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Se15 23

La 'Rivista di Epigrafia Etrusca' del 1940-1941 presenta nuove iscrizioni etrusche scoperte e analisi di iscrizioni già pubblicate. Il documento include dettagli su vari reperti archeologici, come coppe e sarcofagi, con commenti sulle iscrizioni e le loro possibili interpretazioni. Inoltre, offre una bibliografia e recensioni su studi correlati.

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Argomenti trattati

  • Feltre,
  • Sintassi etrusca,
  • Documentazione archeologica,
  • Vulci,
  • Etruschi in Liguria,
  • Lessico etrusco,
  • Traduzione epigrafica,
  • Critica epigrafica,
  • Adria,
  • Analisi linguistica
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Se15 23

La 'Rivista di Epigrafia Etrusca' del 1940-1941 presenta nuove iscrizioni etrusche scoperte e analisi di iscrizioni già pubblicate. Il documento include dettagli su vari reperti archeologici, come coppe e sarcofagi, con commenti sulle iscrizioni e le loro possibili interpretazioni. Inoltre, offre una bibliografia e recensioni su studi correlati.

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RIVISTA DI EPIGRAFIA ETRUSCA

Anno 1940-1941

Pa r t e I

A. Iscrizioni inedite trovale negli anni 1940-1941.


B. Iscrizioni inedite trovate precedentemente.

Pa r t e II

A. Illustrazione, commento, revisioni, note, ecc. su epigrafi edite:


1°. nel CIE.
2°. nel CII.
3°. in altre Raccolte o Riviste, compresa la nostra.
B. Bibliografia ■ Recensioni ■ Varia.

Pa r t e I

A.
1". POPULONIA.
a) «Coppa d’argilla pesante (ricomposta da frammenti) di colore rosso-
violaceo, sbocconcellata per ampio tratto dell’orlo (alt. m. 0,045; diam. m. 0,1051.
Presenta nell’interno una iscrizione graffita sinistrorsa ».
« Fra i materiali archeologici sporadici scoperti negli sterri del Poggio
della Porcareccia ».
Per gentile comunicazione del Prof. Antonio Minto, in Not. Scavi, 1940
agosto-settembre, p. 395.

Fig. 1. — Iscrizione su coppa di Populonis.

venel

Alt. delle lettere cm. 3-3.2.


Per venel, prenome arcaico, frequente a Orvieto, vedi Lattes, Ind. less. etr.
s. v., e cfr. Buonamici, Epigr. etr., p. 261.
370

b) « Frammento del centro di una tazza, su piede discoidale a bordo solle-


valo, di argilla color giallognolo, dipinta a vernice nera (alt. m. 0,045; diam.
m. 0,08): sul fondo del piede, a leggero graffito, si legge l’iscrizione sini-
strorsa »:

Fig. 2. — Iscrizione su tazza di Populonia.

cuprias'
Per gentile comunicazione, come sopra. Minto, Not. Scavi, 1940 agosto-set-
tembre, p. 394.
Alt. delle lettere cm. 1,1-1; mm. 9 (i); 1.3 (a); 1.2 («).
Si può confrontare il gentilizio Cuperius, che si è trovato a Caere, CIL,
XI, 3614, e ad Ostia CIL, XIV, 245. Cuperius sta ad etr. cuprna CIE, 2047 (Chiu-
si) come Sepurius (etr. sepre, sepria) sta ad etr. seprsnei (Schulze, p. 157). Cfr.
Cubrenus CIL, XI, 5854 (Iguvium), Cupressenius, ecc. Il Fabretti {Gloss, ltal.)
cita pure un gentilizio Cuprenius in relazione a Cupra nome di Giunone, = Bo·
na Dea secondo alcuni, Cupra Montana, Cupra Maritima, Cuprensis e Cyprensis
(ager), Cyprius (vicus); cuprus o Cyprus = «bonus» presso i Sabini (Varrò,
de 1. L V, 159, p. 62). Cyprius è anche epiteto di Marte. Lo Schulze (p. 157)
cita pure Cupris da una moneta di Mallos in Cilicia. Troviamo in Dessau,
n. 7420: d. m. | Cypareni or | natrici bene | merenti Polyde | uces fecit (Roma,
Lovalelli, Röm. Mitth. 1901, p. 384. Cfr. Cara Cuparia sopra figura nuda di sesso
incerto, Etr. Spieg. V, 139,1, che il Lattes manda con lat. Cuparius (vedi
Schulze, p. 354).
B.
Agro Patisco. NARCE.
Coppa di terracotta verniciata in rosso (diam. 0,175; all. m. 0,068).
Firenze. Museo Topografico. Invent, n. 74357, gruppo a, 9. Acquisto Mi-
nisteriale 1892.
Per gentile comunicazione del prof. Minto.
Iscrizione graffita sottilmente nell’interno della coppa, vicino all’orlo.
Autopsia 23 aprile 1941, calco cartaceo a lapis.

Fig. 3. — Iscrizione di Narce.

velÖarus velanas
371

Alt. delle lettere: cm. 1-1.2 circa.


