Giovanni Verga
Giovanni Verga
fiorentino “La Nazione”. I mesi trascorsi a Firenze sono fondamentali per la formazione
di Verga, che nel 1871 pubblica un romanzo di successo (Storia di una capinera) e si
convince che «per diventare qualcosa bisogna vivere in mezzo a questo movimento
incessante, farsi riconoscere, conoscere, respirarne l’aria», come scrive nel maggio
1869 in una lettera al fratello Mario.
Ansioso di immergersi nel cuore della vita culturale del paese, Verga nel 1872 si
trasferisce a Milano, dove risiede per oltre un ventennio. Qui entra in contatto con gli
ambienti della Scapigliatura, legge i grandi romanzieri del Naturalismo francese e nel
frattempo conduce un’esistenza brillante, tra amicizie galanti e sodalizi
intellettuali. «Milano è proprio bella», scrive nel 1874 a Capuana, «e credimi che
qualche volta c’è proprio bisogno di una tenace volontà per resistere alle sue
seduzioni e restare al lavoro. Ma queste seduzioni stesse sono eccitamento continuo
al lavoro, sono l’aria respirabile perché viva la mente e il cuore».
Dopo la notorietà ottenuta grazie ai suoi romanzi
sentimentali Eva (1873), Eros e Tigre reale (1875), Verga matura la conversione a una
nuova poetica letteraria: l’adesione al Verismo si deve soprattutto alla conoscenza
dei romanzi di Émile Zola, all’interesse per le condizioni socioeconomiche del Sud
(nell’ambito della cosiddetta “questione meridionale”) e al legame con Capuana, che
lo raggiunge a Milano.
verista, ▶ Rosso Malpelo (1878), escono per l’editore Treves di Milano la raccolta di
In questo periodo nascono i grandi capolavori verghiani. Dopo il primo racconto
novelle Vita dei campi (1880) e il romanzo I Malavoglia (1881), primo capitolo di
un Ciclo dei Vinti progettato in 5 volumi. L’accoglienza del pubblico è però fredda: «I
Malavoglia», scrive l’autore a Capuana nell’aprile del 1881, «hanno fatto fiasco, fiasco
pieno e completo». Ma l’insuccesso non lo porta comunque a ripensare la scelta
letteraria compiuta: «Il peggio è che io non sono convinto del fiasco e che se dovessi
tornare a scrivere quel libro lo farei come l’ho fatto». In effetti, anche negli anni
successivi, Verga non abbandonerà la poetica verista, portando a termine nel 1883 la
raccolta delle Novelle rusticane e, nel 1889, il romanzo Mastro-don Gesualdo; nel
frattempo scrive per il teatro, e riscuote grandi consensi il dramma Cavalleria
rusticana (1884), ispirato all’omonima novella, interpretato dalla regina delle scene
italiane, Eleonora Duse.
Nel 1893 Verga torna in Sicilia. Angustiato dal disinteresse della critica e del pubblico
per i suoi romanzi, può almeno far fronte alle precarie condizioni economiche, grazie
alle 143 000 lire (all’epoca una cifra favolosa) che ottiene, alla fine di un lungo
contenzioso, come diritto d’autore per la riduzione musicale di Cavalleria rusticana a
opera di Pietro Mascagni. Preoccupato per la gestione dei beni familiari, lo scrittore
lavora con poca convinzione alla conclusione del Ciclo dei Vinti, che infatti non porta a
termine. Dividendosi tra Catania e i possedimenti terrieri di Vizzini, un borgo agricolo
nel Catanese, vive ormai nel silenzio, allontanandosi da quel mondo intellettuale che
pure per anni aveva tenacemente inseguito e frequentato. Mentre la parabola creativa
più ▶ conservatrici: già sostenitore di Crispi negli anni Novanta dell’Ottocento, nel
lentamente si esaurisce, le sue posizioni politiche si fanno sempre
forniscono una materia viva e pulsante a un’ispirazione artistica stanca degli stereotipi
del romanzo borghese e desiderosa di rappresentare un ambiente autentico e
sofferente con un linguaggio nudo e non melodrammatico.
