Italiano 09.01
Italiano 09.01
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Nasce a Sorrento da genitori letterati, ma il padre lavora nelle corti ed è sempre in viaggio, quindi cresce con la madre,
dalla quale si separa quando raggiunge il padre a Roma. Inizia un periodo di continui cambiamenti di ambienti, in cui si
sposta in diverse città, riceve una raffinata educazione umanistica e si dedica agli studi.
A Ferrara entra a far parte della corte d’Este, al servizio del cardinale Luigi, durante la quale comincia a lavorare al suo
nuovo poema, il Goffredo, o Gerusalemme Liberata. La sua permanenza a Ferrara si interrompe tra il 1570-1571 per un
viaggio in Francia al seguito del cardinale, mentre al suo ritorno entra a servizio del duca Alfonso II. La corte ferrarese
stimola il poeta a impegni letterari, fra i quali spicca la stesura dell’Aminta. Inizia ad avere dei dubbi: è insoddisfatto del
suo poema, perciò lo sottopone a letterati, filosofi, teologi e nel 1577 anche all’Inquisizione di Ferrara, che dichiara
l’opera positiva, valida e ortodossa.
Seconda ragione di crisi riguarda i rapporti con la corte ferrarese, poiché Tasso tenta di passare al servizio dei Medici
(nemici tradizionali degli Estensi) e il suo comportamento inizia a preoccupare Alfonso. Durante il matrimonio del Duca
dà in escandescenze, offendendo il duca e la corte, così da venire recluso nell’Ospedale psichico di Sant’Anna, all’epoca
chiamato manicomio. La prigionia dura 7 anni e nel mentre scrive i Dialoghi e le lettere, che mostrano momenti di lucidità
e altri di crisi psicotiche. Nel 1580 pubblica la prima edizione della Gerusalemme liberata. Quando viene dimesso si
trasferisce a Mantova poi Napoli e infine Roma. Nel 1592 conclude il rifacimento del poema, intitolato Gerusalemme
conquistata. Muore nel 1595 e viene sepolto nella chiesa del convento.
AMINTA, pag.66
L'Aminta è un dramma pastorale, o meglio, una "favola boschereccia", ovvero un'azione teatrale ambientata nel mondo dei
[Link] ispira alle Bucoliche di Virgilio, Ovidio e Lucrezio. Presenta 5 atti, secondo le norme aristoteliche, preceduti da
un prologo e conclusi da un coro (commento) sul modello della tragedia greca. La complessità dell'opera è dovuta dalla
fusione della dimensione teatrale e poetica, ovvero la lirica d’amore. Il messaggio è una critica sociale: la vita dei pastori è
pura, non corrotta.
I temi sono: 1- l’ amore tra passione e razionalità, come quello di Aminta, che comporta il sequestro dell'individuo e la
crisi profonda della sua identità. Amore è anche un personaggio vero e proprio, interpreta il prologo, governa in maniera
democratica (critica implicita corte estense). 2- La violenza su Silvia da parte di un satiro.
Il giovane pastore Aminta ama la ninfa Silvia. Entrambi sono esperti d’amore e la timidezza di Aminta gli impedisce di
vincere la resistenza della sua amata. Ad aiutarlo ci sono Tirsi, con consigli rivolti al giovane e Dafne, convincendo Silvia
ad accettare il suo amore. Questi va dove la ninfa è solita a fare il bagno nuda e qui la trova legata a un albero da un satiro
che sta per violentarla. Aminta la libera ma Silvia fugge senza mostrare gratitudine. La soluzione della vicenda è resa
possibile da una serie di malintesi e di voci infondate riguardo la morte dei due giovani: dapprima ad Aminta è riferito che
Silvia è stata sbranata da un lupo; quindi Silvia, in verità illesa, crede che Aminta si sia ucciso per il dolore. Questa notizia
vince le resistenze della giovane, che cede all'amore, disperata per la sorte di Aminta. Il suicidio di Aminta è però fallito:
gettatosi da una rupe, il giovane è stato protetto nella caduta da un cespuglio. Può così avere luogo il lieto fine con l'intesa
tra i due giovani.