Il solco è terraceo. Alcune lettere sono a linea sottilissima.
Da notare la figura di v in principio, e delle due e. La r termina a sinistra
con una finissima linea in basso quasi impercettibile. La u mostra un trattino
orizzontale in alto a destra, ma la figura non è chiusa in alto : si tratta vera-
mente di u. La seconda e presenta evidentemente le due traverse in basso, seb-
bene in posizione anormale, ma anch’essa è sicura. La n mostra come una seconda
linea verticale a destra, che sembra una « ripresa » piuttosto che una vera e
propria i da far leggere velainas. Da notare anche le figure di a.
velfiarus. Sembra forma « dialettale », come veWarusa che si trova a Caere,
CII, 2366 (cfr. forse n. 2382): la forma usuale sarebbe velOurus CIE, 4941,
4958 ecc. (Orvieto); veWurusa CIE, 847; Fa. I, 427 velöurusa. Preferisco spiegare
così, meglio che supporre un suffisso aggiunto ad una base velila·.
velanas. Cfr. velatini CIE, 2869 (Chiusi), velanial n. 130 (Volterra), veleina
CII, 2113, Gloss. 1907 ecc.; velna, vela ecc.; lat. Velanius, Vellanus (fundus);
Veilanus gentilizio ; Velleianus (fundus), ecc. ecc. (Schulze, p. 377).
Si può tradurre: « di Velfhtr Velano ».
II.

A.
3.
1°. CASOLE D’ELSA (Sienal.
Scamuzzi, Di alcuni recenti travamenti archeologici interessanti la topografia
dell’Etruria, Studi Etr., XIV, 1940, p. 355.
Tomba etrusca di Casole d’Elsa. Tra la numerosa suppellettile si son tro-
vate tre monete di bronzo, di cui due inidentificabili a causa delle incrostazioni,
e la terza, un triens della serie della clava e la scritta
«)
veladri

con la testa gianiforme di Hermes, del peso di gr. 49,8. Cfr. E. I. Haeberlin,
Aes grave, tav. 84, n. 4, 5.
Per altre monete colla medesima leggenda vedi CII, nn. 303 a-b e 303 g
da sinistra. Cfr. Deecke,· Etr. Fo. II, Das Etrusk. Miinztvesen, pp. 34-43, 90,
124 sg. Lo Schulze confronta Fabrateria. Cubulter(ia), Velitrae, Ecetra, Ostra, e
ager Caletranus. Abbiamo anche il gentilizio velafhri CIE, 2090, 2091, 4685 (Chiu-
si). Il Lattes ricorda (Ind. less. s. v.) « se mai » Volturo, Voltarontis (Schulze,
p. 41, nomi veneto-illirici). Si trova anche il genitivo velatriz CIE, 4684.

Tra il materiale fittile si deve notare un piatto di argilla giallognola pe-


sante, con ampio labbro rialzato su cui leggonsi a graffito i segni:
b)

Fig. 4. — Segni su piatto di Casole d’Elsa.

Non saprei dire se, da sinistra a destra, si potesse leggere Irisce o, capo-
volgendo, prisce. In ogni modo per la divisione in parole rimarremmo sempre

25 — Studi Îtruechi, XV
372

incerti. Forse l(arO) o l(ar) risce? Ma un gentilizio risce non è stato mai trovato
tino ad ora. In etr. abbiamo solo resciunta CIE, 696. 0 prisco = Priscus?

2°. VULCL
Tomba dei Sarcofagi. Scavi diretti dal Comm. Ferraguti. Iscrizione a grandi
lettere su sarcofago (da calco gentilmente mostrato dall’Ing. Mengarelli).

