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Ovidio

La lettera di Didone di Ovidio riscrive la vicenda virgiliana in chiave elegiaca, riducendo il personaggio a una tonalità più lamentosa e opportunistica, priva della sua grandezza tragica. Ovidio colloca il monologo in un momento di massimo cedimento emotivo, sostituendo il messaggio verbale di Anna con una supplica scritta a Enea. La nuova Didone è caratterizzata da una maggiore umiltà e mancanza di odio, mantenendo comunque la riconoscibilità del personaggio originale.

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La lettera di Didone di Ovidio riscrive la vicenda virgiliana in chiave elegiaca, riducendo il personaggio a una tonalità più lamentosa e opportunistica, priva della sua grandezza tragica. Ovidio colloca il monologo in un momento di massimo cedimento emotivo, sostituendo il messaggio verbale di Anna con una supplica scritta a Enea. La nuova Didone è caratterizzata da una maggiore umiltà e mancanza di odio, mantenendo comunque la riconoscibilità del personaggio originale.

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25.

Una Didone elegiaca


Al pari delle altre lettere della raccolta, quella di Didone è la riscrittura in chiave
elegiaca di una vicenda già narrata, con cui Ovidio instaura un fitto dialogo
intertestuale, che assume talora la forma del rovesciamento ironico o
comunque della correzione o puntualizzazione del testo virgiliano.
La Didone di Virgilio è un’eroina epica a vocazione tragica […] Ma Ovidio nella
sua epistola non lascia nemmeno intravedere la componente tragica di Didone,
scegliendo di appiattire il personaggio su una tonalità minore e larmoyante,
talora venata di un certo meschino e utilitaristico opportunismo, soprattutto
quando ricorda a Enea i comforts della vita a Cartagine e gli prospetta come
vantaggioso un ritardo nella partenza. Nell’epistola ovidiana non c’è traccia
della regina furiis incensa (Aen. 4, 376), coeptis immanibus effera (ibid. 642),
orgogliosamente consapevole anche in punto di morte della propria nobiltà e
grandezza (ibid. 654 et nunc magna mei sub terras ibit imago).
D’altra parte, Ovidio è attento a cogliere nel modello il punto in cui risulta più
verosimile e plausibile l’inserimento di una lettera di questo tenore. Si tratta,
nella nostra come nelle altre Heroides, di trovare lo spazio ‘giusto’,
normalmente rappresentato da un momento cruciale della vicenda, nel quale
l’eroina compie l’estremo, disperato tentativo di porre rimedio alla propria
infelicità. Nel caso di Didone, il punto del IV dell’Eneide in cui potrebbe
collocarsi la missiva è quello in cui il personaggio virgiliano, visti fervere sulla
spiaggia i preparativi della partenza (4, 397-407), prende coscienza
dell’imminente rovina e prorompe in gemiti (408 quis tibi tum, Dido, cernenti
talia sensus!/ quosve dabas gemitus…!). Gemiti che, con le lacrime, le
suppliche e la non prevedibile – in questo personaggio di tempra tragica –
disponibilità ad umiliarsi (413-414 ire iterum in lacrimas, iterum temptare
precando/ cogitur, et supplex animos summittere amori), sono spia di una
latente natura flebile e sentimentale, già potenzialmente elegiaca. Segni, che
annunciano – e in un certo senso autorizzano – la metamorfosi del
personaggio da tragico a elegiaco, quasi senza soluzioni di continuità. E,
comunque, senza laceranti rotture che ne comprometterebbero la
riconoscibilità. […]
Sul piano narrativo, l’innesto, come s’è detto, avviene nel momento in cui la
regina appare in lacrime, costretta a animos summittere amori (Aen. 4, 413-15)
e, come estremo tentativo (v. 415 ne quid inexpertum frustra moritura
relinquat), affida alla sorella Anna, per Enea, un messaggio supplichevole che
potrebbe essere anche consegnato attraverso una lettera. In un certo senso
l’epistola ovidiana sostituisce il messaggio verbale di Anna, mandata a riferire
