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ORAZIO

Orazio, nato nel 65 a.C. a Venosa, è un poeta lirico noto per la sua personalità equilibrata e il suo uso della poesia come messaggio di saggezza. La sua opera include Satire, Epòdi, Odi e Epistole, caratterizzate da un linguaggio raffinato e una critica ironica dei vizi umani. Orazio si distinse per la sua amicizia con Mecenate e Virgilio, contribuendo al progetto culturale di Augusto, e le sue Odi sono considerate un capolavoro della letteratura mondiale.

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ORAZIO

Orazio, nato nel 65 a.C. a Venosa, è un poeta lirico noto per la sua personalità equilibrata e il suo uso della poesia come messaggio di saggezza. La sua opera include Satire, Epòdi, Odi e Epistole, caratterizzate da un linguaggio raffinato e una critica ironica dei vizi umani. Orazio si distinse per la sua amicizia con Mecenate e Virgilio, contribuendo al progetto culturale di Augusto, e le sue Odi sono considerate un capolavoro della letteratura mondiale.

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ORAZIO

LA VITA
Dai suoi versi emerge la personalità di un uomo bonario ed equilibrato. Era una persona di
carattere gioviale, con un grandissimo senso dell'amicizia. La poesia di Orazio riflette il suo
carattere: la sua forza sta nella capacità di utilizzare la poesia come messaggio di sapienza
e di equilibrio morale. Quinto Orazio Flacco nacque l'8 dicembre del 65 a.C. a Venosa, una
piccola città al confine tra Lucania e Apulia; era figlio di un liberto. Suo padre aveva
conosciuto la schiavitù poi era diventato un banditore nelle pubbliche aste. Orazio fu
sempre grato a questo genitore, che aveva duramente faticato per dare al figlio la migliore
educazione possibile. Il padre non volle che il figlio frequentasse le scuole cittadine a
Venosa così si trasferì a Roma con il figlio non lesinando le spese per farlo studiare. Il
ragazzo fu mandato a studiare dal maestro Orbilio. Il poeta lo ricorda come “il manesco
Orbilio”, un grammatico pedante che usava la verga sui discepoli. Orazio era piccolo di
statura e grassottello: Augusto scherzava con lui sul suo aspetto. Orazio andò a studiare
filosofia ad Atene. Nel frattempo iniziò la guerra tra i triumviri e i cesaricidi; Orazio si
entusiasmò per gli ideali repubblicani e si arruolò nell'esercito di Bruto. Divenne tribunus,
cioè comandante di un'intera legione; nella battaglia di Filippi, Bruto e Cassio morirono e
Orazio si salvò con la fuga. Tornato a casa dopo l'amnistia concessa ai repubblicani, si
trovò in difficoltà: il padre era morto e i suoi beni erano stati confiscati. Per mantenersi si
procurò un impiego pubblico e intanto proseguì la sua attività poetica. A questo periodo
risalgono la sua “conversione” all'epicureismo e l'incontro con Virgilio. Il colpo di fortuna
avvenne nel 38 a.C. In quell'anno Virgilio lo presentò a Mecenate: Orazio fu un po'
impacciato ma nove mesi più tardi Mecenate lo richiamò e gli chiese di entrare nella sua
cerchia. Mecenate gli regalò un piccolo podere in Sabina, dove Orazio soggiornava spesso
con grande gioia, continuando però a vivere a Roma. Mecenate era il patronus, Orazio un
suo cliens; tuttavia, questo legame si trasformò in un'amicizia fortissima. Orazio rifiutò
anche l'invito di Augusto di diventare suo segretario. L'amicizia fu davvero la luce della vita
di quest'uomo, che non si sposò mai: i suoi affetti furono Virgilio, Mecenate e il circolo di
amici e di letterati. Orazio diede il suo contributo al progetto culturale di Augusto, e
compose odi celebrative sull'imperatore (le cosiddette “odi romane”,). Nel 19 a.C. morì
Virgilio. Perciò nel 17 a.C. fu affidato a lui l'incarico di comporre un canto celebrativo (il
Carmen saeculare). Mecenate morì nell'8 a.C. Orazio seguì presto il suo amico, e morì due
mesi dopo.

