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FOSCOLO

UGO FOSCOLO (1778-1827) è un poeta di origine greca, formato in Italia, noto per la sua poesia che unisce tradizione classica e sentimenti romantici. Le sue opere, tra cui sonetti e odi, riflettono un forte soggettivismo e un impegno politico, ispirato da ideali di libertà e uguaglianza. Foscolo è anche l'autore di 'Le ultime lettere di Jacopo Ortis', un romanzo che esplora temi di amore e identità in un contesto di esilio e crisi.

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FOSCOLO

UGO FOSCOLO (1778-1827) è un poeta di origine greca, formato in Italia, noto per la sua poesia che unisce tradizione classica e sentimenti romantici. Le sue opere, tra cui sonetti e odi, riflettono un forte soggettivismo e un impegno politico, ispirato da ideali di libertà e uguaglianza. Foscolo è anche l'autore di 'Le ultime lettere di Jacopo Ortis', un romanzo che esplora temi di amore e identità in un contesto di esilio e crisi.

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UGO FOSCOLO (1778-1827)

Foscolo nasce a Zante nel 1778; muore a Londra nel 1827.

Fino al 1797 Foscolo ha prodotto altra poesia, tra cui poesie d’amore, traduzioni dai classici (raccolte in un fascicolo
dedicato all’amico Naranzi: produzione adolescenziale di apprendistato ispirata a Petrarca e ai lirici dell’antichità
come Anacreonte, Saffo, Catullo...).
Foscolo è un poeta che unisce nella sua cultura e formazione sia la cultura della tradizione greca (perché è nato a
Zante, da madre greca: conosce sia il greco antico che quello moderno; conosce bene la cultura greca e ortodossa)
sia quella della tradizione italiano-volgare (ma anche la cultura internazionale-europea).
Nasce a Zante, in Grecia, un’isola della Serenissima (cioè della Repubblica di Venezia: perciò è italiano).
Dopo la morte del padre, si trasferisce con la famiglia a Venezia.

Figura di intellettuale internazionale: nasce in Grecia, si forma in Italia (frequenta Venezia, Milano, Firenze,
Bologna...e tutte le altre città culturalmente sviluppate del tempo), gira per l’Europa.
Viaggia per l’Europa in auto-esilio, per non dover sottomettersi agli austriaci: si reca prima in Svizzera e poi in
Inghilterra (a Londra, dove morirà nel 1827).
Grande viaggiatore, conoscitore del greco (anche del latino, seppur in misura minore), dell’italiano volgare, del
francese, dell’inglese...è un poliglotta e conosce varie realtà linguistiche e culturali.

SONETTI
Modello principale: Vittorio Alfieri
I sonetti si inseriscono in una raccolta molto limitata, di 14 componimenti, intitolata “Poesie”, che esce a Milano con
una dedica all’amico G. B. Niccolini.
Si dividono in due gruppi: il primo gruppo è costituito da due odi (che aprono la raccolta), mentre il secondo gruppo
è costituito dai 12 sonetti (1797-1803).
Struttura dei sonetti:
1. A Luigia Pallavicini caduta da cavallo 1799-1800
2. All’amica risanata (dedicata ad Antonietta Fagnagni Arese) 1802-1803
- Forse perché della fatal quiete/Alla sera
- Non son chi fui; perì di noi gran parte
- Te nudrice alle muse, ospite a Dea “eccezione rispetto agli altri testi”: ha un carattere fortemente
militante (è stato composto da Foscolo in occasione di una proposta legislativa di Lattanzi, volta ad
abolire lo studio del latino nelle scuole inferiori, per sostituirlo con lo studio del francese, lingua della
filosofia settecentesca; provvedimento che suscita molte polemiche, tra cui spicca quella di Foscolo, che
difende le lingue classiche e l’indipendenza culturale dell’Italia)
- Perché taccia il rumor di mia catena
- Così gl’interi giorni in lungo incerto
- Meritatamente, però ch’io potei
- Solcata ho fronte, occhi incavati intenti
- E tu ne’ carmi avrai perenne vita
- Né più mai toccherò le sacre sponde/A Zacinto
- Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo/In morte del fratello Giovanni
- Pur tu copia versavi alma di canto/Alla musa
- Che sta? Già il secol l’orma ultima lascia

Nel 1803, Foscolo assembla un numero limitato di componimenti (dopo averne scartate decine e decine),
producendo una piccola raccolta, anche per richiamare la forma del sonetto (composto di 14 versi: c’è la volontà,
forse, di richiamare, con la struttura della raccolta, anche la struttura del sonetto).
Nella raccolta, Foscolo si cimenta con i due metri più in voga del momento: l’ode (che durante il Settecento trova il
suo massimo punto di auge; cfr: Parini e la sua raffinatissima raccolta di odi “consacrazione al genere dell’ode”) e
il sonetto.

Odi per infortunio


Le due odi sono “odi per infortunio”: vengono scritte come “buon augurio” di rimettersi da un momento di
infortunio e di difficoltà fisica.
Genere della poesia di infortunio genere praticato da molti intellettuali, tra cui anche Leopardi (ad una parente
ammalatasi e guarita poi; anche “A Silvia”, che è una sorta di “poesia per infortunio”, una poesia “in morte”).
Precedenti illustri: Parini nell’Ode all’amico Carlo Imbonati (a cui dedica l’ode “L’educazione”).

Luigia Pallavicini anima un salotto che radunava i repubblicani nella Repubblica di Venezia, che Foscolo frequenta
assiduamente dopo essersi arruolato volontariamente tra le truppe francesi, per liberare l’Italia dai regimi assolutisti
che la invadono; Foscolo viene, infatti, assuefatto dal personaggio di Napoleone, dagli ideali francesi di libertà,
uguaglianza e fratellanza, è contrario ai regimi assolutisti..., è un forte sostenitore della ribellione e della
rivoluzione volta per i diritti umani. Capirà ben presto, però, che l’obiettivo di Napoleone non è solo di liberare
l’Italia ma anche di conquistare il centro-nord per poi cederlo con il Trattato di Campoformio del 1797.
Foscolo è un “poeta-soldato”, che non si limita a teorizzare, ma scende anche in campo con un’azione armata (di
cui poi si pentirà): la sua è una forte speranza di cambiare le cose e di instaurare un nuovo ordine giusto.
Non è solo un teorizzatore, è anche un poeta militante, combattente.
- Luigia Pallavicini era una cavallerizza: un giorno cade e si sfregia il volto, perdendo la sua bellezza (che
per Foscolo era un ideale assoluto); l’ode dedicatale vuole essere un tentativo di confortare la donna
dopo aver perso la sua bellezza a seguito della caduta da cavallo (“ode di omaggio”).
- L’ode all’Amica risanata è dedicata all’amica Antonietta Fagnani Arese (episodio di “meta-poesia”: si
parla della funzione della poesia, che è capace di eternare certi personaggi presso i posteri); Atonietta
Fagnagni Arese abitava a Milano ed era moglie del conte Marco Arese Lucini. Con lei, Foscolo ebbe una
liaison amorosa (oltre che con Isabella Roncioni: è proprio dall’unione di queste due figure amorose,
nasce la figura di Teresa nell’Ortis).

Parentesi su Le ultime lettere di Jacopo Ortis


Ortis era un soldato bonapartista che deve scappare dallo Stato appena liberato, perché sarebbe stato
perseguitato dai conquistatori.
Foscolo, fino ad un certo punto della sua carriera di intellettuale, chiama “patria” lo Stato di Venezia; solo più tardi,
inizia a concepire un ideale di patria e di Stato più ampio.
Ortis deve lasciare la Serenissima: prima di farlo, osserva e studia lo svilupparsi degli eventi sui Colli Euganei
(Padova), che al tempo si trovavano al confine tra lo Stato veneto e la Repubblica Cispadana; decide poi di
scappare, non solo perché la situazione a Venezia non era vantaggiosa, ma anche perché si innamora di Teresa, una
nobildonna già promessa sposa di un uomo gretto e insensibile, ma estremamente ricco: Odoardo.
Jacopo Ortis non vuole interferire con il piano del signor T, padre di Teresa, per non rovinare socialmente la
fanciulla amata; si toglierà la vita poiché non riesce a trovare il suo posto nel mondo: il romanzo si conclude con un
suicidio, anche se Teresa ricambia l’amore di Ortis.
Modello: “I dolori del giovane Werther” di Goethe (però, in quel caso, la donna amata da Werther non lo
ricambiava: amava un altro uomo).

Non si può sovrapporre completamente la figura dell’Ortis a quella di Foscolo: molte sono le incongruenze tra i due,
nonostante le varie analogie ideologiche (vicenda simile, ma diversa).
La figura di Teresa (fanciulla coltissima, che conosce la poesia, la musica...è una donna di cultura, suonatrice di arpa,
estremamente intelligente...), donna angelicata è la condensazione dei due amori di Foscolo (Antonietta Fagnani
Arese, Isabella Roncioni).

Caratteristiche principali delle Poesie di Foscolo


1. Poesie private/dell’io, dell’interiorità di forte soggettivismo (non tanto auto-biografismo, poiché non si
allude chiaramente ai fatti che hanno riguardato Foscolo) e di intima affettuosità; sono poesie che parlano
di impressioni, emozioni, suggestioni interiori (non necessariamente agganciati a fatti storici).
Si tratta di “poesie libere”, che hanno sede nell’interiorità del poeta e danno grande rilevanza all’io (forte
eredità di Alfieri proto-romantico).
L’”ego” è il motore della sua scrittura: non si tratta di una poesia più “collettiva”, perché è centrata
sull’interiorità e sull’individualità. Poetica che si concentra sugli affetti, sulla lirica individuale (anche se
successivamente Foscolo devierà verso la poesia collettiva, civile).

