STORIA DELLE SCIENZE DELLA MENTE LIBRO 2
Storia della psicologia- dal novecento a oggi (capitoli: 3,,4,5,6 tra cui
1,3,4,5,;7;8)
III. La prospettiva psicodinamica e la psicoanalisi
Alla fine dell’Ottocento, il termine dinamico venne adottato in psichiatria per
descrivere disturbi funzionali e psichici non riconducibili a cause organiche. La
psichiatria dinamica ottocentesca, ricostruita da Ellenberger (The Discovery of the
Unconscious, 1970), rappresentò il presupposto storico della psicodinamica.
La psicodinamica, pur spesso identificata con la psicoanalisi, include altre teorie
come la Dynamic Psychology di Woodworth .Essa enfatizza le forze inconsce, la
motivazione e l’interazione tra sistemi psichici. La psicoanalisi di Freud (1856-
1939) si distinse per il ruolo centrale dell’inconscio e il rapporto analista-
paziente. Dal 1950 si è evoluta, integrando contributi da altre discipline, fino a
sviluppare la neuropsicoanalisi alla fine del Novecento.
Anche Pierre Janet (1859-1947) contribuì alla psicodinamica, superando l’approccio
organicista nella spiegazione dei disturbi psichici. Oltre alla psicoanalisi,
emersero la psicologia analitica di Jung e la psicologia individuale di Adler. La
psichiatria fenomenologica (Jaspers, Binswanger) integrò psicoanalisi e
fenomenologia. Infine, nel primo Novecento, teorie come il personalismo di Stern
tentarono di elaborare una concezione dinamica del comportamento indipendente dalla
psicoanalisi e dal comportamentismo.
Dalla concezione organicistica alla concezione psicodinamica della malattia mentale
Nel corso del XVIII e XIX secolo, la psichiatria cercò di definire la specificità
delle malattie mentali, distinguendole dalle malattie fisiche e classificando i
disturbi psichici.
La “psichiatria dinamica”, influenzata dal magnetismo, l’ipnosi e la suggestione,
proponeva che molti fenomeni psichici fossero di origine psicologica.
Nel XIX secolo, la psichiatria tedesca si sviluppò in una direzione organicista,
riducendo le malattie mentali a disturbi cerebrali, come sostenuto da Wilhelm
Griesinger e Emil Kraepelin. Quest’ultimo, con la sua classificazione delle
malattie mentali, privilegiò una visione riduzionistica, trattando i disturbi come
fenomeni naturali, ma la sua teoria incontrò delle difficoltà pratiche.
Verso la fine del XIX secolo, si sviluppò una nuova psichiatria dinamica, che
riconosceva l’importanza delle cause psicologiche nei disturbi mentali e poneva
l’accento sulla relazione medico-paziente. Due scuole influenti di psichiatria
psicodinamica furono quella di Nancy, fondata su ipnosi e suggestione, e quella
della Salpêtrière, guidata da Charcot. Freud, influenzato da entrambe, sviluppò la
psicoanalisi. La psicoterapia, che includeva tecniche basate sulla suggestione e
sul rapporto interpersonale, divenne un approccio fondamentale.
In questo periodo, psichiatri come Eugen Bleuler e Adolf Meyer si opposero alla
rigidità della classificazione delle malattie mentali e enfatizzarono l’importanza
della personalità del paziente e del trattamento individualizzato. Bleuler, in
particolare, introdusse il concetto di “scissione” nella schizofrenia e contribuì
significativamente alla psichiatria del XX secolo.
La teoria di Janet
Janet sviluppò una teoria dei disturbi mentali che superava l’approccio
organicistico e si distaccava dalla psicoanalisi emergente. Janet non cercò di
fondare una scuola e la sua opera non divenne mai sistematica. Tuttavia, oggi il
suo contributo è apprezzato, in particolare per la sua concezione della
dissociazione e la gerarchia dei processi mentali.
La produzione di Janet può essere divisa in due fasi: una iniziale, focalizzata
sulla psicopatologia, e una successiva che si occupa di psicologia generale. Janet
ha scritto molto sulla psicologia sperimentale e sui processi mentali,
distinguendosi per la sua indagine sui casi clinici, come quelli di Léonie,
Justine, Irène e Achilles, noti per la sistematicità delle osservazioni e la
classificazione dei disturbi psichici. Il concetto centrale della sua teoria è la
“dissociazione”, dove il paziente manifesta una scissione tra le funzioni psichiche
che, in un individuo normale, sono integrate.
Janet elaborò una teoria psicologica basata su un’integrazione tra psicologia
sperimentale e psicopatologia, che differiva dall’approccio psicoanalitico di
Freud. La sua concezione psicologica fu influenzata dal contesto sociale,
rifiutando l’idea che le funzioni psichiche derivassero da un’evoluzione
neurofisiologica, sostenendo piuttosto una “teoria sociogenetica”. Secondo Janet,
le funzioni psichiche sono il prodotto di interazioni sociali e culturali.
In generale, l’opera di Janet ha avuto una scarsa influenza diretta nello sviluppo
della psichiatria e psicopatologia del Novecento, ma alcuni aspetti delle sue
ricerche, come la dissociazione e la personalità multipla, furono adottati da altri
studiosi. La sua concezione della “psicologia della condotta” ha avuto un impatto
significativo, contribuendo alla comprensione della psicologia come una disciplina
che include la coscienza e la dinamica sociale.
La psicoanalisi da Freud agli anni ’50
La psicoanalisi divenne una nuova visione della psicologia e della società,
distinguendosi dalle altre scuole psicologiche per la sua concezione globale
dell’uomo.
Freud fu visto come uno dei “maestri del sospetto” insieme a Marx e Nietzsche,
rovesciando la tradizione cartesiana e dimostrando che l’Io non coincide con la
coscienza di sé, ma è influenzato da un inconscio profondo.
La psicoanalisi, pur affondando le sue radici nell’irrazionale, portava a una
consapevolezza critica della propria vita psichica. Freud rispecchiò vari fermenti
culturali, proponendo una psicologia in cui i confini tra il normale e il
patologico diventavano fluidi e difficilmente definibili.
La teoria di Freud, pur radicata nel contesto culturale tedesco si sviluppò in
stretta connessione con la biologia e la medicina dell’epoca. I suoi lavori
iniziali, come l’interpretazione delle afasie, contestavano approcci riduzionisti e
proponevano un’analisi dinamica dei processi cerebrali. Successivamente, Freud si
dedicò alla psicoanalisi, abbandonando l’ipnosi a favore delle associazioni libere.
Nel 1893, Freud, insieme a Breuer, sviluppò una nuova concezione dell’isteria,
suggerendo che i sintomi derivassero da traumi psichici, in particolare legati a
seduzioni infantili. Tuttavia, nel tempo, Freud riconsiderò la sua posizione,
affermando che non si trattava di traumi reali, ma di costruzioni psichiche che
influenzano la psiche. Questa evoluzione culminò nella definizione della “realtà
psichica” come complesso di ricordi e fantasie, non necessariamente corrispondenti
alla realtà effettiva.
Inoltre, Freud teorizzò il complesso di Edipo, che descrive una dinamica emotiva
tra i genitori e i figli, fondamentale per lo sviluppo psichico. La formulazione
sistematica della sua teoria venne pubblicata nel 1900 in “L’interpretazione dei
sogni”, che segnò l’inizio della psicoanalisi come scienza autonoma.
Nel 1923, Freud definì la psicoanalisi come una teoria, un metodo di ricerca
psicologica e terapeutico. La psicoanalisi si proponeva di indagare processi
psichici altrimenti inaccessibili e di trattare i disturbi nevrotici. Freud rifiutò
l’idea che i sintomi isterici derivassero da un blocco di processi psichici,
introducendo il concetto di “difesa” psicologica. La psicoanalisi si evolse da una
teoria energetica dei processi somatici a una dinamica più complessa della psiche,
con interazioni tra sottosistemi psichici. La terapia psicoanalitica si basava
sullo svelamento delle rappresentazioni inconsce.
Fino al 1920, Freud concepiva l’apparato psichico come suddiviso in inconscio,
preconscio e conscio (prima topica)
Dopo, propose la seconda topica con la distinzione tra Es (pulsioni ereditarie);
Io (media tra es e il mondo esterno, cercando di soddisfare i bisogni attraverso la
valutazione degli stimoli). Il Super-io invece emerge durante l’infanzia,
incorporando le influenze sociali e parentali. Con la concezione del Super-io Freud
introduce la metapsicologia, che studiava i principi teorici e le ipotesi della
psicoanalisi.
.Freud distingue tra istinto (comportamento innato) e pulsione (rappresentazione
psichica del bisogno), con la pulsione che ha una dinamica più complessa e può
cambiare oggetto nel tempo.
Le pulsioni si dividono in due categorie: pulsioni di vita (libido) e pulsioni di
morte. Queste pulsioni interagiscono nella psiche e nel mondo biologico, creando
vari fenomeni esistenziali. Freud, riguardo alla sessualità, sottolinea che essa
emerge subito dopo la nascita, non è limitata alla genitalità, ma include una vasta
gamma di attività e zone erogene. La sessualità infantile segue uno sviluppo in
fasi, dalla orale alla fallica, con la fase genitale che segna l’inizio della vita
sessuale adulta. Questo processo è cruciale per comprendere le deviazioni sessuali
e le nevrosi nell’età adulta.
Freud, pur influenzato dalla crescente letteratura sulla sessualità, ha messo in
evidenza la sessualità infantile, spesso trascurata in altri studi. La psicoanalisi
si confronta cosi con la sessuologia.
La “storia evolutiva dell’individuo” è essenziale per comprendere i processi
psichici in età adulta. Freud distingue tra inconscio, preconscio e conscio, con
alcuni processi inconsci che possono diventare coscienti, ma la maggior parte
rimane inconscia, creando resistenze che emergono nel trattamento terapeutico. L’Io
e il Super-io possono essere consci, preconsci o inconsci, mentre l’Es è
completamente inconscio. Freud descrive l’evoluzione dell’Io come una
trasformazione dei contenuti dall’Es al preconscio e, successivamente, al conscio,
con alcuni contenuti rimasti nell’Es come “rimosso”.
I processi nell’inconscio seguono il “processo primario”, regolato dal principio di
piacere, mentre quelli nel preconscio e nel conscio seguono il “processo
secondario”, regolato dal principio di realtà. Il principio di piacere cerca di
evitare il dispiacere e cercare il piacere, mentre il principio di realtà richiede
un “esame di realtà” per soddisfare i bisogni in modo adeguato, senza ricorrere a
rappresentazioni illusorie.
La tecnica psicoanalitica si basa sulla “regola fondamentale” che invita il
paziente a esprimere liberamente tutto ciò che gli passa per la mente, anche se
sgradevole o irrilevante. Questo processo permette di portare alla luce contenuti
inconsci, favorendo la comprensione dell’inconscio del paziente. Un fenomeno
cruciale nel trattamento è il transfert, dove il paziente trasferisce su l’analista
emozioni e reazioni legate a persone significative del passato, come i genitori. Il
transfert può essere ambivalente e contenere desideri erotici, che devono essere
gestiti per garantire il proseguimento dell’analisi.
Freud, nel 1932, rispose alla domanda se la psicoanalisi fosse una nuova “visione
del mondo” affermando che, pur contribuendo alla visione scientifica, non è un
sistema totalizzante. La psicoanalisi influenzò molto l’arte, la letteratura e la
cultura del primo Novecento, esplorando l’inconscio e le dinamiche irrazionali
della psiche.
Dal 1902 al 1950, il movimento psicoanalitico, guidato da Freud, si sviluppò
rapidamente come una scienza autonoma. A partire dal 1902, Freud e i suoi discepoli
si incontravano regolarmente per discutere temi psicoanalitici e si fecero
conferenze.
La psicoanalisi divenne un’istituzione scientifica, con proprie riviste e
regolamenti. Tuttavia, con i primi dissensi da parte di Adler e Jung, Freud prese
una posizione rigida contro le secessioni, definendo questi “eretici”. Questo portò
alla separazione di Jung dalla sua Associazione.
Con il tempo la psicoanalisi si arricchisce e porta a nuove interpretazioni come
quella di Anna Freud che sviluppò la teoria dei meccanismi di difesa, mentre
Hartmann introduce la psicologia dell’Io, considerandolo un sistema autonomo per
l’adattamento dell’individuo.
Queste innovazioni hanno spinto la psicoanalisi verso una direzione più
naturalistica, integrandosi con la psicologia evolutiva e generale. La psicoanalisi
si inseriva così in un ampio progetto di ricerca sullo sviluppo psichico e le sue
componenti biologiche, dinamiche e cognitive, interagendo con altre scuole
psicologiche, soprattutto negli Stati Uniti.
Melanie Klein, dopo Anna Freud, rivoluzionò la psicoanalisi infantile,
distaccandosi dalla psicoanalisi tradizionale sugli adulti. Introdusse nuove
tecniche, come l’osservazione del gioco infantile, per accedere alla psiche dei
bambini. Nella sua opera The Psycho-analysis of Children (1932), descrisse il mondo
psichico primitivo del bambino, formato da fantasie inconsce che strutturano le
relazioni con gli oggetti delle pulsioni.
La psicoanalisi si diffuse gradualmente, inizialmente in Europa centrale. Tuttavia,
con l’ascesa del nazismo, molti psicoanalisti emigrarono, e la psicoanalisi tedesca
subì una pesante repressione.
In Svizzera, la psicoanalisi si sviluppò grazie a Bleuler e Jung. In Ungheria,
Sandor Ferenczi fondò una scuola analitica che influenzò molti psicoanalisti. In
Russia, la psicoanalisi si radicò negli anni ’20, ma venne repressa negli anni ‘30
con l’intensificarsi della critica marxista.
• Francia: Fondata nel 1926, la Società
psicoanalitica di Parigi trovò sostegno nell’ambiente artistico e letterario,
soprattutto tra i surrealisti. Marie Bonaparte fu una figura chiave.
• Inghilterra: La Società psicoanalitica, fondata
nel 1919, vide la partecipazione di figure come Anna Freud e Melanie Klein. Michael
Balint sviluppò una metodologia per medici.
• Stati Uniti: La psicoanalisi si diffuse dopo la
visita di Freud nel 1909. La grande emigrazione di psicoanalisti europei tra le due
guerre mondiali accelerò la sua penetrazione. La questione dell’analisi da parte di
non medici fu discussa da Freud.
• Italia: La psicoanalisi incontrò opposizioni
ideologiche e culturali. Pionieri come Levi Bianchini, Perrotti e Weiss fondarono
la Società psicoanalitica italiana nel 1925.
La teoria di Jung
La teoria di Jung, pur derivando dalla psicoanalisi freudiana, si distacca da essa
sviluppando un progetto teorico originale.
Jung sviluppa la tecnica delle associazioni verbali libere per esplorare i
“complessi”, ovvero insiemi emotivi che influenzano le risposte psicologiche.
Questa tecnica viene applicata per studiare la psicopatologia sperimentale,
portando alla pubblicazione di lavori come Psicologia della dementia praecox. Il
test delle associazioni verbali, utilizzato da Jung anche in ambito giudiziario,
diventa un importante strumento di ricerca psicologica e criminologica.
Jung abbandonò l’approccio sperimentale dopo il suo incontro con Freud nel 1907,
sviluppando un periodo di studio psicoanalitico che culminò nella sua separazione
dal movimento nel 1913.
Criticava l’approccio clinico distaccato della psichiatria dell’epoca e si
avvicinò alla psicoanalisi, introducendo concetti nuovi. Nel 1911-12 pubblicò
Trasformazioni e simboli della libido, dove reinterpretava la libido come
un’energia psichica generale, rifiutando la teoria freudiana delle nevrosi
sessuali.
Nel 1913, Jung lasciò definitivamente la psicoanalisi e intraprese un intenso
periodo di autoanalisi che influenzò profondamente il suo pensiero.
Nel 1921 pubblicò Tipi psicologici, dove descrisse la psiche umana come articolata
in funzioni psicologiche e atteggiamenti (introversione ed estroversione).
La sua psicologia analitica si distaccava dalla psicoanalisi freudiana
. Jung sviluppò anche il concetto di inconscio collettivo, distinto dall’inconscio
personale, popolato da archetipi, immagini primordiali che influenzano i sogni, la
mitologia e l’arte. Gli archetipi non sono contenuti ereditati, ma forme che
strutturano l’inconscio collettivo, prefigurando esperienze e rappresentazioni.
La psiche umana, secondo Jung, è composta dall’inconscio personale, dall’inconscio
collettivo e dall’Io (la parte cosciente).
L’interazione tra queste componenti genera un processo chiamato “individuazione”,
attraverso il quale l’individuo sviluppa e realizza la propria personalità. Questo
processo coinvolge diverse strutture archetipiche:
· la Persona (la maschera sociale),
· l’Ombra (i tratti negativi e rifiutati),
· l’Anima e l’Animus (la natura femminile nell’uomo e maschile nella donna)
· Il risultato finale di questo percorso è il Sé, l’unità psichica completa
che rappresenta la totalità della personalità, un archetipo fondamentale per la
psiche.
· Il Sé ha sia una dimensione cosciente che inconscia, e appare nei sogni,
nei miti e nei simboli, come il cerchio o la croce, esprimendo l’unità degli
opposti.
Il processo di individuazione, secondo Jung, enfatizza la crescita psichica
orientata verso il futuro, a differenza della teoria freudiana, che vede la psiche
come determinata e influenzata dalle forze dell’Es e del Super-io.
Freud riteneva che la sua teoria fosse un punto fermo per lo studio della psiche,
mentre Jung la considerava limitata e deterministica.
Jung sottolineava che una teoria psicologica è influenzata dalla psicologia
personale dell’autore, e criticava il modello terapeutico freudiano, proponendo una
continua evoluzione reciproca tra analista e paziente.
La psicologia archetipica di James Hillman, derivata da Jung, considera l’anima
come un’attività immaginativa costituita da immagini archetipiche, che
rappresentano modelli fondamentali della psiche, visibili nei sogni e nelle
espressioni culturali.
In Italia, il pensiero junghiano è stato diffuso da Ernst Bernhard e Roberto
Bazlen, con la pubblicazione delle opere di Jung e la creazione di riviste
specializzate.
La teoria di Adler
Nel 1911, Alfred Adler si distaccò dalla psicoanalisi freudiana, fondando la
“psicologia individuale”, un approccio autonomo che differiva dalla psicoanalisi di
Freud per il suo focus sulla dimensione sociale e culturale della psiche
Adler sosteneva che la crescita psicologica era influenzata non solo da fattori
biologici, ma anche dalle condizioni sociali, familiari e relazionali.
La psicoterapia adleriana mirava a riorientare il paziente verso la realtà
presente piuttosto che scavare nel passato. Adler rifiutava il concetto freudiano
di complesso di Edipo e attribuiva una grande importanza alle relazioni familiari e
sociali. La psicologia individuale si è diffusa particolarmente negli Stati Uniti,
dove ha influenzato la psicoanalisi americana. In Italia, la Società Italiana di
Psicologia Individuale fu fondata nel 1969.
Temi della psicoanalisi del secondo Novecento e nuove tematiche
Le principali aree di sviluppo della psicoanalisi contemporanea:
1. La struttura della psiche: La descrizione della
psiche, come emersa dalle teorie freudiane, è stata aggiornata negli anni ‘30 e ‘40
con l’introduzione di concetti da parte di Heinz Hartmann, che ha contribuito alla
“psicologia dell’Io”, focalizzandosi sull’autonomia dell’Io e sulle sue funzioni
cognitive nell’adattamento all’ambiente.
2. La dimensione evolutiva: Le teorie successive
hanno rivisitato la psicologia dell’Io, enfatizzando l’importanza delle relazioni
oggettuali, cioè le rappresentazioni mentali delle relazioni con gli altri, come
elemento fondamentale nella strutturazione della psiche.
3. La dimensione sociale: L’influenza della società
e delle dinamiche sociali sulla psiche è diventata un’area centrale di ricerca, con
l’accento posto sulle interazioni sociali nelle prime fasi di vita e sul loro
impatto sullo sviluppo psichico.
4. La verifica sperimentale dei concetti: La
psicoanalisi è stata sempre più integrata con la psicologia sperimentale e la
neuroscienza, cercando di ottenere una verifica empirica dei concetti teorici
psicoanalitici.
5. L’integrazione con le neuroscienze: Un’importante
area di sviluppo riguarda la neuropsicoanalisi, che cerca di combinare la teoria
psicoanalitica con le scoperte neuroscientifiche per una comprensione più completa
della psiche.
Diverse correnti di pensiero che si sono sviluppate all’interno della psicoanalisi
post-freudiana: Wilfred Bion, Ignacio Matte Blanco e Jacques Lacan. Ognuno di
questi ha contribuito a ridefinire alcuni aspetti centrali della psicoanalisi, come
il concetto di inconscio e la relazione tra il soggetto e la realtà esterna.
L’approccio psicoanalitico di Bion, per esempio, è stato fondamentale per lo studio
dei gruppi come sistemi interpersonali e per l’indagine delle dinamiche mentali
primitive. Matte Blanco, invece, ha introdotto una distinzione tra la logica dei
processi consci e quella dei processi inconsci. Lacan, infine, è stato una delle
figure più influenti nel rielaborare la concezione dell’inconscio come strutturato
come un linguaggio, rifiutando l’interpretazione tradizionale delle psicosi a
favore di una prospettiva psicodinamica.
