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Ungaretti Documenti

Giuseppe Ungaretti, nato nel 1888 ad Alessandria d'Egitto, si distinse come poeta e traduttore, influenzato dalla poesia simbolista e dalle avanguardie europee. La sua esperienza nella Prima Guerra Mondiale, dove combatté come soldato semplice, ispirò molte delle sue opere, tra cui 'Il porto sepolto' e 'Allegria di naufragi', che riflettono la brutalità della guerra e la ricerca di identità. Negli anni successivi, Ungaretti affrontò temi di dolore e spiritualità nelle sue raccolte, culminando nella pubblicazione di 'Vita d’un uomo' nel 1969, un'autobiografia poetica della sua vita e opere.

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Giuseppe Ungaretti, nato nel 1888 ad Alessandria d'Egitto, si distinse come poeta e traduttore, influenzato dalla poesia simbolista e dalle avanguardie europee. La sua esperienza nella Prima Guerra Mondiale, dove combatté come soldato semplice, ispirò molte delle sue opere, tra cui 'Il porto sepolto' e 'Allegria di naufragi', che riflettono la brutalità della guerra e la ricerca di identità. Negli anni successivi, Ungaretti affrontò temi di dolore e spiritualità nelle sue raccolte, culminando nella pubblicazione di 'Vita d’un uomo' nel 1969, un'autobiografia poetica della sua vita e opere.

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Giuseppe Ungaretti nacque ad Alessandria d’Egitto il 10 febbraio 1888 da emigrati italiani

provenienti dalla provincia di Lucca. A soli due anni perse il padre, morto in un incidente sul
lavoro durante la costruzione del canale di Suez. Grazie all’impegno della madre, poté
frequentare la scuola superiore ad Alessandria, dove entrò in contatto con i fuoriusciti anarchici
italiani e si appassionò alla poesia di Leopardi, Carducci, Pascoli, D’Annunzio, Baudelaire e
Mallarmé. Di quest’ultimo disse: «Lo lessi con passione ed, è probabile, alla lettera non lo
dovevo capire, ma conta poco capire alla lettera la poesia: la sentivo». Si dedicò precocemente
alla scrittura e all’attività di traduttore e iniziò a lavorare come corrispondente dall’Egitto per la
rivista fiorentina “La Voce”. Nel 1912, diretto a Parigi, si fermò in Italia, dove conobbe gli
intellettuali che lavoravano alla rivista, in particolare Pietro Jahier e Giuseppe Prezzolini, che ne
era il direttore.

A Parigi, seguì i corsi universitari al Collège de France e alla Sorbona, frequentando, con
grande interesse e partecipazione, le lezioni del filosofo Henri Bergson. In quel periodo
approfondì lo studio della poesia simbolista e decadente e conobbe alcuni dei più significativi
rappresentanti delle Avanguardie europee, sia artistiche sia letterarie: frequentò infatti pittori
come Picasso, Modigliani, De Chirico e grandi innovatori della poesia del Novecento, tra cui
Apollinaire, oltre ai maggiori esponenti del Futurismo, come Papini, Soffici e Palazzeschi. Questi
ultimi lo invitarono a collaborare alla rivista “Lacerba”, sulla quale nel 1915 pubblicò le sue prime
poesie.

Allo scoppio della prima guerra mondiale (1914), Ungaretti si trasferì a Viareggio e poi a Milano.
Fu un deciso interventista, che in linea con un clima politico e intellettuale diffuso, vedeva nella
guerra un mezzo per affermare ideali patriottici e nazionalistici. Per Ungaretti, in particolare, che
aveva sempre vissuto con disagio la propria condizione di figlio di emigrati, di «naufrago del
mondo in cerca di approdo», la guerra poteva rappresentare un’occasione per rafforzare il
legame con l’Italia conquistando la propria identità nazionale attraverso la partecipazione e la
condivisione di un ideale comune. Per queste ragioni, si arruolò volontario come soldato
semplice, e combatté sull’altopiano del Carso. Testimonianza della dura esperienza della trincea
sono le poesie della raccolta Il porto sepolto, pubblicato nel 1916, che confluiranno nella
raccolta Allegria di naufragi (1919). Nel 1918 Ungaretti combatté in Francia sul fronte della
Champagne.

