I BRONZI DI VULCI
(Tavv. ΧΙ-ΧΠΙ)
Che in VuJci esistesse una fabbrica di bronzi, dopo aver sca-
vato in lungo ed in largo per cinque anni il suolo di quella città,
della sua necropoli, e dei dintorni, non posso affermarlo. Nulla di
nulla mi ha dato il più lontano indizio, in tutti gli scavi che ho
fatti insieme con Fing. Mengarelli, della esistenza di una fonderia
in Vulci.
Il suolo-base dell’antica città, dopo che in essa, nel 280 a. C.,
entrarono i Romani, dovette essere sostanzialmente modificato.
Nulla più vi resta di etrusco, ad eccezione d’insignificanti relitti,
fra le fondazioni: nulla della civiltà anteriore a quella romana.
Nessuna fonderia, e nessuno dei resti di fonderia di bronzo, che
pur sono sempre così numerosi e largamente sparsi, (carboni, ce-
neri, scorie metalliche, frammenti di materiali refrattari e di
crogiuoli) sono stati rintracciati nella città e nelle vicinanze di
essa. Invece della presenza di fornaci da ceramiche in Vulci, si è
avuto qualche inlizio in relitti testacei che potevano ritenersi
avanzi di lavorazione di vasi. Posso quindi affermare che· nulla
ha dato la campagna di scavo dal Mengarelli e da me compiuta,
che, possa ritenersi traccia di fabbrica o fonderia di bronzi. Tut-
tavia io non ho elementi positivi in contrario per negare la tesi
brillantemente sostenuta prima dal Wergehmer (1) e poi dalla
Guarducci nel suo articolo (2) sull’argomento: articolo interessante
e pieno di vasta cultura. A quell’articolo mi devo permettere però
di fare una rettifica: «La matrice per placchetta bronzea» pub-
blicata a tav. XV, non è nella mia collezione privata, ma è nella
collezione intitolata al mio nome nella nuova « sala Vulci », che si
sta sistemando nel Museo di Villa Giulia per l’esposizione di tutto
il materiale da me raccolto nei miei scavi a Vulci durante un
(1) Jahrb. Anz., 1924, p. 304 sgg.
(2) St. Etr., X, p. 15 sgg.
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quinquennio, nulla escluso, nè eccettuato. È questa l’unica « Colle-
zione Ferraguti » esistente, e che, io credo, potrà avere un note-
vole interesse, specialmente per i moltissimi pezzi di scultura etru-
sca in nenfro, che non hanno uguali altrove: sculture che vanno
dal periodo arcaico fino al III sec. a. C.
Tornando ai bronzi, ritengo invece poter asserire che la fama
dei bronzi provenienti dalle Tombe di Vulci, può avere la sua
origine nella provata doviziosità di Vulci e nella ricchezza delle
suppellettili funerarie vulcenti, in confronto di quelle trovate in
Fig. 1 — Matrice della placchetta (cm. 15x17)
sec. VI a. C.
altre zone. Questa, ripeto, dev’essere stata la causa della rinomanza
creatasi sui « bronzi vulcenti ».
Infatti nelle molte e molte centinaia di tombe da me aperte,
oltre alle centinaia di altre da me riscavate, ma che erano già state
manomesse e derubate, il materiale bronzeo trovato è stato poco,
molto scarso, ed in genere ordinario e dozzinale (Tav. XI, 1-4).
Poche e rare le eccezioni a questa regola; e di esse dirò appresso.
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Anche la giacchetta pubblicata dall’illustre Prof. Ducati (3),
della cui matrice unisco la fotografia (fig. 1), poteva essere stata
importata e messa nella tomba ove fu rinvenuta per una qualche
Fig. 2 — Specchio a disegno ordinario
see. ΠΙ. a. C.
ragione che ignoriamo, ma non certo nella tomba di un fonditore,,
perchè nessun attrezzo da fonderia l’accompagnava: e oltre a ciò-
la tomba era del IV o III secolo, mentre la placchetta è certo del VI..
