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Filosofia Platone

Platone, influenzato dalla condanna di Socrate, critica la democrazia ateniese e propone una filosofia come mezzo per raggiungere giustizia e armonia nella società. Fondatore dell'Accademia, Platone sviluppa una teoria delle idee e utilizza il mito come strumento didattico per comunicare concetti complessi. Le sue opere si dividono in tre periodi, riflettendo la sua evoluzione filosofica e l'importanza della virtù come scienza insegnabile.

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Filosofia Platone

Platone, influenzato dalla condanna di Socrate, critica la democrazia ateniese e propone una filosofia come mezzo per raggiungere giustizia e armonia nella società. Fondatore dell'Accademia, Platone sviluppa una teoria delle idee e utilizza il mito come strumento didattico per comunicare concetti complessi. Le sue opere si dividono in tre periodi, riflettendo la sua evoluzione filosofica e l'importanza della virtù come scienza insegnabile.

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FILOSOFIA

PLATONE
LA VITA E LE OPERE
Appartiene ad una famiglia molto importante, era destinato ad un incarico politico di alto
livello che troncò sul nascere del processo intentato a Socrate (descrive la morte di Socrate
nell’apologia di Socrate), il suo maestro, che stimava come il più retto tra gli uomini. La
condanna e la morte di Socrate suscitarono in lui un profondo disgusto per la società che
aveva permesso una tale ingiustizia, dunque prova un profondo disgusto per la democrazia
ad Atene e inizia a collaborare con i trenta tiranni e vive in un ambiente aristocratico e
oligarchico, ma rimane presto deluso dai metodi violenti che venivano utilizzati (questo prima
della condanna a morte di Socrate). Dalla condanna a morte di Socrate si inizia ad
interessare alla filosofia. La condanna a morte del maestro lo colpì come un’ingiustizia
imperdonabile, spingendolo a condannare la politica ateniese del tempo. Analizza la
decadenza della politica e dell’uomo ad Atene, si rende conto che bisognava cambiare le
condizioni di vita, bisognava attuare un cambiamento, compito della filosofia, la sola via che
potesse condurre l’uomo singolo e la comunità alla giustizia. Quindi delinea le caratteristiche
di una comunità ideale e perfetta, nella quale gli uomini potessero convivere in armonia,
pace e giustizia (delineato all’interno della repubblica). Lo stato perfetto prevede una
struttura gerarchica al fine di dare un ordine, è costituita da uomini che conoscono le leggi e
che le sanno applicare (infatti non sono le leggi che sbagliano, le leggi sono giuste, sbaglia
l’uomo nell'applicare le leggi). Per Platone i governanti devono essere filosofi, oppure
affiancati da filosofi, che dovevano condurre l’uomo e lo stato alla giustizia, alla pace e
all’armonia. Dopo la morte di Socrate si allontana da Atene, si reca a Megara, presso la
scuola socratica di Euclide, poi in Egitto e a Cirene, in seguito compì molti viaggi in Sicilia.
Strinse amicizia a Siracusa con Dione, cognato del tiranno di Siracusa (Dionigi il Vecchio).
Qui il filosofo tenta di mettere in pratica i propri principi filosofici e politici, di gestire il tiranno
all’interno della società, ma viene fatto prigioniero e venduto come schiavo. Venne poi
liberato da un filosofo ateniese che pagò un riscatto in denaro. Platone fonda una scuola
filosofica sul modello delle comunità pitagoriche (prove di matematica e aritmetica per
entrare), chiamata Accademia. Platone, morto il tiranno di Siracusa, viene richiamato perché
desse il proprio consiglio per riformare lo stato, in seguito fu chiamato ancora per assistere
la corte del nuovo tiranno per scrivere una costituzione, non trova nessun accordo (contrasti
e fallisce) e, dopo essere stato trattenuto come prigioniero, torna ad Atene, dove rimane per
tutto il resto della sua vita. Il percorso della sua scuola è molto lungo (vita in comune tra
maestro e discepoli, era un’associazione religiosa sul piano giuridico dedica al culto di
Apollo e delle Muse):
● prima fase comune per sviluppare l’educazione fisica per migliorare il temperamento
● seconda fase: importanza del cittadino nella polis, pochi saranno quelli che
diventeranno filosofi in età matura, i filosofi per il loro percorso che sono tenuti a fare
all’interno dell’Accademia sono i migliori governatori della città (importanza
matematica pura e applicata)

E’ il primo filosofo di cui siano rimaste tutte le opere e si dividono in tre periodi fondamentali:
● I periodo (scritti giovanili o socratici): Apologia di Socrate, è l’opera più conosciuta,
ma Socrate è presente anche in altre opere
● II periodo (scritti della maturità, è uomo adulto)
● III periodo (scritti della vecchiaia, è uomo maturo): Lettera VII, importante per la
conoscenza della vita e del pensiero filosofico

Il suo pensiero filosofico evolve e matura negli anni, soprattutto nella vecchiaia, quando
revisiona le opere giovanili. Le varie fasi rispondono a periodi in cui vive determinate
esperienze.

IL PROGETTO FILOSOFICO E I DIALOGHI GIOVANILI


La Grecia tra V e IV secolo a.C. sta attraversando una crisi politica e culturale. Atene era in
declino dal punto di vista politico, tramonta l’età d’oro di Pericle, fallisce il tentativo
aristocratico dei trenta tiranni, ritorna la democrazia che sceglie la morte di Socrate, la
politica è in una fase di decadenza anche sociale. Anche l’ambito culturale era in declino,
segnato dalla decadenza della sofistica e dalla dissoluzione del socratismo. Concepiva
anche una crisi dell'uomo e della sua totalità e desiderava rinnovare la stabilità. Per Platone
Socrate era il simbolo della crisi, ma per lui anche la speranza di superarla. Se si era giunti a
uccidere l’uomo più giusto, significava che la società e gli uomini erano arrivati al limite. Per
Platone Socrate era una luce, colui che aveva avvertito la necessità di un cambiamento,
aveva manifestato il bisogno di andare oltre il relativismo sofistico, cercando delle definizioni
condivise, aveva manifestato anche la necessità di conoscere se stessi attraverso la
maieutica e una vita proiettata verso la ricerca della conoscenza e del sapere, consapevoli
di non sapere e di essere ignoranti, smontava le certezze umane responsabili del caos
morale e civile. Quindi la crisi derivava da una crisi dell’uomo, di tipo intellettuale, bisognava
riformare l’esistenza umana, tutto ciò era realizzabile mediante una filosofia rinnovata, che
portasse ad una rivoluzione culturale e anche politica, al fine di riformare la società. Quindi
solo la rivoluzione filosofica e intellettuale poteva portare ad una rivoluzione culturale e a
una nuova rifondazione della politica alla luce del sapere. Vuole impostare una nuova
filosofia che rinnovi la società (alla luce del sapere) e vuole riorganizzare il sapere.

PLATONE E SOCRATE
Platone è molto fedele all’insegnamento e alla persona di Socrate. Accoglie da Socrate il
filosofare aperto (che si interroga costantemente e rivede incessantemente i problemi, senza
affermare mai di conoscere e sapere le cose in modo definitivo) e il dialogo come modalità
espressiva nelle sue opere (fedele al maestro), cerca costantemente di rintracciare il
significato della figura di Socrate e dei suoi insegnamenti, ma decide di scrivere le sue opere
formulando principi e teorie che il maestro non aveva mai formulato, ma che secondo
Platone rappresentavano ciò che il maestro voleva trasmettere. La ricerca platonica è lo
sforzo di interpretazione della personalità filosofica di Socrate. Attraverso il dialogo si può
comunicare per iscritto il metodo dell’indagine filosofica, che procede lentamente di tappe in
tappe e che ha la caratteristica della comunanza e della socialità, cioè che prevede sforzi
comuni per coltivare la filosofia. Ovviamente la scrittura detta un punto di vista, una
riflessione, ma poiché ci sono tanti interlocutori che partecipano al dialogo, il lettore si può
riconoscere in uno, e a partire da questo può formulare il proprio pensiero, che è mobile,
mutabile, aperto e non statico. Egli vuole comunque cercare delle certezze, verità (luogo
dove risiede la perfezione, che non si può raggiungere, perché non si può giungere alla
conoscenza totale, ma bisogna continuamente ricercare e interrogarsi), su realtà eterne e
immutabili, ma comunque vede la filosofia come una ricerca inesauribile e mai conclusa, che
prevede uno sforzo verso la conoscenza della verità che l’uomo non possiede mai
totalmente, ma sulla quale è importante continuare ad interrogarsi. (opposizione al
relativismo sofistico)
FILOSOFIA E MITO
Platone oltre al dialogo, utilizza i miti, ossia racconti fantastici attraverso i quali spiega
concetti e dottrine filosofiche. I miti erano inventati dallo stesso filosofo, non hanno un
significato religioso, anche se compaiono al suo interno divinità, ma sono pura invenzione
personale. L’utilizzo del mito da parte di Platone aveva due scopi e significati fondamentali:
● E’ uno strumento di cui il filosofo si serve per comunicare in modo semplice e quindi
accessibile e intuitivo le proprie dottrine. Il mito è uno strumento didattico-espositivo
ai fini della comunicazione e della comprensione
● Il mito è un mezzo di cui il filosofo si serve per parlare di realtà che vanno oltre i limiti
dell’indagine razionale. Dal punto di vista razionale la filosofia si scontra con problemi
alti e difficili della mente, non si può dare una risposta razionale a tutto, quindi
Platone utilizza un’altra via. Il mito si inserisce nelle lacune della ricerca filosofica,
esso interviene quando non si possono dare delle risposte filosofiche e razionali, il
mito dà la possibilità di andare oltre i limiti della ragione stessa. Permette di
formulare una teoria indimostrabile che si può ragionevolmente ritenere vera, ma non
è una favola o qualcosa di dimostrato, infatti è indimostrabile, e quindi da accettare
come vero in quanto tale, così come si presenta; non è spiegabile dalla ragione
umana, quindi si ritiene vero.
Il mito ha un valore complementare al discorso filosofico. Presenta una profondità e una
ricchezza di rimandi e significati che vanno oltre il pensiero razionale, il quale non riesce a
coglierli tutti. L’uso dei miti conferisce un carattere suggestivo al platonismo, che hanno
contribuito alla fortuna di Platone.

L’ APOLOGIA DI SOCRATE E I PRIMI DIALOGHI (filosofare=dare dritte scritte per


comportarsi, ma non prevede definizioni rigide)

Il primo periodo dell’attività filosofica è dedicato alla difesa degli insegnamenti di Socrate e a
polemizzare contro i sofisti. L’Apologia di Socrate (opera giovanile) e il Critone (come l’uomo
può essere in grado di accettare la morte, come prepararsi e come affrontarla, solamente il
filosofo può farlo, sono opere in cui chiarisce l’atteggiamento di Socrate di fronte all’accusa,
al processo e alla condanna e il suo rifiuto di sottrarsi alla morte con la fuga.
L’Apologia esalta il compito che Socrate si era assunto, cioè quello di dedicare la sua vita
alla ricerca filosofica, è convinto che sia un compito che gli sia stato assegnato dalla divinità,
ovvero l’esame di se stesso e degli altri per rintracciare la via del sapere e della virtù; a tale
ricerca egli dedicherà interamente la sua vita (Platone).
Il Critone presenta Socrate di fronte al dilemma di accettare la morte (quindi rispettare le
leggi) oppure accogliere la proposta degli amici di fuggire, smentendo però i propri
insegnamenti. Ovviamente Socrate, fedele ai propri insegnamenti, accetta la morte, poiché
non vuole tradire la propria missione, ovvero la ricerca. Per Platone Socrate è l’uomo più
saggio e giusto di tutti, tre furono i capisaldi dell’insegnamento socratico che riteneva
fondamentali:
● la virtù è una sola e si identifica con la scienza, che porta alla concezione del bene e
del male, essa si acquisisce con la strada della conoscenza
● la virtù è insegnabile in quanto scienza
● nella virtù come scienza coincide la felicità dell’uomo (in quanto ci trattiene dal male
e ci porta sulla strada del bene, indicandoci ciò che è giusto e ciò che non lo è, la
virtù permette di allontanarci dalla strada delle passioni, degli istinti, che alla lunga
portano all’infelicità, sottoponendoli alla disciplina della ragione)

Nei dialoghi dove espone e difende queste tesi, afferma inizialmente in via d'ipotesi dialoghi
minori, ovvero tesi opposte (sofistiche spesso) a quelle di Socrate, per poi confutarle con
risultati assurdi, in questo modo si sbarazzava delle tesi opposte e degli oppositori.
Il fatto che la virtù è scienza, implica che la virtù sia una sola, quindi che non esistano tante
virtù diverse. Se esistessero tante virtù dovremmo essere in grado di definirle
separatamente senza rapportarle alle altre. Se la virtù è una sola, uno è l’ideale o il valore
che tende a realizzare. Quindi se ne esiste una sola, un solo è il valore, che comprende in
sé tutti gli altri: il bene, che è unico, come la virtù (ragione), l’attività umana che lo realizza.
In altri dialoghi si insiste sul dover riconoscere la propria ignoranza come primo passo per
intraprendere la ricerca che conduce alla scienza. Il bene è conoscenza, mentre il male è
ignoranza.
La filosofia platonica ha come obiettivi la riedificazione dell’uomo, che è in crisi, bisogna
quindi ricostruirlo e riorganizzarlo in base a ciò che è accaduto dal punto di vista storico e la
rifondazione della politica. Si concretizza nella fedeltà all’insegnamento di Socrate (che
reinterpreta), nella scelta del dialogo come forma espositiva scritta e come metodo filosofico,
nel ricorso al racconto mitico come espediente didattico o per trattare argomenti non
spiegabili razionalmente. I temi dei dialoghi giovanili sono la difesa dell’insegnamento di
Socrate e l’esaltazione della sua figura di filosofo (Apologia e Critone), la virtù come scienza
unica e insegnabile, il bene come valore unico, la polemica contro i sofisti (contro all’eristica
e alla retorica), il linguaggio e la sua origine.

