

costituiscono una base nell’insieme delle soluzioni dell’equazione differenziale


n−1
Dn u = aj D j u .
j=0

D’altronde si ha

exp((μ + iω)t) = exp(μt) cos(ωt) + i exp(μt) sin(ωt) ,

exp((μ − iω)t) = exp(μt) cos(ωt) − i exp(μt) sin(ωt) ,


1 1
exp(μt) cos(ωt) = exp((μ + iω)t) + exp((μ − iω)t) ,
2 2
1 1
exp(μt) sin(ωt) = exp((μ + iω)t) − exp((μ − iω)t) .
2i 2i
2. IL CASO LINEARE A COEFFICIENTI COSTANTI 77

Pertanto anche le funzioni


exp(λ1 t), . . . , tm1 −1 exp(λ1 t), . . . , exp(λh t), . . . , tmh −1 exp(λh t),

exp(μh+1t) cos(ωh+1t), exp(μh+1 t) sin(ωh+1 t), · · · , tmh+1 −1 exp(μh+1 t) cos(ωh+1 t),

tmh+1 −1 exp(μh+1t) sin(ωh+1t), · · · , exp(μk t) cos(ωk t),

exp(μk t) sin(ωk t), · · · , tmk −1 exp(μk t) cos(ωk t), tmk −1 exp(μk t) sin(ωk t)

generano lo stesso spazio vettoriale e, essendo n, costituiscono una base.


Consideriamo ora il caso K = R. Le n funzioni appena considerate sono a valori
reali e soddisfano l’equazione differenziale data. Essendo linearmente indipendenti su
C, esse sono a maggior ragione linearmente indipendenti su R. Poiché l’insieme delle
soluzioni reali dell’equazione differenziale è uno spazio vettoriale di dimensione n su R,
esse costituiscono una base.
Capitolo 6
Teoria della misura
1 La misura di Hausdorff
(1.1) Lemma Siano I, I0, . . . , Ik degli n−intervalli chiusi e limitati in Rn tali che

k
I⊆ Ih .
h=0

Allora si ha k
mn (I) ≤ mn (Ih ) .
h=0

Dimostrazione. Per semplicità faremo la dimostrazione nel caso n = 2. Possiamo inoltre


supporre I = ∅.
Ragioniamo per induzione su k. Se k = 0, la tesi è ovvia. Consideriamo k ≥ 1 e
supponiamo che la tesi sia vera per k − 1.
 
Se I = I (1) × I (2) , il punto max I (1) , max I (2) appartiene a qualche Ih . A meno di
riordinare gli Ih , si può supporre che appartenga ad Ik . Se Ik = Ik(1) × Ik(2) , si ha quindi
max I (1) ≤ max Ik e max I (2) ≤ max Ik . Posto a1 = min Ik ed a2 = min Ik , risulta
(1) (2) (1) (2)

m2 (I) = m2 (J1 ) + m2 (J2 ) + m2 (J3 ) ,

dove
J1 = I ∩ (] − ∞, a1 ] × R) ,

J2 = I ∩ ([a1 , +∞[×] − ∞, a2 ]) ,

J3 = I ∩ ([a1 , +∞[×[a2 , +∞[) .

78
1. LA MISURA DI HAUSDORFF 79

Per h = 0, . . . , k − 1 poniamo
Ih = Ih ∩ (] − ∞, a1 ] × R) ,

Ih = Ih ∩ ([a1 , +∞[×R) .

Evidentemente m2 (Ih ) = m2 (Ih ) + m2 (Ih) e



k−1
J1 ⊆ Ih ,
h=0


k−1
J2 ⊆ Ih ,
h=0

J 3 ⊆ Ik .

Tenendo conto dell’ipotesi induttiva, si deduce che


m2 (I) = m2 (J1 ) + m2 (J2 ) + m2 (J3 ) ≤
k−1 k−1
≤ m2 (Ih ) + m2 (Ih ) + m2 (Ik ) =
h=0 h=0
k−1 k
= (m2 (Ih ) + m2 (Ih )) + m2 (Ik ) = m2 (Ih ) ,
h=0 h=0

da cui la tesi.

(1.2) Proposizione Per ogni m ≥ 1, δ > 0 e per ogni E ⊆ Rn si ha


* .
∞ 

inf (diam (Eh ))m : E = Eh , diam (Eh ) < δ =
h=0 h=0
* .
∞ 

= inf (diam (Ah ))m : Ah è aperto in Rn, E ⊆ Ah , diam (Ah ) < δ .
h=0 h=0


Dimostrazione. Se E ⊆ Ah con Ah aperto in Rn e diam (Ah ) < δ, si ha
h=0



E= (Ah ∩ E)
h=0
80 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

con diam (Ah ∩ E) < δ, quindi


* .
∞ 

inf (diam (Eh ))m : E = Eh , diam (Eh ) < δ ≤
h=0 h=0

∞ ∞
m
≤ (diam (Ah ∩ E)) ≤ (diam (Ah ))m .
h=0 h=0

È pertanto evidente che


* .
∞ 

inf (diam (Eh ))m : E = Eh , diam (Eh ) < δ ≤
h=0 h=0
* .
∞ 

≤ inf (diam (Ah ))m : Ah è aperto in Rn , E ⊆ Ah , diam (Ah ) < δ .
h=0 h=0

Sia ora
* .
∞ 

M > inf (diam (Eh ))m : E = Eh , diam (Eh ) < δ
h=0 h=0


e sia E = Eh con diam (Eh ) < δ e
h=0


(diam (Eh ))m < M .
h=0

Sia ε > 0 tale che ∞


(diam (Eh ))m ≤ M − ε
h=0

e sia σh > 0 tale che diam (Eh ) + 2σh < δ e


(diam (Eh ) + 2σh )m ≤ (diam (Eh ))m + ε2−h−1 .

Poniamo
Ah = {x ∈ Rn : d(x, Eh ) < σh }

se Eh = ∅, altrimenti poniamo Ah = ∅. Allora Ah è aperto in Rn, E ⊆ Ah e si ha
h=0

diam (Ah ) ≤ diam (Eh ) + 2σh < δ ,


∞ ∞
(diam (Ah )) ≤ m
(diam (Eh ) + 2σh )m ≤
h=0 h=0
1. LA MISURA DI HAUSDORFF 81

∞ ∞
m
≤ (diam (Eh )) + ε 2−h−1 ≤ (M − ε) + ε = M .
h=0 h=0
Pertanto
* .
∞ 

M ≥ inf (diam (Ah ))m : Ah è aperto in Rn, E ⊆ Ah , diam (Ah ) < δ .
h=0 h=0

Per l’arbitrarietà di M , deve essere


* .
∞ 

inf (diam (Eh ))m : E = Eh , diam (Eh ) < δ ≥
h=0 h=0
* .
∞ 

≥ inf (diam (Ah ))m : Ah è aperto in Rn , E ⊆ Ah , diam (Ah ) < δ ,
h=0 h=0
da cui la tesi.

(1.3) Proposizione Per ogni n ≥ 1 si ha


 * .
∞ 

0 < sup inf (diam (Eh ))n : [0, 1]n = Eh , diam (Eh ) < δ < +∞ .
δ>0
h=0 h=0


Dimostrazione. Dato δ > 0, sia k ≥ 1 tale che k−1 n < δ. Dividendo ogni intervallo [0,1]
in k parti uguali, si ottiene una famiglia {Ih : 1 ≤ h ≤ kn } di n−intervalli chiusi e limitati

che ricoprono [0, 1]n e soddisfano diam (Ih ) = k−1 n < δ. Allora si ha
* .
∞ 

inf (diam (Eh ))n : [0, 1]n = Eh , diam (Eh ) < δ ≤
h=0 h=0

kn
≤ (diam (Ih ))n = k n k −n nn/2 = nn/2 .
h=1
Pertanto
 * .
∞ 

sup inf (diam (Eh ))n : [0, 1]n = Eh , diam (Eh ) < δ ≤ nn/2 .
δ>0
h=0 h=0

Sia ora (Ah ) una successione di aperti limitati in Rn tale che [0, 1]n ⊆ Ah .
h=0
Possiamo supporre Ah = ∅ per ogni h ∈ N. Per la compattezza di [0, 1]n, si avrà

k
n
[0, 1] ⊆ Ahi
i=0
82 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

per certi h0, . . . , hk ∈ N. Sia xh ∈ Ah e sia


n -
" ,
(j) (j)
Ih = xh − diam (Ah ) , xh + diam (Ah ) .
j=1

Evidentemente risulta
mn (Ih ) = 2n (diam (Ah ))n

ed Ah ⊆ Ih , per cui

k
n
[0, 1] ⊆ Ih i .
i=0

Tenendo conto del Lemma (1.1), si deduce che


∞ k
n
(diam (Ah )) ≥ (diam (Ahi ))n =
h=0 i=0

k
−n
=2 mn (Ihi ) ≥ 2−n .
i=0

Risulta quindi
 * .
∞ 

sup inf (diam (Ah ))n : Ah è aperto in Rn , [0, 1]n ⊆ Ah , diam (Ah ) < δ ≥
δ>0
h=0 h=0

≥ 2−n .

Tenuto conto della proposizione precedente, ne segue


 * .
∞ 

sup inf (diam (Eh ))n : [0, 1]n = Eh , diam (Eh ) < δ ≥ 2−n ,
δ>0
h=0 h=0

da cui la tesi.

(1.4) Teorema Per ogni m ≥ 1 e per ogni E ⊆ Rn esiste una successione (Ah) di aperti
/
in Rn tale che E ⊆ Ah e
h∈N
 
!
Hm (E) = Hm Ah .
h∈N

Dimostrazione. Dimostriamo anzitutto che per ogni δ > 0 esiste un aperto A in Rn tale
che E ⊆ A e Hδm (A) ≤ Hm(E) + δ.
1. LA MISURA DI HAUSDORFF 83


Sia (Ah) una successione di aperti in Rn tali che E ⊆ Ah , diam (Ah ) < δ e
h=0


αm (diam (Ah ))m ≤ Hδm (E) + δ ≤ Hm (E) + δ .
h=0

Se poniamo


A= Ah ,
h=0

risulta che A è un aperto contenente E e



Hδm (A) ≤ αm (diam (Ah ))m ≤ Hm (E) + δ .
h=0

Dimostriamo ora la tesi. Sia δh = h+1


1
e sia Ah un aperto in Rn tale che E ⊆ Ah e
Hδmh (Ah ) ≤ Hm (E) + δh .
/

Risulta E ⊆ Ah e per ogni k ∈ N
h=0
 
!

Hδmk Ah ≤ Hδmk (Ak ) ≤ Hm (E) + δk .
h=0

Passando al limite per k → +∞, si ottiene


 
!

Hm Ah ≤ Hm (E) ,
h=0

da cui la tesi.

(1.5) Teorema Se n ≥ 1 ed I = # I (j) è un n−intervallo limitato e non vuoto in Rn


n

j=1
con
sup I (1) − inf I (1) = · · · = sup I (n) − inf I (n) ,

si ha
Hn (I) = mn (I) .
0 1n
Dimostrazione. Evidentemente Hn ([0, 1]n) = 1. Essendo − 12 , 12 isometrico a [0, 1]n, si
ha  n 
1 1
Hn − , = 1.
2 2
84 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

Applicando un’omotetia di coefficiente 2λ > 0, si deduce che Hn ([−λ, λ]n ) = (2λ)n . Poiché
per ogni ε ∈]0, λ[
(2λ − 2ε)n = Hn ([−λ + ε, λ − ε]n ) ≤

≤ Hn (] − λ, λ[n ) ≤ Hn ([−λ, λ]n ) = (2λ)n ,

risulta anche Hn (] − λ, λ[n ) = (2λ)n .


Attraverso un’opportuna traslazione, I è isometrico ad un n−intervallo J con
sup J (j) = λ , inf J (j) = −λ .

Poiché
] − λ, λ[n ⊆ J ⊆ [−λ, λ]n ,

si ha Hn (I) = Hn (J) = (2λ)n = mn (I).

Esercizi

1. Sia I un n−intervallo limitato in Rn. Si dimostri che Ln(I) = mn(I).

2 Misure esterne
(2.1) Teorema Sia μ una misura esterna su Rn. Supponiamo che per ogni coppia E, F
di sottoinsiemi non vuoti di Rn con
inf {|x − y| : x ∈ E, y ∈ F } > 0

si abbia μ(E ∪ F ) = μ(E) + μ(F ).


Allora ogni aperto ed ogni chiuso di Rn è μ−misurabile.
Dimostrazione. È sufficiente dimostrare che ogni chiuso è μ−misurabile. Dato un chiuso
non vuoto C in Rn , basta provare che
μ(F ) ≥ μ(F ∩ C) + μ(F \ C)
2. MISURE ESTERNE 85

per ogni F ⊆ Rn con μ(F ) < +∞.


Poniamo per ogni h ≥ 1
 
1
Ah = x ∈ F : d(x, C) > ,
h
 
1 1
Sh = x ∈ F : < d(x, C) ≤ .
h+1 h
Poiché
1
inf {|x − y| : x ∈ Sh , y ∈ Sh+2 } ≥ > 0,
(h + 1)(h + 2)
si ha
∀h ≥ 1 : μ(Sh ) + μ(Sh+2) = μ(Sh ∪ Sh+2 ) .

Ne segue  
k 
k
μ(S2h ) = μ S2h ≤ μ(F ) ,
h=1 h=1
 
k 
k
μ(S2h−1 ) = μ S2h−1 ≤ μ(F ) ,
h=1 h=1

quindi
2k
μ(Sh ) ≤ 2μ(F ) ,
h=1

da cui si deduce che ∞


μ(Sh ) < +∞ .
h=1

Essendo C chiuso, si ha
x ∈ C ⇐⇒ d(x, C) > 0 ,

quindi  


∀k ≥ 1 : F \ C = Ak ∪ Sh .
h=k

Pertanto risulta ∞
μ(F \ C) ≤ μ(Ak ) + μ(Sh ) .
h=k

Tenuto conto che


1
inf {|x − y| : x ∈ F ∩ C, y ∈ Ak } ≥ > 0,
k
86 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

ne segue
μ(F ) ≥ μ ((F ∩ C) ∪ Ak ) = μ(F ∩ C) + μ(Ak ) ≥

≥ μ(F ∩ C) + μ(F \ C) − μ(Sh ) .
h=k

Passando al limite per k → +∞, si ottiene


μ(F ) ≥ μ(F ∩ C) + μ(F \ C) ,

da cui la μ−misurabilità di C .

(2.2) Teorema Sia μ una misura esterna su Rn. Supponiamo che:


(i) ogni aperto di Rn sia μ−misurabile;
/
(ii) ogni sottoinsieme E di Rn sia contenuto in un’intersezione numerabile di aperti Ah
h∈N
tale che  
!
μ(E) = μ Ah ;
h∈N

(iii) si abbia μ(K) < +∞ per ogni compatto K di Rn .


Allora per ogni sottoinsieme μ−misurabile E di Rn valgono i seguenti fatti:
(a) per ogni ε > 0 esiste un aperto A in Rn tale che E ⊆ A e μ(A \ E) < ε;
(b) per ogni ε > 0 esiste un chiuso C in Rn tale che C ⊆ E e μ(E \ C) < ε;
(c) esistono una successione decrescente (Ah ) di aperti in Rn ed un sottoinsieme E0
μ−trascurabile in Rn tali che
!
E ∪ E0 = Ah ,
h∈N

lim μ(Ah ) = μ(E) ;


h

(d) esistono una successione crescente (Kh ) di compatti in Rn ed un sottoinsieme E0


μ−trascurabile in Rn tali che
 

E= Kh ∪ E0 .
h∈N
2. MISURE ESTERNE 87

Dimostrazione.
(a) Sia Eh = E∩] − h, h[n e sia (Ah,j ) una successione di aperti in Rn tale che
!
Eh ⊆ Ah,j ,
j∈N

 
!
μ(Eh ) = μ Ah,j .
j∈N

Se poniamo
Gh,j =] − h, h[n ∩Ah,0 ∩ · · · ∩ Ah,j ,

risulta che (Gh,j ) è una successione decrescente di aperti di misura finita tali che
! !
Eh ⊆ Gh,j ⊆ Ah,j ,
j∈N j∈N

 
!
μ(Eh ) = μ Gh,j .
j∈N

Dato ε > 0, esiste un Gh,j tale che

μ(Gh,j ) < μ(Eh ) + ε2−h−1 .

Chiamiamo Ah un tale Gh,j . Allora si ha Eh ⊆ Ah e

μ(Ah \ Eh ) = μ(Ah ) − μ(Eh ) < ε2−h−1 .



Se poniamo A = Ah , risulta che A è un aperto contenente E e
h=0



A\E ⊆ (Ah \ Eh ) ,
h=0

per cui
∞ ∞
μ(A \ E) ≤ μ(Ah \ Eh ) < ε2−h−1 = ε .
h=0 h=0

(b) Sia A un aperto contenente R n


\E tale che μ(A \ (Rn \ E)) < ε. Allora Rn \ A è un
chiuso contenuto in E tale che

μ(E \ (Rn \ A)) = μ(A \ (Rn \ E)) < ε .


88 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

(c) Per ogni h ∈ N sia Ah un aperto contenente E tale che


1
μ(Ah \ E) < .
h+1
A meno di sostituire Ah con A0 ∩ · · · ∩ Ah , possiamo supporre che la successione (Ah ) sia
decrescente. Poniamo  
!
E0 = Ah \E.
h∈N

Allora è ovvio che


!
E ∪ E0 = Ah
h∈N

ed inoltre  
! 1
μ(E0 ) = μ (Ah \ E) ≤ μ(Ah \ E) < ,
h+1
h∈N

per cui μ(E0) = 0.


Poiché
1
μ(E) ≤ μ(Ah ) ≤ μ(E) + ,
h+1
risulta anche
lim μ(Ah ) = μ(E) .
h

(d) Sia (Ah) una successione decrescente di aperti contenenti Rn \ E tale che
 
! !
Ah \ (Rn \ E) = (Ah ∩ E)
h∈N h∈N

sia μ−trascurabile e sia Ch = Rn \ Ah . Allora (Ch) è una successione crescente di chiusi


contenuti in E tale che  
 !
E\ Ch = (Ah ∩ E)
h∈N h∈N

sia μ−trascurabile. Se poniamo


Kh = Ch ∩ [−h, h]n ,
   
 
E0 = E \ Kh = E \ Ch ,
h∈N h∈N

si ha che (Kh ) è una successione crescente di compatti, E0 è μ−trascurabile e


 

E= Kh ∪ E0 ,
h∈N
3. FUNZIONI MISURABILI 89

da cui la tesi.

3 Funzioni misurabili
(3.1) Teorema Siano μ una misura esterna su Rn e f : Rn → [0, +∞] una funzione
μ−misurabile.
Allora esistono una successione (th ) in [0, +∞[ ed una successione (Eh ) di sottoin-
siemi μ−misurabili di Rn tali che

th = sup f ,
h=0


n
∀x ∈ R : f (x) = th χEh (x) .
h=0

In particolare,  
k
th χEh
h=0

è una successione crescente di funzioni μ−semplici positive convergente puntualmente a f .