(L'illusione sociale proposta dal Prologo in nome dell'amore e della raffinatezza riceve all’inizio del secondo atto una
clamorosa smentita nel lungo e importante monologo del satiro che si appresta a violentare Silvia. Il Satiro spiega il
proprio gesto con ragioni sociali, e perfino brutalmente economiche: la sua condizione di "povero" lo rende odioso a
Silvia, così che egli è comunque escluso dalla partecipazione alle gioie dell'amore; non gli resta perciò altra soluzione che
ribellarsi alle leggi della gentilezza e ricorrere a quelle della forza, seguendo le quali può sperare di ottenere migliore
fortuna.)
Struttura e trama= È suddivisa in 20 canti di ottave endecasillabe e riprende il modello di Aristotele della tragedia classica.
La trama è semplice e Tasso si limita a narrare la fase conclusiva della prima crociata, ovvero l’ entrata dei cristiani in
Palestina e l’assedio di Gerusalemme. Quest’ultima rappresenta il centro drammatico, intorno al quale si sviluppano delle
forze sfuggenti messe in moto da interventi diabolici, finché il trionfo del bene fa nuovamente avvicinare l’azione alla città
assediata.
I crociati sono partiti già da sei anni per liberare il Santo Sepolcro, e ancora l'impresa è tutt'altro che compiuta. L'esercito
sta attendendo in Libano la fine dell'inverno, quando appare a Goffredo di Buglione l'arcangelo Gabriele, che lo invita ad
assumere il comando dell'esercito e a portare l'attacco finale contro Gerusalemme. I cristiani accettano di eleggere
Goffredo loro capo supremo e si mettono in marcia verso la città santa, dove il re di Gerusalemme Aladino si prepara alla
difesa. Dopo una serie di alterne vicende, è presentato un concilio di dèi infernali, presieduto da Plutone, i quali decidono
di aiutare i difensori della città. Si rivela efficace in particolare l'intervento della maga Armida, che inganna i cristiani con
una falsa richiesta di aiuto e ottiene l'allontanamento di Rinaldo e di numerosi altri guerrieri. Ingannato da Armida,
Rinaldo è prigioniero nel paradiso erotico delle Isole Fortunate, agli opposti di Gerusalemme e solamente la sua
liberazione a opera di due inviati, consentirà la conclusione positiva dell'assedio: Rinaldo vince l’incanto malefico e
successivamente una serie di duelli conclusivi gli permette di mettersi ancora in luce, decretare la vittoria cristiana e
l'entrata in Gerusalemme.
Fonti= La Gerusalemme liberata fa riferimento al modello del poema epico classico (Iliade omerica), dal quale valorizza il
passato storico come momento fondativo dell’identità nazionale. Più significativo è quello dell’Eneide virgiliana, della
quale Tasso condivide la tragicità del tema erotico. Abbiamo risorse moderne e liriche con Petrarca, Boiardo e Ariosto e
classici con Orazio e Tibullo.
Personaggi=
Cristiani, minacciati dalle forze infernali:
•Goffredo di Buglione: è il condottiero dell'esercito cristiano; personaggio esemplare di santo-guerriero, si esclude
dalle tentazioni festaiole, ma viene colpito dalla malinconia.
•Rinaldo: giovane cavaliere vitale e pronto all'avventura, legato alla tradizione cavalleresca e cortese, è l'immaginario
fondatore della stirpe estense (tema encomiastico); presenta un desiderio di onore e gloria.
•Tancredi: eroe malinconico a causa del suo amore impossibile per Clorinda, pieno di lacerazioni e tormenti.