Regressione e impersonalità
Verga recupera dalla lezione naturalistica la tecnica compositiva e stilistica, i princìpi e
i metodi di un approccio neutrale alla realtà, che permetta di narrare i fatti in modo
obiettivo. L’autore rinuncia a esprimere giudizi, “regredendo” al livello del
mondo narrato e dei personaggi; non guarda a ciò che scrive dalla posizione di chi,
in quanto creatore dell’opera, la vede nella sua completezza (come accadeva con il
narratore esterno onnisciente dei Promessi sposi, sorta di alter ego o controfigura
ideale, e idealizzata, dell’autore stesso), ma lascia che i luoghi, le cose, le persone si
presentino da soli, nel medesimo istante in cui l’occhio del lettore scorre la pagina. In
altre parole, con tale “artificio della regressione” egli non descrive la scena da fuori
ricostruendo l’ambiente con le parole di un intellettuale colto quale è, ma la fa
emergere a poco a poco dalle parole e dagli stessi pensieri dei personaggi, sostituendo
completamente il proprio punto di vista con il loro.
Come Verga scrive nella lettera dedicatoria a L’amante di Gramigna (▶ T1, p. 206),
l’autore scompare per lasciare spazio a una narrazione affidata a un soggetto
anonimo e corale, proveniente dall’ambiente stesso dei personaggi raffigurati. La
mentalità popolare viene espressa mediante il discorso indiretto libero, riportando
cioè le parole pensate o pronunciate da un personaggio senza introdurle con un verbo
reggente dichiarativo come “dire”, “sostenere”, “affermare”, “dichiarare” ecc. o con i
consueti segni di punteggiatura (i due punti e le virgolette).
In tal modo il narratore può “limitarsi” a raccogliere i «documenti umani»
con impersonalità, in modo che l’opera d’arte sembri «essersi fatta da sé», senza il
giudizio esterno esercitato da una soggettiva interpretazione ideologica dei fenomeni.
conoscenze che derivano dalle ricerche sul folclore effettuate sul campo dal più
importante raccoglitore e studioso di tradizioni popolari siciliane, l’antropologo
palermitano Giuseppe Pitrè (1841-1916).
Amori, vendette, feste religiose, processioni, favole, indovinelli, proverbi, credenze:
per molti aspetti l’opera verghiana rappresenta una sorta di enciclopedia delle
manifestazioni e delle usanze custodite dal mondo popolare di marinai, contadini,
pastori e minatori, studiate nella loro concretezza storica con scrupolo di scienziato,
ma rivissute drammaticamente con l’anima dell’artista, che non si limita a “copiare” il
popolo, ma lo interpreta nella sua mentalità e nelle sue convenzioni.
L’assenza di pietismo
I personaggi di Verga appartengono alla schiera dei «deboli che restano per la via»,
tuttavia essi non per questo sono fatti oggetto di pietismo: liquidando il populismo
presente nella nostra letteratura tardoromantica, l’autore non concede alle vittime né
un aristocratico paternalismo né la vaga consolazione che la sventura patita sia
manzonianamente «provvida», perché possibilità di riscatto o di liberazione non
esistono, né sulla terra né in cielo.
Il pessimismo verghiano
Alla concezione positiva della Storia di tradizione illuministica e liberale, Verga oppone
dunque «la visione di un caotico e ingovernabile divenire del mondo, che trascende la
volontà degli uomini ed è indifferente alla loro sorte, rievocando la severa immagine
leopardiana di natura» (Martinelli). Di questa sorte, Verga vuole essere il testimone: il
suo ateismo materialista lo porta a guardare alla realtà senza concepire per l’individuo
alcuna felicità, ma soltanto un orizzonte dominato da una grandiosa e oscura fatalità.
