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Feuerbach e Marx

Il documento analizza la distinzione tra Destra e Sinistra hegeliana, evidenziando le differenze di approccio alla religione e alla filosofia tra i discepoli di Hegel. Ludwig Feuerbach emerge come figura centrale della Sinistra, criticando la religione come proiezione delle qualità umane e proponendo un umanesimo naturalistico. Karl Marx, influenzato da Hegel e Feuerbach, sviluppa una critica allo Stato moderno e all'economia borghese, evidenziando il concetto di alienazione del lavoratore nel contesto capitalistico.

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Feuerbach e Marx

Il documento analizza la distinzione tra Destra e Sinistra hegeliana, evidenziando le differenze di approccio alla religione e alla filosofia tra i discepoli di Hegel. Ludwig Feuerbach emerge come figura centrale della Sinistra, criticando la religione come proiezione delle qualità umane e proponendo un umanesimo naturalistico. Karl Marx, influenzato da Hegel e Feuerbach, sviluppa una critica allo Stato moderno e all'economia borghese, evidenziando il concetto di alienazione del lavoratore nel contesto capitalistico.

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LA DESTRA E LA SINISTRA HEGELIANA

Alla morte di Hegel (1831) si fece ancora più marcata la distinzione tra i suoi
discepoli: i “vecchi hegeliani” ovvero la generazione più anziana, e i “giovani
hegeliani”, ovvero coloro che erano nati dopo il 1800. I filosofo tedesco David
Strauss denominò queste correnti come “Destra” e “Sinistra” hegeliana.

Conservazione o distruzione della religione?


Queste due correnti assumevano un atteggiamento differente nei confronti della
religione, in quanto Hegel su questo tema era stato alquanto ambiguo. Lui aveva
affermato che religione e filosofia esprimono lo stesso concetto ma in forme distinte:
la prima come rappresentazione e la seconda come concetto.
Così la Destra hegeliana insisteva sull’identità del contenuto, e quindi vedeva la
filosofia come una continuazione della religione, mentre la Sinistra hegeliana
insisteva sulla diversità della forma e dunque la filosofia come distruzione della
religione.
La spaccature tra i discepoli ebbe anche significati politici. Infatti la Destra assunse
un atteggiamento giustificazionista e conservatore, mentre la Sinistra interpretò i
pensieri del maestro in maniera rivoluzionaria.

FEUERBACH
La Destra hegeliana ebbe una limitata incidenza storica, a differenza della Sinistra
che fu molto più influente. La figura di maggiore spicco della sinistra fu sicuramente
Ludwig Feuerbach, fondatore dell’ateismo filosofico ottocentesco.

Il rovesciamento dei rapporti di predicazione


La filosofia di Feuerbach nasce dall’esigenza di cogliere l’uomo e la realtà nella
loro concretezza. Per tale ragione il filosofo contesta l’idealismo il quale aveva fatto
del concreto (l’uomo) un predicato o un attributo dell’astratto (il pensiero), anziché
dell’astratto un predicato o un attributo del concreto. Esso dunque offre una visione
rovesciata delle cose, per questo Feuerbach si offre di dare un’inversione radicale dei
rapporti tra soggetto e predicato.

La critica alla religione


Feuerbach afferma che non è stato Dio a creare l’uomo, ma l’uomo ad aver creato
Dio, in quanto quest’ultimo è una proiezione illusoria di alcune qualità umane, o
meglio di quelle “perfezioni” caratteristiche della nostra specie che sono la ragione,
la volontà e il cuore. Pertanto la religione non è altro che un’antropologia capovolta.
Tuttavia ora bisognava capire come nasca nell’uomo l’idea di Dio, e Feuerbach fa
varie teorie:
- Nella sua opera “L’essenza del cristianesimo”, Feuerbach pone anche l’origine
dell’idea di Dio nel fatto che l’uomo ha coscienza di sé non solo come individuo
ma anche come specie. E mentre come individuo si sente debole, come specie si

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sente infinito e onnipotente. Da ciò Dio non è che una personificazione
immaginaria delle qualità della specie.
- Invece nell’opera “Teogonia”, Feuerbach scorge l’origine dell’idea di Dio
nell’opposizione umana tra volere e potere, che porta l’individuo a costruirsi
l’immagine di una divinità in cui tutti i suoi desideri siano realizzati. Il
filosofo porta come esempio i Greci che avevano divinità limitate poiché i loro
bisogni erano limitati. Mentre siccome i desideri dei cristiani sono senza limiti,
allora la loro divinità è infinita e onnipotente.
- Sempre nell’ “Essenza della religione”, Feuerbach ritiene che l’idea di Dio si possa
generare da ciò che l’uomo prova di fronte la natura. Tale sentimento spinge
l’uomo ad adorare le cose senza le quali non potrebbe vivere come: la luce,
l’acqua, l’aria e la terra.
Ad ogni modo qualsiasi sia l’origine della religione, Feuerbach è certo che essa
costituisce una forma di alienazione, con il cui termine si intende uno stato
patologico per cui l’uomo proietta fuori di sé una potenza superiore (Dio), alla quale
si sottomette, anche nei modi più umilianti e crudeli (si pensi ai sacrifici di vite).
Siccome tanto più l’uomo si pone in Dio e tanto più toglie a se stesso, l’ateismo è un
atto di onestà filosofica, oltre che un vero dovere morale, perché è necessario che
l’uomo recuperi in sé i predicati positivi che ha proiettato fuori di sé.
Quindi non si può affermare che Dio è sapienza volontà e amore, ma, al contrario
che la sapienza, la volontà e l’amore sono divini. Per ciò il vero compito della
filosofia non è risolvere il finito nell’infinito, ma al contrario l’infinito nel finito.
Tutto ciò permette di parlare di ateismo positivo, in quanto si propone una nuova
divinità: l’uomo.

