FOSCOLO
FOSCOLO
Fino al 1797 Foscolo ha prodotto altra poesia, tra cui poesie d’amore, traduzioni dai classici (raccolte in un fascicolo
dedicato all’amico Naranzi: produzione adolescenziale di apprendistato ispirata a Petrarca e ai lirici dell’antichità
come Anacreonte, Saffo, Catullo...).
Foscolo è un poeta che unisce nella sua cultura e formazione sia la cultura della tradizione greca (perché è nato a
Zante, da madre greca: conosce sia il greco antico che quello moderno; conosce bene la cultura greca e ortodossa)
sia quella della tradizione italiano-volgare (ma anche la cultura internazionale-europea).
Nasce a Zante, in Grecia, un’isola della Serenissima (cioè della Repubblica di Venezia: perciò è italiano).
Dopo la morte del padre, si trasferisce con la famiglia a Venezia.
Figura di intellettuale internazionale: nasce in Grecia, si forma in Italia (frequenta Venezia, Milano, Firenze,
Bologna...e tutte le altre città culturalmente sviluppate del tempo), gira per l’Europa.
Viaggia per l’Europa in auto-esilio, per non dover sottomettersi agli austriaci: si reca prima in Svizzera e poi in
Inghilterra (a Londra, dove morirà nel 1827).
Grande viaggiatore, conoscitore del greco (anche del latino, seppur in misura minore), dell’italiano volgare, del
francese, dell’inglese...è un poliglotta e conosce varie realtà linguistiche e culturali.
SONETTI
Modello principale: Vittorio Alfieri
I sonetti si inseriscono in una raccolta molto limitata, di 14 componimenti, intitolata “Poesie”, che esce a Milano con
una dedica all’amico G. B. Niccolini.
Si dividono in due gruppi: il primo gruppo è costituito da due odi (che aprono la raccolta), mentre il secondo gruppo
è costituito dai 12 sonetti (1797-1803).
Struttura dei sonetti:
1. A Luigia Pallavicini caduta da cavallo 1799-1800
2. All’amica risanata (dedicata ad Antonietta Fagnagni Arese) 1802-1803
- Forse perché della fatal quiete/Alla sera
- Non son chi fui; perì di noi gran parte
- Te nudrice alle muse, ospite a Dea “eccezione rispetto agli altri testi”: ha un carattere fortemente
militante (è stato composto da Foscolo in occasione di una proposta legislativa di Lattanzi, volta ad
abolire lo studio del latino nelle scuole inferiori, per sostituirlo con lo studio del francese, lingua della
filosofia settecentesca; provvedimento che suscita molte polemiche, tra cui spicca quella di Foscolo, che
difende le lingue classiche e l’indipendenza culturale dell’Italia)
- Perché taccia il rumor di mia catena
- Così gl’interi giorni in lungo incerto
- Meritatamente, però ch’io potei
- Solcata ho fronte, occhi incavati intenti
- E tu ne’ carmi avrai perenne vita
- Né più mai toccherò le sacre sponde/A Zacinto
- Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo/In morte del fratello Giovanni
- Pur tu copia versavi alma di canto/Alla musa
- Che sta? Già il secol l’orma ultima lascia
Nel 1803, Foscolo assembla un numero limitato di componimenti (dopo averne scartate decine e decine),
producendo una piccola raccolta, anche per richiamare la forma del sonetto (composto di 14 versi: c’è la volontà,
forse, di richiamare, con la struttura della raccolta, anche la struttura del sonetto).
Nella raccolta, Foscolo si cimenta con i due metri più in voga del momento: l’ode (che durante il Settecento trova il
suo massimo punto di auge; cfr: Parini e la sua raffinatissima raccolta di odi “consacrazione al genere dell’ode”) e
il sonetto.
Luigia Pallavicini anima un salotto che radunava i repubblicani nella Repubblica di Venezia, che Foscolo frequenta
assiduamente dopo essersi arruolato volontariamente tra le truppe francesi, per liberare l’Italia dai regimi assolutisti
che la invadono; Foscolo viene, infatti, assuefatto dal personaggio di Napoleone, dagli ideali francesi di libertà,
uguaglianza e fratellanza, è contrario ai regimi assolutisti..., è un forte sostenitore della ribellione e della
rivoluzione volta per i diritti umani. Capirà ben presto, però, che l’obiettivo di Napoleone non è solo di liberare
l’Italia ma anche di conquistare il centro-nord per poi cederlo con il Trattato di Campoformio del 1797.
Foscolo è un “poeta-soldato”, che non si limita a teorizzare, ma scende anche in campo con un’azione armata (di
cui poi si pentirà): la sua è una forte speranza di cambiare le cose e di instaurare un nuovo ordine giusto.
Non è solo un teorizzatore, è anche un poeta militante, combattente.
- Luigia Pallavicini era una cavallerizza: un giorno cade e si sfregia il volto, perdendo la sua bellezza (che
per Foscolo era un ideale assoluto); l’ode dedicatale vuole essere un tentativo di confortare la donna
dopo aver perso la sua bellezza a seguito della caduta da cavallo (“ode di omaggio”).
- L’ode all’Amica risanata è dedicata all’amica Antonietta Fagnani Arese (episodio di “meta-poesia”: si
parla della funzione della poesia, che è capace di eternare certi personaggi presso i posteri); Atonietta
Fagnagni Arese abitava a Milano ed era moglie del conte Marco Arese Lucini. Con lei, Foscolo ebbe una
liaison amorosa (oltre che con Isabella Roncioni: è proprio dall’unione di queste due figure amorose,
nasce la figura di Teresa nell’Ortis).
Non si può sovrapporre completamente la figura dell’Ortis a quella di Foscolo: molte sono le incongruenze tra i due,
nonostante le varie analogie ideologiche (vicenda simile, ma diversa).
La figura di Teresa (fanciulla coltissima, che conosce la poesia, la musica...è una donna di cultura, suonatrice di arpa,
estremamente intelligente...), donna angelicata è la condensazione dei due amori di Foscolo (Antonietta Fagnani
Arese, Isabella Roncioni).
Modelli principali: Alfieri, Petrarca (eredità di Petrarca piegata alle esigenze del romanticismo: “petrarchismo
romantico”).
Parentesi su Alfieri
Alfieri è il modello romantico a cui Foscolo attinge con più insistenza (in lui vi è una perfetta commistione di
romanticismo nei contenuti e di classicismo nel significante e nello stile).
Alfieri è importante per Foscolo soprattutto dal punto di vista ideologico: è uno scrittore repubblicano, titanico,
fortemente avverso alla tirannide e al dispotismo; egli studia da vicino il rapporto tra intellettuali e potere (il regime
monarchico non può che scadere nella tirannia: è un rapporto di sopraffazione nei confronti del suddito e
dell’intellettuale; perciò va sostituito con un regime repubblicano).
Opere in cui esprime la sua ideologia a riguardo: “Della Tirannide”, “Del Principe e delle lettere” opere che Alfieri
stampa ma non pubblica (non le divulga, le tiene in forma privata).
Aliferi scrive anche una lettera contro i francesi, il “Misogallo” (odiatore dei francesi): egli soggiorna a Parigi con il
suo grande amore negli anni della Rivoluzione Francese; in un primo momento, Alfieri apprezza l’animo
rivoluzionario di chi aspira ad un sovvertimento del potere: nel momento in cui questi moti, però, creano
scompiglio, disagio e stragi, Alfieri ne prende le distanze.
A livello poetico...
Alfieri conferisce centralità assoluta ai sentimenti e all’interiorità (un accenno se ne trova anche in Petrarca) il
“forte sentire” è il motore principale della scrittura, è il cardine di tutto (sentimento come forza compositiva
principale, come modo di conoscere la realtà in maniera intuitiva, NON logico-razionale, come strumento di
conoscenza).
Gli eroi alfieriani sono dominati dal sentimento, dal titanismo, dalla tendenza a lottare e a ribellarsi alla divinità (cfr:
personaggi di Saul, Mirra...).
