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Schopenhauer

Schopenhauer critica gli idealisti e si rifà a Kant, sostenendo che la vera conoscenza si trova nella volontà piuttosto che nel fenomeno. La sua filosofia si basa sul pessimismo, evidenziando il dolore e la morte come elementi inevitabili della condizione umana, e propone che la liberazione dal dolore si ottenga attraverso la negazione della volontà. L'arte e l'ascetismo sono visti come vie per trascendere il dolore e raggiungere uno stato di beatitudine.

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Schopenhauer

Schopenhauer critica gli idealisti e si rifà a Kant, sostenendo che la vera conoscenza si trova nella volontà piuttosto che nel fenomeno. La sua filosofia si basa sul pessimismo, evidenziando il dolore e la morte come elementi inevitabili della condizione umana, e propone che la liberazione dal dolore si ottenga attraverso la negazione della volontà. L'arte e l'ascetismo sono visti come vie per trascendere il dolore e raggiungere uno stato di beatitudine.

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SCHOPENHAUER

Schopenhauer è l’acerrimo nemico degli idealisti, tanto da arrivare a definire Hegel come il “sicario della
verità”. Gli idealisti infatti, secondo Schopenhauer, hanno intrapreso una strada senza sbocco. Bisognerà
ripartire da Kant, che distinse il fenomeno dal noumeno.

KANT

In polemica con gli idealisti, Schopenhauer si rifà a Kant. Egli gli riconosce il merito di aver abolito i concetti
metafisici di Dio rinunciando a quella conoscenza dell’assoluto che gli idealisti pretendono invece di
ripristinare. Per Schopenhauer non esiste un “infinito” racchiuso nella coscienza, piuttosto, se c’è, si trova
nella volontà. Secondo Schopenhauer Kant ha avuto anche il merito di distinguere il fenomeno dalla cosa in
sé, ponendo una barriera invalicabile tra il conoscere obbiettivo e il pensare soggettivo. L’errore di Kant è
stato precludere ogni via di accesso alla cosa in sé. La filosofia infatti, per Schopenhauer, deve approdare a
una reale conoscenza del mondo. La nuova via di accesso alla cosa in sé sarà identificata con la volontà.

PESSIMISMO

L’inizio della filosofia di Schopenhauer fa ricercato nello stupore e nello scandalo suscitati dalla
consapevolezza della morte e del dolore come elementi insuperabili della condizione umana. In tal senso,
filosofia e religione si assomigliano: entrambe hanno il compito di dare una risposta al problema del nulla e
del male, con l’unica differenza che la prima usa strumenti razionali, la seconda offre risposte metafisiche o
di fede. Schopenhauer è dunque un religioso alternativo alla fede dogmatica. In un’età dominata dall’ansia
di progresso e dall’ottimismo, egli si definisce un pessimista.

MONDO COME VOLONTÀ E RAPPRESENTAZIONE

Queste due prospettive del mondo vengono fatte corrispondere alla distinzione kantiana tra fenomeno e
cosa in sé.

