19b.
L'epica rovesciata di Lucano
Lucano nacque a Cordova nel 39 d.C. A Roma frequentò insieme al coetaneo
Persio la scuola del filosofo stoico Anneo Cornuto e completò la sua
formazione ad Atene. Fu amico intimo di Nerone, dal quale fu incoronato poeta
nei ludi del 60 d.C., ma presto ne divenne nemico acerrimo per motivi di rivalità
poetica e per l’insofferenza di Lucano verso il crescente dispotismo
dell’imperatore.
Morì nel 65 – come suo zio Seneca filosofo – vittima della repressione che
Nerone scatenò contro la congiura di Pisone, della quale fu uno dei più convinti
promotori:
Svet., Vita Lucani Fino alla fine fu l’antesignano della congiura di Pisone. Vantava
apertamente la gloria degli uccisori di tiranni, minaccioso e fino a tal punto
intemperante, da promettere ai suoi più intimi la morte di Cesare.
Le opere
Di Lucano sono perduti un poema epico Iliacon sulla morte di Ettore e il riscatto
del cadavere; una tragedia lasciata incompiuta, Medea; una raccolta di liriche
d’occasione, le Silvae; un epillio dal titolo Orpheus; 14 libretti per pantomimi
(fabulae salticae).
Resta, incompleto, il poema Bellum civile o Pharsalia, che narra la guerra
civile tra Cesare e Pompeo culminata nella battaglia di Farsalo (48 a.C.). La
narrazione va dal passaggio del Rubicone all’arrivo di Cesare in Egitto e
s’interrompe al X libro con l’insurrezione di Alessandria contro il dittatore.
L’intento era di giungere fino alle idi di Marzo del 44 a.C.
Un'epica rovesciata La Pharsalia si presenta come il rovesciamento dell’epica
tradizionale in genere e dell’Eneide virgiliana in particolare. A parte l’assenza
dell’apparato mitologico e di quello divino tradizionale (l’ira di una divinità come
motore dell’azione, i concili degli dei, gli interventi delle divinità a favore di una
parte o dell’altra), è soprattutto atipico il tema trattato, antitetico rispetto all’epos
virgiliano e incompatibile con lo spirito dell’epica tradizionale: non già la
celebrazione di Roma e della sua gente, ma il racconto di una vicenda esiziale,
che segna la fine della libertà repubblicana e della grandezza romana. Non un
evento trionfale, ma una catastrofe di dimensioni cosmiche. Non un
monumento posto a celebrazione delle glorie della comunità in una fase
positiva di fondazione e di ascesa, bensì il racconto del tracollo e
dell’inarrestabile decadenza di Roma, la denuncia del sovvertimento dei valori
e della legalità, la descrizione di una guerra criminosa e scellerata che, come
nella tragedia greca, armava i fratelli contro i fratelli (si veda in particolare il
proemio, sotto riportato). Il tema stesso della lotta fratricida era tragico e –
come aveva affermato Aristotele (Poet. 14, 3) – estraneo ai codici del genere
epico di ascendenza omerico-virgiliana.
Un'anti-Eneide La confutazione del modello epico tradizionale, la distruzione
dei miti virgiliani e augustei sono esplicite e intenzionali, e si traducono nel
rovesciamento sistematico di situazioni o forme espressive virgiliane e
nell’impegno a palesare l’inganno nel quale l’Eneide consisterebbe. E questo
inganno starebbe nell’aver fornito legittimazioni mitiche e religiose al regime
imperiale nato sulle ceneri della legalità repubblicana. Di qui anche il rifiuto
della mitologia, uno degli ingredienti tipici del genere epico, alla quale Lucano
sostituisce una rigorosa documentazione storica – sulla scorta di Livio, Asinio
Pollione, Cesare – volta alla ricerca della verità. E in effetti la Pharsalia
rappresenta una delle fonti più attendibili per la ricostruzione della guerra civile.
Il capovolgimento del modello virgiliano si traduce in una singolare forma di
allusività consistente nella citazione in chiave antifrastica (cioè in forma di
contrasto) del testo dell’Eneide. Ne abbiamo riportati sotto due esempi: in uno
Lucano rovescia la profezia positiva fatta da Anchise ad Enea in una cupa
previsione di imminente rovina. Nell’altro, alla rappresentazione dell’eroe epico
virgiliano, giovane e vigoroso come una quercia, viene opposta l’immagine del
campione della nuova epica, incerto e vacillante.