L’umanismo naturalistico
Nell’ultima fase del suo pensiero, Feuerbach delinea una nuova filosofia, la filosofia
dell’avvenire che ha la forma di un umanesimo naturalistico:
- “Umanismo” perché fa dell’uomo l’oggetto del suo discorso filosofico
- “Naturalistico” perché fa della natura la realtà primaria da cui tutto dipende.
Questa nuova filosofia nasce dalla necessità di non considerare l’individuo come
un’astratta spiritualità ma come un essere che vive, che soffre e che gioisce e ch
avverte una serie di bisogni dai quali si sente dipendente. Per tale motivo Feuerbach
effettua una rivalutazione dell’amore rispetto a Schopenhauer. Infatti lui ritiene
che l’amore è una passione fondamentale che fa tutt’uno con la vita, per questo non
essere alcuna cosa e non amare alcuna cosa sono tutt’uno. Dunque, dire che l’uomo
è amore equivale a dire che necessita degli altri, ovvero che l’ “io" non esiste senza
il “tu”. Da ciò nasce il “comunismo” filosofico di Feuerbach che è la dottrina
dell’essenza sociale dell’uomo.
Dunque, alla filosofia di Feuerbach finisce per risolversi in una filantropia:
dall’amore per Dio all’amore per l’uomo.

La rivalutazione del materialismo di Feuerbach


Nell’elaborazione della sua filosofia umanistica naturalistica, a Feuerbach prende
alcune idee dal materialismo illuministico anche se non condivide la riduzione
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dell’uomo a puro “meccanismo” fisiologico. Infatti al suo materialismo Feuerbach
conferisce una curvatura antropologica, in quanto riserva all’uomo una
collocazione particolare nel mondo. Egli infatti è convinto che gli esseri umani si
distinguano dagli altri esseri viventi grazie alla loro sensibilità.
Da ciò si comprende anche la grande importanza che ha la sua “teoria degli
alimenti”: lui dice che i cibi si trasformano in sangue, il sangue in cuore e cervello, e
poi in sentimenti, Per questo se si vuole rendere un popolo migliore bisognerebbe
dargli un’alimentazione migliore. Da queste considerazione Feuerbach deduce che
“l’uomo è ciò che mangia”.
Originariamente questa tesi è stata intesa volgarmente come una forma di un
materialismo “volgare”, ossia come una semplice riduzione dello spirito al corpo;
invece, oggi è stata ampiamente rivalutata in quanto è chiaro che essa poneva
l’accento sull’unità psico-fisica dell’individuo e sul fatto che se si vuole migliorare le
condizioni spirituali di un popolo è necessario prima migliorarne le condizioni
materiali.

KARL MARX
Le caratteristiche generali del marxismo
Karl Marx è stato uno dei più grandi pensatori del ‘800, un pilastro, che ha creato
un nuovo sistema di pensiero alla pari di quello Hegel e Kant.
Un primo elemento innovativo del pensiero di Marx è la sua irriducibilità alla
dimensione puramente filosofia e il suo porsi come analisi globale della società e
della storia.
Un secondo tratto distintivo è la sua tendenza a fornire un’interpretazione dell’uomo
e del mondo che sia allo stesso tempo anche impegno di trasformazione
rivoluzionaria, quindi una sorta di unione tra teoria e prassi. Marx voleva proprio
tradurre in realtà quell’incontro tra reale e razionare che Hegel aveva solo pensato.
Le influenze culturali alla base del marxismo sono:
- La filosofia classica tedesca (Hegel e Feuerbach)
- L’economia politica borghese (Smith e Ricardo)
- Il pensiero socialista
Queste 3 correnti diventeranno una sintesi creativa del pensiero marxista che
metteranno capo a una nuova visione del mondo.

La critica al misticismo logico di Hegel


Il rapporto tra Hegel e Marx risulta alquanto complesso, anche se è innegabile che
l’hegeliano abbia esercitato su Marx un notevole influsso.
Infatti il primo testo in cui Marx si misura con il maestro è la “Critica della filosofia
del diritto di Hegel”. Qui Marx critica ad Hegel il fatto di trasformare le realtà in
manifestazioni necessarie dello spirito. Ciò significa che invece di limitarsi ad
affermare che in certi ordinamenti esiste la monarchia, Hegel afferma che lo Stato
presuppone per forza una sovranità, che si incarna nel monarca, che è la sovranità
statale personificata. E siccome ciò che è necessario è anche razionare, Hegel deduce
la piena “logicità” della monarchia.
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Questo procedimento viene chiamato da Marx “misticismo logico”, in quanto le
istituzioni, anziché comparire per ciò che sono di fatto, finiscono per essere allegorie
o personificazioni di una realtà spirituale che se ne sta nascosta. Per questo,
ispirandosi a Feuerbach, Marx oppone al metodo “mistico” di Hegel il proprio
metodo “trasformato”, che consiste nel ricapovolgere ciò che l’idealismo aveva
capovolto, ovvero riconoscere di nuovo ciò che è veramente soggetto e ciò che è
predicato.
Per di più il metodo “mistico” di Hegel non è altro che un giustificazionismo
politico che si trasforma in una accettazione delle istituzioni statali vigenti.

