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Fascismo

Il documento analizza i gravi problemi politici, economici e sociali dell'Europa del dopoguerra, evidenziando l'emergere di soluzioni come comunismo, fascismo e democrazia, con la crisi dei sistemi parlamentari. Viene descritta la nascita del fascismo in Italia, guidato da Mussolini, e il contesto di malcontento sociale e politico che ha portato alla sua ascesa, compresi eventi significativi come l'occupazione di Fiume e il Biennio Rosso. Infine, si sottolinea la divisione del Partito Socialista e l'emergere del Partito Comunista d'Italia come risposta al crescente movimento fascista.

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Fascismo

Il documento analizza i gravi problemi politici, economici e sociali dell'Europa del dopoguerra, evidenziando l'emergere di soluzioni come comunismo, fascismo e democrazia, con la crisi dei sistemi parlamentari. Viene descritta la nascita del fascismo in Italia, guidato da Mussolini, e il contesto di malcontento sociale e politico che ha portato alla sua ascesa, compresi eventi significativi come l'occupazione di Fiume e il Biennio Rosso. Infine, si sottolinea la divisione del Partito Socialista e l'emergere del Partito Comunista d'Italia come risposta al crescente movimento fascista.

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PROBLEMA DEL DOPOGUERRA

I gravi problemi sorti dopo la Prima Guerra Mondiale (politici, economici e sociali) portano a tre possibili soluzioni:
comunismo, fascismo e democrazia, che però mostra segni di crisi nei sistemi parlamentari e democratici.
Il primo problema è l'Europa del dopoguerra: siccome non è stata rispe7ata l’autodeterminazione
dei popoli, ci si trova di fronte a for= a7ri= soffoca= da un nazionalismo estremo. Inoltre, mol=
paesi si aspe7avano più ricompense territoriali e sono rimas= insoddisfaA.

Per prevenire nuove guerre, nel 1920 Wilson fonda la Società delle Nazioni (futura ONU) con l’obiettivo di
mantenere la pace e risolvere le questioni internazionali con la diplomazia. Tuttavia, ci sono gravi limiti:
→ Gli Stati Uniti, il paese che ha proposto la Società delle Nazioni, non vi entrano.
→ Non esiste un contingente militare per imporre la pace.
→ Tutte le decisioni devono essere prese all’unanimità, rallentando l’efficacia dell’organizzazione.
La Società delle Nazioni può applicare solo sanzioni economiche contro chi usa la guerra invece della diplomazia.
Nel frattempo, tra il 1918 e il 1920, l’influenza spagnola provoca milioni di morti in Europa, colpendo soprattutto i
giovani e causando un forte calo demografico. Si chiama così perché solo i giornali spagnoli ne parlavano.
A livello economico, bisogna riconvertire le industrie belliche in civili, ma questo porta disoccupazione, salari bassi e
inflazione, con un aumento dei prezzi. Il ceto medio accusa gli industriali arricchiti durante la guerra e vuole migliorare
le proprie condizioni, ma rifiuta il comunismo come soluzione.
Il ceto medio trova nel fascismo una risposta, perché propone una rivoluzione nazionale che promette di migliorare la
situazione di tutti ed è un argine contro il comunismo.
Un altro problema è quello dei reduci: chi torna dalla guerra si trova disorientato in un mondo cambiato, spesso
senza lavoro e con un’abitudine alla violenza. Molti, soprattutto ex soldati dei reparti speciali, portano questa
violenza in politica, entrando nei partiti di destra e attaccando violentemente chi non condivide le loro idee,
destabilizzando ulteriormente l’Europa.
Unico lato positivo del dopoguerra è il nuovo ruolo delle donne, che durante la guerra avevano assunto lavori maschili.
Dopo il conflitto, rivendicano il diritto di voto, ottenuto in Germania, Inghilterra e Stati Uniti, e adottano una moda
più libera, simbolo di progresso.
I sistemi liberali dimostrano la loro fragilità e incapacità di risolvere questi problemi. Mentre in paesi come Inghilterra,
Francia e Stati Uniti la crisi viene superata, in altri (come l’Italia) i sistemi liberali vengono sostituiti da dittature, che
risolvono i problemi più rapidamente ignorando i diritti dei cittadini e senza bisogno di unanimità.
Tra il 1919 e il 1920, il biennio rosso spaventa il ceto medio, contribuendo al crollo delle democrazie parlamentari,
che si rivelano incapaci di affrontare la crisi.

MUSSOLINI
Dal 1922, con la Marcia su Roma, Mussolini prende il potere. Fino al 1925 si parla di “periodo della
normalizzazione”, durante il quale afferma di voler riportare ordine nel paese. In realtà, questi anni servono a
preparare l’Italia al regime fascista, che durerà fino al 1943. Tra il 1943 e il 1945 l’Italia vive due terribili anni di
guerra di resistenza, civile e liberazione: una guerra tra fascisti e partigiani (civile), una tra tedeschi, partigiani e
fascisti (resistenza), con i partigiani che combattono anche i nazisti che avevano invaso l’Italia (liberazione).