IL PROEMIO, pag.106
Tasso sceglie come argomento la prima crociata, un evento lontano nel tempo, per due motivi:
-per i suoi lettori l'antica guerra tra cristiani e musulmani è un argomento di grande attualità;
-dare una risposta al problema dell'identità religiosa, poiché nell'età della Controriforma, difendere il cattolicesimo e il
primato della Chiesa di Roma è una questione di identità.
Pertanto Tasso sceglie di raccontare la prima crociata perché è l'evento storico tramite il quale l'Europa cristiana, ancora
unita e priva di divisioni interne, esce dalla condizione di debolezza e di inferiorità.
Il proemio della Gerusalemme liberata funziona come una sorta di biglietto di presentazione dell'opera.
Tasso sceglie di cominciare facendo riferimento ai grandi modelli classici, difatti i tre momenti tradizionali del proemio
epico sono qui fedelmente rispettati: l'esposizione dell'argomento (prima ottava), l'invocazione alla Musa (seconda e terza
ottave), la dedica (quarta e quinta ottave). Inoltre il verso iniziale è una citazione ispirata al primo verso dell'Eneide di
Virgilio; in questo modo Tasso segnala l'intenzione di riprendere il modello epico classico, allontanandosi dal modello
cavalleresco di Ariosto. L'invocazione alla Musa chiarisce poi l'impianto religioso dell'opera. Nella dedica (agli Estensi)
infine, si incontra una autorappresentazione del poeta in termini di «peregrino errante» perseguitato dalla sventura.
Il termine “errante” è usato prima per Goffredo che dirige al porto i soldati, che vuole quindi esortare a combattere senza
distrazioni. Allo stesso modo poi usa il medesimo termine per se stesso; si indica come un disperso riportato in porto da
Alfonso, cioè in quell’ospedale sanatorio.
CANTO VI
TEMPO: poco dopo mezzogiorno del 10 aprile 1300 (domenica di Pasqua)
LUOGO: Antipurgatorio, pendio roccioso della seconda balza
PERSONAGGI: Dante, Virgilio e Sordello da Goito
COLPA: distrazione alla conversione, avvenuta solo in punto di morte
PENA: devono restare nell'Antipurgatorio tanto tempo quanto vissero, girando in schiera attorno al monte e
cantando il Miserere
DETTAGLI: canto politico contro la chiesa. Ammonimento profetico, personifica l’Italia come donna offesa.
Inizia con un attacco e una lunga similitudine, come attorno a un vincitore al gioco dei dadi si raccoglie una piccola folla
di curiosi, così intorno a Dante si ammassano molti penitenti che gli chiedono di essere ricordati tra i vivi per ottenere
preghiere in sostegno. Segue un breve elenco di nomi di personaggi morti in modo violento.
Dopo che si è allontanato, Dante chiede spiegazioni a Virgilio, ricordando un passo dell'Eneide che nega l'utilità delle
preghiere dei vivi per i morti. Il poeta latino risponde dicendo che la contraddizione è solo apparente, dato che quelle
preghiere erano pronunciate da pagani esclusi dalla Grazia, ossia perché le preghiere da Dio erano invalide; ad ogni modo,
aggiunge che Beatrice gli spiegherà pienamente questo complesso argomento. Al nome di Beatrice, Dante procede più in
fretta.
I due poeti vedono uno spirito che se ne sta seduto da solo in atteggiamento rigido e fiero; Virgilio gli chiede informazioni
sulla via più spedita da prendere. L'anima risponde con un'altra domanda: chiede la provenienza dei due pellegrini e,
all'udire il nome di Mantova pronunciato dal poeta latino, rivela di essere anch'egli «della sua terra», si alza e lo abbraccia.
