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Italiano

Luigi Pirandello, nato nel 1867, è un importante autore teatrale e romanziere italiano, noto per opere come 'Il fu Mattia Pascal' e 'I sei personaggi in cerca di autore'. La sua scrittura riflette una profonda crisi dell'identità e della realtà, influenzata da pensatori come Freud e Marx, e si distingue per l'uso di maschere metaforiche che rappresentano la dualità tra forma e vita. Nonostante le sue affiliazioni politiche, ricevette il premio Nobel per la letteratura nel 1934, ma il suo lavoro teatrale fu inizialmente criticato per la sua rottura con le tradizioni.

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Luigi Pirandello, nato nel 1867, è un importante autore teatrale e romanziere italiano, noto per opere come 'Il fu Mattia Pascal' e 'I sei personaggi in cerca di autore'. La sua scrittura riflette una profonda crisi dell'identità e della realtà, influenzata da pensatori come Freud e Marx, e si distingue per l'uso di maschere metaforiche che rappresentano la dualità tra forma e vita. Nonostante le sue affiliazioni politiche, ricevette il premio Nobel per la letteratura nel 1934, ma il suo lavoro teatrale fu inizialmente criticato per la sua rottura con le tradizioni.

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LUIGI PIRANDELLO (1867-1936)

Biografia
Contemporaneo di D’Annunzio e Verga, nasce a Girgenti (Agrigento) ma studia in parte in Italia e in parte in
Germania; grande autore teatrale (ove fa tornare le maschere ma metaforiche, in quanto essa è ciò che fa della
persona un personaggio)L si dice che la prima opera la scrisse a 12 anni ma non abbiamo le prove. Nasce in
una famiglia benestante perché il padre lavora in una zolfare; decide di studiare a Roma lettere, ma litiga
ferocemente con il professore di latino, se ne va dalla facoltà e decide di laurearsi a Bon in lettere antiche; la
sua tesi di filologia greca la scriver in tedesco.
Nel 1903 c’è il grande disastro della sua vita; un allagamento della miniera di zolfo fa perdere tutto alla
famiglia, la stessa miniera dove era stata investita la dote della moglie (cioè i soldi che la moglie aveva portato
erano stati investiti nell’ampliamento della miniera). La moglie, già con una salute mentale fragile. Entra in
una grave fisica maniaca-depressiva, ma all’epoca viene bollata come pazza. Pirandello è combattuto: stare
vicino alla moglie o mandare avanti la famiglia? Lui passa da essere uno che scrive tutto il tempo anche a
gratis a dover lavorare, dando anche ripetizioni. Il successo arriva nel 1904 quando scrive il Fu Mattia Pascal,
mentre la prima opera teatrale che avrà successo sarà “I sei personaggi in cerca di autore”, dove non verrà
apprezzata a Roma ma a Milano sì a causa di una maggiore apertura mentale. Tutte le sue novelle sono
raccolte in “Novelle per un anno”. Aderisce al fascismo non perché sia fascista (è apolitico) ma non è
nemmeno antifascista. Prende quindi la tessera per poter lavorare in pace, e non avendo mai preso posizioni
antifasciste riceve anche il premio Nobel per la letteratura nel 1934.
Muore nel 1936.

Pensiero
Pirandello è autore di romanzi e testi teatrali e più di tutti gli altri nella letteratura italiana ha incamerato il
grande clima di cambiamento che c’è agli inizi del 900’, dovuto all’avvento di Freud, Marx, Darwin e
Einstein, cioè con Pirandello si abbandona definitivamente il realismo.

Pirandello conosce benissimo il verismo, ma nonostante ciò si allontana tantissimo dalla realtà perché secondo
lui la realtà e la verità non esistono, ma esistono solo le verità. Per lui c’è il trionfo della relatività,p: tutto è
relativo, non esiste la realtà da poter descrivere in maniera oggettiva i;quanto ognuno la vede come vuole
(esempio opera teatrale “Così è (se vi pare)”). È impossibile scrivere un romanzo come I Malavoglia o Mastro
Don Gesualdo in cui si descrivono le cose come stanno, piuttosto nei suoi le tematiche più importanti sono:
• L’esclusione del soggetto da qualcosa
• La trappola in senso metaforico
• La fuga, spesso dalla forma o dalla realtà

L’uomo per Pirandello è continuamente conteso e sballottato tra la forma e la vita.


• la forma (in latino “aspetto fisico”) - quello che Kant chiamava fenomeno -, ovvero ciò che vediamo fuori
di una persona, una maschera che io mi metto per affrontare le varie situazioni della vita. Per Pirandello
ognuno di noi indossa varie maschere a seconda della situazione in cui si trova, quindi nessuno di noi vive
mai la vita
• La vita è la verità, la realtà. Vivere veramente per ciò che siamo, non mettere nessuna maschera. Ma
quando l’uomo prova ad essere se stesso viene preso per pazzo. La pazzia per Pirandello è ciò che noi
vediamo in una persona che ha deciso di essere se stessa.

Egli ha un rapporto così forte con la pazzia perché la moglie Maria Antonietta Portulano viene rinchiusa in
manicomio, a causa di manifestazione di squilibri psichici caratterizzati da una gelosia morbosa e paranoica.
Siamo nati in una condizione piena di “trappole”, e la prima è la famiglia, definita dall’autore una trappola da
cui non si può uscire.
Il fu Mattia Pascal
Mattia Pascal è un uomo scontento, che vive con una moglie acida e schizzata, con una suocera che lo
rinnega. Ad un certo punto, mentre è in treno in ritorno dal Casino di Sanremo, apre il giornale e in un
trafiletto scopre che lui è “morto”. È stato trovato un corpo nel suo paese, e la moglie lo riconosce come
suo marito, perché lui se n’è andato a seguito di un’accesa discussione. Egli decide di quindi di non tornare
nel paese. Si stabilisce in Liguria, cambia nome in Adriano Meis, ed in un primo momento è felicissimo.
Conosce una donna, all’inizio sembra tutto bene, ma piano piano si rivela essere uguale alla moglie.
Cambia lavoro, alla fine dopo averne provati tanti si ritrova nello stesso lavoro di prima. Capisce piano
piano che non c’è via di fuga; la società ci incanala e trappola in situazioni uguali per tutti dalle quali non
si può scappare. Anche per problemi burocratici (non ha i documenti) decide di tornare a casa. Qui però, la
moglie si è risposata ed è felicissima. Lui si ritrova a casa a non essere nessuno: Adriano Meis non è mai
esistito, Mattia Pascal è morto. Il romanzo finisce con lui che va a trovare la sua tomba. Qualcuno gli
chiede chi è, e lui risponde “io sono il fu Mattia Pascal”.

Uno, nessuno centomila


È diviso in otto libri a loro volta suddivisi in capitoli, si apre con due capitoli dedicati al naso del
protagonista.
Vitangelo Moscarda, resta turbato una mattina dalla banale osservazione fatta dalla moglie a proposito del
suo naso, che secondo lei pende a destra; il giudizio della moglie e quello di altre persone smentisce
l’immagine che Vitangelo ha finora avuto di se stesso. Si convince così di essere visto da ciascuno in modo
diverso, e smarrisce la propria personalità nel numero infinito di quelle che il mondo esterno gli
attribuisce.
Credeva infatti di essere “uno”, ovvero unico; si accorge di essere “centomila”, ovvero di possedere tante
identità, e dopo questa scoperta si riconosce per se stesso come “nessuno”, inesistente, in quanto non può
far altro che identificarsi in una molteplicità senza limiti che lo annulla.
Quindi, si ritrova coinvolto in una serie di peripezie che eliminano la tranquillità che aveva sempre
descritto la sua vita, motivo per cui venne etichettato come pazzo. Abbandonato dalla moglie, sceglie di
vivere in un ospizio da mendicanti da lui stesso fondato; qui trova la serenità, rinunciando
completamente all’integrazione sociale.
Arriva in un paesino la famiglia del signor Ponza. La suocera di questo è matta, rinchiusa in casa dopo la
morte della figlia il signor Ponza, dopo la morte della donna, si risposa e fa finta che essa sia la figlia della
suocera. Si trovano quindi in trappola perché devono farle credere che lei sia sua figlia. Dopo un po’ arriva
la signora Frola (la cognata che dice di essere disperata perché il mio genero non vuole accettare la morte
di sua moglie. Chi dice la verità quindi?
Nell’ultima scena arriva la ragazza, e sono tutti che aspettano la verità.
Lei dice “Io sono quella che voi volete”, perché la verità non esiste.
TEATRO
Pirandello ricevette il premio Nobel per la letteratura esclusivamente per il teatro: nonostante avesse aderito al
fascismo, il regime non vedeva con buon occhio le sue opere teatrali, in quanto fosse distante dalla tradizione.
Nonostante ciò gli venne dato il premio Nobel per riconoscere cosa aveva fatto nel periodo precedente.
Quando gli arrivò la lettera, scrisse “pagliacciata”; ormai vecchio non è felice in questo premio, perché si rende conto
di quello che sta succedendo in Italia e in Europa. Va a ritirare il premio Nobel il 10 dicembre a Stoccolma dalle mani
del re e non pronunciò neanche una parola. Si pensa che questo silenzio fosse un modo per stabilire che non era in linea
con quello che stava succedendo apertamente. Nonostante ciò non si è mai espresso contro esplicitamente Mussolini.

La produzione teatrale di Pirandello si divide in due fasi:


• teatro di Sicilia: opere teatrali mai rappresentate perché in dialetto e tutte tratte da novelle
• Metà-teatro o teatro nel teatro
• Teatro del Mito: fase molto difficile dove l’autore riprende simbolicamente i miti della classicità, l’opera più nota è
“I Giganti della Montagna”, lasciato incompiuto e continuato dal figlio

Teatro nel Teatro


I capolavori sono: “6 personaggi in cerca di autore”, “Enrico IV” ecc.. ma la novità qual è?
Pirandello buca la quarta parete, ovvero la parete immaginaria che divide il pubblico dagli attori.
È il primo a far scendere o salire i personaggi in platea dal pubblico; pensava che i drammi, le angosce, i problemi che
lui metteva in scena non riguardano solo quei personaggi, ma tutta l’umanità, ed è per questo che non è necessaria una
netta divisione tra pubblico e attori.

L’opera più importante è “I 6 Personaggi in Cerca di Autore”, rappresentata la prima volta a Roma, dove il pubblico si
infuriò e si sentì offeso e indignato per ciò che veniva messo in atto. Se la prese con l’autore che era in sala e venne
criticato aspramente, a causa di questa rottura con la tradizione.
A Milano venne apprezzata un po’ di più, nel 1922, ma ebbe un successo strepitoso all’estero.

La scena si apre durante le prove di uno spettacolo teatrale; c’è un regista e una compagnia che fanno delle prove di
teatro di un’opera di Pirandello. Dalla platea, ad un certo punto, arrivano 6 personaggi, i quali affermano di essere
personaggi creati da un autore che ha creato la loro storia, ma che tuttavia non è riuscito a mettere in scena la loro
storia, cosa che non riesce a nessuno. Sono sostanzialmente una famiglia, e raccontano la loro storia familiare
drammatica.
La madre era sposata con un uomo da cui aveva avuto la prima figlia, aveva poi lasciato questo per mettersi con un
altro uomo, con il quale ebbe un figlio. Il secondo marito muore, e la donna si trova in miseria, da sola a dover
mantenere due figli di due padri diversi.
Si fa aiutare da una signora chiamata “Madama Pace”, che sembra in apparenza una donna che ha un negozio ma che in
realtà possiede un bordello. La madre quindi manda la figlia a lavorarci, e succede che la madre si riavvicina all’ex
marito, il quale mosso da compassione decide di tornarci insieme. Tuttavia, mentre i due si erano lasciati aveva
frequentato quel bordello e aveva trovato la figlia.
Nel frattempo hanno altri due figli, la bambina e il giovinetto. La situazione è abbastanza incandescente, perché il
marito racconta la storia del punto di vista (si è accorto in tempo), mentre la figlia dice che è stata violentata. I bambini
vengono spesso lasciati da soli (denuncia della famiglia borghese, stava nascendo in quel periodo la pedagogia). C’è
uno sparo, la bambina è morta in una fontana, non si sa chi sia stato.
I personaggi quindi vogliono mettersi in scena dopo aver raccontato questa storia, ma non si trovano d’accordo sulla
storia, non essendoci l’autore.
Gli attori che stavano facendo la scena provano quindi a fare quella della storia dei 6, ma non andrà mai bene per la
famiglia. Alla fine non riusciranno mai a metterla in scena, e si conclude con tutti che vanno via senza aver messo in
scena niente. Il messaggio è l’impossibilità di rappresentare la realtà, in quanto essa non esiste.
I personaggi vivono in eterno e inoltre sono più veri delle persone, le quali a seconda della prospettiva cambiano, e tre i
personaggi rimangono fedeli a loro stessi.
UMBERTO SABA
Poeta ebreo nato il 1883 e morto il 1957; avviene un cambio di generazione, perché non è più
contemporaneo di Verga, Pascoli, D’Annunzio ecc.. con lui quindi si entra nei poeti del 900’.
Non risente per niente del positivismo e verismo, mentre risente tantissimo, anzi vive, la crisi dell’uomo
moderno; una crisi già ritrovata in Svevo e Pirandello, una crisi caratterizzata da un dolore psichico
scaturito dalla mancanza di benessere.

Umberto Saba vive una situazione familiare particolarmente cruda:


Figlio di una donna ebrea e di un uomo cattolico, entrambi di Trieste, che si sono sposati perché la donna
era ricca (buona dote) e l’uomo l’aveva sposata per questo. Tuttavia, la abbandona prima della nascita
del poeta, il quale è di conseguenza cresciuto senza padre.
È vissuto con una madre arrabbiata con il mondo, misantropa e anaffettiva, motivo per cui affida sin da
subito ad una balia, Peppa Sabaz, della cui sarà gelosa e che strapperà Umberto dalle sue braccia (da qui
il cognome Saba, per omaggiare l’unica persona che lo ha davvero amato). Lui scriverà una poesia in cui
parla del padre considerato come assassino, perché la madre ha sempre parlato male di lui.