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Molti italiani ritenevano che il paese non avesse ottenuto dalla pace ciò che meritava. Per paura che diventasse
troppo potente nei Balcani, all’Italia furono assegnati solo Trento, Trieste e l’Istria, da cui nasce il termine “vittoria
mutilata”, coniato da D’Annunzio.
Il governo Orlando si dimise a metà giugno 1919, e al suo posto fu eletto presidente del Consiglio Francesco Saverio
Nitti, economista liberale. Nitti affrontò subito il malcontento della borghesia, che si manifestava con proteste
nazionaliste e le provocazioni di D’Annunzio, che accusava il governo di non difendere gli interessi nazionali.
Nel settembre 1919, D’Annunzio guidò un’azione clamorosa: l’occupazione di Fiume. Gli italiani di Fiume avevano già
chiesto l’annessione all’Italia, ma gli alleati la rifiutarono durante i colloqui di Parigi e imposero truppe interalleate
nella zona. In questo clima di tensione tra croati e italiani, il 12 settembre 1919 D’Annunzio, con oltre 2500
legionari, entrò a Fiume senza incontrare resistenza: i militari alleati e jugoslavi abbandonarono rapidamente la città.
D’Annunzio fu accolto al grido di «Voi siete il nostro duce!».
Mussolini, temendo un fallimento dell’impresa, mantenne una posizione distaccata. La situazione a Fiume era
caotica, con disordini e violenze frequenti. D’Annunzio stese una Costituzione, detta Carta del Carnaro, che, pur
essendo nazionalista, includeva principi innovativi come l’uguaglianza tra i sessi.
A causa delle incertezze di Nitti, tornò al governo Giolitti, che firmò il Trattato di Rapallo (12 novembre 1920). Con
questo accordo:
→ La Iugoslavia ottenne la Dalmazia, eccetto Zara.
→ All’Italia fu assegnata l’Istria.
→ Fiume divenne uno Stato libero e indipendente, tutelato dalla Società delle Nazioni.
Nel dicembre 1920, le truppe regolari italiane entrarono a Fiume. Dopo scontri che causarono cinquanta morti tra i
legionari, questi lasciarono la città. D’Annunzio definì l’episodio il “Natale di sangue”. Mussolini, dalle colonne del suo
giornale, criticò questo “atto fratricida” ma affermò che il Trattato di Rapallo era l’unica soluzione possibile.

PROBLEMI
Ci sono dei problemi economici che l’Italia deve affrontare, come anche problemi sociali, come le attese dei contadini
e degli operai. In quegli anni, a partire dal 19 diventa molto forte la presenza dei sindacati (CGIL), nel 1918 nasce
anche la CIL (confederazione Italiana dei Lavoratori). E’ in questo contesto che oltre ai problemi economici e sociali
ci sono anche quelli di tipo politico; tra il 19 e il 21 nascono nuovi partiti, uno è un partito popolare e l’altro un
movimento, ovvero quello fascista. Benedetto XV nel 1919 abolisce il “non expedit” e permette ai cattolici di aprire
un loro partito. Alcide De Gasperi, cattolico di Trento che era stato eletto nel partito di Vienna, e Don Sturzo
decidono di fondare il Partito Popolare Italiano (PPI) che si ispira ai principi del cattolicesimo, infatti è un partito
laico ma di ispirazione cristiana, rifiuta ogni tipo di violenza come strumento politico. In più è un partito
interclassista, quindi prende il voto di tutte le classi sociali, quello socialista invece era classista, quindi prende i voti
solo dai braccianti.
Il programma dei popolari si rivolgeva soprattutto ai piccoli proprietari terrieri, e alla piccola borghesia che difendeva
i valori cattolici tradizionali. Furono avanzate proposte di riforme sociali da attuarsi pacificamente, grazie alla
collaborazione tra industriali e lavoratori.
Sturzo seppe differenziarsi sia dai socialisti, dei quali non accettò la critica alla proprietà privata e la visione
conflittuale dei rapporti tra le classi sociali, sia dai liberali, ai quali rimproverò la scarsa attenzione alla questione del
decentramento del potere politico e il disinteresse verso le misere condizioni di vita di molti lavoratori. Arrivò

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addirittura a proporre forme di partecipazione degli operai agli utili delle fabbriche. Era un partito popolare di
massa, attento anche alle condizioni di vita di tutte le classi.
Nel 1919 nacque il movimento dei Fasci di combattimento, fondato da Mussolini a Milano. Inizialmente si trattò di un
piccolo gruppo politico dall'ideologia confusa e velleitaria (propone cose che non si possono realizzare), che non
attirò l'attenzione pubblica. Si collocò politicamente a sinistra, battendosi per radicali riforme sociali.
Il manifesto politico dei Fasci fu chiamato programma di San Sepolcro, e mette insieme idee di estrema sinistra e
nazionalistiche.
Il movimento era conosciuto soprattutto per l'aggressività verbale dei suoi membri e la violenza della loro condotta,
sia nei confronti dei socialisti che della classe dirigente liberale. Il 15 aprile 1919 i Fasci attaccarono e incendiarono la
sede del giornale socialista.
In Italia il fascio littorio, è qualcosa di negativo perché rappresenta il fascismo, quindi la dittatura, i francesi, invece,
prendono il fascio come simbolo della repubblica romana in senso positivo, come libertà, in Italia è simbolo di
potenza.

PARTITO SOCIALISTA E POPOLARE


Nel 1919, oltre alla nascita di due nuove formazioni politiche, si tengono le elezioni parlamentari con un sistema
elettorale proporzionale, che avvantaggia i partiti di massa. Questo porta al tracollo dei liberali. I due partiti che
emergono con più forza sono il Partito Socialista, che ottiene il 32% dei voti e 156 seggi (triplicando il risultato del
1913), e il Partito Popolare, che alla sua prima partecipazione conquista 100 seggi.
Tuttavia, per garantire un governo stabile, questi due partiti avrebbero dovuto allearsi, cosa impossibile a causa delle
loro ideologie opposte. I liberali sono quindi costretti a cercare l’appoggio dei popolari, ma i governi che si formano
sono deboli e durano al massimo un anno, senza riuscire a risolvere i problemi del Paese.
Tra il 1919 e il 1920 si sviluppa il Biennio Rosso, caratterizzato da scioperi, occupazioni di fabbriche e terre, guidati
soprattutto dalla CGIL e dai sindacati. Gli operai prendono il controllo degli stabilimenti, organizzano servizi armati di
vigilanza e, in alcuni casi, tentano di continuare la produzione. Molti sperano in una rivoluzione, ma il movimento non
riesce a espandersi né a elaborare una strategia efficace per rovesciare lo Stato.
Uno dei gruppi rivoluzionari più attivi è quello torinese, legato alla rivista L'Ordine Nuovo, fondata anche da Antonio
Gramsci. La rivista promuove l'idea dei consigli di fabbrica, ispirati ai soviet russi, come strumento per dare più
potere ai lavoratori. Questi consigli vengono sperimentati su larga scala durante le occupazioni.
Nel 1920 il governo Nitti cade e torna al potere Giolitti, che ritiene improbabile una rivoluzione e adotta una
posizione neutrale. Ignora le richieste degli industriali di sgomberare le fabbriche con la forza e media tra CGIL e
imprenditori. Gli operai ottengono aumenti salariali e la promessa (mai mantenuta) di un possibile controllo sulla
gestione delle fabbriche. In cambio, devono abbandonare le occupazioni.
Nonostante la conclusione pacifica, rimangono tensione e paura. Gli operai sono delusi, mentre industriali e borghesia
temono ancora una rivoluzione socialista, sebbene questa sia poco probabile. Tuttavia, il clima di incertezza alimenta
la richiesta di una risposta autoritaria e antisocialista alla crisi.
Al Congresso di Livorno del gennaio 1921, il Partito Socialista si divide: la fazione di Gramsci, Bordiga e Togliatti
lascia il partito e fonda il Partito Comunista d'Italia, una nuova formazione di estrema sinistra in opposizione al
crescente movimento fascista.