Di fronte a una simile dimostrazione di affetto fra concittadini, Dante autore è mosso da un improvviso disprezzo per le
discordie che attraversano e affliggono la Penisola e le sue città. L'Italia gli appare come una nave senza un timoniere che
la guidi, come una cavalla imbizzarrita senza un cavaliere che la domini. La colpa è sia della Chiesa, che non lascia il
controllo a Cesare, sia dell'imperatore Alberto d'Asburgo, che si occupa solo delle terre di Germania e trascura la terra più
bella dell’impero, ossia l'Italia. Dante chiede all'imperatore di scendere in Italia per verificare di persona in che stato si
trovi e, infine, vergognarsene. Si chiede poi se il Creatore si sia dimenticato del mondo o se invece tale disfacimento
faccia parte di un imperscrutabile progetto divino, in preparazione di un bene futuro.
L’invettiva si concentra ora su Firenze, cui Dante si rivolge in tono ironico-sarcastico, poiché evidenzia tutti gli aspetti che
la contraddistinguono negativamente. «Questa digression non ti riguarda», invece la riguarda in pieno; dice, «perché tu sei
ben governata, dato che le antiche leggi di Atene e Sparta (durature e sagge) sono poca cosa in confronto alle tue; sono
tanto sottili e ingegnose che non durano un mese, perché tu cambi in continuazione le leggi, la moneta e la tua stessa
gente. Sei come una malata che si rigira senza posa nel letto cercando di attenuare il dolore».
CANTO VIII
TEMPO: circa le 19.00h del 10 aprile (Pasqua)
LUOGO: Antipurgatorio, secondo balzo, valletta fiorita dei principi
PENA: principi negligenti che, distratti dalle occupazioni terrene, trascurano le cose divine e tardarono a pentirsi
PERSONAGGI: Dante, Virgilio, Sordello, Nino Visconti e Corrado Malaspina
Verso il tramonto Dante è attratto dall'atteggiamento di preghiera assunto da una delle anime della valletta, che intona,
seguita dalle altre, l'inno Te lucis ante guardando fissamente verso oriente. Mentre gli sguardi sono tutti rivolti verso l'alto,
due angeli vestiti di verde e con le spade fiammeggianti scendono dal cielo collocandosi ai lati opposti della valle.
Sordello spiega che vengono dall'Empireo per difendere quel luogo dalle insidie del serpente che comparirà di lì a poco
(paragone con il giardino dell’Eden).
Disceso fra i principi, Dante incontra un caro amico, il giudice Nino Visconti, che chiede a Dante di mediare presso la
figlia Giovanna affinché preghi per lui; poi si lamenta della scarsa fedeltà della moglie, risposatasi dopo breve tempo con
scarsa fortuna.
Nel frattempo, mentre Dante guarda tre stelle che splendono in cielo, allegoria delle virtù teologali (fede, carità, speranza),
compare il demonio sotto forma di serpente, ma gli angeli, veloci come uccelli rapaci, lo mettono in fuga. Un'altra anima,
li vicina, quella di Corrado Malaspina signore della Lunigiana, chiede notizie della sua terra. Dante fa allora un elogio di
quella nobile stirpe che, sola fra tutte, pratica ancora le virtù cavalleresche della liberalità e del valore militare. Poi
Corrado dice a Dante che, prima di sette anni, avrà modo lui stesso di sperimentare tali virtù, alludendo indirettamente
all'esilio.
CANTO X
TEMPO: circa le undici dell’11 aprile 1300, lunedì di Pasqua
LUOGO: prima cornice
PENA: superbi, camminano lentamente portando pesanti macigni
PERSONAGGI: Dante, Virgilio
Entrati nel purgatorio, la porta si richiude alle spalle dei due poeti, mentre prendono a salire per un malagevole sentiero
fino a raggiungere una spianata deserta, la prima delle cornici del secondo regno.
Sul fianco che circonda il monte stanno scolpiti nel marmo bassorilievi di straordinaria fattura, uno dei quali rappresenta
l'Annunciazione alla Madonna con tale realismo che le figure sembrano vere e danno l'impressione di parlare. Un altro
ritrae la processione verso Gerusalemme dell'arca santa, preceduta da David, compositore di salmi. I sensi di Dante
vengono ingannati di nuovo: gli sembra infatti di udir cantare e di percepire il profumo dell'incenso. Un altro ancora
raffigura l'imperatore Traiano che rende giustizia a una vedova. Poi sopraggiunge la prima schiera di peccatori, i superbi.
