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Torquato Tasso, nato a Sorrento nel 1544, riceve un'educazione umanistica e lavora alla corte d'Este, dove scrive opere come 'Goffredo' e 'Aminta', ma affronta crisi personali e professionali, culminando in una lunga prigionia. 'Aminta' è un dramma pastorale che esplora l'amore e la critica sociale, mentre 'Gerusalemme liberata' è un poema epico sulla prima crociata, che riflette le tensioni religiose dell'epoca e presenta una complessa struttura narrativa. Tasso utilizza modelli classici per affrontare temi di eroismo, amore e conflitto, evidenziando l'interiorità dei personaggi e le contraddizioni della vita umana.

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Torquato Tasso, nato a Sorrento nel 1544, riceve un'educazione umanistica e lavora alla corte d'Este, dove scrive opere come 'Goffredo' e 'Aminta', ma affronta crisi personali e professionali, culminando in una lunga prigionia. 'Aminta' è un dramma pastorale che esplora l'amore e la critica sociale, mentre 'Gerusalemme liberata' è un poema epico sulla prima crociata, che riflette le tensioni religiose dell'epoca e presenta una complessa struttura narrativa. Tasso utilizza modelli classici per affrontare temi di eroismo, amore e conflitto, evidenziando l'interiorità dei personaggi e le contraddizioni della vita umana.

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TORQUATO TASSO (1544-1595), pag.

56
Nasce a Sorrento da genitori letterati, ma il padre lavora nelle corti ed è sempre in viaggio, quindi cresce con la madre,
dalla quale si separa quando raggiunge il padre a Roma. Inizia un periodo di continui cambiamenti di ambienti, in cui si
sposta in diverse città, riceve una raffinata educazione umanistica e si dedica agli studi.
A Ferrara entra a far parte della corte d’Este, al servizio del cardinale Luigi, durante la quale comincia a lavorare al suo
nuovo poema, il Goffredo, o Gerusalemme Liberata. La sua permanenza a Ferrara si interrompe tra il 1570-1571 per un
viaggio in Francia al seguito del cardinale, mentre al suo ritorno entra a servizio del duca Alfonso II. La corte ferrarese
stimola il poeta a impegni letterari, fra i quali spicca la stesura dell’Aminta. Inizia ad avere dei dubbi: è insoddisfatto del
suo poema, perciò lo sottopone a letterati, filosofi, teologi e nel 1577 anche all’Inquisizione di Ferrara, che dichiara
l’opera positiva, valida e ortodossa.
Seconda ragione di crisi riguarda i rapporti con la corte ferrarese, poiché Tasso tenta di passare al servizio dei Medici
(nemici tradizionali degli Estensi) e il suo comportamento inizia a preoccupare Alfonso. Durante il matrimonio del Duca
dà in escandescenze, offendendo il duca e la corte, così da venire recluso nell’Ospedale psichico di Sant’Anna, all’epoca
chiamato manicomio. La prigionia dura 7 anni e nel mentre scrive i Dialoghi e le lettere, che mostrano momenti di lucidità
e altri di crisi psicotiche. Nel 1580 pubblica la prima edizione della Gerusalemme liberata. Quando viene dimesso si
trasferisce a Mantova poi Napoli e infine Roma. Nel 1592 conclude il rifacimento del poema, intitolato Gerusalemme
conquistata. Muore nel 1595 e viene sepolto nella chiesa del convento.

AMINTA, pag.66
L'Aminta è un dramma pastorale, o meglio, una "favola boschereccia", ovvero un'azione teatrale ambientata nel mondo dei
[Link] ispira alle Bucoliche di Virgilio, Ovidio e Lucrezio. Presenta 5 atti, secondo le norme aristoteliche, preceduti da
un prologo e conclusi da un coro (commento) sul modello della tragedia greca. La complessità dell'opera è dovuta dalla
fusione della dimensione teatrale e poetica, ovvero la lirica d’amore. Il messaggio è una critica sociale: la vita dei pastori è
pura, non corrotta.
I temi sono: 1- l’ amore tra passione e razionalità, come quello di Aminta, che comporta il sequestro dell'individuo e la
crisi profonda della sua identità. Amore è anche un personaggio vero e proprio, interpreta il prologo, governa in maniera
democratica (critica implicita corte estense). 2- La violenza su Silvia da parte di un satiro.
Il giovane pastore Aminta ama la ninfa Silvia. Entrambi sono esperti d’amore e la timidezza di Aminta gli impedisce di
vincere la resistenza della sua amata. Ad aiutarlo ci sono Tirsi, con consigli rivolti al giovane e Dafne, convincendo Silvia
ad accettare il suo amore. Questi va dove la ninfa è solita a fare il bagno nuda e qui la trova legata a un albero da un satiro
che sta per violentarla. Aminta la libera ma Silvia fugge senza mostrare gratitudine. La soluzione della vicenda è resa
possibile da una serie di malintesi e di voci infondate riguardo la morte dei due giovani: dapprima ad Aminta è riferito che
Silvia è stata sbranata da un lupo; quindi Silvia, in verità illesa, crede che Aminta si sia ucciso per il dolore. Questa notizia
vince le resistenze della giovane, che cede all'amore, disperata per la sorte di Aminta. Il suicidio di Aminta è però fallito:
gettatosi da una rupe, il giovane è stato protetto nella caduta da un cespuglio. Può così avere luogo il lieto fine con l'intesa
tra i due giovani.
(L'illusione sociale proposta dal Prologo in nome dell'amore e della raffinatezza riceve all’inizio del secondo atto una
clamorosa smentita nel lungo e importante monologo del satiro che si appresta a violentare Silvia. Il Satiro spiega il
proprio gesto con ragioni sociali, e perfino brutalmente economiche: la sua condizione di "povero" lo rende odioso a
Silvia, così che egli è comunque escluso dalla partecipazione alle gioie dell'amore; non gli resta perciò altra soluzione che
ribellarsi alle leggi della gentilezza e ricorrere a quelle della forza, seguendo le quali può sperare di ottenere migliore
fortuna.)