Modelli principali: Alfieri, Petrarca (eredità di Petrarca piegata alle esigenze del romanticismo: “petrarchismo
romantico”).
Parentesi su Alfieri
Alfieri è il modello romantico a cui Foscolo attinge con più insistenza (in lui vi è una perfetta commistione di
romanticismo nei contenuti e di classicismo nel significante e nello stile).
Alfieri è importante per Foscolo soprattutto dal punto di vista ideologico: è uno scrittore repubblicano, titanico,
fortemente avverso alla tirannide e al dispotismo; egli studia da vicino il rapporto tra intellettuali e potere (il regime
monarchico non può che scadere nella tirannia: è un rapporto di sopraffazione nei confronti del suddito e
dell’intellettuale; perciò va sostituito con un regime repubblicano).
Opere in cui esprime la sua ideologia a riguardo: “Della Tirannide”, “Del Principe e delle lettere” opere che Alfieri
stampa ma non pubblica (non le divulga, le tiene in forma privata).
Aliferi scrive anche una lettera contro i francesi, il “Misogallo” (odiatore dei francesi): egli soggiorna a Parigi con il
suo grande amore negli anni della Rivoluzione Francese; in un primo momento, Alfieri apprezza l’animo
rivoluzionario di chi aspira ad un sovvertimento del potere: nel momento in cui questi moti, però, creano
scompiglio, disagio e stragi, Alfieri ne prende le distanze.
A livello poetico...
Alfieri conferisce centralità assoluta ai sentimenti e all’interiorità (un accenno se ne trova anche in Petrarca) il
“forte sentire” è il motore principale della scrittura, è il cardine di tutto (sentimento come forza compositiva
principale, come modo di conoscere la realtà in maniera intuitiva, NON logico-razionale, come strumento di
conoscenza).
Gli eroi alfieriani sono dominati dal sentimento, dal titanismo, dalla tendenza a lottare e a ribellarsi alla divinità (cfr:
personaggi di Saul, Mirra...).
Alfieri è il primo in Italia ad aver conferito così tanta centralità al sentimento, soprattutto nella “Vita” e nelle
Tragedie (scritte in endecasillabi sciolti: hanno una forma piuttosto libera di espressione, in quanto manca uno
schema rimico); secondo Alfier, la ragione non può nulla contro la forza estrema e irrefrenabile del sentimento,
che domina l’animo umano.
Temi ripresi dalla classicità e dalla mitologia, ma ampliati dalla centralità dell’io grazie ad Alfieri, che rappresenta una
forza interiore devastante contro cui l’uomo non può nulla.
La “Vita”
Nella “Vita” di Alfieri emerge la stessa centralità dell’io.
L’opera è divisa in 4 epoche della vita: viene rappresentata la storia di Alfieri-bambino (comportamento irriverente
e ribelle verso le autorità adulte; attratto da amori erotici), quella di Alfieri-adolesce (duelli, risse, viaggi nell’Europa
del nord...), della conversione alla letteratura, della scoperta di sé come scrittore e tragediografo opera molto
complessa e ampia, in cui emerge una figura inedita di uomo e intellettuale romantico.
Alfieri è mosso nei suoi viaggi NON da un desiderio formativo (novità rispetto al “Grand Tour” europeo classico
degli intellettuali), bensì dal bisogno di iniziare una fuga, ricca di avventure, in autonomia e senza sorveglianti (in
sola compagnia del suo servitore Francesco Elia): non è l’interesse culturale di conoscere nuovi luoghi, culture e
società, bensì il motore del suo peregrinare è stato l’”insofferenza dello stare” (cfr: “stare nescio” di Petrarca).
È mosso da una forza irrazionale che lo porta a muoversi, a viaggiare: è insofferente alla stasi, alla quiete...
Questa spinta interiore è paragonabile allo “spleen” di Baudelaire: la ricerca è un senso che non si trova mai e non
si riesce ad agguantare (per questo, viaggia molto tra Spagna, Svezia...).
Lettura e commento dei passi alfieriani
Vita (introduzione)-Alfieri
Egli spiega le ragioni che lo hanno spinto a scrivere.
“Il parlare, e molto più lo scrivere di sé stesso, nasce senza alcun dubbio dal molto amor di sé stesso”. “Allo stendere la mia propria vita
inducevami, misto forse ad alcune altre ragioni, ma vie pià gagliarda di ogni altra, l’amore di me medesimo”.
Il molto amor di sé è alla base del suo scrivere: la quintessenza del Romanticismo sta nell’amar se stessi e di
parlare della propria interiorità, perché l’io riveste un ruolo centrale nella produzione romantica (è fondamentale e
non può essere sostituito da nessun altro tema: la filosofia alfieriana è quella dell’”io valgo”).
L’amore per se stessi è un “dono”, secondo Alfieri e ogni scrittore deve possederlo (“ed in soverchia dose agli scrittori,
principalissimamente poi ai poeti”).
Il culto dell’io e la sua elevazione a tema principale è la base della scrittura romantica.
“Quanto poi allo stile, io penso di lasciar fare alla penna, e di pochissimo lasciarlo scostarsi da quella triviale e spontanea naturalezza, con cui
ho scritto quest’opera, dettata dal cuore e non dall’ingegno; e che sola può convenire a così umile tema”
Non si può ingabbiare l’interiorità nelle regole e nella norma letteraria: Alfieri opta per una scrittura naturale,
ingengua, triviale e spontanea (bisogna lasciare che la penna scriva da sola, perché l’opera deve essere dettata
dal cuore e non dall’ingegno).
Alfieri è il primo in Italia ad affermare che a dettare il processo letterario sia il sentimento e il cuore (“poetica del
sentimento, del forte sentire”).
Vita (epoca IV)-Alfieri
Alfieri compie dei viaggi in Toscana per “spiemontizzarsi” (per abbandonare la cultura Piemontese-francese): vuole
“risciacquare i suoi panni in arno” (molto prima di quanto fece Manzoni). Racconta il suo incontro con i professori
di Pisa, con cui intrattiene conversazioni e conoscenze.
Alfieri è una persona ignorante della letteratura e della cultura toscana, ma vuole saperne di più, frequentando
celebri professori pisani.
“Giunto in Pisa vi conobbi tutti i più celebri professori, e ne andai cavando per l’arte mia tutto quell’utile che si poteva”.
“Il primo sapere richiesto, si è il forte sentire; il qual non s’impara”
Il forte sentire non si impara da un insegnamento e da un istitutore.
Lettera a Teresa Regoli Mocenni-Alfieri (dicembre 1796)
Scrive questa lettera all’amica senese in occasione della morte di un loro amico in comune, Mario Bianchi.
“Il primo pregio dell’uomo è il sentire; e le scienze insegnano a non sentire. Viva dunque l’ignoranza e la poesia, per quanto elle possono star
insieme: imaginiamo, e crediamo l’imaginato per vero: l’uomo vive d’amore, l’amore lo fa Dio”.
Alfieri contrappone le “ragioni del sentimento” alle “ragioni dell’intelletto”: esistono due mondi, che non sono
comunicanti (il mondo della scienza, che insegna a non sentire per via della gelida struttura che le fonda, e il mondo
del sentimento, che ripudia la ragione ed è irrefrenabile, incontrollabile, iningabbiabile ).
Se essere colti vuol dire conoscere le scienze esatte, per Alfieri, è meglio l’ignoranza: bisogna ignorare la ragione, il
calcolo, la schematicità delle scienze, perché l’uomo deve vivere d’amore (“Dio chiamo l’uomo vivissimamente sentente”).
L’uomo che prova sentimenti, che è attento al cuore e da questo si lascia muovere, è simile a Dio.
Alfieri pone uno spartiacque tra il mondo della scienza e il mondo dei poeti e del cuore, creando una frattura tra
scienza e umanesimo, che hanno sempre camminato di pari passo fino a quel momento (epoca del Romanticismo),
ma che ora subiscono una netta scissione la conoscenza del “due e due fa quattro” finisce per isterilire.
“Fole o menzogne” dalle Rime (105)-Alfieri
Prima raccolta di poesia contemporanea italiana: prime rime degli affetti, dell’intimità, del lirismo personale.
Foscolo conosceva questa raccolta perché le opere di Alfieri vengono pubblicate da Molini all’insaputa e contro la
volontà dell’autore (Della Tirannide, Del Principe e delle lettere, Rime).
Nel sonetto “Fole o menzogne”, Alfieri ribadisce che la sua produzione nasce tutta dal cuore e dalla sensibilità del
sentire (nella Rima 400, Alfieri dice che l’unica norma al suo comporre è sempre stato il cuore).
Sembrano menzogne e bugie le rime dell’autore, che invece ostenta e promette sincerità.
“Certo a me non l’ingegno, e meno l’arte, ministran voci a ragionar d’amore, col pianto più, che con l’inchiostro, in carte”
I sonetti di Alfieri sono scritti con sentimenti veri, NON con l’artificio tipico della scrittura.
“Le mie parole nascon di dolore, che versamente l’anima mi parte, e tratte son dal profondo del core”
Alfieri ribadisce con forza che l’idea di poesia che sposa non è quella tradizionale: egli vuole andare verso un’altra
direzione.
Utilizza un “linguaggio petrarchesco”: il suo è un “petrarchismo romantico”.
“Tacito orror di solitaria selva” dalle Rime (113)-Alfieri
L’autore si serve di Petrarca (e del sonetto “Solo e pensoso”) e di Giovanni Della Casa (Petrarchista del Cinquecento,
che ha usato il petrarchismo in forma molto meditativa e lugubre; cfr: “O dolce selva solitaria e amica” il gelo della
sera veniva paragonato al gelo della vecchiaia che Della Casa sentiva dentro di sé).
“Tacito orror di solitaria selva”: è una selva oscura, intricata, che potrebbe assomigliare quasi alla selva dantesca di
Inferno I è un bosco tenebroso, macabro, che dà beatitudine al cuore del poeta quando egli la attraversa (lo
beatifica con una “dolce tristezza” è una malinconia in cui il poeta ama perdersi).
“Di sì dolce tristezza il cor mi bea”. “E quanto addentro più il mio piè s’inselva, tanto più calma e gioja in me si crea”.
“Non mi piacque il vil mio secol mai” avversione per il vecchio regime, per il potere assolutistico del re Savoia, che
per lui costituisce un “pesante giogo”, una costrizione.
“Sol nei deserti tacciono i miei guai”: aperta ripresa di Solo e pensoso (Petrarca).
Linguaggio petrarchesco+insistenza sui toni lugubri e malinconici (tipici del Romanticismo)  “petrarchismo
romantico”.
Cfr: Ultime lettere di Jacopo Ortis di Foscolo.

(Alcuni passi dell’Ortis che riprendono apertamente il modello Alfieriano)


Le ultime lettere di Jacopo Ortis sono un romanzo epistolare tra Ortis e l’amico Lorenzo Alderni (anche se le ultime
lettere non costituiscono uno scambio epistolare, bensì sono solo lettere di Ortis all’amico).
Le Ultime lettere vengono abbozzate a Bologna nel 1798: l’opera viene poi abbandonata e ripresa ai primi
dell’Ottocento, per poi essere definitivamente pubblicata nel 1802.
Modelli imprescindibili: Tragedie e Rime di Alferi.
Lettera del 15 Maggio 1798
Jacopo racconta a Lorenzo Alderani l’effetto che ha sortito su di lui il bacio scambiato con Teresa (donna
conosciuta durante il confino sui Colli Euganei, ma destinata in matrimonio a Odoardo dal padre, il signor T, per
questioni economiche).
Anche Teresa è innamorata di Jacopo: i due si baciano sotto un gelso, di notte, sotto la luna (immagine tipicamente
romantica; cfr: Leopardi); si tratta però di un amore che nasce al di fuori del progetto coniugale (quella di Foscolo è
anche un’aperta denuncia contro i matrimoni combinati: si percepisce l’eredità dell’Illuminismo e degli ideali di
progresso civile).
Foscolo descrive un amore corrisposto, il grande amore della vita, tra due giovani che si conoscono e si innamorano
immediatamente (amore al suo livello più alto, entusiastico, infiammato...un amore tipico del Romanticismo).
Distanza dal modello goethiano de I dolori del giovane Werther (nel caso di Werther, l’amore era a senso unico).
“Dopo quel bacio io mi son fatto divino. Le mie idee sono più alte e ridenti, il mio aspetto più gajo, il mio cuore compassionevole. Mi pare che
tutto si abbellisca a’ miei sguardi [...] Il mio ingegno è tutto bellezza e armonia”.
“O Amore! Le arti belle sono tue figlie; tu primo hai guidato sulla terra la sacra poesia”.
“Adesso che l’anima mia risplende di un tuo raggio, io dimentico le mie sventure; io rido delle minacce della fortuna, e rinunzio alle lusinghe
dell’avvenire”.
“E se questo mio cuore non vorrà più sentire, io me lo strapperò dal petto con le mie mani, e lo caccerò come un servo infedele”.
Il bacio tra i due amanti ha cambiato completamente la Weltanschauung di Jacopo, la sua visione del mondo.
L’Amore ha guidato la nascita e la creazione di tutto quanto: è sacro per la sua capacità creatrice e fondatrice della
civiltà (NON è amore divino, come in Dante; è Amore assolutamente umano). Distanza dal modello petrarchesco, di
un amore platonico: Foscolo parla di un amore fisico, sensuale, che passa attraverso i corpi e la fisicità.
L’amore viene vissuto anche dal punto di vista fisico e corporeo: è un “amore tutto umano”, che sembra però sacro,
ed è fortemente corporeo (coinvolge la sfera dei sensi e della corporeità).
Forse l’Amore è un’Illusione, ma sono proprio le illusioni a tenere in vita l’uomo, ad allontanarlo dall’indifferenza
e dal grigiore dell’indolenza “rigida e nojosa”. Cfr: Leopardi.
L’uomo deve “sentire”, deve abbandonarsi al sentimento dell’amore, verso gli altri e se stesso, per non vivere
nell’indolenza.
Lettera del 1 Novembre 1797
“Rovescio della medaglia”: Odoardo rappresenta l’anti-Ortis (è un personaggio che incarna l’uomo moderno, tipico
ottocentesco). Teresa ha la stessa sensibilità di Jacopo: sono anime affini, che ritrovano se stesse tra di loro (si
riconoscono e si rispecchiano a vicenda).
Ortis “si sente antico”: sente di essere “out of time” (non si riconosce nel suo tempo).
Odoardo, promesso sposo di Teresa, è un uomo di affari, nobile, ricco, dal “cuore morto”: è un uomo di successo
che però non prova sentimenti perché interiormente è defunto. Tiene sempre l’orologio sotto mano, calcola tutto,
perché è un uomo che non perde tempo (anche nell’amore, che è considerata una delle tante occupazioni).
Cfr: Leopardi la società civile del suo tempo era calcolatrice, fredda, dedita solo all’interesse personale, al
guadagno e non alla fantasia e al cuore.
“Se egli avrà sempre il cuore così morto, e quella faccia magistrale non animata mai né dal sorriso dell’allegria, né dal dolce silenzio della
pietà, sarà per me un di que’ rosaj senza fiori che mi fanno temere le spine”.
“Cos’è l’uomo se tu lo abbandoni alla sola ragione fredda, calcolatrice? Scellerato, e scellerato bassamente”
Cfr: Leopardi delle Operette Morali l’uomo che vive solo di ragione è scellerato (come Odoardo, che vive con
“l’oriuolo alla mano”, che non si abbandona mai perché deve calcolare tutto).
La cultura deve essere viva, vitale, non una “cultura di scaffale ”
Foscolo critica, per bocca di Ortis, la biblioteca “ricca e scelta” di Odoardo (cfr: polemica di Manzoni) i libri vanno
vissuti e interiorizzati, ma gli uomini della ragione e del calcolo non possono capire questo concetto.
Lettera del 20 Novembre 1797
Jacopo racconta al suo amico il pellegrinaggio verso la casa di Petrarca, che il protagonista compie insieme alla
famiglia di Teresa (Teresa, signor T, Odoardo e la sorella di Teresa): non è una gita, ma un pellegrinaggio, una
scampagnata di una giornata dal valore quasi “sacro” (Ortis denuncia il fatto che la casa di Petrarca venga lasciata in
rovina).
È una giornata di sole, tranquilla e serena (descrizione della natura così appassionata non compare nemmeno in
Alfieri titanico). !Foscolo NON è ateo materialista-meccanicista!  si dichiara “deista”: crede in Dio, nella divinità,
ma non crede nella fede istituzionalizzata, “positiva” (crede in una fede che va al di fuori delle istituzioni).
Jacopo e Teresa vengono colpiti dalla natura, di fronte alla quale Odoardo rimane impassibile.
“Io compiango lo sciagutato che può destarsi muto, freddo e guardare tanti beneficj senza sentirsi gli occhi bagnati dalle lagrime della
riconoscenza”.
“Allora ho veduto Teresa nel più bell’apparato delle sue grazie. Il suo aspetto per lo più sparso di una dolce malinconia, si andava animando di
una gioja schietta, viva”
Teresa si commuove per la bellezza estrema della natura e per la sua magnificenza.
“Eterno Iddio! Parea ch’egli andasse tentone fra le tenebre della notte, o ne’ deserti abbandonati dalla benedizione della Natura”
L’atteggiamento di Odoardo è tipico di chi non sa andare oltre la capacità razionale di comprendere; egli non è in
grado di recepire il Sublime, la grandezza infinita, la sproporzione tra l’immensità della natura e le capacità
dell’intelletto umano (Odoardo si manifesta indifferente, insensibile).
Il “Sublime negativo” mette in scena NON una natura armonica, bella, apollinea, bensì una natura fosca,
scatenata, titanica, travolgente nel suo essere torbida e in subbuglio.
Teorizzazione del Sublime: Burke (Inghilterra), Kant (Germania) promotori di un’idea di bellezza molto diversa da
quella classica: fenomeni naturali di sconvolgimento, di pericolo, di tutto ciò che è “fuor di misura”, di tutto ciò che
va contro la ragione (non è bella solo una giornata pacifica di sole: è bella anche la tempesta, l’uragano che travolge
e intimorisce, che si scatena e suscita sgomento).
Nella “Critica del Giudizio”, Kant esalta il Sublime, definendolo come ciò che fa notare la sproporzione tra il finito e
l’infinito, la lacuna tra la limitatezza e l’immensità: la stessa concezione di “Sublime” compare nell’Ortis.