più volte a Enea le richieste e le preghiere di Didone. La scelta di questo
‘interstizio’ consente di trasferire nell’epistola ovidiana il pathos del testo
virgiliano nel momento di massima criticità. Per di più, il punto in cui si apre la
finestra dell’epistola è immediatamente preceduto e marcato da
un’esclamazione del narratore stesso, il commento simpatetico del v. 412
improbe Amor! quid non mortalia pectora cogis, che autorizza l’operazione
ovidiana, segnalando come la regina abbia ormai irrimediabilmente ceduto a
una passione incontrollabile e devastante […]
Con l’epistola di Didone, dunque, Ovidio si inserisce nella narrazione virgiliana
cogliendo il momento di massimo cedimento e autoumiliazione della regina. A
differenza che in altri casi, in cui il nostro poeta dà la parola a figure che nei
testi modello avevano scarso spazio di espressione o addirittura erano muti,
con Didone l’effetto del monologo è meno dirompente, trattandosi di un
personaggio la cui voce soggettiva emergeva già ampiamente in Virgilio. In
questo senso si può dire, con Barchiesi, che nel caso di Didone «il modello
epico ha già preso l’iniziativa che spetterebbe alla poetica delle Heroides», non
tanto perché Didone «ha già assorbito quei veleni propriamente elegiaci che
Ovidio destina alle sue eroine» (ibid.), quanto piuttosto per il fatto che il testo
virgiliano si apriva già ad accogliere le ‘ragioni’ di Didone, consentendole di
esprimersi in prima persona per ben 180 esametri complessivi (contando i
soliloqui e le parole rivolte a Enea e ad Anna), contro i 190 della nostra
epistola. […]
Ovidio concentra in un unico lungo segmento testuale i vari discorsi della
Didone eneadica, spesso seguendo da vicino il modello e limitandosi ad
abbassare i toni là dove il personaggio virgiliano toccava i suoi vertici tragici. La
nuova Didone non solo è più disposta a umiliarsi, a supplicare, a ricoprire un
ruolo subalterno pur di stare accanto a Enea, ma è anche incapace di odiare e
di maledire, e manca dell’orgoglio che caratterizzava la sua ‘sorella maggiore’.
Anche i momenti decisivi dello scontro ‘ideologico’ tra le ragioni di Didone e
quelle di Enea (i dubbi sul racconto dell’ultima notte di Troia e sulla scomparsa
di Creusa; le accuse di empietà e l’ironia sarcastica rivolte all’eroe pius per
eccellenza) erano già tutti nell’Eneide e negli ampi spazi di autoespressione
concessi al personaggio da Virgilio.
(Lisa Piazzi, P. Ovidii Nasonis Heroidum Epistuala VII - Dido Aeneae, Le
Monnier, Firenze 2007, pp. 13 ss. con tagli)

Ed ecco il testo della Didone di Ovidio, seguito dalla traduzione di Lisa Piazzi:

DIDO AENEAE

Accipe, Dardanide, moriturae carmen Elissae; 0a


quae legis a nobis ultima verba legis. b
Sic ubi fata vocant, udis abiectus in herbis
ad vada Maeandri concinit albus olor.
Nec quia te nostra sperem prece posse moveri,
alloquor: adverso movimus ista deo!
sed meriti famam corpusque animumque pudicum 5
cum male perdiderim, perdere verba leve est.
Certus es ire tamen miseramque relinquere Didon,
atque idem venti vela fidemque ferent?
Certus es, Aenea, cum foedere solvere naves,
quaeque ubi sint nescis, Itala regna sequi? 10
Nec nova Karthago, nec te surgentia tangunt
moenia nec sceptro tradita summa tuo?
Facta fugis, facienda petis; quaerenda per orbem
altera, quaesita est altera terra tibi.
Ut terram invenias, quis eam tibi tradet habendam? 15
quis sua non notis arva tenenda dabit?
Scilicet alter amor tibi restat et altera Dido,
quamque iterum fallas, altera danda fides.
Quando erit ut condas instar Karthaginis urbem
et videas populos altus ab arce tuos? 20
Omnia ut eveniant, nec di tua vota morentur,
unde tibi, quae te sic amet, uxor erit?
Uror ut inducto ceratae sulpure taedae,
ut pia fumosis addita tura rogis.
Aeneas oculis vigilantis semper inhaeret, 25
Aenean animo noxque diesque refert.
