Riassunto Medio Oriente
Riassunto Medio Oriente
CAPITOLO 1
Riformarsi o morire: il dilemma dell’Impero Ottomano alle prese con la modernità europea
Con lo scoppio della rivoluzione francese il confronto con il mondo occidentale è necessario, la
prima percezione dei fatti francesi fu quella di definirla come fitna, una guerra civile così temuta
dalla tradizione islamica che la vede come una sfida all’ordine esistente. Il sultano intuendo
l’importanza di questi eventi cercò di capirne a fondo il significato analizzando i tre imperativi
chiave della rivoluzione Uguaglianza fraternità e libertà. Ora, se per le prime due non vi erano
problemi in quanto già patrimonio dell’Islam, di più difficile comprensione risultò il concetto di
Libertà basato su diritti naturali e soprattutto al di fuori del contesto religioso. La laicità della
rivoluzione era quello che più stupiva l’Impero, e come da un “vuoto” di significati dal loro punto
di vista potessero nascere delle leggi legali. Il popolo era di fatto considerato ra’aya, un gregge
privo di diritte se non quelli emanati dal sovrano. Altra sollecitazione minacciosa era quella del
progresso tecnologico, ovvero i sistemi d’arma. Se almeno fino al XVII secolo era stato l’impero ad
attaccare l’Europa ora subivano pesanti sconfitte con conseguente perdita di territori consegnate a
potenze cristiane. Da qui necessità di capire la chiave del successo europeo per affrontarlo sullo
stesso piano. Progresso quindi non solo si manifestava in un sistema di valori che diventava politico
ma anche dalla rivoluzione industriale che arrivava nelle province ottomane attraverso il commercio
import-export favorito dalle Capitolazioni.
Capitolazioni: permessi di libero commercio nell’impero che i sultani, da Solimano il Magnifico nel
XVI secolo, avevano concesso alle potenze europee, Francia, Gran Bretagna e Repubbliche
marinare.
Queste capitolazioni erano state il principale contatto tra la Sublime porta e l’Europa. In questo
quadro all’interno dell’impero ottomano venne promosso un processo riformistico che aveva lo
scopo di assimilare la modernità europea senza stravolgere la cultura e stabilità dell’impero stesso
con le sue istituzioni. Di fatto questa fu un illusione. L’impero ottomano non era stato in grado di
individuare due aspetti importantissimi che connotavano le trasformazioni politiche, economiche e
sociali dell’Europa.
Millet: comunità cristiane ed ebree che avevano diritto a professare la propria religione dietro
pagamento di una tassa e che potevano nominare i propri rappresentanti presso la Sublime porta.
I millet erano dunque i principali interlocutori dei mercanti europei e fu tramite loro che finirono
per essere inseriti nel processo di globalizzazione mercantile attraverso espansione commerciale e
poi con conquiste militari anche nell’Impero ottomano stesso. Questo grado di relative autonomia
dei millet posero le comunità cristiane ed ebraiche in una posizione di privilegio rispetto ai
musulmani, in una fase così cruciale come quella dell’avvio del processo riformistico. Le nuove
idee che caratterizzavano la modernità europea si trasmettevano infatti dalle capitolazioni ai millet,
soprattutto quella di Nazione e Nazionalismo portando le province con maggiore presenza di queste
comunità a ribellarsi per prime. La rivolta greca del 1821 dimostrò l’inefficacia dei giannizzeri, il
sultano stesso dopo vari tentativi non riuscì più a controllarne l’anarchia tanto che decise di ordinare
il massacro dei giannizzeri nel 1826, atto che ebbe tre conseguenze importantissime sul futuro del
medio oriente.
3. Tanzimat
La fase più importante delle riforme dell’impero va dal 1826 al 1876 e prende il nome di Tanzimat,
ossia leggi benefiche. In questa fase si completa la riforma degli apparati militari, riforma della
burocrazia, dell’istruzione e si centralizza lo stato sul modello francese. Amministratori provinciali
ed esattori nominati da Istanbul, creati consigli consultivi a livello locale e provinciale, introdotta la
proprietà privata e riformato in senso laico il sistema dei millet, non più guidate dalle alte sfere del
clero ma da nuove autorità provinciali. I millet vengono eliminati per porre i cristiani e gli ebrei
sullo stesso piano dei musulmani, lo scopo del tanzimat era quello di creare il cittadino ottomano
uguale di fronte alla legge senza distinzione di religione razza o etnia. La maggior parte della
popolazione musulmana però non gradì questa equiparazione a cittadini considerati fin a quel
momento “inferiori”, che ora godevano di privilegi dati dai contatti con le potenze europee
attraverso le capitolazioni. D’altra parte invece le comunità cristiane ed ebree videro l’eliminazione
dei millet come una minaccia, non sentendosi più tutelati dalle vecchie leggi che ne garantivano
l’autonomia, tesero dunque a dar luogo ad un separatismo sempre più accentuato. Il riformismo di
fatto allargò la distanza tra una nuova élite occidentalizzata e la massa. A frenare lo slancio
riformistico giocarono diversi fattori:
Lo sforzo riformistico prosciugò le casse dello stato che dichiarò bancarotta, consegnando il
controllo alle finanze europee, le quali imposero al sultano emanazione della prima costituzione
ottomana nel 1876. Nessuno avrebbe voluto una lotta intra-europea, tutte le varie potenze erano
impegnate in quel momento nell’espansione in altri continenti. Ciò non toglie che misero le mani su
territori ottomani ogni volta che gli fu possibile. Spedizione di Napoleone in Egitto 1798,
cominciavano a conquistare aree più periferiche, nel 1830 Francia comincia occupazione
dell’Algeria, Tunisia e Marocco, 1911 conquista iniziata conquista italiana della Libia.
Spedizione in Egitto di Napoleone epilogo interessante. Quando nel 1801 i francesi partirono ci
furono dei tentativi di rivolte da parte dei mamelucchi (signori locali di origine turca), il sultano per
riportare provincia all’ordine inviò al Cairo Mohammed (mehmet) Ali. Sbarazzatosi dei
mamelucchi con un colpo alla game of thrones, invitati a cena e trucidati cominciò la propria
politica nel paese del Nilo. Cominciò un processo di modernizzazione estremamente accelerato che
doveva metterlo in condizioni di surclassare l’impero. Come il sultano Mehmet iniziò da un
potenziamento delle truppe facendone il perno di per la modernizzazione industriale e tecnologica.