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MUSSOLINI AL POTERE
Mentre le durissime lotte sociali del biennio 1919-20 avevano indebolito e deluso la maggior parte degli operai delle
fabbriche, nelle campagne i contadini erano riusciti a ottenere risultati significativi. In particolare nella Val Padana e
in Puglia le leghe socialiste e le cooperative (anche cattoliche) avevano conquistato miglioramenti salariali
considerevoli, creando contemporaneamente una forte struttura organizzativa capace di controllare il mercato del
lavoro. Nella lotta dei braccianti era intervenuta anche la CIL, e riescono ad ottenere molti più risultati, danno anche
vita ad una struttura di difesa dei loro diritti, chiamate leghe rosse(CGIL) o bianche (CIL). ///
Le associazioni, infatti, contrattavano direttamente con i proprietari il numero di giornate lavorative necessarie per
ogni campo e poi distribuivano il lavoro tra i loro iscritti. Questo sistema, all'apparenza solido, era caratterizzato in
realtà da profonde divisioni tra i salariati che miravano alla suddivisione della terra, i mezzadri (contadino che lavora
la terra del padrone e tiene metà del ricavato), e i piccoli affittuari che speravano invece di riuscire a diventare,
prima o poi, proprietari terrieri.

NASCITA DEL FASCISMO AGRARIO


Alla fine del 1920, Bologna era diventata il centro del movimento sindacale. Alle elezioni comunali, i socialisti
ottennero una vittoria schiacciante. Tuttavia, il 21 novembre 1920, giorno dell'insediamento del nuovo Consiglio
comunale a Palazzo d'Accursio, si verificò un grave episodio di violenza. Quando il sindaco si affacciò per salutare
la folla, partirono improvvisamente colpi di pistola. La gente, presa dal panico, cercò di fuggire, mentre i socialisti
incaricati della sicurezza, confusi e terrorizzati, risposero sparando sulla folla, causando una decina di morti.
Questo evento segnò l'inizio del fascismo agrario. Nella Pianura Padana, le squadre fasciste, chiamate dagli agrari,
iniziarono a sgomberare con la forza le terre occupate dai braccianti. Queste squadre, note come squadrismo
agrario, erano guidate dai leader locali del fascismo, chiamati RAS.
A partire dal 1920, oltre agli ex combattenti degli arditi, anche molti giovani e membri della piccola borghesia
aderirono al fascismo. I fascisti utilizzavano l’olio di ricino e il manganello per intimidire, umiliare e screditare gli
antifascisti. Giolitti, convinto di poter controllare il movimento fascista dall'interno, cercò di allearsi con esso, ma in
realtà finì per legittimarlo e rafforzarlo.
Molti politici liberali tollerarono il fascismo, sperando di usarlo per contrastare le richieste dei socialisti e dei
popolari. In quest'ottica, Giolitti decise di indire nuove elezioni il 15 maggio 1921 e di formare blocchi nazionali, liste
comuni composte da liberali, centristi e fascisti. Durante la campagna elettorale, i fascisti continuarono a ricorrere
alla violenza in modo sistematico.
Dopo le elezioni, il socialista riformista Ivanoe Bonomi divenne capo del governo. Nel frattempo, al Congresso dei
Fasci del novembre 1921, Mussolini trasformò il movimento fascista nel Partito Nazionale Fascista (PNF). Il nuovo
partito si presentava con un doppio volto: da un lato, appariva come una forza politica legale, dall’altro continuava a
usare la violenza attraverso i RAS.
Dopo soli 6 mesi, Bonomi si dimise e venne sostituito da Luigi Facta, che cercò l’appoggio dei popolari. Nel
frattempo, Mussolini modificò profondamente il programma del partito per renderlo più accettabile e credibile come
forza di governo:
- Abbandonò le idee repubblicane e si dichiarò favorevole alla monarchia.
- Accantonò la critica al capitalismo e sostenne una politica economica liberista.

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- Rinunciò a l'anticlericalismo e attaccò il Partito Popolare di Don Sturzo, accusandolo di essere una forma di
“bolscevismo bianco”, pericoloso per il mondo rurale.
Grazie a queste mosse, il PNF si rafforzò ulteriormente. Il 24 ottobre 1922, Mussolini organizzò a Napoli una
grande manifestazione con migliaia di camicie nere, annunciando la Marcia su Roma per prendere il potere con la
forza. Diffuse la falsa idea che lo sciopero generale in corso fosse il preludio a una rivoluzione comunista,
aumentando la tensione.
Quando Facta chiese al re Vittorio Emanuele III di firmare lo stato d’assedio per autorizzare l’intervento
dell’esercito, il re rifiutò. Di fronte a questa situazione, Facta si dimise. Il 28 ottobre 1922, le squadre fasciste
entrarono a Roma e il 30 ottobre Mussolini ricevette ufficialmente dal re l’incarico di formare un nuovo governo.

