Giuseppe Parini
Giuseppe Parini
LE OPERE PRINCIPALI
1. Alcune rime di Ripano Eupilino (1757)
È la prima raccolta poetica di Parini, che gli garantisce l’ingresso nell’Accademia dei Trasformati. I testi
trattano temi quotidiani ed esperienze, spesso legati alla natura e alla vita sul lago, come ad esempio la
pesca. Lo stile è semplice ma raffinato, e già si intravedono i germi dell’ironia e della riflessione morale.
Il nome Ripano Eupilino è uno pseudonimo poetico: “Ripano” è l’anagramma di Parino e fa riferimento a
colui che vive sulle rive (viveva sul lago), mentre “Eupilino” è un altro nome per il Lago di Pusiano (Bosisio
sul lago Pusiano, latinamente Eupili).
Ormai anziano e malato ai piedi, Parini racconta di essere caduto per strada, ferendosi al
gomito, al mento e al ginocchio. Un passante accorre in suo aiuto, raccoglie il bastone e il
cappello e, riconosciutolo, si meraviglia che un poeta così celebrato dalla patria non
abbia nemmeno una carrozza. Afferma che sarebbe giusto che qualcuno come lui non
fosse costretto a muoversi a piedi, e lo invita ad abbandonare la sua fierezza, a cercare
appoggi potenti, ad entrare nei salotti dei nobili, divertirli con storielle, abbassare il
tono della propria poesia e magari arrampicarsi nella gerarchia sociale, persino
approfittando della corruzione, per garantirsi una vita più comoda.
Parini, grato per l’aiuto ma sdegnato dal consiglio, rifiuta con fierezza: ammette che, in
quanto anziano, avrebbe diritto a ricevere sostegno, ma non è disposto a tradire la propria
dignità. Con un moto d’orgoglio, afferma che un vero cittadino deve essere guidato dalla
ragione e dalla coerenza morale, deve chiedere solo ciò che è giusto e affrontare le
difficoltà con costanza, anche quando viene ignorato o respinto. Così, indossando la
propria fermezza come un’armatura, si libera del sostegno del passante e si incammina
con passo malfermo verso casa.
o Un’altra ode famosa è La musica (detta anche L’evirazione), un’ode illuministica impegnata
in cui Parini condanna la pratica disumana dell’evirazione dei fanciulli, spesso con il
consenso dei genitori (contro cui si scaglia), per conservarne intatta la voce acuta e avviarli
alla carriera teatrale. Non si tratta di una critica rivolta direttamente ai castrati in quanto
persone, ma piuttosto alla società del tempo, che accettava e incentivava questa usanza
crudele, molto diffusa nel Settecento.
I cantori evirati godevano infatti di straordinario successo, come dimostra la celebre figura
di Farinelli, il più famoso cantante castrato della storia. Tuttavia, questi ragazzi erano spesso
condannati a esistenze brevi e infelici a causa delle condizioni igieniche precarie in cui
veniva effettuata l’operazione e delle scarse conoscenze mediche dell’epoca.
Odi neoclassiche (dopo il 1780): si concentrano su temi più estetici, con una riflessione sulla vera
bellezza, che deve essere armonia interiore, non solo esteriorità. Riflettono una consapevolezza
della crisi dei valori e una ricerca di equilibrio formale, tipica del neoclassicismo.
4. Il Giorno (1763-1799)
Giuseppe Parini – Il Giorno
Il Giorno è l’opera più celebre di Giuseppe Parini, un poemetto satirico-didascalico scritto in
endecasillabi sciolti, concepito intorno al 1760 e rimasto incompiuto.
Il progetto originario prevedeva tre sezioni, intitolate
- Mattino
- Mezzogiorno
- Sera
Durante la sua vita, Parini pubblicò solo le prime due sezioni: Il Mattino, nel 1763, e Il Mezzogiorno, nel
1765. In seguito, lo stesso autore cominciò a rielaborare l’opera: riscrisse una nuova versione del Mattino
e modificò il Mezzogiorno, cambiandone anche il titolo in Il Meriggio, con uno stile più maturo e
riflessivo. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1799, furono ritrovati appunti e frammenti relativi a una terza
e a una quarta parte, intitolate rispettivamente Il Vespro e La Notte. La Sera, dunque, non fu mai pubblicata
ufficialmente, ma si articolava idealmente in queste due sezioni: Il Vespro, incentrato su passeggiate
mondane e visite in carrozza, e La Notte, che contiene, tra l’altro, una descrizione caricaturale di una
“sfilata di imbecilli”, simbolo di un’aristocrazia ormai svuotata di senso.