Dante lancia un appello al lettore perché non abbandoni il proposito della purificazione al pensiero delle pene che servono
da espiazione; infatti esse saranno temporanee. I superbi procedono curvi sotto il peso di pesanti massi. Dante lancia
un'apostrofe agli uomini colpevoli di tale peccato, affinché considerino l'anima come la larva di un bruco che deve
liberarsi dall'involucro terreno. I peccatori sembrano delle cariatidi, le sculture che sorreggono i soffitti o i tetti degli
edifici.
IL BAROCCO
Il Barocco nasce nel 1610 e si conclude nel 1690 quando viene fondata l’accademia di Arcadi, che lo ritiene un cattivo.
Esso segue il manierismo e hanno in comune solo il rifiuto degli schemi classici. Il suo aspetto ironico è sorprendere lo
spettatore. È diffuso in tutta Europa, ma in diversi modi: in Spagna il “Concettismo”(accostamento ingegnoso di immagini
mai accostate prima di quel momento), in Inghilterra la “Poesia Metafisica", in Italia il “Barocco”. Ci sono delle ipotesi
sulla derivazione del nome: potrebbe derivare dal portoghese “Barroco” cioè Perla, oppure dal latino “Baroco” che indica
sillogismo. Le sue tre parole chiave sono eccesso, illusione e teatralità, poiché rifiuta l’armonia ( tipica del classicismo). Il
Barocco è rivalutato nel 900 da D’Annunzio e Gadala.
-Il Barocco fece cambiare punto di vista, ha il culto della meraviglia. La sua poesia si concentra sulla forma più che sul
contenuto, mentre quella del Rinascimento guarda entrambi.
-Il Rinascimento guarda i vecchi autori a cui si ispira, ma il Barocco rappresenta il nuovo per sorprendere lo spettatore.
-Il Rinascimento ha un’estetica edonistico-didascalica, bella e da insegnamento; il Barocco ha un’estetica
edonistico-intellettualistica, punta al piacere e alla forma più che sull’utile.
-Nel Rinascimento bisogna rispettare dei limiti e bisogna seguire le regole classiche; Il Barocco propone una riflessione
sistematica sulla letteratura, tutti gli autori ripropongono ragionamenti e riflessioni.
-Il Rinascimento si basa sul verosimile, il Barocco propone il sentimento.
Nel 600 si trasmette una nuova immagine della realtà e viene attribuita maggiore importanza al vedere. È comune il tema
dello specchio, cardine della letteratura. Ha molteplici punti di vista. È frequente l’immagine della donna, che viene
rappresentata nella quotidianità. É presente il “tempus fugit” cioè lo scorrere del tempo (anche nell’Umanesimo). La
creatività dell’opera d’arte diventa un segno di riconoscimento della realtà, ma anche dell’instabilità del reale.
IL POETA E LA MERAVIGLIA
Nel testo “il poeta e la meraviglia”, Marino ironizza la “grandezza” di Murtola. Inizia col dire che vorrebbe farla pagare a
chiunque abbia il coraggio di affermare che Murtola non sappia scrivere poesie e ritiene che nessuno scriva e meravigli
quanto lui. Sottolinea poi la natura stessa del Barocco, l’importanza della meraviglia fra i fini di un poeta e di conseguenza
condanna chi non è capace di far meravigliare, non degno di essere chiamato tale. L’antitesi tra l’“eccellente” e il “goffo”
serve a mettere in risalto la superiorità della sua poesia rispetto a quella che lui considera goffa e priva di vera potenza
(quella di Murtola). Infine nell’ultima terzina si svela il sarcasmo utilizzato in precedenza per criticare la poesia di
Murtola. Le immagini di “Cavolo” e “Carcioffo”, che evocano ortaggi, sono impiegate in senso dispregiativo e pungente
per indicare che la poesia di Murtola è priva di valore e raffinatezza. Suggerisce che chi scrive in questo modo non riesce
nemmeno a suscitare il minimo stupore, come inarcare le sopracciglia, un gesto che simboleggia l’effetto di meraviglia
che ogni poesia degna di essere letta dovrebbe suscitare. Infine aggiunge che dal suo punto di vista, Murtola è così
convinto delle sue opere, coe se possa esistere un uomo così stupido e disonesto che si meravigli.
