Clionet.
Per un senso del tempo e dei luoghi
Numero 1, anno 2017
Dossier: Beat e punk fra underground
e controcultura (Milano, anni ’60-’80)
ISSN: 2533-0977
NICOLA DEL CORNO
DAI BEAT AI PUNK.
DIECI ANNI DI CONTROCULTURA A MILANO
(1967-1977)
Nel presentare la voluminosa raccolta – si tratta di un libro di 900 pagine – di materiale
inerente a vent’anni (da metà degli anni ’60 a metà degli ’80) di storia delle controculture
nel nostro paese, Ignazio Maria Gallino ha giustamente notato come «dopo questa enorme
e profonda esperienza collettiva, niente può essere più considerato uguale a prima». Beat,
hippies, situazionisti, indiani metropolitani, “renudisti”, punk sono infatti stati protagonisti
di una «lunga primavera» a suo modo incisiva sulla società italiana che merita nuove
suggestioni e rimeditare su contenuti e metodologie, spesso sovversive, dell’underground
90
italiano1. Ebbe a notare Primo Moroni nel 1984 come la componente della cultura
underground rimase «una costante» nei movimenti giovanili degli anni Settanta; tale
controcultura anche quando andò ad incontrarsi inevitabilmente con la “cultura” dei
movimenti politici, maggiormente strutturati da un punto di vista ideologico, riuscì infatti
2
. In questo saggio, che non ha
certo pretese di esaustività, ci si propone allora di tratteggiare per sommi capi la storia di
un decennio di controcultura milanese tramite la segnalazione di molteplici esperienze di
vario spessore e diffusione – peraltro tutte meritevoli di ulteriori studi e approfondimenti –
con una particolare attenzione a vie e piazze per creare una mappatura dei luoghi d’incontro
controculturale nella metropoli milanese3. Ne è emerso così un primo quadro d’assieme
del panorama underground di Milano, la città italiana dove furono probabilmente più
incisivi quantitativamente e qualitativamente tali movimenti, nella convinzione che ci sia
dei Circoli del proletariato giovanile e altre manifestazioni ancora.
1. I beat e il ’68
richiesto da parte dell’opinione pubblica moderata milanese, “Corriere della sera” in testa,
che mal tollerava l’instaurarsi di una «New Barbonia city» – per riprendere un articolo del
quotidiano milanese4 – alle porte della metropoli, campeggio presto divenuto – secondo
questa volta le parole del prefetto – «ricettacolo di elementi oziosi e vagabondi»5. Poco
servì il fatto che i beat milanesi – «capelloni» e «sbarbine» secondo una certa stampa6 –
1
Ignazio Maria Gallino (a cura di), 1965-1985 Venti anni di contocultura. Frammenti storici dell’underground
italiana, Milano, Ignazio Maria Gallino editore, 2016; i due passi citati si trovano nel risvolto di copertina. Questo libro
è ovviamente imprescindibile per chiunque voglia affrontare le controculture italiane e qui citato, per così dire, “una
volta per tutte”; via via nelle note seguenti saranno segnalati altri studi e saggi relativi ai temi affrontati nel saggio.
2
Primo Moroni, Il movimento beat e i suoi giornali, in “Gli anni affollati”, 1984; ora in Gallino (a cura di), 1965-
1985 Venti anni di contocultura, cit., p. 35.
3
Milano alternativa. Frammenti di controcittà, Milano, SugarCo, 1975.
4
«La si potrebbe chiamare, tanto per usare quel loro gergo infarcito di americanismi, “New Barbonia”: è una
Un villaggio di capelloni sulle rive del Vetabbia, in “Il Corriere della
le chimeriche visioni di vita facile, con conseguenze quasi sempre amarissime», Incursione di genitori disperati tra i
capelloni di “Nuova Barbonia”, in “Il Corriere della Sera”, 24 maggio 1967, p. 8; in un altro articolo, il giorno prima
dello sgombero in occasione di un primo scontro con la polizia si riportava come fosse frequentato da «capelloni,
neoninfette, provos e diseredati del genere», e si paragonava la reazione dei beat milanesi alla perquisizione delle forze
dell’ordine a quella «brutale e pericolosa dei mods e dei rockers inglesi», Furibonda battaglia tra polizia e capelloni
stanati dal villaggio beat di Nuova Barbonia, in “Corriere della Sera”, 11 giugno 1967, p. 8.
5
Citato in Guido Crainz, Il paese mancato: dal miracolo economico agli anni Ottanta p. 195.
6
Guido Pfeiffer, Ho vissuto con capelloni e sbarbine in una tenda di Barbonia City, in “La Notte”, 30 maggio 1967,
p. 6; secondo l’autore dell’articolo il campeggio beat era frequentato da «questi giovani strani e queste libere, sfrenate
ragazzine scappate di casa».