L’autore, assumendo la voce fittizia di un precettore servile, intendeva “educare” un giovane aristocratico,
il cosiddetto “giovin signore”, guidandolo nelle attività quotidiane tipiche della nobiltà del tempo.
Tuttavia, quello che appare come un insegnamento morale si rivela in realtà una satira feroce: attraverso
l’antifrasi e un tono ironico, Parini finge di esaltare comportamenti assurdi e oziosi, smascherando in
realtà il vuoto della vita aristocratica e la decadenza dei suoi valori.
Il tono, dunque, è costantemente ironico: il “giovin signore” viene lodato per attività assolutamente inutili o
dannose, ma il lettore coglie facilmente la critica feroce alla vuotezza morale dell’aristocrazia. Il poema non
solo istruisce, ma smonta i modelli sociali del tempo con grande finezza intellettuale.
L’intero poema, inoltre, è costruito su una forte opposizione tra apparenza e realtà: da un lato,
l’eleganza formale, il linguaggio elevato e il tono didascalico sembrano lodare la vita del giovane nobile;
dall’altro, la retorica eccessiva e la scelta di episodi ridicoli (come la toeletta infinita, le conversazioni
futili, la commozione della dama per la cagnolina) smascherano l’ipocrisia, l’inutilità e la noia di
un’intera classe sociale.
Il Giorno si configura così non solo come un’opera di denuncia sociale, ma anche come una raffinata
macchina letteraria, capace di coniugare impegno civile, ironia illuministica e grande eleganza stilistica.
Descrizione delle Quattro Parti
Il Giorno, come già detto, narra gli insegnamenti che un precettore impartisce a un giovane nobile,
orientandolo a comportarsi secondo i canoni della vita mondana. Tuttavia, questi insegnamenti sono falsi,
poiché lodano i vizi e i privilegi nobiliari, e sono descritti con una forte ironia. Nonostante il tono ironico,
Parini dettaglia la quotidianità di un aristocratico, basata sull'ozio, rendendo gli aristocratici simili a parassiti
inutili. L'opera si suddivide in quattro parti:
Il Mattino: Il giovane nobile si sveglia a tarda ora, dopo aver partecipato a feste e balli la sera
precedente. Dopo una colazione abbondante e vari passatempi con maestri di canto e ballo, si dedica
al suo ruolo di cicisbeo, intrattenendo una dama. Dopo una pausa, in cui ascolta una favola
mitologica tra Amore e Imene, si fa preparare per uscire in carrozza.
Il Meriggio: Il nobile si reca a pranzo con la dama, conversando di arte, commercio e industria,
sebbene con una mentalità arretrata e pregiudizievole. A tavola, nessuno è veramente affamato; si
cerca piuttosto di soddisfare il piacere del palato raffinato. Una breve pausa vede una favola sul
piacere, che mette in evidenza la differenza tra l'aristocrazia e il popolo, sottolineando come i nobili
vivano per il piacere dei sensi, mentre i poveri sono privati di questo lusso. Durante il pasto, uno dei
commensali si distingue per essere vegetariano, suscitando la commozione della dama, che pensa
alla sua cagnolina. Dopo il pasto, il nobile si ritira con gli altri commensali, giocando a tric-trac.
Il Vespro: Al tramonto, il giovane e la dama si recano in carrozza per visitare amici e amiche,
percorrendo le strade cittadine, descritte con attenzione ai dettagli e al popolo che le abita.
La Notte: L'allievo si dedica alla scrittura e alla composizione. La notte si conclude con una
descrizione di un salotto notturno, frequentato da vari personaggi, dove si gioca a carte.
Dettagli e Critica dell'Aristocrazia
Nei primi due capitoli, Parini si concentra maggiormente sulla quotidianità del giovane nobile, ma nelle
ultime due parti, descrive in modo più dettagliato l'aristocrazia, i suoi amori, litigi e svaghi. Il tono di queste
descrizioni è pensoso e trasmette la delusione dell'autore nei confronti della nobiltà e dei suoi privilegi.
Parini, pur non mostrando una polemica esplicita, lascia trasparire una speranza di cambiamento, facendo
intendere la sua critica verso l'ozio e l'inutilità della vita aristocratica.
Giuseppe Parini
ODI, LA CADUTA
In quest’ode, composta nel 1785, Parini prende a pretesto un episodio autobiografico, una caduta per strada
in una fredda giornata invernale, per rivendicare con orgoglio e piglio la propria indipendenza intellettuale e
la propria integrità morale. Tali temi si snodano lungo il dialogo con un passante, che, giunto in suo soccorso
e avendolo riconosciuto, lo invita a deporre il suo austero ritegno per assicurarsi una vecchiaia più ricca e
meno sofferente. L’ironia cede sempre più spazio alla condanna diretta della società e al disincanto
Schema metrico: strofe di tre settenari e un endecasillabo a rime alternate.