La critica allo Stato moderno e al liberismo


Alla base della teoria di Marx vi è la critica allo Stato liberale.
Il punto di partenza del discorso di Marx è la convinzione che ci sia una frattura tra
la società civile e lo Stato. Mentre nella polis greca l’individuo non conosceva la
distinzione tra società e Stato perché si trovava in un’unità sostanziale, nel mondo
moderno l’uomo è costretto a vivere 2 vite:una “in terra” come borghese, animato
dall’egoismo e dagli interessi personali, e una “in cielo” come cittadino, facendo
parte dello Stato e dell’interesse comune.
Tuttavia il “cielo” dello Stato è puramente illusorio, poiché la sua pretesa di porsi
come un organo che tutela gli interessi comuni è falsa, in quanto lo Stato non fa che
riflettere gli interessi particolari dei gruppi e delle classi. Per questo si può dire che
la società moderna rappresenta la società dell’egoismo e la fratellanza e
l’uguaglianza sono solo illusorie. Così, Marx conclude ironicamente dicendo che,
così come i cristiani, pur essendo disuguali in terra, si consolano pensando di essere
tutti uguali in cielo, allo stesso modo gli individui dell’epoca borghese, pur essendo
tutti disuguali nella società civile, si consolano pensando di essere tutti uguali di
fronte allo Stato.
Quindi, rifacendosi ancora una volta ad Hegel, che aveva descritto il sistema
borghese come la società del bellum omnium contra omnes, Marx scorge i tratti
essenziali della civiltà moderna nell’individualismo e nell’atomismo, ossia nella
separazione del singolo dalla comunità. E poiché lo Stato post-rivoluzionario ha
legalizzato questa situazione, riconoscendo all’uomo la libertà individuale e la
proprietà privata, esso non è che una proiezione politica di una società a-sociale.
La critica si Marx allo Stato moderno si comprende realmente solo in rapporto
all’idea che lui ha di società, ovvero un modello di democrazia totale. Mentre Hegel
pensava che tale società “organica”, simile alla poleis greca, si potesse ottenere con
una serie di strumenti politici come le corporazioni, la burocrazia e lo Stato stesso,
Marx ritiene che Hegel abbia una visione mistificatrice e che l’unico modo per
realizzare una comunità solidale sia l’eliminazione delle disuguaglianze reali tra gli
uomini, e principalmente l’origine di tutte le disuguaglianze: la proprietà privata.
E come si può realizzare nel concreto tutto ciò? Nella “Critica” del 1843, Marx
propone il suffragio universale, in seguito nei "Manoscritti economici-filosofici” del
1844 ritiene necessaria una rivoluzione sociale da parte del proletariato. Difatti, per
Marx, è proprio la classe priva di proprietà a risentire maggiormente l’alienazione
provocata dalla società borghese.
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La critica all’economia borghese
I “Manoscritti economico-filosofici” del 1844, segnano il primo decisivo approccio di
Marx all’economia politica. Ed è proprio qui ch è presente un tema cardine del suo
pensiero: l’alienazione. Tale tema però è stato affrontato anche da altri filosofi
precedenti:
- L’alienazione, per Hegel, è il movimento dello Spirito che si fa “altro da sé”, per
potersi poi ri-appropiarsi di sé in modo arricchito. E dunque c’è un significato sia
positivo che negativo.
- In Feuerbach, invece, l’alienazione è totalmente negativa, perché l’uomo religioso
si scinde da se stesso e si sottopone a una potenza estranea (Dio) che egli stesso
ha posto, estraniandosi in tal modo dalla propria realtà.
Marx si rifà in parte a Feuerbach, dal quale riprende la struttura dell’alienazione,
intesa come condizione patologica di scissione, di dipendenza e di auto-
estraniazione. Tuttavia, a differenza di Feuerbach, in cui l’alienazione era un fatto
per lo più coscienziale, Marx la considera un fatto reale, di natura socio-
economica, in quanto si identifica con la condizione storica del salariato nell’ambito
della società capitalistica.
L’alienazione dell’operaio viene descritta da Marx sotto 4 aspetti:
1. Il lavoratore è alienato rispetto al prodotto della sua attività, in quanto, egli
produce un oggetto (il capitale) che non gli appartiene
2. Il lavoratore è alienato rispetto alla sua stessa attività, che prende la forma di un
lavoro forzato, in cui l’uomo diventa strumento di fini estranei (il profitto del
capitalista). Di conseguenza il lavoratore si sente “bestia” quando dovrebbe
sentirsi uomo (quando svolge un lavoro utile alla società) e si sente uomo
quando dovrebbe sentirsi bestia (quando si stordisce nel mangiare, nel bere e nel
procreare).
3. Il lavoratore è alienato rispetto al proprio Wesen, ovvero alla propria essenza o
al proprio genere. Infatti la superiorità dell’uomo rispetto agli animali sta proprio
nel lavoro libero e creativo, mentre nella società capitalista è costretto a un
lavoro forzato e ripetitivo.
4. Il lavoratore è alienato rispetto al prossimo, perché “l’altro” per lui è proprio il
capitalista, colui che lo tratta come un mezzo e deruba il frutto della sua fatica.