Prime industrie egiziane nacquero infatti per equipaggiare esercito e vennero protette da una
barriera impenetrabile di dazi per impedire che prodotti europei invadessero mercato egiziano.
Nuove scuole laiche, pubbliche e aperte alle donne inserivano nei programmi curricula europei per
formare i giovani in grado di competere sulla scena internazionale. Agricoltura, principale risorsa
del paese, riformata in senso maggiormente produttivo. Ai generali venne affidato la gestione
principale degli introiti, cioè l’agricoltura. Trasformazione delle forze armate nel nerbo
dell’economia si ripeterà anche nel 1952 con il golpe dei Liberi Ufficiali in Egitto, che porterà al
potere Gamal Abdel Nasser. Mehmet arrivò a sottomettere il Sudan, mentre ufficialmente stava
aiutando il sultano a reprimere rivolta greca. Nel 1830 si lanciò alla conquista della Siria e della
penisola anatolica, con una minacciosa manovra di avvicinamento ad Istanbul che venne fermata
non dal sultano ma bensì da Francia, Gran Bretagna e Russia a cui non conveniva avere una nuova
potenza sulle sponde del mediterraneo. Furono loro inoltre ad imporre a Mehmet smantellamento
dell’esercito e l’apertura dei mercati egiziani alle merci europee e nel 1841 negoziarono con la
Sublime porta che al governatore e ai suoi discendenti fosse riconosciuto un diritto ereditario di
successione in Egitto. Territorio rimaneva provincia ottomana ma di fatto godeva di ampi margini
di autonomia amministrativa e finanziaria fino al 1875 quando fece bancarotta come l’impero. I
discendenti di Mehmet avevano continuato la sua politica di modernizzazione e in questo contesto
va annoverata la costruzione del canale di Suez inaugurato nel 1871 che prosciugò le casse del
khedive.
Di fronte alla bancarotta il khedive si vide costretto a vendere al governo di Sua Maestà Britannica
le proprie quote della Compagnia del Canale di Suez, perdendo gli introiti derivanti dai preziosi
pedaggi di transito. Sarà poi Gamal Abdel Nasser che nel 1956 a nazionalizzare la Compagnia del
Canale, importanza del canale di Suez confermata dall’occupazione militare inglese dell’Egitto nel
1882 per proteggere le rotte marine verso l’India.
Difficoltà a conciliare Islam e Tanzimat, cioè tradizione e modernità. Il sultano ottomano era anche
il califfo della umma islamica, rappresentante di Dio in terra e riferimento dei musulmani sunniti.
Parallelamente al processo riformistico, nell’impero ottomano si ebbe anche il Rinascimento
(nahda). Nel XIX secolo il clero musulmano sente esigenza di ritornare alle fonti primarie
dell’Islam per ritrovare l’ispirazione e la forza per affrontare la sfida della modernità. Secondo gli
ulama, dotti musulmani, non solo l’Impero ma anche l’Islam stava attraversando una fase di
decadenza e l’unico rimedio per uscirne era tornare alle fonti primarie, con il Corano in primis.
Bisognava dunque purificare tutto il diritto ispirato alla sharia dalle incrostazioni cumulate nei
secoli che si configuravano come freni alla comprensione della contemporaneità.
Anche ulama dunque si confrontano con la modernità, per reinterpretare i concetti islamici alla luce
dei principi europei, in pratica modernizzare l’Islam. Capirono di dover potenziare la ijtihad,
l’interpretazione razionale delle fonti dell’Islam, che diventò così la risposta islamica alla modernità
che veniva dall’esterno diventando l’equivalente quello che secondo loro aveva fatto grande
l’europa: la libertà individuale e di pensiero. Oltre al concetto di libertà il vero problema era il
concetto di laicità, di separazione tra chiesa e stato incomprensibile ed inammissibile per la
maggioranza degli ulama. Le alte sfere del clero, non si opposero mai apertamente alla tanzimat,
pur non gradendo affatto di perdere il monopolio dell’istruzione e amministrazione della giustizia,
confidarono pertanto di poter trovare le risposte nelle fonti primarie dell’Islam non solo per
modernizzare l’Islam ma per islamizzare la modernità. Islamizzare la modernità significa sganciarsi
dal modello europeo per elaborare un concetto tutto islamico per modernità, tributario solo al
patrimonio islamico del pensiero. Ambizione questa rivendicata dall’ayatollah Khomeini dell’Iran,
nel XX sec. ma che già nel XIX fu portata avanti da Gamal al-Din al Afghani che visse tra 1839 e
1897 e a cui risale il movimento salafista, che ha ancora tanti seguaci ancora oggi e che individua il
vero Islam in quello delle origini. I salaf erano i primi compagni di Maometto. Nell’accezione di al-
Afghani il salafismo ha forte valenza rivoluzionaria in senso culturale più che politico. Gli attuali
movimenti salafisti invece (neo-wahhbiti e talebani) più che impegnarsi in una islamizzazione della
modernità si appiattiscono su una visione idealizzata del passato per negare la modernità stessa e
contemporaneità e quindi più che rivitalizzare l’Islam lo seppelliscono sotto una visione
anacronistica e immaginata di fatto della tradizione. Merito di al-Afghani è aver rivendicato un
concetto plurale di modernità, non solo occidentale, ma anche islamica.