DALLA TEORIA DELLE IDEE A QUELLA DELLO STATO


LA TEORIA DELLE IDEE
Platone illustra e difende le teorie proprie di Socrate, dà molta importanza al metodo delle
definizioni, il primo passo verso un sapere assoluto capace di superare il relativismo
sofistico. Nella prima parte, quindi nelle opere giovanili, egli si dedica a Socrate, del quale
filtra le dottrine in base ai suoi interessi speculativi e alla battaglia contro i sofisti. Nella
seconda parte giunge ad elaborare il concetto di idea e a sviluppare la teoria delle idee, che
segna l’avvio della seconda fase della sua speculazione, in cui va oltre le dottrine che
Socrate aveva insegnato, elaborando un proprio pensiero personale. La dottrina delle idee è
il cuore del platonismo maturo, le idee sono il fulcro del suo pensiero filosofico.
LA GENESI DELLA TEORIA
Ritiene che la scienza debba avere le caratteristiche della stabilità e dell'immutabilità. E’
convinto che il pensiero rifletta l’essere, cioè che la mente sia uno specchio, di ciò che
esiste. Questa concezione è definita realismo gnoseologico, ovvero una teoria della
conoscenza secondo cui il pensiero riflette l’essere, è una dottrina che concepisce la mente
come lo specchio di qualcosa di reale, di esistente. Conoscere significa quindi riprodurre la
realtà nella propria mente. Quando il filosofo ci pone la domanda che cos’è, quindi quando si
chiede quale sia l’oggetto della scienza, Socrate si riduceva al confronto e all’accordo tra
dialoganti, Platone, invece, si propone di trovare un “oggetto” esistente e stabile
corrispondente alla funzione cercata. Vuole ammettere l’esistenza di un contenuto specifico
della scienza, che non può essere costituito dalle cose del mondo apprese con i sensi,
poiché sono mutevoli e imperfette, sono opinione (doxa). L’oggetto della scienza sono le
idee, ovvero entità immutabili e perfette, che esiste per proprio conto, una realtà autonoma,
che insieme alle altre idee costituisce una zona dell’essere diversa da dove viviamo. Questa
zona è l’iperuranio, cioè una regione sopra il cielo dove risiedono le idee, è una regione
sopra lo spazio (a-spaziale, perché lo spazio era il cielo) e immateriale. Le idee hanno
caratteristiche strutturali diverse da quelle delle cose, che sono la copia delle idee, sono
imitazioni imperfette delle idee. Le idee hanno le caratteristiche simili all’essere parmenideo,
sono realtà ontologiche a sé stanti, immutabili, eterne, che sono i modelli perfetti e unici
delle cose molteplici e imperfette di questo mondo. Perché esiste il mondo delle idee?
Perché l’uomo deve avere un modello di riferimento (un “oggetto” esistente e stabile,
altrimenti non possiamo pensare di migliorare il nostro agire o il nostro comportamento).
LA PROSPETTIVA DUALISTICA
Per Platone esistono due gradi della conoscenza, l’opinione e la scienza (dualismo
gnoseologico) ai quali corrispondono due tipi distinti di essere, le cose e le idee (dualismo
ontologico). La teoria delle idee conferisce al pensiero platonico della maturità un’impronta
dualistica, una dottrina fondata su due principi del mondo: le cose e le idee (due realtà
distinte), la scienza e l’opinione (due forme di conoscenza distinte). La scienza e l’opinione
si distinguono per il grado di stabilità e certezza che le caratterizza: la scienza è un sapere
certo e immutabile, è una verità perfetta in quanto ha come oggetto le idee, essenze/realtà
stabili e modelli delle cose sensibili; l’opinione è un sapere mutevole e imperfetto, poiché si
basa sulle cose del mondo che ci vengono testimoniate dai sensi (copia delle idee), che
sono imperfette e mutevoli. La scienza è una conoscenza stabile, duratura e perfetta perché
la realtà che indaga è stabile, duratura e perfetta (idee). Platone accetta la teoria di Eraclito
secondo cui il nostro mondo, il mondo sensibile, è il regno della mutevolezza, dove tutto è
imperfetto e in continuo mutamento, è regnato dalle cose. Da Parmenide trae il concetto
secondo cui l’essere autentico (le idee) è immutabile, eterno, perfetto, ma è multiplo, perché
formato da una pluralità di idee. Dall’eleatismo deriva anche il dualismo gnoseologico tra
sensibilità e ragione (mondo sensibile e mondo delle idee) e il dualismo ontologico tra
l’essere delle cose e l’essere autentico (idee). Se per Parmenide il mondo sensibile non ha
connessioni con quello pensato dalla ragione, per Platone tra i due mondi esiste un rapporto
indissolubile. Per Parmenide il nostro mondo è puramente illusorio, mentre per Platone non
è così, infatti possiede una realtà e conoscibilità, anche se imperfetta (copia idee).
IL RAPPORTO TRA LE IDEE E LE COSE
Le idee sono:
● criteri di giudizio delle cose: in quanto per formulare i nostri giudizi facciamo
riferimento alle idee, poiché sono i modelli delle cose, le idee sono la condizione
della pensabilità delle cose, infatti per pensare le cose, facciamo riferimento alle
idee, ai modelli (significato gnoseologico, si riferisce alla natura della conoscenza, in
questo caso si riferisce alla natura delle cose)
● causa delle cose: le idee sono i modelli delle cose attraverso la loro partecipazione
alle idee, le quali imitano le idee, quindi le idee sono la condizione dell’esistenza
degli oggetti (se non ci fossero le idee non ci sarebbero le cose), la loro ragione di
essere (significato ontologico, perché si riferisce all’essenza delle cose)

Il rapporto tra idee e cose è di:


● mimesi: imitazione, le cose imitano le idee
● metessi: le cose partecipano, seppure in misura limitata, dell’essenza delle idee
(sono la copia imperfetta della perfezione)
● parusia: le idee sono presenti nelle cose
QUALI SONO LE IDEE
Le idee nel mondo dell’iperuranio sono disposte in modo piramidale o gerarchico, infatti
l’uomo per accedere all’idea massima o ultima deve compiere un processo di conoscenza.
Le idee-valori sono in cima, con l’idea del Bene, il supremo valore da cui dipendono tutte le
altre idee, le idee partecipano del Bene, l’idea delle idee, la perfezione massima di cui le
idee sono imitazione o riflesso. Il Bene è al di là dell’essere e quindi delle idee, le supera
tutte per valore e potenza, ma non le gerena, sono tutte eterne le idee, comunica a loro la
sua perfezione, che le idee imitano. L’uomo quando intraprende la strada della conoscenza
deve prima accedere alle idee matematiche, astratte con funzione concreta, ma utili.
● idee-valori, corrispondenti ai supremi principi etici, politici, estetici (bellezza, giustizia,
bene), che formano ideali o valori, riguardano il campo morale, sono più perfette
● idee matematiche, hanno una funzione concreta, corrispondono alle entità dei
principi dell’aritmetica e della geometria (classi dei numeri, uguale, quadrato,
cerchio), nella realtà troviamo solo copie di queste entità perfette
L’uomo comune che vive nelle passioni non ha la necessità di conoscere queste idee, ma il
filosofo no, le deve conoscere, perché sono importanti per la sua formazione e quindi per il
suo agire morale. Per la filosofia cristiana questo valore massimo del Bene è Dio, Platone in
una sua opera della vecchiaia parlerà della struttura e della creazione del mondo (padre
creatore). Negli ultimi anni preferirà la nozione logico-ontologica delle idee, che fa
corrispondere ad ogni realtà la propria forma, quindi l’idea di Platone si configurerà come la
forma unica e perfetta di qualsiasi gruppo o classe di cose (modello delle cose).
DOVE E COME ESISTONO LE IDEE
Le idee sono trascendenti (sono superiori alla razionalità), poiché sono realtà situate in una
dimensione ulteriore al nostro mondo sensibile e alla nostra mente (sono inattingibili
mediante le sole facoltà umane conoscitive). Il mondo platonico delle idee è un mondo a sé
stante (non un universo di super cose), ma un ordine eterno di idee, di forme o valori ideali.
Le idee costituiscono comunque una zona dell’essere diversa da quella delle cose.
COME SI CONOSCONO LE IDEE (come l’uomo può accedere alle idee?)
Le idee non derivano dai sensi, perché questi ci danno la testimonianza di un mondo
imperfetto, in continuo mutamento. Devono costituire l’oggetto di una visione intellettuale, di
uno sguardo della mente. Come abbiamo conosciuto la nozione delle forme ideali pur
vivendo in un mondo caratterizzato dal divenire e dall’imperfezione? Platone ricorre al mito
dell’anamnesi o della reminiscenza, del ricordo, si rifà alla metempsicosi dei pitagorici, egli
afferma che l’anima, immortale è importante per la comunicazione tra mondo perfetto delle
idee e mondo sensibile, infatti l’anima, prima di calarsi nel corpo (prima di incarnarsi), ha
vissuto nel mondo delle idee, dove ha potuto conoscere le idee e gli esemplari perfetti delle
cose (ha conosciuto la perfezione). Quando discende nel corpo conserva un ricordo sopito
di ciò che ha visto e ha vissuto, infatti ha subito uno shock e dimentica tutto, grazie alle
esperienze delle cose e alle sollecitazioni esteriori l’anima ricorda ciò che ha imparato
nell’iperuranio (è una sorta di risveglio). La conoscenza è una reminiscenza, è ricordare, in
quanto le idee le abbiamo dentro di noi e ci è sufficiente uno sforzo per tirarle fuori, basta
ricordarne una perché tornino alla mente le altre, infatti sono legate da una parentela. Infatti
quando diciamo di conoscere qualcosa in realtà lo stiamo solo ricordando. La gnoseologia
(natura della conoscenza) di Platone rappresenta una forma di innatismo, in quanto si fonda
sul principio secondo cui la conoscenza non deriva dall’esperienza sensibile, bensì dai metri
di giudizio preesistenti nel nostro intelletto e radicati in esso (deriva da ciò che l’anima ha
appreso nel mondo delle idee), rispetto ai quali l’esperienza sensibile funge da meccanismo
sollecitatore del ricordo. La maieutica è il fondamento della teoria della reminiscenza, ovvero
della tesi secondo cui portiamo dentro di noi una verità prenatale, frutto della
contemplazione e della conoscenza delle idee in una vita precedente. Innatismo designa
una teoria (gnoseologica) che individua l'origine della conoscenza in elementi innati, in idee
o concetti presenti da sempre nel soggetto, in quanto sono radicati in esso; invece il termine
empirismo designa la prospettiva gnoseologica opposta, secondo cui la fonte della
conoscenza è da ricercarsi nell’esperienza sensibile. Secondo Platone l’uomo non possiede
già tutta la verità (altrimenti non la cercherebbe), ma neppure non la conosce totalmente
(altrimenti non inizierebbe a cercarla), ma porta dentro di sé come ricordo, un patrimonio che
gli sarà utile nella vita e potrà valorizzare per giungere alla conoscenza della verità. Non
conoscendo non partiamo né dalla verità né dall'ignoranza, ma da una pre-conoscenza o
ignoranza gravida di sapere, da cui dobbiamo attraverso la maieutica socratica tirare fuori la
conoscenza vera e propria.
L’IMMORTALITA’ DELL’ANIMA
L’anima comunica tra il mondo fenomenico e il mondo perfetto delle idee, quando il corpo
(l’involucro dell’anima) muore, l’anima, che è immortale veicola, risale nel mondo delle idee
(si nutre nel mondo delle idee), conosce la perfezione e in seguito si incarna in un altro
corpo. L’anima sale nel mondo delle idee per purificarsi, ma se essa in vita era stata cattiva,
non sale nel mondo delle idee ma scende negli inferi (si deve purificare?). Dopo sceglie il
corpo in cui reincarnarsi (visione pitagorica), è una libertà di scelta dell’anima di reincarnarsi.
Nel Fedone si trova la dottrina della filosofia come preparazione alla morte (dottrina
religiosa). Infatti la vita del filosofo risulta tutta una preparazione alla morte, perché se la
vera conoscenza è quella delle idee (trascendenti, vanno oltre la mente e la razionalità),
filosofare significa andare oltre i sensi e il corpo (quindi andare alla morte). Nel momento
della morte l’anima è libera dal corpo e dalla materia, quindi potrà unirsi alle idee e dedicarsi
alla loro contemplazione. Quindi filosofare serve per affrontare una grande paura umana, la
morte, solamente il filosofo può organizzare il suo viaggio sereno verso l’aldilà attraverso la
pratica della filosofia; questo è il fine del filosofare.
L’ANIMA E IL DESTINO: IL MITO DI ER
La teoria dell’immortalità dell’anima serve per spiegare in che modo l’uomo possieda già la
conoscenza delle idee e per chiarire il problema del destino. Il filosofo sostiene che la sorte
di ogni individuo dipenda da una scelta precedentemente compiuta dalla sua anima nel
mondo delle idee; questa tesi la illustra nel mito di Er (racconto mitologico), con cui si
conclude la Repubblica. Er è un guerriero che, morto in battaglia e risuscitato dopo dodici
giorni, può raccontare agli uomini ciò che li attende dopo la morte, perché ha potuto
constatarlo direttamente. Alle anime non brave, malvagie spettano grandi sofferenze, mentre
le anime virtuose sono destinate a mille anni di felicità, trascorsi i quali si presentano di
fronte a una delle tre Moire, a Lachesi, per scegliere la loro vita futura. L’ordine della
presentazione a Lachesi è stabilito mediante un lancio di numeri: le anime che scelgono per
prime hanno una scelta più ampia, ma possono comunque preferire una vita poco virtuosa.
Quando l’anima ha scelto il proprio destino, Cloto e Atropo lo confermano e lo rendono
definitivo, in seguito le anime si abbeverano al fiume Lete, le cui acque infondono il sonno e
l’oblio (dimenticanza): si risvegliano incarnate in un nuovo corpo terreno e non ricorderanno
nulla della loro vita ultraterrena (nel mondo delle idee) precedente, la scelta del corpo è una
scelta libera, come se essere virtuosa o meno. Le anime scelgono il destino di ogni
individuo, è una scelta libera, alla quale la divinità non prende parte. Ogni anima sceglie il
modello di vita che incarnerà, l’anima deve compiere una scelta giudiziosa e non lasciarsi
abbagliare dall’apparente vita bella, che poi porta all’infelicità. La scelta è guidata dalle
esperienze che l’anima ha accumulato nella propria vita precedente. Per Platone l’uomo
sceglie il proprio destino, condizionato da ciò che nella vita precedente ha vissuto, è la
propria anima che sceglie il destino di ogni individuo, in base a quello che è già stata. Quelle
malvagie discendono negli inferi (uomo artefice del proprio destino).