MUSSOLINI AL GOVERNO
Il periodo che va dal 1925 al 1945 è definito regime dittatura. Tra il 1922 e il 1924 Mussolini guidò un governo di
coalizione costituito da fascisti, liberali, popolari (benché Sturzo fosse contrario) e altre componenti. Il 16 novembre
1922 Mussolini si presentò al Parlamento con un discorso arrogante chiamato discorso bivacco. Per quanto si
tratti ancora di un programma generico, la rivendicazione del ruolo delle camicie nere come forza di sviluppo e di
progresso, lo spregio con cui definisce il Parlamento un' “Aula sorda e grigia”, i ripetuti richiami alla nazione e a uno
Stato forte anticipano in parte quelle trasformazioni che porteranno all’instaurazione della dittatura fascista. (pg
276)
Nel 1922 ingloba tutte le squadracce in una sorta di esercito che giura fedeltà a Mussolini chiamato Milizia
Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Legalizzando di fatto lo squadrismo e trasformandolo in forza armata del
regime. Nel 1923 il governo Mussolini perse l'appoggio dei popolari che nel Congresso di Torino dello stesso anno
approvarono la posizione antifascista di don Sturzo.
Le violenze squadriste comunque continuarono impunite: fu bastonato il liberale antifascista Giovanni Amendola e
ucciso il sacerdote don Giovanni Minzoni.
La riforma della scuola fu creata dal governo nel 1923, sotto la responsabilità del ministro della Pubblica
Istruzione, il filosofo Giovanni Gentile. Dopo i 5 anni obbligatori di scuola elementare, lo schema gentiliano
costringeva a una scelta precoce per il futuro tra il liceo scientifico o classico, la scuola secondaria di avviamento
professionale, l'istituto tecnico e l'istituto magistrale.
Dal 1930 venne imposto a tutte le scuole venne imposto il libro unico di stato, la scuola veniva usata per formare
l’uomo nuovo. 1923 il partito popolare guidato da don Sturzo ritirò l’appoggio al governo Mussolini. Mussolini vuole
una decisa maggioranza nel parlamento, vuole far tornare gli italiani alle urne per farli votare, prima però volle
riformare il sistema elettorale tramite la legge Acerbo, approvata dal parlamento nel 1924.
Nello stesso anno si torna a votare e le elezioni sono caratterizzate dalla violenza e dalla paura per portare coloro
che erano contrari al partito fascista a votare il listone.
Nel 1924 Matteotti prende la parola e denuncia la violenza dei fascisti avvenuta prima e durante le elezioni, ed
accusa il governo. 2 mesi dopo alle foci del Tevere viene trovato il suo cadavere, nel paese ci fu un crollo della
popolarità di Mussolini e del suo partito, ma le opposizioni non riuscirono ad approfittarne, sia perché fortemente
ridimensionate dalle elezioni, sia per le divisioni interne. L’omicidio di Matteotti afferma la politica fascista perche
per la prima volta in Italia viene ucciso un politico per le sue idee.

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La proposta del Partito Comunista di proclamare lo sciopero generale fu respinta. Si scelse di non partecipare ai
lavori parlamentari e di riunirsi separatamente: gli oppositori si dichiararono disponibili a rientrare in Parlamento solo
dopo il ripristino della legalità.
Si formò in questo modo la cosiddetta secessione dell'Aventino: l'opposizione sperava che il re intervenisse
sfiduciando Mussolini, ma non fu così.
Il 3 gennaio 1925 in un discorso alla Camera, il duce si assunse tutta la responsabilità di ciò che era accaduto,
sapendo di avere l’appoggio del re. Questo segna la fine del periodo della normalizzazione e l’inizio della vera e
propria dittatura.

ITALIA FASCISTA
A partire dal 1925, Mussolini subì diversi attentati, il fascismo fece approvare una serie di leggi (dette
«fascistissime») che segnarono formalmente la definitiva trasformazione del fascismo in una dittatura. Fu il giurista
Alfredo Rocco (1875-1935) a ispirare il nuovo quadro legislativo:
→ unico partito politico riconosciuto fu il Partito Nazionale Fascista; venne vietata l’esistenza di altre formazioni
politiche
→ la figura del presidente del Consiglio fu sostituita da quella del capo del governo, responsabile solo di fronte al re
e non al Parlamento; fu anche rafforzata l'autorità del capo del governo nei confronti degli altri ministri
→ Si riconobbe al capo del governo il potere legislativo
Tra il 24 e il 26 Mussolini fu vittima di molti attentati, quindi approfitta di ciò e fa delle leggi per garantire più
sicurezza, ovvero le leggi fascistissime.
I sindaci, fino alla fine del fascismo, vengono detti podestà, nominati direttamente dal governo.
Fu limitata la libertà di stampa e di associazione, mentre nel 1926 vennero sciolti tutti i partiti di opposizione e
chiusi i giornali antifascisti. Vennero quindi dati ampi poteri alla polizia segreta (OVRA, Opera di Vigilanza per la
Repressione Antifascista), incaricata di individuare e arrestare gli oppositori (polizia ordinaria), ed era chiamata
Ghestapo. Mentre per giudicarli con efficienza e solerzia fu istituito il Tribunale speciale per la difesa dello Stato
(novembre 1926).

IL PARTITO UNICO
Contemporaneamente alla riorganizzazione dello Stato, Mussolini si preoccupò anche della normalizzazione del
partito. Nel Nuovo quadro istituzionale la violenza squadrista non era più né opportuna né necessaria: fu tolta così la
direzione del partito a Roberto Farinacci, squadrista della prima ora, tra i più radicali e violenti, e le cariche
gerarchiche vennero assegnate direttamente da Mussolini.
Il Partito Fascista si riorganizzò in una struttura burocratica sottoposta localmente ai prefetti. Il vertice era
rappresentato dal Gran Consiglio del fascismo, affidato alla presidenza di Mussolini, unico organo del partito in cui
si discuteva collegialmente la linea politica. Questo organismo doveva garantire il collegamento tra partito e
istituzioni e assunse così anche compiti di rilevanza costituzionale, come la designazione del capo del governo.
Nel 1928 la trasformazione dello Stato liberale in Stato totalitario fu completata con una nuova legge elettorale che
affidò al Gran Consiglio il compito di preparare la lista unica di candidati.