Sposerà Lina, donna fondamentale della sua vita che sarà la sua “luce”, dalla quale avrà una figlia,
Linetta. Alla moglie dedicherà tantissime poesie, un aim particolare chiamata “A mia moglie”.
Nel 1946, ormai anziano, rivela la sua omosessualità, raccontato in un romanzo chiamato Ernesto
(pubblicato a postumi).

A differenza di Svevo che non credeva nella psicoanalisi e di Pirandello che non la conosceva, Umberto
Saba va in analisi dall’età adulta un po’ per tutta la vita, per sviscerare e analizzare questi suoi immensi
dolori, dovuti alla famiglia di origine, alla mancanza d’affetto genitoriale e sicuramente alla difficoltà
che lui ha a vivere in libertà la sua omosessualità.

L’altro grande punto importante della sua biografia è essere nato e vissuto a Trieste come Svevo; una
triste che però quando nasce Saba è a tutti gli effetti parte dell’Italia, ma che vive tutte quelle vicende
scomode del confine orientale. Durante la prima guerra mondiale triste vive particolarmente la guerra,
durante il fascismo vive il fascismo di confine, vive la seconda guerra mondiale e l’8 settembre del 1943
(armistizio), Triste è la prima zona invasa da Hitler, il quale la renderà parte del Terzo Reich.

Umberto Saba, già famoso e di posizioni antifasciste e anti nazisti, si trova costretto a scappare essendo
ebreo; già infatti quando arrivano le leggi razziali lo mettono a disagio, ma quando Hitler invade l’Italia
si trova costretto a fuggire, andando a Firenze. Scriverà una poesia “Teatro degli Artigianelli” in onore
della liberazione di Firenze.
Si iscriverà poi al Partito Comunista Italiano (PCI), e morirà abbastanza giovane per gli standard poco
dopo la morte della moglie.

Poesia semplice, opposto di D’Annunzio, quasi prosaica e con uno stile colloquiale privo di latinismi e
parole colte, ma non per questo banale. Lui ama tantissimo Leopardi e Petrarca (da cui riprende il
Canzoniere, dove sono contenute tutte le sue poesie, e da Dante riprende le parti in prosa che precedono
le poesie).
Il poeta desidera, in mezzo al dilagare dell’ estetismo d’annunziano, una poesia onesta; onesta vuol dire
espressione autentica dell’ interiorità dell’autore, senza “una parola che non corrisponda perfettamente
alla sua visione”. Secondo lui, D’Annunzio esagera o addirittura finge passioni e ammirazioni che non
sono mai state nel suo temperamento, e ciò lo fa solo per perseguire il meschino scopo di ottenere una
strofa più appariscente,e un verso più clamoroso.
Torna indietro
C4 C4 A mia moglie
T 115 T 115

Umberto Saba
Canzoniere I l poeta delinea in questa lirica il ritratto della moglie Lina, e lo fa usando la tecnica
del confronto. La donna viene paragonata alle femmine di sette animali.
La forma metrica è data da sei strofe irregolari di endecasillabi e settenari, chiusi
in Tutte le poesie, a cura di A. Stara,
Mondadori, Milano, 1978 da un quinario e liberamente rimati.

La gallina, della
T Tu sei come una giovane,
una bianca pollastra.
Scritta in un pomeriggio in cui lui era a casa e la
moglie uscita, essendo lui molto depresso e stava
molto in casa. Sentiva molto la sua assenza, e
quale il poeta esalta Le si arruffano al vento mentre lei non c’era lui guardava il suo cane
la lentezza, le piume, il collo china sdraiato sotto i suoi piedi e gli venne
l’apparenza umiltà 5 per bere, e in terra raspa; l’ispirazione. Lui la paragona a un sacco di
(perché china il
collo per bere) ma il ma, nell’andare, ha il lento femmine di animali, e per questo lei si offenderà,
passo di regina tuo passo di regina, ma in realtà elenca tutti i pregi di questi animali.
ed incede sull’erba
pettoruta e superba.
10 È migliore del maschio.
È come sono tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio.
15 Così se l’occhio, se il giudizio mio
Echi di poesia non m’inganna, fra queste hai le tue uguali,
Leopardian al perché, e in nessun’altra donna.
perché “ella” è il Quando la sera assonna
diminutivo/ le gallinelle,
vezzeggiativo preferito
di Leopardi, e anche
20 mettono voci che ricordan quelle,
coppie come soave e dolcissime, onde a volte dei tuoi mali
triste ti quereli, e non sai
che la tua voce ha la soave e triste
musica dei pollai.
25 Tu sei come una gravida
giovenca;
libera ancora e senza
(La mucca) che non
gravezza, anzi festosa;
ha ancora partorito e
senza gravezza. Se la
che, se la lisci, il collo
accarezzi si gira vero
30 volge, ove tinge un rosa
l’uomo. Si esalta la tenero la sua carne.
fecondità della donna Se l’incontri e muggire
l’odi, tanto è quel suono
lamentoso, che l’erba 8. incede: cammina.
35 strappi, per farle un dono. 9. pettoruta: impettita.
16. fra queste... uguali: tu hai le
È così che il mio dono tue simili (uguali) tra le femmine
t’offro quando sei triste. degli animali.
18. assonna: fa addormentare.
21. onde: con le quali.
Tu sei come una lunga 22. ti quereli: lamenti.
27-28. libera... gravezza: non
cagna, che sempre tanta ancora appesantita per la gravi-
danza.
40 dolcezza ha negli occhi, 30. volge: gira.

1654 | L’età contemporanea e il Postmoderno | Incontro con l’opera |


e ferocia nel cuore. C41
Ai tuoi piedi una santa T 115

sembra, che d’un fervore


Ossimoro: la dolcezza negli indomabile arda,
occhi ma la ferocia 45 e così ti riguarda
(coraggio) nel cuore. come il suo Dio e Signore.
Esaltazione della fedeltà.
Quando in casa o per via
segue, a chi solo tenti
avvicinarsi, i denti
50 candidissimi scopre.
Ed il suo amore soffre
di gelosia.
Tu sei come la pavida
coniglia. Entro l’angusta
55 gabbia ritta al vederti
s’alza,
e verso te gli orecchi
alti protende e fermi;
che la crusca e i radicchi
60 tu le porti, di cui
Esaltazione della priva in sé si rannicchia,
timidezza e della cerca gli angoli bui.
maternità Chi potrebbe quel cibo
ritoglierle? chi il pelo
65 che si strappa di dosso,
per aggiungerlo al nido
dove poi partorire?
Chi mai farti soffrire?
Tu sei come la rondine
70 che torna in primavera.
Lei non se n’è mai Ma in autunno riparte;
andata, ma a parte e tu non hai quest’arte.
questo ha le stesse Tu questo hai della rondine:
caratteristiche della le movenze leggere;
rondine 75 questo che a me, che mi sentiva ed era Senilità
vecchio, annunciavi un’altra primavera.
43-44. fervore... arda: arda di un
amore indomabile.
Provvidenze come la Tu sei come la provvida 53. pavida: timida.
formica; formica. Di lei, quando 54. angusta: stretta.
60-61. di cui… rannicchia:
Lina la parte razionale escono alla campagna, quando è senza crusca e radicchi,
della famiglia, che si chiude in se stessa e non si
80 parla al bimbo la nonna lamenta.
rappresenta la salute.
che l’accompagna. 72. arte: capacità, abitudine.
75. questo che a me: questa
E così nella pecchia grazia con cui; sentiva: arcaismo,
sta per “sentivo”.
ti ritrovo, ed in tutte 77. provvida: previdente. Nelle
Io ti ritrovo in
le femmine di tutti favole la formica è contrapposta
tutti gli animali alla “sciupona” cicala.
85 i sereni animali ma in 79. escono alla campagna: si
che avvicinano a Dio; recano in campagna.
nessun’altra 82. pecchia: ape (dal latino:
e in nessun’altra donna. donna apicula).

| Umberto Saba | Il Canzoniere | 1655


Percorso L’autore e l’opera
Umberto Saba
testi
3. Il Canzoniere [Invito all’opera] 37
La lirica, che appartiene alla sezione Casa e campagna (1909-1910), è una delle più celebri di
37 Saba: nel belato sofferente di una capra il poeta riconosce la sofferenza di tutti gli esseri
viventi.
Umberto Saba La forma metrica è data da tre strofe irregolari di endecasillabi e settenari, chiusi da un
Canzoniere quinario e liberamente rimati.

La capra
in Tutte le poesie, a cura di A. Stara,
Mondadori, Milano, 1978 H o parlato a una capra.
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d’erba, bagnata Enjemblement
dalla pioggia, belava.
5 Quell’uguale belato era fraterno
4. belava: il belato è il verso al mio dolore. Ed io risposi, prima Un dolore non diverso da quello del poeta e
quello dell’umanità (richiamo al canto
lamentoso della capra. SCHERZO

5. uguale: sempre lo stesso, per celia, poi perché il dolore è eterno, notturno di un pastore errante in Asia)

ininterrotto. ha una voce e non varia.


7. per celia: per gioco.
8. ha una voce e non varia:
Questa voce sentiva
la voce del dolore è una sola, 10 gemere in una capra solitaria.
è uguale e inconfondibile in
tutti gli esseri viventi. In una capra dal viso semita
9. sentiva: sentivo. La forma Stereotipo del rabbino: il poeta ha voluto ricordare
in -a, tipica dell’Ottocento, sentiva querelarsi ogni altro male, il dolore che in lui è sempre stato forte, tra cui il
fatto di non essersi mai riuscito ad inserire nella
era già stata abbandonata ogni altra vita. società in quanto ebreo
dai poeti del Novecento; Saba
tuttavia la mantiene.
10. in una capra solitaria: sola sul prato), condizione tipica- capra incorniciato dalla barbetta cendo viso e non muso.
il verso riprende il motivo mente umana. fa pensare a un volto ebreo: il 12. querelarsi: lamentarsi.
iniziale della solitudine (Era 11. dal viso semita: il muso della poeta umanizza l’immagine, di- 13. vita: essere vivente.

ANALISI La condizione universale di dolore


E COMMENTO I nuclei tematici della lirica sono la solitudine dell’uomo e il riconoscimento di una
fraternità universale nel dolore. Il poeta si imbatte in una capra: è legata, è sazia
d’erba, è bagnata e bela. Dapprima egli risponde a quel belato, per gioco, poi si ac-
corge che in esso risuona un’eco del dolore universale e il dato descrittivo si carica
di sottili rapporti analogici.

Lo spessore concettuale della lirica


In Storia e cronistoria, a proposito del verso In una capra dal viso semita, Saba scrive:
«è un verso prevalentemente visivo. Quando Saba lo trovò, non c’era in lui nessun
pensiero cosciente né pro né contro gli ebrei. È un colpo di pollice impresso alla creta
per modellare la figura». Ma, anche se il poeta tende ad attenuare il dato descrittivo
del viso semita, esso è comunque carico di significati (considerate anche le origini
ebraiche del poeta):
! semita è in rima con la parola-chiave vita, che in Saba ricorre molto spesso;
! la capra dal volto quasi umano che gli ricorda un viso semita, cioè proprio di quel
popolo che ha più sofferto, per essere stato il più perseguitato della storia, non può
non apparire come l’emblema «della condizione universale di dolore immanente
negli uomini come nella natura» (Bàrberi Squarotti, 1960).

Invito all’opera
3. Il Canzoniere
Copyright © 2011 Zanichelli Editore SpA, Bologna [6201] 1
Questo file è un’estensione online del corso B. Panebianco, M. Gineprini, S. Seminara, LETTERAUTORI © Zanichelli 2011
I testi letterari

Nelle unità 3 e 4 del percorso B abbiamo La prima è una poesia autobiografica


analizzato gli aspetti principali del testo di Umberto Saba (1883-1957), autore del
poetico. Nelle due poesie che seguono Novecento che viene approfondito nel
vedremo ora come tali aspetti si intrec- percorso H del primo volume, sotto il
cino variamente per creare il messag- profilo narrativo, e nel percorso G del
gio poetico. secondo volume, in quanto poeta.

Mio padre è stato per me “l’assassino”


di Umberto Saba padre il padre, Ugo Edo-
ardo Poli (Saba era uno
pseudonimo), di nobile
famiglia veneziana, abban-
Mio padre è stato per me “l’assassino”, La madre lo chiamava così donò la moglie, Rachele
fino ai vent’anni che l’ho conosciuto. Si rende conto che anche lui è stato Cohen, di origine ebraica,
Allora ho visto ch’egli era un bambino, un bambino e che ha sofferto quando Umberto non era
e che il dono ch’io ho da lui l’ho avuto. ancora nato
OCCHI AZEURM assassino nel linguaggio
5 Aveva in volto il mio sguardo azzurrino, popolare di Trieste, città
un sorriso, in miseria, dolce e astuto. Ossimoro
natale del poeta, ha il
significato di “delinquente,
Andò sempre pel mondo pellegrino; Non si è mai sistemato con nessuna mascalzone”
donna, addirittura sembra si facesse
più d’una donna l’ha amato e pasciuto. mantenere

che quando
Egli era gaio e leggero; mia madre dono il talento per la
10 Tùtti sentìva della vìta i pesi. poesia e il buon carattere
Di mano ei gli sfuggì come un pallone. in miseria benché povero
Andò sempre pel mondo
“Non somigliare – ammoniva – a tuo padre”. Il rinnegamento
pellegrino a causa dell’ir-
Ed io più tardi in me stesso lo intesi: della figura paterna requietezza non riusciva a
porta alla crisi fermarsi in nessun luogo
erano due razze in antica tenzone. d’identità
UOMINI US
<
Donne
MITANO/FRA
in me stesso lo intesi lo
(Umberto Saba, Tutte le poesie, (pronome riferito alla frase
Mondadori, 1988) successiva) vidi interioriz-
zato anche dentro di me;
ma anche: lo capii con la
mia riflessione

Umberto Saba.