LA FINALITA’ POLITICA DELLA TEORIA DELLE IDEE


Secondo Platone, il relativismo dando corso all’urto delle opinioni produce violenza,
disordine e l’affermazione della legge del più forte. La dottrina delle idee è di tipo
assolutistico, quindi è un uno strumento per uscire dal caos delle opinioni e dei costumi e
per sottrarsi alle lotte e alle violenze; è l’arma principale contro il relativismo politico e contro
l’anarchia. La conoscenza delle idee porta alla fondazione di una politica universale, che non
sfoci nelle violenze e nell’anarchia e che assicura la pace e la giustizia tra gli uomini. Tutto
ciò implica l’idea di una filosofia al potere, punto di arrivo della Repubblica di Platone.
LA DOTTRINA DELL’AMORE E DELLA BELLEZZA
Amore per Platone è un rapporto che impegna l’uomo dal punto di vista della volontà. Alla
teoria dell’amore sono dedicati due dialoghi platonici, il Simposio e il Fedro. L’amore è
momento di riflessione sul rapporto tra uomini, tra uomo e idee.
IL SIMPOSIO
Nel Simposio gli interlocutori pronunciano discorsi in lode di eros, che mettono in luce i
caratteri dell’amore. Il racconto sottolinea che l’amore si genera quando c’è una mancanza,
un’insufficienza, un’incompletezza. Eros è una divinità figlia di abbondanza e povertà, è un
demone, un essere dalla natura intermedia tra quella umana e quella divina: non ha la
sapienza, ma aspira a possederla, è filosofo, mentre gli dei sono sapienti. Eros (colui che
cerca la sua parte mancante) è mancanza, desiderio di qualcosa che non si ha, ma di cui si
ha bisogno. L’amore non ha la bellezza, ma la desidera, in quanto è il bene che rende felici
(cioè la conoscenza). La bellezza è il fine e l’oggetto dell’amore infatti l’uomo genera nella
bellezza, lascia dopo di sé un essere che gli somiglia riproducendosi. La bellezza ha diversi
gradi, ai quali corrispondono varie forme di amore, in una scala gerarchica che sale
dall’amore della bellezza corporea (sensibile) fino all'amore filosofico (ideale), quindi fino alla
bellezza in sé, che è una bellezza ideale, eterna, perfetta, fonte di ogni altra bellezza.
L’amore platonico intende l’amore come una relazione sentimentale asessuata. Eros è la
spinta per l’innalzamento, l’amore di cui parla Platone è lo strumento per una conoscenza
superiore, per conoscere il più alto grado della bellezza (come valore ideale), l’amore
filosofico (a partire dalla contemplazione della bellezza interiore e non corporea).
IL FEDRO (come l’anima può raggiungere la bellezza suprema?)
Platone distingue l’anima in tre parti che convivono:
● parte razionale: ha sede nel cervello, grazie ad essa l’essere umano ragiona e
domina gli impulsi corporei, è perfetta e mantiene l’equilibrio
● parte concupiscibile o desiderante: ha sede nel ventre, è l’anima delle passioni e dei
desideri, è ancorata al terreno, è responsabile di tutti gli impulsi e dei desideri; porta
l’uomo a vivere ancorato al desiderio e alla vita di tutti i giorni
● parte irascibile o coraggiosa: ha sede nel petto, può volgere al bene o al male,
agisce d’istinto, dà sostegno alla parte razionale lottando per ciò che la ragione
ritiene buono e giusto, ma può volgere verso la parte razionale o verso quella
concupiscibile

Le tre anime sono necessarie, infatti bisogna affidarsi a tutte le anime per trovare un
equilibrio (in determinate circostanze ne usiamo una, in altre un’altra); infatti vivendo in un
mondo sensibile abbiamo delle pulsioni interne da soddisfare, a cui non sappiamo dare un
motivo. Nel mito della biga alata racconta questa tripartizione, nel quale l’anima è
paragonata a una biga alata, guidata da un’auriga e trainata da una coppia di cavalli, dei
quali uno è bianco e obbediente, l’altro nero e contrario. L'auriga corrisponde alla parte
razionale dell’anima, che deve guidare la vita dell’individuo, il cavallo bianco corrisponde alla
parte coraggiosa dell’anima, che obbedisce al logos, alla ragione, il cavallo nero corrisponde
alle pulsioni irrazionali e agli impulsi corporei, che cercano il piacere e la soddisfazione dei
desideri materiali. L’auriga deve andare verso il mondo delle idee (verso la bellezza
suprema), nel cielo verso l’iperuranio, la sede dell’essere autentico, ma la sua opera è
difficile a causa del disaccordo tra i cavalli. Nell’iperuranio si trova la vera sostanza, la
totalità delle idee che la ragione (auriga) vuole contemplare. L’anima la può contemplare
solo per poco perché il cavallo nero la tira verso il basso. Infatti il cavallo bianco segue gli
ordini (circa), ma il cavallo nero no, l’auriga fa fatica a tenere le redini del cavallo nero. Se
l’anima arriva al mondo delle idee, riesce a conoscere qualcosa del mondo delle idee.
Quando cade nell’oblio e perde le ali si incarna nel corpo di un uomo. L’anima che ha visto
di più renderà l’uomo dedito al culto della sapienza o dell’amore, mentre l’anima che ha visto
poco si incarnerà in un uomo che via via sarà alieno alla ricerca della verità e della bellezza.
Nell’anima che è caduta e si è incarnata il ricordo delle sostanze ideali è risvegliato dalla
bellezza, che l’uomo riconosce subito per via della sua luminosità. La bellezza è la
mediatrice tra l’anima caduta (mondo terreno) e il mondo delle idee: permette la
conoscenza. L’amore è un procedimento razionale perché se realizzato nella sua autentica
natura porta l’anima alla conoscenza dell’essere vero (mondo delle idee), i suoi caratteri
passionali sono subordinati alla ricerca rigorosa dell’essere in sé, dell’idea. Eros è dialettica,
è un procedimento razionale, cioè ricerca dell’essere vero, è psicagogia, guida dell’anima
verso il mondo delle idee (attraverso la bellezza). Alla dialettica riconduce la retorica, infatti
secondo Fedro, l’oratore non ha dovere di comprendere ciò che è giusto, ma ciò che appare
come tale, Socrate obietta che l’oratore non può ingannare se stesso, deve conoscere il
bene e il male. Si dimostra contrario alla retorica sofistica, il modello di retorica platonica è
quello di una retorica del vero, un’arte che non cerca il favore delle masse, ma quello degli
dei. E’una retorica che rende capaci di parlare e pensare, infatti è attenta ai contenuti, ma
riconosce il senso del bello, quindi della bellezza del discorso. La dialettica rappresenta lo
scopo per il quale è necessario fare filosofia, cioè per conoscere la verità e per comprendere
ciò che è giusto (per elevarsi alla massima conoscenza e per conoscere il vero essere).
Platone pensa che solamente la filosofia possa accedere alla verità, mentre la retorica si
limita a trattare ciò che è plausibile. La retorica non ha una sua autonomia, ma è lo
strumento della dialettica, il vero metodo della filosofia. Platone sarà accusato di aver ridotto
l’uomo a sola ragione, gli oppositori sostengono che aveva dimenticato le passioni umane.
Ha introdotto la dialettica per la necessità di arrivare a conoscere la verità.