Scopo ultimo della sua opera è mostrare il carattere ineluttabile dell’esperienza
umana, l’impari lotta che si è costretti a ingaggiare per sopravvivere ai meccanismi
della Storia e della natura.
LA FASE PRE-VERISTA
Le prime opere
Gli esordi letterari di Verga sono legati agli schemi del romanzo storico-
patriottico e a quelli della letteratura d’appendice: Amore e patria (1857), I
carbonari della montagna (1862) e Sulle lagune (1863) sono opere caratterizzate
dall’enfasi, specchio degli ideali risorgimentali del giovane autore. Dopo questo
modesto apprendistato creativo, Verga si dedica alla stesura di romanzi di gusto tardo-
romantico, che intrecciano vicende intimistiche e patetiche con passioni mondane,
avidamente cercate dai lettori dalla lacrima facile.
I MALAVOGLIA
Punto di arrivo di un lungo itinerario composto da bozzetti e materiali preparatori, il
romanzo I Malavoglia inaugura un ciclo narrativo, I Vinti (inizialmente intitolato La
marea), che avrebbe dovuto essere articolato in 5 romanzi collegati tra loro secondo il
modello offerto dai grandi scrittori realisti e naturalisti (Honoré de Balzac ed Émile
Zola). Oltre ai Malavoglia, il progetto prevedeva Mastro-don Gesualdo, La duchessa di
Leyra, L’onorevole Scipioni, L’uomo di lusso, cioè la storia di cinque ambizioni
sfortunate, collocate in diversi ambienti sociali e antropologici, da quelli della povera
gente in cerca dei mezzi materiali per sostenersi a quelli di rappresentanti del raffinato
mondo aristocratico. La composizione del ciclo non va però oltre il primo capitolo
della Duchessa di Leyra.
Genesi e composizione
Verga comincia a concepire l’opera nel periodo compreso tra il 1876 e il 1880, anche
se già nel 1875, in una lettera all’editore Treves, l’autore annuncia di aver composto
alcune pagine di un «bozzetto marinaresco» dal titolo Padron ’Ntoni. Il nucleo del
futuro capolavoro si individua però in una novella di Vita dei campi, Fantasticheria,
pubblicata in rivista nel 1879: qui troviamo l’ambientazione e alcuni temi e personaggi
del romanzo, che esce nel 1881.
Il lavoro che Verga compie sui Malavoglia è lungo ed estenuante, e passa attraverso
un processo di drastici rifacimenti e varie fasi di stesura. Le tracce di tale
percorso compositivo sono presenti nell’epistolario dello scrittore, che mostra una sua
costante ricerca tesa a un perfezionamento sia sul piano contenutistico sia su quello
stilistico.
La sua preoccupazione è quella di «riuscire più semplice, breve ed efficace» e,
per raggiungere tale scopo, nel tempo non esiterà a sacrificare tutto ciò che si discosta
dal suo disegno, come egli stesso confessa a Luigi Capuana in una lettera del 17
maggio 1878 (nella quale compare per la prima volta quello che sarà il titolo definitivo
del libro, I Malavoglia): «Io sono contento del mio sacrificio incruento, che mi lascia
meglio soddisfatto del mio lavoro e mi fa sperare che riesca quale l’ho vagheggiato in
immaginazione».
Un progetto verista
Capuana non è un interlocutore casuale, essendo il principale sostenitore della linea
verista, poiché l’elaborazione letteraria di Verga è ormai, a questo punto della sua
carriera, tutta nella direzione del Verismo, verso soluzioni compositive ed esiti
ideologici decisamente nuovi rispetto a quelli propri della narrativa del realismo
romantico. Egli sa «che la “sincerità dell’arte” potrà essere raggiunta solo lasciandosi
dietro le spalle l’ottica dall’alto dello scrittore mondano» (Guarracino): come Verga
scrive al critico Felice Cameroni in una lettera del 1881, il suo scopo è mettersi «fin da
principio in mezzo ai suoi personaggi», al centro del coro dei paesani, raccolti intorno
agli attori principali della vicenda, i Malavoglia.
