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Futurismo

Il Futurismo è un movimento artistico e culturale nato in Italia, caratterizzato da un forte rifiuto della tradizione e dalla volontà di rinnovare la società attraverso l'arte e la letteratura. Fondato da Marinetti, il movimento esalta la velocità, il dinamismo e la guerra come elementi di progresso, proponendo un linguaggio frammentato e provocatorio. Sebbene il Futurismo abbia influenzato il rinnovamento linguistico e artistico, è anche legato a ideologie politiche che si avvicinano al Fascismo.
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Futurismo

Il Futurismo è un movimento artistico e culturale nato in Italia, caratterizzato da un forte rifiuto della tradizione e dalla volontà di rinnovare la società attraverso l'arte e la letteratura. Fondato da Marinetti, il movimento esalta la velocità, il dinamismo e la guerra come elementi di progresso, proponendo un linguaggio frammentato e provocatorio. Sebbene il Futurismo abbia influenzato il rinnovamento linguistico e artistico, è anche legato a ideologie politiche che si avvicinano al Fascismo.
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Futurismo

Sebbene il termine “avanguardia” nasca all’interno dell’ambito militare, questo viene usato prima
nell’Ottocento in senso politico, a indicare i gruppi che si mettevano a capo di gruppi rivoluzionari, poi nel
primo Novecento, a designare alcune tendenze artistiche e letterarie.

Alcuni esempi delle cosiddette “Avanguardie storiche” sono il Futurismo, il Dadaismo e il Surrealismo,
chiamate così per distinguerle dalle avanguardie più recenti.

La stagione delle avanguardie ha esercitato un momento di rottura, in cui non solo si rifiutava la tradizione
culturale del passato, ma anche gli stessi canali della comunicazione artistica corrente. L’intenzione delle
avanguardie è un rinnovamento totale della società, tant’è che prendendo come esempio uno dei tanti
manifesti futuristi, si parla di “Ricostruzione futurista dell’universo” che venne firmato da Giacomo Balla e
Fortunato Depero.

Ricostruire in questo caso vuol dire rifondare, ma per rifondare bisogna distruggere, azzerando tutto ciò
che lega il presente al passato e anticipando, invece, il futuro.

Il mercato culturale viene accusato dagli avanguardisti di aver trasformato il prodotto artistico in merce,
condividendo i gusti del grosso pubblico. Al contrario l’opera deve abbandonare i canoni estetici tradizionali
e risultare di difficile comprensione, proponendosi con un intento volutamente provocatorio.

Nata in Italia, anche se ufficialmente fondata a Parigi, la prima delle avanguardie storiche, il Futurismo, si
diffuse ben presto in Europa e nel mondo, aprendo le strade alle avanguardie successive.

Per rinnovare la cultura italiana, ci volevano movimenti che potessero chiudere con la tradizione e la
tradizione letteraria per eccellenza alla fine dell’Ottocento era rappresentata da Carducci, Pascoli e
D’Annunzio. Coloro che, come Marinetti, si sarebbero proposti di rinnovare la cultura italiana, l’avrebbero
fatto cercando di eliminare quelle caratteristiche poetiche che caratterizzavano questi autori. Se si vuole,
allora, fare tabula rasa con tutto ciò che rappresentava la tradizione, la poesia classica aulica, allora era
necessario partire da quegli autori che in quel momento del loro presente rappresentavano e incarnavano
tutto questo.

I futuristi non sopportavano che la cultura fosse una specie di deposito del passato. Marinetti ha usato dei
termini che esprimevano il suo disprezzo e la sua volontà di rinnovamento che parte dall’azzeramento di
tutto ciò che era prima di lui. L’altro simbolo della classicità a livello culturale e artistico, che, addirittura,
utilizza per stabilire un confronto con la macchina, la velocità della mitraglia è proprio la Nike di Samotracia.

Anche questa scultura alessandrina del III secolo a.C. rappresenta un archetipo di arte da cancellare e
superare, perché tutto ciò rientra secondo Marinetti nella cosiddetta “coesura passatista”. Per lui tutto ciò
che è legato al passato, alla tradizione, alla storia; a quella che lui considera quasi come un cimitero della
cultura e dell’arte, cioè i musei, le accademie va eliminato. L’umanità deve quindi vivere solo nel presente,
ma proiettata nel futuro.

Secondo Marinetti a che cosa deve rivolgersi la cultura? All’esaltazione del dinamismo, della velocità,
addirittura fino ad esasperare le qualità dell’uomo che sono prerogative della sua unicità. Nel Manifesto
della cultura futurista del 1909, pubblicato sul “Figaro”, egli esalta “il passo di corsa”, “il rumore frenetico
del motore che scoppia”, “la città che sale”; tutto quello che è collegabile alla velocità e all’aspetto più
frenetico del divenire.
Allora, perché Marinetti dice, in maniera sebbene provocatoria, ma consapevole che il passato va azzerato?
La rottura con la tradizione del passato per lui al fine di costruire nel futuro. Ma c’è una contraddizione in
Marinetti. Sia musei che accademie non possono esistere, ma sarà proprio lui ad essere nominato dal
Fascismo come Accademico d’Italia, titolo che egli accettò.

