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PASCOLI

Pascoli, poeta e professore di letteratura italiana, affronta temi di famiglia, perdita e natura nella sua opera, influenzato da esperienze personali traumatiche. La sua poetica del 'fanciullino' esplora l'innocenza infantile e la capacità di vedere oltre la realtà, utilizzando un linguaggio simbolista e frammentato. Le sue opere, come 'Myricae' e 'Canti di Castelvecchio', riflettono un profondo legame con la natura e un senso di malinconia per la morte e la perdita.

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PASCOLI

Pascoli, poeta e professore di letteratura italiana, affronta temi di famiglia, perdita e natura nella sua opera, influenzato da esperienze personali traumatiche. La sua poetica del 'fanciullino' esplora l'innocenza infantile e la capacità di vedere oltre la realtà, utilizzando un linguaggio simbolista e frammentato. Le sue opere, come 'Myricae' e 'Canti di Castelvecchio', riflettono un profondo legame con la natura e un senso di malinconia per la morte e la perdita.

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PASCOLI - 1855/1917, Bologna

(alunno di Carducci e suo successore alla cattedra di letteratura italiana)

*Dopo la morte dei genitori (il papà è stato assassinato), della mamma e del fratello, Pascoli si
assume il ruolo di capofamiglia e cerca per tutta la vita di ricostruire il nucleo familiare (sindrome del
nido), provando anche gelosia e possesso verso le sue sorelle minori, opponendosi alle loro relazioni
amorose. Maria vivrà sempre con lui curando la sua produzione poetica.

*Diventa professore di letteratura italiana nei licei e all’università prendendo la cattedra di Carducci.

* Di idee socialiste, collabora con il partito e sconta anche alcuni periodi in galera.

LA POETICA DEL FANCIULLINO


Ognuno di noi ha un fanciullino dentro di sé: un’anima spensierata, che vede cose fantasiose o al di
là della realtà razionale, ha delle paure infantili come il buio, dà valore a tutte le cose e le nomina, dà
loro il nome. Gli adulti però soffocano questo lato di sé, lo nascondono per paura dei giudizi e dei
pregiudizi altrui. Invece il poeta, quindi Pascoli, va al di là delle regole sociali e recupera il lato del
fanciullino che ha dentro di sé e lo comunica tramite la poesia, lo fa esprimere senza lasciare alla
ragione avere il suo sopravvento.
Il fanciullino è duplice:
UMILE/SEMPLICITÀ’: gli atti della sua vita sono semplici e umili, ha paura del buio, sogna anche alla
luce, piange e ride senza motivo, parla con gli elementi naturali.
SUPERIORITÀ’: aiuta a vedere le cose del mondo, come Adamo mette il nome a tutto quello che
vede come se fosse una continua scoperta.

La parola poetica ha un valore di invenzione assoluta che si basa non sulla razionalità ma
sull’intuizione inconscia e soggettiva. Quindi il poeta è come un fanciullino che recupera la purezza
infantile e la capacità di esprimersi senza i preconcetti adulti, in modo istintivo. Per questo Pascoli è
definito l’ultimo dei classici e primo dei moderni: in lui tutto sarà combinazione di opposti,
linguaggio popolare/linguaggio prezioso; tradizione/innovazione; dialetto, onomatopee, lingue
straniere/lingue classiche greche e latine.
E’ comunque convinto della funzione sociale e morale della poesia, il fanciullino dà al poeta il ruolo
di veggente. Il linguaggio poetico scopre delle verità nascoste e le restituisce al lettore tramite
simboli o catene analogiche: valorizza i piccoli particolari della realtà dando loro un significato
universale, più ampio. La sua poesia si può definire SIMBOLISTA, anche se in modo istintivo e non
consapevole.

MYRICAE - termine latino ripreso da Virgilio “arbusta iuvant humilesque myricae” ( mi piacciono
gli arbusti e le umili tamerici) ↘
↓ Pascoli citando un verso di Virgilio vuole
manterrà anche nella poesia avvicinarsi alla poesia classica latina,
l’attenzione per le piccole cose, con uno ossia ricercare una poesia sostenuta.
stile semplice e discorsivo.

*Immagini di campagna, naturalistiche + sensazioni del soggetto , ossia il mondo interiore ed


esteriore si mescolano.

*stile frammentato: punteggiatura e metrica (verso breve) danno una sensazione di frammento,
anche per via dei numerosi enjambement, frasi brevi, stile nominale.

*temi: morte (senso del dolore e dell’esclusione) e natura che rasserena.


* suoni: dominano figure retoriche di suono, rime/assonanze/consinanze anche interne,
onomatopee, allitterazioni.

LAVANDARE

1. Nel campo mezzo grigio e mezzo nero


2. resta un aratro senza buoi, che pare
3. dimenticato, tra il vapor leggero.

