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Il documento analizza il futurismo e i crepuscolari, evidenziando le loro caratteristiche distintive e il contesto storico in cui si svilupparono. Il futurismo, fondato da Marinetti, è un movimento d'avanguardia che celebra la modernità e la tecnologia, mentre i crepuscolari si concentrano su temi di malinconia e vita quotidiana. Inoltre, viene trattata la figura di Pirandello, il suo rapporto con il fascismo e le sue opere, tra cui 'Il fu Mattia Pascal', che esplora l'identità e il disadattamento.

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Il documento analizza il futurismo e i crepuscolari, evidenziando le loro caratteristiche distintive e il contesto storico in cui si svilupparono. Il futurismo, fondato da Marinetti, è un movimento d'avanguardia che celebra la modernità e la tecnologia, mentre i crepuscolari si concentrano su temi di malinconia e vita quotidiana. Inoltre, viene trattata la figura di Pirandello, il suo rapporto con il fascismo e le sue opere, tra cui 'Il fu Mattia Pascal', che esplora l'identità e il disadattamento.

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il futurismo

IL CONTESTO DELLE AVANGUARDIE STORICHE

Le avanguardie storiche nascono tra il primo e il secondo decennio del Novecento e


rappresentano un periodo di grande innovazione artistica e sperimentazione. Vogliono
creare un’arte nuova, rompendo con la tradizione.

Il primo movimento d’avanguardia è il futurismo italiano, fondato da Filippo Tommaso


Marinetti, che pubblica il Manifesto nel 1909 sul giornale francese Le Figaro.

Il futurismo è un movimento “totale”: coinvolge arte, letteratura, musica, teatro, persino


la cucina. Dopo di lui nascono in Europa altri movimenti d’avanguardia: espressionismo,
dadaismo e surrealismo.

COS’È IL FUTURISMO

Il futurismo è un movimento provocatorio e rivoluzionario. Gli intellettuali futuristi sono


“avanti” rispetto alla visione comune e vogliono distruggere il passato e le regole.

Contestano l’arte tradizionale e si ribellano al gusto del pubblico, che vogliono provocare
e disorientare. Le serate futuriste servivano proprio a scandalizzare, anche insultando gli
spettatori.

L’iniziatore dei movimenti d’avanguardia fu Filippo Tommaso Marinetti, nato in Italia ma


formato a Parigi, subisce l’influenza dei simbolisti francesi, di Bergson e Nietzsche.

Diventa famoso in tutta Europa per i suoi manifesti e viaggia molto per diffondere le idee
futuriste, soprattutto in Russia e Inghilterra.

È contro lo Stato giolittiano, contro il Parlamento e vede la guerra come una forma di
rinnovamento.

Il suo pensiero influenzerà fortemente l’ideologia fascista, che riprenderà molti slogan e
valori del futurismo.

IDEE PRINCIPALI DEL FUTURISMO

Il futurismo celebra la modernità, il progresso, la tecnologia e in particolare la macchina,


simbolo del futuro.

Disprezza il passato e tutto ciò che è statico: musei, biblioteche, sculture antiche sono i
suoi principali bersagli.

Milano è il centro del movimento.

IL FUTURISMO IN LETTERATURA

In letteratura, i futuristi attaccano il romanticismo, il sentimentalismo e anche i


crepuscolari.

Rifiutano la psicologia e l’intimismo e vogliono eliminare l’“io” interiore dalla poesia.

Nel Manifesto tecnico della letteratura futurista, Marinetti propone una nuova scrittura:

niente punteggiatura, verbi all’infinito, no a aggettivi e avverbi, uso di parole in libertà,


libertà assoluta di composizione, attenzione alla fisicità (peso, odore, suono).
La scrittura diventa visiva, con le parole disposte sulla pagina in modo creativo per
creare immagini.

IMPORTANZA DEL FUTURISMO

Il futurismo ottiene i migliori risultati nelle arti figurative, con artisti come Boccioni.

Tra i principali scrittori futuristi ci sono: Paolo Buzzi, Luciano Folgore, Corrado Govoni,
Aldo Palazzeschi, e il russo Majakovskij.

IL FUTURISMO IN CUCINA

Anche la cucina è rivoluzionata: Marinetti e il pittore Fillia pubblicano un Manifesto della


cucina futurista nel giornale Gazzetta del Popolo di Torino.

Vogliono una dieta moderna e veloce, senza pastasciutta, per liberare l’Italia dalla
dipendenza del grano.