91
31 agosto ’67; l’azione della polizia fu inesorabile, quanto spettacolare: 79 arresti, circa
200 fogli di via e soprattutto per disinfestare la zona furono usati, secondo le cronache
un sottotitolo sempre del “Corriere”)7, si può dire che terminò anche l’esperienza beat
milanese8
furono il numero 0 e il 00) della rivista “Mondo beat” per l’editore Feltrinelli determinò
una spaccatura all’interno del movimento, con alcuni “scissionisti” che risposero a tale
iniziativa, considerata poco underground e molto mainstream, con la pubblicazione di
un foglio alternativo (che cambiava nome ogni volta per sfuggire alle normative sulla
stampa e all’obbligo del direttore responsabile usando la dizione «numero zero in attesa
di autorizzazione»)9 denominato in successione “Urlo beat”, “Grido beat”, “Urlo Grido
Beat”, “Parentesi beat”. Con il ’68 alle porte, iniziò un vero proprio esodo all’interno del
movimento beat, con alcuni dei suoi esponenti che partirono per l’Oriente (soprattutto
India e Afghanistan)10, mentre altri preferirono allontanarsi da Milano per dar vita a
comuni in campagna, e particolarmente nota fu quella di Ovada11.
I primi beat, di estrazione sociale per lo più proletaria, erano comparsi a Milano alla metà
degli anni ’6012, ritrovandosi dalle parti di piazzale Brescia per muovere successivamente
estere “la Cava” – che divenne da subito il punto di riferimento del movimento italiano.
I beat si legarono ai cosiddetti provos milanesi – i situazionisti dell’“Onda verde”13
risultarono quella antimilitarista del 4 novembre ’66, quella del 27 novembre ’66 contro i
fogli di via, e quella del 6 maggio ’67 durante la quale vennero trascinate per il centro di
Nelle manifestazioni beat e provos s’intrecciavano tematiche esistenziali provenienti dal
modello americano degli hippies a concrete battaglie politiche a favore di maggiori diritti
civili; l’obiettivo non era certamente quello, per così dire, di prendere il potere, quanto
quello di combattere con le armi underground della provocazione e della non violenza la
7
Raso al suolo dalla polizia il villaggio “beat” di Nuova Barbonia, in “Il Corriere della Sera”, 13 giugno 1967, p. 8.
8
Silvia Casilio, Una generazione d’emergenza. L’Italia della controcultura (1965-1969), Firenze, Le Monnier, 2013,
p. 118.
9
Nanni Balestrini, Primo Moroni, L’orda d’oro 1968-1977. La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed
esistenziale, Milano, Feltrinelli, quinta edizione riveduta, 2008, p. 101.
10
Underground italiana.
Gli anni gioiosamente ribelli della controcultura, Milano, ShaKe, 2011.
11
Gruppo e famiglia Il secolo dei giovani. Le nuove
generazioni e la storia del Novecento
12
I viaggi di
Mel, Milano, ShaKe, 2004.
13
Beat italiano dai capelloni a Bandiera Gialla
92
società tradizionale14.
Il movimento beat milanese diede vita ad un’interessante proliferazione di testate
underground, fra le quali si distinsero, oltre al già citato “Mondo Beat”, “Pianeta
Fresco” e “S”. Fra i 3 giornali, “Mondo beat” fu il foglio più politico15; nelle sue
pagine si ritrovano alcuni temi portanti delle future proteste sessantottine e degli anni
il diritto al divorzio, all’aborto, alla pillola in un contesto di generale critica alla politica
tradizionale – anche quella dei partiti di sinistra – ed una esaltazione della vita in comune
educazione tradizionalmente intesi16. Inoltre inizia già ad emergere quella passione per
del decennio successivo. “Pianeta fresco” – nato per iniziativa della ‘madrina’ del beat
italiano, ossia Fernanda Pivano (direttrice «responsabile» della rivista, mentre direttore
«irresponsabile» risultava Allen Ginsberg), e il cui primo numero uscì nel dicembre del
’67 – si distinse da “Mondo beat” per un tono sicuramente più intellettuale affrontando
tematiche proprie dell’underground americano quali la possibilità e la libertà di poter
espandere la propria conoscenza tramite l’uso di sostante psicoattive, e un più esplicito
sparivano quei concreti problemi esistenziali presenti invece su “Mondo beat”, quali la
fuga da casa, la repressione da parte del sistema, il bisogno di socializzazioni alternative,
apprese tramite viaggi allucinogeni. Si abbandonava la materialità della strada dove si
era formato il movimento beat, per concentrarsi su happening e readings dove si venne a
creare, sia pure in forma elitaria, una originale intellettualità underground17. In maniera
simile, anche la situazionista “S”, il cui primo numero vide la luce nell’ottobre 1967,
fece fare un salto di qualità da un punto di vista culturale al movimento underground
non solo milanese, visto che fu diffuso anche in altre città italiane; nelle sue pagine,
protestatarie già comparse su “Mondo beat”, ma ora presentate secondo una prospettiva
sicuramente meno elementarmente schematica; tale era ad esempio l’appello ad un’opera
di deculturizzazione per difendersi dalla Cultura imposta dal sistema, tramite giochi di
parole, ambiguità fra accaduto e immaginato, détournement di passata consuetudine
14
Si veda soprattutto Matteo Guarnaccia, Beat e Mondo Beat. Chi sono i beats, i provos, i capelloni
alternativa, 2005.
15
I capelloni. Mondo beat, 1966-
1967. Storia, immagini, documenti
Capelloni & ninfette: Mondo beat, 1966-1967: storia, immagini, documenti
Milano, Costa & Nolan, 2008.
16
Questi motivi di dissenso e di malessere da parte dei giovani nei confronti della società di allora si possono leggere
anche in Sandro Mayer (a cura di), Lettere dei capelloni italiani, Milano, Longanesi, 1968.