Il quotidiano confronto con la morte rivelò al poeta la crudeltà implacabile della guerra e lo portò
a prendere coscienza della sua assurdità. Così Ungaretti avrebbe commentato, in seguito,
l’interventismo della sua generazione: «Posso essere un rivoltoso, ma non amo la guerra. Sono,
anzi, un uomo della pace. Non l’amavo neanche allora, ma pareva che la guerra s’imponesse
per eliminare finalmente la guerra. Erano bubbole [menzogne], ma gli uomini, a volte, s’illudono
e si mettono in fila dietro le bubbole» (Note a L’Allegria, in G. Ungaretti, Vita d’un uomo. Tutte le
poesie, Milano, Mondadori, 1969).

Finita la guerra, si stabilì a Parigi e cominciò a lavorare come corrispondente per il “Popolo
d’Italia”, il giornale fondato da Benito Mussolini, che dalle sue pagine prima del conflitto aveva
guidato il movimento interventista cui lo stesso Ungaretti aveva aderito. Nel 192 1 Ungaretti
tornò in Italia con la moglie, Jeanne Dupoix, che aveva sposato l’anno precedente, e si stabilì a
Roma, dove visse dal 1921 al 1936. Si aprì per lui un periodo molto importante, caratterizzato
dall'adesione al fascismo, in cui vedeva realizzarsi la possibilità di una coesione nazionale, dalla
nascita dei figli Anna Maria (1925) e Antonietto (1930) e dai primi riconoscimenti ufficiali. Furono
gli anni della collaborazione con la rivista “La Ronda” che, sotto la direzione di Cardarelli,
proponeva un ritorno all’ordine, un nuovo classicismo in opposizione alle esperienze
dell’Avanguardia, e della crisi religiosa che lo accostò alla fede cristiana, abbracciata
definitivamente nel 1928. Dopo le tragiche esperienze di guerra, per Ungaretti era giunto il
momento di cercare, nella vita privata, un rinnovato rapporto tra uomo e Dio, come conforto alla
drammaticità dell’esistenza e risposta alla sua ansia di assoluto, e di trovare «un ordine» nel
«mestiere» della poesia. Da questa ricerca nasceranno le liriche di Sentimento del tempo. Dal
1931 al 1935 fu inviato speciale della “Gazzetta del Popolo” e tenne conferenze sulla letteratura
italiana contemporanea in molti paesi europei. Contemporaneamente organizzò le sue due
prime raccolte ( Il porto sepolto e Allegria di naufragi ) in un’unica opera dal titolo L'A llegria
(1931) e pubblicò un nuovo volume di liriche, Sentimento del tempo (1933).

Nel 1936 Ungaretti si trasferì in Brasile, dove rimase fino al 1942 per occupare una cattedra di
lingua e letteratura italiana all’Università di San Paolo. A segnare dolorosamente il periodo della
sua permanenza in Sud America fu la morte del suo unico fratello e del figlio Antonietto, di soli
nove anni.

Rientrato in Italia, ottenne nel 1943 la cattedra di letteratura italiana all’Università di Roma e
pubblicò altre raccolte poetiche, tra le quali Il dolore (1947). Rimasto vedovo nel 1958, continuò
la sua attività di poeta e traduttore. Nel 1969 venne pubblicata presso l’editore Mondadori la
raccolta completa delle sue liriche, Vita d’un uomo. Morì a Milano nel 1970.

L’autore e il suo tempo – Ungaretti e la prima guerra mondiale


Nel 1914 Ungaretti si trovava a Parigi ma, allo scoppio della prima guerra mondiale, rientrò in
Italia e si stabilì a Viareggio, in Versilia. Al suo arrivo egli trovò un paese diviso: anche se l’Italia
si era dichiarata neutrale, l’opinione pubblica era scissa tra interventisti e neutralisti. Il poeta,
che collaborava attivamente con la rivista “La Voce”, si schierò su posizioni interventiste e,
abbandonato il gruppo dei vociani, passò alla rivista “Lacerba”. In Toscana, egli partecipò a
molte manifestazioni a sostegno della guerra organizzate sia da Papini e dai futuristi, sia dagli
anarchici toscani (a cui lo legava l’amicizia con lo scrittore lucchese Enrico Pea, conosciuto in
Egitto): in una di queste, fu addirittura arrestato per aver gridato frasi ingiuriose mentre veniva
suonata la marcia reale. Una volta rilasciato, si trasferì a Milano, dove conobbe Benito
Mussolini, il quale, da un’iniziale posizione neutralista, era passato al fronte interventista, e
collaborò al nuovo giornale da lui fondato, “Il Popolo d’Italia”.