Quando Orïon dal cielo Quando la costellazione di Orione si abbassa
Declinando imperversa; sull’orizzonte e porta con sé il rigore dell’inverno,
E pioggia e nevi e gelo e pioggia, neve e gelo si abbattono sulla terra oscurata,
Sopra la terra ottenebrata versa,
Me spinto ne la iniqua io, spinto fuori dalla malvagia stagione, nonostante il
Stagione, infermo il piede, malessere ai piedi,
Tra il fango e tra l’obliqua vengo visto camminare per la città, tra il fango e il
Furia de’ carri la città gir vede; traffico disordinato dei carri che sfrecciano nelle strade.
L’ode si apre con la descrizione di un fatto semplice e umile: il poeta cade su una lastra ghiacciata, in una
fredda giornata d’inverno. Ma dietro la scena apparentemente banale si cela una potente allegoria: la fragilità del
corpo diventa il segno visibile della condizione precaria e marginale dell’intellettuale nella società moderna,
che non ha più spazio né ascolto per la voce della verità.
La città che osserva indifferente, simbolo di una società fredda e insensibile, fa da sfondo. Solo un fanciullo,
dapprima ridente, si lascia poi toccare da compassione: una scintilla di umanità, forse una speranza.
Un uomo accorre ad aiutare il poeta. Lo riconosce come voce illustre della patria, ma subito lo invita ad
abbandonare quella vita solitaria e scomoda, per adottare un’esistenza più comoda e proficua, adattandosi al
potere.
Insomma, un poeta non più guida morale, ma strumento del potere o giullare del pubblico.
Dopo un lungo silenzio, il poeta finalmente risponde, con parole accese d’indignazione. Rifiuta con fermezza
quella visione degradante dell’arte, e rivendica con fierezza la sua missione: essere voce libera, coscienza
critica, difensore della verità e della giustizia.
Il poeta si rialza da solo e si allontana, incerto nel passo ma saldo nei principi, preferendo l’isolamento alla
menzogna.
Il passaggio in cui il giovane riconosce nel vecchio morente il “sublime, immane cigno” richiama fortemente
l’ideale oraziano di immortalità attraverso l’arte, espresso nell’Ode III, 30 con i celebri versi: “Exegi
monumentum aere perennius”, “ho innalzato un monumento più duraturo del bronzo”. Orazio, infatti,
dichiara di non morire del tutto grazie alla sua poesia, che lo renderà eterno nella memoria dei posteri
Tuttavia, in Orazio è anche presente un altro tema: il tempo che consuma e distrugge tutto. Lo stesso
poeta, in altri luoghi, definisce il tempo “edax rerum”, cioè “divoratore delle cose”, immagine ripresa in
Parini quando mostra le rovine di Milano e la caduta del suo corpo. Ma se il tempo distrugge i corpi e le
città, non può cancellare la forza del canto poetico: solo la poesia vince il “tempo edace”, solo la parola
riesce a resistere al decadimento, erigendosi come un vero monumento oltre la materia. In questo senso, la
scena del giovane che riconosce Parini è la prova vivente che la sua opera ha resistito al tempo, superando
la morte fisica e l’oblio.
Giuseppe Parini
ODI, LA MUSICA (L’EVIRAZIONE)
In quest’ode, Parini denuncia con toni fortemente polemici la barbara consuetudine dell’evirazione
infantile, praticata spesso con il consenso dei genitori, con il solo scopo di preservare la voce acuta dei
fanciulli e avviarli alla carriera di cantori teatrali. I cantori evirati godevano infatti di straordinario successo,
come dimostra la celebre figura di Farinelli, il più famoso cantante castrato della storia. Tuttavia, questi
giovani artisti erano spesso condannati a esistenze brevi e infelici, se non addirittura alla morte immediata, a
causa delle condizioni igieniche disastrose in cui avveniva l’operazione e dell’ignoranza medica dell’epoca.
Parini rivolge il suo sdegno morale contro la crudeltà di un padre che, accecato dalla brama di denaro,
sacrifica la salute, la dignità e la felicità del proprio figlio. Ma il poeta sottolinea anche l'ironia tragica
del destino: colui che aveva sperato di arricchirsi attraverso il successo del figlio finirà per morire povero e
mendicante, senza ottenere alcun guadagno, mentre avrà per sempre sulla coscienza un crimine atroce. È
una condanna sia sociale che etica, che smaschera l’ipocrisia e la disumanità della società del tempo.
Dal punto di vista formale, l’ode è composta da strofe di sei settenari: i primi quattro legati da rima
alternata, gli ultimi due da rima baciata, creando un ritmo fluido e incalzante, che ben accompagna
l’indignazione morale del poeta.