Foscolo ammonisce il lettore: il mondo del suo tempo sta andando verso il modo di essere e di vivere di Odoardo
(non esistono più “gli Ortis” ma solo “gli Odoardo”).
Lettera del 25 maggio 1797
Concezione del “Sublime”.
“La mia anima attonita e sbalordita ha dimenticato i suoi mali, ed è tornata per alcun poco in pace con se medesima”.
Ortis parla di una natura burrascosa, scatenata, dei Colli Euganei: per lui è un momento inebriante, in cui il
soggetto si perde, tra pensieri e “grandi cose” (che gli passano per la mente, ma che non riesce ad esprimere).
Il tumulto esterno è un correlativo oggettivo del tumulto delle passioni interiori: non è un “locus amoenus” a
rispecchiare l’anima dell’io, è la scatenatezza naturale a riflettere pienamente il suo sentire.

2. Racconto di una profonda crisi interiore e di un ripensamento del proprio ruolo, di poeta e di uomo
(macrotesto o plaquette?) “Raccolta di crisi” che racconta il travaglio interiore di Foscolo (molto giovane,
ha appena 25 anni, ma ha una forte cultura alle spalle); fino a quel momento, Foscolo ha vissuto di guerra,
come un militare assoldato da Napoleone (e che ha compiuto saccheggi e ruberie che si accompagnano
all’attività bellica: Foscolo dice di essersi arricchito “attraverso Marte”, cioè attraverso il contesto bellico).
Foscolo disprezza “il sé del recente passato” (“non son chi fui”): non si riconosce per com’era (la guerra lo
ha trasformato, rendendolo insensibile, crudele...).
Forte ripensamento di se stesso, del proprio ruolo sia di uomo che di “poeta” (non vuole più essere un
petrarchista, un poeta d’amore): momento di grande crisi interiore e lacerazione.
Il suo passato di uomo soldato viene meno: egli ambirà sempre più al pacifismo (sopratto ne “Le Grazie”
idea secondo cui la pace debba esser ciò a cui l’uomo deve ambire); viene meno anche il rifiuto di come ha
fatto poesia fino a quel momento (sul modello dei lirici antichi, come Anacreonte, o dei classici, come
Petrarca): opta per un nuovo tipo di scrittura.
Le Poesie possono essere considerate un macrotesto? O sono solo una piccola selezione di testi? Si tratta di un “mini-Canzoniere” che raccolta
la storia personale dell’autore? O semplicemente si tratta di una selezione delle “cose migliori” scritte in quegli anni?
Tutti i temi principali del “Foscolo lirico” sono presenti in questa raccolta.

3. Temi:
 Esilio (exul immeritus; cfr: Dante) come Dante sentiva di esser stato esiliato ingiustamente, anche Foscolo
riprende questo tema: egli si sente “cacciato” a seguito della firma del Trattato di Campoformio (si sente di
dover “andare di gente in gente” per vivere).
Tema dell’esilio: verrà poi ereditato dal Risorgimento.
 Problema dell’origine non si tratta solo di un “esilio politico”, ma anche di un “esilio storico-
antropologico” (“Ne più mai toccherò le sacre sponde”: problema delle origini della cultura europea
“grecità” come “culla originaria”). Il suo essere “Zantiota” lo porta a sentirsi sradicato dalla natura, dalle
sue origini, dalla sua culla, dalla sua patria.
Sradicamento dell’uomo moderno dalla natura (cfr: Leopardi, Schiller).
 Amore infelice (Isabella Roncioni) amore infelice ma corrisposto, di cui parlano sia i Sonetti che le Ultime
lettere.
 Fallimento idea di aver fallito a livello sociale, di non aver imboccato la strada giusta.
 Lotta contro tutti (“sempre fuggendo di gente in gente”) si sente avverso al mondo e al suo tempo.
 Colloquio con i morti necessità di ripristinare un rapporto con i propri cari estinti (cfr: Catullo)
 Inaridimento nel passaggio dalla fanciullezza all’età adulta  si sente pietrificato rispetto al passato,
rispetto “all’età senza responsabilità” (sente di aver perso se stesso, la sua autentica personalità); difficile
conquista di un posto del giovane nel mondo.
 “Discorso continuato” dell’interiorità Foscolo spesso ricorre a poesie che sembrano tutte collegate tra
loro (sembrano piccoli “segmenti” di un discorso continuato della sua interiorità: soprattutto dagli incipit “in
medias res”, che sembrano fotografie di un film); le poesie spesso cominciano con delle congiunzioni:
sembra quasi che siano inscindibilmente collegate a ciò che viene prima e a ciò che segue (anche se, a
livello logico, non si collegano).
Foscolo “riprende un discorso della sua interiorità”, che sembra “tagliato e incollato” come un flusso di
coscienza, anche se in realtà non c’è un nesso logico tra le liriche.

Caratteristiche e significato
 Superamento del petrarchismo si approda alla poesia contemporaneo-romantica, poesia degli affetti,
dell’emotività, del frammento lirico; sensibilità poetica che esce dagli schemi classici
 Dimensione della brevitas labor limae
 Uso del “parlar disgiunto” (enjambement) e sforamento sintattico interstrofico (la sintassi poetica sfora)
fratture sintattiche forti tra un verso e l’altro (sintassi poetica che si allarga tra un verso e l’altro)
Soprattutto in: “Alla sera”, “Meritamente” (un unico periodo distribuito in una quartina e due terzine), “A Zacinto” (un unico periodo
in due quartine e una terzina), “Solcata fronte” (un unico periodo che ricopre tutto il sonetto).
 Stile classicistico+temi romantici stile della tradizione (petrarchismo e poesia classica), con temi nuovi
 Modelli: Anacreonte, Saffo, Orazio, Catullo, per gli antichi, Petrarca, Parini, Alfieri, per i moderni  la
poesia lirica classica è il “tirocinio poetico” di Foscolo: egli impara traducendo gli antichi, con cui intrattiene
una sorta di “gara” (“In morte del fratello Giovanni” VS Carme 101 di Catullo “gara col modello”).
Foscolo si concentra su due testi di Saffo (VII secolo a.C.):
1. Foscolo traduce ben tre volte questo frammento saffico, che diviene un “archetipo della lirica”, dell’amore
devastante e passionale, capace di render simile l’uomo agli dei:
“Colui mi sembra agli alti Dei simile
Che teco siede, e sì soavemente
Cantar t’ascolta, e in atto sì gentile
Dolce ridente.

Com’io ti veggio, palpitar mi sento


Nel petto il core, in quel beato istante
Non vien più suono d’amoroso accento
Sul labbro ansante.

Muta s’intrica la mia lingua: accensa


Scorre ogni vena, ronza tintinnio
Dentro gli orecchi; notte alta s’addensa
Sul guardo mio.

Sudor di gelo le mie guance inonda.


Fremito assale e abbrivida ogni membro,
E senza spirti, pallida qual fronda
Morta rassembro”

2. Traduzione del sonetto saffico sull’interiorità:


Frammento “Sparìr le Pleiadi
Sparìo la Luna
È a mezzo il corso
La notte bruna.
Già fugge rapida
Ogni ora e intanto
Sola in le piume,
Io giaccio in pianto”.

 Congedo dalla lirica per passare alla poesia civile (nuovo ruolo di poeta “vate”); modelli: Omero e
Pindaro da un momento di forte crisi interiore e di grande insoddisfazione, Foscolo approda ad un tipo di
poesia diverso, dove non prevale l’emotività del singolo, bensì la dimensione della collettività (in cui “l’io”
ha senso solo se inserito nella comunità, in cui il “noi” parla a nome di tutti); è la poesia tipica del “poeta-
vate”, guida della società, della nazione (cfr: Walt Whitman in “Foglie d’erba”)...
Vengono superati i modelli di Catullo e Saffo da autori come Omero e Pindaro (con le sue Odi, ha parlato
della società greca), poeti che interpretano il loro tempo e il loro popolo.
La poesia civile non è un genere nuovo, per Foscolo (egli scrive anche “A Bonaparte liberatore”, canzone
dedicata all’opera della liberazione operata da Napoleone, e “Ai novelli repubblicani”, dedicata ai
repubblicani che stavano prendendo piede in Italia): in “Dei Sepolcri”, però, si ha un discorso molto diverso,
che deve molto, senza dubbio, grande merito a Giuseppe Parini (poeta che nel Settecento ha dato un
grande esempio di poesia civile).
Parentesi su Parini
Parini è un “poeta civile” (pur avendo scritte qualche poesia d’amore): scrive “Le Odi” e “Il giorno”.
 “Il giorno” è un poemetto che ha conosciuto un’evoluzione nel corso del tempo; narra la giornata tipo di un “giovin
signore” della Lombardia della metà del Settecento: viene criticato il giovane aristocratico, per la sua insensibilità,
noncuranza, indifferenza, per il suo essere parassitario, inumano
Parini vuole rivolgersi, con spirito illuministo, alla nobiltà lombarda, per invitarla ad un progresso intellettuale di
“dispotismo illuminato” vuole ri-educare la classe dirigente aristocratica, mostrando, con “Il giorno”, il giusto
operato da praticare: egli era, infatti, un precettore di virtù, studio, di amministrazione dei beni...
 Nelle “Odi” si affrontano problemi concreti della vita collettiva, come l’innesto del vaiolo (ode dedicata alla
vaccinazione, che generava enormi diffidenze nel Settecento), la salubrità dell’aria (ode dedicata all’inquinamento
urbano della Milano della sua epoca); egli scrive anche un’ode ispirata a Beccaria dedicata al tema del bisogno (è
necessario intervenire sul tema del bisogno per limitare i reati).
Parini scrive anche in prosa, per comunicare un concetto innovativo: la nobiltà non è quella di sangue, ma quella d’animo.

Sonetti: lettura e commento


“Solcata ho fronte”-Sonetti
“Identikit in versi/Autoritratto”: il poeta dà un’immagine di sé. Modello: Alfieri.
Sonetto di ispirazione romantica, con tendenza all’io, all’emotività, alla soggettività.
Utilizzo del polisindeto: correlazione attraverso la virgola (NON la congiunzione); paratassi (frasi brevi);
“enumeratio” (figura retorica antica che prevede l’enumerazione di caratteristiche, elencate in successione 
caratteristiche fisiognomiche, ma anche interiori).
“Autoritratto romantico”: il poeta si dipinge, come farebbe un pittore, rappresentando le proprie fattezze ma anche
accettuando alcune caratteristiche della propria anima, della propria interiorità la fisiognomica indicativa
dell’interiorità.