La psicoanalisi si è adattata ai nuovi sviluppi della psicologia, della
neuroscienza e della filosofia, ampliando la propria portata e cercando di
integrare teorie e metodi provenienti da altre discipline.
In Italia, l’interesse per il pensiero lacaniano è cresciuto dagli anni ’60.
L’evoluzione della psiche è stata studiata da psicoanalisti come Anna Freud,
Melanie Klein e René Spitz. Spitz, in particolare, con tecniche osservazionali, ha
sottolineato l’importanza della relazione madre-bambino. Le psicosi infantili sono
state analizzate anche da Bruno Bettelheim, Donald Winnicott, e John Bowlby, con
quest’ultimo che ha sviluppato il concetto di attaccamento. Erik Erikson ha
elaborato una teoria dello sviluppo psichico lungo tutto l’arco della vita.
Inoltre, il ruolo dei fattori sociali nello sviluppo psichico è stato enfatizzato
da psicoanalisti statunitensi come Karen Horney, Harry Sullivan, ed Erich Fromm.
Questi teorici neofreudiani hanno sottolineato l’importanza del contesto sociale
nella formazione della personalità, favorendo l’integrazione della psicoanalisi
nelle scienze sociali.
Il dibattito epistemologico sulla psicoanalisi, emerso negli anni ‘50, riguarda se
essa possa essere considerata una scienza; non si giunse mai ad una risposta
definitiva
. Alcuni psicologi comportamentisti, come Skinner ed Eysenck, hanno respinto la
psicoanalisi per la sua mancanza di verificabilità scientifica. Con lo sviluppo del
cognitivismo, l’interesse verso la psicoanalisi è aumentato, con focus sul
confronto tra “inconscio cognitivo” e “inconscio dinamico”.
Un punto centrale è la posizione di Karl Popper, che considera la psicoanalisi non
scientifica per la sua non falsificabilità. Filosofi come Ricoeur e Habermas hanno
visto la psicoanalisi più come una forma di ermeneutica che una scienza. Nel 1984,
Adolf Grünbaum riprese il dibattito, analizzando la teoria di Freud sulla terapia
analitica e introducendo il “tally argument”, che sostiene che l’efficacia della
terapia si basa sulla concordanza tra l’analista e la realtà psichica del paziente.
Il dibattito ha anche esplorato la veridicità dei casi clinici di Freud,
interrogandosi sulla loro base empirica.
La psicoanalisi in Italia acquisì rilevanza principalmente dagli anni ’60,
nonostante fosse criticata da marxisti e cattolici. Importanti eventi furono la
ripresa della “Rivista di psicoanalisi” nel 1956 e la pubblicazione delle Opere di
Freud nel 1966. Figure rilevanti come Cesare L. Musatti, Franco Fornari, e Giovanni
Carlo Zapparoli influenzarono il dibattito teorico e le modalità terapeutiche, con
scuole di pensiero emergenti, soprattutto a Milano, Roma e [Link] psicoanalisi
italiana divenne sempre più teorica e meno compilativa.
Negli anni ’80, il dibattito sulla scientificità della psicoanalisi si intensificò,
con contributi significativi di autori come Giovanni Jervis, che esplorò la
relazione tra psicoanalisi e neuroscienze, sollevando anche la questione
dell’autoisolamento della psicoanalisi come istituzione chiusa.
Il concetto di neuropsicoanalisi, emerso nei primi anni 2000, cercò di integrare
psicoanalisi e neuroscienze, sulla base delle intuizioni di Freud circa la
relazione tra attività psichica e funzionamento cerebrale. Mark Solms, leader della
neuropsicoanalisi, propose una correlazione tra i sistemi cerebrali e i concetti
freudiani di Es, Io e Super-Io, avvicinando neuroscienze e psicoanalisi.
La psichiatria fenomenologica
La critica alla psichiatria organicistica e il suo superamento in una prospettiva
psicodinamica si sviluppano all’interno della stessa psichiatria. Freud, allievo di
Theodor Meynert, che aveva ridotto la malattia mentale a una malattia cerebrale,
introduce una visione più complessa della psiche, liberandosi dalla psichiatria
somatologica ma conservando alcuni principi biologici. La critica al riduzionismo
biologico si estende anche agli psichiatri del primo Novecento che, influenzati
dalla fenomenologia e dall’esistenzialismo, propongono una comprensione più
dinamica e individuale dei disturbi psichici.
Karl Jaspers, con la sua Psicopatologia Generale (1913), propone un metodo
fenomenologico basato sull’empatia, in cui il compito dello psicopatologo non è
solo diagnosticare, ma entrare in sintonia con il vissuto del paziente. Secondo
Jaspers, la gravità dei disturbi mentali, come nella schizofrenia, limita la
comprensione empatica, richiedendo un approccio esplicativo.
Ludwig Binswanger, critica la psichiatria naturalistica, proponendo una
psicopatologia fenomenologica che si concentra sulla comprensione immediata e
totale dell’esperienza soggettiva, simile all’intuizione artistica. La psicosi è
vista come una modalità di “progetto di mondo”, un modo di essere nel mondo che
differisce dalle modalità normali, e la psicologia deve studiare come gli individui
progettano la propria esistenza.
Altri esponenti importanti della psichiatria fenomenologica, come Eugene Minkowski,
analizzano le distorsioni del vissuto temporale e della spinta vitale nei disturbi
psichici.
In sintesi, la psichiatria fenomenologica propone un superamento della visione
riduzionistica della malattia mentale, focalizzandosi sull’individuo e sul suo modo
di vivere la soggettività nel mondo.
Teorie della personalità
Tra gli anni ’20 e ‘30, mentre diverse scuole psicologiche ponevano l’accento su
specifici aspetti della psiche umana, cercando di evidenziare ora le componenti
innate, ora quelle ambientali, si sviluppò una corrente di studi che cercava di
fondare una psicologia unitaria. Questo approccio cercava di conciliare la
dimensione biologica con quella sociale, mettendo al centro il concetto di
personalità.
La personalità veniva vista come l’organizzazione integrativa delle funzioni
psichiche, che includevano aspetti cognitivi e dinamici. Non si trattò di una
scuola unica, ma piuttosto di varie teorie che basavano il proprio statuto teorico
e metodologico sul concetto di personalità, considerata come un’unità indivisa che
integra le funzioni psichiche.
La prima teoria a fondare la psicologia stessa sul concetto di personalità fu
quella del «personalismo» di William Stern (1871-1938). Per Stern, la psicologia
non doveva essere lo studio delle funzioni psichiche in sé, ma un’indagine su come
queste funzioni si radichino in una “persona” individuale, cercando di capire come
gli aspetti innati e acquisiti convergano in un’unità indivisa. Stern credeva che
le funzioni psichiche fossero un derivato della personalità, non il presupposto da
cui essa si sarebbe configurata. Le sue teorie, che si radicavano in una cornice
filosofica spiritualistica, si conciliavano con i suoi studi empirici sulle
differenze individuali nei processi cognitivi e dinamici.
Gordon W. Allport (1897-1967) invece concepiva la personalità in modo più
psicodinamico (unisce aspetti biologici, psicologici e sociali). Egli descriveva la
personalità come «l’organizzazione dinamica all’interno dell’individuo di quei
sistemi psicofisici che determinano il suo adattamento all’ambiente».Per lui la
personalità è un concetto che fa riferimento a un processo interno dinamico che
guida l’adattamento dell’individuo all’ambiente e che si esprime attraverso il
comportamento. Allport distinse la personalità dal temperamento e dal carattere,
concetti spesso confusi: il temperamento si riferisce alla componente ereditaria,
mentre il carattere riguarda il modo in cui un individuo è giudicato dagli altri in
base al suo comportamento.
Allport delineò sei principali gruppi teorici negli anni ‘30:
Teorie dei tipi: Queste teorie classificano le persone in tipi fissi e ridotti.
All’inizio del Novecento, le teorie si fondavano su variabili biologiche, come il
sistema nervoso o endocrino. Le teorie costituzionali di Kretschmer e Sheldon
correlano la personalità a tipi corporei, ma furono criticate negli anni ’50 per la
mancanza di supporto empirico. Jung e Rorschach integrarono aspetti psicodinamici,
introducendo concetti di introversione ed estroversione.
Teorie dei tratti: Allport sviluppò la sua teoria basata sui tratti, definendo la
personalità come composta da dimensioni costanti e stabili nel comportamento.
Contrapponendosi al comportamentismo, Allport sottolineò che i tratti sono coerenti
tra situazioni diverse.
Teorie psicodinamiche: Riferite alla teoria freudiana, queste teorie enfatizzano la
dinamica evolutiva e le relazioni interpersonali. Le teorie di Adler e quelle
neofreudiane considerano la personalità in relazione al contesto sociale.
Teorie umanistiche: Sviluppate come una “terza forza” della psicologia, queste
teorie, come quelle di Kurt Goldstein, vedono la personalità come un’organizzazione
dinamica e integrata. Il concetto di “autoattualizzazione” è centrale, dove la
personalità si evolve attraverso l’integrazione con l’ambiente.
Nella storia delle teorie sulla personalità, è stato fondamentale il dibattito sui
metodi di indagine:
· Allport evidenziò l’importanza del metodo idiografico: centrato sull’analisi
qualitativa del singolo caso ( altri psicologi si concentrarono su strumenti più
obiettivi e quantitativi, come il test delle associazioni verbali, uno dei primi
strumenti clinici basati sulla statistica).
· Numerosi questionari sulla personalità, tra cui il Minnesota Multiphasic
Personality Inventory (MMPI), l’Eysenck Personality Inventory e il 16 Personality
Factor Questionnaire di Cattell, che hanno posto le basi per la teoria fattoriale
della personalità, dove la personalità è vista come un insieme di fattori estratti
tramite analisi fattoriale.
· il modello dei Big Five; identifica cinque dimensioni fondamentali della
personalità: apertura mentale, coscienziosità, estroversione, amicalità e
nevroticismo.
· il modello HEXACO(recentemente) ha introdotto un sesto fattore, l’onestà-
umiltà.
· Tuttavia, alcuni critici affermano che l’approccio fattoriale non riesce a
spiegare la dinamica sottostante alla personalità, limitandosi a descrivere i dati
dei questionari.
· Test proiettivi (il test di Rorschach) per esplorare la dinamica inconscia
della personalità, proponendo una via intermedia tra la psicoanalisi e la
psicologia accademica.
· Henry Murray, ha introdotto la “personologia”, un approccio che cercava di
combinare teoria dei tratti e metodi quantitativi con uno studio intensivo dei
singoli casi.
· Negli anni ‘60, le teorie sulla personalità basate su tratti stabili hanno
iniziato a entrare in crisi sotto l’influenza di teorie che ponevano maggiore
enfasi sull’influenza dei fattori ambientali, portando a un passaggio dal
“personalismo” al “situazionismo”, con l’emergere di approcci neo-comportamentisti
e cognitivisti.
Modelli integrati tra salute e patologia della mente
Negli anni ‘60, la psicologia clinica si distaccò dalle correnti psicoanalitiche e
fenomenologiche, concentrandosi sulla valutazione, prevenzione e trattamento a
livello individuale, familiare, comunitario e sociale, invece che sulla patologia.
Lightner Witmer, nel 1907, aveva già proposto una psicologia meno legata al modello
medico, enfatizzando il ruolo dell’educatore e dell’assistente sociale.
Negli anni ‘90, emerse la psicologia della salute, focalizzandosi su benessere
psichico, stress e prevenzione dei disturbi mentali.
A differenza della psicologia clinica, questa disciplina si concentrò
sull’educazione alla salute e le risorse della persona, Joseph J. Matarazzo fu tra
i principali promotori di questa area.
In Italia, la psicologia clinica e della salute divennero aree autonome negli anni
’80, con contributi significativi di professionisti come Mario Bertini e Marino
Bosinelli.
IV. La prospettiva comportamentista
Il comportamentismo, nato nel 1913 con l’articolo di John B. Watson che dominò la
psicologia nordamericana fino agli anni ’60.
La prospettiva comportamentista si concentra sul comportamento osservabile,
ignorando i processi mentali interni.
Il comportamentismo si diffuse grazie a filosofi come il pragmatismo (William
James, Charles Peirce, John Dewey) e l’empirismo logico, che influenzarono il
metodo scientifico del movimento, focalizzandosi sull’osservazione empirica e
sull’uso di modelli matematici. I comportamentisti, come Clark Hull e B.F. Skinner,
promuovevano un approccio rigoroso e sperimentale, applicato in campi come
l’istruzione e la terapia.
Negli anni ’30-‘50, il comportamentismo si sviluppò in due fasi:
· il “comportamentismo classico” (Watson)
· “neocomportamentismo” (Skinner), che includeva applicazioni pratiche come
l’istruzione programmata e la terapia comportamentale.
Tuttavia, a partire dagli anni ’60, il movimento entrò in crisi a causa delle
neuroscienze emergenti e delle limitazioni teoriche interne, portando alla nascita
della psicologia cognitiva.
La psicologia americana agli inizi del secolo: strutturalismo e funzionalismo
Alla fine dell’Ottocento, la psicologia negli Stati Uniti si sviluppò rapidamente,
con la creazione di numerosi laboratori.
Le due principali scuole psicologiche dell’epoca erano lo strutturalismo e il
funzionalismo.
Edward B. Titchener fu il caposcuola dello strutturalismo americano. La sua
psicologia si concentrava sull’analisi della mente attraverso l’introspezione,
cercando di scomporre le esperienze nelle loro componenti elementari (sensazioni,
immagini e sentimenti). La sua ricerca era incentrata sulla struttura della mente,
piuttosto che sulle sue funzioni, come invece sosteneva il funzionalismo. Titchener
vedeva la psicologia sperimentale come la ricerca della struttura mentale,
un’analisi morfologica, mentre la psicologia funzionale si occupava dei processi
psicofisici.
Il funzionalismo, principalmente rappresentato da William James e John Dewey, si
concentrava sull’adattamento e sull’interazione della mente con l’ambiente. James,
propose l’idea della “corrente di coscienza”, sottolineando che i processi mentali
sono dinamici e orientati a uno scopo. Il funzionalismo criticava la divisione tra
sensazione e risposta tipica dello strutturalismo e sosteneva che la mente fosse un
sistema in continuo cambiamento, volto a raggiungere obiettivi pratici.
In sintesi, lo strutturalismo analizzava la mente in termini di struttura e
componenti, mentre il funzionalismo si concentrava sulle funzioni della mente,
sottolineando l’importanza dell’adattamento all’ambiente.
La psicologia americana del periodo si distinse per l’introduzione di metodi
scientifici e per il suo orientamento pratico nell’affrontare i problemi
psicologici.
George H. Mead introdusse la teoria del “comportamentismo sociale”; sottolineava
il ruolo delle interazioni sociali nello sviluppo della mente, concetto simile a
quello del Sé sviluppato da William James. Secondo Mead, la mente si sviluppa e
acquisisce significato solo attraverso un contesto sociale.
James McKeen Cattell (funzionalismo), studiò le differenze individuali e sviluppò
i primi test mentali. I suoi allievi contribuirono notevolmente alla psicologia
dell’apprendimento e alla motivazione. Thorndike, con esperimenti sugli animali,
sviluppò il concetto di apprendimento per prove ed errori, mentre Woodworth propose
il modello S-O-R (stimolo-organismo-risposta) per studiare la motivazione dietro il
comportamento.
In Europa, il funzionalismo di Édouard Claparède si concentrò sullo sviluppo
psichico infantile e sulla psicopedagogia. Claparède utilizzò il metodo della
“riflessione parlata” per analizzare i processi mentali e la “presa di coscienza”
durante la risoluzione dei problemi.
Il comportamentismo da Watson agli anni ’50
Nel periodo tra il 1907 e il 1910, la psicologia americana passò dal funzionalismo
al comportamentismo, con un focus sul comportamento osservabile invece che sulla
coscienza e l’introspezione. Questo cambiamento fu influenzato dai lavori di
psicologi come Thorndike, Jennings e Yerkes, che studiarono i movimenti e le
reazioni degli animali in relazione agli stimoli e all’ambiente, senza ricorrere a
concetti non verificabili.
Nel campo della psicologia umana, psicologi come James e Angell si concentrarono
sul comportamento osservabile e misurabile, come risposte motorie e verbali. Max
Meyer, Knight Dunlap ,Watson, sostenevano che la psicologia dovesse basarsi su
osservazioni oggettive, abbandonando la coscienza come oggetto di studio e
l’introspezione come metodo.
Il manifesto del comportamentismo di John B. Watson, presentato nel 1913, definisce
la psicologia come una scienza naturale oggettiva, focalizzata sullo studio del
comportamento osservabile e misurabile. Watson rigetta l’introspezione e l’analisi
della coscienza come metodo scientifico, sostenendo che il comportamento può essere
previsto e controllato attraverso l’osservazione degli stimoli e delle risposte,
senza fare ricorso a dati soggettivi. Watson respingeva anche la distinzione tra
uomo e animale, proponendo un approccio unificato per lo studio di entrambi,
trattando entrambi come risposte a stimoli osservabili
Il suo obiettivo era superare i limiti della psicologia tradizionale, che
considerava eccessivamente speculativa e priva di metodi sperimentali chiari.
Watson criticava le teorie psicologiche che dipendevano da concetti vaghi come
sensazione e percezione, sostenendo che tali termini fossero inutilizzabili senza
una definizione sperimentale precisa. Promuoveva un approccio sperimentale rigoroso
che permettesse di manipolare e controllare il comportamento, rifiutando il
concetto di coscienza come causa del comportamento umano, preferendo studi basati
su risposte comportamentali oggettive.
Inoltre, Watson non negava l’esistenza della coscienza, ma riteneva che fosse
inutile come causa esplicativa del comportamento. Proponeva invece che gli stati
psicologici potessero essere dedotti solo dalle risposte comportamentali, e non
attraverso introspezioni soggettive.
Watson esplorava in dettaglio il condizionamento e il riflesso condizionato come
unità di analisi per la psicologia comportamentale.
· Il condizionamento pavloviano: ha avuto un enorme impatto sulla psicologia,
si concentra sulla creazione di reazioni condizionate attraverso l’associazione di
stimoli e risposte. Skinner ha introdotto il concetto di condizionamento operante,
enfatizzando l’importanza del rinforzo per modellare il comportamento.
· Il modello di Guthrie basato sulla contiguità stimolo-risposta, e quello di
Skinner che si focalizza sul rinforzo e la “modellazione” del comportamento.
· Hull ha introdotto il concetto di “pulsione”, un fattore biologico che
media la risposta agli stimoli.
· Questi sviluppi teorici hanno contribuito a consolidare il comportamentismo
come approccio principale alla psicologia.
Negli esperimenti sul condizionamento condotti da Watson, Guthrie, Hull e Skinner
fino agli anni ‘30, l’apprendimento era valutato in base alle risposte emesse dagli
animali. La risposta corretta, era considerata indice dell’apprendimento.
Edward C. Tolman criticò questa visione, introducendo il concetto di apprendimento
latente. In un esperimento del 1930, Tolman e Honzik mostrarono che alcuni ratti
imparavano il percorso del labirinto anche senza rinforzo, e la prestazione si
migliorava solo quando veniva somministrato il rinforzo. Questo suggeriva che
l’apprendimento non corrispondeva sempre alla prestazione immediata.
Tolman propose che nell’apprendimento non si acquisisse semplicemente una relazione
stimolo-risposta, ma un complesso di stimoli che agivano come segnali (mappe
cognitive).Queste variabili intervenienti erano fondamentali nell’apprendimento,
mentre la semplice connessione stimolo-risposta non lo era.
Negli anni ‘50, si sviluppò una nuova teoria dell’apprendimento, con modelli
matematici predittivi del comportamento, come quelli proposti da William K. Estes.
Il comportamentismo, dominante fino agli anni ‘50, si articolò in diverse scuole di
pensiero, passando dal “comportamentismo classico” al “neo-comportamentismo”.
Watson stesso, negli anni ‘17, modificò la sua visione, sottolineando l’importanza
dell’ambiente nell’apprendimento umano, con un focus sull’applicazione della
psicologia ai problemi sociali e scolastici.
L’approccio comportamentista di John B. Watson si sviluppò a partire dai suoi studi
sul comportamento infantile, in particolare attraverso esperimenti come quello del
1920 con Rosalie Rayner, in cui condizionarono un bambino, Albert, a sviluppare
paure tramite stimoli associati a rumori forti. Watson sosteneva che le emozioni
primarie alla nascita fossero paura, rabbia e amore, e che attraverso il
condizionamento si potessero formare altre emozioni.
Watson, dichiarò che, con l’ambiente giusto, avrebbe potuto formare qualsiasi
individuo in qualsiasi professione. Questo approccio, portò a una visione
deterministica dell’individuo come completamente influenzato dall’ambiente. Tale
visione suscitò critiche, soprattutto da parte di chi riteneva che l’esclusione
della coscienza e dell’introspezione limitasse la rilevanza della psicologia.
Negli anni ‘20, si sviluppò una distinzione tra comportamentismo “rigido” (di
Watson) e “flessibile”, che accettava lo studio della coscienza. William McDougall
e Karl S. Lashley criticano la visione watsoniana, proponendo una visione più
complessa del comportamento, come l’introduzione di “scopi” o finalità nel
comportamento.
Nel periodo 1930-1950, l’attenzione si spostò più sui metodi empirici e sulla
comprensione del comportamento, con teorici come Tolman, che propose il
“comportamentismo intenzionale”, il quale introduceva il concetto di scopo nel
comportamento. Secondo Tolman, l’apprendimento non si limitava a semplici
associazioni stimolo-risposta, ma comprendeva anche processi cognitivi e
finalizzati.
