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SALLUSTIO

Sallustio, nato nel 86 a.C. e attivo nella politica romana, è considerato il principale storico del declino della Repubblica, con opere come 'La guerra giugurtina' e 'La congiura di Catilina'. Le sue opere offrono ritratti memorabili dei protagonisti storici e analizzano i meccanismi del potere, evidenziando la decadenza morale della società romana. Il suo stile è caratterizzato da sintesi e incisività, utilizzando tecniche come asindeto e paratassi per creare un ritmo narrativo incalzante.

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SALLUSTIO

Sallustio, nato nel 86 a.C. e attivo nella politica romana, è considerato il principale storico del declino della Repubblica, con opere come 'La guerra giugurtina' e 'La congiura di Catilina'. Le sue opere offrono ritratti memorabili dei protagonisti storici e analizzano i meccanismi del potere, evidenziando la decadenza morale della società romana. Il suo stile è caratterizzato da sintesi e incisività, utilizzando tecniche come asindeto e paratassi per creare un ritmo narrativo incalzante.

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SALLUSTIO

LA VITA
Sallustio nacque nell’86 a.C. Ad Amiterno piccola città della Sabina, da una famiglia agiata.
Successivamente si trasferì a Roma e offrì alla politica tutto il suo tempo. Fin dal principio
lo vediamo intento a cercare onori nel partito dei populares. Egli era una persona che
sapeva unire la militanza politica alla solida cura dei propri interessi. Devoto seguace di
Cesare, si scontrò con l’aristocrazia e in particolare con Cicerone. Nel 52 a.C. divenne
tribuno della plebe e in quell’anno fu coinvolto nel più noto episodio di violenza politica
dell’epoca. In quell’anno, Clodio fu ucciso durante un tumulto in cui le sue squadre si
erano scontrate con quelle di Milone. Sallustio colse l’occasione per aizzare la plebe con
discorsi violentissimi in cui accusò Milone. Fu celebrato il processo contro quest’ultimo, di
cui proprio Sallustio fu l’accusatore, mentre Cicerone difendeva l’imputato. A vincere fu
Sallustio mentre Milone venne esiliato. Sallustio nel 50 a.C. venne inviato in Siria come
propretore ma al ritorno fu accusato di corruzione e di conseguenza venne espulso dal
Senato. Nel 49 a.C. fu mandato a comandare una legione in Illiria, ma venne sconfitto.
Successivamente la vittoria nella guerra civile con Pompeo, Cesare fece reintegrare
sallustio nell’ordine senatorio. Nel 47 fu inviato in Campania per sedare la ribellione di due
legioni ma fallì. Nel 46 a.C. in qualità di pretore, venne destinato a governare la nuova
provincia della Numidia e in questo periodo si arricchì particolarmente. Nel 44 a.C. Cesare
fu assassinato, e questa fu davvero la fine della carriera politica di Sallustio. Egli sfruttò le
grandi ricchezze ottenute precedentemente e si dedicò all’otium e all’attività di letterato.
Sallustio era un collezionista d’arte. Possedeva una favolosa villa a Roma circondata da un
immenso parco, Horti Sallustiani e un’altra nei pressi di Tivoli. Egli morì nel 35 a.C.