Il nichilismo Dall’avvento della guerra civile tutto era caduto sotto il dominio di
una Fortuna capricciosa e malefica, tranne forse la virtù incorrotta dei martiri
della libertà, simboleggiati da Catone, la cui figura domina nel IX libro. Ma
anche gli eroi positivi come l’Uticense si realizzano solo, negativamente, nella
morte. Nel disperato nichilismo di Lucano, le vicende umane non sono
governate da un logos provvidenziale e divino – e ciò contrasta con la visione
stoica – ma da una Tyche cieca e invidiosa della grandezza di Roma (invida
fatorum series, I 70): «Di certo non abbiamo dei,/ il cieco Caso travolge le
generazioni;/ mentiamo dicendo che Giove esiste» (VII 445-447).
Com’è stato ben detto, la Pharsalia è il racconto di un crollo, un threnos
(lamento funebre) sulla morte di un mondo che sprofonda nel baratro,
avverando forse la previsione platonica e stoica della conflagrazione universale
conclusiva di un periodo cosmico. Il vero argomento della Pharsalia è la fine
del mondo. Le cause della caduta, che Lucano s’impegna a indagare (causas
tantarum expromere rerum), sono da ricercare nella brama di potere e di
ricchezze degli uomini, ma anche nell’inevitabile decadenza degli organismi
che hanno raggiunto un apice di maturità e rovinano sotto il peso della loro
stessa grandezza (in se magna ruunt, I 81) secondo una visione biologica della
storia, che abbiamo già incontrato in Seneca il Vecchio (il nonno di Lucano).
Così l’amor mortis, attribuito all’eroico centurione Sceva (VI 246), diviene
l’emblema dell’intero poema di Lucano. Amor mortis, dicevamo: cosa ben
divesa dall’amor fati predicato dallo stoicismo, che è serena accettazione di un
destino provvidenziale. Diversamente dallo stoico ortodosso, il Catone di
Lucano non solo non confida in una divinità razionale, ma imputa al destino,
rappresentato dagli dei, di volere la vittoria del male. Catone è contrapposto
agli dei, è lui il vero dio: Ecce parens verus patriae, dignissimus aris,/ Roma
tuis …/quem …/ nunc, olim, factura deum es (IX, 601ss.) «Ecco il vero padre
della patria, ben degno, o Roma, dei tuoi altari … che … ora e in futuro tu devi
far dio».
Lo stile ardens e concitatus Sul piano dello stile, la sublimità espressiva
costitutiva del genere epico, in assenza di contenuti nobili e positivi, si traduce
in eccesso, in gusto per il meraviglioso e lo spettacolare, più spesso per il
truculento, per le atmosfere lugubri, per le scene cariche di particolari macabri
e orripilanti, secondo un gusto presente anche nelle contemporanee tragedie di
Seneca. Frequente è il ricorso alle procedure dello stile patetico: largo impiego
di figure (soprattutto antitesi), discorsi diretti, frasi interrogative ed esclamative
come quella rivolta ai cittadini nel proemio (Quis furor, o cives, quae tanta
licentia ferri/ gentibus invisis Latium praebere cruorem!), apostrofi e interventi
del narratore in prima persona, monologhi ricchi di pathos, ampio uso di
enjambements che forzano la gabbia dell’esametro. Propria dello stile
drammatico è anche la prevalenza della paratassi, che frantuma il periodo in
brevi, concitate sententiae, come avviene nella prosa «moderna» di Seneca.
Ne risulta uno stile ardens et concitatus, come lo definì il retore Quintiliano,
cioè ricco di concitazione, teso e patetico, incline al manierismo e alla
concettosità, conforme al gusto per le declamazioni proprio del I secolo d.C.
Uno stile, che era il segno della ricerca di uno strumento espressivo adeguato
ai nuovi tempi nei quali, venuti meno i grandi valori e l’orgoglio collettivo per un
passato glorioso, non aveva più significato il genere epico, che quei valori e
quell’orgoglio sempre presuppone. Così la grandiosità dell’epos si muta in
dismisura e in volontà di stupire, come nella scena di necromanzia (riportata
sotto), dove la maga Eritto, richiesta di svelare il futuro a Sesto Pompeo,
costringe a profetare un cadavere, cui viene provvisoriamente restituita la vita.