Importante fu anche il dibattito tra approccio molecolare (come quello di Watson) e
molare (come quello di Tolman), che considerava il comportamento come l’interazione
di unità complesse. L’approccio molecolare riduceva il comportamento a stimoli e
risposte, mentre quello molare lo vedeva come un insieme di risposte più complesse
e integrate.
Teorici come Hull continuarono a sviluppare modelli comportamentisti complessi,
utilizzando il metodo ipotetico-deduttivo per analizzare l’apprendimento e il
condizionamento. Il lavoro di Hull, venne gradualmente messo in discussione per la
difficoltà di verificare empiricamente il suo sistema complesso.
In sintesi, il comportamentismo di Watson e i suoi sviluppi successivi hanno
profondamente influenzato la psicologia, ma sono stati anche oggetto di critiche,
soprattutto per il determinismo e il rifiuto della coscienza come elemento
rilevante nello studio del comportamento umano.
Il concetto di “variabili intervenienti” è stato centrale nelle teorie
comportamentiste. Tolman e Hull lo hanno incluso nei loro modelli, mentre Skinner
ha parlato di “termini medi ipotetici” per spiegare il legame tra stimoli e
risposte.
Queste variabili, come le abitudini o i processi invisibili, sono inferenze che
cercano di spiegare come gli stimoli causano risposte, ma non sono osservabili
direttamente.
Hull definì le variabili intervenienti come costrutti logici, collegando eventi
antecedenti e susseguenti attraverso osservazioni sperimentali. Skinner, pur non
negando il ruolo del sistema nervoso, sosteneva che lo studio comportamentale
dovesse essere separato dalle indagini fisiologiche molecolari.
La sua posizione è stata quella di considerare il sistema nervoso come un’entità
concettuale, ma senza focalizzarsi sui dettagli fisiologici che non aiutavano a
comprendere il comportamento, un po’ come l’analogia della “scatola nera” per il
cervello.
Skinner ribadì che, pur riconoscendo l’importanza dei processi fisiologici, il
comportamento aveva una propria scienza, che non doveva essere oscurata da
inferenze sul sistema nervoso.
Skinner e l’utopia comportamentista
Skinner, uno degli esponenti più importanti del comportamentismo In queste opere.
Skinner propone un approccio scientifico e rigoroso allo studio del comportamento,
enfatizzando l’importanza di osservazioni e misurazioni dirette e controllate, in
particolare attraverso esperimenti su animali.
Skinner sostiene che la psicologia deve essere trattata come una scienza naturale,
simile alle scienze fisiche, studiando le relazioni causa-effetto tra le variabili
che influenzano il comportamento. Secondo lui, il comportamento umano e animale,
seppur diversi per complessità, sono analizzabili con gli stessi metodi
sperimentali, e non è necessario ricorrere a concetti psicologici complessi come
“intenzione” o “significato” per comprendere il comportamento.
Il passo fondamentale del comportamento, secondo Skinner, è che deve essere
osservato e misurato in termini fisici, senza fare riferimento a stati mentali o a
forze esterne non osservabili. Egli difende l’uso dell’analisi funzionale, che si
concentra esclusivamente sugli eventi osservabili e sulle variabili fisiche che
influenzano il comportamento, rendendo la psicologia un campo scientifico rigoroso.
Inoltre, Skinner esplora il concetto di manipolazione delle variabili, sia interne
che esterne, per studiare e prevedere il comportamento, sottolineando come la
ricerca scientifica debba rimanere concentrata su ciò che è misurabile e
osservabile, escludendo influenze che non possano essere direttamente controllate o
verificate.
La discussione sul comportamento animale è anche una parte fondamentale del suo
approccio, poiché, attraverso esperimenti sugli animali, è possibile raccogliere
dati in condizioni rigorosamente controllate e studiare il comportamento in modo
più preciso rispetto agli esseri umani.
Questo approccio di Skinner ha avuto una grande influenza nella psicologia
contemporanea, non solo per la sua teoria del comportamento ma anche per il suo
impatto su come la psicologia può essere integrata con una visione scientifica del
mondo e della società.
Il comportamentismo di B.F. Skinner, si focalizza sull’analisi e il controllo del
comportamento umano attraverso il condizionamento. Skinner si interessava più al
controllo del comportamento che al processo di apprendimento in sé, e le sue teorie
furono applicate in vari campi, in particolare nell’istruzione programmata. In
quest’ambito, ogni contenuto disciplinare veniva suddiviso in blocchi di
apprendimento, con verifica immediata per ogni passo.
Le critiche, tra cui quella del linguista Noam Chomsky, evidenziavano la mancanza
di comprensione della complessità dei processi mentali, come il linguaggio.
Skinner, pur riconoscendo la necessità di un controllo sociale per garantire
libertà e creatività, ha anche teorizzato una società utopistica basata sul
controllo del comportamento umano.
Questo approccio non è stato accolto universalmente, e molti psicologi hanno
rifiutato una psicologia che considerava l’uomo solo come un oggetto da modellare e
controllare. In Italia, l’influenza del comportamentismo si fece sentire a partire
dagli anni ’70, con il contributo di studiosi come Virgilio Lazzeroni e Gastone
Canziani.
L’operazionismo in psicologia
L’operazionismo è una teoria sviluppata dal fisico Percy W. Bridgman nel 1927,
secondo cui un concetto scientifico è definito dalle operazioni necessarie per
determinarlo. Questo approccio, che nega l’esistenza di entità assolute e considera
i concetti come costrutti teorici in continua evoluzione, influenzò profondamente
la psicologia sperimentale e il comportamentismo.
Nel 1935, lo psicofisico Smith S. Stevens rilanciò il dibattito con il suo articolo
The Operational Definition of Concepts, diffondendo l’operazionismo tra gli
psicologi di Harvard. Stevens definì sette principi fondamentali, tra cui:
· la riduzione delle affermazioni empiriche a termini condivisi,
· l’esclusione dell’esperienza privata,
· la verifica sperimentale delle proposizioni
· la chiara distinzione tra proposizioni formali ed empiriche.
L’operazionismo trovò ampio consenso tra i comportamentisti, come McGeoch, Tolman,
Hull e Spence, ma ricevette anche critiche. Un simposio organizzato da Boring nel
1945 rispose a queste obiezioni. Tuttavia, già alla fine degli anni ’40,
l’operazionismo perse centralità, pur lasciando un’eredità metodologica nella
psicologia.
In Italia, il dibattito si sviluppò nel secondo dopoguerra grazie a studiosi come
Silvio Ceccato, Vittorio Somenzi e Giuseppe Vaccarino, che fondarono la rivista
Methodos. Il movimento contribuì anche alla diffusione della cibernetica e dei
primi modelli informazionali della mente.
Personalità, psicopatologia e apprendimento sociale nella prospettiva
comportamentista
Il comportamentismo è stato spesso associato alla teoria dell’apprendimento, poiché
ha dedicato gran parte delle sue ricerche allo studio dei meccanismi di
acquisizione dei comportamenti.
Uno dei principali esponenti, Clark Hull, influenzò un gruppo di psicologi della
Yale University, che sviluppò teorie comportamentiste sulla personalità. Tra
questi, Dollard e Miller, nel loro lavoro Frustration and Aggression (1939),
applicarono i concetti psicoanalitici a una verifica sperimentale basata sul
comportamento, sostenendo che la personalità è un insieme di abitudini apprese
nell’interazione con l’ambiente. Anche i disturbi psicologici, come ansia e fobie,
vennero interpretati come risposte apprese.
A partire dagli anni ’50, si sviluppò la terapia del comportamento (behavior
therapy), basata sul principio che i comportamenti anormali vengono appresi con le
stesse leggi di quelli normali e possono quindi essere “disappresi”. Tra i
principali esponenti vi furono Joseph Wolpe, Hans Eysenck e B.F. Skinner. Questa
terapia si pose in alternativa alla psicoanalisi, concentrandosi sulla modifica dei
sintomi senza ricercare cause profonde.
Eysenck, in particolare, integrò il comportamentismo con una teoria biologica della
personalità, individuando tre fattori fondamentali:
· introversione-estroversione
· nevroticismo e psicoticismo.
· il biofeedback, sviluppato dagli anni ’60, si basò sul condizionamento
operante per permettere il controllo volontario delle funzioni fisiologiche.
In Italia, dagli anni ’70 si diffuse la terapia cognitivo-comportamentale (TCC),
integrando il comportamentismo con il cognitivismo. Importanti contributi vennero
da Guidano, Liotti, Bara, Chiari e Meazzini, mentre Isaías Pessotti scrisse il
primo testo italiano sul condizionamento operante.
Negli anni ’50-’60, nacquero le teorie dell’apprendimento sociale, che
evidenziarono il ruolo dei fattori sociali nella costruzione della personalità.
Dollard e Miller, Rotter e Bandura svilupparono modelli secondo cui la personalità
si forma attraverso il rinforzo sociale e l’imitazione.
Albert Bandura, con il celebre esperimento della bambola Bobo (1961-63), dimostrò
che il comportamento aggressivo si apprende per osservazione. Successivamente,
elaborò la teoria socio-cognitiva della personalità, introducendo concetti come
auto-efficacia e agentività, con forte impatto in ambiti come l’educazione e la
politica.
In sintesi, il comportamentismo ha fornito una base scientifica per lo studio
dell’apprendimento, della personalità e della psicopatologia, evolvendosi nel tempo
fino a integrarsi con il cognitivismo e le neuroscienze.
V. La prospettiva cognitivista
Evoluzione della psicologia cognitiva nel Novecento, confrontando il
comportamentismo, la Gestalt e il cognitivismo.
• Origini del Cognitivismo: Non ebbe un manifesto
programmatico come il comportamentismo (Watson, 1913) o la Gestalt (Wertheimer,
1912), ma si consolidò negli anni ’60 e ’70 con il lavoro di Ulric Neisser
(Cognitive Psychology, 1967), sistematizzando ricerche già avviate.
• Principi fondamentali:
1. Basi biologiche – I processi psichici dipendono
dalla struttura e sviluppo del sistema nervoso.
2. Costruttivismo – La mente elabora attivamente le
informazioni e modella la realtà.
3. Mentalismo – Il comportamento è guidato da
rappresentazioni mentali interne.
4. Elaborazione dell’informazione – La mente
processa dati in modo simile a un calcolatore.
5. Simulazione – È possibile riprodurre i processi
cognitivi su macchine artificiali.
• Influenze storiche:
• Scuola di Würzburg (fine Ottocento) → Studio del
pensiero oltre il modello associativo.
• Piaget (dagli anni ’20) → Teoria dello sviluppo
cognitivo e epistemologia genetica.
• Ricerche sulla percezione (dagli anni ’40) →
Approcci transazionalista, funzionalismo probabilistico (Brunswik), New Look,
teoria ecologica (Gibson).
• Evoluzione negli anni ’60-’70: Il cognitivismo
emerge grazie a contributi dalla psicologia sperimentale, cibernetica, linguistica
e neuroscienze. Successivamente, subisce una revisione critica che enfatizza
l’approccio ecologico.
• Dagli anni ’70 in poi:
• Scienza cognitiva → Approccio interdisciplinare
con simulazioni al computer (intelligenza artificiale).
• Connessionismo (anni ’80) → Modelli ispirati alle
reti neurali per spiegare il funzionamento mentale.
Il cognitivismo si sviluppò quindi come un movimento eterogeneo, ereditando
ricerche precedenti e integrandosi con nuove prospettive scientifiche.
Lo studio dei processi cognitivi: dalla scuola di Würzburg a Bartlett
La scuola di Würzburg, fondata da Oswald Külpe nel 1894, si distinse dalla scuola
wundtiana concentrandosi sul pensiero come fenomeno autonomo, non riducibile a
semplici associazioni sensoriali. Attraverso esperimenti sulle associazioni, i
giudizi e i tempi di reazione, emerse il concetto di “pensiero senza immagini”,
caratterizzato da stati di coscienza privi di rappresentazioni sensoriali e guidati
da intenzioni o disposizioni cognitive inconsce (inconscio cognitivo).
I principali esponenti, come Narziss Ach e Karl Bühler, svilupparono metodi
innovativi per analizzare le fasi del pensiero e le strategie risolutive dei
compiti. Questo approccio contrastava con la psicologia delle sensazioni di Wundt.
Bühler e altri studiosi portarono avanti la ricerca sul pensiero produttivo,
anticipando concetti poi ripresi dalla Gestalt psychologie.
Negli anni successivi, la Denkspsychologie si sviluppò in due direzioni:
· lo studio della formazione dei concetti (con Ach e il metodo poi ripreso da
Vygotskij)
· l’approccio evolutivo al pensiero, culminato nei lavori di Bühler, Piaget e
Vygotskij.
Questi sviluppi sancirono il superamento del modello associazionista, evidenziando
il carattere dinamico e produttivo del pensiero umano.
Le teorie dell’intelligenza
La psicologia dell’intelligenza si sviluppò parallelamente alla psicologia
sperimentale del primo Novecento. Jean Piaget rivoluzionò lo studio
dell’intelligenza infantile, considerandola una funzione in evoluzione e non una
qualità innata. Le ricerche si focalizzarono su due aspetti: differenze individuali
e applicazioni pratiche in ambito scolastico e lavorativo.
I primi test di intelligenza furono elaborati da Cattell e Binet. Binet e Simon
introdussero il concetto di “età mentale”, mentre Terman adattò il test Binet-Simon
creando lo Stanford-Binet e introducendo il Quoziente d’Intelligenza (QI). Wechsler
successivamente sviluppò test più articolati, distinguendo tra intelligenza verbale
e di performance.
L’uso dei test si diffuse negli Stati Uniti, inclusi ambiti militari, ma sollevò
critiche per il rischio di discriminazione socio-culturale. Spearman propose il
concetto di intelligenza generale (“g”), mentre Thurstone e Guilford suggerirono
modelli più articolati con capacità indipendenti. Dagli anni ’70, il cognitivismo
influenzò la ricerca, con Sternberg e Gardner che ampliarono il concetto di
intelligenza, includendo aspetti pratici e multipli tipi di intelligenza.
Gardner introdusse la teoria delle intelligenze multiple (linguistica, logico-
matematica, spaziale, musicale, cinestetica, interpersonale, intrapersonale),
mentre Mayer e Salovey svilupparono il concetto di intelligenza emotiva, reso
popolare da Goleman, evidenziando l’importanza della gestione delle emozioni nel
successo personale e sociale.
Le teorie dello sviluppo psichico
La psicologia infantile, inizialmente considerata un supplemento a quella
dell’adulto, ha avuto uno sviluppo significativo dalla fine dell’Ottocento in poi.
Inizialmente basata su osservazioni descrittive di genitori-scienziati, ha trovato
un primo orientamento teorico con Darwin, che vedeva nel comportamento infantile
elementi innati confrontabili con quelli delle specie animali. Preyer rafforzò
questa visione innatista, considerando lo sviluppo psichico un processo di
riattivazione del patrimonio ereditario.
La sistematizzazione dello studio avvenne con Stanley Hall e James Baldwin. Hall
definì cinque stadi dello sviluppo, introducendo l’adolescenza come fase autonoma.
Baldwin elaborò una teoria evolutiva dello sviluppo psichico, anticipando concetti
ripresi poi da Piaget, come assimilazione e accomodamento.
Negli anni ’20 e ’30, la ricerca psicologica sullo sviluppo infantile si arricchì
con studi longitudinali e teorie influenzate da diverse scuole di pensiero. Watson
contribuì con il comportamentismo, mentre Gesell propose un modello biologico dello
sviluppo basato su stadi. Piaget e Vygotskij spostarono l’attenzione sui processi
cognitivi e la loro evoluzione.
Altri contributi importanti vennero da Bühler, che descrisse tre fasi dello
sviluppo psichico, e da Werner, che approfondì la percezione e la formazione dei
simboli. La psicologia dello sviluppo si consolidò ulteriormente con manuali di
riferimento come quelli curati da Murchison e Carmichael.
La teoria di Piaget
Jean Piaget, ha studiato lo sviluppo psichico infantile in relazione alla genesi
della conoscenza e al rapporto tra la mente e il mondo esterno, distaccandosi dalle
tradizioni filosofiche e adottando il metodo scientifico. Piaget criticò la
filosofia speculativa ma la sua epistemologia genetica ha proposto una nuova
filosofia della mente, basata su indagini empiriche e un’integrazione
interdisciplinare, dando quindi un importante contributo.
La sua teoria si concentra sullo sviluppo della mente umana, che non è statica ma
evolve attraverso stadi successivi. Piaget ha scoperto che la mente infantile si
sviluppa progressivamente, a differenza dei filosofi precedenti, che studiavano
solo la mente adulta. Ha condotto ricerche sistematiche sui bambini, superando la
raccolta di aneddoti e facendo del campo dello sviluppo psicologico un’impresa
rigorosa. Pur influenzato da altri autori, Piaget è stato innovativo nella sua
concezione e metodologia. La sua teoria ha dominato la comprensione dello sviluppo
mentale infantile per decenni.
Il metodo clinico di Piaget si distaccò dalle metodologie tradizionali come i test
standardizzati e l’osservazione pura. I test, pur permettendo di raccogliere dati
su un ampio numero di bambini, erano troppo rigidi per cogliere il reale processo
mentale di ciascun bambino. Allo stesso modo, l’osservazione pura non consentiva di
manipolare i comportamenti e i pensieri del bambino per esplorarli più a fondo.
Piaget sviluppò così il metodo clinico, che combina osservazione e sperimentazione,
permettendo di adattare le domande in base al percorso mentale del bambino.
Piaget aveva appreso questo approccio durante il suo periodo all’Ospedale
psichiatrico di Zurigo e la sua esperienza con la psicoanalisi e i test a Parigi.
Nel metodo clinico, lo psicologo guida il bambino con ipotesi, orientando il
comportamento per verificare le proprie teorie, strutturando le domande in base al
percorso evolutivo del bambino. Questo approccio è stato essenziale per la
psicologia infantile, in quanto consente di esplorare più profondamente i processi
mentali del bambino.
Nel suo libro La représentation du monde chez l’enfant (1926), Piaget descrive il
metodo clinico come un approccio che supera sia l’osservazione pura che i test
standardizzati, combinando i vantaggi dell’esperimento e dell’osservazione diretta.
Piaget lo paragona all’esame clinico psichiatrico, dove il clinico osserva e
interagisce con il paziente per esplorare idee e reazioni, formulando ipotesi e
variando le condizioni per verificare le risposte. Questo metodo consente di
approfondire l’esplorazione dei processi mentali dei bambini, permettendo una
maggiore flessibilità e approfondimento rispetto ai metodi tradizionali.
Piaget sviluppò questa teoria della mente attraverso una lunga serie di ricerche
sui processi cognitivi e le categorie mentali, tra cui linguaggio, pensiero,
memoria, percezione, e molto altro. Nei suoi studi, Piaget esplorò come la mente si
sviluppa in stadi, costruendo la realtà in modo sempre più complesso, e identificò
l’interazione tra strutture mentali e ambienti esterni. L’adattamento, secondo
Piaget, avviene tramite due processi fondamentali:
· assimilazione (incorporare gli elementi dell’ambiente senza modificarli)
· accomodamento (modificare le strutture mentali per adattarsi agli stimoli
esterni). Questo equilibrio favorisce lo sviluppo continuo della mente nel corso
dell’ontogenesi.
Questi concetti si riferiscono a come l’individuo si adatta all’ambiente e
organizza le sue strutture mentali.
In un processo di adattamento ideale, i due meccanismi sono in equilibrio, con
l’assimilazione che consente di integrare gli oggetti e le esperienze nel mondo
soggettivo, e l’accomodamento che modella e riorganizza le strutture mentali per
accogliere il nuovo.
Stadi dello sviluppo cognitivo:
· periodo senso-motorio (dai 0 ai 2 anni): il bambino esplora e conosce il
mondo attraverso i sensi e i movimenti, sviluppando gradualmente la capacità di
coordinare percezione e azione. Tra le tappe più importanti c’è la permanenza
dell’oggetto, ovvero la consapevolezza che un oggetto continua a esistere anche se
non è visibile.
· periodo concettuale (dai 2 ai 12-15 anni): il bambino inizia a usare simboli
e concetti
· Ogni periodo è caratterizzato da un tipo di interazione con l’ambiente e da
operazioni mentali sempre più complesse.
· Nei sottoperiodi successivi, il pensiero si sviluppa da un pensiero
preconcettuale, incentrato sulle rappresentazioni interne, a un pensiero più
organizzato e razionale.
· L’acquisizione del concetto di conservazione è fondamentale: il bambino
impara che le proprietà degli oggetti (come la quantità di liquido) rimangono
invariate, anche se l’aspetto dell’oggetto cambia.
· Periodo delle operazioni formali: (dai 12 anni in su), il bambino sviluppa
la capacità di pensare in modo astratto e ipotetico, risolvendo problemi complessi
senza necessità di riferirsi a oggetti concreti. In questa fase, il metodo
scientifico diventa una parte centrale del suo pensiero.
Piaget descrive lo sviluppo mentale come un processo progressivo e dinamico, dove
l’individuo costruisce gradualmente una comprensione sempre più complessa del mondo
attraverso un equilibrio tra assimilazione e accomodamento. La teoria di Piaget ha
avuto un impatto duraturo sulla psicologia evolutiva e continua ad essere una delle
principali teorie riferite allo sviluppo cognitivo.