La trama
Il romanzo, composto di 15 capitoli, copre complessivamente un arco cronologico di
12 anni, dal 1863 al 1875, e narra le vicende dei componenti della famiglia Toscano,
detti i Malavoglia, che vivono ad Aci Trezza, un villaggio nei pressi di Catania.
Contrariamente a quanto allude il loro soprannome, sono pescatori molto laboriosi,
che vivono dignitosamente possedendo una casa, detta «casa del nespolo», e una
barca, la Provvidenza. Il capofamiglia, il vecchio padron ’Ntoni, è il patriarca; suo
figlio Bastianazzo, sposato con Maruzza, detta la Longa, ha cinque figli: il
giovane ’Ntoni, Luca, Mena (Filomena), Alessi e Lia (Rosalia).
Dal momento in cui si verifica l’allontanamento, forzato o spontaneo, di alcuni membri
della famiglia, questa è colpita da numerose disgrazie. La partenza di ’Ntoni per la
leva militare nel 1863 – anno della prima chiamata alle armi da parte del neonato
Regno d’Italia – li priva di una preziosa forza lavoro: per cercare di incrementare i
magri guadagni, i Malavoglia tentano la via del commercio acquistando da zio
Crocifisso, l’usuraio del paese, un carico di lupini da rivendere. Durante il trasporto,
però, una tempesta fa naufragare la Provvidenza: Bastianazzo muore e i lupini si
perdono in fondo al mare.
A tragedia si aggiunge tragedia, poiché Maruzza muore di colera. ’Ntoni torna dalla
leva militare ma è tormentato dal desiderio di allontanarsi nuovamente e fare fortuna
altrove. Si darà al contrabbando e sconterà in carcere cinque anni per aver tentato di
uccidere il doganiere don Michele, mentre la sorella Lia, amante del doganiere, scappa
dal paese e diventa una prostituta. Il risultato di questa somma di eventi è che la
famiglia è costretta a vendere l’amata casa del nespolo e a trasferirsi.
Successivamente, la morte di Luca, marinaio nella battaglia di Lissa combattuta
contro l’Austria nel 1866 – un altro tributo pagato dai Malavoglia alla causa, per loro
incomprensibile, del Regno d’Italia –, aumenta ulteriormente il dissesto economico
familiare tanto che la povera Mena viene abbandonata dal promesso sposo, il figlio del
ricco padron Cipolla, perché rimasta ormai senza dote. Il vecchio padron ’Ntoni
muore in ospedale, solo e disperato per aver assistito alla disgregazione della sua
famiglia.
Da questo punto in poi, lo sforzo congiunto di coloro che restano e che abbracciano il
sistema dei valori tradizionali consente di riacquistare la casa del nespolo e così di riu-
nire e salvare la famiglia, seppure in parte dispersa. Alessi riesce a riscattare la
casa del nespolo, ma il finale è comunque amaro: ’Ntoni, uscito di prigione, torna ad
Aci Trezza ma, ormai sradicato dagli affetti più intimi, riparte per una destinazione
ignota, contemplando da lontano un’ultima volta il villaggio in cui è iniziata la sua vita.
La dimensione collettiva
Nel romanzo è assente la figura di un protagonista, mentre le pagine sono
affollate da una vasta schiera di personaggi, la cui somma (di persone, voci, punti di
vista) rende efficacemente il senso di una comunità, di una coralità che rispecchia
un’organizzazione sociale semplice ed elementare: come ha scritto il critico Luigi
Russo, «non si può dire dove finisca la vita malavogliesca che si svolge tra le pareti
della casa del nespolo, e dove incominci quella del villaggio». La narrazione è
continuamente dominata, più che da un vero e proprio resoconto di eventi, dalle
parole, dai discorsi e dai commenti delle persone che chiacchierano, criticano,
sparlano e solo raramente partecipano emotivamente ai drammi altrui.