LO STORICO DEL DECLINO REPUBBLICANO


Sallustio è considerato il principale storico di epoca repubblicana. Quest’uomo di grande e
diretta esperienza politica fu il memorialista del declino della Repubblica. Egli conosceva
dall’interno i meccanismi del potere. Catone il censore, scrivendo la sua opera storica,
aveva omesso i nomi dei generali e dei consoli: secondo lui i successi spettavano alla
collettività. Sallustio si colloca sul versante opposto della storiografia: la storia per lui è
creata dai suoi protagonisti. Egli non fu uno storico di professione ma soprattutto un
narratore. La sua opera è un manuale dell’ambientazione politica, in cui operano i
protagonisti della storia romana, dei quali Sallustio offre ritratti memorabili. Un esempio è
la descrizione di Catilina. Sallustio non si dedicò a opere di ampio respiro, e neppure fu il
cantore della Repubblica. Egli si abbandona a tirate memorialistica sulla decadenza dei
costumi: il che sarebbe contraddittorio, in un uomo spregiudicato come lui, a meno che la
sua esperienza politica non l’avesse portato alla disillusione sull’umanità e sulla vita
pubblica. Quest o almeno è quanto afferma nel proemio del De Catilinae coniuratione.
Ritirandosi a vita privata, Sallustio si presenta come un uomo ormai purificato dalle
ambizioni e dedito alla scrittura. Egli volle essere lo storico di una crisi. Aveva visto da
vicino il processo di trasformazione dello stato: quando arrivò a Roma dominava Silla, poi
Cesare e più tardi Ottaviano. Quello che caratterizza la sua interpretazione della storia è la
costatazione dei nuovi equilibri di potere. L’opera di Sallustio è animata da una
disincantata visione della natura umana e dall’ambizione. All’inizio della Guerra
giugurtina egli esprime le sue idee sulle ragioni che governano l’uomo nella storia. Se si
segue la virtù, non c’è bisogno della fortuna. Ma, se si lasciano emergere gli istinti più
bassi, si sprofonda nei vizi e la rovina è inevitabile. Le sue opere sono monografie storiche,
ma allo stesso tempo anche biografie. Di Sallustio si conservano due opere: la guerra
giugurtina e la congiura di Catilina. Entrambe raccontano storie torbide: una guerra
contro un principe africano e un fallito colpo di stato. Due episodi abbastanza marginali,
ma appunto per questo utili allo storico per analizzare i giochi di poteri di Roma. Sallustio
nella prima descrive il momento in cui la superbia dell’aristocrazia fu sfidata
dall’ambizione di un homo novus (Gaio Mario). La congiura di Catilina mostra come il
predominio aristocratico fosse in realtà fragile, perché all’interno del sistema politico
repubblicano covavano i germi della ribellione e del disordine. Di una terza opera, le
Storie, restano vari frammenti. Si proponeva di raccontare anno per anno le vicende di
Roma dal 78 a.C. al 67 a.C. Si continuava l’opera di Sisenna secondo la tradizione di
iniziare il racconto nel punto in cui era terminata l’opera di un predecessore. Quest’opera
doveva fungere da raccordo tra le monografie sulla guerra giugurtina e sulla congiura di
Catilina, ma rimase interrotta. Infine si tramandano due lettere a Cesare la cui autenticità
è molto contorta.