Alfieri è il primo in Italia ad aver conferito così tanta centralità al sentimento, soprattutto nella “Vita” e nelle
Tragedie (scritte in endecasillabi sciolti: hanno una forma piuttosto libera di espressione, in quanto manca uno
schema rimico); secondo Alfier, la ragione non può nulla contro la forza estrema e irrefrenabile del sentimento,
che domina l’animo umano.
Temi ripresi dalla classicità e dalla mitologia, ma ampliati dalla centralità dell’io grazie ad Alfieri, che rappresenta una
forza interiore devastante contro cui l’uomo non può nulla.
La “Vita”
Nella “Vita” di Alfieri emerge la stessa centralità dell’io.
L’opera è divisa in 4 epoche della vita: viene rappresentata la storia di Alfieri-bambino (comportamento irriverente
e ribelle verso le autorità adulte; attratto da amori erotici), quella di Alfieri-adolesce (duelli, risse, viaggi nell’Europa
del nord...), della conversione alla letteratura, della scoperta di sé come scrittore e tragediografo opera molto
complessa e ampia, in cui emerge una figura inedita di uomo e intellettuale romantico.
Alfieri è mosso nei suoi viaggi NON da un desiderio formativo (novità rispetto al “Grand Tour” europeo classico
degli intellettuali), bensì dal bisogno di iniziare una fuga, ricca di avventure, in autonomia e senza sorveglianti (in
sola compagnia del suo servitore Francesco Elia): non è l’interesse culturale di conoscere nuovi luoghi, culture e
società, bensì il motore del suo peregrinare è stato l’”insofferenza dello stare” (cfr: “stare nescio” di Petrarca).
È mosso da una forza irrazionale che lo porta a muoversi, a viaggiare: è insofferente alla stasi, alla quiete...
Questa spinta interiore è paragonabile allo “spleen” di Baudelaire: la ricerca è un senso che non si trova mai e non
si riesce ad agguantare (per questo, viaggia molto tra Spagna, Svezia...).
Lettura e commento dei passi alfieriani
Vita (introduzione)-Alfieri
Egli spiega le ragioni che lo hanno spinto a scrivere.
“Il parlare, e molto più lo scrivere di sé stesso, nasce senza alcun dubbio dal molto amor di sé stesso”. “Allo stendere la mia propria vita
inducevami, misto forse ad alcune altre ragioni, ma vie pià gagliarda di ogni altra, l’amore di me medesimo”.
Il molto amor di sé è alla base del suo scrivere: la quintessenza del Romanticismo sta nell’amar se stessi e di
parlare della propria interiorità, perché l’io riveste un ruolo centrale nella produzione romantica (è fondamentale e
non può essere sostituito da nessun altro tema: la filosofia alfieriana è quella dell’”io valgo”).
L’amore per se stessi è un “dono”, secondo Alfieri e ogni scrittore deve possederlo (“ed in soverchia dose agli scrittori,
principalissimamente poi ai poeti”).
Il culto dell’io e la sua elevazione a tema principale è la base della scrittura romantica.
“Quanto poi allo stile, io penso di lasciar fare alla penna, e di pochissimo lasciarlo scostarsi da quella triviale e spontanea naturalezza, con cui
ho scritto quest’opera, dettata dal cuore e non dall’ingegno; e che sola può convenire a così umile tema”
Non si può ingabbiare l’interiorità nelle regole e nella norma letteraria: Alfieri opta per una scrittura naturale,
ingengua, triviale e spontanea (bisogna lasciare che la penna scriva da sola, perché l’opera deve essere dettata
dal cuore e non dall’ingegno).
Alfieri è il primo in Italia ad affermare che a dettare il processo letterario sia il sentimento e il cuore (“poetica del
sentimento, del forte sentire”).
Vita (epoca IV)-Alfieri
Alfieri compie dei viaggi in Toscana per “spiemontizzarsi” (per abbandonare la cultura Piemontese-francese): vuole
“risciacquare i suoi panni in arno” (molto prima di quanto fece Manzoni). Racconta il suo incontro con i professori
di Pisa, con cui intrattiene conversazioni e conoscenze.
Alfieri è una persona ignorante della letteratura e della cultura toscana, ma vuole saperne di più, frequentando
celebri professori pisani.
“Giunto in Pisa vi conobbi tutti i più celebri professori, e ne andai cavando per l’arte mia tutto quell’utile che si poteva”.
“Il primo sapere richiesto, si è il forte sentire; il qual non s’impara”
Il forte sentire non si impara da un insegnamento e da un istitutore.
Lettera a Teresa Regoli Mocenni-Alfieri (dicembre 1796)
Scrive questa lettera all’amica senese in occasione della morte di un loro amico in comune, Mario Bianchi.
“Il primo pregio dell’uomo è il sentire; e le scienze insegnano a non sentire. Viva dunque l’ignoranza e la poesia, per quanto elle possono star
insieme: imaginiamo, e crediamo l’imaginato per vero: l’uomo vive d’amore, l’amore lo fa Dio”.
Alfieri contrappone le “ragioni del sentimento” alle “ragioni dell’intelletto”: esistono due mondi, che non sono
comunicanti (il mondo della scienza, che insegna a non sentire per via della gelida struttura che le fonda, e il mondo
del sentimento, che ripudia la ragione ed è irrefrenabile, incontrollabile, iningabbiabile ).
Se essere colti vuol dire conoscere le scienze esatte, per Alfieri, è meglio l’ignoranza: bisogna ignorare la ragione, il
calcolo, la schematicità delle scienze, perché l’uomo deve vivere d’amore (“Dio chiamo l’uomo vivissimamente sentente”).
L’uomo che prova sentimenti, che è attento al cuore e da questo si lascia muovere, è simile a Dio.
Alfieri pone uno spartiacque tra il mondo della scienza e il mondo dei poeti e del cuore, creando una frattura tra
scienza e umanesimo, che hanno sempre camminato di pari passo fino a quel momento (epoca del Romanticismo),
ma che ora subiscono una netta scissione la conoscenza del “due e due fa quattro” finisce per isterilire.
“Fole o menzogne” dalle Rime (105)-Alfieri
Prima raccolta di poesia contemporanea italiana: prime rime degli affetti, dell’intimità, del lirismo personale.
Foscolo conosceva questa raccolta perché le opere di Alfieri vengono pubblicate da Molini all’insaputa e contro la
volontà dell’autore (Della Tirannide, Del Principe e delle lettere, Rime).
Nel sonetto “Fole o menzogne”, Alfieri ribadisce che la sua produzione nasce tutta dal cuore e dalla sensibilità del
sentire (nella Rima 400, Alfieri dice che l’unica norma al suo comporre è sempre stato il cuore).
Sembrano menzogne e bugie le rime dell’autore, che invece ostenta e promette sincerità.
“Certo a me non l’ingegno, e meno l’arte, ministran voci a ragionar d’amore, col pianto più, che con l’inchiostro, in carte”
I sonetti di Alfieri sono scritti con sentimenti veri, NON con l’artificio tipico della scrittura.
“Le mie parole nascon di dolore, che versamente l’anima mi parte, e tratte son dal profondo del core”
Alfieri ribadisce con forza che l’idea di poesia che sposa non è quella tradizionale: egli vuole andare verso un’altra
direzione.
Utilizza un “linguaggio petrarchesco”: il suo è un “petrarchismo romantico”.
“Tacito orror di solitaria selva” dalle Rime (113)-Alfieri
L’autore si serve di Petrarca (e del sonetto “Solo e pensoso”) e di Giovanni Della Casa (Petrarchista del Cinquecento,
che ha usato il petrarchismo in forma molto meditativa e lugubre; cfr: “O dolce selva solitaria e amica” il gelo della
sera veniva paragonato al gelo della vecchiaia che Della Casa sentiva dentro di sé).