A sostenere apertamente la Tanzimat furono in particolare due classi di diverso peso: i burocrati,
che si giovarono dell’autorità acquisite e in secondo luogo i Giovani Ottomani, una ristretta élite
urbana centralizzata e convinta della bontà del modello europeo. Quello che rimproveravano al
sultano era che le riforme attuate non erano efficaci perché non ricalcavano il vero spirito della
modernità europea. Il fatto che le Tanzimat venissero calate dall’alto e che parlamento e assemblee
consultive non fossero in realtà le depositarie del potere legislativo. Per i giovani ottomani il
legislativo andava sottratto in primo luogo al sultano poi alla cerchia della corte; separazione del
legislativo, esecutivo e giudiziario e soprattutto affermazione della sovranità popolare. Un altro
punto di delusione fu la mancanza nella costituzione del 1876 di una menzione alla sovranità
popolare, dato che l’unica sovranità possibile era quella divina esercitata dal sultano. La
costituzione in realtà rimase in vigore solo due anni poi sospesa a tempo indeterminato già dal
1878, mentre in Europa il congresso di Berlino definiva le sfere di influenza delle potenze europee
soprattutto fuori dall’Europa e sanciva l’indipendenza della maggior parte degli stati balcanici.
Nonostante tentativi del sultano Abdul Amid II di restaurare le autorità, le élites occidentalizzate
continuarono a premere per il processo di modernizzazione. Erede dei Giovani Ottomani furono i
Giovani Turchi che riuniva intellettuali, militari e anche membri della famiglia reale che nel 1889
crarono il Cup, il comitato di unione e progresso. Braccio di ferro tra sultano, parte delle autorità
religiose e cup sfociò in un colpo di stato dei giovani turchi nel 1908. La loro priorità era impedire
sgretolamento fisico dell’Impero. I giovani turchi in generale si trovarono a combattere su tre fronti:
Ultimo punto importante pe il futuro del medio oriente, su questa ostilità si è sviluppato dibattito su
le origini del nazionalismo arabo.
Il nazionalismo turco , soprattutto nel periodo precedente la prima guerra mondiale, aveva due
caratteristiche principali:
1. Proclamava la superiorità razziale del popolo turco sul mosaico di popoli che costituiva
l’Impero
2. Rilanciava il panturchismo o panturanesimo che avrebbe voluto cementare in chiave laica
attorno all’Impero anche le popolazioni di origine turca dell’Asia centrale.
Nazionalismo arabo non ha mai avuto gli stessi obiettivi dei nazionalismo balcanici, non ha mai
cioè mirato ad ottenere l’indipendenza delle province arabe su Istanbul. Quello su cui si discute è se
la sua valenza sia culturale o politica ed economica. I primi studiosi del nazionalismo arabo ne
sottolineavano il valore identitario culturale, di orgoglio di appartenenza da parte dei popoli arabi
che avevano fatto la storia dell’Islam e che ora con la decadenza dell’impero non vedevano più
nella Sublime porta un centro di stabilità degno di un califfato. Studi più recenti sottolineano però
anche la resistenza ai tempi e modi della modernizzazione che i Giovani turchi volevano imporre
alle province. La sostituzione delle Tanzimat di molti funzionari arabi, locali, con funzionari turchi
mise i notabili locali (ayyan) contrapposti al potere centrale, nelle province arabe era infatti molto
forte la spinta al decentramento. Giovani Turchi prevedevano una serie di interventi in Iraq con la
costruzione di nuovi canali, e la costruzione di una ferrovia che arrivasse fino a La Mecca ma che
prevedevano la consulenza di Gran Bretagna in un caso, Germania dall’altro incontrando l’ostilità
locali che non indendevano lasciare nella mani di Istanbul e di stranieri le le sorti delle loro terre.
L’opposizione tra arabi e turchi vedeva, da parte araba, a mantenere istituzioni e privilegi
consolidati piuttosto che a favorire processi di secessione. Emblematico caso della Libia dove inizio
dell’occupazione militare italiana arrivò solo tre anni dopo il colpo di stato dei giovani turchi. A
guidare resistenza contro italiani era la confraternita islamica della Senussia, si è sempre teso a
considerarla come un’organizzazione nazionalista araba, in realtà questa per opporsi agli italiani si
avvalse della collaborazione delle truppe ottomane e riteneva di agire in un quadro panislamico.
Bisogna distinguere tra nazionalismo arabo prima della caduta dell’impero e quello dopo la sua fine
nella prima guerra mondiale. A preoccupare i giovani turchi erano le province balcaniche che nel
1912 decisero di ripartire al contrattacco, solo con la mediazione della Gran Bretagna si arrivò ad
un armistizio che smembrò ancora di più l’Impero. Su questo sfondo si consuma un golpe nel golpe:
nel 1913 gli ufficiali militari dei giovani turchi imposero un governo militare diretto dal comitato
unione e progresso. Ultima fase dell’impero ottomano caratterizzato da un dittatura militare
capeggiata da Enver Bay, Talet Bay, Gamal Pasha e Mustapha Kemal (futuro Ataruk).