La causa dell’alienazione, la quale fa si che l’operaio sia ridotto a uno strumento per
produrre ricchezza che non gli appartiene, risiede nella proprietà privata dei mezzi di
produzione, in virtù della quale il possessore della fabbrica (il capitalista) può
utilizzare il lavoro di una certa categoria di individui (i salariati) per accrescere la
propria ricchezza, secondo una dinamica che Marx definirà “sfruttamento” e “logica
del profitto”.
Pertanto, per Marx, il superamento dell’alienazione si ha con il superamento della
proprietà privata e con l’avvento del comunismo.
La storia si configura come il luogo della perdita e riconquista, da parte dell’uomo
della propria essenza, e il comunismo è la soluzione dell’enigma della storia.

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Il distacco da Feuerbach e l’interpretazione della religione in chiave sociale
Come abbiamo visto, Feuerbach gioca un ruolo importante nel pensiero di Marx.
Questo perché la principale rivoluzione di Feuerbach, per Marx, consiste nella
rivendicazione della naturalità e della concretezza degli individui umani viventi e
nel rifiuto dell’idealismo teologizzante di Hegel, che aveva ridotto l’uomo ad una
manifestazione dello Spirito. Tuttavia Feuerbach ha perso di vista la sua storicità non
rendendosi conto di come l’uomo, più che natura, sia società, e quindi storia. Infatti
Marx sostiene che l’individuo è reso tale dalla società storica in cui vive: non esiste
l’uomo in astratto, ma l’uomo come prodotto di una determinata società e di uno
specifico momento storico.
Dunque Marx corregge Hegel con Feuerbach e Feuerbach con Hegel: contro l’uno
difende la naturalità vivente dell’uomo, e contro l’altro la sua costitutiva socialità e
storicità.
Un altro punto che unisce e divide Marx da Feuerbach è l’interpretazione della
religione. Feuerbach, pur avendo scoperto il meccanismo dell’alienazione religiosa,
per cui non è Dio a creare l’uomo, ma l’uomo a proiettare Dio alla base dei suoi
bisogni, non è stato i grado di cogliere le cause reali del fenomeno religioso. E per
Marx le cause del fenomeno religioso non vanno cercate nell’uomo ma in una
determinata tipologia storica di società.
Così Marx elaborò la sua teoria della religione “Opium des Volks” (Oppio dei
popoli), secondo la quale la religione è il “sospiro della creatura oppressa”, cioè il
prodotto di un’umanità alienata e sofferente a causa delle ingiustizie sociali, di una
società che cerca illusoriamente nell’aldilà, ciò che le è negato nell’aldiquà.
Quindi, la religione è narcotico delle masse, e l’unico modo per eliminarla non è la
critica filosofica come aveva pensato Feuerbach, ma la trasformazione rivoluzionaria
della società. Perché se la religione è il frutto malato di una società malata,
l’unico modo per sradicarla è quello di distruggere le strutture sociali che la
producono. Infatti Marx dirà “I filosofi hanno solo interpretato il mondo; ora bisogna
cambiarlo”.

La concezione materialistica della storia


La critica a Feuerbach segna il passaggio di Marx dall’umanesimo al materialismo
storico. Il testo in cui è presente ciò è “L’ideologia tedesca”, la cui originalità sta nel
tentativo di cogliere il “movimento reale” della storia e nella contrapposizione tra
“scienza reale” e “ideologia”.
L’ideologia appare come una falsa rappresentazione della realtà, in quanto
fornisce un’immagine distorta dei rapporti reali tra gli uomini.
L’intento di Marx in quest’opera è quello di svelare la verità sulla storia, tramite il un
punto di vista obiettivo sulla società, che permetta di descrivere non ciò che gli
uomini possono apparire nella rappresentazione propria o altri, ma come sono
realmente.
Ma allora, che cos’è l’umanità, intesa come modo scientifico e non ideologo? Marx
risponde che si tratta di una specie evoluta, composta da individui associati che
lottano per la sopravvivenza. Per questo, la storia non è un evento spirituale, ma un
processo materiale fondato sulla dialettica bisogno-soddisfacimento. Ed è proprio
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quest’azione materiale che umanizza l’uomo, Infatti Marx dirà che si possono
distinguere gli uomini dagli animali, non tanto per la coscienza o per la religione,
ma perché sono in grado di produrre da sé i loro mezzi di sussistenza. Dunque, alla
base di tutto c’è il lavoro che permette di rendere l’uomo tale, emergendo
dall’animalità primitiva.

Struttura e sovrastruttura
Nell’ambito materiale che costituisce la storia, bisogna distinguere, secondo Marx,
due elementi di fondo: le forze produttive e i rapporti di produzione.
Per forze produttive Marx intende tutti gli elementi necessari al processo di
produzione, ovvero:
- La forza lavoro (gli uomini che producono)
- I mezzi di produzione (terra, macchinari…)
- Le conoscenze tecniche e scientifiche, che servono a migliorare la produzione

Mentre, per rapporti di produzione Marx intende i rapporti che si instaurano tra gli
uomini nel corso della produzione e che regolano il possesso e l’impiego dei mezzi di
lavoro, nonché la divisione di ciò che tramite essi si produce. Non a caso per rapporti
di produzione si intente giuridicamente “rapporti di proprietà”.