Un piatto simbolico è il Carneplastico: un polpettone con 11 verdure, modellato in forma


artistica, per stimolare anche la fantasia e la vista oltre che il gusto.
i crepuscolari
Durante l’età giolittiana (inizio Novecento), si affermano alcuni poeti chiamati
“crepuscolari”. Il termine fa riferimento al crepuscolo, cioè alla luce fioca e sfumata del
tramonto, e indica uno stile poetico dai toni sommessi, malinconici e quotidiani.

L’etichetta fu usata per la prima volta dal critico Giuseppe Antonio Borgese in un articolo
su La Stampa, parlando delle opere di tre poeti: Chiaves, Moretti e Martini. Secondo
Borgese, la loro poesia mostrava una spiritualità malinconica, una rinuncia, come “una
gloriosa poesia che si spegne”.

Questa definizione si può estendere anche ad altri poeti come Pascoli, Corazzini e
Gozzano.

CARATTERISTICHE PRINCIPALI DEI CREPUSCOLARI

I crepuscolari non formano un vero e proprio movimento, perché sono sparsi in varie
zone d’Italia, ma ci furono tra loro contatti e lettere.

Per alcuni poeti fu solo una fase: ad esempio, Govoni e Palazzeschi poi si avvicinarono al
Futurismo.

Il tratto comune è il disagio esistenziale, che non è ancora il “male di vivere” ma si


manifesta come inerzia, rinuncia, mancanza di energia.

Non condividono l’eroismo e il vitalismo di D’Annunzio e non si riconoscono nella figura


del poeta “veggente” come in Rimbaud.

Si rifugiano invece in mondi più intimi e tranquilli: l’infanzia (Corazzini, Moretti), il


passato e la vita semplice di provincia (Gozzano, Moretti).

I loro rifugi interiori si esprimono con oggetti, ambienti e situazioni concrete che
diventano simbolici: ospedali, case borghesi vecchie e tristi. Un esempio è L’amica di
nonna Speranza di Gozzano.

Lo stile dei crepuscolari è influenzato da poeti simbolisti minori franco-belgi, ma anche


da Pascoli e dal D’Annunzio più delicato del Poema paradisiaco.

La loro poesia è “con la p minuscola”: semplice, antieroica, senza grandi verità da


svelare, ma che si limita a raccontare l’esperienza umana.

In questo senso, anticipano alcuni aspetti della poesia di Montale.


Pirandello
BIOGRAFIA

Luigi Pirandello nasce il 28 giugno 1867 in Sicilia, in una località chiamata Caos vicino ad
Agrigento, dove la famiglia si rifugia per sfuggire al colera. Il padre è un ricco produttore
e commerciante di zolfo; entrambi i genitori hanno idee patriottiche antiborboniche.

Finito il liceo, entra in contatto con l’attività del padre, che spera di coinvolgerlo
nell’impresa, ma Luigi si sente estraneo a quel mondo. Il rapporto col padre, infedele alla
moglie, è difficile e influenzerà molti suoi scritti. Con la madre Caterina, invece, ha un
legame affettivo molto forte, ricordato con dolcezza nella novella Colloqui coi
personaggi.

Si iscrive a Lettere a Roma, ma dopo un litigio con un professore abbandona gli studi e si
trasferisce in Germania, dove approfondisce testi filosofici (Nietzsche, Bergson) e
letterari. Prima di partire, pubblica la sua prima raccolta di poesie, Mal giocondo. Tornato
in Italia, continua a scrivere poesie, ma si afferma come narratore e drammaturgo.

Nel 1894 sposa Antonietta Portulano e si trasferisce a Roma, dove vivrà fino alla morte.
Nello stesso anno pubblica la raccolta Amori senza amore, incoraggiato da Luigi
Capuana. Seguiranno molti racconti e sette romanzi, dal primo (L’esclusa, 1893)
all’ultimo (Uno, nessuno e centomila, 1926).

Il 1903 è un anno tragico: la miniera di zolfo del padre si allaga, causando la rovina
economica della famiglia. La moglie Antonietta, che aveva investito tutto nella miniera,
comincia a manifestare gravi disturbi mentali, accusando il marito di persecuzioni. La
figlia Lietta tenta il suicidio. Luigi è costretto a internare Antonietta in una clinica, dove
resterà per sempre.