larii tutes anc jarOnaxe veluis |


tuteis ' ΰαηχνίΐ · uisc | turialsc

La parte finale di questa epigrafe fu da me pubblicata con ampio commento,


a cominciare dalla parola veluis, nella Riv. di epigr. etr., Studi Etr., V, 1931,
p. 541 sg., n. 5. Segnalavo, fra le altre cose, la mescolanza di latino e di etrusco,
e l’aggiunta della copulativa -c tanto al prenome, quanto al gentilizio della
donna ivi ricordata. Il Cortsen (Etruskisch, Gioita, XXIII, 1935, p. 151) ha
osservato pure che Fiscrizione mostra un interessante esempio di mescolanza di
latino e di etrusco in epoca tarda: la terminazione -is è già direttamente latina.
Ma aggiunge che « Buonamici cerca inutilmente di spiegare » la doppia -c in
Oanxvil-uis-c turials-c, mentre se si riflette che turialsc = turial s(e)c, cfr. —
suOi, tree = turce, Iris = laris, ecc. l’epigrafe riesce molto facilmente intelli-
gibile: « Dìe Tochter des Vel Tute und Thanchvil(u) Turia ».
Ma prima di tutto qui si tratta di un uomo, lar& tutes, che è il soggetto
della frase al nominativo, e non di una donna. Il Cortsen non conosceva il prin-
cipio dell’iscrizione quando scrisse in tal modo. Inoltre qui s(e)c starebbe per
.s(e)c(is’), dovendo accordare con Òanxviluis. sicuramente genitivo, senza avver-
tire che un’abbreviazione di per sè insolita, accollata poi, per dir così, a turial-
in una epigrafe in cui appariscono distinte fra loro altre parole: tuteis da
θαηχνίΐ e βαηχνΐΐ da uisc mediante un punto, difficilmente si potrebbe compren-
dere. Noto infine che ammettendo l’ipotesi del Cortsen, quello che vale per se
dopo turial-, dovrebbe valere anche per .se dopo Qanxviluì-, la qual cosa è poco
verosimile. Se propriamente l’artista o il redattore dell’epigrafe avesse avuto
in mente questo, avrebbe evitato di confondere un gruppo se — s-c, coll’altro
= s(e)c, sia scrivendo per inLero quest’ultima parola, sia sopprimendo la c
nel primo. Ma, lo ripeto, comunque si voglia intendere questa grafia, non si può
tradurre come propone il Cortsen, perchè il soggetto della frase non è una donna,
ma un uomo. La traduzione sembra non possa essere altro che questa: « Lar<9
Tutes questo offri (opp. hic parentavit, o simile) a Vel Tute e a Than^vil Turia »,
colla -c copulativa pleonastica, messa bene o no a proposito.

3°. IRNUM (Salerno).


Rìbezzo, La stratificazione lazial-ausunica ed etrusca della Campania me-
diterranea nella lingua e nelle iscrizioni preromane edite ed inedite, Riv. I.G.I.,
XXI (1937), fase. 1-2, p. 61, tav. agg. n. 2.
Kylix verniciata in nero con lettere graffite nell’interno:

spu

Ho potuto studiare questo e altri monumenti inscritti conservati nel Museo


di Salerno, per la cortesia dell’egregio Direttore Venturino Panebianco, che
qui di nuovo ringrazio.
373

Ho potuto constatare che prima della u finale si vede in alto una lineetta
orizzontale di circa mm. 2, la quale apparisce anche chiaramente nel calco
cartaceo che presi in quel giorno (1 giugno 1941). Non si tratta di un segno
fortuito, nè di un « graffio » o altro di simile, ma di un segno intenzionale vero
e proprio, in questo caso di un segno di interpunzione, di quella forma che si
osserva pure in altri monumenti, p. es. in CIE, n. 926, oss. fict. Cervo gii an a
(Chiusi) :
A Cnaèus | A' f

L’incisione ha la stessa larghezza e profondità delle linee che formano le


lettere, e il solco è parimente terroso.

Fig. 5. — Kylix di Irnum.

Alt. delle lettere (da destra) cm. 1.3; 1.5; 1.1.


Penso pertanto che l’iscrizione sia da dividersi:
sp'u
In tal caso àp. sarebbe probabilmente l’abbreviazione del prenome spurie;
ed u, che sta da sè, l’iniziale, forse, di un gentilizio, o comunque di un termine
che doveva essere abbastanza noto nella famiglia di quello a cui apparteneva
la tazza. So bene che àp è anche Labbreviazione di Epurai (per es. in CIE, n. 8l,
ma non saprei dire se in questo caso fosse da preferirsi.

4°. FELTRE.
Due frammenti di pietra inscritti.
Museo Comunale di Feltre.
a) Lattes, Iscrizioni inedite venete ed etnische dell’Italia settentrionale,
Rendic. Istit. Lomb. serie II, vol. XXXIV, 1901, p. 1136 sg. n. 5, fig. 5; Buona-
mici, Studi Etr. I, 1927, p. 509, fig. 2.
b) Campanile, Importante frollamento dì epoca romana, Not. Scavi, 1924,
p. 155, Buonamici, 1. c., p. 509, fig. 1.

iìMWIVM

«)
b)
« Fig. 6. — Iscrizioni di Feltre.

kiaiser * tinia · ti
... silnanv
374

Di queste due iscrizioni ha trattato ultimamente il prof. Attilio Dal Zotto,


preside del R. Liceo di Padova: Il Colle delle capre di Fehre preromana, Estr.
daH’Arc/iivio storico di Belluno, Feltre e Cadore, anno XII, num. 71. Feltre,
1940, pp. 11, colla riproduz. fotogr. delle epigrafi a p. 2.
Il Dal Zotto, dopo aver fatto la storia dei rispettivi trovamenti, riferisce
e critica i vari studi e tentativi ermenentici di Lattes, Buonamici, Grison, Pisani,
Battisti, Conway, Buffa, ecc. Ritiene che le due epigrafi siano sepolcrali e non
votive, integre e non mutile, ed esibiscano il nome delle persone defunte (p. 3
e 9). Crede poi, seguendo il Grison, che i punti frapposti nel testo non separino
una parola da un’altra, ma abbiano valore vocalico. Tenendo conto di tutto
questo, egli divide e legge:
«) Kiaise — r. tinia —. ti
Kiaise Rutinia ati

E poiché secondo lui Kiaise corrisponde all’etrusco Kaisie, e si legge lati-


namente Ciaesus, ital. Cieso, e ati significa « madre » in etrusco, ed è apposi-
zione del nome proprio Rutinia, e « forse Rutinia madre è specificazione ma-
tronimica », il Dal Zotto intende come se fosse: «Cieso figlio di Rutinia ».