“O BELLA ETÀ DE L’ORO”, pag.70


Parlano dei pastori che, nel rimpiangere la scomparsa della mitica e felice età dell'oro, attribuiscono all'Onore la
responsabilità di aver prosciugato ogni fonte istintiva di gioia e di aver trasformato un eden in cui tutto avveniva in modo
spontaneo e naturale in un deserto in cui tutto è controllato e regolato dalla legge morale. La prima strofa tratteggia infatti
una descrizione del paesaggio paradisiaco che caratterizza l'età dell'oro, in cui regnava un'eterna primavera. La seconda
strofa dichiara che l'età dell'oro non deve il suo valore alla natura vitale e fruttifera, ma alla presenza di una «legge aurea e
felice».
La terza e la quarta strofa hanno al centro il tema amoroso: mentre nell'età dell'oro l'amore era vissuto con spontaneità e
senza vergogna (terza strofa), nell'età dominata da «Onore» esso è soggetto a varie forme repressive (quarta strofa). Il coro
si conclude con l'invito rivolto all'Onore perché occupi pure le sedi potere. Gli ultimi versi introducono il tema della
brevità della vita.
Questo coro ha grande importanza per l'ideologia dell'opera. Esso esalta l'amore e la condizione di innocenza originaria
dell'uomo, accusando l'onore di aver inquinato e amareggiato la felicità primitiva.
Questa viene identificata con la mitica età dell'oro, descritta secondo la tradizione dei poeti classici. D'altra parte la
condanna dell'onore implica una condanna simbolica della civiltà moderna, e in particolare della cultura
controriformistica.
Vi è poi una contrapposizione tra la vita nella corte, contrassegnata negativamente, e la vita agreste(campagnola), in cui è
ancora possibile un contatto con i valori autentici dell'esistenza.

GERUSALEMME LIBERATA, pag.88


Capolavoro di Tasso è il poema cavalleresco in ottave Gerusalemme liberata. Argomento del poema è la prima crociata,
bandita dal papa Urbano II nel 1095 e si svolse tra il 1096 e il 1099 sotto la guida militare di Goffredo di Buglione. Il
successo dell'esercito cristiano aveva permesso la conquista di Gerusalemme, sottratta al controllo turco.
Negli anni della giovinezza di Tasso le minacce della potenza turca e dei pirati saraceni avevano riproposto all'attualità il
tema delle crociate, d'altra parte perfettamente coerente con il fanatismo religioso della Controriforma.
Nasce da una riflessione a carattere poetico, ma ciò che poneva più problema era l’unità di azione, infatti osserva quelle
aristoteliche ma senza applicarle completamente poiché pensava potessero portare alla rovina. È presente il soprannaturale
inquadrato nella lotta tra bene e male, Dio e il Diavolo, ciò che è utile e ciò che è piacevole. L’invenzione poetica deve
essere verosimile, deve seguire delle regole; la tematica è cristiana, si parla della guerra ma è presente anche il tema
dell’amore. Lo stile è elevato e solenne, ma spesso è alternato ad uno stile più espressivo, per questo presenta
plurilinguismo, che rimanda a Dante insieme ad espressioni dantesche; il lessico è aulico e non quotidiano ed è frequente
l’uso dell’enjambement.
Preoccupato per lo stile e la correttezza religiosa e morale del poema, Tasso lo fece giudicare da alcuni intellettuali.

Struttura e trama= È suddivisa in 20 canti di ottave endecasillabe e riprende il modello di Aristotele della tragedia classica.
La trama è semplice e Tasso si limita a narrare la fase conclusiva della prima crociata, ovvero l’ entrata dei cristiani in
Palestina e l’assedio di Gerusalemme. Quest’ultima rappresenta il centro drammatico, intorno al quale si sviluppano delle
forze sfuggenti messe in moto da interventi diabolici, finché il trionfo del bene fa nuovamente avvicinare l’azione alla città
assediata.
I crociati sono partiti già da sei anni per liberare il Santo Sepolcro, e ancora l'impresa è tutt'altro che compiuta. L'esercito
sta attendendo in Libano la fine dell'inverno, quando appare a Goffredo di Buglione l'arcangelo Gabriele, che lo invita ad
assumere il comando dell'esercito e a portare l'attacco finale contro Gerusalemme. I cristiani accettano di eleggere
Goffredo loro capo supremo e si mettono in marcia verso la città santa, dove il re di Gerusalemme Aladino si prepara alla
difesa. Dopo una serie di alterne vicende, è presentato un concilio di dèi infernali, presieduto da Plutone, i quali decidono
di aiutare i difensori della città. Si rivela efficace in particolare l'intervento della maga Armida, che inganna i cristiani con
una falsa richiesta di aiuto e ottiene l'allontanamento di Rinaldo e di numerosi altri guerrieri. Ingannato da Armida,
Rinaldo è prigioniero nel paradiso erotico delle Isole Fortunate, agli opposti di Gerusalemme e solamente la sua
liberazione a opera di due inviati, consentirà la conclusione positiva dell'assedio: Rinaldo vince l’incanto malefico e
successivamente una serie di duelli conclusivi gli permette di mettersi ancora in luce, decretare la vittoria cristiana e
l'entrata in Gerusalemme.

Fonti= La Gerusalemme liberata fa riferimento al modello del poema epico classico (Iliade omerica), dal quale valorizza il
passato storico come momento fondativo dell’identità nazionale. Più significativo è quello dell’Eneide virgiliana, della
quale Tasso condivide la tragicità del tema erotico. Abbiamo risorse moderne e liriche con Petrarca, Boiardo e Ariosto e
classici con Orazio e Tibullo.

Personaggi=
Cristiani, minacciati dalle forze infernali:
•Goffredo di Buglione: è il condottiero dell'esercito cristiano; personaggio esemplare di santo-guerriero, si esclude
dalle tentazioni festaiole, ma viene colpito dalla malinconia.
•Rinaldo: giovane cavaliere vitale e pronto all'avventura, legato alla tradizione cavalleresca e cortese, è l'immaginario
fondatore della stirpe estense (tema encomiastico); presenta un desiderio di onore e gloria.
•Tancredi: eroe malinconico a causa del suo amore impossibile per Clorinda, pieno di lacerazioni e tormenti.