I temi
Verga dipinge un mondo nel quale non compaiono alternative all’esistente, in cui,
cioè, è forte la convinzione fatalistica che la realtà sia sostanzialmente
immodificabile, anche quando siano evidenti i suoi lati negativi. In tale visione, la
concatenazione di sofferenze e sopraffazioni che domina la società è vista come un
dato di natura, come una legge che si riproduce uguale a sé stessa in ogni tempo e in
ogni luogo.
Tentare di sottrarsi a questo destino è non solo inutile, ma controproducente, come
emerge dal contrasto che domina tutto il romanzo: quello tra le figure di padron
’Ntoni, custode di una concezione esistenziale dominata dal sacrificio,
dall’attaccamento al passato e dal radicamento nella propria terra d’origine, e
di ’Ntoni, rapito dal desiderio di cambiare e di progredire, dall’ambizione del
guadagno e dall’ansia di evadere e vedere il mondo, rinnegando tutto ciò che
appartiene al passato.
Entrano così in conflitto non solo due personaggi, ma due filosofie di vita antitetiche:
una fedele alla tradizione, l’altra proiettata verso il futuro nell’illusione di raggiungere
una felicità impossibile. Secondo Verga le «irrequietudini del benessere» e la «vaga
bramosia dell’ignoto» portano infatti l’individuo solo a smarrirsi: l’epilogo del romanzo
suggella non a caso la fuga definitiva di ’Ntoni dal villaggio natio, una fuga che
simboleggia un’estraneità e uno sradicamento ormai irrimediabili.
La legge economica
D’altro canto, anche quel remoto angolo del pianeta che è Aci Trezza non è
impermeabile alle “brutali” forze del progresso. Nella realtà primitiva del mondo
rurale irrompono la modernità e il dominio della legge economica: i personaggi sono
continuamente protesi a misurare l’impatto delle azioni dei singoli e degli eventi
naturali sul piano dell’interesse, del guadagno o della perdita. La stessa morte di
Bastianazzo è considerata una tragedia non tanto (o non solo) per la fine di una vita
umana, quanto per le conseguenze negative che tale scomparsa avrà sulla stabilità
patrimoniale della sua famiglia.
Anche l’amore è destinato a essere sacrificato per il denaro: quando si parla di
prospettive matrimoniali, non lo si fa mai in riferimento alla dimensione sentimentale,
ma sempre intendendo lo sposalizio come un affare economico.
A sconvolgere gli equilibri e le tradizioni del mondo arcaico dei Malavoglia sono i
contraccolpi negativi della Storia. La vicenda ha infatti inizio nel 1863, quindi due anni
dopo l’unificazione politica della penisola. Tale tempo storico si innesta su quello che
potremmo chiamare “tempo naturale” (o astorico), tipico di un universo sociale
immobile nella struttura dei rapporti interni (lo sottolineano espressioni come «da che
mondo era mondo» e in generale le continue citazioni dei proverbi, che rimandano alla
saggezza dei padri), che ora però viene interessato da un grande cambiamento
collettivo.
Le tecniche narrative
Nei Malavoglia sono presenti tutte le tecniche che caratterizzano la produzione
novellistica e romanzesca della fase verista di Verga e che fanno di lui un
grande sperimentatore, capace di innovare profondamente lo stile narrativo rispetto
ai modelli del realismo ottocentesco.