17
Così Fernanda Pivano, nel 1976, ebbe modo di ricordare la breve ma seminale esperienza della sua rivista: «la
repressioni e di eccidi evitati se il capitale fosse stato evitato, con l’immagine di un mondo pulito, di gente pulita, di
consapevolezze pulite. “Pianeta fresco” fu questo e peggio per i pochi di noi che in quella speranza/sogno/utopia hanno
creduto», C’era una volta un beat. 10 anni di ricerca alternativa, Milano, Frassinelli, 2003, p. 118 (prima ed. 1976).
93
dadaista18.
Sempre per quello che riguarda l’attenzione della scena underground milanese all’uso di
5 per iniziativa di Ignazio Maria Gallino e Guido Blumir, sull’esempio dell’esperienza
19
un laboratorio di produzione psichedelica rivolto a varie arti, particolarmente attivo nei
della percezione, dilatazione, sinestetiche, cinema. Chi vuole trovare le chiavi per alleggerire il
cemento armato della cultura europea? E realizzare in modo stroboscopico un programma che
comprenderebbe mostre, sequenze musicali, teatro, cinema visionario20.
Legato all’esperienza del SIMA fu anche la creazione dello IAP (International Alternative
distribuzione della stampa underground altrimenti destinata a scarsa, se non nulla,
visibilità.
Una certa continuità fra beat e contestazione sessantottesca è stata più volte messo in
origini del movimento», notando come punti di contatto soprattutto la critica alla società
21
, o da Peppino Ortoleva quando afferma
che, a livello americano ed europeo, «è ovvia la continuità fra linguaggio e stili di vita
“underground” con atteggiamenti ribellistici del movimento del ’68»22. L’underground
beat servì sicuramente a creare quell’humus dove crebbe fertile il movimento di protesta
studentesco; se sono evidenti queste continuità – nell’abbigliamento, nella scelta dello
stile di vita, nella critica alla società consumistica – non sono meno evidenti le rotture23:
il ’68 fu un movimento di massa e politicizzato, che non disdegnava la violenza – sia
pure spesso in chiave difensiva – e non più una ridotta “banda di capelloni”, quale era
il movimento beat dedito alla semplice pratica dimostrativa della provocazione e dello
scandalo, tenendosi sempre lontano da qualsiasi pratica di violenza24. Concretamente
18
Pablo Echarruen, Claudia Salaris, Controcultura in Italia 1966-1977. Viaggio nell’underground
19
Sull’esperienza britannica di Release La cultura underground, Bologna, Odoya, 2009, pp.
20
Citato in Echarruen, Salaris, Controcultura in Italia 1966-1977, cit., p. 141.
21
Il sessantotto italiano Il sessantotto, Bologna, il Mulino,
2003, p. 172.
22
Peppino Ortoleva, Saggio sui movimenti del 1968 in Europa e in America
23
di un periodo e l’inizio di uno nuovo», Anni sessanta comincia la danza. Giovani, capelloni, studenti ed estremisti negli
anni della contestazione, Pisa, BFS, 2002, p. 170.
24
Casilio, Una generazione d’emergenza
94
l’anno successivo, nel novembre del ’68, l’ex Hotel Commercio di piazza Fontana, in
dello studente e del lavoratore, primo esempio di occupazioni di luoghi abbandonati,
o comunque disabitati, che caratterizzeranno gli anni Settanta25. Questo equilibrio fra
continuità e rottura nel passaggio tra il movimento underground e quello sessantottino fu
per costituire il suo paradigma, così il movimento studentesco si era abbeverato alle fonti
26
.
chiari:
del borghese a loro perché di rimando dicevamo che volevano instaurare un regime altrettanto
autoritario e altrettanto repressivo del capitalista27.
2. “Re Nudo” e Macondo
anni ’7028
’70 come risposta all’incapacità dei movimenti rivoluzionari più politicizzati di «dare una
risposta al problema del superamento della scissione fra attività politica e vita privata»; di
infatti limitarsi a quel «clima operaistico e militaresco» imposto dai vari gruppuscoli della
29
nuovi protagonisti sulla scena politica antisistema (ossia studenti e operai), il patrimonio
ideale e culturale del movimento underground, che come abbiamo visto, anche in Italia e
soprattutto a Milano aveva cercato di raggiungere una sua visibilità. Si tentò in pratica di
ad abbattere il sistema stesso», Un mondo di giovani. Culture e consumi dopo il 1950, in Paolo Sorcinelli (a cura di),
25
La luna sotto casa
26
La ribellione degli studenti
Anni sessanta comincia la danza, cit., p. 193.
27
Silla Ferrandini,
2006, p. 92; i evocati nel titolo sono un riferimento a via Fiori Chiari, che si trova nel quartiere Brera di
Milano, altro luogo di frequentazione beat in quegli anni.
28
Re Nudo.
Underground e rivoluzione nelle pagine di una rivista
29
Underground: a pugno chiuso
95
evitare che fosse del tutto emarginata dal variegato movimento di protesta di quegli anni
l’area libertaria, situazionista, trasgressiva, ossia quella sicuramente meno ideologica.
della sinistra della storica, ma anche con il Movimento studentesco, e altre forze della
cosiddetta sinistra extraparlamentare, ormai in piena deriva verticistica, spesso dogmatica
e comunque settaria. Preceduto da una particolarissima “campagna pubblicitaria” tesa
a spiazzare l’opinione pubblica – i muri della città furono riempiti di scritte riportanti
il nome della futura testata seguito da un punto interrogativo o da quello esclamativo
una tiratura di diecimila copie distribuite principalmente a mano e andate completamente
esaurite in poco tempo.