Parallelamente agli scontri militari i giovani turchi portavano avanti delle battaglie culturali
cercando di imporre alle regioni dei balcani e a quelle arabe la lingua e cultura turca nel tentativo di
ripristinare un’unità dell’Impero, aumentando anche le persecuzioni alle minoranze, come gli
armeni. Scoppio prima guerra mondiale vede l’impero, inizialmente reticente, schierato con le
potenze dell’asse, germania ed impero austro ungarico, scelta che risulterà fatale. Di fatto quando
nel 1918 viene firmato l’armistizio di Mudros, le sorti dell’impero sono segnate da temo, nel 1916
infatti era stato stipulato l’accordo Sykes-Picot con cui Francia e Gran Bretagna si spartivano i
territori della mezza luna fertile. Palestina, Giordania e Iraq alla Gran Bretagna, mentre Siria e
Libano alla Francia. Nel 1917 la Gran Bretagna si impegnava con il congresso Sionista mondiale a
garantire l’esistenza di un focolare nazionale ebraico in Palestina con la dichiarazione di Balfour,
primo atto formale di nascita dello stato di Israele. Accordo Sykes-Picot rappresentava un vero e
proprio tradimento delle promesse che la Gran Bretagna aveva fatto agli arabi pur di ottenere il loro
appoggio contro Impero ottomano. C’erano state infatti delle trattative tra l’allora sharif della
Mecca Hussein al-Hashimi che venne convinto a ribellarsi ad Istanbul con la promessa di ricevere
un grande stato arabo. A queste promesse smentite si aggiungeva anche un altro gesto della Gran
Bretagna nel corso della prima guerra mondiale, ossia l’appoggio e gli aiuti garantiti ad Abdel Aziz
ibn Saud, emiro del Najd, il più pericoloso antagonista di Hussein al-Hashimi. A rivelare queste
trame della Gran Bretagna furono i bolscevichi durante la rivoluzione d’ottobre che resero noti
documenti smascherando i giochi imperiali delle potenze europee. Questo senso di tradimento da
parte dell’Europa si inoculò da questo momento nel nascituro Medio Oriente portando ad un anti-
occidentalismo che riemergerà più volte nel 900. Le conferenze che segnarono la disgregazione
dell’impero ottomano ricalcarono la spartizione decisa dagli accordi Sykes-Picot. L’episodio più
ferale fu quello che riguardò il regno di Damasco, frutto della rivolta alimentata da Hussein al-
Hashimi e del suo secondogenito Faysal che aveva guidato la rivolta. Nel 1920 la Francia arriva
però a rivendicare quanto stabilito dagli accordi di Sykes-Picot bombardando addirittura Damasco,
impossessandosene, con la Gran Bretagna che se ne stava a guardare. L’unica consolazione per
Hussein al-Hashimi fu di installare i suoi figli alla testa dei mandati inglesi del neonato medio
oriente. Per i propri mandati al Gran Bretagna preferì la forma della monarchia, ad eccezione della
Palestina, mentre la Francia quello delle repubbliche instaurate in Libano e Siria. L’imposizione dei
mandati venne poi ratificata nel 1922 dalla Società delle Nazioni che doveva assicurarsi che Francia
e Inghilterra avviassero nel minor tempo possibile i territori all’indipendenza. Di fatto invece
Francia a Gran Bretagna gestirono i paesi come delle colonie, mentre sfuggì al controllo
internazionale la penisola anatolica. Dopo l’armistizio di Mudros del 1918, uno dei giovani turchi,
Mustapha Kemal, aveva radunato nella penisola quanto restava delle armate ottomane e dal 1920 al
192 dovette far fronte ad un offensiva greca supportata dalle potenze vincitrici della prima guerra
mondiale che intendevano far sparire del tutto i resti dell’impero ottomano. Mustafa Kemal vinse
però questa guerra e a dichiarare nel 1923 alla comunità internazionale l’indipendenza della
Turchia.
Dopo la dissoluzione dell’Impero ottomano solo sei stati potevano vantare un’origine non coloniale:
la Turchia, la Persia-Iran, Israele, l’Arabia Saudita, lo Yemen del nord e l’Afghanistan. Inoltre
diversi popoli si trovarono segmentati e divisi dai nuovi confini imposti dalle potenze vincitrici, due
in particolare: gli armeni e i curdi. Il tratto di Sevres del 1920 prevedeva la formazione di uno stato
armeno e uno stato curdo, ma già dall’autunno del 1920 Mustafa Kemal e la sua Turchia con
l’unione sovietica invase lo stato armeno dividendoselo tra loro. Nel 1936 l’armenia russa venne poi
trasformata nella repubblica socialista sovietica armena, e proclamerà la sua indipendenza solo nel
1991 quando cadrà l’urss. I curdi invece il loro stato non lo videro mai nascere, dopo la vittoria
nella guerra greco-turca da parte di mustafa kemal e le sue richieste a losanna nel 1923 la comunità
internazionale disattese le promesse e lasciò i curdi a lottare per la propria indipendenza con lotte
sanguinose. Tutto questo perché in medio oriente si hanno avuti fin dall’inizio pochi stati e troppi
popoli con aspirazione all’autodeterminazione. Peculiarità della forma stato:
1. L’origine occidentale della forma stato. Quando sono stati concepiti gli stati mediorientali
sono stati concepiti sul modello stato-nazione di matrice europea e come tali imposti dalle
potenze coloniali. Questo ha prodotto lo stato come istituzione estranea alla cultura locale,
non creando il presupposto tra stato e nazione alla base della nascita degli stati europei.
2. Ogni stato accoglieva in sé un mosaico composito di comunità etnico-confessionali diverse,
la cui convivenza pacifica poteva essere realizzata solo da un sistema costituzionale in
forma di liberal democrazia, il problema è che la maggioranza degli stati mediorientali non
si sono mai trasformati in democrazie.
3. In ogni caso la forma stato si è andata comunque progressivamente consolidandosi ma solo
nella sua funzione di monopolio del potere, senza nessuna rappresentanza dei bisogni e
aspirazioni della popolazione, il cosiddetto over-stating, lo stato è l’unico centro del potere
da conquistare con la forza, e dunque solo con essa e con tutta una serie di colpi di stato che
fino al 2010-2011 si hanno gli avvicendamenti al potere nella regione.
4. Fino alla rivoluzione iraniana del 1979 del modello di stato occidentale è stato sussunto
anche il carattere secolare, il che ha significato, salvo rare eccezioni una volontà di rottura
con califfati ed imperi il cui segno dominante era certamente l’Islam. Perlomeno fino al
1967 Islam visto come fattore frenante lo sviluppo sociale ed economico. In realtà per
regimi di natura militare e autoritaria l’Islam ha sempre rappresentato una duplice minaccia:
per la legittimazione degli stessi autocrati che si erano imposti alla popolazione (islam è
quietista ma giustifica ribellione nel caso in cui governo non agisce per il bene dei
musulmani) e perché le associazioni islamiche sono sempre state capaci di mobilitare le
masse e dunque all’occorrenza scagliarle contro il dittatore di turno.
5. Gli stati mediorientali, monarchie o repubbliche che siano, hanno sempre appiattito la loro
funzione sull’imperativo dello sviluppo economico in una rincorsa al progresso e al
benessere di stampo occidentale che ricorda l’epoca delle tanzimat. Indistintamente è stato
adottato un modello di pianificazione centrale dell’economia anche in paesi di provata fede
occidentale come le petrol-monarchie del golfo.
6. Non sottovalutare la capacità innovativa del medio oriente in merito alla forma stato. Due
fenomeni in particolare: esperimento della Repubblica islamica di Iran e la forma
tipicamente mediorientale di stato patrimonialistico o rentier state.