14
Amai Teatro degli Artigianelli
Amai trite parole che non uno
Falce martello e la stella d'Italia
osava. M'incantò la rima fiore
ornano nuovi la sala. Ma quanto
amore, dolore per quel segno su quel muro!
la più antica difficile del mondo.
Esce, sorretto dalle grucce, il Prologo.
Saluta al pugno; dice sue parole
Amai la verità che giace al fondo,
perché le donne ridano e i fanciulli
quasi un sogno obliato, che il dolore che affollano la povera platea.
riscopre amica. Con paura il cuore Dice, timido ancora, dell'idea
le si accosta, che più non l'abbandona. che gli animi affratella; chiude: "E adesso
faccio come i tedeschi: mi ritiro".
Tra un atto e l'altro, alla Cantina, in giro
Amo te che mi ascolti e la mia buona rosseggia parco ai bicchieri l'amico
carta lasciata al fine del mio gioco. dell'uomo, cui rimargina ferite,
gli chiude solchi dolorosi; alcuno
venuto qui da spaventosi esigli,
si scalda a lui come chi ha freddo al sole.

Questo è il Teatro degli Artigianelli,


Città vecchia
quale lo vide il poeta nel mille
(da Trieste e una donna, 1910-12) novecentoquarantaquattro, un giorno
di Settembre, che a tratti
Spesso, per ritornare alla mia casa rombava ancora il canone, e Firenze
prendo un'oscura via di città vecchia. taceva, assorta nelle sue rovine.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
(Dal Canzoniere, cit.)
Qui tra la gente che viene che va
dall'osteria alla casa o al lupanare, Goal
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l'infinito Il portiere caduto alla difesa
nell'umiltà. ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l’amara luce.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega, Il compagno in ginocchio che l’induce
il dragone che siede alla bottega con parole e con mano, a rilevarsi,
del friggitore, scopre pieni di lacrime i suoi occhi.
la tumultuante giovane impazzita
d'amore, La folla- unita ebrezza - per trabocchi
sono tutte creature della vita nel campo. Intorno al vincitore stanno,
e del dolore; al suo collo si gettano i fratelli.
s'agita in esse, come in me, il Signore.
Pochi momenti come questo belli,
Qui degli umili sento in compagnia a quanti l’odio consuma e l’amore,
il mio pensiero farsi è dato, sotto il cielo, di vedere.
più puro dove più turpe è la via. Presso la rete inviolata il portiere
- l’altro - è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasta sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa - egli dice - anch’io son parte.
Percorso L’autore e l’opera
Umberto Saba
testi
2. Il Canzoniere [Invito all’opera] 9

La lirica appartiene alla sezione 1944 (1944) e descrive una rappresentazione popolare nel Tea-
9 tro degli Artigianelli, a Firenze. L’atmosfera è quella della riconquistata libertà dal nazismo.
Le tre strofe! di varia lunghezza sono composte da endecasillabi! sciolti, con un sette-
Umberto Saba nario! (v. 20).
Il canzoniere

Teatro degli
Artigianelli F alce martello e la stella d’Italia
ornano nuovi la sala. Ma quanto
in Tutte le poesie, a cura di A. Stara,
Mondadori, Milano, 1988
dolore per quel segno su quel muro!
Entra, sorretto dalle grucce, il Prologo.
1-2. Falce… sala: i simboli del 5 Saluta al pugno; dice sue parole
socialismo e del Partito comu- perché le donne ridano e i fanciulli
nista ornano nuovamente la
sala del teatro (durante il ven- che affollano la povera platea.
tennio fascista i partiti politici Dice, timido ancora, dell’idea
erano stati dichiarati illegali).
2-3. quanto… muro: quanto
che gli animali affratella; chiude: «E adesso
dolore è costata la possibilità 10 faccio come i tedeschi: mi ritiro».
di esporre liberamente quel Tra un atto e l’altro, alla Cantina, in giro
simbolo (era stata vietata
d’autorità l’esposizione della rosseggia parco ai bicchieri l’amico
bandiera del Partito comuni- dell’uomo, cui rimargina ferite, battuta comica nei confronti
sta), dove prima si vedevano dell’esercito tedesco in ri-
solo fasci e croci uncinate. gli chiude solchi dolorosi; alcuno tirata.
4-5. Entra… sue parole: il 15 venuto qui da spaventosi esigli, 11-16. Tra un atto… al sole: tra
presentatore dello spettacolo un atto e l’altro, nella piccola
è un mutilato di guerra che si scalda a lui come chi ha freddo al sole. osteria (Cantina) annessa al
cammina con le stampelle teatro, rosseggia, a piccole do-
(grucce), saluta il pubblico in Questo è il Teatro degli Artigianelli, si (parco), nei bicchieri portati
sala alzando il braccio sinistro quale lo vide il poeta nel mille in giro, il vino, amico dell’uo-
col pugno chiuso, secondo mo, perché rimargina le ferite
l’uso comunista, e pronuncia novecentoquarantaquattro, un giorno e fa dimenticare i dolori e le
qualche battuta; Prologo: 20 di Settembre, che a tratti sofferenze; qualcuno (alcuno),
nella commedia classica, appena ritornato dalla guerra
prima dell’inizio della rappre-
rombava ancora il cannone, e Firenze
o dalla prigionia (venuto qui da
sentazione, un attore (detto taceva, assorta nelle sue rovine. spaventosi esigli), si scalda al
Prologo) entrava in scena per vino (a lui) come chi ha freddo
spiegare alcuni elementi della si scalda al sole.
trama della commedia. fascismo e la guerra sono socialismo. 20-21. a tratti… cannone: a
8-9. Dice… affratella: parla ancora vicini) dell’ideale di 9-10. chiude… ritiro: conclu- tratti si sentivano le canno-
in modo ancora timido (il giustizia e di fratellanza del de il suo intervento con una nate dal fronte ancora vicino.

ANALISI Esperienze e valori condivisi


E COMMENTO Il poeta, nell’atmosfera di liberazione dal nazifascismo, esprime solidarietà fraterna
per gli umili, ai quali si sente unito da esperienze e valori comuni. Nei versi, privi
di toni celebrativi e retorici, si intrecciano gioia (per la ripresa della vita, la ritrovata
libertà di parlare e di incontrarsi, il calore del vino) e dolore (per le conseguenze
tragiche delle persecuzioni razziali e della guerra).
La prima strofa descrive la sala ornata di simboli nuovi, che sono costati tante sof-
ferenze. La seconda ricrea l’atmosfera di contentezza triste che regna nel teatro: dalla
figura del Prologo che, pur nella sua condizione di mutilato, cerca di far ridere donne
e bambini e riafferma la fede nell’ideale di giustizia e fratellanza del socialismo, agli
uomini che si scaldano al calore del vino per dimenticare le sofferenze patite.

Invito all’opera
2. Il Canzoniere
Copyright © 2012 Zanichelli Editore SpA, Bologna [6201der] 1
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Nella terza strofa il poeta ribadisce la verità del racconto collocando la vicenda di cui
è stato osservatore, partecipe e distaccato insieme, in un luogo e una data precisi, come
a sottolinearne la sua qualità storica, rafforzata negli ultimi due versi dalla notazione dei
cannoni che a pochi chilometri di lì rombano ancora, nel silenzio che avvolge Firenze.

Sentimenti di affratellamento
La poesia fotografa un momento storico preciso: nell’agosto del 1944 gli Alleati li-
berarono Firenze e costrinsero i tedeschi ad arretrare al di là della cosiddetta “Linea
gotica”, che dalla dorsale appenninica tosco-emiliana correva fino all’Adriatico. Per
Saba, che da anni viveva clandestinamente a Firenze, la liberazione della città fu
come la fine di un incubo. Scrisse in quel periodo un gruppo di cinque poesie, tra
cui Teatro degli Artigianelli, pubblicata su un quotidiano. L’occasione della lirica è
così raccontata dal poeta in Storia e cronistoria del Canzoniere: «Teatro degli Artigianelli
passò per essere una poesia volutamente comunista. Lo è per “l’ambiente” e per il
verso iniziale: Falce martello e la stella d’Italia, emblema che il poeta vide per la prima
volta, in luogo dei fasci e della croce uncinata, sulle bianche nude pareti della povera
sala. In realtà Saba si commosse assistendo, dopo la lunga orribile prigionia, ad una
rappresentazione popolare, dentro la cornice di uno di quei teatrini suburbani sem-
pre cari alla sua Musa [ispirazione poetica], amante degli umili».

Lo stile
Nella discorsività della lirica si inseriscono inversioni sintattiche ed enjambement!
che spezzano l’andamento pesante dell’endecasillabo.

LAVORIAMO 1. I nuclei tematici. Completa la mappa in cui si visualizza lo sviluppo dei contenuti
SUL TESTO principali della lirica.

La poesia

sottolinea

L’esistenza di ideali ed
esperienze . . . . . . . .

evidenziata da

La fede politica Il valore aggregante


nel . . . . . . . . . . . . del vino

diventano aiutano a superare

Strumenti di unione
e di . . . . . . . . . . . . . ...............

L’occupazione
............... ...............

Il primo Novecento
L’autore e l’opera: Umberto Saba
2 Copyright © 2012 Zanichelli Editore SpA, Bologna [6201der]
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2. La lirica antiretorica. Saba affronta i temi dell’occupazione nazifascista e della ri-
conquista della libertà evitando toni celebrativi e creando un’atmosfera in cui la gioia
per il momento storico si fonde con un alone di tristezza e di malinconia: giustifica testi
questa affermazione con opportuni riferimenti al testo. 9

3. Le manifestazioni della libertà. Attraverso quali immagini e situazioni simboliche


Saba rappresenta simbolicamente la riconquista della libertà e la speranza di un
futuro migliore, in cui vi siano uguaglianza e fratellanza?
4. La presenza dell’io lirico. Nell’ultima strofa, il poeta manifesta apertamente la
propria presenza, precisando il luogo e il tempo in cui è avvenuto quanto ha descritto
nei versi precedenti. Quale effetto produce questa scelta?
5. L’autobiografismo. In quali versi è possibile cogliere un evidente richiamo a una
esperienza biografica dell’autore? Quali vicende storiche avevano sconvolto la vita di
Saba, accomunandolo agli umili protagonisti della poesia?
6. Gli enjambement. Individua i numerosi enjambement! presenti nella lirica: quali
e per quale ragione ti sembrano i più significativi sul piano tematico-espressivo?

Invito all’opera
2. Il Canzoniere
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Leggi, comprendi, ricerca

1 Leggi le prime due strofe.

a. Il poeta quando ha conosciuto il padre? Che opinione gli era stata


trasmessa su di lui precedentemente e da chi?
b. Sottolinea le parole che descrivono la personalità del padre come
appare al poeta al primo incontro. Quali dei seguenti aggettivi sce-
glieresti per riassumerne le caratteristiche? Segna le risposte ade-
guate.
• furbo
• inadeguato
• limpido
• scriteriato
• infantile
c. Quale espressione rivela che il poeta scopre un legame fra sé e il
genitore? In che modo, quindi, modifica il proprio atteggiamento nei
suoi confronti?

2 Leggi le ultime due strofe.

a. Che contrasto fra i due coniugi viene messo in luce?


b. In che modo la madre aveva influenzato il figlio riguardo all’immagine
paterna?
c. In che modo l’incontro col padre modifica la comprensione che il
poeta ha di se stesso e delle proprie origini? Scegli le due risposte
corrette citando dal testo l’espressione che le giustifica entrambe.
Il poeta
• rifiuta la Madre
• diventa consapevole di aspetti contrastanti della propria personalità
• non vuole assomigliare al padre
• capisce come il conflitto tra i genitori dipenda dalla diversità dei
loro rispettivi ambienti religiosi e culturali

3 Rileggi la poesia e prendi in esame la forma e il suo rapporto con


il contenuto.

a. Come sono suddivise le strofe? Qual è il loro schema di rima? Che


forma fissa puoi riconoscere?
b. Quali parole vengono messe in evidenza dalle rime? In che modo il
raggruppamento si relaziona al significato e lo sottolinea?
c. Quali aspetti del testo fanno pensare a una poesia narrativa e quali a
una poesia lirica?

15
Discorso prosastico e connotazione lirica
L’andamento dei versi è colloquiale e discorsivo, ma l’apparente semplicità nasconde
una costruzione accurata e originale.
Il lessico alterna termini quotidiani ad altri letterari (celia, querelarsi) e la coordi-
nazione è accompagnata da precise scelte stilistico-retoriche:
! il ritmo è lento, quasi solenne;
! gli enjambement della seconda strofa sono in relazione al contenuto problematico
della stessa;
! l’inversione del complemento oggetto (v. 9), che precede il verbo, conferisce par-
ticolare rilievo al termine voce e sottolinea il nucleo tematico del dolore.

LAVORIAMO 1. La struttura. Analizza lo sviluppo tematico della lirica, sintetizzando il contenuto


SUL TESTO delle tre strofe e il passaggio dalla narrazione alla riflessione.
2. Area semantica e concezione del dolore. Dopo aver individuato i termini della
lirica che rinviano al tema del dolore, spiega in quale modo tale sentimento trova
espressione nella capra e, di conseguenza, nel poeta che in essa riflette la propria
condizione umana.
3. L’aspetto della capra. Con quale affermazione il poeta umanizza l’animale al quale
si è avvicinato? E per quale ragione questo processo di personificazione fa della capra
un simbolo universale?
4. I participi. Nella prima strofa la condizione della capra è esplicitata attraverso l’uso
di due participi passati: individuali e spiega quale rapporto stabiliscono con il tema
centrale della lirica.
5. L’uso dei dimostrativi. Nella seconda strofa, nella definizione del verso il poeta
impiega due aggettivi dimostrativi (quell’uguale belato… Questa voce). Quale evoluzione
del rapporto fra il poeta e l’animale viene sottolineato dal passaggio da quello a questa?
Rifletti sulla diversa posizione spaziale indicata dai due aggettivi.
6. Lo stile. Nonostante un’apparente semplicità prosastica, la poesia presenta un uso
sapiente di rime, assonanze e enjambement, che ne innalzano la qualità stilistica.
Individua alcuni esempi per ciascuno degli accorgimenti formali.
7. Un confronto con A mia moglie. Quali analogie e differenze possiamo cogliere
fra le due liriche di Saba che vedono al centro dell’attenzione il mondo animale, A
mia moglie e La capra ( )? Nelle due poesie quale sentimento esprime il poeta nei
confronti degli animali? E quali aspetti del legame fra uomini e animali vengono
sottolineati?