Se si sfogliano i primi numeri della rivista, colpiscono i frequenti riferimenti
30
, Aldous
Huxley 31 32
, Allen Ginsberg 33 34
, Kate Millet35
Sinclair36 37
e la loro “Convenzione rivoluzionaria”38
Underground39 40
, i portoricani Young Lords41 sono
oggetto di approfondimenti sulle pagine del mensile a testimonianza di quale fossero
i primi punti di riferimento della redazione, d’altronde questo interesse era stato ben
esplicitato nell’editoriale del primo numero allorché si avvertiva che un «aspetto centrale»
stranieri, specialmente americani»42. Accanto all’interesse per il mondo protestatario
americano, non mancarono sulla rivista articoli dedicati a dar voce e spazio a tutte le lotte,
soprattutto a quelle considerate ancora marginali, riguardanti il nostro paese; particolare
attenzione fu dedicata alla condizione delle carceri – soprattutto tramite la pubblicazione di
43
– e inoltre al mondo delle tossicodipendenze, ai nascenti movimenti dell’antipsichiatria,
omosessuale, femminista. Come fu scritto nel già citato editoriale del primo numero
30
Timothy Leary, una fuga rivoluzionaria La nuova mistica di Timothy
Leary Lettera di Timothy Leary
p. 2.
31
Huxley da intellettuale a visionario
32
William Burroughs “l’ultimo scrittore”
33
Allen Ginsberg contro porci, anfetamine e sistema
34
Angela Davis
35
Kate Millet, Un manifesto per la rivoluzione
36
Rock +Guerra di popolo contro la musica e la classe dei padroni
37
Liberato il compagno J. Sinclair
38
Revolutionary People’s Costitucional Convention
39
Weather Undeground. Usciamo alla luce del sole e uniamoci alle masse
40
Programma politico delle White e Black Panthers Intervista con
George Jackson prima dell’assassinio
41
Young Lords da teppisti a rivoluzionari
42
43
Sante Notarnicola “bandito” Dichiarazione di Sante
Notarnicola Il “bandito” è diventato comunista
96
del dicembre 1970: «caratteristica fondamentale per un giornale underground italiano
deve essere la denuncia organica delle istituzioni repressive dello stato: fabbrica, scuola,
istituti psichiatrici, carceri»44
che cominciavano allora le loro prime azioni nelle fabbriche lombarde: pur nutrendo
delle «riserve nei loro confronti» – si legge nelle righe di presentazione – la redazione
le strutture repressive delle istituzioni statali45
Nudo” si sentivano vicini alle battaglie del Partito radicale, e in misura minore a Lotta
continua e all’anarchismo46.
cui titolo Oltre l’underground già mostrava le intenzioni degli organizzatori di superare
una pratica di lotta minoritaria, avanguardistica, per divenire vera e propria forza
controculturale in grado di saper incidere, con maggiore determinazione politica, nelle
dinamiche del movimento47. E così, per riprendere l’icastica immagine del convegno,
coniugando underground e politica, a Mao sarebbero cresciuti i capelli lunghi, ossia
l’obiettivo dell’integrazione delle tematiche del movement con la lotta di classe sviluppata
dalla nuova sinistra e con le battaglie per i diritti civili. Questa mediazione, questo
processo in atto, il metodo e il terreno in cui ci muoviamo, si chiama controcultura»48. Per
– la cui volontà politica, esplicitata in un articolo già comparso nel febbraio 1972, era
concerti di musica rock»49
«l’underground serri il pugno nel saluto comunista»50.
la prima fu già del giugno 1971 e fu portata avanti da Gianni Emilio Simonetti e Guido
mio non muore51
Nudo colpo di mano”, una sterile e timida attitudine, quasi riformistica, nell’affrontare
44
Editoriale senza titolo, cit., p. 3.
45
Brigate Rosse: comunicati nn. 1, 2, 3, 4, 5, 6
46
Mino Monicelli, L’ultrasinistra in Italia, 1968-1978, Bari, Laterza, 1978, p. 76.
47
Relazione di Re Nudo al 1° Convegno nazionale “Oltre l’underground”
1973, p. 2. Altre relazioni si possono leggere in Interventi dal primo “Oltre l’underground”
48
Underground, cit., p. 120.
49
Cosa vogliamo e perché nascono le Pantere Bianche di Re Nudo
50
Underground, cit., p. 134.
51
Ma l’amor mio non muore
97
i diversi problemi posti dalla realtà, quando era necessaria un’azione rivoluzionaria ad
ampio spettro ben più incisiva; per usare le stesse parole degli “scissionisti”: «la lotta
per l’emancipazione non può essere delegata a nessuno, ma deve essere gestita in prima
qualche riga sotto, per ribadire la necessità di un’azione ben più radicale, rispetto alla
Per quanto riguarda gli individui ai quali abbiamo sottratto il controllo del giornale, il loro ritardo
teorico e la miseria della loro pratica, la loro incapacità di vivere alla velocità di radicalizzazione degli
avvenimenti, hanno reso necessario che ci assumessimo il compito dell’esecuzione materiale del
loro spossessamento per permettere al proletariato di riappropriarsi della sua teoria rivoluzionaria52.