Impersonalità e straniamento
L’autore infatti rimane fedele al principio dell’impersonalità e a un criterio di pura
registrazione dei fatti, affidando la narrazione a una voce popolare interna al villaggio
e regredendo al livello della comunità. Per far trasparire il proprio personale punto di
vista, Verga ricorre a un effetto di straniamento, immedesimandosi nell’ottica degli
abitanti del paese proprio per dar modo al lettore di coglierne la natura malevola. Ciò
accade quando la dirittura morale di alcuni personaggi (i cui comportamenti, dunque,
il lettore è portato a giudicare in maniera positiva) viene vista negativamente dalla
collettività, che vaglia il senso delle azioni dei singoli esclusivamente sulla base del
parametro dell’interesse economico. Per esempio: il fatto che padron ’Ntoni sia onesto
e che il suo senso dell’onore gli imponga di ripagare il debito verso zio Crocifisso a
costo di perdere la casa della famiglia viene giudicato incomprensibile dai compaesani,
che gli rimproverano l’incapacità di fare i propri interessi.
Un altro esempio riguarda il naufragio della Provvidenza: è evidente che la perdita
maggiore sia quella della famiglia Toscano, che vede morire in mare Bastianazzo. Ma
nelle parole di un personaggio, la Vespa, nipote di zio Crocifisso, la realtà si ribalta in
una valutazione paradossale:
«Volete che ve lo dica?», saltò su la Vespa; «la vera disgrazia è toccata allo zio
Crocifisso che ha dato i lupini a credenza. Chi fa credenza senza pegno, perde l’amico,
la roba e l’ingegno» (cap. 3).
Il proverbio serve, in questo caso, a corroborare, con il suo valore sentenzioso, la
giustezza della logica tutta economica qui incarnata dalla Vespa, ma in fondo
condivisa dalla maggior parte della collettività. Che infatti poco più avanti si esprime
in questi termini:
«Che disgrazia!», dicevano sulla via. «E la barca era carica! Più di quarant’onze di
lupini!» (cap. 3).
La concatenazione
Nei Malavoglia ricorre un’altra tecnica, quella della concatenazione, vale a dire
la ripresa di parole o di intere locuzioni da una sequenza a un’altra o da un
capitolo a un altro. Vediamo un esempio:
«Bella razza d’uomini nuovi, come quel ’Ntoni Malavoglia là, che va girelloni a
quest’ora pel paese» (fine cap. 10).
Una volta ’Ntoni Malavoglia, andando girelloni pel paese, aveva visto due giovanotti
che s’erano imbarcati qualche anno prima... (inizio cap. 11).
La frase con cui inizia l’undicesimo capitolo riprende da vicino quella conclusiva del
decimo, sia per quanto concerne l’argomento sia per la ripresa di una medesima
espressione, “andare a girelloni”, che genera una sorta di eco tra i due capitoli. Ciò
determina in tutto il romanzo un’impressione di circolarità: la creazione di una
continuità tematica finisce infatti per annullare nel lettore la sensazione dei salti
temporali nello sviluppo della narrazione.
La lingua
La lingua dei Malavoglia è affidata a una sintassi fortemente mimetica del discorso
popolare. Inizialmente ciò desta nel pubblico diverse perplessità: anche Manzoni aveva
posto al centro dei Promessi sposi dei personaggi appartenenti al popolo (Renzo e
Lucia), ma non aveva rinunciato a rendere sostenuta la forma stilistica. Quello che ora
turba maggiormente i lettori e i recensori dei Malavoglia è soprattutto
l’assoluto anticonformismo delle scelte grammaticali e sintattiche di Verga, ma
anche l’insistita venatura dialettale di tipo siciliano.
In realtà, la genialità della soluzione verghiana consiste proprio nell’equilibrata
inserzione nella lingua letteraria di strutture idiomatiche siciliane, con il contrappeso
del parlato toscano che permetteva al testo di essere letto e apprezzato in un
orizzonte nazionale.