Lo sviluppo del ragionamento morale: una progressione in stadi, da un’accettazione
passiva delle regole a una concezione relativista.
Kohlberg ha ampliato questa teoria, proponendo un modello a tre stadi
(preconvenzionale, convenzionale, postconvenzionale), suddivisi ciascuno in due
sottostadi. Tuttavia, la teoria è stata criticata, in particolare da Carol
Gilligan, che ha sostenuto che fosse influenzata da una concezione maschilista, e
da Vygotskij, che ha messo in discussione l’universalità del modello piagetiano.
Piaget ha anche sviluppato l’epistemologia genetica, che esplora come la mente
acquisisca conoscenza e come evolva. La sua teoria ha avuto un forte impatto sulla
pedagogia, pur essendo oggetto di critiche e revisioni, anche in Italia, dove le
sue idee hanno influenzato la psicologia dell’età evolutiva.
Le teorie probabilistiche ed ecologiche
Negli anni ‘50, furono sviluppate teorie della percezione visiva che riprendevano
la tematica trascurata dal comportamentismo, introducendo nuovi principi. Tra
queste, la “teoria transazionale” di Adelbert Ames e altri, il “funzionalismo
probabilistico” di Egon Brunswik, e l’“ottica ecologica” di James J. Gibson.
La teoria transazionale sostiene che la percezione nasce dall’interazione tra
stimoli ambientali e inferenze inconsce sugli stessi. Non è una rappresentazione
assoluta della realtà, ma un modello probabilistico che permette all’individuo di
interagire con l’ambiente. Esempi sperimentali come la “camera distorta”
dimostrarono gli effetti illusori causati dalle aspettative.
Il funzionalismo probabilistico di Brunswik, sviluppato negli anni ‘40, enfatizzò
l’importanza degli “indizi” nel processo percettivo. La sua teoria proponeva che la
percezione è un
processo di scoperta di indizi che, nella variabilità della stimolazione, aiutano a
riconoscere correttamente gli stimoli esterni.
Nel contesto del “New Look”, studi come quelli di Jerome Bruner e Leo Postman
evidenziarono che la percezione è influenzata dalle motivazioni e aspettative
personali, mentre la “difesa percettiva” suggeriva che alcuni stimoli emotivamente
disturbanti non venivano percepiti consapevolmente.
L’ottica ecologica di Gibson, invece, criticava l’uso di laboratori artificiali,
proponendo che la percezione sia un processo diretto e immediato delle proprietà
invarianti degli stimoli esterni, senza mediatori cognitivi. Gibson enfatizzava la
percezione nel contesto naturale dell’ambiente.
Anche Urie Bronfenbrenner contribuì all’orientamento ecologico con la sua teoria
dei “sistemi ecologici”, che metteva in luce l’influenza dell’ambiente sullo
sviluppo, in particolare per i bambini, e l’importanza di studi sul campo piuttosto
che in laboratorio. La sua visione si evolse successivamente in un “modello
bioecologico” che riconosceva l’influenza dei fattori biologici sullo sviluppo
psicologico.
IL COGNITIVISMO
Il cognitivismo ha avuto un ruolo decisivo nel rinnovamento della psicologia a
partire dal 1956, anno in cui si è tenuto un simposio al MIT che ha segnato
l’inizio della sua diffusione. Esso si è sviluppato come risposta al comportamento,
focalizzandosi sui processi cognitivi (memoria, percezione, linguaggio, pensiero),
che erano stati trascurati dalla psicologia comportamentista. La psicologia
cognitiva è stata influenzata da discipline come la linguistica, la teoria
dell’informazione e la cibernetica, portando alla formulazione di modelli di
elaborazione dell’informazione.
Tra i suoi principi fondamentali, il cognitivismo concepiva la mente come un
elaboratore di informazioni, simile a un calcolatore, con una struttura sequenziale
e limitata. Questo approccio ha introdotto nuovi metodi sperimentali e teorici,
come i diagrammi di flusso, e ha posto l’accento sulla finalizzazione dei processi
mentali, visti come orientati verso la risoluzione di problemi.
Negli anni ’60, la psicologia cognitiva si è consolidata attraverso lavori
pionieristici, come quelli di Ulric Neisser, e ha sostituito le prospettive
precedenti, come la fenomenologia e la gestalt. Negli anni ’70, la psicologia
cognitiva è stata definita la “rivoluzione cognitivista”, portando a una maggiore
diffusione di riviste specializzate e di laboratori universitari.
Tuttavia, nel 1976 Neisser ha criticato il cognitivismo per la proliferazione di
modelli teorici che spesso non avevano applicazioni pratiche e non si adattavano al
funzionamento quotidiano della mente. Nonostante ciò, il cognitivismo ha continuato
a evolversi, portando una visione più articolata dei processi mentali e
contribuendo alla comprensione di fenomeni come memoria, attenzione, linguaggio e
sviluppo cognitivo.
Il cognitivismo si è ulteriormente arricchito grazie all’introduzione dei
calcolatori, che hanno fornito una nuova metafora per comprendere la mente umana e
nuovi strumenti per lo studio dei processi cognitivi. Nonostante alcune critiche e
sfide metodologiche, il cognitivismo ha portato a significativi progressi nel campo
psicologico, sebbene permangano questioni aperte sulla sua capacità di spiegare la
natura umana in modo completo.
Neisser criticava l’approccio cognitivista alla mente, confrontandolo con
l’approccio ecologico di Gibson, che evidenziava come la mente sia incorporata in
un organismo in continua interazione con l’ambiente, anziché un calcolatore
indipendente. Criticava anche l’approccio cognitivista basato su microprocessi
sequenziali, suggerendo l’integrazione di fattori trascurati come coscienza e
immagini. Negli anni ’80, alcuni psicologi ridimensionarono l’importanza del
cognitivismo, considerandolo una sofisticazione del comportamentismo. Nonostante i
progressi teorici, il cognitivismo non rappresentava una rivoluzione paradigmatica.
Il cognitivismo emerse anche da studi precognitivisti, in particolare nei lavori di
Bartlett, Piaget e Vygotskij. Bartlett si concentrava sugli “schemi” e la memoria
costruzionista, Piaget sullo sviluppo cognitivo autonomo rispetto
all’apprendimento, mentre Vygotskij esplorava il rapporto tra pensiero, linguaggio
e contesto sociale. Inoltre, l’approccio comportamentista aveva anticipato alcune
idee cognitiviste, come la “mappa cognitiva” di Tolman e la “curiosità” di Berlyne.
Gli sviluppi del cognitivismo furono influenzati da discipline affini, come la
cibernetica, la teoria dell’informazione, la linguistica e le neuroscienze. La
cibernetica enfatizzava le analogie tra il comportamento degli organismi e il
funzionamento delle macchine, mentre la teoria dell’informazione di Shannon
influenzò la psicologia cognitiva, introducendo il modello di comunicazione.
In questo contesto, alcuni psicologi come Craik svilupparono approcci di
simulazione del comportamento, utilizzando analogie con i sistemi di
autoregolazione, descrivendo la mente umana come un sistema di controllo simile a
una macchina. Questo approccio sintetico mirava a comprendere i principi
fondamentali dell’apprendimento e del comportamento, creando dispositivi meccanici
per simularli.
Nel contesto delle origini del cognitivismo negli anni ‘50, la linguistica giocò un
ruolo fondamentale, distaccandosi dall’approccio comportamentista. Mentre psicologi
come Piaget e Vygotskij avevano già esplorato il linguaggio, il vero cambiamento
avvenne con l’influenza di Noam Chomsky, che con la sua teoria della sintassi e la
distinzione tra competenza e performance, ribaltò la concezione comportamentista
del linguaggio. Gli studi sul linguaggio iniziarono a concentrarsi su sistemi
innati e universali, influenzando profondamente la psicologia cognitiva. Inoltre,
gli sviluppi nel campo della neuropsicologia contribuirono a una nuova comprensione
del funzionamento del cervello e dei processi cognitivi.
Negli anni ‘50, gli psicologi di Cambridge si concentrarono sui processi di
vigilanza e attenzione, con Donald E. Broadbent che sviluppò una teoria
informazionale dei processi mentali, descrivendo l’attenzione come un filtro che
seleziona l’informazione. Negli anni ’60 e ‘70, la teoria fu modificata per
includere filtri più centrali e una distinzione tra processi automatici (rapidi,
inconsci) e controllati (più lenti, coscienti). Anche la memoria a breve termine fu
esplorata, con George A. Miller che evidenziò la sua capacità limitata, mentre
George Sperling descrisse la memoria iconica e ecoica. Saul Sternberg introdusse la
“cronometria mentale” per studiare i tempi di reazione e gli stadi
dell’elaborazione cognitiva.
La memoria divenne un sistema articolato di sotto-sistemi, e Richard Atkinson e
Richard Shiffrin proposero un modello con memoria sensoriale, a breve termine e a
lungo termine. Nel 1972, Endel Tulving distinse tra memoria episodica e semantica.
Negli anni ’70, Alan D. Baddeley e Graham J. Hitch introdussero la memoria di
lavoro, distinguendola dalla memoria a breve termine.
Studi sulla memoria visiva, come quelli di Allan Paivio e Roger Shepard,
esplorarono l’immaginazione mentale e la rotazione mentale. Le teorie
sull’immaginazione visiva si divisero tra visione analogica e rappresentazioni
proposizionali.
Elizabeth Loftus contribuì con studi sulle “false memorie”, dimostrando come i
ricordi possano essere influenzati e distorti. Anche la ricerca sul pensiero, tra
cui la formazione dei concetti e la risoluzione dei problemi, emerse negli anni ’50
e ’70, con Jerome Bruner che studiò le strategie di pensiero e la creatività. Negli
anni ’70, Eleanor Rosch e altri esplorarono la categorizzazione naturale,
dimostrando che i concetti sono organizzati gerarchicamente.
Infine, il lavoro di Philip Johnson-Laird, Peter Wason e Daniel Kahneman sui
processi decisionali e le euristiche cognitive ha avuto un grande impatto, con
Kahneman e Amos Tversky che ricevettero il premio Nobel per le loro ricerche nel
2002, influenzando notevolmente anche l’economia.
Negli anni ‘60 e ‘70, le ricerche sui processi cognitivi si concentrarono sulla
misurazione dei tempi di reazione, un metodo ispirato al “metodo della sottrazione”
di Donders, utilizzato per studiare gli stadi di elaborazione dell’informazione. Le
prime esperimentazioni impiegavano tachistoscopi per presentare stimoli visivi
brevi, ma successivamente vennero introdotti i computer per programmare gli stimoli
e registrare le risposte. Inoltre, vennero utilizzate tecniche elettrofisiologiche
per confrontare i tempi di reazione con l’attività cerebrale.
L’introspezione, dopo essere stata rifiutata dal comportamentismo, ritornò nelle
ricerche cognitiviste, come quelle di Newell e Simon sui processi mentali e le
strategie nella risoluzione dei problemi. Si svilupparono strumenti come i
“resoconti verbali” e i “questionari di autovalutazione”, dando vita alla ricerca
sulla metacognizione, ossia la consapevolezza dei propri processi cognitivi. Questo
campo portò allo sviluppo della “teoria della mente”, ovvero la capacità di
comprendere e predire gli stati mentali propri e altrui.
La teoria della mente divenne un tema centrale in psicologia, esplorata anche nelle
anomalie nei disturbi psicologici come l’autismo. La ricerca di Uta Frith
sull’autismo, in particolare, contribuì a sviluppare il concetto di “cecità
mentale” nei bambini autistici. Allo stesso tempo, Kahneman e Tversky si
focalizzarono sui processi cognitivi nell’ambito delle emozioni, motivazioni, e
personalità, integrando il cognitivismo anche nelle scienze sociali.
Lo studio delle emozioni ha evoluto il suo approccio dalla concezione energetica,
che vedeva le emozioni come risposte automatiche a stimoli esterni, alla teoria
cognitiva. Nel 1962, gli studi di Schachter e Singer evidenziarono che le emozioni
sono costruite dalle informazioni relative allo stato fisiologico e alla situazione
ambientale. I modelli cognitivisti spiegarono anche fenomeni complessi come lo
stress, con contributi di autori come Lazarus. Le teorie cognitive della
personalità, sviluppate negli anni ‘50 e ‘60, attribuiscono alla personalità la
funzione di un sistema di schemi che interpreta e modifica l’individuo nel suo
ambiente. Tra i teorici principali vi sono George Kelly e Albert Bandura. Inoltre,
il cognitivismo ha avuto un impatto sulla psicoterapia, in particolare nelle
terapie cognitive e comportamentali, con Beck come uno dei principali innovatori.
Il cognitivismo ha anche influenzato la psicologia sociale, come dimostrato dagli
studi di Tajfel sui gruppi sociali e da quelli di Berkowitz sull’aggressività. Un
altro approccio importante è la terapia sistemico-relazionale, che integra la
teoria dei sistemi, la comunicazione e i principi cognitivisti, sviluppata dai
ricercatori di Palo Alto come Bateson e Watzlawick. In Italia, questo orientamento
terapeutico ha trovato un ampio sviluppo attraverso la creazione di società e
riviste dedicate.
LA SCIENZA COGNITIVA
Negli anni ‘70 emerse la “scienza cognitiva”, un approccio interdisciplinare allo
studio della mente, che si differenziava dalle altre teorie contemporanee grazie
all’uso del calcolatore come modello per simulare i processi mentali. Howard
Gardner, nel 1985, descrisse la scienza cognitiva in cinque punti principali, tra
cui l’analisi delle rappresentazioni mentali, l’uso del calcolatore come modello, e
la sua natura interdisciplinare.
L’intelligenza artificiale (IA) si sviluppò parallelamente, con il progresso
tecnologico dei calcolatori in cinque generazioni. Negli anni ‘50, Alan Turing
introdusse il concetto di “macchina universale”, anticipando la possibilità di
distinguere tra il prodotto cognitivo di una macchina e quello umano. A partire dal
1956, si distinsero due orientamenti nell’IA: uno che cercava di imitare i processi
cognitivi umani e uno che studiava i processi indipendentemente dal sistema fisico.
Alla fine del Novecento, nacque il “connessionismo”, un approccio che superava la
concezione di calcolatore, questo riguarda il modello tradizionale di elaborazione
dell’informazione basato sulla logica sequenziale, tipica dei calcolatori della
generazione von Neumann. In questo modello, ogni operazione è eseguita una dopo
l’altra in ordine sequenziale, con una separazione tra la memoria e l’unità
centrale di elaborazione.
Nel connessionismo, invece, l’elaborazione dell’informazione avviene in parallelo,
con molteplici operazioni che si svolgono contemporaneamente in una rete di unità
di elaborazione, senza una separazione netta tra memoria e calcolo. Questo modello
è ispirato al funzionamento delle reti neurali biologiche e si basa su una
distribuzione dell’informazione che non è localizzata in singole unità, ma
distribuita su tutta la rete.
In Italia, l’interesse per la cibernetica e la teoria dell’informazione emerse
negli anni ‘50 grazie all’opera di filosofi come Silvio Ceccato e Vittorio Somenzi.
Un evento importante fu il congresso del 1967 della Società Filosofica Italiana,
dedicato al tema “L’uomo e la macchina”, che esplorò la relazione tra cervello,
mente e computer. Somenzi curò antologie come La filosofia degli automi (1965) e La
fisica della mente (1969), introducendo concetti e autori nuovi nel panorama
filosofico italiano.
Gli allievi di Somenzi, come Roberto Cordeschi e Domenico Parisi, hanno continuato
a sviluppare la scienza cognitiva in Italia, con Parisi che ha creato un importante
gruppo di psicologia e psicologia cognitiva al CNR. Diversi gruppi di ricerca in
città come Roma, Padova, Bologna, e Trieste hanno seguito un approccio gestaltista
evolvendo verso una prospettiva cognitivista, con contributi significativi da
psicologi come Giuseppe Mosconi e Alberto Mazzocco.
Nel 1989, nacque la rivista Sistemi intelligenti, che pubblica ricerche sulla
scienza cognitiva, seguita nel 2014 dalla rivista Reti, saperi, linguaggi, dedicata
alle scienze cognitive in Italia.
VI. La prospettiva storico-culturale
A partire dai primi anni ‘20, in risposta alla Rivoluzione bolscevica del 1917, si
sviluppò una tradizione di ricerca psicologica basata sul marxismo e il
materialismo storico.
Questa prospettiva, distinta dal positivismo, fenomenologia e pragmatismo, vede la
psiche come un prodotto evolutivo influenzato da fattori storici e sociali. La
psicologia critica si oppone alle concezioni conservatrici e si propone di avere un
impatto diretto sulla società, la scuola e il lavoro.
Il pensiero marxista e leninista vede la psicologia come uno strumento per
trasformare la società, mentre la teoria freudiana è apprezzata per il suo
tentativo di spiegare il condizionamento sociale della psiche.
La psicologia storica e culturale ha influenzato principalmente l’Unione Sovietica
e ha avuto un rinnovato interesse in Europa e negli Stati Uniti a partire dagli
anni ‘70. Figure chiave includono Wilhelm Reich, Lev Vygotskij e Aleksej Leont’ev,
che hanno sviluppato teorie centrali come quella dell’attività. Nonostante le
critiche sovietiche alla psicoanalisi, la tradizione storica e culturale ha avuto
un’influenza duratura, anche nelle ricerche critiche degli anni ’60 e ’70.
La teoria storico-culturale da Vygotskij agli anni ’60
La teoria di Vygotskij, sviluppata negli anni ’20 e ’30, inizialmente non
apprezzata, ha guadagnato interesse solo a partire dagli anni ‘60, con
un’espansione di ricerche negli anni ‘80. Le sue opere furono per lungo tempo
inaccessibili, e le traduzioni occidentali hanno rivelato una varietà di contributi
in campi come psicologia, pedagogia, linguistica e neuropsicologia. Vygotskij non è
solo un pensatore geniale, ma uno psicologo che, in un breve periodo, sviluppò
teorie e pubblicò numerosi lavori all’interno della cultura e della società russa.
La teoria storico-culturale, pur essendo associata a Vygotskij, non si limita ai
suoi lavori, ma comprende vari contributi di altri studiosi. Oggi, il concetto di
“scuola vygotskiana” è sostituito da quello di “circolo di Vygotskij”, che include
una rete di psicologi, linguisti, e filosofi. La sua attività scientifica si
suddivide in cinque fasi principali:
1. Fase pre-psicologica (1912-1922), in cui si
concentrò su critica letteraria e psicologia dell’arte.
2. Fase reattologica (1923-1926), in cui studiò la
riflessologia di Bechterev e Pavlov, integrandola con aspetti sociali e culturali.
3. Fase psicologica strumentale (1926-1929), durante
la quale esplorò la storicità delle funzioni psichiche e il concetto di strumento
psicologico.
4. Fase della teoria sistemica della mente (1930-
1931), con l’introduzione del concetto di “sistema psicologico”.
5. Fase semantica della mente (1932-1934), in cui
approfondì il ruolo del significato e delle emozioni nei processi psichici.
Vygotskij ha contribuito significativamente alla psicologia e alla pedagogia.
Nel 1925, Vygotskij espose la teoria storico-culturale nel saggio La coscienza come
problema della psicologia del comportamento, un testo che sintetizzava la sua
visione sulla psicologia. Vygotskij criticava le teorie riflessologiche di
Bechterev e Pavlov, che trattavano la psiche come una serie di riflessi senza
considerare i processi psichici superiori, tra cui la coscienza, ritenendo che ciò
portasse a una visione dualistica e idealistica.
Lui sosteneva che la coscienza non fosse un fenomeno irriducibile, ma che dovesse
essere studiata oggettivamente. A tal fine, proponeva l’uso delle risposte verbali
come mezzo per investigare la coscienza umana. Vygotskij sottolineava l’importanza
di un approccio scientifico per comprendere i complessi comportamenti umani, che
non potevano essere ridotti ai principi universali delle teorie riflessologiche.
Nel saggio, citava Marx per spiegare che l’uomo si distingue dall’animale per la
capacità di progettare e realizzare un obiettivo attraverso la coscienza. Vygotskij
criticava la psicologia dell’epoca per la sua tendenza a ignorare il concetto di
coscienza e per il suo riduzionismo biologico. La psicologia, secondo lui, doveva
includere anche l’esperienza sociale e storica, elementi assenti nel comportamento
animale.
Vygotskij delineò tre componenti della dimensione cosciente:
· l’esperienza storica,
· sociale
· duplicata, che erano alla base del comportamento umano.
A differenza degli animali, l’uomo sviluppa funzioni psichiche superiori
influenzate dal contesto sociale e culturale. La sua visione della psicologia si
basava su un approccio dialettico, in cui i processi psicologici superiori, pur
derivando da quelli inferiori, si organizzano in maniera nuova grazie all’influenza
sociale.
Nel 1931, Vygotskij completò la monografia Storia dello sviluppo delle funzioni
psichiche superiori, dove esplorava più a fondo la sua teoria. In questa visione,
l’uomo si distingue dagli animali per l’uso di strumenti e supporti esterni nel
processo cognitivo, come la scrittura e la comunicazione. La psicologia di
Vygotskij non era un semplice amalgama di teorie, ma una nuova prospettiva
sull’uomo come essere razionale che, attraverso l’esperienza sociale, trascende la
biologia.