Sul numero successivo, ripreso pieno possesso della rivista anche da un punto di vista legale
(pur se si ammetteva una «grande amarezza» nell’essersi rivolti alla «giustizia borghese
per difendere la testata da chi, piccola minoranza militarizzata, voleva appropriarsene»), la
avere una «costituzione caratteriale fascista», cosa che lo aveva portato ad attuare un vero
e proprio golpe – «i golpisti» è termine che ricorre nella risposta – per imporre una nuova
linea editoriale tesa, nella spasmodica ricerca di una nuova «avanguardia rivoluzionaria»,
beat e studentesca “sessantottina”, caratteristica invece del giornale53.
Un’altra “scissione” – sicuramente meno traumatica – fu quella messa in atto da alcuni
“renudisti” romani, i quali al contrario, rimasti ancora legati a ideali underground di
futuro sclerotiche dittature proletarie ma il tempo delle libere tribù dai mille colori»54.
fucile, niente rivoluzione per ribadire la politicizzazione in senso classista del giornale:
«anche noi vogliamo le tribù dai mille colori ma vogliamo che la tribù comprenda tutta
la società e perché questo succeda si deve abbattere lo stato» e pertanto, concludeva
vuole fare la rivoluzione», riaffermando in questo modo «la scelta attuale di porci in
rapporto dialettico con quei gruppi e quegli organismi della sinistra che stimolati dalle
culturale di tipo nuovo»55
underground, si può fare riferimento ad una distinzione proposta da Francesco Ciaponi,
che segnala come il movimento milanese andasse via via sempre più politicizzandosi
52
Uaauuu!!!
53
Sulla miniscissione. Chiudiamo l’argomento
54
Lettera di alcuni amici romani che sono usciti da Re Nudo
55
Senza fucile niente rivoluzione. Risposta alla lettera di alcuni fratelli romani
febbraio 1972, p. 8.
98
rispetto a quello romano rimasto più sfrontatamente hippie e psichedelico56.
fuori di quelli istituzionali, che fossero in grado di aggregare i giovani secondo modelli
provenienti soprattutto dalle esperienze underground americane, nacquero i grandi raduni
pop, che a partire da quello milanese del 1974 prenderanno la denominazione di “Feste
del proletariato giovanile”57. Prescindendo dal piccolo happening musicale underground,
tenutosi per pochi intimi a Lacchiarella nel luglio 1971 (ossia 4 anni dopo il campeggio
Ballabio (in provincia di Lecco) in due giorni nel settembre del 1971 radunando circa
gruppi Come le foglie e Garybaldi. L’anno successivo, nel giugno 1972 e su 3 giorni,
si tenne a Zerbo (in provincia di Pavia) con il doppio quasi delle presenze; sono ancora
zen, si pratica il nudismo, e così via. Per quello che riguarda la musica vi è da segnalare a
Como nel giugno 1973, con un numero di presenze limitato da problemi organizzativi,
esibizioni di cantanti e band in un contesto di festa giovanile (dal punto di vista
musicale vanno ricordati soprattutto i concerti di Franco Battiato e degli inglesi Atomic
Parco Lambro, prendendo la denominazione – come si è detto – di “Feste del proletariato
giovanile”, e caratterizzandosi sempre di più per la politicizzazione dell’evento e per
un numero sempre maggiore di presenze, nonché per un cast di musicisti di primissimo
Bertante «catartico»58 – per il movimento underground fu l’ultimo, quello famoso del
56
Francesco Ciaponi, Underground. Ascesa e declino di un’altra editoria, Milano, Costa & Nolan, 2007, p. 143.
57
Su questi festival si veda soprattutto Matteo Guarnaccia, Re Nudo pop & altri festival. Il sogno di Woodstock in
Italia
LibroLambro. I festival giovanili, sogni e utopie di ieri per
oggi, Milano, Aereostella, 2013. Un particolare della locandina della sesta Festa del proletariato giovanile (Milano,
58
Bertante, Re Nudo, cit., p.162. «Giro di boa» è il termine usato da Martin per sottolineare come dopo questa Festa,
«si trasformano anche i vecchi Circoli del Proletariato Giovanile, svuotatisi dopo la crisi», per ricomparire nel novembre
La luna sotto casa, cit.,
del movimento», ma semmai un necessario momento di passaggio, infatti «dallo sfacelo del mito di un certo modo di
stare assieme» si passò ad altre forme di aggregazione giovanile, quale quella di Bologna nel settembre 1977, dove ci
lunghi e anche gioiosi cortei, canti e slogan» e con «un’intera città per palcoscenico, anziché un recinto grande molti
chilometri, ma pur sempre ghetto dell’emarginazione e dell’autoemarginazione, un parco spelacchiato, e ricoperto di
99
giugno 1976. Scontri, anche violenti, all’interno delle varie anime del movimento o con
la polizia; l’emergere di una rabbiosa volontà giovanile di contestare più attivamente il
che venne presto intercettata dall’autonomia; la presenza complessiva di più di 120.000
persone, decisamente troppe per la tenuta stessa dell’organizzazione, causarono il
fallimento di questa esperienza che segnò un importante spartiacque anche sulla futura
1977 e nel 1978, i festival si tennero in tono minore, per usare un eufemismo, e in forma
“semiclandestina” a Guello, in provincia di Como, e ad Alpicella nell’entroterra ligure in
provincia di Savona, senza essere “pubblicizzati” troppo per timore di nuovi disordini.