Per ciò che riguarda l’altra epigrafe, completa secondo il nostro A., Siinane
sarebbe nome proprio, composto da sii + nane. Il primo tema sii potrebbe
confrontarsi coi toponimi locali Sil-a (Pergine), Sil-ana (Casteltesino); il secondo
nane richiamerebbe nanas, nome . con cui gli Etruschi chiamavano Ulisse
(Tzetzés, Lykophr. Alexandr. 1244).
Non posso fermarmi ora a discutere su queste interpretazioni: mi propongo
di tornarci sopra in altra occasione più propizia. Per il momento mi limito a
rimandare a quanto ne dissi nella Rivista di epigrafia etrusca sopra citata. Os-
servo ad ogni modo che la lettura proposta dal Dal Zotto non mi sembra cor-
rispondere a quanto fino ad ora si sa di positivo intorno all’uso della interpun-
zione nelle epigrafi etrusche. Anche lasciando stare la lettura ru di r seguita
da punto, rimane il preteso gruppo . ti per il quale apparisce affatto ingiustificato
leggere ati. E questo pur prescindendo dalla questione se il contenuto delle due
epigrafi sia veramente da ritenersi « sepolcrale » piuttosto che « votivo ».
Infine per la lettura siinane noto che occorrerebbe un nuovo ed accurato
controllo sul monumento, perchè se dalla fotografia prodotta dall’A. a p. 2
sembra veramente sia da leggere siinane, da altra fotografia donatami dall’egregia
Dott .ssa Campanile, di compianta memoria, apparisce in modo non meno chiaro
che debba leggersi silnanv, come io trascrissi nel 1927.
Invece sono disposto a riconoscere la possibilità che l’epigrafe sia completa
con questa sola parola. Per l’altra manterrei la lettura proposta sopra.

5°. ADRIA.
Fogolari Giulia, Scavo di una necropoli preromana e romana presso Adria,
Studi Etruschi, XIV, 1940, p. 431 sgg.
Scavi ripresi sistematicamente nel febbraio 1938.
Necropoli di Canalbianco: vedi planimetria a p. 432.
Su alcuni vasi sono graffite iscrizioni a caratteri etruschi: moltissimi sono
i cocci che recano solo qualche lettera. La suppellettile può datarsi dalla fine
del IV a tutto il III secolo (p. 438).
375

Sono riprodotti solo due dei graffiti più completi:


a) Iscrizione graffita entro il fondo di un piatto della tomba n. 154 ip. 438,
fig. 3).

Fig. 7. — Piatto di Adria.

Le lettere sono di forma irregolare e in direzione diversa. Sembra si possa


leggere
ρναφάχ l^rurpu

Le lettere αχ sembrano in nesso. Forse è da dividersi pva φαχ l rurpu o


forse meglio Ir urpu. La prima voce pva si può confrontare con pva che si
legge sullo specchio di Volterra (Gerhard-Körte, V, p. 73, tav. 60; Buonainici,
Epig. etr., p. 390 sg. e tav. LIV, fig. 93) e con peva-χ che il Trombetti (Studi
Etr., IV, p. 215) ricordava insieme col Sava piva « acqua ».
La voce φαχ può suggerire il richiamo di faca che si trova in Capua, I, 4,
e con face che si legge in Agram, III, nella frase: Oui streteO face apnis ania\
iipnii urx, e che il Trombetti (1. c. p. 194) spiega dubitativamente « sacrifichi ».
Le due lettere seguenti l r (così disposte per simmetria grafica?) possono
corrispondere all’abbreviazione del prenome larO: vedi Lattes, Ind. less. s. v.
lard. E urpu può essere un gentilizio, che veramente, almeno fino ad ora, non
si è mai trovato in questa forma. In etrusco si conosce urfi, CIE, 1568 (Clusium).
urfa 2859 (Clusium), Schulze, p. 364; vedi pure 199, 221. Lat. Orjìtus (etr.
*urfite), Orbicius, Orfius, Orbius, Orphius; Orvius, Urvinius, Orvinius.
b) Iscrizione graffita sull’orlo di una coppa rinvenuta dispersa (p. 438.
fig- 4).

Fig. 8. — Coppa di Adria.

uenunai : mi

Credo che così debba leggersi, poiché la prima lettera a destra piuttosto
che l deve ritenersi u. Si può pensare che la formula equivalga a dire : « me
(dedit) Uenunai ».
Il gentilizio corrisponde probabilmente ad un *venunai, che può confron-
tarsi con etr. venunia CIE, 2225, 4354, ecc.; venunias 2864, da venu = Vennius
(Lattes). Lo Schulze, p. 69, confronta con lat. Vennonins CIL, VI, 2761 aus
Bononia; Venurius, Not. Scavi, 1896, 286 (Tuscana), ecc.
376

6°. VALLE TREBBA (Cornacchie, prov. di Ferrara).


