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Shopenhauer e Kierkegaard

Schopenhauer sviluppa una visione pessimistica della vita, evidenziando che la realtà è una rappresentazione soggettiva e che la volontà di vivere porta inevitabilmente al dolore. La sua filosofia suggerisce che l'arte, la morale e l'ascetismo possono offrire una via di liberazione dalla sofferenza. Kierkegaard, d'altro canto, esplora la ricerca della verità come un'esperienza soggettiva, sottolineando l'importanza della fede personale per superare l'angoscia esistenziale e raggiungere una vita autentica.

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Shopenhauer e Kierkegaard

Schopenhauer sviluppa una visione pessimistica della vita, evidenziando che la realtà è una rappresentazione soggettiva e che la volontà di vivere porta inevitabilmente al dolore. La sua filosofia suggerisce che l'arte, la morale e l'ascetismo possono offrire una via di liberazione dalla sofferenza. Kierkegaard, d'altro canto, esplora la ricerca della verità come un'esperienza soggettiva, sottolineando l'importanza della fede personale per superare l'angoscia esistenziale e raggiungere una vita autentica.

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SCHOPENHAUER

Grazie alla fortunata condizione familiare riuscì a fare numerosissimi viaggi e


conoscere paesi e ambienti stimolanti sul piano umano e culturale, queste e
sperienze e la sua tendenza a chiudersi in se stesso gli diede la possibilità di
nutrire una visione dolente e pessimistica della vita, i temi dominanti delle sue
meditazioni giovanili sono: la morte, il mistero dell’eternità e lo smarrimento di
fronte alla potenza della natura. Platone gli accese il suo interesse poiché
risponde al bisogno di evadere dalla prigione del mondo sensibile per sollevarsi
al mondo delle idee. Kant lo appassionò molto diventando il suo punto di
riferimento poiché trova in lui la più lucida critica al realismo dove le cose
hanno una realtà e un significato indipendente dal soggetto. Importante per la
sua formazione fu anche l’incontro con l’antichissima sapienza orientale, in
questi testi in una parte ritrova la dolente consapevolezza del carattere
effimero dell’esistenza in un perenne fluire senza fine e dall’altra intravede la
via di liberazione. La sapienza orientale schopenhauer la giudica superiore al
cristianesimo in quanto capace di andare alla radice del mistero dell’esistenza.
Il suo malumore si estende all’intero genere umano ed è tale da portarlo ad
autodefinirsi “spregiatore dell’uomo” . Il suo pensiero è esposto nell’opera “il
mondo come volontà e rappresentazione” e in essa intende rispondere alla
domanda “che cos’è il mondo?” ponendosi una duplice prospettiva: 1) quella
della scienza. 2) quella della filosofia. Secondo la prima il mondo è una mia
interpretazione, secondo l’altra il mondo è volontà di vivere e coinvolge tutti gli
esseri e li condanna alla sofferenza, il volere infatti coincide con il dolore
perché e ricerca senza sosta di un piacere che non si può mai appagare
completamente