Nelle strofe successive, Parini si scaglia contro il“misero mortale”, che, non pago dei piaceri che
può trovare in natura, come la voce femminile, fa violenza alla natura stessa, mutando “gli uomini
in mostri” e prostrando la loro dignità. In Oriente (Venivano usati come protettori degli Harem –
luoghi dove venivano inserite le donne) e in Africa (Caffri) non mancano casi di evirazione,
continua Parini, ma essi dipendono da una barbara gelosia o da una superstizione primitiva, non
dalla devianza morale, come nel caso dell’“italo genitore”.
Parini si rivolge quindi direttamente all’“empio”genitore, che, bramoso di “tesoro”, non si rende
conto di averne già uno nel figlio, né di quale grave peccato sia l’avidità.
No. Del tesor, che aperto Del tesoro (la ricchezza) che già ti immagini
Già ne la mente pingi, nella tua mente come certo,
Tu non andrai per certo non godrai affatto felice,
Lieto come ti fingi come ora ti illudi,
padre crudele! Il tuo delitto
Padre crudel! Suo dritto
dovrà ricevere la giusta punizione.
De’ avere il tuo delitto.
Il tono
. di Parini è duro, accusatorio, quasi profetico, e si carica di indignazione etica e civile: il padre viene
dipinto come un essere più crudele di una fiera o di un serpente, capace di un gesto inumano pur di compiacere il
gusto corrotto di un’aristocrazia annoiata (“l’ozïoso udito de’ grandi”).
Una delle antitesi più forti e significative dell’ode è quella tra:
il figlio mutilato ma celebre, “che siederà accanto ai re, fastoso d’aurei fregi”,
e il padre che finirà vecchio, povero e solo, costretto a mendicare “per l’Italico suolo”.
Questa opposizione non è solo sociale ma anche morale: il figlio, reso “mutilato” nel corpo e nell’anima, perderà
ogni impulso alla virtù e ripudierà per sempre il proprio carnefice. Il padre non otterrà dunque né il successo sperato
né l’affetto filiale, ma solo disprezzo, solitudine e castigo.
Parini esprime così un disprezzo feroce verso il genitore, ma anche verso l’intera società italiana, ipocrita e
corrotta, che permette simili pratiche pur vantandosi di essere “culla di leggi e studi”. La chiusa dell’ode, infatti, è
fortissima: l’Italia, nonostante la sua alta cultura, si rende paragonabile ai barbari e agli Africani “ignudi”, in una
sorta di denuncia illuministica del regresso morale nascosto sotto la patina della civiltà.
Dal punto di vista stilistico e metrico, l’ode è composta da strofe di sei settenari (ABABCC), con un ritmo
cadenzato e incalzante, che amplifica l’energia dell’invettiva. Parini fa largo uso di metafore forti (“canoro
elefante”, “carnefice orrendo”), iperboli, antitesi e apostrofi che trasformano il testo in un potente atto di accusa.
IL RISVEGLIO DEL GIOVIN SIGNORE (VV. 1-76)
Analisi e Commento dei Versi 1-76 de Il Risveglio del Giovin Signore di Giuseppe Parini
Nel primo passo dell'opera Il Risveglio del Giovin Signore, Parini presenta il ritratto di un giovane
nobile che, come tipico della sua classe, vive una vita di ozio e superficialità. L’opera inizia con una
descrizione ironica e critica della società aristocratica del Settecento, caratterizzata dal lusso,
dall'inefficienza e dall'egocentrismo. Il "giovin signore" è un personaggio che, sebbene di sangue
nobile, è ridotto alla mera imitazione di una vita di svaghi e piaceri, distaccandosi dalle vere virtù e
dalle nobili occupazioni.
Versi 1-7: La nobilità del sangue e il precettore
Parini apre il poemetto con una riflessione sulla nobiltà e sull’eredità che essa comporta. Egli si
rivolge al giovane nobile, descrivendo il suo sangue come "purissimo" e "celeste", un’immagine che
richiama la purezza e l’ideale aristocratico, ma al contempo ci mostra come la nobiltà sia un
concetto vuoto e privo di sostanza. La vera nobiltà, infatti, sarebbe quella di spirito e di azione, ma
il giovane si limita ad una nobiltà formale, che potrebbe essere conquistata anche con l’accumulo di
ricchezze attraverso commerci e altre attività materialistiche.
Parini invita quindi il giovane a seguire i suoi insegnamenti, proponendosi come il suo precettore,
pronto a impartirgli le "amabili costumanze del rito", cioè le abitudini e le maniere della nobiltà
mondana. Questo è il primo segno del contrasto tra la nobiltà di sangue, che Parini sembra mettere
in discussione, e quella di comportamento, che diventa il fulcro della satira.