Infine, Vygotskij sostenne che i processi psichici superiori nascono da un “salto
qualitativo” rispetto ai riflessi condizionati, influenzato dall’ambiente storico e
sociale. Questo salto è rappresentato dall’introduzione di uno “stimolo-mezzo”, che
modifica qualitativamente il rapporto tra stimolo e reazione.
Vygotskij sviluppa una teoria dello sviluppo culturale del bambino, sostenendo che
ogni funzione psicologica, nel corso dello sviluppo, si manifesta due volte:
· inizialmente nel piano sociale (tra le persone)
· nel piano psicologico (all’interno del bambino), questo processo riguarda
vari aspetti cognitivi, come l’attenzione, la memoria, la formazione dei concetti e
lo sviluppo della volontà. La trasformazione da un piano all’altro cambia la
struttura e le funzioni di questi processi, pur mantenendo le relazioni sociali
come base fondamentale.
Per Vygotskij, la cultura è il risultato delle interazioni sociali, e la stessa
natura psicologica dell’uomo è il prodotto delle relazioni sociali interiorizzate,
che diventano funzioni della personalità. Questo passaggio dal sociale all’interno
si verifica anche nei processi cognitivi, come l’apprendimento e l’insegnamento,
che non sono un semplice processo unidirezionale, ma un’interazione circolare tra
docente e discente. In questa prospettiva, Vygotskij introduce il concetto di “zona
di sviluppo prossimo”, che si riferisce a quella capacità che il bambino può
sviluppare con l’aiuto di un adulto, superando il livello che potrebbe raggiungere
autonomamente.
Nel contesto educativo, Vygotskij enfatizza che l’insegnante non si limita a
trasmettere informazioni, ma favorisce lo sviluppo di competenze cognitive che il
bambino potrà raggiungere solo in un momento successivo del suo sviluppo, grazie
all’interazione e all’uso di strumenti socialmente mediati. Questo approccio
critica l’uso di test di intelligenza che non considerano il potenziale di sviluppo
del bambino, limitandosi a misurare solo la prestazione “spontanea”.
La sua concezione della pedologia si distinse dalla visione tradizionale: non si
trattava solo di uno studio interdisciplinare, ma della ricerca di una teoria
unificata dello sviluppo psicologico, incentrata sull’influenza dei fattori sociali
e culturali.
Tuttavia, negli anni ’30, la pedologia venne criticata e infine condannata dal
regime sovietico per essere vista come un riflesso delle correnti psicopedagogiche
borghesi, accusata di adottare approcci idealistici e di non rispettare i principi
della lotta di classe.
L’idea centrale della teoria di Vygotskij è che lo sviluppo psicologico non può
essere separato dalle dinamiche sociali e culturali in cui si inserisce, e che le
funzioni superiori della mente sono il risultato di una lunga storia di relazioni
sociali interiorizzate.
In Pensiero e linguaggio, Vygotskij esplora il rapporto tra pensiero e linguaggio,
criticando l’approccio associazionista che scomponeva gli “insiemi psicologici
complessi”. Propone invece un’analisi che preserva le proprietà dell’insieme, come
nel caso del “significato” di una parola, che esprime il pensiero. Vygotskij
sostiene che il linguaggio ha una funzione sociale fin dall’inizio, contrariamente
a Piaget, che vedeva il linguaggio prescolare come egocentrico. Per Vygotskij, solo
successivamente il linguaggio diventa strumento del pensiero interno, dando vita al
pensiero verbale.
Vygotskij critica la visione di Piaget sullo sviluppo del pensiero infantile.
Secondo Piaget, lo sviluppo mentale del bambino segue un percorso che va
dall’autismo al linguaggio socializzato, mentre per Vygotskij il processo è
inverso: il linguaggio egocentrico e il pensiero si sviluppano prima di diventare
socializzati. Vygotskij ritiene che il linguaggio sociale del bambino sia
inizialmente puramente sociale, ma evolva attraverso un processo di
differenziazione in linguaggio egocentrico e comunicativo, fino a diventare
interno. Il linguaggio egocentrico, transitorio tra linguaggio esterno e interno, è
visto come un passo fondamentale nel passaggio dal pensiero esterno a quello
interno.
Vygotskij distingue tra linguaggio esterno e linguaggio interno, evidenziando le
differenze sintattiche e semantiche:
· nel linguaggio interno prevale il “senso” (significato personale della
parola),
· nel linguaggio esterno domina il “significato” condiviso.
Vygotskij insiste sull’importanza di comprendere il mondo psichico interno, che è
il motore del comportamento esterno. Conclude che il pensiero, pur essendo
centrale, è influenzato da affetti, emozioni e motivazioni. La sua ricerca mirava a
integrare le varie dimensioni psichiche.
Negli anni ‘60, in Unione Sovietica, si diffuse l’espressione “scuola storico-
culturale” per indicare il gruppo di psicologi che svilupparono la teoria di
Vygotskij. Negli anni ‘30 si formò una “scuola di Charkov”, che si distaccò da
Vygotskij.
Negli anni ‘70, la “teoria dell’attività” elaborata da Leont’ev divenne il nucleo
della scuola storico-culturale, separandosi dalle idee di Vygotskij. La ricerca
psicologica sotto questa scuola si concentrò su vari temi, tra cui lo sviluppo
cognitivo infantile, la memoria, l’attenzione, la formazione dei concetti e
l’influenza dei fattori socio-culturali sullo sviluppo del linguaggio e dei
processi cognitivi, con esperimenti condotti anche in contesti culturali
differenti. L’influenza di Vygotskij fu fondamentale nello sviluppo di un approccio
educativo adeguato per i bambini con disabilità, mettendo in luce come la mente si
riorganizzi in risposta agli handicap.
4. La teoria dell’attività
Negli anni ‘80, si è evidenziato che non esisteva una scuola vygotskiana compatta,
ma piuttosto un orientamento teorico noto come “teoria dell’attività”. Questa
teoria, pur sviluppatasi nell’ambito del pensiero vygotskiano, si distaccò da
quest’ultimo su alcuni punti chiave. Un gruppo di suoi collaboratori si trasferì a
Charkov per avviare una nuova ricerca, criticando Vygotskij per aver enfatizzato
eccessivamente l’influenza della cultura sullo sviluppo delle funzioni psichiche.
Secondo loro, lo sviluppo psichico dipende in gran parte dall’interazione concreta
del bambino con l’ambiente, non solo dai fattori culturali.
Le critiche vennero anche da altri psicologi, i quali sostenevano che Vygotskij
interpretava erroneamente la concezione marxista della determinazione storico-
sociale della mente umana, riducendola all’influenza culturale. Rubinštejn, in
particolare, sosteneva che i processi psichici si sviluppano attraverso il rapporto
concreto con la realtà, mediato dalle relazioni sociali, non solo da simboli o
segni come indicato da Vygotskij.
Aleksej Leont’ev, un altro critico, sviluppò una teoria dell’attività incentrata
sulla distinzione tra attività e azione. Nella sua visione, le attività umane non
sono collegate direttamente alla soddisfazione di bisogni biologici, ma sono
distribuite tra i membri di un gruppo sociale. Leont’ev sottolineò che il
significato delle azioni individuali emerge solo nel contesto collettivo, dove le
azioni sono parte di un processo più ampio, come evidenziato nell’esempio del
lavoro industriale, dove l’operaio non conosce il significato finale delle sue
azioni.
Leont’ev, come Vygotskij, concepisce la coscienza non come una sovrastruttura delle
funzioni psichiche, ma come il risultato dell’interiorizzazione dei processi nelle
attività. La coscienza è un movimento interno dei suoi componenti, legato
all’attività umana che costituisce la sua sostanza.
Inizialmente, la coscienza è il riflesso delle azioni dell’uomo nella realtà
esterna, ma con il tempo diventa consapevolezza dell’attività stessa. Sebbene la
sua teoria si basi sul rapporto tra individuo e contesto storico-sociale, fu
criticata per l’astrattezza del concetto di soggetto. La sua teoria rimase teorica
e non completamente supportata da ricerca empirica.
Negli anni ’80, un confronto più ampio con psicologi occidentali portò a una
maggiore diffusione del pensiero vygotskiano e leont’eviano, con significativi
contributi empirici nella psicopedagogia e nella psicologia dei bambini con
deficit. Negli Stati Uniti e in Europa, la teoria di Vygotskij si diffuse
principalmente tramite traduzioni e ricerche di studiosi come Michael Cole,
consolidando il campo della psicologia culturale.
In Italia, con la traduzione parziale di Pensiero e linguaggio le opere di
Vygotskij, Leont’ev e altri psicologi sovietici hanno avuto una vasta diffusione,
soprattutto dagli anni ‘70 in poi. Questo ha permesso un approfondimento dei
problemi dello sviluppo psicologico.
5. Il costruzionismo sociale. La psicologia culturale
Negli anni ’80, in psicologia si sviluppò un orientamento teorico che considerava
la conoscenza umana come una “costruzione sociale”, influenzata dai fattori
storici, sociali e culturali. In psicologia, il costruttivismo sociale esplorò
fenomeni come lo sviluppo storico dei processi psicici, la costruzione sociale del
sé e il rapporto tra psicologia e politica.
Il costruttivismo sociale si distingue dal costruttivismo individuale, sostenendo
che la conoscenza si forma attraverso reti e pratiche sociali, mediata dalla
comunicazione. La psicologia stessa è vista come una costruzione sociale,
influenzata dal contesto storico e sociale in cui si sviluppa.
Questo approccio evidenziò il rapporto circolare tra teoria psicologica e
contesto, e l’influenza delle credenze sociali sulla psicologia.
La psicologia discorsiva, sviluppata da Rom Harré, proponeva una concezione della
mente come interconnessa in una rete sociale, superando l’idea di una mente
isolata. Questo orientamento abbraccia anche la psicologia culturale, che studia le
varianti della mente umana in diversi contesti storici e culturali, piuttosto che
una struttura universale.
La psicologia culturale esplora la diversità storica e transculturale dei processi
mentali umani, focalizzandosi su come i pensieri e le azioni delle persone siano
influenzati dai loro obiettivi, valori e rappresentazioni del mondo. Essa considera
il funzionamento mentale come emergente da esperienze simboliche e storiche mediate
dalla cultura. Studiando il legame tra mente e cultura, essa esplora come i membri
di specifiche comunità culturali apprendano e adattino schemi cognitivi attraverso
pratiche condivise.
Tra i principali teorici, Michael Cole ha contribuito alla diffusione della
psicologia culturale, integrando antropologia e sociologia nella comprensione dei
processi mentali.
Jerome Bruner ha distinto tra due visioni della mente:
· computazionale, che la vede come un calcolatore,
· culturale, che la considera plasmata dall’interazione con la cultura
Bruner ha sviluppato l’idea che esistano due modalità cognitive:
· paradigmatica, logico-scientifica,
· narrativa, complementari ma non riducibili l’una all’altra.
Michael Tomasello ha avanzato l’idea che la cognizione umana si sviluppa attraverso
l’adattamento evolutivo, favorendo la comprensione sociale e culturale degli altri,
rendendo possibile l’interazione con il mondo attraverso artefatti culturali.
Ha identificato tre piani temporali di sviluppo cognitivo: filogenetico, storico e
ontogenetico, per comprendere appieno la cognizione umana.
VII. La prospettiva biologica e neuroscientifica
La storia della psicologia è segnata da un conflitto tra l’autonomia della
disciplina e le tendenze riduzionistiche che cercano di spiegare i processi
psichici tramite la biologia o le neuroscienze. Tradizioni come la psicoanalisi e
il comportamentismo rivendicavano l’irriducibilità della psiche ai meccanismi
biologici, pur riconoscendone le basi materiali. Tuttavia, dalla fine
dell’Ottocento si sono moltiplicati i tentativi di biologizzare la mente.
Il darwinismo applicato alla psicologia favorì interpretazioni riduzionistiche,
mentre l’etologia, integrò biologia e psicologia nello studio del comportamento.
Parallelamente, le neuroscienze si svilupparono intorno al dibattito tra
localizzazionismo e approcci olistici (Monakow, Goldstein, Lashley), che
sottolineavano l’impossibilità di ridurre la mente a semplici meccanismi cerebrali.
Pavlov e Bechterev cercarono di fondare una psicologia fisiologica basata sul
riflesso condizionato. Negli USA, Hebb rilanciò l’interesse per i processi
neuronali interni, stimolando la nascita di discipline come psicofisiologia e
neuropsicologia. Lurija elaborò una teoria dei sistemi funzionali cerebrali.
Dagli anni ’50, la letteratura neuroscientifica è cresciuta enormemente, con
numerosi modelli del cervello che mettono in luce funzioni diverse (es. cervello
cosciente, sociale, emotivo, ecc.). Questa varietà riflette l’articolazione tipica
della psicologia novecentesca: ogni prospettiva illumina un aspetto della psiche e
ne oscura altri. Dal 2000 in poi, si sono sviluppate discipline mirate a specifici
ambiti, come il “cervello etico”, “musicale”, “estetico”, ecc.
La psicologia animale e comparata. L’etologia
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, la psicologia animale nasce
con l’intento di tracciare l’evoluzione dei processi psichici lungo la scala
filogenetica, sostenendo la continuità tra psiche animale e umana. Inizialmente
dominata dall’approccio “aneddotico” , fu poi riformata da Morgan con il suo
“canone”, che vietava interpretazioni antropomorfiche, favorendo spiegazioni basate
su facoltà inferiori.
Negli USA, la psicologia animale si spostò dal contesto naturale al laboratorio,
adottando metodi sperimentali (Thorndike, Yerkes, Hunter, ecc.), portando allo
sviluppo del comportamentismo. Tuttavia, come osservato da Frank Beach, la
disciplina si ridusse progressivamente allo studio del ratto norvegese e del solo
processo di condizionamento, perdendo la sua vocazione comparativa.
Parallelamente, in Europa, si sviluppò l’etologia, con radici nella tradizione
tedesca (Beer, Bethe, von Uexküll, Loeb), incentrata sull’osservazione in ambiente
naturale, sul comportamento specie-specifico e sul concetto di Umwelt. L’etologia
si distinse per l’attenzione agli schemi innati, alla costruzione di etogrammi e
allo studio dell’istinto, culminando negli studi di Konrad Lorenz.
Il dibattito sul concetto di istinto attraversa tutta la storia della psicologia
animale e comparata, risultando centrale nell’etologia, nel comportamentismo
(riguardo l’origine del drive) e nella psicoanalisi (con la distinzione tra
Instinkt e Trieb). Nella tradizione degli studi sul comportamento animale, la
discussione ha inizio con Charles Darwin, che in On the Origin of Species (1859)
distingue tra istinto (comportamento innato e specie-specifico) e abitudine
(comportamento appreso). Questa distinzione viene ripresa da Romanes e Morgan,
autore di Habit and Instinct (1896).
All’inizio del ’900, Jacques Loeb studia gli istinti attraverso il concetto di
tropismo, una reazione automatica dell’organismo (animale o vegetale) a stimoli
esterni, come nel fototropismo. Ma il biologo Herbert Jennings contesta questa
visione, sostenendo che semplifica troppo i comportamenti osservati, anche in
specie inferiori. Nel frattempo, McDougall propone nel 1908 una vera teoria
psicologica degli istinti, ma negli anni successivi aumentano le critiche alla
vaghezza del concetto (tra gli altri, Dunlap, Kuo, Bernard).
Nel 1938, Karl Lashley riconosce alcuni comportamenti (es. costruzione del nido,
danza delle api) come istintivi, ma intesi come organizzazioni complesse, non
semplici catene di riflessi. Nel 1935, Konrad Lorenz, riformula il concetto di
istinto attraverso lo schema di scatenamento (stimoli-chiave che attivano risposte
istintive) e l’imprinting (comportamento innato indirizzato precocemente verso un
conspecifico). Un’ulteriore sistematizzazione arriva nel 1951 con Niko Tinbergen,
che concepisce il comportamento istintivo come un sistema gerarchico e coordinato,
in cui l’attivazione di un istinto può scatenarne altri.
Lorenz e Tinbergen propongono un modello idrodinamico per spiegare il comportamento
istintivo: l’energia interna spinge verso uno stadio appetitivo di ricerca; in
presenza dello stimolo-chiave, si passa allo schema fisso d’azione, e infine al
comportamento consumatorio. Un esempio emblematico è la danza delle api, studiata
da Karl von Frisch negli anni ’10.
Negli anni ’50, l’etologia classica viene criticata per aver reso troppo rigido il
comportamento animale, trascurando l’importanza dello sviluppo individuale. Le
critiche di Schneirla (1952) e Lehrman (1953) portano la scuola etologica inglese a
rivedere le proprie posizioni, valorizzando l’interazione tra apprendimento e
istinto.
A partire dagli anni ’30, anche il comportamento umano viene studiato in chiave
comparata: esperimenti di Winthrop e Luella Kellogg (The Ape and the Child, 1933) e
di Nadežda Ladygina-Kots (1935) confrontano lo sviluppo tra piccoli di uomo e
scimpanzé. Dagli anni ’60-’70 nasce l’etologia umana, che applica metodi etologici
allo studio dell’essere umano. Ricercatori come Harry e Margaret Harlow esplorano i
processi di attaccamento madre-figlio nei primati.
L’etologia umana assume due orientamenti:
· da un lato, autori come Eibl-Eibesfeldt vedono il comportamento umano ancora
spiegabile in base alla dicotomia innato/acquisito;
· dall’altro, studiosi come John Bowlby e Robert Hinde pongono l’accento
sulla complessità dello sviluppo psichico umano, integrando fattori biologici,
sociali e culturali.
L’etologia si diffonde anche tra il grande pubblico negli anni ’60 e ’70, grazie a
Konrad Lorenz e a divulgatori come Desmond Morris (The Naked Ape, The Human Zoo),
che descrivono il comportamento umano attraverso schemi innati. Questo approccio
confluisce nella sociobiologia, fondata da Edward O. Wilson (Sociobiology, 1975),
che enfatizza le basi genetiche del comportamento sociale umano. Tuttavia, negli
anni successivi, questa impostazione è stata criticata per il rischio di neo-
darwinismo sociale.
Negli ultimi decenni, l’etologia si è integrata con le neuroscienze, dando origine
alla neuroetologia, che studia le basi neuronali del comportamento specie-specifico
(es. ecolocalizzazione nei pipistrelli, visione nei rospi, elettroricezione nei
pesci). Uno dei primi contributi teorici in questo campo è il libro Neuro-Ethologie
(1976) del neurofisiologo Jörg-Peter Ewert.
In Italia, l’etologia comincia a svilupparsi negli anni ’60.
· Leo Pardi, studioso del comportamento degli insetti
· Danilo Mainardi, divulgatore e ricercatore sul comportamento sociale e
sessuale;
· Giorgio Celli, entomologo e divulgatore.
3. Le ricerche sulle funzioni cerebrali agli inizi del Novecento
Nei primi decenni del Novecento, gli studi sulle funzioni cerebrali si mossero
lungo due direttrici: la localizzazione delle funzioni psichiche in specifiche aree
del cervello e la ricerca delle leggi generali del funzionamento cerebrale. Queste
due linee di ricerca venivano spesso condotte separatamente per via della diversa
complessità dei processi psichici studiati.
Il problema della localizzazione cerebrale si ricollegava a due visioni opposte:
• Il localizzazionismo rigido (erede della frenologia): ogni
funzione è associata a un’area cerebrale specifica.
• Il modello olistico: il cervello agisce in modo unitario.
Le tecniche includevano ablazione, stimolazione elettrica e registrazione
dell’attività elettrica. Il libro The Functions of the Brain (1876) di David
Ferrier fu centrale per il localizzazionismo.
La scoperta della diversa struttura cellulare delle aree corticali rafforzò il
localizzazionismo. I lavori di Campbell, Brodmann e i coniugi Vogt portarono alla
convinzione che la struttura cellulare determinasse le funzioni psichiche. Questa
teoria culminò nel libro Gehirnpathologie (1934) di Karl Kleist, secondo cui ogni
disturbo mentale derivava da un danno in una zona precisa del cervello.
Tra le pratiche più estreme vi fu la raccolta di cervelli di uomini illustri (es.
Einstein, Lenin), alla ricerca di basi anatomiche del genio. Queste ricerche si
esaurirono negli anni ’30-’40 per la loro scarsa attendibilità.
Contemporaneamente, critiche al localizzazionismo vennero mosse da neurologi come
Carl Wernicke, che ipotizzò che le funzioni cerebrali complesse derivano dalla
connessione di funzioni semplici, e che le lesioni danneggiano queste connessioni,
non solo singole aree. Wernicke propose una metodologia predittiva: dedurre le aree
danneggiate da sintomi osservati e viceversa.
Anche Sigmund Freud criticò sia Wernicke che il localizzazionismo, sostenendo una
concezione dinamica del cervello, in cui le attività psichiche non possono essere
localizzate rigidamente.
Una teoria dinamica fu sostenuta anche da Leonardo Bianchi, che nel libro La
meccanica del cervello (1920) affermò che le funzioni psichiche derivano
dall’integrazione di funzioni elementari localizzabili, ma che le funzioni
superiori (pensiero, volontà) sono prodotto dell’attività complessiva del cervello.
Parallelamente, lo studio del funzionamento cerebrale a livello microscopico portò
alla formulazione della teoria del neurone di Waldeyer e Ramón y Cajal, opposta
alla teoria reticolare di Camillo Golgi. Fu dimostrato che i neuroni sono unità
distinte, collegate tramite sinapsi, spazio di comunicazione predetto da
Sherrington nel 1897.