Quando nel maggio 1915 l’Italia entrò in guerra, Ungaretti, che si era arruolato come volontario
al momento del suo ritorno in Italia, fu richiamato alle armi. Dapprima lavorò come infermiere e,
successivamente, fu inviato come soldato semplice (era stato infatti schedato come anarchico e
questo gli impediva di accedere al corso ufficiali) sul fronte del Carso, aggregato al 19°
reggimento della Brigata Brescia. L’esperienza della guerra segnò profondamente il poeta, che
nell’assurdità di quel massacro riscoprì i valori della vita e della fratellanza. Tale percorso si
riflette anche nelle sue poesie di guerra, scritte su piccoli foglietti di carta durante le pause dai
combattimenti e pubblicate, a guerra ancora in corso, nella raccolta Il porto sepolto, stampato a
Udine nel 1916 grazie all’interessamento del tenente Ettore Serra, che così rievocò l’uscita del
volume: «Una notte portai con me sotto la collina di Medea le sue poesie scritte su foglietti
laceri, buste, cartoline in franchigia [cartoline con l’insegna dei reggimenti, distribuite
dall’esercito e libere da affrancatura]. Raccolte e ordinate, fu stampato in zona di guerra quel
sobrio volumetto e Ungaretti vide i primi esemplari a Versa il 16 dicembre 1916».

Le opere
Le prime prove poetiche di Ungaretti apparvero nel 1915 su “Lacerba”, e nel 1916, per opera
dell’amico Ettore Serra, fu pubblicato il primo libro di versi, Il porto sepolto, un’«“opera” non solo
nel senso della sua studiata struttura, ma anche in quello, non minore, della sua compiuta
realizzazione, della sua perfezione senza residui: a differenza delle prime poesie [...], a
differenza di Allegria di naufragi edita da Vallecchi nel 1919, nessun componimento del Porto
sepolto sarà scartato dall’edizione definitiva mondadoriana dell'Allegria del 1942. [...] I testi del
Porto sepolto nascono maturi, saranno meno soggetti al lavoro di lima dell’autore» (C. Ossola,
in G. Ungaretti, Il porto sepolto, Venezia, Marsilio, 1994).

Le no vità introdotte da Ungaretti in Po rto sepolto sono radicali; la frantumazione metrica


inaugurata dalle Avanguardie «si era limitata a infrangere la parola, a ridurla a indistinto brusìo»,
continua Ossola; «ben al contrario, spezzare il metro significava, per Ungaretti, isolare la parola,
la sillaba meglio, lasciarla vibrare – come straniata dal suo logoro uso quotidiano – nel vuoto
metrico [...], come fosse pronunciata per la prima volta, come se tornasse [...] giacimento
fossile, “scavo” del significante sino al “porto sepolto” di una lingua primigenia, incontaminata.
Di lì soltanto la “meraviglia” dell'inaudito».

La raccolta Il porto sepolto fu trasformata nella prima sezione della seconda raccolta, Allegria di
naufragi (1919), a sua volta ampliata e modificata con il titolo L’Allegria (1931, vedi p. 630). Le
liriche di questa raccolta, che appartengono alla prima fase della produzione poetica di
Ungaretti, si distinguono per un marcato sperimentalismo sul piano formale e una forte
componente autobiografica: rievocano gli anni della giovinezza trascorsa in Egitto e la cruda
esperienza della guerra vissuta dal poeta come soldato al fronte.

Sentimento del tempo(1933, vedi p. 663) è la raccolta che coincide con la seconda fase della
produzione poetica ungarettiana. I contenuti testimoniano il recupero di una dimensione
religiosa, che porta a frequenti riflessioni su temi elevati e profondi, come il tempo e la morte, e
risentono della teoria bergsoniana del “tempo interiore”, che scardina la concezione di tempo
oggettivo e misurabile. La forma è caratterizzata dal recupero di moduli espressivi tradizionali,
tendenza che, negli anni del primo dopoguerra, era propria della rivista “La Ronda”, alla quale
Ungaretti collaborò.

Il dolore(1947, vedi p. 666) segna il passaggio alla terza fase della poesia di Ungaretti, in cui
emergono la sensazione di vuoto di fronte al dolore per la perdita dei propri cari (il fratello e il
figlioletto) e la sofferenza per le atrocità della guerra. Qui i ricordi del passato affiorano sotto lo
sguardo triste e disincantato del poeta, nel tentativo di lenire proprio quel vuoto attraverso la
poesia.