4. E cadenzato dalla gora viene (fiume)


5. lo sciabordare delle lavandare
6. con tonfi spessi e lunghe cantilene:

7. il vento soffia e nevica la frasca, (frasca= foglie che cadono)


8. e tu non torni ancora al tuo paese!
9. quando partisti, come son rimasta!
10. come l'aratro in mezzo al maggese. (richiamo al 3 verso)
La poesia è ambientata in autunno in un paesaggio di campagna, il campo è per metà incolto (senza
buoi). La sensazione è di attesa e malinconia e l’aratro è metafora della ragazza in attesa dell’uomo
che ama. Emergono le sensazioni di abbandono e solitudine, accompagnate dal canto più sereno
delle lavandare.

ARANO

Al campo , dove roggio nel filare (roggio= rosso ruggine)


qualche pampano brilla, e dalle fratte (pampano = foglia di vite) (fratte=dirupo)
sembra la nebbia mattinal fumare,
arano : a lente grida , uno le lente
vacche spinge; altri semina; un ribatte
le porche con sua marra pazïente ; (porche=zolle) (marra=zappa)
chè il passero saputo in cor già gode ,
e il tutto spia dai rami irti del moro; (moro=albero di more di gelso)
e il pettirosso: nelle siepi s’ode
il suo sottil tintinno come d’oro.

Quadro campestre da cui l’io è assente, ma si immedisima nel passero e nel pettirosso che osservano
la scena, dominano le cose e i colori con effetto impressionistico, in particolare i lavori nei campi. Ci
sono figure di suono: allitterazione, onomatopea e sinestesia.

X AGOSTO - cielo piange le stelle cadenti come Pascoli piange la morte del padre.

San Lorenzo, io lo so perché tanto


di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:


l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini.
Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:


l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.

Ora là, nella casa romita,


lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi


sereni, infinito, immortale,
oh!, d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

Parallelismo: la morte di una rondine viene paragonata alla morte del padre. Entrambe le morti
sembrano richiamare il sacrificio cristiano. Domina il tema dell’attesa vana.

TEMPORALE - esempio di poesia simbolista e frammentata

Un bubbolìo lontano…

Rosseggia l’orizzonte,

come affocato, a mare:

nero di pece, a monte,

stracci di nubi chiare:


tra il nero un casolare:

un’ala di gabbiano.

Questa poesia è un’unica immagine, non ci sono verbi ma solo frasi nominali che descrivono il
paesaggio all’arrivo del temporale, suscita paura e sgomento (NERO) ma alla fine emerge uno
spiraglio di luce e libertà nel vedere il casolare (paragonato a un’ala di gabbiano). La descrizione è
utilizzata da colori scuri (la vista) e il rumore (udito) e si richiama l’idea di affogare. Invece per
descrivere la sensazione finale della liberazione la casa è paragonata ad un uccello che vola libero. E’
una poesia simbolista perché ogni cosa sembra unica in sé e legata a un sentimento del poeta, senza
però giudizi espliciti. La casa è un elemento di svolta perché richiama il nido familiare.

Lo stile è frammentato: dominano versi brevi, spezzati dalla punteggiatura, frasi nominali e figure di
suono (onomatopee) e metafore.

IL TUONO

E nella notte nera come il nulla,


a un tratto, col fragor d'arduo dirupo
che frana, il tuono rimbombò di schianto:

rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo,


e tacque, e poi rimareggiò rinfranto,

e poi vanì. Soave allora un canto


s'udì di madre, e il moto di una culla.

La poesia descrive il male e l’oscurità per poi lasciare spazio alla vita della culla e della madre. E’ una
poesia ricca di onomatopee che riproducono i suoni. L’autore mette in risalto la notte nera come il
nulla che però rima con culla, quindi con uno spiraglio. La paura, il vuoto, lo smarrimento e
l’atmosfera oscura possono essere salvate dal nido famigliare.

NOVEMBRE
Gemmea l'aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l'odorino amaro
senti nel cuore...

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante


di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,


odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. È l'estate
fredda, dei morti.

Questa poesia parla del periodo autunnale di Novembre che dà l’illusione di essere in
estate/primavera, ma nella seconda parte si capisce che siamo in autunno: è l’estate di San Martino.

Significati simbolici: la contrapposizione primavera/autunno riflette la contrapposizione vita/morte,


la caducità della vita.

L’ASSIUOLO

Dov'era la luna ? Ché il cielo


notava in un'alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.
Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù:
veniva una voce dai campi:
chiù ...
Le stelle lucevano rare
tra mezzo alla nebbia di latte :
sentivo il cullare del mare,
sentivo un fru fru tra le fratte;
sentivo nel cuore un sussulto,
com'eco d'un grido che fu.
Sonava lontano il singulto:
chiù...
Su tutte le lucide vette
tremava un sospiro di vento;
squassavano le cavallette
finissimi sistri d'argento
(tintinni a invisibili porte
che forse non s'aprono più? ... );
e c'era quel pianto di morte...
chiù...