La dialettalità dell’opera risulta dunque essere di tipo più fraseologico che
lessicale. Compaiono nel testo termini dialettali, ma in maniera per così dire
“occasionale”. A conferire la patina siciliana al testo sono soprattutto le strutture
sintattiche (con netta prevalenza della paratassi sull’ipotassi), il giro delle frasi, la
particolare scelta delle metafore e delle similitudini (tratte dall’esperienza popolare dei
personaggi, non da quella borghese dei lettori), certe soluzioni tipiche dell’oralità
(quali il “che” polivalente o i pronomi ridondanti: «a lui… gli») e i modi di dire e i
proverbi (questi ultimi si contano a centinaia) messi in bocca a diversi personaggi nel
corso della narrazione.
MASTRO-DON GESUALDO
Dopo la parentesi costituita dal romanzo minore Il marito di Elena (1882), una stanca
ripresa dei motivi erotico-mondani tipici della produzione milanese, Verga torna al
progetto dei Vinti e al mondo rusticano della Sicilia. Il frutto di questo lavoro, al
termine di una lunga elaborazione, è Mastro-don Gesualdo, pubblicato sulla rivista
“Nuova Antologia” nel 1888 e in volume nel 1889.
La trama
Ambientato nella prima parte dell’Ottocento, il romanzo vede come
protagonista Gesualdo Motta, un manovale siciliano che, grazie alla sua ambizione,
diventa un proprietario terriero, meritandosi anche il titolo di “don”, riservato ai
notabili. Arricchitosi superando avversità d’ogni sorta, egli è però circondato dalla
malignità e dall’invidia dei rivali e dei parenti, specialmente quando decide di recidere
il legame con l’ambiente dal quale proviene (abbandonando anche la serva-
amante Diodata, dalla quale ha avuto due figli) e di sposare una nobile
decaduta, Bianca Trao, pur di suggellare la propria ascesa sociale. Questo
matrimonio segna l’inizio della fine per Gesualdo: la moglie lo considera un estraneo e
la figlia Isabella (probabilmente non sua) non gli riserva affetto, anche perché
costretta a sposare un vecchio nobile cinico e spiantato, il duca di Leyra, pur
amando il cugino Corrado. Rinchiusosi sempre più in sé stesso dopo la morte di
Bianca, Gesualdo si ammala. Solo e disprezzato da tutti, viene portato nel palazzo
palermitano dove vivono la figlia e il genero, il quale scialacqua le ricchezze che il
suocero ha accumulato. Muore infine tra atroci sofferenze, schernito dalla servitù.
L’ambientazione eterogenea
Al posto della piccola comunità che fa da sfondo alle vicende dei Malavoglia, qui è
descritto il quadro più complesso di un borgo rurale in cui si muovono individui
diversi appartenenti alle varie classi sociali. Nuovi ricchi si mescolano a umili
artigiani e contadini, aristocratici a faccendieri ed esponenti del clero, ma tutti
indistintamente – nobili, borghesi e plebei – risultano asserviti a una sola,
gretta morale utilitaristica. Ognuno, infatti, appare chiuso nell’ossessiva difesa del
proprio egoistico interesse, schiavo di una vera e propria religione della «roba» che ha
rimosso ogni idea di Dio e sacrificato affetti e legami.
Lo stile
L’intreccio di fatti e personaggi con cui si dipana la vicenda del romanzo trova
corrispondenza anche sul piano formale. Mentre nei Malavoglia all’omogeneità
ambientale corrisponde una certa uniformità stilistica, nel Mastro-don
Gesualdo troviamo una pluralità di moduli espressivi, di voci e di punti di vista. La
tecnica del racconto muta a seconda della fisionomia psicologica e sociale dei vari
personaggi, sui quali si proietta talvolta il gusto della deformazione grottesca o,
addirittura, della caricatura. Questa scelta, che potremmo definire “espressionistica”,
si spiega con la volontà dell’autore di smascherare le apparenze e l’ipocrisia
quotidiana. Quello di Verga, qui, è uno sguardo ironico e distruttivo che mostra la
bestialità amorale di un universo degenerato e privo di ogni idealità positiva.