“Tacito orror di solitaria selva”: è una selva oscura, intricata, che potrebbe assomigliare quasi alla selva dantesca di
Inferno I è un bosco tenebroso, macabro, che dà beatitudine al cuore del poeta quando egli la attraversa (lo
beatifica con una “dolce tristezza” è una malinconia in cui il poeta ama perdersi).
“Di sì dolce tristezza il cor mi bea”. “E quanto addentro più il mio piè s’inselva, tanto più calma e gioja in me si crea”.
“Non mi piacque il vil mio secol mai” avversione per il vecchio regime, per il potere assolutistico del re Savoia, che
per lui costituisce un “pesante giogo”, una costrizione.
“Sol nei deserti tacciono i miei guai”: aperta ripresa di Solo e pensoso (Petrarca).
Linguaggio petrarchesco+insistenza sui toni lugubri e malinconici (tipici del Romanticismo) “petrarchismo
romantico”.
Cfr: Ultime lettere di Jacopo Ortis di Foscolo.
Foscolo ammonisce il lettore: il mondo del suo tempo sta andando verso il modo di essere e di vivere di Odoardo
(non esistono più “gli Ortis” ma solo “gli Odoardo”).
Lettera del 25 maggio 1797
Concezione del “Sublime”.
“La mia anima attonita e sbalordita ha dimenticato i suoi mali, ed è tornata per alcun poco in pace con se medesima”.
Ortis parla di una natura burrascosa, scatenata, dei Colli Euganei: per lui è un momento inebriante, in cui il
soggetto si perde, tra pensieri e “grandi cose” (che gli passano per la mente, ma che non riesce ad esprimere).
Il tumulto esterno è un correlativo oggettivo del tumulto delle passioni interiori: non è un “locus amoenus” a
rispecchiare l’anima dell’io, è la scatenatezza naturale a riflettere pienamente il suo sentire.
2. Racconto di una profonda crisi interiore e di un ripensamento del proprio ruolo, di poeta e di uomo
(macrotesto o plaquette?) “Raccolta di crisi” che racconta il travaglio interiore di Foscolo (molto giovane,
ha appena 25 anni, ma ha una forte cultura alle spalle); fino a quel momento, Foscolo ha vissuto di guerra,
come un militare assoldato da Napoleone (e che ha compiuto saccheggi e ruberie che si accompagnano
all’attività bellica: Foscolo dice di essersi arricchito “attraverso Marte”, cioè attraverso il contesto bellico).
Foscolo disprezza “il sé del recente passato” (“non son chi fui”): non si riconosce per com’era (la guerra lo
ha trasformato, rendendolo insensibile, crudele...).
Forte ripensamento di se stesso, del proprio ruolo sia di uomo che di “poeta” (non vuole più essere un
petrarchista, un poeta d’amore): momento di grande crisi interiore e lacerazione.
Il suo passato di uomo soldato viene meno: egli ambirà sempre più al pacifismo (sopratto ne “Le Grazie”
idea secondo cui la pace debba esser ciò a cui l’uomo deve ambire); viene meno anche il rifiuto di come ha
fatto poesia fino a quel momento (sul modello dei lirici antichi, come Anacreonte, o dei classici, come
Petrarca): opta per un nuovo tipo di scrittura.
Le Poesie possono essere considerate un macrotesto? O sono solo una piccola selezione di testi? Si tratta di un “mini-Canzoniere” che raccolta
la storia personale dell’autore? O semplicemente si tratta di una selezione delle “cose migliori” scritte in quegli anni?
Tutti i temi principali del “Foscolo lirico” sono presenti in questa raccolta.
3. Temi:
Esilio (exul immeritus; cfr: Dante) come Dante sentiva di esser stato esiliato ingiustamente, anche Foscolo
riprende questo tema: egli si sente “cacciato” a seguito della firma del Trattato di Campoformio (si sente di
dover “andare di gente in gente” per vivere).
Tema dell’esilio: verrà poi ereditato dal Risorgimento.
Problema dell’origine non si tratta solo di un “esilio politico”, ma anche di un “esilio storico-
antropologico” (“Ne più mai toccherò le sacre sponde”: problema delle origini della cultura europea
“grecità” come “culla originaria”). Il suo essere “Zantiota” lo porta a sentirsi sradicato dalla natura, dalle
sue origini, dalla sua culla, dalla sua patria.
Sradicamento dell’uomo moderno dalla natura (cfr: Leopardi, Schiller).
Amore infelice (Isabella Roncioni) amore infelice ma corrisposto, di cui parlano sia i Sonetti che le Ultime
lettere.
Fallimento idea di aver fallito a livello sociale, di non aver imboccato la strada giusta.
Lotta contro tutti (“sempre fuggendo di gente in gente”) si sente avverso al mondo e al suo tempo.
Colloquio con i morti necessità di ripristinare un rapporto con i propri cari estinti (cfr: Catullo)
Inaridimento nel passaggio dalla fanciullezza all’età adulta si sente pietrificato rispetto al passato,
rispetto “all’età senza responsabilità” (sente di aver perso se stesso, la sua autentica personalità); difficile
conquista di un posto del giovane nel mondo.
“Discorso continuato” dell’interiorità Foscolo spesso ricorre a poesie che sembrano tutte collegate tra
loro (sembrano piccoli “segmenti” di un discorso continuato della sua interiorità: soprattutto dagli incipit “in
medias res”, che sembrano fotografie di un film); le poesie spesso cominciano con delle congiunzioni:
sembra quasi che siano inscindibilmente collegate a ciò che viene prima e a ciò che segue (anche se, a
livello logico, non si collegano).
Foscolo “riprende un discorso della sua interiorità”, che sembra “tagliato e incollato” come un flusso di
coscienza, anche se in realtà non c’è un nesso logico tra le liriche.
Caratteristiche e significato
Superamento del petrarchismo si approda alla poesia contemporaneo-romantica, poesia degli affetti,
dell’emotività, del frammento lirico; sensibilità poetica che esce dagli schemi classici
Dimensione della brevitas labor limae
Uso del “parlar disgiunto” (enjambement) e sforamento sintattico interstrofico (la sintassi poetica sfora)
fratture sintattiche forti tra un verso e l’altro (sintassi poetica che si allarga tra un verso e l’altro)
Soprattutto in: “Alla sera”, “Meritamente” (un unico periodo distribuito in una quartina e due terzine), “A Zacinto” (un unico periodo
in due quartine e una terzina), “Solcata fronte” (un unico periodo che ricopre tutto il sonetto).
Stile classicistico+temi romantici stile della tradizione (petrarchismo e poesia classica), con temi nuovi
Modelli: Anacreonte, Saffo, Orazio, Catullo, per gli antichi, Petrarca, Parini, Alfieri, per i moderni la
poesia lirica classica è il “tirocinio poetico” di Foscolo: egli impara traducendo gli antichi, con cui intrattiene
una sorta di “gara” (“In morte del fratello Giovanni” VS Carme 101 di Catullo “gara col modello”).
Foscolo si concentra su due testi di Saffo (VII secolo a.C.):
1. Foscolo traduce ben tre volte questo frammento saffico, che diviene un “archetipo della lirica”, dell’amore
devastante e passionale, capace di render simile l’uomo agli dei:
“Colui mi sembra agli alti Dei simile
Che teco siede, e sì soavemente
Cantar t’ascolta, e in atto sì gentile
Dolce ridente.
Congedo dalla lirica per passare alla poesia civile (nuovo ruolo di poeta “vate”); modelli: Omero e
Pindaro da un momento di forte crisi interiore e di grande insoddisfazione, Foscolo approda ad un tipo di
poesia diverso, dove non prevale l’emotività del singolo, bensì la dimensione della collettività (in cui “l’io”
ha senso solo se inserito nella comunità, in cui il “noi” parla a nome di tutti); è la poesia tipica del “poeta-
vate”, guida della società, della nazione (cfr: Walt Whitman in “Foglie d’erba”)...