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POLITICA INTERNA
Il nuovo ruolo del partito può essere colto appieno nell'impegno profuso per organizzare il consenso nella società
italiana, cercando di influire sui costumi, sulla mentalità e sulle attività quotidiane delle masse.
Innanzitutto divenne obbligatorio possedere la tessera del partito per ottenere un posto nell'amministrazione pubblica
o per conquistare promozioni e privilegi. Furono create poi delle organizzazioni capaci di coinvolgere gli Italiani di
tutte le età. Ad esempio l'Opera Nazionale del Dopolavoro si occupava del tempo libero dei lavoratori proponendo
gite, quindi anche il tempo libero era controllato dal partito. Mentre il Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI)
stimolava e allo stesso tempo controllava le attività sportive, fino ad allora affidate a società private. Ma le
organizzazioni più importanti furono i Fasci giovanili, i Gruppi Universitari Fascisti (GUF)
e soprattutto l'Opera Nazionale Balilla (ONB). A quest'ultima associazione appartenevano i ragazzi fra gli 8 e i 14
anni (detti balilla) e quelli fra i 14 e i 18 anni (detti avanguardisti). I Ragazzi venivano educati alla dottrina fascista e
al culto di Mussolini con esercitazioni, marce e parate militari. Fin dai 5-6 anni si entrava a far parte di queste
organizzazioni ed erano chiamati Figli della lupa.

IL PROGETTO DI UN «UOMO NUOVO»


Il fascismo aveva una forte componente utopistica secondo la quale bisognava creare un uomo nuovo. Mussolini fu
spesso rappresentato nelle sculture come un principe del Rinascimento o come l'imperatore Augusto, e vi sono
anche molte sue fotografie mentre fa la boxe, spesso a petto nudo, Se i liberali e i socialisti venivano descritti dalla
propaganda come confusionari, chiacchieroni e cerebrali, l'uomo nuovo fascista doveva essere atletico,
perseverante, pronto al sacrificio, ma anche energico, coraggioso e laconico.
Altra importante componente ideologica fu l'esaltazione della potenza e della forza della Roma imperiale, interpretata
come degna anticipatrice della gloria e dei successi fascisti. Per questo nei gesti e nel linguaggio il fascismo si volle
mostrare come il naturale continuatore della Roma antica. Mussolini era il duce, termine col quale nel mondo romano
si indicava il generale, il capo militare valoroso e trionfante in battaglia. Come segno di continuità col passato i
fascisti introdussero l'uso del saluto romano, alzando il braccio destro in alto. Anche il fascio littorio, simbolo del
Partito Fascista, veniva già usato in età romana. Si trattava di un fascio di bastoni di legno legati insieme che
rappresentava il potere dei consoli: i fasci littori erano dunque il simbolo della forza e dell'unità del popolo romano.
Nonostante questo richiamo al passato, in realtà il fascismo cercò sempre di presentarsi come movimento
utopistico, rivolto verso il futuro.

MEZZI DI COMUNICAZIONE DI MASSA AL SERVIZIO DEL REGIME


Il controllo dell'informazione fu attuato in maniera capillare. La stampa fu sottoposta a censura; i direttori di giornale
non graditi al governo furono sostituiti. Nel 1927 venne fondato un ente radiofonico, l'EIAR (antenato della RAI)
che si occupò della gestione di questo nuovo potentissimo mezzo di comunicazione. La radio si rivelò infatti uno
strumento molto efficace per la diffusione delle informazioni che il regime voleva far conoscere agli Italiani. I discorsi
di Mussolini furono ascoltati dai cittadini nei locali pubblici, nei luoghi d'incontro e nelle case proprio grazie alla radio.
Anche il cinema fu ampiamente sfruttato a fini propagandistici: dal 1926 ogni gestore di sala cinematografica fu
obbligato a proiettare i cinegiornali dell'Istituto Luce, casa di produzione cinematografica alle dirette dipendenze di
Mussolini.

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Nel 1937 fu infine istituito il ministero della Cultura Popolare (MINCULPOP) con l’obiettivo di controllare e
orientare tutti gli aspetti della vita culturale italiana.
Il progetto di rifondare la società in senso fascista si scontrò però con la radicata presenza della Chiesa cattolica.
In tante zone del paese le parrocchie erano ancora l'unico centro di aggregazione e la quasi totalità della popolazione
si dichiarava di fede cattolica. Sarebbe stato difficile per Mussolini governare contro la Chiesa ed egli optò per una
reciproca legittimazione.

LA DONNA NEL FASCISMO


Il fascismo ha cercato di valorizzare la donna come regina del focolare, quindi come madre, propaganda una donna
che rimane in casa sottomessa al marito o al padre, è vista come figlia, sorella, madre o moglie.
Se viene propagandata questa immagine della donna, durante il fascismo però, c’è anche l’età doro delle case di
appuntamento, quindi prostituzione regolarizzata. Erano attività riconosciute dallo stato, le giovani prostitute
venivano chiamate “Nave scuola”, in più i padri sfruttavano i bordelli per svagarsi.