IL SIMPOSIO
Platone utilizza la forma del dialogo, ma non presenta un confronto filosofico tra Socrate e
gli interlocutori, ma è una competizione oratoria in cui ciascuno dei simposiasti pronuncia a
turno un discorso lungo in elogio di Eros, tentando di superare in abilità dialettica chi lo
aveva preceduto. Il Simposio è un cammino alla ricerca della verità, la quale è l’oggetto
dell’amore (la bellezza, quindi la conoscenza massima).
Il discorso di Aristofane (nemico di Socrate): il mito degli androgini: emergono elementi
comici e parodistici (infatti è un commediografo), suggestioni e accenni tragici. Platone fa
esporre ad Aristofane un punto di vista che non coincide con la sua concezione dell’amore
(che chiarirà per bocca di Socrate-Diotima). Il mito racconta la natura dell’uomo, un essere
carente e desiderante e la natura dell’amore, forza risanante e via per ricostruire la natura
umana originaria. Aristofane descrive la natura umana, secondo il mito in origine i sessi
erano tre: il maschio, costituito da due metà maschili, la femmina, costituita da due metà
femminili e l’androgino, costituito da una metà maschile e una femminile. Questo terzo sesso
ora è sparito e ne resta solo il nome. Gli uomini erano doppi e sferici (la sfera era la figura
perfetta, la completezza), con un’unica testa ma con due facce rivolte in senso contrario,
quattro occhi, quattro gambe, quattro mani e due sessi. L’androgino non è nè maschio nè
femmina. Gli uomini camminavano eretti e per passatempo avanzavano ruotando. La causa
per cui erano tre era perché il maschile aveva avuto origine dal sole, il femminile dalla terra
e il terzo, partecipe degli altri due, dalla luna, la quale partecipa del sole e della terra. Erano
orgogliosi della loro compiutezza e perfezione, fisicamente vigorosi e tentarono di assalire gli
dei dell’olimpo, attirando così l’ira di Zeus. Non potendo distruggerli con i fulmini, in quanto
anche gli dei non avrebbero avuto senso di esistere e poi sarebbero spariti i culti e i sacrifici
resi alle divinità dagli uomini, Zeus trovò un rimedio per non annientarli definitivamente:
tagliare gli uomini in due, dimezzandone così la forza, li raddoppia. Ordinò al dio Apollo di
adattare i corpi chirurgicamente alla nuova situazione, ovvero di rivoltargli il viso e la metà
del collo dalla parte del taglio e di risanargli la pelle, ma il segno del taglio rimase visibile
nell'ombelico (dove Apollo aveva riunito e ricucito i lembi della pelle), quale monito perenne
affinché l’uomo, ricordandosi della pena subita, evitasse di ricadere nell’antica colpa. Una
volta tagliati in due, gli esseri umani non desideravano altro che ritrovare la propria metà
perduta, per formare nuovamente di due esseri, uno solo. Questo fortissimo desiderio
rischiava di portarli alla morte, non volendo più far nulla l’una senza l’altra (si stavano per
estinguere). Zeus allora trasferì loro i genitali sul davanti, dunque il desiderio dell’altro si
trasformò da causa di morte a strumento di vita grazie alla sessualità e alla procreazione,
per opera del maschio e della femmina. Da allora quando un maschio si ricongiunge con
una femmina si ha la riproduzione, mentre quando si incontrano due discendenti dello
stesso genere, una volta appagata la pulsione sessuale, essi tornano alle occupazioni della
vita quotidiana. Aristofane non parla di amore, ma si deduce che amore è desiderio,
mancanza, incompletezza, parla di accoppiamento. Eros è colui che cerca la sua parte
mancante e l’amore dà completezza all’uomo. Platone ammette la necessità della
procreazione perché la razza progredisca, anche se non si incontra l’anima gemella. In
questo modo tra gli uomini è nato l’amore, desiderio e forza risanante per costituire la
propria natura originaria, tendendo a fare di due esseri uno solo.
Il significato del mito degli androgini: Eros è mancanza, bisogno, è necessario per l’integrità
e la completezza, nel tentativo di ricostruire una totalità perduta (la vecchia natura umana),
l’amore è tensione verso una parte di noi che ci è familiare e affine. Dopo la divisione di
Zeus, quella umana è un’esistenza simbolica, infatti pur apparendo uno e completo, ogni
individuo è imperfetto, essendo solo una frazione dell’intero; con la ricerca dell’altra metà
tenta di completarsi, di essere finito e non più parziale e carente. L’amore è l’unica risorsa
che l’uomo, essere mortale, ha a disposizione per attingere a una pienezza e un’integrità
perdute, riscattando la vita dopo la morte (rapporto tra amore e immortalità). L’amore è un
grande mistero. L’innamorato sembra desiderare nel suo partner solo abbraccio e vicinanza,
ma in realtà cerca qualcosa che non sa esprimere. L’amore non ha come scopo la fusione
degli amanti, ma ricerca qualcosa che va oltre. Platone spiega cosa desiderano due persone
innamorate, ovvero la ricostituzione della loro unione ricorrendo all’immagine del dio Efesto.
Da qui si muoverà la critica di Socrate: infatti se l’amore è inteso come fusione di due esseri,
l’amore può risultare soffocante e spegnere l’amore autentico, che è tensione, continua lotta,
dinamismo dialettico, forza ascensiva, movimento verso l’altrove (verso la conoscenza e la
bellezza suprema, è ricerca del sapere). Da quando Zeus ha punito gli individui tagliandoli in
due metà, infliggendo una grande ferita alla natura umana, la vita è diventata un esilio
doloroso. Eros rappresenta la memoria di una condizione originaria di pienezza e lo
strumento per riscattarsi del difetto inflitto da Zeus. Infatti ciò che siamo non è naturale, ma
ciò che possiamo diventare congiungendoci all’altro mediante la forza risanatrice di Eros. E’
colpevole non credere all’impulso d’amore, quindi resistendogli e persistendo nella nostra
innaturale incompletezza. Eros è un dio da venerare e rispettare, non un’emozione, è una
vicenda cosmica, non un affare privato.
Il discorso di Socrate-Diotima: la natura demoniaca dell’amore: il discorso di Diotima riferito
a Socrate si articola in due momenti: uno dialogico e dialettico, in cui la sacerdotessa
interroga e confuta Socrate, l’altro espositivo, in cui Diotima pronuncia un discorso lungo. Il
discorso dell’amore rappresenta uno sguardo nuovo, inedito e definitivo sulla questione
dell’amore. Platone decide di affidare l’esposizione della verità ad una donna, sacerdotessa
straniera, tre elementi di radicale alterità rispetto al contesto del simposio greco. Socrate in
questo caso è ignorante e vuole essere istruito da Diotima, che lo confuta in un dialogo.
Diotima afferma (come Aristofane) che l’amore è un vuoto da colmare, essendo desiderio di
qualcosa che non si ha e si teme di perdere. L’amore ha a che fare con il bisogno, con il
senso di privazione e la paura della perdita. Diotima si oppone alla tesi secondo cui Eros è
bello, buono e possiede tutte le perfezioni (Socrate). Eros non è un dio, perché la divinità
non può avere tali imperfezioni, non manca di nulla, non conosce lo sforzo, il tormento, la
privazione; dunque è un intermediario (un demone) tra bello e brutto, buono e cattivo. Non è
bello, ma ama e desidera la bellezza, non è mortale. E’ un intermediario tra la realtà
sensibile e intelligibile. Diotima avvia un discorso lungo, si rende necessaria una rivelazione,
perché Socrate non può procedere con le sue forze nello scambio di domande e risposta. La
natura demoniaca di Eros rimanda al suo ruolo cosmologico, a partire dalla tesi platonica
sull’esistenza di due parti dell’essere, uno sensibile, soggetto al tempo e uno intelligibile ed
eterno. La divinità non viene a contatto con l’uomo per opera di Amore, che interagisce con i
mortali. E’ messaggero tra gli dei e gli uomini, sta in mezzo tra loro in modo che l’universo
sia intrinsecamente collegato; si occupa anche della mantica, l’arte divinatoria attraverso la
quale nell’antichità si interpretavano alcuni segni naturali o artificiali, rintracciando in essi
premonizioni di eventi futuri.
Le origini di Eros (mito della nascita di Eros): Il padre di Eros è Poros, Ingegno o
Abbondanza, la madre di Eros è Povertà (violenta Ingegno), Penia (desiderio di ciò che
Abbondanza possiede). Penia non partecipa al banchetto, trattenendosi sulla porta, ciò
simboleggia una situazione di esclusione; ma sa astutamente approfittare dell’ubriachezza di
Poros: Eros è imbroglio, seduzione, manipolazione, ma in generale è desiderio del bello
(Afrodite, dea bellezza). L’amore è povertà che si fa ingegno, assenza di risorse che si fa
sforzo, desiderio che si ingegna per possedere quello di cui ha bisogno. Solo la
consapevolezza della mancanza può mettere in moto il desiderio e indurre a trovare
espedienti per colmarla. Eros conosce la compiutezza del padre (è astuto, risoluto,
ingegnoso, conquistatore) ma anche la natura povera e mai sazia della madre (è scalzo, non
bello, escluso e mendicante). Astuto come il padre, ma fragile come la madre, Eros fiorisce,
vive, muore e risorge: tutti gli amori infatti sono fragili e tenaci: si infrangono per una
delusione ma si rafforzano con le difficoltà. Quel che acquista gli sfugge di mano e non è
mai povero e mai ricco. I due volti di amore si contraddicono e si completano, è
l’intermediario tra il sensibile-umano e l’intelligibile-divino; consente l’armonia, il passaggio
tra mondi differenti, è tra la morte e la vita. Sta in mezzo tra sapienza e ignoranza, quindi è
la ragione. Chi filosofa è colui che sta in mezzo, come Amore tra sapienti e ignoranti, infatti è
nato di padre sapiente e ricco di mezzi e di madre non sapiente e povera. Amore è amore
del bello, della sapienza. La forma più alta dell’amore è la filosofia, intesa come desiderio del
sapere. Chi ricerca il sapere non è né sapiente come la divinità (altrimenti non
desidererebbe conoscere) né ignorante come gli uomini comuni (altrimenti non saprebbe
neanche di non sapere), ma desideroso di autentica conoscenza. La consapevolezza
dell'ignoranza è la condizione essenziale della ricerca, solo chi è in questa condizione
coltiva la sapienza, quindi le anime intermedie. Amore è desiderio di conoscenza, di sapere,
ovvero di ciò che manca, è colui che sta nel mezzo, che continua a ricercare la conoscenza
e la filosofia, la forma più alta di conoscenza. La forma più elevata dell’amore è
rappresentata dalla filosofia (corrisponde alla bellezza in sé e quindi all’amore filosofico per il
sapere).

LO STATO E IL COMPITO DEL FILOSOFO


LO STATO IDEALE
La Repubblica ha come fulcro la descrizione dello Stato ideale, di una comunità perfetta,
immaginaria, nella quale il singolo può raggiungere una vita giusta e felice (il bene). Il
progetto di Platone è costituire una comunità perfetta, una comunità politica governata da
filosofi o da uomini affiancati dai filosofi. La comunità è un ingranaggio perfetto, in cui ogni
parte ha il suo ruolo al fine di raggiungere il bene dello stato.
LA GIUSTIZIA
Il fine della società governata dai filosofi è la giustizia, non può sussistere una comunità
senza la giustizia: la giustizia è la condizione fondamentale della nascita e della vita dello
stato. Lo stato deve essere costituito da tre classi: quella dei governanti, quella dei guerrieri
e quella dei lavoratori o produttori, i cittadini che esercitano una qualsiasi altra attività.
Questa struttura piramidale, è perfetta e organicistica per Platone. Le varie classi devono
possedere le qualità tali da mantenere uno stato ideale in equilibrio. I governanti (auriga)
devono possedere la saggezza, poiché è necessario che i governanti siano saggi affinchè lo
stato sia saggio, hanno un’anima razionale (aurea). I guerrieri (cavallo bianco) devono
possedere la virtù del coraggio e hanno un’anima irascibile (argentea), possiedono l’ira,
l’impeto e il coraggio. I produttori (temperanza, cavallo nero) hanno un’anima concupiscibile
(bronzea o ferrea). Una virtù comune a tutte le classi è la temperanza, ovvero il governo
della ragione sui sensi (l’inferiore deve essere subordinato al superiore). La giustizia
comprende tutte queste virtù e si realizza quando ciascun cittadino attende al proprio
compito e ha ciò che gli spetta. All’interno dello stato ognuno deve avere un compito, ogni
compito è necessario alla vita della comunità, lo stato in questo modo sarà formato da parti
diverse ma armonicamente unite in un solo organismo. La giustizia garantisce l’efficienza, la
forza e l’unità dello stato. Anche nell’individuo la giustizia comprenderà le tre virtù
(saggezza, coraggio, temperanza), e si avrà quando ogni parte dell’anima svolgerà la
propria funzione. Sono processi paralleli, infatti lo stato è giusto quando ogni individuo
attende il compito che gli è proprio. La giustizia consiste nell’unità dello stato, (nella
realizzazione della giustizia interiore e dello stato), e dell’individuo in se stessi, ma anche
nell'accordo tra individuo e comunità. Se nei sofisti la giustizia è una condizione esteriore, è
un concetto relativo che dipende dal rispetto delle leggi e delle consuetudini, in Platone è un
presupposto fondamentale per la nascita e la vita dello stato, consiste nell’armonia tra le
classi dei cittadini dello stato e tra le parti dell'anima dell’individuo, quindi è una condizione
interiore.
Per Platone lo stato deve per forza essere diviso in classi, poiché in uno stato ci sono
compiti diversi, che devono essere esercitati da individui diversi (l’ordine sociale dipende
dall’obbedienza dei cittadini ai propri compiti e alle leggi, quindi dipende dall’esercizio della
giustizia da parte di essi). Rifacendosi alla tripartizione dell’anima, afferma che la diversità
degli individui e la loro differente distinzione sociale dipendono da una parte dell’anima che è
preponderante sulle altre. Quindi la divisione in classi non dipende da un diritto di nascita,
ma da un’inclinazione naturale; Platone si rifà al mito delle stirpi, secondo cui alcuni nascono
con una natura aurea, altri con una natura argentea, altri con una natura bronzea o ferrea.
● individui razionali, portati alla sapienza e al governo
● individui prevalentemente impulsivi, portati a essere guerrieri
● individui prevalentemente soggetti al corpo e ai suoi desideri, portati al lavoro
manuale