LA CONGIURA DI CATILINA
Il De Catilinae coniuratione racconta un fallito colpo di stato che accadde nel 63 a.C.
questo episodio fu tramandato sia da Sallustio che da Cicerone. Sallustio scrisse l’opera fra
il 43 e il 42, in cui Cicerone è descritto in termini favorevoli, ma il vero protagonista è il
rivale Catilina. Al centro dell’opera si trova un grande aristocratico roso dall’ambizione e
disposto a tutto. Il ritratto di Catilina è un ritratto di un tiranno da tragedia: una
personalità straordinaria, ma tutta volta al male. Non c’era vizio a cui non si fosse
dedicato. I suoi amici erano il marciume di Roma. Roma viene descritta come una città in
piena decadenza morale: subito dopo il ritratto di Catilina, in un breve excursus sull’antica
storia romana, Sallustio celebra la virtus repubblicana e i costumi di una città onesta.
Catilina tentò di raggiungere il consolato attraverso regolari elezioni, ma fu sconfitto due
volte. Catilina iniziò a organizzare il colpo di stato. Le ragioni di scontento sociale erano
molte, e gli oppositori avevano poche possibilità di far sentire la propria voce: la loro
criminalizzazione tende a metterne in ombra le motivazioni. Catilina si fece interprete di
un diffuso disagio in Italia. I suoi seguaci appartenevano a vari strati sociali in difficoltà.
Catilina era mosso da una possente ambizione personale, ma la sua congiura rischiava di
demolire gli equilibri di potere. Questa congiura rappresentò un pericolo nuovo e
gravissimo per lo stato perché maturata al suo interno. Sallustio stesso lascia intendere
che dietro Catilina vi erano altre persone. Egli forse fu anche manovrato da persone che
rimasero nell’ombra in attesa dello sviluppo della situazione. I risvolti oscuri sono destinati
a rimanere tali; certo è che la ferma e abile reazione di Cicerone stroncò in modo
definitivo le trame, Catilina rimase isolato. Era più un agitatore politico che un uomo di
stato. Catilina progettò di assassinare i consoli e arruolare un esercito per attaccare la città
all’esterno. Mandò agitatori nelle province. A questi piani ambiziosi corrispose
un’organizzazione incauta. I congiurati furono imprudenti e lasciarono filtrare i sospetti,
che giunsero così alle orecchie di Cicerone, il quale aveva i suoi informatori. Nel complotto
erano coinvolte anche donne: Sempronia, donna colta e risoluta e Fulvia, informatrice di
Cicerone e ottenne informazioni sulla congiura dal suo amante. Cicerone si fece dare i
pieni poteri, Catilina si diede alla fuga e raggiunse in Etruria i ribelli che i suoi emissari
avevano raccolto. L’errore decisivo dei congiurati fu di rivolgersi a una delegazione di
Allobrogi. Si rivolsero a loro per avere soccorso militare ma i legati allobrogi scelsero di
rivelare il fatto a Cicerone. La plebe si distaccò dal partito dei ribelli, e i capi della congiura
furono arrestati. Dopo un dibattito in senato, essi furono giustiziati. Gli ultimi capitoli di
Sallustio corrono tesi e drammatici verso l’esito finale. Catilina tentò il tutto per tutto e
schierò il suo esercito contro quello regolare. La battaglia fu ferocissima, ma i ribelli
furono annientati. Catilina piuttosto che farsi catturare, si buttò nella folla di nemici e si
fece uccidere. Il De Catilinae coniuratione si concentra su un solo evento; questo consente
a Sallustio la sintesi e il chiaroscuro con cui descrive personaggi e vicende. Il racconto
procede a sbalzi, è coinciso e percorso da scene drammatiche, quasi teatrali. A volte il
testo è arricchito da discorsi, o riflessioni etiche e politiche sulla storia di Roma. Sallustio
arriva a tracciare un quadro lucido e spietato della società romana.

BELLUM IUGURTHINUM “LA GUERRA GIUGURTINA”