LE OPERE
Orazio fu essenzialmente un poeta lirico propenso a forme più brevi di espressione
poetica. La sua produzione si estese dalla giovinezza agli ultimi anni di vita. Le sue opere
sono:
 le Satire in due libri: il libro I di dieci composizioni, pubblicato fra il 35 e il 33 a.C. il
libro II, contenente otto satire, nel 30 a.C.
 gli Epòdi: diciassette composizioni pubblicate nel 30 a. C.
 le Odi: 103 componimenti più il Carmen saeculare, in quattro libri, di cui tre
pubblicati nel 23 a.C. e un quarto verso il 13 a.C.
 le Epistole, in due libri: il libro I, pubblicato nel 20 a.C., contiene venti composizioni,
il libro II, in realtà pubblicato postumo, ne contiene solo due, composte fra il 20 e il
13 a.C., più l'Ars poetica

ORAZIO E LA SATIRA
“La satira è roba nostra” scrive Quintiliano, il cui fondatore era stato Lucilio. Il nome è da
collegare con satura lanx, un piatto di primizie varie, offerto agli dèi; questo perché le
saturae erano composizioni in metri differenti e trattavano di svariati argomenti. Satire
letterarie furono composte da Ennio e Pacuvio ma l’uomo a cui si deve la vera
trasformazione fu Lucilio. Dopo di lui, la satira assunse il valore che poi ebbe sempre in
autori successivi, vale a dire la critica dei costumi e dei vizi altrui in forma burlesca. Orazio
aveva come riferimento e modello Lucilio, che però considerava poeta aspro e trascurato
nella forma. Orazio si preoccupa di cercare anche un modello greco alla satira, e lo trova
nella commedia. Certo, l’impostazione soggettiva discosta la satira dal teatro, ma comune
appare l’attacco aggressivo e personale. Oltre alla Commedia Antica greca e alla satira di
Lucilio, dietro questo genere letterario si può individuare la diatriba cinico-stoica, cioè una
composizione di carattere moralistico e di stile giocoso. In Orazio la satira è una
composizione in esametri, di carattere serio-giocoso, destinata a mettere in ridicolo i vizi
privati delle persone ma senza odio e astio. Il fine dichiarato è la critica dei vizi o forse dei
difetti. Non è per moralismo o disprezzo dell’umanità che Orazio deride i vizi umani, ma
perché essi impediscono a chi li pratica di raggiungere la consapevolezza di sé e quindi la
felicità. Orazio in verità non voleva cambiare l’uomo. Il carattere delle Satire è un
umorismo sottile, che fa sorridere, per l’ironia con cui Orazio sa vedere i personaggi
attraverso versi levigati e impeccabili. Mancano le grandi passioni e non è un caso, perché
Orazio vuole trasmettere un messaggio di saggezza ed equilibrio, attraverso un’esortazione
alla moderazione: le passioni poco si addicono a un saggio. Solo nella moderazione un
uomo trova la pace. È una morale del privato, Orazio attinge alla dottrina
dall’epicureismo: vivere nascostamente, facendo della propria esistenza un rifugio calmo
e sereno. Orazio non predica un totale abbandono del mondo; piuttosto, è in un equilibrio
tra pubblico e privato, tra otium e negotium. Le Satire sono scritte in un linguaggio
colloquiale. Orazio rivendica il carattere elitario della sua opera, destinata a una cerchia di
persone raffinate. I suoi versi non erano recitati pubblicamente ma circolavano presso
gruppi ristretti. Orazio condivideva con loro il culto della forma e della raffinatezza;
scriveva e riscriveva i versi sino a raggiungere la perfezione. Uno dei messaggi
fondamentali appare già primi versi della prima satira: Ognuno invidia l’altro. Felice è solo
l’uomo sapiente che conosce sé stesso. Questi ideali erano propugnati dalla filosofia, che
predicava la “misura” nella vita e l'autosufficienza del saggio. Le Satire sono una continua
esortazione alla moderazione e alla saggezza, e un compatimento per chi non capisce
quale sia la via giusta. Tuttavia Orazio non è un piatto moralista. Quello che lo interessa è il
vizio, e in particolare cogliere l’aspetto ridicolo di chi è vittima dei suoi eccessi; solo le
persone un po’ esagerate, diverse e abnormi sono interessanti per l’artista. I personaggi su
cui si fissa l’interesse di Orazio sono coloro che consentono di accendere l’umorismo. Le
Satire sono una piccola commedia di costume, che si segnala per la varietà delle forme e
dei contenuti e per la capacità di proporre bozzetti di vita quotidiana. Per quanto riguarda
la forma, ci sono satire completamente narrative, altre completamente dialogate. Altre
mescolano parti narrative e dialogate. Tra i due libri di satire, si nota un mutamento di
tono: il primo ha maggiore inventiva, il secondo è più meditativo, e Orazio rinuncia alla
prima persona per sviluppare il suo discorso in forma indiretta. Il primo libro è spesso in
prima persona, il secondo passa alla terza.