La terra promessa, opera cui il poeta lavorò già a partire dagli anni Trenta, fu pubblicata
incompiuta nel 1950. Si trattava del progetto di un melodramma, con personaggi, musica e cori,
ispirato alla vicenda virgiliana del viaggio di Enea verso le coste del Lazio, alla ricerca della
terra promessa dagli dèi, e dell’incontro con Didone, la regina cartaginese morta suicida dopo
essere stata abbandonata dall’eroe troiano. L’opera presenta non solo la sofferenza di Didone
per la perdita dell’amato, ma anche la fine di Cartagine perché, come dichiarerà il poeta,
«anche le civiltà nascono, crescono, declinano e muoiono». Esperimento di epica moderna,
l’opera voleva essere, nelle intenzioni di Ungaretti, «una riflessione metafisica sulle condizioni
dell’uomo nell’universo, sulle profonde aspirazioni, sulla sostanza di essere universale e sul suo
costante fallire che si rinnova ogni giorno», una meditazione sul destino dell’umanità intera,
nutrita dei valori della classicità, nel tentativo di offrire un bilancio della propria esperienza
poetica ed esistenziale, che si avviava ormai al tramonto.

La raccolta Un grido e paesaggi (1952) comprende sette liriche scritte tra il 1939 e il 1951 e
ispirate ai viaggi e a i ricordi del periodo brasiliano (“Gridasti: soffoco” è una rievocazione
accorata della morte del figlio Antonietto).

Alla raccolta Il taccuino del vecchio (1960), che comprende poesie composte tra il 1952 e il
1960, appartengono 27 frammenti dal titolo “Ultimi cori per la terra promessa”, ideale
continuazione della raccolta precedente. I temi sono quelli della morte, dell'oblio, del senso di
caducità e della fine di ogni cosa. Nel primo coro il poeta si definisce «Profugo come gli altri che
furono che sono e che saranno», impegnato in un viaggio verso la meta a tutti sconosciuta: la
“terra promessa”, che va qui identificandosi con la fine della vita.

Nel 1969 Ungaretti pubblicò Vita d’un uomo, una raccolta della sua intera produzione poetica
che, nelle intenzioni dell’autore, doveva costituire una sorta di autobiografia poe tica ideale, sul
modello del Canzoniere di Petrarca. L’idea di un libro che raccogliesse la sua vita interiore, dai
primi anni della giovinezza fino alla tarda vecchiaia, fu motivata dall'e sigenza di far coincidere
vita e letteratura, di fornire al lettore un’immagine unitaria di Ungaretti uomo e poeta. Il poeta
stesso spiegò il senso di questo volume con una frase semplice ma estremamente efficace:
«Volevo lasciare una bella biografia».

Un testo in prosa particolarmente significativo è Il deserto e dopo (1961), che raccoglie alcuni
articoli di viaggio composti da Ungaretti come inviato speciale della “Gazzetta del Popolo”. Di
notevole interesse per capire i tratti più significativi della poesia ungarettiana sono gli articoli e i
saggi raccolti in Vita d 'un uomo. Saggi e interventi del 1974. Non è invece stato ancora raccolto
in un’opera unitaria il ricchissimo epistolario di Ungaretti, che negli anni intrattenne una fitta
corrispondenza con intellettuali e scrittori di spicco, come Giovanni Papini, Ardengo Soffici,
Giuseppe Prezzolini, Carlo Carrà, Gherardo Marone, Mario Puccini, Vittorio Sereni, Paul Valéry.
La pubblicazione delle lettere di Ungaretti, di cui non è ancora stata fatta una ricerca completa,
ha preso avvio alla fine degli anni Settanta. La raccolta più recente, L’allegria è il mio elemento
(Milano, Mondadori, 2014), riunisce le 300 lettere che il poeta scambiò tra il 1946 e il 1969 con
Leone Piccioni, che fu suo allievo all’università e poi il curatore della sua opera poetica.