GLI INDIFFERENTI
Gli indifferenti, pubblicato nel 1929, è il romanzo d'esordio di Alberto Moravia. L'opera è ambientata in Italia, in un contesto cittadino
non specificato, probabilmente la Roma dei tardi anni '20. A livello temporale, la scena si svolge in un periodo contemporaneo alla
data di redazione; la vicenda si svolge nell'ambito di circa 48 ore e la trama segue due filoni diversi, che s'intrecciano fra loro come in
un'azione teatrale..
Il giorno del ventiquattresimo compleanno della giovane Carla, il compagno della madre, Leo Merumeci, tenta di abusare della
ragazza facendola ubriacare, ma le cose non vanno come l'uomo aveva sperato, in quanto la ragazza si sente male, dopo avere bevuto.
Maria Grazia si rende conto che il compagno la sta trascurando e vorrebbe maggiori attenzioni da parte sua; a questo punto la donna si
convince che il compagno la stia tradendo con un'altra donna,sospettando della sua amica Lisa. In realtà Lisa è innamorata del figlio
dell'amica, Michele, provando per lui dei forti sentimenti. In realtà Michele è incapace di provare sentimenti, è indifferente a tutto ciò
che lo circonda. Pertanto Michele è a conoscenza dei sentimenti che la donna prova per lui, ma non li ricambia; inoltre sa che il
compagno della madre sta con la madre solo con l'obiettivo di impossessarsi della villa di famiglia. Lisa, rendendosi dell'indifferenza
del giovane nei suoi confronti, lo provoca raccontandogli della relazione tra il compagno della madre e sua sorella Carla.
La storia de Gli Indifferenti continua descrivendo come Michele vuole vendicare l'onore di famiglia, regolando i conti con Leo
Merumeci. Il giovane Michele si reca presso la casa del compagno della madre con l'intento di sparargli. In realtà l'arma non è carica e
il ragazzo non riesce nel suo intento. Nel frattempo Leo, poiché teme di perdere diritti sulla villa di famiglia dei fratelli Ardengo,
chiede a Carla di sposarlo; la ragazza, seppur non ama l'uomo, lo sposa ugualmente perché vuole cercare di garantire alla madre e al
fratello un futuro roseo in un contesto sociale borghese e benestante. Gli indifferenti si conclude con un finale particolare: Carla e la
madre Maria Grazia sono in procinto di recarsi a un ballo in maschera e la prima deve comunicare ancora alla madre la sua decisione
di sposare Leo Merumeci.
I personaggi de Gli Indifferenti sono tutti personaggi incapaci di provare alcuna emozione, i quali rappresentano il declino di un'intera
generazione. I protagonisti sono i seguenti:
Carla: Figlia della famiglia Ardengo, non prova sentimenti verso nessuno, è una ragazza che rinuncia all'amore, decidendo di sposare
il compagno di sua madre, Leo Merumeci, solo per convenienza.
Michele: Fratello di Carla, la caratteristica principale di Michele è la sua totale indifferenza verso gli altri e verso le situazioni che lo
circondano. Non solo è incapace di provare empatia per Lisa, ma è anche distaccato riguardo ai legami familiari e alle emozioni in
generale.
Lisa: è un personaggio giovane ed è innamorata di Michele, ma il suo amore è totalmente non ricambiato. Nonostante questa
indifferenza, Lisa continua ad essere legata a lui e, nel tentativo di smuovere qualcosa in Michele, gli rivela della relazione tra Leo
Merumeci e Carla. Questo gesto, però, non provoca alcuna reazione emotiva in Michele.