PATTI LATERANENSI pg 262


Le gerarchie ecclesiastiche pensarono fosse giunto il momento di chiudere lo storico contrasto che aveva segnato i
rapporti tra lo Stato e la Chiesa fin dalla nascita del Regno d'Italia. Le trattative fra governo e Santa Sede
cominciarono nel 1926 e si conclusero l'11 febbraio 1929 con la firma dei Patti lateranensi (i Palazzi del Laterano
furono il luogo in cui firmarono Mussolini e il cardinale Gasparri). Il documento si componeva di tre parti:
- un trattato internazionale col quale l’italia permette e riconosce che nasca un nuovo stato rinunciando ad una
piccola parte del suo potere, ottenendo la sovranità sullo Stato della Città del Vaticano (comprendente la basilica di
San Pietro e i palazzi circostanti, si chiamano edifici extraterritoriali).
- una convenzione finanziaria che impegnava l’Italia a risarcire un'indennità al Vaticano per la perdita dello Stato
pontificio, dal 1870.
- un concordato che doveva regolare i rapporti tra lo Stato e la Chiesa: esso stabili, fra l'altro, che quella cattolica
era la religione di Stato e ne regolamentò l'insegnamento nelle scuole, riconoscendo nella dottrina cattolica il
«fondamento e coronamento» dell'istruzione pubblica. Col Concordato, inoltre, furono riconosciuti gli effetti civili del
matrimonio religioso. Alla Chiesa venne garantita libertà nell'amministrazione dei beni ecclesiastici e nella scelta dei
vescovi; questi ultimi però avrebbero dovuto ottenere il gradimento da parte del governo e giurare fedeltà allo Stato.
Vennero riconosciute, altresì, le organizzazioni dipendenti dall’Azione Cattolica, a patto che agissero al di fuori
di qualsiasi partito politico. Pio XI le espresse soddisfazione per l'accordo raggiunto, riconoscendo che era stato
nobilmente assecondato dal governo e pronunciando un giudizio su Mussolini di cui il Vaticano si sarebbe dovuto
pentire. Nel 1931, il regime tentò di esautorare completamente l’Azione Cattolica dal compito di educare i giovani.
Ma, nonostante le violenze squadriste contro le associazioni giovanili cattoliche, il fascismo non riuscì a conseguire
compiutamente questo risultato.
Nel 1984 il concordato è stato rivisto, l’ora di religione è diventata facoltativa, viene abolita la congrua statale che
veniva data ai preti, quindi vivono con quello che gli dà la chiesa. Questo contratto, che ha dato molto più consenso
alla chiesa, ha limitato il potere di Mussolini. Tra il 1946 e il 1948, quando venne scritta la costituzione in vigore,
nell’articolo 7 e 8 sono stati percepiti i patti del laterano.

8
POLITICA ECONOMICA
Si può distinguere in 2 momenti, un primo che va dal 1922 al 1926, e il secondo dal 26 in poi. gradimento da parte
del governo e giurare fedeltà allo Stato. La prima fase (1922-25) della politica economica fascista fu di stampo
decisamente liberista, sotto la guida del ministro delle Finanze Alberto De Stefani. Furono concessi sgravi fiscali alle
imprese e venne stimolata l'iniziativa privata con incentivi, fu ridotta la spesa pubblica e, grazie alla bassa
conflittualità sociale, l’Italia riuscì ad approfittare della favorevole fase di sviluppo dell'economia internazionale.
I buoni risultati raggiunti però non furono sufficienti a fermare l'inflazione e a stabilizzare la moneta, uno dei fattori
di maggior preoccupazione sia per il ceto medio risparmiatore, sia per gli investitori esteri. Così nel 1926 Mussolini
decise di cambiare linea politica: nominò ministro delle Finanze Giuseppe Volpi e impostò la nuova politica economica
sulla stabilizzazione della lira, adottando misure protezionistiche e accentuati interventi statali nell’economia. Venne
fissato l’obiettivo del cambio con la sterlina a 90 lire (nel 1925 ci volevano 150 lire per una sterlina), obiettivo
raggiunto in poco più di un anno. Un’altra importante battaglia economica è quella del 1927-28, ovvero quella per il
grano e della bonifica integrale, vuole che l’Italia sia autosufficiente nella produzione di grano. Il progetto riuscì solo
in parte, ma furono significativi gli interventi realizzati nell'Agro Pontino, dove venne costruita la città di Littorio.
Fu questo il primo passo della politica dell'autarchia che caratterizzerà il fascismo degli anni Trenta, soprattutto a
livello ideologico. La parola autarchia significa autosufficienza: l’Italia, dunque avrebbe dovuto essere in grado di
produrre autonomamente ciò di cui aveva bisogno, evitando la dipendenza dalle importazioni estere. In realtà tutte
queste misure economiche ebbero costi sociali molto alti.

CORPORATIVISMO
Per quanto riguarda i rapporti tra operai e imprenditori, il fascismo condannò lo sciopero e la lotta di classe,
abolendo anche ogni libertà di contrattazione. Nell'ottobre del 1925 i sindacati fascisti e la Confindustria
raggiunsero un'intesa che divenne poi legge nel 1926 e che prevedeva validità giuridica ai soli accordi stipulati dai
sindacati fascisti, In questo modo fu impedita l’azione sindacale a socialisti, comunisti e cattolici, ancora numerosi
nelle fabbriche. Secondo Mussolini, i datori di lavoro e i lavoratori dovevano collaborare nell'interesse della nazione.
L’ordinamento corporativo fu enunciato in modo ufficiale dalla Carta del lavoro del 1927: tutti i settori della
produzione avrebbero dovuto organizzarsi in corporazioni, ovvero organizzazioni composte da lavoratori e padroni
appartenenti allo stesso settore economico, inquadrati comunque all’interno dello Stato e soggetti a un apposito
ministero. In realtà questo ordinamento non funzionò mai e tutto si risolse unicamente a vantaggio degli imprenditori
che riuscirono a tenere basso il costo del lavoro e a influenzare le decisioni politiche.

LO STATO IMPRENDITORE
L'intervento dello Stato in campo economico divenne sempre più massiccio negli anni Trenta. Anche per fronteggiare
gli effetti della crisi economica del 1929, nel 1931 fu fondato l’IMI (Istituto Mobiliare Italiano), un istituto di credito
pubblico capace di sostituirsi alle banche nel sostegno alle industrie in difficoltà. Nel 1933, inoltre, fu creato l’IRI
(Istituto per la Ricostruzione industriale), che divenne azionista di maggioranza di banche in crisi e acquistò il
controllo di alcune grandi aziende italiane (Ilva, Terni e Ansaldo). Decine di imprese furono salvate grazie ai
finanziamenti pubblici.

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La gestione dell'IRI avrebbe dovuto essere provvisoria, in attesa di privatizzare nuovamente le imprese risanate: in
realtà, dal 1937 l’IRI divenne un ente permanente e la sua presenza era destinata a caratterizzare anche gran parte
della politica italiana del dopoguerra. Iniziò allora quella moltiplicazione degli enti pubblici che ha segnato la storia
italiana: nacquero enti assistenziali, previdenziali, mutualistici e pensionistici (INPS, Enpals, Inail ecc.).
L'amministrazione pubblica fu pervasa da una gestione pesante mente burocratica, spesso caratterizzata da una
scarsa efficienza, ma assai rilevante per forza economica e politica. L’IMI (banca dello stato) che con i soldi dello
stato presta soldi alle imprese private con tassi agevolati o a fondo perduto. L’IRI compra delle imprese fallite o
sull’orlo del fallimento, teoricamente per rimetterle in sesto e rimetterle sul mercato, praticamente se le tiene come
proprietà.