Vengono superati i modelli di Catullo e Saffo da autori come Omero e Pindaro (con le sue Odi, ha parlato
della società greca), poeti che interpretano il loro tempo e il loro popolo.
La poesia civile non è un genere nuovo, per Foscolo (egli scrive anche “A Bonaparte liberatore”, canzone
dedicata all’opera della liberazione operata da Napoleone, e “Ai novelli repubblicani”, dedicata ai
repubblicani che stavano prendendo piede in Italia): in “Dei Sepolcri”, però, si ha un discorso molto diverso,
che deve molto, senza dubbio, grande merito a Giuseppe Parini (poeta che nel Settecento ha dato un
grande esempio di poesia civile).
Parentesi su Parini
Parini è un “poeta civile” (pur avendo scritte qualche poesia d’amore): scrive “Le Odi” e “Il giorno”.
“Il giorno” è un poemetto che ha conosciuto un’evoluzione nel corso del tempo; narra la giornata tipo di un “giovin
signore” della Lombardia della metà del Settecento: viene criticato il giovane aristocratico, per la sua insensibilità,
noncuranza, indifferenza, per il suo essere parassitario, inumano
Parini vuole rivolgersi, con spirito illuministo, alla nobiltà lombarda, per invitarla ad un progresso intellettuale di
“dispotismo illuminato” vuole ri-educare la classe dirigente aristocratica, mostrando, con “Il giorno”, il giusto
operato da praticare: egli era, infatti, un precettore di virtù, studio, di amministrazione dei beni...
Nelle “Odi” si affrontano problemi concreti della vita collettiva, come l’innesto del vaiolo (ode dedicata alla
vaccinazione, che generava enormi diffidenze nel Settecento), la salubrità dell’aria (ode dedicata all’inquinamento
urbano della Milano della sua epoca); egli scrive anche un’ode ispirata a Beccaria dedicata al tema del bisogno (è
necessario intervenire sul tema del bisogno per limitare i reati).
Parini scrive anche in prosa, per comunicare un concetto innovativo: la nobiltà non è quella di sangue, ma quella d’animo.
Il verbo avere (“ho”) regge i primi 6 versi; il verbo essere sottintesto (non esplicitato) è presente nei versi 7-11.
Il poeta ha la fronte solcata, attraversata da rughe, segni di una vita interiore intensa e travagliata, dalle esperienze
della vita; ha gli occhi infossati, le guance smunte (segno di fatica).
Foscolo, pur avendo solo 23 anni, si rappresenta come una “persona vissuta”, che ha fatto fronte a grandi fatiche.
“Capo chino”: il poeta ha grandi pensieri in testa; “largo petto”: il poeta ha un busto ampio (in senso fisico) e un
“torace capiente, che contiene tante cose” (ha una forte interiorità, è ricco di sentimenti).
Il poeta ha un modo di vestire semplice ed “eletto” (seleziona il suo abbigliamento in modo da sembrare quanto più
semplice possibile); Foscolo si rappresenta contro il mondo, e rappresenta il mondo contro di lui (“avverso al
mondo, avversi a me gli eventi”).
Il poeta è una “girandola di sentimenti”: è “sobrio, umano, leal, prodigo, schietto [...] solo, ognor pensoso, pronto,
iracondo, inquieto, tenace”.
“Di vizi ricco e di virtù”: è un uomo sia vizioso che virtuoso, ha pregi e difetti
“Do lode alla ragion, ma corro ove al cor piace”: dà importanza alla ragione e alla razionalità, ma si sente
abbandonato ai sentimenti del cuore.
“Morte sol mi darà fama e riposo”: traspare l’inquietudine del poeta, che avrà fine solo con la sua morte.
Quattro componimenti d’amore nella raccolta (sembra siano tutti dedicati a Isabella Roncioni):
1. Perché taccia il rumor di mia catena
2. Così gl’interi giorni in lungo incerto
3. Meritamente, però ch’io potei
4. E tu ne’ carmi avrai perenne vita
Tema comune: Amore infelice, perché corrisposto (cfr: Alfieri nelle Rime, amore di Teresa e Ortis nel romanzo di
Foscolo) ma impossibile.
Modello di riferimento: Petrarca (petrarchismo in chiave romantica, patetico-sentimentale; nuovo linguaggio della
lirica).
La lirica è un “elogio della sera”, un’invocazione del momento della giornata in cui se ne va la luce del giorno
(momento del crepuscolo, che prelude all’oscurità della notte); a questo momento, Foscolo dedica un
componimento.
Tema della notte: fortemente romantico. Tema della sera: trova meno spazio nella topica romantica (Foscolo è
“innovativo”).
“E” del verso 3 e del verso 5, valgono come “sia”.
Il componimento è ricco di enjambements, di fratture sintattiche; quantità elevata di troncamenti (“fatal”, “van”,
“guerrier”...) linguaggio molto passionale, ricco di patetismo (cfr: Alfieri).
Componimento che procede per immagini e personificazioni: la Sera viene personificata, come le nubi, le angosce,
le tenebre, lo spirito guerriero...Personificazione di eventi metereologici e dei sentimenti (aspetto quasi
“favolistico” e “fiabesco” delle personificazioni a catena).
Verso finale: “dorme quello spirito guerrier ch’entro mi rugge” è lo stesso spirito che lo ha portato in guerra, che
gli ruggisce dentro, che lo ha animato per tutta la vita; è uno spirito che non viene visto positivamente: è un “ospite
sgradito”, che il poeta vorrebbe abbandonare (Foscolo è stanco della guerra e di tutte le esperienze che la vita gli ha
imposto).
Foscolo invoca la Sera come una divinità, verso cui muove una preghiera; la Sera è immagine e prefigurazione
della “fatal quiete” (cioè della morte): scende sempre, sia quando la corteggiano le “nubi estive e gli zeffiri sereni”
(personificati, fanno parte del corteo che accompagna la Sera), sia quando conduce con sé “inquiete tenebre e
lunghe all’universo”.
Foscolo disegna una poesia intesa come melodia armonica e disarmonica al tempo stesso (tessitura sonora, molto
coesa), ma anche come pittura di immagini.
Cfr: Le Grazie.
Nel I inno alle Grazie, si parla di una poesia come “melodia pittrice” (poesia di suono e immagine).
Cfr: Ars Poetica di Orazio
Orazio sostiene che la poesia debba essere imparentata con la pittura).
Cfr: poesia contemporanea (poesia di immagini che si susseguono, e hanno un forte valore emozionale).
“E intanto fugge questo reo tempo, e van con lui le torme delle cure onde meco egli si strugge”
Il “reo tempo” (i tempi contemporanei a Foscolo, che lui tanto disprezza) è complice del tormento e dello
struggimento del poeta, che è però estendibile all’uomo in generale (le angosce che lui prova sono le stesse per
tutti gli uomini del suo tempo, sono “affanni comuni”).
L’Italia viene definita “erede della cultura classica”, è considerata “nudrice”, allevatrice, dea.
“Ognor più stempra nel sermon straniero, onde, più che di tua divisa veste, sia il vincitor di tua barbarie altero”.
Il Classicismo italiano (Giordani, Pindemonte, Leopardi...) è anche una scelta politica, oltre che stilistica, perché
difendere il latino e la classicità significa anche difendere l’autonomia dell’Italia.
Questo sonetto, a sfondo politico, stona nell’insieme di tutti gli altri sonetti a tema diverso.
Il Foscolo di questi sonetti è un intellettuale che ripensa al suo ruolo, alla sua figura di politico impegnato: si assiste
alla crisi del “Foscolo bonapartista”, che sta diventando sempre più ex-bonapartista (presa di distanza dalla Francia
e dal bonapartismo).
Foscolo cita un poeta della tarda latinità (V-VI sec d.C.), che opera nell’età ostrogota: Massimiano (lascia elegie
molto importanti in lingua latina, che Foscolo riprende apertamente ri-utilizzando le stesse parole ma in italiano).