Sia nella fase di imitazione che di reinterpretazione che in quella di negazione del modello
occidentale di stato l’occidente è sempre stato un termine di paragone imprescindibile, percepito
molto spesso come agente di instabilità, questa credenza è stata molto spesso alimentata da teorie
complottiste dei regimi autocratici, da propaganda e censura dei regimi, pieni di fondamentalismo
islamico fino all’avvento dei social network che hanno permesso di mostrare la vera realtà
dell’occidente, la natura della democrazia e la libertà di espressione.
CAPITOLO 2
Stati che non hanno avuto origine coloniale sono: Turchia, Iran, Arabia Saudita, Israele e due casi
particolari, lo Yemen del nord e l’Afghanistan. Ciò non significa che potenze europee non abbiano
giocato nessun ruolo.
L’atto di nascita della Turchia può essere fatto risalire alla primavera del 1920, quando Mustapha
Kemal e altri generali ottomani decisero di rifiutare il trattato di Mudros con cui l’impero ottomano
si era arreso nel 1918. Riunirono ad Ankara quanti intendevano affermare l’esistenza e
indipendenza di uno stato turco. Atto di ribellione alla Francia e Gran Bretagna. Impugnando il
principio della sovranità popolare Mustapha Kemal e il suo parlamento nel gennaio 1921 vararono
una nuova costituzione al cui interno compreso il Patto nazionale che sanciva la rinuncia a tutte le
ex province arabe dell’Impero, ma affermava piena sovranità turca sui territori ottomani in cui la
maggioranza della popolazione fosse turca. Primi a riconoscere stato turco furono unione sovietica e
francia, a seguito della vittoria nella guerra con la grecia la sua esistenza venne ufficialmente
sancita a Losanna nel 1923. Mustapha Kemal riuscì ad abolire il sultanato. Durante accordo di pace
tra Greca e Turchia Gran Bretagna avrebbe dovuto scegliere tra i due governi turchi esistenti, quello
che aveva proclamato indipendenza o quello sconfitto ma più disponibile verso paesi europei. Il
problema venne risolto da kemal che eliminò il sultanato il 1 novembre 1922. L’ultimo sultano
veniva esiliato, inoltre il nuovo parlamento aveva diviso il sultanato dal califfato, prima riuniti sotto
un’unica persona. Il califfato venne pertanto mantenuto e trasformato in una carica meramente
cerimoniale eletto dal parlamento fino al 1924 quando venne abolito definitivamente. I principi
guidi della modernizzazione della turchia di mustapha kemal detto Ataruk chiamati le sei frecce
sono: laicismo, nazionalismo, populismo, repubblicanesimo, statalismo e rivoluzionarismo.
Uno degli ultimi atti di Ataruk prima della sua morte nel 1938 fu intensa trattativa con la
Francia per entrare in possesso della penisola di Alessandretta che faceva parte del mandato
francese sulla Siria, l’impresa riuscì e Alessandretta fu annessa alla Turchia nel 1939 tra le
proteste dei siriani. Le riforme di Ataruk fecero scuola in Medio Oriente.
Dinastia dei Qajar prese il otere in Persia nel 1779 e lo mantenne fino al 1925. La Persia avviò in
ritardo il processo di modernizzazone istituzionale ed economica trovandosi in condizioni molto
arretrate dovuto ad oggettive condizioni del territorio. Deserti e altopiani rendevano difficile la
comunicazione in assenza di infrastrutture moderne tra le varie province su cui regnavano principi
Qajar di fatto molto indipendenti dalla shah-in-shah (re dei re). Il gioco politico si riassumeva in
lotte intestine. Processo di modernizzazione iniziò così solo nella seconda metà del XIX secolo e
assunse immediatamente caratteristiche di accelerata e imposizione dall’alto. La shah persiano tentò
di accentrare lo stato, apparato che facesse capo a Teheran, imporre moderno sistema fiscale e
costruire infrastrutture. Provvedimenti realizzati attraverso un sistema di concessioni appaltando a
singoli o ditte straniere. Sistema che mise la popolazione in rotta di collisione con la corte. Le
concessioni infatti venivano percepite dalla gente come una svendita delle risorse nazionali agli
stranieri. Caso emblematico è la rivolta del tabacco del 1891-1892 vide contadini, e soprattutto
bazarì (mercanti) rivoltarsi contro lo stato con coinvolgimento del clero sciita persiano. Sciismo
duodecimano imposto in Persia dal 1501 durante la dinastia safavide, durante la quale il clero aveva
anche supplito a funzioni come amministrazione della giustizia e istruzione che lo stato non era in
grado di garantire, funzioni che si trovò a svolgere anche durante il regno dei Qajar. LA funzione
più importante era quella di legittimazione del governo degli stesi Qajar. Mentre la casa regnante
impersonava lo stato, il clero ambiva a rappresentare la società nel suo insieme. Il processo di
modernizzazione provocò uno scontro tra questi due organismi. Anche il clero come la popolazione
percepiva la modernizzazione come un’indebita ingerenza degli stranieri in Persia, appoggiarono
quindi la popolazione nella rivolta del tabacco. La protesta fu duramente repressa, ma da quel
momento lo shah fu sempre più restio a rilasciare concessioni, cosa che lo portò ad indebitare lo
stato di conseguenza. Due fenomeni particolari caratterizzano la rivolta del tabacco: da una parte
l’interazione tra i bazarì e il clero e il ruolo svolto dal clero stesso nei confronti della
modernizzazione. Con la rivolta del 1891-1892 si manifestò una nuova alleanza politica contro il
processo di modernizzazione. L’aumento dell’identificazione del clero con la popolazione produrrà
effetti importanti evidenti nella rivoluzione iraniana del 1979 e ancor prima con la rivoluzione
costituzionale del 1905-1911.