GLI EPODI
Gli epòdi sono composizioni in metro giambico. La struttura prevede coppie di versi, dei
quali il secondo è più breve del primo. I diciassette epòdi oraziani furono composti tra il 42
e il 30 a.C.; i più antichi appartengono alla fase giovanile. Gli Epòdi rivelano una seconda
faccia del poeta: più aggressiva e “arrabbiata” e sembrano rivelarne la delusione verso
una realtà, politica e personale, davanti alla quale i suoi ideali si erano infranti. Il carattere
sarcastico si può individuare nel fatto che Orazio riprende non solo la metrica, ma anche il
contenuto e i temi dei poeti arcaici greci, Archiloco e Ipponatte, autori di epòdi di tono
violento e aggressivo. Gli Epòdi si caratterizzano per una maggiore varietà di contenuti, ma
soprattutto per la rinuncia a ogni intento moraleggiante; il poeta non vuole indicare il
giusto mezzo. Si tratta di composizioni brevi. A volte i versi sono violenti, tanto da
ricordare certi eccessi verbali di Catullo. La raccolta si apre con un augurio
d'accompagnamento per un viaggio in mare dedicato a Mecenate. Il secondo epòdo è
costruito su un colpo di scena finale: un ignoto personaggio tesse un appassionato e dolce
elogio della semplice vita dei campi. Peccato che alla fine si scopra che a pronunciare
quest'elogio è un personaggio torbido, Alfio, che si rode a escogitare come i suoi soldi gli
renderanno di più. Altri epòdi hanno un carattere di attacco più marcatamente personale:
il decimo è una maledizione contro un certo Mevio, un poetastro pieno di ambizioni e
povero di talento; due scherniscono la fattucchiera Canidia; altri due sono deprecazioni
contro le guerre civili.

ORAZIO E LA LIRICA
LE ODI: UNA RACCOLTA LUNGA QUANTO LA VITA
Le Odi tradiscono uno stile poetico assolutamente originale. Orazio era pienamente
convinto del grande livello della sua poesia lirica. Della sua opera manifesta a più riprese
un'orgogliosa coscienza: si definisce vates o persino Musarum sacerdos, “sacerdote delle
Muse”. Si può dire che Orazio esprimeva la consapevolezza della sua arte. E del resto
aveva ragione: le odi oraziane restano tuttora uno dei punti di riferimento della
letteratura mondiale. Le Odi nacquero nel corso del tempo. Sono raccolte in quattro libri,
pubblicati in tempi diversi: i primi tre insieme nel 23 a.C., l'ultimo nel 13 a.C. Anche per le
Odi il modello è greco, e si riconduce ai lirici arcaici di Lesbo, Alceo e Saffo. Orazio prese i
metri e li adattò mirabilmente alla poesia latina, usando ben 19 metri lirici differenti. C'è
una differenza fondamentale: i versi di Alceo e Saffo erano stati composti per essere
cantati, quelli di Orazio per essere letti. Si nota una continuità di fondo: una concezione
della vita che pone in primo piano l'equilibrio, oltre che la necessità di godere degli istanti.
La novità è una più ampia libertà di espressione della soggettività e una lingua più alta e
raffinata: Orazio evita il monologo interiore e introduce il colloquio con un destinatario
reale. Il punto di vista è comunque quello di Orazio. Le Odi sono un capolavoro per il loro
stile cristallino ed elegante, per una scelta esatta delle parole e delle immagini, per la
capacità di condensare in pochi versi un messaggio complesso. Le odi rappresentano un
momento più elevato, non solo per il fatto che nelle Odi è serio; si avverte soprattutto
l'apertura verso un atteggiamento esistenziale molto più vario. Il principio fondamentale
delle Odi è quello dell'equilibrio; anche emozioni e sentimenti sono tradotti in una forma
elegante ed equilibrata. Se per poesia lirica s'intende l'espressione di sentimenti ed
emozioni contraddittorie allora possiamo considerare Orazio molto meno “lirico” di
Catullo; ma per gli antichi la capacità di tradurre qualsiasi concetto ed emozione in forme
eleganti e nitide era la virtù suprema, e in questo senso il risultato raggiunto dalla lirica
oraziana può dirsi esemplare. Dietro questa perfezione delle forme si coglie qualcosa di
sfuggente e lo sforzo di Orazio è appunto quello di trasformare in parole e pensieri le sue
sensazioni, eliminando quel surplus di emotività. Insomma emerge un certo tormento
interiore che filtra anche sotto la forma perfettissima.