L’insieme di forze produttive e di rapporti di produzione costituisce la struttura,


ovvero lo scheletro economia della società. Mentre per sovrastruttura si intende i
rapporti giuridici, le forze politiche e le varie dottrine che non devono essere intese
come realtà a se stanti, ma come espressioni dei rapporti che definiscono la struttura
di una certa società.
Per questo Marx parlerà di materialismo storico, perché non sono le leggi, lo Stato,
le religioni a determinare la struttura economica della società, ma è la struttura
economica a determinare le leggi, lo Stato, le religioni ecc… E dunque, le vere forze
motrici della storia non sono di natura spirituale, ma di natura socio-economica.

Il rapporto sovrastruttura-struttura
Il rapporto tra struttura e sovrastruttura è stato oggetto di molteplici interpretazioni,
a volte anche discordanti. Tuttavia è bene osservare che:
1. Quando Marx utilizza il termine “sovrastruttura” intende sottolineare la
dipendenza dei fenomeni politici e culturali dalla base economica. Ma ciò non
vuol dire che siano mere apparenze o bolle di sapone. Il fatto che siano derivate
da altre cone non implica che non siano cose effettuali: tanto è vero che sono
sembrate per secoli alla coscienza le sole cose vere.
2. Per spiegare il rapporto tra struttura e sovrastruttura, Marx utilizza 2 termini:
“determinare” e “condizionare”. Nonostante lui utilizzi questi due termini
indifferentemente, essi in realtà hanno sfumature diverse: “determinare”
comporta un rapporto più stretto e immediato, mentre “condizionare” allude ad
un rapporto più indiretto. Tale utilizzo ambiguo di questi 2 termini è
probabilmente dovuto al fatto che Marx vuole si sottolineare la dipendenza della

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sovrastruttura dalla struttura, ma non voleva concepire questa dipendenza in
modo meccanico.
3. Marx non nega che le idee possano influire sugli avvenimenti storici, ma ciò può
accade se già tali idee esprimono dei mutamenti della struttura. Per esempio,
Marx non nega che le idee dei philosophes influenzarono le vicende storiche
francesi, ma ciò è potuto accadere solo perché tali idee rispecchiavano una
situazione già rivoluzionaria. Quindi, l’unico elemento veramente determinante
della storia è la struttura economica, mentre la sovrastruttura ne è soltanto un
riflesso che partecipa indirettamente della sua storicità.

La dialettica della storia


Le forze produttive e i rapporti di produzione servono anche come strumento
interpretativo della lettura dinamica della società, ovvero della stessa legge della
storia. Marx ritiene che a un determinato sviluppo delle forze produttive,
corrispondono determinati rapporti di produzione.
Ma, poiché le forze produttive, in relazione al progresso, si sviluppano più
velocemente dei rapporti di produzione, i quali invece tendono a rimanere statici, ne
segue una periodica situazione di contraddizione dialettica tra i 2 elementi che
genere un’epoca di “rivoluzione sociale”. Infatti, le nuove forze produttive sono
sempre incarnate da una classe in ascesa, mentre i vecchi rapporti di proprietà sono
sempre incarnati da una classe dominante al tramonto. E dunque risulta
inevitabile lo scontro, non solo a livello sociale, ma anche a livello politico. Alla fine,
quasi sempre, trionfa la classe che risulta espressione delle nuove forze produttive, la
quale riesce a imporre il proprio modo di produrre e distribuire ricchezze.
Questo modello teoretico, trova il proprio esempio concreto nella Francia del ‘700,
dove vi fu uno scontro aperto tra borghesia (nuove forze produttive di tipo
capitalistico) e l’aristocrazia (vecchi rapporti di proprietà agrario-feudale). Alla fine
vinse la borghesia che riuscì ad imporre i propri rapporti di proprietà e la propria
visione del mondo.
Allo stesso modo, nel capitalismo moderno c’è una contraddizione ancor più
“esplosiva” tra forze produttive sociali e rapporti di produzione privatistici. Infatti, la
fabbrica moderna, pur essendo di proprietà di un capitalista, produce solo grazie al
lavoro collettivo di operai, tecnici, impiegati ecc. E dunque, per Marx, questo significa
che il capitalismo porta in sé, come esigenza dialettica, il socialismo: il capitalismo
pone le basi del socialismo, perché genera le condizioni affinché possa avvenire una
rivoluzione comunista mondiale.

Il Manifesto del partito comunista


Il “Manifesto del partito comunista” del 1848 è un opera in cui Marx si propone di
esporre gli scopi e i metodi dell’azione rivoluzionaria.
Nella prima parte del Manifesto, Marx descrive la vicenda storica della borghesia.
A differenza delle altre classi sociali dominanti, che mantenevano statici i modi di
produzione, la borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli
strumenti di produzione e tutto l’insieme dei rapporti sociali. Tuttavia, ora, la
borghesia risulta uno stregone che non riesce più a controllare le potenze infernali
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che ha evocato, e così le moderne forze produttive si rivoltano contro i vecchi
rapporti di proprietà. Infatti, il proletariato, che rappresenta la classe oppressa dalla
borghesia, non può fare a meno di operare una lotta di classe, volta al superamento
del capitalismo.
Quindi, nel Manifesto, Marx riconosce come soggetto autentico della storia, la lotta
tra le classi che deve essere universale. Per tale motivo termina la sua opera con la
nota rivoluzionaria: “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”.