Ille quidem male gratus et ad mea munera surdus
et quo, si non sim stulta, carere velim;
non tamen Aenean, quamvis male cogitat, odi,
sed queror infidum questaque peius amo. 30
Parce, Venus, nurui, durumque amplectere fratrem,
frater Amor; castris militet ille tuis.
Aut ego quem coepi – neque enim dedignor – amare,
materiam curae praebeat ille meae.
Fallor et ista mihi falso iactatur imago: 35
matris ab ingenio dissidet ille suae.
Te lapis et montes innataque rupibus altis
robora, te saevae progenuere ferae,
aut mare, quale vides agitari nunc quoque ventis,
qua tamen adversis fluctibus ire paras. 40
Quo fugis? obstat hiems. Hiemis mihi gratia prosit!
Aspice ut eversas concitet Eurus aquas.
Quod tibi malueram, sine me debere procellis;
iustior est animo ventus et unda tuo.
Non ego sum tanti (quid nos censeris inique?) 45
ut pereas, dum me per freta longa fugis.
Exerces pretiosa odia et constantia magno,
si, dum me careas, est tibi vile mori.
Iam venti ponent, strataque aequaliter unda
caeruleis Triton per mare curret equis. 50
Tu quoque cum ventis utinam mutabilis esses!
et, nisi duritia robora vincis, eris.
Quid, si nescires, insana quid aequora possunt?
Expertae totiens tam male credis aquae?
Ut, pelago suadente etiam, retinacula solvas, 55
multa tamen latus tristia pontus habet.
Nec violasse fidem temptantibus aequora prodest;
perfidiae poenas exigit ille locus,
praecipue cum laesus amor, quia mater Amorum
nuda Cytheriacis edita fertur aquis. 60
Perdita ne perdam timeo, noceamve nocenti,
neu bibat aequoreas naufragus hostis aquas.
Vive, precor! sic te melius quam funere perdam;
tu potius leti causa ferere mei.
Finge, age, te rapido (nullum sit in omine pondus!) 65
turbine deprendi; quid tibi mentis erit?
Protinus occurrent falsae periuria linguae
et Phrygia Dido fraude coacta mori;
coniugis ante oculos deceptae stabit imago
tristis et effusis sanguinolenta comis. 70
Quid tanti est ut tum "merui, concedite!" dicas,
quaeque cadent in te fulmina missa putes?
Da breve saevitiae spatium pelagique tuaeque;
grande morae pretium tuta futura via est.
Nec tibi sim curae; puero parcatur Iulo! 75
Te satis est titulum mortis habere meae.
Quid puer Ascanius, quid di meruere Penates?
ignibus ereptos obruet unda deos?
Sed neque fers tecum, nec, quae mihi, perfide, iactas,
presserunt umeros sacra paterque tuos. 80
Omnia mentiris; neque enim tua fallere lingua
incipit a nobis, primaque plector ego.
Si quaeras, ubi sit formosi mater Iuli,
occidit a duro sola relicta viro.
Haec mihi narraras, at me movere †merentem 85
ure† minor culpa poena futura mea est.
Nec mihi mens dubia est, quin te tua numina damnent:
per mare, per terras septima iactat hiems.
Fluctibus eiectum tuta statione recepi
vixque bene audito nomine regna dedi. 90
His tamen officiis utinam contenta fuissem
nec mea concubitu fama sepulta foret!
Illa dies nocuit, qua nos declive sub antrum
caeruleus subitis compulit imber aquis.
Audieram vocem; nymphas ululasse putavi: 95
Eumenides fati signa dedere mei.
Exige, laese pudor, poenas, violataque lecti
iura nec ad cineres fama retenta meos, 97a
vosque mei manes animaeque cinisque Sychaei, 97b
ad quem, me miseram, plena pudoris eo.
Est mihi marmorea sacratus in aede Sychaeus;
appositae frondes velleraque alba tegunt. 100
Hinc ego me sensi noto quater ore citari;
ipse sono tenui dixit "Elissa, veni!"
Nulla mora est: venio, venio tibi debita coniunx,
sum tamen admissi tarda pudore mei.
Da veniam culpae: decepit idoneus auctor; 105
invidiam noxae detrahit ille meae.
Diva parens seniorque pater, pia sarcina nati,
spem mihi mansuri rite dedere viri.
si fuit errandum, causas habet error honestas:
adde fidem, nulla parte pigendus erit. 110
Durat in extremum vitaeque novissima nostrae
prosequitur fati, qui fuit ante, tenor.