Pagani, espressioni di eroismo primitivo e barbarico:


•Argante e Solimano: guerrieri eroici delle armi.
•Armida: maga che ha il compito di portare scompiglio nell'esercito cristiano incantando Rinaldo; rappresenta la forza
seduttiva dell'amore sensuale, ma si rivela talmente innamorata che alla fine si converte e si sottomette a Rinaldo.
•Clorinda: donna-guerriero rappresenta bellezza, seduzione e rifiuto delle abitudini femminili; amata da Tancredi, muore
combattendo in duello contro di lui, che non la riconosce; subito prima di morire, si converte e riceve il battesimo
•Erminia: principessa innamorata di Tancredi, è un personaggio malinconico, tormentato dalla passione amorosa.
Temi principali= •interiorità tormentata e staccata dei protagonisti
• magia
• eroismo e religiosità
• paesaggio naturale tra estraneità minacciosa e riconciliazione uomo/natura
• amore
• guerra assurda ma necessaria
• insensatezza del vivere

IL PROEMIO, pag.106
Tasso sceglie come argomento la prima crociata, un evento lontano nel tempo, per due motivi:
-per i suoi lettori l'antica guerra tra cristiani e musulmani è un argomento di grande attualità;
-dare una risposta al problema dell'identità religiosa, poiché nell'età della Controriforma, difendere il cattolicesimo e il
primato della Chiesa di Roma è una questione di identità.
Pertanto Tasso sceglie di raccontare la prima crociata perché è l'evento storico tramite il quale l'Europa cristiana, ancora
unita e priva di divisioni interne, esce dalla condizione di debolezza e di inferiorità.
Il proemio della Gerusalemme liberata funziona come una sorta di biglietto di presentazione dell'opera.
Tasso sceglie di cominciare facendo riferimento ai grandi modelli classici, difatti i tre momenti tradizionali del proemio
epico sono qui fedelmente rispettati: l'esposizione dell'argomento (prima ottava), l'invocazione alla Musa (seconda e terza
ottave), la dedica (quarta e quinta ottave). Inoltre il verso iniziale è una citazione ispirata al primo verso dell'Eneide di
Virgilio; in questo modo Tasso segnala l'intenzione di riprendere il modello epico classico, allontanandosi dal modello
cavalleresco di Ariosto. L'invocazione alla Musa chiarisce poi l'impianto religioso dell'opera. Nella dedica (agli Estensi)
infine, si incontra una autorappresentazione del poeta in termini di «peregrino errante» perseguitato dalla sventura.
Il termine “errante” è usato prima per Goffredo che dirige al porto i soldati, che vuole quindi esortare a combattere senza
distrazioni. Allo stesso modo poi usa il medesimo termine per se stesso; si indica come un disperso riportato in porto da
Alfonso, cioè in quell’ospedale sanatorio.

PRESENTAZIONE DI CLORINDA, pag.112


La presentazione di Clorinda, già apparsa fuggevolmente a Tancredi, avviene nel canto II. La figura di Clorinda è
modellata su quella di Camilla dell'Eneide di Virgilio e più in generale sull'esempio della cavallerizza. Cresciuta come un
guerriero, ha la forza e il coraggio, ma anche la nobiltà d'animo (sarà lei a ottenere la liberazione di Olindo e Sofronia,
accusati di aver rubato un'immagine sacra da una moschea). Milita nel campo dei "cattivi", di coloro che sono destinati
alla sconfitta: ciò è significativo dell'atteggiamento ambivalente di Tasso nei riguardi di questo personaggio, che affascina
e seduce l’autore, ma per questo viene comunque allontanato, poiché il poema è incentrato sulla religione e i suoi principi.
Viene esaltato il suo lato maschile, il suo rifiuto rispetto agli atteggiamenti e alle attività tipiche delle donne.

DUELLO DI CLORINDA E TANCREDI, pag.120


Clorinda medita, mentre è scesa la notte, di assalire e ardere la grande torre in legno dei cristiani. A lei si associa Argante.
Prima della sortita, Arsete,uomo che ha allevato Clorinda, per trattenerla le narra della sua origine cristiana, confidandole
di aver disubbidito all'ordine di farla battezzare ricevuto da sua madre e poi replicato più volte in sogno da apparizioni
inquietanti. Un sogno particolarmente angoscioso ha egli fatto, anzi, proprio la notte precedente, nel quale veniva
annunciata l'imminente morte di Clorinda e la sua inevitabile salvezza cristiana. La donna è turbata dal racconto, tanto più
che ella stessa ha fatto un sogno simile, ma rifiuta di rinunciare all'impresa. Clorinda e Argante raggiungono la città e qui
nella mischia tra i difensori, Clorinda è inavvertitamente chiusa fuori delle mura.
Vedendosi perduta, la guerriera si finge un soldato crociato, approfittando della inconsueta armatura nera indossata per
essere meno visibile nella sortita notturna, ma viene tenuta d'occhio proprio da Tancredi, il quale la identifica come
nemico. Il crociato segue l'ignoto guerriero per misurarsi con lui in duello e lo scontro, lungo ed estenuante, si conclude
all'alba con la vittoria di Tancredi. Clorinda, ferita a morte, chiede però all'uccisore di battezzarla; scoperto il volto di lei
per eseguire il rito, Tancredi la riconosce, anch'egli cade a terra privo di sensi e semimorto, ed a salvarlo sarà un gruppo di
soldati franchi che passa di lì per caso.
Il combattimento di Tancredi e Clorinda, la morte e conversione della donna rilanciano la centralità nel poema
dell'opposizione amore/guerra, che cessano di essere contrapposti e si fondono, proprio come la vita data dal battesimo e
la morte data dalla spada. Un’altra contrapposizione del poema non casualmente, è quella dell'amore della nemica Erminia
per il principe Tancredi.
La scelta della guerriera di indossare l’armatura nera, insieme alla narrazione di Arsete dei suoi sognii, e il medesimo
ricevuto da Clorinda, definiscono la sortita della eroina come un vero e proprio suicidio, ovvero come un sacrificio; la
morte appare dunque per un verso voluto dal destino, e per un altro perfino consapevole e volontario. Si potrebbe dire,
tenendo conto dello sviluppo complessivo dell'episodio, che la donna è in cerca di una chiarificazione interiore, infatti
l'episodio della morte di Clorinda si carica di una profonda simbologia verso la prospettiva cristiana.. Un primo simbolo è
quello della porta della città, che viene richiusa prima che Clorinda possa attraversarla per mettersi in salvo. In tale
separazione Clorinda è staccata dalla comunità degli "infedeli" esclusa dalla porta che accoglie gli altri pagani, dirigendosi
verso l’altra porta, ovvero la società dei cristiani, fino alla conversione; è come se il racconto dichiari che Clorinda cerchi
proprio un'altra comunità, un'altra dimensione di valori, benché ancora senza saperlo. La morte di Clorinda è dunque
rappresentata come un progressivo uscire dalle tenebre del peccato per dirigersi verso la nuova alba della conversione e
della fede fino al «sole» nel frattempo sorto che illumina pietosamente il decesso della donna.
È presente il desiderio della gloria e della fama, tipico degli eroi pagani.