Versi 8-15: L'inutilità del tempo e il programma del precettore
Il poeta prosegue con una critica ai "giorni di vita noiosi e lenti", ai quali il giovane è condannato,
ma che egli vive senza porsi domande sulla loro utilità. La noia e il fastidio sono l’emblema della
vita aristocratica, che si svuota di significato, e il precettore si propone di insegnare come
"ingannare" questa noia. Il suo compito non è quello di migliorare la vita del giovane, ma di
renderla ancora più frivola, facendogli scoprire nuovi modi di trascorrere il tempo. Parini presenta
così il giovane come un individuo incapace di affrontare la realtà e impegnarsi in attività proficue.
Versi 16-32: La vita del contadino vs. la vita del nobile
Con l’introduzione del contadino, Parini offre un contrasto netto tra il mondo del lavoro e quello
dell’ozio. Descrive il contadino che sorge all’alba, simbolo della fatica quotidiana e della virtù
popolare, in opposizione al giovane nobile che vive nel lusso e nell’inerzia. Il contadino, al
contrario del giovane aristocratico, è legato a una vita di sacrificio, ma anche di significato: il suo
lavoro è utile, essenziale e legato alla natura.
Parini esprime qui una forte critica alla nobiltà che, al contrario, si è allontanata dalla fatica e dal
sacrificio, preferendo l'ozio e il piacere. Questo contrasto tra il lavoro umile e l’ozio nobile è un
tema ricorrente nell’opera pariniana, dove il "giovin signore" rappresenta l’ipocrisia e la
superficialità dell’aristocrazia.
Versi 33-60: L’ozio del nobile e la sua disumanizzazione
Il precettore continua a criticare la vita del giovane nobile, paragonandola alla semplice ma
dignitosa esistenza del contadino. Il giovane non conosce la fatica, non si alza presto, non lavora e
non vive in un ambiente sano come quello dei lavoratori. Invece, il "giovin signore" vive in un lusso
superficiale, dove il suo unico scopo è quello di godere della vita senza alcun senso di
responsabilità. Parini dipinge il giovane come un essere inutile, che non fa altro che consumare e
distruggere il proprio tempo in attività frivole e oziose.
Versi 61-76: La dissolutezza della nobiltà
La critica di Parini si fa ancora più severa quando il precettore descrive la vita dissoluta del giovane
nobile. Il giovane, infatti, non solo evita il lavoro, ma si dedica a una vita di piaceri e di corruzione.
Parini critica l’adozione di un comportamento edonistico, simbolo della decadenza morale della
classe aristocratica. Il nobile si lascia travolgere dal lusso e dalla dissolutezza, ignorando le virtù
della vita quotidiana e preferendo un’esistenza vana e superficiale.
L’ironia di Parini è evidente: se da un lato il giovane è ricco e potente, dall’altro è vuoto e privo di
scopo, un "cicisbeo" che non sa apprezzare la vita come dovrebbe. Il "giovin signore" diventa così il
simbolo di un'intera classe sociale che vive nel lusso e nell’indifferenza, ma che è incapace di
rispondere alle sfide della realtà e di impegnarsi per il bene comune.
Conclusioni sull'Analisi
Nel primo capitolo del Risveglio del Giovin Signore, Parini dipinge un ritratto satirico e critico della
nobiltà del suo tempo. Attraverso il personaggio del giovane nobile, il poeta denuncia l'ozio, la
superficialità e la dissolutezza di una classe sociale che ha perso ogni valore morale e civico. Parini
mette a confronto la vita faticosa e virtuosa del contadino con quella vanitosa e inutile del nobile,
offrendo un quadro di denuncia contro l’aristocrazia decadente. La satira di Parini, attraverso il
linguaggio elevato e l'ironia, critica in modo profondo le contraddizioni della società dell'epoca,
esprimendo una visione illuministica della realtà, in cui la virtù e il lavoro sono idealizzati, mentre
l’ozio e la corruzione sono condannati.
Analisi e Commento:
L’Aristocrazia e il Lusso: Il giovane protagonista è il simbolo della nobiltà che vive di
frivolezze e che si dedica a occupazioni inutili e oziose. L'opera critica aspramente
l'atteggiamento del giovin signore, simbolo di una società che privilegia il piacere a
discapito dell'impegno e del lavoro. Parini denuncia la superficialità e la corruzione della
nobiltà, che vive in un mondo lontano dalla realtà e dalle necessità del popolo.