Per mantenere la famiglia, Pirandello fa traduzioni, lezioni private e scrive. Nasce così Il
fu Mattia Pascal (1904), scritto su commissione per la Nuova Antologia. Il successo del
romanzo gli apre le porte dell’editore Treves. Collaborerà poi anche con Bemporad e
Mondadori.

Tenta la carriera accademica: pubblica il saggio L’umorismo per un concorso a cattedra,


che vince, ma lascia l’incarico per via del clima ostile. Trova invece soddisfazione nella
collaborazione col Corriere della Sera.

Col tempo si dedica sempre più al teatro. Le sue opere rivoluzionano il teatro borghese,
introducendo il tema della maschera e della finzione. I suoi drammi sono raccolti sotto il
titolo Maschere nude. La sua opera teatrale più famosa è Sei personaggi in cerca
d’autore (1921), che gli dà fama internazionale.

Nel 1925 fonda il Teatro d’Arte di Roma e dirige personalmente la compagnia. In quegli
anni conosce Marta Abba, giovane attrice che diventa la sua musa e interprete
principale. Per Pirandello è la compagna intellettuale ideale.
Negli anni ’30 viaggia molto: soggiorna a Berlino, Parigi e New York, dove cerca contatti
con il cinema hollywoodiano. Ottiene grande fama all’estero e nel 1934 vince il Premio
Nobel per la Letteratura.

Tornato a Roma, vive sopra l’appartamento del figlio Stefano. Nel 1936, mentre segue le
riprese cinematografiche de Il fu Mattia Pascal, si ammala di polmonite e muore. Lascia
incompiuto il dramma I giganti della montagna, che considerava la sua opera più
importante. Desiderava una sepoltura senza cerimonie: le sue ceneri furono poi murate
in una pietra sotto un pino ad Agrigento.

RAPPORTO CON IL FASCISMO

Nel 1924, due mesi dopo l’assassinio di Matteotti, Pirandello scrive a Mussolini per
iscriversi al Partito Fascista. Sperava in finanziamenti per il suo teatro ed era deluso dallo
stato liberale. Non rinnegò mai la sua adesione, e nel 1929 fu nominato Accademico
d’Italia, ma non partecipò mai attivamente alla propaganda. Alcuni critici leggono nel
dramma I giganti della montagna un’allusione al fascismo.

IDEOLOGIA

Pirandello ha una visione pessimistica dell’identità e della conoscenza. È influenzato dal


saggio di Alfred Binet Le alterazioni della personalità, da cui prende l’idea che in ogni
individuo convivano più personalità. Secondo lui, l’identità è un’illusione: l’unità del
soggetto è una costruzione artificiale. Non siamo ciò che siamo realmente, ma ciò che
vorremmo essere o che gli altri vedono in noi.

La psiche umana, per lui, è un flusso continuo che cerchiamo di fermare con concetti e
ideali per darci stabilità. Ma questo è un ordine finto, imposto dalla «macchinetta
infernale» della logica. Anche se non conosce direttamente Freud, le sue idee ricordano
quelle della psicoanalisi: ammette l’esistenza di una vita inconscia, dove vivono pulsioni
e istinti in conflitto con la morale e con la maschera sociale che indossiamo.

La maschera è la forma che assumiamo nella società, ma non corrisponde al nostro io


profondo. I rapporti sociali si basano su convenzioni false che ci costringono in ruoli fissi.
In alcuni momenti di silenzio interiore, però, questa maschera può cadere, rivelando la
nostra vera condizione esistenziale. Ne parla nel saggio L’umorismo, dove descrive
questi momenti come «illuminazioni» drammatiche, come nel racconto La carriola, in cui
il protagonista prende coscienza dell’inautenticità della propria vita.

I suoi personaggi vivono spesso una frattura interiore: si vedono vivere, capiscono di
essere maschere, e da lì inizia il loro dramma – che può portare alla follia, al suicidio o
all’evasione in mondi alternativi vicini alla pazzia.

IL RELATIVISMO

Pirandello affronta anche il tema del relativismo, cioè la soggettività della realtà:

 Relativismo orizzontale: ogni persona vede il mondo in modo diverso, influenzato


da cultura, contesto, esperienza. Da qui nasce l’idea della maschera e della
molteplicità dell’identità.
 Relativismo verticale: è il conflitto tra verità individuali e verità collettive. Le
convinzioni personali spesso entrano in crisi quando si confrontano con i valori
imposti dalla società.

Il romanzo Uno, nessuno e centomila è l’opera che meglio rappresenta tutto questo. Il
protagonista, Vitangelo Moscarda, scopre che ognuno lo vede in modo diverso, diverso
anche da come lui vede se stesso. Questa scoperta lo porta a una crisi totale della
propria identità e alla distruzione dell’io.