GIARDINO DI ARMIDA, pag.134


L'episodio può essere suddiviso in tre sequenze. La prima (ottave 9-17) mostra Ubaldo e Carlo, nel momento in cui,
attraversato il labirinto, sono giunti al suo cuore. Qui, nascosti dietro le fronde, spiano Armida e Rinaldo. Nella seconda
(ottave 18-26) è descritto l'incontro tra i due amanti, le parole che si dicono, gli atteggiamenti che assumono, fino al
momento in cui Armida si allontana. Nella terza (ottave 27-35) Ubaldo e Carlo escono dal loro nascondiglio, si rivelano a
Rinaldo e Ubaldo riesce con le sue parole, ma soprattutto con i suoi gesti (specchio), a convincere il paladino a uscire.
Strumenti malefici attraverso i quali l'eroe è conquistato e fuorviato dalla propria identità e dall'azione sono il labirinto e lo
specchio. Il labirinto separa il paradiso della sensualità e dello smarrimento dal resto del mondo. Lo specchio è a sua volta
simbolo della vanità, in quanto strumento di contemplazione e di immobilità, ma ben diverso è l'uso rovesciato che dello
specchio fa Ubaldo, mostrando a Rinaldo il suo aspetto effeminato.
É presente la contrapposizione tra piacere e virtù, in cui il piacere è identificato in smarrimento erotico. Esso agisce
sull'uomo in modo da renderlo dimentico dei propri doveri e della propria stessa natura. Lo smarrimento si compie
attraverso la perdita dell'identità individuale, infatti il guerriero Rinaldo non sa più di essere un guerriero, non ricorda
neppure di essere Rinaldo. Per richiamarlo in sé, basterà che i due crociati gli mostrino la sua immagine riflessa nello
scudo specchiante e lo chiamino per nome. Il mondo della virtù si definisce dunque come mondo dell'autocoscienza,
dell'identità, per l’appunto l'eroe tassesco è colui che si fa carico della propria identità e accoglie nello spazio della
coscienza la responsabilità di essere uomo.

INSENSATEZZA DELLA GUERRA, pag.146


Il sentimento della insensatezza della guerra attraversa a più riprese la Liberata, delineando quasi una implicita critica di
essa. Nelle tre ottave qui riportate la rappresentazione del massacro che qualifica l'ultima grande battaglia tocca uno dei
suoi punti più forti. Le armi hanno perso il loro scintillio, sono consumate e la polvere ricopre tutto ciò che rimane, come
per ricordare ciò che diventeranno gli uomini dopo la morte. Essa dunque, accomuna vincitori e vinti, poiché i secondi son
già cadaveri, mentre i primi sono destinati a esserlo entro breve tempo. Tasso non può abbandonarsi all’esaltazione della
vittoria perché la sua visione tragica della vita getta un’ombra anche sul lieto fine. Gerusalemme è conquistata, ma non si
può nascondere il suo terribile prezzo.

CANTO VI
TEMPO: poco dopo mezzogiorno del 10 aprile 1300 (domenica di Pasqua)
LUOGO: Antipurgatorio, pendio roccioso della seconda balza
PERSONAGGI: Dante, Virgilio e Sordello da Goito
COLPA: distrazione alla conversione, avvenuta solo in punto di morte
PENA: devono restare nell'Antipurgatorio tanto tempo quanto vissero, girando in schiera attorno al monte e
cantando il Miserere
DETTAGLI: canto politico contro la chiesa. Ammonimento profetico, personifica l’Italia come donna offesa.

Inizia con un attacco e una lunga similitudine, come attorno a un vincitore al gioco dei dadi si raccoglie una piccola folla
di curiosi, così intorno a Dante si ammassano molti penitenti che gli chiedono di essere ricordati tra i vivi per ottenere
preghiere in sostegno. Segue un breve elenco di nomi di personaggi morti in modo violento.
Dopo che si è allontanato, Dante chiede spiegazioni a Virgilio, ricordando un passo dell'Eneide che nega l'utilità delle
preghiere dei vivi per i morti. Il poeta latino risponde dicendo che la contraddizione è solo apparente, dato che quelle
preghiere erano pronunciate da pagani esclusi dalla Grazia, ossia perché le preghiere da Dio erano invalide; ad ogni modo,
aggiunge che Beatrice gli spiegherà pienamente questo complesso argomento. Al nome di Beatrice, Dante procede più in
fretta.
I due poeti vedono uno spirito che se ne sta seduto da solo in atteggiamento rigido e fiero; Virgilio gli chiede informazioni
sulla via più spedita da prendere. L'anima risponde con un'altra domanda: chiede la provenienza dei due pellegrini e,
all'udire il nome di Mantova pronunciato dal poeta latino, rivela di essere anch'egli «della sua terra», si alza e lo abbraccia.
Di fronte a una simile dimostrazione di affetto fra concittadini, Dante autore è mosso da un improvviso disprezzo per le
discordie che attraversano e affliggono la Penisola e le sue città. L'Italia gli appare come una nave senza un timoniere che
la guidi, come una cavalla imbizzarrita senza un cavaliere che la domini. La colpa è sia della Chiesa, che non lascia il
controllo a Cesare, sia dell'imperatore Alberto d'Asburgo, che si occupa solo delle terre di Germania e trascura la terra più
bella dell’impero, ossia l'Italia. Dante chiede all'imperatore di scendere in Italia per verificare di persona in che stato si
trovi e, infine, vergognarsene. Si chiede poi se il Creatore si sia dimenticato del mondo o se invece tale disfacimento
faccia parte di un imperscrutabile progetto divino, in preparazione di un bene futuro.
L’invettiva si concentra ora su Firenze, cui Dante si rivolge in tono ironico-sarcastico, poiché evidenzia tutti gli aspetti che
la contraddistinguono negativamente. «Questa digression non ti riguarda», invece la riguarda in pieno; dice, «perché tu sei
ben governata, dato che le antiche leggi di Atene e Sparta (durature e sagge) sono poca cosa in confronto alle tue; sono
tanto sottili e ingegnose che non durano un mese, perché tu cambi in continuazione le leggi, la moneta e la tua stessa
gente. Sei come una malata che si rigira senza posa nel letto cercando di attenuare il dolore».