 Rappresentazione: Schopenhauer si rifà alla sapienza antica (Platone ad esempio), secondo cui
quello che cade sotto i sensi non è il mondo vero, ma solo un’immagine ingannevole, un’illusione,
un velo di Maya. Kant, in tal senso, non si sbilanciava. Egli ammetteva l’esistenza della cosa in sé
limitandosi all’intuizione di tipo empirico, ma non per questo illusoria. Il grande merito di Kant, per
Schopenhauer, sta nell’affermazione che il principio di ragione, per cui nulla esiste senza una
ragione sufficiente, abbia un significato solo in rapporto al fenomeno, non alla cosa in sé. Per
Schopenhauer l’uomo, nel mondo come rappresentazione, attraverso il sapere scientifico, applica
una spiegazione casuale-deterministica ai fenomeni naturali, attraverso la quale però, non accede
alla cosa in sé. La concezione è opposta a quella di Hegel, che sosteneva: “il mondo accade in me”.
 Volontà: La volontà, non kantiana, ma fisiologica è il solo momento in cui il velo di Maya si squarcia.
Se il mondo inteso come rappresentazione permette tre forme: spazio, tempo e casualità (che si
unificano nel principio di ragione), per accedere alla cosa in sé bisogna astrarsi e indagare sulla
volontà. Della mia volontà ho una conoscenza indiretta, ottenuta applicando il principio di ragione
alle azioni. Che ne sono una conseguenza visibile. L’unico modo per afferrare la realtà sfuggente
eppure sempre presente dell’io è nel corpo vissuto in prima persona, chiamato da Schopenhauer
autocoscienza, consapevolezza intuitiva.
Il corpo può essere considerato in due modi:
o Come oggetto tra gli oggetti: esso non è altro che fenomeno. Rispetto agli altri corpi che
sono conosciuti in forma mediata (dai miei sensi), il mio corpo, per me, è il primo e
immediato oggetto di riferimento, ma, dal punto di vista conoscitivo, è pur sempre una mia
rappresentazione.
o Come dimensione spirituale: Schopenhauer oppone al “cogito ergo sum” cartesiano, “io
esisto, in quanto io voglio” e quindi “io sono il mio corpo, io sono volontà”, è quest’ultima
la cosa in sé. Quando il soggetto si rivolge nell’autocoscienza, al proprio interno, intuisce
che lo stesso mondo che esteriormente appare come fenomeno è, nella sua essenza,
volontà. Il corpo è percorso da energie che non sono oggetto di rappresentazione (vibra per
la fame, per l’eccitazione sessuale…) rivelando così qualcosa di extra rispetto alla
rappresentazione, che si traduce in istinto, nell’uomo, e forza vitale, in tutto il mondo
(l’albero, ad esempio, cerca l’acqua in maniera incosciente con le radici). Questa forza
cieca, irrazionale, potente e universale è la volontà.

Una volta identificata la cosa in sé come volontà, per analogia, Schopenhauer applica questa
intuizione a tutti gli aspetti della realtà fisica. La natura è studiata dalla scienza in maniera
eziologica, ricercando cioè le cause del mutamento fisico. Ma tale spiegazione si interrompe di
fronte alle forze che rimangono in sé stesse sconosciute, come ad esempio quella di gravità, e
di cui si possono constatare solo le manifestazioni nel mondo fenomenico. Per non cadere nel
dogmatico, la scienza deve sapersi aprire a un’integrazione filosofica, ammettendo che le forze
presenti in natura sono identiche alla volontà, che ci è nota immediatamente
nell’autocoscienza. Il mondo naturale è dunque inteso come un unico fenomeno della volontà.
Dobbiamo infine supporre, che la volontà sia in sé unica e identica in tutti i fenomeni, al di là
delle sue molteplici manifestazioni.

 Le idee: La mediazione tra l’unicità della volontà e le sue molteplici manifestazioni sono
le idee, intese con il suo significato ontologico, quello di Platone: forze attive e
operanti, gli archetipi che guidano la volontà nel suo oggettivarsi.
 La legge naturale: la legge naturale è la mediatrice tra idea e fenomeno, in quanto
determina l’esplicazione della forza in relazione alle condizioni causali che si verificano
nell’esperienza.

La volontà di vivere: la natura inorganica, quella organica, il mondo vegetale, animale e,


infine, l’uomo costituiscono i gradi successivi di oggettivizzazione della volontà Tale
oggettivizzazione non è un processo dotato di finalità, ma una libera creazione che si
manifesta in noi come la volontà di vivere. La volontà di vivere, in tutte le sue
manifestazioni, è caratterizzata da una perenne lotta con sé stessa: le forme viventi infatti,
hanno come condizione necessaria della propria sopravvivenza, la morte. È come se la
volontà per affermarsi divorasse continuamente le proprie stesse oggettivizzazioni (per
questo si parla di “autofagia della volontà”). Il tempo ad esempio è una successione di
istanti, in cui ogni attimo diventa possibile in quanto ha annichilito l’attimo passato. Da qui
la sua visione si traduce in un pessimismo, poiché la volontà irrazionale ha come suo unico
scopo la propria affermazione, e sfrutta ogni occasione per affermarsi, senza curarsi della
felicità degli individui.