Occidit †in terras† coniunx mactatus ad aras
et sceleris tanti praemia frater habet.
Exul agor cineresque viri patriamque relinquo 115
et feror in dubias hoste sequente vias;
applicor ignotis fratrique elapsa fretoque;
quod tibi donavi, perfide, litus emo.
Urbem constitui lateque patentia fixi
moenia finitimis invidiosa locis. 120
Bella tument; bellis peregrina et femina temptor
vixque rudis portas urbis et arma paro.
Mille procis placui, qui me coiere querentes
nescioquem thalamis praeposuisse suis.
Quid dubitas vinctam Gaetulo tradere Iarbae? 125
praebuerim sceleri bracchia nostra tuo.
Est etiam frater, cuius manus impia poscit
respergi nostro sparsa cruore viri.
Pone deos et quae tangendo sacra profanas:
non bene caelestis impia dextra colit. 130
Si tu cultor eras elapsis igne futurus,
paenitet elapsos ignibus esse deos.
Forsitan et gravidam Didon, scelerate, relinquas
parsque tui lateat corpore clausa meo.
Accedet fatis matris miserabilis infans, 135
et nondum nato funeris auctor eris,
cumque parente sua frater morietur Iuli,
poenaque conexos auferet una duos.
"Sed iubet ire deus." Vellem vetuisset adire,
Punica nec Teucris pressa fuisset humus! 140
Hoc duce nempe deo ventis agitaris iniquis
et teris in rabido tempora longa freto?
Pergama vix tanto tibi erant repetenda labore,
Hectore si vivo quanta fuere forent.
Non patrium Simoenta petis, sed Thybridis undas: 145
nempe ut pervenias quo cupis, hospes eris.
Utque latet vitatque tuas abstrusa carinas,
vix tibi continget terra petita seni.
Hos potius populos in dotem ambage remissa
accipe et advectas Pygmalionis opes. 150
Ilion in Tyriam transfer felicius urbem
resque loco regis sceptraque sacra tene!
Si tibi mens avida est belli, si quaerit Iulus,
unde suo partus Marte triumphus eat,
quem superet, nequid desit, praebebimus hostem. 155
Hic pacis leges, hic locus arma capit.
Tu modo, per matrem fraternaque tela, sagittas,
perque fugae comites, Dardana sacra, deos!,
(sic superent, quoscumque tua de gente reportas
Mars ferus et damni sit modus ille tui, 160
Ascaniusque suos feliciter impleat annos
et senis Anchisae molliter ossa cubent!)
parce, precor, domui, quae se tibi tradit habendam.
Quod crimen dicis praeter amasse meum?
Non ego sum Pthias magnisque oriunda Mycenis, 165
nec steterunt in te virque paterque meus.
Si pudet uxoris, non nupta, sed hospita dicar;
dum tua sit Dido, quidlibet esse feret.
Nota mihi freta sunt Afrum plangentia litus;
temporibus certis dantque negantque viam. 170
Cum dabit aura viam, praebebis carbasa ventis;
nunc levis eiectam continet alga ratem.
tempus ut observem, manda mihi: certior ibis,
nec te, si cupies, ipsa manere sinam.
Et socii requiem poscunt, laniataque classis 175
postulat exiguas semirefecta moras.
Pro meritis et siqua tibi debebimus ultra,
pro spe coniugii tempora parva peto:
dum freta mitescunt et amor, dum tempore et usu
fortiter edisco tristia posse pati. 180
Si minus, est animus nobis effundere vitam;
in me crudelis non potes esse diu.
Aspicias utinam quae sit scribentis imago!
Scribimus, et gremio Troicus ensis adest,
perque genas lacrimae strictum labuntur in ensem, 185
qui iam pro lacrimis sanguine tinctus erit.
Quam bene conveniunt fato tua munera nostro!
instruis impensa nostra sepulcra brevi.
Nec mea nunc primum feriuntur pectora telo;
ille locus saevi vulnus amoris habet. 190
Anna soror, soror Anna, meae male conscia culpae,
iam dabis in cineres ultima dona meos.