Dimostrazione. Se sup f = +∞, poniamo th = 1/(h + 1). Se invece c = sup f < +∞,
poniamo th = 2−h−1c. In ogni caso si ha

th = sup f ,
h=0


∀k ∈ N : tk ≤ th .
h=k+1

Definiamo ricorsivamente Eh ponendo

E0 = {x ∈ Rn : f (x) ≥ t0 } ,
* h
.
Eh+1 = x ∈ Rn : f (x) − tj χEj (x) ≥ th+1 .
j=0
90 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

Ragionando per induzione su h, si verifica facilmente che


h
n
∀x ∈ R : f (x) ≥ tj χEj (x) ,
j=0

per cui

n
∀x ∈ R : f (x) ≥ th χEh (x) .
h=0

Inoltre, dato x ∈ Rn , non può esistere k ∈ N con x ∈ Ek e x ∈ Eh per ogni h ≥ k + 1,


perché ne seguirebbe
k−1
f (x) < th χEh (x) + tk ≤
h=0

k−1 ∞ ∞
≤ th χEh (x) + th χEh (x) = th χEh (x) .
h=0 h=k+1 h=0

/

Si possono quindi verificare due possibilità: se x ∈ Eh , è ovvio che
h=0


f (x) ≤ sup f = th χEh (x) ;
h=0

se invece x ∈ Ek con kj → +∞, risulta


j

kj −1

f (x) < th χEh (x) + tkj .


h=0

Tenuto conto che tk j


→ 0, anche in questo caso risulta

f (x) ≤ th χEh (x) ,
h=0

da cui la tesi.

(3.2) Teorema (di Lusin) Sia f : Rn → R una funzione Ln−misurabile.


Allora per ogni ε > 0 esiste una funzione continua g : Rn → R tale che

Ln ({x ∈ Rn : f (x) = g(x)}) < ε .


3. FUNZIONI MISURABILI 91

Dimostrazione. Osserviamo anzitutto che per ogni sottoinsieme Ln −misurabile E di Rn


e per ogni ε > 0 esiste una funzione continua g : Rn → [0, 1] tale che g −1(1) ⊆ E e
Ln ({x ∈ Rn : χE (x) = g(x)}) < ε .

Infatti esistono un chiuso C ⊆ E ed un aperto A ⊇ E tali che Ln (E \ C) < ε/2 e


Ln (A \ E) < ε/2. Se E = Rn , possiamo supporre A = Rn . Poniamo

g(x) = 0 se C = ∅,
g(x) = 1 se E = Rn ,
d(x, Rn \ A)
g(x) =
d(x, C) + d(x, Rn \ A)
altrimenti. In ogni caso risulta
{x ∈ Rn : χE (x) = g(x)} ⊆ (A \ C) = (A \ E) ∪ (E \ C) ,

per cui g ha le proprietà richieste.


Sia ora f : Rn → [0, π/2[ una funzione Ln −misurabile e sia ε > 0. Dimostriamo che
esiste g : Rn → [0, π/2[ con le proprietà indicate nella tesi. Sia

f (x) = th χEh (x)
h=0

con ∞
π
th = sup f ≤ ,
h=0
2
conformemente al Teorema (3.1). Siano gh : Rn → [0, 1] delle funzioni continue ottenute
dal passo precedente in modo che
Ln ({x ∈ Rn : χEh (x) = gh (x)}) < 2−h−1 ε .

Se definiamo g : Rn → [0, π/2] ponendo



g(x) = th gh (x) ,
h=0

si ha che la serie converge totalmente, per cui g è continua.




Se si avesse g(x) = π/2 per qualche x ∈ Rn , risulterebbe anzitutto th = π/2.
h=0
Inoltre per ogni h ∈ N si avrebbe th = 0 oppure gh(x) = 1, quindi th gh (x) = th χE (x),
h
92 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

dal momento che gh (x) = 1 implica x ∈ Eh . Ne seguirebbe f (x) = π/2, il che è assurdo.
Pertanto g : Rn → [0, π/2[.
Inoltre da f (x) = g(x) segue χE (x) = gh (x) per almeno un h ∈ N, per cui
h


n n
L ({x ∈ R : f (x) = g(x)}) ≤ Ln ({x ∈ Rn : χEh (x) = gh (x)}) < ε .
h=0

Consideriamo ora una qualunque funzione Ln −misurabile f : Rn → R. Le funzioni


arctan ◦(f + ), arctan ◦(f − ) : Rn → [0, π/2[

sono Ln−misurabili. Per il passo precedente esistono due funzioni continue


g1 , g2 : Rn → [0, π/2[

tali che
 ε 
Ln x ∈ Rn : arctan(f + (x)) = g1 (x)
, <
2
  ε
Ln x ∈ Rn : arctan(f − (x)) = g2 (x) < .
2
Allora la funzione
g(x) = tan(g1 (x)) − tan(g2 (x))

ha le proprietà richieste.

4 Funzioni integrabili
(4.1) Teorema Siano μ una misura esterna su Rn e f, g : Rn → [0, +∞[ due funzioni
μ−semplici.
Allora valgono i seguenti fatti:
(a) si ha
(f + g) dμ = f dμ + g dμ ;

(b) per ogni λ ∈ [0, +∞[ si ha


(λf ) dμ = λ f dμ ;
4. FUNZIONI INTEGRABILI 93

(c) se f ≤ g , si ha
f dμ ≤ g dμ ;

(d) risulta  
f dμ = sup ϕ dμ : ϕ è μ−semplice e 0 ≤ ϕ ≤ f .

Dimostrazione.
(a) Siano f (Rn ) = {s0 , . . . , sk }, g(Rn ) = {t0 , . . . , tm }, (f + g)(Rn ) = {σ0 , . . . , σp },

Eh = f −1 (sh ) ,

Fi = g −1 (ti ) ,

Gj = (f + g)−1 (σj ) .

Per ogni h, i, j si ha Eh ∩ Fi ∩ Gj = ∅ oppure σj = sh + ti. Ne segue in ogni caso


σj μ (Eh ∩ Fi ∩ Gj ) = (sh + ti ) μ (Eh ∩ Fi ∩ Gj ) .

Poiché {E0, . . . , Ek }, {F0, . . . , Fm} e {G0, . . . , Gp} sono ricoprimenti di Rn costituiti da


insiemi μ−misurabili a due a due disgiunti, si ha
m p
μ (Eh ) = μ (Eh ∩ Fi ∩ Gj ) ,
i=0 j=0

k p
μ (Fi ) = μ (Eh ∩ Fi ∩ Gj ) ,
h=0 j=0

k m
μ (Gj ) = μ (Eh ∩ Fi ∩ Gj ) .
h=0 i=0

Allora risulta
p k m p
(f + g) dμ = σj μ (Gj ) = σj μ (Eh ∩ Fi ∩ Gj ) =
j=0 h=0 i=0 j=0

k m p k m p
= sh μ (Eh ∩ Fi ∩ Gj ) + ti μ (Eh ∩ Fi ∩ Gj ) =
h=0 i=0 j=0 h=0 i=0 j=0

k m
= sh μ (Eh ) + ti μ (Fi ) = f dμ + g dμ .
h=0 i=0
94 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

(b) Se λ = 0, la tesi è evidente. Se invece λ > 0 e f (Rn) = {t0 , . . . , tk }, si ha


(λf )(Rn ) = {λt0 , . . . , λtk } ,

(λf )−1(λth ) = f −1 (th ) .

Ne segue che
k
 
(λf ) dμ = (λth )μ f −1 (th ) =
h=0
k
 
=λ th μ f −1 (th ) = λ f dμ .
h=0

(c) La funzione g − f è μ−semplice e positiva. Per la proprietà (a) si ha allora


f dμ ≤ f dμ + (g − f ) dμ = g dμ .

(d) Essendo f una funzione μ−semplice tale che 0 ≤ f ≤ f , è evidente che


 
f dμ ≤ sup ϕ dμ : ϕ è μ−semplice e 0 ≤ ϕ ≤ f .

D’altra parte per ogni funzione μ−semplice ϕ tale che 0 ≤ ϕ ≤ f si ha


ϕ dμ ≤ f dμ .

Ne segue  
sup ϕ dμ : ϕ è μ−semplice e 0 ≤ ϕ ≤ f ≤ f dμ ,

da cui la tesi.

(4.2) Teorema Siano μ una misura esterna su Rn e f, g : Rn → R due funzioni tali che
f (x) = g(x) per μ−q.o. x ∈ Rn .
Valgono allora i seguenti fatti:
(a) f è μ−misurabile se e solo se g è μ−misurabile;
(b) f è μ−integrabile se e solo se g è μ−integrabile, nel qual caso si ha

f dμ = g dμ .
4. FUNZIONI INTEGRABILI 95

Dimostrazione. Poniamo

E = {x ∈ Rn : f (x) = g(x)} .

(a) Se f è μ−misurabile e c ∈ R, si ha
f −1 (]c, +∞]) \ g −1(]c, +∞]) ⊆ E ,

g −1 (]c, +∞]) \ f −1 (]c, +∞]) ⊆ E ,

per cui f −1(]c, +∞]) \ g −1(]c, +∞]) e g −1(]c, +∞]) \ f −1(]c, +∞]) sono entrambi μ−tra-
scurabili, quindi μ−misurabili. Poiché
g −1 (]c, +∞]) =
    
= f −1 (]c, +∞]) \ f −1 (]c, +∞]) \ g −1(]c, +∞]) ∪ g −1 (]c, +∞]) \ f −1 (]c, +∞]) ,

l’insieme g −1(]c, +∞]) è μ−misurabile. Ne segue che g è μ−misurabile.


Essendo le ipotesi simmetriche rispetto a f e g , è evidente che la μ−misurabilità di
g implica quella di f .
(b) Supponiamo anzitutto che f e g siano positive. In tal caso la μ−integrabilità è
equivalente alla μ−misurabilità. Pertanto f è μ−integrabile se e solo se g lo è, a causa
della (a).
Inoltre si ha
(+∞)χE dμ = (+∞) χE dμ = (+∞)μ(E) = 0 .

Pertanto, se f e g sono μ−integrabili, risulta


0≤ f χE dμ ≤ (+∞)χE dμ = 0

e, similmente,
gχE dμ = 0 .

Ne segue
f dμ = f χRn \E dμ + f χE dμ =

= f χRn \E dμ = gχRn \E dμ =
96 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

= gχRn \E dμ + gχE dμ = g dμ .

Nel caso generale, si ha f + = g+ e f − = g− per μ−q.o. x ∈ Rn , per cui la tesi


discende dal caso precedente.

(4.3) Teorema Siano μ una misura esterna su Rn e f : Rn → [0, +∞] una funzione
μ−misurabile tale che
f dμ < +∞ .

Allora f (x) < +∞ per μ−q.o. x ∈ Rn .

Dimostrazione. Sia Eh = {x ∈ Rn : f (x) ≥ h}. Allora Eh è μ−misurabile e si ha


f dμ ≥ f χEh dμ ≥ hχEh dμ = hμ (Eh ) .

Ne segue che per ogni h ≥ 1


1
μ ({x ∈ Rn : f (x) = +∞}) ≤ μ (Eh ) ≤ f dμ ,
h
per cui l’insieme {x ∈ Rn : f (x) = +∞} è μ−trascurabile.

(4.4) Teorema Siano μ una misura esterna su Rn e f : Rn → [0, +∞] una funzione
μ−misurabile tale che
f dμ = 0 .

Allora f (x) = 0 per μ−q.o. x ∈ Rn .

Dimostrazione. Sia Eh = {x ∈ Rn : f (x) ≥ 1/h}. Allora si ha


1
μ (Eh ) = h χE dμ ≤ h f dμ = 0 .
h h
Ne segue che l’insieme


{x ∈ Rn : f (x) = 0} = Eh
h=1

è μ−trascurabile.
4. FUNZIONI INTEGRABILI 97

(4.5) Teorema Sia f : Rn → R una funzione Ln −sommabile. Allora per ogni ε > 0
esiste g ∈ Cc (Rn ) tale che
|f (x) − g(x)| dx < ε .

Dimostrazione. Per ogni h ∈ N poniamo



ϑh (x) = min (h − |x|)+ , 1 ,

fh (x) = ϑh (x) min{max{f (x), −h}, h} .

Poiché |f (x) − fh (x)| ≤ |f (x)| e


∀x ∈ Rn : lim fh (x) = f (x) ,
h

si deduce dal Teorema della convergenza dominata che


lim |f (x) − fh (x)| dx = 0 .
h

Esiste quindi h ∈ N tale che


ε
|f (x) − fh (x)| dx < .
2
Per il Teorema di Lusin esiste una funzione continua ϕ : Rn → R tale che
ε
Ln ({x ∈ Rn : f (x) = ϕ(x)}) < .
4h
Se poniamo
g(x) = ϑh (x) min{max{ϕ(x), −h}, h} ,

si ha g ∈ Cc(Rn ) e
ε
Ln ({x ∈ Rn : fh (x) = g(x)}) < .
4h
Poiché |fh (x) − g(x)| ≤ 2h, risulta
ε ε
|fh (x) − g(x)| dx ≤ 2h = .
4h 2
Ne segue
|f (x) − g(x)| dx ≤ |f (x) − fh (x)| dx + |fh (x) − g(x)| dx < ε .

da cui la tesi.
98 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

5 Il teorema di Fubini-Tonelli
(5.1) Definizione Sia λ > 0. Chiamiamo suddivisione regolare di Rn di passo λ la
partizione I di Rn costituita dagli n−intervalli I della forma
I = [k1 λ, (k1 + 1)λ[× · · · × [kn λ, (kn + 1)λ[

con k1, . . . , kn ∈ Z.

(5.2) Definizione Diciamo che un sottoinsieme P di Rn è un pluri-intervallo regolare,


se

P = I,
I∈J

dove J è un sottoinsieme finito di una suddivisione regolare I di Rn .

(5.3) Lemma Ogni aperto di Rn è unione di una successione crescente di pluri-intervalli


regolari.
Dimostrazione. Sia Ih la suddivisione regolare di Rn di passo 2−h. Se A è un aperto di
Rn , poniamo
Jh = {I ∈ Ih : I ⊆ A ∩ [−h − 1, h + 1[n } ,

Ph = I.
I∈Jh

Si verifica facilmente che (Ph ) è una successione crescente di pluri-intervalli regolari in Rn


tale che ∞ 
Ph ⊆ A .
h=0

D’altronde, per ogni x ∈ A esiste h ∈ N tale che h ≥ |x| e


]x(1) − 2−h , x(1) + 2−h [× · · · ×]x(n) − 2−h , x(n) + 2−h [⊆ A .

Siano k1 , . . . , kn ∈ Z tali che


x ∈ [k1 2−h , (k1 + 1)2−h [× · · · × [kn 2−h , (kn + 1)2−h [ .

Poiché
[k1 2−h , (k1 + 1)2−h [× · · · × [kn 2−h , (kn + 1)2−h [⊆
5. IL TEOREMA DI FUBINI-TONELLI 99

⊆]x(1) − 2−h , x(1) + 2−h [× · · · ×]x(n) − 2−h , x(n) + 2−h [⊆ A ∩ [−h − 1, h + 1[n ,

si ha
[k1 2−h , (k1 + 1)2−h [× · · · × [kn 2−h , (kn + 1)2−h [⊆ Ph ,

quindi x ∈ Ph . Risulta pertanto
h=0



A⊆ Ph ,
h=0

da cui la tesi.

(5.4) Lemma Sia A un aperto in Rm × Rn. Valgono allora i seguenti fatti:


(a) la funzione {x → Ln (Ax )} è Lm−misurabile e la funzione {y → Lm(Ay )} è Ln −mi-
surabile;
(b) risulta
Lm+n (A) = Ln (Ax ) dLm (x) = Lm (Ay ) dLn (y) .

Dimostrazione. Per semplicità trattiamo il caso m = n = 1. Consideriamo anzitutto un


pluri-intervallo regolare

P = I,
I∈J

dove J ⊆ I ed I è una suddivisione regolare di R2 di passo λ. Allora per un opportuno


k sufficientemente grande si ha
k
1
L (Px ) = (jh λ)χ[hλ,(h+1)λ[ (x) ,
h=−k

dove jh è il numero di I ∈ J della forma [hλ, (h + 1)λ[×[a, b[. In particolare, la funzione


{x → L1 (Px )} è L1 −misurabile. D’altronde
k
2
L (P ) = jh λ2 ,
h=−k

per cui
k
1 1
L (Px ) dL (x) = jh λ2 = L2 (P ) .
h=−k
100 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

Consideriamo ora una successione crescente (Ph) di pluri-intervalli regolari in R2 la



cui unione sia A. Per ogni x ∈ R si ha (Ph)x ⊆ (Ph+1)x ed Ax = (Ph )x , per cui
h=0

L1 (Ax ) = lim L1 ((Ph )x ) .


h

Ne segue che la funzione {x → L1(Ax )} è L1 −misurabile e, per il Teorema della


convergenza monotona, si ha
L1 (Ax ) dL1 (x) = lim L1 ((Ph )x ) dL1 (x) =
h

= lim L2 (Ph ) = L2 (A) .


h

In modo simile si prova che la funzione {y → L1(Ay )} è L1−misurabile e che


L1 (Ay ) dL1(y) = L2 (A) ,

da cui la tesi.

(5.5) Teorema Sia E un sottoinsieme Lm+n−trascurabile di Rm × Rn.


Allora si ha
Ln (Ex ) = 0 per Lm−q.o. x ∈ Rm ,

Lm (E y ) = 0 per Ln −q.o. y ∈ Rn .

Dimostrazione. Esiste una successione decrescente (Ah ) di aperti in Rm × Rn con E ⊆ Ah


e lim
h
Lm+n (Ah ) = 0. Posto

∀x ∈ Rm : ϕ(x) = lim Ln ((Ah )x ) ,


h

si deduce dal Lemma di Fatou e dal lemma precedente che


ϕ(x) dLm (x) ≤ lim Ln ((Ah )x ) dLm(x) =
h

= lim Lm+n (Ah ) = 0 .


h

Ne segue ϕ(x) = 0 per Lm−q.o. x ∈ Rm . D’altronde da Ex ⊆ (Ah )x segue Ln(Ex ) ≤ ϕ(x).


Pertanto Ln (Ex ) = 0 per Lm−q.o. x ∈ Rm.
In modo simile si prova che Lm (E y ) = 0 per Ln −q.o. y ∈ Rn .
5. IL TEOREMA DI FUBINI-TONELLI 101

(5.6) Teorema Sia E un sottoinsieme Lm+n−misurabile di Rm × Rn.


Valgono allora i seguenti fatti:
(a) per Lm−q.o. x ∈ Rm l’insieme Ex è Ln −misurabile e per Ln −q.o. y ∈ Rn l’insieme
E y è Lm −misurabile;

(b) la funzione {x → Ln (Ex )} è Lm−misurabile e la funzione {y → Lm (E y )} è Ln −mi-


surabile;
(c) si ha
Lm+n (E) = Ln (Ex ) dLm(x) = Lm (E y ) dLn (y) .