LA POLITICA CULTURALE
Mussolini si interessa di legare gli intellettuali italiani al fascismo. Nel 1926 escono 2 manifesti, quello degli
intellettuali fascisti e quello degli intellettuali antifascisti, nel primo ci sono D’Annunzio, Marinetti, Gentile,
Pirandello, Ungaretti, Marconi, Mascagni, mentre negli antifascisti Montale.
Nel 1929 fonda l’accademia d’Italia composta da questi che erano i soggetti più importanti. C'è una vera e propria
architettura fascista, come latina. A Roma Mussolini opera in modo molto forte dal punto di vista urbanistico, con
Marcello Piacentini, fa la costruzione di l’Eur (Esposizione Universale di Roma), tra i monumenti più importanti c’è il
palazzo della civiltà italiana. I 2 grandi interventi di sventramento di vecchi quartieri di Roma per costruire 2 grandi
vie sono la via dei fori imperiali, e la “spina” di borgo che viene eliminata per dare una visibilità diretta su san pietro.

POLITICA ESTERA
Alla base di tutto c’è una fortissima ideologia nazionalistica. Fino a metà degli anni 30 è una politica di vicinanza
alla Francia e all'Inghilterra. Mussolini inizia a rivendicare un grande impero coloniale per l’Italia, infatti le cose
cambiarono nel 1935, quando decise di conquistare l'Abissinia (Etiopia). Che però era protetta dall’Inghilterra, quindi
si rompe la vicinanza con l’inghilterra, in quanto l’Italia ha dichiarato guerra all’Etiopia, quindi la societa delle nazioni
impone delle sanzioni economiche in italia, così che non possa avere dei commerci all’interno della società delle
nazioni.
Il 9 maggio 1936 Mussolini annunciò la fondazione dell'Impero dell'Africa Orientale Italiana (AOI).
Queste sanzioni vengono utilizzate a scopo di propaganda per saldare ancora di più il legame tra il fascismo e gli
italiani, vengono lanciate così alcune iniziative, come “l’oro alla patria”, ovvero tutte le spose dovevano donare le
loro fedi nuziali alla patria, la regina per prima. L’altra iniziativa era il “ferro alla patria”, ovvero che bisognava
donare il ferro di cui si era in possesso alla patria. Questo serviva a rendere gli italiani compatti intorno a
Mussolini.
Nel maggio del 1936 nasce l’impero coloniale italiano, questo è l’anno di maggiore consenso verso Mussolini. L’unico
paese che nel 35/36 non colpisce l'Italia con le sanzioni, ma continua a commerciare è la Germania di Hitler.
Questo creerà una stretta alleanza tra i due, infatti viene firmato un patto d’amicizia.
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Una terza grande conseguenza, ovvero la promulgazione di una serie di leggi razziali contro gli Ebrei.

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POLITICA RAZZIALE
Si può suddividere in 3 fasi, quella prima della conquista dell’Etiopia (1), che va dal 1922 al 1936, l’applicazione delle
leggi razziali in Etiopia, che va dal 36 al 37 (2). L’ultima fase è quella della campagna contro gli ebrei (3).
Prima del 1936 l’atteggiamento di Mussolini nei confronti degli ebrei è duplice e contraddittorio, da una parte
sostiene che gli ebrei si sono sempre comportati come buoni cittadini, altre volte mette in risalto la sua critica
all’alta finanza ebraica. Queste dichiarazioni che Mussolini dà, fanno sì che in Italia si sollevi il problema della
razialità. La guerra d’Etiopia è fondamentale per la politica razzista del fascismo, infatti entra in atto una netta
separazione tra neri e bianchi in africa. Hitler invece fin dall’inizio vede la storia come un lotta di razze. Quindi
l’antisemitismo trova il suo banco di prova in questa situazione africana. Infatti si diffonde una fobia per la
contaminazione razziale, infatti era proibito il matrimonio misto. L’immagine del nero da una parte è visto come il
buon selvaggio, ma con deformazioni ingigantendo le differenze fisiche per redicolizzarli. Nel 1936-37 vengono
emanate le leggi di segregazione e di appartaid.
La campagna contro gli ebrei si può suddividere in 3 momenti;
1) propaganda nel 1937, Mussolini da il via ad un antisemitismo di stato, si da il via ad una campagna giornalistica
contro gli ebrei, una serie di intellettuali pubblica diversi testi esaltando il periodo ebraico.
2) va dal censimento degli ebrei, alle leggi fasciste contro gli ebrei, a livello di governo nel 37 si iniziano ad
elaborare leggi contro gli ebrei, nel 38 viene fatto il censimento degli ebrei, prima nelle università e più a tutti quelli
d’Italia. Esce nel luglio del 38 il “Manifesto della razza” sulla rivista “La difesa della razza”, dove si parla dell’origine
ariana degli italiani, quindi c’è una razza pura italiana che rischia di essere contaminata, e bisogna evitarlo. Su 39
milioni di italiani si scopre che ci sono 58 mila ebrei. Questo censimento sarà fondamentale quando i tedeschi
occuperanno l'Italia, in quanto sarà sufficiente cercare il censimento degli ebrei in ogni comune. Rispetto a questa
politica razziale del fascismo, ci sono 2 possibili interpretazioni, da una parte si ritiene che Mussolini abbia fatto
queste leggi per imitare Hitler qualche anno prima. La seconda è quella dello storico Collotti; in un'opera, “Il fascismo
e gli ebrei” dice che queste leggi razziali non vennero fatte per copiare la Germania, ma furono frutto di una
decisione autonoma del fascismo, perché Mussolini vuole rivitalizzare il fascismo.
3) Va dalle leggi antisemite del 1938 alla deportazione del 1943-45, Il primo di diversi “regio decreto” di
discriminazione nei confronti degli ebrei, quello del 38 è quello piu generale, quelle di settembre avevano colpito solo
la scuola (es. di Liliana Segre). La chiesa condanna queste leggi razziali, perché vuole tutelare gli ebrei convertiti al
cattolicesimo. C’è una differenza tra l’antisemitismo di sfondo razziale, quindi discrimino e perseguito gli ebrei
perché sono una razza biologicamente inferiore, l’antigiudaismo è quella forma di discriminazione su base religiosa,
ovvero la chiesa che ha perseguitato gli ebrei perché sono stati il popolo deicida. Il tutto era visto come una cosa
normale perché era sempre stato discriminato il popolo ebreo.