Nec consumpta rogis inscribar Elissa Sychaei,
hoc tantum in tumuli marmore carmen erit:
PRAEBUIT AENEAS ET CAUSAM MORTIS ET ENSEM 195
IPSA SUA DIDO CONCIDIT USA MANU.

Didone a Enea

Ricevi, o discendente di Dardano, il canto di Elissa che sta per morire; quelle che leggi
sono le mie ultime parole.
Così canta il cigno bianco, prostrato sull’erba umida presso le acque del Meandro
quando il destino lo chiama. Mi rivolgo a te non perché speri di poterti commuovere
con la mia preghiera: agisco contro il volere del dio.
Ma, dopo aver perduto la fama dei meriti e la purezza del corpo e dell’anima, conta
poco sprecare parole. Sei dunque deciso a partire e a lasciare Didone infelice e gli
stessi venti porteranno via le tue vele e le tue promesse? Sei deciso a sciogliere le navi
insieme al patto e a inseguire i regni d’Italia, che non sai dove siano? Non ti importa di
Cartagine appena fondata, né delle mura che sorgono, né del potere supremo affidato
al tuo scettro? Fuggi ciò che è fatto, insegui ciò che è da fare. Devi cercare nel mondo
un’altra terra dopo che ne hai già cercata una. E ammesso che tu trovi una terra, chi te
la consegnerà da governare? Chi offrirà il possesso dei suoi campi a degli sconosciuti?
Certo ti attende un altro amore e un’altra Didone; dovrai fare altre promesse che di
nuovo tradirai. Quando accadrà che tu possa fondare una città pari a Cartagine e
vedere dall’alto della rocca i tuoi popoli? Ammesso che tutto si realizzi e che gli dei
non ritardino i tuoi voti, dove troverai una moglie che ti ami così?
Brucio come le torce di cera cosparse di zolfo, come il pio incenso posto sui roghi
fumanti. Enea è sempre impresso nei miei occhi durante la veglia, notte e giorno mi
riportano alla mente Enea. Ma lui è ingrato e sordo ai miei doni e se non fossi pazza
vorrei fare a meno di lui. Tuttavia, a dispetto dei suoi cattivi progetti, non odio Enea,
ma mi lamento della sua slealtà e, lamentandomi, lo amo di più.
Risparmia, Venere, tua nuora e tu, fratello Amore, abbraccia il tuo insensibile fratello:
che egli combatta nelle tue schiere. Oppure l’uomo che ho cominciato ad amare (e non
me ne vergogno), offra materia al mio tormento. Mi inganno e questa immagine che mi
si para innanzi è un’illusione: il suo carattere è diverso da quello della madre. Ti
hanno generato la pietra, i monti e le querce che nascono su rupi elevate, le belve
feroci o il mare, come lo vedi anche ora sconvolto dai venti, sul quale comunque ti
prepari a viaggiare, nonostante le onde contrarie. Dove fuggi? Ti ostacola la tempesta.
Il favore della tempesta mi possa aiutare! Guarda come l’Euro muove e sconvolge le
acque. Quel che avrei preferito dovere a te, lascia che lo debba alle tempeste; il vento e
le onde sono più giusti del tuo cuore.
Io non valgo tanto (sei forse valutato ingiustamente?) che tu debba morire mentre fuggi
da me sul vasto mare. Tu alimenti a caro prezzo un odio costoso e ostinato se, pur di
liberarti di me, non ti importa di morire.
Ormai i venti si calmeranno e Tritone percorrerà la superficie spianata del mare con i
suoi cavalli cerulei. Magari anche tu potessi cambiare con i venti! E lo farai, se non
superi in durezza le querce. Cosa faresti se non sapessi cosa può fare il mare infuriato?