Le immagini orrorose, contemplate con sguardo allucinato e morbosamente
attento al particolare raccapricciante, abbondano nel poema: dal corpo di un
soldato troncato in due da un arpione «il sange sprizza lentamente da tutte le
vene tranciate» (III 638); una lingua umana orrendamente recisa «palpita e con
movimento muto guizza nell’aria vuota» (II 181); nello scontro tra Mario e Silla
«il vincitore imbrattato di sangue strappò da un collo ignoto il capo mozzato,
vergognandosi di andare a mani vuote» (II 111-113).
La fortuna Già s’è accennato al giudizio di Quintiliano, che considera lo stile di
Lucano retorico e declamatorio, magis oratoribus quam poetis imitandus
(«degno d’essere imitato più dagli oratori che dai poeti», X 1, 90), non adatto
alla poesia. Ma il successo editoriale rendeva vana la questione orator an
poeta?, come afferma Lucano stesso in un epigramma di Marziale: «C’è chi
dice che non sono un poeta: ma il libraio che mi vende pensa di sì» (XIV 194).
Ammirato dagli autori cristiani, Agostino e Prudenzio in particolare, fu nel
Medioevo considerato maestro di stile tragico e posto da Dante tra i massimi
poeti del Limbo (insieme a Omero, Orazio, Ovidio, Virgilio). Il Catone dantesco
è in parte modellato su quello lucaneo. In età umanistico-rinascimentale
Lucano viene letto e imitato da Petrarca, da Poliziano, da Tasso. Influenza
sensibilmente il teatro shakespeariano e la produzione tragica di Corneille, che
dichiara di averlo imitato nella tragedia La mort de Pompée. L’esaltazione
dell’individualismo e il titanismo, l’impulso libertario, l’esaltazione del suicidio
come estrema sfida rivolta al destino avverso, il nichilismo, lo sdegnoso rifiuto
di ogni consolazione e di ogni provvidenzialismo, il gusto dell’orrido e delle
rovine erano tratti della poesia e della sensibilità di Lucano che non potevano
non risultare congeniali agli scrittori romantici: dall’Alfieri del Misogallo al
Leopardi della canzone Bruto Minore, dal Foscolo dei Sepolcri a Goethe,
Keats, Shelley, Hölderlin.
Anche il Decadentismo ammirerà la poesia della Pharsalia considerata il
simbolo di una latinità «argentea», dunque decadente. Il poema è amato da
Baudelaire e figura nella biblioteca dell’esteta Des Esseintes di À rebours di
Huysmans.
L’argomento del poema (I 1-32)
Riportiamo il proemio dell’opera, dove la condanna dei contendenti, Cesare e
Pompeo – che pure erano legati da vincoli di parentela (Pompeo aveva
sposato la figlia di Cesare), e ciò rendeva il conflitto peggiore di una guerra
civile (plus quam civilia, v. 1) – è espressa in un crescendo che accumula i
motivi dello sdegno:
Bella per Emathios plus quam civilia campos1,
iusque datum sceleri canimus, populumque potentem
in sua victrici conversum viscera dextra,
cognatasque acies, et rupto foedere regni2
certatum totis concussi viribus orbis
in commune nefas, infestisque obvia signis
signa, pares aquilas et pila minantia pilis.
Quis furor, o cives, quae tanta licentia ferri
gentibus invisis Latium praebere cruorem!
Cumque superba foret Babylon spolianda tropaeis
Ausoniis umbrasque erraret Crassus inulta3,
bella geri placuit nullos habitura triumphos?
Heu, quantum terrae potuit pelagique parari
hoc quem civiles hauserunt sanguine dextrae!
Unde venit Titan, et nox ubi sidera condit,
quaque dies medius flagrantibus aestuat horis,
et qua bruma rigens ac nescia vere remitti
astringit Scythico glacialem frigore pontum;
sub iuga iam Seres4, iam barbarus isset Araxes4,
et gens si qua iacet nascenti conscia Nilo.
1
Emathios … campos: la Macedonia, prossima alla Tessaglia, dove c’è Farsalo.
2
foedere regni: il patto del primo triumvirato, fra Cesare, Pompeo e Crasso.
3
Il riferimento è alla sconfitta di Carre che i Parti inflissero a Crasso, che vi rimase ucciso (53 a.C.).
