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Parini: La Vita

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PARINI

La vita

Giuseppe Parini nacque nel 1729 a Bosisio, in Brianza, in una famiglia modesta. Fu avviato
alla carriera ecclesiastica per volontà di una prozia, ottenendo così la possibilità di studiare.
Ordinato sacerdote nel 1754, entrò negli ambienti letterari milanesi con la raccolta Alcune
poesie di Ripano Eupilino e fu ammesso all’Accademia dei [Link] precettore
presso famiglie nobili, prima dei Serbelloni e poi degli Imbonati, esperienza che gli permise
di osservare da vicino la società aristocratica, che avrebbe poi satirizzato ne Il Giorno
(Mattino, 1763, e Mezzogiorno, 1765). Grazie al favore del governo austriaco, ottenne
incarichi pubblici, tra cui la direzione della Gazzetta di Milano e la cattedra di belle lettere
nelle Scuole Palatine, poi trasferite a [Link] favorevole alla Rivoluzione
francese, ne rimase deluso dopo gli eccessi del Terrore. Nel 1796, sotto l’occupazione
francese, fu coinvolto nella Municipalità milanese, ma presto se ne distaccò. Ritiratosi dalla
vita pubblica, morì nel 1799, poco dopo il ritorno degli austriaci a Milano.

La vergine cuccia

L’episodio della Vergine cuccia mette in evidenza l’ipocrisia e il cinismo della nobiltà
attraverso l’ironia pariniana. Inizialmente, il racconto è condotto dal punto di vista della
dama, che esalta la cagnetta e minimizza il morso al servo, mentre amplifica in modo
sproporzionato il calcio ricevuto dall’animale. La reazione esagerata della nobiltà e della
servitù, apparentemente partecipi del dolore della cagnetta, lascia intuire il vero dramma: la
consapevolezza delle conseguenze tragiche per il [Link], il punto di vista
passa all’autore, che abbandona la narrazione ironica per mostrare la crudele ingiustizia: il
domestico, licenziato, è costretto a mendicare, mentre le nobildonne si mostrano “pietose”
solo verso l’animale. La cagnetta, inizialmente presentata come una creatura graziosa, si
trasforma simbolicamente in un idolo spietato, placato solo dalla sofferenza
[Link] un sapiente uso dell’ironia e del contrasto tra le due prospettive, Parini
smaschera la vacuità e la crudeltà della società aristocratica, denunciandone l’ingiustizia con
graffiante acutezza.

ALFIERI

La vita

Vittorio Alfieri nacque ad Asti nel 1749 in una famiglia aristocratica, condizione che gli
garantì indipendenza economica. Studiò alla Reale Accademia di Torino, ma criticò
duramente la formazione ricevuta. Dal 1767 al 1772 viaggiò per l’Europa, sviluppando un
forte odio per l’assolutismo e un’ammirazione per i paesi più [Link] a Torino, visse un
periodo di ozio e insoddisfazione, aggravato da una relazione infelice. Per superare la crisi,
si dedicò alla lettura e alla scrittura, avvicinandosi agli illuministi e componendo le prime
opere in francese. La svolta avvenne nel 1775 con la tragedia Antonio e Cleopatra, che lo
portò a consacrarsi alla letteratura. Studiò l’italiano, soggiornò in Toscana e rinunciò ai suoi
beni per affrancarsi dal controllo [Link] entusiasta della Rivoluzione francese,
ne rimase poi deluso e si rifugiò a Firenze con la sua compagna, Louise Stolberg. Qui
trascorse gli ultimi anni in solitudine e avversione per i francesi, morendo nel 1803.

I rapporti con l’illumismo

Vittorio Alfieri, pur avendo una formazione influenzata dagli illuministi come Montesquieu,
Voltaire e Rousseau, sviluppò una forte insofferenza verso il razionalismo scientifico e il
culto della ragione. Rifiutava l’idea che la logica e il calcolo matematico potessero guidare
l’uomo, poiché riteneva che la vera essenza umana risiedesse nella passione intensa e
incontrollata, unica fonte della poesia e dell’arte autentica.A differenza dell’Illuminismo, che
tendeva a un equilibrato controllo razionale delle passioni, Alfieri esaltava l’impulso
spontaneo e la dismisura, vedendo in essi una forza capace di elevare l’uomo al di sopra
della sua natura. Inoltre, pur non avendo una fede religiosa definita, rifiutava il materialismo
e l’ateismo illuminista, sentendo il bisogno di un assoluto e di un mistero che la ragione non
poteva [Link] anche scettico sul progresso economico e sulla diffusione dei “lumi”,
vedendo nello sviluppo industriale e commerciale solo il trionfo di una mentalità borghese
meschina e priva di ideali. Non credeva che la cultura potesse rendere gli uomini liberi, ma
solo l’azione e la passione. Per questo rigettava il cosmopolitismo illuminista, preferendo
l’isolamento individuale e, negli ultimi anni, un’esaltazione dei valori nazionali. Opponeva
all’ideale filantropico settecentesco la visione di un’umanità eroica e superiore, distante dalla
massa di uomini comuni e schiavi.