(3) Hist., 1930, p. 454 sg.
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È noto come si usasse talvolta mettere nelle tombe di artefici spe-
cializzati qualche strumento del lavoro cui essi eransi dedicati in
vita.
Fig. 3 — Specchio a disegno mediocre
sec. IV a. C.
E la stessa cosa può dirsi della « matrice per antefissa » da
me pubblicata (4). Nessun indizio speciale rilevai che essa prove-
nisse da una tomba: nessun indizio che servisse per gettarvi soltanto
(4) St. Etr., X, p. 55 sg.
Ill
molle argilla, ’tizichè metallo fuso, essendo di terra refrattaria
come quella pubblicata dal Ducati. Le palmette ed i boccioli di
loto, erano la piu comune, elementare ed usuale decorazione die
si usasse dal VI al II sec. a. C. in tutti gli oggetti modellali, nei
vasi e nelle pitture etnische, non di Vulci soltanto, ma di tutte
le numerose e varie necropoli etnische esplorate, prescindendo
dalle variazioni che anche tali decorazioni elementari subirono per
riilesso dell'evoluzione artistica. Comunque, non abbiamo in que-
Fig. 4 — Specchio a disegno corrente
del V/IV eec. a. C.
sta matrice alcun indizio positivo di lavoro di fonderia. Anzi, a
prescindere dalle osservazioni basate sulla refrattarietà del mate-
riale della matrice, io credo che questa provenga da un deposito
di matrici o forme, annesse a un tempio; e che dovesse servire
unicamente per riprodurre con argilla nuove antefisse in sostitu-
zione di altre, man mano che si deteriorassero o si rompessero,
secondo l’uso che la previggenza aveva imposto agli Etruschi per
la conservazione dei loro sacrari: uso riconosciuto dal Mengarelli
a Satricum, a Falerii ed a Caere (5).
(5) Le matrici erano sovente di argilla refrattaria, perchè risultavano più
compatte e meno soggette a perdere la freschezza della modellazione.
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In una tomba del IV sec. a. C., fra molti materiali di toletta
femminile, in mezzo ai quali erano perfino i colori ancora usabili,
conforme l’antica e attuale moda per dipingere il viso; rosa, ce-
leste, e azzurro; si è trovato un vaso da profumi profondamente
ossidato. Questo vaso in bronzo, dopo aver subito un processo di
ripristino elettro-galvanico, è riapparso nella sua integrità, molto
ben modellato e rifinito (Tav. XII, 1-2). Come elemento negativo
alla tesi di una fabbrica vulcente, dirò che un bronzo identico
trovò il Mengarelli in una tomba del III sec. a. C. a Caere: e che
vari esemplari, anch’essi uguali od assai simili, sono in una ve-
trina del Museo Archeologico di Firenze, ma di provenienze ignote
e varie. Allora? Il commercio dei bronzi doveva esistere da lun-
ghissimo tempo: a Vulci, come altrove. Esso portava sui mercati
della Dodecapoli gli stessi articoli, che venivano poi venduti ovun-
que: così come oggi i figurinai lucchesi e quelli napoletani por-
tano le loro terrecotte o gessi per il mondo; e noi le troviamo
ovunque, con gli stessi soggetti e con gli stessi caratteri. Per gli
specchi noi abbiamo trovato molti esemplari: ma tutti da « em-
porio », a soggetti semplici e modestamente disegnati ed incisi
(Figg. 2, 3, 4), come tanti altri similissimi od uguali trovati in molte
altre necropoli. Anche questo dimostra che gli specchi di eccezio-
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naie pregio, provenienti da Vulci, e pubblicati, erano prodotti di
artisti veri e propri, mentre tutto il resto era il prodotto di fab-
briche. E queste fabbriche potevano ben essere prossime alle mi-
niere dei minerali per evitare l’inutile trasporto di grossi pesi; ciò
che, specialmente per il ferro, ci è confermato dal sistema di
« arrostimento » dei minerali che tanto bene appare a Populonia
negli scavi del nostro illustre Prof. Minto. Quivi, tanto i forni di
cottura, quanto le scorie, sono così ben visibili, da non lasciare
alcun dubbio sui procedimenti metallurgici etruschi. Tracce di
Fig. 6 — Secchiello in rame
del V/IV sec. a. C.
procedimenti simili sono anche nelle varie miniere abbandonate
dagli etruschi nei monti dell’Amiata e in quelli della Maremma,
tuttavia prossimi però a Vulci.
