Schopenhauer – appunti e citazioni
Le forme trascendentali a priori di Kant, che comprendevano spazio e tempo per l'intuizione propriamente
detta, le dodici categorie per l'intelletto, e le tre idee per la ragione, in Schopenhauer si riducono a tre sole
forme a priori: lo spazio, il tempo e l'unica categoria di causalità. In conseguenza di questa sorta di
filtraggio il mondo, che è uno, si frammenta in una quantità di fenomeni. Il mondo è uno, ma la griglia che
il soggetto impone alla realtà, le strutture del soggetto che filtrano la luce che viene dal mondo, lo fanno
rifrangere in tanti fenomeni, per cui abbiamo l'impressione di trovarci di fronte a tantissimi individui, a
un'infinità di esseri, mentre invece la realtà è unitaria. Schopenhauer chiama questo “l'effetto del velo di
Maja”
«”Il mondo è mia rappresentazione”: questa è una verità che vale in rapporto a ciascun essere
vivente e conoscente, sebbene l'uomo soltanto sia capace d'accoglierla nella riflessa, astratta
coscienza [solo l'uomo se ne rende conto, ma essa è propria di tutto il mondo animale]: e s'egli
veramente fa questo, con ciò è penetrata in lui la meditazione filosofica [la filosofia nasce quando
l'uomo si rende conto di filtrare il mondo, di non cogliere il mondo quale è in se stesso]. Per lui
diventa allora chiaro e ben certo, ch’egli non conosce né il sole, né la terra, ma appena un occhio
il quale vede un sole, una mano la quale sente una terra; che il mondo da cui è circondato non
esiste se non come rappresentazione, vale a dire sempre e dappertutto in rapporto ad un altro, a
colui che rappresenta, il quale è lui stesso. Tutto ciò che esiste per la conoscenza, adunque
questo mondo intero, è solamente oggetto in rapporto al soggetto, intuizione di chi intuisce; in
una parola, rappresentazione. Il mondo come rappresentazione, adunque, ha due metà
essenziali, necessarie e inseparabili. L'una è l'oggetto, di cui sono forma spazio e tempo,
mediante i quali si ha la pluralità. Ma l'altra metà, il soggetto, non sta nello spazio e nel tempo:
perché essa è intera e indivisa in ogni essere rappresentante; perciò anche uno solo di questi
esseri, con l'oggetto, integra il mondo come rappresentazione, sí appieno quanto i milioni
d'esseri esistenti».
«Se considero il mio corpo non come un'esteriorità, come fa Kant, come oggetto fra gli altri
oggetti, ma sprofondo in una sorta di abisso interiore, di concentrazione interiore, avvertirò che il
mio corpo è un insieme di bisogni, di esigenze, di tensioni, cioè è semplicemente volontà». Ma
volontà di che cosa? Volontà di rimanere in vita grazie alla soddisfazione dei bisogni: se mi
immergo nell'abisso della corporeità, trovo che il mio corpo non è altro che un fascio di bisogni
che si riduce alla volontà di vivere, alla volontà di perpetuare l'esistenza del corpo stesso.
Diventa chiaro perché questa volontà è cieca: essa non ha alcuno scopo tranne che appunto
quello di mantenersi in vita. Grazie a quest'intuizione interiore vengo a sapere che la mia
essenza è volontà di vivere.
A questo punto Schopenhauer applica quello che chiama “principio di analogia”: tutti gli altri
esseri sono anch'essi parti della natura, presenteranno perciò un'analogia con me stesso. «Se è
vero che scopro che al fondo di me stesso c'è la volontà di vivere, negli altri esseri della natura ci
sarà la stessa entità». Questo ragionamento è di stampo romantico: i romantici, che
Schopenhauer aveva molto studiato, scorgevano simbolismi, analogie, simpatie tra le cose della
natura.
“...al soggetto conoscente, che appare come individuo, è data la parola dell'enigma; e questa
parola è volontà. Questa, e questa sola, gli dà la chiave per spiegare il suo proprio fenomeno, gli
manifesta il senso, gli mostra l'intimo congegno del suo essere, del suo agire, dei suoi
movimenti. Al soggetto della conoscenza, il quale per la sua identità col proprio corpo ci si
presenta come individuo, questo corpo è dato in due modi affatto diversi: è dato come
rappresentazione nell'intuizione dell'intelletto, come oggetto fra oggetti, e sottomesso alle leggi di
questi; ma è dato contemporaneamente anche in tutt'altro modo, ossia come quell'alcunchè
direttamente conosciuto da ciascuno, che la parola volontà esprime».