Ti affidi così sconsideratamente al mare che hai sperimentato tante volte? Anche se tu
sciogliessi gli ormeggi con un mare invitante, la sua vasta superficie riserva molte
sciagure. E non giova a chi si mette in mare aver violato i giuramenti: quel luogo esige
la punizione degli spergiuri, soprattutto quando è stato offeso l’amore, perché si dice
che la madre degli Amori sia nata nuda dalle acque di Citera. Rovinata, temo di
causare rovina o di danneggiare chi mi danneggia o che il mio nemico, naufrago,
inghiotta le acque del mare. Vivi, ti prego! Preferisco perderti così che saperti morto;
di te piuttosto si dirà che hai causato la mia morte. Immagina di essere colto da una
turbinosa tempesta (il mio presagio sia vano!): che cosa penserai? Ti verranno subito
in mente gli spergiuri della lingua bugiarda e Didone costretta a morire per la perfidia
di un Frigio; avrai davanti agli occhi l’immagine di tua moglie ingannata, triste,
insanguinata, con i capelli scompigliati. Cosa c’è di tanto importante che tu debba dire
allora: «L’ho meritato: perdonatemi» e che tu debba credere scagliati contro di te i
fulmini che cadranno? Concedi una breve tregua alla crudeltà del mare e alla tua: il
grande vantaggio dell’attesa sarà un viaggio sicuro.
E non preoccuparti per me, ma risparmia il piccolo Iulo! Ti basta avere la gloria della
mia morte. Che cosa hanno fatto di male il piccolo Ascanio e i Penati? Gli dei
strappati all’incendio saranno sommersi dalle onde? Ma non li porti con te e le cose di
cui, spergiuro, ti vanti con me, gli oggetti sacri e tuo padre, non hanno oberato le tue
spalle. Menti su tutto e non sono la prima ad essere ingannata dalla tua lingua e a
subirne le conseguenze. Se chiedi che fine ha fatto la madre del bel Iulo, è morta sola,
abbandonata da un marito insensibile. Questo mi avevi raccontato e mi commossi… La
punizione sarà inferiore alla mia colpa. E in cuor mio sono certa che i tuoi dei ti
condannino: è il settimo inverno che sei sballottato per mare e per terra. Sfuggito ai
flutti, ti accolsi in un porto sicuro e avevo a malapena udito il tuo nome che ti concessi
il mio regno. Magari mi fossi accontentata di questi favori e il mio buon nome non
fosse stato sepolto dalla nostra unione! Mi ha rovinato quel giorno in cui un oscuro
temporale con i suoi scrosci improvvisi ci spinse nell’antro di una grotta. Avevo udito
una voce, pensai che avessero ululato le ninfe: invece furono le Eumenidi a dare il
segnale al mio destino. Chiedi, pudore offeso, la punizione, e voi, leggi coniugali
violate e tu, mio buon nome, che non ho conservato fino alla morte e voi, miei mani e
ombre e cenere di Sicheo, da cui vado, o me infelice, piena di vergogna. C’è una
immagine di Sicheo che ho consacrato in un tempio di marmo: lo coprono sul davanti
fronde e bende di lana bianche. Da lì per quattro volte mi sono sentita chiamare da
una voce conosciuta: era lui che in un sussurro mi disse: «Elissa, vieni». Nessun
indugio: vengo, vengo a te, sposa legittima, ma sono trattenuta dalla vergogna del mio
peccato. Perdona la mia colpa: mi ha ingannato una persona degna e questo limita
l’odiosità del mio errore. Sua madre, che è una dea e il vecchio padre, pietoso fardello
del figlio mi illusero che sarebbe stato un marito fedele. Se ero destinata a sbagliare,
l’errore ha cause oneste: se fosse stato fedele, sarebbe stato del tutto irreprensibile. Il
destino che è stato mio in passato perdura identico fino alla fine, fino agli ultimi istanti
della mia vita. Il mio sposo cadde a terra trucidato presso gli altari e mio fratello si
gode il frutto di un crimine così grande; sono costretta all’esilio, abbandono le ceneri
del marito e la patria e mi incammino per strade pericolose inseguita dal nemico.
Approdo presso sconosciuti e, sfuggita al fratello e ai flutti, compro il tratto di costa
che ho donato a te, perfido. Ho fondato una città e ho eretto mura che si estendono per
largo tratto, oggetto di invidia per le città vicine. Ribollono guerre: sono minacciata da
guerre io, straniera e donna e da inesperta predispongo a fatica le porte della città e le
armi.
Sono piaciuta a innumerevoli pretendenti, che si allearono lamentando che avessi
anteposto uno sconosciuto ai loro talami. Che aspetti a consegnarmi in ceppi al getulo
Iarba? Offrirei le mie braccia al tuo gesto scellerato. Ho anche un fratello la cui mano
empia, già macchiata del sangue di mio marito, desidera macchiarsi anche del mio.