Continuazione degli scavi nella necropoli di Valle Trebba, situata a 6 chi-
lometri a occidente di Comacchio, nella zona di bonifica presso la linea ferro-
viaria Ostellato-Comacchio. La campagna del 1930 ha messo in luce altre 57
tombe (dopo le 1102 scoperte dall’aprile 1922 al 1929) che appartengono in gran
parte al sec. IV ; alcune risalgono al V.

Vedi B. Μ. Felletti Maj, Rassegna degli scavi e delle scoperte avvenute nel
territorio dell’Etruria Padana dal 1° gennaio 1930 al 31 dicembre 1939, Studi
Etruschi, XIV, 1940, pp. 325-349.

Tomba 1118. A umanazione. Tra gli altri oggetti una ciotoletta che reca
l’iscrizione (p. 327):
«)

Fig. 9. — Ciotola di Valle Trebba.

kalsus

La direzione è da sinistra a destra. Da notare la presenza del k e la fi-


gura di u.
Si può confrontare etr. calsu-sa in CIE, 2552, oss. Clus. dania : pelinati:
mutias: calsusa: ; 4801, op. oss. (Museo di Chiusi) Sana: latini: calsusa. Il
Lattes ilnd. less. s. v.) confronta calisus CIE, 2694 teg. sep. (Chiusi), lat.
Calusius CIL, V, 7358 (Clastidium), IX, 5912 sgg. (Ancona); Calsasia V, 2414
(Ferrara). Per tutti questi termini vedi Schulze, pp. 75, 147, 352, dove si trovano
altri elementi di confronto.

Campagna 1935 (nn. 1170-1211, 1. c. p. 337 sgg.).

Tomba 1171. A cremazione. Insieme a ceramiche etrusco-campane, ecc.


una scodellina a vernice nera, con palmette impresse, con iscrizione etrusca
graffita (p. 337):
b)

Wj4AlAb<)
Fig. 10. — Scodellina di Valle Trebba.

La lettura è oltremodo difficile: non è certa nemmeno, per tutte le lettere,


la direzione. Il primo segno a destra è indecifrabile, il secondo sembra una i
con e addossata, ma potrebbe anche trattarsi di un segno solo = h. Dal terzo
fino al settimo la lettura pare certa: risai. Dopo abbiamo un segno che sembra
una u rovesciata t(?) o c? Le ultime tre lettere possono leggersi lem, colla
m rovesciata, come si trova qualche volta, per es. nella scrittura di Sondrio,
oppure Ze«, dato che s possa essersi usata capovolta. Quid subsit non video.
377

Tomba 1189. A umazione. Con vasi decorati da motivi geometrici, ceramica


gallica, cioè grigia, scodelle etrusco-campane, ecc. Nel fondo di una delle sco-
delle etrusco-campane è scritto (p. 339):
c)

Fig. 11. — Scodella di Valle Trebba.

? ?
ni . ìlarkios

La lettura è molto incerta per alcuni segni. Il quinto segno mi sembra una
r; il penultimo potrebbe essere o, che si trova nell’alfabeto di Lugano, ma non
è affatto sicuro. Se il punto dopo m è fortuito, oppure ha ufficio « congiuntivo »,
si potrebbe dividere mi larkios, e considerare larkios come un genitivo del tipo
di quelli che si trovano in Falisco, CIE, 8030, apolonos, 8163 lartos (cfr. Herbig,
Gioita, II, 1909, p. 92, 97, 186). In etrusco si potrebbe confrontare larkien[as]
CIE, 1136, are. larecenas 4956 ; larcna, larcnas, ecc., lat. Largenna, Largennius,
Larginius, mod. Lardano, ecc. (Schulze, p. 83).

Tomba 1190. A cremazione. Già spogliata prima dello scavo regolare. Si


ricuperò soltanto un grano di vetro e un askos rotondo con ansa a nastro,
decorato con teste femminili di profilo e animali: sull’ansa vi è l’iscrizione
graffita:
d)

Fig. 12. — Askos di Valle Trebba.

Non si può leggere con sicurezza. La prima lettera a destra può essere l
oppure u, sicché la parola può trascriversi unifse o Inifse. L’altro gruppo di
lettere parimente può intendersi nauasnilalis oppure natasnilalis. 11 segno inter-
medio che trascrivo ni sembra un nesso, ma non sono per niente sicuro che
così debba spiegarsi.

No t a . In queste epigrafi di Valle Trebba le lettere appariscono in direzioni


diverse, alcune vòlte a destra, altre a sinistra. Le parole sono difficilmente
leggibili, o insolite, o che non si possono ben distinguere le une dalle altre, per
modo che la lettura non può riuscire che dubbiosa. Si ha Timpressione che si
debba aver da fare con una corrente di scrittura diversa dalla usuale, e con
forme dialettali distinte.

7°. Origine incerta.