Parallelamente all’attività poetica, Ungaretti intraprese quella di traduttore. Risale agli anni
giovanili ad Alessandria la sua prima prova con la traduzione delle poesie di Edgar Allan Poe,
caratterizzate dalla cura formale e dalla brevità. Nel 1936 pubblicò il volume Traduzioni, una
raccolta di testi di autori stranieri, tra cui Góngora e Blake. Successivamente uscirono traduzioni
dei sonetti di Shakespeare, delle poesie di Mallarmé e dell’opera Fedra di Racine, a
testimonianza della varietà delle sue letture e dei suoi interessi culturali. Egli selezionava di
volta in volta gli autori cui si sentiva vicino per ispirazione poetica, nel tentativo di realizzare un
«compromesso tra due spiriti», un «confronto di ispirazione», nella convinzione che i testi
poetici erano intraducibili e che tradurre significava «fare opera originale di poesia».

La prima fase: lo sperimentalismo

La prima fase della produzione poetica ungarettiana presenta unfortesperimentalismo, che


risente dell’influsso della poesia simbolista francese, la cui conoscenza fu approfondita dal
poeta durante gli anni parigini, e una decisa impronta autobiografica: secondo Ungaretti, che si
era avvicinato all’opera di Proust (vedi U.10), non vi può essere «né sincerità né verità in
un’opera d’arte se in primo luogo tale opera d’arte non sia una confessione». La poesia trova
così fondamento nelle esperienze esistenziali, recuperate attraverso la memoria. Segno
evidente della prospettiva autobiografica è l’indicazione del luogo e della data di composizione,
che accompagna le liriche dell'Allegria. La poesia, tuttavia, non si esaurisce in un’ottica
puramente individualistica perché Ungaretti intende innalzare la dimensione privata a simbolo di
una condizione universale; proprio in questo aspetto si riconosce la lezione simbolista.

Inoltre, sull’esempio dei simbolisti francesi, Ungaretti, per indagare la realtà nei suoi aspetti più
profondi, si serve di ardite metafore e dell'analogia, che gli permette di superare i legami logici
in favore di associazioni basate sull'intuizione immediata, e «di mettere a contatto immagini
lontane, senza fili. Dalla memoria all’innocenza, quale lontananza da varcare; ma in un baleno»,
come scrive lo stesso poeta.

La poesia di questa fase risente dell’impegno di rinnovamento del linguaggio poetico promosso
dai futuristi, che avevano teorizzato la poetica delle «parole in libertà» (vedi U.11), di cui
Ungaretti, tuttavia, rifiutava il carattere casuale e meccanico. La parola poetica si carica di
significati profondi, diventa un mezzo per cogliere l’essenza delle cose, per recuperare una
purezza originaria in grado di riscattare dalle atrocità del presente mediante un sofferto scavo
interiore che porta a improvvise e folgoranti illuminazioni.

L’esperienza del fronte è sempre presente nelle poesie, anche al di fuori di quelle che ne
affrontano direttamente il tema, come Veglia, Fratelli, San Martino del Carso. Gli orrori della
guerra, che il poeta visse in prima persona, influirono notevolmente sulla scelta e sulla
creazione di un linguaggio poetico nuovo: «Se la parola fu nuda, se si fermava a ogni cadenza
del ritmo, a ogni battito del cuore, se si isolava momento per momento nella sua verità, era
perché in primo luogo l’uomo si sentiva uomo, religiosamente uomo, e quella gli sembrava la
rivoluzione che necessariamente dovesse in quelle circostanze storiche muoversi dalle parole»
( Indefinibile aspirazione, 1947/1955, in Vita d’un uomo. Saggi e interventi, Milano, Mondadori,
1974).

Le liriche di questa prima fase sono improntate soprattutto alle seguenti innovazioni stilistiche:

l’adozione di un linguaggio scarno, essenziale;

il ricorso al verso libero, anche se spesso, unendo due o più versi consecutivi, si ricompone la
misura di un verso regolare;

la riduzione del verso anche a una singola parola, considerata come improvvisa illuminazione e
dotata di capacità di evocare immagini e concetti;

l’uso dell'analogia, che crea inaspettati legami tra immagini lontane, rivelando significati profondi
e nuovi;

la frantumazione della sintassi e l’abbandono della punteggiatura (a eccezione del punto


interrogativo) a favore del semplice accostamento delle parole, nelle quali, però, l’uso della
maiuscola facilita l’individuazione della fine dei periodi;

la presenza di spazi bianchi, sull’esempio dei futuristi e del poeta francese Apollinaire (vedi
U.13), di pause e silenzi, che conferiscono rilievo semantico agli articoli, alle congiunzioni e alle
preposizioni;

la “verticalizzazione” della lirica, data dalla prevalenza di versi molto brevi che creano un
andamento verticale con effetto di essenzialità.