Il Servitore come figura complementare: Il servitore, che accompagna il giovane nel suo
risveglio quotidiano, è una figura che rimarca il contrasto tra i privilegi del giovane e le
fatiche della servitù. Parini vuole mettere in evidenza il divario tra le due classi sociali, ma
allo stesso tempo critica anche la società che non si accorge di questo squilibrio.
Satira sociale: Parini utilizza il tono ironico e satirico per descrivere le abitudini della
nobiltà, facendo emergere la vacuità della sua esistenza. Il poeta non solo osserva la classe
aristocratica, ma ne denuncia anche i vizi, invitando i lettori a riflettere su questi temi.
Parafrasi dei primi 76 versi:
Giovin Signore, o a te scenda per lungo Giovin Signore, sia che il tuo sangue nobile
di magnanimi lombi ordine il sangue discenda da una famiglia di illustri antenati,
purissimo celeste, o in te del sangue sia che i titoli comprati e le ricchezze
emendino il difetto i compri onori accumulate
e le adunate in terra o in mar ricchezze dal padre parsimonioso in pochi anni
dal genitor frugale in pochi lustri, per terra o per mare correggano
me Precettor d’amabil Rito ascolta. in te la mancanza di sangue nobile,
Come ingannar questi noiosi e lenti ascolta me, Precettore di maniere amabili.
giorni di vita, cui sì lungo tedio Ora io ti insegnerò come passare
e fastidio insoffribile accompagna, questi noiosi e lenti giorni della vita, che
or io t’insegnerò. Quali al Mattino, sono accompagnati da così lunga monotonia
quai dopo il Mezzodì, quali la Sera e insopportabile fastidio. Imparerai quali
esser debban tue cure apprenderai, dovrebbero essere le tue preoccupazioni
se in mezzo a gli ozi tuo ozio ti resta al mattino, al pomeriggio, alla sera,
pur di tender gli orecchi a’ versi miei. se nel tuo oziare ti rimane il tempo
Già l’are a Vener sacre e al giocatore di ascoltare i miei versi.
Mercurio ne le Gallie e in Albïone Hai già visitato i luoghi sacri
devotamente hai visitate, e porti dedicati al piacere e al gioco d'azzardo
pur anco i segni del tuo zelo impressi: in Francia e in Inghilterra, e porti
ora è tempo di posa. In vano Marte i segni del tuo impegno;
a sé t’invita; ché ben folle è quegli ora è tempo di riposo. Invano Marte
che a rischio de la vita onor si merca, ti invita alla carriera militare,
e tu naturalmente il sangue aborri. perché è folle chi guadagna l’onore
Né i mesti de la Dea Pallade studj mettendo in pericolo la vita,
ti son meno odïosi: avverso ad essi e naturalmente tu disprezzi il sangue.
ti feron troppo i queruli ricinti Né i tristi studi della dea Atena ti piacciono:
ove l’arti migliori e le scïenze, sono diventati per te insopportabili,
cangiate in mostri e in vane orride larve, poiché ti feriscono troppo gli ambienti
fan le capaci volte eccheggiar sempre dove le arti e le scienze migliori,
di giovanili strida. Or primamente trasformate in mostri e larve orribili,
odi quali il Mattino a te soavi fanno sempre echeggiare le urla giovanili.
cure debba guidar con facil mano. Ora ascolta come il Mattino
Sorge il Mattino in compagnia dell’Alba ti guiderà in abitudini piacevoli.
innanzi al Sol che di poi grande appare Il Mattino sorge insieme all'Alba
su l’estremo orizzonte a render lieti prima che il Sole appaia grande
gli animali e le piante e i campi e l’onde. all'orizzonte, portando gioia
Allora il buon villan sorge dal caro agli animali, alle piante, ai campi e alle onde.
letto cui la fedel moglie e i minori Il buon contadino si alza dal letto
suoi figlioletti intiepidìr la notte; che la moglie fedele e i figli hanno riscaldato
poi sul collo recando i sacri arnesi durante la notte; poi porta gli strumenti
che prima ritrovàr Cerere, e Pale, che Cerere e Pale scoprirono,
va col bue lento innanzi al campo, e scuote e guida lentamente il bue verso il campo,
lungo il picciol sentier da’ curvi rami scuotendo dai rami curvi la rugiada
il rudagioso umor che, quasi gemma, che riflette i raggi del Sole nascente.
i nascenti del Sol raggi rifrange.
Allora sorge il Fabbro, e la sonante officina Poi si alza il fabbro e riapre
riapre, e all’opre torna la sua officina rumorosa,
l’altro dì non perfette, o se di chiave ritornando ai lavori non finiti,
ardua e ferrati ingegni all’inquieto sia che debba fare chiavi complesse
ricco l’arche assecura, o se d’argento per assicurare le casse del ricco
e d’oro incider vuol gioielli e vasi o che voglia intagliare gioielli e vasi
per ornamento a nova sposa o a mense. per una nuova sposa o per la tavola.