CANTO VIII
TEMPO: circa le 19.00h del 10 aprile (Pasqua)
LUOGO: Antipurgatorio, secondo balzo, valletta fiorita dei principi
PENA: principi negligenti che, distratti dalle occupazioni terrene, trascurano le cose divine e tardarono a pentirsi
PERSONAGGI: Dante, Virgilio, Sordello, Nino Visconti e Corrado Malaspina

Verso il tramonto Dante è attratto dall'atteggiamento di preghiera assunto da una delle anime della valletta, che intona,
seguita dalle altre, l'inno Te lucis ante guardando fissamente verso oriente. Mentre gli sguardi sono tutti rivolti verso l'alto,
due angeli vestiti di verde e con le spade fiammeggianti scendono dal cielo collocandosi ai lati opposti della valle.
Sordello spiega che vengono dall'Empireo per difendere quel luogo dalle insidie del serpente che comparirà di lì a poco
(paragone con il giardino dell’Eden).
Disceso fra i principi, Dante incontra un caro amico, il giudice Nino Visconti, che chiede a Dante di mediare presso la
figlia Giovanna affinché preghi per lui; poi si lamenta della scarsa fedeltà della moglie, risposatasi dopo breve tempo con
scarsa fortuna.
Nel frattempo, mentre Dante guarda tre stelle che splendono in cielo, allegoria delle virtù teologali (fede, carità, speranza),
compare il demonio sotto forma di serpente, ma gli angeli, veloci come uccelli rapaci, lo mettono in fuga. Un'altra anima,
li vicina, quella di Corrado Malaspina signore della Lunigiana, chiede notizie della sua terra. Dante fa allora un elogio di
quella nobile stirpe che, sola fra tutte, pratica ancora le virtù cavalleresche della liberalità e del valore militare. Poi
Corrado dice a Dante che, prima di sette anni, avrà modo lui stesso di sperimentare tali virtù, alludendo indirettamente
all'esilio.

CANTO X
TEMPO: circa le undici dell’11 aprile 1300, lunedì di Pasqua
LUOGO: prima cornice
PENA: superbi, camminano lentamente portando pesanti macigni
PERSONAGGI: Dante, Virgilio

Entrati nel purgatorio, la porta si richiude alle spalle dei due poeti, mentre prendono a salire per un malagevole sentiero
fino a raggiungere una spianata deserta, la prima delle cornici del secondo regno.
Sul fianco che circonda il monte stanno scolpiti nel marmo bassorilievi di straordinaria fattura, uno dei quali rappresenta
l'Annunciazione alla Madonna con tale realismo che le figure sembrano vere e danno l'impressione di parlare. Un altro
ritrae la processione verso Gerusalemme dell'arca santa, preceduta da David, compositore di salmi. I sensi di Dante
vengono ingannati di nuovo: gli sembra infatti di udir cantare e di percepire il profumo dell'incenso. Un altro ancora
raffigura l'imperatore Traiano che rende giustizia a una vedova. Poi sopraggiunge la prima schiera di peccatori, i superbi.
Dante lancia un appello al lettore perché non abbandoni il proposito della purificazione al pensiero delle pene che servono
da espiazione; infatti esse saranno temporanee. I superbi procedono curvi sotto il peso di pesanti massi. Dante lancia
un'apostrofe agli uomini colpevoli di tale peccato, affinché considerino l'anima come la larva di un bruco che deve
liberarsi dall'involucro terreno. I peccatori sembrano delle cariatidi, le sculture che sorreggono i soffitti o i tetti degli
edifici.

IL BAROCCO
Il Barocco nasce nel 1610 e si conclude nel 1690 quando viene fondata l’accademia di Arcadi, che lo ritiene un cattivo.
Esso segue il manierismo e hanno in comune solo il rifiuto degli schemi classici. Il suo aspetto ironico è sorprendere lo
spettatore. È diffuso in tutta Europa, ma in diversi modi: in Spagna il “Concettismo”(accostamento ingegnoso di immagini
mai accostate prima di quel momento), in Inghilterra la “Poesia Metafisica", in Italia il “Barocco”. Ci sono delle ipotesi
sulla derivazione del nome: potrebbe derivare dal portoghese “Barroco” cioè Perla, oppure dal latino “Baroco” che indica
sillogismo. Le sue tre parole chiave sono eccesso, illusione e teatralità, poiché rifiuta l’armonia ( tipica del classicismo). Il
Barocco è rivalutato nel 900 da D’Annunzio e Gadala.
-Il Barocco fece cambiare punto di vista, ha il culto della meraviglia. La sua poesia si concentra sulla forma più che sul
contenuto, mentre quella del Rinascimento guarda entrambi.
-Il Rinascimento guarda i vecchi autori a cui si ispira, ma il Barocco rappresenta il nuovo per sorprendere lo spettatore.
-Il Rinascimento ha un’estetica edonistico-didascalica, bella e da insegnamento; il Barocco ha un’estetica
edonistico-intellettualistica, punta al piacere e alla forma più che sull’utile.
-Nel Rinascimento bisogna rispettare dei limiti e bisogna seguire le regole classiche; Il Barocco propone una riflessione
sistematica sulla letteratura, tutti gli autori ripropongono ragionamenti e riflessioni.
-Il Rinascimento si basa sul verosimile, il Barocco propone il sentimento.
Nel 600 si trasmette una nuova immagine della realtà e viene attribuita maggiore importanza al vedere. È comune il tema
dello specchio, cardine della letteratura. Ha molteplici punti di vista. È frequente l’immagine della donna, che viene
rappresentata nella quotidianità. É presente il “tempus fugit” cioè lo scorrere del tempo (anche nell’Umanesimo). La
creatività dell’opera d’arte diventa un segno di riconoscimento della realtà, ma anche dell’instabilità del reale.