Il Novecento: Avanguardie
L’autore e l’opera: Umberto Saba
2 Copyright © 2011 Zanichelli Editore SpA, Bologna [6201]
Questo file è un’estensione online del corso B. Panebianco, M. Gineprini, S. Seminara, LETTERAUTORI © Zanichelli 2011
GIUSEPPE UNGARETTI
Nasce nel 1888 e muore nel 1970. La televisione arriva in Italia nel 1954, non tutti ce l’avevano, a partire dagli
anni 70 cominciò ad essere nella maggior parte delle case.
Ungaretti, uomo che attraversa e vive personalmente le vicende più importanti del 900: figli di emigrati,
sperimenta lo sdradicamento, nasce ad Alessandria d’Egitto, da genitori lucchesi che lavoravano in Egitto
perché si stava costruendo il canale di Suez, ed il padre era ingegnere (la madre aveva un forno).
Studia a Parigi ed entra lì in contatto co;gli a,niente culturali sopratutto dei poeti moderni e del futurismo, dove
vive a pieno la Belle Epoque, e viene pubblicato nella rivista poetica futurista “La Cerba”.

Scoppia la prima guerra mondiale nel 14, e Ungaretti torna in Italia e si arruola volontario, entrando a far parte
degli interventisti (irredentisti, quelli che volevano le terre irredente, ovvero Venezia Giulia e Trentino).
Combatte sul Carso, zona geografica nel confine del nord italiano, dove in trincea fa l’esperienza più terribile
della sua vita, che lo porterà a cambiare radicalmente idea sulla guerra. Le poesie più celebri infatti le scrive
rifacendosi a questo tema, come San Martino del Carso, in cui parla dell’orrore delle trincee. Dopo la prima
guerra mondiale, Ungaretti aderisce al fascismo, pensando che Mussolini possa essere l’uomo davvero capace
di cambiare le sorti dell’Italia. Ciò gli creerà problemi, perché se durante il fascismo avevano problemi a
lavorare gli antifascisti, dopo la guerra invece saranno coloro che hanno preso la tessera del fascismo ad avere
problemi, considerati come fascisti.

Negli anni della seconda guerra mondiale ottiene una cattedra di letteratura italiana in Brasile, facendolo
diventare ufficialmente il primo intellettuale intercontinentale (“I fiumi”, dove parla dei suoi 4 fiumi: Nilo,
Serchio (Lucca), Senna e Rio delle Amazzoni).
Qui avviene avviene la,seconda tragedia li grande della sua vita: il figlio di 9 anni muore a causa di
un’operazione non andata a buon fine all’appendice. Ungaretti diventa uno scrittore cristiano, influenzato dai
lutti personali, gli orrori della trincea e gli effetti della seconda guerra mondiale . Nella raccolta “Senti,entro del
Tempo” ha come filo conduttore la religione, la ricerca di Dio, la Cristianità.

Finita la seconda guerra mondiale, è desiderio comune togliergli la cattedra, ma ciò coincide con un grande
successo accademico a livello universitario, e per questo viene deciso dal consiglio dell’Università di rimanere
professore.
Diventa giornalista, il primo scrittore ad utilizzare la TV come mezzo di comunicazione (Mass Media).

La poesia porta un segreto, a prescindere dalla difficoltà, e secondo lui Leopardi è stato uno dei pochi e primi a
capirlo: l’ermetismo parte proprio da Ungaretti. Le poesie ermeneutiche sono estremamente brevi (“mi illumino
d’immenso”), dove lo spazio bianco è importante quanto le parole. Ungaretti parlava della parola nuda: parola
che fosse d’impatto. Ciò viene ripreso da Thomas Elliott e Montale.

Tuttavia, le parafrasi sono lunghissime, perché per spiegare frasi come “il mio cuore è un paese straziato” ci
vuole tantissimo. Ognuno ci vede qualcosa di soggettivo, anche perché Ungaretti non si è mai espresso sul
significato personale che attribuiva alle proprie poesie.
[Link]

Assenza totale della


IN MEMORIA
punteggiatura, chiara di
libertà formale futurista Giuseppe Ungaretti

1. Si chiamava  ')#"#!&    ') &#!#4""+


2. Moammed Sceab "&((
Doppio sdradicamento

3. Discendente '""($ !)'') !""#!  $


4. di emiri di nomadi  (&2 &  ***"# "#! "  '&(# ')
5. suicida $&/ "#" '#$$#&(* $2  #"+#"  ')    
6. perché non aveva più  3"#"&$2&#!""&"'
7. Patria

!*  &"  !1   ')# "#!    $&


8. Amò la Francia '"(&'$2&"'
9. e mutò nome

10. Fu Marcel !&& !"#"&)"&"'"#"&$2


11. ma non era Francese "$$)&&#"#"&)'*$2**&#!)"&#"#!
12. e non sapeva più "  (" '# ("#   #&"#  '#&'"# )" .
  4'$&"+ &"' ** !#(#  ')
13. vivere
) ()&    ')# !##  **& &""# # "$ 
14. nella tenda dei suoi
((&'  ")#*#   #"')()"    !"( (,   ')
15. dove si ascolta la cantilena
"(
16. del Corano
17. gustando un caffè

Avrebbe potuto trovare  "#" &)'*  &'# *& "  $#'   '"'# "#'#'#
18. E non sapeva
rifugio nella poesia,  4"#"#   !""+  $(&      
19. sciogliere
come Ungaretti      "  $#' *& $#()(# '$&!&' 
20. il canto (&#*&%)")"#'## &(#&#
21. del suo abbandono

# #!$"(#   ')# &(&#    3 $&


22. L’ho accompagnato 4) (!#*#        4'# !"(#
23. insieme alla padrona dell’albergo   '# ()"  4!# *"#"# !'' " & *#  ")!&#
24. dove abitavamo ')#  $&'#"  ')#"#   )"&    #'$(* 
25. a Parigi &   ")!&#    ) ' &!'   (&'(*# # "
26. dal numero 5 della rue des Carmes ''   $#(  " )" '&  $&(# & "'""(
27. appassito vicolo in discesa. $&*"+& '"'#'(&"(,)"&"!(&#$# 
$)1&$&$&

28. Riposa
29. nel camposanto d’Ivry &   &$#' "  !(&# 4 &#''# '##&# $&"#
30. sobborgo che pare ') ""'##&#$$&'!$&#!")"#&"(
31. sempre '(#&!"(    3""%)'(#'#
32. in una giornata  $#(*)# (&'!((&#"""#(+#"&#"&
33. di una (&'( '"'#"#''%) #&#")"&(!#$&#''(#
34. decomposta fiera "#", )"'$+# &(#&

35. E forse io solo #&' '# # # '#  *''   $#( ' '')!   #!$(# 
36. so ancora &"(&((&*&'# &#&# ')$#' '#$&***"+
 4!#
37. che visse
1

Materiali per il recupero

Giuseppe Ungaretti, Veglia

Giuseppe Ungaretti
T
Veglia da ricordare
[L’allegria] Il testo che leggiamo è una delle poesie più conosciute e più tristi • la forza della vita di fronte alla morte
della raccolta intitolata L’allegria. Nell’Allegria Ungaretti racconta
l’esperienza della prima guerra mondiale, alla quale lui partecipa
come soldato semplice. In questo testo descrive uno dei tanti momenti difficili vissuto durante la guerra.
Infatti, una notte Ungaretti si trova accanto al corpo di un compagno ucciso. In questo momento difficile il
poeta trova comunque la forza di scrivere «lettere piene d’amore»: davanti alla morte il poeta capisce quanto
è grande la sua voglia di vivere.

da G. Ungaretti, L’allegria, Un’intera nottata Un veglia che è stato costretto


in Vita d’un uomo.
Tutte le poesie, a cura buttato vicino a fare ad un compagno
di L. Piccioni, Mondadori,
Milano 1969.
a un compagno massacrato
massacrato1
5 con la sua bocca
digrignata2 Il teschio volto alla luna
volta al plenilunio piena. Immagine abbastanza
con la congestione paurosa
delle sue mani3
10 penetrata4
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Spazio bianco

Sono rimasto tutta la notte


sdraiato vicino a
un compagno
ucciso con violenza
5 che aveva la bocca
con i denti in fuori
girata verso la luna piena.
Mentre il gonfiore
delle sue mani
10 era entrato
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore.

1 massacrato: in italiano il verbo “massacrare” 3 congestione: la congestione è un problema ‘la confusione causata dalla presenza, in uno
significa anzitutto ‘uccidere o picchiare con vio- medico che causa l’aumento di sangue in una stesso luogo, di un gran numero di persone o di
lenza’, ma si usa anche per dire ‘stancare’ (p. es. zona del corpo (si parla, per esempio, di “conge- auto’.
“il lavoro mi ha massacrato”). stione polmonare”, “congestione cerebrale”, 4 penetrata: il verbo “penetrare” (= entrare den-
2 digrignata: con i denti in mostra. Il verbo “di- ecc.). Le mani congestionate sono più gonfie tro) rappresenta il rapporto di scambio che si crea
grignare” significa ‘far rumore con i denti muo- del normale perché piene di sangue. In italiano si tra il poeta vivo e il compagno morto.
vendo le mascelle’. usa la parola “congestione” anche per indicare

G. B. PALUMBO EDITORE • LETTERATURA ITALIANA Materiale protetto da copyright


2

Materiali per il recupero

Giuseppe Ungaretti, Veglia

Non sono mai stato


15 tanto
attaccato alla vita

Cima Quattro il 23 dicembre 1915

Non mi sono mai sentito


15 così tanto
attaccato alla vita.

!
" Testo riassunto in sequenze
vv. 1-12 .......... La veglia
Ungaretti si trova a fare la veglia, cioè a stare sveglio, accanto a un compagno morto che ha un aspetto
pauroso (ha la bocca rigida e le mani gonfie). In quel momento, Ungaretti scrive «lettere piene d’amore».
vv. 13-14 ........ L’amore per la vita
Il poeta, che ha la morte di fronte, si sente ancora di più attaccato alla vita.

Guida alla lettura


La “rivoluzione della forma” Nell’Allegria Ungaretti rivo- La vita contro la morte Fra Ungaretti e il soldato mor-
luziona (cioè cambia completamente) le forme poetiche tra- to si crea un forte legame. Ai versi 8-10 leggiamo che il
dizionali. Ma in che cosa consiste questa “rivoluzione della gonfiore delle mani del soldato entra dentro al silenzio del
forma”? Dopo aver letto la poesia, notiamo subito che: poeta. Ungaretti vive insieme al compagno l’esperienza
– i versi sono molto brevi e spesso formati da una paro- della morte, ma resiste alla morte e trova la forza di scri-
la sola (cfr. «massacrato», v. 4; «digrignata», v. 6; «pe- vere «lettere piene d’amore». Mentre vede da vicino la mor-
netrata», v. 10; «tanto», v. 15); te, Ungaretti si sente attaccato alla vita più che mai. Que-
– manca la punteggiatura; sto attaccamento alla vita, cioè questo forte desiderio di
– manca uno schema fisso di rime; vivere, torna spesso nelle poesie dell’Allegria. Ecco, for-
– il poeta spezza la struttura della frase andando a ca- se, perché Ungaretti sceglie questo titolo per una raccol-
po di continuo: ci sono, cioè, numerosi enjambements; ta di poesie che parla della guerra e della morte: perché no-
– le strofe hanno lunghezza diversa. Questa poesia, per ta che spesso, proprio nelle situazioni più difficili, nasco-
esempio, ha una prima strofa molto lunga (di tredici ver- no nell’uomo una grande voglia di vivere e un’energia for-
si) e una seconda strofa molto breve (di tre versi). tissima.

esercizi

Analizzare
Trovare le rime
1 Nell’Allegria c’è “una rivoluzione della forma”. Le rime non hanno più uno schema fisso. Sottolinea le rime
che trovi in questa poesia.

G. B. PALUMBO EDITORE • LETTERATURA ITALIANA Materiale protetto da copyright


Fratelli Nella guerra, la fratellanza sparisce
G. Ungaretti
In una forma essenziale, privata di qualsiasi elemento superfluo (primo
fra tutti la punteggiatura), Ungaretti dà voce al proprio stato d’animo di
fronte alla guerra sottolineando che essa, con le sue violenze e i suoi
orrori, mette l’uomo di fronte alla consapevolezza della propria fragilità.
In questo scenario desolante, l’individuo riscopre la solidarietà umana,
che ha origine in quel sentimento di fratellanza che accomuna tutti gli
uomini, rendendoli uguali e uniti a prescindere dall’appartenenza a una
trincea, a un esercito, a un Paese.

Mariano1 il 15 luglio 1916


L’indicazione del luogo
e della data in cui la
Di che reggimento2 siete poesia fu composta fa
Domanda: siete amici o nemici? pensare a un diario in
fratelli? versi, in cui il poeta, nei
1 Mariano: località del Paura, perché come risposta momenti di pausa tra
Carso. Parola tremante nella notte potrebbe arrivare una scarica uno scontro e l’altro,
2 reggimento: unità annota alcuni eventi che
di colpi
dell’esercito. sceglie non per il loro
3 foglia… nata: [fragile e Foglia appena nata3 Analogia rilievo bellico ma per la
carica emotiva che li
tremante] come una
caratterizza.
fogliolina appena nata.
Nell’aria spasimante4
4 spasimante: colma di Ossimoro: perché i soldati che sono stati mandati al
dolore e di tormento. involontaria rivolta fronte vogliono ribellarsi
5 presente… fragilità: dell’uomo presente alla sua
posto di fronte alla fragilità5 In trincea più che mai ti rendi conto di
percezione della propria quanto la vita sia flebile
fragilità e dell’incombere
della morte. Fratelli Struttura circolare
(Giuseppe Ungaretti, Vita d’un uomo, Mondadori)

Letteratura e...
storia
La Prima guerra mondiale è il primo conflitto “di massa”.
Essa mobilita infatti in cinque anni oltre 70 milioni di uomi-
ni, gran parte dei quali non fa mai ritorno a casa. È, inoltre,
una “guerra di trincea”: i soldati trascorrono giornate inte-
re nascosti in fossati scavati nel terreno aspettando il
momento di attaccare. Spesso le trincee nemiche distano
tra loro solo pochi metri e molti soldati, proprio come
Ungaretti, scoprono che, a parte la divisa diversa, il nemi-
co in fondo e un uomo come loro.
Scrive un soldato inglese alla famiglia: «Passo la giornata e
la notte in trincea. Ho una buca in parte scavata e in parte
coperta da un tetto di rami, appena sufficiente a stender-
mi. È piuttosto monotono. [...] Non saprei dire perché
siamo così bloccati, ma saremo felici quando riusciremo
ad avanzare di nuovo, perché questa vita da cavernicoli
non è di nostro gusto».