IL MAGISTERO MORALE DI BENEDETTO CROCE


Dal 1926 l'opposizione al fascismo divenne un reato, punito con il carcere o il confino. Per sfuggire alle
persecuzioni, molti antifascisti scelsero di emigrare, come l'ex presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti, che
si rifugiò a Parigi.
Chi rimase in Italia, nella maggior parte dei casi, si rassegnò e rinunciò a qualsiasi forma di opposizione politica. Molti
intellettuali si chiusero negli studi, sfruttando i piccoli margini di autonomia culturale ancora possibili sotto il regime.

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Un'importante eccezione fu il filosofo Benedetto Croce (1866-1952), intellettuale rispettato in tutta Europa. Il
regime fascista, per non compromettere la propria immagine internazionale, lo tollerò. Dopo un'iniziale simpatia per il
fascismo, nel 1925 Croce prese posizione contro il regime con il Manifesto degli intellettuali antifascisti, in cui
condannava l'ideologia di Mussolini.
Nonostante la dittatura, la sua rivista «La Critica» continuò a essere pubblicata per tutto il ventennio, mantenendo
viva la tradizione dell’idealismo liberale. La sua opposizione fu soprattutto morale e simbolica, con scarso impatto
politico, motivo per cui non venne repressa. Tuttavia, ebbe un grande valore etico: come scrisse Norberto Bobbio,
Croce fu «la coscienza morale dell'antifascismo italiano».

LA BREVE E INTENSA PARABOLA DI PIERO GOBETTI


Piero Gobetti (1901-1926) fu una figura unica nell'antifascismo italiano. In soli sette anni (1918-1925) fondò e
diresse tre riviste, collaborò con venti giornali, pubblicò libri, creò una casa editrice, venne arrestato due volte, subì
due aggressioni dai fascisti e infine si rifugiò a Parigi, dove morì per le conseguenze delle violenze subite.
Proveniva da una famiglia della piccola borghesia, che lui stesso definiva calvinista, caratterizzata da serietà e
dedizione al lavoro. A soli 17 anni fondò la sua prima rivista, «Energie Nove», riuscendo a coinvolgere importanti
intellettuali dell'epoca.
Secondo Gobetti, l’Italia soffriva di una debolezza storica: non aveva vissuto la Riforma protestante, e questa
mancanza aveva portato a una maturità morale, politica e civile. Anche il Risorgimento era stato un'occasione
mancata, una rivoluzione fallita perché portata avanti da pochi senza il coinvolgimento del popolo. Non si trattava
solo di cambiare la classe dirigente, ma di sviluppare una vera coscienza civile in tutti i cittadini.
Con questo obiettivo, nel 1922 fondò la rivista «La rivoluzione liberale», in cui denunciava tre grandi carenze
italiane:
→ L'assenza di una classe dirigente politica efficace.
→ La mancanza di un’economia moderna, con un’imprenditoria dinamica e lavoratori qualificati.
→ L’assenza di una cultura della libertà, che impediva una vera partecipazione politica.
Per Gobetti serviva un liberalismo autentico, non conservatore, ma capace di rispondere alle esigenze della società.
Con «La rivoluzione liberale», cercò di avvicinare il liberalismo alla lotta di classe: pur rifiutando l’economia marxista,
vedeva nei lavoratori torinesi in lotta una forza rivoluzionaria essenziale per il rinnovamento culturale del Paese.

INTERPRETAZIONE DEL FASCISMO


Il fascismo, per Croce, è una parentesi dentro quella grande marcia verso la libertà che ha caratterizzato l’italia dal
risorgimento in poi.
Gramsci (marxista) non ritiene il fascismo come un fenomeno occasionale e temporaneo, ma neanche un fenomeno
tipico della condiziona nazionale dell’Italia, per lui è il risultato della reazione della borghesia, industriale e agraria, di
fronte alla crescita delle classi lavoratrici dopo la 1° guerra mondiale.
Mentre Croce lo vedeva come un evento transitorio, Gramsci lo interpretava come un fenomeno strutturale legato
alle dinamiche del capitalismo. Gobetti scrive “La rivoluzione liberale”, tra il 22 e il 25, dove c’è una tesi opposta a
quella di Croce. Sostiene che il fascismo è l’autobiografia di una nazione, dato che si mostrano tutti i mali e i vizi
degli italiani. Questi difetti per Gobetti sono i seguenti;

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- conformismo, tendenza ad adeguarsi al potere
- autoritarismo, la propensione che gli italiano hanno nel farsi affascinare dall’uomo forte, dal leader, perché non ci
sono mai state delle vere e proprie rivoluzioni
- demagogismo, propensione a seguire più coloro che parlano alle emozioni, piuttosto che alla ragione
- trasformismo, l’italiano si adatta, e così facendo passa da una parte all’altra dal punto di vista politico
(banderuole).
Il problema è che Mussolini sarà vittima di questi 4 vizi.
Interpretazione di Hannah Arendt il fascismo va inserito nella categoria di totalitarismo, come dittatura di massa
che si basa sulla partecipazione delle masse che obbediscono e vanno guidate verso l'uomo nuovo, senza partecipare
passivamente ma attivamente.
Ogni tipo di totalitarismo si basa su 6 elementi fondamentali:
→ partito unico
→ ideologia
→ capo carismatico (culto del capo)
→ terrore
→ martellante propaganda
→ controllo dello stato sull’economia

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