Rivoluzione costituzionale si intende il periodo di instabilità del regno dei Qajar dal 1905 al 1911 in
cui ristrette elites occidentalizzate tentarono di imporre allo shah-in-shah una riforma costituzionale
ispirata ai modelli europei. Prima fase (1905-1907) parte del clero sciita si pose come guida nella
mobilitazione della popolazione contro i Qajar. Seconda fase (1908-1909) mujtahed (dotti in
giurisprudenza) diedero voce al conservatorismo e tradizionalismo. Durante questa rivoluzione il
clero si coinvolse in prima persona. Dopo pesanti repressioni il 5 agosto 1906 lo shah ordinò la
creazione del primo parlamento persiano, la costituzione su ispirazione di quella belga prevedeva
drastica riduzione dei poteri dello shah affidando al parlamento la totale giursdizione sul legislativo,
sulla politica estera, economica e nomina dei ministri. Sui principi fondanti della costituzione si aprì
un contenzioso con il clero che non accettava che la sovranità fosse nel popolo e che il fondamento
giuridico non fosse la sharia. Raggiunto fragile compromesso in base al quale il clero accettava la
sovranità popolare controbilanciato da un comitato di mujtahed che avrebbe analizzato la
conformità delle leggi con la sharia, comitato mai di fatto riunito ma che sarà poi ripreso nella
rivoluzione del 1979. Passaggio del clero all’opposizione contemporaneo a due avvenimenti:
insediamento del pavone Mohammed ali shah, ostile alla nuova costituzione
varo nel 1908 della nuova riforma giudiziaria che toglieva al clero l’amministrazione della
giustizia.
In questa fase dal 1907 al 1909 che esponenti del clero come Shaykh Fazallah Nuri si fecero
portavoce del malcontento dei mujtahed ed elaborarono una ideologia antitetica al costituzionalismo
che si rivelò poi utile allo shah incapace di motivare la sua opposizione. Nuri diventò anche
interprete dell’ostilità alle riforme dei latifondisti. Nuri espresse apertamente un sentimento anti-
occidentale, condannava idee ed usi degli stranieri. Riuscì anche a far proclamare all’interno della
costituzione l’islam sciita come religione di Stato di Persia, incorporando così di fatto la tradizione
sciita al costituzionalismo di marca europea. Si deve a lui elaborazione del concetto di
parlamentarismo islamico, ripreso poi da Khomeini nel 1979. Idea di che il popolo persiano
costituisse una nazione nella misura in cui si contrapponeva a valori europei e rispettava lo sciismo
duodecimano. Dibattito questo che si trasformò in una serie di scontri tra le due fazioni che lo shah
tentò più volte di reprimere utilizzando il nuovo esercito persiano, la brigata cosacca (chiamata così
perche addestrata da generali dell’impero zarista). Il 23 giugno 1908 mohammed ali shah sospese
la costituzione e sciolse il parlamento. L’anno precedente la gran bretagna e l’Impero zarista
avevano diviso il paese in tre sfere di influenza, nord alla russia, sud-est alla Gran Bretagna, centro
ai Qajar. Cominciarono a premere sullo shah perché arrivasse ad un compromesso con il
parlamento. Dal loro punto di vista una persia instabile non era funzionale ai loro interessi, ma
mohammed ali shah non seguì i loro consigli. L’esercito tuttavia non era in grado di controllare
tutto il territorio persiano, quella dei mesi successivi fu una vera e propria guerra civile, stringendo
in una tenaglia la capitale e imponendo alla shah di rimettere in vigore la costituzione. Questo non
significò la pacificazione del paese che rimase instabile favorendo ingerenze sempre maggiori da
parte della gran bretagna, ma soprattutto della russia, fino al 1911 quando la costituzione venne
nuovamente sospesa. Il potere dei Qajar era comunque logorato dalla rivoluzione costituzionale e la
dinastia venne esautorata nel 1921 con il golpe di Reza Khan Pahlevi, uno dei comandanti
dell’armata cosacca.
L’intero medio oriente era stato sconvolto dagli esiti della prima guerra mondiale, c’era stata la
scomparsa dell’impero ottomano e la creazione degli stati moderni. Era nata la repubblica di
turchia. Profondi stravolgimenti avevano coinvolto l’impero zarista con la rivoluzione d’ottobre del
1917, e la fine dell’impero austro-ungarico. Al rivoluzione bolscevica tuttavia non significò la fine
delle ingerenze, ora sovietiche in persia. La gran bretagna nel 1909 era riuscita a stipulare accordo
con la dinastia dei Qajar ormai alla fine in base alla quale si assicurava il controllo delle risorse
petrolifere del paese appena scoperte, ma anche il monopolio sulle riforme militari, fiscali e
infrastrutturali della Persia, accordo che venne abrogato nelle sue clausole non petrolifere nel 1921
dal parlamento che aveva approvato un piano di cooperazione con l’unione sovietica.
Paragone Persia/Turchia
1. Impero ottomano era stato voluto e avviato dal sultano, nella persia Qajar è stato imposto
allo shah da elites occidentalizzate, ma anche dalla popolazione.
2. Movimento costituzionalista ottomano guidato oltre che da elites occidentalizzate anche
dagli alti funzionari della burocrazia e dai gradi superiori del nuovo esercito. In persia c’era
un insieme di forze, con interessi convergenti a limitare potere dello shah, ma finivano per
divergere su principi costituzionali e su poteri e funzioni del parlamento.
3. Rispetto ai bazarì, ai vertici del clero e alle elites occidentalizzate in persia rimanevano
molto forti altre componenti soiali come i gradi proprietari terrieri, che frenarono quando
possibile qualsiasi riforma.
4. Coinvolgimento del clero nel movimento costituzionale non è paragonabile a quello degli
ulama sunniti dell’impero ottomano nell’epoca delle tanzimat. Il clero sunnita non aveva
mai esplicitamente contestato il sultano e nemmeno messo alla testa di rivolte popolari.
5. Uno dei motivi principali per cui questo invece è accaduto con il clero sciita è il tentativo da
parte dei mujtahed di mantenere la propria indipendenza dalla corona. Il clero ottomano era
organico alla sublime porta poiché il sultano era anche il califfo, cioè la massima autorità.
Per il clero sciita invece non può esserci autorità umana che possa surrogare l’unico vero
imam, maometto, che si è occultato nel IX sec e tornerà alla fine dei tempi come salvatore.
Per questo il clero sciita duodecimano non aveva mai contrastato il sovrano di turno. A
scardinare questa tradizione ci penserà Khomeini con la rivoluzione del 1979 quando
proporrà come governante il solo clero. Nelle rivolte i mujtahed persiani lottarono pro o
contro le riforme, per mantenere la propria indipendenza, appoggiando la novità parlamento.