La critica ai falsi socialismi


Una delle sezioni più importanti del Manifesto è costituita dalla critica di Marx ai
socialismi a lui precedenti, che egli definisce “falsi socialismi”.
Marx critica fortemente:
- Il socialismo reazionario, il quale contrasta la borghesia secondo parametri
conservatori, senza considerare il corso della storia.
- Il socialismo conservatore borghese, il quale non avendo compreso l’importanza
della contraddizione nel corso della storia, ritengono possibile rimediare alle
contraddizioni del capitalismo senza arrivare a distruggerlo.
- Socialismo e comunismo critico-utopistici, al quale Marx riconosce il merito di
aver compreso l’antagonismo tra le classi e gli elementi di contraddizione
esistenti nel mondo moderno, ma hanno il limite di non aver riconosciuto al
proletariato una funzione storica e rivoluzionaria, e di aver fatto appello a tutti i
membri della società, inclusi i ceti dominanti, per una pacifica azione di riforme,
muovendosi in un’azione moralistica e utopistica.
Per Marx, questi socialisti, sganciati dalla realtà sociale concreta, hanno deviato gran
parte della propria opera alla delineazione di società “ideali”. Per questo, a tutto ciò,
Marx contrappone il proprio socialismo scientifico, basato su un’analisi critico-
scientifica dei meccanismi sociali del capitalismo e sull’individuazione del
proletariato come forza rivoluzionaria.

Il capitale
“Il capitale” è un saggio in cui Marx si propone di mettere in luce i meccanismi
strutturali della società borghese in modo da svelare la legge economica che domina
la società moderna.
In questo saggio c’è l’esplicita contrapposizione di Marx all’economia classica.
Infatti, a differenza degli economisti classici come Smith e Ricardo, Marx è convinto
che non esistano delle leggi universali dell’economia e che ogni formazione sociale
abbia caratteri propri e leggi storiche specifiche. Inoltre Marx ritiene che la società
borghese porti in se stessa delle contraddizioni che ne minino le solidità, ponendo le
basi della sua fine.

Merce, valore e plusvalore


La caratteristica specifica del capitalismo, secondo Marx, è la produzione
generalizzata di merci. Così nella prima parte del Capitale analizza i concetti di
“merce” e di “valore”.

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Innanzitutto una merce, per essere tale, deve possedere un “valore d’uso”, ovvero
deve essere utile, deve servire a qualcosa. In seguito, deve possedere un “valore di
scambio”, che le permetta di essere scambiata con altre merci.
Ma in cosa consiste il valore di scambio? Marx, rifacendosi agli economisti classici
e dell’equazione “valore=lavoro”, ritiene che esso dipende dalla quantità di lavoro
socialmente necessaria per produrre la merce in questione: più lavoro è necessario per
produrla, più vale.
Tuttavia, per Marx, il valore di una merce non si identifica del tutto con il suo
prezzo. Su quest’ultimo, infatti, influiscono anche altri fattori, come l’abbondanza o
la scarsità della merce stessa: per ciò il prezzo di una singola merce può superare o
stare sotto il suo valore reale. Dunque, sebbene nel mercato il valore non si trova
mai allo stato puro, ma come prezzo, quest’ultimo non è il valore ma ha pur sempre
il valore alla propria base.
Proprio perché per Marx alla base di tutto c’è il lavoro, lo porta a constatare il
cosiddetto “feticismo delle merci”, che consiste nel considerare le merci come delle
entità aventi valori in sé, dimenticando che sono frutto di attività umane e di
rapporti sociali.

Il ciclo economico capitalistico


Per Marx, la particolarità del capitalismo sta nel fatto che la produzione non è
finalizzata al consumo, ma all’accumulazione di denaro, per ciò il ciclo capitalistico
non può essere descritto con quello “semplice” della formula M.D.M. (merce-denaro-
merce). Perché tale formula sta a significare che una certa quantità di merce viene
trasformata in denaro e una certa quantità di denaro viene ri-trasformata in merce.
Invece, il ciclo economico capitalista è descrivibile con la formula D.M.D’ (denaro-
merce-più denaro), in quanto nella società borghese si ha un soggetto (il capitalista)
che investe denaro in una merce per ottenere più denaro di quanto ne abbia
investito.
Ma come possibile che qualcuno acquisti una merca che gli procura più denaro? E
dunque, da dove deriva questo “più” monetario, questo “plusvalore”?
Nella società borghese il capitalista ha la possibilità di “comprare” e “usare” una
merce particolare, che ha come caratteristica quella di produrre valore: si tratta
della “merce umana”, ovvero dell’operaio. Il capitalista compra la sua forza-lavoro
pagandola come una qualsiasi merce, ovvero secondo il valore corrispondente alla
quantità di lavoro socialmente necessario a produrla: tale valore è pari a quello dei
mezzi che gli sono necessari per vivere, lavorare e generare, ovvero il “salario”.
Tuttavia l’operaio, ed è questa la fonte del plusvalore, ha la capacità di produrre con il
proprio lavoro un valore maggiore di quello che gli è corrisposto con il salario. Dunque,
il plusvalore deriva dal pluslavoro dell’operaio e si identifica con l’insieme del valore
dai lui gratuitamente offerto al capitalista.
Con questa teoria Marx cerca di dare una spiegazione “scientifica” dello
sfruttamento capitalistico. Ciò avviene perché il capitalista risponde dei mezzi di
produzione, mentre il lavoratore dispone solo della propria energia lavorativa ed è
perciò costretto, per vivere, “vendersi” sul mercato in cambio del salario.