L’atteggiamento di Marinetti è provocatorio e volto a creare un forte sensazionalismo. Vuole scandalizzare


e vuole che di tali scandali se ne parli. Le “serate futuriste” che si tennero a Milano e poi anche al Caffè
delle Giubbe rosse di Firenze, portavano sempre a grande scalpore e talvolta anche all’uso della violenza.
Questo accadeva perché, quando Marinetti declamava le sue opere, la gente non seguiva, non capiva.

Se Marinetti avesse voluto rompere definitivamente con la tradizione, questa rottura sarebbe dovuta
avvenire in primis in quell’elemento che rappresenta per eccellenza la comunicazione: la sintassi e la
parola. Ecco che il frammentismo diventerà l’emblema della poesia e della prosa futurista. Marinetti

● abolirà la punteggiatura
● spezzerà la sintassi
● userà in modo esasperato l’onomatopea

Un esempio è proprio il “Bombardamento” di Adrianopoli. Quando i Bulgari bombardano questa città turca,
Marinetti per caso si trova lì; ed egli non viene sconvolto, bensì affascinato dall’effetto del volo radente
degli aerei da guerra, dalle raffiche di mitra, dal rumore prodotto dai bombardamenti. E come lo registra?
Con una descrizione che evoca anche sonoramente proprio tutto ciò che lui ha sentito e visto con i suoi
occhi.

Questa letteratura, che ha l’intento di provocare, si scaraventò contro il patetico tardo-romanticismo, di


cui, per esempio, anche Fogazzaro ne fece parte. Marinetti però fece di ogni erba un fascio e spazzò via
tutto il Romanticismo, perché si rifaceva al sentimento, elemento che “cozzava” contro l’analisi della realtà
prodotta del dinamismo e dal movimento.

In un saggio famoso di Marinetti, intitolato “Uccidiamo il chiaro di luna”, ancora una volta
provocatoriamente, Marinetti si discosta dalla malinconia di quei poeti intimisti che tutto fanno meno che
essere dinamici, protesi in avanti, in movimento. Marinetti non vuole più ascoltare coloro che meditano nel
proprio Io e quindi cosa esaspera? Il culto dell’Io che si rende, addirittura, promotore del dinamismo della
società industriale.

Sebbene il Romanticismo anticipi le inquietudini della società che sta modernizzandosi, esso lo fa però da
un punto di vista intimista, esaltando il sentimento e creando con il paesaggio un rapporto particolare. Lo
stesso paesaggio che diventa specchio del sentire dell’animo di quei poeti e la storia è un elemento
fondamentale. Nel Romanticismo si va a ricercare il folklore, la storia, le origini di un popolo, riscoprendo il
dialetto e usando talvolta linguaggi, come diceva Novalis, aurorali.

Ecco, Marinetti fa di tutto questo passatismo tabula rasa, e lo fa associando al Romanticismo questo
aspetto più patetico e quindi tardo-romantico, malinconico, “larmoyant” (lacrimoso).

Così come Croce, anche Marinetti rifiuta il Romanticismo e il Decadentismo, poiché ritiene che entrambi i
movimenti siano specchio della malattia della società, che non esaltavano la poesia ma tutt’altro. Marinetti
spazza via, in particolare, il Decadentismo perché momento apice del male di vivere. Egli non si rende conto
però che anche il Futurismo è una sfaccettatura del Decadentismo stesso, perché esprime la rottura con
quella visione del mondo più intimista che ha molteplici possibilità. Nel Decadentismo c’era chi trovava una
fuga nell’io, nel morboso, nel malato, nella follia, o addirittura chi trovava l’autoaffermazione di un io
superomistico.
E allora perché secondo Marinetti, sia D’Annunzio che Pascoli sono piena espressione del Decadentismo?
Perché entrambi partono, come punto comune, dalla malattia legata alla realtà e alla sua interpretazione.
Marinetti, al contrario di loro, non fugge dalla realtà ma la domina, attraverso un io esasperato. Quando nel
Manifesto del 1909, Marinetti proclama la “Guerra come sola igiene del mondo” e il culto della velocità e
della forza, lui condivide posizioni politiche nettamente antidemocratiche. E cosa afferma
l’antiparlamentarismo? Che solo chi ha forti e innegabili capacità, usando talvolta la forza, può dominare il
mondo. Questa volontà di dominio è per molti critici un’altra forma di affermazione ed espressione del
superomismo.

La differenza sta nel fatto che con D’Annunzio si sfocerà nell’inettitudine, con Pascoli si ha una fuga nell’io
legato all’infanzia, ma consapevole della propria età adulta e che quindi vive non proiettato al futuro ma
congelato in un passato dal quale non riesce più a svincolarsi. Marinetti tenterà di cancellare il passato e
dominare il presente e il futuro, con una volontà di potenza e rinnovamento che anche il Fascismo farà
suoi.