4
Seres … Araxes: il primo è il nome di un popolo africano, il secondo di un fiume armeno.
Tunc, si tantus amor belli tibi, Roma, nefandi,
totum sub Latias leges cum miseris orbem,
in te verte manus; nondum tibi defuit hostis.
At nunc semirutis pendent quod moenia tectis
urbibus Italiae lapsisque ingentia muris
saxa iacent nulloque domus custode tenentur
rarus et antiquis habitator in urbibus errat,
horrida quod dumis multosque inarata per annos
Hesperia est desuntque manus poscentibus arvis,
non tu, Pyrrhe ferox, nec tantis cladibus auctor
Poenus erit; nulli penitus descendere ferro
contigit: alta sedent civilis volnera dextrae.
Canto guerre atroci più che civili sui campi dell’Emazia, la violenza fatta legge, il
popolo potente che contro le sue stesse viscere volse la destra vittoriosa, gli eserciti di
uno stesso sangue, la gara delle nefandezze a cui, rotto il patto su cui si fondava lo Stato,
si abbandonarono le forze del mondo sconvolto, levando ostilmente insegna contro
insegna, aquila contro aquila, arma minacciosa contro arma. Quale furore, o cittadini,
quale licenza sfrenata delle armi offrire il sangue dei Latini alle genti loro nemiche!
Mentre avreste dovuto ritogliere alla superba Babilonia i trofei ausoni, mentre ancora
invendicata si aggirava l’ombra di Crasso, avete dunque preferito scatenare guerre
non destinate a trionfo alcuno? Quante terre e quanto mare si potevano conquistare
con il sangue versato, ohimè, dalle destre dei fratelli, nei paesi ove sorge il Titano e la
notte nasconde le stelle, o nei paesi là, ove arde con le ore roventi il mezzogiorno, o
dove la bruma rigida, che neppure in primavera sa mitigarsi, stringe di freddo glaciale
il mare scitico! Già sarebbero passati sotto il nostro giogo i Seri e il barbaro Arasse e
il popolo, se pur c’è, che conosce le sorgenti del Nilo. E se tanto ardore di guerra
fratricida è in te, o Roma, allora solo, quando alla dominazione latina avrai sottomesso
il mondo intero, allora solo contro te stessa volgi le tue armi: finora non ti sono
mancati nemici esterni. Ecco invece, ora, nelle città d’Italia le mura delle case
diroccate minacciano di cadere, cumuli di macigni giacciono tra le pareti crollate, le
dimore non hanno più custodi a vigilarle, rari abitanti vagano per le città vetuste,
l’Esperia è irta di rovi e da anni non sente più l’aratro e i campi chiedono invano
braccia. Di tali rovine non tu, o fiero Pirro, né il Cartaginese, siete gli autori; nessuna
arma era mai riuscita a penetrare tanto a fondo: solo la destra dei fratelli apre ferite sì
profonde.
(Trad. L. Griffa)
Due profezie antitetiche
Ecco come Lucano ribalta la positiva profezia fatta da Anchise ad Enea:
all’ottimistica rassegna degli eroi e delle glorie venture di Roma si sostituisce la
previsione cupa dell’imminente rovina.
Hi tibi Nomentum et Gabios urbemque Fidenam,
hi Collatinas inponent montibus arces,
Pometios, Castrumque Inui, Bolamque Coramque.
Haec tum nomina erunt, nunc sunt sine nomine terrae.
Aen. VI 773 ss.
Per tua gloria fonderanno questi Nomento, Gabi,
la città di Fidene e sui monti le rocche collatine,
Pomezia, Castro d’Inuo, e Bola e Cora.
Questi saranno allora i loro nomi, ora sono terre innominate.
(Trad. M. Ramous)
Tunc omne Latinum
fabula nomen erit: Gabios Veiosque Coramque
pulvere vix tectae poterunt monstrare ruinae.
Phars. VII 391 ss.
Allora il nome latino
sarà una leggenda: le rovine coperte di polvere
potranno appena attestare Gabi, Veio, Cora.