Il verbo avere (“ho”) regge i primi 6 versi; il verbo essere sottintesto (non esplicitato) è presente nei versi 7-11.
Il poeta ha la fronte solcata, attraversata da rughe, segni di una vita interiore intensa e travagliata, dalle esperienze
della vita; ha gli occhi infossati, le guance smunte (segno di fatica).
Foscolo, pur avendo solo 23 anni, si rappresenta come una “persona vissuta”, che ha fatto fronte a grandi fatiche.
“Capo chino”: il poeta ha grandi pensieri in testa; “largo petto”: il poeta ha un busto ampio (in senso fisico) e un
“torace capiente, che contiene tante cose” (ha una forte interiorità, è ricco di sentimenti).
Il poeta ha un modo di vestire semplice ed “eletto” (seleziona il suo abbigliamento in modo da sembrare quanto più
semplice possibile); Foscolo si rappresenta contro il mondo, e rappresenta il mondo contro di lui (“avverso al
mondo, avversi a me gli eventi”).

Il poeta è una “girandola di sentimenti”: è “sobrio, umano, leal, prodigo, schietto [...] solo, ognor pensoso, pronto,
iracondo, inquieto, tenace”.
“Di vizi ricco e di virtù”: è un uomo sia vizioso che virtuoso, ha pregi e difetti
“Do lode alla ragion, ma corro ove al cor piace”: dà importanza alla ragione e alla razionalità, ma si sente
abbandonato ai sentimenti del cuore.
“Morte sol mi darà fama e riposo”: traspare l’inquietudine del poeta, che avrà fine solo con la sua morte.

Quattro componimenti d’amore nella raccolta (sembra siano tutti dedicati a Isabella Roncioni):
1. Perché taccia il rumor di mia catena
2. Così gl’interi giorni in lungo incerto
3. Meritamente, però ch’io potei
4. E tu ne’ carmi avrai perenne vita
Tema comune: Amore infelice, perché corrisposto (cfr: Alfieri nelle Rime, amore di Teresa e Ortis nel romanzo di
Foscolo) ma impossibile.
Modello di riferimento: Petrarca (petrarchismo in chiave romantica, patetico-sentimentale; nuovo linguaggio della
lirica).

Perché taccia il rumor di mia catena-Sonetti


Molti riferimenti diretti al lessico del Canzoniere (“catena” come vincolo amoroso per l’amante, “lagrime”, “speme”,
“tu sol mi ascolti, o solitario rivo”, “seco”, “mi mena”, “i miei danni”, “occhi ridenti”, “arsero” riferito all’amore che
brucia l’amante...) accento sui sentimenti, in chiave romantica.
“Odorati capelli”: espressione molto distante dal lessico petrarchesco, ma ricorrente anche in Leopardi.

Così gl’interi giorni in lungo incerto-Sonetti


Insistenza sulla morte, sulle peregrinazioni amorose del poeta durante la notte (la notte è uno dei più grandi temi
della poesia a cavallo tra Settecento e Ottocento notte oscura, inquieta e inquietante; cfr: poesia inglese del
Settecento, “I pensieri notturni” di Edward Young, “Elegia scritta in un cimitero di campagna” di Thomas Gray, “Canti
di Ossian” di James Macpherson).
“Palpo le piaghe onde la rea fortuna, e amore, e il mondo hanno il mio core aperto” non è solo una sofferenza
amorosa, quella di cui parla il poeta; le “mute ombre” lo osservano ed egli va in contrasto con il mondo, con
l’amore e con la “rea fortuna” (il destino avverso).
Il poeta si rammarica di non poter vedere la luce degli occhi della donna (nascosti al poeta da Pietro Bartolommei,
marito di Isabella Roncioni). Cfr: Petrarca il fatto che il poeta non veda gli occhi della donna amata (“fari per il suo
cammino”) è una chiara ripresa al modello petrarchesco. Foscolo è a cavallo tra romanticismo e petrarchismo.

Meritamente, però ch’io potei-Sonetti


Fase in cui i due amanti si sono già lasciati.
Nelle terzine c’è un insolito schema CDC DED (anomalia rispetto al petrarchismo e alla tradizione).
Tentativo di “Ring-Composition”: la composizione è ad anello, perché sia l’inizio che la fine del componimento
terminano in “-ente” (“meritamente”, “onnipotente”).
Giochi verbali nel componimento: assonanze in anafora, insistenza sul gruppo consonantico “-nt”...

E tu ne’ carmi avrai perenne vita-Sonetti


Poesia come strumento eternatore (rende immortale la donna amata).
L’incipit è molto significativo (comincia con una congiunzione): sembra che nella mente del poeta vi sia un filo
continuativo del segmento lirico.
“Fero vate”: Foscolo si riferisce ad Alfieri. Il mestiere del poeta, la sua funzione, è quella di un “vate”, di colui che
muove e dirige le masse.
Finale sulla falsa riga di Petrarca, dello stilnovo (in particolare della “Vita Nova” di Dante): il poeta ha gli occhi pieni
di beatitudine, e si sente travolto dal profumo di ambrosia (riferimento ai giochi verbali di Petrarca su “Laura”)...

Forse perché della fatal quiete (“Alla Sera”)-Sonetti


Punto di svolta rispetto alla tradizione: viene sbaragliato il modello precedente, per introdurre un altro stile,
un’altra dimensione poetica.
Sono rinvenibili alcuni cenni di Petrarchismo, soprattutto in:
 Vita come fuga (“fuga temporis”)
 Angosce del poeta e paure interiori
Si assiste ad un’intromissione pesante di latinismi (“fatal”, quiete che dipende dal fato, è una “quiete fatale”, cioè la
morte; “imago”; “aer”; “meni”; “invocata”; “secrete”; “reo”; “cure”; “meco”...).

La lirica è un “elogio della sera”, un’invocazione del momento della giornata in cui se ne va la luce del giorno
(momento del crepuscolo, che prelude all’oscurità della notte); a questo momento, Foscolo dedica un
componimento.
Tema della notte: fortemente romantico. Tema della sera: trova meno spazio nella topica romantica (Foscolo è
“innovativo”).
“E” del verso 3 e del verso 5, valgono come “sia”.
Il componimento è ricco di enjambements, di fratture sintattiche; quantità elevata di troncamenti (“fatal”, “van”,
“guerrier”...) linguaggio molto passionale, ricco di patetismo (cfr: Alfieri).
Componimento che procede per immagini e personificazioni: la Sera viene personificata, come le nubi, le angosce,
le tenebre, lo spirito guerriero...Personificazione di eventi metereologici e dei sentimenti (aspetto quasi
“favolistico” e “fiabesco” delle personificazioni a catena).
Verso finale: “dorme quello spirito guerrier ch’entro mi rugge” è lo stesso spirito che lo ha portato in guerra, che
gli ruggisce dentro, che lo ha animato per tutta la vita; è uno spirito che non viene visto positivamente: è un “ospite
sgradito”, che il poeta vorrebbe abbandonare (Foscolo è stanco della guerra e di tutte le esperienze che la vita gli ha
imposto).
Foscolo invoca la Sera come una divinità, verso cui muove una preghiera; la Sera è immagine e prefigurazione
della “fatal quiete” (cioè della morte): scende sempre, sia quando la corteggiano le “nubi estive e gli zeffiri sereni”
(personificati, fanno parte del corteo che accompagna la Sera), sia quando conduce con sé “inquiete tenebre e
lunghe all’universo”.

Foscolo disegna una poesia intesa come melodia armonica e disarmonica al tempo stesso (tessitura sonora, molto
coesa), ma anche come pittura di immagini.
Cfr: Le Grazie.
Nel I inno alle Grazie, si parla di una poesia come “melodia pittrice” (poesia di suono e immagine).
Cfr: Ars Poetica di Orazio
Orazio sostiene che la poesia debba essere imparentata con la pittura).
Cfr: poesia contemporanea (poesia di immagini che si susseguono, e hanno un forte valore emozionale).

La vita scompare, si nullifica: viene inghiottita dal passare del tempo.


“Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme che vanno al nulla eterno”

“E intanto fugge questo reo tempo, e van con lui le torme delle cure onde meco egli si strugge”
Il “reo tempo” (i tempi contemporanei a Foscolo, che lui tanto disprezza) è complice del tormento e dello
struggimento del poeta, che è però estendibile all’uomo in generale (le angosce che lui prova sono le stesse per
tutti gli uomini del suo tempo, sono “affanni comuni”).

Tu nudrice alle muse, ospite a Dea-Sonetti


Sonetto del 1798, in cui Foscolo interviene in aperta polemica contro i francesi (conquistatori mascherati da
liberatori).
Compare l’elemento dell’impegno civile (“Prova generale per i Sepolcri”: unico caso nei Sonetti, in cui si trova
l’argomento politico). Foscolo trae spunto dalla proposta di legge di eliminare dalle scuole lo studio del latino per
sostituirlo con quello del francese.
“Primo tentativo di poesia civile”: è anche uno dei primi casi in cui Foscolo avvia una polemica anti-francese, che in
Dei Sepolcri troverà piena espressione.
Foscolo crede che l’essere eredi della cultura classica (rappresentata anche dalla lingua latina), renda più leggero
e sopportabile il dolore dell’invasione (studiare questa lingua, perciò, è fondamentale).
Quello che sta facendo l’Italia, in sostanza, è bruciare le ultime “reliquie” della propria cultura accogliendo lo studio
del francese al posto del latino (viene inquinato il “parlar Toscano” “infrancesimento della lingua francese”).

L’Italia viene definita “erede della cultura classica”, è considerata “nudrice”, allevatrice, dea.
“Ognor più stempra nel sermon straniero, onde, più che di tua divisa veste, sia il vincitor di tua barbarie altero”.
Il Classicismo italiano (Giordani, Pindemonte, Leopardi...) è anche una scelta politica, oltre che stilistica, perché
difendere il latino e la classicità significa anche difendere l’autonomia dell’Italia.

Questo sonetto, a sfondo politico, stona nell’insieme di tutti gli altri sonetti a tema diverso.
Il Foscolo di questi sonetti è un intellettuale che ripensa al suo ruolo, alla sua figura di politico impegnato: si assiste
alla crisi del “Foscolo bonapartista”, che sta diventando sempre più ex-bonapartista (presa di distanza dalla Francia
e dal bonapartismo).

Non son chi fui-Sonetti


Sonetto di “Crisi di un soldato pentito”: il poeta si pente del suo recentissimo passato di soldato (“confessione della
vergogna e del ribrezzo che Foscolo prova verso la sua attività di soldato bonapartista”+denuncia degli orrori
della guerra e degli atti spregievoli compiuti in Italia).
Temi chiave:
 Crisi interiore
 Pentimento nei confronti del proprio passato soldatesco
 Passaggio cruciale dalla giovinezza all’età adulta

Foscolo cita un poeta della tarda latinità (V-VI sec d.C.), che opera nell’età ostrogota: Massimiano (lascia elegie
molto importanti in lingua latina, che Foscolo riprende apertamente ri-utilizzando le stesse parole ma in italiano).
“Perì di noi gran parte” (potrebbe essere un “plurale maiestatis” oppure “plurale corale”): del “Foscolo di prima” si
è perso molto ed egli prende le distanze da ciò che è stato (quella parte di lui, è ormai morta).
“E secco è il mirto”: immagine simbolica che riflette l’idea di poesia come melodia pittrice; la sua interiorità è “un
mirto secco” (il mirto è la pianta di Venere).
“Son le foglie sparte del lauro”: Foscolo si rappresenta poeticamente fallito il simbolo del lauro “sparto” rimanda
alla delusione poetica, di uno scrittore che non è riuscito ad adempiere il suo ruolo come avrebbe voluto.
“Speme al giovenil mio canto”: la prospettiva letteraria era una speranza in giovinezza, ormai andata perduta (è
interessante il fatto che a parlare è un ragazzo di poco più di vent’anni).

Foscolo spiega poi i motivi del suo inaridimento interiore: dal giorno in cui Marte (Dio della guerra) e l’”empia
licenza” (libertà sacrilega) lo hanno rivestito con un manto di sangue (“sanguineo manto”), cioè con il “manto del
soldato”, la sua mente è diventata cieca (“cieca è la mente”) e il suo cuore si è sfranto (“guasto il core”)
Foscolo parla poi delle attività di saccheggio e violenza che si accompagnano alle scene militari (“ed arte la fame
d’oro, arte è in me fatta, e vanto”: citazione da Virgilio il desiderio d’oro è diventato, per il poeta-soldato, una
fame, un’arte, e anche un vanto).
Foscolo pensa di togliersi la vita per terminare la sua sofferenza, ma la “fiera ragion”, il “furor di gloria” (desiderio
di gloria) e la “carità di figlio” (amore per sua madre) glielo impediscono.