Dimostrazione. Consideriamo anzitutto il caso in cui E è anche limitato. Sia (Ah ) una
successione decrescente di aperti in Rm × Rn tale che E ⊆ Ah ,
 
!

m+n
L Ah \ E = 0,
h=0

lim Lm+n (Ah ) = Lm+n (E) .


h

Se E ⊆] − k, k[m+n , possiamo sostituire ogni Ah con Ah ∩] − k, k[m+n . Possiamo quindi


supporre che gli Ah siano anche limitati.
/

Posto B = Ah , si ha che Bx è l’intersezione degli aperti (Ah )x , quindi Ln −mi-
h=0
surabile. Inoltre per il teorema precedente (Bx \ Ex ) = (B \ E)x è Ln−trascurabile per
Lm −q.o. x ∈ Rm . Ne segue che

Ex = Bx \ (Bx \ Ex )

è Ln −misurabile per Lm−q.o. x ∈ Rm .


Poiché A0 è limitato, si ha Ln ((A0)x ) < +∞ per ogni x ∈ Rm . D’altronde per il
Lemma (5.4) risulta
Ln ((A0 )x ) dLm (x) = Lm+n (A0 ) < +∞ .

Ne segue che la funzione {x → Ln ((A0)x )} è Lm −sommabile. Inoltre si ha


∀x ∈ Rm : lim Ln ((Ah )x ) = Ln (Bx ) .
h
102 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

Tenuto conto del Lemma (5.4), si deduce dal Teorema della convergenza dominata che la
funzione {x → Ln(Bx )} è Lm −sommabile e che
Ln (Bx ) dLm(x) = lim Ln ((Ah )x ) dLm (x) =
h

= lim Lm+n (Ah ) = Lm+n (E) .


h

Poiché Ln (Ex ) = Ln(Bx ) per Lm−q.o. x ∈ Rm , si deduce che la funzione {x → Ln (Ex )}


è Lm−integrabile e che
Ln (Ex ) dLm (x) = Ln (Bx ) dLm (x) = Lm+n (E) .

Consideriamo ora il caso generale. Poniamo Eh = E∩] − h, h[m+n . Poiché Eh è


Lm+n −misurabile e limitato, l’insieme (Eh )x è Ln −misurabile per Lm −q.o. x ∈ Rm . Dal
momento che ∞ 
Ex = (Eh )x ,
h=0

ne segue che Ex è Ln−misurabile per Lm−q.o. x ∈ Rm . Inoltre risulta


Ln (Ex ) = lim Ln ((Eh )x )
h
per Lm −q.o. x ∈ Rm .

Pertanto la funzione {x → Ln (Ex )} è Lm−misurabile e, per il Teorema della convergenza


monotona, si ha
Ln (Ex ) dLm (x) = lim Ln ((Eh )x ) dLm(x) =
h

= lim Lm+n (Eh ) = Lm+n (E) .


h

In modo simile si prova che E y è Lm−misurabile per Ln −q.o. y ∈ Rn , che la funzione


{y → Lm (E y )} è Ln −misurabile e che

Lm (E y ) dLn (y) = Lm+n (E) ,

da cui la tesi.

(5.7) Lemma Siano E un sottoinsieme Lm−trascurabile di Rm e F un sottoinsieme


Ln −trascurabile di Rn .
5. IL TEOREMA DI FUBINI-TONELLI 103

Allora gli insiemi E × Rn e Rm × F sono Lm+n −trascurabili.


Dimostrazione. Sia (Ah ) una successione decrescente di aperti in Rm contenenti E con
lim Lm (Ah ) = 0. Per ogni k ∈ N l’insieme Ah ×]−k, k[n è aperto, quindi Lm+n −misurabile.
h
Dal teorema precedente si deduce che

Lm+n (Ah ×] − k, k[n ) = (2k)n χAh (x) dLm (x) = (2k)n Lm (Ah ) .

Poiché
∀h ∈ N : Lm+n (E×] − k, k[n ) ≤ (2k)n Lm (Ah ) ,

deve essere Lm+n (E×] − k, k[n ) = 0. Tenuto conto che




n
E×R = (E×] − k, k[n ) ,
k=0

ne segue Lm+n (E × Rn ) = 0.
In modo simile si prova che Lm+n (Rm × F ) = 0.

(5.8) Teorema Siano E un sottoinsieme Lm−misurabile di Rm e F un sottoinsieme


Ln −misurabiledi Rn .
Allora (E × F ) è Lm+n −misurabile e

Lm+n (E × F ) = Lm (E) Ln (F ) .

Dimostrazione. Siano (Ah ) una successione decrescente di aperti in Rm e (Bh ) una


successione decrescente di aperti in Rn tali che E ⊆ Ah , F ⊆ Bh e
   
!
∞ !

Lm Ah \ E = Ln Bh \ F = 0.
h=0 h=0

/
∞ /

Posto G = Ah eH= Bh , si ha
h=0 h=0

!

G×H = (Ah × Bh ) ,
h=0
104 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

per cui (G × H) è Lm+n −misurabile, in quanto intersezione di una successione di aperti.


Inoltre per il lemma precedente gli insiemi (G \ E) × Rn e Rm × (H \ F ) sono Lm+n −tra-
scurabili. Ne segue che
E × F = (G × H) \ (((G \ E) × Rn ) ∪ (Rm × (H \ F )))

è Lm+n −misurabile.
Allora per il Teorema (5.6) si ha
Lm+n (E × F ) = Lm (E)χF (y) dLn(y) = Lm (E) Ln (F ) ,

da cui la tesi.

(5.9) Corollario Sia I un n−intervallo limitato in Rn. Allora Ln(I) = mn(I).


Dimostrazione. Il caso n = 1 è contenuto nel Teorema (1.5). Tenuto conto del teorema
precedente, la tesi segue facilmente ragionando per induzione su n.

(5.10) Teorema (di Fubini-Tonelli) Sia f : Rm × Rn → R una funzione Lm+n−inte-


grabile.
Valgono allora i seguenti fatti:
(a) per Lm−q.o. x ∈ Rm la funzione f (x, ·) è Ln−integrabile e per Ln −q.o. y ∈ Rn la
funzione f (·, y) è Lm −integrabile;
(b) la funzione  
n
x −→ f (x, y) dL (y)

è Lm−integrabile e la funzione
 
m
y −→ f (x, y) dL (x)

è Ln−integrabile;
(c) si ha
f (x, y) dLm+n (x, y) =
   
n m
= f (x, y) dL (y) dL (x) = f (x, y) dL (x) dLn (y) .
m
5. IL TEOREMA DI FUBINI-TONELLI 105

Dimostrazione. Consideriamo anzitutto il caso f = tχE con t ≥ 0 ed E sottoinsieme


Lm+n −misurabile di Rm × Rn . Posto

F = {x ∈ Rm : Ex è Ln −misurabile} ,

risulta dal Teorema (5.6) che Lm (Rm \ F ) = 0. Poiché

f (x, y) = tχE (x, y) = tχEx (y) ,

ne segue che f (x, ·) è Ln −integrabile per Lm −q.o. x ∈ Rm . D’altronde

∀x ∈ F : f (x, y) dLn(y) = tLn (Ex ) .

Si deduce che la funzione  


n
x −→ f (x, y) dL (y)

è Lm−integrabile e che
 
n
f (x, y) dL (y) dLm (x) = t Ln (Ex ) dLm(x) =

= tLm+n (E) = f (x, y) dLm+n(x, y) .

Se f : Rm × Rn → [0, +∞] è Lm+n −integrabile, esistono una successione (th ) in


[0, +∞[ ed una successione (Eh ) di sottoinsiemi Lm+n −misurabili di Rm × Rn tali che

f (x, y) = th χEh (x, y) .
h=0

Poniamo fh = th χE ,
h

F = {x ∈ Rm : fh (x, ·) è Ln−integrabile per ogni h ∈ N} .

Per il passo precedente, si ha Lm (Rm \ F ) = 0. Poiché



f (x, y) = fh (x, y) ,
h=0


n
∀x ∈ F : f (x, y) dL (y) = fh (x, y) dLn(y) ,
h=0
106 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

risulta che f (x, ·) è Ln −integrabile per Lm−q.o. x ∈ Rm ,


 
n
x −→ f (x, y) dL (y)

è Lm−integrabile e
  ∞  
n m n
f (x, y) dL (y) dL (x) = fh (x, y) dL (y) dLm (x) =
h=0


= fh (x, y) dLm+n(x, y) = f (x, y) dLm+n(x, y) .
h=0

Consideriamo infine una funzione Lm+n −integrabile f : Rm × Rn → R. Se, ad


esempio,
 
− m+n − n
f (x, y) dL (x, y) = f (x, y) dL (y) dLm (x) < +∞ ,

si ha
f − (x, y) dLn(y) < +∞

per Lm−q.o. x ∈ Rm. Ne segue che, per Lm −q.o. x ∈ Rm , f + (x, ·) è Ln −integrabile e


f − (x, ·) è Ln −integrabile con

f − (x, y) dLn (y) < +∞ .

Pertanto f (x, ·) è Ln −integrabile per Lm −q.o. x ∈ Rm .


Posto 
F = x ∈ Rm : f + (x, ·) e f − (x, ·) sono

L −integrabili e
n − n
f (x, y) dL (y) < +∞ ,

si ha che Lm(Rm \ F ) = 0 e
 
− n
x −→ χF (x) f (x, y) dL (y)

è Lm−sommabile. Poiché

∀x ∈ F : f (x, y) dLn(y) = f + (x, y) dLn(y) − f − (x, y) dLn(y) ,


6. LA FORMULA DELL’AREA 107

ne segue che  
n
x −→ f (x, y) dL (y)

è Lm−integrabile e
   
n m n
f (x, y) dL (y) dL (x) = χF (x) f (x, y) dL (y) dLm (x) =

   
+ n m − n
= χF (x) f (x, y) dL (y) dL (x) − χF (x) f (x, y) dL (y) dLm(x) =
   
+ n m − n
= f (x, y) dL (y) dL (x) − f (x, y) dL (y) dLm (x) =

= f + (x, y) dLm+n(x, y) − f − (x, y) dLm+n (x, y) = f (x, y) dLm+n(x, y) .

Se
f + (x, y) dLm+n (x, y) < +∞ ,

il ragionamento è analogo.
In modo simile si dimostra poi che per Ln −q.o. y ∈ Rn la funzione f (·, y) è
Lm −integrabile, che la funzione
 
m
y −→ f (x, y) dL (x)

è Ln −integrabile e che si ha
 
m+n m
f (x, y) dL (x, y) = f (x, y) dL (x) dLn (y) ,

da cui la tesi.

6 La formula dell’area
(6.1) Lemma Sia Ω un aperto in∞Rm. Allora esiste una successione (Kh) di compatti
in Rm con Kh ⊆ int (Kh+1) e Ω = Kh .
h=0
108 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

Dimostrazione. Se poniamo per ogni h ∈ N


 
1
Kh = m m
x ∈ R : d (x, R \ Ω) ≥
h+1
∩ B (0, h + 1) se Ω = Rm ,
Kh = B (0, h + 1) se Ω = Rm ,
si verifica facilmente che Kh ha i requisiti richiesti.

(6.2) Teorema Siano X1 e X2 due spazi normati, A un aperto in X1 e f : A → X2


un’applicazione di classe C 1 .
Allora per ogni x ∈ A esiste un intorno U di x in A tale che f|U è lipschitziana. Di
conseguenza, f|K è lipschitziana per ogni compatto K ⊆ A.
Dimostrazione. Sia r > 0 tale che B (x, r) ⊆ A e

∀ξ ∈ B (x, r) : df (ξ) ≤ df (x) + 1 .

Ne segue che f|B(x,r) è lipschitziana.


Sia ora K un compatto in A. Supponiamo per assurdo che f|K non sia lipschitziana.
Siano (xh ) e (yh) due successioni in K tali che
f (xh ) − f (yh ) > h xh − yh .

Per la compattezza di K , esiste una sottosuccessione (xh ) convergente a qualche x ∈ K .


k

Poiché
1 2
xh − yh < ( f (xh ) + f (yh ) ) ≤ max f ,
h h K
risulta che anche (yh ) converge a x. Siano r > 0 e c ≥ 0 tali che f|B(x,r) sia lipschitziana
k

di costante c. Per k abbastanza grande si ha xh , yh ∈ B (x, r), quindi


k k

hk xhk − yhk < f (xhk ) − f (yhk ) ≤ c xhk − yhk .

Ne segue hk < c per ogni k sufficientemente grande, il che è assurdo.

(6.3) Teorema Siano Ω un aperto in Rm e ϕ : Ω → Rn un’applicazione di classe C 1.


Valgono allora i seguenti fatti:
6. LA FORMULA DELL’AREA 109

(a) se E ⊆ Ω è Lm −trascurabile, ϕ(E) è Hm−trascurabile;


(b) se E ⊆ Ω è Lm−misurabile, ϕ(E) è Hm −misurabile;
(c) se f : ϕ(Ω) → R è una funzione e (f ◦ ϕ) è Lm −misurabile, f è Hm −misurabile.

Dimostrazione.
(a) Sia (Kh ) una successione di compatti come nel Lemma (6.1). Per il Teorema (6.2),
l’applicazione ϕ|K è lipschitziana di una certa costante ch . Si deduce che
h

Hm (ϕ(E ∩ Kh )) ≤ cm m
h L (E ∩ Kh ) = 0 ,

per cui ∞
Hm (ϕ(E)) ≤ Hm (ϕ(E ∩ Kh )) = 0 .
h=0

(b)Esistono una successione crescente (Kh ) di compatti ed un sottoinsieme Lm−trascu-


rabile E0 ⊆ Rm tali che  


E= Kh ∪ E0 .
h=0

Essendo compatto, l’insieme ϕ(Kh ) è H −misurabile. D’altronde ϕ(E0) è Hm −misura-


m

bile, in quanto Hm −trascurabile per la proprietà (a). Ne segue che


 


ϕ(E) = ϕ(Kh ) ∪ ϕ(E0 )
h=0

è Hm −misurabile.
(c) Se c ∈ R, (f ◦ ϕ)−1 (]c, +∞]) = ((f ◦ ϕ)∗ )−1 (]c, +∞]) ∩ Ω è Lm −misurabile. Allora
 
f −1 (]c, +∞]) = ϕ (f ◦ ϕ)−1 (]c, +∞])

è Hm−misurabile per la proprietà (b). Poiché (f ∗)−1 (]c, +∞]) è uguale a f −1(]c, +∞])
oppure a f −1(]c, +∞]) ∪ (Rn \ ϕ(Ω)), ne segue che (f ∗)−1 (]c, +∞]) è Hm −misurabile, per
cui f è Hm −misurabile.

(6.4) Lemma Siano L : Rn → Rn un’applicazione lineare e biiettiva ed E un


sottoinsieme Ln−misurabile di Rn .
110 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

Allora
Ln (L(E)) = | det L|Ln (E) .

Dimostrazione. Consideriamo anzitutto il caso particolare in cui L è diagonale. Sia quindi


L(x1 , . . . , xn ) = (λ1 x1 , . . . , λn xn ). Se I è un n−intervallo limitato in Rn , si ha che anche
L(I) è un n−intervallo limitato in Rn e dal Corollario (5.9) segue subito che

Ln (L(I)) = |λ1 · · · · · λn |Ln (I) = | det L|Ln (I) .

Se P è un pluri-intervallo regolare in Rn , risulta allora


Ln (L(P )) = | det L|Ln (P ) .

Se A è un aperto in Rn , sia (Ph ) una successione crescente di pluri-intervalli regolari la


cui unione sia A. Risulta
Ln (L(A)) = lim Ln (L(Ph )) = | det L| lim Ln (Ph ) = | det L|Ln (A) .
h h

Sia infine E un sottoinsieme Ln−misurabile di Rn . Sia (Ah ) una successione decrescente


di aperti in Rn tale che E ⊆ Ah e
lim Ln (Ah ) = Ln (E) .
h

Poiché
Ln (L(E)) ≤ Ln (L(Ah )) = | det L|Ln (Ah ) ,

passando al limite per h → ∞ si deduce che Ln (L(E)) ≤ | det L|Ln (E). D’altronde anche
L−1 è diagonale con det(L−1 ) = (det L)−1 . Pertanto
1
Ln (E) = Ln (L−1 (L(E))) ≤ | det L−1 |Ln (L(E)) = Ln (L(E)) ,
| det L|
da cui la disuguaglianza opposta.
Nel caso generale si ha L = U2 DU1, dove U1 ed U2 sono trasformazioni ortogonali e
D è diagonale e biiettiva. Tenuto conto che U1 ed U2 sono isometrie, si ha

Ln (L(E)) = Ln ((U2 DU1 )(E)) = Ln ((DU1 )(E)) =

= | det D|Ln (U1 (E)) = | det L|Ln (E) ,


6. LA FORMULA DELL’AREA 111

da cui la tesi.

(6.5) Lemma Siano Ω un aperto in Rm e ϕ : Ω → Rn un’applicazione di classe C 1 con


m ≤ n.
Allora per ogni ε ∈]0, 1[ e per ogni x0 ∈ Ω tale che dϕ(x0) sia iniettivo esiste r > 0
tale che B (x0 , r) ⊆ Ω e

(1 − ε)Hm (ϕ(E)) ≤ det (dϕ(x)t dϕ(x)) dLm (x) ≤ (1 + ε)Hm (ϕ(E))
E

per ogni sottoinsieme Lm−misurabile E contenuto in B (x0 , r).


Dimostrazione. Esistono una matrice L m × m ed una matrice U n × m con U t U = Id
tali che dϕ(x0 ) = UL. Essendo dϕ(x0 ) iniettivo, risulta che L è iniettiva, quindi biiettiva.
Inoltre si ha
dϕ(x0 )t dϕ(x0 ) = Lt U t UL = Lt L ,

quindi

det (dϕ(x0 )t dϕ(x0 )) = | det L| .

Sia ora c ∈]0, 1[ tale che


(1 + c) ≤ (1 − c)m (1 + ε) , (1 + c)m (1 − ε) ≤ 1 − c .

Sia r > 0 tale che si abbia B (x0 , r) ⊆ Ω e, per ogni x ∈ B (x0 , r),
dϕ(x) − dϕ(x0 ) ≤ c L−1 −1
,

(1 − c)| det L| ≤ det (dϕ(x)t dϕ(x)) ≤ (1 + c)| det L| .

Consideriamo l’applicazione
(ϕ ◦ L−1 ) − U : L(B (x0 , r)) → Rn .