Il mondo come rappresentazione

Il suo capolavoro si apre con la celebre frase “il mondo è una mia
rappresentazione”. Dire che il mondo è una rappresentazione significa avere la
consapevolezza che non è possibile sapere come le cose siano in se stesse ma
soltanto come esse si presentano nella mia esperienza. Schopenhauer critica
sia il realismo sia l’idealismo : il realismo fa dipendere il soggetto dall’oggetto ,
L’idealismo risolve l’oggetto nel soggetto, Per il filosofo ne il soggetto può
prevalere sull’oggetto ne l’oggetto sul oggetto, la conoscenza infatti è data
dall’unione di entrambi, per il filosofo tutte le cose sono fenomeni esse si
identificano con la realtà che è elaborata nella relazione tra soggetto e
oggetto. Dall’induismo Schopenhauer mutua anche l’immagine del velo di
maya, ossia il velo che ricoprendo la vera essenza delle cose cela all’uomo la
realtà. Sostenendo che tutte le cose sono soltanto fenomeni lo spazio il tempo
e la causalità sono le forme a priori della rappresentazione, ossia le condizioni
soggettive ina base alle quali la nostra mente può conoscere gli oggetti. Non
possiamo percepire, sentire o conoscere nessuna cosa o avvenimento senza
collocarli un uno spazio e in un tempo determinati. In questo senso spazio e
tempo fungono da principio di individuazione delle cose. Gli oggetti
individuati dal soggetto ricevono dall’intelletto umano un ordine che è quello
della causalità. La nostra mente collega un fenomeno all’altro secondo un
nesso di causa-effetto. Definita anche principio di ragion sufficiente e si
presenta in 4 configurazioni diverse 1) come principio del divenire 2) come
principio del conoscere 3) come principio dell’essere e 4) come principio
dell’agire. Ed è proprio nella causalità che va ricercato il fondamento della
realtà sensibile. Ma esiste un modo per cogliere la vera essenza della vita
andando al di la del velo di maya? L’uomo è anche un soggetto corporeo, ed è
proprio attraverso il corpo che può accedere alla sua essenza più profonda. Il
corpo infatti ha una doppia valenza da un lato è un oggetto tra gli oggetti
dall’altro è anche la sede in cui si manifesta una forza che sfugge a ogni
determinazione causale sotto questo aspetto il corpo e dunque espressione di
volontà. E Dalla volontà di vivere ovvero un impulso forte e irresistibile che ci
spinge a esistere ed agire, essa e un esperienza intuitiva e intima che permette
di squarciare il velo di maya che separa l’uomo dalla verità. Una volta
squarciato il velo di maya scopriamo dunque che l’essenza del nostro essere è
volontà, desiderio di vivere e si estende e domina tutte le cose. La volontà è
inconsapevole e un impulso naturale antecedente la coscienza, poi è eterna
indistruttibile e unica, essa non ha nessuno scopo o fine, esiste e basta. Ma se
la vita e volontà essa e anche dolore, gli esseri umani sono per natura carenti,
per questo l’uomo e destinato alla ricerca della felicità, l’uomo può solo
raggiungere una soddisfazione di breve durata. Il PIACERE e l’intervallo tra un
dolore e l’altro. L’ESISTENZA è caratterizzata dalla noia una condizione
esistenziale che subentra quando si allenta la tensione del desiderio. La vita è
un oscillare tra desiderio e noia tra cui si colloca un piacere che pero è
transitorio, SHOPENHAUER giunge ad un esito pessimistico: la vita è dolore.
Quando l’uomo arriva a capire che l’essenza della vita è volontà allora diventa
capace di intraprendere un percorso che può attuarsi solo se egli si impegna a
sradicare il volere che riconosce dentro di sé questo è possibile solo attraverso
L’ARTE, LA MORALE e L’ASCESI, secondo il filosofo osservando un quadro,
leggendo un libro o ascoltando un brano l’uomo dimentica se stesso e il proprio
dolore. La sua contemplazione infatti non è soggetta al desiderio. La musica è
indipendente dal mondo dei fenomeni, nessun altro mezzo espressivo allontana
di più l’uomo dal mondo fenomenico facendogli raggiungere la verità delle
cose. Ma l’effetto dell’arte e limitato nel tempo e non ci sottrae alla catena del
dolore. La morale invece ci consente di oltrepassare le manifestazioni
fenomeniche della volontà rendendo l’uomo consapevole delle dolorose
conseguenze a cui essa conduce. L’ASCESI consiste nella sistematica
mortificazione degli istinti, essa si realizza attraverso l’esercizio della noluntas
cioè la negazione radicale della volontà. L’uomo deve raggiungere uno stato di
perfetta castità e dedicarsi all’attuazioni delle virtù tipiche degli asceti; l’umiltà,
il digiuno, la povertà il sacrificio e la rassegnazione. Il nulla di cui parla
Schopenhauer è la negazione del mondo con tutti i suoi fenomeni e l’estinzione
della volontà di vivere che è in noi e per il saggio che riesce a raggiungere
questo stadio finale, il nulla o nirvana è la conquista di tutto