Klumbach'H., Etruskischer Goldanhänger im Zentralmuseum für Deutsche
Vor- und Frühgeschichte zu Mainz; Studi Etruschi, XIV, .1940, p. 427 sgg..
tav. XXXIX, fig. 1.
Bulla d’oro inscritta (p. 428, tav. cit. fig. 1).
378
MW
Fig. 13. —■ Iscrizioni sulla Bulla d’oro del Museo di Mainz.

fufluni apulu

Da notare le figure di u in fuflun e la finale di apulu dove la l e la u


sembrano affatto simili.
Il Klumbach confronta il cimelio colla .bulla d’oro del Museo di Perugia,
da me pubblicata in Studi Etruschi, X, 1936, p. 407; XI, 1937, p. 439, fig. 6-7,
e collo specchio Gerhard, Etr. Sp. I, taf. 83; Giglioli, Arte etr., tav. 296, 1, 2.
Sulla bulla di Perugia si leggono le due parole fufiuni e apulu, nella stessa
direzione, da sinistra a destra.

II.
B.

EPIGRAFIA. Storia delle ricerche sull’alfabeto etrusco.


In un codice cartaceo del secolo XVI, proveniente dall’Archivio Armanni
(II, A-20), che si conserva nell’Archivio di Stato di Gubbio, si trovano raccolti
vari scritti di Gabriello de’ Gabrielli di Gubbio, che possono interessare chi
si occupa dei più antichi tentativi fatti per la ricostruzione dell’alfabeto etrusco.
Prescindo qui da altre notizie pure importanti relative ad altri argomenti che
riguardano l’epigrafia, e mi limito a dare alcuni cenni sulla « ricostruzione »
a cui ho accennato. Ho potuto studiare accuratamente il codice nel 1938 per la
cortesia del Marchese Benveduti, Direttore del detto Archivio.

Alla pag. 8 del Codice si legge:


Alfabeto delle Ire, co le quali sono scritte le tavole di Bronzo che sonno
nel I palazzo della mag.ca Comunità di Gobbio còfrontato co l’alfabeto lati- | no,
secondo la pronuntia delle quali facilm;te si leggono, le dette cique ta- | vole,
non meno che [’altre doi, che sono scritte co Ire latine · co- ' miciando però
dalla destra all’usanza degl’Hebrei cioè

V ti r t a ο Μ H £ K l'J &&
VIZ'K Θ O k ϊθ 18 Ί-W a d-A
Fig. 14. — Alfabeto delle Tavole di Gubbio secondo Gabrielli.

le quali leggendole ί uno specchio uégono della forma di que altre doe

1) E J 9 L K t K V o v f Γ /£

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Fig. 15. — Lo stesso alfabeto visto in senso diverso.

Seguono alcune osservazioni su diverse lettere.


379

Alla pag. 10 si ritrova il primo degli alfabèti sopra riferiti colla dichia-
razione :
Alfabeto, ouero n.° di Ire co le quali sono scritte le tavole di Bronzo i
Agobbio. I L’ordine delle quali, et còformità delle Iré latine, è stato p·' trouato
da me Gabriello | L’ano 1581 |
(in margine a sinistra)
cauato da me | Gabr.llo l’ano | 1581

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ufjr o n.
Fig. 16. — Alfabeto delle Tavole di Gubbio con trascrizione.

Come si vede, questo alfabeto corrisponde al primo dato sopra, salvo che
vi si trova aggiunto il segno A- dopo la lettera V, a sinistra, che invece manca
nel primo alfabeto.

Alla pag. 16:


L’anno 1581 in Agubbio m Agostino Angelilli da Fabriano m.ro di scola
mi I diede gl’ ifrascritti caractheri che disse esser Hetruschi.

a. a a. i il ( c c c, <L »L ·. t « ''Ί- / /■ 4 a.

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Fig. 17. — Alfabeti raccolti da Agostino Angelilli.

Il primo alfabeto di questo gruppo corrisponde a quello che fu riprodotto,


sotto il nome di Hetruscum, nella Raccolta di Alfabeti che si conserva nella
Biblioteca Marucelliana di Firenze (Segnatura I. DD. VI, 56, tav. 3), di cui
diedi cenno neW E pigrafia etrusca (p. 28, fig. 9; nota 40). Ma sebbene il Ga-
brielli dica che questo alfabeto gli fu comunicato dal Maestro Angelilli, non è
men vero che corrisponde al secondo alfabeto di Teseo Ambrogio, tramanda-
toci a p. 206 dell’opera di questo dotto (vedi Buonamici, l. c., p. 27, fig. 7),
sebbene vi si noti qualche leggera variante. Invece, come vedremo, il Gabrielli
riproduce più oltre lo stesso alfabeto in forma più precisa, attribuendolo,
questa volta, a Teseo Ambrogio. 11 quale Teseo Ambrogio .aveva detto di averlo
ricavato dai libri di un « filosofo tarvisino », e controllato « cum non paucis
exemplaribus aliis » (Buonamici, l. c., p. 59, nota 39).
380