IL FU MATTIA PASCAL

Luigi Pirandello scrive Il fu Mattia Pascal nel 1904, in un periodo particolarmente difficile
della sua vita, segnato dalla malattia della moglie e da gravi difficoltà economiche.

Il romanzo nasce come opera a puntate, sollecitata dalle scadenze editoriali, e si


sviluppa con un intreccio avventuroso e avvincente, capace di catturare l’attenzione del
pubblico.

La storia del protagonista suscita grande interesse e curiosità nei lettori.

Il romanzo viene poi pubblicato in volume, suddiviso in 18 capitoli.

I titoli dei capitoli sono parte integrante dell’opera e comprendono due Premesse, che
fungono da guida alla lettura e riflettono la poetica umoristica di Pirandello:

 Prima Premessa: il narratore-protagonista si presenta ai lettori e introduce il tema


del suo disadattamento alla vita.
 Seconda Premessa: il discorso si amplia, estendendosi a un contesto più generale,
definito da Freud come il “disagio della civiltà”.

Mattia Pascal inaugura una nuova tipologia di personaggio nella letteratura del
Novecento: l’inetto alla vita.

È caratterizzato da un rapporto problematico con la realtà e da una tendenza alla


riflessione razionale, che gli impedisce di vivere in modo spontaneo. Il suo
disadattamento ha diverse cause nelle varie fasi del romanzo:

 Prima parte: Mattia è vittima di un ambiente familiare opprimente, una vera e


propria “trappola” (concetto ripreso da una celebre novella di Pirandello).
 Parte centrale: assunta una nuova identità, quella di Adriano Meis, inizialmente
prova l’ebbrezza della libertà, ma presto nasce in lui il desiderio di una vita
autentica, con un matrimonio e un riconoscimento sociale. Tuttavia, essendo
legalmente inesistente, non può realizzare questo desiderio.
 Ultima parte: impossibilitato a vivere davvero, Mattia è costretto a rifugiarsi nella
condizione di spettatore della vita altrui, diventando un “dimissionario”
dall’esistenza.

Pirandello sintetizza questa condizione con la celebre frase: “La vita o si vive o si scrive.”

Trama:

Mattia Pascal è un uomo infelice, oppresso da un matrimonio difficile e problemi


economici, causati anche da Malagna, un truffatore che ha rovinato la sua famiglia.

Dopo una vincita al casinò di Montecarlo, scopre per caso di essere stato dichiarato
morto. Decide quindi di approfittarne e assume una nuova identità: Adriano Meis.

All’inizio è entusiasta della sua libertà, ma capisce presto che senza documenti non può
avere una vera vita: non può sposarsi né essere riconosciuto come persona reale. Deluso
e amareggiato, finge il suicidio anche di Adriano Meis e torna a Miragno.

Ma il ritorno è amaro: la moglie si è risposata e il mondo è andato avanti senza di lui.


Mattia non può più riavere la sua identità. Accetta quindi il suo ruolo di escluso dalla vita
e si limita a raccontare la sua storia, diventando un “fu” Mattia Pascal.

UNO NESSUNO E CENTOMILA

Pirandello scrive l'opera uno nessuno e centomila nel 1926. Quest'opera è considerata il
testamento filosofico di Pirandello, e il suo ultimo romanzo, in cui porta al massimo
livello il tema della crisi d'identità.

il titolo riassume tutto: uno, come ci vediamo noi. nessuno, perché non siamo mai
un'identità fissa punto 100.000, come ci vedono gli altri, ognuno in modo diverso.

Trama:

Il protagonista, Vitangelo Moscarda, vive tranquillo finché la moglie gli fa notare che ha il
naso storto.

Questa osservazione banale scatena in lui una profonda crisi: capisce di non essere
“uno”, ma che ognuno lo vede in modo diverso.

Decide allora di distruggere tutte le immagini che gli altri hanno di lui, compiendo gesti
assurdi e considerati folli: vende tutti i suoi beni, chiude la banca di famiglia, si comporta
in modo imprevedibile.

La sua trasformazione lo porta a uno scontro con la società e con se stesso. Viene infine
ferito da Anna Rosa, una donna attratta e spaventata da lui.

Dichiarato pazzo, si ritira in un ospizio, dove vive in solitudine e in armonia con la natura,
libero da ogni maschera.

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