“Perì di noi gran parte” (potrebbe essere un “plurale maiestatis” oppure “plurale corale”): del “Foscolo di prima” si
è perso molto ed egli prende le distanze da ciò che è stato (quella parte di lui, è ormai morta).
“E secco è il mirto”: immagine simbolica che riflette l’idea di poesia come melodia pittrice; la sua interiorità è “un
mirto secco” (il mirto è la pianta di Venere).
“Son le foglie sparte del lauro”: Foscolo si rappresenta poeticamente fallito il simbolo del lauro “sparto” rimanda
alla delusione poetica, di uno scrittore che non è riuscito ad adempiere il suo ruolo come avrebbe voluto.
“Speme al giovenil mio canto”: la prospettiva letteraria era una speranza in giovinezza, ormai andata perduta (è
interessante il fatto che a parlare è un ragazzo di poco più di vent’anni).
Foscolo spiega poi i motivi del suo inaridimento interiore: dal giorno in cui Marte (Dio della guerra) e l’”empia
licenza” (libertà sacrilega) lo hanno rivestito con un manto di sangue (“sanguineo manto”), cioè con il “manto del
soldato”, la sua mente è diventata cieca (“cieca è la mente”) e il suo cuore si è sfranto (“guasto il core”)
Foscolo parla poi delle attività di saccheggio e violenza che si accompagnano alle scene militari (“ed arte la fame
d’oro, arte è in me fatta, e vanto”: citazione da Virgilio il desiderio d’oro è diventato, per il poeta-soldato, una
fame, un’arte, e anche un vanto).
Foscolo pensa di togliersi la vita per terminare la sua sofferenza, ma la “fiera ragion”, il “furor di gloria” (desiderio
di gloria) e la “carità di figlio” (amore per sua madre) glielo impediscono.
“Tal di me schiavo, e d’altri, e della sorte, conosco il meglio ed al peggior mi appiglio, e so invocare e non farmi la
morte”: il v.13 è la riscrittura del Canzoniere 234 di Petrarca e di Ovidio delle “Metamorfosi”.
Il giovane rinnega il suo passato di guerra e si dirige verso il pacifismo e la concordia universale.
Il sonetto è composto da endecasillabi “a minore”: iniziano tutti i versi, fuorchè il v.10, con un quinario e il successivo con un settenario
tessitura ritmica molto elaborata da parte del poeta.
Sintassi classicistica: iperbato (inversione dell’ordine delle parole), perifrasi (per definire Omero, ad esempio “colui che
l’acque cantò fatali, ed il diverso esiglio per cui bello di fama e di sventura baciò la sua petrosa Itaca Ulisse?”).
I temi della “Grecità” (intesa come purezza originaria) e della classicità, vengono ribaditi dall’immagine di Venere,
appena nata dalla spuma del mare: Venere passò per Zacinto, luogo che viene descritta da elementi naturali, quali
l’acqua limpida, come le nubi. Le sponde di Zacinto sono “sacre”, perché lì vi ha transitato Venere; la sacralità di
Zacinto è dovuta alla “Venere che spunta dal mare” (rappresenta la forza della natura e della purezza originaria
all’ennesima potenza: è l’originale immacolata e pura, momento edenico).
Foscolo pone insistenza sul campo semantico dell’acqua: sia esplicitamente (v.8), sia implicitamente (in parole
nascoste come quelle in rima alla fine delle quartine in -onde, -acque; l’Acqua è un simbolo di purezza).
“Specchi nell’onde”: l’isola di Zacinto si specchia nelle onde, che divengono simbolo di limpidezza e trasparenza.
Zacinto è un “locus amoenus”, dove regnano la tranquillità e la calma e dove non c’è spazio per la tempesta (“nubi
chiare, non tempestose”, quasi un ossimoro perché le nubi sono, per antonomasia, simbolo della tempesta); la
natura non è ostile: è ospitale, è una culla per il poeta.
“Fanciulletto” termine vezzegiativo, carezzevole (cfr: “Fanciullino” di Pascoli: dentro ogni uomo si annida un
fanciullino, che è il riflesso del carattere dell’uomo puro).
Si parla poi di Ulisse, personaggio chiave: Foscolo istituisce un paragone tra se stesso e l’eroe omerico, che riesce a
tornare a casa, dopo vent’anni di guerra, peregrinazione, viaggi e peripezie.
La differenza tra Ulisse e Foscolo è che Ulisse (bello di fama e bello di sventura: reso bello dalla fama conquistata e
dal dolore patito durante le peregrinazioni), dopo il suo viaggio da girovago e dopo l’esilio, riesce a far ritorno ad
Itaca e a ripristinare, quindi, un contatto con la terra di origine; per Foscolo, invece, l’esilio non avrà mai fine, e il
ricongiungimento con l’origine e con la culla non avverà lo ribadisce anche agli ultimi versi.
Gli uomini sono destinati dal fato e dal passare del tempo ad una “sepoltura illacrimata” (non saranno pianti da
nessuno, nemmeno dai loro cari, perché saranno lontani dalla patria al momento della morte).
Anche se le parole di Foscolo sono destinate alla sua terra materna, “Zacinto mia”, il suo discorso è estendibile a
tutti, non solo a lui; tutti sono degli “Ulisse senza ritorno” (ognuno girovaga in esilio).
Le parole in rima delle tre terzine sono i termini chiave del componimento: “esiglio”, “sventura”, “Ulisse”, “figlio”,
“sepoltura”.
Un dì s’io non andrò sempre fuggendo (“In morte del fratello Giovanni”)-Sonetti
Sonetto di crisi familiare.
Il sonetto del 1803 mette in scena un triangolo affettivo: si parla di Giovanni Dionigi (fratello di Foscolo) e di
Diamantina Spathis (madre): il triangolo viene rotto, spezzato, dalla guerra (che divide anche le famiglie,
portandole a perdizione).
Giovanni Dionigi si è tolto la vita per avvelenamento, perché afflitto da debiti di gioco e da una forte depressione.
Secondo il referto medico (probabilmente falsificato), il fratello di Foscolo sarebbe morto di “febbre” (in realtà, si
era suicidato, ma per concedere una sepoltura “cristiana” al defunto, si falsifica il suo atto di morte).
Il sonetto si apre con il tema dell’esilio, della “fuga di gente in gente” (è un sonetto contiguo, che si collega a “A
Zacinto”); Foscolo spera in qualcosa che non avverà mai.
“Me vedrai seduto”: si rivolge al fratello come se fosse vivo, se lo ascoltasse, se lo potesse vedere.
“Sulla tua pietra”: sulla tomba.
“O fratel mio, gemendo il fior de’ tuoi gentili anni caduto”: morto in gioventù per cause nefande.
“La Madre or sol suo di tardo traendo parla di me col tuo cenere muto”: solo la Madre (Foscolo utilizza la lettera
maiuscola per per rappresentarne la grandezza e l’importanza) può parlare alle ceneri del fratello, perché gli è
vicino, mentre Foscolo non può perché in esilio.
viene introdotto un tema estremamente moderno e profondo: Foscolo crede che possa esserci un dialogo interiore
con i defunti, anche se il cenere rimane “muto” (tema della “corrispondenza di amorosi sensi” attraverso il
sepolcro, la tomba).
“Ma io deluse a voi le palme tendo”: procedimento per immagini il poeta allunga le mani per abbracciare il
fratello e la madre, che ha fisicamente lontani da sé.
“Sento gli avversi numi e le secrete cure che al viver tuo furon tempesta”: il poeta riesce a vedere e percepire le
sofferenze e i turbamenti che il fratello ha provato in vita; Foscolo spera di trovare la stessa quiete ormai
raggiunta dal fratello (“e prego anch’io nel tuo porto quiete”).