“Tal di me schiavo, e d’altri, e della sorte, conosco il meglio ed al peggior mi appiglio, e so invocare e non farmi la
morte”: il v.13 è la riscrittura del Canzoniere 234 di Petrarca e di Ovidio delle “Metamorfosi”.
Il giovane rinnega il suo passato di guerra e si dirige verso il pacifismo e la concordia universale.

Il sonetto è composto da endecasillabi “a minore”: iniziano tutti i versi, fuorchè il v.10, con un quinario e il successivo con un settenario
tessitura ritmica molto elaborata da parte del poeta.

Né più mai toccherò le sacre sponde (“A Zacinto”)-Sonetti


Crisi per il distacco dalle radici antiche e dalla culla originaria. Il componimento assume un valore collettivo,
universale.
È una poesia che si può leggere “a doppia velocità”: crisi per la perdita dell’origine, per la lontananza dalla Grecia
(aver perso la Grecia significa aver perso l’antichità, la genuinità, la spontaneità naturale...cfr: Leopardi).
La Grecia è il luogo del sole dell’essere umano, che si fonde armonicamente con la natura (“cuore che i moderni
hanno perduto per sempre per via della civilizzazione”; cfr: Leopardi).
Tema della crisi: personale, ma estendibile a tutta l’umanità (perlomeno all’Occidente). La perdita della Grecia
corrisponde alla perdita dell’origine, che ha valore universale.

“Discorso interiore interrotto e ripreso in un certo momento” “Né più mai...”


Un unico periodo occupa le prime tre strofe: Foscolo presenta il distacco da “Zacinto mia” e il valore che in lui
riveste la Grecia.
La terzina conclusiva è una sorta di “aforisma finale”: “tu non altro che il canto avrai del figlio, o materna mia
terra; a noi prescrisse il fato illacrimata sepoltura”.

Sintassi classicistica: iperbato (inversione dell’ordine delle parole), perifrasi (per definire Omero, ad esempio “colui che
l’acque cantò fatali, ed il diverso esiglio per cui bello di fama e di sventura baciò la sua petrosa Itaca Ulisse?”).

I temi della “Grecità” (intesa come purezza originaria) e della classicità, vengono ribaditi dall’immagine di Venere,
appena nata dalla spuma del mare: Venere passò per Zacinto, luogo che viene descritta da elementi naturali, quali
l’acqua limpida, come le nubi. Le sponde di Zacinto sono “sacre”, perché lì vi ha transitato Venere; la sacralità di
Zacinto è dovuta alla “Venere che spunta dal mare” (rappresenta la forza della natura e della purezza originaria
all’ennesima potenza: è l’originale immacolata e pura, momento edenico).
Foscolo pone insistenza sul campo semantico dell’acqua: sia esplicitamente (v.8), sia implicitamente (in parole
nascoste come quelle in rima alla fine delle quartine in -onde, -acque; l’Acqua è un simbolo di purezza).
“Specchi nell’onde”: l’isola di Zacinto si specchia nelle onde, che divengono simbolo di limpidezza e trasparenza.
Zacinto è un “locus amoenus”, dove regnano la tranquillità e la calma e dove non c’è spazio per la tempesta (“nubi
chiare, non tempestose”, quasi un ossimoro perché le nubi sono, per antonomasia, simbolo della tempesta); la
natura non è ostile: è ospitale, è una culla per il poeta.
“Fanciulletto” termine vezzegiativo, carezzevole (cfr: “Fanciullino” di Pascoli: dentro ogni uomo si annida un
fanciullino, che è il riflesso del carattere dell’uomo puro).

Si parla poi di Ulisse, personaggio chiave: Foscolo istituisce un paragone tra se stesso e l’eroe omerico, che riesce a
tornare a casa, dopo vent’anni di guerra, peregrinazione, viaggi e peripezie.
La differenza tra Ulisse e Foscolo è che Ulisse (bello di fama e bello di sventura: reso bello dalla fama conquistata e
dal dolore patito durante le peregrinazioni), dopo il suo viaggio da girovago e dopo l’esilio, riesce a far ritorno ad
Itaca e a ripristinare, quindi, un contatto con la terra di origine; per Foscolo, invece, l’esilio non avrà mai fine, e il
ricongiungimento con l’origine e con la culla non avverà lo ribadisce anche agli ultimi versi.

Gli uomini sono destinati dal fato e dal passare del tempo ad una “sepoltura illacrimata” (non saranno pianti da
nessuno, nemmeno dai loro cari, perché saranno lontani dalla patria al momento della morte).
Anche se le parole di Foscolo sono destinate alla sua terra materna, “Zacinto mia”, il suo discorso è estendibile a
tutti, non solo a lui; tutti sono degli “Ulisse senza ritorno” (ognuno girovaga in esilio).

Le parole in rima delle tre terzine sono i termini chiave del componimento: “esiglio”, “sventura”, “Ulisse”, “figlio”,
“sepoltura”.

Un dì s’io non andrò sempre fuggendo (“In morte del fratello Giovanni”)-Sonetti
Sonetto di crisi familiare.
Il sonetto del 1803 mette in scena un triangolo affettivo: si parla di Giovanni Dionigi (fratello di Foscolo) e di
Diamantina Spathis (madre): il triangolo viene rotto, spezzato, dalla guerra (che divide anche le famiglie,
portandole a perdizione).
Giovanni Dionigi si è tolto la vita per avvelenamento, perché afflitto da debiti di gioco e da una forte depressione.
Secondo il referto medico (probabilmente falsificato), il fratello di Foscolo sarebbe morto di “febbre” (in realtà, si
era suicidato, ma per concedere una sepoltura “cristiana” al defunto, si falsifica il suo atto di morte).

Il sonetto si apre con il tema dell’esilio, della “fuga di gente in gente” (è un sonetto contiguo, che si collega a “A
Zacinto”); Foscolo spera in qualcosa che non avverà mai.
“Me vedrai seduto”: si rivolge al fratello come se fosse vivo, se lo ascoltasse, se lo potesse vedere.
“Sulla tua pietra”: sulla tomba.
“O fratel mio, gemendo il fior de’ tuoi gentili anni caduto”: morto in gioventù per cause nefande.
“La Madre or sol suo di tardo traendo parla di me col tuo cenere muto”: solo la Madre (Foscolo utilizza la lettera
maiuscola per per rappresentarne la grandezza e l’importanza) può parlare alle ceneri del fratello, perché gli è
vicino, mentre Foscolo non può perché in esilio.

viene introdotto un tema estremamente moderno e profondo: Foscolo crede che possa esserci un dialogo interiore
con i defunti, anche se il cenere rimane “muto” (tema della “corrispondenza di amorosi sensi” attraverso il
sepolcro, la tomba).
“Ma io deluse a voi le palme tendo”: procedimento per immagini il poeta allunga le mani per abbracciare il
fratello e la madre, che ha fisicamente lontani da sé.
“Sento gli avversi numi e le secrete cure che al viver tuo furon tempesta”: il poeta riesce a vedere e percepire le
sofferenze e i turbamenti che il fratello ha provato in vita; Foscolo spera di trovare la stessa quiete ormai
raggiunta dal fratello (“e prego anch’io nel tuo porto quiete”).

Scelta linguistica (ma anche politica) di Foscolo: al v.12 (“Questo di tanta speme oggi mi resta!”) “speme” deriva
dall’accusativo di “spes” (cioè “spem”). Vocabolo fortemente classicista: preferito a “speranza” (termine che, invece,
deriva dal francese “espérance”) Foscolo cerca di evitare francesismi, e opta per il vocabolo latinista “speme”.

Testi a confronto:
Lettera a Vincenzo Monti (prima metà di dicembre 1801)-di Foscolo
Foscolo racconta la vera vicenda della morte del fratello.
“La morte dell’infelicissimo mio fratello ha esulcerato tutte le mie piaghe: tanto più ch’ei morì di una malinconia lenta, ostinata, che non lo
lasciò mangiare né parlare per quarantasei giorni”.
Malinconia: “parola tampone” che definiva tante patologie diverse.
“Ma io temo che egli stanco della vita siesi avvelenato”.
Il poeta non ha assistito “ai martirj di quel giovinetto”: era impegnato, come soldato, in guerra; il fratello morì tra le
braccia della mamma (unico riferimento familiare per i figli, perché persero il padre in giovane età).
“La morte sola finalmente potè decidere la battaglia che le sue grandi virtù e i suoi grandi vizj mantennero da gran tempo in quel cuore di
fuoco”.

Carme 101-Catullo
Nel sonetto di Foscolo, si parla di un fatto privato: il poeta riscrive e imita il Carme 101 di Catullo. Foscolo cerca di
“gareggiare con il modello catulliano”, che, in quanto modello antico, rappresentava la perfezione.
I “Carmina” di Catullo si distinguevano per il suo racconto dell’intimità e degli affetti (componimenti molto brevi,
lavorati, tipica dei “poetae novi”/neoteroi brevitas, labor limae...). Il Carme 101 parla del viaggio di Catullo, che si
reca sulla tomba del fratello, per piangerlo in morte.
“Multas per gentes et multa per aequora vectus”-“fuggendo di gente in gente”.
“Et mutam nequiquam alloquerer cinerem”: Catullo cerca di parlare con la cenere muta, invano.

Pur tu copia versavi alma di canto (“Alla Musa”)-Sonetti


Momento di crisi compositiva, poetica; Foscolo non ha più l’ispirazione che aveva da giovane, ha perso la fantasia
poetica e la capacità di scrivere versi (l’inaridimento interiore del poeta si riversa sulla poesia, divenendo
“inaridimento poetico”: non ha più l’ingenuità di prima, necessaria per scrivere divinamente; cfr: Leopardi).
Il poeta si rivolge direttamente alla Musa, definita “Aonia Diva” (le muse si trovavano nella regione della Beozia
chiamata Aonia).
“Pur”: collegamento precedente a livello mentale.
L’età adulta conduce alla “via di pianto”, che fa dimenticare, che conduce all’oblio di se stessi, alle rive del fiume
Lete (l’adulto ha oblio del se stesso giovane, dimentica chi era). L’essere adulti fa dimenticare anche la schiettezza
della poesia e la capacità di creare versi veramente sentiti e diretti (cfr: Poesia ingenua e sentimentale di
Schiller l’uomo moderno, adulto-vecchio, deve cercare di tornare bambino per approdare nuovamente alla
fanciullezza ingenua).

Il poeta invoca l’Aonia Diva, che però non lo ascolta, non gli risponde: la comunicazione la con la Musa diventa
impossibile, come impossibile è la comunicazione con l’ingenuità.
Solo una “favilla del tuo spirto è viva”: solo una piccolissima scintilla di fuoco è ancora presente nel poeta (conserva
un soffio di ispirazione, un briciolo di leggerezza poetica traducibile in poesia).
Cfr: Montale, Pascoli poeti molto influenzati da Foscolo (grande debito di Pascoli, in “Myricae”, con Foscolo;
anche in “Non chiederci la parola” la facoltà poetica di Montale è in crisi, come per Foscolo, e ciò che gli rimane,
come poeta, è qualche storta sillaba e secca come un ramo=favilla per Foscolo).

“E tu fuggisti in compagnia dell’ore, o Dea! tu pur mi lasci alle pensose membranze, e del futuro al timor cieco”
Ciò che resta all’adulto sono “del futuro al timor cieco” e “pensose membranze”.
“Però mi accorgo, e mel ridice amore, che mal ponno sfogar rade, operose rime il dolor che deve albergar meco”
Il poeta si accorge che non riesce a sfogare ciò che vorrebbe rendere in poesia (le sue rime artificiose e rade non
sfogano correttamente ciò che alberga dentro l’autore).
Il suo dolore DEVE albergargli dentro (“necesse est” che egli soffra): tale dolore è “mal sfogato” dalle rime “rade,
operose”.

Che stai? Già il secol l’orma ultima lascia-Sonetti


Alla messa in discussione del suo recentissimo passato, fa seguito una serie di tentativi di redenzione psicologica.
Ciascuno può vedersi nelle parole di Foscolo, che non si arrende alla sfida del labirinto, bensì cerca una via d’uscita.
Poesia che chiude la raccolta, cercando una via di fuga, un’uscita dal turbamento interiore del poeta.
Foscolo cerca un tipo di poesia che abbandoni e superi la centralità dell’io, che sposti il focus da se stesso, per
approdare alla dimensione collettiva.
Foscolo allude al nuovo impegno letterario, della poesia civile, spesa per gli altri e per la collettività (pur esposta a
grandi rischi personali, tanto che perse la cattedra a Pavia e fu costretto all’esilio, per essersi messo contro gran
parte dell’”intelligentia” napoleonica).
Stanco e insoddisfatto della sua produzione lirica, sceglie di volgere verso altri temi (abbandono della poesia
amorosa e personale-privata, per approdare, dopo una svolta profonda, ad una poesia con valore civile).
Foscolo ha dei precedenti di poesia civile, ma è qui che inizia davvero il suo impegno di poeta-vate.