114 unità 3
Percorso L’autore e l’opera
Giuseppe Ungaretti
testi
2. L’Allegria [Invito all’opera] 40
L’altura di San Michele del Carso, sul fronte di Gorizia, teatro di sanguinose operazioni mili-
40 tari nella Prima guerra mondiale, diventa fonte di ispirazione.
I versi sono liberi con una suddivisione strofica di otto versi nella prima, tre nella seconda
Giuseppe Ungaretti e nella terza; quest’ultima di soli ternari.
Il porto sepolto
Valloncello di Cima Quattro il 5 agosto 1916
Sono = Sono fragile
una creatura
in Vita d’un uomo, 106 poesie
1914-1960, Mondadori,
Milano, 1966
C ome questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
5 così prosciugata
così refrattaria Impermeabile
così totalmente
disanimata Priva di vita
Come questa pietra Il pianto che non si vede è quello che fa più male,
10 è il mio pianto ovvero quello che rimane dentro. Ci si sente, quindi,
che non si vede come una pietra

La morte La morte arriva come


si sconta liberazione, ma prima di
vivendo morire devi patire la vita.
1. Come: ripetuto al verso
9, sottolinea l’identità fra la
pietra carsica e il pianto del 3-8. così… disanimata: l’itera- alte temperature (refrattaria), del si mostra all’esterno.
poeta. zione così… così… così… così… tutto priva di vita. 12-14. La morte… vivendo: vi-
2. S. Michele: il monte San così… dilata le qualità negative: 9-10. Come… vede: il dolore vendo come pietrificati si paga il
Michele del Carso. fredda, dura, arida, resistente alle dell’io lirico è senza lacrime, non privilegio di non essere morti.

ANALISI Il crudele destino del sopravvissuto


E COMMENTO La lirica affronta la tematica dell’angoscia dell’uomo dinanzi al dramma e agli orrori
della guerra: il poeta si sente uomo tra gli uomini, creatura di pena che soffre per sé
e per l’umanità intera.
Egli accosta analogicamente la roccia carsica alla condizione del proprio animo pie-
trificato dal dolore dinanzi a quella tragedia collettiva: una realtà esterna è dunque uti-
lizzata per rappresentare uno stato d’animo che non si potrebbe facilmente trasmettere
in maniera diretta. La sentenza conclusiva (La morte / si sconta / vivendo) riprende il
titolo e riassume le considerazioni precedenti: racchiuso nel suo dolore, il poeta sconta
il privilegio di non essere morto e, come sopravvissuto, avverte un senso di colpa.

La similitudine e la struttura simmetrica


La lirica è costruita su una similitudine (Come questa pietra / è il mio pianto) che col-
lega due elementi opposti per significato: la pietra carsica nella sua durezza minerale
è collegata al pianto del poeta, un pianto invisibile, trattenuto fino alla insensibilità.
La pietrificazione del pianto è una condizione di morte anticipata: vivendo come
pietrificati si sconta il privilegio di non essere morti.

Invito all’opera
2. L’Allegria
Copyright © 2011 Zanichelli Editore SpA, Bologna [6201] 1
Questo file è un’estensione online del corso B. Panebianco, M. Gineprini, S. Seminara, LETTERAUTORI © Zanichelli 2011
San Martino del Carso (da L'Allegria)

Tipicamente ungarettiana è l’indicazione di data e luogo di stesura di questi


versi brevi e frammentati: in questo caso il “valloncello” è un percorso
fortificato nei pressi del fronte goriziano di San Martino del Carso che
conduceva le truppe italiane alla Cima Quattro (citata ad esempio in Veglia e
Sono una creatura, rispettivamente del dicembre 1915 e dell’agosto 1916).
Nel periodo di stesura di questo testo, si è da poco conclusa la sesta battaglia
dell’Isonzo (4 - 17 agosto 1916).
Metro: versi liberi.

Valloncello dell'Albero Isolato il 27 agosto 1916

Di queste case 1
non è rimasto
che qualche
brandello di muro 2

Di tanti
Francesismo: corrispondere vuol dire
che mi corrispondevano avere un’amicizia forte, essere in sintonia
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

È il mio cuore
il paese più straziato. 3

Parafrasi

Delle case di San Martino non rimane che qualche pezzo di muro (brandello di
muro: metafora che riconduce all’immagine di corpi mutilati, straziati,
ridotti a brandelli).
Delle tante persone (tanti compagni di trincea) che mi erano amiche (mi
corrispondevano: con i quali vi era affinità di sentimenti perché uniti e
solidali nell’esperienza della vita di trincea) non è rimasto di più (dei
brandelli).
Ma nel cuore non manca nessun ricordo doloroso (il cuore del poeta è un
cimitero nel quale c’è il ricordo di ognuno dei compagni morti).
Il paese più straziato (l’immagine finale del cuore straziato richiama
quella iniziale del brandello di muro, racchiudendo il componimento in
un cerchio di dolore) rimane il mio cuore (cuore = paese – analogia: le
case possono essere ricostruite mentre i compagni morti non possono
tornare in vita).
Note

1 Tratto stilistico da sottolineare di San Martino del Carso è l'uso di tutti


quegli elementi linguistici come pronomi e aggettivi dimostrativi,
avverbi di luogo o tempo e così via, che indicano la situazione spazio-
temporale e dei pronomi indefiniti.
Ungaretti da un lato punta infatti a collocare la propria esperienza in un
clima e un orizzonte ben definito (quello tragico e straniante della guerra di
trincea: “queste case”, v. 1) ma al tempo stesso eleva le sue considerazione ad
un valore universale sul senso dell’esistenza e della vita umana (“qualche
brandello”, v. 4; “tanti”, v. 5; “tanto”, v. 8).
2 Si noti qui la figura retorica dell’anastrofe, che consiste nell’inversione
dell’ordine naturale del periodo (secondo lo schema soggetto - verbo -
complementi). È un esempio di come la poetica ungarettiana, radicalmente
innovativa nel proporre la parola “nuda” sulla pagina (nel rifiuto delle regole
metriche convenzionali e addirittura della punteggiatura), si affidi comunque a
tecniche espressive attentamente studiate, e non affatto banali o immediate.
3 Come in altri testi della raccolta, i versi conclusivi assumono valore di
sentenza, e riassumono il senso della breve lirica.
In questo caso, il risultato è raggiunto attraverso il procedimento dell’analogia
che, rende in forma implicita una similitudine che sarebbe esplicita,
abolendo il “come” che serve per instaurare il paragone. Così, dal
rapporto di somiglianza si passa a quello, più forte, di identità: il “cuore” del
poeta è effettivamente un “paese straziato” dalla guerra e dal dolore.

Commento

La poesia San Martino del Carso va considerata all'interno dell'esperienza della


prima guerra mondiale, che è stata primaria fonte di ispirazione per Ungaretti,
tanto da costituire uno dei principali filoni tematici della sua poesia.

In questa lirica il poeta sceglie nuovamente di esprimere tutta la


disperazione e l'orrore che gli derivano dall'esperienza al fronte
attraverso un confronto tra l'uomo e la natura, mettendo in relazione
la propria disperazione, dovuta alla morte di compagni e amici, alla
desolazione di un paese devastato dai combattimenti, San Martino del
Carso.
Molto significativo è il paragone continuo tra il cuore del poeta e la
condizione del paese straziato dalla guerra.

La poesia ci presenta immagini belliche molto crude: le case ridotte a


brandelli, soldati uccisi dei quali non è rimasto nulla.
Il paesaggio è umanizzato ed appare massacrato così come sono stati
massacrati i soldati.
L’immagine di un paese distrutto dalla guerra, San Martino del Carso, viene
interiorizzata ed è per il poeta l’equivalente del suo cuore, distrutto dalla
dolorosa perdita di tanti amici cari.
Ancora una volta il poeta trova nelle immagini esterne una
corrispondenza con quanto egli prova nel suo animo.
La lirica è di un’estrema essenzialità. Eliminando ogni descrizione e
ogni effusione sentimentale Ungaretti riesce a rendere, con il minimo
di parole la sua pena e quella di tutto un paese.

Metrica

Quattro strofe di versi liberi. I due ultimi distici sono endecasillabi spezzati.
Una serie di immagini analogiche contribuiscono all’efficacia emozionale
della poesia: i brandelli dei muri e i resti dei compagni (non è rimasto
neppure tanto); i tanti amici e il neppure tanto; il cuore fitto di croci in
opposizione alla desolazione del paesaggio.
Sono frequenti le espressioni negative (non è rimasto, nessuna,
neppure, manca).
Assente la punteggiatura.
Tema : In memoria è dedicato all’amico Moammed Sceab. L’amicizia risaliva all’adolescenza, Schea e
Ungaretti furono compagni di studi ad Alessandria d’Egitto e successivamente emigrarono insieme a Parigi,
dove vissero nello stesso albergo. A Parigi Sceab si suicidò, non sopportando più la propria condizione di
nomade, privo di patria.
Ungaretti ha sempre associato la figura di Sceab alla propria ricerca di identità letteraria.
Questa lirica è dominata dal motivo dello sradicam ento e della perdita d’identità, percepite anche da
Ungaretti nel suo sentirsi estraneo al mondo. Ma il poeta al contrario dell’amico riesce ad esprimere
attraverso la sua lirica il senso di lacerazione e di sradicamento ed inoltre attraverso la poesia riesce a far
vivere il ricordo dell’amico e lasciare una testimonianza che duri nel tempo.
La poesia è stata scritta mentre Ungaretti si trovava sul fronte di guerra (Locvizza, 30 settembre 1916).

Forma metrica : Otto strofe di versi liberi. I verbi oscillano tra passato e presente, fino ai versi finali dove i
due tempi si incontrano nell’opposizione tra il passato della vita conclusa dell’amico e il presente del ricordo .
L’uso di parole quotidiane e scarne, il ritmo prosastico, l’assenza di punteggiatura (l’inizio dei vari periodi è
segnalato dalla presenza di lettere maiuscole) contribuiscono alla ricercata rinuncia di ogni retorica.
I versi brevi o brevissimi contribuiscono a dare il massimo risalto alle singole parole.
EUGENIO MONTALE
Eugenio Montale nasce nel 1896, dieci anni dopo Ungaretti, ed è stato il primo a scrivere in maniera efficace e
profonda della crisi umanitaria ed esistenziale dell’uomo del 900. Vive la prima guerra mondiale, il fascismo, la
seconda guerra mondiale e addirittura la guerra fredda: muore infatti nel 1981, da senatore a vita, e infatti
partecipa alle varie vicende che coinvolsero l’Italia durante gli anni di piombo.

La sua è una poesia diversa da quella di Ungaretti; non segue l’ermetismo, ma in realtà non appartiene a nessuna
corrente, e secondo lui la poesia non può rivelare segreti.
Infatti lui dic e che il poeta non può dire niente di simile alla verità perché non ha la verità in mano, l’unica cosa
che può sapere è ciò che non siamo e ciò che non vogliamo. La realtà e la verità non sono afferrabili.
Parla per negazione, e secondo lui l’uomo per raggiungere la felicità cammina tutta la vita sul filo della lama,
ovvero che rischia di stare male e sta male continuamente solo per raggiungere la felicità (felicità raggiunta …
filo di lama).

Ha coniato un’espressione, ovvero “il male di vivere” in una poesia che fa parte della prima raccolta, che si
intitola “spesso il male di vivere ho incontrato”; significa che il dolore è universale e senza tempo, non come
Ungaretti che lo collegava agli orrori della guerra. Il che è particolare, perché lui partecipò alla prima guerra
mondiale ma non ne venne molto colpito perché già stava male.

Si ispira soprattutto a Leopardi, Dante, Tasso e conoscerà personalmente e frequenterà come amico Saba e Svevo
(che adora), in quanto per un periodo abitò a Triste.

VITA
Nasce a Genova nel 1896, di famiglia benestante; il paesaggio ligure è caratterizzato dal mare ma anche molta fatica.
Prese lezioni di canto, era molto bravo e per questo voleva diventare un cantante, ma per problemi di salute i genitori
glielo impedirono, e anche di fare il liceo, per questo ha fatto ragioneria.
Nonostante egli studi tecnici coltiva la grande passione per la letteratura, leggendo i poeti italiani classici ma anche i
simbolisti francesi, dedicandosi poi alla letteratura americana; tradurrà tantissimo dall’inglese al francese.

Nel 1922 c’è la pubblicazione delle prime poesie, ma la prima uscì nel 1925 (anno in cui Mussolini fa il famoso
discorso in parlamento su Matteotti), chiamata “Ossi di Seppia”; questa è uno scarto del mare, un residuo calcare, e già
dal titolo si capisce il tipo di poesie contenute in questa raccolta.
La poesia di Montale è totalmente diversa da quella di D’Annunzio, colta e aulica; per Montale bisogna “passare” da
D’Annunzio, in quanto era molto in voga e tutti si confrontavano con le sue poesie, e Montale volle fare tutto l’opposto
di D’Annunzio.
Si dimostra ciò dalla poesia “I limoni”, in quanto “i poeti laureati” scelgono sempre termini difficili, non come i limoni.
Finisce la funzione del poeta vate, e anche la visione manzoniana del poeta educatore. La verità non esiste, e per questo
il poeta non la può dire: il poeta non è detentore di certezze, ha un’inquietudine talmente profonda che non è in grado di
dire niente, se non quello che non è.

Si rifà tantissimo a Eliot, il quale aveva teorizzato il correlativo oggettivo: a differenza dell’ analogia, ovvero un
qualcosa sch e preved e un ragionamento/simbolo, come “foglia appena nata” significa che devi pensare che quella
parola è fragile come una foglia appena nata. Il correlativo oggettivo significa prendere una serie di oggetti che
immediatamente vengono accomunati ad un concetto, senza bisogno ch e io lettore faccia riferimento alle proprie
conoscenze o idee: ciò lo rende oggettivo, che non si può interpretare a piacimento.