Scelta linguistica (ma anche politica) di Foscolo: al v.12 (“Questo di tanta speme oggi mi resta!”) “speme” deriva
dall’accusativo di “spes” (cioè “spem”). Vocabolo fortemente classicista: preferito a “speranza” (termine che, invece,
deriva dal francese “espérance”) Foscolo cerca di evitare francesismi, e opta per il vocabolo latinista “speme”.
Testi a confronto:
Lettera a Vincenzo Monti (prima metà di dicembre 1801)-di Foscolo
Foscolo racconta la vera vicenda della morte del fratello.
“La morte dell’infelicissimo mio fratello ha esulcerato tutte le mie piaghe: tanto più ch’ei morì di una malinconia lenta, ostinata, che non lo
lasciò mangiare né parlare per quarantasei giorni”.
Malinconia: “parola tampone” che definiva tante patologie diverse.
“Ma io temo che egli stanco della vita siesi avvelenato”.
Il poeta non ha assistito “ai martirj di quel giovinetto”: era impegnato, come soldato, in guerra; il fratello morì tra le
braccia della mamma (unico riferimento familiare per i figli, perché persero il padre in giovane età).
“La morte sola finalmente potè decidere la battaglia che le sue grandi virtù e i suoi grandi vizj mantennero da gran tempo in quel cuore di
fuoco”.
Carme 101-Catullo
Nel sonetto di Foscolo, si parla di un fatto privato: il poeta riscrive e imita il Carme 101 di Catullo. Foscolo cerca di
“gareggiare con il modello catulliano”, che, in quanto modello antico, rappresentava la perfezione.
I “Carmina” di Catullo si distinguevano per il suo racconto dell’intimità e degli affetti (componimenti molto brevi,
lavorati, tipica dei “poetae novi”/neoteroi brevitas, labor limae...). Il Carme 101 parla del viaggio di Catullo, che si
reca sulla tomba del fratello, per piangerlo in morte.
“Multas per gentes et multa per aequora vectus”-“fuggendo di gente in gente”.
“Et mutam nequiquam alloquerer cinerem”: Catullo cerca di parlare con la cenere muta, invano.
Il poeta invoca l’Aonia Diva, che però non lo ascolta, non gli risponde: la comunicazione la con la Musa diventa
impossibile, come impossibile è la comunicazione con l’ingenuità.
Solo una “favilla del tuo spirto è viva”: solo una piccolissima scintilla di fuoco è ancora presente nel poeta (conserva
un soffio di ispirazione, un briciolo di leggerezza poetica traducibile in poesia).
Cfr: Montale, Pascoli poeti molto influenzati da Foscolo (grande debito di Pascoli, in “Myricae”, con Foscolo;
anche in “Non chiederci la parola” la facoltà poetica di Montale è in crisi, come per Foscolo, e ciò che gli rimane,
come poeta, è qualche storta sillaba e secca come un ramo=favilla per Foscolo).
“E tu fuggisti in compagnia dell’ore, o Dea! tu pur mi lasci alle pensose membranze, e del futuro al timor cieco”
Ciò che resta all’adulto sono “del futuro al timor cieco” e “pensose membranze”.
“Però mi accorgo, e mel ridice amore, che mal ponno sfogar rade, operose rime il dolor che deve albergar meco”
Il poeta si accorge che non riesce a sfogare ciò che vorrebbe rendere in poesia (le sue rime artificiose e rade non
sfogano correttamente ciò che alberga dentro l’autore).
Il suo dolore DEVE albergargli dentro (“necesse est” che egli soffra): tale dolore è “mal sfogato” dalle rime “rade,
operose”.
Allocuzione a se stesso già dall’incipit: “che stai?” si può interpretare come: “perché non ti muovi? cosa aspetti?
Interrogativa iniziale diretta a se stesso, chiedendosi cosa lo porta a restare lì, inerme e immobile. È un modo per
incitare ad andare e a prendere in mano il proprio incarico esistenziale.
Il poeta porta con sé il suo passato: egli sente di non essere riuscito in nulla (si rappresenta in modo fallimentare);
egli percepisce una forte angoscia interiore, che lo angustia.
Ricordo di Dante nel Paradiso XVII (con Cacciaguida): Dante, nel discorso con il suo avo, si chiede se fosse più
ragionevole raccontare la sua esperienza ultraterrena (con il rischio di suscitare antipatie e asti), o se fosse meglio
evitare; Cacciaguida lo ammonisce, invitandolo a diffondere ciò che ha appreso per lasciare un insegnamento (vanno
nominate tutte le personalità incontrate nel percorso, con tutte le responsabilità del caso).
Lasciare esempio ai posteri: è necessario fare una poesia che sia utile a chi leggerà idea di Foscolo, in ripresa dal
canto XVII dell’Inferno.
Stessa conclusione che si raggiunge nella Lettera del 4 dicembre 1798, dove Ortis racconta a Lorenzo Alderani di aver
incontrato Parini a Milano, vecchio e malato, e di aver chiesto lui il da farsi in quel momento storico: Parini risponde
che è impossibile ribellarsi in armi al potere costituito (non è possibile sperare di vincere, perché si andrebbe
incontro al suicidio militare), però è possibile scrivere liberamente, in un regime che si avvia a diventare tirannico.
Svolta radicale che lo porta verso i Sepolcri. Foscolo chiude la fase più personale della sua lirica, per approdare ad
una “poesia del noi”, dedicata al “vivere associato”: i “Sepolcri” sono un canto che vuole essere a carattere
“corale” (contesto collettivo, che parla di tutti e abbraccia i problemi dell’universalità, in particolare degli italiani
del Regno d’Italia).
Poesia non più lirica, ma sociale abbandona (in parte) i modelli di Petrarca, Saffo...e assume la figura di un poeta-
vate, veggente e indovino, che guida la società verso un futuro glorioso (cfr: D’Annunzio, Carducci, Pascoli...).
DEI SEPOLCRI
Storia ideativa e compositiva
Esce a Brescia nel 1807. Foscolo segue di persona la stampa dell’opera, che se ne occupa in maniera maniacale,
curandola nei minimi dettagli. Il testo è tramandato dall’autorevole princeps a stampa curata dal poeta.
L’idea della poesia civile è successiva al sonetto “Che stai?”, e deriva direttamente da un salotto che Foscolo
frequentava, quello di Isabella Teotochi Albrizzi (nobildonna conosciuta da Foscolo, ritenuta “maestra” perché lo
avvia alla letteratura) intellettuale che indirizza Foscolo, crescendolo e seguendolo in termini intellettuali.
Si svolge un dialogo, in questo salotto, che coinvolge anche l’intellettuale Ippolito Pindemonte (celebre traduttore in
endecasillabi sciolti dell’Odissea): i tre discutono dell’Editto di Saint Cloud, pubblicato da Napoleone il 12 giugno
1804.
Ideazione dell’opera: prende il via dalla conversazione con Isabella Teotochi Albrizzi e Ippolito Pindemonte dopo
l’editto di Saint-Cloud (12 giugno 1804), esteso al Regno di Italia il 5 settembre 1806, ma divulgato solo all’inzio di
ottobre, come decreto “Della Polizia Medica” sul “Giornale Italiano” (probabilmente verso maggio 1806).
Pindemonte, allora, stava lavorando ad un poema in quattro canti in ottave, “I Cimiteri”.
Il primo accenno dell’opera viene fatto da Foscolo nel testo del 6 settembre 1806 alla Albrizzi da Milano (tre mesi
dopo l’incontro); la composizione viene completata solo a gennaio 1807.
Si tratta di una legge improntata all’eguaglianza sociale e civile di tutti gli uomini: in realtà, le vere intenzioni dei
legiferatori, sono volte a controllare persino un momento così intimo e privato (controllo anche sulla morte dei
propri cari e familiari).