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Dal plusvalore deriva il profitto. Tuttavia, per Marx, plusvalore e profitto non sono la
stessa cosa. Per comprendere meglio, bisogna tener conto della distinzione marxista
tra capitale variabile e capitale costante.
- Il capitale variabile è quello che viene utilizzato per i salari
- Il capitale costante è quello utilizzato per i macchinari della fabbrica.
Dal momento che il plusvalore nasce solo in relazione ai salari, ovvero al capitale
variabile, il saggio del plusvalore risiede nel rapporto tra il plusvalore e il capitale
variabile:

Ma il capitalista per poter dirigere la fabbrica è costretto a investire non solo in


salari, mia anche in impianti (capitale costante). Quindi, il saggio del profitto non
coincide con il saggio del plusvalore, ma deriva dal rapporto tra il plusvalore e la
somma del capitale costante e di quello variabile.

Di conseguenza, il saggio del profitto è sempre inferiore rispetto a quello del


plusvalore.

Tendenze e contraddizioni del capitalismo


L’obiettivo del capitalista è quello di aumentare il plusvalore.
Marx esamina tutte le varie strade che il capitalista percorre per aumentare il
proprio plusvalore, e dimostra come tutto ciò generi una serie di contraddizioni e
difficoltà che ne minano la sopravvivenza, preparandone la morte futura. Vediamo le
tappe più significative.
In un primo momento il capitalista cerca di aumentare il plusvalore aumentando la
giornata lavorativa dei propri operai (portandola ad esempio a 15 ore). Ma questa
dilatazione d’orario ha dei limiti, perché oltre un certo orario, la forza-lavoro cessa
di essere produttiva. E dunque, più che sul prolungamento della giornata lavorativa
(plusvalore assoluto), il capitalismo punta alla riduzione di quella parte di giornata
lavorativa necessaria a reintegrare il salario (plusvalore relativo). Ad esempio, se
l’operaio, anziché impiegare 6 ore per guadagnare il proprio salario, ne impiega 4, il
plusvalore intascato dal capitalista sarà maggiore. Ovviamente tutto ciò è possibile
grazie ad una maggiore produttività dovuta all’introduzione di sempre nuovi ed
efficienti metodi e strumenti di lavoro.

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Tuttavia proprio l’aumento di produttività dovuto all’uso delle macchine genera il
fenomeno della “crisi di sovrapproduzione”. Mentre nei secoli precedenti le crisi
erano causate della scarsità dei beni (sareste, epidemie, guerre…), nella società
capitalistica dipendono da una sovrabbondanza di merci. Questo è dovuto alla
cosiddetta “anarchia della produzione”, per cui i capitalisti si precipitano alla cieca
nei settori dove il profitto è più alto, facendo si che a un certo punto si verifichi un
eccesso di produzione rispetto alle esigenze del mercato. Tutto ciò genera la crisi.
Inoltre, la necessità di un continuo rinnovamento tecnologico, genera anche un altro
problema: la caduta tendenziale del saggio del profitto. In quanto, accrescendo
smisuratamente il capitale costante rispetto a quello variabile, diminuisce per forza il
saggio del profitto. Tale caduta tendenziale, renderà ancora più spietata la
concorrenza e farà rimanere in gara solo i capitalisti più grandi e forti che
tenderanno a costituire monopoli, cannibalizzando i più deboli. La morte di
numerose imprese porterà all’aumento della disoccupazione, che aumenterà la
miseria dell’ “esercito di lavoro di riserva” (il proletariato disoccupato). Nel
frattempo il proletariato occupato, sottoposto sempre a più rigido sfruttamento, si
compatterà sempre di più, acquistando conoscenza di sé proprio grazie alle comuni
condizioni di vita e sofferenza.
In altri termini, in virtù della crescita smisurata del capitale costante, il profitto
risulta via via più scarso rispetto a tutto il capitale impiegato. Per questo, Marx
considera la legge della caduta tendenziale del saggio del profitto come il vero
“tallone d’Achille” del sistema capitalistico, che porta alla scissione della società in 2
sole classi antagoniste: una minoranza industriale dalla gigantesca ricchezza e
dall’immenso potere, dall’altro una maggioranza proletariato sfruttata.