L’’analogia di Ungaretti è la somiglia tra due soggetti apparentemente diversi ma che in profondità hanno un nucleo di
significato comune: “la luna e un fiore nel giardino del cielo”. La luna e il fiore sono associate per somiglianza non
fisica, ma nel contesto in cui si trovano si.
Il correlativo oggettivo è una serie di immagini e situazioni che chiamano direttamente un’emozione: “un vecchio
cappotto appeso, una stanza buia”. Da una sensazione di malinconia, ed è più esplicita.
Scoppia il fascismo nello stesso anno in cui pubblica tale raccolta, e a differenza di altri poeti non
prenderà la tessera del fascismo. Viene a vivere a Firenze, dove entra in contatto con molti scrittori
dell’epoca e diventa direttore del gabinetto d’Essay (lo stesso di Leopardi e Manzoni), oltre che entrare
in contatto con la rivista Solel.

Viene licenziato per insufficienza politica quando il fascismo diventerà più forte, e torna in Liguria, dove
starà fino alla fine della guerra. Nella fase finale di questa, dopo il 45 e la liberazione di Firenze, leitorna
qui e si iscrive al CLN. Decide di impegnarsi in politica, ma dopo pochissimo, nel 48, capisce che la
guerra non ha portato in Italia all’unita ma anzi è divisa da due partiti che incarnano i due poli della
guerra fredda. Dal 48 la sua attività principale di venterà di quella di giornalista, infatti scriverà sul
corriere della Sera fino alla morte. Riceve il premio Nobel nel 197? riceve il premio Nobel e muore a
Milano nel 1981. Verrà fatto un funerale di stato solenne (il primo dopo Manzoni).
Dopo gli ossi di seppia pubblica:
• nel 1939 “Le Occasioni”
• nel 1956 “La Bufera e Altro”
• nel 1971 pubblica “Satura”.

Nella sua vita ci saranno molte donne, ma la sua donna sarà Drusilla Danzi; la conobbe a Firenze, lei era
già sposata con un critico d’arte co;cui lui era amico, ma lei non vuole l’annullamento del matrimonio.
Quando muore il marito di lei, si sposano nel 1962, ma muore nel 1963. La chiama mosca, perché
essendo molto miope portava degli occhialoni.

Tuttavia, ci furono molte altre donne presenti nelle sue poesie: Annetta frequentata da giovane,
l’americana, Anna Maria Spaziani (volpe) ecc.

Nell’ultima sua raccolta, Xenia, egli dedica delle poesie alla defunta morte. La moglie ha sempre
rappresentato la sua parte razionale, e non era un intellettuale, quindi era distaccata da tante cose di cui si
occupava lui; le ha donato degli occhi per vedere il mondo da un’altra prospettiva, essendo lui un’anima
tormentata da un profondo dolore esistenziale. Le ha donato l’ironia, ovvero vedere le cose con più
distacco, e la praticità, ovvero affrontare le cose quotidiane. La moglie era quasi cieca, ma nonostante
ciò pensava che gli occhi migliore i fossero proprio i suoi, i quali gli permisero di sopravvivere e vedere
il mondo sotto una luce diversa.
Quasi tutte le poesie di Montale
riprendono la tradizione
ptrarchesca di avere come titolo il
primo verso.
Metrica classica, ci sono 3
quartine ma i versi sono di varia
misura.
A noi poeti

A
B

B Zafferano: fiore dello zafferano, il giallo è molto


presente nelle poesie
A

Si fida di se stesso e degli altri C Non si preoccupa della sua ombra che il
caldo torrido stampa su un muro
D scalcinato (= beati gli uomini che non
I poeti ci fanno caso quando vedono l’ombra;
ha paura di questa, ovvero ha una sensibilità D
soffrono come i poeti)
talmente profonda che is preoccupa del fatto
che lui non vede se stesso ma l’ombra C

F
Come le parole; opposto
Allitterazione della “S” G della Poggio nel Pineto
Dantesca F
Percorso L’autore
Eugenio Montale
testi
3. Ossi di seppia e il male di vivere 45
L’atmosfera rarefatta di un mattino d’inverno conferisce all’esperienza conoscitiva del poeta
45 ilGià convinto
carattere irrealedel fatto chefantastica,
di un’evasione è la realtà non
in cui egliesiste
scopre elatutto
totale ciò che
vanità della vita. La
vediamo
lirica non è altro una proiezione; solo i poeti sanno questa cosa,
è del 1923.
Eugenio Montale mentre
Le due gli uomini
quartine comuni
di versi sono
liberi (per convinti
esempio i versi del
3 e 4fatto ch e io mondo
sono endecasillabi, 1, 6 e 7 sono
Ossi di seppia doppi settenari) sono a rima alternata secondo lo schema ABAB CDCD. Si noti la rima iper-
esista. Per questo motivo è molto difficile convincere il lettore
metra nascosta miracolo / ubriaco.
Forse dell’opposto.
un mattino
andando F orse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
Vedrò la realtà che non esiste, e
questo mi farà venire il terrore di
in un’aria il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro chi non riesce a controllare più le
di vetro di me, con un terrore di ubriaco. cose.
in Tutte le poesie, Mondadori, Parola moderna APPARIRANNO GETTO
Milano, 1979 5 Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto. Il mondo che vediamo
VELO DI MAYA: Ma sarà troppo tardi; ed io me ne andrò zitto Io ho visto la verità ma starò zitto, perché gli
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto. uomini che non si voltano (ovvero coloro che
Schopenhauer non si fanno domande, la massa)

1-2. aria di vetro, arida: aria 4. terrore di ubriaco: la scoperta proiettate su uno schermo. cogliere solo illusorie parvenze.
limpida e cristallina (sinestesia), del nulla e l’incubo del vuoto ter- 6. l’inganno consueto: la realtà 8. gli uomini… voltano: sono co-
senza foschia e asciutta. rorizzano il poeta. è effimera, i sensi fanno credere loro che vivono con superficialità,
2. rivolgendomi: voltandomi 5. Poi come su uno schermo… agli uomini di cogliere una realtà chiusi nelle loro false certezze
indietro; il miracolo: un evento gitto: si collocheranno dinanzi a vera e duratura e invece sono in- e che hanno paura di scoprire la
straordinario. me all’improvviso (di gitto) come gannevoli, perché consentono di verità dell’esistenza.

ANALISI La rivelazione del vuoto


E COMMENTO Nella prima quartina il poeta immagina che nell’atmosfera tersa di un mattino d’in-
verno, nel semplice atto di voltarsi indietro, l’ordine dei fenomeni si infranga, che il
miracolo tanto atteso di una improvvisa intuizione del senso del mondo si compia:
ma tale miracolo altro non gli rivela che il nulla. La scoperta che la realtà è illusoria,
che il mondo e i suoi fenomeni sono inconsistenti, produce in lui la vertigine del
vuoto, lo fa sentire come un ubriaco che avanza barcollando e vede le cose ondeggiare
intorno a sé.
Nella seconda quartina la folgorazione svanisce e improvvisamente tornano a
profilarsi le cose consuete (alberi case colli), ma il poeta ora sa che tutto è apparenza,
che i fenomeni sono illusori come le immagini proiettate su uno schermo cinema-
tografico.
Questa sconvolgente scoperta può essere però vissuta solo soggettivamente, non
è comunicabile, perché gli altri uomini, superficiali (che non si voltano), si lasciano
ingannare dai sensi: constatata l’impossibilità di comunicare il suo segreto, il poeta
se ne va zitto.

Sdoppiamento ed estraneità esistenziale


Il paesaggio non è quello arido e assolato degli Ossi di seppia; è un’aria di vetro, un’at-
mosfera surreale e indeterminata, coerente con la tematica filosofico-esistenziale
della lirica.

3. Ossi di seppia e il male di vivere


Copyright © 2011 Zanichelli Editore SpA, Bologna [6201] 1
Questo file è un’estensione online del corso B. Panebianco, M. Gineprini, S. Seminara, LETTERAUTORI © Zanichelli 2011
Il primo Novecento

• T 13 •

audiolettura Spesso il male di vivere ho incontrato


In questo “osso breve” Montale rende esplicita, in forme estremamente sintetiche,
Le immagini la propria concezione di un mondo caratterizzato dal male di vivere, cristallizzato in
della sofferenza tre emblemi tratti dalla natura. L’unico rimedio è raggiungere la divina Indifferenza.
universale La poesia risale probabilmente al 1924.
METRO 2 quartine di endecasillabi, fatto salvo l’ultimo verso che è un doppio settenario. Lo sche-
Qui vengono descritte ma delle rime è ABBA CDDA.
situazioni orribili che Fa parte di ossi di seppia, e Montale qui adotta la tecnica del correlativo oggettivo.
simboleggiano tutte la stessa Conia il termine “male di vivere”, l’accidia di Petrarca (stato di torpore, la voglia
cosa: il male di vivere, che di non fare nulla, chiamata oggi depressione). Male di vivere significa che il
sono sempre cose concrete
Spesso il male di vivere ho incontrato: dolore è intrinsecamente connesso con la vita stessa, dolore esistenziale e
che esistono. Il bene invece, era il rivo strozzato che gorgoglia, universale senza nessuna speranza (richiamo anche a Leopardi, dove in particolare
sono cose molto più era l’incartocciarsi della foglia Onomatopoee nel “Canto Notturno del Pastore Errante”,parla del dolore di tutti gli esseri
impalpabili e lontane viventi); ma almeno per lui, la Natura è una matrigna, ma con Montale è proprio la
riarsa, era il cavallo stramazzato.
divina Indifferenza, e soprattutto non c’è più la centralità del’uomo.

5 Bene non seppi, fuori del prodigio


“Non ho mai incontrato niente
di positivo ad eccezione del
che schiude la divina Indifferenza: Personificazione
miracolo che consente la
era la statua nella sonnolenza L’abbiocco dopo pranzo, l’assenza di vita
divina indifferenza” del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

2 era… strozzato: prendeva l’aspetto del mente più consueta di quanto lo sia oggi). ca tale condizione era tipica della divini-
ruscello che fatica a scorrere, forse per la 5-6 Bene non seppi… la divina Indiffe- tà, che era ritenuta distaccata dal mon-
presenza di un ostacolo o di una strettoia. renza: non ho conosciuto altro bene, al do e dalle sue passioni.
3-4 l’incartocciarsi… riarsa: l’accartocciar- di fuori del miracolo consentito dalla so- 7-8 nella… meriggio: quando ogni ogget-
si di una foglia per la calura. stramazzato: spensione delle emozioni. L’Indifferenza to appare ancora più immobile.
crollato a terra (al tempo visione certa- è detta divina perché nella filosofia stoi- 8 alto levato: in volo in alto nel cielo.

Dentro il TESTO
I contenuti tematici
Il male Il pessimismo cosmico di Montale è in parte debitore dell’ostinata lucidità con cui Leo-
pardi individua nella natura la radice dell’infelicità umana. La percezione del male di vi-
vere non è un’esperienza riservata al poeta in quanto individuo d’eccezionale sensibilità,
ma il riconoscimento di una condizione largamente comune agli esseri umani, che qui
viene espressa non tramite concetti astratti, bensì attraverso immagini concrete. Tutti e
tre gli esempi proposti nella prima strofa – il ruscello che fatica a scorrere, la foglia ar-
sa dal sole, il cavallo crollato a terra – sono correlativi oggettivi dello stato d’animo del
poeta, privo di slancio vitale.

Uno stoico È un destino che non risparmia né le cose né gli esseri viventi. Solo l’Indifferenza, defi-
distacco nita divina e scritta con l’iniziale maiuscola, consente di fronteggiarlo. Montale recupera
la concezione dell’esistenza che nell’antichità si definiva “stoica”, ovvero la capacità di
dominare i sentimenti, per giungere a un’imperturbabile atarassia. Il prodigio che tale di-
vina Indifferenza prospetta consiste nella possibilità di guardare al mondo, ritratto duran-
te la sonnolenza / del meriggio (vv. 7-8), con un certa distanza emotiva. Correlativi oggetti-
vi di questo atteggiamento, speculari a quelli della prima strofa, sono la statua (v. 7), per
natura immobile e insensibile, e la nuvola e il falco (v. 8), entrambi alti nel cielo, lontani
dalle passioni che brulicano sulla Terra.