Nella società immaginaria platonica le classi sono mobili, infatti è possibile passare da una
classe all’altra, un bimbo ferreo nato tra uomini aurei dovrà essere retrocesso di classe,
viceversa, un bimbo aureo nato da uomini ferrei dovrà essere innalzato tra gli uomini aurei e
accolto tra i custodi e i difensori. Infatti bisogna assegnare ai bambini il tipo di onore dovuto
alla loro natura. I magistrati devono stare molto attenti ai bambini per capire il metallo che si
trova mescolato nella loro anima. Ma solitamente i figli assomigliano ai genitori, quindi
restano nella loro classe di provenienza, solo in casi eccezionali avviene il contrario, dunque
la mobilità è rara, ma è possibile. Inoltre, bisogna precisare che la divisione in società di
Platone è antidemocratica.
IL COMUNISMO PLATONICO
Per il funzionamento dello stato e la realizzazione della giustizia, Platone suggerisce
l’eliminazione della proprietà privata, ciò porta all’eliminazione di guerre e di poteri personali
e la comunanza dei beni per le classi superiori, così che in questo modo non si dedicassero
più ai propri interessi personali, ma alla gestione della proprietà pubblica. Inoltre i
governanti-filosofi dovevano vivere con gli elementi necessari per la sopravvivenza, non
dovevano essere poveri ma soprattutto neanche ricchi, infatti in questo modo la classe di
coloro che detenevano il potere non era interessata esclusivamente alle ricchezze, non
aveva un coinvolgimento di questo tipo, era così allontanata dai beni non necessari.
Dovevano vivere insieme, come in un accampamento, non ricevevano compensi (così non si
ammaliavano nelle ricchezze superflue). Gli erano proibiti l’oro e l'argento, in quanto lo
scopo della città è il bene di tutti, non la felicità di una classe. Lo scopo era la felicità
dell’intero stato, non di una sola parte di cittadini, ma di tutti. Nella città non doveva esistere
né la ricchezza né la povertà. Ciò che prospetta Platone è una sorta di comunismo, che però
non riguarda l’intera società, infatti alla terza classe è concessa la proprietà privata. Infatti se
ho mezzi di produzione e sono un imprenditore con degli operai al mio servizio, significa che
controllo il mercato e i commerci, sto esercitando una forma di capitalismo, perciò non potrò
mai essere un buon governante. Chi governa non può avere una famiglia, perché porta a
preoccupazioni, soprattutto tra i figli, i governanti devono avere le donne in comune, non una
loro donna, perché ciò risulterebbe dannoso per il potere. Ciò non implica la subordinazione
delle donne agli uomini, anzi le donne dovevano godere di una completa uguaglianza
rispetto agli uomini e potevano partecipare alla vita dello stato, erano di fondamentale
importanza. Platone è contrario al libero amore, pertanto le unioni matrimoniali sono
temporanee e vengono stabilite dallo stato al fine di procreare figli sani. I bambini vengono
tolti dalla nascita ai genitori e dati in comunità, in modo che non sappiano l’identità dei loro
genitori e dei loro parenti, in tal modo si vivrà in una grande e solidale famiglia (ognuno è
padre/madre di tutti i bambini in comunità). Quindi l’incontro tra uomo e donna è funzionale
alla procreazione di figli sani e forti, dopodiché i rapporti si interrompono per evitare il
posseso, i rapporti sessuali e la prostituzione. Invece, i produttori potevano sposarsi, avere
figli liberamente e possono possedere la proprietà privata perché sono ritenuti inferiori,
hanno l’anima delle passioni (cavallo bianco, anima bronzea o ferrea). I governanti sono
felici a vivere in questo modo? Per il filosofo la felicità dei governanti sta nel rispetto della
giustizia e nel suo esercizio, ossia nell’adempimento del proprio compito, al fine dell’armonia
e della felicità complessiva dello stato. Questo stile di vita conduce alla felicità e all’equilibrio
dello stato. Inoltre il filosofo è di per sé felice, perché gode della beatitudine della
conoscenza, non ha bisogno di cercare la propria realizzazione nei beni materiali o nelle
passioni, che costituiscono l’oggetto del desiderio degli uomini ferrei. Quindi il comunismo
indica una teoria politica che ha come obiettivo l’abolizione della proprietà privata e la
comunanza dei beni, per raggiungere l’uguaglianza economica e politica tra i governanti. E’
un tipo di comunismo differente da quello attuale, perché riguarda esclusivamente la classe
dei governanti e dei guerrieri, infatti non presenta ideali democratici, al contrario vede la
società come una gerarchia di classi e prevede la sottomissione degli individui ferrei a quelli
aurei.
LE DEGENERAZIONI DELLO STATO
Il modello di stato descritto da Platone è un modello ideale, in riferimento al quale è possibile
migliorare gli stati esistenti. La società ideale platonica è un’aristocrazia di filosofi, cioè una
forma di organizzazione politica nella quale il potere è detenuto da un ristretto numero di
persone considerate migliori per la famiglia di appartenenza o la ricchezza posseduta, nel
caso di Platone i migliori sono i filosofi, che grazie alla loro sapienza e alla loro istruzione,
mettono al primo posto il bene comune, a discapito di quello personale. Per Platone questa
è la forma fisiologica di governo, della quale egli evidenza quattro possibili degenerazioni
(forme patologiche).
● timocrazia, il governo fondato sull’onore, nasce quando i governanti si appropriano di
terre e di case per perseguire l’affermazione e l’arricchimento personale, l’uomo
timocratico è ambizioso e amante del comando e del prestigio, ma diffidente verso i
sapienti
● oligarchia, governo di pochi su molti, non sono sapienti, ma ricchi che gestiscono la
vita pubblica, sono avidi di ricchezze e potere, è il governo fondato sul censo,
riservato a pochi, l’uomo oligarchico è parsimonioso e pone il risparmio al primo
posto nella vita. Hanno lo scopo di aumentare le ricchezze e la proprietà privata
● democrazia, il cui avvento nello stato oligarchico nasce dalla ribellione del ceto
povero al ceto ricco che detiene il potere. Nella democrazia ognuno è libero e può
fare quello che vuole, a essa corrisponde l’uomo democratico, che non è
parsimonioso, ma si abbandona a desideri smodati. La democrazia è il governo del
popolo, è una forma di organizzazione politica nella quale il potere è conferito a tutti,
quindi implica la partecipazione di tutti i cittadini alla gestione dello stato, ha uno
stretto legame con le nozioni di uguaglianza e libertà. Per Platone è una condizione
in cui ciascuno ha la possibilità di fare il proprio comodo
● tirannide, la peggiore di tutte le forme di governo, nasce come eccessiva libertà
concessa alla democrazia. E’ la peggiore perché il tiranno, per difendersi dal caos
dei cittadini, deve circondarsi degli individui peggiori capaci di compiere azioni crudeli
e disoneste. L’uomo tirannico è schiavo delle passioni, alle quali si abbandona, è il
più infelice degli uomini. Viene chiamato in una situazione di caos per ristabilire
l’ordine, è un uomo che guida le masse con il polso forte per ristabilire l’equilibrio.

I TRATTI PECULIARI DELL’ARISTOCRATICISMO PLATONICO


La dottrina politica di Platone è ostile nei confronti della democrazia. Egli vuole riformare la
comunità umana in antitesi alla democrazia ateniese del suo tempo. La divisione in classi
della Repubblica obbedisce ad un criterio funzionale, all’esigenza che ognuno abbia un
compito da svolgere all’interno della società, ma anche alla necessità di una rigida
diversificazione delle attività, che garantisca un modello statico e gerarchico di coesistenza
sociale basato su ruoli fissi e differenziati (subordinazione dell’inferiore al superiore). Per lui
uno stato è giusto e in equilibrio quando i membri delle diverse classi stanno al loro posto e i
governanti si interessano del bene comune dello stato. Questa è una forma di organicismo
politico, cioè una teoria politica che interpreta la società e lo stato come un organismo, ossia
una gerarchia nella quale ognuno deve svolgere una determinata mansione (accordo tra le
funzioni delle diverse parti), che risulta indispensabile alla vita del tutto. Abbatte uno dei
capisaldi della democrazia, che prevede la gestione comune dello stato. Ritiene che la
politica non sia un’arte destinata a tutti, ma solo alla parte aurea della città, si tratta di una
politica di carattere elitario. La classe produttiva è esclusa dal governo della cosa pubblica.
La politica di Platone prevede uno statalismo, ovvero una teoria politica che prevede
l’intervento dello stato nella vita sociale e privata, questa teoria concepisce la società come
un meccanismo in cui tutto è programmato dallo stato allo scopo del bene comune, che non
lascia spazio all’autonomia dei singoli o dei gruppi. Lo statalismo di Platone si traduce in un
regime illiberale e autoritario. Ma lo stato platonico non è un’aristocrazia vera e propria, in
quanto governano i migliori, ma essi non sono tali per ricchezza o casato, ma per possesso
del sapere. La sua aristocrazia prevede i filosofi al governo e la ragione al potere, lo stato è
una forma di sofocrazia (governo dei sapienti, i filosofi) e di noocrazia (governo
dell’intelligenza, della ragione).
CHI CUSTODIRA’ I CUSTODI?
I custodi sono i governanti, in quando lo stato di Platone non prevede istituzioni
democratiche e il controllo dell’operato dei governanti da parte del popolo; come si può
essere sicuri che i governanti realizzino il bene comune della città e non operino per il
proprio interesse personale? Come possiamo essere sicuri che questi governanti siano i
migliori? I governanti in primo luogo devono sapere custodire se stessi. In questo caso è
molto importante l’educazione nello stato ideale descritto da Platone; infatti l’ordinamento
politico e quello educativo sono congiunti, a tal punto che lo stato è una grande Accademia,
che ha lo scopo di formare i custodi. Quindi individui addestrati ed educati dalla nascita con
una buona educazione (processo molto lungo) saranno sicuramente in grado di gestire uno
stato e operare per il bene comune. Inoltre la loro natura aurea li predispone a tenere a
bada le passioni in nome della ragione. L’educazione riguarda esclusivamente gli individui
appartenenti alle prime due classi. Pensa che il sapere sia una prerogativa delle classi
superiori, dunque il popolo per il filosofo non può ragionare e pensare in senso filosofico.

I GRADI DELLA CONOSCENZA E IL COMPITO DEI FILOSOFI


L’educazione alla filosofia è l’educazione al sapere e alla virtù. Il filosofo è colui che ama la
conoscenza nella sua totalità, egli concepisce la conoscenza come la fotografia dell’oggetto.
All’essere, quindi alle idee, corrisponde la scienza (episteme), la vera conoscenza, al non
essere corrisponde l’ignoranza, al divenire, che sta in mezzo tra l’essere e il non essere,
corrisponde l’opinione (doxa), che è a metà strada tra conoscenza e ignoranza. Egli
suddivide la conoscenza in conoscenza sensibile e in conoscenza razionale, che vengono
divise a sua volta in due segmenti ciascuna, abbiamo così quattro gradi della conoscenza, ai
quali corrispondono quattro gradi della realtà.
La conoscenza sensibile (doxa) dipende dai sensi, che sono ancorati al mondo fenomenico,
che è sottoposto al continuo mutamento, non porta alla conoscenza della verità, comprende:
● congettura o immaginazione, è la conoscenza che avviene per ipotesi (sul sentito
dire), quindi ha per oggetto le ombre delle cose; prendendo per vero ciò che credo mi
fermo ad un livello di conoscenza apparente
● credenza, ha per oggetto le cose sensibili, con questa fase vado oltre la notizia sul
sentito dire, mi avvicino al mondo fenomenico, cerco di verificare ciò che mi viene
detto e di avere un contatto con il mondo sensibile
La conoscenza razionale o scientifica (episteme), porta alla conoscenza della verità,
rispecchia il mondo immutabile delle idee (rappresentano la conoscenza razionale),
comprende:
● ragione matematica: ha per oggetto le idee matematiche, la matematica è una
disciplina intermedia tra mondo sensibile e fenomenico e il campo razionale
● intelligenza filosofica: ha per oggetto le idee-valori, che si raggiungono attraverso
l’agire del filosofo, l'episteme massima è il raggiungimento delle idee-valori, indica il
cammino da compiere per raggiungere l’episteme massima