LE ODI: IL CULTO DEI MODELLI E LA TECNICA COMPOSITIVA


L'equilibrio tra forma e contenuto è la radice estetica di ciò che è “classico”. Un altro
aspetto che lega il poeta al modo di pensare classico è il rispetto della tradizione: Orazio
s'inserisce in una tradizione letteraria in cui il culto dei modelli è fondamentale. Le Odi di
Orazio sono un tessuto continuo di richiami e allusioni ai poeti precedenti, riscritti con una
particolare e nuova sensibilità: se Orazio esprime il suo “io” nelle Odi, non lo fa da
individualista, ma portando con sé il bagaglio delle sue letture. Il pubblico che lo leggeva
era ugualmente colto e raffinato; il piacere di riconoscere in un testo richiami ad altri
componimenti è uno dei principi fondamentali di questa fruizione poetica. Tutto si
compone secondo una linea armonica.

LE ODI: I TEMI
Gli argomenti delle Odi sono vari: l'amore, la natura, la gioia del vino. Il tema dell'amore è
assai diffuso; Orazio, non canta una sola donna e una sola storia d'amore ma situazioni
isolate, in cui compaiono tanti quadretti di donne. Tanti amori diversi, nessuno profondo
o disperato, come quello di Catullo per Lesbia. Un altro filone di canti è quello simposiale:
poesie per il banchetto, la lode della convivialità, gli amici; spesso, s'insinuano scene
galanti o riflessioni morali. Le prime sei odi del libro III trattano invece tematiche civili e
politiche: sono le cosiddette “odi romane”, volte a glorificare i valori perenni della
Romanitas. In quest'ottica va vista una composizione unica nel suo genere: il Carmen
saeculare commissionato a Orazio nel 17 a.C., epoca in cui egli era riconosciuto come il
maggiore poeta vivente. In quell'anno Augusto organizzò i ludi Saeculares, per celebrare i
fasti di Roma: era una festa che veniva tenuta per solennizzare la fine di un saeculum e
l'inizio del successivo, cioè circa ogni centodieci anni. In quella circostanza tra le altre
celebrazioni un coro di ventisette ragazzi e ventisette ragazze cantò il carme celebrando
appunto le due divinità palatine (Apollo e Diana), ma anche, tutti gli dèi protettori e la
gloria di Roma.

LE EPISTOLE
IL PRIMO LIBRO DELLE EPISTOLE
Le Epistole, in due libri, proseguono tematiche già presenti nelle Satire. Orazio le
concepisce come lettere fittizie, in esametri, indirizzate a destinatari reali. La concezione
di una raccolta completa di epistole poetiche costituisce una novità. L'affinità di Epistole e
Satire è testimoniata dal fatto che Orazio estende a questo nuovo genere poetico la
definizione di sermones, “conversazioni”. Esse hanno tuttavia un tono complessivo
differente, privo della scanzonata vitalità delle Satire e ogni tanto velato di una sottile
malinconia, e impiegano un linguaggio più elevato. Le Epistole sono un'opera della
maturità. Il libro I, che contiene venti componimenti, fu pubblicato nel 20 a.C.; nel libro II
furono raccolte, dopo la morte del poeta, tre epistole di argomento letterario. Anche in
questa raccolta di poesie il contenuto è vario: vi sono composizioni d'occasione indirizzate
ad amici; altre epistole hanno un contenuto morale; altre ancora sono esortazioni. Il tono
è intimo, come accade tra amici, e ciò che attraversa le varie composizioni è lo stesso
ideale di sapienza e moderazione: godere la vita istante per istante. Gli dèi possono dare e
togliere i beni esteriori, ma quelli dell'anima no. Solo il saggio è felice. Con questo pensiero
Orazio gioca in varie epistole, spesso scherzosamente: ma la vera essenza della vita sfugge
a tutti. Con le Epistole Orazio inventa un genere letterario, che sta tra l'epistolografia reale
e l'autobiografia poetica. Del resto, le Epistole sono conversazioni solo in apparenza
intime e personali (ma in realtà rivolte al pubblico dei lettori). Emergono anche aspetti
della vita dei personaggi della Roma di Orazio: in particolare, l'ambiente dei letterati vale a
dire la classe dirigente. Sono poi anche una sorta di autobiografia spirituale: in queste
composizioni Orazio finisce per offrire un quadro dei suoi soggettivi stati d'animo.