Con la poetica del frammento, essa può essere scomposta, e ciò che si va a perdere è proprio l’unità del
reale. Ed è questo che più ci interessa, perché se capiamo questo, riusciamo anche a capire come la lezione
futurista del frammentismo, legata anche alle esperienze de Lacerba, la rivista fiorentina di Soffici e Papini,
abbia potuto ispirare poeti come Ungaretti o Sbarbaro, e, addirittura, rappresentare una prima fonte
d’ispirazione nel rinnovamento del linguaggio per lo stesso Montale.

Tutto ciò che, a livello linguistico, è legato all’osservazione del reale e alla sua scomposizione verrà
proposto anche a livello artistico. Un esempio è l’arte di Boccioni. Nel “Dinamismo di un ciclista” si va a
riprodurre un elemento che è dinamico, però le linee sono spezzate, i colori sono violenti. Non ci sono
grandi miscelature. Poi si fa uso di scritte. L’immagine che si cerca di ricostruire è legata alla
frammentazione della linea. Ricordando la critica alle accademie, non conta più la tecnica del disegno e la
corrispondenza al vero. Qui tutto si interrompe, si frammenta.

Ciò che affascina i futuristi è non rendere l’arte statica. Con l’arte si deve rendere un’idea di dinamismo,
movimento perché tutto ciò che è fisso è morto. Come si esprime, quindi, la vita? Attraverso tutto quello
che può riproporre, anche in modo grafico, il dinamismo.

Perché i futuristi sono interessati alla macchina, i motori e, in particolare, l’aereo? L’interesse verso il
velivolo lo avevamo già visto con D’Annunzio, ma colpiva così tanto perché esso divenne già dalla Prima
Guerra Mondiale un mezzo di distruzione e strumento da battaglia, fattori che gli stessi futuristi
condividevano nei loro canoni. Esaltando la forza di distruzione delle mitragliatrici e la velocità dell’aereo, si
stava pian piano accantonando altri valori prima fondamentali nella guerra, come il coraggio e la nobiltà dei
cavalieri.

MANIFESTO DEL FUTURISMO

Con il “Manifesto del Futurismo”, Marinetti fissa su carta le fondamenta del suo pensiero e del pensiero
futurista. Si esalta “il movimento aggressivo… ed il pugno”.

Marinetti dice anche che “Non v’è più bellezza se non nella lotta”, solo le opere aggressive possono essere
definite un capolavoro. Egli esalta la guerra e la violenza, segnando definitivamente un punto di non
ritorno. Si passa poi al punto 9, che non ammette appello. “Noi vogliamo glorificare la guerra - sola igiene
del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore”.
Marinetti fu un uomo molto controverso. In questa ultima frase, Marinetti diventa quasi romantico,
sebbene egli abbia sempre disprezzato il patetico romantico. Infine, per cancellare tutta una tradizione
poetica che esaltava la donna come oggetto della poesia, Marinetti glorifica “il disprezzo della donna”.
Questo lo porterà avanti a livello pubblico, nonostante egli fosse stato poi un marito devoto alla moglie e
un padre rispettoso.

(Linea 30) Ciò che caratterizza Marinetti è anche un’appassionata difesa del progresso, della velocità, delle
locomotive, quasi a riprendere le parole di Carducci nell’Inno a Satana del 1863. Con la differenza che
Carducci si scagliava contro l’oscurantismo che la chiesa aveva portato all’interno della società, mentre
Marinetti della religione non ne parla affatto.

Continuano poi le contraddizioni. Tutti quegli elementi che elenca e che glorifica proprio per il fatto di non
aver un’anima sembra che d’un tratto l’acquisiscano. Le locomotive sfrecciano veloci come cavalli, mentre
le eliche degli aeroplani garriscono come fanno di solito le rondini.

(Linea 33) Come abbiamo già detto, liberare l’Italia dai musei, che sono come cimiteri, dalla tradizione e
dalla cultura vuol dire azzerare il passato. Allora è inutile ammirare il passato perché “noi giovani e forti
futuristi” dice Marinetti “non vogliamo più saperne del passato”, quindi si può abolire la storia, la storia
della cultura, la quale verrà arsa e carbonizzata dai questi “allegri incendiari”. Questa furia iconoclasta può
essere comparata a ciò che avvenne durante la notte dei cristalli. Quando si raggruppano quei libri che
hanno costruito la cultura di un paese e gli si da fuoco, vuol dire azzerare l’identità di un popolo.

Un movimento come il Futurismo che trova nella distruzione del passato la forza di proiettarsi nel futuro è a
dir poco improponibile in un paese come l’Italia, culla dal punto di vista letterario, filosofico ed artistico
negli anni precedenti.

Allora del Futurismo se non possiamo condividerne i punti di vista ideologico (affinità al Fascismo), storico e
politico, possiamo rivalutare l’aspetto legato al rinnovamento del linguaggio e alla forma espressiva e
comunicativa dell’arte. Alla biennale del 33 molti artisti che avrebbero esposto, tra cui Sironi, Carrà e lo
stesso Boccioni, hanno rappresentato la vogli di rinnovarsi.

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