Platone pensa che la filosofia sia superiore alla matematica, infatti la matematica trova
appigli nel mondo sensibile, in quanto le nozioni primitive si possono toccare con mano
attraverso gli oggetti percepiti dai sensi, ma ha comunque legami con il mondo delle idee,
perché queste nozioni primitive sono ipotesi indimostrate. La filosofia è la forma suprema
della conoscenza, che usa le ipotesi (mondo sensibile) per giungere ai principi supremi, alle
idee e da queste al bene, il principio di tutto. La filosofia è superiore anche perché si occupa
dei problemi dell’uomo e della città (guidano lo stato ideale), poi non vuole fermarsi ad
ipotesi indimostrate. La matematica ha una parte di utilità pratica, ma anche una parte
astratta, aiuta ad avvicinarsi ai valori astratti.
I GRADI DELL’EDUCAZIONE
L’educazione matematica e scientifica è molto importante nel passaggio da conoscenza
sensibile a conoscenza razionale. Il passaggio avviene attraverso l’uso dei metodi di misura
che permettono di raggiungere conoscenze oggettive e stabili. Le discipline matematiche
fondamentali sono: l’aritmetica (arte del calcolo), la geometria (scienza degli enti immutabili),
l’astronomia (scienza del movimento ordinato e perfetto) e la musica (scienza dell’armonia),
esse costituiscono la propedeutica della filosofia, preparano il filosofo alla scienza suprema,
la dialettica. Nella repubblica descrive l’educazione dei giovani che diventeranno filosofi:
prima studiano la musica e la ginnastica, poi le discipline propedeutiche alla filosofia per un
primo contatto con il mondo astratto, in seguito la filosofia o dialettica. Poi chi sarà stato
bravo a seguire il corso di filosofia dovrà affrontare un tirocinio nelle cariche militari e civili, a
cinquant’anni, chi avrà superato tutte queste prove può raggiungere il governo dello stato.
IL MITO DELLA CAVERNA (settimo libro della Repubblica)
Presenta il processo educativo, la teoria della conoscenza e dell’educazione di Platone in
chiave allegorica. La conoscenza per Platone deve essere graduale, parte dal mondo
sensibile, e per gradi giunge fino al mondo delle idee (razionale). In esso è presente il
dualismo gnoseologico e ontologico della teoria delle idee, il nostro mondo è il mondo delle
tenebre, contrapposto al regno della luce rappresentato dalle idee. C’è anche il concetto
della finalità politica della filosofia, ovvero l’idea che le conoscenze acquisite dai filosofi
debbano essere utilizzate per la fondazione di una comunità giusta e felice. Il ritorno nella
caverna fa parte del percorso educativo del filosofo, che deve riconsiderare il mondo umano
alla luce di ciò che ha visto al di fuori di esso. Ritornare nella caverna significa mettere a
disposizione della comunità ciò che si è visto, infatti il mondo in cui il filosofo vive non è
quello delle idee, ma quello degli uomini. Lo schiavo liberato dovrà riabituarsi all’oscurità
della caverna e potrà interpretare meglio il proprio mondo alla luce di ciò che ha visto,
riconoscerà i caratteri di ciascuna immagine per avere visto i veri valori. Con il mito della
caverna, cimentandosi e confrontandosi con il mondo umano, l’uomo avrà portato a
compimento la propria educazione e sarà veramente filosofo. Il mito della caverna descrive il
percorso conoscitivo del filosofo, il quale per ricercare la verità si stacca dal mondo sensibile
per raggiungere le idee e il bene, poi ritorna tra gli uomini per governare la città nel modo
migliore in base a ciò che ha appreso nel mondo delle idee. E’ la strada che il filosofo deve
compiere per raggiungere la conoscenza massima. Il mito narra la natura dell’uomo e la sua
educazione.
Situazione iniziale all’interno della caverna (la caverna, il mondo della conoscenza
sensibile): l’uomo è paragonabile ad un prigioniero, che incatenato per le gambe e per il
collo nella caverna, la quale rappresenta il mondo sensibile, può vedere esclusivamente un
gioco di ombre proiettato sulla parete, egli ovviamente immagina che queste siano la realtà
(quindi la verità), infatti sono l’unica cosa che possono osservare, essi infatti pensano di
chiamare oggetti reali le loro visioni, per tali persone la verità sono le ombre degli oggetti
artificiali. Questo mondo rappresenta il mondo testimoniato dai sensi, un misto tra luce
(fuoco) e ombre, che sono proiettate dal fuoco sulla parete della caverna. Le ombre sono la
raffigurazione del primo stadio di conoscenza, che però imprigionano la conoscenza,
impedendole di elevarsi alla visione delle idee. Questa è la conoscenza del sentito dire, è
una conoscenza sfumata, che per i prigionieri è verità in quanto la realtà nella loro vita si
limita esclusivamente alle ombre. E’ la fase della congettura o immaginazione che ha per
oggetto le ombre o le immagini delle cose (impressioni superficiali slegate dalla realtà).
Il viaggio verso la luce: nella seconda fase un prigioniero viene liberato, in un primo
momento i suoi occhi saranno abbagliati e non riuscirà a distinguere più nulla (smarrimento),
ma lentamente si abituerà alla luce, prima scorgendo le sagome degli oggetti, o le loro
immagini riflesse nell’acqua, infine gli oggetti stessi. Prima di poter volgere gli occhi al sole,
l’uomo comincerà a contemplare la luna e le stelle (perché non riesce a vedere con i suoi
occhi la luce del sole), in un secondo momento sarà in grado di vedere direttamente il sole.
La contemplazione del sole, quindi del Bene provocherà nell’animo dell’uomo gioia e felicità,
ma lo indurrà ad un sentimento di pietà per i compagni rimasti nella caverna, che pensano
ancora che la verità siano le ombre proiettate sul muro. L’uomo scopre così una realtà
diversa da quella che vedeva prima e che si immaginava. La seconda parte spiega il
processo di liberazione dal mondo dei sensi, dall’incoscienza, esso è un processo faticoso,
al quale inizialmente si è costretti e provoca dolore, ma in seguito porterà gioia, felicità e
soddisfazione. L’uscita dalla caverna raffigura l’uscita dal mondo sensibile, quindi l’accesso
alla conoscenza razionale, rappresentata dalla realtà che si trova al di fuori della caverna.
Dopo che è uscito fatica a confrontarsi con la luce, perché si sta iniziando a confrontare con
il mondo vero, di cui non conosceva l’esistenza, quindi inizia a guardare in basso e a
guardare gli oggetti riflessi in un lago, poi alza gli occhi e vede la caverna, questo passaggio
rappresenta le idee matematiche (è ancora ancorato alla conoscenza sensibile, ma sta
cambiando qualcosa in lui, infatti è sulla strada che conduce a conoscere la realtà e il bene).
Poi quando riesce a guardare verso l’alto la luce prende piena consapevolezza del vero
mondo, della verità, senza dover abbassare lo sguardo, è arrivato a conoscere le idee-valori
e il bene, rappresentate dal sole. Questo è il percorso graduale che il filosofo deve compiere
per conoscere le idee-valori.
Il ritorno nella caverna: invece di continuare a contemplare in solitudine il sole e il mondo
reale (il bene e la verità), lo schiavo liberato (il filosofo) decide di ritornare nella caverna, per
comunicare agli altri prigionieri (agli uomini normali) ciò che ha visto per aiutarli a liberarsi
dalla prigionia della falsa conoscenza sensibile e apparente. Lo schiavo è molto contento di
aver raggiunto la verità e ha pietà dei compagni avvolti nel buio, è consapevole della propria
posizione privilegiata, chi ha potuto contemplare il sole non invidia i premi riservati ai
prigionieri nella caverna per chi riesce a riconoscere più oggetti, ovvero ombre (chi è esperto
in ciò che gli viene testimoniato dai sensi). Egli preferirebbe patire di tutto piuttosto che
vivere ancora incatenato nel limitato mondo della conoscenza sensibile e continuare a
considerare oggetti reali (essere autentico) le ombre (essere apparente). I suoi occhi
saranno offuscati dalle tenebre e farà fatica a riadattarsi al buio (fatica a riconoscere ciò di
cui si era liberato), perché era abituato alla luce, quindi sarà oggetto di scherno da parte dei
compagni, convinti che la luce esterna gli abbia rovinato gli occhi e che quindi non si devono
seguire le sue orme. Il prigioniero liberato è la raffigurazione del filosofo che è giunto alla
contemplazione del bene, alla massima conoscenza, il quale scoperta la verità che sta oltre
il mondo sensibile, non si chiude in una contemplazione e in una felicità solitarie, ma
comunica la propria scoperta a coloro che sono ancora prigionieri del mondo sensibile.
Costoro, che sono ancora legati ai sensi, appena il filosofo tenta di sciogliere loro le catene
per fargli compiere il viaggio che ha portato a termine, lo disprezzano, lo deridono e lo
uccidono, la stessa fine a cui è stato sottoposto il maestro Socrate. Il filosofo è l’uomo giusto
non capito dalla società, che non riesce ad accettare ciò che il filosofo vuole comunicare.
Infatti quello che i prigionieri vedono nella caverna è la copia della copia, la copia di
rappresentazioni non perfette, il muro è la copia della copia. Come l’arte per Platone, tranne
la musica, infatti allontana gli uomini dalla realtà, già il mondo sensibile è una copia, l’arte è
la copia del mondo sensibile, allontana dalla realtà e non conduce alla verità.
La spiegazione del mito: per spiegare il mito è necessario paragonare il mito della caverna
alle quattro fasi della conoscenza, alle quali corrispondono quattro immagini da conoscere.
Platone infatti illustra i diversi gradi della conoscenza: il mondo della caverna rappresenta il
mondo sensibile, le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna corrispondono al
momento dell’immaginazione, infatti gli uomini non pensano che le ombre viste sulla parete
derivino da oggetti reali, anzi pensano siano la verità, quindi la realtà. Quando un prigioniero
riesce a liberarsi fa fatica a scorgere gli oggetti di cui vedeva le ombre, rimane dubbioso e
giudica più vere le ombre. Il momento della credenza è il momento in cui si rende conto che
gli oggetti che passano sul muricciolo sono veri e concreti, i quali sono proiettati sul muro
della caverna (sono le ombre). Gli enti matematici sono raffigurati dalle immagini riflesse
nell’acqua fino alle stelle e ai corpi celesti che si possono contemplare di notte (pensiero
dianoetico). L’ultimo momento è quello della visione intellettiva (noesis), mediante la quale è
possibile contemplare il sole, dunque l’idea del bene. Questo è il momento più alto, ma
raggiungendolo si comprende come l’idea del bene sia la causa di tutto ciò che è giusto e
bello. Nel mondo sensibile il bene è il fuoco, che rende possibile vedere gli oggetti, mentre
nel mondo intelligibile è il sole che conduce alla verità. Chi arriva a queste altezze
conoscitive ha difficoltà a ritornare nel mondo sensibile della vita normale, ed apparirà
ridicolo a chi è immerso totalmente nella vita sensibile. Chi vuole guidare lo stato deve per
forza vedere il sole, l’idea del bene e della giustizia. Ma per il filosofo è molto difficile
trasmettere il messaggio ai cittadini, in quanto è l’unico diverso dagli altri e quindi viene
disprezzato e ridicolizzato, perché è l’unico che conosce la verità. Il mito della caverna
rappresenta la strada per conoscere la verità.
IL RUOLO DELL’EDUCAZIONE PLATONE-SENECA
PLATONE
Nel libro VII della Repubblica indica le conoscenze che ritiene indispensabili per formare
persone competenti, che saranno legittimate a governare la città. L’educazione per Platone
è trasmissione del sapere, la persona colta (filosofo) è il sapiente, colui che sa e conosce. In
questo libro espone anche il mito della caverna, il quale illustra il percorso educativo che
eleva l’uomo da una condizione di ignoranza e schavitù a una condizione di conoscenza e
libertà. Dopo aver spiegato il mito, Platone delinea concretamente il curricolo di studi
necessario da far seguire ai giovani per elevarsi ai più alti gradi della conoscenza. Questo
percorso porta dalla forma sensibile alla forma intelligibile del sapere e dalla conoscenza
con finalità pratiche (conoscenza sensibile) alla conoscenza pura (conoscenza intelligibile).
All’inizio del percorso educativo ci sono le discipline più vicine alla fisicità, come la ginnastica
e la musica. Ad esse segue la matematica, che avendo a che fare con i numeri insegna a
distinguere l’unità dal molteplice. Attraverso la matematica si ha un primo contatto con
l’intelligibile, cioè con il pensiero astratto, l’astrazione utilizza il ragionamento, mentre la
conoscenza sensibile si serve dei sensi. La matematica è tra il sensibile e l’intelligibile, ma
non è conoscenza massima, resta ancora una conoscenza intermedia (dianoetica) perché
nella vita quotidiana viene utilizzata a scopi pratici, ma se è coltivata per se stessa (come
scienza) è un tipo di conoscenza astratta, quindi in questo caso è una conoscenza di tipo
intellettuale (noetico). La matematica permette di convertire l’anima dal mondo del divenire a
quello della verità e dell’essere autentico. Dunque il sapere matematico ha un aspetto
pratico e un aspetto teorico (astratto), che permette di giungere alle idee, forme astratte
oggetto della dialettica. La dialettica è all’apice della formazione filosofica (è la filosofia
stessa), rispetto alla quale le altre forme di sapere sono preparatorie, è il vertice
dell’intelligibile che si raggiunge quando attraverso la ragione e l’intelligenza il filosofo giunge
alla conoscenza massima, all’ idea del Bene. Quindi il culmine della conoscenza è il Bene, è
il momento in cui l’uomo realizza pienamente la sua natura. Perciò colui che vuole elevarsi
al sapere filosofico deve possedere capacità fisiche (resistenza alla fatica, buona memoria,
carattere inflessibile) e intellettuali (virtù morali) come la risolutezza, il coraggio e la bellezza.
Il fine dell’educazione è la figura del sapiente, il filosofo è colui che sa (possiede capacità di
applicazione, ma coglie la dimensione teorica). All’immagine del sapiente si deve associare
un tratto ludico. Fino dalla giovane età (momento in cui si ha la più grande capacità di
apprendimento) bisogna mettere in pratica l’educazione come gioco. L’educazione ha come
scopo ultimo il sapere e quindi la libertà, il sapere deve condurre alla conoscenza del Bene,
il sapere non lo si può imporre, ma bisogna utilizzare metodi giocosi, bisogna insegnare il
modo in cui il sapere è trasmesso, soltanto il questo modo si educa alla libertà. L’educazione
è libera se proposta, vissuta e scelta senza costrizione (anche attraverso altri metodi, come
il gioco).
SENECA
Seneca intende l’educazione come pratica volta alla cura di sé, come un esercizio volto allo
stare bene, che coinvolge soprattutto lo spirito, la conoscenza della filosofia per Seneca ha
un valore terapeutico. La filosofia è una conoscenza che ha senso se ha come scopo ed
effetto il benessere e se ha un effetto terapeutico. Per Seneca la filosofia è saggezza, cioè
capacità di vivere con moderazione, secondo giustizia e virtù, quindi ha effetti pratici, cioè
guida le azioni e i comportamenti. Per questo lo studio delle arti liberali, che costituiscono il
curriculum del sapiente secondo Platone, è inutile se non aiuta a sviluppare la virtù (che si
può apprendere senza gli studi liberali). L’immagine dell’educazione per Seneca non è
quella del curriculum di studi scandito dalla sua graduale e crescente difficoltà intellettuale,
cioè dal crescente livello di astrazione. Per Seneca la formazione è un esercizio di vita che
ha per fine il benessere che si può attingere in qualsiasi momento dell’esistenza, imparando
nelle occasioni più disparate (anche durante una passeggiata). Seneca attribuisce
importanza al rapporto educativo, che deve essere di tipo colloquiale e paritetico, nelle sue
lettere ricostruisce il dialogo socratico (per Platone è il modello educativo per eccellenza, ma
egli coglie l’aspetto intellettuale, per lui il dialogo è volto alla conoscenza della verità), per lui
è molto importante il rapporto umano, in cui gli interlocutori si confrontano in amicizia per
una crescita comune. Il confronto onesto diventa una medicina, che dà sollievo all’anima e
poi al corpo. Per Seneca gli studi furono la sua salvezza e la sua guarigione, anche
soprattutto grazie all'aiuto degli amici e al loro sostegno. Quindi il confronto è
importantissimo, secondo Seneca dovremmo vivere come se fossimo sempre in presenza di
qualcuno e pensare come se qualcuno potesse guardarci dentro. La vera educazione, che
porta alla crescita umana e spirituale si realizza con l'incontro con gli altri, un rapporto
reciproco. L’educazione mira alla cura di sé, la persona colta non è il sapiente, ma il saggio,
colui che vive facendo attenzione al proprio benessere fisico e spirituale, la conoscenza ha
senso se aiuta a vivere bene, secondo un’immagine terepeutica della filosofia; l’educazione
è esercizio e confronto costante con gli altri.
UNA QUESTIONE APERTA…
Platone e Seneca accentuano due aspetti che si trovano già entrambi nell’insegnamento di
Socrate: quello etico e quello intellettuale, essi si fondono e sono complementari. Nelle
riflessioni di Platone (mito della caverna) compare una questione radicale, il fatto che la
cultura e l’educazione non hanno una valore meramente strumentale. Anche Socrate
(maieutica) lo aveva negato, infatti il sapere non viene introdotto dall’esterno, ma tirato fuori
dall’interiorità dell’interlocutore. Dunque ciò implica che l’educazione non è solo un
addestramento a svolgere determinate funzioni, ma un liberare delle potenzialità.