GIAMBATTISTA MARINO (1569-1625), pag.265


Nato a Napoli nel 1569, la sua formazione letteraria è fortemente influenzata dal modello manierista di Torquato Tasso. Da
giovane, fu ospitato da nobili famiglie napoletane che lo accolsero nelle loro dimore dopo che era stato cacciato di casa dal
padre che disapprovava la sua vita irresponsabile. Dopo due incarcerazioni in seguito ad accuse di immoralità, fuggì a
Roma, dove risiedette per cinque anni. Dopo tre anni a Ravenna, nel 1608 passò a Torino, al servizio del duca Carlo
Emanuele di Savoia, da cui ricevette la nomina a cavaliere e si scontrò con il segretario del duca, il poeta genovese
Gaspare Murtola, invidioso del suo successo a corte. I due si scambiarono versi satirici e violentemente polemici. Murtola
arrivò ad aggredirlo per strada sparandogli con una pistola.
Durante la sua permanenza a Torino unì i suoi versi e compose La Lira, opera che determinò il suo successo. Dal 1615 al
1623 si trasferì a Parigi alla corte di Francia chiamato da Maria de’ Medici, durante l’arrivo al trono di Luigi XIII, per il
quale nel 1623 uscì il poema L’Adone. Nello stesso anno poi decise di tornare in Italia a Napoli, in cui morì nel 1625.
La Lira uscì nel 1614; il titolo allude allo strumento a corde assunto a simbolo della poesia. Quella della Lira è una poesia
improntata a freddezza cerebrale, in cui la partecipazione sentimentale è nulla, infatti l'attenzione non è più posta sulle
vicende interiori, psicologiche, sentimentali del soggetto poetico, ma è tutta proiettata su dati esterni, su particolari
oggettivi (le chiome della donna, suoi occhi, il seno), su quadretti di vita comune (la donna che cuce, che munge, che si
pettina). È frequente l’uso della metafora, come elemento che meraviglia il pubblico.
L’Adone fu pubblicato a Parigi nel 1623, con dedica a Luigi XIII. É suddiviso in 20 canti e ha una struttura priva di un
centro fisso, ma ricca di deviazioni. Il poema appartiene al genere epico, ma più che sulla guerra, è incentrato sui valori
della pace e dell’amore. Adone infatti, è visto come un eroe non violento, che fa emergere attraverso la struttura
allegorica, un messaggio volto a sacralizzare l’elemento erotico ed a esaltare i benefici dell’amore.

IL POETA E LA MERAVIGLIA
Nel testo “il poeta e la meraviglia”, Marino ironizza la “grandezza” di Murtola. Inizia col dire che vorrebbe farla pagare a
chiunque abbia il coraggio di affermare che Murtola non sappia scrivere poesie e ritiene che nessuno scriva e meravigli
quanto lui. Sottolinea poi la natura stessa del Barocco, l’importanza della meraviglia fra i fini di un poeta e di conseguenza
condanna chi non è capace di far meravigliare, non degno di essere chiamato tale. L’antitesi tra l’“eccellente” e il “goffo”
serve a mettere in risalto la superiorità della sua poesia rispetto a quella che lui considera goffa e priva di vera potenza
(quella di Murtola). Infine nell’ultima terzina si svela il sarcasmo utilizzato in precedenza per criticare la poesia di
Murtola. Le immagini di “Cavolo” e “Carcioffo”, che evocano ortaggi, sono impiegate in senso dispregiativo e pungente
per indicare che la poesia di Murtola è priva di valore e raffinatezza. Suggerisce che chi scrive in questo modo non riesce
nemmeno a suscitare il minimo stupore, come inarcare le sopracciglia, un gesto che simboleggia l’effetto di meraviglia
che ogni poesia degna di essere letta dovrebbe suscitare. Infine aggiunge che dal suo punto di vista, Murtola è così
convinto delle sue opere, coe se possa esistere un uomo così stupido e disonesto che si meravigli.

DONNA CHE SI PETTINA


La toeletta di una donna è un'occasione per il poeta di dimostrare la sua maestria tecnica, cioè la vera protagonista di
questo sonetto. La figura femminile non compare e su tutto domina l'abilità poetica, che crea immagini inconsuete: la
bionda chioma è causa di tempesta; il golfo è l'acconciatura femminile; lo scoglio è il fermaglio. Nel processo
poetico-metaforico un termine viene sostituito da un altro che ha con il primo un rapporto di somiglianza, pur
appartenendo a un diverso campo semantico; in questo modo, vengono accostate o sovrapposte realtà lontane, che perdono
la loro consistenza materiale e diventano immagini volte a destare la «meraviglia» del lettore.

ELOGIO DELLA ROSA


Venere, mentre si aggira in un boschetto, viene punta a un piede dalle spine di una rosa; quando si ferma a una fonte per
lavare la ferita, vede Adone addormentato e subito se ne innamora. Il giovane, svegliato dal bacio della dea, si innamora a
sua volta di lei.
In questo passo del canto Ill, Venere fa uno straordinario elogio della rosa che, ferendole il piede, le ha fatto incontrare
l'amore. La rosa personificata, al primo posto fra tutte le bellezze del mondo, regina dei fiori con la corona e gli stami
color dell'oro e il manto dei petali rosso porpora, rispecchia metaforicamente la bellezza e la regalità delle dame di corte.
Vi è inoltre un accostamento simile tra la rosa e il sole:
• come il sole trionfa in splendore tra le altre stelle, così la rosa splende tra gli altri fiori;
• la rosa è simile al sole in terra e il sole è simile alla rosa in cielo;
• il sole è amante della rosa e la rosa del sole.
Come l'immortalità del sole corrisponde all'immortalità della dea Venere, così l'unione tra Venere e Adone rende
immortale l'amore terreno.
In Marino, alle immagini che evocano la debolezza dei sensi non si accompagnano né la profondità del significato
simbolico, né il sentimento della natura. Il tratto originale della sua poetica della «meraviglia» si coglie nel gioco delle
metafore, dalla musicalità allitterante e dall'interesse per l'artificio retorico, tutti tesi a evidenziare la preziosità e i meriti
della rosa.