Poiché per ogni y ∈ L(B (x0 , r)) si ha


d(ϕ ◦ L−1 )(y) − U = dϕ(L−1 y) ◦ L−1 − dϕ(x0 ) ◦ L−1 ≤

≤ dϕ(L−1 y) − dϕ(x0 ) L−1 ≤ c ,


112 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

si deduce che l’applicazione (ϕ ◦ L−1 − U) è lipschitziana di costante c. Allora per ogni


y1 , y2 ∈ L(B (x0 , r)) si ha

|(ϕ ◦ L−1 )(y1 ) − (ϕ ◦ L−1 )(y2 )| ≤


   
≤ |Uy1 − Uy2 | +  (ϕ ◦ L−1 )(y1 ) − Uy1 − (ϕ ◦ L−1 )(y2 ) − Uy2  ≤

≤ (1 + c)|y1 − y2 |

e, similmente,
|(ϕ ◦ L−1 )(y1 ) − (ϕ ◦ L−1 )(y2 )| ≥
   
≥ |Uy1 − Uy2 | −  (ϕ ◦ L−1 )(y1 ) − Uy1 − (ϕ ◦ L−1 )(y2 ) − Uy2  ≥

≥ (1 − c)|y1 − y2 | .

Pertanto (ϕ ◦ L−1) è lipschitziana di costante (1 + c), iniettiva con inversa lipschitzia-


na di costante (1 − c)−1. Tenendo conto del Lemma (6.4), si ha per ogni sottoinsieme
Lm −misurabile E ⊆ B (x0 , r)
 
Hm (ϕ(E)) = Hm (ϕ ◦ L−1 )(L(E)) ≤ (1 + c)m Lm (L(E)) =

= (1 + c)m | det L|Lm (E)

e
 
Hm (ϕ(E)) = Hm (ϕ ◦ L−1 )(L(E)) ≥ (1 − c)m Lm (L(E)) =

= (1 − c)m | det L|Lm (E) .

Allora risulta

det (dϕ(x)t dϕ(x)) dLm (x) ≤ (1 + c)| det L|Lm (E) ≤
E

≤ (1 − c)−m (1 + c)Hm (ϕ(E)) ≤ (1 + ε)Hm (ϕ(E))

e

det (dϕ(x)t dϕ(x)) dLm (x) ≥ (1 − c)| det L|Lm (E) ≥
E

≥ (1 + c)−m (1 − c)Hm (ϕ(E)) ≥ (1 − ε)Hm (ϕ(E)) ,

da cui la tesi.
6. LA FORMULA DELL’AREA 113

(6.6) Teorema (Formula dell’area) Siano Ω un aperto in Rm e ϕ : Ω → Rn


un’applicazione iniettiva e di classe C 1 con m ≤ n.
Valgono allora i seguenti fatti:
(a) se E ⊆ Ω, risulta che ϕ(E) è Hm −misurabile se e solo se la funzione
E −→ R

x → det (dϕ(x)t dϕ(x))

è Lm−misurabile, nel qual caso



Hm (ϕ(E)) = det (dϕ(x)t dϕ(x)) dLm (x) ;
E

(b) se f : ϕ(Ω) → R è una funzione, risulta che f è Hm −misurabile se e solo se la


funzione
Ω −→ R

x → f (ϕ(x)) det (dϕ(x)t dϕ(x))
è Lm−misurabile;
(c) se f : ϕ(Ω) → R è una funzione, risulta che f è Hm −integrabile se e solo se la
funzione
Ω −→ R

x → f (ϕ(x)) det (dϕ(x)t dϕ(x))
è Lm−integrabile, nel qual caso si ha

f (y) dHm(y) = f (ϕ(x)) det (dϕ(x)t dϕ(x)) dLm (x) .
ϕ(Ω) Ω

Dimostrazione.
(a) Sia
  
C = x ∈ Ω : det dϕ(x)t dϕ(x) = 0

e sia K un compatto in Ω\C . Per ogni ε ∈]0, 1[ e per ogni x ∈ K esiste per il Lemma (6.5)
r(x) > 0 tale che

(1 − ε)Hm (ϕ(E)) ≤ det (dϕ(ξ)t dϕ(ξ)) dLm (ξ) ≤ (1 + ε)Hm (ϕ(E))
E
114 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

per ogni sottoinsieme Lm −misurabile E ⊆ B (x, r(x)). Per la compattezza di K esistono


x1 , . . . , xk ∈ K tali che

k
K⊆ B (xj , r(xj )) .
j=1

Posto
E1 = K ∩ B (x1 , r(x1 )) ,

Ej = (K ∩ B (xj , r(xj ))) \ (E1 ∪ · · · ∪ Ej−1 ) (2 ≤ j ≤ k) ,

si ha che K è l’unione disgiunta degli Ej ed Ej ⊆ B (xj , r(xj )), per cui



(1 − ε)Hm (ϕ(Ej )) ≤ det (dϕ(x)t dϕ(x)) dLm (x) ≤ (1 + ε)Hm (ϕ(Ej )) .
Ej

Per l’iniettività di ϕ, ϕ(K) è l’unione disgiunta dei ϕ(Ej ), che sono Hm −misurabili per
il Teorema (6.3). Ne segue

(1 − ε)Hm (ϕ(K)) ≤ det (dϕ(x)t dϕ(x)) dLm (x) ≤ (1 + ε)Hm (ϕ(K)) .
K

Per l’arbitrarietà di ε ∈]0, 1[, deve essere



Hm (ϕ(K)) = det (dϕ(x)t dϕ(x)) dLm (x) .
K

Sia ora K un compatto in C , sia ϕh : Ω → Rn × Rm definita da ϕh(x) = (ϕ(x), h−1x)


e sia π : Rn × Rm → Rn la proiezione canonica sul primo fattore. Poiché
 
1
dϕh (x) = dϕ(x), Id ,
h

risulta che dϕh (x) è iniettivo per ogni x ∈ Ω. Tenendo conto del fatto che π è lipschitziana
di costante 1 e del passo precedente, si ha

Hm (ϕ(K)) = Hm ((π ◦ ϕh )(K)) ≤ Hm (ϕh (K)) =


 
= det (dϕh (x)t dϕh (x)) dLm (x) ≤ Lm (K) max det (dϕh (x)t dϕh (x)) .
K x∈K

Sia xh ∈ K tale che


 
det (dϕh (xh )t dϕh (xh )) = max det (dϕh (x)t dϕh (x))
x∈K
6. LA FORMULA DELL’AREA 115

e sia (xh ) una sottosuccessione convergente a ξ ∈ K . Si verifica facilmente che


k

2 2
lim max det (dϕhk (x)t dϕhk (x)) = lim det (dϕhk (xhk )t dϕhk (xhk )) =
k x∈K k

= det (dϕ(ξ)t dϕ(ξ)) = 0 .

Ne segue Hm(ϕ(K)) = 0.
Esistono una successione crescente di compatti (Kh ) ed un sottoinsieme Lm−trascu-
rabile E0 tali che  


C= Kh ∪ E0 .
h=0

Per il Teorema (6.3) si ha H m


(ϕ(E0 )) = 0, per cui
 


Hm (ϕ(C)) = Hm ϕ(Kh ) = 0.
h=0

Sia ora E ⊆ Ω tale che la funzione


E −→ R

x → det (dϕ(x)t dϕ(x))
sia Lm−misurabile, ossia tale che
Rm −→ R
* 
se x ∈ E
det (dϕ(x)t dϕ(x))
x →
0 se x ∈ Rm \ E
sia Lm−misurabile. Allora E \ C , che è l’insieme su cui tale funzione è strettamente
positiva, è Lm −misurabile. Esistono una successione crescente di compatti (Kh) ed un
sottoinsieme Lm−trascurabile E0 tali che
 


E\C = Kh ∪ E0 .
h=0

Per il Teorema (6.3) si ha che ϕ(E \C) è Hm −misurabile, Hm (ϕ(E0 )) = 0 e per il Teorema
della convergenza monotona risulta
 


Hm (ϕ(E \ C)) = Hm ϕ(Kh ) = lim Hm (ϕ(Kh )) =
h
h=0

 
= lim det (dϕ(x)t dϕ(x)) dLm (x) = det (dϕ(x)t dϕ(x)) dLm (x) .
h Kh E\C
116 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

D’altronde, poiché E ∩ C ⊆ C , si ha Hm(ϕ(E ∩ C)) = 0. Pertanto ϕ(E) è Hm −misurabile


e risulta

Hm (ϕ(E)) = Hm (ϕ(E \ C)) = det (dϕ(x)t dϕ(x)) dLm (x) =
E\C


= det (dϕ(x)t dϕ(x)) dLm (x) .
E
Viceversa, consideriamo anzitutto il caso in cui ϕ(E) è Hm −trascurabile.
∞  Sia (Ah )
/
una successione di aperti in Rn con ϕ(E) ⊆ Ah e Hm(ϕ(E)) = Hm Ah = 0. Allora
h=0
 
!
∞ !

G = ϕ−1 Ah = ϕ−1 (Ah )
h=0 h=0

è Lm−misurabile e dal passo precedente si deduce che



det (dϕ(x)t dϕ(x)) dLm (x) = Hm (ϕ(G)) = 0 .
G

Ne segue

χG (x) det (dϕ(x)t dϕ(x)) = 0 per Lm −q.o. x ∈ Ω.

Poiché E ⊆ G, risulta a maggior ragione



χE (x) det (dϕ(x)t dϕ(x)) = 0 per Lm −q.o. x ∈ Ω.

Supponiamo infine che ϕ(E) sia Hm −misurabile. Consideriamo prima il caso


particolare in cui Hm(ϕ(E)) < +∞. Sia (Ah) una successione di aperti in Rn con
 
!
∞ !

ϕ(E) ⊆ Ah , Hm (ϕ(E)) = Hm Ah .
h=0 h=0

Posto  
!

G = ϕ−1 Ah , E0 = G \ E ,
h=0

si ha che G è Lm−misurabile e Hm (ϕ(E0)) = 0. Ne segue che la funzione


Ω −→ R

x → χG (x) det (dϕ(x)t dϕ(x))
è Lm−misurabile, mentre

χE0 (x) det (dϕ(x)t dϕ(x)) = 0 per Lm−q.o. x∈Ω
6. LA FORMULA DELL’AREA 117

per il passo precedente. Poiché G è l’unione disgiunta di E ed E0 , si ha che



χE (x) det (dϕ(x)t dϕ(x)) =
 
= χG (x) det (dϕ(x)t dϕ(x)) − χE0 (x) det (dϕ(x)t dϕ(x))

è Lm−misurabile.
Nel caso generale, sia (Kh ) una successione crescente di compatti conforme al
Lemma (6.1). Poiché

Hm (ϕ(Kh )) = det (dϕ(x)t dϕ(x)) dLm(x) ,
Kh


risulta ϕ(Ω) = ϕ(Kh ) con ϕ(Kh ) compatto e Hm(ϕ(Kh )) < +∞. Allora ϕ(E) ∩ ϕ(Kh )
h=0
è Hm −misurabile con Hm(ϕ(E) ∩ ϕ(Kh )) < +∞. Dal passo precedente segue che
$  %
x → χE∩Kh (x) det (dϕ(x)t dϕ(x))

è Lm−misurabile. D’altronde E è l’unione crescente degli E ∩ Kh , per cui


 
∀x ∈ Ω : χE (x) det (dϕ(x)t dϕ(x)) = lim χE∩Kh (x) det (dϕ(x)t dϕ(x)) .
h

Si conclude che la funzione


$  %
x → χE (x) det (dϕ(x)t dϕ(x))

è Lm−misurabile.
(b) e (c) Consideriamo dapprima f : ϕ(Ω) → [0, +∞].
∞
Se f è Hm −misurabile, si ha f = th χϕ(E ) con th ≥ 0 e ϕ(Eh ) Hm −misurabile.
h
h=0


Ne segue f ◦ ϕ = th χEh . Inoltre dalla (a) si deduce che
h=0
$  %
x → χEh (x) det (dϕ(x)t dϕ(x))

è Lm−misurabile, per cui anche


 ∞   
f (ϕ(x)) det (dϕ(x)t dϕ(x)) = t
th χEh (x) det (dϕ(x) dϕ(x))
h=0

è Lm−misurabile.
118 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

Infine dalla (a) si deduce che


∞ ∞
f (y) dHm(y) = th χϕ(Eh ) (y) dHm(y) = th Hm (ϕ(Eh )) =
ϕ(Ω) h=0 ϕ(Ω) h=0



= th χEh (x) det (dϕ(x)t dϕ(x)) dLm (x) =
h=0 Ω


= f (ϕ(x)) det (dϕ(x)t dϕ(x)) dLm (x) .
Ω

Supponiamo viceversa che


$  %
x → f (ϕ(x)) det (dϕ(x)t dϕ(x))

sia Lm−misurabile. Allora tale funzione è Lm−misurabile anche su Ω \ C , il che equi-


vale a dire che f ◦ ϕ è Lm−misurabile su Ω \ C . Dal Teorema (6.3) si deduce che f è
Hm −misurabile su ϕ(Ω \ C). D’altronde Hm (ϕ(C)) = 0, per cui f è Hm −misurabile
anche su ϕ(Ω).
Nel caso generale, in cui f : ϕ(Ω) → R, è sufficiente ragionare su f + e f − , ricordando
che f = f + − f − .

Esercizi

1. Siano un aperto in Rm e ϕ : Ω
Ω → Rn un’applicazione di classe C1 (non
necessariamente iniettiva) con m ≤ n.
Si dimostri che per ogni E ⊆ Ω tale che
E −→ R

x → det (dϕ(x)t dϕ(x))

sia Lm−misurabile risulta



Hm (ϕ(E)) ≤ det (dϕ(x)t dϕ(x)) dLm (x) .
E
6. LA FORMULA DELL’AREA 119

(Suggerimento: si ripercorra la dimostrazione della Formula dell’area).


2. Se I è un intervallo in R, γ : I → Rn è un’applicazione ed a, b ∈ I (a ≤ b), si
ponga * .
k
Vab (γ) := sup |γ(th ) − γ(th−1 )| : a ≤ t0 ≤ · · · ≤ tk ≤ b .
h=1

Se a > b, si ponga Vab(γ) := −Vba(γ). L’elemento Vab(γ) di R si chiama variazione di γ da


a a b.
Si dimostri che per ogni a, b, c ∈ I si ha
Vab (γ) = Vac (γ) + Vcb (γ) ,

purché a secondo membro non si presenti l’espressione (+∞) + (−∞) o (−∞) + (+∞).
3. Se γ : [a, b] → Rn è un’applicazione continua e γ è di classe C 1 su ]a, b[, si dimostri
che b
Vab (γ) = |γ  (t)| dL1(t) .
a

4. Sia γ : R → R definita da γ(t) = t2 cos(t−2) per t = 0, γ(0) = 0. Si dimostri che


γ è derivabile e che V01(γ) = +∞.
5. Siano I un intervallo in R, t0 ∈ I e γ : I → Rn un’applicazione continua tale
che Vab (γ) < +∞ per ogni [a, b] ⊆ I . Si definisca una funzione σ : I → R ponendo
σ(t) = Vtt0 (γ).
Si dimostri che σ è continua, crescente (in generale, non strettamente) e che
∀t1 , t2 ∈ I : |γ(t1 ) − γ(t2 )| ≤ |σ(t1 ) − σ(t2 )| .

Posto J = σ(I), sia η : J → Rn l’applicazione definita da η ◦ σ = γ .


Si dimostri che η è lipschitziana di costante 1, η(0) = γ(t0 ) e
∀s1 , s2 ∈ J : Vss12 (η) = s2 − s1 .

Se poi γ è di classe C 1 su int (I) e γ (t) = 0 per ogni t ∈ int (I), si dimostri che η è di
classe C 1 su int (J) e
∀s ∈ int (J) : |η  (s)| = 1 .
120 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

7 La formula della coarea


(7.1) Proposizione Sia ψ : dom (ψ) → Rm un’applicazione continua con dom (ψ) ⊆ Rn
e siano k ≥ 1 e δ > 0.
Allora, se K è un compatto in dom (ψ) e F è un’unione numerabile di chiusi di Rn
con F ⊆ dom (ψ), si ha che le funzioni
Rm → [0, +∞]
y → Hδk (K ∩ ψ −1 (y))

Rm → [0, +∞]
y → Hk (F ∩ ψ −1 (y))
sono Lm−misurabili.
Dimostrazione. Siano anzitutto K un compatto in dom (ψ), δ > 0, c ∈ R e y0 ∈ Rm con
Hδk (K ∩ ψ −1 (y0 )) < c. Sia (Ah ) una successione di aperti in Rn con

K ∩ ψ −1 (y0 ) ⊆ Ah ,
h∈N


diam (Ah ) < δ e αk (diam (Ah ))k < c .
h=0

Sia r > 0 tale che



K ∩ ψ −1 (y) ⊆ Ah per ogni y ∈ Rm con |y − y0| < r .
h∈N

Allora risulta
 
Hδk K ∩ ψ −1 (y) < c per ogni y ∈ Rm con |y − y0| < r ,
per cui l’insieme
  
y ∈ Rm : Hδk K ∩ ψ −1 (y) < c

è aperto in Rm, quindi Lm−misurabile. Ne segue che la funzione


Rm → [0, +∞]
y → Hδk (K ∩ ψ −1 (y))

è Lm−misurabile.
7. LA FORMULA DELLA COAREA 121

Poiché
   
Hk K ∩ ψ −1 (y) = lim H1/j
k
K ∩ ψ −1 (y) ∀y ∈ Rm ,
j

si ha che anche la funzione


Rm → [0, +∞]
y → Hk (K ∩ ψ −1 (y))

è Lm−misurabile.
Sia ora F = Ch con Ch chiuso in Rn e Ch ⊆ dom (ψ). Se poniamo
h∈N


k
3k =
C Ch ,
h=0

si ha che (C3h ) è una successione crescente di chiusi con



F = 3h .
C
h∈N

Risulta anche

F = 3h ∩ B (0, h))
(C
h∈N

con (C3h ∩ B (0, h)) successione crescente di compatti in dom (ψ) e


   
k −1 k 3 −1
H F ∩ ψ (y) = lim H Ch ∩ B (0, h) ∩ ψ (y) ∀y ∈ Rm ,
h

da cui la tesi.