Allocuzione a se stesso già dall’incipit: “che stai?” si può interpretare come: “perché non ti muovi? cosa aspetti?
Interrogativa iniziale diretta a se stesso, chiedendosi cosa lo porta a restare lì, inerme e immobile. È un modo per
incitare ad andare e a prendere in mano il proprio incarico esistenziale.
Il poeta porta con sé il suo passato: egli sente di non essere riuscito in nulla (si rappresenta in modo fallimentare);
egli percepisce una forte angoscia interiore, che lo angustia.

Ricordo di Dante nel Paradiso XVII (con Cacciaguida): Dante, nel discorso con il suo avo, si chiede se fosse più
ragionevole raccontare la sua esperienza ultraterrena (con il rischio di suscitare antipatie e asti), o se fosse meglio
evitare; Cacciaguida lo ammonisce, invitandolo a diffondere ciò che ha appreso per lasciare un insegnamento (vanno
nominate tutte le personalità incontrate nel percorso, con tutte le responsabilità del caso).
Lasciare esempio ai posteri: è necessario fare una poesia che sia utile a chi leggerà idea di Foscolo, in ripresa dal
canto XVII dell’Inferno.

“Figlio infelice e disperato amante, e senza patria a tutti aspro e a te


stesso, giovine d’anni e rugoso in sembiante”.
Il poeta si sente senza patria, lontano dagli affetti familiare,
dall’amore per la donna desiderata...egli si rappresenta “vissuto”, con
il volto solcato da rughe (ripresa del sonetto-autoritratto).
Nella prima terzina, il poeta riassume i contenuti e i temi dei sonetti
precedenti: lo fa con il fine di sbaragliare tutto ciò che è stato detto
prima. Il poeta si auto-invita ad abbandonare queste tematiche, a
superarle, per approdare a nuovi orizzonti poetici.

Per “fare meglio il poeta” è necessario “servire i più”, rendendosi


utile civilmente a chi legge e leggerà, dando un monito, un esempio.
La poesia civile deve essere pregna di storia, politica, filosofia,
giurisprudenza, attualità...come sarà anche la poesia “Dei Sepolcri”
(ma anche di lirismo ed erudizione).
Da questo momento in poi, cominciano gli studi eruditi a carattere
storiografico di Foscolo: il momento di erudizione è antecedente e
propedeutico all’inizio del vero e proprio momento di poesia civile
(traddurà anche un poemetto di Callimaco, precedentemente
tradotto in latino anche da Catullo).

“Breve è la vita e lunga è l’arte”: c’è tanta strada da fare per


imparare a scrivere (aforisma di Ippocrite, in ambito medico la vita
è breve, ma la tekne è ampia e grande”: “vita brevis ars longa”).

“A chi altamente operar non è concesso, fama tentino almen libere


carte” il poeta si rivolge a tutti coloro che non possono opporsi
attivamente al divenire dei fatti: non ci può essere una rivolta armata contro i francesi, ma si possono denunciare i
problemi della società con le “libere carte” (quando è impossibilitata l’azione bellica e militare, ci si deve dedicare
agli scritti; cfr: Seneca).
L’unica cosa che rimane da fare è scrivere, tentando di esprimere il proprio pensiero con scopo divulgativo.

Stessa conclusione che si raggiunge nella Lettera del 4 dicembre 1798, dove Ortis racconta a Lorenzo Alderani di aver
incontrato Parini a Milano, vecchio e malato, e di aver chiesto lui il da farsi in quel momento storico: Parini risponde
che è impossibile ribellarsi in armi al potere costituito (non è possibile sperare di vincere, perché si andrebbe
incontro al suicidio militare), però è possibile scrivere liberamente, in un regime che si avvia a diventare tirannico.
Svolta radicale che lo porta verso i Sepolcri. Foscolo chiude la fase più personale della sua lirica, per approdare ad
una “poesia del noi”, dedicata al “vivere associato”: i “Sepolcri” sono un canto che vuole essere a carattere
“corale” (contesto collettivo, che parla di tutti e abbraccia i problemi dell’universalità, in particolare degli italiani
del Regno d’Italia).
Poesia non più lirica, ma sociale abbandona (in parte) i modelli di Petrarca, Saffo...e assume la figura di un poeta-
vate, veggente e indovino, che guida la società verso un futuro glorioso (cfr: D’Annunzio, Carducci, Pascoli...).

DEI SEPOLCRI
Storia ideativa e compositiva
Esce a Brescia nel 1807. Foscolo segue di persona la stampa dell’opera, che se ne occupa in maniera maniacale,
curandola nei minimi dettagli. Il testo è tramandato dall’autorevole princeps a stampa curata dal poeta.
L’idea della poesia civile è successiva al sonetto “Che stai?”, e deriva direttamente da un salotto che Foscolo
frequentava, quello di Isabella Teotochi Albrizzi (nobildonna conosciuta da Foscolo, ritenuta “maestra” perché lo
avvia alla letteratura) intellettuale che indirizza Foscolo, crescendolo e seguendolo in termini intellettuali.
Si svolge un dialogo, in questo salotto, che coinvolge anche l’intellettuale Ippolito Pindemonte (celebre traduttore in
endecasillabi sciolti dell’Odissea): i tre discutono dell’Editto di Saint Cloud, pubblicato da Napoleone il 12 giugno
1804.
Ideazione dell’opera: prende il via dalla conversazione con Isabella Teotochi Albrizzi e Ippolito Pindemonte dopo
l’editto di Saint-Cloud (12 giugno 1804), esteso al Regno di Italia il 5 settembre 1806, ma divulgato solo all’inzio di
ottobre, come decreto “Della Polizia Medica” sul “Giornale Italiano” (probabilmente verso maggio 1806).
Pindemonte, allora, stava lavorando ad un poema in quattro canti in ottave, “I Cimiteri”.
Il primo accenno dell’opera viene fatto da Foscolo nel testo del 6 settembre 1806 alla Albrizzi da Milano (tre mesi
dopo l’incontro); la composizione viene completata solo a gennaio 1807.

Cosa stabiliva l’Editto di Saint Cloud?


L’editto in questione raccoglie organicamente in due corpi legislativi tutte le precedenti e frammentarie norme sui
cimiteri in Francia e nei paesi nell’orbita napoleonica, tra cui l’Italia: è una legge ispirata ai valori della Rivoluzione
Francese, che vuole regolamentare i principi di libertà, uguaglianza e laicità anche per quanto riguarda la
dimensione sepolcrale. La “ratio” con cui la legge è stata creata dai legislatori, si ispira agli ideali della Rivoluzione e
alla necessità di riformare antichi usi, ormai desueti.
 La legge dice che è proibito seppellire cadaveri umani in luoghi diversi dai cimiteri (non si possono
seppellire nei monumenti, nelle chiese...i resti di importanti personaggi): una delle ragioni è per cui viene
promossa questa legge è il desiderio di separare l’elemento della morte dalla vita quotidiana dei più
(cimiteri e defunti lontano dalle città).
 Inoltre, l’editto sanciva che le lapidi delle tombe fossero anonime: non dovevano riportare il nome del
defunto; ogni 5 anni i morti dovevano essere riscavati e disseppelliti per lasciar spazio ai prossimi cadaveri
(viene meno la “staticità” di una persona, che non giace più in un luogo preciso per l’eternità).
 È possibile apporre iscrizioni sulle lapidi, a due condizioni: che venissero approvate dal governo filo-
francese (molto severo nei criteri per rispettare l’intento di evitare la distinzione delle persone in base al
ceto+detenere il controllo di ciò che veniva scritto), e che l’iscrizione venga appesa non sulla bara ma su
una lapide posta al perimetro del cimitero.
 È possibile, per chi ne ha le facoltà economiche, lasciare un dono associato al rigore del defunto.

Si tratta di una legge improntata all’eguaglianza sociale e civile di tutti gli uomini: in realtà, le vere intenzioni dei
legiferatori, sono volte a controllare persino un momento così intimo e privato (controllo anche sulla morte dei
propri cari e familiari).
1. Proibito seppellire i cadaveri umani in altri luoghi oltre ai cimiteri (quindi non nelle chiese o in angoli della
città): è un modo per staccare l’evento della morte dalla vita quotidiana e dalla chiesa
2. I cimiteri devono essere posti fuori dall’area urbana
3. La lapide è facoltativa e comunque anonima: i terreni di inumazione devono essere interscambiabili ogni 5
anni
4. È possibile apporre iscrizioni, a patto che vengano approvate dalla Commissione di Sanità e che vengano
appese sul perimetro del cimitero e non sulla lapide
5. È possibile, per chi ne ha le facoltà economiche, acquistare stabilmente il terreno di inumazione e
impiantarvi “monumenti sepolcrali, epitaffi in pietra e in marmo”: solo i potenti possono lasciare una tomba
che associ ai resti il ricordo della persona

Caratteristiche del “carme”/poemetto in endecasillabi sciolti:


1. IDEA DEL POETA-VATE
Nel “Discorso sulla poesia lucreziana” del 1802-1803 viene messa a punto l’idea di poeta-vate, ispirandosi ai grandi
poeti dell’antichità e della tradizione (“per me ho reputati grandissimi e veri poeti que’ pochi primitivi di tutte le
nazioni, che la teologia e la politica e la storia dettavano co’ loro poemi delle nazioni: onde Omero e i profeti ebrei e
Dante Alighieri e Shakespeare sono da locarsi ne’ primi seggi”).
Idea di una poesia di impegno, “educata”.
Lavora a “Dei Sepolcri” in concomitanza con il lavoro di traduzione del I canto dell’”Iliade” di Omero (in cui l’aspetto
letterario è secondario rispetto a quello filologico: Foscolo sceglie dei vocaboli talvolta anche brutti e cacofonici, per
aderire strettamente alle intenzioni originarie del poeta greco preferisce una traduzione fedele e brutta, piuttosto
che una traduzione bella e infedele).

2. SOTTOTITOLO DELL’AUTORE: “CARME DI UGO FOSCOLO” (dal latino “carmen”= “canto, poesia-vaticinio,
oracolo, preghiera”)
Lui stesso appone un frontespizio d’autore al titolo: “Carme di Ugo Foscolo”. “Carme” è un termine che in latino
assume molteplici significati: “canto”-“poesia”, “oracolo”-“preghiera” (termine con valore “più religioso”).
La poesia di Foscolo è canto, ma anche come preghiera e oracolo religioso: è un discorso/sermone in forma di
poesia, che mescola insieme l’attualità (l’Italia contemporanea all’approvazione e alla discussione dell’Editto di Sant
Cloud) e il classicismo (cfr: Parini, ne “Il giorno”, usa un linguaggio classicistico parlando di attualità, cioè della vita
di un “giovin signore” di fine Settecento), con elementi di lirismo (riferimenti autobiografici alla sua vicenda
personale di esule, di soldato...), di filosofia (Rousseau, Vico...), di storia (antica e contemporanea).

3. DISCORSO IN FORMA DI POESIA (ATTUALITA’, LIRISMO AUTOBIOGRAFICO, FILOSOFIA, STORIA, CULTURA


CLASSICA...TUTTA L’ENCICLOPEDIA DEL SAPERE): CARME ENCICLOPEDICO
Nell’opera foscoliana convivono diversi elementi: attualità, cronaca, lirica, poesia, elegia, filosofia, storia, filologia
classica, scienza (meccanicismo di Lavoisier)... Foscolo cerca di raggruppare nella sua opera tutti i saperi del suo
tempo, in maniera innovativa (tenta di sintetizzare il sapere universale).
L’opera è, quindi, un “Carme Enciclopedico”: in questo, Foscolo è completamente illuminista (la cultura è intesa
come “ciclo”). La stessa logica è quella che viene sposata e condivisa da Diderot e De Lambert nella stesura
dell’”Enciclopedia”.

4. NUOVO EQUILIBRIO TRA RAGIONE E SENTIMENTO (“ALLEANZA” TRA LE DUE FACOLTA’)


Il pensiero di Foscolo transita liberamente da un problema all’altro (transvolant in medio posita), secondo la
tecnica dei “voli pindarici” (salti logici, ragionamento “a scatti”): il poeta non vuole che i concetti si capiscano per
mezzo della sola logica ma anche attraverso la suggestione e l’immaginazione suscitate dal concatenarsi delle
immagini.
Foscolo non vuole creare “un’opera matematica, statistica”: la sua è un’opera di poetica che mira
all’immaginazione, che cerca di arrivare ai problemi in maniera logica ma allo stesso tempo irrazionale; non vuole
che l’opera sia chiara al lettore: non è questa la funzione che il suo poemetto deve svolgere (NON è un sermone di
ragione, di argomentazione logica: egli auspica una nuova alleanza tra le due facoltà di ragione e sentimento).
Foscolo, in una lettera in risposta ad un critico del suo tempo (che espresse scarso apprezzamento per l’opera),
spiega che il pensiero del lettore deve “transitare liberamente nel carme da un problema all’altro”: il pensiero
deve volare e sorvolare sui passaggi intermedi, con “salti logici” (è un “ragionamento a scatti”, che non segue la
logica tecnica messa a punto nell’antichità da Pindaro: “voli pindarici”= pensiero dislocato).
Foscolo vuole una poesia di ragione e sentimento: per questo il pensiero passa da una conclusione all’altra,
seguendo la suggestione dell’interiorità. Pur non capendo perfettamente tutti i passaggi logici, il lettore può capire
il sentimento che soggiace l’opera foscoliana (ognuno arriva ad avere una propria percezione dell’opera, che è
diversa per ogni lettore). Anche Foscolo è contrario alla “logica del due più due fa quattro” (cfr: Alfieri).