Ma che? Tu inorridisci, e mostri in capo, Ma come? Tu inorridisci e sollevi i capelli
qual istrice pungente, irti i capegli come un istrice pungente,
al suon di mie parole? Ah non è al suono delle mie parole? Ah, non è questo
questo,Signore, il tuo mattin. Tu col cadente il tuo mattino, Signore.
Sol non sedesti a parca mensa, e al lume Tu non hai mangiato una cena semplice
dell’incerto crepuscolo non gisti al tramonto, né ti sei coricato
jeri a corcarti in male agiate piume, su un giaciglio scomodo alla luce fioca
come dannato è a far l’umile vulgo. del crepuscolo, come deve fare il popolo
A voi, celeste prole, a voi, concilio umile.
di Semidei terreni, altro concesse A voi, discendenti celesti,
Giove benigno: e con altr’arti e leggi a voi, semidei terreni, Giove ha concesso
per novo calle a me convien guidarvi. altro:
Tu tra le veglie e le canore scene perciò mi conviene condurvi
e il patetico gioco oltre piú assai su un percorso diverso.
producesti la notte; e stanco alfine Hai prolungato la notte tra feste,
in aureo cocchio, col fragor di calde melodrammi teatrali e giochi d'azzardo,
precipitose rote e il calpestio e infine, stanco, su una carrozza dorata,
di volanti corsier, lunge agitasti con il frastuono delle ruote calde e veloci
il queto aere notturno; e le tenèbre e lo scalpiccio dei cavalli,
con fiaccole superbe intorno apristi, hai turbato l'aria tranquilla della notte,
siccome allor che il Siculo terreno aprendo le tenebre con torce
da l’uno a l’altro mar rimbombar feo come quando Plutone percorreva
Pluto col carro, a cui splendeano innanzi la terra di Sicilia col suo carro,
le tede de le Furie anguicrinite. con le fiaccole delle Furie precedenti.
Conclusioni sull'Analisi
L'introduzione del Mattino di Giuseppe Parini presenta una critica ironica e tagliente alla vita del "giovin
signore" della nobiltà del Settecento. Parini, pur celando la sua indignazione sotto un'apparente celebrazione,
smaschera l'inutilità e la decadenza della classe aristocratica, attraverso l'osservazione del suo protagonista,
un giovane nobile dedito solo ai piaceri effimeri e alle vizi di una vita senza scopo.
L'approccio stilistico è caratterizzato da un linguaggio classicheggiante e da una sintassi elaborata che crea
un contrasto tra l'apparenza di grandezza e l'effettiva miseria di queste abitudini. La critica si estende anche
all'inutilità dei miti e delle tradizioni, evocando divinità romane come Cerere, Marte, Venere e Mercurio, che,
lungi dall'elevare la vita del giovane nobile, evidenziano solo la sua superficialità. Il poeta non esita a
mettere in evidenza le contraddizioni del suo mondo, dove l'ozio e la ricerca del piacere sono elevati al rango
di valori, mentre l'operosità del contadino viene trascurata e denigrata.
Lo stile di Parini si avvale di figure retoriche come l'iperbole, l'ironia e il sarcasmo per creare un effetto di
distacco tra il mondo delle classi alte e quello delle classi inferiori. Il contrasto tra l'umile lavoro del "buon
villan" e il lusso inutile del "giovin signore" è netto e viene sottolineato attraverso la figura del Precettore,
che cerca di suscitare una riflessione morale nel lettore, invitandolo a riconoscere la vanità di una vita spesa
nell'ozio.
LA “VERGINE CUCCIA” (vv. 517-556)
L'episodio della "vergine cuccia" si svolge nei versi 517-556 del Mezzogiorno, la seconda parte de Il Giorno
di Giuseppe Parini, ed è un esempio perfetto della sua satira sociale. Parini utilizza questo episodio per
ridicolizzare l'aristocrazia e le sue abitudini frivole, ipocrite e distaccate dalla realtà, attraverso l'ironia e il
sarcasmo.
L'episodio e la critica alla nobiltà
Nel passo della "vergine cuccia" (vv. 517-556), Giuseppe Parini ci presenta una scena che, pur essendo in
apparenza un semplice incidente domestico, diventa l'occasione per una critica feroce e ironica alla classe
aristocratica settecentesca. La dama, protagonista dell'episodio, è ritratta in un comportamento totalmente
distaccato dalla realtà e immerso in una superficialità che sembra quasi esagerare ogni piccolo dettaglio della
sua vita. La cagnolina, che in un momento di rabbia morde un servo, che reagisce dandole un calcio. La
reazione della dama, che sviene e si preoccupa in modo esagerato per la salute del cane, è l'emblema di un
mondo nobile che privilegia l'inezia e la frivolezza rispetto ai veri problemi sociali.