La rivoluzione e la dittatura del proletariato


Le contraddizioni della società borghese rappresentano la base oggettiva della
rivoluzione del proletariato, il quale impadronendosi del potere politico, dà avvio
alla trasformazione della vecchia società, attuando il passaggio dal capitalismo al
comunismo.
Lo strumento della trasformazione rivoluzionaria è costituito dalla socializzazione
dei mezzi di produzione e di scambio, ovvero il passaggio di questi dalle mani dei
privati a quelli della comunità, eliminando così il plusvalore e lo sfruttamento.
Marx esprime anche i metodi per accedere al potere, e sebbene sia propenso a
ritenere che la rivoluzione implichi sempre forme violente, appare disposto ad
ammettere anche la possibilità di una via “pacifica” al socialismo, ponendo come
esempio l’insurrezione polacca che fu meno violenta di quelle che erano avvenute in
Inghilterra e in Francia. Tuttavia, violenta o pacifica che sia, la rivoluzione
proletariato deve avere come scopo l’abbattimento dello Stato borghese e delle sue
forme istituzionali. Perché il proletariato non deve impadronirsi della macchina
statale borghese, ma quello di spezzarne i meccanismi istituzionali di fondo.
Questo rifiuto netto delle forme istituzionali dello Stato borghese prende corpo nella
dottrina della dittatura del proletariato.
Se nel capitalismo lo Stato esprime il “dispotismo”, il proletariato, se vuole davvero
costruire il comunismo, deve per forza instaurare una dittatura, che tuttavia, rispetto
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a quelle passate, sarà la dittatura di una maggioranza di (ex) oppressi su una
minoranza di (ex) oppressori, destinata a scomparire. Quindi, la dittatura del
proletariato si configura come una misura politica fondamentale per la
transizione dal capitalismo al comunismo.

Le fasi della futura società comunista


Nei Manoscritti Marx distingue tra un comunismo “rozzo”, che è la prima forma in
cui si presenta l’istanza socialista, e un comunismo superiore e autentico.
Nel primo tipo di comunismo, la proprietà, anziché venire completamente soppressa,
è trasformata in proprietà di tutti, ovvero nazionalizzata. Così la comunità viene ad
assumere il ruolo di grande capitalista che, anziché abolire, universalizza la
condizione dell’operaio nella società borghese.
La “rozzezza” di questa società post-capitalista, ma ancora pre-comunista, è
chiaramente svelata della proposta della comunione delle donne: al matrimonio
borghese, questo comunismo volgare non sa opporre altro che una situazione in cui
la donna appare la serva e la preda del piacere della comunità. La comunanza delle
donne rappresenta l’analogo, in campo sessuale, della generalizzazione della
proprietà in campo economico: così la donna passa dal matrimonio alla prostituzione
generale.
Invece, il vero comunismo, ovvero l’effettiva soppressine della proprietà privata, si
realizza quando l’uomo cessa di avere con il mondo rapporti di puro possesso e
consumo. Così all’homo oeconomicus, ovvero l’uomo della civiltà proprietaria,
ossessionato dall’avere, Marx contrappone un “uomo nuovo” considerato come un
essere “onnilaterale”, che esercita in modo creativo l’insieme delle sue potenzialità.

Sempre nella prima fase del comunismo, l’avvenuta socializzazione dei mezzi di
produzione e di scambio fa della società l’unico datore di lavoro e trasforma tutti in
salariati, che ricevono una quantità di beni equivalente al lavoro prestato. Tuttavia,
questo “uguale diritto” si rivela ancora di tipo borghese, in quanto non tiene conto
delle differenze individuali e si limita a livellare astrattamente le persone.
Dunque, l’uguaglianza ancora imperfetta della prima fase richiede di essere messa
da parte a favore di una forma “superiore” di uguaglianza e di comunismo, che
tenga conto dei bisogni e non solo delle capacità degli individui.
In sintesi, dopo i travagli della storia, si viene a formare la società comunista:
senza divisione del lavoro, senza proprietà privata, senza classi, senza
sfruttamento, senza miseria, senza divisioni tra gli uomini e senza Stato.

Le critiche al pensiero marxista


Tra i meriti di Marx va annoverata la valorizzazione dell’elemento economico nello
sviluppo storico delle civiltà.
1. Tuttavia l’ha assolutizzato dicendo che l’ordine dei fatti economici coincide con
l’ordine dei fatti storici. Infatti ciò è stato smentito da vari critici che hanno
individuato l’importanza della sovrastruttura sociale anche nella
determinazione dei fatti economici.

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2. La dialettica come legge universale dello sviluppo storico appare più metafisica
che scientifica, perché non teme smentite dai fatti. Infatti ciò che potrebbe
smentirla viene concepito come contraddizione che in realtà conferma la
veridicità del processo.
3. Non si può considerare la religione l’oppio dei popoli poiché è un assunto non
dimostrato che essa distolga gli occhi degli uomini da questa terra.
4. Le previsioni di Marx su come doveva svilupparsi sia il regime capitalistico, sia
quello del socialismo, una volta realizzata la rivoluzione, non si sono avverate.
Il capitalismo monopolistico non ha distrutto se stesso ma si è ulteriormente
sviluppato. Il mercato si è dimostrato lo strumento più efficace per produrre
ricchezza, cosa che è condizione necessaria alla sue redistribuzione. La classe
operaia ha progressivamente goduto di tale redistribuzione non contro il
sistema, ma dentro il sistema. Una filosofia come quella di Marx che voleva
dimostrare la sua verità nella prassi, è stata smentita dalla prassi storica quando
si è dimostrata l’impossibilità del passaggio dalla dittatura del proletariato alla
società senza classi e il socialismo reale non è riuscito ad andare oltre
all’organizzazione di un capitalismo di Stato, accentratore e oppressore, che ha
fallito nella sua missione storica di emancipare il lavoro

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