Gli altri tre alfabeti, che offrono diverse varianti, corrispondono parzial-
mente a quello del Marmocchini (Buonamici, l. c., p. 30 sg., fig.*11), e a quello
del Piccolpasso, da me pubblicato negli Studi Etruschi dello scorso anno 1940
(p. 399 sgg., fig. 2). L’alfabeto del Piccolpasso è più compendioso per alcune
lettere, mentre per altre è più abbondante: questi due alfabeti convergono
pure sebbene parzialmente, nel citare alcune lettere come mancanti in Etrusco.
Nella stessa p. 16, il Gabrielli cita il libro di Teseo Ambrogio pubblicato
nel 1539, e dopo aver riferito alcune osservazioni del dotto orientalista, ripro-
duce i due alfabeti dati dal medesimo alle pagine 205 e 206 nella forma seguente
(vedi Buonamici, 1. c., pp. 25-27, figg. 6 e 7):

Λ d u t / r o o M TK ik l / / / f d ci *
KMd/VzJeÌRT’dX

<WÆJI X Ϋ 8 Éi ϊ MI fi t A
Fig. 18. — Alfabeti di Teseo Ambrogio secondo il Gabrielli.

Un altro alfabeto etrusco lo troviamo alla pag. 24 (retro) del nostro Ga-
brielli, colla trascrizione sotto a ciascuna lettera; e altri due si vedono alla
pag. 25, disposti verticalmente, con diverse varianti.
Nella pag. 41 (retro) sono tracciati verticalmente da destra alcuni alfabeti
colla trascrizione e varianti, in due linee: per g sono dati i segni:

ώ >
Fig. 19. -t - Figure della lettera presunta corrispondente a g secondo il Gabrielli.

Manca il segno 8.

Sulla fine della pagina si legge:

Lettere et Alfabeto etrusco

Viene poi a p. 42 la trascrizione e al di sotto i caratteri originali, che però


corrispondono assai male alle vere lettere etruscher

Fig. 20. — Alfabeto « etrusco » secondo il Gabrielli.

Nella stessa pagina (retro) si ripete verticalmente:


Lettere Etrusche
Alla pag. 43 è riprodotto un giudizio tratto da un’opera di Giusto Lipsio
(1588, fol. 38) secondo il quale i caratteri delle Tavole di Gubbio sarebbero
381

assai simili a quelli di alcune iscrizioni etrusche, di cui si danno ivi esempi.
Sono l’epigrafe perugina CIE, 4539 e chiusina CIE, 803.
Se si aggiunge che nella pag. 47 (retro) si hanno tre righe verticali di
segni svariati, alcuni dei quali non trovano corrispondenza nè in etrusco, nè in
altre scritture; e che una quarta riga porta un alfabeto di 22 segni numerati
al di sopra e trascritti al di sotto, che equivalgono ai segni delle righe prece-
denti, dove però si hanno molti altri caratteri che non figurano nel detto alfa-
beto (vedi fig. 21), avremo una prova di più per confermare l’importanza che
i dotti del ’500, in seguito alla scoperta delle famose Tavole di Gubbio (1444)
— ritenute per molto tempo documenti di lingua etrusca — attribuivano alle
ricerche sulla scrittura e anche sull’idioma dei Tirreni. La storia delle indagini
sull’alfabeto etrusco è a tale riguardo molto istruttiva.

m ni rm
^7 4 A
Fig. 21. — Segni contenuti negli « alfabeti » proposti dal Gabrielli.

RECENSIONI

Pe r o z z i Em i l io , Il duale etrusco, in Aevum, Riv. di sc. stor. ling, e filolog.


pubbl. per cura della Facoltà di Lettere dell’Univ. Catt. del S. Cuore,
Milano, Ott. Die. 1940, Anno IV, fase. 4, pp. 569-572.
Il P. fa la critica di un capitolo dedicato all’esistenza del duale nell’Etrusco
da E. Vetter nelle sue Etrusk. Wortdeutungen (I. Heft, Die Agramer Mumien-
binde, Wien, 1937, pp. 41-43). Gli argomenti del Peruzzi mi sembrano assai
buoni, tuttavia non mi fermo a dirne di proposito, dovendo limitare il mio
compito a osservazioni di carattere puramente epigrafico. Però, rimanendo in
questo campo, credo lecito ed opportuno ricordare che non apparisce necessario,
stando al solo criterio epigrafico-combinatorio, distinguere due significati per
la parola ©ui. Prescindendo anche dalla questione sul valore che alcuni oggi
vogliono attribuire a questa parola nella frase Qui cesu, mi sembra che il signi-
ficato « hic » possa convenire benissimo in tutti i casi dove essa si ritrova
(vedi gli esempi in Lattes, Ind. less. etr. s. v. Qui). Per ciò che riguarda il vero
senso del numerale Qu, il P. dice che « non è sicuramente acquisito il valore
« due » per Qu », ed ha ragione, in quanto di recente lo Slotty, per es., ha
cercato di dimostrare che Qu = « uno ». Non saprei dire però se gli argomenti
fino ad ora citati per impugnare il valore « due » siano perentoriamente pro-
banti. Ad ogni modo, se proprio Qu significasse « uno », verrebbe a mancare
un punto di appoggio dei più importanti per l’opinione del Vetter.
Per quanto riguarda Qapna, accetto la conclusione del P. che la lamina del
famoso lampadario di Cortona, CIE, n. 443, non possa risalire oltre al secolo IV.
Convengo infine che per ulteriori chiarimenti intorno alla voce Qapna sia da
aspettare la completa pubblicazione dell’Atlante Linguistico Etrusco, di cui il
P. ha già dato un lucido e promettente saggio.
382