(Trad. L. Canali)
L’eroe di Virgilio e l’eroe di Lucano a confronto
Diamo un altro esempio di ripresa antifrastica di Virgilio. Nel quarto libro
dell’Eneide, Enea si presenta come l’eroe epico tradizionale giovane e
vigoroso. Egli è irremovibile di fronte alle suppliche di Didone al pari di una
quercia dal fusto annoso, che resiste alle raffiche della tramontana stando
abbarbicata alle radici tenaci e profondamente infisse nella roccia (ipsa haeret
scopulis, Aen. IV 445). Invece nella Pharsalia Pompeo, l’ondivago e declinante
eroe della nuova epica rovesciata, è pure confrontato a una quercia con
evidente citazione del passo virgiliano, ma è un quercia instabile e vacillante
(nec iam validis radicibus haeret, Phars. I 138):
Sed nullis ille5 movetur
fletibus aut voces ullas tractabilis audit:
fata obstant placidasque viri deus obstruit auris.
Ac velut annosa validam cum robore quercum
Alpini Boreae nunc hinc nunc flatibus illinc
eruere inter se certant; it stridor et altae
consternunt terram concusso stipite frondes;
ipsa haeret scopulis et quantum vertice ad auras
aetherias, tantum radicem in Tartara tendit.
Aen. IV 437-446
Ma Enea al pianto non si piega,
non s’intenerisce e nemmeno ascolta le preghiere:
si oppone il fato; un dio lo rende sordo, imperturbabile.
E come, qua e là, con raffiche lottano fra loro
le tramontane alpine per abbattere una quercia vigorosa
dal fusto annoso; si leva un frastuono e tutto intorno
al tronco squassato si spargono dalla cima a terra le fronde,
e quella s’abbarbica alle rocce e quanto più svetta nella distesa
del cielo, tanto con le sue radici si protende verso il Tartaro.
(Trad. M. Ramous)
Nec coiere pares6. Alter7 vergentibus annis
in senium longoque togae tranquillior usu
dedidicit iam pace ducem famaeque petitor
multa dare in vulgus, totus popularibus auris
impelli, plausuque sui gaudere theatri
5
Cioè Enea.
6
Cesare e Pompeo.
7
Pompeo.
nec reparare novas vires, multumque priori
credere fortunae. Stat, magni nominis umbra,
qualis frugifero quercus sublimis in agro
exuvias veteris populi sacrataque gestans
dona ducum; nec iam validis radicibus haeret,
pondere fixa suo est, nudosque per aera ramos
effundens, trunco non frondibus efficit umbram.
Phars. I 129-157
Né si scontrarono alla pari: l’uno al declinare degli anni
in vecchiaia, meno impetuoso per il lungo uso della toga,
ha già disappreso nella pace la parte del condottiero, e assetato
di gloria, molto concedeva al volgo, si lasciava spingere
interamente dal favore popolare e si compiaceva degli applausi del suo teatro,
non preparava nuove forze e si affidava molto alla fortuna
passata. Si erge, ombra di un grande nome,
quale una quercia maestosa su un fertile terreno
adorna delle spoglie d’un popolo antico e delle sacre
offerte dei capi, non si abbarbica più con forti radici,
ristà nel suo peso effondendo nell’aria i nudi rami,
ombreggia soltanto con il tronco, e non con le fronde.
(Trad. L. Canali)
La nekyomantèia del VI libro della Pharsalia (695-770). In questa scena di
necromanzia la maga Eritto svela il futuro a Sesto Pompeo attraverso la
profezia resa da un cadavere, cui viene provvisoriamente restituita la vita. Si
tratta ancora una volta di un ribaltamento antifrastico dell’Eneide. La
nekyomantéia (o negromanzia) del VI libro della Pharsalia – che nel progetto
rimasto incompiuto probabilmente doveva occupare il centro del poema –
costituisce il pendant della discesa agli Inferi del VI libro del poema virgiliano.
In entrambi i casi si tratta di profezie, ma del tutto opposte: nell’Eneide Anchise
svela ad Enea la grandezza di Roma, nella Pharsalia è prevista la sua rovina.
Alla venerabile sacerdotessa di Apollo, la Sibilla cumana, si sostituisce
un’orrida maga, ai placidi Campi Elisi un abominevole antro di streghe.