642
Meriggiare pallido e assorto
E. Montale
Il poeta trascorre le ore più calde di un pomeriggio estivo osservando gli
elementi più minuti della natura circostante. Il paesaggio ligure, assolato
Scritta durante la prima guerra e riarso dal sole, diventa così in questa lirica un emblema della
mondiale, ha come protagonista il
paesaggio ligure. Un po’ ispirato sofferenza e del male di vivere che accomuna tutte le creature.
all’infinito di Leopardi, attraverso Passeggiando, il poeta constata, con triste stupore, che vivere è come
siepe tecnicamente parlando camminare da soli costeggiando un muro invalicabile, sfiorando il vero
possiamo intravedere qualcosa,
senso dell’esistenza senza però mai comprenderlo appieno. Il suo punto
mentre Montale rappresenta un
muro. Egli sa che oltre questo si di vista sembra quindi sfumare in uno sguardo più ampio, che riguarda
trova il mare, ma è difficile da tutti gli uomini.
penetrare il muro, il quale è un Inventato da lui: trascorrere il meriggio,
ovvero l’ora del dopo pranzo
muricciolo fatto artigianalmente
per non far entrare gli animali. Meriggiare1 pallido e assorto2 Richiamo a Petrarca: endiadi. Ma anche Leopardi
Infondo si trovano i cocci di presso un rovente muro d’orto3, Onomatopee,
bottiglia aguzzi che fungono da filo ascoltare tra i pruni e gli sterpi4 omaggio a Pascoli
spinato. Ciò è invalicabile, e per
questo si distingue dalla siepe. schiocchi di merli, frusci di serpi. con “pruni”
5

5 Nelle crepe del suolo o su la veccia6


L’attenzione alle piccole
cose, ai dettagli del paesaggio spiar(e)le file di rosse formiche
e della natura e l’uso di termini ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
precisi e specifici (soprattutto
nella descrizione degli elementi a sommo7 di minuscole biche8 Maggior part dei verbi all’infinito,
della flora e della fauna) quindi non può essere coniugato e
ricordano la poesia di Pascoli. Osservare tra frondi9 il palpitare10 da’ un senso di universalità
La natura descritta da
Montale, però, non è poetica 10 lontano di scaglie di mare11
STRIDOUN
né rassicurante: al contrario mentre si levano tremuli scricchi12
sembra segnata dalla di cicale dai calvi picchi13.
sofferenza e dal “male di
vivere”.
E andando nel sole che abbaglia OSSINORO Passiamo la cit a nel dolore;
sappiamo che oltre al muro si trova
sentire14 con triste meraviglia15 una vita bellissima, ma non possiamo
15 com’è tutta la vita e il suo travaglio FRANCESISTO X DOLONE saltarlo questo perché I’d sono degli
ostacoli terribili che ci impediscono
in questo seguitare una muraglia16 di andare oltre (sfiducia, paura,
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia17. mancanza di autostima)

(Eugenio Montale, L’opera in versi, Einaudi)

1 Meriggiare: trascorrere le ore del pomeriggio. luce del sole, fa apparire la superficie dell’acqua come
2 pallido e assorto: col viso pallido per il calore, e una distesa di scaglie lucenti.
concentrato nei propri pensieri. 12 scricchi: il canto delle cicale [simile allo scricchiolio].
3 rovente muro d’orto: muretto di recinzione in pietra, 13 dai calvi picchi: dalle cime delle alture appuntite e
arroventato dal sole. prive di vegetazione.
4 i pruni e gli sterpi: arbusti spinosi e aridi. 14 sentire: intuire.
5 schiocchi: rumori schioccanti. 15 triste meraviglia: la meraviglia deriva dalla scoperta,
6 veccia: erba selvatica dai fiori violacei. la tristezza dalla negatività di ciò che viene compreso.
7 a sommo: sulla sommità. 16 com’è... muraglia: che tutta la vita e il dolore che la
8 biche: mucchietti di terra [che si formano sopra i accompagna (il suo travaglio) assomiglia a questo
formicai]. camminare lungo (seguitare) un muro.
9 frondi: le fronde degli alberi e dei cespugli. 17 che ha… bottiglia: su cui sono cementati pezzi di
10 il palpitare: il movimento intermittente. vetro appuntiti e taglienti [che rendono il muro
11 scaglie di mare: lo scintillìo del mare, illuminato dalla invalicabile].

118 unità 3
Percorso L’autore
Eugenio Montale
testi
3. Ossi di seppia e il male di vivere 12

Fra i temi della poesia di Montale c’è quello della memoria, come in questa lirica in cui il ri-
12 cordo è la conferma che il passato è un’illusione e che i momenti di gioia lasciano una traccia
di solitudine e di vuoto.
Eugenio Montale La forma metrica è di endecasillabi! variamente rimati.
Ossi di seppia
Quando si perde una persona, anche i ricordi piano piano

Cigola
C
svaniscono. Il poeta immagina di star tirando su il secchio
d’acqua (cigola= fatica, la stessa che facciamo,quando vogliamo
igola la carrucola del pozzo,
la carrucola l’acqua sale alla luce e vi si fonde.
riportare alla mente il volto di una persona). Trema un ricordo,
come l’acqua che non sta mai ferma, ed improvvisamente il viso

del pozzo Trema un ricordo nel ricolmo secchio,


appare. Lui si avvicina al volto di questa persona, ma vede se
stesso deformato, vecchio, il tempo è passato ed i ricordi si
nel puro cerchio un’immagine ride. dimenticano.
in Tutte le poesie, Mondadori,
Milano, 1979 Il secchio torna giù, ritorna nel fondo nero della memoria.
5 Accosto il volto a evanescenti labbri:
Impossibilità di mantenere i ricordi e
del dolore che si prova a dimenticarli. si deforma il passato, si fa vecchio,
Per Leopardi la rimembranza era una appartiene ad un altro…
cosa che faceva stare bene, mentre per
Montale no Ah che già stride
la ruota, ti ridona all’atro fondo,
10 visione, una distanza ci divide.

1-2. Cigola la carrucola… si fon- 3. Trema: il volto della persona 5. evanescenti labbri: labbra se stesso, che appartiene a un
de: la carrucola è la ruota con una amata è quasi una dissolvenza, incorporee. passato non recuperabile.
scanalatura dove scorre la catena sia perché il secchio oscilla, sia 7. appartiene ad un altro: è la 9. ti ridona: ti riporta; atro: nero.
a cui è agganciato il secchio che perché l’immagine costituisce un parte del poeta che aveva amato
raccoglie l’acqua del pozzo. recupero memoriale. quella figura femminile: un altro

ANALISI La ricerca di un varco nel passato


E COMMENTO Stride la carrucola del pozzo, mentre l’acqua portata in superficie dal secchio sembra
fondersi con la luce che la colpisce. Su di essa affiora un ricordo, si delinea l’immagine
tremula e sorridente di una persona amata. Quando il poeta accosta il volto a quelle
labbra femminili che crede di vedere, muove la superficie dell’acqua e fa svanire l’im-
magine; il cigolio della carrucola riconduce la visione al fondo oscuro del pozzo.
La lirica presenta l’andamento di un racconto all’apparenza molto semplice ma dal
significato simbolico complesso. Tutto è effimero, vuole dirci Montale, non riuscia-
mo a trattenere nella memoria neppure i volti amati e gli istanti di gioia: essi sono
solo un barlume, un’illusione che si spegne, rifluendo nella profondità dell’inconscio
(" Focus, p. 538). Il concetto astratto dell’irrecuperabilità del ricordo è espresso dal po-
eta attraverso immagini concrete: il volto femminile che si deforma e invecchia allude
al fatto che il passato si modifica nella nostra memoria, si diventa più vecchi; il ritorno
della visione in fondo al pozzo indica che quel ricordo si allontana definitivamente.
Il verso 5 divide la lirica in due parti e segna il momento dello «scacco», in quanto
contrappone al volto che si avvicina (la speranza) le labbra che svaniscono (il tentativo
vano). La circolarità della lirica è scandita dal movimento di risalita (Cigola la carrucola)
e di ricaduta (Ah che già stride), corrispondente a illusione e delusione.

Simmetrie sintattiche e scelte metrico-stilistiche


La struttura dei quattro periodi è bilanciata sintatticamente: i primi due corrispon-
dono ai primi quattro versi, che contengono l’affiorare del ricordo; gli altri due oc-
cupano due versi e mezzo ciascuno ed esprimono lo scomparire del ricordo. I primi

3. Ossi di seppia e il male di vivere


Copyright © 2012 Zanichelli Editore SpA, Bologna [6201der] 1
Questo file è un’estensione online del corso B. Panebianco, M. Gineprini, S. Seminara, LETTERAUTORI - EDIZIONE VERDE © Zanichelli 2012
Eugenio Montale

da “ Le Occasioni”

Non recidere, forbice, quel volto

Non recidere, forbice, quel volto, Fase della vita in cui ormai tanti ricordi sono
perduti, e lui chiede alla forbice del tempo (falce
solo nella memoria che si sfolla,
della morte) di non dimenticare il volto di quella
non far del grande suo viso in ascolto
persona.
la mia nebbia di sempre.

Un freddo cala... Duro il colpo svetta. “Una freddo cala” come una ghigliottina
E l'acacia ferita da sé scrolla
Correlativo oggettivo;
il guscio di cicala
sembra non c’entri niente con la prima strofa, ma in
nella prima belletta di Novembre. realtà si parla di un ascia che taglia un albero che fa
cadere il guscio di una cicala
La speranza di chiunque è quella di un giorno riconciliarsi con i propri
cari defunti. Lui è la moglie avevano inventato “un segno di
riconoscimento”, un fischio capace di ricongiungersi in quanto non è
semplice ritrovarsi nell’ aldilà. Se lei dovesse rispondere, lui avrà la
conferma di essere morto.

Per Montale i “superficiali”


Ho sceso”, non salito, perché il poeta ha dovuto
arrivare a tanti compromessi

Concetto
Pirandelliano La gente normale,crede che la realtà sia come si
mostra' quando invece necessità di essere interpretata

Variazo
Lui non aveva bisogno di occhi,
ma dei suoi occhi. La poesia è
un’omaggio alla sua unicità
Sineddoche
(= occhi)
Percorso L’autore
Eugenio Montale
testi
2. Lo sviluppo dell’ideologia e della poetica 44
La lirica fu scritta il 27 novembre 1966, dopo lo straripamento dell’Arno a Firenze. Quel dram-
44 matico evento naturale suscitò nel poeta una riflessione sugli oggetti e le memorie di fa-
miglia andati perduti, sulla propria identità poetica e sulla catastrofe epocale determinata
Eugenio Montale dalla cultura di massa.
Satura Pubblicata in «Strumenti critici» (1967) e poi definitivamente in Satura, è l’ultima della
seconda sezione degli Xenia. La forma prosastica del dialogo confidenziale con la moglie
L’alluvione (morta nel 1963) è tipica dell’ultima produzione montaliana.
ha sommerso La forma metrica è costituita da versi liberi!, generalmente endecasillabi! (1, 2, 7-10, 12,
16) e versi lunghi.
il pack
dei mobili
in Tutte le poesie, Mondadori,
Milano, 1979
L’ alluvione ha sommerso il pack dei mobili,
delle carte, dei quadri che stipavano
un sotterraneo chiuso a doppio lucchetto.
Forse hanno ciecamente lottato i marocchini
5 rossi, le sterminate dediche di Du Bos,
il timbro a ceralacca con la barba di Ezra,
il Valéry di Alain, l’originale
dei Canti Orfici – e poi qualche pennello
da barba, mille cianfrusaglie e tutte
10 le musiche di tuo fratello Silvio.
Dieci, dodici giorni sotto un’atroce morsura
di nafta e sterco. Certo hanno sofferto
tanto prima di perdere la loro identità.
Anch’io sono incrostato fino al collo se il mio
15 stato civile fu dubbio fin dall’inizio.
Non torba m’ha assediato, ma gli eventi
di una realtà incredibile e mai creduta.
Di fronte ad essi il mio coraggio fu il primo La moglie gli ha donato anche il suo coraggio
dei tuoi prestiti e forse non l’hai mai saputo.

1-3. L’alluvione… lucchetto: l’al- dediche a Montale. memoria il testo, che pubblicò nel 14. incrostato: di fango.
luvione ha sommerso il blocco di 6. il timbro… Ezra: il timbro (con 1914. L’originale fu poi ritrovato 14-15. se… dall’inizio: se la mia
mobili, libri, carte e suppellettili impressa l’effigie di una barba) nel 1971 e stampato nel 1973. identità fu incerta sin dall’inizio
(quadri) ammassate nella cantina della carta da lettera del poeta 10. le musiche… Silvio: gli spar- della mia vita; stato civile lette-
della casa fiorentina di Montale, americano Ezra Pound (1885-1972), titi delle composizioni musicali di ralmente indica la condizione so-
chiusa con doppia serratura; pack amico di Montale, da lui chiamato Silvio Tanzi, morto giovane, fra- ciale e anagrafica di un cittadino
è termine inglese per indicare la affettuosamente «zio Ezra». tello di Drusilla, moglie del poeta. (nascita, eventuale matrimonio,
distesa di ghiacci staccatisi dalla 7. Valéry di Alain: il critico fran- 11-12. Dieci… sterco: per circa morte).
banchisa polare e galleggianti cese Alain (pseudonimo di Émile- dieci, dodici giorni gli oggetti 16-17. Non torba… creduta: non
in mezzo al mare (qui, l’Arno in Auguste Chartier, 1868-1951) sono stati sottoposti all’azione sono stato sommerso dal fango
piena). aveva commentato la raccolta corrosiva di nafta e liquami; mor- (torba), ma dagli eventi di una
4. Forse… marocchini: forse han- Charmes del poeta Paul Valéry sura: «nelle incisioni e nelle arti realtà assurda, cui non ho mai
no lottato disperatamente per (1871-1945). grafiche, operazione d’intaccare dato credito; la torba, propria-
non farsi portar via dall’acqua le 7-8. l’originale… Orfici: la prima la lastra metallica con un acido mente, è un combustibile fossile
preziose rilegature di libri in pelle edizione dei Canti orfici del poeta per asportare le parti non deside- prodotto da resti vegetali spro-
di capra; si noti come gli oggetti Dino Campana. Il poeta consegnò rate» (Zingarelli). fondati e impregnati d’acqua.
sono quasi umanizzati. ai direttori di «Lacerba», Ardengo 12-13. Certo… identità: gli ogget- 18. ad essi: agli eventi.
5. le sterminate… Du Bos: i libri Soffici e Giovanni Papini, il mano- ti hanno certo sofferto tanto pri- 18-19. il primo… prestiti: il primo
di Charles Du Bos (1882-1939), cri- scritto, ma questo andò perduto ma di essere dissolti dall’azione dei tuoi doni (riferito a Mosca, la
tico francese, contenenti lunghe e Campana dovette ricostruire a corrosiva di nafta e liquami. moglie, morta da pochi anni).

2. Lo sviluppo dell’ideologia e della poetica


Copyright © 2011 Zanichelli Editore SpA, Bologna [6201] 1
Questo file è un’estensione online del corso B. Panebianco, M. Gineprini, S. Seminara, LETTERAUTORI © Zanichelli 2011
CESARE PAVESE
Tipico intellettuale che vive sulla sua pelle i grandi drammi del Novecento (prima fiera mondiale, ventennio
fascista e seconda guerra mondiale). Nasce nel 1908 durante a belle epoque, e muore nel 1950 suicida.
Piemontese, nato nella zona delle Langhe, inaugura la stagione degli intellettuali piemontesi; studia nel liceo
torinese e università della medesima città.
Fu sin da subito un antifascista convinto, e considerando che vive quando ancora è in vita D’Annunzio, la sua
presa di posizione è forte; dopo la fine della guerra infatti si iscrive al PCI, ma negli articoli in cui scrive non
attaccherà mai in maniera diretta la democrazia cristiana o il governo, perché sarebbe stato equivalente ad
staccare l’America. Non sarà mai un militante.

La sua caratteristica principale è la sua angoscia esistenziale, paragonabile a quella di Montale. Vive una vita
in cui si sente sempre un profondo senso di inadeguatezza, senso di colpa e angoscia. L’anno in cui vince il
Premio Strega si uccide in una camera d’albergo a Torino ingerendo tantissimi sonniferi che usava per stare
tranquillo. Nonostante non si sposerà mai avrà tanti amori infelici, ad esempio il suo primo grande amore lo
tradì con il suo migliore amico (Natalia Ginsburg); quando venne mandato al confino nel 1935 lui tornerà in
Italia e la troverà sposata con Leone Ginsburg.