Sulle scelte stilistiche della fase dello sperimentalismo, così si esprime Giuseppe De Robertis
(in Sulla formazione della poesia di Ungaretti in Altro Novecento, Firenze, Vallecchi, 1962): «Nel
distruggere il verso, nel cercare i nuovi ritmi, prima di tutto [Ungaretti] mirò alla ricerca
dell’essenzialità della parola, alla sua vita segreta e, com’era necessario, a liberare la parola da
ogni incrostazione sia letteraria sia fisica. [...] Via dunque le cadenze crepuscolari e i modi
discorsivi e prosastici, via i legamenti che impigliavano il linguaggio analogico, via le immagini
tarde che toglievano verità e slancio all’aggettivo, via le mille determinazioni che impedivano il
vago dell’espressione, via tutti gli impacci, per sempre toccare una sintassi fulminea, con una
fulminea potenza d’invenzione».

La seconda fase: il recupero della tradizione

I contenuti della raccolta Sentimento del tempo (1933) risentono della scoperta, da parte del
poeta, di un rinnovato sentimento religioso e dell’attenzione al tempo interiore, che scandisce la
vita umana, mutuato dalle teorie di Bergson. Superata la fase in cui la poesia si fondava sulle
improvvise illuminazioni, Ungaretti assume come tema centrale della nuova raccolta la
percezione del tempo, il “sentimento del tempo”, da intendersi sia come legame con il passato,
sia come dimensione fugace e provvisoria della vita, che diventa quindi occasione per meditare
sulla morte.

Le novità della raccolta, a livello formale, consistono nella scelta di una sintassi strutturata, nel
recupero della punteggiatura e delle forme metriche tradizionali, in particolare
dell’endecasillabo, in linea con il clima culturale e ideologico dell’Europa tra le due guerre, che
aspirava a un ritorno all’ordine.

L’operazione di recupero formale era legata all’influsso dei classici italiani assunti come modello
in un momento in cui Ungaretti sentiva l’esigenza di ricostruirsi un’identità attraverso la
riscoperta delle proprie radici, come lo stesso poeta spiega in un articolo del 1949: «Le mie
preoccupazioni in quei primi anni del dopoguerra [...] erano tutte tese a ritrovare un ordine [...].
Non cercavo il verso di Jacopone o quello di Dante, o quello del Petrarca [...] o quello del
Leopardi, cercavo in loro il canto. [...] Era il canto della lingua italiana che cercavo nella sua
costanza attraverso i secoli, attraverso voci così numerose e così diverse di timbro e così
gelose della propria novità e così singolari ciascuna nell’esprimere pensieri e sentimenti [...]» (
Ragioni di una poesia, in Vita d’un uomo. Saggi e interventi, cit.).

La scelta di una forma più strutturata ha implicazioni anche a livello linguistico: il linguaggio è
ricercato, arricchito da un ampio uso dell’aggettivazione, di immagini originali e preziose;
predominano associazioni analogiche e metafore piuttosto impegnative e audaci, tanto che i
critici hanno parlato di barocco ungarettiano. L’interesse per il Barocco venne significativamente
a coincidere con il soggiorno romano del poeta. Roma, dominata dalle architetture barocche e
dai resti archeologici della classicità, era, per ammissione dello stesso Ungaretti, il luogo ideale
della riflessione sui temi dell’eterno, della caducità, della decadenza, della rovina; «era città
dove si aveva ancora il sentimento dell’eterno e nell’animo nemmeno oggi scompare davanti a
certi ruderi. Quando si è in presenza del Colosseo, enorme tamburo con orbita senz’occhi, si ha
il sentimento del vuoto. A Roma si ha il sentimento del vuoto» (Vita d’un uomo. Tutte le poesie,
a cura di L. Piccioni, Milano, Mondadori, 1969).

Per reagire al sentimento delladecadenza, al «sentimento del vuoto», come lo definì Ungaretti,
l’uomo in epoca barocca si era rifugiato nella grandiosità della forma, segnata da una «pienezza
implacabile» di elementi; così anche lo stile in Sentimento del tempo, ridondante, prezioso, ricco
di immagini metaforiche e di iperboli, sorretto da una nuova complessità formale e figurativa,
esito della fusione tra esperienza barocca e linguaggio analogic o di matrice simbolista. È una
poesia di ampio respiro, che rinuncia all’essenzialità sofferta dell'Allegria a favore di
un’espressione molto elaborata. Centrali in questa stagione ungarettiana sono il senso di
precarietà, di ascendenza barocca, e il recupero di una dimensione religiosa, di una forte
tensione verso Dio.