(7.2) Lemma Sia ψ : dom (ψ) → Rm un’applicazione lipschitziana di costante c con


dom (ψ) ⊆ Rn , sia F un’unione numerabile di chiusi in Rn con F ⊆ dom (ψ) e sia k ≥ 1.
Allora
αk+m  
cm Hk+m (F ) ≥ Hk F ∩ ψ −1 (y) dLm (y) .
αk L (B (0, 1))
m

Dimostrazione. Sia K un compatto in dom (ψ) e sia j ≥ 1. Sia (Eh ) una successione di
sottoinsiemi di Rn con

K⊆ Eh ,
h∈N
122 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA


1 1
diam (Eh ) <
j
e αk+m (diam (Eh ))k+m ≤ H1/j
k+m
(K) +
j
.
h=0

Risulta allora
 
K ∩ ψ −1 (y) ⊆ Eh = Eh ,
h∈N h∈N
Eh ∩ψ−1 (y)=∅ y∈ψ(Eh )

quindi ∞
k −1
H1/j (K ∩ ψ (y)) ≤ αk (diam (Eh ))k χψ(Eh ) (y) .
h=0

Poiché ψ(Eh ) ⊆ B (yh, c diam (Eh )) per qualche yh ∈ Rm , si ha



k −1 m
H1/j (K ∩ ψ (y)) dL (y) ≤ αk (diam (Eh ))k Lm (B (yh , c diam (Eh )))
h=0

= αk (diam (Eh ))k cm (diam (Eh ))m Lm (B (0, 1))
h=0

m m
= αk c L (B (0, 1)) (diam (Eh ))k+m
h=0
 
αk Lm (B (0, 1)) 1
≤ cm k+m
H1/j (K) + .
αk+m j
Passando al limite per j → +∞ ed applicando il teorema della convergenza monotona, si
ottiene m
αk L (B (0, 1)) k+m
Hk (K ∩ ψ −1 (y)) dLm(y) ≤ cm H (K) .
αk+m
Sia ora F = Ch con Ch chiuso in Rn e Ch ⊆ dom (ψ). Se poniamo come in
h∈N
precedenza

k
3k =
C Ch ,
h=0

risulta

F = 3h ∩ B (0, h))
(C
h∈N

con (C3h ∩ B (0, h)) successione crescente di compatti in dom (ψ) e


   
Hk F ∩ ψ −1 (y) = lim Hk C3h ∩ B (0, h) ∩ ψ −1 (y) ∀y ∈ Rm ,
h

per cui la tesi discende dal teorema della convergenza monotona.


7. LA FORMULA DELLA COAREA 123

(7.3) Osservazione Con una dimostrazione più complessa si può dimostrare la


disuguaglianza
αk+m  
cm Hk+m (F ) ≥ Hk F ∩ ψ −1 (y) dLm (y) .
αk αm

(7.4) Proposizione Siano Ω un aperto in Rn, ψ : Ω → Rm un’applicazione localmente


lipschitziana con m < n ed E un sottoinsieme di Ω con Ln (E) = 0.
Allora si ha
 
Hn−m E ∩ ψ −1 (y) = 0 per Lm −q.o. y ∈ Rm .

Dimostrazione. Sia (Ah ) una successione decrescente di aperti in Ω con E ⊆ Ah e

lim Ln (Ah ) = 0 .
h

Poiché ogni Ah è un’unione numerabile di chiusi, per ogni compatto K in Ω si ha


αn  
cm n
K L (Ah ∩ K) ≥ Hn−m Ah ∩ K ∩ ψ −1 (y) dLm (y) ,
αn−m L (B (0, 1))
m

con ψ lipschitziana di costante cK su K .


Dal lemma di Fatou segue che
-  ,
n−m
lim inf H Ah ∩ K ∩ ψ (y) dLm (y) = 0 ,
−1
h

per cui
   
Hn−m E ∩ K ∩ ψ −1 (y) ≤ lim inf Hn−m Ah ∩ K ∩ ψ −1 (y) = 0
h

per Lm−q.o. y ∈ Rm .
Poiché Ω è unione numerabile di compatti, risulta
 
Hn−m E ∩ ψ −1 (y) = 0

per Lm−q.o. y ∈ Rm .

(7.5) Proposizione Siano Ω un aperto in Rn, ψ : Ω → Rm un’applicazione localmente


lipschitziana con m < n ed E un sottoinsieme Ln −misurabile di Ω.
124 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

Allora si ha che

E ∩ ψ −1 (y) è Hn−m −misurabile per Lm−q.o. y ∈ Rm

e la funzione
Rm −→ [0, +∞]
y → Hn−m (E ∩ ψ −1 (y))
è Lm−misurabile.
Dimostrazione. Risulta
E = F ∪ E0

con F unione numerabile di compatti e Ln (E0) = 0. Dalla Proposizione (7.4) segue che

E ∩ ψ −1 (y) è Hn−m−misurabile per Lm −q.o. y ∈ Rm

e
Hn−m (E ∩ ψ −1 (y)) = Hn−m (F ∩ ψ −1 (y)) per Lm−q.o. y ∈ Rm .

Dalla Proposizione (7.1) segue che la funzione


Rm −→ [0, +∞]
y → Hn−m (E ∩ ψ −1 (y))

è Lm−misurabile.

(7.6) Lemma Siano Ω un aperto in Rn e ψ : Ω → Rm un’applicazione di classe C 1


con m < n.
Allora per ogni ε ∈]0, 1[ e per ogni x0 ∈ Ω tale che dψ(x0 ) sia suriettivo esiste r > 0
tale che B (x0 , r) ⊆ Ω e
  
(1 − ε) Hn−m E ∩ ψ −1 (y) dLm(y) ≤ det (dψ(x)dψ(x)t ) dLn (x) ≤
E
 
≤ (1 + ε) Hn−m E ∩ ψ −1 (y) dLm(y)

per ogni sottoinsieme Ln−misurabile E contenuto in B (x0 , r).


7. LA FORMULA DELLA COAREA 125

Dimostrazione. Esistono una matrice L m×m ed una matrice U m×n con UU t = Id tali
che dψ(x0) = LU . Essendo dψ(x0 ) suriettivo, risulta che L è suriettiva, quindi biiettiva.
Inoltre si ha
dψ(x0 )dψ(x0 )t = LUU t Lt = LLt ,

quindi

det (dψ(x0 )dψ(x0 )t ) = | det L| .

Sia ora c ∈]0, 1[ tale che


(1 + c)n−m+1 ≤ (1 − c)n (1 + ε) , (1 + c)n (1 − ε) ≤ (1 − c)n−m+1 .

Sia r > 0 tale che si abbia B (x0 , r) ⊆ Ω e, per ogni x ∈ B (x0 , r),
dψ(x) − dψ(x0 ) ≤ c L−1 −1
,

(1 − c)| det L| ≤ det (dψ(x)dψ(x)t ) ≤ (1 + c)| det L| .

Consideriamo l’applicazione
B (x0 , r) → Rm × Rn−m
−1
x → ((L ◦ ψ)(x) − Ux, 0)

Poiché per ogni x ∈ B (x0 , r) si ha


d(L−1 ◦ ψ)(x) − U = L−1 dψ(x) − L−1 dψ(x0 ) ≤ L−1 dψ(x) − dψ(x0 ) ≤ c ,

si deduce che l’applicazione è lipschitziana di costante c.


Si può completare la matrice U con una matrice V (n − m) × n tale che V V t = Id,
in modo da ottenere una matrice n × n ortogonale.
Allora per ogni x1 , x2 ∈ B (x0 , r) si ha

|((L−1 ◦ ψ)(x1 ), V x1 ) − ((L−1 ◦ ψ)(x2 ), V x2 )| ≤ |(Ux1 , V x1 ) − (Ux2 , V x2 )|


+ |((L−1 ◦ ψ)(x1 ) − Ux1 , 0) − ((L−1 ◦ ψ)(x2 ) − Ux2 , 0)| ≤ (1 + c)|x1 − x2 |

e, similmente,

|((L−1 ◦ ψ)(x1 ), V x1 ) − ((L−1 ◦ ψ)(x2 ), V x2 )| ≥ |(Ux1 , V x1 ) − (Ux2 , V x2 )|


− |((L−1 ◦ ψ)(x1 ) − Ux1 , 0) − ((L−1 ◦ ψ)(x2 ) − Ux2 , 0)| ≥ (1 − c)|x1 − x2 | .
126 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

Ne segue che l’applicazione

Ψ : B (x0 , r) → Rn
x → ((L−1 ◦ ψ)(x), V x)

è lipschitziana di costante (1 + c), iniettiva con inversa lipschitziana di costante (1 − c)−1.


Per ogni sottoinsieme Ln −misurabile E contenuto in B (x0 , r) risulta
  1
Ln (E) = Ln Ψ−1 (Ψ(E)) ≤ Ln (Ψ(E))
(1 − c)n
1  
= Ln−m t ∈ Rn−m : (z, t) ∈ Ψ(E) dLm (z)
(1 − c) n

1   
= Hn−m Ψ(E) ∩ {z} × Rn−m dLm (z)
(1 − c) n

(1 + c)n−m   
≤ Hn−m E ∩ Ψ−1 {z} × Rn−m dLm (z)
(1 − c) n

(1 + c)n−m n−m
 −1

= H E ∩ ψ (Lz) dLm (z)
(1 − c)n
(1 + c)n−m n−m
 −1

= H E ∩ ψ (y) dLm (y) ,
(1 − c)n | det L|

da cui
  (1 − c)n
Hn−m E ∩ ψ −1 (y) dLm (y) ≥ | det L| Ln (E)
(1 + c)n−m
(1 − c)n 
≥ det (dψ(x)dψ(x)t ) dLn (x)
(1 + c)n−m+1 E
1 
≥ det (dψ(x)dψ(x)t ) dLn (x) .
1+ε E

Similmente si ha
1
Ln (E) ≥ Ln (Ψ(E))
(1 + c)n
1   
= n
Hn−m Ψ(E) ∩ {z} × Rn−m dLm (z)
(1 + c)
(1 − c)n−m   
≥ n
Hn−m E ∩ Ψ−1 {z} × Rn−m dLm (z)
(1 + c)
(1 − c)n−m  
= Hn−m E ∩ ψ −1 (y) dLm (y) ,
(1 + c) | det L|
n
7. LA FORMULA DELLA COAREA 127

da cui
  (1 + c)n
Hn−m E ∩ ψ −1 (y) dLm (y) ≤ | det L| Ln (E)
(1 − c)n−m
(1 + c)n 
≤ det (dψ(x)dψ(x)t ) dLn (x)
(1 − c)n−m+1 E
1 
≤ det (dψ(x)dψ(x)t ) dLn (x) .
1−ε E

(7.7) Teorema (Formula della coarea) Siano Ω un aperto in Rn e ψ : Ω → Rm


un’applicazione di classe C 1 con m < n.
Valgono allora i seguenti fatti:
(a) se E è un sottoinsieme Ln−misurabile di Ω, risulta che la funzione
Rm −→ [0, +∞]
y → Hn−m (E ∩ ψ −1 (y))

è Lm−misurabile e
  
det (dψ(x)dψ(x)t ) dLn (x) = Hn−m E ∩ ψ −1 (y) dLm (y) ;
E

(b) se f : Ω → R è una funzione tale che


Ω −→ R

x → f (x) det (dψ(x)dψ(x)t )

sia Ln −integrabile, allora:


• per Lm−q.o. y ∈ Rm la funzione f è Hn−m−integrabile su ψ−1(y);
• la funzione  
n−m
y −→ f (x) dH (x)
ψ−1 (y)

è Lm−integrabile;
• risulta
 

f (x) det (dψ(x)dψ(x)t ) dLn (x) = f (x) dH n−m
(x) dLm (y) .
ψ−1 (y)
128 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

Dimostrazione.
(a) Per la Proposizione (7.5) la funzione

Rm −→ [0, +∞]
y → Hn−m (E ∩ ψ −1 (y))

è Lm−misurabile.
Poniamo
  
C = x ∈ Ω : det dψ(x)dψ(x)t = 0 .

Se K è un compatto in Ω \ C , per ogni ε ∈]0, 1[ e per ogni x ∈ K esiste per il Lemma (7.6)
r(x) > 0 tale che

  
(1 − ε) Hn−m E ∩ ψ −1 (y) dLm(y) ≤ det (dψ(x)dψ(x)t ) dLn (x) ≤
E
 
≤ (1 + ε) Hn−m E ∩ ψ −1 (y) dLm(y)

per ogni sottoinsieme Lm −misurabile E ⊆ B (x, r(x)). Per la compattezza di K esistono


x1 , . . . , xk ∈ K tali che

k
K⊆ B (xj , r(xj )) .
j=1

Posto
E1 = K ∩ B (x1 , r(x1 )) ,

Ej = (K ∩ B (xj , r(xj ))) \ (E1 ∪ · · · ∪ Ej−1 ) (2 ≤ j ≤ k) ,

si ha che K è l’unione disgiunta degli Ej ed Ej ⊆ B (xj , r(xj )), per cui per ogni j = 1, . . . , k
risulta
  
(1 − ε) Hn−m Ej ∩ ψ −1 (y) dLm (y) ≤ det (dψ(x)dψ(x)t ) dLn (x) ≤
Ej
 
≤ (1 + ε) Hn−m Ej ∩ ψ −1 (y) dLm (y) .

Ne segue
  
(1 − ε) Hn−m K ∩ ψ −1 (y) dLm (y) ≤ det (dψ(x)dψ(x)t ) dLn (x) ≤
K
 
≤ (1 + ε) Hn−m K ∩ ψ −1 (y) dLm(y)
7. LA FORMULA DELLA COAREA 129

quindi, per l’arbitrarietà di ε ∈]0, 1[,


  
det (dψ(x)dψ(x)t ) dLn (x) = Hn−m K ∩ ψ −1 (y) dLm (y)
K
per ogni compatto K ⊆ Ω \ C .
Sia ora K un compatto in C , sia ψh : Ω×Rm → Rm definita da ψh (x, z) = ψ(x)+h−1 z
e sia π : Rn × Rm → Rm la proiezione canonica sul secondo fattore. Poiché
1
dψh (x, z)(ξ, ζ) = dϕ(x)ξ + ζ,
h
risulta che dψh (x, z) è suriettivo per ogni (x, z) ∈ Ω × Rm . Applicando il passo precedente
al compatto K × B (0, 1), si deduce che

det (dψh (x, z)dψh (x, z)t ) dLn+m(x, z)
K×B(0,1)
  
= Hn K × B (0, 1) ∩ ψh−1 (y) dLm (y) .

Tenendo conto del fatto che π è lipschitziana di costante 1, posto


αn
α= ,
αn−m Lm (B (0, 1))
segue dal Lemma (7.2) che
     
n −1 n−m
H K × B (0, 1) ∩ ψh (y) ≥ α H K × B (0, 1) ∩ ψh (y) ∩ π (z) dLm (z)
−1 −1

   
n−m −1 1
=α H K∩ψ y− z × {z} dLm (z)
B(0,1) h
  
n−m −1 1
=α H K∩ψ y− z dLm (z).
B(0,1) h
Risulta quindi

det (dψh (x, z)dψh (x, z)t ) dLn+m (x, z)
K×B(0,1)
    
n−m −1 1
≥α H K∩ψ y− z dL (z) dLm (y)
m
B(0,1) h
    
n−m −1 1
=α H K ∩ψ y− z dL (y) dLm (z)
m
B(0,1) h
 
n−m
 
=α H K ∩ ψ (y) dL (y) dLm (z)
−1 m
B(0,1)
   
= α Lm B (0, 1) Hn−m K ∩ ψ −1 (y) dLm (y) .
130 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

D’altronde si ha

det (dψh (x, z)dψh (x, z)t ) dLn+m(x, z)
K×B(0,1)

≤ Ln (K) Lm (B (0, 1)) max det (dψh (x, z)dψh (x, z)t ) .
(x,z)∈K×B(0,1)

Sia (xh , zh ) ∈ K × B (0, 1) tale che


 
det (dψh (xh , zh )dψh (xh , zh )t ) = max det (dψh (x, z)dψh (x, z)t )
(x,z)∈K×B(0,1)

e sia (xh , zh ) una sottosuccessione convergente a


k k
(ξ, ζ) ∈ K × B (0, 1). Si verifica
facilmente che
2
lim max det (dψhk (x, z)dψhk (x, z)t )
k (x,z)∈K×B(0,1)
2 
= lim det (dψhk (xhk , zhk )dψhk (xhk , zhk )t ) = det (dψ(ξ)) dψ(ξ)t = 0 .
k

Ne segue
 
Hn−m K ∩ ψ −1 (y) dLm (y) = 0 ,

per cui
 
Hn−m K ∩ ψ −1 (y) = 0 per Lm−q.o. y ∈ Rm .

Esistono una successione crescente di compatti (Kh) ed un sottoinsieme Ln −trascu-


rabile E0 tali che  


C= Kh ∪ E0 .
h=0

Per la Proposizione (7.4) si ha


 
Hn−m E0 ∩ ψ −1 (y) = 0 per Lm−q.o. y ∈ Rm ,

per cui
 
Hn−m C ∩ ψ −1 (y) = 0 per Lm −q.o. y ∈ Rm .

Se ora E ⊆ Ω è Ln −misurabile, esistono una successione crescente di compatti (Kh )


ed un sottoinsieme Ln −trascurabile E0 tali che
 


E\C = Kh ∪ E0 .
h=0
7. LA FORMULA DELLA COAREA 131

Risulta
 
det (dψ(x)dψ(x)t ) dLn (x) = 

det (dψ(x)dψ(x)t ) dLn (x)
E\C Kh
h=0

= lim det (dψ(x)dψ(x)t ) dLn (x)
h Kh
 
Hn−m Kh ∩ ψ −1 (y) dLm (y)
= lim
h
 ∞  

= Hn−m Kh ∩ ψ −1 (y) dLm (y)
h=0

n−m
 
= H (E \ C) ∩ ψ −1 (y) dLm (y) .

D’altronde, poiché E ∩ C ⊆ C , si ha
 
Hn−m (E ∩ C) ∩ ψ −1 (y) = 0 per Lm−q.o. y ∈ Rm .

Risulta quindi
 
det (dψ(x)dψ(x)t ) dLn (x) = det (dψ(x)dψ(x)t ) dLn (x)
E E\C
 
= Hn−m (E \ C) ∩ ψ −1 (y) dLm (y)
 
= Hn−m E ∩ ψ −1 (y) dLm (y) .

(b) Consideriamo dapprima f : Ω → [0, +∞] tale che


Ω −→ [0, +∞]

x → f (x) det (dψ(x)dψ(x)t )

sia Ln−misurable. Allora tale funzione è Ln −misurabile anche su Ω \ C , il che equivale


∞
a dire che f χΩ\C è Ln −misurabile. Risulta allora f χΩ\C = th χE con th ≥ 0 ed Eh h
h=0
Ln −misurabile. Dalla Proposizione (7.5) segue che

f χΩ\C χψ−1 (y) = th χEh ∩ψ−1 (y)
h=0

è Hn−m−misurabile per Lm −q.o. y ∈ Rm e che



n−m
y → f (x)χΩ\C (x) χψ−1 (y) (x) dH (x) = th Hn−m (Eh ∩ ψ −1 (y))
h=0
132 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

è Lm−misurabile con
  ∞
n−m m
f (x)χΩ\C (x) dH (x) dL (y) = th Hn−m (Eh ∩ ψ −1 (y)) dLm(y) .
ψ−1 (y) h=0

Tenuto conto che


 
Hn−m C ∩ ψ −1 (y) = 0 per Lm −q.o. y ∈ Rm ,

ne segue che f χψ −1 (y) è Hn−m −misurabile per Lm−q.o. y ∈ Rm e che


y → f (x) χψ−1 (y) (x) dHn−m (x)

è Lm−misurabile con
  ∞
n−m
f (x) dH (x) dLm (y) = th Hn−m (Eh ∩ ψ −1 (y)) dLm(y) .
ψ−1 (y) h=0

Dalla (a) si deduce che


  ∞
n−m m

f (x) dH (x) dL (y) = th χEh (x) det (dψ(x)dψ(x)t ) dLn (x)
ψ−1 (y) h=0

= f (x) χΩ\C (x) det (dψ(x)dψ(x)t ) dLn (x)

= f (x) det (dψ(x)dψ(x)t ) dLn (x) .