Avrà un amore con un’attrice americana, con cui passò una lunga vacanza in Italia, che lo lascerà per tornare
in America e a cui dedicherà le sue ultime opere. Rimase affascinato dalla letteratura americana, in particolare
da Ernest H., un personaggio mitico autore di romanzi importantissimi come “Addio alle armi” (disfatta degli
italiani) e “Per chi suona la campana” (guerra spagnola); egli nei primi anni del Novecento diventa un punto
di riferimento ed ispirazione. Vive per un lungo periodo a Cuba, conosce Fidel Castro e Che Guevara, visse
una vita spericolata caratterizzata da uso eccessivo di droga e alcool, stile di vita che lui “incoraggiava” nella
sua opera “Fiesta”. Si uccide da giovane, perché non voleva invecchiare.

Quindi, Pavese nutre questo amore per la letteratura americana, conosce benissimo l’inglese e per questo
motivo fa da traduttore. Lavora alla casa editrice Einaudi, ed un periodo addirittura la dirige, prima di passare
a Calvino.

Opere
Scrive sia prosa che poesia, le raccolte poetiche sono:
• Lavorare stanca: importante per lo stile di questo stile, in quanto pubblicata in pieno ermetismo, poesie
chiuse, brevi. Nonostante la moda del momento, Pavese decide in questa raccolta di scrivere poesie
lunghe, quasi prosaiche
• Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (pubblicata postuma): dedicata all’attrice americana

Tutti i i suoi racconti sono ambientanti nell’ambiente contadino degli inizi del Novecento delle Langhe, dove
la gente lottava per vivere, contro la miseria, alle volte incesto. “La casa in collina” parla dell’esperienza di un
partigiano che non se la sente di combattere, e che durante la resistenza rimane nella sua casa in collina, un
luogo protetto dai bombardamenti. Pavese appartiene in parte alla corrente del Neorealismo, dove alle
tematiche lo rappresentano affianca le caratteristiche dei romanzi fiabeschi
La luna e i falò
Ne “La luna e i falò” il protagonista di chiama Anguilla (mai detto il suo vero nome), un trovatello che dopo la
guerra torna nel suo paese in cerca di se stesso. Qui incontra Nuto, che rappresenta l’alter ego di Anguilla,
perché mentre lui non sa di chi è figlio e non sa dove andare, Nuto è un uomo razionale, con un figlio chiamato
Cinto che ama tantissimo (alter ego di Anguilla da bambino). Il romanzo è un continuo alternarsi tra presente e
memoria, dove nel presente si confronta con Nuto, nel passato con Cinto. Perché la luna e i i falò? L’altro piano
narrativo in questo romanzo è quello mitologico. La luna richiama alla magia, che scandisce la vita dei contadini
e della natura, i falò invece fa riferimento ai fuochi che i contadini accendevano per tenere lontani gli animali
selvatici e bruciare materiali. Quando anguilla ritorna vede che ormai i contadini sono segnati profondamente
dalla guerra, la quale ha cambiato tutto, sopratutto i rapporti tra le persone.

Lo sradicamento è un tema importante in questo romanzo, che sin da subito appare (in memoria, Mohamed
Sceabb). Il protagonista è stato abbandonato sulle scale del Duomo della sua città e “adottato” da una coppia di
contadini con già due figlie che venivano remunerati ogni mese a causa della scelta presa; egli non sapeva di non
essere biologicamente parte della sua famiglia, lo scopri casualmente una volta. Visse un’infanzia in cui pensava
di avere in comune con le sorelle cose tipiche del paese, per poi scoprire invece che non centrava nulla con ciò.
Tornato nel paese, dopo anni, il paesaggio era cambiato sopratutto a causa della guerra.

La vocalizzazione in questo brano è massima, perché il narratore NON È ONNISCIENTE ma interno ed in


prima persona
BEPPE FENOGLIO
Neorealismo
Corrente artistica che si sviluppa nell’Italia semi-distrutta, sconfitta, ma libera dalla dittatura fascista.
Negli anni del fascismo i poeti e scrittori non avevano potuto scrivere e dire niente, e per questo a
partire dal 45’ nasce negli scrittori una grande voglia di scrivere e parlare; nasce così il neorealismo,
ispirandosi al modello del realismo fornito da Verga, quindi si parla di disgrazie, gente che vive nella
miseria, povertà ecc. Tuttavia, i neorealisti rispetto ai realisti ed in particolare Verga, sono molto
fiduciosi, e hanno molta voglia di raccontare ciò che è stato (la dittatura, la guerra).
Questa corrente non porta capolavori letterali, come ad esempio in America, ma troverà la sua massima
espressione nel cinema: Vittorio De Sica, Fellini ecc.

VITA
Nasce nel 1922 ad Alba, si iscrive alla facoltà di lettere a Torino, ma i suoi studi vengono interrotti dalla
guerra. Grande traduttore e amante della letteratura inglese e americana, al punto che alcuni suoi
romanzi li scrive prima in inglese e poi li traduce in italiano.
Nelle sue opere vuole parlare:
• mondo contadino
• La resistenza

Muore di malattia molto giovane nel 1963, lasciando incompiuti i suoi due capolavori, “Una questione
privata” e “Il partigiano Johnny”. Entrambi i protagonisti sono partigiani dipinti dall’autore in
maniera umana, piuttosto che seguire l’ideale irrealistico dell’eroe senza paura.

Una questione privata (1963, pubblicato nel 1968, incompleto

L’ambientazione è nelle Langhe, durante la guerra per la liberazione, ed il protagonista è Milton, un


partigiano che conosce la lingua inglese e cultura americana, con un carattere schivo e solitario. Ricorda
la sua storia con Fulvia, una ragazza sfilata di Torino di cui si era innamorato ad Alba, ma con il
processo della guerra lei era dovuta tornare a Torino nella sua villa, e lui ma era stato costretto a partire.
Quando torna, gli viene detto da una delle cameriere della villa che Fulvia ha avuto molti incontri con il
suo amico Giorgio Clerici; la colpa di Milton è anteporre la sua questione privata (ovvero la gelosia e
l’amore) alla resistenza, mettendo in pericolo anche i suoi compagni partigiani e la causa stessa.
Giorgio viene chiamato a parlare da Milton, visto che ormai fanno parte di brigate diverse; Milton lo
aspetta, giorgio non arriva. Scoprirà in seguito che l’amico è stato catturato da un rastrellamento dei
fascisti, di conseguenza non saprà mai la verità riguardo Fulvia e Lui.

Alla fine, prevale la sua rabbia per non aver saputo la verità, rispetto alla pena nei confronti dell’amico,
il quale può essere liberato in cambio di un prigioniero fascista. È introvabile, ma Milton non demorde,
e prova a camuffarsi da civile per tendere un agguato ad un sergente. Egli riesce a liberarsi, e Milton si
trova costretto a sparargli in preda al panico.

Apprende dai partigiani che l’amico non è ancora stato fucilato, ma che potrebbe ave rotato per il
suicido. Decide di tornare alla villa dell’amata per chiedere delucidazioni alla cameriera, ma si ritrova
accerchiato da una rappresaglia fascista. Si mette in fuga, ma cade in un bivio. Non si sa se è
sopravvissuto alla caduta, non lo sapremo mai perché il libro non è mai stato pubblicato a causa della
morte prematura dell’autore.
ELIO VITTORINI
Nasce a Siracusa nel 1908, figlio di madre greca e vive da ragazzo in vari paesi siciliani, al seguito del padre
ferrovie-re, spesso trasferito per motivi di servizio. Interrotte le scuole tecniche, lascia l'isola nel 1927 e si
impiega come contabile in un cantiere edile presso Gorizia.
Nello stesso anno sposa Rosa Quasimodo, sorella di Salvatore Quasimodo.

Fonda il politecnico, rivista letteraria importante diretta e fondata da Vittorini, alla quale parteciperà anche
Calvino. Stabilitosi a Firenze nel 1930, revisore di bozze nella tipografia del quotidiano «La Nazio-ne»,
aderisce al cosiddetto «fascismo di sinistra».
Prima della marcia su Roma, i fascisti erano giovani rivoluzionari che credevano nell’aspetto più sociale del
fascismo (lo stesso al quale Vittorini aderisce), per poi essere cambiato drasticamente da Mussolini. Vittorini è
uno dei pochi letterati che non aderiranno al PCI.

Il suo romanzo più importante è “Conversazioni in Sicilia”, il protagonista Silvano risiede nel nord Italia, ma
decide di ritornare in Sicilia a trovare la madre che è stata lasciata dal marito ed è disperata. Qui avrà diverse
conversazioni con vari personaggi del paese.
La madre va a fare le iniezioni)i a tutte le persone del paese per guadagnare soldi, e silvano la accompagnerà
sempre, e avrà modo appunto di intraprendere interessanti conversazioni con persone diverse, le quali
raccontano storie di violenza, discriminazioni, miseria ecc.. che il post guerra ha portato.

Muore nel 1966 a Milano.


“Per un pezzo sarà difficile dire se qualcuno o qualcosa abbia vinto in questa guerra. Ma certo vi è tanto che ha perduto,
e che si vede come abbia perduto. I morti, se li contiamo, sono più di bambini che di soldati; le macerie sono di città che
avevano venticinque secoli di vita; di case e di biblioteche, di monumenti, di cattedrali, di tutte le forme per le quali è
passato il progresso civile dell’uomo; e i campi su cui si è sparso più sangue si chiamano Mauthausen, Maidanek,
Buchenwald, Dakau.
Di chi è la sconfitta più grave in tutto questo che è accaduto? Vi era bene qualcosa che, attraverso i secoli, ci aveva
insegnato a considerare sacra l’esistenza dei bambini. Anche di ogni conquista civile dell’uomo ci aveva insegnato ch’era
sacra; lo stesso del pane; lo stesso del lavoro. E se ora milioni di bambini sono stati uccisi, se tanto che era sacro è stato
lo stesso colpito e distrutto, la sconfitta è anzitutto di questa «cosa» che c’insegnava la inviolabilità loro. Non è anzitutto
di questa «cosa» che c’insegnava l’inviolabilità loro?
Questa «cosa », voglio subito dirlo, non è altro che la cultura; lei che è stata pensiero greco, ellenismo, romanesimo,
cristianesimo latino, cristianesimo medioevale,. umanesimo, riforma, illuminismo, liberalismo […]

Non vi è delitto commesso dal fascismo che questa cultura non avesse insegnato ad aborrire già da tempo. E se il
fascismo ha avuto modo di commettere tutti i delitti che questa cultura aveva insegnato ad esecrare già da tempo, non
dobbiamo chiedere proprio a questa cultura come e perché il fascismo ha potuto commetterli? […] E qualità naturale
della cultura di non poter influire sui fatti degli’ uomini?
lo lo nego. Se quasi mai […] la cultura ha potuto influire sui fatti degli uomini dipende solo dal -modo in cui la cultura si
è manifestata. Essa ha predicato, ha insegnato, ha elaborato princìpi e valori, ha scoperto continenti e costruito
macchine, ma non si è identificata con la società, nOn ha governato con la società, non ha condotto eserciti per la
società. Da che cosa la cultura trae motivo per elaborare i suoi princìpi e i suoi valori? Dallo spettacolo di ciò che l’uomo
soffre nella società. L’uomo ha sofferto nella società, l’uomo soffre. E che cosa fa la cultura per l’uomo che soffre?
Cerca di consolarlo.
Per questo suo modo di consolatrice in cui si è manifestata fino ad oggi, la cultura non ha potuto impedire gli orrori del
fascismo. Nessuna forza sociale era «sua» in Italia o in Germania per impedire l’avvento al potere del fascismo, né erano
«suoi» i cannoni, gli aeroplani, i carri armati che avrebbero potuto impedire l’avventura d’Etiopia, l’intervento fascista
in Spagna, 1’« Anschluss» o il patto di Monaco. Ma di chi se non di lei stessa è la colpa che le forze sociali non siano
forze della cultura, e i cannoni, gli aeroplani, i carri armati non siano «suoi»?
La società non è cultura perché la cultura non è società. E la cultura non è soçietà perché ha in sé l’eterna rinuncia del
«dare a Cesare» e perché i suoi princìpi sono soltanto consolatori, perché non sono tempestivamente rinnovatori ed
efficacemente attuali, viventi con la società stessa come la società stessa vive. Potremo mai avere una cultura che
“‘Sappia proteggere l’uomo dalle sofferenze invece di limitarsi a consolarlo? Una cultura che le impedisca, che le scon-
giuri, che aiuti a eliminare lo sfruttamento e la schiavitù, e a vincere il bisogno, questa è la cultura in cui occorre che si
trasformi tutta la vecchia cultura.

La cultura italiana è stata particolarmente provata nelle sue illusioni. Non vi è forse nessuno in Italia che ignori che
cosa significhi la mortificazione dell’impotenza o un astratto furore. Continueremo, ciò malgrado, a seguire la strada che
ancora oggi ci indicano i Thomas Mann e i Benedetto Croce? lo mi rivolgo a tutti gli intellettuali italiani che hanno
conosciuto il fascismo. Non ai marxisti soltanto, ma anche agli idealisti, anche ai cattolici, anche ai mistici. Vi sono
ragioni dell’idealismo o del cattolicesimo che si oppongono alla trasformazione della cultura in una cultura capace di
lottare contro la fame e le sofferenze?
Occuparsi del pane e del lavoro è ancora occuparsi dell’« anima ».
Mentre non volere occuparsi che dell’« anima» lasciando a «Cesare» di occuparsi come gli fa comodo del pane e del
lavoro, è limitarsi ad avere una funzione intellettuale e dar modo a «Cesare» (o a Donegani, a Pirelli, a Valletta) di avere
una funzione di dominio «sull’anima» dell’uomo. Può il tentativo di far sorgere una nuova cultura che sia di difesa e
non più di consolazione dell’uomo, interessare gli idealisti e i cattolici, meno di quanto interessi noi?
ELIO VITTORINI
(Il Politecnico n. 1, 29 settembre 1945)

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