La terza fase: la compostezza formale


La terza fase della produzione poetica di Ungaretti comprende le raccolte Il dolore (1947), La
terra promessa (1950), Un grido e paesaggi (1952) e Il taccuino del vecchio (1960). Con Il
dolore, il poeta prosegue nel recupero della tradizione classica attraverso l’impiego di nuovi ritmi
ottenuti mediante pause e suggestioni musicali. Il tono delle liriche è meno intimo: l’autore si
apre al colloquio con gli altri uomini, trattando temi concreti di carattere universale,
comunicando il proprio dolore per la morte del figlioletto, e quello dell’umanità intera per la
seconda guerra mondiale, verso la quale manifestò pubblicamente il suo profondo dissenso.

La riflessione degli ultimi anni condusse l’autore a un progressivo distacco dalla vita, alla
serenità di chi guarda le cose terrene da un punto di vista privilegiato, di chi si accinge a
separarsi definitivamente dall’esistenza per approdare alla meta più alta: la morte e la
dimensione ultraterrena. Lontana tanto dallo sperimentalismo della prima fase quanto dal
“barocco” e dalle ricercatezze linguistiche della seconda, la poesia delle ultime raccolte si
caratterizza prevalentemente per la compostezza formale, pur conservando la complessità delle
strutture sintattiche e delle immagini, sempre più orientate verso una dimensione classica.

L’influenza di Ungaretti sulla poesia del Novecento


Pur nella loro diversità, le tre fasi della produzione di Ungaretti sono caratterizzate da un
aspetto costante: la ricerca della potenza espressiva della parola poetica. È un’operazione che
oscilla tra due poli della personalità del poeta: il bisogno dirompente di essenzialità e la ricerca
di equilibrio e armonia. Dapprima prevale la frantumazione delle forme tradizionali, poi
subentrano il recupero della tradizione classica e l’uso di forme più composte, che consentono
di cogliere più nitidamente il messaggio ungarettiano. Sono questi i momenti di una continua
ricerca della verità insita nella parola, testimoniata dal magico incontro tra autenticità
dell’ispirazione e abilità tecnico-espressiva.

Ma la fase più innovativa della produzione poetica ungarettiana è senza dubbio la prima
stagione, quella in cui lo sperimentalismo, con la dissoluzione delle forme e la ricerca
dell’essenzialità, porta a un nuovo modo di fare poesia, anticlassico e di rottura con la
tradizione. Proprio per questo i critici hanno riconosciuto in Ungaretti uno dei più grandi
innovatori del linguaggio poetico novecentesco. I primi estimatori furono gli intellettuali che
gravitavano intorno alla rivista “La Voce”, mentre in generale la critica accolse le poesie della
guerra in modo tiepido, se non apertamente polemico. In particolare, il critico Francesco Flora,
legato alle teorie letterarie del filosofo Benedetto Croce, criticò il carattere di frammento delle
liriche di Ungaretti negandone il valore artistico.

Intorno agli anni Trenta il riconoscimento cominciò a farsi unanime, ma fu solo con gli anni
Cinquanta che si assistette alla definitiva consacrazione del poeta nel panorama letterario del
Novecento italiano, quando Gianfranco Contini arrivò a definire Ungaretti «il solo innovatore, o
liberatore, nella catena dei poeti moderni».

L’esperienza poetica del Novecento fu influenzata dalla lezione ungarettiana; tuttavia, è


soprattutto la corrente dell'Ermetismo (U.17), di cui Ungaretti fu considerato il precursore, a
presentare consistenti tratti comuni. Tra le innovazioni stilistiche più vistose della poesia del
primo Ungaretti che si ritrovano, almeno in parte, nella poesia ermetica, ricordiamo l’adozione
del verso libero, la ricerca della “parola essenziale” e l’uso dell'analogia che, costruita su
accostamenti inediti, suggerisce immagini suggestive e potenti, favorendo la concentrazione dei
concetti. Ed è proprio per la presenza di analogie complicate, spesso di difficile interpretazione,
e per il linguaggio raffinato che la raccolta Sentimento del tempo fu la più apprezzata dagli
ermetici.

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