LA POESIA DELLA LIBERATA


La liberata venne ripresa fra il 1564 e il 1577, un periodo dove Tasso viene influenzato dalle pressioni religiose della
Controriforma infatti nella sua opera cerca di unire l’ideale epico classico con i valori cattolici. Il suo obiettivo era quello
di un’armonia tra gli ideali artistici e quelli religiosi. Tasso si ispira al classicismo e alla lirica di Petrarca. Lanfranco
Caretti, parla di Ariosto e Tasso nella corte: per Ariosto la corte non era un luogo necessario mentre per Tasso era un luogo
perfetto per far rivivere i valori tradizionali, positivi e ideali dove si trovava in bilico fra edonismo e controriforma (che
dava regole rigide). Il critico parla anche del bifrontismo spirituale di Tasso, ovvero la verità e l’apparenza. Ariosto ha
un’intuizione chiara della realtà e perciò non era nemmeno turbato, non si lascia trascinare da conflitti emotivi. Infatti,
nell’orlando furioso, non ci sono tracce di autobiografia o conflitti personali: il poema è staccato da esperienze individuali.
Nel caso di Tasso invece, il quale vive in un contesto più complicato, egli tenta di superare due opposti: l’edonismo
estetico e il regolismo esteriore. L’opera di Tasso è vigilata dai Discorsi dell’arte poetica (servivano a definire norme e
principi che guidassero i poeti, a causa della controriforma) poiché egli segue sempre le regole, mentre invece l’opera di
Ariosto non era ostacolata dalla Controriforma. In questi discorsi dove domina l’aristotelismo, il Tasso ha imposto i
termini del rapporto dialettico fra affetti e ragione, moralità e retorica, ispirazione religiosa e classicismo, che gli sembrava
raggiungibile solo col ritorno ai modelli della perfezione antica e cristiana. Nei suoi discorsi Tasso dichiara che l’arte
poetica dovrebbe avere come obiettivo quello di armonizzare virtù (etica) e bellezza (estetica). Secondo lui inoltre il poeta
dovrebbe restituire all’arte un legame con la materia storica, rappresentandola con il verosimile, cioè una conciliazione tra
verità e invenzione. Egli ritiene anche che un poema debba avere diverse situazioni (battaglie, amori ecc) senza perdere
coerenza narrativa. Ogni elemento deve essere collegato agli altri in modo da essere essenziale, così che nessuna parte
possa essere tolta senza cambiare il poema. Nella Gerusalemme Liberata abbiamo una dialettica: da un lato c’è l’energia
spinta unitaria ma dall’altro abbiamo le forze centrifughe (le forze del male, i pagani) lontane dall’obiettivo. A Tasso
mancavano due elementi presenti in Dante e Ariosto: la Divina Commedia ha una struttura teocentrica che dà coerenza al
poema, Ariosto invece aveva una libertà agile che consentiva di costruire un poema orizzontale e aperto. Il bifrontismo
spirituale di Tasso si nota nella Gerusalemme liberata, dove si presenta la fusione tra la dimensione fantastica e quella
morale-religiosa. Gli elementi leggeri e fantastici (come gli incantesimi e le storie d'amore) convivono con quelli spirituali
in un'atmosfera di costante tensione che anima l'opera. L’amore è spesso associato alla sofferenza, sia per la mancanza di
corrispondenza sia per i presagi di tragedie e in più, si nutre della tristezza. Anche la gloria e la fama che possono
sembrare eterne, sono soggette al passare del tempo. La fortuna, imprevedibile e spesso crudele, governa gli eventi. La
vita stessa è vista in stretta relazione con la morte perciò non si ha mai una vittoria completa. La suspense tassiana ha due
registri: quello basso con un’atmosfera solo acuta in cura e a volte morbosa, e questo contrasto con quello precedente e
serve per alleviare l’angoscia. Quest’ultimo introduce valori morali. L’opera è caratterizzata da intensità emotiva che
caratterizza i personaggi, i quali non sono solo semplici figure narrative ma dei punti centrali. Nonostante essi derivino
dalla tradizione classica, acquisiscono un “intimismo” che prima non era sviluppato e sono mossi da emozioni. L’uso
continuo degli enjambements crea un effetto dinamico. Lo stile di Tasso è anche paragonato alla musica di Monteverdi,
dato che riesce ad unire elementi contrastanti. L’autore ritiene che non si dovrebbe dividere i personaggi in quelli “seri e
profondi” e quelli “estrinseci e retorici” perché creerebbe una frattura nel poema. Tutti i personaggi sono autobiografici,
poiché riflettono l’interiorità di Tasso. Fra essi, le figure di Goffredo e Sofronia sono spesso criticate, ma l’autore le ritiene
espressioni autentiche del bello ideale ovvero le virtù intangibili, immuni a ogni seduzione o insidia. La luce di questi due
personaggi serve a evidenziare le emozioni oscure contrastanti e a creare tensione narrativa. Essi rappresentano l’ideale di
bellezza e di virtù. Lo strumento stilistico fonde tradizione classica con la libertà espressiva moderna. Può alternare la
magnificenza eroica e la lirica e ciò rende la scrittura più dinamica.