Nel caso generale è sufficiente ragionare su f + e f − , ricordando che f = f + − f − .

(7.8) Corollario Siano Ω un aperto in Rn e ψ : Ω → R un’applicazione di classe C 1


con n ≥ 2.
Valgono allora i seguenti fatti:
(a) se E è un sottoinsieme Ln−misurabile di Ω, risulta che la funzione
R −→ [0, +∞]
y → Hn−1 (E ∩ ψ −1 (y))

è L1−misurabile e
 
|∇ψ(x)| dLn (x) = Hn−1 E ∩ ψ −1 (y) dL1 (y) ;
E
7. LA FORMULA DELLA COAREA 133

(b) se f : Ω → R è una funzione tale che


Ω −→ R
x → f (x) |∇ψ(x)|

sia Ln −integrabile, allora:

• per L1−q.o. y∈R la funzione f è Hn−1 −integrabile su ψ−1(y);


• la funzione  
n−1
y −→ f (x) dH (x)
ψ−1 (y)

è L1−integrabile;
• risulta
 
n n−1
f (x) |∇ψ(x)| dL (x) = f (x) dH (x) dL1 (y) .
ψ−1 (y)

Dimostrazione. In questo caso dψ(x)dψ(x)t è una matrice 1×1 il cui elemento è |∇ψ(x)|2.
Si tratta allora di un caso particolare della formula della coarea.

Esercizi

1. Sia f : Rn → R una funzione Ln−integrabile con n ≥ 2. Si dimostri che


+∞  
n n−1
f (x) dL (x) = f (x) dH (x) dL1 ( ) .
0 {x∈Rn : |x|= }

(Suggerimento: si consideri ψ : Rn \ {0} → R definita da ψ(x) = |x|).

2. Sia f : Rn → R una funzione Ln−integrabile con n ≥ 2. Si dimostri che


4 5
+∞
n n−1
f (x) dL (x) = f (x) dH (x) dL1 ( ) .
0 {x∈Rn : x21 +···+x2n−1 = 2 }
134 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

8 I teoremi della divergenza e di Stokes


(8.1) Lemma Siano Ω un aperto in Rn e K un compatto contenuto in Ω. Allora esiste
ψ ∈ Cc∞ (Ω) tale che 0 ≤ ψ(x) ≤ 1 su Rn e ψ(x) = 1 su K .
Dimostrazione. Sia :R→R la funzione definita da
exp((t2 − 1)−1 )
(t) = + 1 se |t| < 1 ,
−1
exp((t2 − 1)−1 ) dt
(t) = 0 se |t| ≥ 1 .
+
Risulta che ∈ C ∞(R), (t) ≥ 0 su R, (t) = 0 fuori da [−1, 1] e (t) dt = 1.
Sia ora η : R → R definita da
t
η(t) = ( (s + 2) − (s − 2)) ds .
−3

Allora η ∈ C ∞(R), 0 ≤ η(t) ≤ 1 su R, η(t) = 1 su [−1, 1] e η(t) = 0 fuori da [−3, 3].


Per ogni x ∈ K sia r(x) > 0 tale che B (x, 2r(x)) ⊆ Ω. Per la compattezza di K
esistono x1, . . . , xk ∈ K tali che

k
K⊆ B (xj , rj ) ,
j=1

dove rj = r(xj ). Sia ψj : Rn → R definita da


 
|x − xj |2
ψj (x) = η .
rj2

Allora ψj ∈ C ∞ (Rn ), 0 ≤ ψj (x) ≤ 1 su Rn , ψj (x) = 1 su B (xj , rj ) e ψj (x) = 0 fuori da


B (xj , 2rj ). Posto
"
k
ψ(x) = 1 − (1 − ψj (x)) ,
j=1

si ha che ψ ∈ C ∞ (Rn), 0 ≤ ψ(x) ≤ 1 su Rn , ψ(x) = 1 su K e ψ(x) = 0 fuori da



k
B (xj , 2rj ) ,
j=1

per cui ψ ∈ Cc∞(Ω).


8. I TEOREMI DELLA DIVERGENZA E DI STOKES 135

(8.2) Teorema (Formula di Gauss-Green I) Siano Ω un aperto in Rn, f ∈ C 1(Ω) e


g ∈ Cc1 (Ω).
Allora per ogni j = 1, . . . , n si ha

Dj f (x) g(x) dLn(x) = − f (x) Dj g(x) dLn(x) .


Ω Ω

Dimostrazione. Consideriamo anzitutto il caso Ω = Rn. Sia M > 0 tale che g(x) = 0
fuori da [−M, M]n . Ne segue che Dj g(x) = 0 fuori da [−M, M]n . Per il Teorema di
Fubini-Tonelli e la formula di integrazione per parti, si ha

Dj f (x) g(x) dLn(x) =

 
1 (j)
= Dj f (x) g(x) dL (x ) dLn−1(x(1) , . . . , x(j−1) , x(j+1) , . . . , x(n) ) =
 M 
1 (j)
= Dj f (x) g(x) dL (x ) dLn−1(x(1) , . . . , x(j−1) , x(j+1) , . . . , x(n) ) =
−M
 M 
1 (j)
=− f (x) Dj g(x) dL (x ) dLn−1(x(1) , . . . , x(j−1) , x(j+1) , . . . , x(n) ) =
−M
 
1 (j)
=− f (x) Dj g(x) dL (x ) dLn−1(x(1) , . . . , x(j−1) , x(j+1) , . . . , x(n) ) =

=− f (x) Dj g(x) dLn (x) .

In generale, sia K un compatto in Ω tale che g(x) = 0 fuori da K e sia ψ ∈ Cc∞(Ω)


tale che 0 ≤ ψ(x) ≤ 1 su Rn e ψ(x) = 1 su K . Allora la funzione f˜ : Rn → R, definita da
*
ψ(x)f (x) se x ∈ Ω ,
f˜(x) =
0 se x ∈ Rn \ Ω ,
è di classe C 1 . Tenuto conto che Dj g(x) = 0 su Rn \ K e che Dj ψ(x) = 0 su K , dal passo
precedente si deduce che

Dj f (x) g(x) dLn(x) = Dj f˜(x) g(x) dLn (x) =


Ω

=− f˜(x) Dj g(x) dLn(x) = − f (x) Dj g(x) dLn (x) ,


Ω

da cui la tesi.
136 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

(8.3) Proposizione Siano Ω un aperto in Rn, x ∈ ∂Ω e ν1 ,ν2 due versori normali


esterni ad Ω in x.
Allora ν1 = ν2 .
Dimostrazione. A meno di una traslazione, possiamo supporre che x = 0. L’insieme

Ar = {ξ ∈ B (0, r) : ξ · ν1 < 0 < ξ · ν2 }

è aperto in Rn . Se per assurdo ν1 = ν2 , si ha A3 = ∅, perché ν2 − ν1 ∈ A3 , quindi


Ln (A3 ) > 0. D’altronde

Ar ⊆ {ξ ∈ B (0, r) ∩ Ω : ξ · ν2 > 0} ∪ {ξ ∈ B (0, r) \ Ω : ξ · ν1 < 0} ,

per cui
Ln (Ar )
lim = 0.
r→0 rn
D’altronde si ha
Ln (Ar ) Ln (A3 )
= > 0,
rn 3n
per cui si ha una contraddizione.

(8.4) Teorema Siano Ω ed U due aperti in Rn, g : U → R una funzione di classe C 1


tale che
Ω ∩ U = {ξ ∈ U : g(ξ) < 0}

e sia x ∈ U ∩ ∂Ω tale che ∇g(x) = 0.


Allora g(x) = 0 e
∇g(x)
|∇g(x)|
è il versore normale esterno ad Ω in x.
Dimostrazione. Tenuto conto della continuità di g , è ovvio che g(x) = 0. Sia ω : U → R
tale che
∀ξ ∈ U : g(ξ) = ∇g(x) · (ξ − x) + |ξ − x|ω(ξ) .
8. I TEOREMI DELLA DIVERGENZA E DI STOKES 137

Sia (rh) una successione in ]0, +∞[ decrescente a 0 e sia


 
|ω(ξ)|
εh = sup : ξ ∈ B (x, rh ) .
|∇g(x)|
Evidentemente anche (εh) è decrescente a 0. Se ξ ∈ B (x, rh ) ∩ Ω, si ha
∇g(x) · (ξ − x) + |ξ − x|ω(ξ) < 0 ,

da cui
∇g(x)
· (ξ − x) < εh |ξ − x| .
|∇g(x)|
Ne segue  
∇g(x)
rh−n Ln ξ ∈ B (x, rh ) ∩ Ω : (ξ − x) · >0 ≤
|∇g(x)|
 
∇g(x)
≤ rh−n Ln
ξ ∈ B (x, rh ) : 0 < (ξ − x) · < εh |ξ − x| =
|∇g(x)|
 
n ∇g(x)
=L ξ ∈ B (x, 1) : 0 < (ξ − x) · < εh |ξ − x| .
|∇g(x)|
Poiché  
∇g(x)
ξ ∈ B (x, 1) : 0 < (ξ − x) · < εh |ξ − x|
|∇g(x)|
costituisce una successione decrescente di sottoinsiemi Ln −misurabili di misura finita con
intersezione vuota, si ha
 
n ∇g(x)
lim L ξ ∈ B (x, 1) : 0 < (ξ − x) · < εh |ξ − x| = 0.
h |∇g(x)|
In modo simile si prova che
 
−n n ∇g(x)
lim r L ξ ∈ B (x, r) \ Ω : (ξ − x) · <0 = 0,
r→0 |∇g(x)|
da cui la tesi.

(8.5) Teorema (Formula di Gauss-Green II) Siano Ω un aperto limitato in Rn tale


che Hn−1 (∂Ω) < +∞ e f, g : Ω → R due funzioni lipschitziane. Supponiamo che f e g
siano di classe C 1 in Ω e sia ν : ∂Ω → Rn la normale esterna ad Ω.
Allora valgono i seguenti fatti:
(a) ogni ν (j) è Hn−1−misurabile e limitata, dove ν (j) denota la j−esima componente di ν ;
138 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

(b) per ogni j = 1, . . . , n si ha


Dj f (x) g(x) dLn(x) =
Ω

= f (s) g(s) ν (j)(s) dHn−1(s) − f (x) Dj g(x) dLn(x) .


∂Ω Ω

Dimostrazione. Limitiamoci al caso particolare in cui n = 2 e



Ω = x ∈ R2 : −1 < x(1) < 1 , 0 < x(2) < β(x(1) )

con β : [−1, 1] →]0, +∞[ lipschitziana su [−1, 1] e di classe C 1 su ] − 1, 1[. Si verifica


facilmente che
∂Ω = Γ1 ∪ Γ2 ∪ Γ3 ∪ Γ4 ∪ {(1, 0), (1, β(1)), (−1, β(−1)), (−1, 0)} ,

dove

Γ1 = x ∈ R2 : −1 < x(1) < 1 , x(2) = 0 ,

Γ2 = x ∈ R2 : x(1) = 1 , 0 < x(2) < β(1) ,

Γ3 = x ∈ R2 : −1 < x(1) < 1 , x(2) = β(x(1) ) ,

Γ4 = x ∈ R2 : x(1) = −1 , 0 < x(2) < β(−1) .

Se definiamo γ :] − 1, 1[×]0, +∞[→ R ponendo


γ(x) = x(2) − β(x(1) ) ,

si ha che γ è di classe C 1 ,
Ω = {x ∈] − 1, 1[×]0, +∞[: γ(x) < 0}

e ∇γ(x) = 0 per ogni x ∈ Γ3. Dal Teorema (8.4) si deduce che


 
β (x(1) ) 1
∀x ∈ Γ3 : ν(x) = − , .
(β  (x(1) ))2 + 1 (β  (x(1) ))2 + 1

Utilizzando nuovamente il Teorema (8.4), si dimostra anche che






(0, −1) se x ∈ Γ1 ,
ν(x) =

(1, 0) se x ∈ Γ2 ,

⎩ (−1, 0) se x ∈ Γ4 .
8. I TEOREMI DELLA DIVERGENZA E DI STOKES 139

In particolare, risulta che ν (1) , ν (2) : ∂Ω → R sono H1 −misurabili e limitate.


Supponiamo inizialmente che g sia costantemente uguale a 1. Risulta allora
Dx(2) f (x) dL2(x) =
Ω
 
1 β(x(1) )
= Dx(2) f (x) dL (x ) dL1 (x(1) ) =
1 (2)
−1 0

1  
= f (x(1) , β(x(1) )) − f (x(1) , 0) dL1 (x(1) ) =
−1
1 2
= f (x(1) , β(x(1) ))ν (2) (x(1) , β(x(1) )) (β  (x(1) ))2 + 1 dL1 (x(1) )+
−1
1
+ f (x(1) , 0)ν (2) (x(1) , 0) dL1(x(1) ) .
−1

Se poniamo ϕ1 (t) = (t, 0), ϕ3(t) = (t, β(t)), otteniamo

Dx(2) f (x) dL2(x) =


Ω

1 1
= f (ϕ3 (t))ν (2) (ϕ3 (t))|ϕ3  (t)| dL1 (t) + f (ϕ1 (t))ν (2) (ϕ1 (t))|ϕ1  (t)| dL1(t) =
−1 −1

= f (s)ν (2) (s) dH1 (s) + f (s)ν (2) (s) dH1 (s) =
Γ3 Γ1

= f (s) ν (2) (s) dH1 (s) .


∂Ω

Tenuto conto del Teorema di derivazione sotto il segno di integrale, risulta anche
 
β(x(1) )
Dx(1) f (x) dL1 (x(2) ) =
0

β(x(1) )
(1) (1)  (1)
= f (x , β(x ))β (x ) + Dx(1) f (x) dL1 (x(2) ) .
0

Ne segue
 
1 β(x(1) )
Dx(1) f (x) dL2(x) = Dx(1) f (x) dL1(x(2) ) dL1 (x(1) ) =
Ω −1 0

 
1 β(x(1) )
= Dx(1) f (x) dL1(x(2) ) dL1 (x(1) )+
−1 0
140 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

1
− f (x(1) , β(x(1) ))β  (x(1) ) dL1(x(1) ) =
−1
β(1) β(−1)
= f (1, x(2) ) dL1(x(2) ) − f (−1, x(2) ) dL1(x(2) )+
0 0
1 2
(1) (1) (1)
+ f (x , β(x ))ν (x , β(x )) (β  (x(1) ))2 + 1 dL1 (x(1) ) .
(1) (1)
−1

Se poniamo anche ϕ2(t) = (1, t), ϕ4(t) = (−1, t), otteniamo


Dx(1) f (x) dL2(x) =
Ω

β(1) β(−1)
= f (ϕ2 (t))ν (1) (ϕ2 (t))|ϕ2  (t)| dL1(t) + f (ϕ4 (t))ν (1) (ϕ4 (t))|ϕ4  (t)| dL1(t)+
0 0
1
+ f (ϕ3 (t))ν (1) (ϕ3 (t))|ϕ3  (t)| dL1(t) =
−1

= f (s)ν (1) (s) dH1 (s) + f (s)ν (1) (s) dH1 (s) + f (s)ν (1) (s) dH1(s) =
Γ2 Γ4 Γ3

= f (s) ν (1) (s) dH1 (s) ,


∂Ω
da cui la tesi.
Se g non è costantemente uguale a 1, è sufficiente applicare il caso precedente alla
funzione f˜(x) = f (x)g(x).
Il prossimo risultato è una variante della formula dell’area.
(8.6) Teorema Sia Ω un aperto limitato in R2 con H1 (∂Ω) < +∞, sia ν : ∂Ω → R2 la
normale esterna ad Ω e sia τ : ∂Ω → R2 definita da
(τ (1) (x), τ (2) (x)) = (−ν (2) (x), ν (1) (x)) .

Siano un aperto in R2 , ϕ : A → Rn un’applicazione iniettiva e di classe


A C1 e
f : ϕ(A) → R una funzione.
Allora f è H1−integrabile su ϕ(A ∩ ∂Ω) se e solo se la funzione
Ω −→ R
x → f (ϕ(x)) |dϕ(x)τ (x)|

è H1−integrabile su A ∩ ∂Ω, nel qual caso si ha


f (y) dH1(y) = f (ϕ(x)) |dϕ(x)τ (x)| dH1(x) .
ϕ(A∩∂Ω) A∩∂Ω
8. I TEOREMI DELLA DIVERGENZA E DI STOKES 141

Dimostrazione. Limitiamoci al caso particolare in cui



Ω = x ∈ R2 : −1 < x(1) < 1 , 0 < x(2) < β(x(1) ) ,

con β : [−1, 1] →]0, +∞[ lipschitziana su [−1, 1] e di classe C 1 su ] − 1, 1[, e



A ∩ ∂Ω = x ∈ R2 : −1 < x(1) < 1 , x(2) = β(x(1) ) .

Inoltre supponiamo a priori che {t → (f ◦ ϕ)(t, β(t))} sia L1−misurabile su ] − 1, 1[.


Poiché
 
β  (x(1) ) 1
∀x ∈ A ∩ ∂Ω : ν(x) = − , ,
(β  (x(1) ))2 + 1 (β  (x(1) ))2 + 1

risulta  
1 β  (x(1) )
∀x ∈ A ∩ ∂Ω : τ (x) = −  , .
(β  (x(1) ))2 + 1 (β  (x(1) ))2 + 1
Se poniamo γ(t) = (t, β(t)), otteniamo
f (y) dH1(y) = f (y) dH1(y) =
ϕ(A∩∂Ω) (ϕ◦γ)(]−1,1[)

1
= f (ϕ(γ(t))) |(ϕ ◦ γ) (t)| dL1(t) =
−1
1
= f (ϕ(γ(t))) |dϕ(γ(t))(1, β (t))| dL1(t) =
−1
1
= f (ϕ(γ(t))) |dϕ(γ(t))τ (γ(t))| |γ  (t)| dL1(t) =
−1

= f (ϕ(x)) |dϕ(x)τ (x)| dH1(x) =


γ(]−1,1[)

= f (ϕ(x)) |dϕ(x)τ (x)| dH1(x) ,


A∩∂Ω
da cui la tesi.