Sherrington, con The Integrative Action of the Nervous System (1906), descrisse il
sistema nervoso come un sistema integrativo, capace di coordinare l’attività
dell’intero organismo. Secondo lui, il riflesso è l’unità fondamentale
dell’integrazione nervosa e della regolazione del comportamento.
Nel dibattito sulla trasmissione sinaptica, agli inizi del Novecento furono
proposti modelli teorici senza prove sperimentali dirette.
· I fisiologi Keith Lucas ed Edgar D. Adrian ipotizzarono una trasmissione
elettrica dell’impulso nervoso.
· Al contrario, Charles Sherrington sosteneva una trasmissione chimica, tesi
ripresa dal suo allievo John F. Fulton, che ipotizzò due sostanze: E (eccitazione)
e I (inibizione).
Progressi fondamentali si ebbero con lo sviluppo di strumenti per la registrazione
dell’attività elettrica delle fibre nervose:
· il galvanometro di Willem Einthoven (1901),
· l’amplificatore elettronico usato da Forbes e Thacher (1920),
· l’oscilloscopio a raggi catodici introdotto da Gasser ed Erlanger (Premio
Nobel )
Un’importante svolta avvenne con le ricerche di Hans Berger, che nel 1929
introdusse l’elettroencefalogramma (EEG) registrando l’attività cerebrale umana
tramite elettrodi posti sullo scalpo. I ritmi cerebrali da lui scoperti furono
confermati da Adrian e Matthews (1934).
L’EEG si rivelò presto fondamentale nello studio dei processi psichici: permetteva
di osservare l’attività delle diverse aree cerebrali durante specifiche funzioni
mentali. Berger stesso era motivato dallo studio del rapporto tra cervello e mente,
tema affrontato anche nella sua opera Psychophysiologie (1921).
Negli anni ’30 e ’40, l’interesse per l’elettroencefalografia crebbe rapidamente.
Nel 1939, Pauline A. Davis descrisse per la prima volta i potenziali evocati,
variazioni EEG indotte da stimoli esterni, diventati oggetto di studio sistematico
dagli anni ’60.
Il crescente sviluppo dell’EEG culminò nella fondazione della rivista scientifica
“Electroencephalography and Clinical Neurophysiology” nel 1949, segnando l’ingresso
definitivo dell’elettroencefalografia nella neurofisiologia clinica e nella
psicologia.
La riflessologia di Bechterev
La falsa idea della “scuola russa” riflessologica:
Boring parlava di una presunta “scuola russa” unitaria fondata sul concetto di
riflesso, a partire da Sečenov, passando per Bechterev e culminando in Pavlov.
Tuttavia, questa visione è stata costruita dai pavloviani, che hanno
retroattivamente inglobato altre tradizioni per rafforzare il proprio ruolo storico
e istituzionale.
Bechterev e la riflessologia:
• Bechterev (1857–1927), figura di rilievo tra
medicina e psicologia, coniò il termine “riflessologia” solo alla fine degli anni
’10, mentre Sečenov e Pavlov già avevano completato molte delle loro ricerche.
• La sua riflessologia si distingue da Pavlov per
metodi e oggetto di studio: non solo fisiologia, ma comportamento umano globale,
incluse dinamiche sociali e lavorative.
• Bechterev non cercava i meccanismi fisiologici
profondi come Pavlov, ma descriveva la personalità umana da un punto di vista
oggettivo e biosociale, anticipando un approccio simile al comportamentismo.
• Watson, padre del comportamentismo, fu
inizialmente influenzato più da Bechterev che da Pavlov.
Visione oggettiva dell’essere umano:
Bechterev propone di studiare l’essere umano come un osservatore alieno, senza
interpretazioni soggettive. La mente va osservata nei suoi atti visibili, come
parole, gesti e mimica, in relazione a influssi esterni e interni, attuali e
passati.
L’esperimento sui riflessi associativi:
Nel 1909, Protopopov (allievo di Bechterev) studiò il riflesso associativo motorio:
• Una scossa elettrica alla zampa di un cane
produceva una reazione.
• Dopo ripetute associazioni con un suono, la sola
presenza del suono generava la risposta.
• Per Bechterev, ciò dimostrava una connessione tra
centri corticali differenti, secondo un modello connessionista neuronale.
Il connessionismo di Bechterev:
• Ispirato alla “teoria del neurone” (Waldeyer,
1891), il cervello funziona come una moltiplicazione degli archi riflessi spinali.
• Le attività psichiche complesse dipendono da una
rete gerarchica di connessioni interneuronali, dove connessioni inferiori (es.
colore, forma) convergono in connessioni superiori (es. percezione di “mela”).
• Questo modello è alla base di molte teorie
psicologiche successive.
Differenze con Pavlov:
• Pavlov studiava riflessi vegetativi (es.
salivazione), mentre Bechterev quelli motori, più rilevanti sul piano del
comportamento.
• Pavlov spiegava l’apprendimento con diffusione
dinamica dell’eccitazione/inibizione; Bechterev con connessioni neuronali dirette.
La teoria dell’attività nervosa superiore di Pavlov
Per comprendere l’originalità della teoria di Pavlov, è essenziale confrontarla con
gli orientamenti contemporanei, soprattutto con la scuola neurofisiologica fondata
da Ivan M. Sečenov nella seconda metà dell’Ottocento.
1. Sečenov e la scuola fisiologica russa
• Sečenov si formò nei laboratori europei più
avanzati (Helmholtz, Du Bois-Reymond).
• Unì sperimentazione, teoria, filosofia e impegno
politico (es. “I riflessi del cervello”, 1863).
• La sua scuola era democratica e aperta: gli
allievi pubblicavano liberamente.
2. Pavlov: approccio empirico e autoritario
• Pavlov privilegiava l’esperimento rispetto alla
teoria.
• Si concentrò quasi esclusivamente sui riflessi
condizionati.
• Non affrontò direttamente questioni filosofiche
o psicologiche.
• La sua scuola aveva un modello autoritario,
centrato su di lui: le pubblicazioni internazionali riportavano solo il suo nome.
3. Differenze metodologiche
• Sečenov studiava il sistema nervoso con tecniche
elettrofisiologiche, focalizzandosi su funzioni elementari e sviluppando concetti
come:
• Inibizione centrale
• Labilità funzionale
• Parabiosi
• Dominante
• Pavlov sviluppò una teoria dell’attività nervosa
superiore, rielaborando concetti di eccitazione e inibizione in modo originale. Non
usava metodi tradizionali (lesioni, registrazioni), suscitando perplessità tra i
fisiologi.
4. Riconoscimento istituzionale e influenza politica
• La scuola di Sečenov dominò le università russe
fino agli anni ’40, mentre Pavlov non ebbe mai una cattedra universitaria.
• Pavlov ottenne potere grazie all’appoggio del
regime bolscevico, fondando l’Istituto di fisiologia nel 1925.
• Negli anni ’40, la scuola pavloviana assunse il
predominio nella fisiologia sovietica, oscurando quella di Pietroburgo.
• Si diffuse una versione storica in cui Pavlov
appariva come il continuatore di Sečenov, riducendo il ruolo di Vvedenskij e
Uchtomskij.
• Solo nel 1980 si cominciò a riabilitare
pienamente la figura di Sečenov, omettendo persino Pavlov in alcune pubblicazioni.
La teoria dell’attività nervosa superiore di Ivan Pavlov
• Pavlov riceve il Nobel nel 1904 per studi sulla
fisiologia digestiva, ma nel discorso parla di nuove ricerche sul sistema nervoso,
avviate pochi anni prima.
• Abbandona la fisiologia tradizionale per una
nuova impostazione teorica e metodologica, restando però un “fisiologo puro”,
attento solo ai fenomeni esterni osservabili.
2. Metodo innovativo:
• Studia il riflesso condizionato in animali in
condizioni il più possibile naturali, registrando risposte fisiologiche (es.
salivazione) come indicatori esterni dell’attività del sistema nervoso.
• Rifiuta l’approccio molecolare della
neurofisiologia e propone una “neurofisiologia molare”, cioè globale e integrata,
fondata su processi corticali complessi (comportamento).
3. Attività nervosa “superiore”:
• Considerata la base fisiologica del
comportamento, da Pavlov chiamata appunto “attività nervosa superiore” (dal 1924
sinonimo di comportamento).
• Si concentra su processi di eccitazione e
inibizione come funzioni fondamentali della corteccia cerebrale, ignorando
volutamente la localizzazione anatomica precisa.
4. Ambiguità e ricezione:
• L’uso originale dei termini “eccitazione” e
“inibizione” ha creato incomprensioni: i fisiologi cercavano di riportare i
concetti nei propri schemi, senza successo.
• I comportamentisti americani accolsero i metodi
ma rifiutarono la teoria fisiologica sottostante, giudicata troppo concettuale.
5. Sviluppo teorico:
• Pavlov non elaborò mai una sintesi definitiva
della sua teoria, preferendo pubblicazioni occasionali (conferenze, convegni).
• Opere fondamentali:
• Lezioni sull’attività degli emisferi cerebrali
(1926)
• Vent’anni di esperienza… (dal 1923 in poi,
aggiornato)
• Saggi del 1935: Tipi generali dell’attività
nervosa superiore e Il riflesso condizionato
6. Terminologia:
• Il termine russo uslovnyj refleks è stato
tradotto in inglese come “conditioned reflex”, ma sarebbe più corretto “conditional
reflex”, perché indica una risposta dipendente da certe condizioni, non rigidamente
determinata.
7. Periodizzazione dello sviluppo teorico (Konorski, 1948):
• 1901-1910: studio dei riflessi condizionati
(inibizione, generalizzazione, differenziazione).
• 1910-1920: dinamiche corticali (irradiazione,
concentrazione, induzione reciproca).
• Dal 1920: proprietà di eccitazione/inibizione,
tipi di sistema nervoso, nevrosi sperimentali.
Nel 1909, Pavlov espone il valore dei riflessi condizionati per comprendere le
funzioni superiori del sistema nervoso, sottolineando la necessità di applicare
anche a esse un metodo oggettivo e sperimentale, come già avveniva per il midollo
spinale e il tronco encefalico.
Secondo Pavlov, il riflesso condizionato è la base dell’adattamento degli animali
all’ambiente, assicurando sopravvivenza e equilibrio tra organismo e ambiente.
• Il riflesso incondizionato è innato e automatico
(es. salivazione al contatto con il cibo).
• Il riflesso condizionato è appreso: uno stimolo
neutro (es. suono) associato ripetutamente a uno stimolo incondizionato (es. acido)
provoca la stessa risposta (salivazione), ma in modo appreso e individuale.
Caratteristiche del riflesso condizionato:
· È acquisito e quindi individuale e temporaneo.
· Richiede la coincidenza temporale tra stimolo condizionato e incondizionato.
· Dipende dallo stato fisiologico dell’animale e dalle caratteristiche degli
stimoli.
Il riflesso condizionato si forma tramite una connessione tra i centri di analisi
(detti “analizzatori”) degli stimoli. Qui Pavlov introduce una visione
neuroconcettuale, basata su due processi fondamentali:
• Eccitazione: si diffonde inizialmente
(irradiazione), poi si concentra.
• Inibizione: regola la risposta riflessa.
Per Pavlov, la corteccia cerebrale è un “mosaico” dinamico di centri di
eccitazione/inibizione ed è il massimo sistema di segnalazione che analizza gli
stimoli per guidare l’adattamento all’ambiente. Il lavoro tipico degli emisferi
cerebrali è proprio la formazione dei riflessi condizionati.
Sviluppo della scuola pavloviana:
• Si concentra inizialmente sulla dinamica dei
riflessi condizionati (1901–1936).
• Dal 1936, si amplia verso la psicologia e
psichiatria, applicando i concetti ai bambini, al linguaggio, e alle patologie
mentali.
• Grande espansione negli anni ’40–’50, con
istituzioni dedicate e un giornale scientifico.
• Negli anni ’60 subisce critiche per dogmatismo.
Psicologia e psicopatologia:
Pavlov criticava la psicologia del suo tempo per il suo soggettivismo e sosteneva
che anche i fenomeni psichici potessero essere spiegati oggettivamente attraverso
la dinamica dei riflessi condizionati, inclusi:
• Linguaggio (secondo sistema di segnalazione,
solo umano).
• Sonno, ipnosi, nevrosi, psicosi (interpretati
come squilibrio tra eccitazione e inibizione).
• Nevrosi sperimentali studiate negli animali, con
applicazioni in ambito terapeutico.
Due sistemi di segnalazione:
· Primo sistema: comune agli animali, analizza segnali esterni.
· Secondo sistema: esclusivo dell’uomo, sostituisce i segnali esterni con
parole (linguaggio).
• Regolato dalle stesse leggi del primo sistema.
• Studi condotti nei bambini dimostrarono che
l’uso del linguaggio come segnale condizionato è possibile dai 4-6 anni.
Tipologia dell’attività nervosa superiore (Pavlov):
Pavlov osservò differenze individuali negli animali nella formazione dei riflessi
condizionati e ipotizzò l’esistenza di “tipi” nervosi diversi, ispirandosi alla
tipologia ippocratica. Basò la sua teoria sulle proprietà del sistema nervoso:
forza, equilibrio e mobilità dei processi di eccitazione e inibizione. Questa
tipologia è alla base biologica della personalità.
Sviluppi successivi della teoria:
Negli anni ’40-’50, Boris Teplov e Vladimir Nebylitsyn approfondirono la tipologia
anche nell’uomo, evidenziando che la personalità è frutto dell’interazione tra tipo
nervoso innato e ambiente. Nebylitsyn introdusse nuove tecniche psicofisiologiche e
propose una teoria aggiornata. Le loro ricerche influenzarono studiosi occidentali
come Jeffrey Gray ed Eysenck, collegando la forza del sistema nervoso al concetto
di arousal e ai tratti introversione/estroversione.
Il pavlovismo e la sua crisi:
Nel 1950, con l’appoggio di Stalin, la scienza sovietica fu indirizzata rigidamente
verso l’ortodossia pavloviana. Le ricerche non conformi furono represse e molti
scienziati emarginati. Questo dogmatismo bloccò l’innovazione, ridusse la
psicologia a fisiologia e ostacolò il dialogo con la comunità scientifica
internazionale.
La crisi del pavlovismo fu ufficialmente riconosciuta nel 1962: il culto della
personalità aveva generato dogmatismo e repressione del dibattito scientifico.
Declino e nuove direzioni:
Il pavlovismo decadde per limiti interni e per la nuova libertà post-staliniana.
Alcuni allievi di Pavlov, prima accusati, furono poi liberi di rinnovare la teoria.
Il pavlovismo fu anche strumentalizzato ideologicamente dal regime sovietico per
negare cause sociali alle patologie mentali, preferendo spiegazioni biologiche e
trattamenti farmacologici.
Diffusione internazionale:
Negli anni ’50 il pavlovismo si diffuse anche in Francia e Italia, sostenuto da
ambienti vicini al Partito Comunista. In Italia, attraverso riviste e traduzioni,
influenzò la psicologia e la psichiatria, ponendo le basi per lo sviluppo delle
terapie comportamentali. Figure rilevanti: Ugo Marzuoli, Angiola Massucco Costa,
Carlo Cazzullo, Gian Franco Goldwurm.
Punti chiave:
• Pavlov: tipologia nervosa → base biologica della
personalità
• Teplov e Nebylitsyn: ruolo dell’ambiente + nuovi
strumenti psicofisiologici
• Influenza su Eysenck e Gray (arousal e tratti di
personalità)
• 1950: repressione staliniana → ortodossia
pavloviana → crisi
• 1962: riconoscimento ufficiale del fallimento
ideologico del pavlovismo
• Diffusione internazionale, specie in Italia e
Francia, con effetti duraturi sulla psichiatria.
Negli anni difficili della Seconda guerra mondiale, Konorski denunciò l’isolamento
della scuola pavloviana, ricevendo dure critiche dai sovietici. Konorski osservò
che, mentre la fisiologia dell’attività nervosa inferiore (Sherrington) si era
diffusa nel mondo, quella pavloviana (riflessi condizionati) era rimasta chiusa e
isolata.
Durante il disgelo politico, le critiche verso di lui cessarono e poté riprendere
le ricerche a Varsavia, sviluppando una teoria neuroconnessionistica delle funzioni
psichiche (libro Integrative Activity of the Brain, 1967), introducendo il concetto
di unità cognitive.
Bernštejn, già dagli anni ’40, elaborò una “fisiologia dell’attività” in contrasto
con la “fisiologia delle reazioni” di Pavlov. Propose che il comportamento non è
una catena fissa di stimolo-risposta, ma un processo adattivo, plastico e
circolare, basato su modelli probabilistici, correzione sensoriale e reafferenza
(feedback interno). Le sue idee anticipavano la cibernetica, ma vennero ostacolate
dalle autorità sovietiche fino agli anni ’60, quando se ne riconobbero le
potenzialità. I suoi studi influenzarono autori come Lurija e Pribram, e sono oggi
alla base di molte ricerche neurocognitive sul movimento.
Anochin, all’interno della scuola pavloviana, promosse una revisione concettuale,
introducendo i concetti di “sistema funzionale” e “afferenza di ritorno”, vicini
alla cibernetica. Propose una visione dell’azione come processo circolare guidato
da una sintesi afferente (che integra bisogni, esperienza e stimoli ambientali) e
da un accettore d’azione, che attiva nuove strategie per raggiungere l’obiettivo.
La sua opera culminò nel libro Biologia e neurofisiologia del riflesso condizionato
(1968), che segnò la maturità e il superamento della teoria pavloviana classica,
orientandola verso una fisiologia dinamica e integrata del comportamento.
Negli anni ’50-’70 in Unione Sovietica si sviluppò una psicofisiologia innovativa
che superava il modello pavloviano. Tra i contributi principali:
• Evgenij N. Sokolov studiò il riflesso
d’orientamento, spiegandolo come una risposta alla discrepanza tra uno stimolo
nuovo e il “modello neuronale” dello stimolo precedente. Introdusse l’idea del
cervello come elaboratore attivo di modelli del mondo, avvicinandosi ai concetti
della neurofisiologia e della cibernetica. In seguito si occupò di percezione dei
colori e di una teoria fisiologica della coscienza.
• Michail N. Livanov: sincronizzazione
dell’attività cerebrale nei riflessi condizionati.
• Al’fred L. Jarbus: strategie cognitive nei
movimenti oculari.
• Aleksandr N. Sokolov: linguaggio interno e
pensiero concreto.
• Natalija P. Bechtereva: ruolo delle strutture
sottocorticali nei processi psichici.
• Ol’ga S. Vinogradova: rapporto tra memoria e
ippocampo.
ricerche autonome sui sistemi sensoriali:
• Dai lavori di Kekčeev e Kravkov negli anni
’20-’30 alla neurofisiologia sensoriale di Geršuni e Glezer dagli anni ’60 in poi.
Negli anni ’70, l’Istituto di psicologia dell’Accademia delle scienze di Mosca
divenne un centro di punta per la psicofisica, anche con applicazioni in campo
ingegneristico e astronautico.
Teorie olistiche del primo Novecento
Le teorie olistiche, si oppongono all’idea di una rigida localizzazione delle
funzioni cerebrali, proponendo invece un’organizzazione integrata e dinamica del
cervello.
Principio di diaschisi – Konstantin von Monakow:
• Introduce il concetto di diaschisi, secondo cui
una lesione cerebrale può influenzare anche aree distanti ma funzionalmente
connesse, senza danno anatomico diretto.
• Distingue tra localizzazione geometrica
(funzioni semplici) e localizzazione cronogenetica (funzioni complesse e
dinamiche).
• Vede il cervello come un sistema dinamico in cui
lesioni locali possono causare un collasso funzionale generale.
Concetto di vigilanza – Henry Head:
• Definisce la vigilanza come stato fisiologico di
energia nervosa ottimale necessario per funzioni complesse.
• Una riduzione della vigilanza compromette
linguaggio, lettura e scrittura, anche senza danni diretti alle aree linguistiche.
• Il concetto anticipa la teoria dell’attivazione
degli anni ’50–’60.
Teorie della forma e organizzazione integrata:
• Vari autori influenzati dalla Gestalt sostengono
che il comportamento e le funzioni cerebrali non sono somma di elementi isolati, ma
si fondano su strutture globali integrate.
George E. Coghill:
• Studia lo sviluppo motorio negli embrioni e
afferma che il comportamento deriva da schemi neurali preesistenti, non da semplici
connessioni successive tra neuroni.
Kurt Goldstein – Teoria organismica:
• Influenzato dalla Gestalt, elabora una teoria
secondo cui le funzioni cerebrali si organizzano in modo dinamico: una funzione
(figura) emerge su uno sfondo attivo ma non dominante.
• La lesione cerebrale causa dedifferenziazione,
ovvero perdita della distinzione tra figura e sfondo, con conseguente
disorganizzazione globale del comportamento.
Goldstein e la dinamica figura-sfondo (1948):
• Figura e sfondo non si riferiscono solo alla
percezione visiva, ma a tutte le prestazioni (linguaggio, pensiero, movimento,
ecc.).
• Ogni azione (figura) si basa su un contesto
(sfondo) che la sostiene.
• Nelle lesioni cerebrali, questa distinzione si
indebolisce: figura e sfondo si mescolano o si invertono (es. risposte
inappropriate come “no” invece di “sì”).
• L’attività cerebrale normale è distribuita: una
zona è più attiva (figura), il resto meno (sfondo); una lesione altera questa
distribuzione, compromettendo il comportamento.