5. USO PERVASIVO DELLA “MELODIA PITTRICE”


Si serve di immagini antiche (“la speme”, “ultima dea”, le tombe dei caduti di Maratona, le armi di Aiace, il sepolcro
di Elettra, Omero, Ettore...) e di immagini moderne (dialogo Parini-Musa Talia, la sepoltura di Parini, i “suburbani
avelli” delle “britanne vergini”, l’ammiraglio Nelson, i grandi di Santa Croce, Alfieri...) per spiegare concetti morali
e/o filosofici.
“Ho desunto questo modo di poesia da’ Greci i quali delle antiche tradizioni traevano sentenze morali e politiche presentandole non al
sillogismo de’ lettori, ma alla fantasia e al cuore”-Lettera a Guillon.

Accuse di “oscurità”
 Lettera di Pindemonte a Foscolo del 15 aprile 1807
 Recensione di Aimé Guillon, abate francese contro il carme, con accuse di oscurità e materialismo
Il lettore deve contribuire all’opera, dando una propria interpretazione con la mente e con il cuore: la grande
poesia è un incontro tra l’autore e il lettore (che viene chiamato in causa a costruire un significato di ciò che
legge “incontro con l’opera”). L’autore instrada il lettore, che viene chiamato in causa a scegliere che “bivio
interpretativo” imboccare.
Per questo motivo, a Foscolo arrivano delle “accuse di oscurità” e di “materialismo”, soprattutto da Guillon. Foscolo
risponde nella “Lettera a Monsieur Gullion su la sua incompetenza a giudicare i poeti italiani”, che il suo Carme è
oscuro perché voleva essere oscuro (la sua è una scelta epistemologica e conoscitiva: non è incapacità, è decisione
presa deliberatamente): Foscolo fa uso di passaggi volutamente illogici e scattanti, di “transizioni” fulminee e
repentine.
I Greci traevano sentenze non con sillogismi (ragionamento logico), ma con il cuore: la fantasia subentra al sillogismo
(Foscolo si serve di immagini antiche alternandole ad immagini e personaggi moderni della realtà quotidiana,
trasfigurata miticamente grazie alla poesia, che trasforma la realtà in mito; cfr: All’amica risanata, in cui Antonietta
Fagnagni Arese viene trasformata in un essere mitologico la poesia può creare dei miti dalla realtà concreta)
Poesia con funzione mitizzante del reale (es: Parini diventa un “mito”; la sepoltura di Parini sembra quasi una
“favola”). I miti sono narrazioni che durano e resistono nel tempo.

Temi principali del poema


 MECCANICISMO, non materalismo
Foscolo, nei primi 30 versi circa, parla del destino della materia del lato umano: dice che la materia e il corpo
finiscono con la morte fisica, e si disgregano, per poi sparire nella natura.
Il Sepolcro sembra, quindi, inizialmente, inutile: il defunto non trae utilità dall’esistenza del sepolcro (la sua vita
terrena ha comunque raggiunto il suo fine e non può essere prolungata).
Questa visione viene definita, erroneamente, “materialista”: in realtà, il poema sembrerebbe voler interpretare, in
chiave meccanicista, l’andare della vita (secondo cui nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si trasforma, cfr:
Lavoisier ciò non implica alcun tipo di materialismo: questa filosofia crede che tutto dipenda dalla materia, e che
con la materia tutto si dissolva; sposando questo punto di vista, si finisce per credere che Foscolo fosse ateo e
materialista, quando in realtà egli era deista e meccanicista).
La natura ha un suo ciclo concreto, che viene guidato e indirizzato da spinte meccaniciste.
Nel meccanicismo, tutto si trasforma in qualcos’altro, le molecole che compongono i corpi si rimescolano e
ricompongono a creare altri corpi.
“Anche la speme ultima dea fugge i sepolcri” (vv 16-17) signfica che la morte è ineluttabile e che non c’è
speranza di evitarla, perché tutti ci passano, prima o poi (non c’è speranza di evitare questo passaggio,
fondamentale, in ottica meccanicistica). Il carme non parla di trascendenza, ma non per questo la nega: il
ragionamento dell’autore è storico e filosofico, umano e a-religioso, ma non ir-religioso (non medita sui sepolcri
dei cristiani, ma sui sepolcri intesi politicamente). Foscolo assume una posizione “areligiosa” (NON irreligiosa).
Irreligioso privo di sentimento religioso, non pratica alcuna religione: non è ateo! Aggettivo riferito a chi ostenta opinioni e
sentimenti contrari alla religione.
Areligioso che prescinde dai principi religiosi.
Foscolo non scrive da cristiano: non ha un intento teologico. Scrive politicamente: da uomo, da cittadino.
Egli si interroga politicamente sul valore dei Sepolcri, che hanno un valore testimoniale, civile, esemplare...
(Galileo, Michelangelo, Machiavelli...sepolti nella Chiesa di Santa Croce). Personaggi NON scelti a caso:
Galileo colui che ha insegnato la libera ricerca scientifica attraverso il metodo sperimentale
Michelangelo ha dichiarato la “libera spiritualità”: è stato un credente che ha vissuto il credo “a modo suo”
Machiavelli ha concepito il potere in maniera molto innovativa

 CORRISPONDENZA D’AMOROSI SENSI (VALORE DEL CULTO DEI MORTI PER I SINGOLI)
La tomba assume un’importanza centrale: la corrispondenza di amorosi sensi (culto del defunto, come simbolo di
un continuo dialogo) e il valore collettivo-civile (funzione aggregante e civilizzante per la società umana).
È importante avere un luogo fisico, di riferimento, per ricordare gli esempi del passato e i cari defunti.
La morte, per Foscolo, è un momento tremendo, ma il rapporto che si instaura con questa deve essere tranquillo e
rasserenante: i cimiteri, nel pensiero antico-classico, non sono luoghi lugubri, ma giardini rasserenanti e calmi in
cui l’uomo può recarsi per trovare ciò che ha perso.

 VALORE DEL CULTO DEI MORTI PER LA CIVILTA’ NEL SUO COMPLESSO (influsso di Vico in “Scienza nuova”)
Foscolo parla del valore delle tombe dei personaggi illustri, di coloro che, per l’autore, rappresentavano degli
“exempla”, cioè dei modelli da tenere sempre a mente; le tombe sono il simbolo del valore collettivo-civile, della
funzione aggregante e civilizzatrice per la società tutta.

 SUPERIORITA’ DEI CULTI FUNEBRI ANTICHI (O BRITANNICI) RISPETTO A QUELLI CRISTIANO-MEDIEVALI


L’idea cristiano-medievale della morte come passaggio lugubre e come cancellazione della vita per entrare in un
aldilà più o meno minaccioso e tenebroso, viene completamente scardinata da Foscolo: il cimitero dovrebbe essere
un “hortus”, un giardino rigoglioso, non perché la morte sia un evento piacevole e felice, ma perché è necessario
intrattenere con essa un rapporto più pacificato e affettivo (non deve essere un evento lugubre, bensì una porta
che si apra alla comunicazione umana e sociale).

 VALORE ESEMPLARE DELLE “URNE DE’ FORTI” CHE SERVONO A RISVEGLIARE LA VIRTU’ NEI CITTADINI , che
da essi traggono auspici, “indirizzi di vita e di pensiero”
Foscolo propone un’idea di sepolcro sentimentale e sublime, che può essere stimolo all’affettività e alla virtù. Le
urne de’ forti sono quelle dei personaggi illustri: Foscolo, come Dante (“spiriti magni”), distingue tra uomini
comuni e uomini forti (ripresa del concetto aristotelico-dantesco di “MEGALOPSYCHIA” SPIRITI MAGNI).
Santa Croce è il “nuovo Pantheon” d’Italia, che deve riproporre il concetto di “Santità laica” (personaggi: Machiavelli,
Michelangelo, Galileo, Alfieri).
Funzione analoga avevano, nell’antichità, le tombe di Maratona (battaglia ateniesi-persiano 490 a.C.).

Schema concettuale
 1 blocco (vv 1-22) il sepolcro è inutile per il defunto (per via della disgregazione della corporeità : il
sepolcro è temporaneo e momentaneo, perché prima o poi svanirà come tutto il resto delle cose)
 2 blocco (vv 23-50) il sepolcro è utile per i vivi (Foscolo infatti parla della “corrispondenza d’amorosi
sensi” e di “eredità d’affetti”), ed in parte anche per i defunti: si può trovare un senso nella morte, una
forma di conforto
Foscolo lotta tra ragione e sentimento: il sepolcro è un’illusione, ma serve all’uomo (vince il sentimento)
 3 blocco (vv 51-90) critica della “nuova legge” sulle sepolture, che impedisce il colloqui vivi-morti e la
celebrazione delle personalità illustri (come nel caso di Parini)
 4 blocco (vv 91-136) valore del sepolcro nel processo di umanizzazione e civilizzazione dell’uomo
(esempi di antichi e britannici); il culto dei morti è ciò che ha consentito all’uomo di essere sensibile alla
morte, conservando il passato, che va portato dentro, capito e trasformato in un tesoro: la civilizzazione si
basa soprattutto sui sepolcri (oltre che sulle nozze e sui tribunali)
 5 blocco (vv 137-197) valore educativo del sepolcro per i cittadini (esempio moderno: le “urne de’ forti”
in Santa Croce)
 6 blocco (vv 198-225) valore educativo del sepolcro per i cittadini (esempi classici: tombe dei caduti di
Maratona e sepolcro di Aiace)
 7 blocco (vv 226-295) funzione eternatrice della poesia e figura del poeta “sacro vate” (modello:
Omero), che deve cantare i problemi civili per celebrare i caduti e ricordare le loro gesta e le lotte per la
libertà (es: Ettore nell’Iliade)

Deorum manium iura sancta sunto (A Ippolito Pindemonte)-Dei Sepolcri


Citazione dal De legibus di Cicerone: “siano sacri i diritti dei defunti”. Ripresa di una legge antica: il suo discorso è
ancestrale e ha un valore storico nel suo sviluppo.
Foscolo dà un’interpretazione di tipo meccanicistico del problema della morte: il sonno della morte non è “men
duro” (domanda retorica con risposta implicita). “All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne confortate di pianto è forse il
sonno della morte men duro?”.
La proiezione di questo evento sono le urne (dove le urne non sono le tombe: il termine è classico e indica le
pratiche funebri degli antichi).
“Qual fia ristoro a’ dì perduti un sasso che distingua le mie dalle infinite ossa che in terra e in mar semina morte?”.
La natura è qualcosa di bello, familiare: Foscolo, come anche Leopardi, considera nemica la “natura naturans” (cioè il
principio creatore e la legge naturale che regge il mondo), non la natura in sé (alberi, piante, animali...); la natura
matrigna non è la natura di per sé ma la legge che governa gli esseri (cfr: Spinoza natura naturata VS natura
naturans). Foscolo ama la natura naturata, la natura fenomenica: tutte le creature sono unite tra loro e
affratellate (“bella d’erbe famiglia e d’animali”).
Foscolo procede per immagini: parla delle ore future che “danzano” davanti all’uomo vivo (le ore del futuro sono
come donne che danzano).
“Anche la speme ultima dea fugge i sepolcri” “spes ultima dea”: motto latino secondo cui la speranza è l’ultima
dea a confortare l’uomo; Foscolo, riprendendo questo modo di dire, afferma che persino la speranza (di non
morire) si sfrange davanti alla morte.
L’oblio avvolge tutto con il suo ciclo di produzione e consunzione delle cose: “tutte cose l’obblio nella sua notte”
(processo di trasformazione continuo, quello della materia).
Prima o poi anche i sepolcri spariranno: sono, anch’essi, transeunte.
Ripresa del Lucrezio del “De rerum natura” e di Lavoisier: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma (“nulla
scema, nulla cresce [...] tutto si trasforma”-dall’Ortis; ribadisce questo concetto anche nella lettera in risposta alle
critiche mossegli).

L’avversativa forte “Ma” sovverte e sbaraglia quanto detto prima.