(8.7) Teorema (di Stokes) Siano A un aperto in R2, B un aperto in R3, ϕ : A → R3


un’applicazione iniettiva e di classe C 1 con ϕ(A) ⊆ B e f : B → R3 un’applicazione di
classe C 1 . Sia Ω un aperto limitato tale che Ω ⊆ A e H1 (∂Ω) < +∞ e sia ν : ∂Ω → R2
la normale esterna ad Ω.
142 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

Poniamo, per ogni y ∈ ϕ(∂Ω) con y = ϕ(x),


dϕ(x)(−ν (2) (x), ν (1) (x))
τ (y) = se dϕ(x)(−ν (2) (x), ν (1) (x)) = 0 ,
|dϕ(x)(−ν (2) (x), ν (1) (x))|
τ (y) = 0 se dϕ(x)(−ν (2) (x), ν (1) (x)) = 0 ,
e, per ogni y ∈ ϕ(Ω) con y = ϕ(x),
Dx(1) ϕ(x) × Dx(2) ϕ(x)
η(y) = se Dx (1) ϕ(x) × Dx(2) ϕ(x) = 0 ,
|Dx(1) ϕ(x) × Dx(2) ϕ(x)|
η(y) = 0 se Dx (1) ϕ(x) × Dx(2) ϕ(x) = 0 .

Allora ogni τ (j) : ϕ(∂Ω) → R è H1 −misurabile e limitata, ogni η (j) : ϕ(Ω) → R è


H2 −misurabile e limitata e si ha

f (s) · τ (s) dH1 (s) = (curl f (y)) · η(y) dH2(y) .


ϕ(∂Ω) ϕ(Ω)

Dimostrazione. Limitiamoci al caso particolare in cui ϕ : A → R3 è di classe C 2 e non


dimostriamo che ogni τ (j) : ϕ(∂Ω) → R è H1 −misurabile ed ogni η(j) : ϕ(Ω) → R è
H2 −misurabile.
Consideriamo dapprima una qualunque applicazione g : A → R2 di classe C 1. Dalla
formula di Gauss-Green segue che
g (1) (s)ν (2) (s) dH1(s) = Dx(2) g (1) (x) dL2 (x) ,
∂Ω Ω

g (2) (s)ν (1) (s) dH1(s) = Dx(1) g (2) (x) dL2 (x) ,
∂Ω Ω
da cui
 
(8.8) g(s) · −ν (2) (s), ν (1) (s) dH1 (s) =
∂Ω

 
= Dx(1) g (2) (x) − Dx(2) g (1) (x) dL2(x) .
Ω
Definiamo ora un’applicazione g : A → R2 di classe C 1 ponendo
g(x) = dϕ(x)t f (ϕ(x)) = (f (ϕ(x)) · Dx(1) ϕ(x), f (ϕ(x)) · Dx(2) ϕ(x)) .

Dal Teorema (8.6) si deduce che


f (s) · τ (s) dH1 (s) = f (ϕ(x)) · τ (ϕ(x)) |dϕ(x)(−ν (2) (x), ν (1) (x))| dH1 (x) =
ϕ(∂Ω) ∂Ω
8. I TEOREMI DELLA DIVERGENZA E DI STOKES 143

 
= f (ϕ(x)) · dϕ(x)(−ν (2) (x), ν (1) (x)) dH1 (x) =
∂Ω

 
= dϕ(x)t f (ϕ(x)) · (−ν (2) (x), ν (1) (x)) dH1 (x) =
∂Ω

= g(x) · (−ν (2) (x), ν (1) (x)) dH1 (x) .


∂Ω

D’altronde si ha
(curl f (y)) · η(y) dH2(y) =
ϕ(Ω)

= (curl f )(ϕ(x)) · η(ϕ(x)) |Dx(1) ϕ(x) × Dx(2) ϕ(x)| dL2 (x) =


Ω

= (curl f )(ϕ(x)) · (Dx(1) ϕ(x) × Dx(2) ϕ(x)) dL2 (x) .


Ω

Peraltro risulta
(curl f )(ϕ(x)) · (Dx(1) ϕ(x) × Dx(2) ϕ(x)) =
3
= εijk Dy(j) f (k) (ϕ(x)) εimn Dx(1) ϕ(m) Dx(2) ϕ(n) =
i,j,k,m,n=1

3
= (δjm δkn − δjn δkm ) Dy(j) f (k) (ϕ(x))Dx(1) ϕ(m) Dx(2) ϕ(n) =
j,k,m,n=1

3 3
(k) (j) (k)
= Dy(j) f (ϕ(x))Dx(1) ϕ Dx(2) ϕ − Dy(j) f (k) (ϕ(x))Dx(1) ϕ(k) Dx(2) ϕ(j) =
j,k=1 j,k=1

= Dx(1) (f ◦ ϕ) · Dx(2) ϕ − Dx(2) (f ◦ ϕ) · Dx(1) ϕ =

= Dx(1) ((f ◦ ϕ) · Dx(2) ϕ) − Dx(2) ((f ◦ ϕ) · Dx(1) ϕ) = Dx(1) g (2) − Dx(2) g (1) .

Ne segue
 
(curl f (y)) · η(y) dH2(y) = Dx(1) g (2) − Dx(2) g (1) dL2 (x) .
ϕ(Ω) Ω

La tesi discende allora dalla (8.8).


144 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

9 Applicazioni a valori vettoriali


(9.1) Proposizione Siano μ una misura esterna su Rn e f : Rn → R una funzione.
Allora f è μ−misurabile se e solo se per ogni aperto A in R la controimmagine f −1 (A)
è μ−misurabile.
Dimostrazione. Supponiamo che f sia μ−misurabile. Gli insiemi f −1(−∞), f −1(+∞) e
f −1 ([a, b[) con a, b ∈ R sono μ−misurabili. Ne segue che per ogni pluri-intervallo regolare
P in R la controimmagine f −1 (P ) è μ−misurabile. Per il Lemma (5.3), per ogni aperto A
in R la controimmagine f −1(A) è μ−misurabile. Consideriamo infine un aperto A in R.
Dal momento che A ∩ R è aperto in R, si ha che f −1(A ∩ R) è μ−misurabile. D’altronde
f −1 (A) è uguale a f −1 (A ∩ R) unito eventualmente a f −1 (−∞) e f −1 (+∞). Ne segue che
f −1 (A) è in ogni caso μ−misurabile.
Viceversa, supponiamo che per ogni aperto A in R la controimmagine f −1(A) sia
μ−misurabile. In particolare, per ogni c ∈ R l’insieme f −1 (]c, +∞]) è μ−misurabile, per
cui f è μ−misurabile.

(9.2) Definizione Siano μ una misura esterna su Rn ed Y uno spazio metrico. Un’ap-
plicazione f : Rn → Y si dice μ−misurabile, se per ogni aperto A in Y la controimmagine
f −1 (A) è μ−misurabile.

Per la proposizione precedente, tale definizione è consistente con la definizione nel


caso Y = R.
(9.3) Teorema Siano μ una misura esterna su Rn, Y uno spazio metrico e f : Rn → Y
un’applicazione costante.
Allora f è μ−misurabile.
Dimostrazione. Per ogni aperto A in Y , la controimmagine f −1(A) può essere solo ∅ o
Rn . In ogni caso f −1 (A) è μ−misurabile.

(9.4) Teorema Siano Y uno spazio metrico e f : Rn → Y un’applicazione continua.


Allora f è Hm−misurabile per ogni m ≥ 1.
9. APPLICAZIONI A VALORI VETTORIALI 145

Dimostrazione. Per ogni aperto A in Y l’insieme f −1 (A) è aperto in Rn , quindi


Hm −misurabile.

(9.5) Teorema Siano μ una misura esterna su Rn, Y1, Y2 due spazi metrici, f : Rn → Y1
un’applicazione μ−misurabile e g : Y1 → Y2 un’applicazione continua.
Allora (g ◦ f ) è μ−misurabile.
Dimostrazione. Se A è aperto in Y2, la controimmagine g −1(A) è aperta in Y1. Ne segue
che
 
(g ◦ f )−1 (A) = f −1 g −1(A)

è μ−misurabile, per cui (g ◦ f ) è μ−misurabile.

(9.6) Teorema Siano μ una misura esterna su Rn, (Y, ) uno spazio normato su R di
dimensione finita, {a1 , . . . , am} una base in Y , f : Rn → Y un’applicazione e f (1) , . . . , f (m)
le componenti di f rispetto a tale base.
Allora sono fatti equivalenti:
(a) f è μ−misurabile;
(b) ogni componente f (j) è μ−misurabile;
(c) per ogni ϕ ∈ Y  la funzione (ϕ ◦ f ) : Rn → R è μ−misurabile.

Dimostrazione.
(a) =⇒ (b) La funzione aj : Y → R è lineare e continua, per cui f (j) = aj ◦f è μ−misurabile
per il teorema precedente.
(b) =⇒ (c) Se ϕ ∈ Y  , si ha
m
ϕ= λj aj
j=1

con λ1, . . . , λm ∈ R. Ne segue m


ϕ◦f = λj f (j) ,
j=1

per cui (ϕ ◦ f ) è μ−misurabile.


146 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

(c) =⇒ (a) Consideriamo prima il caso Y = Rn . Se {e1, . . . , en } è la base canonica in Rn


e f (1) , . . . , f (n) sono le componenti di f , si ha f (j) = ej ◦ f , per cui le componenti di f
sono tutte μ−misurabili.
Se a(1) , b(1) , . . . , a(n) , b(n) ∈ R, si ha che
 
"
n !
n
−1
f [a(j) , b(j) [ = (f (j) )−1 ([a(j) , b(j) [)
j=1 j=1

è μ−misurabile. Ne segue che, per ogni pluri-intervallo regolare P ⊆ Rn , l’insieme


f −1 (P ) è μ−misurabile. Per il Lemma (5.3), si conclude che per ogni aperto A in Rn
la controimmagine f −1(A) è μ−misurabile, per cui f è μ−misurabile.
Nel caso generale sia Ψ : Y → Rn un’applicazione lineare e biiettiva. Se ϕ : Rn → R
è lineare, si ha che ϕ ◦ Ψ : Y → R è lineare. Ne segue che
ϕ ◦ (Ψ ◦ f ) = (ϕ ◦ Ψ) ◦ f

è μ−misurabile. Per il passo precedente si ha che (Ψ ◦ f ) è μ−misurabile. Essendo Ψ−1


continua, si conclude che f = Ψ−1 ◦ (Ψ ◦ f ) è μ−misurabile.

(9.7) Corollario Siano μ una misura esterna su Rn e f : Rn → C una funzione.


Allora f è μ−misurabile se e solo se le funzioni Re f, Im f : Rn → R sono μ−misu-
rabili.
Dimostrazione. Consideriamo C come spazio vettoriale su R e scegliamo {1, i} come base
in C. La tesi discende allora dal teorema precedente.

(9.8) Corollario Siano μ una misura esterna su Rn, (Y, uno spazio normato su K )
di dimensione finita e λ : Rn → K e f, g : Rn → Y delle applicazioni μ−misurabili.
Allora le applicazioni (f + g), λf e f sono μ−misurabili.
Dimostrazione. Consideriamo Y come spazio normato su R. Per ogni funzione R−lineare
ϕ : Y → R si ha
ϕ ◦ (f + g) = ϕ ◦ f + ϕ ◦ g ,

ϕ ◦ (λf ) = λ(ϕ ◦ f ) .
9. APPLICAZIONI A VALORI VETTORIALI 147

La μ−misurabilità di (f + g) e λf discende quindi dal Teorema (9.6).


La funzione f è μ−misurabile, in quanto composizione dell’applicazione μ−misu-
rabile f con la funzione continua .

(9.9) Teorema Siano μuna misura esterna su Rn , (Y, ) uno spazio normato
su K di dimensione finita e (fh ) una successione di applicazioni μ−misurabili da Rn
in Y . Supponiamo che la successione (fh ) converga puntualmente ad un’applicazione
f : Rn → Y .
Allora f è μ−misurabile.
Dimostrazione. Consideriamo Y come spazio normato su R. Per ogni funzione R−lineare
ϕ : Y → R si ha
∀x ∈ Rn : (ϕ ◦ f )(x) = lim(ϕ ◦ fh )(x) ,
h

per cui (ϕ ◦ f ) è μ−misurabile. La μ−misurabilità di f discende allora dal Teorema (9.6).

(9.10) Definizione Siano μ una misura esterna su Rn e (Y, )uno spazio normato
su di dimensione finita. Un’applicazione
K f : Rn → Y si dice μ−sommabile, se f è
μ−misurabile e
f dμ < +∞ .

Si noti che la nozione di sommabilità ora introdotta è consistente con quella introdotta
nel caso Y = R.
(9.11) Proposizione Siano μ una misura esterna su Rn, Y uno spazio normato su R
di dimensione finita e f : Rn → Y un’applicazione μ−sommabile.
Allora esiste uno ed un solo y ∈ Y tale che
∀ϕ ∈ Y  : ϕ, y = ϕ, f (x) dμ(x) .

Dimostrazione. Per ogni ϕ ∈ Y , la funzione ϕ ◦ f è μ−misurabile per il Teorema (9.5) e


si ha
|ϕ, f (x)| ≤ ϕ f (x) .
148 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

Ne segue che la funzione ϕ ◦ f è μ−sommabile.


Inoltre la funzione 
Y −→ R
+
ϕ → ϕ, f (x) dμ(x)
è evidentemente lineare. Avendo Y dimensione finita, esiste uno ed un solo y ∈ Y tale che
∀ϕ ∈ Y  : ϕ, y = ϕ, f (x) dμ(x) ,

da cui la tesi.

(9.12) Definizione Siano μ una misura esterna su Rn, Y uno spazio normato su R di
dimensione finita e f : Rn → Y un’applicazione μ−sommabile. Poniamo
f (x) dμ(x) = f dμ := y ,

dove y ∈ Y è l’elemento individuato dalla proposizione precedente.


Se Y è uno spazio normato su C di dimensione finita e f : Rn → Y è un’applicazione
+
μ−sommabile, f (x) dμ(x) viene definito considerando Y come spazio normato su R.

Nel caso reale, l’integrale di f rispetto a μ è quindi, per definizione, l’unico elemento
+
f (x) dμ(x) di Y tale che

∀ϕ ∈ Y  : ϕ, f (x) dμ(x) = ϕ, f (x) dμ(x) .


+
Nel caso complesso, l’integrale di f rispetto a μ è l’unico elemento f (x) dμ(x) di Y tale
che  
ϕ f (x) dμ(x) = ϕ(f (x)) dμ(x)

per ogni funzione R−lineare ϕ : Y → R.

(9.13) Lemma Sia X uno spazio normato su R di dimensione finita. Allora per ogni
x∈X esiste ϕ ∈ X  tale che
ϕ = x ,
2
ϕ, x = x .

Dimostrazione. Introduciamo un qualunque prodotto scalare su X e denotiamo con 1

la norma indotta.
9. APPLICAZIONI A VALORI VETTORIALI 149

Consideriamo anzitutto il caso x = 1. Sia D = {y ∈ X : y ≤ 1}. Essendo chiuso


e limitato, D è compatto. Posto
h+1
xh = x,
h
esiste ξh ∈ D tale che
∀y ∈ D : xh − ξh 1 ≤ xh − y 1.

Scegliendo y = x, si deduce che (ξh) converge a x. Inoltre si verifica facilmente che D è


convesso, per cui risulta
2 2
∀y ∈ D, ∀t ∈]0, 1] : xh − ξh 1 ≤ xh − ξh − t(y − ξh ) 1 =

2
= xh − ξh 1 − 2t(xh − ξh ) · (y − ξh ) + t2 y − ξh 2
1 ,

da cui
∀y ∈ D : (xh − ξh ) · (y − ξh ) ≤ 0 .

Sia
xh − ξh
νh =
xh − ξh 1

e sia (νh ) una sottosuccessione convergente a ν ∈ X . Evidentemente ν = 0. Risulta


k

∀y ∈ D : νhk · (y − ξhk ) ≤ 0 ,

da cui
∀y ∈ D : ν · (y − x) ≤ 0 ,

ossia, potendo scambiare y con −y ,


∀y ∈ D : |ν · y| ≤ ν · x .

In particolare ν · x > 0.
Definiamo ϕ ∈ X  ponendo
1
ϕ, y = (ν · y) .
ν ·x
Risulta
∀y ∈ D : |ϕ, y| ≤ 1 ,

per cui ϕ ≤ 1. Inoltre si ha ϕ, x = 1, da cui ϕ = 1.


150 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

Se x = 0 e x = 1, esiste ϕ ∈ X  con ϕ =1 e
x
ϕ,  = 1.
x
Allora x ϕ ha i requisiti richiesti. Se poi x = 0, basta scegliere ϕ = 0.
Il lemma precedente vale anche se X non ha dimensione finita. In tal caso la
dimostrazione è però assai più complessa.
(9.14) Teorema Siano μ una misura esterna su Rn e (Y, ) uno spazio normato su
K di dimensione finita.
Valgono allora i seguenti fatti:
(a) se f, g : Rn → Y sono μ−sommabili, (f + g) è μ−sommabile e si ha
(f + g) dμ = f dμ + g dμ ;

(b) se λ ∈ K e f : Rn → Y è μ−sommabile, λf è μ−sommabile e si ha


(λf ) dμ = λ f dμ ;

(c) se f : Rn → Y è μ−sommabile, si ha
 
 
 f dμ
 ≤ f dμ ;

(d) se {a1, . . . , am} è una base in Y , f : Rn → Y è un’applicazione e f (1) , . . . , f (m) sono


le componenti di f rispetto alla base {a1 , . . . , am}, si ha che f è μ−sommabile se e
solo se tutte le componenti sono μ−sommabili, nel qual caso
m  
(j)
f dμ = f dμ aj .
j=1

Dimostrazione.
(a) L’applicazione (f + g) è μ−misurabile e f (x) + g(x) ≤ f (x) + g(x) . Ne segue
che (f + g) è μ−sommabile.
Se ϕ : Y → R è una funzione R−lineare, risulta
     
ϕ f dμ + g dμ =ϕ f dμ + ϕ g dμ =
9. APPLICAZIONI A VALORI VETTORIALI 151

= (ϕ ◦ f ) dμ + (ϕ ◦ g) dμ = (ϕ ◦ (f + g)) dμ .

La tesi discende allora dall’arbitrarietà di ϕ.


(b) L’applicazione λf è μ−misurabile e λf (x) = |λ| f (x) . Ne segue che λf è μ−som-
mabile.
Sia L : Y → Y l’applicazione definita da L(y) = λy . Evidentemente L è K−lineare,
quindi R−lineare. Se ϕ : Y → R è una funzione R−lineare, anche ϕ ◦ L : Y → R è
R−lineare, per cui    
ϕ λ f dμ = (ϕ ◦ L) f dμ =

= (ϕ ◦ (L ◦ f )) dμ = (ϕ ◦ (λf )) dμ .

La tesi discende allora dall’arbitrarietà di ϕ.


(c) Per il lemma precedente esiste una funzione R−lineare ϕ : Y →R tale che
 
 
ϕ =
 f dμ
,

   2
 
ϕ f dμ =
 f dμ
 .

Allora si ha  2  
 
 f dμ (ϕ ◦ f ) dμ ≤
  =ϕ f dμ =

≤ ϕ f dμ = ϕ f dμ =
 
 
=
 f dμ
 f dμ ,

da cui la tesi.
(d) Per il Teorema (9.6) f è μ−misurabile se e solo se ogni componente f (j) è μ−misurabile.
Inoltre si ha
|f (j) (x)| = |aj (f (x))| ≤ aj f (x)

e m
f (x) ≤ aj |f (j)(x)| ,
j=1

per cui f è μ−sommabile se e solo se ogni componente f (j) è μ−sommabile.