Già dai volantini di presentazione, che parlavano di cucina macrobiotica, meditazioni,
yoga, massaggi zen, si può intuire la rottura rappresentata dall’ultimo festival del Parco
Lambro59.
Nell’ottica di superare la mera dimensione di rivista e di divenire un più rilevante centro
Maroncelli 2, dove si organizzavano happening teatrali, concerti, cineforum, conferenze, e
così via; locale chiuso nel marzo 1974 in seguito ad una violenta irruzione dei carabinieri in
cerca di droga; l’operazione si concluse con l’arresto di 67 persone, tutte successivamente
prosciolte dall’accusa di spaccio o detenzione di sostanze stupefacenti60; la sede, devastata
si rivelò l’esperienza di Macondo61
Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez) era sorto nell’ottobre 1977 come un
locale che si proponeva di essere un «luogo di incontro, aggregazione, comunicazione
del movimento», e dove per questo scopo si trovavano «un ristorante, un bar, negozi di
Milano, dai giovani, dai freaks, dalla ex nuova sinistra, da molti intellettuali, da molti
democratici»62; a Macondo infatti potevi incontrare:
poveri e i ricchi, quelli delle classi alte e quelli delle classi basse e quelli che non avevano classe,
c’erano donne e maschi, c’era gente che non sapeva se era maschio o femmina, gente che pensava di
essere maschio essendo donna e viceversa, gente che non pensava nulla, i pazzi, gli emarginati, gli
Introduzione a Franco
Ortolani,
59
Non contate su di noi. Note critiche su:
movimento giovanile, violenza politica, ideologia, sessualità, droga e misticismo
60
Bertante, Re Nudo
61
Macondo. La storia del “luogo magico” di
Milano nel racconto del suo principale protagonista, Milano, SugarCo, 1978.
62
100
.
63
Cooper, una mostra del disegnatore Moebius, un convegno di Magistratura democratica.
della sinistra milanese: il PCI, l’MLS (Movimento Lavoratori per il Socialismo), la stessa
Autonomia operaia accusavano i frequentatori di Macondo di disimpegno politico64. In
seguito ad intervento della polizia, in cerca di prove su una presunta attività di spaccio di
droga nei suoi locali, Macondo venne chiuso il 22 febbraio 197865. La causa scatenante
l’operazione della polizia e la chiusura del locale fa data dalla distribuzione al Macondo
del facsimile di un biglietto del tram con scritte che invitavano all’utilizzo dello stesso
prosciolti in sede processuale.
3. I Circoli del proletariato giovanile e altre esperienze controculturali degli anni ’70
del proletariato giovanile66
ideologici e da vincoli dogmatici i Circoli si caratterizzarono per risultare l’ala creativa
del movimento, esaltando il motivo della festa, dell’happening quale imprescindibile
momento rivoluzionario67. Come si legge sulla loro più nota pubblicazione, intitolata
68
(successivamente vengono citate come
Fanon e il generale vietnamita Giáp)69. Fra le attività dei Circoli, oltre all’occupazione di
spazi pubblici e privati non utilizzati70, vanno ricordate la festa di primavera del 21 marzo
1976, la caccia al tesoro del 26 settembre 1976, dove il tesoro in palio era mezzo etto
63
64
non facessi più politica, in alcuni ambienti della sinistra, era considerato un tradimento. Non ero più un “compagno”.
65
l’irruzione della polizia: «quello che si vuol colpire è un centro di incontro e di produzione artistica e culturale. A
questi signori non garba che a Milano esista un luogo dove i giovani possano costruirsi un’alternativa alla disperazione
dell’eroina e allo squallore mortale di questa città fatiscente».
66
Balestrini, Moroni, L’orda d’oro 1968-1977, cit., p. 512.
67
ai centri sociali, feste su feste. Il dover divertirsi diventa una forma di militanza, una sorta di dover essere sotto nuova
forma», Non contate su di noi, cit., p. 13.
68
Sarà un risotto che vi seppellirà. Materiali di lotta dei Circoli proletari giovanili di Milano, Milano, Squilibri
69
Ivi, p. 13 e p. 125.
70
Si veda a questo proposito Claudia Sorlini (a cura di), Centri sociali autogestiti e circoli giovanili, Milano,
Feltrinelli, 1978.
101
di erba da fumare nascosto nel centrale Parco Sempione, vicino al Castello Sforzesco71,
e soprattutto l’“Happening nazionale del proletariato giovanile”, tenutosi all’Università
hippie, e una parte, maggioritaria, ormai dedita decisamente solo alla lotta politica, dal
momento che, come recitava un loro slogan, «portare i capelli lunghi non ci basta più»72.
Si legge infatti in un documento stilato a conclusione dell’Happening:
Nel dibattito, nella festa, nei due giorni di “vivere insieme” sono emerse due concezioni radicalmente
contrastanti. C’erano i reduci del Lambro, inguaribili sacerdoti del culto dello spinello che ci
rivoluzionario.