— Lessicografia etrusca. Per una rappresentazione cartografica del lessico etrusco,


in Studi Etruschi, XIV, 1940, pp. 387-390, con 1 tavola.

Il Peruzzi, partendo dal principio ormai accettato da tutti gli ermeneuti


qualunque sia il metodo da essi seguito, che « l’Etrusco non si può trattare come
una lingua ’’tutta d’un pezzo”, ma che, nei suoi sette seeoli di vita epigrafica-
mente attestati, bisogna tener conto di peculiarità geografiche e cronologiche,
senza la cui conoscenza scemano le basi per qualsiasi seria ricerca », insiste
sullg necessità di un’opera « che fornisca allo studioso una visione panoramica,
completa e immediata delle più importanti forme grammaticali e lessicali
etrusche ». « Questo strumento di lavoro non potrà essere, conclude, che un
atlante linguistico geografico-cronologico ».
Propone pertanto che il materiale linguistico sia costituito da forme gram-
maticali e lessicali, e venga diviso nelle seguenti classi concettuali :
I. Gli oggetti dell’uso comune, sacro e profano.
II. Le cariche politiche e religiose.
III. I numerali, l’età.
IV. I nomi propri di persona.
V. Zoonimi, fitonimi, toponimi.
VI. Le divinità.
VII. I monumenti.
Vili. Illustrazione di fenomeni fonetici.
IX. Illustrazione di forme grammaticali e sintattiche.
X. Varia.
Il P. propone un esempio di questa interessante ricerca in una tavola
dove si mostra la diffusione geografica e cronologica della voce Θαρηα. Giu-
stamente afferma il P. : « L’utilità di un simile strumento di lavoro mi sembra
così evidente che ritengo superfluo insìstere su questo punto ».
Mi associo in pieno a questa dichiarazione, la quale del resto corrisponde
del tutto ai criteri da me espressi in molte occasioni, fin dal 1928 al 1° Congresso
Internazionale Etrusco (vedi Atti del Congresso, Firenze, 1929, pp. 233-245). E
faccio voti che egli possa nel più breve tempo possibile continuare e condurre a
termine l’opera di cui ha dato un così opportuno saggio. Lo stesso ripeto a pro-
posito del Corpus Vocabulorum Etruscorum già iniziato presso l’istituto di Studi
Etruschi, e che il P. a ragione considera come distinto dall’Atlante Linguistico,
per quanto bene a proposito aggiunga che le due opere son destinate a com-
pletarsi a vicenda.

— Problemi grafici indo-mediterranei preindoeuropei, in Annali della R. Nor-


male superiore di Pisa (Lettere, Storia e Filosofia), Serie II, vol. X (1941),
fase. I-II, Pisa, 1941, pp. 120-129.

Riferendomi esclusivamente a quanto riguarda l’epigrafia, rilevo il fatto


che, secondo il Peruzzi, il sistema di punteggiatura « di cui il Vetter ha messo
in evidenza con tanto acume il valore » costituisce « la prova più concreta che gli
Etruschi, prima della scrittura alfabetica a noi nota, hanno fatto uso di una
sillabica ». Dell’esistenza di questa scrittura in epoca remotissima, da me rico-
nosciuta, in base a vari indizi, fin dal 1910 (Nuovo Saggio sulla lingua etrusca,
Faenza, Litogr. Morgagni, p. 63 sgg. Cfr. Studi Etr., XI, 1937, p. 443), ormai
383

credo che nessuno possa più dubitare: Si potrebbe tuttavia far questione se tale
scrittura fosse veramente usata dagli Etruschi, oppure soltanto conosciuta da
loro, che l’avrebbero appresa da altro popolo, conservando traccia del loro
modello nelle più antiche epigrafi fin qui conosciute di Veio, di Caere ecc.
Forse quello stesso prototipo che servì di modello ai « Piceni », lo fu pure per
gli Etruschi. Dico questo non perchè intenda di modificare quanto scrissi già
sull’argomento, ma perchè fino ad oggi non sono stati trovati presso gli Etru-
schi documenti di una vera e propria scrittura sillabica.
Quanto alle osservazioni fatte al Peruzzi da Pallottino e da Olzscha sulla
punteggiatura « pseudo-etimologica » del Tegolo di S. Maria di Capua, mi ri-
servo di tornarci sopra in altra occasione.

Questa Rivista epigrafica si arresta al 15 settembre 1941-XIX.


G. Buonamici

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