Giugurta era un barbaro, un uomo assetato di sangue e un grande corruttore. Il Bellum
Iugurthinum fu scritto fra il 42 e il 41 a.C. si muove su un duplice piano. Da un lato ci sono
le battaglie tra le legioni romane e i cavalieri nomadi del deserto, dall’latro la lotta politica
che si svolge a Roma tra l’aristocrazia dominante e gli homines novi. Dietro di questi c’è
una plebe pronta ad infiammarsi. La vicenda si svolse tra il 112 e il 105 a.C. in Numidia.
Questo territorio era controllato indirettamente da Roma attraverso il re Massinissa.
Dopo la sua morte il regno passò a suo figlio Micipsa. Dopo di lui il regno venne diviso fra i
3 eredi, i figli Aderbale e Iempsale e il figlio adottivo Giugurta. Egli aveva combattuto
valorosamente nell’esercito di Scipione Emiliano. Giugurta assassinò subito Iempsale,
Aderbale allora si rivolse a Roma ma Giugurta corruppe un certo numero di senatori e
ottenne l’impunità e si impadronì della parte più importante del regno. Egli poco dopo
assalì Aderbale, mise in fuga il suo esercito e lo costrinse a rifugiarsi nella città di Cirta. Al
nuovo appello di Aderbale, da Roma arrivò una missione che chiese a Giugurta di ritirarsi:
la missione ripartì tuttavia senza aver concluso nulla. Giugurta continuò l’assedio e fece
morire Aderbale tra atroci torture, mentre gli abitanti furono massacrati. Roma fu
chiamata a vendicare i suoi cittadini, la plebe e il ceto dei cavalieri ottennero che
finalmente l’esercito partisse per l’Africa. Giugurta inviò i suoi emissari a offrire nuovo
denaro a tutti quelli che lo accettassero, poi si recò lui stesso a Roma per spiegare le sue
ragioni, ripartì non prima di aver fatto morire suo cugino Massiva. I soldati romani
gettarono le armi davanti al nemico. Finalmente venne mandato a dirigere le operazioni il
console Cecilio Metello. Iniziò una guerra vera. Giugurta trovò rifugio presso il suocero
Bocco, re di Mauretania. A questo punto compare in scena il vero vincitore: Gaio Mario.
Egli era un homo novus, mosso dalla sua ambizione, ottenne da Metello il permesso di
andare a Roma per le elezioni consolari, le vinse e tornò in Africa con un nuovo esercito.
Mario arruolò in massa i suoi elettori, i capite censi, la classe più povera dei cittadini. Li
addestrò e ne fece un esercito efficiente, da quel momento in poi l’esercito divenne un
esercito di professionisti della guerra. Mario incalzò Giugurta e Bocco, il quale alla fine
consegnò il genero ai Romani in cambio di condizioni favorevoli di pace. Il protagonista
delle trattative tra i Romani e Bocco è Lucio Silla, il futuro rivale di Mario. La fine della
guerra Giugurtine vide Giugurta portato a Roma in catene. Un anno dopo fu giustiziato in
carcere. Nel 105 le popolazioni germaniche dei Cimbri e dei teutoni invasero la Gallia. Il
pericolo minacciava l’Italia: così Mario fu mandato a combatterli.

LE ALTRE OPERE DI SALLUSTIO


Le Historiae furono composte a partire dal 39 a.C. ed erano divise in 5 libri che
comprendevano gli eventi dal 78 al 67 a.C. proseguendo l’opera di Lucio Cornelio Sisenna.
L’opera fu interrotta dalla morte dell’autore; ne restano pochi frammenti (4 discorsi e 2
lettere). Il passo più significativo delle Historiae è una presunta lettera di Mitridate, re del
Ponto, al re Arsace, in cui si propone un’alleanza contro Roma. I romani sono descritti
come una potenza aggressiva. A Sallustio sono attribuite anche 3 opere brevi non
autentiche: una Invectiva in Ciceronem (esercitazione di scuola) e 2 Epistulae ad
Caesarem (consigli sul rinnovamento dello Stato)

LO STILE DI SALLUSTIO
Lo stile di Sallustio era eccezionale. I tratti peculiari del suo stile sono: la brevitas, capacità
di sintetizzare concetti e idee, la variatio, rifiuto di creare strutture regolari e simmetriche,
la gravitas, l’uso di espressioni severe e arcaiche e l’inconcinnitas, l’asimmetria, rifiuto di
periodi ampi. Uno degli strumenti principali con cui Sallustio realizza la brevitas è l’uso
dell’asindeto e della paratassi, entrambe forme stilistiche che abbreviano il periodo
offrendo un ritmo incalzante. La paratassi consente di condensare il racconto, facendolo
procedere come per balzi. La variatio si ottiene passando da un genere all’altro, dal
singolare al plurale, accostando presente e perfetto, spostandosi dal concreto
all’astratto. L’effetto è di rompere la simmetria della frase. Sallustio ama anche l’uso
dell’antitesi e della climax. Predilige le figure di stile adatte a creare sorpresa e
dissimmetria. Infine la gravitas viene realizzata attraverso l’impiego di arcaismi. A fare di
Sallustio un grande artista della storia contribuì quindi anche la sua consapevolezza
stilistica.

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