Gli estensori dello scritto concludevano stigmatizzando il comportamento dei primi, «a
questo manipolo di cattolici travestiti da freak hanno risposto i proletari del movimento»,
e qualche riga sotto accusando costoro, «i destri», di non aver impedito distruzioni e
saccheggi avvenute durante il convegno alla sede universitaria: «hanno permesso a un
pugno di manigoldi di sputtanare l’iniziativa, devastando l’università»73
«il diritto al caviale», e non solo «alla pastasciutta»74, per citare un altro loro famoso
slogan, i Circoli furono fra i protagonisti della dura contestazione alla prima della Scala
del ’76. Sempre nell’ottica di rendere “proletari” piaceri borghesi i Circoli adottarono
organo di collegamento fra i vari circoli75.
La vicenda dell’underground milanese ruotò, come si è detto, in misura fondamentale
limiterà solo a ricordare alcuni giornali, riconducibili all’underground milanese, fra i tanti
Ines Curatolo e Barnaba Fornasetti, il cui numero zero, uscito nel 1972, arrotolato su se
stesso e con la prima pagina riportante i colori della bandiera italiana, aveva le sembianze
di un grande spinello; su “Get ready” si insiste sulla carica rivoluzionaria e controculturale
della musica rock e di conseguenza si auspica la gratuità dei concerti; la rivista uscì con
altri 4 numeri sempre nel 197276. Per quello che riguarda i fumetti vanno ricordate “Puzz.
Controgiornale di Sballofumetti”, nato nel 1971 per iniziativa di Max Capa (pseudonimo
di Nino Armando Ceretti), il cui personaggio principale era un aggressivo uccellaccio
71
Sarà un risotto che vi seppellirà
72
Ivi, p. 137.
73
Morandini, Il diritto all’odio. Dentro/fuori/ai bordi dell’area dell’autonomia
74
Sarà un risotto che vi seppellirà, cit., p. 108.
75
76
Echarruen, Salaris, Controcultura in Italia 1966-1977
102
nero, di nome Folaga, con grandi scarponi pronto sempre a mettersi ostinatamente fuori
dal coro77; e “Insekten Sekte”, foglio psichedelico di impronta sixties disegnato da Matteo
Guarnaccia, i cui 17 numeri uscirono fra il 1969 e il 1975 e venivano venduti per strada78.
cui sottotitolo era “servitù e liberazione di massa”, pubblicato a Milano fra il 1971 e il 1977
per iniziativa di Elvio Fachinelli e Lea Melandri. La rivista uscì sull’onda della partecipata
discussione che aveva suscitato la pubblicazione per Einaudi dell’omonimo libro L’erba
voglio in cui erano raccolte varie testimonianze ed esperienze relative all’educazione negli
si trattò di un vero e proprio “successo” editoriale con cinquantamila copie vendute e
cinque ristampe consecutive79
l’abbandono della tematica scolastica ma il voler estendere l’antiautoritarismo a più ampi
ambiti, «dalle istituzioni più direttamente interessate alla formazione ideologica, a tutti i
momenti della vita sociale in cui si riproducono i meccanismi di soggezione al potere»80;
e pertanto nella rivista si parlava, oltreché di educazione, anche di antipsichiatria, di
femminismo, di antimilitarismo e altri temi declinati in maniera controculturale81.
4. Punk
A Milano, il punk arrivò presto, già nel 1977, facendo però fatica a trovare un proprio spazio
nei movimenti giovanili, in quel preciso momento interessati a ben altre metodologie di
certamente un movimento strutturato, lo diventerà nei primi anni ottanta con l’esperienza
Milano in quel suo primo anno di esistenza sono bene evidenziate da uno dei protagonisti,
è un periodo molto strano – ci sono molti conoscenti interessati a cambiare aria e vedono in noi punk
una via d’uscita – molti altri sono scettici – sostengono che non possiamo durare a lungo conciati
come siamo – si moltiplicano le provocazioni nel tentativo di far venire a galla la nostra ingenuità –
soprattutto l’autolesionismo di cui blaterano i giornali sul tipo spille da balia nelle guance82.
Inoltre, come ricorda sempre Philopat, da parte dei movimenti politici di sinistra vi è un
da parte della cosiddetta intellighenzia di sinistra, fra punk e fascismo; il gusto della
provocazione, che fa sì che alcuni accessori del look punk e alcuni rimandi “etimologici”
77
78
Cosmic
playground. Hippy happy life scenes. Insekten Sekte remix 1969-1975. Disegni e tracce dall’Underground, Milano,
79
L’erba voglio. Pratica non autoritaria nella
scuola
80
Lea Melandri, Antiautoritarismo e permissività
81
Sulle tematiche trattate nella rivista si veda soprattutto Lea Melandri (a cura di), Il desiderio dissidente: antologia
della rivista “L’erba voglio” 1971-1977, Milano, Baldini & Castoldi, 1998.
82
Marco Philopat, Costretti a sanguinare. Il romanzo del punk italiano 1977-1984
103
in canzoni e nomi delle band siano presi dal “guardaroba” di un perfetto nazifascista,
viene scambiato per adesione ideologica: «c’è un pregiudizio diffuso tra i compagni più
vecchi – dicono che i punk sono fascistelli – i vestiti neri e le svastiche sono le prove»83.
sorta di sdoganamento» al punk avvenne nel solamente 1979 con i concerti di Iggy Pop
e successivamente di Patti Smith alla Festa dell’Unità di Firenze; dopo questi importanti
eventi «i giovani borchiati e dai capelli colorati non vengono più considerati dei semplici
teppisti o dei fascisti da perseguitare, ma dei ragazzi eccentrici che stanno dalla parte
‘giusta’»84.