Dovevano esserci, comunque, artisti incisori cesellatori, e mo-
dellatori e fonditori, di pezzi « unici » aventi naturale sede nella
doviziosa Vulci, ove trovavano ricchi e raffinati compratori dei
loro lavori. Come oggi noi abbiamo a Milano gli artefici del ce-
sello, della incisione e della fonderia, perchè hanno il cliente più
facile, e come nel Medio Evo quegli artefici erano a Firenze e a
8 — Studi Etruschi, XI
114
Venezia, così allora Vulci, essendo forse una delle più ricche delle
dodici città, doveva avere artefici specializzati nella scultura e nel
cesello dei bronzi. Nel celebre trono marmoreo di Claudio del
Museo Laterano, Vulci non è forse rappresentata quale ricca ed
opulenta matrona, seduta su una bella cathedra, mentre sostiene
colla destra protesa un uccello rapace, forse da caccia; e ciò a dif-
ferenza della modesta, rigida e jeratica figura di donna velata, in
piedi, che rappresenta Tarquinia? Aggiungo ancora, come ele-
Fig. 7 — Fianco del secchiello in rame
del V/IV sec. a. C.
mento contrario alla tesi di una fonderia vulcente, che i vari pezzi
di oggetti di bronzo trovati frantumati nelle tombe, anche se della
stessa epoca, hanno presentato all’analisi chimica composizioni
varie delle leghe metalliche che li costituivano: segno questo evi-
dente di una varietà di « ricette y>, e perciò di diversità di prove-
nienza degli oggetti stessi.
Citerò ora qualche « unico » venuto fuori dalle tombe di Vulci.
Una cista (Tav. XII, 3) in rame e bronzo con tre peducci (fig. 5),
di disegno piuttosto rozzo, ma sormontata da una pantera meravi-
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gliosa per forme, slancio, grazie e finezza di modellazione (Tav.
XII, 4). Vivacità e forza magnifiche animano la fiera! Questa è
indubbiamente di mano ben diversa da quella che eseguì la cista
c i suoi peducci. Si sarebbe fin tentati pensare che la cista e tutto
il resto non siano che una utilizzazione della piccola fiera, così
Fig. 8 — Elmo del V sec. a. C.
Tomba del Gaerriero
come sembra certo che la cista sia riferibile a una data meno antica
di quella della piccola pantera. Questa cista fu tratta dal suolo
tutta a pezzi, e la pantera rugosa per l’ossidazione profonda pro-
dotta dall’umidità; ma venne restaurata col processo moderno elet-
trogalvanico; ed oggi essa appare liscia e perfetta come forse
quando uscì dalle mani del valènte artista che la modellò nel
V secolo.
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Un piccolo secchiello con manico artistico che avrebbe dovuto
essere un gioiello (Tav. XIII, 1), ma cui neppure il trattamento
elettrogalvanico ha potuto restituire l’antica bellezza. Nel disegno
(figg. 6 e 7), meglio che nella fotografia (da me eseguita come tutte
le altre appena uscito l’oggetto alla luce, sul terreno stesso di
scavo) si vede questo cimelio, il quale doveva essere di gusto e di
fattura squisita, di pura arte del V see. ma di cui la corrosione
poco ha lasciato (6).