Il dolore universale: L’uomo giunge alla consapevolezza che la vita è un processo eterno di
creazione e distruzione. La vita ha, come condizione del proprio perpetuarsi, il suo
contrario: la morte. L’uomo, poi, tende al piacere, che non è altro che uno stato di bisogno
e quindi di dolore. La vita si rivela dunque un affare in perdita, come una perenne
oscillazione tra due estremi: dolore e noia, che si conclude con la morte.

Qual è la via d’uscita?

Schopenhauer risponde partendo dal rapporto tra il mondo della conoscenza e quello della
volontà.
 La volontà: è concepita come un’essenza unica, identica in tutte le sue
manifestazioni, e irrazionale, poiché priva di scopi.
 L’intelletto: La coscienza dipende dal cervello, anch’essa dunque è un fenomeno
della volontà. Essa comprende
o l’intelletto: la capacità di intuire il nesso di causa tra fenomeni.
o la ragione: la facoltà del pensiero astratto.

La conoscenza

 Comune: si muove nei limiti del fenomeno e quindi non ci fa conoscere la cosa in
sé, ma solo in funzione del nostro interesse soggettivo.
 Del genio: è la conoscenza dell’artista ed è direttamente rivolta all’idea. Questa
conoscenza oltrepassa i limiti del fenomeno per cogliere l’essenza delle cose.
Squarcia il velo di Maya, mettendoci in relazione con la volontà stessa. Ad
esempio l’albero raffigurato dall’artista ha con gli alberi reali lo stesso rapporto
che l’idea, in Platone, ha con le realtà singole. Non è un’universale astratto, ma un
un’universale concreto. L’arte attua una liberazione dell’intelletto dal servizio alla
volontà. Liberazione però solo temporanea, limitata ai rari momenti di
contemplazione, in cui siamo sottratti ai dolori della vita quotidiana. L’arte è
quindi quietiva, genera estasi, sospende il tempo e con esso il dolore.

La soluzione al dolore va ricercata nel non volere più nulla. Solo così si apre una via di
liberazione dal mondo, e la possibilità di una felicità eudemonistica, come quella
teorizzata dagli stoici. Sono dunque due i comportamenti moralmente possibili:

1) Chi afferma la volontà: Quello di chi, avendo compreso che il mondo è solo
fenomeno e che l’unica realtà è la volontà, accetta di identificarsi attivamente
con essa, e quindi afferma la volontà.
2) L’asceta: Quello dell’asceta, che rinuncia alla volontà di vivere, negando in sé
stesso la volontà. L’ascetismo si traduce in Schopenhauer in una morale della
compassione, che consiste nella capacità di compatire l’altro, respingendo
l’egoismo. Come l’artista intuisce l’unità profonda così l’uomo
compassionevole intuisce l’unità profonda e il destino comune agli esseri. Chi
compatisce, capisce che un male inflitto agli altri si traduce in un male inflitto
a sé stesso, e quindi rinuncia ad ogni tipo di azione per non infliggere, anche
involontariamente, un dolore all’altro. Ci sono 3 gradi nel cammino ascetico:
I. La castità: come volontaria rinuncia dell’egoismo dei fini riproduttivi
dell’amore
II. La moralità: come l’insieme dei comportamenti altruistici, che
sorgono dalla compassione.
III. La religione: interpretata da Schopenhauer in senso ateo.

Solo così l’uomo si libererà dalla volontà, entrando in uno stato di beatitudine, dagli indiani definito come
Nirvana.

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