Non a caso nel primo parlamento vennero eletti diversi esponenti del clero. Il clero voleva
negoziare in prima persona il cambiamento e non delegarlo ad altri attori sociali e politici.
6. Ultima fase del processo riformistico nell’impero ottomano era quella di preservare unità
dell’impero. In persia il movimento costituzionale non ha mai avuto obiettivo di tutelare
l’unità del paese. Le stesse ingerenze russe ed inglese venivano ritenute pericolose dal punto
di vista economico più che da quello dell’espansionismo territoriale da parte delle due
potenze che tentarono comunque in tutti i modi di influenzare la politica interna persiana,
intervenendo militarmente quando l’instabilità del paese ne metteva in pericolo la
sopravvivenza. Alla vigilia della prima guerra mondiale con l’unità della persia in pericolo
la gran bretagna e la russia occuparono intere porzioni della persia senza incontrare
resistenza e le loro truppe lasciarono il paese solo nel 1921.
La vera modernizzazione della Persia è stata realizzata dalla dinastia Pahlevi sotto i due regni Reza
Khan e di suo figlio Mohammed Reza. Quella di Reza Khan fu una vera e propria autocrazia in cui
la popolazione non ebbe nessun ruolo. Il modello di Reza Khan fu Ataruk. La priorità era sempre
rappresentata dal controllo del territorio per questo avviò la costruzione di un nuovo esercito,
basandola sulla leva obbligatoria estesa anche poi anche agli studenti delle scuole religiose e
smantellando le formazioni armate tribali, riuscendo a sottomettere curdi, turkmeni, azeri nel 1922 e
solo nel 1934 i bakhtiari e i qashqai. L’establishment religioso non si era opposto al golpe di Reza
Khan e continuò a non opporsi per diversi motivi.
Reza Khan trattò sempre con sufficienza il clero ritenendolo conservatore, ma gli fece comunque
importanti concessioni, come non trasformare la Persia in una repubblica come la Turchia. Il nuovo
shah nel 1935 ribattezzò la Persia Iran, cioè paesi degli ariani, conscio del significato razziale, la
nuova denominazione doveva servire a costruire la grandezza della nuova dinastia al potere, i
Pahlevi, e dello stesso Iran che si rifaceva alla grandezza degli imperi di Ciro, Dario e Serse,
costruendosi una dinastia indoeuropea pre-islamica che non dipendeva dal clero per essere
legittimato. Riforme di Reza Khan furono accelerate ed investirono apparato amministrativo ed
assetto fondiario, sistema fiscale ed economico e rete infrastrutturale. Il modello di stato a cui si
ispirò fu la Francia e la Turchia. Ambito religioso aboliti i tribunali religiosi, ma rimasero in vita
scuole gestite dal clero che perdevano però la loro centralità. La classe che Reza Khan appoggiò
apertamente fu quella dei latifondisti che favorì il completamento di una riforma fondiaria che
eliminava le terre comunistiche tribali, privatizzando la proprietà terriera, favorendo i proprietari a
discapito dei contadini. Reza khan non disponeva di grandi risorse, la tassazione era la fonte di
maggiori entrate ma la popolazione era troppo povera. Nel 1932 ricorse così all’eliminazione delle
capitolazioni straniere e alla moltiplicazione dei monopoli statali sul commercio sui principali
prodotti come il tabacco, il tè e il cotone colpendo gli interessi dei Bazarì. Lo stato, non essendoci
una classe imprenditoriale moderna, era l’unico motore dell’economia. Reza Khan rinegoziò le
royalties sul petrolio. Infine epurò come Ataruk la lingua persiana e introdusse un nuovo codice di
abbigliamento, secolarizzazione di tutte le istituzioni senza però arrivare al laicismo conclamato. Il
clero sciita ne uscì ovviamente indebolito, con una separazione tra stato e chiesa più evidente. Entrò
in crisi la vecchia alleanza tra bazarì e mujtahed, i mercanti si divisero in oppositori alle riforme e
quelli invece che le favorivano. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale Gran Bretagna e
Unione sovietica invasero nuovamente l’Iran nonostante si fosse dichiarato neutrale, Reza khan date
lo sue simpatie filonaziste fu costretto nel 1941 ad abdicare (morendo in esilio in sudafrica nel
1944) a favore del figlio Mohammed Reza che continuò a concentrare nella sola monarchia il
motore e controllo del processo di modernizzazione, senza curarsi delle reali conseguenze sulla
popolazione.
Arabia Saudita nasce da un movimento fondamentalista islamico della penisola arabica del XVIII
secolo: il whahhabismo, che prende il nome dal suo fondatore Mohammed ibn Abd al-Wahhab. Il
wahhabismo considerato la forma più radicale e puritana del sunnismo, severo con tutte le forme di
culto popolare, come culto dei santi, sufismo e culto degli imam, wahhbismo molto critico nei
confronti dello sciismo. Al-wahhab incontrò la sua fortuna perché sponsorizzato da un capo tribù
del Najd, Mohammed ibn al-Saud. I due strinsero un patto d’azione nel 1744, gli al-Saud si
impegnavano a lanciare un jihad per conquistare al verbo wahhbita l’intera penisola e purificarla
dalle eresie ricevendo la legittimazione a governare sui territori conquistati. La conquista della
penisola arabica da parte della famiglia Saud ha conosciuto tre fasi, sono essenzialmente esistiti tre
stati sauditi:
1. Dal 1744 al 1817, campagna di conquista dei Saud fermata dal figlio del governatore
d’Egitto a nome del sultano ottomano
2. 1821-1891 dopo ulteriore intervento dell’esercito ottomano nel 1865, i Saud vennero
sconfitti e soppiantati dalla tribù rivale degli al-Rashid.