Infine in una tomba che ho chiamato « del guerriero » ho tro-
vati molti bronzi. La camera sepolcrale era come fosse stata chiusa
il giorno avanti. Molte foglie ancora verdi dei festoni di lauro che
Fig. 9 — Gruppo in bronzo
dell’Elmo del “ Guerriero „
erano stati appesi su chiodi lungo le pareti, apparvero al piede
di queste. Ad una parete, era l’elmo intatto del guerriero, come
se questo ivi lo avesse appeso. Alla parete di fianco, sempre fra
i festoni, era il suo grande scudo rotondo di rame, di un metro
circa di diametro; ed in terra, di fianco al luogo ov’era stato il
letto funebre, erano gli schinieri, anch’essi di rame e di accurato
*
lavoro. All’armatura guerresca era unita la suppellettile mirabile
della mensa, con vasi di bronzo e di ceramica, sia locale, sia attica.
Di questa tomba magnifica dei primi del V see., perfettamente
conservata, resterà fisso il ricordo nella mia mente in modo spe-
ciale. Quando, fatto un foro sotto i massi ancora in posto della
(6) Hist., 1930, p. 455 sg.
117
chiusura della porta, entrai primo carponi, con il riflettore, i cui
raggi mi precedevano, i miei ocelli ebbero la visione inattesa e
sorprendente di tutto l’insieme di cui ho dato un rapido cenno.
Mengarelli al mio grido di sorpresa temette che un infortunio mi
fosse capitato, ed accorse con S. E. Lupi e con altri amici, venuti
per caso, e trovatisi a questo indimenticabile spettacolo che ciascuno
di essi volle successivamente, con cautela, ammirare.
Avevo aperte molte, molte centinaia di tombe; ma nessuna mi
aveva data la sensazione profonda che ebbi da questa « del guer-
riero ». Mi parve che i predecessori etruschi nei primi del V see.
a. C. avessero chiuso il giorno innanzi la porta dell’ipogeo funebre,
che io riaprivo, ignaro del suo contenuto vivo e magnifico.
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Aggiungo qui una breve descrizione riassuntiva di parte del
corredo che rinvenni nel sepolcro.
L’elmo etrusco, già ricordato (Tav. XIII, 2 e fig. 8) è di forma
perfetta, alquanto diversa dai soliti elmi etruschi; forma che riap-
parve, con qualche variante, nel medio evo. Esso è di bronzo lu-
cente, dal colore giallo-oro del rame, al giallo rosso dell’antimonio,
con due piccoli gruppi di figure di altro bronzo verde sulla cima
(fig. 9) riproducenti Bellerofonte che regge Pegaso. Questo gruppo
doveva certo servire a sostenere il « lophos », o cresta, sull’elmo.
Inoltre due altre figure modellate con estrema finezza, però da
mani diverse da quella che ci diede i gruppetti di Bellerofonte
con Pegaso, erano sulla fronte e sul retro dell’elmo: ima testina
di Acheloo dai corni bovini, ed una testina di Tifone dalle orec-
chie caprine, con ali, braccia e schema degli arti inferiori angui-
Fig. 11 — Lebete in bronzo con leoni al bordo del V sec. a. C.
formi. Alle paragnatidi (fig. 10) credo possano attribuirsi due pezzi
originali in rame leggero, a bassorilievo. Vi è rappresentato Achille
armato di arco, dietro la fontana, il quale attende che un uomo
nudo abbia finito di attingere l’acqua, per colpire con freccia
Troilo che, ivi presso, in piedi, regge per le briglie il suo cavallo,
onde abbeverarlo a suo turno. Dietro il cavallo di Troilo se ne
vede un secondo col suo cavaliere. In questa scena non appare,
come in molte ripetizioni di essa su vasi greci, Polissena, sorella
di Troilo, amata da Achille, con l’hvdria presso la fontana.
La decorazione è compita da una delle solite palmette così fre-
quenti nei disegni etruschi di quell’epoca. Anche queste paragna-
tidi sembrano prodotte da mani completamente diverse da quelle
che fecero Felino. Esse furono èvidentemente eseguite con due
«stampi» metallici: l’uno col mito di Achille e Troilo, l’altro
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con la decorazione a palmette. Forse esse erano considerate come
accessori di facile deperimento, ma sostituibili rapidamente con
l’impiego degli stampi.