Poesia ricca di richiami sonori, ma dal significato inafferrabile. Domina un senso di inquietudine e
morte.

PATRIA

Sogno d’un dì d’estate.

Quanto scampanellare
tremulo di cicale!
Stridule pel filare
moveva il maestrale
le foglie accartocciate.

Scendea tra gli olmi il sole


In fascie polverose;
erano in ciel due sole
nuvole, tenui, rose;
due bianche spennellate

in tutto il ciel turchino.

Siepi di melograno,
fratte di tamerice,
il palpito lontano
d’una trebbiatrice
l’angelus argentino…

dov’ero? Le campane
mi dissero dov’ero,
piangendo, mentre un cane
latrava al forestiero,
che andava a capo chino.

Pascoli ritorna al paese natìo dopo la dispersione della sua famiglia, ripensa al trauma della sua
infanzia ed emerge il suo sentirsi esule e orfano, straniero.

CANTI DI CASTELVECCHIO - 1903

Temi:
● paesaggio naturalistico, passare delle stagioni, armonia dell’universo che è un ciclo continuo
di vita e di morte.
● famiglia, incentrata sull’uccisione impunita del padre, questa è una perdita insanabile per la
famiglia dovuta alla cattiveria umana. Quindi la morte non fa parte del ciclo vitale, ma è una
minaccia per l’individuo, è ingiusta.
STILE: liricità più distesa, si rifà ai canti leopardiani di cui condivide il tema del ricordo e del rapporto
uomo-natura.

IL GELSOMINO NOTTURNO - Partendo dal gelsomino, che vive di notte e di giorno è appassito, il
poeta si ricollega al matrimonio di un amico che di notte ha rapporti con la moglie. C’è un
parallelismo tra la fecondazione naturale e quella umana. Pascoli si autoesclude da questa immagine
perché ha rinunciato alla sessualità e a costruirsi una famiglia, per ricostruire il nido paterno.
Sotto l’ali dormono i nidi,

E s’aprono i fiori notturni, come gli occhi sotto le ciglia.

nell’ora che penso ai miei cari. Dai calici aperti si esala

Sono apparse in mezzo ai viburni l’odore di fragole rosse.

le farfalle crepuscolari. Splende un lume là nella sala.

Da un pezzo si tacquero i gridi: Nasce l’erba sopra le fosse.

là sola una casa bisbiglia.


Un’ape tardiva sussurra

trovando già prese le celle.

La Chioccetta per l’aia azzurra

va col suo pigolio di stelle.

Per tutta la notte s’esala

l’odore che passa col vento.

Passa il lume su per la scala;

brilla al primo piano: s’è spento...

È l’alba: si chiudono i petali

un poco gualciti; si cova,

dentro l’urna molle e segreta,

non so che felicità nuova.

fu quella che vedo più rosa


nell’ultima sera.
LA MIA SERA
Il giorno fu pieno di lampi; Che voli di rondini intorno!
ma ora verranno le stelle, che gridi nell’aria serena!
le tacite stelle. Nei campi La fame del povero giorno
c’è un breve gre gre di ranelle. prolunga la garrula cena.
Le tremule foglie dei pioppi La parte, sì piccola, i nidi
trascorre una gioia leggiera. nel giorno non l’ebbero intera.
Nel giorno, che lampi! che scoppi! Nè io... e che voli, che gridi,
Che pace, la sera! mia limpida sera!

Si devono aprire le stelle Don... Don... E mi dicono, Dormi!


nel cielo sì tenero e vivo. mi cantano, Dormi! sussurrano,
Là, presso le allegre ranelle, Dormi! bisbigliano, Dormi!
singhiozza monotono un rivo. là, voci di tenebra azzurra...
Di tutto quel cupo tumulto, Mi sembrano canti di culla,
di tutta quell’aspra bufera, che fanno ch’io torni com’era...
non resta che un dolce singulto sentivo mia madre... poi nulla...
nell’umida sera. sul far della sera.

È, quella infinita tempesta,


finita in un rivo canoro.
Dei fulmini fragili restano Numerose ripetizioni e richiami fonici,
cirri di porpora e d’oro. tra cui le onomatopee.
O stanco dolore, riposa!
La nube nel giorno più nera
Racconta la fine di un temporale (si
rifà a Leopardi – la quiete dopo la
tempesta).
Collega sempre se stesso alla natura,
paragonandosi ai nidi rimasti senza
cena, lui è rimasto senza
felicità,ricorda la tenerezza dei canti
della madre, la culla e ora invece non
ha più nulla.

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