GLI INDIFFERENTI
Gli indifferenti, pubblicato nel 1929, è il romanzo d'esordio di Alberto Moravia. L'opera è ambientata in Italia, in un contesto cittadino
non specificato, probabilmente la Roma dei tardi anni '20. A livello temporale, la scena si svolge in un periodo contemporaneo alla
data di redazione; la vicenda si svolge nell'ambito di circa 48 ore e la trama segue due filoni diversi, che s'intrecciano fra loro come in
un'azione teatrale..
Il giorno del ventiquattresimo compleanno della giovane Carla, il compagno della madre, Leo Merumeci, tenta di abusare della
ragazza facendola ubriacare, ma le cose non vanno come l'uomo aveva sperato, in quanto la ragazza si sente male, dopo avere bevuto.
Maria Grazia si rende conto che il compagno la sta trascurando e vorrebbe maggiori attenzioni da parte sua; a questo punto la donna si
convince che il compagno la stia tradendo con un'altra donna,sospettando della sua amica Lisa. In realtà Lisa è innamorata del figlio
dell'amica, Michele, provando per lui dei forti sentimenti. In realtà Michele è incapace di provare sentimenti, è indifferente a tutto ciò
che lo circonda. Pertanto Michele è a conoscenza dei sentimenti che la donna prova per lui, ma non li ricambia; inoltre sa che il
compagno della madre sta con la madre solo con l'obiettivo di impossessarsi della villa di famiglia. Lisa, rendendosi dell'indifferenza
del giovane nei suoi confronti, lo provoca raccontandogli della relazione tra il compagno della madre e sua sorella Carla.
La storia de Gli Indifferenti continua descrivendo come Michele vuole vendicare l'onore di famiglia, regolando i conti con Leo
Merumeci. Il giovane Michele si reca presso la casa del compagno della madre con l'intento di sparargli. In realtà l'arma non è carica e
il ragazzo non riesce nel suo intento. Nel frattempo Leo, poiché teme di perdere diritti sulla villa di famiglia dei fratelli Ardengo,
chiede a Carla di sposarlo; la ragazza, seppur non ama l'uomo, lo sposa ugualmente perché vuole cercare di garantire alla madre e al
fratello un futuro roseo in un contesto sociale borghese e benestante. Gli indifferenti si conclude con un finale particolare: Carla e la
madre Maria Grazia sono in procinto di recarsi a un ballo in maschera e la prima deve comunicare ancora alla madre la sua decisione
di sposare Leo Merumeci.

I personaggi de Gli Indifferenti sono tutti personaggi incapaci di provare alcuna emozione, i quali rappresentano il declino di un'intera
generazione. I protagonisti sono i seguenti:
Carla: Figlia della famiglia Ardengo, non prova sentimenti verso nessuno, è una ragazza che rinuncia all'amore, decidendo di sposare
il compagno di sua madre, Leo Merumeci, solo per convenienza.
Michele: Fratello di Carla, la caratteristica principale di Michele è la sua totale indifferenza verso gli altri e verso le situazioni che lo
circondano. Non solo è incapace di provare empatia per Lisa, ma è anche distaccato riguardo ai legami familiari e alle emozioni in
generale.
Lisa: è un personaggio giovane ed è innamorata di Michele, ma il suo amore è totalmente non ricambiato. Nonostante questa
indifferenza, Lisa continua ad essere legata a lui e, nel tentativo di smuovere qualcosa in Michele, gli rivela della relazione tra Leo
Merumeci e Carla. Questo gesto, però, non provoca alcuna reazione emotiva in Michele.
Maria Grazia: Madre di Carla e Michele, cerca di condurre uno stile di vita tipicamente borghese, è legata a Leo Merumeci. É una
donna che si sforza di mantenere una facciata di serenità e di benessere, ma la sua vita affettiva è segnata da una profonda infelicità.
Leo Merumeci: Compagno di Maria Grazia, mira alla villa di famiglia e chiede a Carla, da cui è attratto, di sposarlo.

Rapporto Carla e Leo: nonostante il tentativo di Leo di approfittarsi di Carla, il rapporto tra i due non è semplicemente una questione
di abuso. Carla, pur non provando amore per Leo, cerca di sposarlo perché crede che la stabilità economica e sociale che il matrimonio
le potrà dare garantirà un futuro migliore per lei e per la sua famiglia. Questa decisione riflette un’altra forma di indifferenza: la
passività con cui accetta una vita senza passione ma con un’illusione di sicurezza sociale.

Rapporto tra Maria Grazia e Leo Merumeci: è principalmente segnato dall’indifferenza e dalla manipolazione. Leo, un uomo
ambizioso e opportunista, si avvicina a Maria Grazia non per amore, ma per ottenere l’accesso alla villa di famiglia, un bene che
appartiene ai figli di lei. Maria Grazia, pur accorgendosi della freddezza e dell’interesse egoistico di Leo, resta comunque legata a lui,
forse per una sorta di dipendenza emotiva o per la sicurezza che la relazione le offre, rassegnandosi alla sua condizione. Leo, da parte
sua, continua a sfruttarla, trattandola come uno strumento per i suoi scopi.
Maria Grazia non è consapevole della relazione inappropriata tra il suo compagno Leo Merumeci e la figlia Carla. Sebbene sospetti
che Leo stia cercando una relazione con un’altra donna (in particolare con la sua amica Lisa), non ha alcuna conoscenza del
comportamento problematico di Leo nei confronti di Carla. Maria Grazia percepisce una certa freddezza e disattenzione da parte di
Leo, ma non immagina che la situazione sia così grave. Carla, pur essendo consapevole delle intenzioni di Leo, non condivide
apertamente con la madre ciò che sta accadendo. Quindi, Maria Grazia rimane ignara delle dinamiche tra Leo e Carla, sebbene avverta
che la sua relazione con Leo non sia affatto sana.

IL POETA E LA MERAVIGLIA
Nel testo “il poeta e la meraviglia”, Marino ironizza la “grandezza” di Murtola. Inizia col dire che vorrebbe farla pagare a
chiunque abbia il coraggio di affermare che Murtola non sappia scrivere poesie e ritiene che nessuno scriva e meravigli
quanto lui. Sottolinea poi la natura stessa del Barocco, l’importanza della meraviglia fra i fini di un poeta e di conseguenza
condanna chi non è capace di far meravigliare, non degno di essere chiamato tale. L’antitesi tra l’“eccellente” e il “goffo”
serve a mettere in risalto la superiorità della sua poesia rispetto a quella che lui considera goffa e priva di vera potenza
(quella di Murtola). Infine nell’ultima terzina si svela il sarcasmo utilizzato in precedenza per criticare la poesia di
Murtola. Le immagini di “Cavolo” e “Carcioffo”, che evocano ortaggi, sono impiegate in senso dispregiativo e pungente
per indicare che la poesia di Murtola è priva di valore e raffinatezza. Suggerisce che chi scrive in questo modo non riesce
nemmeno a suscitare il minimo stupore, come inarcare le sopracciglia, un gesto che simboleggia l’effetto di meraviglia
che ogni poesia degna di essere letta dovrebbe suscitare. Infine aggiunge che dal suo punto di vista, Murtola è così
convinto delle sue opere, coe se possa esistere un uomo così stupido e disonesto che si meravigli.

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