Deponi gli dei e gli oggetti sacri che profani con il tuo tocco! Non è opportuno che una
mano empia onori gli dei. Se dovevi essere tu a onorare gli dei scampati al fuoco,
quegli dei rimpiangono di essere sfuggiti alle fiamme. È anche possibile che tu,
scellerato, abbandoni Didone incinta e che una parte di te sia nascosta chiusa nel mio
corpo. Si aggiungerà al destino della madre quello di un bambino infelice e tu sarai
responsabile della morte di chi non è ancora nato. Insieme alla madre morirà un
fratello di Iulo e una sola punizione ci porterà via uniti.
«Ma un dio comanda di partire». Vorrei che ti avesse impedito di arrivare e che la
terra di Cartagine non fosse stata calpestata dai Troiani. Certo è sotto la guida di
questo dio che sei trascinato da venti contrari e consumi lunghi anni sui mari in
tempesta. A malapena il ritorno a Pergamo valeva uno sforzo così grande, se la città
fosse ancora come era con Ettore vivo. Tu non cerchi il Simoenta patrio ma le acque
del Tevere: anche ammesso che tu giunga dove desideri, sarai uno straniero. Poiché la
terra che cerchi sta nascosta e sfugge alle tue navi evitandole, a malapena riuscirai a
raggiungerla da vecchio. Rinuncia alle tue peregrinazioni e accogli piuttosto in dote
questi popoli e i tesori di Pigmalione che ho portato con me. Trasferisci con miglior
fortuna Ilio nella città tiria e assumi già ora il ruolo di re e lo scettro sacro. Se il tuo
animo è bramoso di guerra, se Iulo cerca occasioni di trionfo per il suo valore militare,
gli procureremo un nemico da battere, perché non gli manchi nulla; qui c’è spazio per
leggi di pace e anche per le armi. Solo ti prego, per la madre e per le armi di tuo
padre, le frecce e per i divini compagni della tua fuga, i sacri dei di Troia, – così
possano sopravvivere tutti quelli del tuo popolo che porti con te, e quella guerra
crudele segni la fine delle tue sventure e Ascanio compia felicemente i suoi anni, e le
ossa del vecchio Anchise riposino serenamente! – abbi pietà, ti prego, della casa che si
consegna a te perché tu la governi!
Quale colpa mi attribuisci se non l’averti amato? Non sono di Ftia, né originaria della
grande Micene e il mio sposo e mio padre non combatterono contro di te. Se ti
vergogni di avermi come moglie, che io sia detta ospite, non sposa: pur di essere tua,
Didone sopporterà di essere qualunque cosa.
Conosco le onde che rompono la costa africana: in momenti fissi consentono il
passaggio o lo impediscono. Quando il vento permetterà di partire, spiegherai le vele
ai venti; ora le alghe leggere trattengono la nave incagliata. Affidami il compito di
osservare il tempo: partirai più sicuro e allora io stessa non ti permetterò di restare,
anche se lo vorrai. Anche i tuoi compagni chiedono una sosta e la flotta distrutta e
riparata solo a metà esige una breve attesa.
Per i miei meriti e per ciò che forse ti dovrò in seguito, per la speranza delle nozze, ti
chiedo poco tempo, finchè il mare e il mio amore si plachino, finchè col tempo e
l’abitudine io impari a saper sopportare con forza le mie disgrazie. Altrimenti la mia
intenzione è di togliermi la vita: non puoi essere a lungo crudele verso di me. Se tu
potessi vedere l’immagine di me che ti scrivo! Scrivo e ho in grembo la spada troiana,
lungo le guance le lacrime scorrono giù sulla spada sguainata, che presto non sarà più
bagnata di lacrime ma di sangue.
Come si conformano al mio destino i tuoi doni! Prepari il mio sepolcro con una piccola
spesa.
E non per la prima volta il mio petto è trafitto da un’arma: reca già la ferita di un
amore crudele.
Anna sorella, sorella Anna, tristemente consapevole della mia colpa, presto offrirai
alle mie ceneri i doni estremi. E, una volta consumata dal rogo, non sarò indicata come
«Elissa, sposa di Sicheo», ma sul marmo della mia tomba ci sarà questa iscrizione:
«Enea ha fornito la causa della morte e la spada; Didone si è uccisa con la sua stessa
mano».

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