Le idee politiche

Le idee politiche di Vittorio Alfieri si sviluppano a partire dalle letture illuministiche, ma si


distaccano dalla loro impostazione razionale e pragmatica, assumendo un carattere
individualistico ed emotivo. Il suo rifiuto della tirannide non nasce da un’analisi politica, ma
da un sentimento viscerale di insofferenza verso ogni forma di potere, considerato
intrinsecamente oppressivo e iniquo. Alfieri non propone un’alternativa concreta, né un
modello politico definito: il suo concetto di libertà è astratto e assoluto, legato più
all’affermazione dell’individuo eroico che a un reale ordinamento politico o sociale.

Questa visione lo porta a sentirsi estraneo sia al dispotismo dell’Ancien Régime sia alla
borghesia emergente, con il suo spirito pratico e utilitaristico. Il suo isolamento diventa così
un segno di superiorità spirituale. Tale atteggiamento si riflette anche nel suo rapporto con le
rivoluzioni del suo tempo: le esalta nel loro momento insurrezionale, ma le rifiuta quando si
trasformano in nuovi sistemi di potere, come dimostrano il suo entusiasmo iniziale per la
Rivoluzione americana e la Rivoluzione francese, seguito poi da una dura disillusione.

Alla base del pensiero alfieriano si trovano due forze contrastanti: un titanismo che spinge
l’individuo a cercare una grandezza eroica senza limiti e un pessimismo che riconosce
l’impossibilità di raggiungere tale ideale. Il “tiranno” non è solo un nemico esterno, ma anche
il simbolo di un limite interno all’uomo stesso, un ostacolo insuperabile che genera angoscia
e senso di sconfitta. Questo conflitto tra volontà di grandezza e coscienza della fragilità
umana anticipa alcuni tratti fondamentali del Romanticismo e si riflette nei protagonisti delle
sue tragedie, come Saul, che incarna il tormento interiore e il peso di una maledizione
divina.

Le opere politiche (Della tirannide)


Della tirannide è un breve trattato scritto da Vittorio Alfieri nel 1777, caratterizzato da un forte
impeto passionale e da una critica radicale contro ogni forma di monarchia assoluta. Egli
considera la tirannide come qualsiasi regime in cui il sovrano sia al di sopra delle leggi, e
attacca in particolare il dispotismo illuminato, che ritiene più pericoloso delle tirannie
oppressive perché, con le sue riforme, assopisce lo spirito di ribellione del popolo.
Paradossalmente, Alfieri preferisce le tirannie più brutali, perché ritiene che solo
l’oppressione estrema possa spingere gli uomini alla rivolta e alla conquista della libertà.

Analizzando le basi del potere tirannico, lo scrittore identifica tre pilastri su cui esso si regge:
la nobiltà, servile e sottomessa al sovrano; l’esercito, che soffoca ogni ribellione; e il clero,
che educa alla cieca obbedienza. Per l’uomo libero, esistono poche alternative: ritirarsi nella
solitudine, suicidarsi per non sottostare alla tirannide o uccidere il tiranno, anche a costo
della propria vita. Nel trattato emergono due figure eroiche contrapposte, ma simili: il tiranno
e il liber’uomo, entrambi caratterizzati da una volontà assoluta e illimitata. In questa
dicotomia si può scorgere una sorta di ammirazione segreta di Alfieri per il tiranno, che, pur
negativo, incarna un’energia titanica e sovrumana.

Da un punto di vista politico, Della tirannide rappresenta la fase più rivoluzionaria del
pensiero alfieriano: la sua avversione per la monarchia, l’aristocrazia, il clero e l’esercito è
totale, e la sua visione della libertà è legata alla ribellione violenta. Nella dedica Alla libertà,
Alfieri afferma che vorrebbe impugnare la spada anziché la penna, ma si rende conto che i
“tristi tempi” non permettono l’azione diretta, perciò la scrittura diventa per lui un sostituto
della lotta e un’arma di battaglia.

Mirra

Nelle ultime scene della tragedia Mirra di Vittorio Alfieri, si rivela la causa del tormento della
protagonista: un amore incestuoso per il padre Ciniro, frutto della maledizione di Venere.
Mirra cerca di sfuggire a questa passione attraverso il matrimonio con Perèo, ma il senso di
colpa la perseguita, manifestandosi nelle Erinni. Ciniro, intuendo che la figlia è oppressa da
un amore impossibile, tenta di consolarla senza sapere la verità. La tensione tragica nasce
dal contrasto tra l’ignoranza del padre e la consapevolezza del pubblico. Incalzata, Mirra
ammette di amare, ma si rifiuta di rivelare l’oggetto del suo amore, e il suo rifiuto degli
abbracci paterni e il riferimento alla madre come rivale fanno intuire la verità a Ciniro.
Sconvolto, lui non osa pronunciarla. Mirra, sentendosi colpevole per la passione maledetta,
sceglie la morte per salvare l’onore del padre. Ciniro, diviso tra pietà e orrore, la ripudia e si
allontana con la moglie, per morire di vergogna. Mirra, morente, rimpiange di non essere
morta prima della rivelazione, quando avrebbe potuto considerarsi innocente. La tragedia
segna la fine dell’individualismo eroico, poiché la morte di Mirra non è un gesto di ribellione,
ma la resa totale a un destino ineluttabile che sottolinea la miseria e la fragilità dell’esistenza
umana.

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