3. 1902-oggi. Nel 1902 Abdel Aziz ibn Saud partì dal Kuwait per riconquistare la sua
regione d’origine, il Najd e le altre province dell’arabia saudita. 1926 conquista della
Mecca e della provincia di Hijaz che nel 1921 era stata assegnata dalla gran bretagna ad
Ali ibn Hussein. Abdel Aziz ibn Saud riuscì grazie all’aiuto degli Ikhwan (non quelli
egiziani), ma nomadi sedentarizzati da Abdel aziz e convertiti al wahhabismo che però si
ribellarono nel 1927-1929 e repressi con l’aiuto dell’aviazione inglese. Il 27 maggio 1927
la gran bretagna riconobbe ufficialmente l’indipendenza del regno di Hijaz e del Najad, le
cui regione vennero unite nel 1932 per dar vita al regno dell’Arabia Saudita. Monarchia
assoluta fin dagli esordi, legittimazione teocratica ufficializzata nel 1986 quando il re
Fahd si fece nominare dal clero wahhabita “servitore dei due luoghi santi dell’Islam” cioè
la Mecca e Medina, trasformando Arabia saudita nel centro di irradiamento sunnita.
La grande rivolta araba del 1936-1939 rappresenta il primo serio tentativo da parte degli arabi di
Palestina di reagire al Mandato inglese. Il mandato stesso era tenuto a sostenere organi di
rappresentanza della comunità araba locale, problema per la comunità era l’assenza di una cultura
politica simile a quella europea: i rappresentanti della popolazione erano i notabili (ayyan), in
genere latifondisti, la cui gran parte musulmani. L’autorità inglese creò per gli arabi in Palestina un
organo di stampo chiaramente religioso, il Consiglio supremo musulmano istituito nel 1922.A tale
consiglio la Gran bretagna riservò ampio margine di autonomia arrogandosi però il compito di
sceglierne il presidente. Il primo autogoverno degli arabi di Palestina nacque dunque con una forte
impronta religiosa, stretto in una tenaglia: da una parte il clientelismo della società locale rafforzato
dai nuovi poteri degli ayyan, e dall’altro l’assegnazione di nuove cariche da parte della potenza
mandataria agli esponenti delle principali famiglia. Gerusalemme venne nominato muftì Haji Amin
al-Husseini. Nell’impero ottomano i muftì erano autorità religiose non politiche, gli inglesi estesero
però i loro poteri fino a far diventare un muftì presidente del Consiglio supremo musulmano. Haji
Amin al-Husseini impresse alla carica un carattere militante islamico con un ritorno al
panislamismo e aperta ostilità al sionismo. Fu questo carattere musulmano di rappresentanza degli
arabi in Palestina a condizionare i primi scontri con il nuovo Yishuv.Durante il mandato inglese gli
scontri ebbero per lo più carattere religioso, concentrandosi sulla possibilità degli ebrei di accedere
al muro del pianto. Acme degli scontri si ebbe nel 1929 quando arabi attaccarono i quartieri ebraici
di Gerusalemme. Prime forze di guerriglia create dallo sceicco Ezz al-Din al Qassam. Arabi
cristiani si affiancarono a quelli musulmani interpretando questi scontri come una lotta nazionale..
Fin dal XX secolo era state associazioni cristiane e arabo-cristiane a portare avanti discorso di tipo
nazionalista. Gli ayyan sotto il mandato inglese si videro contestati dalle più giovani generazioni,
che concepivano la lotta nazionale con caratteri propri slegati dal panislamismo. Rivolta del 1936-
1939 aveva obiettivo di esprimere l’ostilità verso lo stato mandatario e le migrazioni ebraiche, ma di
fatto nel giro di un anno si trasformò in una lotta anche alla vecchia classe di nobilitato degli ayyan.
L’uccisione di due ebrei il 15 aprile 1936 a Tulkarem fu la scintilla che innescò una vera e propria
rivolta nazionale palestinese, coinvolse tutti gli arabi palestinesi senza distinzione. Diversi studiosi
definiscono la rivolta araba già una guerra civile. 1936 sciopero e serrate, si trasformò in pochi mesi
in una insurrezione armata. 25 aprile 1936 creato l’Alto comitato arabo con presidente Haji amim
al-Husseini sulle cui oggettive capacità di tenere sotto controllo gli avvenimenti si è molto
discusso, viste come un modo dei notabili per aumentare il proprio potere. La piazza e le campagne
ebbero comunque la meglio sugli ayyun e gli inglesi risposero così con una forte repressione. I
sionisti cominciarono a trasformare l’Haganah, cioè l’autodifesa in un vero e proprio esercito. Per
quanto riguarda gli arabi essi ricevettero l’aiuto dai paesi arabi circostanti (tradizione d’ingerenza
degli altri paesi arabi nella questione palestinese) si ritrovarono a combattere: contro la potenza
mandataria e contro le forze di autodifesa sioniste, ultima fase di prese di mira anche la classe
dirigente dei notabili. Durante questa rivolta emerge una nuova leadership palestinese che approfittò
del declino della vecchia classe dei notabili. Vennero perseguitati anche i drusi e i cristiani di
Palestina, tutto ciò aumentò un esodo verso l’estero che indebolì la capacità di coesione nazionale.
Triennio cruciale fi il 1936-1939 che modificò profondamente la Palestina: il vecchio notabilato ne
uscì diviso e debole, società ora coinvolgeva anche la popolazione contadina. Gran Bretagna
inaugurò due svolte politiche: cominciò a prestare grande attenzione alle ragioni degli arabi
palestinesi, per questo cominciò a trattare con i leader arabi dei paesi vicini per le sorti della
Palestina. Il futuro della Palestina a causa del vuoto di potere che si era creato veniva deciso quindi
arabi non palestinesi. Londra inviò in Palestina una Royal Commission, guidata da Lord Peel, per
indagare le cause della rivolta ed individuare una soluzione politica. Il Libro Bianco reso pubblico
ufficialmente nel 1939 dalla commissione Peel fece proprie le richieste dei palestinesi (divieto di
vendere terreno agli ebre, limitazione dell’immigrazione ebraica, indipendenza in dieci anni) venne
rifiutato dai notabili in esilio, primo fra tutti Haji Amin al-Husseini, Il Libro bianco proponeva
infatti la divisione della Palestina in due territori, uno per gli arabi e l’altro per i sionisti (stesso
criterio adottato dall’Onu nel 1947) accolta con favore dai sionisti ma rifiutata dai palestinesi.