IL SECONDO LIBRO DELLE EPISTOLE


Il libro II delle Epistole fu pubblicato solo per raccogliere tre epistole di argomento
letterario: l'epistola a Floro (20-18 a.C.), l'epistola ad Augusto (13 a.C.), e quella Ad
Pisones, meglio nota come Ars poetica.
L’ARS POETICA: MODELLI E TRADIZIONI
Il più antico e prestigioso modello cui si ispira l'Ars poetica fu la Poetica di Aristotele. L'Ars
Poetica non è poesia vera e propria; è, piuttosto, un discorso teorico sviluppato in
esametri. La fonte dell'Ars Poetica fu l'opera di Neottolemo di Pario, dal quale attinse
l'impianto teorico del suo componimento. Dalla scuola aristotelica discendono, alcune idee
estetiche fondamentali: in primo luogo, il concetto dell'unità dell'opera d'arte, che deve
essere ben concepita perché bisogna in ogni modo perseguire l'equilibrio e l'armonia. La
forma per Orazio deve essere nitida, precisa, rispondente a un equilibrio, capace di
comunicare bene, ma in modo lineare. Per questo anche lo stile dev'essere conveniente al
genere letterario, per cui un argomento elevato richiede uno stile sublime e uno modesto
uno stile umile. Altro principio del classicismo affermato nell'Ars Poetica è il rispetto
normativo della tradizione: l'importante è dire cose vecchie come se fossero nuove, e se,
con un inaspettato accostamento, questo serve a conciliare la forza dell’inventiva poetica
con il rispetto della tradizione, poiché il poeta deve unire l'ingenium (ispirazione naturale)
con l'ars (la tecnica). Orazio pensava che l'arte fosse essenzialmente un'imitazione della
realtà e che perciò tra le varie forme d'imitazione la più perfetta fosse il teatro, in
particolare quello tragico. Un presupposto su cui Orazio insiste è che la letteratura ha sì il
fine di divertire e di commuovere, ma anche di educare: egli dunque sosteneva
l'importanza della funzione educativa della letteratura. Essa è percorsa da immagini,
piccoli racconti, cambi di ritmo nel discorso. A volte, anche da divagazioni che
alleggeriscono l'aridità della materia.

LO STILE DI ORAZIO
In Orazio c'è sempre il rifiuto dell'ispirazione e della poesia intesa come illuminazione
improvvisa dell'anima, che si esprime spontaneamente in versi poco raffinati; i due aspetti,
ingenium e ars, devono essere sapientemente combinati. Le sue composizioni sono
lavoratissime dal punto di vista formale e appaiono come il risultato di un minuzioso labor
limae (“lavoro di cesello”) Anche nello stile Orazio è un poeta sfuggente; i suoi versi sono
perfetti tecnicamente ma sotto questo manto di perfezione si percepisce una sottile
inquietudine, un’ambiguità di fondo. Mentre lo stile di Virgilio procede sostanzialmente
unitario, quello di Orazio si modifica a seconda delle composizioni. In generale lo stile di
Orazio è di una straordinaria trasparenza e di un perfetto equilibrio; un aspetto in cui è
maestro è la collocazione delle parole. Una speciale attenzione è rivolta al risparmio delle
parole: pochi aggettivi, nessuno che non sia necessario, sinteticità, scelta di un linguaggio
“lirico”, cioè suggestivo ed evocativo.

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