Gli schinieri del guerriero sono senza un’ammaccatura e lisci;
con l’ingrosso che presentano ai lati del polpaccio, e colla modella-
tura perfetta della gamba, appaiono quasi pezzi di statua, più che
oggetti da difesa. Tale è la loro finezza di esecuzione, che sembrano
tolti « ieri » dall’uso giornaliero ! Essi sono pezzi unici per conser-
vazione e per finezza. Come dissi, vi erano parecchi vasi di bronzo,
fra i quali citerò solo un lebete umbilicato (rotto), sul cui bordo
corrono dei piccoli leoni di bronzo, tutti in atteggiamento diverso
(Figg. 11 e 12); ma di esecuzione che sembra richiamare l’arte
orientale, e comunque ben diversa da quella dei pezzi già ricordati.
Ora anche dall’esame di questa tomba « del Guerriero », di cui per-
ciò ho voluto presentare un po’ della sua suppellettile, si può de-
durre come nel momento culminante dell’arte e della ricchezza di
Vulci (V secolo a. C.) non dovesse esistere una fabbrica locale di
bronzi: tutti i pezzi sono di metallo diverso: tutti lavorati in modo
vario, più o meno finemente, con spessori vari, e rifiniti tutti da
mani e con sistemi diversi.
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Forse nessun ritrovamento di tanti materiali bronzei (per ec-
cezione trovati insieme) poteva dare più chiara dimostrazione della
tesi della importazione dei pezzi e della loro varia provenienza,
in contrasto-con la tesi, che lo scavo per giunta non ha avvalorato,
dell’esistenza di una fabbrica di bronzi vulcente. Ma forse questo
ritrovamento ci prova solo l’esistenza di un centro, o mercato di
raccolta e di diffusione di bronzi in Vulci.
Chiuderò dando la riproduzione (Tav. XIII, 3-4) di un inedito
idoletto bronzeo del Senatore Giorgio Guglielmi, Marchese di Vul-
ci: di un « Vertunno » come l’ha definito il Prof. Ducati. Questo
idoletto di Vertunno, ossia del Dio italico-etrusco, il culto del
quale era connesso col succedersi delle stagioni e con la raccolta
dei frutti, è anch’esso uscito dal suolo di Vulci (« Pian di Maggio »).
Esso è pieno di vita nell’atteggiamento e nel movimento, e reca
un’iscrizione etrusca illeggibile sulla gamba sinistra. Sembra an-
ch’esso un oggetto d’arte importato, sia per i caratteri che vi sono
incisi, sia per la sua modellazione, che richiama quella di bronzi
già noti di altre regioni etrusche.
U. Ferraguti
St u d i Et r u s c h i , XI TAV. XI
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3 4
ROMA - MUSEO NAZIONALE DI VILLA GIULIA (Co l l e z io n e Fe r r a g u t i ) — Figg. 1, 2,
3, 4. Materiali bronzei di ordinaria lavorazione e forme appena tolti da tombe dal IV al
III sec. a. C. a Vulci.
St u d i Et r u s c h i , XI TAV. XII
ROMA - MUSEO NAZIONALE DI VILLA GIULIA (Co l l e z io n e Fe r r a g u t i) — 1-2. Vaso
bronzeo del VI sec. a. C. per profumo o brucia profumi. - 3-4. Cista in rame e bronzo del V
ο IV sec. a. C.
St u d i Et r u s c h i , XI TAV. XIII
1 2
3 4
ROMA - MUSEO NAZIONALE DI VILLA GIULIA (Co l l e z io n e Fe r r a g u t i) — 1. Sec-
chiello del V sec. a. C., come fu trovato nello scavo - 2. Elmo e schinieri appena tolti dalla
tomba del guerriero. — ROMA - COLLEZIONE MARCHESE GIORGIO GUGLIELMI DI
VULCI — 3-4. « Vertunno » idoletto bronzeo del V sec. a. C.