Nei primi anni il punk milanese appare più come un insieme di singole sensibilità, di
come nel capoluogo lombardo i giovani punk «per la gran parte provengano da un retroterra
sociale operaio e popolare, emergente dall’ambiente dell’emigrazione meridionale che ha
investito specialmente le nuove periferie milanesi nel corso degli anni ’50 e ’60», e come
comincino a gravitare nel centro città «per attività legate allo svago, alla frequentazione
di locali, circoli politici e concerti»85. Secondo Claudio Pescetelli, la nascita di una scena
punk milanese appare invece frammentata in 4 livelli assai diversi fra di loro. I primi due,
e quindi si tenta, per la verità con scarsissimi risultati, di creare un mercato musicale punk
riferisce soprattutto allo stilista Elio Fiorucci); ma accanto a questi progetti meramente
nascita di un microcosmo punk, destinato in breve tempo a politicizzarsi, che inizia a
prendere contatto con i settori più libertari della scena politica milanese (mentre da altri,
come si è già visto, e soprattutto da Movimento Lavoratori per il Socialismo sarà osteggiato
86
) in
modo da poter trovare spazi aggregativi – che non fossero il negozio di dischi New Kary
83
Ivi, p. 11.
84
Rumore di carta. Storia delle fanzine punk e hardcore italiane dal 1977 al 2007
2007, p. 17; l’autore ricorda come Patti Smith fu accolta con tutti gli onori da una delegazione del PCI con Achille
Occhetto in testa.
85
Resistenze innaturali. Attivismo radicale nell’Italia degli anni ’80, Milano, Agenzia X, 2009, p.
90.
86
perché aveva il giubbotto di pelle e i capelli corti. Ma in verità, secondo me, capivano e percepivano benissimo
cosa stava succedendo, sentivano anche loro che i tempi cambiavano veloci e che con i loro slogan, invecchiati
Il pogo dei
Jumpers, in Marco Philopat (a cura di), Lumi di punk. La scena italiana raccontata dai protagonisti, Milano, Agenzia
X, 2006, p. 104. In questo stesso libro, riferendosi sempre ai rapporti fra punk e movimenti politici coevi, Cristina Xina
puntualizza come furono «gli anarchici e i libertari» a «comprendere meglio la nostra attitudine, la nostra voglia di
Laboratori di sovversione culturale
104
controcultura punk (il centro sociale Santa Marta nell’omonima via centrale di Milano fu
aveva precedentemente dato vita alle iniziali fanzine punk milanesi: la prima di queste,
per poi trasformarsi nel gennaio dell’anno successivo, con il secondo numero (in tutto
verranno pubblicati 6 numeri) in “Pogo”, sulle cui pagine compaiono le prime traduzioni
dei testi delle band punk inglesi. Nel marzo del ’79 viene dato alle stampe “Xerox” (la
rivista viene infatti interamente stampata con la fotocopiatrice) per iniziativa della punk
punk inglese, inizia a occuparsi anche di punk italiano, e soprattutto milanese87. E a
Milano, il 9 dicembre 1978 alla Palazzina Liberty nel parco di Largo Marinai d’Italia, si
terrà il primo festival punk italiano, peraltro poi chiusosi in anticipo causa frequenti litigi
fra le band e il pubblico: «non certo un successo, ma pur sempre un evento fondamentale»
per la storia milanese di questo movimento88. Come ha notato sempre Pescetelli, quello
che poi si esplicherà al meglio delle sue potenzialità controculturali ribelli nei primi anni
del decennio successivo: «esattamente come accadde nel 1966 con il movimento beat,
anche il punk iniziò a cementarsi attraverso un percorso di autorappresentazione e un
costante nomadismo che gli permise di radicarsi gradualmente nel tessuto urbano»89;
anche se, come ebbero giustamente a notare Nanni Balestrini e Primo Moroni, i tempi del
presente e le prospettive per il prossimo futuro della società erano profondamente mutate,
in negativo, sotto ogni aspetto, e pertanto:
I giovani che vengono sulla scena dopo il ’77 sono in effetti ben diversi da quelli che li avevano
preceduti; essi sono gli spettatori del crollo dei miti sociali del moderno: la crisi di prospettiva della
società moderna appare loro come il venir meno di ogni possibilità di futuro. Il punk è, in questo
senso, la lucida consapevolezza di un mutamento epocale90.
e continuativa, di giovani, di pubblicazioni, di iniziative, di concerti, di manifestazioni,
di luoghi d’aggregazione e così via che fornirono una sicura vivacità underground e
91
;
una storia composta da momenti a loro modo importanti per la Milano contemporanea, e
87
Claudio Pescetelli, Lo stivale è marcio. Storie italiane, punk e non
Gli indici dei 7 numeri di “Xerox” (del n. 8 esistono solo alcune bozze mai completate) si possono leggere in Curcio,
Rumore di carta
88
Pescetelli, Lo stivale è marcio, cit., p. 153.
89
Ivi, p. 143.
90
Balestrini, Moroni, L’orda d’oro 1968-1977, cit., p. 629.
91
Milano alternativa, cit., p. 126.