Maria Grazia: Madre di Carla e Michele, cerca di condurre uno stile di vita tipicamente borghese, è legata a Leo Merumeci. É una
donna che si sforza di mantenere una facciata di serenità e di benessere, ma la sua vita affettiva è segnata da una profonda infelicità.
Leo Merumeci: Compagno di Maria Grazia, mira alla villa di famiglia e chiede a Carla, da cui è attratto, di sposarlo.
Rapporto Carla e Leo: nonostante il tentativo di Leo di approfittarsi di Carla, il rapporto tra i due non è semplicemente una questione
di abuso. Carla, pur non provando amore per Leo, cerca di sposarlo perché crede che la stabilità economica e sociale che il matrimonio
le potrà dare garantirà un futuro migliore per lei e per la sua famiglia. Questa decisione riflette un’altra forma di indifferenza: la
passività con cui accetta una vita senza passione ma con un’illusione di sicurezza sociale.
Rapporto tra Maria Grazia e Leo Merumeci: è principalmente segnato dall’indifferenza e dalla manipolazione. Leo, un uomo
ambizioso e opportunista, si avvicina a Maria Grazia non per amore, ma per ottenere l’accesso alla villa di famiglia, un bene che
appartiene ai figli di lei. Maria Grazia, pur accorgendosi della freddezza e dell’interesse egoistico di Leo, resta comunque legata a lui,
forse per una sorta di dipendenza emotiva o per la sicurezza che la relazione le offre, rassegnandosi alla sua condizione. Leo, da parte
sua, continua a sfruttarla, trattandola come uno strumento per i suoi scopi.
Maria Grazia non è consapevole della relazione inappropriata tra il suo compagno Leo Merumeci e la figlia Carla. Sebbene sospetti
che Leo stia cercando una relazione con un’altra donna (in particolare con la sua amica Lisa), non ha alcuna conoscenza del
comportamento problematico di Leo nei confronti di Carla. Maria Grazia percepisce una certa freddezza e disattenzione da parte di
Leo, ma non immagina che la situazione sia così grave. Carla, pur essendo consapevole delle intenzioni di Leo, non condivide
apertamente con la madre ciò che sta accadendo. Quindi, Maria Grazia rimane ignara delle dinamiche tra Leo e Carla, sebbene avverta
che la sua relazione con Leo non sia affatto sana.
IL POETA E LA MERAVIGLIA
Nel testo “il poeta e la meraviglia”, Marino ironizza la “grandezza” di Murtola. Inizia col dire che vorrebbe farla pagare a
chiunque abbia il coraggio di affermare che Murtola non sappia scrivere poesie e ritiene che nessuno scriva e meravigli
quanto lui. Sottolinea poi la natura stessa del Barocco, l’importanza della meraviglia fra i fini di un poeta e di conseguenza
condanna chi non è capace di far meravigliare, non degno di essere chiamato tale. L’antitesi tra l’“eccellente” e il “goffo”
serve a mettere in risalto la superiorità della sua poesia rispetto a quella che lui considera goffa e priva di vera potenza
(quella di Murtola). Infine nell’ultima terzina si svela il sarcasmo utilizzato in precedenza per criticare la poesia di
Murtola. Le immagini di “Cavolo” e “Carcioffo”, che evocano ortaggi, sono impiegate in senso dispregiativo e pungente
per indicare che la poesia di Murtola è priva di valore e raffinatezza. Suggerisce che chi scrive in questo modo non riesce
nemmeno a suscitare il minimo stupore, come inarcare le sopracciglia, un gesto che simboleggia l’effetto di meraviglia
che ogni poesia degna di essere letta dovrebbe suscitare. Infine aggiunge che dal suo punto di vista, Murtola è così
convinto delle sue opere, coe se possa esistere un uomo così stupido e disonesto che si meravigli.