• Goldstein rifiuta la diagnosi basata sul sintomo
isolato e propone un approccio olistico che considera l’intera personalità
dell’individuo (l’“organismo totale”).
• Caso Lanuti: dimostra la perdita del
comportamento astratto (cosciente e organizzato), mentre resta il comportamento
concreto (automatismi).
Lashley e l’organizzazione cerebrale (1920–1930):
• Influenzato dalla Gestalt (ma non dalle sue
spiegazioni fisiologiche), Lashley studia comportamenti appresi nei ratti dopo
lesioni corticali.
• Metodo sperimentale rigoroso: analizza quanto il
danno influisce sulla prestazione (es. attraversamento di labirinti).
• I risultati smentiscono la visione “telegrafica”
del cervello (centri specifici e connessioni rigide):
• Le lesioni non annullano selettivamente un
comportamento, anche se colpiscono aree “chiave”.
• Le vie di connessione non sono indispensabili
per mantenere un comportamento appreso.
Principi proposti da Lashley:
1. Azione di massa: il cervello lavora come un
tutto, non per aree isolate.
2. Equipotenzialità: le aree sane possono compensare
le lesioni.
3. Funzionamento vicariato: funzioni perse possono
essere assunte da altre aree.
Critiche a Lashley:
• Hunter e Herrick obiettano che:
• Lashley sottovaluta la specificità funzionale
della corteccia.
• I suoi risultati derivano dalla distruzione
progressiva di molte aree, non dall’assenza di localizzazione.
• Anche nei ratti, esiste correlazione tra
funzioni e strutture specifiche.
• In sostanza, i suoi esperimenti mostrano che più
tessuto viene danneggiato, peggiore è la prestazione, ma ciò non nega l’esistenza
di centri funzionali specializzati.
In sintesi:
• Goldstein valorizza l’interconnessione tra
funzioni cerebrali e l’intera personalità, opponendosi a una lettura sintomo-
lesione.
• Lashley mette in discussione la localizzazione
cerebrale rigida, ma le sue conclusioni vengono criticate per una possibile
sovrainterpretazione dei dati.
Ernest Hilgard (1987) osserva che le ricerche di Lashley, pur volendo dimostrare
l’importanza delle basi cerebrali del comportamento, finirono per diffondere l’idea
errata di un cervello indifferenziato e completamente equipotenziale, rafforzando
così la posizione comportamentista, che riteneva irrilevante lo studio del cervello
in psicologia.
Negli anni ’50, Lashley continuò a criticare i modelli neuroassociazionisti, come
quello di Hebb, e mostrò che la complessità dei processi cognitivi non può essere
ridotta a semplici schemi S-R (stimolo-risposta). I suoi ultimi lavori –
influenzarono la transizione dal comportamentismo al cognitivismo, più che lo
studio diretto delle basi cerebrali del comportamento.
Lashley è considerato un precursore del cognitivismo e un punto di riferimento per
la psicologia fisiologica nordamericana, anche se i suoi allievi spesso non
adottarono integralmente le sue teorie.
Il neuroconnessionismo di Hebb
Nel 1949, Donald O. Hebb pubblica The Organization of Behavior, un’opera
fondamentale che diventa il testo di riferimento per la nuova generazione di
psicologi nordamericani interessati alle basi cerebrali del comportamento. Il
libro:
• Integra psicologia e fisiologia, contrastando il
comportamentismo dominante.
• Introduce processi interni tra stimolo e
risposta, contribuendo allo sviluppo del cognitivismo.
• Segna un momento di svolta nel comportamentismo,
pur restando formalmente al suo interno.
La teoria di Hebb, definita neuroconnessionismo, mantiene il principio delle
connessioni neurali, ma:
• Introduce l’idea di “attività centrali autonome”
indipendenti dagli stimoli esterni.
• Fa riferimento a meccanismi neuronali specifici,
superando i vecchi modelli connessionisti generici.
Punto centrale della teoria è la formazione delle “assemblee cellulari”: gruppi di
neuroni attivati insieme che creano circuiti chiusi e autonomi (detti “circuiti
riverberanti”), base neuronale dei processi psichici complessi (percezione,
pensiero).
Hebb si ispira al concetto di circuito riverberante elaborato da Rafael Lorente de
Nó e ripreso da Hilgard e Marquis, che aveva già applicato l’idea
all’apprendimento.
Hebb costruisce un “sistema nervoso concettuale”, aggiornato alla neuroanatomia
dell’epoca ma non verificato empiricamente, come lui stesso ammette. Nel 1955, con
Drives and the C.N.S., propone un modello fisiologico delle motivazioni; nel 1957,
Peter Milner tenta di fornire un supporto neurofisiologico alle assemblee
cellulari, ma resta un caso isolato.
Influenza della teoria di Hebb:
• Forte impatto generale sulla psicologia
fisiologica.
• Accettazione dell’idea di una base
neurofisiologica del comportamento.
• Minor attenzione al quadro concettuale teorico
complesso proposto da Hebb.
• La nozione di neuroni integrati in funzioni
complesse si diffonde tra i neurofisiologi, favorendo lo studio della
specializzazione funzionale del cervello.
Ricerche sulle funzioni cerebrali e il comportamento: 1950-70
Dopo la Seconda guerra mondiale, lo studio delle basi cerebrali del comportamento
subì una svolta per due motivi principali:
1. Sintesi teoriche (come quella di Hebb) offrirono
nuovi quadri concettuali.
2. Progressi tecnologici permisero di affiancare al
“sistema nervoso concettuale” un sistema nervoso reale, misurabile
sperimentalmente.
Tra gli anni ’50 e ’70, furono ottenuti risultati fondamentali:
• Nascita di sottodiscipline specializzate secondo
metodi diversi.
• Scoperta di macrosistemi cerebrali per la
regolazione del comportamento (es. sistema reticolare ascendente, cervello
viscerale).
• Scoperta delle basi biologiche e neurochimiche
dell’apprendimento.
• Scoperta della specializzazione funzionale dei
neuroni corticali.
• Studio della specializzazione emisferica del
cervello umano.
• Correlazione tra attività elettrica cerebrale e
processi cognitivi (neurometria mentale).
Evoluzione dei termini disciplinari:
• Fino agli anni ’60, psicologia fisiologica
indicava genericamente lo studio delle basi fisiologiche del comportamento.
• Dagli anni ’60, si distingue tra:
• Psicologia fisiologica: ricerca su animali,
manipola variabili fisiologiche (lesioni, stimolazioni, farmaci) per osservare
effetti sul comportamento.
• Psicofisiologia: ricerca su esseri umani sani,
studia le variazioni fisiologiche (es. EEG, ECG) in relazione a processi psichici
(percezione, attenzione, ecc.).
Psicofisiologia:
• Origini e istituzionalizzazione: nasce
formalmente negli anni ‘60 (Society for Psychophysiological Research nel 1960 e
rivista Psychophysiology nel 1964), ma ha radici nell’Ottocento.
Pionieri:
• Russia: Tarchanov (riflesso psicogalvanico),
Danilevskij (potenziali elettrici cerebrali), scuola di Teplov e Nebylitsyn
(tipologia pavloviana e variabili psicofisiologiche).
• Europa: Berger (EEG), Féré e Veraguth (riflesso
psicogalvanico), Jung (associazioni libere), Benussi (respiro e emozioni).
• USA: Darrow, Jacobson, Davis (elettromiografia e
EEG).
• Sternbach (1966) definisce i principi della
psicofisiologia:
• Attivazione (prestazione legata all’attivazione
fisiologica)
• Valori iniziali (risposta fisiologica dipende
dallo stato di base)
• Equilibrio autonomo (rapporto
simpatico/parasimpatico)
• Specificità della risposta (Ax, 1953: differenze
fisiologiche tra rabbia e paura)
Evoluzione:
• Anni ’60: interesse per i processi cognitivi
(potenziali evocati), nasce la psicofisiologia cognitiva (McGuigan, 1978).
• Si sviluppa anche la psicofisiologia clinica
(biofeedback e disturbi psicosomatici).
• In Italia: primi contributi da Nencini e Misiti
negli anni ’60-’70; ricerche sistematiche con Luciano Stegagno.
Neuropsicologia:
• Definizione: studio degli effetti delle lesioni
cerebrali sui processi psichici (inizialmente negli animali, poi nei pazienti
umani).
Origini:
• Ottocento: Broca e Wernicke (afasie).
• XX secolo: studi su soldati cerebrolesi delle
guerre mondiali.
• Anni ’60: svolta metodologica — confronto
sperimentale tra soggetti lesi e sani.
• Istituzioni: Neuropsychologia (1963), Cortex
(1964), International Neuropsychological Society (1966).
Evoluzione teorica:
• Dall’associazionismo/localizzazionismo a visioni
olistico-dinamiche.
• Critiche da Freud, Bergson, Marie, Goldstein
(scuola noetica: afasia legata a intelligenza).
• Anni ’60: ritorno ai modelli associazionisti
(Geschwind: principio della disconnessione).
• Anni ’70: integrazione tra localizzazione e
dinamica (Lurija).
Ricerca nordamericana:
• Lashley: studi sperimentali su animali.
• Harlow, Mishkin, Pribram: lesioni e memoria.
• Penfield: mappa funzionale del cervello
(chirurgia dell’epilessia).
• Brenda Milner: caso H.M., memoria e ippocampo.
• Teuber: principio della doppia dissociazione.
Ricerca europea:
• Inghilterra: Critchley, Zangwill.
• Francia: de Ajuriaguerra, Hécaen.
In Italia:
• De Renzi (Clinica neurologica di Milano): metodo
sperimentale, rivista Cortex (1964), contributi fondamentali.
• Manuale di Denes e Pizzamiglio (1990, aggiornato
1999 e 2019).
Sistemi sottocorticali e regolazione emotiva:
• Langley e Cannon studiano il ruolo del sistema
nervoso autonomo e endocrino nelle emozioni.
• Cannon introduce il concetto di omeostasi e, con
Bard, propone la teoria talamica delle emozioni.
• Papez (1937) e MacLean (1947) individuano il
sistema limbico come sede delle emozioni (MacLean lo chiama “cervello viscerale”).
• Olds e Milner (1954) scoprono che la
stimolazione del sistema limbico può avere effetti di autorinforzo.
Teoria dell’attivazione:
• Sviluppata da Arnold, Duffy, Lindsley, Malmo,
spiega la relazione tra attivazione fisiologica e prestazione comportamentale.
• Basata sulla formazione reticolare (scoperta di
Moruzzi e Magoun, 1949).
• Si ipotizza un rapporto a U rovesciata tra
attivazione e prestazione.
• La teoria viene poi criticata da John e Beatrice
Lacey per la mancata corrispondenza diretta tra risposte fisiologiche e
psicologiche.
Studi sul sonno e il sogno
• Grazie all’EEG, si distingue tra sonno REM e non
REM.
• Kleitman e Aserinsky (1953) scoprono i movimenti
oculari durante il sonno REM, collegati all’attività onirica.
• Dement e Kleitman (1955-57) approfondiscono
questa connessione.
Basi biologiche dell’apprendimento e della memoria:
• Krech, Diamond, Rosenzweig mostrano che
esperienze ambientali influenzano la plasticità cerebrale (1964).
• Hydén esplora il ruolo dell’RNA
nell’apprendimento.
• Kandel e altri studiano il condizionamento negli
invertebrati (es. abituazione).
• Tryon (anni ‘20-’40) dimostra l’influenza
genetica sull’apprendimento nei ratti.
• Fuller, Thompson, Bovet ampliano le ricerche
sulla genetica del comportamento.
Specializzazione funzionale dei neuroni corticali:
• Mountcastle, Hubel e Wiesel scoprono che i
neuroni corticali sono organizzati in colonne e specializzati per caratteristiche
specifiche (visione, orientamento, movimento).
• Si sviluppano modelli gerarchici e
successivamente paralleli (Pribram, “ologramma”).
• Il sistema visivo viene approfondito attraverso
studi su:
• Campi recettivi (Adrian, Hartline, Kuffler)
• Inibizione laterale (Granit, Barlow)
• Frequenza spaziale (Maffei e Fiorentini, 1973),
con un’elaborazione parallela dell’informazione visiva.
Specializzazione emisferica:
Fino agli anni ’50 si pensava che solo l’emisfero sinistro fosse “dominante”,
essendo sede del linguaggio e del controllo motorio volontario. Negli anni ’60,
Sperry e Gazzaniga, studiando pazienti con cervello diviso (split brain),
mostrarono che anche l’emisfero destro ha funzioni cognitive importanti, nascoste
dalla normale interazione tra emisferi. Le tecniche sperimentali (ascolto dicotico
e presentazione tachistoscopica) permisero di studiare la specializzazione
funzionale anche in soggetti sani. Doreen Kimura fu fondamentale per l’analisi
dell’asimmetria uditiva, mentre Rizzolatti, Berlucchi e Umiltà lo furono per quella
visiva.
Negli anni ’70-’80 la ricerca si spostò dalle differenze di contenuto (verbale vs
visuo-spaziale) a quelle di modalità di elaborazione (analitica vs sintetica,
seriale vs parallela). Si ipotizzarono anche due stili cognitivi, con influenze
culturali (Occidente razionale-verbale vs Oriente emotivo-visivo). Tesi sostenute
da Ornstein e Jaynes.
Neurometria mentale:
Già dagli anni ’20, con Berger, si sapeva che l’EEG rileva ritmi cerebrali legati
agli stati comportamentali generali. Negli anni ’50 Dawson sviluppò la tecnica dei
potenziali evocati, che rese possibile analizzare le risposte cerebrali specifiche
a stimoli sensoriali o cognitivi. Questi studi permisero di tracciare il tempo e le
aree corticali coinvolte nell’elaborazione dell’informazione, fondando la
cosiddetta neurometria, termine introdotto da Erwin John. Tale approccio rientra
nella psicofisiologia cognitiva.
La teoria dei sistemi funzionali cerebrali di Lurija
Aleksandr R. Lurija è una figura centrale nello studio delle basi cerebrali dei
processi psichici nel secondo Novecento. La sua opera è influenzata da Freud,
Vygotskij e Goldstein, anche se ha riconosciuto esplicitamente solo i contributi di
Vygotskij e Goldstein.
Inizialmente vicino alla psicoanalisi, Lurija abbandonò questa impostazione dopo
l’incontro con Vygotskij, di cui sposò la teoria storico-culturale. Questa teoria
concepiva i processi mentali come dinamici, storicamente determinati e organizzati
in sistemi funzionali cerebrali, in contrasto con le visioni statiche e
localizzazioniste tradizionali.
Vygotskij influenzò direttamente le ricerche neuropsicologiche di Lurija,
soprattutto attraverso due testi fondamentali del 1934:
• “Il problema dello sviluppo e della
disintegrazione delle funzioni psichiche superiori”, dove si afferma che lo
sviluppo psichico comporta una continua riorganizzazione delle strutture cerebrali.
• “La psicologia e la teoria della localizzazione
delle funzioni psichiche”, che introduce il concetto di sistema funzionale
cerebrale, distinguendo tra le conseguenze delle lesioni sulle funzioni psichiche
inferiori e superiori.
Lurija considerò quest’ultimo testo la base teorica della sua neuropsicologia, che
combinava osservazione clinica e attenzione alla dimensione storica e individuale
dello sviluppo mentale. Influenza di Goldstein:
Goldstein ha influenzato profondamente Lurija, sostenendo una localizzazione
dinamica delle funzioni cerebrali e l’analisi delle sindromi, non di singoli
sintomi, nelle lesioni cerebrali.
Sintesi teorica di Lurija:
Negli anni ’60, Lurija formula la teoria delle funzioni corticali superiori,
integrando psicologia, neurologia e sociocultura. Si concentra inizialmente
sull’afasia, poi sui lobi frontali, la memoria, la neurolinguistica e la coscienza.
Teoria dei sistemi funzionali:
• Le funzioni psichiche superiori non sono
localizzate rigidamente in singole aree cerebrali.
• Sono il risultato dell’integrazione dinamica di
diverse aree corticali (come nella scrittura, che coinvolge visione, linguaggio,
motricità, ecc.).
• Queste integrazioni sono storico-culturali, non
genetiche, e si formano nell’interazione sociale (Vygotskij).
Dinamicità e sviluppo:
• La localizzazione funzionale cambia nel tempo: è
dinamica e sviluppabile.
• Le lesioni infantili ostacolano la formazione
dei sistemi funzionali; quelle adulte possono essere compensate da aree intatte.
Revisione del concetto di sintomo:
• I sintomi non sono legati a un danno singolo, ma
a un’alterazione di sistema.
• Lurija propone l’analisi della sindrome, che
rivela le connessioni funzionali e le interazioni tra sistemi.
Tre unità funzionali cerebrali:
Lurija distingue tre macro-unità interattive:
• Regolazione dello stato interno (sistema
reticolare, emozioni).
• Ricezione e immagazzinamento delle informazioni
(lobi occipitali, temporali, parietali).
• Programmazione e controllo delle azioni (aree
prefrontali, motorie).
Ognuna contribuisce ai processi mentali e alla coscienza.
Corteccia prefrontale e coscienza:
• La corteccia prefrontale è cruciale per il
comportamento volontario e integrato.
• È la sede della massima integrazione funzionale
e base della coscienza.
• Il linguaggio, secondo Lurija, è il principale
strumento di regolazione cosciente del comportamento, non solo comunicazione ma
anche autoregolazione mentale.
Concezione della coscienza:
• Lurija critica l’idea tradizionale e dualistica
di una coscienza senza attributi, immateriale e separata dal cervello.
• Propone invece una visione funzionale e
sistemica: la coscienza è un’attività complessa, storicamente e culturalmente
sviluppata, che riflette attivamente la realtà e regola il comportamento.
• La coscienza nasce dall’interazione tra
linguaggio, esperienza sociale e attività concreta, non da un singolo punto
cerebrale.
• È dinamica, strutturata semanticamente e varia
con lo sviluppo psichico.
Struttura cerebrale della coscienza:
• Non si può cercare la coscienza in un singolo
neurone o sinapsi: essa deriva dal funzionamento integrato e coordinato di sistemi
funzionali complessi.
• Il linguaggio gioca un ruolo centrale nel
mediare la percezione e nel guidare il comportamento.
• L’attività cosciente comporta
transcodificazione, selezione, inibizione e confronto tra intenzione e azione.
Metodo clinico di Lurija:
• Lurija preferisce uno studio approfondito del
singolo caso clinico rispetto all’approccio statistico occidentale.
• Sostiene che una lesione cerebrale non colpisce
solo una funzione isolata, ma l’intera organizzazione psichica e comportamentale
dell’individuo.
• Centrale è il processo di riorganizzazione e
riabilitazione delle funzioni dopo il danno.
Riabilitazione neuropsicologica:
• La riabilitazione non ha solo uno scopo pratico,
ma è anche uno strumento per comprendere i meccanismi cerebrali.
• Lurija adotta una metodologia non
standardizzata, flessibile e adattabile al paziente.
• I suoi strumenti sono poi stati sistematizzati
da altri (es. Luria-Nebraska Neuropsychological Inventory), ma non senza critiche
per la perdita di flessibilità.
Eredità e approccio “romantico”:
• Lurija ha influenzato numerosi allievi e anche
Oliver Sacks.
• La sua idea di “scienza romantica” mira a
comprendere la persona nella sua unicità e complessità, senza frammentare la realtà
psichica in elementi isolati.
• Nei suoi studi su casi clinici emblematici
(Šereševskij e Zaseckij), Lurija mostra l’importanza dell’integrazione tra normale
e patologico per cogliere la totalità della personalità.
Concetti chiave:
• Coscienza = sistema semantico e storico-sociale,
non elemento innato.
• Cervello = rete funzionale integrata, non sede
localizzata della coscienza.
• Metodo = clinico, individualizzato, centrato
sulla persona.
• Riabilitazione = strumento di comprensione, non
solo terapia.
• Visione = “scienza romantica” che unisce
conoscenza e umanità.
Neuroscienze cognitive, affettive e sociali tra la fine del Novecento e l’inizio
del nuovo secolo
Dagli anni ’80 si è sviluppata la neuroscienza cognitiva, un campo
interdisciplinare che unisce neuroscienze e scienze cognitive per studiare le basi
cerebrali di processi psichici, sia cognitivi sia emotivi (questi ultimi anche
sotto il nome di neuroscienze affettive). Un’opera pionieristica fu The
Computational Brain (1992) di Churchland e Sejnowski, che introdusse un approccio
computazionale per modellare le funzioni cerebrali.
Questo approccio ha cercato di collegare il livello molecolare e neuronale con il
comportamento osservabile. La mente è stata concepita come un sistema di conoscenza
implementabile sia nel cervello che nei computer, con riferimenti chiave nei lavori
di Marr e Fodor.
Un articolo su Science del 1988 segnalava i limiti delle conoscenze del cervello e
proponeva l’uso di modelli computazionali come strumenti guida provvisori per la
ricerca. Tuttavia, l’integrazione completa tra neuroscienze e psicologia è rimasta
in gran parte un auspicio.
Negli ultimi decenni, le scoperte neuroscientifiche si sono moltiplicate, senza
però giungere a una teoria unificata del cervello. Impulso alla ricerca è venuto da
grandi iniziative, come il “Decennio del cervello” (1990-2000), la Brain Initiative
(USA, 2013) e l’Human Brain Project (UE, 2013), quest’ultimo criticato per voler
simulare il cervello senza una conoscenza completa.