152 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

Se K = R, si ha per definizione di integrale


 
j
a f dμ = (aj ◦ f ) dμ = f (j) dμ ,

ossia m  
(j)
f dμ = f dμ aj .
j=1

Se invece K = C, risulta che le funzioni Re , Im :C→R e Re ◦ aj , Im ◦ aj : Y →R


sono R−lineari, per cui
    
j
 
Re a f dμ = Re aj ◦ f dμ = Re f (j)

e, similmente,
    
j
 j
 (j)
Im a f dμ = Im a ◦ f dμ = Im f dμ .

Ne segue che  
j
a f dμ = f (j) dμ ,

da cui la tesi.

(9.15) Teorema (della convergenza dominata o di Lebesgue) Siano μ una misura


esterna su Rn , (Y, ) uno spazio normato su K di dimensione finita e (fh ) una successio-
ne di applicazioni μ−sommabili da Rn in Y . Supponiamo che (fh) converga puntualmente
ad un’applicazione f : Rn → Y e che esista una funzione μ−sommabile g : Rn → R tale
che fh ≤ g .
Allora f è μ−sommabile e si ha

lim fh − f dμ = 0 ,
h

lim fh dμ = f dμ .
h

Dimostrazione. L’applicazione f è μ−misurabile e f ≤ g. Ne segue che f è μ−somma-


bile.
9. APPLICAZIONI A VALORI VETTORIALI 153

Inoltre ( fh − f ) è una successione di funzioni μ−sommabili convergente puntual-


mente a 0 tale che fh − f ≤ 2g . Dal teorema della convergenza dominata nel caso reale
si deduce che
lim fh − f dμ = 0 .
h

Poiché per il teorema precedente si ha


   
   
 fh dμ − f dμ  (fh − f ) dμ
 = ≤

≤ fh − f dμ ,

risulta anche
lim fh dμ = f dμ ,
h

da cui la tesi.

(9.16) Definizione Siano μ una misura esterna su Rn, Y uno spazio normato su K di
dimensione finita, E un sottoinsieme μ−misurabile di Rn e f : E → Y un’applicazione.
Diciamo che f è μ−misurabile, se l’applicazione f ∗ : Rn → Y , definita da
*

f (x) se x ∈ E ,
f (x) =
0 se x ∈ Rn \ E ,
è μ−misurabile.
Similmente, f si dice μ−sommabile, se f ∗ è μ−sommabile, nel qual caso si pone
f (x) dμ(x) = f dμ := f ∗ dμ .
E E

(9.17) Teorema Siano m ≥ 1, E un sottoinsieme Hm−misurabile di Rn, Y uno spazio


normato su K di dimensione finita e f : E → Y un’applicazione continua.
Allora f è Hm−misurabile.
Dimostrazione. Si tratta di un’ovvia variante del risultato con f a valori reali.

(9.18) Teorema Siano K un compatto in Rn, Y uno spazio normato su K di dimensione


finita e f : K → Y un’applicazione continua.
154 CAPITOLO 6. TEORIA DELLA MISURA

Allora f è Ln−sommabile.
Dimostrazione. Per il teorema precedente f è Ln−misurabile. Inoltre esiste M ∈R tale
che f (x) ≤ M per ogni x ∈ K . Allora si ha
f ∗ dμ ≤ MχK dμ = MLn (K) < +∞ ,

per cui f è Ln −sommabile.

Esercizi

1. Siano μ una misura esterna su Rn, Y1 e Y2 due spazi normati su K di dimensione


finita, f : Rn → Y1 un’applicazione μ−sommabile e L : Y1 → Y2 un’applicazione lineare.
Si dimostri che L ◦ f è μ−sommabile e che
 
(L ◦ f ) dμ = L f dμ .

2. Siano Y uno spazio normato su R di dimensione finita e γ : [a, b] → Y un’appli-


cazione continua. Se γ è di classe C 1 su ]a, b[ e γ  è sommabile, si dimostri che
b
γ(b) − γ(a) = γ  (t) dL1(t) .
a

3. Siano μ una misura esterna su Rn, E un sottoinsieme μ−misurabile di Rn con


μ(E) < +∞, Y uno spazio normato su K di dimensione finita e (fh) una successio-
ne di applicazioni da E in Y μ−misurabili e limitate convergente uniformemente ad
un’applicazione f : E → Y limitata. Si dimostri che fh e f sono μ−sommabili e che
lim fh dμ = f dμ .
h E E
Capitolo 7
Forme differenziali lineari
1 Aperti 1- e 2-aciclici
(1.1) Definizione Sia A un aperto in uno spazio normato X su K di dimensione finita.
Diciamo che A è 1−aciclico, se ogni 1−forma ω : A → X  di classe C 1 e chiusa è esatta.
Evidentemente ogni aperto stellato è 1−aciclico.
(1.2) Teorema Siano A0 , A1 due aperti in uno spazio normato X su K di dimensione
finita. Supponiamo che A0, A1 siano entrambi 1−aciclici e che A0 ∩ A1 sia connesso
(eventualmente vuoto).
Allora A0 ∪ A1 è 1−aciclico.
Dimostrazione. Sia ω : A0 ∪ A1 → X  una 1−forma di classe C 1 e chiusa e siano
f0 : A0 → K e f1 : A1 → K due primitive di ω su A0 ed A1 rispettivamente. Esi-
ste c ∈ K tale che f1(x) = f0 (x) + c per ogni x ∈ A0 ∩ A1 . Possiamo allora definire
f : A0 ∪ A1 → K ponendo
*
f0 (x) + c se x ∈ A0 ,
f (x) =
f1 (x) se x ∈ A1 .
Evidentemente f è una primitiva di ω su A0 ∪ A1.

(1.3) Esempio Si ha che R3 \ {0} è 1−aciclico.


Dimostrazione. Poniamo

A0 = R3 \ x ∈ R3 : x(1) = x(2) = 0, x(3) ≥ 0 ,

155
156 CAPITOLO 7. FORME DIFFERENZIALI LINEARI


A1 = R3 \ x ∈ R3 : x(1) = x(2) = 0, x(3) ≤ 0 .

Si verifica facilmente che A0 è stellato rispetto a x0 = (0, 0, −1), mentre A1 è stellato


rispetto a x0 = (0, 0, 1). Pertanto A0 ed A1 sono 1−aciclici.
D’altronde l’applicazione Φ :]0, +∞[×R × R → R3 definita da
Φ( , ϑ, z) = ( cos ϑ, sin ϑ, z)

è continua ed ha per immagine A0 ∩ A1 . Si deduce che A0 ∩ A1 è connesso.


La tesi discende allora dal Teorema (1.2).

(1.4) Definizione Sia A un aperto in uno spazio unitario X su R di dimensione 3


orientato. Diciamo che A è 2−aciclico, se ogni campo di vettori F :A→X di classe C 1
e solenoidale ammette potenziale vettore.
Evidentemente ogni aperto stellato è 2−aciclico.
(1.5) Teorema Siano A0, A1 due aperti in X . Supponiamo che A0, A1 siano entrambi
2−aciclici e che A0 ∩ A1 sia 1−aciclico (eventualmente vuoto).
Allora A0 ∪ A1 è 2−aciclico.
Dimostrazione. Omettiamo la dimostrazione.

(1.6) Esempio Si ha che



R3 \ x ∈ R3 : x(1) = x(2) = 0

è 2−aciclico.
Dimostrazione. Siano anzitutto
 
B0 = x ∈ R3 : x(1) > 0 , B1 = x ∈ R3 : x(1) < 0 .

Evidentemente B0 e B1 sono due aperti stellati e disgiunti. Dal Teorema (1.2) si deduce
che B0 ∪ B1 è 1−aciclico.
Siano ora

A0 = R3 \ x ∈ R3 : x(1) = 0, x(2) ≥ 0 ,
2. APERTI SEMPLICEMENTE CONNESSI 157


A1 = R3 \ x ∈ R3 : x(1) = 0, x(2) ≤ 0 .

Evidentemente A0 è un aperto stellato rispetto a x0 = (0, −1, 0), mentre A1 è un aperto


stellato rispetto a x0 = (0, 1, 0). Inoltre A0 ∩A1 = B0 ∪B1 è 1−aciclico. Dal Teorema (1.5)
si deduce che

A0 ∪ A1 = R3 \ x ∈ R3 : x(1) = x(2) = 0

è 2−aciclico.

Esercizi

1. Si dimostri che Rn \ {0} è 1−aciclico per ogni n ≥ 3.

2 Aperti semplicemente connessi


(2.1) Proposizione Siano A un aperto in uno spazio normato X su K di dimensione
finita ed ω : A → X  una 1−forma di classe C 1 .
Allora sono fatti equivalenti:
(a) la 1−forma ω è chiusa;
(b) per ogni x ∈ A esiste un intorno aperto U di x in A tale che ω|U sia esatta.

Dimostrazione.
(a) =⇒ (b) Per ogni x ∈ A esiste r > 0 tale che B (x, r) ⊆ A. Essendo B (x, r) stellato,
segue che ω è esatta su B (x, r).
(b) =⇒ (a) Se x ∈ A ed U è un intorno di x conforme alla (b), segue che

∀v, w ∈ X : dω(x)v, w = dω(x)w, v .

Per l’arbitrarietà di x, ω è chiusa.


158 CAPITOLO 7. FORME DIFFERENZIALI LINEARI

(2.2) Definizione Sia A un aperto in uno spazio normato X su K di dimensione finita.


Una 1−forma ω : A → X  si dice chiusa, se ω è localmente esatta, ossia se per ogni x ∈ A
esiste un intorno aperto U di x in A tale che ω|U sia esatta.
Per la proposizione precedente, la definizione è consistente con quella introdotta per
ω di classe C 1 .

(2.3) Proposizione Siano A un aperto in uno spazio normato X su K di dimensione


finita, ω : A → X  una 1−forma continua e chiusa e γ : [a, b] → A una curva.
Allora valgono i seguenti fatti:
(a) esiste una suddivisione a = t0 < · · · < tk = b di [a, b] tale che ogni γ([tj−1 , tj ]) sia
contenuto in un aperto convesso su cui ω è esatta;
(b) se a = t0 < · · · < tk = b è una suddivisione conforme alla (a), se η : [a, b] → A è la
poligonale definita da
tj − t t − tj−1
η(t) = γ(tj−1 ) + γ(tj ) per tj−1 ≤ t ≤ tj
tj − tj−1 tj − tj−1

e se γ è di classe C 1 a tratti, si ha
ω= ω;
γ η

(c) se a = s0 < · · · < sk = b ed a = t0 < · · · < tm = b sono due suddivisioni conformi


alla (a) e ξ e η sono le poligonali associate, si ha
ω= ω.
ξ η

Dimostrazione.
(a) Per ogni x ∈ γ([a, b]) esiste r(x) > 0 tale che ω sia esatta su B (x, r(x)). Per la
compattezza di γ([a, b]), esistono x1 , . . . , xm ∈ γ([a, b]) tali che

m  
1
γ([a, b]) ⊆ B xh , r(xh ) .
h=1
2

Per l’uniforme continuità di γ , esiste δ > 0 tale che


 
1
∀s, t ∈ [a, b] : |t − s| < δ =⇒ γ(t) − γ(s) < min r(xh ) : 1 ≤ h ≤ m .
2
2. APERTI SEMPLICEMENTE CONNESSI 159

Sia a = t0 < · · · < tk = b una suddivisione di [a, b] con |tj −tj−1 | < δ per ogni j = 1, . . . , k.
 
Allora per ogni j esiste h tale che γ(tj−1) ∈ B xh , 12 r(xh ) , per cui

γ([tj−1 , tj ]) ⊆ B (xh , r(xh )) .

(b) Sia γ([tj−1, tj ]) ⊆ Uj , con Uj aperto convesso su cui ω è esatta. Allora si ha


b k tj

ω= ω(γ(t)), γ (t) dt = ω(γ(t)), γ (t) dt =
γ a j=1 tj−1

k tj b
= ω(η(t)), η (t) dt = ω(η(t)), η (t) dt = ω.
j=1 tj−1 a η

(c) Sia ψ la poligonale associata alla suddivisione di [a, b] che si ottiene considerando i
punti di entrambe le suddivisioni. Evidentemente ogni ψ([sh−1, sh]) è contenuto in un
aperto convesso su cui ω è esatta. Inoltre ξ è la poligonale che si ottiene dalla curva C 1
a tratti ψ considerando la suddivisione a = s0 < · · · < sk = b. Per la (b) ne segue

ω= ω.
ψ ξ

In modo simile si prova che


ω= ω,
ψ η

da cui la tesi.

(2.4) Definizione Siano A un aperto in uno spazio normato X su K di dimensione


finita, ω : A → X  una 1−forma continua e chiusa e γ : [a, b] → A una curva.
Definiamo l’integrale di ω lungo γ , ponendo

ω := ω,
γ η

dove η : [a, b] → A è la poligonale associata ad una suddivisione a = t0 < · · · < tk = b di


[a, b] conforme alla (a) della proposizione precedente.

Tale definizione è ben posta, a causa della (a) e della (c), ed è consistente con con
quella introdotta nel caso C 1 a tratti, a causa della (b) della proposizione precedente.
160 CAPITOLO 7. FORME DIFFERENZIALI LINEARI

(2.5) Definizione Sia Y uno spazio metrico. Due curve chiuse γ0, γ1 : [a, b] → Y si
dicono omotope, se esiste un’applicazione continua

H : [a, b] × [0, 1] → Y

tale che
∀t ∈ [a, b] : H(t, 0) = γ0 (t) e H(t, 1) = γ1(t);
∀s ∈ [0, 1] : H(a, s) = H(b, s) .

Un’applicazione H con tali proprietà è detta un’omotopia fra γ0 e γ1.

(2.6) Definizione Sia Y uno spazio metrico. Una curva chiusa γ : [a, b] → Y si dice
contrattile, se è omotopa ad una curva costante da [a, b] in Y .

(2.7) Teorema Siano A un aperto in uno spazio normato X su K di dimensione finita,


ω : A → X una 1−forma continua e chiusa e γ0, γ1 : [a, b] → A due curve chiuse omotope.
Allora si ha
ω= ω.
γ0 γ1

Dimostrazione. Sia H : [a, b] × [0, 1] → A un’omotopia fra γ0 e γ1.


Per ogni x ∈ H([a, b] × [0, 1]) esiste r(x) > 0 tale che ω sia esatta su B (x, r(x)). Per
la compattezza di H([a, b] × [0, 1]) esistono x1 , . . . , xm ∈ H([a, b] × [0, 1]) tali che

m  
1
H([a, b] × [0, 1]) ⊆ B xj , r(xj ) .
j=1
2

Per l’uniforme continuità di H, esistono una suddivisione a = t0 < · · · < tk = b di [a, b]


ed una suddivisione 0 = s0 < · · · < sm = 1 di [0, 1] tali che ogni H([th−1, th ] × [si−1 , si])
sia contenuto in qualche B (xj , r(xj )).
Sia η : [0, 1] → A la curva definita da η(s) = H(b, s) e siano ξh,i : [0, 4] → A le curve
chiuse definite da



H (th−1 + τ (th − th−1 ), si−1 ) se 0 ≤ τ ≤ 1 ,


⎨ H (th , si−1 + (τ − 1)(si − si−1 )) se 1 ≤ τ ≤ 2 ,
ξh,i (τ ) =


⎪ H (th + (τ − 2)(th−1 − th ), si ) se 2 ≤ τ ≤ 3 ,


H (th−1 , si + (τ − 3)(si−1 − si )) se 3 ≤ τ ≤ 4 .
2. APERTI SEMPLICEMENTE CONNESSI 161

Allora si ha
k m
0= ω= ω+ ω− ω− ω= ω− ω,
h=1 i=1 ξh,i γ0 η γ1 η γ0 γ1

da cui la tesi.

(2.8) Definizione Un aperto A in uno spazio normato X su K di dimensione finita


si dice semplicemente connesso (o 1−connesso), se A è connesso ed ogni curva chiusa a
valori in A è contrattile in A.
(2.9) Teorema Sia A un aperto stellato in uno spazio normato X su K di dimensione
finita.
Allora A è semplicemente connesso.
Dimostrazione. Sia x0 ∈ A conforme alla definizione di aperto stellato. Anzitutto, l’aperto
A è connesso. Sia γ : [a, b] → A una curva chiusa e sia H : [a, b] × [0, 1] → A l’applicazione
continua definita da
H(t, s) = (1 − s)γ(t) + sx0 .

Risulta che γ è omotopa alla curva costantemente uguale a x0 .

(2.10) Teorema Siano A un aperto semplicemente connesso in uno spazio normato X


su K di dimensione finita ed ω : A → X  una 1−forma continua e chiusa.
Allora ω è esatta.
Dimostrazione. Sia γ : [a, b] → A una curva chiusa di classe C 1 a tratti e sia η : [a, b] → A
una curva costante a cui γ sia omotopa. Per il Teorema (2.7) si ha
ω= ω = 0.
γ η

Ne segue che ω è esatta.

(2.11) Corollario Sia A un aperto semplicemente connesso in uno spazio normato X


su K di dimensione finita. Allora A è 1−aciclico.
162 CAPITOLO 7. FORME DIFFERENZIALI LINEARI

Dimostrazione. Si tratta di un’ovvia conseguenza del teorema precedente.

Esercizi

1. Siano A e B due aperti semplicemente connessi in uno spazio normato X su K


di dimensione finita. Si dimostri che, se A ∩ B è connesso e non vuoto, allora A ∪ B è
semplicemente connesso.
2. Si dimostri che Rn \ {0} è semplicemente connesso per ogni n ≥ 3.
Elenco dei simboli
gr (P ) 14
B(X; Y ) 20
d∞ (f, g) 20
f ∞ 21

λ
∂y
41
|α| 42
α! 42
f α (x) 42
yα 42
P (D) 71
f (x) dμ(x) 148
f dμ 148
f (x) dμ(x) 153
E

f dμ 153
E

ω 159
γ

163
Indice analitico
applicazione massimale 62
μ−misurabile 144, 153 sottoinsieme aperto
μ−sommabile 147, 153 1−aciclico 155
2−aciclico 156
curva contrattile 160
semplicemente connesso 161
equazione differenziale del primo ordine in spazio
forma normale 55 compatto (per ricoprimenti) 26
equi-uniformemente continuo 38 totalmente limitato 34
equivalenti (metriche) 30 suddivisione 98
regolare 98
fattoriale di un multi-indice 42
1−forma chiusa 158 topologicamente equivalenti (metriche) 28
funzione razionale propria 14 uniformemente equivalenti (metriche) 29
integrale di una 1−forma 159 variazione 119
lunghezza di un multi-indice 42
multi-indice 42
omotope (curve chiuse) 160
omotopia 160
pluri-intervallo regolare 98
problema di Cauchy 55
ricoprimento 25
subordinato 26
soluzione (di un’equazione differenziale 55
164

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