«Eumenides Stygiumque nefas Poenaeque nocentum
et Chaos innumeros avidum confundere mundos
et rector terrae, quem longa in saecula torquet
mors dilata deum; Styx8, et, quos nulla meretur
Thessalis Elysios; caelum matremque perosa
Persephone, nostraeque Hecates pars ultima9, per quam
manibus et mihi sunt tacitae commercia linguae,
ianitor et sedis laxae, qui viscera saevo
spargis nostra cani10 repetitaque fila sorores
tracturae, tuque o flagrantis portitor11 undae,
iam lassate senex ad me redeuntibus umbris,
exaudite preces; si vos satis ore nefando
pollutoque voco, si numquam haec carmina fibris
humanis ieiuna cano, si pectora plena
saepe dedi, lavi calido prosecta cerebro,
si quisquis vestris caput extaque lancibus infans
inposuit victurus erat, parete precanti.
Non in Tartareo latitantem poscimus antro
adsuetamque diu tenebris, modo luce fugata
descendentem animam; primo pallentis hiatu
haeret adhuc Orci12, licet has exaudiat herbas,
ad manes ventura semel. Ducis omnia nato
Pompeiana canat nostri modo militis umbra,
si bene de vobis civilia bella merentur13».
Haec ubi fata caput spumantiaque ora levavit,
aspicit adstantem proiecti corporis umbram,
exanimes artus invisaque claustra timentem
carceris antiqui. Pavet ire in pectus apertum
visceraque et ruptas letali vulnere fibras.
8
Eumenides … Chaos … quem … Styx: le Eumenidi (dette anche Erinni) sono dee della vendetta. Il Caos è lo
stato primordiale della materia. Stige è un fiume infernale e il suo cruccio è di dover attendere la morte degli
dei. Dunque, anche gli dei sarebbero mortali e la loro morte è solo differita nel tempo.
9
nostraeque … ultima: Diana-Artemide si manifesta in forma triplice: come dea della caccia, come Luna e, col
nome di Ecate, come dea infernale.
10
saevo … cani: Cerbero, mostro con aspetto di cane posto a guardia dell’oltretomba.
11
sorores … portitor: le Parche, dee che filavano il filo della vita; il traghettatore è il nocchiero infernale
Caronte.
12
Orci: re degli Inferi (cioè Plutone), ma anche l’Oltretomba in genere.
13
si bene … merentur: il merito delle guerre civili, presso le divinità infernali, sta nel fatto che hanno causato
un grande afflusso di morti.
A miser, extremum cui mortis munus inique
eripitur, non posse mori14. Miratur Erictho
has fatis licuisse moras, irataque Morti
verberat inmotum vivo serpente cadaver,
perque cavas terrae, quas egit carmine, rimas
manibus15 inlatrat regnique silentia rumpit.
«Tisiphone vocisque meae secura Megaera16,
non agitis saevis Erebi per inane flagellis
infelicem animam? Iam vos ego nomine vero
eliciam Stygiasque canes in luce superna
destituam; per busta sequar per funera custos.
[…]
Protinus astrictus caluit cruor atraque fovit
vulnera et in venas extremaque membra cucurrit.
Percussae gelido trepidant sub pectore fibrae,
et nova desuetis subrepens vita medullis
miscetur morti. Tunc omnis palpitat artus,
tenduntur nervi; nec se tellure cadaver
paulatim per membra levat terraque repulsum est
erectumque semel. Distento lumina rictu
nudantur. Nondum facies viventis in illo,
iam morientis erat; remanet pallorque rigorque,
et stupet inlatus mundo. Sed murmure nullo
ora adstricta sonant: vox illi linguaque tantum
responsura datur. «Dic» inquit Thessala «magna,
quod iubeo, mercede mihi; nam vera locutum
inmunem toto mundi praestabimus aevo
artibus Haemoniis: tali tua membra sepulchro,
talibus exuram Stygio cum carmine silvis,
ut nullos cantata magos exaudiat umbra.
Sit tanti vixisse iterum: nec verba nec herbae
audebunt longae somnum tibi solvere Lethes
a me morte data.
14
nec posse mori: chi è morto non può più morire. Ma al soldato resuscitato è tolto anche questo diritto, infatti
dovrà morire di nuovo dopo la profezia.
15
manibus: i Manes, le anime dei morti.
16
Tisiphone … Megaera: due delle Furie infernali.