Lo sviluppo tecnologico (es. tecniche di neuroimaging e optogenetica) ha favorito
importanti progressi. Tra i contributi principali:
• Eric Kandel: studi su apprendimento e plasticità
sinaptica (Nobel 2000).
• Rita Levi-Montalcini: scoperta del NGF,
implicato nello sviluppo neuronale (Nobel 1986).
• Lamberto Maffei e il suo gruppo: studi sulla
plasticità del sistema visivo.
Altre ricerche significative:
• O’Keefe e i coniugi Moser (Nobel 2014): scoperta di neuroni dell’ippocampo e
corteccia entorinale implicati nella navigazione spaziale, confermando l’esistenza
di una “mappa cognitiva” nel cervello.
· Giacomo Rizzolatti e collaboratori: scoperta dei neuroni specchio, che si
attivano sia nell’esecuzione che nell’osservazione di un’azione. Estesi a spiegare
empatia, teoria della mente e autismo. Sebbene sostenuti da vari studiosi (come
Ramachandran, che li collega all’origine del linguaggio), i neuroni specchio hanno
suscitato anche critiche per l’ampiezza eccessiva delle funzioni loro attribuite.
· la neuroscienza cognitiva, grazie a innovazioni metodologiche e a scoperte
fondamentali, ha ampliato enormemente la nostra comprensione del cervello, ma una
teoria unitaria resta ancora lontana.
Cognizione incarnata (embodied cognition):
· La mente non può essere studiata separatamente dal corpo e dall’ambiente.
· La cognizione è radicata nella corporeità e nelle interazioni con il mondo.
· Questa visione è collegata alla fenomenologia (Husserl, Merleau-Ponty) e
prende il nome di neurofenomenologia (Varela).
Mente estesa (extended mind):
· Secondo Clark e Chalmers, la mente si estende agli oggetti esterni con cui
interagiamo.
· La cognizione è un sistema interconnesso tra mente, corpo e ambiente.
· Si parla anche di cognizione situata, influenzata da fattori sociali e
culturali.
Teorie sull’organizzazione neuronale:
• Modularità della mente (Fodor): esistono moduli
specializzati (es. per il linguaggio) che operano in modo automatico e
indipendente.
• Darwinismo neuronale (Edelman): le connessioni
neuronali si selezionano in base all’esperienza, come nell’evoluzione biologica.
• Assemblee cellulari (Hebb): gruppi di neuroni si
attivano insieme per rappresentare informazioni.
Esempio: navigazione spaziale attraverso le strutture ippocampali.
Neuroscienze delle emozioni:
• Paul Ekman: ha individuato emozioni primarie
universali (es. rabbia, paura, felicità).
• Damasio: ha studiato attivazioni cerebrali
specifiche per ogni emozione (PET).
• Panksepp: ha identificato sette sistemi emotivi
di base nel cervello (es. fear, rage, care).
• LeDoux: propone la teoria delle due vie della
paura:
• Via veloce: talamo → amigdala (risposta
automatica)
• Via lenta: talamo → corteccia/ippocampo →
amigdala (elaborazione cosciente)
LeDoux sottolinea i rischi dell’uso improprio dei termini emotivi umani nello
studio degli animali.
Emozioni e neuroscienze:
• Le emozioni umane hanno caratteristiche uniche, ma condividono aspetti ancestrali
con altri animali.
· Gli studi sugli animali aiutano a individuare circuiti cerebrali comuni,
utili a capire anche le emozioni patologiche umane.
· Non esiste una definizione univoca di “emozione”, perciò si usano le
“parole feeling” (come paura, amore, rabbia) per orientarsi.
· Tuttavia, questi termini sono problematici se applicati agli animali,
poiché mancano le introspezioni soggettive.
· È più utile studiare risposte adattive degli organismi a stimoli
significativi (pericolo, fame, accoppiamento…), senza usare direttamente il termine
“emozione”.
· Il focus va posto sui circuiti di sopravvivenza: difesa, nutrizione,
idratazione, termoregolazione, riproduzione.
· Questi circuiti sono evolutivamente conservati nei mammiferi, inclusi gli
esseri umani.
Linguaggio e neurolinguistica:
• Il linguaggio, come l’emozione, è oggetto di
analisi comparativa, evolutiva, ontogenetica e patologica.
• Grazie alle neuroimmagini, oggi si studia
l’attività cerebrale anche nei soggetti sani, non solo nei cerebrolesi.
• Il problema centrale è verificare la teoria di
Chomsky: il linguaggio umano si basa sulla capacità di combinare elementi discreti
per generare infinite frasi.
• Le ricerche mostrano che l’area di Broca
risponde solo a lingue con sintassi universale, non a lingue “impossibili”.
• Il linguaggio è visto come un istinto evolutivo,
frutto di adattamenti naturali (Pinker, Moro).
Psicologia evoluzionistica:
• I processi psichici sono considerati adattamenti
evolutivi, analoghi a quelli fisici.
• Gli adattamenti psicologici (es. riconoscere
amici falsi, scegliere partner fertili, investire nei figli) risolvono problemi di
sopravvivenza e riproduzione.
• Questi adattamenti non sono moduli isolati, ma
interagiscono per produrre comportamenti funzionali.
• Principale esponente: David Buss.
Epigenetica e psicopatologia:
· L’epigenetica studia modifiche ereditarie nell’espressione genica senza
cambiare il DNA.
· Si riprende l’idea dell’“effetto Baldwin”: comportamenti acquisiti possono
diventare adattivi ed ereditabili.
· Studi recenti (Nestler) mostrano come modifiche epigenetiche siano
rilevanti in disturbi psichiatrici, tossicodipendenza e alcolismo.
· La ricerca neuroscientifica moderna continua ad affrontare problemi teorici
fondamentali, cercando di spiegare la mente umana come sistema biologico complesso,
interpretabile attraverso leggi naturali e biologiche
VIII. Il dibattito contemporaneo- Crisi delle teorie o crisi della psicologia
Anni ’20
· La crisi della psicologia fu attribuita alla frammentazione teorica:
coesistenza di scuole diverse (Gestalt, comportamentismo, psicoanalisi) con metodi
e linguaggi differenti.
· Psicologi come Driesch, Koffka e Bühler denunciarono l’assenza di un
linguaggio e principi condivisi: la psicologia sembrava una Torre di Babele.
Lev Vygotskij, eviidenziò due problemi centrali:
1. Il linguaggio psicologico è confuso, composto da:
· termini del linguaggio comune (vaghi e polisemici),
· concetti filosofici,
· metafore da scienze naturali.
-> La psicologia non ha ancora un proprio linguaggio scientifico.
2. La psicologia deve confrontarsi con la pratica sociale (educazione, industria,
politica), il che richiede una ricostruzione teorica adeguata all’applicazione.
-> L’applicazione pratica diventa motore di riforma per la disciplina.
Anni ’90: la crisi nella prospettiva postmoderna:
• La crisi si lega alla crisi della modernità:
perdita di fiducia nella scienza come sapere oggettivo e progressivo.
• Il pensiero postmoderno:
• rifiuta visioni uniche e universali della
realtà;
• valorizza pluralità di linguaggi,
interpretazioni, narrazioni locali e parziali;
• sottolinea che la scienza è costruzione sociale,
non uno specchio della realtà (Rorty, Lyotard).
La psicologia postmoderna:
• Non mira più a spiegare la mente in modo
unitario e razionale;
• Si apre alla diversità di approcci e
significati;
• Mette in discussione le “grandi narrazioni” (es.
positivismo, marxismo).
Bruner (1990): la psicologia è frammentata e autoreferenziale:
• La disciplina appare dispersa, priva di un
centro teorico comune.
• Le sue branche si isolano in specializzazioni
chiuse, spesso incomunicabili tra loro.
• Le pubblicazioni appaiono insignificanti e
ignorate dal mondo scientifico.
· Tuttavia, emerge un nuovo orientamento: recuperare le “grandi domande”
sulla mente, il significato, la cultura e la storia.
La crisi della psicologia è ricorrente nella sua storia e oggi si esprime:
• Nella mancanza di unità teorica e linguistica;
• Nella necessità di rispondere alle esigenze
pratiche della società;
• Nella sfida postmoderna di accettare il
pluralismo e la complessità dei significati umani.
Negli anni ’90, il postmodernismo influenzò diversi ambiti della psicologia,
portando l’attenzione su contesti specifici e comunità particolari, spesso
trascurati dalla psicologia tradizionale. Si criticarono l’universalismo teorico e
la scarsa rappresentatività dei soggetti studiati (es. solo studenti bianchi e
maschi). Si svilupparono così approcci contestualisti, come la “black psychology” o
la psicoterapia LGBT, generando nuove scuole e riviste.
Questa frammentazione, però, rischiò di creare nuovi approcci autoreferenziali. Si
aprì un dibattito acceso sul relativismo e sulla perdita del rigore scientifico, in
particolare nella psicologia clinica, accusata di allontanarsi dalla scienza. Un
editoriale di Nature del 2009 denunciò la mancanza di basi empiriche e l’uso di
terapie non validate.
La psicologia accademica si è così divisa: da un lato chi sostiene la scientificità
del metodo sperimentale (anche grazie alle neuroscienze), dall’altro chi ritiene
che non possa esistere un’unica visione scientifica della psicologia.
In Italia, il dibattito è stato più limitato, ma emergono criticità nel sistema
formativo, con un elevato numero di psicologi e scuole di psicoterapia molto
eterogenee. Ci si interroga sull’effettiva coerenza teorica e sulla qualità
dell’offerta rispetto alla domanda reale di psicoterapia.
La verifica empirica in psicologia
Problemi metodologici nella psicologia sperimentale nel Novecento:
· Selezione dei partecipanti: già nel primo Novecento si criticava la scelta
di soggetti troppo omogenei (es. studenti universitari), mettendo in dubbio la
generalizzabilità dei risultati.
· Validità ecologica: Si è messo in discussione se i risultati di laboratorio
siano davvero applicabili alla vita reale, dato che il contesto naturale può
coinvolgere fattori ambientali ignorati negli esperimenti. Critiche in questo senso
sono state avanzate da correnti ecologiche e da autori come Ulric Neisser.
Crisi della replicabilità (2015):
Uno studio su Science ha mostrato che solo il 36% di 100 esperimenti replicati
(originariamente pubblicati con risultati significativi nel 97% dei casi) ha
confermato gli stessi esiti.
La ricerca (condotta da 270 studiosi di 124 centri, tra cui italiani) non intendeva
screditare la psicologia, ma sottolineare l’importanza della replicazione per il
progresso scientifico.
Reazioni e critiche:
· La stampa ha interpretato questi risultati come una crisi di credibilità
della psicologia.
· Anche Nature ha espresso dubbi sulla validità di molti studi psicologici.
Sensibilità contestuale (2016):
Uno studio successivo pubblicato su PNAS ha suggerito che in psicologia esiste una
forte dipendenza dal contesto storico-culturale, che rende difficile replicare
fedelmente i risultati.
Questo pone limiti alla generalizzazione dei dati sperimentali, confermando
osservazioni già presenti nell’approccio postmoderno.
Psicologia del senso comune e psicologie alternative.
Si riflette sullo scetticismo verso la psicologia scientifica, oscillante tra due
posizioni opposte:
· Orientamento ermeneutico e narrativo, che considera la psicologia come
disciplina interpretativa, non riducibile ai criteri delle scienze naturali.
· Riduzionismo neuroscientifico, secondo cui solo ciò che è fondato sulle
neuroscienze può essere considerato valido.
· Queste due tendenze, spesso in contrasto, si fondono in approcci ibridi
come la neuropsicoanalisi.
Un ulteriore ostacolo all’autonomia scientifica della psicologia è la presenza in
ogni individuo di una propria concezione ingenua della mente, influenzata dal
contesto culturale: la psicologia ingenua o folk psychology. Inizialmente rifiutata
dalle scuole psicologiche del ’900, oggi è oggetto di studio centrale nella
filosofia della mente e nelle scienze cognitive. La Teoria della Mente è vista come
una capacità evolutiva utile per la sopravvivenza e le relazioni sociali, ma il suo
significato varia secondo il contesto sociale e culturale.
Molti studi psicologici tentano di replicare e validare scientificamente credenze
comuni, ma spesso finiscono per confermare luoghi comuni o generare risultati non
replicabili, creando “miti psicologici” (es. “le donne vestono di rosso nei giorni
fertili”). Questo ha portato alla diffusione di una “psychobabble”, ovvero un
linguaggio psicologico pseudoscientifico presente in media, social, e conversazioni
comuni.
Infine, la psicologia contemporanea è frammentata tra approcci istituzionali e
psicologie alternative, spesso influenzate da pratiche spirituali orientali (come
yoga, zen, mindfulness). Queste pratiche, in particolare la mindfulness, stanno
ricevendo attenzione anche da parte della psicologia scientifica e delle
neuroscienze.
Punti chiave:
• Dicotomia tra psicologia narrativa e
neuroscientifica.
• Importanza della psicologia ingenua come oggetto
di studio.
• Problemi metodologici e replicabilità nella
ricerca psicologica.
• Diffusione di miti e psicologia popolare
(psychobabble).
• Coesistenza di approcci scientifici e
alternativi alla mente e alla cura.
• Interesse crescente per pratiche come la
mindfulness.
Il primato delle neuroscienze
Di fronte alla crisi di credibilità della psicologia scientifica, emergono due
strategie:
· Ricorrere a approcci alternativi (ermeneutici, narrativi);
· Affidarsi alle neuroscienze per fornire fondamento oggettivo ai costrutti
psicologici.
Questa seconda via ha portato alla diffusione di un nuovo linguaggio superficiale,
il neurobabble, simile allo psychobabble, che tende a sovrastimare il valore
esplicativo dei dati neuroscientifici. Nella società prevale l’idea che il dato
neuroscientifico sia superiore a quello psicologico, ma anche tra gli studiosi vi è
disaccordo sull’integrazione tra psicologia e neuroscienze.
Temi principali del dibattito sulle neuroscienze cognitive:
· Attendibilità dei risultati: molte ricerche presentano bassa potenza
statistica e scarsa validità ecologica (difficoltà a trasporre i risultati al
contesto reale).
· Valore esplicativo limitato: le neuroscienze spesso descrivono fenomeni già
noti (es. attivazione cerebrale durante attività verbali) ma non ne spiegano le
dinamiche profonde, confermando teorie psicologiche già esistenti senza aggiungere
vera comprensione.
· Riduzionismo mente-cervello: c’è timore che lo studio del cervello riduca i
processi mentali a meri fenomeni neurali, perdendo di vista l’esperienza soggettiva
e la complessità dell’interiorità.
· Integrazione con le scienze umane: si discute su come etica, religione o
arte possano dialogare con le neuroscienze senza essere ridotte a fenomeni
neurobiologici.
La neuroscienza è utile quando supporta modelli psicologici solidi (es. linguaggio
e grammatica universale), ma è problematica quando affronta concetti vaghi (Io,
coscienza, empatia) che restano più filosofici che scientifici. Come affermava
Giovanni Jervis, l’autocoscienza è forse più una costruzione narrativa e mitica che
una realtà oggettiva, e la nostra immagine interiore è spesso frutto di autoinganni
e convenzioni sociali.
Critica alla reificazione della coscienza:
· Trattare coscienza, io, empatia come “cose” materiali (es. nel cervello) è
fuorviante: è come cercare un fantasma nel pagliaio.
· Alcuni neuroscienziati (es. Krakauer) sottolineano l’importanza di
migliorare i modelli psicologici prima di ridurre tutto a meccanismi cerebrali.
La fallacia mereologica:
· Secondo Bennett e Hacker, è un errore attribuire ad alcune parti del corpo
(es. cervello, neuroni) proprietà che sono del tutto (l’organismo umano).
· Non è il cervello che “vede” o “decide”, ma l’intera persona. I predicati
psicologici non si applicano a singole parti del corpo.
· Tuttavia, anche i neuroscienziati usano spesso metafore psicologiche per
descrivere funzioni cerebrali, perpetuando inconsapevolmente questa fallacia.
Il dualismo mente-cervello:
· Damasio critica il dualismo cartesiano (mente separata dal corpo), ma la
sua stessa descrizione del cervello usa metafore dualistiche.
Tre punti fondamentali:
· I processi mentali dipendono dal cervello (substrato materiale).
· Psicologia e neuroscienze devono avere livelli di spiegazione distinti,
evitando riduzionismi.
· Il dualismo ha una funzione evolutiva e adattiva: aiuta a comprendere e
spiegare l’esperienza soggettiva.
· Benjamin Libet mostra come la coscienza e la volontà siano fenomeni reali
ma distinti dall’attività cerebrale, su due piani diversi.
Il ruolo dell’autoinganno e dell’inconscio:
· L’autoinganno è un prodotto sofisticato del cervello: ci illudiamo di agire
“con coscienza” quando in realtà molti fattori inconsci influenzano il nostro
comportamento.
· Anche se sappiamo che la coscienza è legata al cervello, nel linguaggio
quotidiano (e scientifico) continuiamo a separare mente e cervello.
Neuroscienze e nuove discipline interdisciplinari:
· Sono nate discipline come neuroeconomia, neuroetica, neurofilosofia, ecc.
· Criticate da alcuni filosofi e psicologi per la semplicità metodologica, ma
possono offrire spunti validi su meccanismi mentali di base.
· Tuttavia, fenomeni complessi come l’arte, la religione o la politica non
possono essere spiegati solo in base a meccanismi cerebrali, ma richiedono
l’integrazione di fattori storici, sociali e culturali.
La neuroscienza deve evitare riduzionismi e metafore fuorvianti. La mente è
radicata nel cervello, ma non si esaurisce in esso. Le spiegazioni scientifiche
devono convivere con la complessità dell’esperienza umana e con l’inevitabile
presenza di rappresentazioni, illusioni e strutture evolutive del pensiero.
Il disagio della psicoterapia
Il dibattito contemporaneo in psicologia è segnato da frammentazione teorica,
pluralità di approcci e difficoltà d’integrazione tra teoria, pratica e
neuroscienze. Questo problema si riflette in modo evidente nella psicoterapia, dove
coesistono numerose scuole di formazione basate su teorie diverse e influenzate da
contesti socio-istituzionali vari.
Nonostante una tendenza all’autoreferenzialità, molti psicoterapeuti sentono un
crescente bisogno di integrazione teorica, oltre che pratica. Approcci eclettici –
che cambiano tecnica in base al disturbo – sono diffusi, ma spesso non risolvono il
problema alla radice, che è l’assenza di un fondamento teorico condiviso.
Un ulteriore ostacolo è la fragilità teorica delle classificazioni
psicopatologiche, come quelle proposte dal DSM, che risentono di fattori storici,
culturali, sociali ed economici (es. pressioni dell’industria farmaceutica). Le
diagnosi di disturbo mentale non sono sempre scientificamente oggettive, ma spesso
riflettono costruzioni sociali.
Vittorio Lingiardi, tra gli altri, sottolinea che la diagnosi dovrebbe riguardare
la persona nella sua complessità più che incasellarla in etichette rigide. In
questa direzione va il PDM-2 (Manuale Diagnostico Psicodinamico), che propone un
approccio idiografico (centrato sull’individuo) anziché tassonomico, ritenuto più
efficace nella pratica clinica.
Aspetti fondamentali:
• Frammentazione teorica e pratica della
psicologia e psicoterapia.
• Esigenza di integrazione teorica prima che
pratica.
• Limiti delle classificazioni diagnostiche
tradizionali (es. DSM).
• Influenza di fattori culturali, storici e
economici sulle diagnosi.
• Valorizzazione dell’unicità del paziente
(approccio idiografico).
• Il PDM-2 come alternativa al modello
classificatorio rigido.
La psicologia e la società contemporanea
Nel suo libro Psychology in Crisis (2018), Brian M. Hughes osserva che la
psicologia è definita dalla sua continua autocritica epistemologica e metodologica.
Questo mettersi in discussione, invece di segnalarne la debolezza, è visto come la
sua forza distintiva. Tuttavia, secondo Hughes e altri studiosi, la psicologia non
ha realmente attraversato rivoluzioni paradigmatiche (come teorizzate da Kuhn) e la
sua struttura concettuale resta legata alla concezione greca della psychè come
guida morale interna.
Il sapere psicologico continua a essere normativo, ossia legato a valori sociali e
morali del contesto culturale, anche se spesso pretende una neutralità scientifica.
L’influenza di pensatori come Foucault e dei movimenti critici (psicologia critica,
antipsichiatria) ha mostrato come la psicologia sia stata strumento di potere,
selezione ed esclusione. Un esempio emblematico è la rimozione dell’omosessualità
dai disturbi mentali, frutto di cambiamenti nei valori sociali più che di “scoperte
scientifiche”.
Studiosi come Harré e Moghaddam propongono un modello di psicologia culturale, che
riconosce l’influenza delle norme sociali e delle convenzioni sull’agire umano.
Secondo questa visione, lo psicologo non è mai neutrale: ogni spiegazione è anche
un giudizio di valore. Poiché le norme cambiano nel tempo e tra culture, la
psicologia deve continuamente confrontarsi con i mutamenti globali.
La sfida della psicologia nel nuovo millennio non è solo teorica o metodologica, ma
politica: deve ridefinire il proprio ruolo in una società globalizzata,
confrontandosi con temi come giustizia, democrazia e diritti umani. Una psicologia
orientata in questo senso potrebbe finalmente affermare la propria autonomia e
rilevanza sociale.