Il servo, che reagisce al morso difendendosi con un calcio, subisce una punizione sproporzionata: il
licenziamento. Tuttavia, la motivazione non è tanto la violenza nei confronti del cane (che, da un punto di
vista umano, potrebbe essere comprensibile), quanto il danno alla reputazione del servo, che dopo l'incidente
diventa una persona emarginata, incapace di trovare un altro lavoro. Parini mostra in questo modo quanto il
sistema aristocratico si preoccupi più delle apparenze e delle convenzioni sociali che delle giustizie o delle
ragioni morali.
Ironia e satira
La forza di Parini sta nel contrasto tra l'epicità del linguaggio e la banalità dell'episodio narrato. Utilizzando
un linguaggio solenne, Parini parodia lo stile epico che solitamente viene usato per raccontare eventi di
grande portata storica o mitologica. La dama, invece di essere un’eroina tragica, diventa una figura ridicola,
simile ai personaggi comici dell'antica commedia. L'episodio, infatti, sembra quasi una parodia della visione
drammatica della realtà, in cui ogni evento viene esagerato per apparire più importante di quanto realmente
sia. L'ironia di Parini sta proprio nel fatto che il suo linguaggio, che fa riferimento all'epica e alla solennità, si
scontra con la trivialità di una situazione banale.
Parini gioca con l'ironia anche nella rappresentazione del cane e del servo. Se da un lato il cane è descritto
come una figura quasi divina, capace di suscitare emozioni esagerate nella dama, dall'altro il servo è ridotto a
un personaggio senza voce, un "pazzo" che viene licenziato non per la sua violenza, ma per la "sua cattiva
fama". Il contrasto tra la sacralizzazione del cane e la demonizzazione del servo è una critica acuta
all'ipocrisia della nobiltà, che non si preoccupa delle vere ingiustizie sociali ma si concentra su
preoccupazioni futili. In questo modo, Parini riesce a criticare non solo il comportamento delle classi alte, ma
anche le strutture sociali che alimentano questa disconnessione dalla realtà.
La "vergine cuccia" come simbolo
Il cane della dama, la "vergine cuccia", viene trattato con un rispetto e una solennità degni di una divinità.
Parini personifica il cane, facendolo apparire quasi come una creatura mitologica, di valore superiore rispetto
al servo. In questo contesto, il cane diventa il simbolo di una nobiltà che, pur vivendo nell'ozio e nella
superficialità, è considerata superiore e degna di essere protetta. Al contrario, la figura del servo, che reagisce
con un atto di difesa naturale, viene demonizzata e punita severamente. Il contrasto tra la nobiltà e la classe
servile è netto: la nobiltà è vista come disconnessa dalla realtà e preoccupata solo di mantenere il proprio
status, mentre i servitori sono trattati come strumenti da utilizzare, senza alcun riconoscimento della loro
umanità.
La satira sociale e la critica alla nobiltà
In questo brano, Parini non solo mette in luce la superficialità della nobiltà, ma anche la sua totale
indifferenza alle disuguaglianze sociali e alle ingiustizie. La dama non ha alcun interesse per il benessere del
servo, ma si preoccupa esclusivamente del benessere del cane, un animale che rappresenta, nel contesto
sociale, una priorità assurda. Parini fa emergere il contrasto tra l'umanità del servo, che è ignorata, e la
sacralità attribuita a un essere così insignificante come un cane. L'episodio denuncia quanto la nobiltà fosse
ossessionata dalle convenzioni sociali, dai titoli e dalle apparenze, mentre le sofferenze della classe più bassa
venivano ignorate e sminuite.
Figure retoriche
Parini impiega diverse figure retoriche per accentuare l'effetto ironico e satirico:
Ironia: Parini usa l'ironia come espediente principale. Ad esempio, il comportamento esagerato della
dama, che sviene per il morso della cagnolina, viene presentato come un episodio tragico, ma è
chiaramente ridicolo.
Onomatopea: L'uso dell'onomatopea “aita, aita” simula il grido di aiuto del cane, e Parini lo sfrutta
per aggiungere una componente comica e tragica allo stesso tempo.
Personificazione: Parini personifica il cane, dandogli quasi una dignità divinizzata, come se fosse
una creatura superiore a un essere umano. La figura di Eco, la ninfa che si riflette in tutto ciò che
sente, viene richiamata, dando un senso di sacralità alla cagnolina.
PARAFRASI (vv. 517-556):