«O Eumenidi, vergogna dello Stige, castigo dei colpevoli,
o Caos bramoso di confondere innumerevoli mondi,
o Stige, signore della terra, che ti crucci per la morte differita
degli dèi, o Elisio che nessuna Tessala merita;
o Persefone che odi il cielo e la madre, o ultima
fase della nostra Ecate che dai a me e alle ombre
la facoltà di comunicare in silenzio, o custode del vasto
Inferno che getti le nostre viscere al crudele cane,
e voi, sorelle che filate gli stami della vita
per poi troncarli, o traghettatore dell’onda bollente,
vecchio ormai stancato dalle ombre che ritornano a me,
esaudite lo scongiuro: se v’invoco con voce abbastanza empia
e nefanda, se mai pronuncio incantesimi digiuna
di carni umane, se spesso vi ho offerto grembi fecondi,
se ho deterso con calde cervella membra tagliate,
se erano destinati a vivere tutti i fanciulli
di cui ho imbandito il capo e le viscere sui vostri piatti,
esauditemi. Non vi chiedo un’anima già sprofondata nel Tartaro,
e da tempo avvezza alle tenebre, ma una che ha appena lasciato
la luce e sta discendendo; è ancora ferma sulla soglia
del pallido Orco, e anche se obbedisca all’incantesimo
scenderà fra le ombre una volta sola. L’anima d’un soldato,
nostra da poco, predica i destini pompeiani al figlio
del condottiero, se le guerre civili meritano qualcosa da voi».
Dette queste parole solleva il capo del morto
disteso e la bocca schiumante, e ne vede l’anima eretta,
atterrita dalle membra esanimi e dalla chiostra dell’antico carcere.
Teme di dover rientrare nel petto squarciato,
nei visceri e nelle fibre lacerate da mortale ferita.
O sventurato, cui è sottratto iniquamente l’estremo privilegio
della morte, il poter morire. Erictho si stupisce
che ai fati si permettano tali indugi e, adirata con la Morte,
frusta il cadavere immoto con un vivo serpente,
attraverso fenditure della terra prodotte per incantesimo,
latra contro i Mani e rompe i silenzi del regno:
«Tisifone e Megera, sorde alla mia voce, con sferze
crudeli non cacciate attraverso il vuoto dell’Erebo
quest’anima disgraziata? Vi chiamerò con il vostro vero nome,
cagne dello Stige, quassù nell’aria superna,
e lì vi lascerò inseguendovi ostinata per tombe e sepolcri,
vi stanerò dai tumuli, vi scaccerò da tutte le urne.
[…]
Subito il sangue coagulato si scalda, ravviva le nere
ferite e scorre nelle vene fino all’estremità delle membra.
Trepidano le fibre percosse nel gelido petto,
e la nuova vita insinuandosi nelle midolla disavvezze
si mischia alla morte. Palpitano tutti gli arti,
si tendono i nervi. Il cadavere non si solleva lentamente
membro per membro, dalla terra, ma ne viene respinto
d’un colpo solo. Allentatesi le palpebre riappaiono
gli occhi. Non ha ancora l’aspetto di un vivo,
bensì d’un morente, permangono la rigidezza e il pallore,
è attonito al ritorno nel mondo. Ma ancora la bocca serrata
non risuona d’un murmure: ha riavuto la lingua e la voce
solo per rispondere: «Dimmi ciò che ti ordino»
esclama la Tessala «e ne avrai un grande compenso: se dici
il vero, t’affrancherò dai sortilegi emonii per tutta la durata
del mondo; brucerò le tue membra su un tale rogo
e con tale legna a formule stigie, che la tua ombra
non dovrà ascoltare più scongiuri di maghi.
Questo il premio della resurrezione: né parole, né erbe
– con la morte data da me – oseranno interrompere il sonno del tuo lungo Lete».
(Trad. L. Canali)
La preghiera della maga (vv. 695-718) rivolta alle Eumenidi (o Erinni, spiriti
della vendetta) e alle altre divinità infernali esemplifica assai bene il gusto
dell’horror di Lucano. Abbondano i particolari macabri e orripilanti, in particolare
nei versi (706 ss.) nei quali Eritto enumera i suoi nefandi riti. Segue la richiesta
empia e contraria a ogni diritto umano e divino di potere resuscitare l’anima di
un soldato morto di recente, perché predìca i destini di Pompeo al figlio del
condottiero (712-718). Di grande efficacia sono le immagini dell’anima
recalcitrante, che teme di dovere rientrare nel corpo straziato (721-722) e
quella del faticoso ritorno in vita del cadavere (750 ss.).