KIERKEGARD

La "tormentata ricerca della verità" è un concetto che si può associare alla


filosofia di Søren Kierkegaard, in particolare alla sua riflessione sull'angoscia
esistenziale e alla difficoltà di trovare un senso profondo nella vita. Per
Kierkegaard, la verità non è qualcosa di oggettivo e universale, ma è
soggettiva, legata all'esperienza personale dell'individuo, alle sue scelte e alla
sua fede. Ansia e Disperazione: L'individuo prova angoscia e disperazione
quando si confronta con la sua libertà, la sua finitezza e la necessità di fare
scelte decisive per dare un senso alla propria vita. Il Salto della Fede:
Kierkegaard sostiene che la verità, specialmente quella religiosa, non può
essere raggiunta solo con la ragione. È necessario un "salto della fede", un
impegno personale che va oltre la razionalità. Soggettività e Individualità:
La verità è legata all'esperienza unica e soggettiva dell'individuo, che deve
affrontare se stesso e le proprie contraddizioni per vivere autenticamente.
Assurdità e Paradosso: La ricerca della verità è tormentata dal paradosso,
come nel caso della fede religiosa che sembra irrazionale ma è centrale per la
comprensione del senso della vita. Il fondamento religioso del pensiero di
Kierkegaard si basa sulla fede personale e soggettiva in Dio, che va oltre la
ragione e le certezze empiriche. Per lui, la fede autentica è un "salto" che
l'individuo deve fare di fronte all'assurdità e all'incertezza della vita. La fede
non è una questione intellettuale, ma un impegno esistenziale che implica una
relazione personale con Dio, caratterizzata da angoscia e disperazione, che
solo la fede può superare. Kierkegaard critico la religione istituzionalizzata,
sostenendo che la vera fede si trova nella scelta individuale e nella fiducia
totale in Dio, nonostante le contraddizioni e le difficoltà della vita. La vita
estetica in Kierkegaard rappresenta una fase esistenziale in cui l'individuo
cerca il piacere, il divertimento e l'esperienza sensoriale come scopo principale
della sua esistenza. In questa vita, l'individuo è guidato dalla ricerca di
soddisfazione immediata e dal desiderio di evitare il dolore, ma spesso finisce
per sentirsi vuoto e insoddisfatto. La persona estetica non affronta le questioni
più profonde della vita, come il significato o la responsabilità, ma vive in un
continuo stato di fugace piacere e distrazione. Kierkegaard, in particolare nel
suo celebre libro La ripetizione, descrive la vita estetica come una fase di
superficialità e alienazione, che non porta alla vera realizzazione del sé. Questa
vita è destinata a sfociare in angoscia e disperazione, poiché l'individuo non ha
un senso profondo di scopo o impegno. La vita etica in Kierkegaard è una fase
esistenziale in cui l'individuo inizia a confrontarsi con le proprie responsabilità e
con i doveri morali verso sé stesso e gli altri. A differenza della vita estetica,
che è dominata dalla ricerca del piacere e dalla fuga dalle difficoltà, la vita
etica implica impegno, scelte morali e un senso di responsabilità verso la
società e le proprie relazioni. In questa fase, l'individuo cerca di vivere secondo
principi etici e leggi morali, riconoscendo il valore della propria libertà e delle
proprie scelte. La vita etica non è priva di difficoltà o tensioni, ma permette di
affrontare la realtà in modo più maturo e consapevole rispetto alla vita estetica.
Tuttavia, secondo Kierkegaard, la vita etica da sola non è sufficiente per trovare
la vera realizzazione del sé. Per arrivare alla pienezza esistenziale, l'individuo
deve fare il passo successivo verso la vita religiosa, che va oltre la moralità e
abbraccia la fede in Dio.

Per Kierkegaard, l'esistenza come possibilità si riferisce alla condizione


dell'individuo come essere libero di scegliere e definire la propria vita. Ogni
persona vive in uno stato di incertezze e potenzialità, dove le scelte che fa
determinano il suo destino. Questa libertà è sia una benedizione che una fonte
di angoscia, poiché l'individuo deve affrontare la responsabilità delle proprie
decisioni senza mai poter raggiungere certezze assolute. La vita diventa così
una continua ricerca di significato e autenticità. Per Kierkegaard, la fede
rappresenta la via d'uscita dalla disperazione. La disperazione, secondo
lui, nasce quando l'individuo non riesce a realizzare il proprio vero sé, spesso a
causa di un conflitto tra ciò che è e ciò che potrebbe essere. La disperazione
può derivare da vari fattori, come il mancato raggiungimento dei propri ideali, il
rifiuto della propria finitezza o la difficoltà nel trovare un significato profondo
nella vita. La fede offre una soluzione a questa condizione, poiché permette
all'individuo di superare l'angoscia esistenziale e di accettare la propria
finitezza e imperfezione. Attraverso la fede in Dio, l'individuo può trovare un
senso più profondo e una vera realizzazione del sé, al di là delle ansie e delle
incertezze della vita. La fede non è razionale, ma un atto di fiducia totale in
Dio, che permette di vivere autenticamente, accettando il paradosso della
propria esistenza.

In breve, la fede per Kierkegaard è la chiave per uscire dalla disperazione,


poiché porta l'individuo a una relazione personale con Dio e alla
consapevolezza che la salvezza non risiede nelle proprie forze, ma nella grazia
divina.

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