LA CONCEZIONE PLATONICA DELL’ARTE


Platone esclude l’arte dall’educazione dei filosofi per tre motivi:
● metafisico-gnoseologico: sostiene che l’arte sia l’imitazione dell’imitazione (terzo
grado di lontananza dal vero), in quanto riproduce l’immagine di cose e di eventi
naturali, che sono a loro volta riproduzione delle idee. L’arte tende ad incatenare
l’anima, è una realtà inferiore, una buia caverna dalla quale l’uomo deve uscire.
Inoltre possiede il valore conoscitivo più basso (è ancorata a bassi livelli di
conoscenza), risulta completamente distante dalla misurazione matematica (che
consente di allontanarsi dalle percezioni soggettive e di accostarsi all’ambito della
verità). La musica invece è inserita nel programma educativo dei governanti per i
suoi aspetti matematici e morali, alcune forme di musica infatti educano alla fortezza
e al coraggio
● pedagogico-politico: sostiene che può corrompere gli animi, in quanto l’arte incatena
l’animo alle passioni, dalle quali gli uomini si devono allontanare; infatti ne sono un
esempio le rappresentazioni di individui in preda a istinti bassi, volgari, incontrollati e
il mondo dominato dal fato, in cui gli uomini sono passivi spettatori di una realtà
immodificabile
● storico-culturale: l’arte trova la sua massima espressione nella poesia, che
rappresentava l’educazione giovanile nell’antica Grecia, in quanto il teatro e la poesia
rappresentavano le passioni dell’animo umano, che allontanavano i giovani dalla
visione platonica
I miti non sono visti come riproduzioni del mondo sensibile, anzi erano funzionali a
rappresentare alla mente contenuti di alto valore, al di là di ciò che è empirico. La condanna
platonica non si estende a tutta l’arte, ma agli usi impropri e distorti di essa o alle concezioni
erronee (sbagliate). Infatti non è da rifiutare se è espressione di verità e costituisce una via
d’accesso alle idee. Per Platone la bellezza è la forma esteriore della bontà, quindi ciò che è
bello è buono, quindi vero. Quindi il bene coincide con il bello, allora le idee sono perfette, il
vero è bello e buono, in questo senso la bellezza sensibile (esteriore, percepita attraverso i
sensi) aiuta a conoscere la bellezza superiore del mondo ideale (quindi la bontà, il bene e la
verità). Il bello non è qualcosa che procura piacere, ma le cose sono belle in virtù del loro
rapporto con l'idea del bello del mondo ideale, è un bello oggettivo. La bellezza delle cose
mondane (soggettiva e sensibile) si fonda sull’idea del bello ed è imitazione della bellezza
perfetta del mondo delle idee, ma è parziale, così Platone tenta di avvicinare l’anima alle
idee.

CONOSCERE E’ RICORDARE E INSEGNARE E’ AIUTARE A RICORDARE


Menone, un giovane colto e desideroso di imparare pone a Socrate delle domande di
carattere eristico (gli eristi erano coloro che credevano di sapere tutto): come si può cercare
di conoscere qualcosa che ignori? E se la imbrocchi come farai ad accorgerti che è proprio
quella che cercavi, se non la conoscevi? La risposta del padre richiama l’antico sapere
posseduto dai sacerdoti e poeti, espone un racconto a tratti mitico, a cui è necessario
ricorrere dal momento che l’argomento trattato supera le possibilità della nostra ragione. La
risposta di Socrate presenta l’esposizione di due dottrine di Platone: la prima è di tipo orfico-
pitagorico della metempsicosi, cioè della trasmigrazione delle anime, le quali sono immortali
e dopo la morte del corpo sono sottoposte a un ciclo continuo di rinascite che si protrae fino
all’espiazione delle loro colpe (infatti le anime si reincarnavano perché si erano comportate
male). Questa teoria è necessaria per introdurre la concezione della conoscenza come
reminiscenza. Apprendere e conoscere significa ricordare qualcosa che l’anima ha già
appreso nella sua vita ultraterrena e che giace, dimenticato nel profondo di essa. Il ricordo è
innescato da un elemento sensibile che funge da punto di partenza di un percorso, che si
snoda lungo connessioni che legano tutti gli aspetti della natura e richiede impegno e
coraggio. L’insegnamento consiste nella proposta, da parte del maestro, di suggerimenti,
sollecitazioni e tracce di ricerca che sarà l’allievo a dover cogliere, muovendosi con
autonomia e spirito critico. Per Platone la conoscenza è un qualcosa di innato, che
possediamo dalla nascita e dobbiamo far riemergere. In seguito Socrate farà dimostrare a
un giovane servo di Menone, ignaro di matematica, il teorema di Pitagora: aiutato da
domande efficaci, il servo riuscirà nel compito, dimostrando che chiunque, adeguatamente
supportato, può giungere alla conoscenza di qualunque contenuto, che si trova già in lui e va
soltanto fatto riemergere.

L’ULTIMO PLATONE
I NUOVI PROBLEMI
Nei dialoghi della vecchiaia, che costituiscono la terza fase del pensiero platonico, il filosofo
approfondisce le proprie teorie, egli rivedendo le proprie dottrine ritorna a esiti nuovi, si
mette continuamente in discussione e ritorna sui suoi passi (eredità socratica). I problemi
riguardano il dualismo tra mondo immutabile delle idee e il mondo mutevole delle cose:
● come deve essere adeguatamente pensato il mondo delle idee? (Sofista, Teeteto,
Parmenide, si confronta con Parmenide)
● come va concepito il rapporto tra idee e le realtà naturali (cose, mondo sensibile)?
(Timeo)
Non c’è più la figura di Socrate perché Platone vuole dare una spiegazione plausibile della
sua impostazione filosofica.

ULTERIORI RIFLESSIONI SUL MONDO DELLE IDEE


IL TEETETO: LA CONOSCENZA E L’ERRORE
L’argomento affrontato è la conoscenza. All’inizio del dialogo il giovane Teeteto, in accordo
con Protagora e con gli eraclitei, sostiene che la conoscenza è sensazione (sofisti). Socrate
osserva che se si ammette che ciò che ognuno percepisce in un determinato momento è
vero, bisogna concludere che la verità è soggettiva e mutevole. Ma deve esistere un vero in
sé (oggettivo), che non dipenda dal giudizio di ogni singolo individuo, ma che rifletta le cose
secondo la loro essenza. In questo modo Platone si oppone al relativismo gnoseologico
sofistico. Il compito del filosofo è quello di cercare la verità in sé, distinta dalle percezioni
soggettive, dal cambiamento e dalla mutevolezza. Per dare un'adeguata definizione è
impossibile non rifarsi al mondo delle idee e basarsi esclusivamente alle percezioni
soggettive: la conoscenza sensibile ha dei limiti. La conoscenza sensibile non è vera
conoscenza, i sensi sono un mezzo, non sono ciò che conosce, ma ciò mediante cui l’anima
conosce, l’anima riceve dai sensi la materia sensibile, soggettiva, che riordina per giungere
ad affermazioni universali (oggettiva). La conoscenza è opinione vera, è la verità, in quanto
l’anima si serve della percezione sensibile, ne dà un giudizio e la filtra per giungere alla vera
conoscenza. Bisogna trovare una soluzione: trovare l’immutabile nella mutevolezza della
realtà. Il falso sembra coincidere con un errore nella coordinazione degli elementi, qual’è
l’origine di tale errore? La memoria umana ha dei limiti, infatti la conoscenza si serve del
ricordo, infatti conoscere significa collegare i dati sensibili, provenienti dalla realtà sensibile
con i dati passati. E’ possibile ricordare male e quindi compiere degli errori, la memoria ci
tradisce a volte. Arrivare alla conoscenza è un processo difficile, inoltre si possono
commettere anche degli errori. Il Teeteto si conclude con l’impossibilità di sapere che cosa
sia l’errore finché non si è chiarito in che cosa consista la conoscenza, cioè la verità. Nelle
altre opere, ovvero nel Parmenide e nel Sofista affronta il problema dell’errore, che lo
conduce al problema del non essere.

IL PARMENIDE: LA SFIDA DELLA CONCEZIONE ELEATICA DELL’ESSERE


Nel Parmenide il filosofo si interroga sulla teoria delle idee, rivedendone per bocca di
Parmenide alcune difficoltà. Innanzitutto si presenta il problema dell’unità e molteplicità.
Infatti l’idea (come sostanza) costituisce la sostanza comune e unitaria di tutte le cose, infatti
è diffusa in più oggetti, senza però risultare moltiplicata e quindi distrutta nella sua unità.
Inoltre, dalla stessa nozione di idea sembra scaturire la moltiplicazione all’infinito delle idee,
infatti se si ha un’idea ogni volta che si considera nella sua unità una molteplicità di oggetti,
si avrà un’idea quando si considera la totalità degli oggetti più la loro idea: questa ulteriore
idea sarà il terzo uomo, che considerata a sua volta con gli oggetti e con l’idea precedente,
darà luogo ad un’altra idea, il quarto uomo, e così via all’infinito. Questo è l’argomento del
terzo uomo (contrapposizione tra finito e infinito). Il problema fondamentale che emerge nel
Parmenide è il confronto-scontro con la logica parmenidea. Platone non vuole rinunciare alla
sua teoria, in quanto senza idee, ovvero senza un punto fermo mediante il quale si ordina la
molteplicità delle cose (modello di riferimento), non si potrebbe filosofare. Dunque Platone
rinuncia al principio eleatico. Infatti la teoria di Parmenide porterebbe alla fine della teoria di
Platone, in quanto l’inesistenza assoluta di ogni forma di non essere, non permetterebbe la
molteplicità delle idee e la possibilità di un loro rapporto reciproco, poiché ogni idea non è
l’altra, porterebbe all'ammissione del non essere, non possibile per Parmenide, inoltre egli
aveva concluso che l’essere era unico, mentre le idee sono tante e molteplici.