1. Proibito seppellire i cadaveri umani in altri luoghi oltre ai cimiteri (quindi non nelle chiese o in angoli della
città): è un modo per staccare l’evento della morte dalla vita quotidiana e dalla chiesa
2. I cimiteri devono essere posti fuori dall’area urbana
3. La lapide è facoltativa e comunque anonima: i terreni di inumazione devono essere interscambiabili ogni 5
anni
4. È possibile apporre iscrizioni, a patto che vengano approvate dalla Commissione di Sanità e che vengano
appese sul perimetro del cimitero e non sulla lapide
5. È possibile, per chi ne ha le facoltà economiche, acquistare stabilmente il terreno di inumazione e
impiantarvi “monumenti sepolcrali, epitaffi in pietra e in marmo”: solo i potenti possono lasciare una tomba
che associ ai resti il ricordo della persona
2. SOTTOTITOLO DELL’AUTORE: “CARME DI UGO FOSCOLO” (dal latino “carmen”= “canto, poesia-vaticinio,
oracolo, preghiera”)
Lui stesso appone un frontespizio d’autore al titolo: “Carme di Ugo Foscolo”. “Carme” è un termine che in latino
assume molteplici significati: “canto”-“poesia”, “oracolo”-“preghiera” (termine con valore “più religioso”).
La poesia di Foscolo è canto, ma anche come preghiera e oracolo religioso: è un discorso/sermone in forma di
poesia, che mescola insieme l’attualità (l’Italia contemporanea all’approvazione e alla discussione dell’Editto di Sant
Cloud) e il classicismo (cfr: Parini, ne “Il giorno”, usa un linguaggio classicistico parlando di attualità, cioè della vita
di un “giovin signore” di fine Settecento), con elementi di lirismo (riferimenti autobiografici alla sua vicenda
personale di esule, di soldato...), di filosofia (Rousseau, Vico...), di storia (antica e contemporanea).
Accuse di “oscurità”
Lettera di Pindemonte a Foscolo del 15 aprile 1807
Recensione di Aimé Guillon, abate francese contro il carme, con accuse di oscurità e materialismo
Il lettore deve contribuire all’opera, dando una propria interpretazione con la mente e con il cuore: la grande
poesia è un incontro tra l’autore e il lettore (che viene chiamato in causa a costruire un significato di ciò che
legge “incontro con l’opera”). L’autore instrada il lettore, che viene chiamato in causa a scegliere che “bivio
interpretativo” imboccare.
Per questo motivo, a Foscolo arrivano delle “accuse di oscurità” e di “materialismo”, soprattutto da Guillon. Foscolo
risponde nella “Lettera a Monsieur Gullion su la sua incompetenza a giudicare i poeti italiani”, che il suo Carme è
oscuro perché voleva essere oscuro (la sua è una scelta epistemologica e conoscitiva: non è incapacità, è decisione
presa deliberatamente): Foscolo fa uso di passaggi volutamente illogici e scattanti, di “transizioni” fulminee e
repentine.
I Greci traevano sentenze non con sillogismi (ragionamento logico), ma con il cuore: la fantasia subentra al sillogismo
(Foscolo si serve di immagini antiche alternandole ad immagini e personaggi moderni della realtà quotidiana,
trasfigurata miticamente grazie alla poesia, che trasforma la realtà in mito; cfr: All’amica risanata, in cui Antonietta
Fagnagni Arese viene trasformata in un essere mitologico la poesia può creare dei miti dalla realtà concreta)
Poesia con funzione mitizzante del reale (es: Parini diventa un “mito”; la sepoltura di Parini sembra quasi una
“favola”). I miti sono narrazioni che durano e resistono nel tempo.
CORRISPONDENZA D’AMOROSI SENSI (VALORE DEL CULTO DEI MORTI PER I SINGOLI)
La tomba assume un’importanza centrale: la corrispondenza di amorosi sensi (culto del defunto, come simbolo di
un continuo dialogo) e il valore collettivo-civile (funzione aggregante e civilizzante per la società umana).
È importante avere un luogo fisico, di riferimento, per ricordare gli esempi del passato e i cari defunti.
La morte, per Foscolo, è un momento tremendo, ma il rapporto che si instaura con questa deve essere tranquillo e
rasserenante: i cimiteri, nel pensiero antico-classico, non sono luoghi lugubri, ma giardini rasserenanti e calmi in
cui l’uomo può recarsi per trovare ciò che ha perso.
VALORE DEL CULTO DEI MORTI PER LA CIVILTA’ NEL SUO COMPLESSO (influsso di Vico in “Scienza nuova”)
Foscolo parla del valore delle tombe dei personaggi illustri, di coloro che, per l’autore, rappresentavano degli
“exempla”, cioè dei modelli da tenere sempre a mente; le tombe sono il simbolo del valore collettivo-civile, della
funzione aggregante e civilizzatrice per la società tutta.
VALORE ESEMPLARE DELLE “URNE DE’ FORTI” CHE SERVONO A RISVEGLIARE LA VIRTU’ NEI CITTADINI , che
da essi traggono auspici, “indirizzi di vita e di pensiero”
Foscolo propone un’idea di sepolcro sentimentale e sublime, che può essere stimolo all’affettività e alla virtù. Le
urne de’ forti sono quelle dei personaggi illustri: Foscolo, come Dante (“spiriti magni”), distingue tra uomini
comuni e uomini forti (ripresa del concetto aristotelico-dantesco di “MEGALOPSYCHIA” SPIRITI MAGNI).
Santa Croce è il “nuovo Pantheon” d’Italia, che deve riproporre il concetto di “Santità laica” (personaggi: Machiavelli,
Michelangelo, Galileo, Alfieri).
Funzione analoga avevano, nell’antichità, le tombe di Maratona (battaglia ateniesi-persiano 490 a.C.).
Schema concettuale
1 blocco (vv 1-22) il sepolcro è inutile per il defunto (per via della disgregazione della corporeità : il
sepolcro è temporaneo e momentaneo, perché prima o poi svanirà come tutto il resto delle cose)
2 blocco (vv 23-50) il sepolcro è utile per i vivi (Foscolo infatti parla della “corrispondenza d’amorosi
sensi” e di “eredità d’affetti”), ed in parte anche per i defunti: si può trovare un senso nella morte, una
forma di conforto
Foscolo lotta tra ragione e sentimento: il sepolcro è un’illusione, ma serve all’uomo (vince il sentimento)
3 blocco (vv 51-90) critica della “nuova legge” sulle sepolture, che impedisce il colloqui vivi-morti e la
celebrazione delle personalità illustri (come nel caso di Parini)
4 blocco (vv 91-136) valore del sepolcro nel processo di umanizzazione e civilizzazione dell’uomo
(esempi di antichi e britannici); il culto dei morti è ciò che ha consentito all’uomo di essere sensibile alla
morte, conservando il passato, che va portato dentro, capito e trasformato in un tesoro: la civilizzazione si
basa soprattutto sui sepolcri (oltre che sulle nozze e sui tribunali)
5 blocco (vv 137-197) valore educativo del sepolcro per i cittadini (esempio moderno: le “urne de’ forti”
in Santa Croce)
6 blocco (vv 198-225) valore educativo del sepolcro per i cittadini (esempi classici: tombe dei caduti di
Maratona e sepolcro di Aiace)
7 blocco (vv 226-295) funzione eternatrice della poesia e figura del poeta “sacro vate” (modello:
Omero), che deve cantare i problemi civili per celebrare i caduti e ricordare le loro gesta e le lotte per la
libertà (es: Ettore nell’Iliade)
Chi non lascia “eredità di affetti poca gioja ha nell’urna”, non ha alcun interesse ad essere sepolto in una tomba:
pensa a se stesso e alla sua anima. “E se pur mira dopo l’esequie, errar vede il suo spirto fra ‘l compianto de’ templi
Acherontei, o ricovrarsi sotto le grandi ale del perdono d’Iddio”. Non si può ragionare come se si fosse soli
nell’universo: chi pensa egoisticamente alla sua anima sbaglia. Non si salva chi non lascia eredità di affetti, che è
l’unica cosa che conta (l’unico modo per continuare ad intrattenere un rapporto con i propri cari).