“Ma perché pria del tempo a sé il mortale invidierà l’illusion [...] corrispondenza d’amorosi sensi, celeste dote è negli
umani; e spesso per lei si vive con l’amico estinto e l’estinto con noi”.
L’uomo è “cuore che pulsa” e batte, e Foscolo, da poeta, non vuole privarsi delle illusioni, che tutto sono per gli
uomini e la loro consolazione. “Non vive ei forse anche sotterra, quando gli sarò muta l’armonia del giorno”: il
defunto, colui che si è spinto, vive anche sotto terra.
Il defunto può ridare ai cari a lui sopravvissuti la voglia di vivere, di continuare, di andare avanti: è in questa funzione
che il defunto svolge sull’interiorità dei cari, risiede la sua stessa sopravvivenza nella memoria di chi rimane (chi si
è spento sopravvive alla morte nel cuore dei suoi cari in vita).
I sepolcri costruiscono una “morale laica”, un’affettività che vale per chiunque, anche per chi non crede nella
sopravvivenza dell’anima in senso religioso-cristiano: nessuno può negare la “celeste dote” degli umani della
“corrispondenza di amorosi sensi”.
“Per lei si vive con l’amico estinto e l’estinto con noi, se la pia terra che lo raccolse infante e lo nutriva, nel suo
grembo materno ultimo asilo porgendo, sacre le reliquie renda dall’insultare de’ nembi e dal profano piede del
vulgo, e serbi un sasso il nome, e di fiori odorata arbore amica le ceneri di molli ombre consoli” (temi di A Zacinto:
illacrimata sepoltura di quando si muore lontani dalla terra madre): se la terra madre accoglie il defunto, dandogli
una tomba a lui consona, che lo ricordi per ciò che era in vita, il “sasso” assume un significato imprescindibile,
poiché permette la corrispondenza d’amorosi sensi (acquisisce un significato sentimentale e affettivo).
L’”asilo” è l’accoglienza della terra che accoglie il peregrino esiliato.
Il sepolcro può quindi rendere sacre le reliquie, impedendo che le intemperie consumino il corpo del defunto e che
qualcuno possa calpestare ciò che resta di chi se ne va (il vulgo rappresenta coloro che non conoscono il defunto,
che non hanno idea di chi sia stato in vita). Le tombe devono essere contrassegnate, per essere riconoscibili: è
necessario poter piangere il defunto (è ricchezza per chi vive di sentimento).

Chi non lascia “eredità di affetti poca gioja ha nell’urna”, non ha alcun interesse ad essere sepolto in una tomba:
pensa a se stesso e alla sua anima. “E se pur mira dopo l’esequie, errar vede il suo spirto fra ‘l compianto de’ templi
Acherontei, o ricovrarsi sotto le grandi ale del perdono d’Iddio”. Non si può ragionare come se si fosse soli
nell’universo: chi pensa egoisticamente alla sua anima sbaglia. Non si salva chi non lascia eredità di affetti, che è
l’unica cosa che conta (l’unico modo per continuare ad intrattenere un rapporto con i propri cari).
Foscolo ragiona a prescindere da Dio: l’uomo deve lasciare eredità di affetti per garantire un colloquio
inarrestabile e incessante, a prescindere dall’aspetto religioso.

La tomba è importante come segno di umanità: è il simbolo del legame che sussiste tra gli uomini, tra i vivi e i
morti.
Foscolo si esprime, poi, contro la “nuova legge” (tendenza legislativa illuministica nuova, falsamente egualitaria,
che comprende anche l’Editto di Saint-Cloud v.51), che prevede di non dar risalto alla tomba, rendendola quanto più
anonima possibile. Critica alla “nuova legge”, che impedisce la corrispondenza d’amorosi sensi tra privato e
privato, e inibisce il valore esemplare delle grandi figure a livello civile.
“Nuova legge impone oggi i sepolcri fuor de’ guardi pietosi, e il nome a’ morti contende”. Il problema delle tombe
extra-moenia, cioè al di fuori del centro abitato, e il problema dell’anonimato delle tombe stesse sono i punti su cui
Foscolo incardina la sua polemica: spostare i cimiteri lontani dalla città significava renderli anche difficili da
raggiungere e lasciare nell’anonimato i defunti è una forma di dimenticanza di ciò che sono stati in vita.
Caso di Parini, che muore nel 1799 (mentre l’Editto risale al 1806) è una tendenza di quel periodo, che comincia
già da prima dell’emanazione dell’editto.
Foscolo cita l’esempio di Parini, sepolto nel Cimitero di Porta Comasina, al di fuori di Milano, con una tomba non
precisata, anonima: dopo 5 anni dalla sua morte nel 1799, la tomba di Parini sarebbe stata ri-utilizzata per accogliere
nuovi defunti (tra cui anche alcuni condannati a morte). Per Foscolo è inaccettabile che i resti di un uomo del
calibro di Parini possano esser stati confusi con quelli di chiunque altro, a maggior ragione se si trattava di un
condannato a morte.
Talia, la Musa della poesia satirica, e quindi di Parini (identiticato come un poeta del sarcasmo e dell’ironia, cfr: “Il
giorno”), viene ricordata con un “lauro”, educato con lungo amore.
Citazione da “Se un dì io non andrò sempre fuggendo”: Foscolo si rappresenta nell’atto di sospirare la sua patria
veneziana.
“A lui non ombre pose tra le sue mura la città”: il tiglio fa ombra a Parini, ma la città di Milano non fa altrettanto (è
stata più crudele della pianta che faceva ombra al vecchio).  accusa molto cruda alla città di Milano (e in
particolar modo alla sua classe dirigente) per non aver costruito un monumento funebre pubblico dentro la città
con il fine di ricordare Parini e la sua grandezza
La città di Milano ha voluto dimenticare Parini, non dando continuità alla sua opera: la città è “lasciva d’evirati
cantori allettatrice”, è adescatrice di cantori (cioè i letterati della città di Milano, che hanno perso la loro funzione di
denuncia, la loro forza intrinseca, e sono dunque impotenti e incapaci di svolgere il loro compito perché soggetti e
sottomessi al potere; diversamente da Parini).

Seguono una serie di immagini che descrivono le condizioni dei cimiteri in quell’epoca: Foscolo presenta una scena
tipica della poesia sepolcrale (che ottiene molto successo nel Settecento, con Gray, Ossian...).
Viene aggiunta una componente politica: l’atmosfera è Ossianica ma arricchita con un pensiero politico (“senti
raspar fra le macerie e i bronchi la derelitta cagna ramingando su le fosse e famelica ululando” cimitero spoglio,
disadorno, con sole “macerie”; la cagna senza padrone raspa presso le tombe smosse: particolari molto aspri e
crudi ma realistici, “ramingando”, cioè vagando di qua e di là).
Foscolo cita poi l’upupa, un uccello del malaugurio che vive nei cimiteri facendo nidi sulle tombe e che svolazza sulle
pietre anonime; il cimitero di Porta Tomasina è funereo, perché si trova nella campagna milanese (“l’upupa e
svolazzar su per le croci sparse per la funerea campagna e l’immonda accusar col luttuoso singulto i rai di che son pie
le stelle”). L’upupa rimprovera la luna di esistere: vuole vivere nel buio totale, e persino la luce della luna e delle
stelle la disturba.

Insistenza fonosimbolica sulla “u”: dal verso 80 in poi, si insiste molto su termini che ripropongano l’atmosfera
luttuosa (“uscir” “upupa” “funerea” “luttuoso” “singulto”...). Si cerca di riprodurre, con l’uso delle vocali, l’orrore e
l’atmosfera lugubre (viene rafforzato il significato con il significante).
Uso fonosimbolico spinto della parola poetica, che nell’Ottocento troverà il suo momento di massima espansione
(cfr: Pascoli).

Riferimento a “La scienza nuova” di Vico, che individua come fondamento della civiltà tre istituzioni: matrimonio,
religioni, sepolture (Foscolo, in realtà, inserisce i “tribunali” “nozze, tribunali, are”); prima di queste istituzioni, gli
uomini erano “bestioni”, esseri ferini (le umane belve vengono trasformate in uomini grazie a queste tre
istituzioni).
La visione di Foscolo subisce poi un lieve trasformamento. Nelle “Grazie”, Foscolo dice che le “arti” hanno avuto il
merito di civilizzare l’uomo-bestia.
Doppio binario singolo-collettivo: le tombe, ed are a’ figli, e uscian quindi i responsi de’ domestici Lari” le tombe
erano are ai figli e testimonianza ai fasti.
Il culto dei morti medievale viene paragonato al culto dei morti contemporaneo: non sempre le città si dimostravano
tristi per i teschi affrescati (cfr: Trionfo della morte e Danza macabra di Giacomo Borlone de Buschis), come
“memento mori” (la morte, ricondotta dagli scheletri, veniva riportata alla mente per ricordare ai più che la morte
prende tutti prima o poi).

Passaggio ex abrupto dal tempo del passato remoto a quello del presente, per creare un momento di
spiazzamento per chi legge, gettando il lettore subito in medias res (“balzan ne’ sonni esterrefatte e tendono nude
le braccia su l’amato capo del loro caro lattante onde nol desti il gemer lungo di una persona morta chiedente la
venal prece agli eredi del santurario”).

Dal punto di vista razionale, intrattenere questo tipo di rapporto con i cari defunti è una “pietosa insania”; recarsi
nei cimiteri e coltivare il culto dei defunti è un’irrazionalità dettata dalla pietà.
Le “britanne Vergini” celebrano il ricordo della loro perduta madre e pregano per il ritorno dell’ammiraglio Nelson
(della flotta inglese, che combattè a lungo contro Napoleone dominatore; l’ammiraglio Nelson riesce ad ottenere
due decisive vittorie navali: la prima nel 1798 in Egitto, dove si fece costruire la bara con l’albero maestro della nave
Oreant su cui aveva trionfato, e la seconda nel 1805 nella Battaglia di Trafalgar, dove l’ammiraglio trova la morte
Nelson è un eroe nazionale perché impedisce a Napoleone di invadere l’Inghilterra; non temeva la morte, tanto che
arriva a scavarsi la tomba).
Gli inglesi vengono paragonati agli antichi romani.

Il discorso si trasla poi al Regno d’Italia.


Foscolo parla apertamente, senza maschere e senza veli.
I ricchi avi dei vivi non vogliono pensare alla morte; “il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo, decoro e mente al bello
Italo regno nelle adulate reggie ha sepoltura”: ossimoro evidente tra patrizio-vulgo (il vulgo è il popolo meno nobile,
mentre i patrizi sono la nobiltà terriera, i ricchi e potenti possidenti).
La classe dirigente del regno di Italia è divisa in tre fasce, in base al collegio cui appartenevano: il collegio dei dotti,
dei ricchi, dei patrizi.
Il “bello Italo regno” ha sepolutra nelle “adulate reggie” (quelle francesi) e “i stemmi unica laude”.
“A noi”: marcatore di clausola; “a noi morte apparecchi riposato albergo, ove una volta la fortuna cessi dalle
vendette”.

Foscolo parla poi dei sepolcri di Santa Croce.


Le “urne de’ forti” accendono il forte animo e spingono a compiere “egregie cose”.
Il concetto di “forte” in latino, assume il significato di “coraggioso, energico, impavido...”; in Foscolo, oltre a
queste definizioni, “forte” denota anche gli “spiriti forti”, cioè i liberi pensatori della cultura libertina
(libertinismo): il libero pensiero è causa scatenante dei successi culturali (NON militari!).
“A egregie cose il forte animo accendono l’urne de’ forti; e bella e santa fanno al peregrin la terra che le ricetta”.
Machiavelli, infatti, è “libero intellettualmente”, come Michelangelo (che rappresenta Dio a modo suo) e Galileo.
L’idea che ci sia un universo infinito, fatto da più mondi, da più sistemi solari, non è galileiana (è solo implicita nelle
scoperte galileiane): viene anticipata già da Giordano Bruno (che parla di un universo senza fine, in cui la vita non si
limita solo al nostro universo, ma si estende).
“Onde all’Anglo”: riferimento a Newton, che con la legge di gravitazione universale (basate anche sulle scoperte
galileiane), ha dato un contributo estremamente significativo al sapere umano.
Citando questi nomi, Foscolo intende proporre modelli culturali, da imitare (Michelangelo, Machiavelli, Galileo...).

“E tu prima, Firenze, udivi il carme” “carme” come termine allusivo della poesia civile, collettiva, di impegno:
Foscolo sembra imparentato alla Commedia dantesca.

...Sul fonosimbolismo...
L’assiuolo (Myricae)-Pascoli
L’assiuolo è un rapace notturno, simile alla civetta.
Forte insistenza sulla “u” (“sentivo il cullare del mare, sentivo un fru fru [...] sentivo nel cuore un sussulto [...] sonava
lontano il singulto...”) rapporto intertestuale tra il fonosimbolismo pascoliano dell’”Assiuolo” e il testo
foscoliano.

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