IL SOFISTA: LA NUOVA CONCEZIONE DELL’ESSERE (tira le somme e si conclude con il


parmenicidio)
Per spiegare come possano esistere più idee e come possano dialogare tra loro, Platone
elabora la teoria dei generi sommi dell’essere (delle idee, estendibili anche al mondo
naturale e umano), cioè gli attributi e le caratteristiche fondamentali delle idee, che sono
cinque: l’essere, l’identico, il diverso, la quiete e il movimento. Ogni idea è, esiste, quindi è
essere. Ogni idea è identica a se stessa, poi le idee non sono identiche tra loro, ma diverse,
altrimenti si avrebbe la fusione di tutte le idee in un'unica idea. Ogni idea è identica a sé, ma
distinta dalle altre, quindi diversa da queste, per cui ogni idea è diversa dalle altre. Per
Platone l’errore di Parmenide è stato confondere il diverso con il nulla. Quando usiamo la
parola non, non intendiamo alludere al nulla assoluto, ma ad un qualcosa che è diverso, un
niente relativo. L’unico modo in cui può esistere il non essere è quello dell’essere diverso,
che però non è il nulla assoluto, perché partecipa dell’essere, ma il nulla relativo. Platone
così definendo il non essere si sbarazza del nulla e del non essere parmenideo, quindi
anche della non esistenza della molteplicità. Il filosofo supera il problema dell’errore. Per gli
eristi non esisteva l’errore, perché significava dire il nulla, che come dice Parmenide non è,
quindi non è dicibile. Platone ribatte che l’errore non consiste nel pronunciare il nulla, ma nel
dire le cose in modo diverso da come effettivamente stanno. In questo modo Platone
giustifica anche la pluralità delle idee (molteplicità). Poi ogni idea può starsene in sé (quiete)
oppure entrare in comunicazione con le altre (movimento). Platone immagina una struttura
del mondo complessa e ramificata, la immagina come un fiore, il cui nucleo è costituito da
un'idea e i petali sono i generi sommi. Platone vuole ridefinire il concetto di essere (lo aveva
definito con le idee nella seconda fase del suo pensiero). Cerca una definizione più generale
e universale, Platone perviene alla tesi secondo cui l'essere è possibilità. Poi sottintende al
concetto di essere quello di relazione: tutto ciò che è capace di entrare in un campo di
relazione qualsiasi è essere. Questa definizione dell’essere in termini di possibilità-relazione
è una generalizzazione della seconda fase del suo pensiero, è l'antecedente dell'ontologia
aristotelica, ed è estendibile anche all’uomo e alle cose naturali oltre che alla natura. In
Parmenide l’essere è omogeneo (sempre identico a se stesso), unico, immobile, è
ontologicamente perfetto, immutabile e chiuso in sé, pertanto è in modo assoluto e non può
non essere. Nell’ultimo Platone l’essere è eterogeneo, poiché ogni idea è identica a se
stessa, ma diversa da tutte le altre, molteplice, come molteplici sono le idee, mobile, poiché
le idee sono in sé stesse immobili, ma mobili in relazione alle altre, quindi è possibilità di
entrare in relazione (di agire e subire), pertanto è in senso assoluto, ma può non essere, nel
senso di essere diverso.

LA DIALETTICA
Per Platone la dialettica, ovvero la suprema scienza delle idee (la filosofia), consiste nello
stabilire la mappa delle relazioni tra le idee. Nei dialoghi giovanili la dialettica era dialogo,
negli scritti successivi diventa da arte del discorso (sofisti) scienza dialettica. A Platone la
dialettica socratica appare fragile e inconcludente:
● è una dialettica aperta: per Socrate non si finisce mai di discutere e l’accordo tra i
dialoganti concerne l’opinabile, non è una verità fissa, immutabile
● è una dialettica negativa: sottoposte all’esame di Socrate, tutte le definizioni proposte
dagli interlocutori appaiono insufficienti, si giunge solamente a negazioni e non si
ottiene la soluzione al problema iniziale

Platone vuole giungere a una dialettica che sia scienza della verità, non confutazione degli
errori, che porti alla costruzione di un sapere vero e solido, non solo distruzione di opinioni
false. Vuole passare da una dialettica soggettiva e confutativa a una dialettica oggettiva e
costruttiva, dalla dialettica-dialogo (che fonda la verità sul consenso) alla dialettica scienza
(che fonda ogni dialogo sulla verità). Nella Repubblica il filosofo, è colui che sa (perché ha
visto, ha compiuto un grande viaggio, è arrivato a conoscere il mondo delle idee), e quindi
può interrogare, dialogare e insegnare. Da arte del dialogo la dialettica diventa scienza delle
idee, conoscenza di ciò che è stabile, eterno e indiscutibile.
IL METODO DIALETTICO
La dialettica, in quanto scienza ha un metodo specifico, fatto di due momenti distinti:
● momento ascensivo (perché si sale dal molteplice all’idea): momento di unificazione
del molteplice sensibile all’idea, si tratta di abbracciare in uno sguardo d’insieme ad
un’unica idea ciò che è molteplice e disseminato
● discensivo: percorso inverso, parte da un’idea generale e procede nella sua divisione
nelle idee particolari che la compongono, ripercorrendo la trama che le lega tra loro.
Questo procedimento, detto diairetico, si basa sul presupposto che le idee possano
comunicare tra loro, ma anche non comunicare.
Se tutte le idee comunicassero tra loro, ogni discorso sarebbe vero e non avrebbe senso la
dialettica, volta a fissare quali idee comunichino e quali no, quindi quali discorsi siano veri e
quali falsi. Se nessuna idea comunicasse con le altre, l’unico discorso possibile sarebbe
quello tautologico (discorso che dice la stessa cosa). Escluse queste tesi a Platone resta
solo la tesi intermedia: alcune idee sono combinabili tra loro e altre non lo sono, su cui si
fonda il metodo diairetico. Pensare in modo dialettico significa unificare e distinguere le idee
rispetto ad altre idee, la dialettica determina quali idee si connettono e quali no. La tecnica
diairetica consiste nel definire un’idea mediante successive diversificazioni, attraverso un
processo dicotomico, che divide ogni idea, finchè non giunge ad un’idea non ulteriormente
divisibile, che definisce il concetto iniziale. Questo processo permette di definire un concetto
nel modo più semplice e preciso possibile. La dialettica serve per mettere in relazione le
idee tra loro e a dare delle definizioni più generali (non riguardano realtà specifiche del
mondo sensibile), partendo dall’ambito della conoscenza reale; il processo dialettico può
cambiare. Il procedimento dicotomico arriva a un’idea non ulteriormente divisibile (non ha a
che fare con il mondo empirico). Dunque il procedimento giunge ad una definizione, che
non è l’unica possibile, infatti scegliendo altre identificazioni iniziali si possono costruire altre
mappe dicotomiche e quindi giungere a differenti definizioni. Sommando varie definizioni
trovate si può raggiungere una migliore comprensione dell’idea studiata.
LA NATURA DIALETTICA DELL’ESSERE
Platone identifica la dialettica del discorso con la dialettica dell’essere. L’essere è in vita, in
movimento, ha una propria dialettica. Il dialogo è la dialettica del pensiero che esprime la
dialettica dell’essere. L’essere è un organismo dialettico dotato di dinamicità e vita. La forza
della dialettica non sta nella mobilità del dialogo o nella mobilità del logos che mette in
movimento le idee, ma nell’essere stesso, che con il proprio movimento, rende possibile il
movimento del pensare e del parlare. (libro)

IL DELUDENTE INCONTRO CON LA POLITICA (lettera VII)


Nella lettera VII sono esposti i motivi che indussero Platone a preferire la filosofia alla
carriera politica. A seguito della guerra del Peloponneso, nella quale Atene fu sconfitta da
Sparta, ebbe inizio il governo oligarchico dei trenta tiranni, la città era amministrata anche da
magistrati, in tutto i nuovi reggitori dello stato erano cinquantuno. Platone viene invitato a
prendere parte alla vita politica da parte di parenti. Egli si aspettava che i nuovi governanti
reggessero la città secondo giustizia e seguiva con attenzione le loro scelte politiche, ma in
breve tempo si rese conto che il vecchio governo democratico era decisamente migliore del
nuovo regime aristocratico. In particolare, ciò che indignò il filosofo fu la strategia utilizzata
dai Trenta, i quali, allo scopo di consolidare il proprio regime, cercavano di coinvolgere i
privati cittadini nelle loro azioni criminali, in modo da procurarsi dei nuovi sostenitori. Uno di
questi tentativi fu messo in atto anche con Socrate. Poco dopo cadde il governo dei Trenta,
in seguito i democratici tornarono al potere e di nuovo Platone fu preso dal desiderio di
dedicarsi alla politica. Erano governanti moderati, ma si resero responsabili di gravi fatti, che
condizionarono la vita di Platone: il processo e la condanna a morte di Socrate, accusato di
empietà, cioè di non credere agli dei della città, oltre che di corrompere i giovani e di aver
introdotto nuove divinità. Profondamente colpito dall’ingiusta condanna del maestro, Platone
si rese conto del fatto che la disonestà di quanti partecipavano alla politica e la dissoluzione
delle leggi e dei costumi non erano fatti isolati, ma una condizione generale della società di
Atene. L’amministrazione dello stato non era più onesta e non era possibile fare nulla senza
amici e compagni fidati, osservando tutto ciò si allontanò dalla vita politica. Platone
aspettava il momento opportuni per un intervento risolutivo, ma alla fine dovette prendere
coscienza del fatto che tutte le città erano mal governate. Solo una retta filosofia avrebbe
potuto contrastare il declino, indicando ciò che era giusto per la vita dell’individuo e per la
città e perseguendo la giustizia. Alla fine giunge per affermare che i politici devono essere
veri filosofi o affiancati da filosofi. La formazione filosofica dei governanti era la chiave
risolutiva e migliorativa della società. Platone abbandona l’idea della carriera politica per
dedicarsi alla filosofia per redimere e migliorare gli uomini.

IL FILEBO: IL BENE PER L’UOMO (che cos’è il bene per l’uomo? come l’uomo raggiunge la
felicità?)
Nella Repubblica aveva concepito il bene come l’oggetto supremo del pensiero, l’idea delle
idee, l’aveva posto al sommo della gerarchia delle idee e l’aveva paragonato al sole, in
quanto rende conoscibili le idee (nel mondo fenomenico rende conoscibili le cose). Nel
Filebo affronta il problema del bene per l’uomo, non del bene in sé. La vita umana non è nè
divina, cioè fatta di puro ragionamento, nè puramente animale, cioè fondata esclusivamente
sul piacere. Il bene è un misto tra piacere e conoscenza, quindi la vita umana è un misto tra
la ricerca del piacere e l’esercizio dell’intelligenza, tutto sta nel trovare la giusta forma, la
giusta proporzione, in cui si mescolano il piacere e l’intelligenza per costituire una vita
virtuosa. Per Platone il bene è misura, il bene sta nel trovare il giusto equilibrio, la giusta
proporzione tra piacere e intelligenza. Il piacere è qualcosa di illimitato, è la ricerca di ciò che
fa stare bene, al quale bisogna imporre un ordine, una misura, un limite; dunque il piacere
deve essere “limitato” e mediato dall’intelligenza, che trasforma ciò che è illimitato in una
proporzione numerica. Quindi della vita umana fa parte l’intelligenza, causa dell’ordine e
della misura e il piacere, disciplinato dal limite, dall’intelligenza. Dunque il bene è una via di
mezzo, deve essere usato con l’intelligenza, ricorda il mito della biga alata, dell’equilibrio tra
le anime, infatti tutte le anime hanno funzione e servono per trovare un equilibrio. Secondo
Platone l’uomo deve tendere a piaceri puri, che non dipendono dall’appagamento di un
bisogno, ma derivano dalla contemplazione disinteressata, cioè dalla conoscenza. La felicità
si raggiunge se la ragione soffoca l’aspetto istintivo, la felicità consiste nel trovare il giusto
equilibrio grazie alla ragione. La virtù (conoscenza) è scienza della misura, cioè consiste nel
distinguere il piacere dal non piacere (tramite la ragione), solo se si pone sotto il rigore della
ragione e dell’intelligenza la condotta umana si realizza il bene e la felicità (ciò è realizzabile
sulla via del numero e della misura).
IL TIMEO (cerca di ridurre il dualismo tra mondo delle idee e mondo delle cose alla luce di
una considerazione unitaria della realtà)
Approfondisce il problema cosmologico dell’origine e della formazione del mondo. Vuole
trovare una conciliazione tra mondo delle idee e mondo fenomenico.

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