Foscolo ragiona a prescindere da Dio: l’uomo deve lasciare eredità di affetti per garantire un colloquio
inarrestabile e incessante, a prescindere dall’aspetto religioso.
La tomba è importante come segno di umanità: è il simbolo del legame che sussiste tra gli uomini, tra i vivi e i
morti.
Foscolo si esprime, poi, contro la “nuova legge” (tendenza legislativa illuministica nuova, falsamente egualitaria,
che comprende anche l’Editto di Saint-Cloud v.51), che prevede di non dar risalto alla tomba, rendendola quanto più
anonima possibile. Critica alla “nuova legge”, che impedisce la corrispondenza d’amorosi sensi tra privato e
privato, e inibisce il valore esemplare delle grandi figure a livello civile.
“Nuova legge impone oggi i sepolcri fuor de’ guardi pietosi, e il nome a’ morti contende”. Il problema delle tombe
extra-moenia, cioè al di fuori del centro abitato, e il problema dell’anonimato delle tombe stesse sono i punti su cui
Foscolo incardina la sua polemica: spostare i cimiteri lontani dalla città significava renderli anche difficili da
raggiungere e lasciare nell’anonimato i defunti è una forma di dimenticanza di ciò che sono stati in vita.
Caso di Parini, che muore nel 1799 (mentre l’Editto risale al 1806) è una tendenza di quel periodo, che comincia
già da prima dell’emanazione dell’editto.
Foscolo cita l’esempio di Parini, sepolto nel Cimitero di Porta Comasina, al di fuori di Milano, con una tomba non
precisata, anonima: dopo 5 anni dalla sua morte nel 1799, la tomba di Parini sarebbe stata ri-utilizzata per accogliere
nuovi defunti (tra cui anche alcuni condannati a morte). Per Foscolo è inaccettabile che i resti di un uomo del
calibro di Parini possano esser stati confusi con quelli di chiunque altro, a maggior ragione se si trattava di un
condannato a morte.
Talia, la Musa della poesia satirica, e quindi di Parini (identiticato come un poeta del sarcasmo e dell’ironia, cfr: “Il
giorno”), viene ricordata con un “lauro”, educato con lungo amore.
Citazione da “Se un dì io non andrò sempre fuggendo”: Foscolo si rappresenta nell’atto di sospirare la sua patria
veneziana.
“A lui non ombre pose tra le sue mura la città”: il tiglio fa ombra a Parini, ma la città di Milano non fa altrettanto (è
stata più crudele della pianta che faceva ombra al vecchio). accusa molto cruda alla città di Milano (e in
particolar modo alla sua classe dirigente) per non aver costruito un monumento funebre pubblico dentro la città
con il fine di ricordare Parini e la sua grandezza
La città di Milano ha voluto dimenticare Parini, non dando continuità alla sua opera: la città è “lasciva d’evirati
cantori allettatrice”, è adescatrice di cantori (cioè i letterati della città di Milano, che hanno perso la loro funzione di
denuncia, la loro forza intrinseca, e sono dunque impotenti e incapaci di svolgere il loro compito perché soggetti e
sottomessi al potere; diversamente da Parini).
Seguono una serie di immagini che descrivono le condizioni dei cimiteri in quell’epoca: Foscolo presenta una scena
tipica della poesia sepolcrale (che ottiene molto successo nel Settecento, con Gray, Ossian...).
Viene aggiunta una componente politica: l’atmosfera è Ossianica ma arricchita con un pensiero politico (“senti
raspar fra le macerie e i bronchi la derelitta cagna ramingando su le fosse e famelica ululando” cimitero spoglio,
disadorno, con sole “macerie”; la cagna senza padrone raspa presso le tombe smosse: particolari molto aspri e
crudi ma realistici, “ramingando”, cioè vagando di qua e di là).
Foscolo cita poi l’upupa, un uccello del malaugurio che vive nei cimiteri facendo nidi sulle tombe e che svolazza sulle
pietre anonime; il cimitero di Porta Tomasina è funereo, perché si trova nella campagna milanese (“l’upupa e
svolazzar su per le croci sparse per la funerea campagna e l’immonda accusar col luttuoso singulto i rai di che son pie
le stelle”). L’upupa rimprovera la luna di esistere: vuole vivere nel buio totale, e persino la luce della luna e delle
stelle la disturba.
Insistenza fonosimbolica sulla “u”: dal verso 80 in poi, si insiste molto su termini che ripropongano l’atmosfera
luttuosa (“uscir” “upupa” “funerea” “luttuoso” “singulto”...). Si cerca di riprodurre, con l’uso delle vocali, l’orrore e
l’atmosfera lugubre (viene rafforzato il significato con il significante).
Uso fonosimbolico spinto della parola poetica, che nell’Ottocento troverà il suo momento di massima espansione
(cfr: Pascoli).
Riferimento a “La scienza nuova” di Vico, che individua come fondamento della civiltà tre istituzioni: matrimonio,
religioni, sepolture (Foscolo, in realtà, inserisce i “tribunali” “nozze, tribunali, are”); prima di queste istituzioni, gli
uomini erano “bestioni”, esseri ferini (le umane belve vengono trasformate in uomini grazie a queste tre
istituzioni).
La visione di Foscolo subisce poi un lieve trasformamento. Nelle “Grazie”, Foscolo dice che le “arti” hanno avuto il
merito di civilizzare l’uomo-bestia.
Doppio binario singolo-collettivo: le tombe, ed are a’ figli, e uscian quindi i responsi de’ domestici Lari” le tombe
erano are ai figli e testimonianza ai fasti.
Il culto dei morti medievale viene paragonato al culto dei morti contemporaneo: non sempre le città si dimostravano
tristi per i teschi affrescati (cfr: Trionfo della morte e Danza macabra di Giacomo Borlone de Buschis), come
“memento mori” (la morte, ricondotta dagli scheletri, veniva riportata alla mente per ricordare ai più che la morte
prende tutti prima o poi).
Passaggio ex abrupto dal tempo del passato remoto a quello del presente, per creare un momento di
spiazzamento per chi legge, gettando il lettore subito in medias res (“balzan ne’ sonni esterrefatte e tendono nude
le braccia su l’amato capo del loro caro lattante onde nol desti il gemer lungo di una persona morta chiedente la
venal prece agli eredi del santurario”).
Dal punto di vista razionale, intrattenere questo tipo di rapporto con i cari defunti è una “pietosa insania”; recarsi
nei cimiteri e coltivare il culto dei defunti è un’irrazionalità dettata dalla pietà.
Le “britanne Vergini” celebrano il ricordo della loro perduta madre e pregano per il ritorno dell’ammiraglio Nelson
(della flotta inglese, che combattè a lungo contro Napoleone dominatore; l’ammiraglio Nelson riesce ad ottenere
due decisive vittorie navali: la prima nel 1798 in Egitto, dove si fece costruire la bara con l’albero maestro della nave
Oreant su cui aveva trionfato, e la seconda nel 1805 nella Battaglia di Trafalgar, dove l’ammiraglio trova la morte
Nelson è un eroe nazionale perché impedisce a Napoleone di invadere l’Inghilterra; non temeva la morte, tanto che
arriva a scavarsi la tomba).
Gli inglesi vengono paragonati agli antichi romani.
“E tu prima, Firenze, udivi il carme” “carme” come termine allusivo della poesia civile, collettiva, di impegno:
Foscolo sembra imparentato alla Commedia dantesca.
...Sul fonosimbolismo...
L’assiuolo (Myricae)-Pascoli
L’assiuolo è un rapace notturno, simile alla civetta.
Forte insistenza sulla “u” (“sentivo il cullare del mare, sentivo un fru fru [...] sentivo nel cuore un sussulto [...] sonava
lontano il singulto...”) rapporto intertestuale tra il fonosimbolismo pascoliano dell’”Assiuolo” e il testo
foscoliano.