«Certo non l'individuo, ma la specie solo importa alla natura, la quale per la conservazione della
specie si affatica con ogni sforzo, a quella provvedendo con sí larga prodigalità, mediante la
smisurata sovrabbondanza dei germi e la gran forza della fecondità. Invece l'individuo non ha
per lei valore alcuno, perché tempo infinito, infinito spazio, e , in tempo e spazio, infinito numero
di possibili individui, sono il regno della natura; quindi ella è ognor pronta a lasciar cadere
l'individuo, il quale non solo in mille modi, per i più piccoli accidenti, è esposto alla rovina, ma alla
rovina è fin da principio destinato e dalla natura stessa condotto, a partir dall'istante, in cui esso è
servito alla conservazione della specie. Venendo l'uomo a mancare degli oggetti del desiderio,
quando questo è tolto via da un troppo facile appagamento, tremendo vuoto e noia l'opprimono:
cioè la sua natura e il suo essere medesimo gli diventano intollerabile peso. La sua vita oscilla
quindi come un pendolo, di qua e di là, tra il dolore e la noia, che sono in realtà i suoi veri
elementi costitutivi».
Secondo Schopenhauer l’arte, che ci permette di liberarsi dalle costrizioni della volontà, è
“diretta contemplazione” delle idee. Ma la liberazione estetica - anche nella forma più elevata
della musica - è transitoria, poiché occorre arrivare alla negazione della volontà:
la noluntas (o “negazione”) e l’ascesi sono quindi passi definitivi dell’etica
Giacomo Leopardi non ha mai letto Schopenhauer, al contrario Schopenhauer non soltanto ha
letto a fondo Leopardi, ma ne è stato un deciso ammiratore. Proprio Francesco De Sanctis ha
attirato l'attenzione sul Dialogo della natura e di un Islandese di Leopardi
«Il suicidio vorrebbe la vita; soltanto, non è soddisfatto dalle condizioni in cui gli si offre [...]. Il
suicidio non rinunzia al voler vivere, ma unicamente al vivere [...] il suicidio cessa di vivere,
appunto perché non può cessare di volere»
dovremo superare il principium individuationis, dovremo negare la nostra individualità
smascherando l’inganno che ci siano tanti esseri separati. Tutte le esperienze che unificano, che
ci portano a superare i limiti dell'egoismo, ci avvicinano a questa vittoria. «Per l'uomo giusto, il
principium individuationis non è già piú, come per il malvagio, un'immobile parete
divisoria» L'arte – la giustizia – la compassione
Secondo Schopenhauer l’arte, che ci permette di liberarsi dalle costrizioni della volontà, è
“diretta contemplazione” delle idee. Ma la liberazione estetica - anche nella forma più elevata
della musica - è transitoria, poiché occorre arrivare alla negazione della volontà:
la noluntas (o “negazione”) e l’ascesi sono quindi passi definitivi dell’etica
“Non è più l'alterno bene e male della sua persona, quel ch'egli ha in vista, com'è il caso degli
uomini ancora prigionieri dell'egoismo; invece, guardando egli di là dal principium individuationis,
tutto gli è ugualmente vicino»
«La sua volontà muta indirizzo, non afferma più la sua propria essenza, rispecchiandosi nel
fenomeno, bensí la rinnega. Il processo, con cui ciò si manifesta, è il passaggio dalla virtù
all'ascesi. Non basta più a quell'uomo amare altri come se stesso e far per essi quanto fa per sè;
ma sorge in lui orrore per l'esssere, di cui è espressione il suo proprio fenomeno, per la volontà
di vivere, per il nocciolo e l'essenza di quel mondo riconosciuto pieno di dolore»
Schopenhauer era figlio di un banchiere, e non ha mai dovuto lavorare, ha avuto la libera
docenza all'università, ma per lui l’insegnamento era solo un fatto di prestigio, in quanto
ha vissuto sempre di rendita. Kierkegaard era figlio di un ricco mercante. Se si volesse ricorrere
al metodo marxista per cui l'essere sociale determina la coscienza, il loro essere sociale era di
essere dei rentier persone che vivevano di rendita